di Arianna Di Genova,

 

Da bam­bina, Maria Lai aveva impa­rato a cam­mi­nare sospesa nel vuoto insieme a un gruppo di zin­gari acro­bati che si erano fer­mati nel paese dove viveva per lun­ghi periodi con gli zii. Soli­ta­ria, non fre­quen­tava le ele­men­tari, pas­sava i pome­riggi a dise­gnare col car­bone. Fino al giorno in cui arri­va­rono i gitani. Le pia­ceva molto vol­teg­giare guar­dando il cielo terso della sua terra, tanto che quando i gio­co­lieri deci­sero di par­tire, lei si unì a loro, accuc­cian­dosi den­tro il car­roz­zone che andava via.
Fu quella solo la prima delle sue fughe: nel corso della vita ne segui­rono molte altre per­ché, diceva, biso­gna sem­pre man­te­nere la giu­sta distanza dagli altri per rima­nere se stessi («niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo»). È una disci­plina quella della distanza da eser­ci­tare quo­ti­dia­na­mente, senza distra­zioni, soprat­tutto se si è donna, nata nei primi decenni del secolo scorso (1919), con il dèmone della curio­sità che ti bru­cia den­tro, in un paese aspro come la Sar­de­gna, terra ata­vica di pastori e tes­si­trici, luogo un po’ magico dove le janas, le fate delle grotte, aiu­tano a costruire le trame delle cuci­ture di tap­peti e di stoffe con il loro ordito che mescola rigore geo­me­trico e libera imma­gi­na­zione. Un luogo dove le caprette pasco­la­vano iner­pi­can­dosi per sen­tieri roc­ciosi e adesso – gra­zie a Maria Lai – cam­mi­nano com­po­ste in fila indiana, «cucite» con il ferro lungo le mura di cemento che con­ten­gono il ter­reno franoso.

Nel paese delle janas

«Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di pre­ci­pizi», rac­con­tava diver­tita nelle inter­vi­ste. Eppure quell’immagine di estrema sem­pli­cità non la disturbò mai; anzi, la fece sua, ne estrasse il net­tare sim­bo­lico («è la fan­ta­sia»), la ripro­dusse con alcuni segni essen­ziali – un ret­tan­golo e un trian­golo – in cui la lezione di un mae­stro ruvido e per nulla inco­rag­giante come Arturo Mar­tini, seguito per tre anni a Vene­zia, non venne mai meno. Poi, la portò ovun­que ce ne fosse biso­gno e ne regalò il copy­right alle donne tes­si­trici così che la potes­sero far rivi­vere ogni giorno nei loro ricami. L’ha dise­gnata anche sul dorso della mon­ta­gna, ma quella capretta bianca ha una per­so­na­lità par­ti­co­lare, viene da sto­rie lon­tane, è roto­lata nelle parole dello scrit­tore amico Giu­seppe Dessì e poi si è rimo­del­lata fra le sue mani.
A Ulas­sai, lì dove un tempo c’era la sta­zione del treno e oggi c’è un pic­colo museo per l’arte, tira un gran vento che scom­pi­glia le fronde degli alberi e fa ondeg­giare la scul­tura dedi­cata a Anto­nio Gram­sci. Maria Lai volle lasciare un suo con­tri­buto dedi­cato allo scrit­tore fia­be­sco che dal car­cere man­dava let­tere a Giu­lia per­ché leg­gesse la sto­ria della mon­ta­gna e del topo­lino al figlio Delio, costretto a cre­scere con il padre lon­tano: una grande strut­tura in ferro, fili­forme e nodosa, come fili­forme e nodoso era il corpo dell’artista, al cui ver­tice tro­viamo arram­pi­cati due bam­bini. Dovranno pian­tare un albero per far pla­care la natura ed evi­tare frane rovi­nose. E pro­prio lì, nel suo luogo natìo, in quel borgo abbar­bi­cato in mezzo a una gola, dove il dio del vento non smet­teva mai di sof­fiare e dove la comu­nità viveva sem­pre sotto la minac­cia di tem­po­rali cata­stro­fici, Lai ha agito come una jana, una fata: ha rega­lato quella visio­na­ria per­for­mance col­let­tiva, Legarsi alla mon­ta­gna (1981), donando una nuova ripar­tenza a tutti, ad anziani e bam­bini, scac­ciando i fan­ta­smi del pas­sato.
La leg­genda rac­conta di una bam­bina che, come Cap­puc­cetto Rosso, era stata man­data a por­tare il pane ai pastori. Di fronte all’avvicinarsi di un brutto tem­po­rale, que­sti si erano rifu­giati nelle grotte con il gregge. A un certo punto, la pic­cola vide un nastro cele­ste attra­ver­sare il cielo e presa da stu­pore, lo seguì cor­rendo. I pastori non ne vol­lero sapere di abban­do­nare il loro rifu­gio e quando la parete della mon­ta­gna venne giù, rima­sero sepolti fra i sassi. Il nastro, con la sua bel­lezza effi­mera, pro­prio come l’arte, aveva indi­cato una dire­zione di sal­vezza.
Maria Lai, chia­mata per dise­gnare un monu­mento ai caduti, rifiutò la com­mis­sione pub­blica e pro­pose invece la sua azione: un nastro (26 chi­lo­me­tri di stoffa di jeans) avrebbe legato le case e i loro abi­tanti uno a uno fino ad arri­vare alla mon­ta­gna. Per rea­liz­zare l’impresa, biso­gnava par­lare con le per­sone e con­vin­cerle a supe­rare anti­chis­simi ran­cori, ini­mi­ci­zie radi­cate negli anni. Lei ci riu­scì, inven­tando un lin­guag­gio del nastro: sarebbe pas­sato dritto dove le fami­glie non si par­la­vano, anno­dato dove vi fosse con­di­vi­sione di affetti, con un pane da festa appeso se vi fosse amore. Nes­suno, affac­cian­dosi fra quelle rocce sarde, lassù, dimen­ticò più quella gior­nata spe­ciale che finì con balli e canti a notte fonda, venne fil­mata da Tonino Casula e rimase impressa nella pel­li­cola di Piero Berengo Gardin.

Dalle trame alle mappe

Ricu­cire il mondo – le tre ras­se­gne in omag­gio all’artista che impe­gnano la sede del Palazzo di Città a Cagliari, il Museo Man di Nuoro e Ulas­sai – rap­pre­sen­tano un per­corso espo­si­tivo che rispetta, con­cet­tual­mente, quel «legarsi» l’uno all’altro voluto for­te­mente da Maria Lai. Sono tappe di una retro­spet­tiva (visi­ta­bili fino al 2 novem­bre pros­simo) che costrin­gono a uno spo­sta­mento reale, a un pel­le­gri­nag­gio laico, chia­mando lo spet­ta­tore a un’attiva par­te­ci­pa­zione. Lo immer­gono in una mol­te­pli­cità di uni­versi – let­te­rari, poe­tici, infan­tili, fia­be­schi, tea­trali, geo­gra­fici, cosmici – e non è così scon­tato che alla fine ne esca fuori, «a rive­der le stelle». Potrebbe rima­nere impi­gliato nei telai che dis­se­mi­nano trame, nelle mappe che fanno sva­nire i con­fini degli stati, nelle lava­gne con le scritte lavate dall’acqua del mare, fra le pagine di leg­gende d’amore e morte, fino a per­dersi in nostal­gie lan­ci­nanti in quel «cimi­tero di bam­bini», distesa di ex voto rea­liz­zati con il pane, rito con­so­la­to­rio in onore di chi non c’è più e insieme il riat­ti­varsi di una tra­di­zione arcaica. Una ragna­tela è anche quella che avvolge le sedi stesse e alcune opere, un’installazione ideata dall’artista Clau­dia Losi con lo sti­li­sta Anto­nio Mar­ras.
Con più di tre­cento opere – repe­rite fra col­le­zioni pub­bli­che e pri­vate – e un numero assai mag­giore in corso di cata­lo­ga­zione, si va a com­porre un mosaico crea­tivo che pre­ce­den­te­mente lamen­tava molti pezzi man­canti. Oggi, come ha spie­gato Bar­bara Casa­vec­chia, cura­trice insieme al diret­tore del Man Lorenzo Giu­sti della mostra di Nuoro, l’attività tea­trale e didat­tica dell’artista ha ritro­vato alcuni «fili» dispersi e com­ple­tato la sua nar­ra­zione (pure con un breve video di ani­ma­zione che Lai aveva rea­liz­zato con i pic­coli stu­denti).
Così se a Cagliari, sotto la cura di Anna Maria Mon­taldo (diret­trice dei Musei Civici), va in scena la prima parte di una pro­du­zione ric­chis­sima – dagli anni Qua­ranta agli anni Ottanta, com­preso un cor­pus di dise­gni sor­pren­dente per la moder­nità di un segno che non con­cede nulla al décor e che nel suo mini­ma­li­smo costrut­ti­vi­sta molto ricorda quello delle avan­guar­die russe – a Nuoro invece ci si lascia cul­lare dall’affabulazione magica dei libri «scu­citi», dai vario­pinti varani pronti a pro­iet­tare ombre calei­do­sco­pi­che sulle fine­stre, dalle scrit­ture per ini­ziati, dal gioco dell’oca e da quello delle carte, da oggetti banali rivi­si­tati attra­verso la manua­lità ludica dell’artista (che spesso lavo­rava con la sorella e la nipote Maria Sofia Pisu, «men­tre cuci­vamo, dove­vamo pen­sare che sta­vamo scri­vendo a qualcuno»).

Il ritmo della poesia

Qui e lì, a Cagliari e a Nuoro, ma anche nel lava­toio di Ulas­sai, sfi­lano i grandi telai, seguiti dalle mera­vi­gliose geo­gra­fie, mondi da esplo­rare libe­ra­mente, che intrec­ciano terra e cielo, astri e sassi. Ovun­que, in tutte le sedi espo­si­tive, aleg­giano le sue figure di rife­ri­mento, affet­tive e intel­let­tuali, quelle a cui rimase legata per l’intera esi­stenza: Sal­va­tore Cam­bosu, ritratto più volte, mae­stro e poeta che le inse­gnò a leg­gere le parole attra­verso il ritmo («il mio sogno è che all’ingresso di ogni museo e scuola possa esserci la scritta ‘non importa se non capi­sci, segui il ritmo’», dirà Lai anni dopo), la spinse a ripar­tire dalla Sar­de­gna, dopo la guerra, quando ormai i viaggi di istru­zione erano alle sue spalle e tutto le sem­brava per­duto; e il vicino di casa e sodale, lo scrit­tore Giu­seppe Dessì, che la rim­pro­ve­rava per­ché «faceva sca­ra­boc­chi», men­tre in realtà la appog­giò incon­di­zio­na­ta­mente e col­la­borò con lei, con alle­gria e eru­di­zione.
L’oralità e la scrit­tura sono le due stelle polari che hanno gui­dato l’arte di Maria Lai («da pic­cola, guar­davo mia nonna che ram­men­dava len­zuola, a me sem­bra­vano scrit­ture e quando lei mi chie­deva scher­zo­sa­mente di leg­gerle, io inven­tavo sto­rie»). Il punto di sal­da­tura è nel gioco e quando avviene il mira­colo, scen­dono in campo temi ance­strali, remi­ni­scenze jun­ghiane e let­ture pro­fonde. Per­ché, a distanza di un anno dalla sua scom­parsa (Maria Lai se n’è andata a 93 anni nell’aprile del 2013), si può tran­quil­la­mente sca­vare nel suo alfa­beto ori­gi­nale e sco­prire, una volta per tutte, che in lei non c’era nulla di naïf. L’ossatura intel­let­tuale di Maria Lai era robu­stis­sima, nutrita anno dopo anno con fre­quen­ta­zioni di let­te­rati, archi­tetti, arti­sti e, per­ché no, bam­bini.
Anche la «pre­i­sto­ri­cità» delle figure prese in pre­stito dalla sua terra, era un lascito «avver­tito», un’eredità for­tu­nata. Bastava saperla cogliere per il verso giusto.

