dal 26/2/2015 al 21/3/2015

Luca Tommasi Arte Contemporanea
via Tadino, 15 (entrata anche da via Casati) Milano

Poisoned flowers. Lavori realizzati con la tecnica della stampa su lenticolare inserita in cornici in fusione di metacrilato. Ancora una volta l’artista sviluppa il tema del doppio con la presenza nelle immagini di una coppia di fiori ripresi en plein air.

Luca Tommasi è lieto di annunciare la personale di Chiara Dynys dal titolo Poisoned Flowers , una selezione di opere di uno dei cicli più originali dell’artista, che si terrà presso la galleria di Via Tadino 15 a Milano dal 26 febbraio al 21 marzo 2015. La mostra ospiterà una decina di lavori realizzati con l’esclusiva tecnica della stampa su lenticolare inserita in suggestive cornici in fusione di metacrilato.

Ancora una volta l’artista in questa nuova serie di lavori realizzati con la tecnica lenticolare sviluppa il tema del doppio con la presenza nelle immagini di una coppia di fiori ripresi en plein air. Elementi di una natura che normalmente sfugge allo sguardo e che invece l’occhio selettivo dell’artista pone sotto gli occhi dello spettatore, nel silenzio li sottrae al silenzio, proprio come succede agli oggetti nella natura morta. Fiori belli e immobili perché avvelenati, tanto da sembrare dei filtri amorosi, quasi a ritrovare la possibile etimologia di veleno in Venere. Ma anche fiori semplici e con il loro difetto d’identità per essere parte di una natura oggi avvelenata dall’uomo che però nella temporalità del loro apparire e svanire ritrovano l’appartenenza al ciclo fondamentale della vita. Il curatore Marco Bazzini ci invita così alla lettura delle opere: “Inizialmente i fiori scompaiono proprio dove sono apparsi: davanti ai nostri occhi. Un passaggio tanto semplice quanto enigmatico che non può non turbare ed emozionare. Un velo colorato si stende come una tenda davanti ad una finestra e sostituisce l’immagine, più o meno lentamente, al variare della nostra posizione. Questa muta mentre ci muoviamo, un passo e succede qualcosa di nuovo e inatteso. Finché una superficie monocroma si presenta come un’apparizione in superficie di un effetto di cancellazione. Un evento della scomparsa, aphánisis, che non nega l’apparizione perché essa stessa ephíphasis. Un apparire, quindi, come il non manifestarsi del determinato, dove la negazione non riguarda la privazione del vedere ma ne enfatizza lo stato di offuscamento a cui i Poisoned Flowers di Chiara Dynys sembrano costringerci.”

Chiara Dynys lavora a Milano. Sin dall’inizio della sua attività, all’inizio degli anni 90 ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili ad un unico atteggiamento nei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell’ anomalia , della variante, della “soglia” che consente alla mente di passare dalla realtà umana ad uno scenario quasi metafisico. Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto , al video e alla fotografia.

Chiara Dynys ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in importanti musei e istituzioni culturali pubbliche e private. Tra le mostre personali più significative si ricordano: Centre d’Art Contemporain, Ginevra, 1996; Expression – Centre d’Exposition, Saint-Hyacinthe (Canada), 1997; Museo Cantonale, Ala Est, Lugano, 2001; Museum Bochum, Bochum, 2003; Kunstmuseum, Bonn, 2004; Wolfsberg Executive Development Centre, Wolfsberg, 2005; Rotonda di Via Besana, Milano, 2007; Museo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Roma, 2008; Palazzo Reale, Milano, 2008; ZKM – Museum für Neue Kunst, Karlsruhe, 2009; Archivio Centrale di Stato, Roma, 2010; Centro Italiano Arte Contemporanea, Foligno, 2010; Gerish-Stiftung, Hamburg, 2013; Museo Poldi Pezzoli, Milano 2013; Galerie Hollenbach, Stoccarda 2014; Museo d’arte contemporanea, Lissone 2014.

http://undo.net/it/mostra/187477

I FANTASMI DELL’AVVENIRE
DI Sara Candidi
Di scena a Museion di Bolzano la prima personale dell’artista pugliese. Che si concentra sul rapporto tra l’individuo e l’istituzione. Indagandolo con il piglio dell’archeologa
Il Museion di Bolzano apre l’anno espositivo con due artiste: Rossella Biscotti (Molfetta, 1978, vive e lavora a Bruxelles) e Chiara Fumai (Roma, 1978, vive e lavora Bruxelles). “L’avvenire non può che appartenere ai fantasmi” è il titolo della prima personale italiana di Biscotti (fino al 25 maggio), già presente al Museion nel 2008 con la performance Everything is somehow related to everything else, yet the whole is terrifying unstable e poi nuovamente invitata nel 2010, da Rein Wolfs alla collettiva “The New Public”.
Come afferma Letizia Ragaglia, direttrice del museo e curatrice della mostra, Biscotti «si muove come una sorta di archeologa del contemporaneo» e nelle sue ricerche recupera oggetti, ricordi e situazioni del passato cercando di trovare in essi un punto di contatto con il presente per considerarli da una nuova prospettiva. La mostra espone alcune delle opere che hanno segnato la riflessione artistica di Biscotti, ma anche nuovi lavori realizzati appositamente per l’occasione come le Teste in oggetto, calchi in silicone azzurro di teste in bronzo di Benito Mussolini. Gli originali delle sculture, insieme a quelli del Re Vittorio Emanuele III, furono già esposti nel 2009, quando l’artista le scovò nei depositi del Palazzo degli Uffici dell’EUR a Roma e, sfidando la burocrazia, riuscì a presentarli per la prima volta al pubblico alla Nomas Foundation. Ampia parte della mostra è dedicata al progetto sul carcere Santo Stefano, unico esempio italiano costruito secondo il modello del panoptico descritto e progettato da Jeremy Bentham nel 1791: la riflessione sull’isolamento carcerario si concretizza con la realizzazione di calchi in piombo di alcuni tratti dei pavimenti della prigione. In parallelo, un video mostra il processo di spostamento delle lastre dalla terraferma all’isola e ritorno, creando una metafora simbolica del passaggio dei detenuti dalla libertà alla prigionia.
La questione dei detenuti è particolarmente cara all’artista: in occasione della 55. Biennale di Venezia, Biscotti aveva realizzato il progetto I dreamt that  you  changed  into  a  cat… gatto… ha  ha  ha in cui aveva coinvolto le detenute del carcere della Giudecca durante il periodo precedente l’esposizione vera e propria. L’artista aveva infatti organizzato una conferenza in cui mostrava e spiegava il suo lavoro alle detenute, da quell’incontro scaturì quello che è stato definito laboratorio onirico, un momento di incontro all’interno del carcere in cui le recluse raccontavano i loro sogni. Questo percorso confluì nelle due opere finali presentate all’Arsenale: la serie di architetture in compost realizzate con l’organico raccolto dalle detenute e un audio della durata di un’ora in cui si udivano le voci delle donne che raccontavano i propri sogni, messo in onda simbolicamente ogni giorno alle ore 16 (orario di inizio del laboratorio onirico).
L’idea alla base del lavoro di Biscotti è quella di indagare dall’interno il rapporto tra l’individuo e l’istituzione e il carcere è la struttura che meglio rappresenta questo dualismo/antagonismo. Per l’artista non è tanto importante l’opera finita in sé, immobile e costante nel tempo, un oggetto estetico che può al massimo comunicare un messaggio o essere testimonianza di un’esperienza, ma ciò che ha davvero valore per Biscotti è proprio quell’esperienza che precede il lavoro esposto e le implicazioni emotive e sociali che ne conseguono. Per questo la sua ricerca va oltre la pratica strettamente artistica e si veste di reale impegno socio-politico il quale, sulla questione della prigionia, ed in particolare sull’incostituzionalità dell’ergastolo, è stato tradotto nel movimento Liberi dall’ergastolo, (liberidallergastolo.wordpress.com/about).
Storia, memoria e impegno civile si incrociano nelle opere di Rossella Biscotti ed è qui che risiede il suo spirito archeologico, un lavoro incessante di ricerca e analisi, scavo e riflessione, che viene lasciato e ripreso perché ad ogni nuova visione si può scoprire qualcosa sfuggito in precedenza
La Project Room di Museion è invece dedicata al progetto “Der Hexenhammer” di Chiara Fumai (a cura di Frida Carazzato), che si compone di un grande wall painting e di una performance che verrà replicata periodicamente fino al termine della mostra. La rappresentazione muraria si ispira alla figura dell’anarchica tedesca Ulrike Meinhof e cita scene dal Malleus Maleficarum, trattato medievale contro la stregoneria, mentre la performance entra in dialogo con la mostra di Rossella Biscotti invadendone gli spazi e guidando gli spettatori in un’inaspettata visita all’interno di Museion. Fumai, attraverso lo studio di rilevanti figure storiche ribelli femminili, vuole ribaltare la visione patriarcale che per secoli ha dominato e forse ancora oggi domina la società.
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=44743&IDCategoria=1&MP=true
dal 19/2/2015 al 28/3/2015
Catharine Ahearn Peep-Hole c/o Fonderia Battaglia

FONDERIA BATTAGLIA Milano via Stilicone, 10 – tel. 345 0774884
No soap radio. L’artista, partendo dal potenziale narrativo del quotidiano, crea immagini stratificate che alterano la percezione del reale. La mostra presenta una serie di sculture e dipinti, disposti in modo da creare una sorta di immaginaria astronave.
comunicato stampa
Nel lavoro di Catharine Ahearn, contraddistinto da una costante sperimentazione di
tecniche e materiali, il potenziale narrativo del quotidiano è il punto di partenza per la costruzione di immagini stratificate che alterano la percezione del reale aprendo l’immaginazione a una vasta gamma di possibilità. Facendo ricorso a esperienze o personaggi radicati nell’immaginario collettivo, l’artista accosta oggetti ordinari in visionarie e misteriose composizioni che ironizzano sulle dinamiche stereotipate del potere. NO SOAP RADIO consiste in una serie di sculture e dipinti concepiti appositamente per la mostra e disposti all’interno di un percorso espositivo scandito da una grande installazione site specific: una sorta di immaginaria astronave in PVC che eclissa e allo stesso tempo divide la struttura dello spazio espositivo. È attorno a questo intervento ambientale che Catharine Ahearn ha orchestrato l’intero progetto, in cui la poliedricità dei linguaggi utilizzati e la vasta gamma di materiali impiegati – da quelli più effimeri come il sapone ad altri di natura profondamente diversa come il ferro – offrono un’esperienza dei percorsi tematici e linguistici su cui si fonda la sua pratica.

L’ARTE CONTRO LA GUERRA
È possibile. L’artista iraniana ci spiega come

di Ludovico Pratesi

Donne velate che puntano pistole con sguardo altero, con le mani coperte da  frasi scritte in farsi, l’antico persiano. Nei primi anni Novanta le opere fotografiche dell’artista iraniana Shirin Neshat (Qazvin, 1957) hanno denunciato la situazione delle donne in un Paese piegato dalla rivoluzione di Khomeini. Sono le Women of Allah, immagini scattate nel 1993 e esposte di recente al Mathaf, il museo d’arte moderna di Doha (Qatar) in occasione della mostra antologica Afterwards, insieme a opere più recenti, come The Book of Kings (2012) e Our House is on Fire (2013), dedicata ai protagonisti della Primavera Araba. Le opere di Shirin Neshat sono perciò sempre impregnate anche della complessa e spesso difficile realtà politica del suo Paese e del mondo arabo: per questo le abbiamo chiesto un’opinione dopo i fatti di Charlie Hebdo e il clima di terrore che l’Isis tenta di instaurare.

