dal 20/11/2014 al 14/2/2015
Galleria Raffaella Cortese
via A. Stradella, 7- Milano
02 2043555 FAX 02 29533590
Nei film, nelle performance, nelle installazioni e nei dipinti di Rosier tutte le storie nascono dalla danza e dalla musica. Il lavoro di Wilcox presenta un interesse per il racconto soggettivo e i modi in cui la storia e’ sempre in divenire, tessuta di eventi, mito, memoria, associazioni.
Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale dell’artista francese Mathilde Rosier.
Nei film, nelle performance, nelle installazioni e nei dipinti di Mathilde Rosier, tutte le storie nascono dalla danza e dalla musica. Il suono, la mimica del corpo e i disegni simbolici fanno in modo che le narrazioni non abbiano bisogno delle parole: il lavoro sfugge alle descrizioni razionali e alla comprensione immediata, pur rimanendo ancorato al reale.
La mostra di Mathilde Rosier subisce l’influsso della sua esperienza tra danza e gestualità, in relazione alla rappresentazione narrativa dello spazio e del tempo. Dopo aver dedicato buona parte della sua pratica artistica indagando una possibile fusione del mondo animale con l’essere umano, la sua ricerca più recente è focalizzata sulla figura umana e in particolare sulla rappresentazione del movimento. Negli ultimi lavori è evidente la volontà di infondere forza vitale ai dipinti e ai collage, strettamente legati alle sue performance in cui il suono, il corpo e l’azione diventano elementi inscindibili.
Una serie di collage di grande formato, raffiguranti dei danzatori, saranno la cornice della performance che Rosier presenterà all’opening della mostra nello spazio di via Stradella 4. I corpi dei danzatori sono frammentati da ritagli, i cui contorni si riferiscono a movimenti precedenti o successivi. Le figure dei ballerini diventano quelle di acrobati: è da questo concetto che Rosier ha iniziato a lavorare sull’arte del cadere.
La nozione di caduta implica una perdita del comune senso di percezione, una confusione che porta a un momentaneo smarrimento d’identità personale e collettiva, anche in relazione alla condizione socioeconomica attuale in Francia e non solo. Ma la mancanza di equilibrio come momento di disturbo può anche essere l’occasione per una rinnovata comprensione e una sorta di guarigione: è solo una questione di attitudine alla caduta.
In galleria, al numero 7, saranno esposte opere su carta realizzate in dimensioni reali per consentire a chi guarda di immedesimarsi nella caduta degli acrobati, affinché il rapporto con l’opera diventi più fisico che intellettuale.
Mathilde Rosier (FR, 1973) vive e lavora a Berlino. Recenti mostre e performance sono state ospitate da: Galleria d’Arte Moderna di Milano (2014, a cura di Francesco Bonami), Dortmunder Kunstverein (2012), Kunstverein Hannover (2012), Kunstpalais Erlangen (2011), Camden Arts Centre di Londra (2011), Museo Abteiberg Mönchengladbach (2011), Serpentine Gallery (2010), e Museo Jeu de Paume di Parigi (2010, a cura di Elena Filipovic).
Tafter.it • Cultura è sviluppo
Apre ad Umeå, in Svezia.
Il primo museo rigorosamente femminista aprirà domani i battenti a Umea, nel nord della Svezia. La struttura è “unica ed è il solo museo al mondo dedicato al ruolo della donna nel passato, nel presente e nel futuro“, ha spiegato la sua direttrice, Maria Perstedt.
Un orientamento che lo distingue nettamente dagli altri musei dedicati alle donne e alla loro storia. Inaugurato in una città capitale europea nel 2014, e vicino al circolo polare, il museo ha l’ambizioso obiettivo di far sentire la voce delle donne e di “descrivere e provocare le idee, le norme, e le strutture che limitano oggi le scelte e possibilità delle donne e degli uomini”.
Secondo Perstedt, che ha aderito al progetto lanciato nel 2010, l’assenza di prospettive femministe negli altri musei svedesi ha lasciato uno spazio per far riflettere il grande pubblico su queste questioni. Perstedt conta di creare “un museo vivente”, un luogo di incontri e dibattiti.
Interamente finanziato dal comune, il museo non espone una collezione permanente: offre ai visitatori due mostre temporanee, una sull’invecchiamento e l’altra intitolata “Radici”.
L’ingresso è gratuito.
Consulta il sito del KVINNOHISTORISKT MUSEUM
Fonte: ASCA
dal 19 novembre – 2 dicembre 2014
Il Goethe-Institut Mailand
Vi invita alla mostra
Parva sed apta mihi – due donne, una scelta
Museo Studio Francesco Messina Via San Sisto 4/A, Milano
Ingresso libero
parva sed apta mihi – due donne, una scelta
Eva Sørensen e Elisabeth Scherffig
Due mostre con lavori di Eva Sørensen e di Elisabeth Scherffig presentate da cramum e Fondazione Giacomo Pardi presso lo Studio Museo Francesco Messina del Comune di Milano e con il patrocinio del Goethe-Institut Mailand e del Consolato Generale della Repubblica Federale di Germania.
Eva Sørensen e Elisabeth Scherffig, due donne, due artiste straniere che hanno fatto della scelta di vivere in Italia, dell’arte e della cultura la chiave della propria esistenza e realizzazione.
I curatori – Sabino Maria Frassà e Andi Kacziba – hanno scelto di intitolare questo ciclo di mostre monografiche con la locuzione latina che il poeta Ariosto fece apporre all’ingresso della sua ultima dimora. Qui Ariosto trovò la sua dimensione, apta per completare l’Orlando Furioso.
Così Eva Sørensen ed Elisabeth Scherffig hanno trovato nel nostro Paese il luogo in cui sintetizzare le proprie origini in uno sviluppo artistico unico, accomunato dalla centralità del tratto, che diventa forma, disegno e materia.
Dopo la mostra con i lavori di Eva Sørensen, dal 21 ottobre al 2 novembre, il 18 novembre 2014, alle ore 18.30, inaugura la mostra con i lavori di Elisabeth Scherffig.
Elisabeth Scherffig nasce a Düsseldorf in Germania nel 1949. Vive e lavora a Milano dal 1971. Ha esposto in sedi istituzionali e gallerie private a Milano, Venezia, Düsseldorf, Londra, New York.
Elisabeth Scherffig con il suo Mappamondo spinge l’analisi al di là dell’apparenza. L’artista mappa il suo mondo attraverso attente sovrapposizioni stratigrafiche, calchi in porcellana e strappi di seta, che restituiscono la complessità e completezza delle sue città (Milano e Düsseldorf), della strada che percorre ogni giorno, dei suoi pensieri.
Orari d’apertura:
martedì – venerdì: ore 10.00 – 14.00
sabato: ore 14.00 – 18.00
Informazioni:
Tel. 02 86453005 – info@cramum.org
di Rossella Porcheddu
in Letterate Magazine, LM Home, Mostre, Parole/Visioni |
«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini. Una frase impressa nella memoria di Maria Lai, sua allieva all’Accademia di Venezia, come raccontato in un video in mostra al Palazzo di Città di Cagliari. Non è in quello spazio, però, che ci si rende conto di quanto l’opera dell’artista sarda appartenga al luogo che l’ha vista nascere e che ha stimolato i suoi giochi di bambina.