 

(il manifesto, 16 luglio 2014)

Da “il Manifesto” del 31  agosto 2014

I fili scuciti del mondo

di Arianna Di Genova

Mostre. Una retrospettiva dedicata a Maria Lai, al Palazzo della Città di Cagliari, al museo Man di Nuoro e alla Stazione dell’arte di Ulassai. Un viaggio fra antiche leggende, fate, scritture ancestrali e geografie mobili.

Da bam­bina, Maria Lai aveva impa­rato a cam­mi­nare sospesa nel vuoto insieme a un gruppo di zin­gari acro­bati che si erano fer­mati nel paese dove viveva per lun­ghi periodi con gli zii. Soli­ta­ria, non fre­quen­tava le ele­men­tari, pas­sava i pome­riggi a dise­gnare col car­bone. Fino al giorno in cui arri­va­rono i gitani. Le pia­ceva molto vol­teg­giare guar­dando il cielo terso della sua terra, tanto che quando i gio­co­lieri deci­sero di par­tire, lei si unì a loro, accuc­cian­dosi den­tro il car­roz­zone che andava via.
Fu quella solo la prima delle sue fughe: nel corso della vita ne segui­rono molte altre per­ché, diceva, biso­gna sem­pre man­te­nere la giu­sta distanza dagli altri per rima­nere se stessi («niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo»). È una disci­plina quella della distanza da eser­ci­tare quo­ti­dia­na­mente, senza distra­zioni, soprat­tutto se si è donna, nata nei primi decenni del secolo scorso (1919), con il dèmone della curio­sità che ti bru­cia den­tro, in un paese aspro come la Sar­de­gna, terra ata­vica di pastori e tes­si­trici, luogo un po’ magico dove le janas, le fate delle grotte, aiu­tano a costruire le trame delle cuci­ture di tap­peti e di stoffe con il loro ordito che mescola rigore geo­me­trico e libera imma­gi­na­zione. Un luogo dove le caprette pasco­la­vano iner­pi­can­dosi per sen­tieri roc­ciosi e adesso — gra­zie a Maria Lai — cam­mi­nano com­po­ste in fila indiana, «cucite» con il ferro lungo le mura di cemento che con­ten­gono il ter­reno franoso.

Nel paese delle janas

«Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di pre­ci­pizi», rac­con­tava diver­tita nelle inter­vi­ste. Eppure quell’immagine di estrema sem­pli­cità non la disturbò mai; anzi, la fece sua, ne estrasse il net­tare sim­bo­lico («è la fan­ta­sia»), la ripro­dusse con alcuni segni essen­ziali — un ret­tan­golo e un trian­golo — in cui la lezione di un mae­stro ruvido e per nulla inco­rag­giante come Arturo Mar­tini, seguito per tre anni a Vene­zia, non venne mai meno. Poi, la portò ovun­que ce ne fosse biso­gno e ne regalò il copy­right alle donne tes­si­trici così che la potes­sero far rivi­vere ogni giorno nei loro ricami. L’ha dise­gnata anche sul dorso della mon­ta­gna, ma quella capretta bianca ha una per­so­na­lità par­ti­co­lare, viene da sto­rie lon­tane, è roto­lata nelle parole dello scrit­tore amico Giu­seppe Dessì e poi si è rimo­del­lata fra le sue mani.
A Ulas­sai, lì dove un tempo c’era la sta­zione del treno e oggi c’è un pic­colo museo per l’arte, tira un gran vento che scom­pi­glia le fronde degli alberi e fa ondeg­giare la scul­tura dedi­cata a Anto­nio Gram­sci. Maria Lai volle lasciare un suo con­tri­buto dedi­cato allo scrit­tore fia­be­sco che dal car­cere man­dava let­tere a Giu­lia per­ché leg­gesse la sto­ria della mon­ta­gna e del topo­lino al figlio Delio, costretto a cre­scere con il padre lon­tano: una grande strut­tura in ferro, fili­forme e nodosa, come fili­forme e nodoso era il corpo dell’artista, al cui ver­tice tro­viamo arram­pi­cati due bam­bini. Dovranno pian­tare un albero per far pla­care la natura ed evi­tare frane rovi­nose. E pro­prio lì, nel suo luogo natìo, in quel borgo abbar­bi­cato in mezzo a una gola, dove il dio del vento non smet­teva mai di sof­fiare e dove la comu­nità viveva sem­pre sotto la minac­cia di tem­po­rali cata­stro­fici, Lai ha agito come una jana, una fata: ha rega­lato quella visio­na­ria per­for­mance col­let­tiva, Legarsi alla mon­ta­gna (1981), donando una nuova ripar­tenza a tutti, ad anziani e bam­bini, scac­ciando i fan­ta­smi del pas­sato.
La leg­genda rac­conta di una bam­bina che, come Cap­puc­cetto Rosso, era stata man­data a por­tare il pane ai pastori. Di fronte all’avvicinarsi di un brutto tem­po­rale, que­sti si erano rifu­giati nelle grotte con il gregge. A un certo punto, la pic­cola vide un nastro cele­ste attra­ver­sare il cielo e presa da stu­pore, lo seguì cor­rendo. I pastori non ne vol­lero sapere di abban­do­nare il loro rifu­gio e quando la parete della mon­ta­gna venne giù, rima­sero sepolti fra i sassi. Il nastro, con la sua bel­lezza effi­mera, pro­prio come l’arte, aveva indi­cato una dire­zione di sal­vezza.
Maria Lai, chia­mata per dise­gnare un monu­mento ai caduti, rifiutò la com­mis­sione pub­blica e pro­pose invece la sua azione: un nastro (26 chi­lo­me­tri di stoffa di jeans) avrebbe legato le case e i loro abi­tanti uno a uno fino ad arri­vare alla mon­ta­gna. Per rea­liz­zare l’impresa, biso­gnava par­lare con le per­sone e con­vin­cerle a supe­rare anti­chis­simi ran­cori, ini­mi­ci­zie radi­cate negli anni. Lei ci riu­scì, inven­tando un lin­guag­gio del nastro: sarebbe pas­sato dritto dove le fami­glie non si par­la­vano, anno­dato dove vi fosse con­di­vi­sione di affetti, con un pane da festa appeso se vi fosse amore. Nes­suno, affac­cian­dosi fra quelle rocce sarde, lassù, dimen­ticò più quella gior­nata spe­ciale che finì con balli e canti a notte fonda, venne fil­mata da Tonino Casula e rimase impressa nella pel­li­cola di Piero Berengo Gardin.

Dalle trame alle mappe

Ricu­cire il mondo — le tre ras­se­gne in omag­gio all’artista che impe­gnano la sede del Palazzo di Città a Cagliari, il Museo Man di Nuoro e Ulas­sai — rap­pre­sen­tano un per­corso espo­si­tivo che rispetta, con­cet­tual­mente, quel «legarsi» l’uno all’altro voluto for­te­mente da Maria Lai. Sono tappe di una retro­spet­tiva (visi­ta­bili fino al 2 novem­bre pros­simo) che costrin­gono a uno spo­sta­mento reale, a un pel­le­gri­nag­gio laico, chia­mando lo spet­ta­tore a una attiva par­te­ci­pa­zione. Lo immer­gono in una mol­te­pli­cità di uni­versi — let­te­rari, poe­tici, infan­tili, fia­be­schi, tea­trali, geo­gra­fici, cosmici — e non è così scon­tato che alla fine ne esca fuori, «a rive­der le stelle». Potrebbe rima­nere impi­gliato nei telai che dis­se­mi­nano trame, nelle mappe che fanno sva­nire i con­fini degli stati, nelle lava­gne con le scritte lavate dall’acqua del mare, fra le pagine di leg­gende d’amore e morte, fino a per­dersi in nostal­gie lan­ci­nanti in quel «cimi­tero di bam­bini», distesa di ex voto rea­liz­zati con il pane, rito con­so­la­to­rio in onore di chi non c’è più e insieme il riat­ti­varsi di una tra­di­zione arcaica. Una ragna­tela è anche quella che avvolge le sedi stesse e alcune opere, un’installazione ideata dall’artista Clau­dia Losi con lo sti­li­sta Anto­nio Mar­ras.
Con più di tre­cento opere — repe­rite fra col­le­zioni pub­bli­che e pri­vate — e un numero assai mag­giore in corso di cata­lo­ga­zione, si va a com­porre un mosaico crea­tivo che pre­ce­den­te­mente lamen­tava molti pezzi man­canti. Oggi, come ha spie­gato Bar­bara Casa­vec­chia, cura­trice insieme al diret­tore del Man Lorenzo Giu­sti della mostra di Nuoro, l’attività tea­trale e didat­tica dell’artista ha ritro­vato alcuni «fili» dispersi e com­ple­tato la sua nar­ra­zione (pure con un breve video di ani­ma­zione che Lai aveva rea­liz­zato con i pic­coli stu­denti).
Così se a Cagliari, sotto la cura di Anna Maria Mon­taldo (diret­trice dei Musei Civici), va in scena la prima parte di una pro­du­zione ric­chis­sima — dagli anni Qua­ranta agli anni Ottanta, com­preso un cor­pus di dise­gni sor­pren­dente per la moder­nità di un segno che non con­cede nulla al décor e che nel suo mini­ma­li­smo costrut­ti­vi­sta molto ricorda quello delle avan­guar­die russe — a Nuoro invece ci si lascia cul­lare dall’affabulazione magica dei libri «scu­citi», dai vario­pinti varani pronti a pro­iet­tare ombre calei­do­sco­pi­che sulle fine­stre, dalle scrit­ture per ini­ziati, dal gioco dell’oca e da quello delle carte, da oggetti banali rivi­si­tati attra­verso la manua­lità ludica dell’artista (che spesso lavo­rava con la sorella e la nipote Maria Sofia Pisu, «men­tre cuci­vamo, dove­vamo pen­sare che sta­vamo scri­vendo a qualcuno»).

Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe

di Mariella Pasinati
in Artiste, Letterate Magazine, LM Home |

da Alias “il Manifesto” domenica 20 luglio 2014

di Fausta Garavini

Un misterioso pittore francese del Seicento, nell’ultimo romanzo di Fausta Garavini. Coloriture d’epoca della lingua, stile lucido e aereo, senso di rovina… L’orizzonte letterario è quello dell’amica maestra Anna Banti ma il libro insegue altri rovelli creativi

A subirne il fascino sem­bra sia stato per primo tra i con­tem­po­ra­nei André Bre­ton, che affian­can­dolo a «geni» come Gior­gio de Chi­rico e Gustave Moreau sug­ge­riva in L’arte magica di inter­pre­tare le sue «ricer­che for­mali» secondo «certe cor­re­zioni dell’angolo visivo subite dall’ottica moderna», piut­to­sto che attri­buirle al sem­plice «capric­cio o al desi­de­rio di stra­nezza». Appas­sio­nato col­le­zio­ni­sta dei suoi qua­dri, con quelli di Bar­to­lo­meo Sche­doni e Michiel Sweerts, sarà in epoca più pros­sima il Bruno Sarac­cini delle Mosche del capi­tale, in cui Paolo Vol­poni lo descrive «pit­tore bianco e allu­ci­nato di edi­fici e di piazze in rovina e di fiam­meg­gianti mar­tiri». Sfi­dando l’anatema lan­ciato da Roberto Lon­ghi negli anni cin­quanta, un «arruf­fone pre-surrealista» lo liquidò con per­fi­dia, al miste­rioso, per­tur­bante Fra­nçois de Nomé dedica ora il suo sesto romanzo Fau­sta Garavini. Chi sia que­sto «pit­tore di archi­tet­ture fan­ta­sti­che squas­sate da silen­ziosi cata­cli­smi», quali i dati certi nella bio­gra­fia del mae­stro sei­cen­te­sco nativo di Metz e a lungo con­fuso sotto uno stesso nome con il con­ter­ra­neo Didier Barra, l’autrice lo spiega nelle poche righe di avver­tenza pre­messe in Le vite di Monsù Desi­de­rio (Bom­piani, pp. 317, euro 22,00) alla nar­ra­zione vera e pro­pria: anzi, quasi a met­tere sul tavolo le pro­prie carte, vi tra­scrive per intero il breve docu­mento in cui sono con­te­nute le sole noti­zie atten­di­bili sulla sua vicenda. Si tratta di una scelta sin­to­ma­tica, poi­ché rive­lando subito al let­tore gli unici ele­menti sicuri su cui ha potuto lavo­rare (l’età appros­si­ma­tiva in cui Fra­nçois lasciò Metz per Roma e quella in cui lasciò poi Roma per Napoli, la morte del padre ante­ce­dente la par­tenza per l’Italia, i nomi della madre e della moglie e del mae­stro romano di cui fu a bot­tega), Fau­sta Gara­vini cer­ti­fica la realtà cor­po­rea del suo pro­ta­go­ni­sta ma insieme riven­dica per sé la neces­sità deci­siva di inven­tare. E come inven­tare la sto­ria di un pit­tore se non affi­dan­dosi ai suoi qua­dri? Que­sta la sfida teme­ra­ria cui allude anche l’insolito, enig­ma­tico plu­rale adot­tato dal titolo. Rac­chiuso tra un pro­logo e un epi­logo sal­dati in sequenza cir­co­lare, con­dotto in terza per­sona, il romanzo è prov­vi­sto di una strut­tura fer­rea: quat­tro parti scan­dite dalla sim­me­tria geo­gra­fica dei due viaggi cono­sciuti di Fra­nçois e delle due città ita­liane in cui abitò. Con spa­valda, incan­te­vole mae­stria l’autrice affre­sca die­tro il suo pit­tore pae­saggi e strade e per­sone, ne affolla l’esistenza di incon­tri, trat­teg­gia per lui una quo­ti­dia­nità ricca di colori e di affetti, gli regala insomma una vita vera. Die­tro il tempo este­riore dei fatti flui­sce però scom­pa­gi­nan­dolo una seconda e più clan­de­stina e per Gara­vini senza dub­bio più vera vita dell’artista. «Non sono in grado di spin­germi oltre su que­sta trac­cia, di scio­gliere il tes­suto di rebus che sor­regge que­ste scene invase d’irrealtà, que­sti sogni pie­tri­fi­cati», dichia­rava la scrit­trice in un sag­gio dedi­cato nel 2006 a Fra­nçois de Nomé su «Para­gone», certa tut­ta­via che quella «pit­tura di sin­go­la­rità stu­pe­fa­cente» esprima «qual­cosa che non viene detto altrove da nes­suna parte, né in un altro secolo né in un altro paese». È con esat­tezza chi­rur­gica que­sto «qual­cosa» che il romanzo inse­gue per inchio­darlo al suo significato. Pro­ta­go­ni­sta malin­co­nico e sen­si­bile, Fran­ce­sco diventa nel libro un pit­tore che pensa, non un uomo di mestiere ma un arti­sta tor­men­tato dagli arcani que­siti del pro­prio lavoro, dalla ricerca di un altrove che solo la pit­tura gli con­sente di rag­giun­gere. Fau­sta Gara­vini esplora i suoi qua­dri inter­pre­tan­done il vistoso sim­bo­li­smo in chiave erme­tica, ricon­duce il mistero in appa­renza inspie­ga­bile delle sue figu­ra­zioni alle cor­renti magi­che da cui fu attra­ver­sato il secolo vio­lento e fosco che ebbe in sorte di abi­tare. Addi­rit­tura deci­fra un’iscrizione abrasa nell’edificio peri­co­lante rap­pre­sen­tato su una tela indi­can­dovi un chiaro mes­sag­gio con­tro la tiran­nide. Incubi, visioni, sogni a occhi aperti: mobile e lus­su­reg­giante, la vita inte­riore di Monsù Desi­de­rio pal­pita sulla pagina intrec­cian­dosi alla sua più lineare vicenda quo­ti­diana, ne rischiara l’opera acqui­stan­done spes­sore e luce. I rovelli di Fran­ce­sco, le sue fan­ta­sma­go­ri­che osses­sioni non appar­ten­gono però solo al suo tempo né alla sua pittura. «Cosa speri get­tando lo scan­da­glio nel buio di que­ste anime? Da bam­bina, chia­ma­vano me per ripe­scare col graf­fio la brocca caduta nel pozzo. Ci vuole una bugiarda, diceva Finaia, il colono. La verità, lo sai, è come un oggetto in un pozzo senza fondo che non si rie­sce mai a por­tare a galla. Il graf­fio della bugiarda farà emer­gere solo la chi­mera che c’illude: non ci è dato cono­scere ciò che un’anima inquieta può rac­chiu­dere nel pozzo del suo segreto inson­da­bile», ammo­niva la nar­ra­trice di Diletta Costanza (1996) par­lando con se stessa. È mera­vi­glio­sa­mente com­patto, gre­mito di echi il mondo poe­tico che Fau­sta Gara­vini ha costruito negli anni con i suoi romanzi: la nostal­gia del pas­sato insieme al disa­gio per un pre­sente ino­spi­tale, il sen­ti­mento fatale di rovina, la con­vi­venza di epo­che diverse e il dia­logo sot­ter­ra­neo con i morti, lo scam­bio ine­sau­sto tra imma­gi­na­zione e realtà sono i temi che sem­pre più esatti ne inner­vano le pagine fino a popo­lare le notti tra­va­gliate del pit­tore di Metz. Né ha senso distin­guere tra nar­ra­zioni nella sto­ria e rac­conti in veste con­tem­po­ra­nea, se il per­so­nag­gio più vicino al cuore di Fran­ce­sco si direbbe nel suo feb­bri­ci­tante mono­lo­gare il pro­ta­go­ni­sta dell’onirico Dia­rio delle soli­tu­dini (2011), il foto­re­por­ter per cui «tutto è mes­sin­scena» e ogni imma­gine costi­tui­sce «un’analogia del mondo, non una rap­pre­sen­ta­zione». Parole che certo, oltre a Fran­ce­sco, sarebbe pronta a sot­to­scri­vere l’autrice. L’ha d’altra parte spie­gato Anna Banti che «pre­sente e pas­sato sono un istante da cat­tu­rare e strin­gere come una luc­ciola nella mano» e che «non ci rie­sce chi vuole». Appare dun­que allu­sivo che Fau­sta Gara­vini rivolga un omag­gio all’amica e mae­stra intro­du­cendo nell’ultima sequenza romana di Le vite di Monsù Desi­de­rio un pit­tore «col­le­rico e mane­sco» di nome Ago­stino, certo quel Tassi che giu­sto un anno dopo userà vio­lenza alla gio­vane Arte­mi­sia Gen­ti­le­schi. Nient’altro che un oriz­zonte let­te­ra­rio comune, una comune incli­na­zione figu­ra­tiva avvi­cina però ad Arte­mi­sia il romanzo di Fra­nçois de Nomé: l’autrice vi inse­gue rispo­ste diverse affron­tando diversi pro­blemi crea­tivi, padro­neg­gia un suo stile lucido e aereo, inventa una lin­gua in cui la colo­ri­tura sei­cen­te­sca non è capric­cio né calco ma indi­spen­sa­bile stru­mento nar­ra­tivo. Afferra la sua luc­ciola e sa tenerla stretta nel palmo.

di  Graziella Melania Geraci

I quadri dall’anima pop di Nadine Hammam raffigurano dei grandi corpi nudi, le donne-mucca di Shaimaa Sobhy sono legate da un filo rosso che le costringe e le stringe, mentre la mano che ne occlude la bocca rivela il divieto di parlare

Vio­lato, nasco­sto, mar­to­riato e desi­de­rato, il corpo della donna musul­mana e’ con­si­de­rato troppo spesso solo un oggetto. Par­larne e mostrarlo e’ un tabu’ inva­li­ca­bile soprat­tutto se a farlo sono pro­prio due donne, due arti­ste del Cairo: Nadine Ham­mam e Shai­maa Sobhy. A colpi di pen­nello le gio­vani dipin­gono la pro­pria rivo­lu­zione egi­ziana met­tendo a “nudo” il pro­blema fem­mi­nile. La loro arte e’ una rivo­lu­zione visiva che rac­conta quello che tutti sanno e non dicono sulla con­di­zione fem­mi­nile in Egitto. Entrambe par­tono dal corpo per rac­con­tare di una società miso­gina ed aggres­siva che educa la donna ad essere suc­cube, a vivere inca­sel­lata negli schemi maschi­li­sti men­tre il corpo diventa sem­plice oggetto di desiderio.

Nadine ha 35 anni, e’ sor­ri­dente e schietta, ha vis­suto all’estero e mostra gli usi e i costumi assi­mi­lati per­sino nell’arredamento della sua casa-studio. Nadine Ham­mam fuma sicura le sue siga­rette ma si adom­bra quando parla delle rea­zioni del potere costi­tuito per i suoi qua­dri. Ha espo­sto sotto Muba­rak senza grandi com­pli­ca­zioni, bastava non toc­care la reli­gione. Diverso e’ stato con I Fra­telli Musul­mani. E adesso? Si vedra’! La situa­zione attuale è ancora troppo ingarbugliata.

I suoi qua­dri dall’anima pop raf­fi­gu­rano dei grandi corpi nudi, silhouette di donne pro­vo­canti sulle quali appa­iono tal­volta delle scritte pun­genti e iro­ni­che con le con­se­guenti cri­ti­che alla cul­tura musul­mana. Ma que­sto stile e’ il punto di arrivo di un lungo per­corso ancora in iti­nere. Nadine e’ sem­pre stata alla ricerca di un lin­guag­gio che comu­ni­casse il disa­gio fem­mi­nile nell’opprimente mondo islamico.

Ini­zial­mente i suoi ritratti erano rea­li­stici, volti e corpi nudi di donne di dif­fe­renti classi sociali che posa­vano per lei, soste­nen­dola nella sua bat­ta­glia. Le nuove pro­ta­go­ni­ste, tra cui la stessa arti­sta, dalle posture sedu­centi, con lo sguardo ammic­cante e con il corpo deco­rato da pic­coli swaro­v­ski, erano sfac­cia­ta­mente in vetrina, erano pronte per essere comprate!

La pos­si­bi­lita’ di rico­no­scere le pro­ta­go­ni­ste dei qua­dri aveva susci­tato scal­pore ma forse aveva avuto mag­giore impatto la volonta’ espli­cita di abbat­tere le cate­go­rie sociali, di sca­val­care le bar­riere ser­ven­dosi pro­prio del tabu’ della rap­pre­sen­ta­zione del corpo. Nadine sente che e’ que­sto il vero pro­blema, il corpo della donna! L’artista svi­scera pro­vo­ca­to­ria­mente le frasi, le posture e il gioco ero­tico tra uomo e donna in dif­fe­renti serie pit­to­ri­che: la donna viene messa in ven­dita, viene defi­nita come un sem­plice con­te­ni­tore e ammo­ni­sce sui suoi sentimenti.

Que­sta scelta ha por­tato a Nadine non pochi equi­voci e peri­coli. Per la societa’ egi­ziana una donna che dipinge corpi nudi si dichiara espli­ci­ta­mente dispo­ni­bile e gli uomini si spin­ge­vano in avan­ces oscene, per­sino il padre di una sua amica non ebbe scru­poli a pro­porsi. Oggi Nadine ha paura, e’ piu’ attenta e non fa entrare nes­suno nell’atelier.