Oggi, come artista iraniana, qual è la sua posizione sul massacro di Parigi e, in generale, sulla libertà di espressione?
«Credo nella libertà di espressione e per questo vivo in esilio e non nel mio Paese, che priva il suo popolo dei diritti umani fondamentali come la libertà di espressione. Nonostante questo, non credo nella provocazione come valore per affermare questa libertà. Però mi considero una musulmana laica, e per principio sono contraria a ogni forma di estremismo religioso che possa causare violenza o sofferenza, introducendosi nella vita privata delle persone, da qualunque fonte provenga: cristiana, musulmana o ebrea».
La libertà di espressione è un tema rilevante nel suo lavoro?
«Dal momento che vivo fuori dalla mia patria non mi confronto con le autorità iraniane ogni giorno, anche se il mio lavoro continua a indirizzarsi verso tematiche socio politiche e religiose relative all’Iran. Ma rifiuto di utilizzare l’arte come uno strumento per creare controversie, o per inasprire, offendere o contrastare qualsiasi forma di credo religioso o ideologia politica. In generale penso che qualsiasi espressione artistica che sia fondata su un pregiudizio sia sempre manipolativa e sbagliata, dal momento che spinge verso lo sdegno o addirittura la violenza».
Ricorda quali furono le prime reazioni alle sue Women of Allah?
«All’inizio della mia carriera, molti occidentali pensavano che  le parole scritte sui corpi femminili nella serie fotografica Women of Allah fossero versetti coranici. In realtà ho sempre usato soltanto versi poetici, perché non potrei mai immaginare di rendere banale ciò che è sacro per milioni di musulmani».
Adesso che reazioni provocherebbero?
«Quello che è successo al giornale Charlie Hebdo a Parigi, mi sembra che riaffermi l’idea che la rabbia nutre la barbarie, e che una forma di rabbia conduce ad un’altra forma di rabbia, e come siamo spinti verso un circolo vizioso di astio, rivincita e brutalità. La risposta può essere la creazione di dialoghi su come possiamo prevenire l’ira immotivata che causa tanta sofferenza. Mi piace credere che ci sono persone che hanno valori ai quali non aderisco personalmente, ma che rispetterò e tollererò finché saranno pacifici»
Crede nella possibilità di un dialogo vero e profondo tra l’Islam e l’Occidente?
«In qualità di artista e non di esperta, ritengo che la cultura occidentale non riesca a comprendere che non tutte le culture aderiscono ai valori razionali dell’Occidente. Il problema è il pregiudizio legato all’idea di confine, necessario ai musulmani per proteggere alcuni valori, e così estraneo agli occidentali che cercano di eliminare i confini per consentire una società aperta e giusta»
In che modo?
«Può sembrare troppo ottimista e ingenuo da parte mia, ma credo che la risoluzione di questa divisione storica tra le culture islamica e occidentale sia possibile solo se i popoli cominciano ad assumere un approccio diverso da quello dei governi. Penso che una soluzione sia possibile soltanto nell’evitare ogni ritorsione, con una diplomazia pacifica che conduca al rispetto reciproco, alla tolleranza e perfino alla celebrazione delle nostre differenze».
Crede che gli artisti possano avere un ruolo in questo dialogo?
«Sono fermamente convinta che gli artisti possano giocare un ruolo significativo nel costruire un dialogo tra culture in conflitto, perché il linguaggio dell’arte ha l’abilità di rimanere al di sopra e oltre le differenze religiose, culturali e nazionali, e arrivare nel profondo della psiche umana. Spesso però gli artisti si trovano nella posizione difficile di rispondere alle problematiche politiche del loro tempo, senza essere apertamente controversi, manipolativi, di parte o didattici. Dopotutto, è molto più facile fare un’arte che punta il dito su quello che è giusto o sbagliato, e più difficile fare arte che crea un momento di discussione, un forum che apre nuove prospettive e invita lo spettatore a formarsi una propria interpretazione. È attraverso quest’ultimo approccio che gli artisti possono giocare un ruolo significativo in questo momento storico».
Per concludere, l’arte contemporanea può assumere un valore politico?
«Sicuramente dovrebbe essere più consapevole dei problemi politici. Oggi percepisco una forte assenza di dialogo critico su temi politici, anche quelli relativi alla libertà di espressione, che è al centro di ogni pratica artistica».

da /www.exibart.com

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=44696&IDCategoria=1&MP=true

dal 13/2 al 23/2/2015

SEICENTRO, Via Savona, 99   dal 13 al 23 febbraio
VISIBILITA INVISIBILE di  Vera Benelli
Le particolari installazioni di Vera Benelli creano un percorso che, a partire
dai miti dell’antica Grecia, da Penelope ad Aracne, portano ad una riflessione
sulla condizione  femminile fino ai giorni nostri.
SEICENTRO, Via Savona, 99   dal 13 al 23 febbraio
inaugurazione: Venerdì 13 febbraio, ore 18
Orari: 9.30-12.30 e 14-18
sabato o festivi: 14.30-18.30
Questo articolo è del 2013 ma mi era sfuggito quando è stato pubblicato su Artribune quindi non è dell’ultima ora, ve lo sottopongo perchè mio figlio mi  ha fatto scoprire questa donna molto appassionata all’arte. Nello stesso cortite dove ha la sua casa museo ha aperto uno spazio-galleria che fa gestire da due giovani curatrici, che allestiscono mostre con due artist* un* famosa* e un’emergente.
Zina Borgini

Questo non è un museo, questa è una casa”. Così esordisce Erika Hoffmann con passo deciso e caschetto rosso, mostrando la porta nascosta nel muro candido che conduce al paese delle meraviglie, la sua “casa”, o meglio, l’ala della sua casa destinata alla collezione. Siamo andati a trovarla nella sua dimora berlinese.

Scritto da Naima Morelli | lunedì, 7 gennaio 2013

A casa di Erika Hoffmann si arranca nelle buffe pattine da sistemare sopra le scarpe, procurate dallo staff della collezione, che ricorda le precauzioni per “non sporcare” della prozia, dopodiché si ha accesso alla prima stanza.
In quella che una volta era una fabbrica di macchine da cucito, la luce entra morbida dalle grandi vetrate, atte a catturare ogni singolo, prezioso, raggio di luce, in un paese – siamo a Berlino – freddo e nuvoloso, poggiandosi sui divani che si trovano in ogni stanza. “Ma come fa a lasciare la sua soleggiata Italia per venire qui, io non lo so”, scherza la collezionista.
Nella collezione Hoffmann le opere in ogni stanza hanno un legame concettuale ed Erika stessa si occupa di riallestirle di anno in anno. In questo modo tutte le opere vengono esposte a rotazione, la collezione viene vivacizzata e c’è la possibilità di rileggere le opere in semantiche sempre nuove. Non è tutto: i numerosi visitatori della collezione saranno spinti a tornare a vedere le nuove soluzioni. L’anno scorso i fruitori in pattine avranno magari incontrato Frank Stella, Bruce Nauman, Mike Kelley, Fred Sandback, forse quest’anno toccherà a Jean-Michel Basquiat, Felix Droese, Günher Förg, Isa Genzken, Nan Goldin e Felix Gonzalez-Torres. Può darsi l’anno prossimo avranno l’occasione di vedere François Morellet, Arnulf Rainer, Gerhard Richter o Andy Warhol.
Quel che è vero è che i nomi, per quanto appartengano a pesi massimi dell’arte, qui sono del tutto secondari rispetto alle opere stesse. Di fianco ai lavori non ci sono infatti i nomi degli artisti; una scheda con le informazioni necessarie verrà fornita se richiesta in un secondo momento, ma la fruizione, ci tiene a precisare Erika, non deve essere influenzata dalla “griffe”, com’è è giusto che sia.
Prima dell’invito a inoltrarmi nella sua casa/collezione, Erika Hoffmann si era seduta a un tavolo di fronte a un video di Silvia Kolbowski, e precisa, affabile e compassata aveva risposto alle mie domande.

Quand’è che lei e suo marito avete cominciato a collezionare arte?
Abbiamo cominciato nel 1968. Potrei dire che non abbiamo mai smesso di collezionare arte, di tanto in tanto compriamo un lavoro di un artista con il quale abbiamo conversato. Ci piace avere questo stile di collezionismo basato sulla discussione con gli artisti che incontriamo alle inaugurazioni, ai musei; da lì spesso finiamo per acquistare il loro lavoro.
Negli Anni Sessanta tutto era basato sulle idee e suoi concetti, non di certo sugli oggetti d’arte. Credevamo fermamente in questo e tuttavia ci rendevamo conto che gli artisti non erano contrari alla vendita, che erano contenti di vedere il proprio lavoro nelle case private. E per noi era bello vedere le opere quotidianamente e continuare un dialogo immaginario con gli artisti. Le opere degli artisti costituiscono un’incessante comunicazione con le idee che l’artista ha inserito nel proprio lavoro.

Quindi qual è la differenza in termini di approccio tra un collezionista e un semplice fruitore?
C’è una differenza senz’altro, specialmente considerando che il collezionista ha l’arte quotidianamente davanti agli occhi e può decidere quando soffermarsi e quando no. Se sei in un museo, in un uno spazio neutrale, anche se in realtà non si potrebbe mai parlare di neutralità, l’opera d’arte viene percepita come qualcosa di sacro, ha un’aura datagli dall’istituzione stessa. Quando l’opera è invece in una casa privata, è come se diventasse parte della famiglia e la guardi con occhi familiari.

Quali sono i suoi criteri per giudicare cosa è valido e cosa non lo è?
Non posso certo dire cosa sia buono e cosa cattivo, è solamente che alcuni lavori mi parlano in maniera diversa, si relazionano a certe esperienze che mi riguardano. Per me è molto importante rimarcare che la mia collezione riguarda solamente le mie esperienze personali, è un’accumulazione di esperienze durante la mia vita. E se questa attrazione avviene sono molto contenta, d’altra parte tutto ciò mi rende irrequieta, se trovo un lavoro intrigante rimango sempre con il fiato sospeso perché vorrei averlo.

Quindi la sua è più che altro questione di sensibilità, la sua collezione è legata dal suo gusto personale.
Sì, ha molto a che fare con il mio gusto, questo è vero, certamente un lavoro deve intrigarmi a livello visivo, altrimenti nemmeno lo noto in una mostra. Adesso ovviamente non riesco a stare dietro a tutte le mostre, cominciare a seguire nuovi artisti come una volta, ce ne sono troppi. Ma se qualcosa cattura il mio occhio in maniera particolare e lo trovo in un certo senso nuovo, probabilmente cercherò di raccogliere informazione, oggigiorno non è così difficile come un tempo, c’è Internet. Ma mi piace anche rivolgermi a un gallerista che possa presentarmi direttamente all’artista, dandomi in questo modo la possibilità di saperne di più sulla struttura concettuale del lavoro.

Lei compra i lavori dalle gallerie o direttamente dall’artista?
Adesso come un tempo alcuni artisti non sono rappresentati dalle gallerie. Come Silvia Kolbowski: non ha una galleria, quindi compro il lavoro direttamente da lei, vive a New York, è argentina di nascita. Sapevo di lei già da – diciamo – venticinque anni e mi ha sempre intrigato, ma è una di quelle artiste il cui lavoro è difficile da mediare. Intendo dire: oggi le gallerie si preoccupano molto del guadagno. L’approccio intellettuale di Silvia Kolbowski è senz’altro molto difficile da mediare.

I suoi gusti sono cambiati nel tempo?
Certo, sono cambiati moltissimo dal ’68. Ci sono molte ragioni personali. Il primo fattore è che quando abbiamo cominciato a comprare avevamo poco denaro. I primi lavori che abbiamo comprato non erano per niente costosi.

Potrebbe dire che la sua collezione è una sorta di specchio di sé?
Sì! Probabilmente questo è molto chiaro per i visitatori. Ogni sabato ci sono centinaia di visitatori e la gente mi interroga rispetto a lavori, ma sono sicura che loro capiscano meglio di me quali siano i miei criteri.

Già, perché lei non è interessata a spiegare le opere, lei vuole più che altro creare una discussione attorno ai lavori con i visitatori…
Li incoraggio a farsi un’idea, non mi piace fornire un significato. Questo non è un museo, non ho una missione, questa è arte contemporanea, le persone possono avere centinaia di opinioni a riguardo. Vedere schiudersi tutte le possibilità e tutti i differenti aspetti che ognuno può individuare… Ecco, per me è proprio questa la cosa più intrigante che l’arte contemporanea possa fare.

A che tipologia appartengono i visitatori della sua collezione?
Ce ne sono di tutti i tipi, alcuni sono professionisti, poi ci sono i borghesi che sono sempre stati interessati alla cultura. Ci sono i giovani che vengono a Berlino e di tanto in tanto portano anche i propri genitori, e poi ci sono quelli che vengono solo per vedere quanto può essere fuori di testa una persona che vive circondata dall’arte.