È Ulassai, con le sue montagne e i suoi precipizi, a restituirci quel respiro che Maria Lai ha sempre cercato. E sebbene l’Ogliastra sia solo la seconda tappa di Ricucire il mondo, esposizione che ripercorre l’intera produzione dell’artista scomparsa nell’aprile del 2013, a noi sembra fondamentale partire da lì. Senza inseguire un arco temporale, piuttosto tracciando un percorso emotivo.
Ne La strada del rito pani, uccelli e pesci di pietra si rincorrono per circa sette chilometri. All’ingresso del paese, un muro alto venti metri accoglie Le capre cucite. È l’arte che dialoga con la natura, senza prendere il sopravvento su di essa, anzi, amalgamandosi ad essa.
Maria Lai, La scarpata
Si estende per trenta metri di altezza e ottanta di lunghezza La scarpata, realizzata nel 1993 per abbellire una muraglia contenitiva. Naturale è la disposizione delle pietre, altrettanto quella degli elementi in acciaio ossidante, che il vento, intervenuto a disturbare le fasi del lavoro, ha scombinato, modificando il progetto iniziale. Ed è ancora il vento a infilarsi tra le braccia del dio che si erge immobile nel Parco Eolico di Ulassai, nell’opera La cattura dell’ala del vento. Ed è l’uomo che non vuole piegare la natura ed è la natura che coadiuva l’uomo (senza voler dare alcun giudizio, in questa sede, sulla funzionalità delle pale, che tante polemiche hanno generato).
Maria Lai, La cattura dell’ala del vento
Se questi interventi ambientali ci restituiscono un’artista in ascolto della natura, c’è un’altra opera, tra quelle che compongono il Museo all’aperto, più raccolta, più intima. Addentrandoci nel paese, troviamo nella chiesa parrocchiale di Sant’Antioco quindici pannelli con le stazioni della Via Crucis. Un po’ di muffa a ricordare il tempo che passa e grovigli di fili per stilizzare la croce, per raccontare la fatica, per accennare il corpo morente. Pochi tratti per raccontare la Passione. Ed è così anche per la Sindone che troviamo al Museo Man, dove la mostra si è già conclusa (alla Stazione dell’Arte di Ulassai e al Palazzo di Città di Cagliati c’è tempo, invece, fino al 2 novembre). Adagiato a una parete, il lenzuolo è attraversato da una linea verticale che conduce al fulcro, un volto senza lineamenti, fatto di capelli, di barba e di spine.
Ed è importante sottolineare che quella di Cristo è una delle poche fisionomie umane che popolano l’arte di Maria Lai, più vicina all’informale che al figurativo. Ha fattezze umane anche Maria Pietra, protagonista di una delle favole cucite, offerta nel museo nuorese a una fruizione tattile. Guanto su una mano, le pagine di stoffa si possono toccare e sfogliare, mentre la voce di Maria Lai racconta la storia scritta da Salvatore Cambosu. Storia di una donna con abilità che vorrebbe non avere. Storia di una madre che piangendo il figlio morto impasta bambini di pane. La condizione femminile è indagata in Donne al loro posto del 1975, piccola teca con donne in gabbia esposta a Cagliari, e in una delle più celebri fiabe cucite, Il Dio distratto, esposta al Man, che vede le janas sussurrare nelle orecchie delle donne parole di libertà. E dal momento che lo sguardo di Maria Lai è raramente autoriferito, è un piacere scoprire in una piccola saletta, le Autobiografie: cornici a contenere scritture illeggibili, grovigli di fili a cadere oltre il bordo, per un timido racconto di sé.
Passando attraverso le sale del Palazzo di Città, dove, bisogna dirlo, l’allestimento non giova certo all’esposizione, s’incontra la prima produzione, i disegni, i presepi, i telai, i Pupi e le Geografie, che rimandando a luoghi e a mondi altri, puntando all’infinito da cui tutto proviene.
Salendo le scale del Man vediamo libri cuciti, telai di pietra, le carte da gioco – I luoghi dell’arte a portata di mano – per fare arte, leggere l’arte, ridefinire l’arte, e alcune foto di Legarsi alla montagna, intervento collettivo che ha visto la partecipazione dell’intero paese di Ulassai.
E se la mostra al Man, che tocca la produzione più matura, è sicuramente la più riuscita, per ideazione, allestimento e illuminazione, è alla Stazione dell’Arte di Ulassai, che per l’occasione ha riproposto l’allestimento di apertura dello spazio espositivo, nel 2006, che si conserva una delle opere più significative: Invito a tavola, realizzato per Pitti Immagine Casa nel 2004. Opera d’arte che viene offerta allo spettatore con un rituale, simile ad un invito a cena.
Tre luoghi. Tre spazi espositivi. Tre mostre per un’unica artista: un ricco banchetto per ogni invitato. A nutrirci sono quei primi segni di matita, è la curva di una pancia che culla un bambino. Sono le linee che puntano all’infinito, le regole cercate e le fiabe tramandate. Sono le parole aggrovigliate e non scritte, per quel gioco di detto e non detto di cui parlava Heidegger.
«L’arte non è fatta per essere posseduta» diceva Arturo Martini, e Maria Lai ha fatto suo questo assioma. E a ricordarcelo resta, sopra ogni cosa, l’immagine dei nastri che stringono ogni casa di Ulassai all’altra e infine ricongiungono il paese alla montagna, per chiedere pace. Un’opera di cui non restano tracce visibili, se non nella memoria di chi vi ha preso parte e nelle immagini in bianco e nero di quel nastro azzurro, simbolo dell’arte, che può rendere l’uomo libero.
da www.libreriamo.it
Donne e Arte, intervista a Elena Bordignon, Art blogger e fondatrice di ATPdiary
Fin dal passato, le donne hanno ricoperto un ruolo molto importante nel mondo dell’arte: numerose sono state ritratte dagli artisti, alcune erano artiste loro stesse, altre sono state collezioniste e mecenati. La nostra indagine sul mondo dell’arte al femminile muove le fila da queste considerazioni e vedrà coinvolte, per sei settimane consecutive, le donne italiane che ricoprono un ruolo di spicco nel panorama dell’arte contemporanea. Per avere una visione generale, abbiamo pensato di porre le stesse domande a tutte e sei le protagoniste, cogliendo così i diversi punti di vista. Solo l’ultima domanda è personalizzata per ognuna
MILANO – Fin dal Rinascimento, uno dei periodi più fiorenti per quanto riguarda l’arte e la cultura, le donne hanno assunto un ruolo di primissimo piano nel contesto artistico, grazie alla loro raffinatezza, al gusto, al potere economico. Isabella d’Este, moglie di Francesco II Gonzaga fu ad esempio l’unica nobildonna italiana ad avere uno studiolo, a riprova della sua fama di dama colta, che preferiva gli interessi intellettuali e artistici a uno stile di vita frivolo. Nello studiolo Isabella vi radunò i pezzi più pregiati delle sue collezioni, con opere del Mantegna, di Perugino, del Correggio. Nel seicento una delle figure chiave è Artemisia Gentileschi, pittrice della scuola caravaggesca, divenuta simbolo del femminismo internazionale a causa, suo malgrado, dello stupro subito. Anche un’altra artista ha avuto una vita non poco travagliata ma nonostante ciò, è riuscita a guadagnarsi un posto privilegiato nel mondo dell’arte: Frida Kahlo. Questo per dire che le donne hanno sempre saputo ritagliarsi il proprio spazio, diventando celebri tanto quanto i colleghi maschi. Cosa dire di Ileana Sonnabend, gallerista e mercante d’arte, tra le più celebri protagoniste dell’arte del XX secolo o di Peggy Guggenheim, collezionista d’arte statunitense, che ha dato il via ad un vero e proprio impero?