Dopo la rivo­lu­zione le aggres­sioni alle donne sono aumen­tate, l’artista si sen­tiva sotto con­trollo dei Fra­telli Musul­mani e l’ombra dei sala­fiti era sem­pre die­tro l’angolo. La sua arte ancora non si e’ con­fron­tata con il potere dei mili­tari ma la sua ultima mostra al Cairo ha avuto un tono diverso. L’analisi dei rap­porti tra uomo e donna ora appa­iono nei riflessi di uno spec­chio in fran­tumi. I suoi pezzi for­mano, come per un puzzle casuale, le frasi che scan­di­scono le rela­zioni amo­rose. Nadine con­ti­nua a dipin­gere corpi nudi, ma al momento ha messo da parte le pro­vo­ca­zioni in patria, pro­iet­tan­dosi verso il mer­cato estero nell’attesa di tempi migliori.

For­tu­na­ta­mente Nadine non e’ sola nella sua bat­ta­glia arti­stica per le donne, Shai­maa Sobhy con­dive con lei l’argomento vie­tato anche se con moda­lita’ differenti.

Shai­maa e’ timida ma decisa. Ha occhi grandi e pro­fondi, gli stessi occhi che hanno i suoi esseri Ibridi, meta’ donna meta’ ani­male, meta­fora della con­di­zione sociale e delle costri­zioni impo­ste alle egi­ziane sin da bam­bine. Ha stu­diato arte in Egitto e poi in Ger­ma­nia. In Europa si e’ con­fron­tata con un altro stile di vita ma soprat­tutto un con un altro tipo di arte. La pit­tura egi­ziana ha dimi­sti­chezza con la figura umana ma non certo con la rap­pre­sen­ta­zione del corpo, Shai­maa se ne serve e lo usa per rac­con­tare se stessa e le altre donne egi­ziane. Il suo lavoro si basa sul dop­pio, il lato sociale e il lato recon­dito. Cosi’ la parte ani­ma­le­sca dei suoi qua­dri mostra le pul­sioni intime, i desi­deri e le paure, ma anche le oppres­sioni educative.

La donna egi­ziana deve spo­sarsi e fare figli, e’ come un ani­male in cui pre­val­gono solo le mam­melle, per­che’ que­sto e’ il suo com­pito, ed e’ cosi’ che la dipinge Shai­maa. Le sue sono donne-mucca legate da un filo rosso che le costringe e le stringe, men­tre la mano che ne occlude la bocca rivela il divieto della parola. L’altalenarsi di posture e sim­boli rende i sog­getti e gli epi­sodi espli­ca­tivi dell’universo fem­mi­nile costretto anche ad armarsi ani­ma­le­sca­mente con le corna del bufalo o le unghie del gatto con­tro le aggres­sioni ses­suali. Que­sta evo­lu­zione sti­li­stica e’ stata una tappa obbli­ga­to­ria, prima degli Ibridi i rife­ri­menti di Shai­maa erano mag­gior­mente espli­citi, ma ora il mes­sag­gio e’ piu’ forte, rimane negli occhi come nella mente. Pros­si­ma­mente sara’ per una col­let­tiva al Palace of Arts del Cairo Opera House e suc­ces­si­va­mente, con una mostra per­so­nale, alla Misr Gal­lery per con­ti­nuare la sua rivo­lu­zione dipinta.

Alias 19.7.2014

da Porto Torres 24 online 14 luglio 2014

Per una delle figure femminili più importanti e affascinanti della storia dell´arte italiana della seconda metà del Novecento, si concretizza il progetto espositivo dei Musei Civici di Cagliari e del Museo Man di Nuoro. Le immagini della conferenza stampa di presentazione a Cagliari

CAGLIARI – “Ricucire il mondo” è il titolo della prima grande retrospettiva che racconta il percorso artistico e non solo di Maria Lai, una delle figure femminili più importanti e affascinanti della storia dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, si concretizza finalmente nel progetto espositivo dei Musei Civici di Cagliari e del Museo Man di Nuoro.

Il percorso espositivo a cui ha percorso parte anche lo stilista Antonio Marras, si articola in senso cronologico e tematico ed è strutturato in tre diverse sedi: il Palazzo di Città di Cagliari, il Museo Man di Nuoro, e il paese di Ulassai dove è nata l’artista. Dal 10 luglio al 2 novembre 2014 il Palazzo di Città di Cagliari ospita la prima parte del progetto curato da Anna Maria Montaldo, direttrice dei Musei Civici. Nel capoluogo sardo il percorso avrà come protagonista la Maria Lai dagli anni Quaranta alla metà degli anni Ottanta. Disegni, realizzati a penna o a matita, con i primi ritratti dedicati ai familiari, alle tempere dedicate al lavoro al femminile, alla ricca produzione ispirata alla tessitura (lavagne, libri cuciti, geografie), fino ai Paesaggi, le Terrecotte, i Pani, i Presepi, e i Telai degli anni Settanta, tema centrale nella produzione dell’artista. Ci sarà anche il celebre video della performance collettiva “Legarsi alla montagna”, realizzata a Ulassai nel 1981, un lavoro chiave nello sviluppo dei linguaggi. Elemento quest’ultimo considerato come elemento unificante delle tre sedi del progetto.

A Nuoro, il Museo Man ospita dall’11 luglio al 12 ottobre 2014 la seconda parte della mostra curata dal direttore Lorenzo Giusti e Barbara Casavecchia: inaugurazione l’11 luglio alle 19,00. Qui si potrà vedere tutta la parte delle opere di Maria Lai successiva ai primi anni Ottanta. Un periodo fervido di ricerca in ambito performativo, teatrale, relazionale e pubblico; tra le suo opere, i materiali documentari, foto e video, saranno presentati anche alcuni dei suoi principali interventi ambientali, come “La disfatti dei varani” e “Essere è Tessere”, e ancora interviste e filmati di archivio.

A Ulassai, la terza sede del progetto, che sarà inaugurato il 12 luglio e si potrà vedere fino al 2 novembre 2014. “Una stazione per l’arte” è il titolo che vide già qualche anno fa, nel 2006, nella cittadina di origine di Maria Lai una mostra a lei dedicata. Qui il coordinamento è di Cristiana Giglio, direttore della Stazione dell’Arte. Due gli spazi di visita: l’antica stazione ferroviaria, oggi sede del museo dedicato a Maria Lai, dove le sale saranno riallestite, come nel progetto originale ideato dalla stessa Lai, con lo spazio dedicato alle carte geografiche, un altro dedicato ai maestri Salvatore Cambosu, Giuseppe Dessì, Arturo Martini, ed un altro con l’installazione Invito a tavola. Anche qui ci saranno gli interventi ambientali realizzati a partire dagli anni Ottanta.

Dal più piccolo al più grande. I mosaici di Maria Grazia Brunetti

di Gianna Candolo
in Letterate Magazine, LM Home, Parole/Visioni

per le foto

Il piccolo libretto narra le vicende di un tragitto di un’artista, Maria Grazia Brunetti,( sito dedicato a Maria Grazia Brunetti) descritto dall’amica che ha condiviso con lei il percorso della vita di donna e di artista. È contemporaneamente  un veloce attraversamento degli anni Settanta attraverso la narrazione delle vite di donne che si stavano mettendo in movimento, rivoluzionando le loro vite personali nell’incontro con le altre, e, attraverso un percorso comune, trasformavano le relazioni con gli uomini, con il lavoro e con loro stesse.

Questo libretto è sia un omaggio a un’artista misconosciuta sia un ricordo degli anni aurorali del femminismo quando  iniziavano i gruppi di autocoscienza, le convivenze in un’allegra, almeno agli inizi, mescolanza di vita, progetti, amori che nascevano e rompevano; insieme a queste esperienze di vita vissuta cominciavano i tagli con l’ordine simbolico e sociale in cui erano state fino ad allora  collocate le donne.

Il libro è la storia condensata  e preziosa dell’amicizia tra due donne profondamente diverse, nel carattere, scelte di vita, rapporto con la realtà sociale e familiare, ma unite dell’amore per sé, per l’altra e per l’arte.rapporto con la realtà sociale e familiare, ma unite dell’amore per sé, per l’altra e per l’arte.

 

Attraverso la vita della scultrice, Maria Grazia Brunetti, l’autrice Anna Zoli ci porta nella sua stanza segreta di poeta che solo dopo molto tempo e molta vita ri-scopre ciò che era sempre stato lì: l’amore per la parola, in particolare quella poetica. Dall’incontro con la scultrice un’altra artista trova la forza per riprendere e portare alla luce anche la sua creatività. Nella biografia di una si scorgono sottotraccia le biografie di molte. L’attenzione alla narrazione porta l’Autrice a mescolare in modo sapiente e preciso le traiettorie artistiche di entrambe con le rotture, le pause e la ri-costruzione che caratterizzano ogni vita e ogni arte.

L’Autrice comincia a pensare di scrivere qualcosa sulla vita e il percorso artistico dell’amica scultrice di mosaico durante un viaggio di ritorno dall’altra parte del mondo, dove si era recata in visita alla figlia che ha scelto di vivere in Australia. Durante la sua permanenza viene raggiunta dalla notizia della morte dell’amica. Proprio in aereo, in quello spazio di passaggio tra un continente e l’altro, di sospensione dalla terra, concepisce l’idea del libro.

Una perdita, anzi due perdite, l’amica morta e la figlia lontana, sono l’origine del testo  e  della volontà di Anna Zoli  di lasciare traccia della storia delle loro due vite  intrecciate, le opere dell’una e dell’altra parlano da sé. È importante la narrazione del percorso che ha reso possibile la protezione e la crescita della scrittura e  della scultura per le due donne che si sono incontrate da giovanissime in una piccola città di provincia, Faenza, e non si sono più perse di vista.

L’Autrice  riconosce all’amica la forza di riprendere il cammino quando si presenta l’occasione propizia ma rende omaggio anche alla perseveranza che permetterà a lei, più tardi, di dare valore alla sua produzione poetica, togliendo dal cassetto le sue poesie

Questo libretto è anche un pezzo della mia storia: ho incontrato Graziella, così era per noi tutte, in quel luogo che lei scherzosamente chiamava “Il 101 delle nostre amiche femministe”. Una strada della vecchia Bologna, un grande appartamento sempre popolato di persone che andavano e venivano, un grande terrazzo sui tetti. E lì ho incontrato Annazoli, come la chiamo per individuarla tra le Anne che hanno attraversato la mia vita. La casa era quella di Donatella Franchi, artista, in quel tempo travestita da insegnante di inglese.sgargianti, massa di capelli biondo-rossi arruffati, zatteroni e pantaloni a zampa di elefante; io giovane studentessa guardavo con curiosità e attrazione quella signora svagata che mostrava anche il lato “forza della natura”. La sua voce squillante, “non cresciuta”, la chiama Annazoli, ricordava come in altri suoi atteggiamenti un che di bambinesco, non di infantile, lo sguardo dei bambini che guardano il mondo per la prima volta.

Ricordo suoi racconti di disorientamento, sul perdere l’uscita dall’autostrada, e si trovava poi in un’altra città.  Un disorientamento che era anche ricerca di un nuovo percorso, come è stata la sua vita, molti sentieri  tortuosi o interrotti e ripresi, e la sua arte, una continua ricerca di contaminazione di forme. La sua mancanza di orientamento, una certa svagatezza nella vita quotidiana, la si può avvicinare per contrasto alla precisione con cui seguiva le sue attività che portavano dal caos alla forma, attraverso uno stile che poteva sembrare disordinato e invece rispondeva a un ordine interiore decisamente scandito.