Com’è che ha deciso di aprire la collezione al pubblico?
Lo scopo era contribuire in qualche modo al dialogo tra est ed ovest e volevamo portare a Berlino qualcosa che non si era visto prima. Qui era il vecchio est, e io e mio marito volevamo stare a est più che a ovest. A Berlino ovest la maggior parte dei lavori venivamo dall’ovest della Germania, e noi vivevamo nell’estremo ovest, vicino alla Francia, al Belgio e anche all’Italia che era, diciamo, il nostro focus. Eravamo molto più vicini a tutti questi paesi limitrofi che non all’est che era impenetrabile. Quindi abbiamo portato qualcosa che non si vedeva a Berlino, che a quei tempi era un’isola.

Cosa ha comportato per lei spostarsi a Berlino?
Ovviamente l’influenza del vivere qui da sedici anni mi ha fatto diventare molto più consapevole della storia. Vivendo nell’estremo ovest, vicino a Colonia, c’erano pur sempre centinaia di anni di storia da conoscere, per cui la storia recente diventava relativamente importante. A Berlino invece non ho potuto fare a meno di prendere consapevolezza della storia recente dell’ultima decade. Per esempio, abbiamo cercato di preservare l’importanza di questo palazzo che una volta era una fabbrica. Poi ovviamente a Berlino ero circondata da tutti questi palazzi monumentali che rappresentavano una certa storia, un certo tipo di ambizione molto diverse dalla provincia nella quale vivevo prima.

Che ruolo ha l’arte nella sua vita?
Probabilmente non è proprio il centro, perché ho una famiglia, figli e nipoti, ma è quasi centrale. Sono più di vent’anni adesso che ho lasciato la mia professione, ero una fashion designer, quindi era un ambito molto diverso, ma da allora ho dedicato la mia vita all’arte contemporanea. Non solo il contemporaneo in realtà: mi interesso a ogni tipo di arte, mi piace vedere i dipinti nelle chiese, le opere nei musei, nei palazzi, nei posti per le quali sono state concepite.

Condivide l’amore per l’arte con la sua famiglia?
No, per niente, loro hanno diverse mire, ma tollerano la mia pazzia e forse sono sollevati dal fatto che abbia qualcosa di cui occuparmi, quindi non li disturbo troppo. Adesso che la collezione è aperta al pubblico, i miei figli non sono critici come prima.

E con gli altri collezionisti, invece, mantiene un rapporto?
Sì, con qualcuno, non con tutti. Provengono da tutto il mondo, quindi a volte vengono a Berlino e li incontro, ma ce ne sono pochi con i quali ho stretto una vera e propria amicizia.

Le piace scoprire nuovi artisti? Continua a cercare nuova arte?
In realtà non è che la cerco, non sono interessata a scoprire artisti, ma più a cercare lavori che trovo degni di nota.

Ci sono opere alle quali è particolarmente affezionata?
Sì, ci sono alcune opere che mi piacciono molto, ma anche questo è cambiato nel tempo. Più che trovare affascinante un singolo lavoro, mi interessa di più la relazione tra i vari lavori della mia collezione. Quello che credo sia molto importante e gratificante è quando vedo che una certa stanza, un certo spazio nella mia casa ha successo per quell’anno. È una sperimentazione continua di varie soluzioni e sicuramente alcune stanze funzionano meglio di certe altre. Mi piace come i lavori funzionano nella loro totalità, questo vale anche nella produzione di un singolo artista. Ci sono artisti il cui lavoro continua a essere interessante durante il loro intero percorso artistico, il loro modo di sviluppare le idee e come si attengono una certa idea principale e sviluppano il proprio linguaggio attorno ad esso.

Quindi spesso lei continua a seguire il percorso di un artista che ha cominciato a collezionare…
Sì, e se l’artista riesce a trovare nuove soluzioni, questo non può che farmi piacere. Mi piace seguire gli artisti. Certo oggigiorno con questo mercato dell’arte impazzito trovo molta difficoltà a continuare a collezionare un certo artista, se molti altri lo apprezzano a volte non riesco a seguirlo. Ma senz’altro è positivo se ci sono altre persone che si prendono cura di lui.

www.sammlung-hoffmann.de

Naima Morelli

dal 6 al 15/02/2015

Presso ASSOCIAZIONE APRITI CIELO! Via L.Spallanzani 16 Milano  ore 18,30

Inaugurazione della mostra Sprazzi Temporali di Isabella Spatafora

Due ritratti specchianti contornati da nuvole -come presenze del passaggio del tempo- e da cornici che nelle tele successive si screpolano. Screpolature inventate. L’istinto e la mente hanno dato ordine ed equilibrio con particolari e colori diversi evidenziando la traccia del tempo nella corruzione delle forme e delle superfici.

La mostra resta aperta i giorni 7-8 dalle 18,30 alle 20

il  9-10-11-12-13 dalle 15 alle 18,30

il 14- 15 dalle 18,30- 20 per altri orari su appuntamento tel.3498682453

http://www.apriti-cielo.it/mostra-isabella-spatafora/

ISABELLA SPATAFORA: vive a Milano dagli anni Sessanta. Nata in Sicilia nel trentacinque del secolo scorso, comincia a disegnare fin dall’età di cinque anni.

Angelo Dio­niso di Nanni Valen­tini, una delle ultime acqui­si­zioni del Museo Dio­ce­sano di Milano, col­lo­cato così a mezzo piano dello sca­lone d’onore, sem­bra vestire i panni del custode silente ed ebbro che guida l’accesso alle Col­le­zioni e alle mostre che si suc­ce­dono nei locali supe­riori di uno dei Chio­stri della Basi­lica di Sant’Eustorgio. Oggi “Cha­galle la Bib­bia”, nell’ultimo anno, prima “Terre” di Nanni Valen­tini e poi “Tran­siti e incon­tri” di Gabriella Bene­dini. Ciò, a con­ferma di una voca­zione dia­gno­stica e rifles­siva, da parte del diret­tore del Museo Paolo Biscot­tini, in rife­ri­mento ad alcune ten­denze, non sem­pre cano­niz­zate, dell’arte con­tem­po­ra­nea degli ultimi trent’anni del ‘900. Peral­tro, legate sia ad un raf­fronto con i clas­sici dell’arte del XX secolo sia ad un’idea espo­si­tiva che non disde­gni di sfon­dare nei cosid­detti nostri “anni zero” e oltre. Pro­prio que­sto è il caso di Gabriella Bene­dini, ottan­ta­duenne arti­sta d’origine cre­mo­nese, che con “Tran­siti e incon­tri” ha sug­ge­rito un per­corso espo­si­tivo che avvolge la sua pro­du­zione degli ultimi trent’anni ad un cor­ri­spet­tivo, anto­lo­gico e bio­gra­fico, impa­gi­nato nel cata­logo della mostra. La con­ver­sa­zione che segue risale allo scorso mese di luglio.

Il suo è un rac­conto bio­gra­fico per imma­gini. Da una parte le opere, dall’altra il lavoro, la fatica, l’officina dell’artista con tutto il suo reti­colo di rap­porti e rela­zioni. Cri­tici, gal­le­ri­sti, com­mit­tenze, musei, mostre. Que­sta mostra, “Tran­siti e incon­tri”, ne è la sua più mani­fe­sta dichiarazione?

Per l’appunto, il mio è un rac­conto per imma­gini del lavoro degli ultimi 30 anni. La mostra, infatti, parte dalla metà degli anni ottanta. Deli­be­ra­ta­mente ho tra­scu­rato tutto quelle che pre­cede quella data.

che però si recu­pera nel note­vole inserto bio­gra­fico del cata­logo, quasi un libro nel libro …

Sì, è giu­sto che dica che dalla fine degli anni set­tanta ho per­se­guito una ricerca che fosse com­ple­ta­mente auto­noma. L’informale era finito e per conto mio, lavo­ravo sulla poe­sia e in genere sulla let­te­ra­tura. Ritengo di essere rinata arti­sti­ca­mente pro­prio negli anni ottanta. Forse anche iso­lan­domi per tro­vare quelle domande che sem­bra­vano allora come oggi assil­larmi. Allora ci fu il gra­duale pas­sag­gio alla scul­tura. Comun­que, mi fu cru­ciale la visione degli affre­schi di Palazzo Schi­fa­noia a Fer­rara. Rimasi abba­gliata dai mesi dello Zodiaco. Poco tempo dopo la stessa espe­rienza la ebbi a Man­tova, a Palazzo Te. Comin­ciai a stu­diare i feno­meni alche­mici. Sem­brava che quelle imma­gini così potenti comin­cias­sero ad attrarre il mio lavoro. Non credo che sia stato un caso che qual­che anno dopo fui chia­mata a lavo­rare pro­prio in quelle stanze così intrise di arte, scienza, alchi­mia. Da lì sono nati i lavori degli ultimi decenni; i cicli i Tea­tri della ‘melan­co­nia’, i Pen­doli del tempo, i Gonio­me­tri, i Sestanti , le Costel­la­zioni, e le arpe, le arche, le scrit­ture anti­che e i libri-tattili e oggetto. Ma, è altret­tanto giu­sto che si cono­sca il mio pre­ce­dente per­corso artistico.

A tal pro­po­sito gli inizi sono stati dif­fi­cili oppure è riu­scita ad inte­grarsi imme­dia­ta­mente nell’ambiente arti­stico nazionale?

Ho fre­quen­tato la Brera di Aldo Carpi. Ho ten­tato di agire nell’ambiente arti­stico mila­nese. Erano i tempi, tra gli anni cin­quanta e gli anni ses­santa, del cosid­detto Rea­li­smo esi­sten­ziale. Bepi Roma­gnoni e Mario Raciti erano tra i miei amici. Ma, era un con­te­sto chiuso e maschi­li­sta. Si tro­va­vano tra di loro. Non si per­deva occa­sione per sal­tarmi addosso e lo dico con il senso del tempo che è pas­sato, allora però ero una ragazza non da but­tare. Non veniva preso in con­si­de­ra­zione nes­sun altro aspetto. A me, però, inte­res­sava solo l’aspetto artistico.

Ha pra­ti­cato un fem­mi­ni­smo ante-litteram …

Pre­i­sto­ria. Però, a metà degli anni set­tanta con il col­let­tivo Meta­mor­fosi, era­vamo quat­tro arti­ste tutte con una loro spe­ci­fica tra­iet­to­ria arti­stica che fu alla base poi dello scio­gli­mento del gruppo, affron­tai con acqui­sita con­sa­pe­vo­lezza tutte le tema­ti­che e i con­te­sti sociali”al femminile”.

Tor­nando agli inizi. Era quello un periodo di grande tra­sfor­ma­zione. L’Italia pove­ris­sima, uscita a pezzi dal tra­gico epi­logo del ven­ten­nio nero, s’apriva alla cul­tura euro­pea. Si comin­cia­vano a cono­scere le nuove ten­denze arti­sti­che, anche d’Oltreoceano e a ripen­sare le ormai esan­gui avan­guar­die sto­ri­che, filo­so­fi­che con l’esistenzialismo, e ancora gli scrit­tori che ave­vano rivol­tato da capo a piedi il romanzo ottocentesco …

Avevo tro­vato lavoro come illu­stra­trice. Dise­gnavo da sem­pre. Anche in Ita­lia, men­tre stu­diavo, dise­gnavo per rivi­ste desti­nate ai ragazzi. Era un paese che aveva biso­gno di tutto. Se ti ren­devi utile, lavo­ravi. Poi è finita la pac­chia. Andai a Parigi. E poi mi spo­sai. Comin­ciai con mio marito Gior­gio a viag­giare. Mi era molto d’aiuto. Fu lui a sug­ge­rirmi di spe­ri­men­tare con la cine­presa super8 con i quali ho rea­liz­zato “Dopre­noi” e “Diutop”.

Viaggi che, a leg­gere le mete e i gli anni, paiono leg­gen­dari: Marocco, Africa nera, Paki­stan, Afghanistan.Luoghi fre­quen­tati nello stesso periodo da Bur­rou­ghs, Chat­win e Boetti. Per fare qual­che nome.