Settimana scorsa abbiamo intervistato Ilaria Bonacossa, curatrice e Direttrice del Museo d’arte contemporanea Villa Croce a Genova. Tutte le interviste sono a cura di Daniele Perra.
La donna protagonista di questa settimana è Elena Bordignon, Art Blogger, fondatrice di ATPdiary. Photo Credit: Linda Fregni Nagler.
Chi sei? Descriviti.
Sono una giornalista che si occupa da oltre un decennio di arte contemporanea. Attualmente dirigo un blog/magazine d’arte contemporanea. Iniziato come un diario online ATPdiary è diventato la mia “ragione professionale”. Chi sono? Un’editrice sui generis.
Qual è il ruolo delle donne nel mondo dell’arte italiano? Differenze con l’estero?
Carismatico, intenso e determinante. Così descriverei il ruolo delle donne – penso alle artiste, alle curatrici, alle direttrici di museo e alle tante galleriste italiane – che affrontano un sistema (dell’arte nello specifico) fatto di e per soli uomini. Non voglio difendere una categoria, non credo nelle differenze di genere: nulla toglie che nell’essere umano apprezzo per lo più l’aspetto femminile. Non credo ci sia una sostanziale differenza tra il sistema italiano e quello straniero. Sia per quanto riguarda il giornalismo, la curatela, la professione di galleriste; direi che la credibilità italiana sia eguale che all’estero. Ovviamente per quanto riguarda le artiste, non possiamo contare su presenze importanti come Cindy Sherman, Louise Bourgeois e Shirin Neshat, solo per citarne alcune, ma abbiamo validissime artiste riconosciute e stimate all’estero: penso a Paola Pivi, a Vanessa Beecroft e alla grande Marisa Merz. Nel ruolo di direttrici di galleria, abbiamo molte donne capaci e “di carattere”: Paola Capata, Federica Schiavo, Francesca Minini… la lista potrebbe continuare, sia per l’alto livello del lavoro, sia per il notevole sostegno che queste donne attuano nel sistema dell’arte italiana. Ce ne fossero di più…
Essere una donna, aiuta? Pro e contro.
Credo che la sensibilità e l’intelligenza femminile siano enormemente differenti rispetto a quelle maschili. Banalmente ritengo – e ne sono abbastanza certa – che le donne abbiano caratteristiche fisiologiche ed emotive molto più adatte alla società contemporanea: adattabili, generose e “materne”. Non so se aiuta o no, so solo che sono molto consapevole dei sottili atti discriminatori che le donne subiscono quotidianamente, non solo nella società (ancora di forte valenza maschilista), ma anche e soprattutto nell’ambiente familiare e domestico. Figuriamoci nelle aziende… Il grande “contro” dell’essere donne è avere la consapevolezza di essere “superiori” agli uomini per una ragione: siamo meno portate a discriminare. Un uomo sciocco è uguale a una donna sciocca. Una donna intelligente è uguale a un uomo intelligente (solo che una donna intelligente dà molto più “fastidio”).
Un libro, un artista, un fotografo che hanno cambiato la tua vita.
Per il libro, sicuramente “Post Mortem” di Albert Caraco. Per quanto riguarda l’artista, direi Rembrandt. Ho visto un suo quadro dal vivo a Vienna decenni fa ed è stato sconvolgente. Per quanto riguarda un fotografo, direi un mio caro zio – mancato quando era poco più che adolescente. Lui è stato la prima persona che mi ha fatto scoprire la “magia” della fotografia analogica.
Che cosa suggerisci a chi vuole intraprendere la tua carriera?
Studiare, viaggiare, “curiosare”. Mai come ora apprezzo le persone preparate culturalmente. Bisognerebbe capire fin da giovani l’importanza dello studio, anche accademico. Poi, una volta adulti e impegnati professionalmente, non si riuscirà più a concentrarsi nell’apprendimento. Soprattutto nel campo dell’arte contemporanea, essere preparati, conoscere, viaggiare per vedere mostre, musei, progetti, fiere ecc. è di estrema importanza.
Progetti futuri?
Non ne sono molto sicura, ma lavorare in un vivaio è uno dei progetti futuri che più mi rendono serena. Ovviamente temo che resterà un “sogno nel cassetto”… ma non si sa mai la vita cosa può riservare. Nell’immediato futuro professionale – per rispondere in maniera più realistica – ho in servo di migliorare e ampliare ATPdiary come testata giornalistica. Spero di avere l’energia e risorse concrete per poterlo fare.
Hai fondato il primo blog d’arte. Quali sono state le difficoltà? Come sei stata accolta nel mondo dell’arte?
Non ci sono state vere e proprie difficoltà. Direi che è stato faticoso imporre ATPdiary come un “serio” e veritiero portavoce dell’arte contemporanea. All’inizio non era considerato professionale e/o attendibile. Ma con il tempo, un lavoro costante e la massima serietà professionale, da “blog” ATPdiary è diventata una testata giornalistica d’arte che, senza timore, può stare accanto alle tante altre nel panorama italiano. Ne è la dimostrazione il fatto che parteciperà alla fiera d’arte di Torino, Artissima, come rivista online (unica nel suo genere).
Ovviamente è stata molto dura e ho lavorato (e sto attualmente lavorando) sodo per aumentare la visibilità e la professionalità di quello che, all’inizio, era considerato uno “scherzo” editoriale. Amici anche molto stretti, non hanno mai creduto nelle potenzialità delle riviste online. Forse perché troppo passatisti o non sufficientemente aperti a un nuovo modo di fare e diffondere informazione. All’oggi, ci sono Università, Istituti Superiori e Accademie che mi hanno invitato a raccontare la storia di ATPdiary. Ne sono molto orgogliosa e fiera. In generale il mondo dell’arte mi ha accolto con un po’ di ostilità ma, alcune realtà (pochissime) hanno creduto in me fin dall’inizio, sostenendomi anche economicamente. Devo a loro se ATPdiary è diventato un portale d’arte contemporanea con migliaia di visitatori al giorno.
In ogni caso, il “bello” deve ancora venire!
6 novembre 2014
Daniele Perra
dal 13 al 21 novembre 2014
Camera del Lavoro. Corso di Porta Vittoria 43. Milano Sala
Cesare Riva presso FLC. 2° piano
COMUNICATO STAMPA
da Antonella Proto Giurleo
la memoria storica della buona politica e la necessità di non poterne
prescindere per il futuro di una società democratica
Cristina Rossi
Accade che un’ex insegnante si rechi al sindacato della scuola e
scopra che, per il congresso, sono stati stampati dei quaderni
particolarmente eleganti.
Accade che, tenendo in mano un quaderno, la mai sopita passione per
la carta si riaccenda ( in realtà non si è spenta mai).
Accade che un’idea frulli: ” Perché, se esistono i libri
d’artista,
non inventare i quaderni d’artista?”