Graziella rompe con l’ordine di una famiglia borghese che non la voleva artista e lotta per conquistare il suo spazio in un mondo in cui le donne erano previste solo come aiutanti e non dotate di una propria creatività. Sceglie il mosaico. Scelta simbolica non casuale. Si tratta di assemblare i più piccoli frammenti della materia per costruire forme, anche di grandi dimensioni; nella sua ricerca non si limiterà a un solo tipo di materiale per costruire le sue opere ma aggiungerà elementi fino a quel momento eterogenei, come stoffe, lane, materiali di recupero con una libertà che riflette il desiderio che in quegli anni ha animato molte donne, la nostra generazione, alla ricerca di altre forme di vita libera.

La Graziella conosciuta nel “covo dell’autocoscienza” si affianca all’artista e amica di una vita di Annazoli, un’artista assertiva, concentrata, competitiva che si impone a studenti e committenti tenendo ferma la barra del suo timone artistico.

Nel 1976 Graziella espone, con grande scandalo, alla biennale internazionale del mosaico a Ravenna l’opera che risente della scoperta della forza delle donne negli anni Settanta, un frammento è  la copertina del libro. L’opera ha come titolo “arborea donna libera aurea” noto anche come “la sfinge di Ravenna”. E’ un ritratto mosaicato di donna con grandi occhi obliqui,  una vagina e ai lati spirali di mosaico: il tutto con mosaico dorato che rispende alla luce creando un effetto di sensualità, di splendore e di forza dirompente. Un inno alla donna, ai suoi antichi occhi sapienti che interrogano e penetrano, al suo sesso cavo, alla spirali del  tempo che si avvolge su se stesso in una mescolanza di infinitamente nuovo e ripetuto. L’ esposizione del sesso da parte di un’artista donna fa scandalo: il fatto stesso di mostrare il sesso femminile è rivoluzionario soprattutto da parte di un artista donna che ne mostra forza e splendore dorato. Gli occhi della Sfinge rimandano alla sapienza penetrante della Donna-sfinge, che interroga e sa, la sua vulva è il grido delle donne che in quel periodo si stavano riappropriando di un corpo e di una sessualità differente che si stacca dall’immaginario maschile, mostravano la forza del loro sesso, non più “secondo”.

Graziella, oltre all’attività di scultrice, opere per edifici pubblici in Italia e all’estero e per collezioni private, svolge anche un’intensa attività di insegnamento e riporta l’arte dimenticata del mosaico a nuova vita attraverso la cattedra di mosaico a Firenze. Insegna ai suoi studenti a non aver paura di nessun materiale che può essere mescolato, trasformato per creare nuovi modi. Anche questa modalità creativa evoca la necessità ma anche la gioia delle donne che hanno plasmato, ricreato le loro vite partendo da situazioni ingessate e congelate della vita programmata da altri. La libertà di mescolare materiali ed esperienze eterogenee per creare nuovi percorsi di  vite e creatività è un lavoro all’ origine delle trasformazioni più autentiche.

L’amicizia delle due donne segue le vicissitudine della vita e dei percorsi creativi  disseminate di passività, paure, stanchezze, rotture mescolate all’esplosione di forza creativa. Narrando la vita di Graziella l’autrice si sofferma a meditare sul significato dell’ispirazione “un pezzetto in più di conoscenza, un frammento di realtà che sfugge alla concretezza della ragione”, e ancora “il significato del proprio lavoro infatti può rimanere oscuro per molto tempo, avviluppato nei veli dell’apparenza e svelarsi a volte all’improvviso in risvolti e angolature insospettate”.

In queste pagine la scrittura rimanda alla propria origine riscoperta nel pensare alla creatività dell’altra.

Il mosaico, che Graziella sceglie come forma della sua vena artistica, è mettere insieme il più piccolo per trasformarlo in grande: evoca la meditazione di Clarice Lispector su come l’infinitamente piccolo rischi di diventare invisibile proprio quando è lì sotto i nostri occhi e il compito dell’artista è rivelare l’invisibile. Con il piccolo bisogna saper togliere per mostrarlo nella sua grandezza. Questo paradosso dà il titolo al libro.

Graziella legge un libro di fisica delle particelle: “Il Tao della fisica” in cui è mostrato come l’infinitamente piccolo delle particelle atomiche si coniuga con l’infinitamente grande del cosmo. Per Annazoli la comprensione profonda, l’illuminazione di questo concetto non avviene nella lettura di un libro ma attraverso l’esperienza di una visione dell’opera di Graziella: il pavimento a mosaico del Palazzo della Ragione a Milano.  Annazoli descrive la sua esperienza di visione “una pioggia cosmica di linee che si intersecano, di macchie di sprazzi, di vortici, di traiettorie, in cui sembra che materiali e colori gravitano, scoppino, si disgreghino per poi ricomporsi in aggregazioni, diverse cangianti a seconda di chi li guarda”. Un’opera in cui prevale “la rappresentazioni cosmica dell’infinitamente grande e allo stesso tempo dell’infinitamente piccolo”

Anna Zoli attraverso la descrizione della sua visione dell’opera ci trasporta, con le parole, in quello spazio in cui l’illuminazione della spettatrice/lettrice rompe le barriere tra attività dell’artista/passività del fruitore e la sua visione diventa la nostra partecipazione all’esperienza, emozione, conoscenza che sono le ragioni dell’esistenza dell’arte, per accrescere la nostra esistenza che si muove alla ricerca della bellezza e della verità.

Anna Zoli, Il Tao del mosaico. Vite intrecciate, ed. Pendragon, Bologna  2013, euro 14

per le immagini http://www.societadelleletterate.it/2014/07/dal-piu-piccolo-al-piu-grande-i-mosaici-di-maria-grazia-brunetti/

 

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da “Il Manifesto” del 12 luglio 2014

— Manuela De Leonardis, NEW YORK, 10.7.2014

Arte. «Middle East Revealed», una mostra di fotografe dal Medioriente a New York, presso la galleria Howard Greenberg

Da una parte ci sono gli uomini, pro­prio come nei matri­moni arabi tra­di­zio­nali, dall’altra le donne. Truppe colo­niali inglesi, legione stra­niera, beduini e anche sene­ga­lesi della guar­ni­gione fran­cese sono ritratti dalla prima cor­ri­spon­dente di guerra della sto­ria, l’americana Mar­ga­ret Bourke-White (1904–1971) che è stata anche la prima donna foto­grafa di Life (sua anche la prima coper­tina del set­ti­ma­nale del 23 novem­bre 1936). Datate 1940, que­ste foto sono state scat­tate in uno sce­na­rio che è pre­va­len­te­mente quello del deserto siriano. Sette mesi dopo, gli Stati Uniti sareb­bero entrati in guerra con­tro la Ger­ma­nia nazi­sta e i suoi alleati. Esporre que­sto nucleo di vin­tage, pro­ve­niente dall’archivio di Life, nell’ambito della mostra The Middle East Revea­led: A Female Per­spec­tive alla Howard Green­berg Gal­lery di New York (fino al 30 ago­sto) è il punto di par­tenza per inter­cet­tare altre pos­si­bili rifles­sioni. Attra­ver­sati que­sti ultimi settant’anni di sto­ria, a par­lare — sta­volta — sono le donne. Non solo in quanto sog­getto, ma anche come attente osser­va­trici di una società quanto mai com­plessa come quella medio­rien­tale. Ma la yeme­nita Bou­shra Almu­ta­wa­kel, l’iraniana Shadi Gha­di­rian, la liba­nese Rania Matar e la sau­dita Reem Al Fai­sal ci mostrano anche aspetti meno pre­ve­di­bili. Lo fanno attra­verso lo stru­mento della foto­gra­fia che, come il video, è un’arte «nuova», con minori con­di­zio­na­menti e restri­zioni espres­sive. Ci si può lasciar andare alla tra­spo­si­zione lirica, come Reem Al Fai­sal (vive tra Jedda e Parigi) con le sue grandi foto in bianco e nero della Mecca. Il pel­le­gri­nag­gio (la serie Hajj) non è solo un dovere per ogni buon musul­mano, può rac­con­tare anche un momento di aggre­ga­zione. Seguendo la sua innata indole alla tra­du­zione meta­fo­rica, qui il bianco e nero dà voce alla cora­lità pul­sante. Una col­let­ti­vità fatta di indi­vi­dui — uomini e donne — come è ben con­sa­pe­vole la fotografa-principessa (il suo bisnonno era Re Abdul Aziz). Alle prese con gli oppo­sti — modernità/tradizione, pubblico/privato, sono le figure fem­mi­nili ritratte da Shadi Gha­di­rian (Tehe­ran, 1974) nelle note imma­gini sep­piate della serie Qajar (1998). Umo­ri­smo e iro­nia alleg­ge­ri­scono la pesan­tezza di un dato di fatto: essere donna in Iran vuol dire com­bat­tere per affer­mare i pro­pri diritti. Ma la vita va avanti, come afferma anche Bou­shra Almu­ta­wa­kel (Sana’a 1969) con la sua notis­sima serie foto­gra­fica Mother, Daughter, Doll (2010) che foca­lizza l’involuzione cul­tu­rale in corso nel suo paese. Spetta a Rania Matar (Bei­rut 1964, vive e lavora tra Boston e Bei­rut) il com­pito di sot­to­li­neare, invece, come non ci siano con­fini quando si parla di ado­le­scenza. A Girl and Her Room (2010–2013) intro­duce a situa­zioni ogget­ti­va­mente diverse, negli Stati Uniti e in Medio Oriente, di cui sono pro­ta­go­ni­ste delle tee­na­ger che, indi­pen­den­te­mente dalla geo­gra­fia e poli­tica, hanno gli stessi sogni e vulnerabilità.

Un’outsider trovarobe

Il polo di via Maroncelli si arricchisce da maggio di una nuova galleria, la Maroncelli 12, che si propone di esplorare aree dell’arte estranee a circuiti e tendenze dominanti e alle regole del mercato, prima fra tutte l’Outsider art o Art brut, cioè l’arte praticata da figure prive di una formazione regolare e spesso sofferenti di disagio mentale, che in questi linguaggi trovano un canale di espressività privilegiato. Apprezzata da tempo fuori d’Italia, l’Art brut è invece quasi assente in Italia. Per l’esordio è stata scelta Marie-Claire Guyot, nata a Parigi nel 1937 ma presto trasferita nel nostro Paese con il marito italiano, pur soggiornando spesso nella grande casa di famiglia in Borgogna, grembo e matrice del suo lavoro d’artista. Intitolata «L’opera segreta», la mostra, aperta dall’8 maggio al 4 luglio, ne presenta i dipinti (nella foto un esemplare) abitati da personaggi grotteschi, da occhi, bocche, ventri, denti o da animali chimerici, con cui esplora il suo universo di sofferenza, e le sculture fatte di assemblaggi di vecchi oggetti maniacalmente cercati nelle soffitte della casa in Francia.