Furono viaggi avven­tu­ro­sis­simi, anche rischiosi. In auto, in treno, in posti impervi. Nel ’71 tra­scor­remmo due in Afgha­ni­stan. Non sapevo di Boetti. Allora si viveva e si dor­miva. Era­vamo spe­ri­co­lati. Andammo in Paki­stan, attra­verso la Siria, l’Iraq, il su dell’Iran. Tra il ’75 e il ’75 dal Marocco, sbar­cati a Ceuta da Mar­si­glia, attra­ver­sammo in mac­china il Sahara, il Sene­gal e in treno fino in Nige­ria. Non avevo seguito un per­corso acca­de­mico, né rico­no­scevo mae­stri. Era mio inte­resse cono­scere posti nuovi e come le per­sone di quei paesi si espri­me­vano. Poi, fil­mavo tutto. Esplo­ravo ciò che poi è diven­tato per me un discorso eco­lo­gico che trovò ragione con­creta nel film “Dio­tup”, che uti­lizza la mate­ria­lità di oggetti di pla­stica, umi­liati e pronti ad essere modi­fi­cati in una scul­tura d’aria, embrione gigante sot­to­po­sto a trasformazione.

Dove fu girato il film?

Fu girato, tra l’inverno del ’71 e la pri­ma­vera dell’anno dopo, in con­di­zioni for­tu­nose a Rosi­gnano Sol­vay, con il ser­pen­tone d’aria che si espande gra­zie al banale trucco di gon­fiare il mate­riale di pla­stica con le emis­sioni del tubo di scap­pa­mento della mia auto.

Dun­que, pare di capire che il suo è stato un per­corso ori­gi­nale, quasi appar­tato, seb­bene con­sa­pe­vole di appar­te­nere ad un mondo dell’arte come dire all’italiana.

Sono andata sem­pre avanti, debbo dire che la mia soli­tu­dine arti­stica è stata cen­trale per la mia ricerca. Ho dovuto atten­dere molto prima di avere spa­zio nei musei. Ma in tutto que­sto tempo, ho fatto incon­tri con per­sone straordinarie.

 

Nota Bio­gra­fica

Gabriella Bene­dini è nata a Cre­mona nel 1932. Fre­quenta a Parma l’Istituto d’Arte Paolo Toschi e tra­sfe­ri­tasi a Milano si diploma all’Accademia di Brera. Lavora nell’editoria per ragazzi come illu­stra­trice, sul finire degli anni cin­quanta va a vivere a Parigi. Tor­nata a Milano espone con la Gal­le­ria Ber­ga­mini e fre­quenta i pit­tori del Rea­li­smo esi­sten­ziale. Tra la fine degli anni ses­santa e la metà degli anni set­tanta alla ricerca di un pro­prio lin­guag­gio arti­stico viag­gia molto, in Africa e in Asia. Nel1972 spe­ri­menta il cinema rea­liz­zando due film in super 8 Dopre­noi e Diu­top. Con Ales­san­dra Bonelli, Lucia Pesca­dor e Ales­san­dra Ster­loc­chi costi­tui­sce il Gruppo Meta­mor­fosi. Sciol­tosi il gruppo spo­sta la sua ricerca verso la scul­tura. Cicli come le Sto­rie della terra-Mutazioni (1977–1980), i Tea­tri della ‘melan­co­nia’ (1984), i Sestanti (1992), le Costel­la­zioni (1993). E poi instal­la­zioni come Il tea­tro di Per­se­fone (1985) e le Arpe (1991). Dell’Estate del 2014 è la mostra “Tran­siti e incon­tri” al Museo Dio­ce­sano di Milano.

24 dicembre 2014
http://laboratoriodonnae.wordpress.com

Scoprire Meret

di Pina Nuzzo

Presentazione biografia Meret Libreria delle donne Milano foto di Pinuccia Barbieri

La presentazione a Milano, il 20 dicembre scorso, della biografia “Meret Oppenheim, afferrare la vita per la coda” di Martina Corgnati era un’occasione da cogliere al volo. Il libro era stato presentato una settimana prima al Maxxi di Roma, ma ho preferito fare un viaggio fino a Milano perché l’evento che si è tenuto presso la Libreria delle Donne era organizzato dall’Associazione  “Apriti cielo” con cui sono entrata in contatto via Facebook. Circostanze che mi facevano immaginare un incontro ravvicinato con un’autrice che apprezzo, in un luogo politico significativo.Partendo dalla mia esperienza di pittrice avevo avuto modo di riflettere sulla donna come spettatrice dell’arte. Visitando mostre e musei mi ero fatta diverse domande su quello che guardavo e sul suo significato, ma per uscire dal mutismo in cui regolarmente sprofondavo ho dovuto superare tutte le informazioni e le nozioni di cui siamo tradizionalmente in possesso e che condizionano il nostro sguardo. Ho sempre trovato insopportabile la pretesa di assegnare alle opere un linguaggio asessuato che parlerebbe indifferentemente agli uomini e alle donne. Solo quando ho accettato di ascoltarmi davvero di fronte all’opera d’arte ho cominciato a pormi come una spettatrice sessuata. L’ho potuto fare grazie alla pratica politica del partire da sé. Così ho potuto leggere la grandezza di un artista, ma nel contempo capire di quali privilegi abbiano goduto gli uomini nella costruzione della storia dell’arte, primo fra tutti quello di porsi come soggetto nel mondo e di usare il mondo come oggetto di rappresentazione, di farlo legittimati da una genealogia.
Il saggio di Martina Corgnati “Artiste. Dall’impressionismo al nuovo millennio”(Mondadori 2004) ha rappresentato una conferma autorevole per il mio punto di vista. Non posso non citare un passaggio cruciale: “Le stesse “arti belle”, con i nudi e altre iconografie ricorrenti, da sempre saldamente in mano a uomini, hanno contribuito non poco ad alimentare l’ideologia e l’immagine della donna-oggetto, sessualmente disponibile, debole, nutritiva, vicina alla natura e passiva. Un’ideologia tanto forte, fino a pochi decenni fa, da condizionare non solo gli artisti, ma anche le loro rarissime colleghe e il loro pubblico, “misto” di fatto ma esclusivamente maschile nel giudizio. Alla fruitrice infatti, come all’artista, si offrivano due sole possibilità: identificarsi con lo sguardo maschile, rinunciando al proprio punto di vista, oppure con l’oggetto del desiderio, la modella, la musa, assumendo quindi una posizione in qualche misura masochista, svuotata di qualsiasi potere di formulare un’immagine autonoma.”
Dovevo andare a Milano.
“E’ circolata tanta energia oggi in Libreria e una gradevole impressione di vero ascolto e scambio di saperi” ha commentato “Apriti Cielo” su Facebook ad incontro concluso. Confermo, è stato uno di quei rari incontri in cui ci si parla per davvero. A cominciare dalle relatrici che si sono spese con generosità.
Ha aperto i lavori Zina Borgini di “Apriti Cielo” che ha voluto fortemente l’iniziativa per l’ammirazione nei confronti di Meret Oppenheim, icona di donna vissuta fuori dagli schemi, libera da ogni etichetta artistica, ideologica e di genere; per stima nei confronti di Martina Corgnati che aveva già lavorato sulla figura dell’artista e curato dopo la morte la prima retrospettiva italiana al Palazzo delle Stelline a Milano (1998/99). E ha voluto che la presentazione avvenisse presso la Libreria delle Donne, luogo con cui ha una relazione di lunga data.
Cristina Giudice, storica dell’arte e docente – come Martina Corgnati – dell’Accademia Albertina di Torino, introducendo ha ricordato che le artiste sono state spesso penalizzate dalla critica dell’arte del novecento; chi è riuscita a ritagliarsi uno spazio, ad essere riconosciuta, ha fatto scelte di cui poco sappiamo. Raccontate raramente. La ponderosa biografia di Martina Corgnati permette, invece, di conoscere meglio una figura complessa come Meret Oppenheim che, giovanissima, sapeva di volersi dedicare all’arte ed era già consapevole della ricaduta che l’essere donna avrebbe avuto sulla sua ricerca artistica. Decide di non avere figli. E quasi a suggellare un patto con sé stessa dipinge un quadro: l’angelo sterminatore.
E’ una donna che tiene alla propria libertà anche contro i suoi stessi sentimenti e non teme di andare controcorrente, contro le convenzioni sociali del suo tempo. Di questo e di tanto altro parla la biografia, un volume di cinquecento pagine che si legge con grande piacere e che si torna a consultare, come ha detto Cristina Giudice che si è anche soffermata sulla qualità della scrittura di Martina Corgnati. Perché non si tratta solo di scrittura bella, ma di aver saputo restituire la propria competenza, lo sguardo sull’artista e la relazione con la nipote, Lisa Wenger, depositaria delle carte di Meret – lettere, appunti, documenti – che sono materia viva e inedita della biografia.

Foto di Pinuccia Barbieri

da http://laboratoriodonnae.wordpress.com

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dal16 dicembre al 30 dicembre 2014

Until Next Morning. Le opere esposte, tutte inedite, presentano la ricerca dell’artista negli ultimi 2 anni; si tratta di tecniche miste su carte di grande formato che sono il luogo di un paesaggio interiore.

a cura di Gianluca Ranzi

La Fondazione Mudima dal 17 al 30 dicembre presenta la mostra “Simona Caramelli. Until Next Morning” a cura di Gianluca Ranzi. Le opere esposte, tutte inedite, ripercorrono la ricerca dell’artista negli ultimi due anni e sono principalmente tecniche miste su carte di grande formato in cui la matericità della carta e le sue caratteristiche evidenziano le dinamiche profonde da cui muove l’ispirazione al lavoro.

Per Simona Caramelli il quadro diventa il luogo di un paesaggio interiore in cui il predominio del bianco e del nero è la traccia di una ricerca introspettiva portata avanti con determinazione e senza inibizioni.

Il titolo della mostra “Until Next Morning” fa riferimento a quel senso di sospensione e di continua attesa che è presente nel lavoro dell’artista e ben rappresentato in mostra da opere come quelle del ciclo “I”, che sta per insonnia, una condizione sofferta dall’artista e che ha dato origine alla produzione notturna di queste cinque grandi carte. Qui le piegature della carta, le sue lacerazioni e la sua “storia” diventano il simbolo delle dinamiche interiori che la pittura riesce a materializzare, mantenendo pur sempre una forma aperta, irrefrenabile e magmatica. Come scrive Gianluca Ranzi: “In queste opere l’idea ricorrente di una finestra sbarrata che apre sulle dinamiche interiori e cerca di trattenere una nebulosa di pittura e energia allo stato puro (I #2, 2014, acrilico e collage su carta, 175×150 cm.), assume una grande efficacia espressiva pur senza mai rinunciare a un sapiente controllo formale e a una caratteristica riduzione minimale della composizione”.

Il rapporto con lo spazio è quindi articolato e complesso, come avviene nelle ultime carte chiamate genericamente e programmaticamente “Untitled”, in cui la figura si allarga a macchia d’olio sul foglio lasciando margini di non-finito e vuoti d’immagine in cui la pittura galleggia, scorre in rivoli ed esplode nello spazio. In queste recentissime opere (come nel caso di Untitled, 2014, acrilico su carta, 140×180 cm.) la ricerca di Simona Caramelli assume la forza di un flusso inarrestabile che dal basso spinge verso l’alto il contenuto del suo inconscio, usando un segno incisivo e violento che libera e dà voce allo stato informe della materia e delle memorie, spingendolo fino alla soglia dell’evidenza formale e li trattenendolo come in una fugace apparizione restituita perennemente alla vista. In questo caso il “senza titolo” rimanda infatti a qualcosa che va oltre il quadro stesso e di cui ne costituisce la sorgente.

Nel ciclo intitolato “Hand” l’immagine fotografica di una mano inguantata intrisa di pittura viene riprodotta in serie su lastre di ferro o sdoppiata e triplicata su carta: se arcaiche sono la temperatura del colore e la lontananza dell’immagine moltiplicata, attualissima è la conturbante efficacia del simbolo del fare e della poiesi, di quel gesto liberatorio e sfrontato che sottintende tutta la ricerca dell’artista.