Il quaderno non resta solo, la segreteria Flc ne consegna altri.
Una piccola compagine di artiste viene coinvolta e, memore dei
quaderni di scuola, si lancia in un’avventura che porta con sé il
confronto tra la memoria e la politica ( o, forse, sarebbe più
corretto dire, dati i tempi, la memoria della politica?).
I quaderni, esposti nella Sala Cesare Riva, costituiscono scrigni di
memoria, diari di lavoro, intrecci di culture, itinerari di viaggio,
idealità mantenute. Sfogliarli, con delicatezza, costituirà, per le
visitatrici e per i visitatori, un viaggio ideale tra tempo, spazio,
ricordi e speranze.
Mostra: collettiva
Titolo: Quaderni d’artista
Artiste: Giuliana Bellini, Ludovica Cattaneo, Fernanda Fedi, Gretel
Fehr, Ornella Garbin, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Antonella Prota
Giurleo, Evelina Schatz, Dana Sikorska, Rosanna Veronesi
Luogo: Camera del Lavoro. Corso di Porta Vittoria 43. Milano Sala
Cesare Riva presso FLC. 2° piano
Inaugurazione: Giovedì 13 novembre 2014 alle ore 18 con interventi di
Caterina Spina, segretaria Flc di Milano, e Cristina Rossi, giornalista
Durata: sino a venerdì 21 novembre
Orari: giovedì e venerdì ore 10 – 12 e 17 – 19; per le scolaresche
occorre prenotare.
Curatrice: Antonella Prota Giurleo
Informazioni: Antonella Prota Giurleo a.protagiurleo@email.it 347 03 12
744
Pina Giorgio pinagiorgio2013@gmail.com 3392217378
dal 14 novembre 2014 al 6 gennaio 2015
Comunicato Museo Pecci
Promosso da Comune di Prato e Regione Toscana
Museo Pecci Milano, Ripa di Porta Ticinese 113.Milano
SUZANNE LACY
Gender Agendas
14 novembre 2014 – 6 gennaio 2015
Inaugurazione: giovedì 13 novembre 2014 ore 19.00
La mostra di Suzanne Lacy a Milano è una produzione del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, promosso da Regione Toscana e Comune di Prato in accordo con lo SpazioBorgogno. La produzione delle opere dell’artista è resa possibile grazie al sostegno di Franco Soffiantino. Partner tecnici Romagna Fiere e Studi d’Arte Cave Michelangelo.
In attesa della riapertura della rinnovata sede di Prato, prevista per la primavera 2015, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci riparte con una nuova stagione nella sua succursale distaccata milanese, il Museo Pecci Milano, che ha sede in Ripa di Porta Ticinese 113. Con l’occasione dà il via ad una nuova linea di investigazione, dedicata a protagonisti dell’arte internazionale che abbiano svolto ricerche pionieristiche negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.
Sarà Suzanne Lacy, dal 14 novembre 2014 al 6 gennaio 2015, ad aprire la serie con una mostra retrospettiva tematica, intitolata Gender Agendas.
La mostra offre per la prima volta in Europa un’ampia presentazione delle opere dell’artista di Los Angeles, conosciuta come uno degli autori che fin dai primi anni Settanta, nella West Coast, hanno compiuto un lavoro cruciale mescolando l’arte emergente con l’impegno sociale. La sua attività spazia dalle esplorazioni del corpo alle riflessioni intime, fino alla strutturazione di grandi manifestazioni pubbliche che coinvolgono decine di artisti e migliaia di spettatori. È quest’ultima la parte che costituisce il filo conduttore principale della mostra, seguendo uno dei leitmotiv della sua ricerca: l’indagine sulla condizione femminile, talvolta svolta in modo più intimo, altre volte attraverso una forte carica politica e civile, nella considerazione del potere dell’arte come strumento di lotta e di promozione di idee libertarie e progressiste.
Nella mostra, curata dal nuovo direttore Fabio Cavallucci in collaborazione con Megan Steinman vengono presentati alcuni dei lavori in cui l’artista ha toccato i temi cruciali per la condizione femminile: lo sfruttamento sessuale e la violenza, l’invecchiamento e la considerazione che i media hanno della donna anziana, le questioni sociali che vanno dal razzismo alle condizioni di lavoro e di classe. Temi che se negli anni Settanta e Ottanta erano provocatori e avanguardisti, sono ancora oggi all’ordine del giorno. L’arte diviene così uno strumento utile, da una parte per scavare più profondamente i significati e le aspirazioni personali di tutte le centinaia di anonime performer che altrimenti non avrebbero accesso ai sistemi di comunicazione, dall’altra per portare ad evidenza pubblica, attraverso l’amplificazione dei media, le tematiche dei movimenti di liberazione femminili.
La mostra raccoglie i riadattamenti di alcuni tra i lavori più importanti di Suzanne Lacy. Tra questi Prostitution Notes, (1974), in cui svolgeva un’indagine sulle prostitute e sul loro sfruttamento in alcune aree di Los Angeles, con interviste nei bar e nei locali da loro frequentati. In Three Weeks in May (1977), l’artista, in accordo con la polizia di Los Angeles da cui riceveva informazioni riservate, indicava con la scritta rossa RAPE su una mappa della città i luoghi in cui avvenivano violenze sessuali contro le donne: la carta si arrossava giorno per giorno mostrando visivamente la drammaticità del problema. In Mourning and In Rage (1977) è un lavoro in cui Suzanne Lacy, insieme ad altre attiviste, nel momento in cui a Los Angeles c’era stato il brutale strangolamento di dieci donne per opera di un serial killer, si presentò davanti al municipio della città con dieci figure femminili, coperte dalla testa ai piedi con tuniche nere, ciascuna a denunciare altri tipi di violenza sulle donne, spostando la copertura dei mass media da un focus su specifiche storie delle vittime, alla cultura generale della violenza. The Crystal Quilt (1985-1987) è forse l’opera più celebre, quella con cui la Tate Modern ha deciso di aprire il nuovo spazio The Tanks dedicato all’arte performativa nel 2012. Quest’ultima performance, rappresentata ora da un time-lapse di pochi minuti, si svolse nella hall di uno shopping mall a Minneapolis, coinvolgendo 460 donne di età superiore ai sessant’anni, sedute ai tavoli disposti secondo il disegno di una grande tovaglia realizzata da Miriam Shapiro che discutevano tra loro mescolando le proprie esperienze e i propri ricordi con analisi sociologiche sul mancato utilizzo delle potenzialità della vecchiaia. Ogni dieci minuti le donne erano invitate a cambiare la posizione delle loro mani sulla tavola, modificando così il disegno della grande tovaglia. Alla fine della performance anche l’audience entra sullo stage, scompone le forme geometriche dei tavoli, trasformando l’austero ordine in una forma caleidoscopica di colori. Non mancano poi lavori più recenti, come Full Circle (1994) nel quale l’artista espone monumenti in pietra dedicati a donne importanti di Chicago e Storying Rape (2012), una discussione svolta nella City Hall della città di Los Angeles tra importanti personalità dei media, dell’associazionismo e della politica, per cercare di individuare una diversa narrativa per descrivere la violenza sessuale, che ponga la società di fronte al problema con uno sguardo meno blando. Si aggiunge infine una sezione di archivio, video e cartaceo, in cui si mostra la multiforme personalità dell’artista, con molti lavori, compresi quelli iniziali legati alle tematiche del corpo e della carne.