(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

di Ad. M., da Il Giornale dell’Arte numero 342, maggio 2014
http://www.magazineart.net/mostre/marie-claire-guyot-l-opera-segreta.html

Considerazioni su alcune opere di Marie-Claire Guyot:

Vorrei cominciare da alcune operine leggere e sgranate di colori a pastello, come quelle di bambini impazienti che non ubbidiscono agli insegnanti di disegno.
Anche l’iconografia è quasi scolastica, con le tipiche stilizzazioni degli abitini a scacchi, dei capelli realizzati con segni brevi e frettolosi in tangenza sulle teste rotonde.
Ebbene queste operine sono in realtà trappole del pensiero, veri e propri trompe l’Oeil, dove inciampa la nostra prima sensazione di piacevolezza: infatti, a ben guardare, si tratta di una versione originalissima dell’antica figura della danza macabra.
Oltre al formato lungo e stretto, come le predelle d’altare o le tavole per i cassoni nuziali dove l’ abbiamo vista riprodotta in tante versioni, tutti ricordiamo come la danza macabra sia una composizione retorica che oscilla fra l’iconografia e la letteratura, dagli affreschi medioevali alle poesie di Baudelaire e Rilke.
Se le teorie di personaggi della Guyot a prima vista sembrano innocentemente ludiche – e questa è la trappola – qualcosa ci suggerisce da lontano che il ludico è costantemente abitato dall’idea della morte. L’infanzia, per la sua inclinazione ad accentuare l’istante; l’infanzia, per la sua parziale e incompleta acquisizione della parola; l’infanzia che vive il rischio e la sfrenatezza sul precipizio del futuro….l’infanzia sa e vede la morte nel presente.
Insomma, credo che in questo tipo di opere la Guyot proceda verso un tentativo di “presentazione” di qualcosa di indicibile (in-fans), utilizzando il ritmo, l’alternanza di tipologie e di pose.
Ma la danza macabra delle figurine della Guyot (bambine, macellaio, diavoli e madri crudeli) è costruita su una coreografia di battute e urla, spezzature e legami…..come in un lavoro di Pina Bausch. Alcune opere della Guyot sono così potenti da inabissarci fino al loro interno di tenebra: come quelle di Frida Kahlo, come quelle di Carol Rama…o come quelle di Nabila, un’artista che ha lavorato per molti anni nell’atelier di Silvana Crescini all’OPG di Castiglione delle Stiviere.
Anzi, voglio partire proprio dall’esperienza dell’egiziana Nabila che vedeva il mondo nei fondi di caffè, secondo una pratica divinatoria molto comune nei paesi medio-orientali.

Alcune opere della Guyot sono così potenti da inabissarci fino al loro interno di tenebra: come quelle di Frida Kahlo, come quelle di Carol Rama…o come quelle di Nabila, un’artista che ha lavorato per molti anni nell’atelier di Silvana Crescini all’OPG di Castiglione delle Stiviere.

Anzi, voglio partire proprio dall’esperienza dell’egiziana Nabila che vedeva il mondo nei fondi di caffè, secondo una pratica divinatoria molto comune nei paesi medio-orientali.

Dalle macchie di colore su un lenzuolo, il materiale povero che poteva fornirgli l’istituto, Nabila ha cominciato a

registrare una visionarietà in cui le forme si connettevano le une alle altre secondo incastri e relazioni su un fondo

fluido di vitalità trasfigurativa.

In queste opere della Guyot invece la fluidità è annullata dall’ossessione di un segno colorato fitto e asciutto, come

di matita o di gessetto; anche se la continuità è la stessa, viene però realizzata con forme a incastro, e sui contorni si

avverte la forzatura dei pezzi che vengono montati uno sull’altro o, quando la spinta della memoria è violenta, uno

nell’altro.

Duplicazioni e prolificazioni si generano dai buchi della coscienza; se consideriamo l’opera gialla e azzurra, notiamo che

dai buchi si accendono occhiate come proiettori dell’ insondabilità interiore, o piccoli esseri che si divincolano da una

immobilità coatta e subita: non si tratta di spazio ma di campo.

In questo campo di relazioni infatti le esperienze si affrontano come forze spesso conflittuali, in cui le bocche

diventano teste e le teste si dualizzano opponendosi (non è un caso che compaiano sulle due sezioni frontali

i segni + e -).

In modo enigmatico, ma ad alta densità di senso, le sopracciglia dichiarano nella dolcezza della loro curva: io sono

buona.

Lo psicodramma diventa invece totalmente oscuro nell’altra opera, piena di grumi di disaccordo, lacrime rosse , forme

duttili come materie plastiche che si attorcigliano fra dita grandi e senza mani.

Gli animali sono bellissimi e conturbanti: i due cani in basso piangono strazio dalla bocca e dallo sguardo che non vede;

un caprone occhieggia fra violenze strozzate; in alto, a siglare la qualità di colui che vede con chiarezza dolorosa il

mistero, una sottile lince gialla che fiammeggia sulla tesa del cappello.

La Guyot non conosce i toni sarcastici o le perversioni adescatrici del gusto: procede nel suo angoscioso e intrepido

scrutarsi dentro, immune da strategie di tendenza, di movimenti artistici o di mercato.

Conclusioni

Queste note sul lavoro della Guyot dovrebbero dimostrare con quanto interesse intendo procedere nello studio e

nella valorizzazione delle sue opere. Proprio per questo sono felice di poterne aver un discreto numero all’interno dei

depositi del MAImuseo.

Il deposito-donazione di opere al museo è stato favorito da Antonia Jacchia, che con questa mostra intende inaugurare

la nuova galleria Maroncelli 12.

Dopo la Biennale di Venezia, che ha avuto il merito di portare al centro dell’attenzione un argomento che mi sta a

cuore da molti anni, è quantomeno fisiologico che si assista ad una forsennata “corsa all’oro”: il mercato ha sempre

fame di novità e di concrete possibilità di investimento e mai come ora è necessaria prudenza e grande capacità di

selezione.

In questo senso il MAImuseo intende adottare criteri di rigore e di assoluta indipendenza dal sistema dell’arte con

cui pure mantiene un dialogo serrato: questi artisti hanno una qualità unica che non può essere contaminata, ma al

contrario esige difesa e rispetto.

La qualità di cui si parla è l’autenticità e la libertà da ogni suggerimento o emulazione da parte del gusto o delle

pratiche di moda: per questo motivo appoggio con entusiasmo il progetto di Antonia e la sua modalità di lavoro.

Ha trovato un’ artista, ha confrontato con me e con altri consulenti di fiducia i suoi criteri di scelta, ha proposto una

collaborazione fruttuosa e disinteressata fra istituzioni diverse.

E’ la premessa per un lavoro buono a cui auguro riuscita e soddisfazione.

Bianca Tosatti

Direttrice del MAImuseo, il Museo di Arte Irregolare di Sospiro (Cremona)

 

 

dal 1 al 12 luglio 2014

Seconda Mostra per Progetto Conflitto, all’Associazione Apriti Cielo!

http://www.apriti-cielo.it/seconda-mostra-progetto-conflitto/

Le opere esposte esprimono diverse forme di conflitto rappresentate con  immagini, poesie, fotografie.    di  Giuliana Bellini, Maria Cristina Deleo, Gian Rustione, Isabella Spatafora, Nadia Magnabosco, Lucrezia Ruggieri  Helene Gritsch, Clelia Mori, Rossella Roli, Mercedes Cuman.

Inagurazione della mostra accompagnata da Letture di testi scritti da Ada Celico e interpretati da Francesca Contini   Accompagnamento musicale di Giovanni Cannata

Finissage mostra con Donne di Parola. 

Donatella Massara e Laura Modini in Maggie dei santi, short play di Diuna Barnes, 1916 (20′) regia di Ombretta De Biase

La mostra si può visitare nei giorni mercoledì, giovedì, venerdi’ e sabato dalle ore 18 alle 20 , oppure su appuntamento telefonando al 3498682453

Associazione Apriti Cielo!

Via L. Spallanzani 16 -Milano – (Porta Venezia)

 

 

 

 

dal 23/6/2014 al 31/8/2014

Dal 24 giugno al 31 agosto 2014, il Museo Diocesano di Milano (corso di Porta Ticinese, 95) presenta la mostra “Transiti e incontri”, una retrospettiva sull’artista lombarda Gabriella Benedini dal 1984 al 2014. La mostra, a cura di Paolo Biscottini, è un percorso in nove sale che conduce il visitatore in un viaggio alla scoperta della ricerca artistica di Gabriella Benedini, che da cinquant’anni lavora a Milano sotto il segno della riservatezza.

“Transiti e incontri” è un percorso cronologico che conduce il visitatore in un vero e proprio viaggio attraverso i diversi momenti della ricerca dell’artista lombarda, segnato da 8 grandi installazioni che simboleggiano i temi conduttori del lavoro di Gabriella Benedini.

L’esposizione ha inizio con un grande lavoro che fa parte del ciclo I Teatri della Melanconia, indagine che all’inizio degli anni ottanta ha portato l’artista a interessarsi del significato profondo e mistico dell’alchimia. A questo segue l’interesse per il mondo del mito, concretizzato nell’evocazione della storia di Psiche, un modo per continuare il tema precedente: congiungere cioè il mondo terreno a quello divino, con la conseguente ascesa nel mondo degli dei. Ecco dunque la Porta del cielo, le Vele di Psiche e le Nozze di Psiche. A favorire ulteriori spostamenti e metamorfosi il tema del Viaggio, che è sintetizzato dalle Vele o Memorie del vento: tre grandi sculture verticali dalla forma concava che possono accogliere il vento o memorie di viaggi lontani. Ad esse si affiancano una grande opera rotonda, che allude a un mappamondo, intitolata L’Eco del mondo, e dodici piccole mappe fatte con antiche scritture.

Allo spazio si sostituisce la profondità del tempo, scandita da sette Metronomi, affiancati da un altro strumento di misurazione, l’Astrolabio, scultura di ferro e legno. L’apertura al mondo impalpabile della musica prende forma nella sala delle Arpe, sculture polimateriche di grandi dimensioni, cui si affiancano piccoli strumenti fantastici, ottenuti attraverso l’assemblaggio di materiali di recupero: la possibilità combinatoria è infinita e ogni risultato è una formula, sfuggita da un enorme ingranaggio. Tempo, musica, scrittura, tutto si mescola e confluisce nel dialogo di una Meridiana con le sculture pensili: Rimescolare il Tempo, L’ Arpa del Pittore e con i Libri, posati su leggii come fossero spartiti.

Completa la rassegna la proiezione di due film di artista, Diutop (Il giorno di utopia) e Il deserto, realizzati in super 8 negli anni Settanta.

Il catalogo, corredato da un ricco e suggestivo apparato iconografico, propone testi critici di Paolo Biscottini e di Paolo Bolpagni.

La mostra è realizzata con la collaborazione dell’Archivio Gabriella Benedini.
di Paolo Biscottini
Inaugurazione lunedì 23 giugno ore 19

di Alessandra Pigliaru

Marcella Campagnano è fotografa e femminista. Tuttavia, come ha recentemente ribadito a Paola Mattioli sulla rivista Via Dogana, la definizione di fotografa non si addice a ciò che effettivamente ha condotto in questi anni.

Cara Marcella, ciò che hai messo in scena è più la narrazione amorosa e radicale dell’esperienza femminista di quegli anni?

“Non sono una fotografa, non perché ho studiato pittura a Brera ma perché la macchina fotografica è solo lo strumento più diretto e immediato che, intorno alla metà degli anni Sessanta, cominciai a utilizzare come una scrittura, per fissare via via i frammenti e i luoghi dell’esperienza e perché stavo maturando l’urgenza di aprirmi e dialogare con le mie simili”.

So che hai fatto parte del collettivo milanese di Via Cherubini e che, insieme ad altre, hai partecipato ad un gruppo che di confrontava sulle immagini. Di cosa discutevate?

“Sì, il gruppo sull’immagine è nato nel 1974, in casa di Daniela Pellegrini quando, tornate dall’intensissima, esaltante esperienza del convegno internazionale femminista nell’isola danese di Femo, trascinate dall’entusiasmo ci trovavamo a prolungare il desiderio di restare vicine a condividere vita e ricerca. Daniela, Silvia Truppi ed io eravamo appena tornate; a noi si aggiunsero diverse altre amiche artiste o non, comunque interessate all’immagine, con l’intenzione di fotografarci vicendevolmente e di travestirci in varie pose e ruoli. I primi esperimenti nacquero proprio in quel contesto ma, data la mia formazione e gli interrogativi che da diversi anni mi ponevo sui modi e il linguaggio da usare per tentare di uscire dai consueti schemi fotografici di rappresentazione, maturai la necessità di un’immagine semplice e archetipica, il più possibile priva di intenzionalità”.