Simona Caramelli è nata a Pistoia nel 1969. In passato è stata attrice per il teatro ed il cinema collaborando con i più importanti registi italiani. Vive e lavora a Roma. Tra le mostre personali e collettive si segnalano: UNTIL NEXT MORNING, Fondazione Mudima, Milano a cura di Gianluca Ranzi (dicembre 2014); PREMIERE, Galleria PrimoSpazio, Foligno a cura di Piero Tomassoni (maggio 2010); mostra collettiva presso la Galleria PrimoSpazio, Foligno a cura di Piero Tomassoni (aprile 2010); MiArt Milano, galleria PrimoSpazio (marzo 2010), BLIND DATE, 420 Roma, collettiva indipendente (giugno 2009).

Immagine: Simona Caramelli_Untitled_2014_acrilico su carta_cm 140×180

Ufficio stampa
Irma Bianchi Comunicazione
Tel. 02 8940 4694 – info@irmabianchi.it

Inaugurazione 16 dicembre alle 18.30

Fondazione Mudima
via Tadino, 26 – Milano Lombardia Italia
Orario: lun-ven 11-13 e 15-19.30
Ingresso libero

Dal 17 dicembre 2014 al 15 febbraio 2015

Oltre 100 fotografie b/n ripercorrono tutta l’opera dell’artista, dall’inizio negli anni ’90 come fotografa nei Balcani ai suoi ultimi lavori ad Almeria. Le sue immagini analizzano i temi del confine, della vulnerabilita’ e del corpo.

la Fondazione Stelline presenta la personale di Vanessa Winship organizzata dalla Fundación Mapfre di Madrid: oltre 100 fotografie in bianco e nero ripercorrono attraverso un’ampia panoramica tutta l’opera dell’artista, dall’inizio della sua carriera, giovane fotografa nei Balcani, fino ai suoi ultimi lavori ad Almerìa.

Vanessa Winship è un’artista polivalente, i cui lavori analizzano la profondità dei temi della frontiera dell’identità, della vulnerabilità e del corpo, il tutto in uno spazio geografico ricco di intensità ed emozioni, dove l’instabilità dei confini va di pari passo con il mutare dell’identità storica contemporanea.

Le sue serie offrono uno spunto di riflessione su come il corso della storia riesca a modellare le forme del paesaggio e a lasciare il segno sui corpi dei suoi abitanti, ma anche sulle loro caratteristiche e sui loro gesti. Il viaggio e i suoi incontri con l’”altro” sono temi fondamentali della sua vita e della sua fotografia. Un paesaggio umano, che si impone sui conflitti politici e sociali ed emerge tra le rovine di mondi in decadenza. Un recente passato (edifici, sculture commemorative e mezzi di trasporto) procede in direzione opposta alle persone che si muovono tra di esse. La Winship descrive la componente mitica e leggendaria di questi luoghi e allo stesso tempo li destabilizza. Vengono certamente evocati gli eventi storici che hanno segnato queste regioni, ma la Winship pone l’enfasi più alta sulla microstoria di ognuna di esse: le attività del tempo libero, gli interni delle scuole, le condizioni di lavoro e le diverse forme di socializzazione e di culto religioso.

Le fotografie realizzate fino al 2011 tracciano una mappa personale dei confini dell’Europa e dei loro punti di contatto con l’Asia.Il suoparticolaremetodo di lavoro ha dato origine a serie come “Imagined States and Desires: A Balkan Journey”, “Black Sea: Between Chronicle and Fiction”, “Sweet Nothings: Schoolgirls of Eastern Anatolia” e “Georgia. SeedsCarried by the Wind”, che uniscono spazio pubblico e privato, concentrandosi su un evento e sulla costruzione di un ritratto in posa.

“Ospitare un’artista come Vanessa Winship è come fare un itinerario in un mondo che muta, nei confini e nella percezione storica dell’evoluzione –dichiara PierCarla Delpiano, Presidente Fondazione Stelline. Il tema del cambiamento alla vigilia di Expo2015 è particolarmente attuale nella Milano di oggi che diventa metropolitana. Come si intuisce nel dibattito culturale: grandi eventi, contaminazione, apertura. Grazie alla Winship abbiamo la possibilità di vedere ritratta la storia che cambia nei confini e nell’identità, particolarmente contestuale al momento storico che viviamo”.

Nel 2011, la Winship è stata la prima donna a ricevere il prestigioso premio Henri Cartier-Bresson per la fotografia. Il suo progetto vincente è stato “Shedances on Jackson. UnitedStates”, una serie che si concentra sui segni del declino dell’American Dream, visibile sia sulla superficie della terra che nelle caratteristiche umane e nel linguaggio del corpo. Nel 2014, su incarico della FUNDACIÓN MAPFRE, la Winship si è recata ad Almería (Spagna), per rappresentarne la notevole diversità geografica, lo sradicamento e la storia fatta di alterne vicende. Questi ultimi due progetti rivelano una progressiva scomparsa delle forme umane e l’emergere di un paesaggio che diventa eloquente attraverso il suo apparente silenzio e la sua immobilità. Il senso di un territorio di frontiera, la vulnerabilità della terra e il peso del passato, suggeriti dalla serie “Almería. Where Gold WasFound”, mettono questa regione in connessione con le altre parti del mondo su cui si è posato lo sguardo fotografico di Vanessa Winship.

Vanessa Winship (nata a Barton-upon-Humber, Regno Unito, nel 1960) è oggi uno dei nomi più acclamati della fotografia internazionale. Il suo stile non è meramente documentario, ma si concentra su temi quali la frontiera, l’identità, la vulnerabilità e il corpo. Sin dagli anni ’90, la Winship ha lavorato in diverse aree geografiche, tra cui i Balcani, il Mar Nero e il Caucaso, che nell’immaginario collettivo sono luoghi associati all’instabilità e ai tempi oscuri del recente passato e alla mutevolezza dei confini e delle identità.

Ufficio stampa
Andromaca Eventi e comunicazione
Valentina Morelli 338 5600375 valentina.morelli@andromaca.it

Opening 16 dicembre ore 18.30

Fondazione Stelline
Corso Magenta 61 Milano
Orario: martedì / domenica, 10 – 20 (chiuso lunedì)
Biglietti: intero € 6; ridotto € 4,50; scuole € 2

dal 20/11/2014 al 14/2/2015

Galleria Raffaella Cortese

via A. Stradella, 7- Milano

02 2043555 FAX 02 29533590

Nei film, nelle performance, nelle installazioni e nei dipinti di Rosier tutte le storie nascono dalla danza e dalla musica. Il lavoro di Wilcox presenta un interesse per il racconto soggettivo e i modi in cui la storia e’ sempre in divenire, tessuta di eventi, mito, memoria, associazioni.
Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale dell’artista francese Mathilde Rosier.

Nei film, nelle performance, nelle installazioni e nei dipinti di Mathilde Rosier, tutte le storie nascono dalla danza e dalla musica. Il suono, la mimica del corpo e i disegni simbolici fanno in modo che le narrazioni non abbiano bisogno delle parole: il lavoro sfugge alle descrizioni razionali e alla comprensione immediata, pur rimanendo ancorato al reale.

La mostra di Mathilde Rosier subisce l’influsso della sua esperienza tra danza e gestualità, in relazione alla rappresentazione narrativa dello spazio e del tempo. Dopo aver dedicato buona parte della sua pratica artistica indagando una possibile fusione del mondo animale con l’essere umano, la sua ricerca più recente è focalizzata sulla figura umana e in particolare sulla rappresentazione del movimento. Negli ultimi lavori è evidente la volontà di infondere forza vitale ai dipinti e ai collage, strettamente legati alle sue performance in cui il suono, il corpo e l’azione diventano elementi inscindibili.

Una serie di collage di grande formato, raffiguranti dei danzatori, saranno la cornice della performance che Rosier presenterà all’opening della mostra nello spazio di via Stradella 4. I corpi dei danzatori sono frammentati da ritagli, i cui contorni si riferiscono a movimenti precedenti o successivi. Le figure dei ballerini diventano quelle di acrobati: è da questo concetto che Rosier ha iniziato a lavorare sull’arte del cadere.
La nozione di caduta implica una perdita del comune senso di percezione, una confusione che porta a un momentaneo smarrimento d’identità personale e collettiva, anche in relazione alla condizione socioeconomica attuale in Francia e non solo. Ma la mancanza di equilibrio come momento di disturbo può anche essere l’occasione per una rinnovata comprensione e una sorta di guarigione: è solo una questione di attitudine alla caduta.

In galleria, al numero 7, saranno esposte opere su carta realizzate in dimensioni reali per consentire a chi guarda di immedesimarsi nella caduta degli acrobati, affinché il rapporto con l’opera diventi più fisico che intellettuale.

Mathilde Rosier (FR, 1973) vive e lavora a Berlino. Recenti mostre e performance sono state ospitate da: Galleria d’Arte Moderna di Milano (2014, a cura di Francesco Bonami), Dortmunder Kunstverein (2012), Kunstverein Hannover (2012), Kunstpalais Erlangen (2011), Camden Arts Centre di Londra (2011), Museo Abteiberg Mönchengladbach (2011), Serpentine Gallery (2010), e Museo Jeu de Paume di Parigi (2010, a cura di Elena Filipovic).

Tafter.it • Cultura è sviluppo

Apre ad Umeå, in Svezia.

Il primo museo rigorosamente femminista aprirà domani i battenti a Umea, nel nord della Svezia. La struttura è “unica ed è il solo museo al mondo dedicato al ruolo della donna nel passato, nel presente e nel futuro“, ha spiegato la sua direttrice, Maria Perstedt.
Un orientamento che lo distingue nettamente dagli altri musei dedicati alle donne e alla loro storia. Inaugurato in una città capitale europea nel 2014, e vicino al circolo polare, il museo ha l’ambizioso obiettivo di far sentire la voce delle donne e di “descrivere e provocare le idee, le norme, e le strutture che limitano oggi le scelte e possibilità delle donne e degli uomini”.
Secondo Perstedt, che ha aderito al progetto lanciato nel 2010, l’assenza di prospettive femministe negli altri musei svedesi ha lasciato uno spazio per far riflettere il grande pubblico su queste questioni. Perstedt conta di creare “un museo vivente”, un luogo di incontri e dibattiti.
Interamente finanziato dal comune, il museo non espone una collezione permanente: offre ai visitatori due mostre temporanee, una sull’invecchiamento e l’altra intitolata “Radici”.
L’ingresso è gratuito.

 

Consulta il sito del KVINNOHISTORISKT MUSEUM

 

Fonte: ASCA

dal 19 novembre – 2 dicembre 2014

 

Il Goethe-Institut Mailand

Vi invita alla mostra

Parva sed apta mihi – due donne, una scelta

Museo Studio Francesco Messina  Via San Sisto 4/A, Milano
Ingresso libero

parva sed apta mihi – due donne, una scelta

Eva Sørensen e Elisabeth Scherffig

Due mostre con lavori di Eva Sørensen e di Elisabeth Scherffig presentate da cramum e Fondazione Giacomo Pardi presso lo Studio Museo Francesco Messina del Comune di Milano e con il patrocinio del Goethe-Institut Mailand e del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania.

Eva Sørensen e Elisabeth Scherffig, due donne, due artiste straniere che hanno fatto della scelta di vivere in Italia, dell’arte e della cultura la chiave della propria esistenza e realizzazione.

I curatori – Sabino Maria Frassà e Andi Kacziba – hanno scelto di intitolare questo ciclo di mostre monografiche con la locuzione latina che il poeta Ariosto fece apporre all’ingresso della sua ultima dimora. Qui Ariosto trovò la sua dimensione, apta per completare l’Orlando Furioso.

Così Eva Sørensen ed Elisabeth Scherffig hanno trovato nel nostro Paese il luogo in cui sintetizzare le proprie origini in uno sviluppo artistico unico, accomunato dalla centralità del tratto, che diventa forma, disegno e materia.

Dopo la mostra con i lavori di Eva Sørensen,  dal 21 ottobre al 2 novembre,  il 18 novembre 2014, alle ore 18.30, inaugura la mostra con i lavori di Elisabeth Scherffig.