Suzanne Lacy si manifesta così come una pioniera che ha anticipato tanti aspetti divenuti tipici dell’arte degli anni successivi, compreso l’arte partecipativa degli anni Novanta, quella congerie di tendenze in cui il pubblico entra a far parte dell’opera, poi definite da Bourriaud “estetica relazionale”.
Con l’occasione sarà realizzato un apposito catalogo, primo di una serie pubblicata da Mousse, che riassume l’intero percorso di Suzanne Lacy, con testi di Sally Tallant, direttrice della Biennale di Liverpool, un’intervista a Suzanne Lacy realizzata da Fabio Cavallucci, e la riproduzione di gran parte dei lavori prodotti dall’artista dagli anni Settanta ad oggi.
Milano, ottobre 2014
INFORMAZIONI
MOSTRA: SUZANNE LACY. Gender Agendas
DURATA: 14 novembre 2014 – 6 gennaio 2015
Inaugurazione: giovedì 13 novembre 2014 ore 19.00
Sede: MUSEO PECCI MILANO
Ripa di Porta Ticinese 113 Milano
Orari: Da martedì a domenica dalle ore 12.00 alle ore 19.00
Chiusa il lunedì
Ingresso libero
Informazioni: Tel. 02-36695249-40 www.centropecci.it
Mostra promossa da: Regione Toscana e Comune di Prato
Prodotta da: Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato
In accordo con SpazioBorgogno
Partner: Franco Soffiantino
Partner tecnici: Romagna Fiere e Studi d’Arte Cave Michelangelo
Ufficio Stampa mostra:Maria Bonmassar
maria.bonmassar@gmail.com
ufficio + 39 06 4825370 cellulare + 39 335 490311
Ufficio stampa Centro Pecci: Ivan Aiazzi i.aiazzi@centropecci.it
ufficio + 39 0574 531828 cellulare + 39 331 3174150
di Francesca Balboni
Visitando la mostra di un’artista austriaca ho rivissuto una dimensione della mia vita alla quale sono inevitabilmente molto legata. Tale dimensione è ben descritta in alcune parole tratte dal libro Volere un figlio di Silvia Vegetti Finzi dove l’autrice scrive: «La donna porta, nella procreazione, tutta se stessa: non solo il corpo, ma i pensieri, gli affetti, la sua storia, prossima e remota». In queste parole credo sia racchiuso il forte messaggio che mi è arrivato guardando la mostra Relationships di Regina Huebner, presentata al pubblico durante la Giornata del Contemporaneo a cura dell’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani. Sono ormai molti anni che seguo il percorso artistico di Regina Huebner e ogni volta che vado ad una sua mostra mi sorprende la sua capacità di esplorare, magari inconsapevolmente, l’animo femminile. Forse mi sorprende perché ritrovo me stessa in alcune sue opere. Profondamente femminili, perché il tema dei suoi lavori e delle sue installazioni gioca spesso sulla sfera intima delle relazioni più prossime, quelle familiari. Forse la stessa artista ne ha avuto conferma, chiudendo il cerchio (nelle sue opere il cerchio e la sfera sono peraltro ricorrenti) col suo ultimo lavoro.
Una conferma l’ho certamente avuta io. Relationships rappresenta il punto d’arrivo, la sintesi forse, di un percorso dove l’esperienza della maternità ha avuto un ruolo fondamentale.
Una maternità che immagino vissuta talvolta in solitudine, “tessendo” gli attimi di vita e imprimendoli nella memoria, così come l’artista sembra aver rappresentato in un suo lavoro dove tesse un lunghissimo filo che dall’alto in basso crea una trama in verticale. E qui mi vengono nuovamente in mente alcune parole di Silvia Vegetti Finzi che ha dedicato una vita intera a studiare la dimensione materna: «Spesso lasciate troppo sole, le madri faticano a nominare le proprie emozioni» (tratto dall’articolo comparso sul Corriere della Sera). Alcuni dei lavori di Regina Huebner li ho sempre ricondotti ad un percorso temporale. Ritraggono un principio, così come viene descritto dall’incedere dei passi che vediamo riprodotti in un video molto suggestivo dal nome Journey II, che compare nella home page del suo sito internet (proprio in questi giorni è stato eletto tra i lavori finalisti del premio Terna 06 e a dicembre sarà esposto a Torino presso l’archivio di Stato nell’ambito del Contemporary Arts), e nella lunga tessitura il cui lavoro vuole forse ritrarre la trama della sua vita.
Il trascorrere del tempo e delle esperienze sono narrati, inoltre, in altri lavori fortemente simbolici, come ad esempio il video dove scorre, goccia dopo goccia, il latte materno (il bellissimo lavoro dell’artista rappresenta lo scorrere incessante del latte materno, quasi a voler raccogliere una quantità immensa di “liquido vitale”), oppure l’installazione dove una bambina (la figlia dell’artista) muove i suoi primi passi dell’infanzia disegnando un cerchio immaginario. Ed ancora la riproduzione di un mare capovolto che avanza e si ritira incessantemente, senza soluzione di continuità, che sembra voler esprimere la complessità della vita. I lavori vengono talvolta anche riproposti in sovrapposizione.
Relationships, che è la più recente raccolta dell’artista, appare infine il riassunto di un percorso, intensamente vissuto, qui espresso dal punto di vista artistico, a chiusura di una fase della vita in cui la maternità sembra aver costituito l’elemento preponderante e che ha molto probabilmente portato l’autrice , nel corso del tempo, a scoprire e ridisegnare la propria dimensione di figlia. Dopo aver tessuto ogni attimo, con l’intensità dei sentimenti, talvolta anche contraddittori, dopo aver nutrito col latte materno, dopo aver capovolto ripetutamente la propria prospettiva di vita per poter dare una forma possibile ad un percorso talvolta accidentato, come può essere quello di una madre; dopo aver maneggiato le rotondità della materia, che forse ci vuole rimandare al ventre materno e alla luna luminosa (come rappresentato nel video dove due mani accarezzano e maneggiano una sfera di ghiaccio che sembra appunto una luna) è possibile ripercorrere il proprio cammino. Dopo avere intensamente vissuto l’esperienza di madre l’artista può ritrovare le sue radici, senza le quali tutto il suo vissuto non sarebbe stato possibile, e le cerca in qualcosa che recupera dai suoi ricordi di bambina, cioè dei centrini e delle stoffe arricchite da pizzi che le ricordano il suo passato e la casa materna. Anche in questo caso, sembrano rinviare simbolicamente alla complessa trama della vita e che sembrano mostrare, ancora sgualciti, un percorso, quello di sé da ragazza, non del tutto compiuto.
La distanza data dalla lontananza fisica dalla famiglia di origine ha forse permesso all’artista di svolgere un percorso unico di crescita che ha consentito una rilettura adulta dei legami familiari, costruendo per se stessa una dimensione solida della propria personalità. Con un impatto riepilogativo della fase artistica e di vita, rappresentata dalla raccolta di opere contenuta in Relationships, viene poi inserito un nuovo elemento che porta con sé una importante valenza collettiva: Regina Huebner decide di condividere la propria esperienza, e di trarne un arricchimento per se stessa, chiedendo ad alcuni amici più vicini di scrivere una lettera da rivolgere ai propri genitori, una alla madre e una al padre.