I tuoi due lavori fotografici principali fanno parte entrambi di L’invenzione del femminile: prima arriva Ruoli, 1974-1980 (pubblicato per la prima volta nel 1976), che definisci «un teatro dell’esperienza»; c’è poi Regalità, 1985-1989. Il primo lavoro è costituito da immagini di donne che interpretano, attraverso trucchi e travestimenti, i vari ruoli che il sociale impone di fatto, quasi a nostra insaputa. Nel tuo secondo lavoro avverti invece tutto il guadagno della regalità come differenza che sa di sé. Per entrambe le serie, i set che costruivi erano casalinghi. Ti occupavi insieme ad altre di trovare, cucire e modificare i vestiti. Alcuni, come nel caso delle tue Regine, erano addirittura di carta. Stabilivi le pose ma, durante la preparazione, tenevi conto della relazione con le donne che avevi davanti.

“Sia in Ruoli che nella serie sulla regalità ho tenuto presente lo scambio costante tra soggetto e oggetto, che poi è il tema di tutto il mio lavoro. Per quanto riguarda l’allestimento del set, credo di aver già raccontato come trasformavo una parete del soggiorno di casa, spostando un divanetto, appendendo al muro un pezzo di moquette, accendendo semplicemente due lampade, ponendo uno specchio in posizione tale perché ognuna di noi potesse controllare la sua immagine prima che io, con la macchina fissa sul cavalletto, scattassi la foto. Le immagini di questa serie sono soltanto la traccia rimasta di quella allegra fatica, nata da relazioni, incontri scambi però, come dice Susan Sontag , l’arte non è mai stata soltanto un veicolo di idee e sentimenti ma, anche un oggetto che modifica la nostra coscienza e la nostra sensibilità. Ho sempre intuito e accettato che il mio lavoro, costruito esattamente 40 anni fa, si trovasse circondato dal silenzio, forse perché si discostava dai modi in uso e di rito in quegli anni. Per la mia esperienza di donna e “artista”, presa di coscienza e trasformazione di modi di vita e linguaggi sono indissolubilmente legati. Parafrasando Teresa de Lauretis «dentro la città fortificata della cultura (…) solo un incessante lavoro di decostruzione e ricostruzione da parte delle donne potrà definire nuove fisionomie»; per le donne come per l’arte. Guardandole a distanza queste mie sequenze, sempre uguali, sempre diverse, sono più simili al lavoro di tessitura che non all’arco di Apollo che, come la macchina fotografica, colpisce dinamicamente da lontano. Forse mi ripeto ma con il mio lavoro, faccio della macchina fotografica un uso prevalentemente statico, il diaframma dell’apparecchio si apre e si chiude come lo sportello di un frigorifero. Ciclicità di ritmi e uso degli strumenti al femminile?”

Ti ho incontrata per la prima volta all’incontro di Paestum 2013  e ho visto dal vivo, insieme alle altre mie amiche di collettiva_femminista, i tuoi album. Mentre guardavo le tue fotografie e ascoltavo i racconti e le vicende dietro a ogni scatto, mi sono detta che anche il modo dell’immagine è efficace per trasmettere la memoria a chi come me è arrivata dopo. Mi ha rimandato i corpi e i volti che diversamente non avrei saputo immaginare. In questi anni, alcune giovani donne ti hanno chiesto un confronto relativamente al tuo lavoro?

” Le avanguardie femministe degli anni ’70, molte artiste di quegli anni, hanno fatto dell’auto-rappresentazione e della rappresentazione dell’immagine femminile, il tema della loro ricerca e il libro di Raffaella Perna, Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta, è la testimonianza della situazione italiana non molto conosciuta e studiata. Certamente una traccia è rimasta, soprattutto perquanto riguarda l’attenzione alla corporeità. Molto interessante è anche l’analisi che fanno Alessandra Gribaudo e Giovanna Zapperi nel loro volume Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità. Mi sembra che in questa attenzione competente ci sia la necessità di ridefinire e forse riparlare della relazione tra immagine, rappresentazione e costruzione delle soggettività. Farlo partendo dalla critica al sistema di giudizio, soprattutto morale”.

Sabato 28 giugno 2014, ore 18 o ore 21

Marzia Migliora Un milione di alberi sacri e nessun Dio performance con Francesco Gabrielli Dimora di Artemide / Cascina Vicomanino Via Pracavallo 3 – Fraz. Stupinigi, Nichelino – Torino www.liarumma.it Informazioni e prenotazione Ingresso gratuito. La durata della performance è di 40 minuti e sarà ripetuta due volte: alle ore 18 ed alle ore 20. Ad ogni rappresentazione possono partecipare un massimo di 50 spettatori. Prenotazione obbligatoria mediante invio di e-mail a stupinigifertile@gmail.com indicando per ogni partecipante nome, cognome, numero di telefono, data e turno della performance alla quale si intende partecipare. Nel caso di impedimenti improvvisi si prega gentilmente di mandare disdetta via e-mail a stupinigifertile@gmail.com o telefonicamente al 340/3020815. www. stupinigifertile.it www.ecoenarciso.it

dal 30 Maggio al  30 Agosto  2014

Galleria Continua di San Gimignano,

Kiki Smith torna in Italia; dal 31 maggio al 30 agosto, la Galleria Continua di San Gimignano ospiterà infatti, l’attesissima mostra dell’artista statunitense dal titolo “Path”, allestita in contemporanea con “Update!’ dell’artista camerunese Pascale Marthine Tayou. L’artista americana tra le più affascinanti e originali interpreti della scena contemporanea, è arrivata in Valdelsa in questi giorni, anche per omaggiare i Comuni di Poggibonsi, San Gimignano e Colle di Val d’Elsa, con tre delle sue straordinarie opere d’arte che ha deciso di donare ai Comuni e che vanno ad unirsi alle istallazioni della collezione di arte contemporanea che ha trasformato la Valdelsa in un museo a cielo aperto. In quest’occasione Kiki Smith parteciperà al progetto Fenice Contemporanea 2014 incontrando venerdì 30 maggio gli studenti che hanno preso parte ai laboratori didattici. Per i ragazzi, conoscerla e apprezzarne più da vicino il lavoro, sarà un’esperienza unica ed entusiasmante. Figlia d’arte (suo padre Tony Smith era un scultore minimalista), Kiki Smith è una delle artiste più apprezzate dalla critica. La sua produzione artistica spazia dalla scultura al disegno – principalmente su carta – e affronta tematiche forti come l’identità, gli stereotipi sessuali e il corpo, in particolare quello femminile. In tempi più recenti, la sua riflessione e ricerca si è concentrata maggiormente sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra il corpo e il mondo. Ma il suo interesse si è rivolto anche altrove: al mito, alla favola e alla letteratura di cui ci offre una lettura molto originale. L’appuntamento con Kiki Smith è l’ultimo degli incontri d’arte previsti dal progetto Fenice Contemporanea 2014 che ha già ospitato i workshop degli artisti Massimo Ricciardo e Maria Pecchioli e la residenza artistica del Collettivo di illustratori e fumettisti Delebile. Fenice tornerà ad ottobre con tante novità prima fra tutte la mostra dei lavori prodotti durante il progetto e la presentazione della “Contemporary Art Map” della Valdelsa, la prima mappa delle installazioni d’arte contemporanea presenti sul territorio rilette in chiave illustrativa e fumettistica. Nato da un’idea di Comincon, Associazione Arte Continua e CultureAttive che hanno messo a frutto le precedenti esperienze di Fenice Nine Arts International Festival e Interferenze – promossa dai Comuni di Poggibonsi (capofila), San Gimignano e Colle di Val d’Elsa, Fondazione Monte dei Paschi Di Siena, Vernice Progetti Culturali e Fondazione Elsa nell’ambito delle iniziative culturali di Siena 2019 Capitale Europea della Cultura-città candidata, realizzato con il contributo della Regione Toscana nell’ambito di ToscaninContemporanea2013 – Fenice Contemporanea è una proposta culturale e formativa innovativa, che ha dato la possibilità ad un gruppo di giovanissimi individuati tra gli oltre 100 studenti che hanno partecipato agli incontri preliminari, di incontrare artisti di fama internazionale e diventare così protagonisti di un percorso di conoscenza e sperimentazione dei linguaggi del contemporaneo incentrato sulla scoperta e rilettura delle installazioni presenti nel territorio: dalle opere di Mimmo Paladino a quelle di Antony Gormley, fino alle tante testimonianze artistiche ormai impresse nella geografia della Valdelsa. Le mostre “Path“ di Kiki Smith e “Update!’ di Pascale Marthine Tayou, inaugureranno presso la Galleria Continua di San Gimignano, sabato 31 maggio alle ore 18 e resteranno aperte fino al 30 agosto. ccTel.: +39.0577.943134 www.galleriacontinua.com info@galleriacontinua.com aperto lunedí-sabato ore 10-13 e ore 14-19 o su appuntamento. Chiuso i giorni festivi.

dal 17 al 28 giugno 2014

Prima Mostra per Progetto Conflitto, all’Associazione Apriti Cielo!

http://www.apriti-cielo.it/prima-mostra-progetto-conflitto/

Le opere esposte esprimono diverse forme di conflitto rappresentate con  immagini, poesie, fotografie.    di

K.Bohr, M.Borgese, M.Cuman, O.Garbin, H.Gritsch, N.Magnabosco, M.Magni, C.Mori, R.Roli, L.Ruggieri, R.Veronesi

 

image002Sponsor Trust NEL NOME DELLA DONNA

Inagurazione della mostra accompagnata da un’esibizione  Canora del duo “SCALA MINORE NAPOLETANA”

Scala Minore Napoletana nasce, agli inizi degli anni ’80, dal progetto, nonché dalla personale esigenza, di diffondere la cultura musicale partenopea, evitandone accuratamente la consueta riproposizione in chiave oleografica.
I componenti del gruppo (napoletani, residenti in provincia di Milano da oltre 30 anni) svolgono, da tempo, un’attenta ricerca storico-musicale finalizzata alla costruzione di un repertorio che risulti, al meglio, significativo dal punto di vista espressivo. L’interpretazione canora di Angela Villa, accompagnata dalle chitarre di Franco Ventimiglia, è basata sulla parola in musica, recitata attraverso un’articolazione accurata dei suoni: una parola quasi pronunciata sul suono come impegno per far vivere in modo forte le emozioni contenute in quei suoni.

Finissage con l’esibizione delle allieve e allievi del corso “Conoscere la Voce tenuto in Apriti Cielo! da Francesca Contini http://continifrancesca.blogspot.it/

ASSOCIAZIONE APRITI CIELO! Via Lazzaro Spallanzani 16 -Milano

La mostra si può visitare nei giorni mercoledì, giovedì, venerdi’ e sabato dalle ore 18 alle 20 , oppure su appuntamento telefonando al 3498682453

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dal 23/5/2014 al 7/9/2014

Museion – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Bolzano

La mostra e’ costruita attorno a una grande installazione con 350 pendoli che calano dal soffitto seguendo traiettorie diverse. Tra le opere esposte il gruppo di sculture “I tempi doppi” – che da il nome alla mostra – e I cento titoli, un’opera che cambia titolo ogni anno per cent’anni.
Nelle installazioni di Tatiana Trouvé il visitatore è coinvolto fisicamente in situazioni cariche di fantasmi, che oscillano tra il reale, l’immaginario e l’illusorio. Nell’universo creato dall’artista lo spazio della materia e la forma fisica convergono con la dimensione temporale e con la memoria. Razionale e irrazionale sono connessi: come emerge dai complessi disegni scenografici – che testimoniano il suo particolare legame con l’architettura – il contesto concreto allude a dimensioni invisibili.