Elisabeth Scherffig nasce a Düsseldorf in Germania nel 1949. Vive e lavora a Milano dal 1971. Ha esposto in sedi istituzionali e gallerie private a Milano, Venezia, Düsseldorf, Londra, New York.
Elisabeth Scherffig con il suo Mappamondo spinge l’analisi al di là dell’apparenza. L’artista mappa il suo mondo attraverso attente sovrapposizioni stratigrafiche, calchi in porcellana e strappi di seta, che restituiscono la complessità e completezza delle sue città (Milano e Düsseldorf), della strada che percorre ogni giorno, dei suoi pensieri.

Orari d’apertura:

martedì – venerdì: ore 10.00 – 14.00
sabato: ore 14.00 – 18.00

Informazioni:

Tel. 02 86453005 – info@cramum.org

di Rossella Porcheddu

in Letterate Magazine, LM Home, Mostre, Parole/Visioni |

 

«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini. Una frase impressa nella memoria di Maria Lai, sua allieva all’Accademia di Venezia, come raccontato in un video in mostra al Palazzo di Città di Cagliari. Non è in quello spazio, però, che ci si rende conto di quanto l’opera dell’artista sarda appartenga al luogo che l’ha vista nascere e che ha stimolato i suoi giochi di bambina.

È Ulassai, con le sue montagne e i suoi precipizi, a restituirci quel respiro che Maria Lai ha sempre cercato. E sebbene l’Ogliastra sia solo la seconda tappa di Ricucire il mondo, esposizione che ripercorre l’intera produzione dell’artista scomparsa nell’aprile del 2013, a noi sembra fondamentale partire da lì. Senza inseguire un arco temporale, piuttosto tracciando un percorso emotivo.

Ne La strada del rito pani, uccelli e pesci di pietra si rincorrono per circa sette chilometri. All’ingresso del paese, un muro alto venti metri accoglie Le capre cucite. È l’arte che dialoga con la natura, senza prendere il sopravvento su di essa, anzi, amalgamandosi ad essa.

Maria Lai, La scarpata

Si estende per trenta metri di altezza e ottanta di lunghezza La scarpata, realizzata nel 1993 per abbellire una muraglia contenitiva. Naturale è la disposizione delle pietre, altrettanto quella degli elementi in acciaio ossidante, che il vento, intervenuto a disturbare le fasi del lavoro, ha scombinato, modificando il progetto iniziale. Ed è ancora il vento a infilarsi tra le braccia del dio che si erge immobile nel Parco Eolico di Ulassai, nell’opera La cattura dell’ala del vento. Ed è l’uomo che non vuole piegare la natura ed è la natura che coadiuva l’uomo (senza voler dare alcun giudizio, in questa sede, sulla funzionalità delle pale, che tante polemiche hanno generato).

Maria Lai, La cattura dell’ala del vento

Se questi interventi ambientali ci restituiscono un’artista in ascolto della natura, c’è un’altra opera, tra quelle che compongono il Museo all’aperto, più raccolta, più intima. Addentrandoci nel paese, troviamo nella chiesa parrocchiale di Sant’Antioco quindici pannelli con le stazioni della Via Crucis. Un po’ di muffa a ricordare il tempo che passa e grovigli di fili per stilizzare la croce, per raccontare la fatica, per accennare il corpo morente. Pochi tratti per raccontare la Passione. Ed è così anche per la Sindone che troviamo al Museo Man, dove la mostra si è già conclusa (alla Stazione dell’Arte di Ulassai e al Palazzo di Città di Cagliati c’è tempo, invece, fino al 2 novembre). Adagiato a una parete, il lenzuolo è attraversato da una linea verticale che conduce al fulcro, un volto senza lineamenti, fatto di capelli, di barba e di spine.

Ed è importante sottolineare che quella di Cristo è una delle poche fisionomie umane che popolano l’arte di Maria Lai, più vicina all’informale che al figurativo. Ha fattezze umane anche Maria Pietra, protagonista di una delle favole cucite, offerta nel museo nuorese a una fruizione tattile. Guanto su una mano, le pagine di stoffa si possono toccare e sfogliare, mentre la voce di Maria Lai racconta la storia scritta da Salvatore Cambosu. Storia di una donna con abilità che vorrebbe non avere. Storia di una madre che piangendo il figlio morto impasta bambini di pane. La condizione femminile è indagata in Donne al loro posto del 1975, piccola teca con donne in gabbia esposta a Cagliari, e in una delle più celebri fiabe cucite, Il Dio distratto, esposta al Man, che vede le janas sussurrare nelle orecchie delle donne parole di libertà. E dal momento che lo sguardo di Maria Lai è raramente autoriferito, è un piacere scoprire in una piccola saletta, le Autobiografie: cornici a contenere scritture illeggibili, grovigli di fili a cadere oltre il bordo, per un timido racconto di sé.

Passando attraverso le sale del Palazzo di Città, dove, bisogna dirlo, l’allestimento non giova certo all’esposizione, s’incontra la prima produzione, i disegni, i presepi, i telai, i Pupi e le Geografie, che rimandando a luoghi e a mondi altri, puntando all’infinito da cui tutto proviene.

Salendo le scale del Man vediamo libri cuciti, telai di pietra, le carte da gioco – I luoghi dell’arte a portata di mano – per fare arte, leggere l’arte, ridefinire l’arte, e alcune foto di Legarsi alla montagna, intervento collettivo che ha visto la partecipazione dell’intero paese di Ulassai.

E se la mostra al Man, che tocca la produzione più matura, è sicuramente la più riuscita, per ideazione, allestimento e illuminazione, è alla Stazione dell’Arte di Ulassai, che per l’occasione ha riproposto l’allestimento di apertura dello spazio espositivo, nel 2006, che si conserva una delle opere più significative: Invito a tavola, realizzato per Pitti Immagine Casa nel 2004. Opera d’arte che viene offerta allo spettatore con un rituale, simile ad un invito a cena.

Tre luoghi. Tre spazi espositivi. Tre mostre per un’unica artista: un ricco banchetto per ogni invitato. A nutrirci sono quei primi segni di matita, è la curva di una pancia che culla un bambino. Sono le linee che puntano all’infinito, le regole cercate e le fiabe tramandate. Sono le parole aggrovigliate e non scritte, per quel gioco di detto e non detto di cui parlava Heidegger.

«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini, e Maria Lai ha fatto suo questo assioma. E a ricordarcelo resta, sopra ogni cosa, l’immagine dei nastri che stringono ogni casa di Ulassai all’altra e infine ricongiungono il paese alla montagna, per chiedere pace. Un’opera di cui non restano tracce visibili, se non nella memoria di chi vi ha preso parte e nelle immagini in bianco e nero di quel nastro azzurro, simbolo dell’arte, che può rendere l’uomo libero.

da  www.libreriamo.it

Donne e Arte, intervista a Elena Bordignon, Art blogger e fondatrice di ATPdiary

Fin dal passato, le donne hanno ricoperto un ruolo molto importante nel mondo dell’arte: numerose sono state ritratte dagli artisti, alcune erano artiste loro stesse, altre sono state collezioniste e mecenati. La nostra indagine sul mondo dell’arte al femminile muove le fila da queste considerazioni e vedrà coinvolte, per sei settimane consecutive, le donne italiane che ricoprono un ruolo di spicco nel panorama dell’arte contemporanea. Per avere una visione generale, abbiamo pensato di porre le stesse domande a tutte e sei le protagoniste, cogliendo così i diversi punti di vista. Solo l’ultima domanda è personalizzata per ognuna

MILANO – Fin dal Rinascimento, uno dei periodi più fiorenti per quanto riguarda l’arte e la cultura, le donne hanno assunto un ruolo di primissimo piano nel contesto artistico, grazie alla loro raffinatezza, al gusto, al potere economico. Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga fu ad esempio l’unica nobildonna italiana ad avere uno studiolo, a riprova della sua fama di dama colta, che preferiva gli interessi intellettuali e artistici a uno stile di vita frivolo. Nello studiolo Isabella vi radunò i pezzi più pregiati delle sue collezioni, con opere del Mantegna, di Perugino, del Correggio. Nel seicento una delle figure chiave è Artemisia Gentileschi, pittrice della scuola caravaggesca, divenuta simbolo del femminismo internazionale a causa, suo malgrado, dello stupro subito. Anche un’altra artista ha avuto una vita non poco travagliata ma nonostante ciò, è riuscita a guadagnarsi un posto privilegiato nel mondo dell’arte: Frida Kahlo. Questo per dire che le donne hanno sempre saputo ritagliarsi il proprio spazio, diventando celebri tanto quanto i colleghi maschi. Cosa dire di Ileana Sonnabend, gallerista e mercante d’arte, tra le più celebri protagoniste dell’arte del XX secolo o di Peggy Guggenheim, collezionista d’arte statunitense, che ha dato il via ad un vero e proprio impero?
Settimana scorsa abbiamo intervistato Ilaria Bonacossa, curatrice e Direttrice del Museo d’arte contemporanea Villa Croce a Genova. Tutte le interviste sono a cura di Daniele Perra.

La donna protagonista di questa settimana è Elena Bordignon, Art Blogger, fondatrice di ATPdiary. Photo Credit: Linda Fregni Nagler.

Chi sei? Descriviti.

Sono una giornalista che si occupa da oltre un decennio di arte contemporanea. Attualmente dirigo un blog/magazine d’arte contemporanea. Iniziato come un diario online ATPdiary è diventato la mia “ragione professionale”. Chi sono? Un’editrice sui generis.
Qual è il ruolo delle donne nel mondo dell’arte italiano? Differenze con l’estero?
Carismatico, intenso e determinante. Così descriverei il ruolo delle donne – penso alle artiste, alle curatrici, alle direttrici di museo e alle tante galleriste italiane – che affrontano un sistema (dell’arte nello specifico) fatto di e per soli uomini. Non voglio difendere una categoria, non credo nelle differenze di genere: nulla toglie che nell’essere umano apprezzo per lo più l’aspetto femminile. Non credo ci sia una sostanziale differenza tra il sistema italiano e quello straniero. Sia per quanto riguarda il giornalismo, la curatela, la professione di galleriste; direi che la credibilità italiana sia eguale che all’estero. Ovviamente per quanto riguarda le artiste, non possiamo contare su presenze importanti come Cindy Sherman, Louise Bourgeois e Shirin Neshat, solo per citarne alcune, ma abbiamo validissime artiste riconosciute e stimate all’estero: penso a Paola Pivi, a Vanessa Beecroft e alla grande Marisa Merz. Nel ruolo di direttrici di galleria, abbiamo molte donne capaci e “di carattere”: Paola Capata, Federica Schiavo, Francesca Minini… la lista potrebbe continuare, sia per l’alto livello del lavoro, sia per il notevole sostegno che queste donne attuano nel sistema dell’arte italiana. Ce ne fossero di più…
Essere una donna, aiuta? Pro e contro.
Credo che la sensibilità e l’intelligenza femminile siano enormemente differenti rispetto a quelle maschili. Banalmente ritengo – e ne sono abbastanza certa – che le donne abbiano caratteristiche fisiologiche ed emotive molto più adatte alla società contemporanea: adattabili, generose e “materne”. Non so se aiuta o no, so solo che sono molto consapevole dei sottili atti discriminatori che le donne subiscono quotidianamente, non solo nella società (ancora di forte valenza maschilista), ma anche e soprattutto nell’ambiente familiare e domestico. Figuriamoci nelle aziende… Il grande “contro” dell’essere donne è avere la consapevolezza di essere “superiori” agli uomini per una ragione: siamo meno portate a discriminare. Un uomo sciocco è uguale a una donna sciocca. Una donna intelligente è uguale a un uomo intelligente (solo che una donna intelligente dà molto più “fastidio”).
Un libro, un artista, un fotografo che hanno cambiato la tua vita.
Per il libro, sicuramente “Post Mortem” di Albert Caraco. Per quanto riguarda l’artista, direi Rembrandt. Ho visto un suo quadro dal vivo a Vienna decenni fa ed è stato sconvolgente. Per quanto riguarda un fotografo, direi un mio caro zio – mancato quando era poco più che adolescente. Lui è stato la prima persona che mi ha fatto scoprire la “magia” della fotografia analogica.
Che cosa suggerisci a chi vuole intraprendere la tua carriera?
Studiare, viaggiare, “curiosare”. Mai come ora apprezzo le persone preparate culturalmente. Bisognerebbe capire fin da giovani l’importanza dello studio, anche accademico. Poi, una volta adulti e impegnati professionalmente, non si riuscirà più a concentrarsi nell’apprendimento. Soprattutto nel campo dell’arte contemporanea, essere preparati, conoscere, viaggiare per vedere mostre, musei, progetti, fiere ecc. è di estrema importanza.
Progetti futuri?
Non ne sono molto sicura, ma lavorare in un vivaio è uno dei progetti futuri che più mi rendono serena. Ovviamente temo che resterà un “sogno nel cassetto”… ma non si sa mai la vita cosa può riservare. Nell’immediato futuro professionale – per rispondere in maniera più realistica – ho in servo di migliorare e ampliare ATPdiary come testata giornalistica. Spero di avere l’energia e risorse concrete per poterlo fare.
Hai fondato il primo blog d’arte. Quali sono state le difficoltà? Come sei stata accolta nel mondo dell’arte?
Non ci sono state vere e proprie difficoltà. Direi che è stato faticoso imporre ATPdiary come un “serio” e veritiero portavoce dell’arte contemporanea. All’inizio non era considerato professionale e/o attendibile. Ma con il tempo, un lavoro costante e la massima serietà professionale, da “blog” ATPdiary è diventata una testata giornalistica d’arte che, senza timore, può stare accanto alle tante altre nel panorama italiano. Ne è la dimostrazione il fatto che parteciperà alla fiera d’arte di Torino, Artissima, come rivista online (unica nel suo genere).
Ovviamente è stata molto dura e ho lavorato (e sto attualmente lavorando) sodo per aumentare la visibilità e la professionalità di quello che, all’inizio, era considerato uno “scherzo” editoriale. Amici anche molto stretti, non hanno mai creduto nelle potenzialità delle riviste online. Forse perché troppo passatisti o non sufficientemente aperti a un nuovo modo di fare e diffondere informazione. All’oggi, ci sono Università, Istituti Superiori e Accademie che mi hanno invitato a raccontare la storia di ATPdiary. Ne sono molto orgogliosa e fiera. In generale il mondo dell’arte mi ha accolto con un po’ di ostilità ma, alcune realtà (pochissime) hanno creduto in me fin dall’inizio, sostenendomi anche economicamente. Devo a loro se ATPdiary è diventato un portale d’arte contemporanea con migliaia di visitatori al giorno.
In ogni caso, il “bello” deve ancora venire!