Mi è parsa un’ idea coinvolgente e interessante tanto da immaginarla aperta a chi voglia, insieme ai commenti, provare a scrivere qualche riga come se dovesse indirizzarla alla propria madre o al proprio padre. Una parte del progetto Relationships, che è ancora agli esordi, potrebbe ricevere spunti certamente interessanti dagli interventi che appariranno su questo blog.
Questo articolo è frutto di una mia riflessione guardando i lavori della mostra “Relationships” di Regina Huebner. Le immagini e le opere artistiche citate sono di © Regina Hübner.
La riproduzione è consentita a condizione che sia citata la fonte.
http://27esimaora.corriere.it/articolo/quando-larte-comunica-il-femminile/
dal 1/10 al 15/11/2014
Galleria Monica de Cardenas, via Francesco Vigano’, 4- Milano
I dipinti di Bjerger sono ispirati a fotografie trovate, principalmente raccolte da riviste, libri e guide di viaggio. I dipinti di Streuli attingono a elementi di opere pittoriche della storia dell’arte europea e americana, ma anche a forme astratte, decorazioni e oggetti della vita quotidiana
Nella Project Room siamo felici di annunciare la prima mostra in Italia della pittrice svedese Anna Bjerger.
I dipinti di Anne Bjerger catturano lʼattimo fuggente e hanno una grande forza evocativa. Si ispirano a fotografie trovate, principalmente raccolte da riviste, libri e guide di viaggio. Lʼartista utilizza la capacità della fotografia di cogliere lʼazione e il movimento. Dipingendo queste immagini, salva dei momenti che altrimenti andrebbero persi per sempre, e li ricrea in pittura, il mezzo in assoluto più duraturo nel tempo. La sua pittura è ricca e fluida e conferisce unʼatmosfera emotiva alle scene di vita rimosse dalle loro origini.
Le immagini scelte spesso hanno delle qualità generiche di esperienza comune, ma il chi, il quando e il dove resta sempre ambiguo, non specificato. I momenti rappresentati sono spesso piacevoli – come bambini che giocano in un campo, una coppia che passeggia in una foresta – ma anche passeggeri, sfuggenti. Bjerger coinvolge lʼosservatore, facendolo diventare uno spettatore reale della scena. Questo è accentuato in “Snap”, in cui una donna punta la telecamera verso lo spettatore. In molte delle sue opere tuttavia cʼè una sensazione di intrusione, quasi di voyerismo, di essere testimoni di momenti privati ed intimi. Questo ruolo dello spettatore viene sottolineato in “Jumper”, che ritrae una classica scena da voyeur: una donna che si spoglia, vista attraverso la finestra. Ha una figura perfetta e la vista momentaneamente coperta dalla maglia che si sta togliendo. Eʼ una situazione carica di erotismo ma anche un poʼ ridicola – una fantasia adolescenziale ricorrente – e Bjerger sottolinea il nostro sguardo vorace con il suo modo di dipingere seducente e la composizione raffinata.
Anne Bjerger è attratta da immagini che fondono lʼanonimo con il familiare, creando spunti di narrazioni. “Attraverso la pittura posso cambiare la gerarchia allʼinterno dellʼimmagine e creare una versione diversa dellʼistante registrato dalla fotografia” dice “La fisicità della pittura, la struttura variabile della superfice e lʼattenzione alle dimensioni servono ad intensificare lʼesperienza dello sguardo.”
Anna Bjerger è nata a Skallsjo in Svezia nel 1973. Ha studiato a Londra al Central St. Martins School of Art e poi al Royal College of Art. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre in Scandinavia, in Inghilterra e negli Stati Uniti.
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Christine Streuli
Siamo felici di annunciare una nuova mostra di Christine Streuli negli spazi della nostra galleria milanese.
Per i suoi quadri lʼartista svizzera trae spunto da un patrimonio infinitamente ampio di situazioni visive, cui la sua pittura attinge liberamente: vi si trovano elementi di opere pittoriche della storia dellʼ arte europea e americana, di cui è una grande conoscitrice, come pure forme astratte, decorazioni e motivi di culture extraeuropee, elementi della vita quotidiana, immagini tratte da pubblicità, salva- schermi o erbari antichi.
Immagini, suggestioni, motivi provenienti da culture differenti si incontrano e convivono sulla tela, dando vita a qualcosa di completamente nuovo, carico di unʼenergia vitale incontrollata e difficile da arginare. Nelle sue mostre recenti le pitture di Streuli tendono infatti a straripare dal quadro e invadere la parete e lo spazio reale, dialogando con lʼarchitettura. Nelle sue mostre recenti al Kunstmuseum di Lucerna e allʼ Haus am Wannsee a Berlino ha creato ambienti totalmente immersivi, volti ad attivare una partecipazione piena e personale da parte del pubblico.
Le opere di Streuli dispiegano i loro alti livelli di energia anche attraverso segni astratti di velocità, colore e spazialità. Citazioni, ripetizioni ed effetti specchiati animano lo spazio pittorico e sono altrettanto spontanei quanto sofisticati nella pianificazione e nellʼ esecuzione. Lʼarista segue il principio di “uno e lʼaltro” piuttosto che “lʼuno o lʼaltro”, lavorando sia in superfice che in profondità; combina parti libere e spontanee con elementi grafici molto ordinati e organizzati, così che ogni nuova opera genera lʼimpressione di una totale simultaneità di aspetti disparati. Per questo i dipinti di Streuli possono essere letti anche come metafore della comunità informatica globale, che con la sua disponibilità senza limiti pone nuove sfide ad ogni singolo individuo.
In questa mostra dal titolo “Ickelackebana” presenterà anche un ciclo di piccoli dipinti realizzati in lacca su alluminio, che con una pittura molto fluida rappresentano arrangiamenti floreali giapponesi “Ikebana”.
Nata a Berna nel 1975, Christine Streuli ha studiato a Zurigo e a Berlino e negli ultimi anni ha vissuto tra Berlino, Londra e New York. Nel 2007 ha rappresentato la Svizzera alla Biennale di Venezia, nel 2008 ha esposto al Kunsthaus Aarau e ad ArtUnlimited a Basilea, nel 2009 al Kunstverein Oldenburg, nel 2010 al Museum Marta Herford a Herford in Germania, nel 2013 al Kunstmuseum a Lucerna e allʼHaus Am Waldsee a Berlino, questʼanno ha partecipato alla Biennale a Sydney.
Immagine: Christine Streuli, Believer, 2008, Acryl und Lack auf Baumwolle, 100 x 150 x 5 cm, courtesy the artist, Foto: Jens Ziehe, Berlin
Inaugurazione 1 ottobre alle 18.30
Galleria Monica De Cardenas
via Francesco Vigano’, 4 – Milano Lombardia Italia.