La mostra a Museion è costruita attorno alla grande installazione 350 Points towards Infinity (2009). 350 sottili pendoli calano dal soffitto e tracciano lo spazio fino al suolo, seguendo traiettorie diverse. La suggestione di un’esile pioggia metallica invade lo spazio, mentre al visitatore rimangono celate le forze invisibili che attirano i fili nelle diverse direzioni. L’opera modifica così l’assetto fisico del quarto piano, ne trasforma l’abituale percezione e apre all’immaginario e al fantastico.
In questa mostra concepita appositamente per Museion Bolzano, l’artista espone 12 opere – fra cui Refoldings, opere-frammento che rinviano agli imballaggi di opere d’arte, il gruppo di sculture I tempi doppi (2012) a cui è intitolata la mostra e I cento titoli, un’opera che cambia titolo ogni anno per cent’anni.

Data la spiccata predisposizione di Tatiana Trouvé a confrontarsi con situazioni spaziali specifiche, il riallestimento di opere preesistenti da collezioni pubbliche e private darà luogo anche alla creazione di nuovi lavori, nati dal dialogo con lo spazio espositivo.
La mostra è in collaborazione con il Kunstmuseum Bonn (30/01– 04/05/2014) e la Kunsthalle Nürnberg (13/11/2014 –8/02/2015).

21-22-23 maggio 2014

EMERGENZE CREATIVE 2014 / 7a edizione
Rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche ambientali
a cura di Silvia Cirelli

ARTE PUBBLICA nel centro di Ravenna: happening di Chiara Pergola
Happening artistico il 21-22-23 maggio (dalle 16 alle 19)
Piazza Garibaldi (ore 16 – 17) – Piazza XX Settembre (ore 17 – 18) – Piazza del Popolo (ore 18 – 19)
EMERGENZE CREATIVE 2014, la rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche
ambientali, torna nel centro storico di Ravenna e si riconferma come appuntamento fisso nella programmazione culturale della città.
Si rinnova l’interesse per il dialogo arte e ambiente, con una proposta di arte pubblica che nasce da un’attenta indagine del tessuto urbano ravennate e che invita i cittadini a partecipare attivamente all’intervento artistico, diventando da semplici fruitori a necessari protagonisti.
La rassegna è curata da Silvia Cirelli e si sviluppa come evento collaterale alla manifestazione Ravenna 2014. Fare i conti con l’ambiente, organizzata da Labelab.
Questa settima edizione è affidata all’artista bolognese Chiara Pergola, esponente di rilievo della scena contemporanea italiana. Da tempo attenta all’importanza della percezione comune e del valore condiviso dell’arte, Chiara Pergola concentra il suo lavoro sulle dinamiche del linguaggio e su quanto queste possano inserirsi in una lettura sociale e culturale di forte richiamo collettivo.
Il progetto presentato a Ravenna, dal titolo Quelchefarete, si pone in stretto dialogo con lo spazio in cui viene ospitato, trasformando alcuni luoghi del centro storico in tasselli testuali di un vero e proprio rebus, la cui misteriosa soluzione è una parola di 9 lettere, risultante dall’unione di due termini di 5 e 4 lettere. La risoluzione del gioco – un elemento di riflessione sul significato di “sviluppo ecologico” – sarà poi svelata tramite un QR code, presente sul materiale informativo, come anche nei siti di riferimento (il sito personale dell’artista, quello di Emergenze Creative e quello della manifestazione Ravenna 2014).
Lo spettatore, che avrà a disposizione una mappa con segnalati secondo un ordine preciso i tre punti del rebus (le Piazze centrali di Ravenna: Piazza Garibaldi, Piazza XX Settembre e infine
Piazza del Popolo), è dunque invitato a decifrare l’enigma recandosi nei luoghi del gioco. In
ciascuna Piazza dovrà cercare i due “complici” dell’artista (facilmente riconoscibili per un
abbigliamento a tema) i quali, senza parlare ma solo indicando gli indizi testuali, aiuteranno il partecipante a scoprire la soluzione dell’indovinello. La scelta dell’indicalità piuttosto che l’utilizzo della parola è in accordo con la tradizione linguistica enigmistica e soprattutto in linea con il significato delle arti visive.
Il titolo dell’intervento artistico, Quelchefarete, contiene una doppia chiave di lettura, da un lato può essere interpretato come “quel che fa rete” e cioè i comportamenti collettivi che creano equilibri di relazioni fra le persone ma anche con i luoghi; dall’altro può anche essere inteso come “quel che farete”, ovvero quello che i partecipanti dovranno fare durante l’happening, ma soprattutto ciò che è giusto fare in una prospettiva di cambiamento delle nostre condizioni ambientali.
Dall’impronta volutamente ludica, con questo intervento Emergenze Creative si riconferma come opportunità di confronto fra arte e ambiente, con un progetto di richiamo collettivo che ancora una volta evidenzia quanto l’arte contemporanea possa fungere da valido strumento di comunicazione e di sensibilizzazione.
In collaborazione con: Labelab.
Con il Patrocinio di: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Emilia-
Romagna, Provincia di Ravenna, Comune di Ravenna.
www.emergenzecreative.it | info@emergenzecreative.it | ufficio stampa: press@emergenzecreative.it / +39 347 4319207

dal 4 maggio al 1 giugno 2014

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VIA http://wp.me/s2Ir0A-via

 

Chiara Pergola, a cura di Renato Barilli.

domenica 4 maggio ore 16:00 – Inaugurazione dell’opera nel Parco di Sculture, P.zza Matteotti, Santa Sofia.
dal 4 maggio al 1 giugno 2014 – Mostra: Galleria Vero Stoppioni (viale Roma 5).

dal 30 aprile al 17 maggio 2014

“L’occhio della Grande Dea guarda, esamina, considera, attende ed infine VEDE”

Di Maria Mulas Silvia Pegoraro dice che” le sue immagini si abbattono come grandine sulla ragione, la alterano e ispessiscono il dubbio, il dubbio che verte sulla legittimità di ogni apparenza”. 

Delle fotografie di Maria Mulas si è detto e scritto moltissimo, mi limito a partecipare lo stupore rinnovato che sempre mi suscitano le sue immagini, siano i ritratti multiformi e accuratamente trasversali dove il dettaglio folgora per significato, immediatezza e profondità, siano architetture o particolari di esse, mosaici o panneggi, oppure citazioni di artisti e delle loro opere pittoriche: “L’Occhio di Iside” vuole essere omaggio a tale meravigliosa versatilità fotografica. Daniela Basadelli Delegà

Maria Mulas è una delle più illustri fotografe italiane. Attiva dalla metà degli anni Sessanta, ha esposto per la prima volta in una mostra personale alla Galleria Diaframma di Milano nel 1976. Nel 2009 ha vinto il Premio delle Arti – Premio della Cultura per la Fotografia con la motivazione seguente: “L’occhio fotografico di Maria Mulas ha trovato, nella dialettica del vissuto e nei ritratti assoluti, l’attimo di un racconto immortalato dove valore estetico e tecnica delle parti segnano il capitolo più alto della storia fotografica degli ultimi decenni”.Mib MIlano
Piazza Affari
Via Gaetano Negri, 10
20123 Milano
T. 02 89093854 – C. 340 2823830  info@mibmilano.it

La mostra è visibile dalle h:12 alle h:15 dalle h:18 alle h:24 dal  30 aprile  al 17 maggio

dal 12/4/2014 al 11/5/2014

La mostra personale di Oki Izumi è inserita nel progetto interculturale di MUSEUMfestival e accostata al percorso espositivo di opere della collezione orientale dei Musei Civici “Suggestioni d’Oriente”.

“Sappiamo di essere una goccia di un grande fiume ma nella storia aggiungiamo un dettaglio trasparente, gioioso e brillante”
Oki Izumi

Per comprendere appieno la poetica di Oki Izumi va conosciuto il processo rituale che si compie nella realizzazione dell’opera. Nella sua gestualità, nel suo fare c’è il ritmo stesso della storia, della vita, lo scandire di un tempo quotidiano che si stratifica. È un lavoro lento, faticoso, che richiede precisione, concentrazione, iterazione di movimenti e pause. Azione e defaticamento.

L’Artista si confronta da anni con il medesimo materiale, il vetro, precisamente il vetro industriale. Lo misura, lo taglia, lo pesa, in una ricerca che si fa numeri, calcolo: i millimetri dello spessore, i centimetri delle dimensioni, i chili del peso, il numero delle lastre, dei pezzi. “La passione”- per Oki Izumi- “è un’ossessione che può nascere solo da una visione megalomane”, ma non si tratta di una megalomania fine a se stessa, quanto dell’espressione dell’unicità del sé e della potenza delle piccole cose. La bellezza infatti è per lei nel dettaglio, nell’essenziale. Oki ricerca invero un’armonia compositiva, l’euritmia. La genesi della sua opera è una lastra, piccola o grande che sia, ad essa se ne aggiungono altre, spesso molte altre, in un’architettura di spazi concettuali. Le sue sculture non plasmano forme, ma creano luoghi, che nella loro apparente fissitudine, non sono immoti; sono memori dell’acqua quieta che ha in sé la fluidità.
Il vetro è un materiale difficile, indomabile, costituito da aspetti duali: è rigido, duro ma anche fragile, è leggero e pesante, freddo e caldo, vuoto e pieno, trasparente e riflettente, si fa attraversare dalla luce e la respinge, la filtra e la rimanda.
Il riverbero è un fenomeno luminoso quanto sonoro, l’iter creativo produce infatti segni, tagli, spostamenti che generano rumori, tanto che ogni creazione è costituita dal suono di un percorso tracciato.
Le sue sculture portano con sé un concetto lineare di tempo, la scia del passato, il presente e la tensione verso al futuro. Sono architetture memori di antiche costruzioni: stele, templi, archi, …quanto allusive a moderne ingegnerie protese al divenire.
La sua opera apre pertanto un fervido dialogo con il Museo di Santa Giulia, unico per quel filo che attraversa luoghi ed epoche, sede di memorie storiche stratificate nel corso dei secoli (edificato su un’area già occupata in età romana da importanti Domus, comprende la basilica longobarda di San Salvatore e la sua cripta, l’oratorio romanico di Santa Maria in Solario, il Coro delle Monache, la cinquecentesca chiesa di Santa Giulia e i chiostri). Passato, presente e futuro non è solo il titolo di una scultura di Oki Izumi, ma è un concetto che ci appartiene, è l’esistenza medesima nella quale il tempo è il flusso del nostro essere.
Nata a Tokyo, Oki Izumi si è laureata in letteratura giapponese antica all’Università Waseda di Tokyo, ha studiato pittura e scultura con Aiko Miyawaki, Taku Iwasaki e Yoshishige Saito. Ottenuta nel 1977 una borsa di studio per la scultura dal Governo Italiano si diploma nel 1981 all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel corso di scultura.
Ha partecipato con sue opere e installazioni alla Biennale di Venezia nel 1985 (Progetto Venezia, Terza mostra internazionale di architettura) e nel 1986 (Arte e Biologia, XLII Biennale Internazionale di Arti Visive); alla Triennale di Milano nel 1983; al Museum of Modern Art of Hokkaido a Sapporo (Giappone) nel 1991; nel 1992 alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, nel 1998 con Paola Levi Montalcini e nel 2010 con Iko Itsuki Damiani all’Istituto Giapponese di Cultura a Roma.
Nel 2007 una mostra antologica al Museo civico di Lubiana (Slovenia).
Le sue opere si trovano anche nel Magazzino privato del Vaticano.

Inaugurazione 12 aprile ore 11

Museo di Santa Giulia
via dei Musei, 81/b – Brescia
Orario: 9.30-17.30, chiuso lunedi
Ingresso con il biglietto del Museo di Santa Giulia