6 novembre 2014

Daniele Perra

dal 13 al 21 novembre 2014

Camera del Lavoro. Corso di Porta Vittoria 43. Milano Sala
Cesare Riva presso FLC. 2° piano
COMUNICATO STAMPA
da Antonella Proto Giurleo
la memoria storica della buona politica e la necessità di non poterne
prescindere per il futuro di una società democratica

Cristina Rossi

Accade che un’ex insegnante si rechi al sindacato della scuola e
scopra che, per il congresso, sono stati stampati dei quaderni
particolarmente eleganti.

Accade che, tenendo in mano un quaderno, la mai sopita passione per
la carta si riaccenda ( in realtà non si è spenta mai).

Accade che un’idea frulli: ” Perché, se esistono i libri
d’artista,
non inventare i quaderni d’artista?”

Il quaderno non resta solo, la segreteria Flc ne consegna altri.

Una piccola compagine di artiste viene coinvolta e, memore dei
quaderni di scuola, si lancia in un’avventura che porta con sé il
confronto tra la memoria e la politica ( o, forse, sarebbe più
corretto dire, dati i tempi, la memoria della politica?).

I quaderni, esposti nella Sala Cesare Riva, costituiscono scrigni di
memoria, diari di lavoro, intrecci di culture, itinerari di viaggio,
idealità mantenute. Sfogliarli, con delicatezza, costituirà, per le
visitatrici e per i visitatori, un viaggio ideale tra tempo, spazio,
ricordi e speranze.

Mostra: collettiva

Titolo: Quaderni d’artista

Artiste: Giuliana Bellini, Ludovica Cattaneo, Fernanda Fedi, Gretel
Fehr, Ornella Garbin, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Antonella Prota
Giurleo, Evelina Schatz, Dana Sikorska, Rosanna Veronesi

Luogo: Camera del Lavoro. Corso di Porta Vittoria 43. Milano Sala
Cesare Riva presso FLC. 2° piano

Inaugurazione: Giovedì 13 novembre 2014 alle ore 18 con interventi di
Caterina Spina, segretaria Flc di Milano, e Cristina Rossi, giornalista

Durata: sino a venerdì 21 novembre

Orari: giovedì e venerdì ore 10 – 12 e 17 – 19; per le scolaresche
occorre prenotare.

Curatrice: Antonella Prota Giurleo

Informazioni: Antonella Prota Giurleo a.protagiurleo@email.it 347 03 12
744

Pina Giorgio pinagiorgio2013@gmail.com 3392217378

 

 

 

 

dal 14 novembre 2014 al 6 gennaio 2015

Comunicato Museo Pecci
Promosso da Comune di Prato e Regione Toscana

 

Museo Pecci Milano, Ripa di Porta Ticinese 113.Milano

SUZANNE LACY
Gender Agendas

14 novembre 2014 – 6 gennaio 2015
Inaugurazione: giovedì 13 novembre 2014 ore 19.00

La mostra di Suzanne Lacy a Milano è una produzione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, promosso da Regione Toscana e Comune di Prato in accordo con lo SpazioBorgogno. La produzione delle opere dell’artista è resa possibile grazie al sostegno di Franco Soffiantino. Partner tecnici Romagna Fiere e Studi d’Arte Cave Michelangelo.

In attesa della riapertura della rinnovata sede di Prato, prevista per la primavera 2015, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci riparte con una nuova stagione nella sua succursale distaccata milanese, il Museo Pecci Milano, che ha sede in Ripa di Porta Ticinese 113. Con l’occasione dà il via ad una nuova linea di investigazione, dedicata a protagonisti dell’arte internazionale che abbiano svolto ricerche pionieristiche negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.

Sarà Suzanne Lacy, dal 14 novembre 2014 al 6 gennaio 2015, ad aprire la serie con una mostra retrospettiva tematica, intitolata Gender Agendas.

La mostra offre per la prima volta in Europa un’ampia presentazione delle opere dell’artista di Los Angeles, conosciuta come uno degli autori che fin dai primi anni Settanta, nella West Coast, hanno compiuto un lavoro cruciale mescolando l’arte emergente con l’impegno sociale. La sua attività spazia dalle esplorazioni del corpo alle riflessioni intime, fino alla strutturazione di grandi manifestazioni pubbliche che coinvolgono decine di artisti e migliaia di spettatori. È quest’ultima la parte che costituisce il filo conduttore principale della mostra, seguendo uno dei leitmotiv della sua ricerca: l’indagine sulla condizione femminile, talvolta svolta in modo più intimo, altre volte attraverso una forte carica politica e civile, nella considerazione del potere dell’arte come strumento di lotta e di promozione di idee libertarie e progressiste.

Nella mostra, curata dal nuovo direttore Fabio Cavallucci in collaborazione con Megan Steinman vengono presentati alcuni dei lavori in cui l’artista ha toccato i temi cruciali per la condizione femminile: lo sfruttamento sessuale e la violenza, l’invecchiamento e la considerazione che i media hanno della donna anziana, le questioni sociali che vanno dal razzismo alle condizioni di lavoro e di classe. Temi che se negli anni Settanta e Ottanta erano provocatori e avanguardisti, sono ancora oggi all’ordine del giorno. L’arte diviene così uno strumento utile, da una parte per scavare più profondamente i significati e le aspirazioni personali di tutte le centinaia di anonime performer che altrimenti non avrebbero accesso ai sistemi di comunicazione, dall’altra per portare ad evidenza pubblica, attraverso l’amplificazione dei media, le tematiche dei movimenti di liberazione femminili.

La mostra raccoglie i riadattamenti di alcuni tra i lavori più importanti di Suzanne Lacy. Tra questi Prostitution Notes, (1974), in cui svolgeva un’indagine sulle prostitute e sul loro sfruttamento in alcune aree di Los Angeles, con interviste nei bar e nei locali da loro frequentati. In Three Weeks in May (1977), l’artista, in accordo con la polizia di Los Angeles da cui riceveva informazioni riservate, indicava con la scritta rossa RAPE su una mappa della città i luoghi in cui avvenivano violenze sessuali contro le donne: la carta si arrossava giorno per giorno mostrando visivamente la drammaticità del problema. In Mourning and In Rage (1977) è un lavoro in cui Suzanne Lacy, insieme ad altre attiviste, nel momento in cui a Los Angeles c’era stato il brutale strangolamento di dieci donne per opera di un serial killer, si presentò davanti al municipio della città con dieci figure femminili, coperte dalla testa ai piedi con tuniche nere, ciascuna a denunciare altri tipi di violenza sulle donne, spostando la copertura dei mass media da un focus su specifiche storie delle vittime, alla cultura generale della violenza. The Crystal Quilt (1985-1987) è forse l’opera più celebre, quella con cui la Tate Modern ha deciso di aprire il nuovo spazio The Tanks dedicato all’arte performativa nel 2012. Quest’ultima performance, rappresentata ora da un time-lapse di pochi minuti, si svolse nella hall di uno shopping mall a Minneapolis, coinvolgendo 460 donne di età superiore ai sessant’anni, sedute ai tavoli disposti secondo il disegno di una grande tovaglia realizzata da Miriam Shapiro che discutevano tra loro mescolando le proprie esperienze e i propri ricordi con analisi sociologiche sul mancato utilizzo delle potenzialità della vecchiaia. Ogni dieci minuti le donne erano invitate a cambiare la posizione delle loro mani sulla tavola, modificando così il disegno della grande tovaglia. Alla fine della performance anche l’audience entra sullo stage, scompone le forme geometriche dei tavoli, trasformando l’austero ordine in una forma caleidoscopica di colori. Non mancano poi lavori più recenti, come Full Circle (1994) nel quale l’artista espone monumenti in pietra dedicati a donne importanti di Chicago e Storying Rape (2012), una discussione svolta nella City Hall della città di Los Angeles tra importanti personalità dei media, dell’associazionismo e della politica, per cercare di individuare una diversa narrativa per descrivere la violenza sessuale, che ponga la società di fronte al problema con uno sguardo meno blando. Si aggiunge infine una sezione di archivio, video e cartaceo, in cui si mostra la multiforme personalità dell’artista, con molti lavori, compresi quelli iniziali legati alle tematiche del corpo e della carne.

Suzanne Lacy si manifesta così come una pioniera che ha anticipato tanti aspetti divenuti tipici dell’arte degli anni successivi, compreso l’arte partecipativa degli anni Novanta, quella congerie di tendenze in cui il pubblico entra a far parte dell’opera, poi definite da Bourriaud “estetica relazionale”.

Con l’occasione sarà realizzato un apposito catalogo, primo di una serie pubblicata da Mousse, che riassume l’intero percorso di Suzanne Lacy, con testi di Sally Tallant, direttrice della Biennale di Liverpool, un’intervista a Suzanne Lacy realizzata da Fabio Cavallucci, e la riproduzione di gran parte dei lavori prodotti dall’artista dagli anni Settanta ad oggi.