Orario: martedì – sabato 15 – 19
Ingresso libero
Dal 11 ottobre 2014 – 15 febbraio 2015
Sophie Calle. MAdRE
a cura di Beatrice Merz al Museo di Rivoli
vedi anche
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/10/19/sophiecalle50.html?ref=search
Un nuovo importante progetto di mostra segna la marcia di avvicinamento del Castello di Rivoli al traguardo dei suoi primi trent’anni di attività. Ancora una volta una rassegna internazionale che vede, come è tradizione del Museo, qualcosa oltre la semplice collaborazione con un artista prestigioso quanto, piuttosto, una vera e propria sfida, un confronto da parte dell’artista stesso con un luogo carico di storia, da mettere in relazione con le proprie storie e narrazioni, col vissuto personale divenuto oggetto d’arte e di ricerca. È il caso della grande mostra che il Castello dedica alla celebre artista francese Sophie Calle, protagonista indiscussa della scena artistica mondiale, la quale propone un progetto interamente site-specific per le sale auliche al secondo piano della Residenza Sabauda. Il concept di mostra si articola sullo sviluppo di due importanti progetti che l’artista ha posto in essere da diversi anni: Rachel, Monique e Voir la mer. Il confronto tra questi importanti progetti propone due percorsi insieme distinti e uniti, includendo opere incentrate sui temi dell’affetto e dell’emozione, sulla morte, sull’analogia madre|mare alla base del titolo della mostra: un mare che accoglie e accomuna, copre e investe un’immensità di sentimenti ed emozioni contrastanti.
L’artista lavora da sempre intorno a temi quali il distacco da una persona cara, la rottura amorosa, la vita intima in generale riuscendo a rendere in modo efficace oltre alle emozioni anche il lato filosofico, la riflessione che queste suscitano, accompagnando l’elaborazione culturale del vissuto personale attraverso un’organizzazione così precisa da risultare quasi ossessiva fatta di oggetti, video e testi: sorta di mise-en-place e di organizzazione teatrale senza spettacolarizzazione scenica. Un processo di appropriazione per immagini dove anche il visitatore, quando ritenga di essersi perduto, può ritrovare un percorso e alla fine farlo proprio come in un romanzo a ruolo.
Sin dalla fine degli anni Settanta Calle lavora con metodi provocatori e assai controversi, mettendo in stretta relazione le proprie emozioni con le fasi e gli accadimenti della sua vita personale. La mostra al Castello di Rivoli rivela il lato di “accumulatrice d’immagini” dell’artista insieme alla sua capacità di rendere le stesse del tutto essenziali, al limite del minimale; diremmo emozioni allo stato puro.
L’aspetto emozionale dell’opera dell’artista non ne oscura tuttavia il tratto analitico; gli interrogativi su cosa significhi non vedere, cosa sia il non vedere. In altri termini una riflessione filosofica sul cos’è che non vediamo, sul ruolo giocato dai legami e dai ricordi, sul paradosso della natura che accoglie, che crea e distrugge, sulla cecità che crea incoscienza e sulle assenze di visione determinate dagli aspetti definitivi di un distacco. Vi è un aspetto epico nell’opera di Sophie Calle che si identifica bene nell’affrontare il tema della tragedia quotidiana rendendo condiviso il proprio dolore personale, con effetto insieme liberatorio e mnemonico.
Rachel, Monique
è un palinsesto di opere che vede la luce a partire dalla ripresa in video della morte della madre dell’artista. Dalla Biennale di Venezia del 2007, dove venne esposto il solo video, l’opera si è evoluta costantemente nel tempo accumulando elementi e ricordi quasi in forma di diario a ritroso, incrementando il corpus di opere dell’artista che sarà esposto nelle sale storiche e ampiamente decorate del Castello ricamando una sorta di nuovo dialogo tra le memorie di un luogo storico e gli oggetti cari alla madre o meglio oggetti e parole che traggono linfa vitale dal ricordo e si trasformano in oggetti d’arte. Calle stessa precisa l’oggetto della propria analisi affermando “Mia madre amava essere oggetto di discussione. La sua vita non compariva nel mio lavoro e questo la contrariava. Quando collocai la mia macchina fotografica ai piedi del suo letto di morte – volevo essere presente per udire le sue ultime parole ed ero intimorita che potesse morire in mia assenza – esclamò: ‘Finalmente’”.
Voir la mer
Video installazione appositamente concepita per la sala 18, che ha visto negli anni alcuni tra i più significativi progetti site specific per il Castello di Rivoli. Ancora l’artista introduce bene il progetto “A Istanbul, una città circondata dal mare, ho incontrato persone che non l’avevano mai visto. Li ho portati sulla costa del Mar Nero. Sono venuti a bordo dell’acqua, separatamente, gli occhi bassi, chiusi, o mascherati. Ero dietro di loro. Ho chiesto loro di guardare verso il mare e poi tornare indietro verso di me per farmi vedere questi occhi che avevano appena visto il mare per la prima volta”. Calle cattura sentimenti, felicità e sgomento attraverso l’attimo in cui i protagonisti le si rivolgono dopo diversi minuti impiegati a “contemplare” una cosa mai vista. Mai vista per il doppio ostacolo della disabilità che non concede loro di vedere con gli occhi e della condizione sociale che ha negato loro fino a quel punto di potersi immergere – loro nati e vissuti in una città di mare – nella percezione del mare, in una diversa modalità di visione. In una città abbracciata dal mare in pieno ventunesimo secolo l’artista trova e invita le persone, che mai hanno oltrepassato il limite fisico, a uscirne per riportarvi lo stupore del non visibile. Un vecchio, una bambina e una donna con un bambino in fasce accoglieranno i visitatori nella sala, con volti stupiti che non vedono ma parlano in modo diretto e frontale.
Vita, avventure e morte di Francesca Woodman
da http://www.doppiozero.com
dal 23 ottobre 2014 al 20 novembre 2014
IL CIELO SULLA TERRA
Spazio Donizzetti50 Via Donizzetti 50 MONZA
LeoNilde Carabba, l’alchimista della luce, esporrà un’estesa scelta di opere in una personale di ampio respiro allo spazio Donizetti, 50 a Monza. Oltre alle opere pittoriche di vario formato e di varie epoche sarà esposta, per la prima volta in Italia, la cartella di grafiche “Materia Mistica” – stampa digitale a 7 colori con interventi manuali, stampate su carta Fabriano Artistico 300 gr. nell’atelier di Giovanni Leombianchi e con testo introduttivo di Cristina Muccioli che dice: “Della mistica l’autrice sente e condivide profondamente la partecipazione di ogni ente all’essenza trascendente che, appunto, la anima. Si tratta di un logos uranio, di un vero e proprio discorso celeste (aggettivo che nel linguaggio della scienza si attribuisce ai corpi astrali) che porta il Cielo sulla Terra, dentro le sue terre, in quel magma pacificato, luminoso e materico fatto di ocra gialla e rossa, di terra di Siena bruciata e bruno di Van Dyck che reca il nome di Materia Mistica, come a significare che l’anima consiste massimamente nel suo opposto, nella gravità e nella grevità della terra, humus in latino: da lì deriva la parola uomo”. La cartella è già stata esposta con successo presso la GARWAIN Verlag & Kunstprojekte Kallemback di Coblenza (Germania). Sarà a disposizione del pubblico anche il testo di un’intervista a cura di Chiara Cinelli che uscirà nel prossimo numero di Arte Medica.