 

Milano, ottobre 2014

INFORMAZIONI
MOSTRA: SUZANNE LACY. Gender Agendas

DURATA: 14 novembre 2014 – 6 gennaio 2015

Inaugurazione: giovedì 13 novembre 2014 ore 19.00

Sede: MUSEO PECCI MILANO
Ripa di Porta Ticinese 113 Milano

Orari: Da martedì a domenica dalle ore 12.00 alle ore 19.00
Chiusa il lunedì

Ingresso libero

Informazioni: Tel. 02-36695249-40 www.centropecci.it

Mostra promossa da: Regione Toscana e Comune di Prato

Prodotta da: Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato
In accordo con SpazioBorgogno

Partner: Franco Soffiantino

Partner tecnici: Romagna Fiere e Studi d’Arte Cave Michelangelo

Ufficio Stampa mostra:Maria Bonmassar
maria.bonmassar@gmail.com
ufficio + 39 06 4825370 cellulare + 39 335 490311

Ufficio stampa Centro Pecci: Ivan Aiazzi i.aiazzi@centropecci.it
ufficio + 39 0574 531828 cellulare + 39 331 3174150

di Francesca Balboni

 

Visitando la mostra di un’artista austriaca ho rivissuto una dimensione della mia vita alla quale sono inevitabilmente molto legata. Tale dimensione è ben descritta in alcune parole tratte dal libro Volere un figlio di Silvia Vegetti Finzi dove l’autrice scrive: «La donna porta, nella procreazione, tutta se stessa: non solo il corpo, ma i pensieri, gli affetti, la sua storia, prossima e remota». In queste parole credo sia racchiuso il forte messaggio che mi è arrivato guardando la mostra Relationships di Regina Huebner, presentata al pubblico durante la Giornata del Contemporaneo a cura dell’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani. Sono ormai molti anni che seguo il percorso artistico di Regina Huebner e ogni volta che vado ad una sua mostra mi sorprende la sua capacità di esplorare, magari inconsapevolmente, l’animo femminile. Forse mi sorprende perché ritrovo me stessa in alcune sue opere. Profondamente femminili, perché il tema dei suoi lavori e delle sue installazioni gioca spesso sulla sfera intima delle relazioni più prossime, quelle familiari. Forse la stessa artista ne ha avuto conferma, chiudendo il cerchio (nelle sue opere il cerchio e la sfera sono peraltro ricorrenti) col suo ultimo lavoro.

Una conferma l’ho certamente avuta io. Relationships rappresenta il punto d’arrivo, la sintesi forse, di un percorso dove l’esperienza della maternità ha avuto un ruolo fondamentale.

Una maternità che immagino vissuta talvolta in solitudine, “tessendo” gli attimi di vita e imprimendoli nella memoria, così come l’artista sembra aver rappresentato in un suo lavoro dove tesse un lunghissimo filo che dall’alto in basso crea una trama in verticale. E qui mi vengono nuovamente in mente alcune parole di Silvia Vegetti Finzi che ha dedicato una vita intera a studiare la dimensione materna: «Spesso lasciate troppo sole, le madri faticano a nominare le proprie emozioni» (tratto dall’articolo comparso sul Corriere della Sera). Alcuni dei lavori di Regina Huebner li ho sempre ricondotti ad un percorso temporale. Ritraggono un principio, così come viene descritto dall’incedere dei passi che vediamo riprodotti in un video molto suggestivo dal nome Journey II, che compare nella home page del suo sito internet (proprio in questi giorni è stato eletto tra i lavori finalisti del premio Terna 06 e a dicembre sarà esposto a Torino presso l’archivio di Stato nell’ambito del Contemporary Arts), e nella lunga tessitura il cui lavoro vuole forse ritrarre la trama della sua vita.

Il trascorrere del tempo e delle esperienze sono narrati, inoltre, in altri lavori fortemente simbolici, come ad esempio il video dove scorre, goccia dopo goccia, il latte materno (il bellissimo lavoro dell’artista rappresenta lo scorrere incessante del latte materno, quasi a voler raccogliere una quantità immensa di “liquido vitale”), oppure l’installazione dove una bambina (la figlia dell’artista) muove i suoi primi passi dell’infanzia disegnando un cerchio immaginario. Ed ancora la riproduzione di un mare capovolto che avanza e si ritira incessantemente, senza soluzione di continuità, che sembra voler esprimere la complessità della vita. I lavori vengono talvolta anche riproposti in sovrapposizione.

Relationships, che è la più recente raccolta dell’artista, appare infine il riassunto di un percorso, intensamente vissuto, qui espresso dal punto di vista artistico, a chiusura di una fase della vita in cui la maternità sembra aver costituito l’elemento preponderante e che ha molto probabilmente portato l’autrice , nel corso del tempo, a scoprire e ridisegnare la propria dimensione di figlia. Dopo aver tessuto ogni attimo, con l’intensità dei sentimenti, talvolta anche contraddittori, dopo aver nutrito col latte materno, dopo aver capovolto ripetutamente la propria prospettiva di vita per poter dare una forma possibile ad un percorso talvolta accidentato, come può essere quello di una madre; dopo aver maneggiato le rotondità della materia, che forse ci vuole rimandare al ventre materno e alla luna luminosa (come rappresentato nel video dove due mani accarezzano e maneggiano una sfera di ghiaccio che sembra appunto una luna) è possibile ripercorrere il proprio cammino. Dopo avere intensamente vissuto l’esperienza di madre l’artista può ritrovare le sue radici, senza le quali tutto il suo vissuto non sarebbe stato possibile, e le cerca in qualcosa che recupera dai suoi ricordi di bambina, cioè dei centrini e delle stoffe arricchite da pizzi che le ricordano il suo passato e la casa materna. Anche in questo caso, sembrano rinviare simbolicamente alla complessa trama della vita e che sembrano mostrare, ancora sgualciti, un percorso, quello di sé da ragazza, non del tutto compiuto.

 

La distanza data dalla lontananza fisica dalla famiglia di origine ha forse permesso all’artista di svolgere un percorso unico di crescita che ha consentito una rilettura adulta dei legami familiari, costruendo per se stessa una dimensione solida della propria personalità. Con un impatto riepilogativo della fase artistica e di vita, rappresentata dalla raccolta di opere contenuta in Relationships, viene poi inserito un nuovo elemento che porta con sé una importante valenza collettiva: Regina Huebner decide di condividere la propria esperienza, e di trarne un arricchimento per se stessa, chiedendo ad alcuni amici più vicini di scrivere una lettera da rivolgere ai propri genitori, una alla madre e una al padre.

Mi è parsa un’ idea coinvolgente e interessante tanto da immaginarla aperta a chi voglia, insieme ai commenti, provare a scrivere qualche riga come se dovesse indirizzarla alla propria madre o al proprio padre. Una parte del progetto Relationships, che è ancora agli esordi, potrebbe ricevere spunti certamente interessanti dagli interventi che appariranno su questo blog.

 

Questo articolo è frutto di una mia riflessione guardando i lavori della mostra “Relationships” di Regina Huebner. Le immagini e le opere artistiche citate sono di © Regina Hübner.
La riproduzione è consentita a condizione che sia citata la fonte.
http://27esimaora.corriere.it/articolo/quando-larte-comunica-il-femminile/

dal 1/10 al 15/11/2014

Galleria Monica de Cardenas, via Francesco Vigano’, 4- Milano

I dipinti di Bjerger sono ispirati a fotografie trovate, principalmente raccolte da riviste, libri e guide di viaggio. I dipinti di Streuli attingono a elementi di opere pittoriche della storia dell’arte europea e americana, ma anche a forme astratte, decorazioni e oggetti della vita quotidiana

Nella Project Room siamo felici di annunciare la prima mostra in Italia della pittrice svedese Anna Bjerger.

I dipinti di Anne Bjerger catturano lʼattimo fuggente e hanno una grande forza evocativa. Si ispirano a fotografie trovate, principalmente raccolte da riviste, libri e guide di viaggio. Lʼartista utilizza la capacità della fotografia di cogliere lʼazione e il movimento. Dipingendo queste immagini, salva dei momenti che altrimenti andrebbero persi per sempre, e li ricrea in pittura, il mezzo in assoluto più duraturo nel tempo. La sua pittura è ricca e fluida e conferisce unʼatmosfera emotiva alle scene di vita rimosse dalle loro origini.

Le immagini scelte spesso hanno delle qualità generiche di esperienza comune, ma il chi, il quando e il dove resta sempre ambiguo, non specificato. I momenti rappresentati sono spesso piacevoli – come bambini che giocano in un campo, una coppia che passeggia in una foresta – ma anche passeggeri, sfuggenti. Bjerger coinvolge lʼosservatore, facendolo diventare uno spettatore reale della scena. Questo è accentuato in “Snap”, in cui una donna punta la telecamera verso lo spettatore. In molte delle sue opere tuttavia cʼè una sensazione di intrusione, quasi di voyerismo, di essere testimoni di momenti privati ed intimi. Questo ruolo dello spettatore viene sottolineato in “Jumper”, che ritrae una classica scena da voyeur: una donna che si spoglia, vista attraverso la finestra. Ha una figura perfetta e la vista momentaneamente coperta dalla maglia che si sta togliendo. Eʼ una situazione carica di erotismo ma anche un poʼ ridicola – una fantasia adolescenziale ricorrente – e Bjerger sottolinea il nostro sguardo vorace con il suo modo di dipingere seducente e la composizione raffinata.

Anne Bjerger è attratta da immagini che fondono lʼanonimo con il familiare, creando spunti di narrazioni. “Attraverso la pittura posso cambiare la gerarchia allʼinterno dellʼimmagine e creare una versione diversa dellʼistante registrato dalla fotografia” dice “La fisicità della pittura, la struttura variabile della superfice e lʼattenzione alle dimensioni servono ad intensificare lʼesperienza dello sguardo.”

Anna Bjerger è nata a Skallsjo in Svezia nel 1973. Ha studiato a Londra al Central St. Martins School of Art e poi al Royal College of Art. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre in Scandinavia, in Inghilterra e negli Stati Uniti.

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Christine Streuli

Siamo felici di annunciare una nuova mostra di Christine Streuli negli spazi della nostra galleria milanese.

Per i suoi quadri lʼartista svizzera trae spunto da un patrimonio infinitamente ampio di situazioni visive, cui la sua pittura attinge liberamente: vi si trovano elementi di opere pittoriche della storia dellʼ arte europea e americana, di cui è una grande conoscitrice, come pure forme astratte, decorazioni e motivi di culture extraeuropee, elementi della vita quotidiana, immagini tratte da pubblicità, salva- schermi o erbari antichi.

Immagini, suggestioni, motivi provenienti da culture differenti si incontrano e convivono sulla tela, dando vita a qualcosa di completamente nuovo, carico di unʼenergia vitale incontrollata e difficile da arginare. Nelle sue mostre recenti le pitture di Streuli tendono infatti a straripare dal quadro e invadere la parete e lo spazio reale, dialogando con lʼarchitettura. Nelle sue mostre recenti al Kunstmuseum di Lucerna e allʼ Haus am Wannsee a Berlino ha creato ambienti totalmente immersivi, volti ad attivare una partecipazione piena e personale da parte del pubblico.

Le opere di Streuli dispiegano i loro alti livelli di energia anche attraverso segni astratti di velocità, colore e spazialità. Citazioni, ripetizioni ed effetti specchiati animano lo spazio pittorico e sono altrettanto spontanei quanto sofisticati nella pianificazione e nellʼ esecuzione. Lʼarista segue il principio di “uno e lʼaltro” piuttosto che “lʼuno o lʼaltro”, lavorando sia in superfice che in profondità; combina parti libere e spontanee con elementi grafici molto ordinati e organizzati, così che ogni nuova opera genera lʼimpressione di una totale simultaneità di aspetti disparati. Per questo i dipinti di Streuli possono essere letti anche come metafore della comunità informatica globale, che con la sua disponibilità senza limiti pone nuove sfide ad ogni singolo individuo.

In questa mostra dal titolo “Ickelackebana” presenterà anche un ciclo di piccoli dipinti realizzati in lacca su alluminio, che con una pittura molto fluida rappresentano arrangiamenti floreali giapponesi “Ikebana”.

Nata a Berna nel 1975, Christine Streuli ha studiato a Zurigo e a Berlino e negli ultimi anni ha vissuto tra Berlino, Londra e New York. Nel 2007 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia, nel 2008 ha esposto al Kunsthaus Aarau e ad ArtUnlimited a Basilea, nel 2009 al Kunstverein Oldenburg, nel 2010 al Museum Marta Herford a Herford in Germania, nel 2013 al Kunstmuseum a Lucerna e allʼHaus Am Waldsee a Berlino, questʼanno ha partecipato alla Biennale a Sydney.

Immagine: Christine Streuli, Believer, 2008, Acryl und Lack auf Baumwolle, 100 x 150 x 5 cm, courtesy the artist, Foto: Jens Ziehe, Berlin

Inaugurazione 1 ottobre alle 18.30

Galleria Monica De Cardenas
via Francesco Vigano’, 4 – Milano Lombardia Italia.
Orario: martedì – sabato 15 – 19
Ingresso libero