di Tiziana Plebani
L’esperienza quotidiana e l’arte del vivere ci insegnano che non si superano un dolore, una ferita, un trauma se non attraverso un processo di rielaborazione e consapevolezza che, se affrontato pienamente, conduce a un di più: di sapere, di attenzione, di energia. Ripartire dalla ferita del Mose inflitta alla città, alla laguna e ai suoi abitanti significa dunque non limitarsi a indagare i fenomeni della corruzione e il pericoloso intreccio di politica e malaffare, denunciando i colpevoli: bisogna far sì che la città tutta e i suoi cittadini conoscano ampiamente le caratteristiche del progetto di difesa di Venezia e della laguna dalle acque alte costituito da schiere di paratoie mobili a scomparsa poste alle bocche di porto (MOSE), ciò che ha comportato nella modifica dell’ambiente lagunare, i suoi punti di forza, le ragioni dei suoi sostenitori, le sue debolezze e i rischi. È indispensabile che si conoscano i progetti alternativi, che vennero scartati al tempo, lo studio della società francese Principia, commissionato dal Comune di Venezia e che al tempo stesso esperti, non coinvolti nell’ampio cono grigio di omertà e cooptazione, rendano conto dell’attuale andamento delle maree, delle acque alte e dello stato della laguna. E che soprattutto si spieghi a tutta cittadinanza, anche a quella priva di competenze specifiche com’è la maggioranza, quali sono ora le possibili strade da imboccare: se è indispensabile oramai realizzare il completamento del progetto Mose oppure vi sono reali strategie alternative e compensative. Questo dibattito, non rinviabile e urgente data la situazione di rischio a cui è esposta la città dopo gli scavi alle bocche di porto, dovrebbe essere ampio e coinvolgente tutta la città con assemblee nei sestieri e anche a Mestre.
Ciò che nel passato non è stato fatto – sensibilizzare e coinvolgere i cittadini nella scelta di un progetto di difesa cruciale per la vita della città – va fatto ora, senza perdite di tempo, creando partecipazione reale, circolazione di saperi vitali per la vita di questa città e della sua laguna, facendo rinascere così il senso e il desiderio di una comunità che sa rigenerarsi, autogovernarsi e scegliere il meglio.
26 Giugno 2014
dal 10 ottobre al 20 dicembre 201
Galleria Cardi di Milano Corso di Porta Nuova, 38
Cardi Gallery, galleria d’arte moderna e contemporanea, è lieta di presentare Louise Nevelson: 55-70, una mostra di oltre trenta importanti collage e sculture creati dal 1955 al 1970 che mostrano i risultati stilistici di Louise Nevelson (1899-1988), un’icona del movimento artistico femminile e una degli artisti più rilevanti del ventesimo secolo. Louise Nevelson: 55-70, sarà in mostra a Milano dal 10 ottobre al 20 dicembre 2014.
Louise Nevelson: 55-70 presenta lavori creati dal 1955 al 1970, periodo in cui emerse lo stile modernista tipico dell’artista, caratterizzato da complicati assembramenti di legno e superfici monocrome. Stile che si evolse poi negli anni Sessanta e Settanta quando Nevelson iniziò a incorporare nelle sue opere materiali industriali come plexiglas, alluminio e ferro.
La mostra presenta circa venticinque collage e dieci sculture provenienti da collezioni private di tutto il mondo, tra queste rilievi monocromi di grande formato, sculture da terra, e collage a tecnica mista su carta e su legno con inserti di giornale, pittura, vinile, metallo e altri oggetti trovati.
“Vado verso la scultura e i miei occhi mi dicono quello che è giusto per me”, spiega Nevelson. “Quando compongo, non ho nulla a parte il materiale, me stessa, e un assistente. Compongo proprio in quel momento mentre l’assistente inchioda. Qualche volta è il materiale che prende il sopravvento; qualche volta sono io. Lascio che giochino, come un’altalena. Il mio creare si basa su azione e controazione, come nella musica, tutte le volte. Azione e controazione. È sempre stata una relazione – il mio parlare al legno e il rispondere del legno a me”.
Louise Nevelson (1899-1988) è una delle più importanti scultrici del ventesimo secolo. Attiva nel periodo in cui l’astrattismo espressionista maschile era al suo apice, Nevelson con i suoi assemblaggi e le sculture di grandi dimensioni ha sfidato la convenzione per cui le donne erano escluse dal produrre un’arte potente e di grande formato.
Nevelson nasce a Kiev nel 1899 ed immigra negli Stati Uniti con la famiglia nel 1905. Nel 1920, si trasferisce a New York per perseguire la carriera artistica. Studiando all’Art Students League di New York con Kenneth Hayes Miller e successivamente a Monaco con Hans Hoffmann, Nevelson viene introdotta al Cubismo, al Surrealismo, all’arte Africana, indiana e Pre-Colombiana, tutti movimenti e stili che avranno influenze significative nella sua opera. Le opere dell’artista sono state esposte in gallerie e musei fin dalla prima mostra personale alla galleria Nierendorf a New York nel 1941; ricordiamo tra le altre la prima importante mostra museale Sixteen Americans al Museum of Modern Art di New York nel 1959, e la sua prima grande mostra personale in un museo nel 1967 al Whitney Museum of American Art di New York.
Dal 16 Ottobre al 13 Dicembre 2014
Looking Glass
Three Feminist Ways to Self-Portrait
da: www.rosannaciocca.it
Ciocca Arte Contemporanea Di Rossana Ciocca Via Lecco, 15 20124 Milano
Inaugurazione Giovedì 16 Ottobre ore 18.30
A cura di Raffaella Perna
La mostra Looking Glass: Three Feminist Ways to Self-Portrait propone una riflessione sull’autoritratto fotografico nell’arte femminista italiana degli anni Settanta, a partire dalle opere di tre protagoniste di quella stagione, Tomaso Binga, Nicole Gravier e Paola Mattioli. Tre donne si riappropriano della rappresentazione del corpo e della sessualità, libere finalmente dalla visione e dal desiderio maschili: i lavori di Binga, Gravier e Mattioli muovono dal privato per dare voce a una storia collettiva, rimasta fino a tempi assai recenti esclusa dal sistema dell’arte.
Per le donne, da sempre oggetto dello sguardo e della rappresentazione altrui, l’autoritratto serve infatti a raccontarsi, mettendo in gioco la propria identità e criticando gli stereotipi legati al femminile e al maschile. L’autoritratto fotografico, in particolare, concentra l’attenzione sul doppio ruolo della donna come soggetto e oggetto della rappresentazione: stare nello stesso tempo davanti e dietro l’obiettivo mette a nudo lo scarto esistente tra identità reale e fittizia, e la fotografia diventa il mezzo attraverso il quale scegliere la veste in cui raccontarsi agli occhi dell’altro, assumendo un ruolo attivo nelle dinamiche dello sguardo.
Nell’installazione Mater (1977) Tomaso Binga parte dal proprio corpo nudo, ritratto mentre assume la forma delle lettere che compongono, appunto, la parola “Mater”: crea così un alfabeto gestuale alternativo alla lingua corrente, considerata come una forma di espressione inautentica dalla cui costruzione la donna è rimasta esclusa. Le scritture viventi di Binga costituiscono perciò una radicale alternativa al linguaggio maschile. In Donna in gabbia (1974), poi, Binga denuncia la condizione di subalternità e la mancanza di libertà della donna: si rappresenta infatti dietro le sbarre, come un uccello prigioniero, imboccata da mani maschili, stigmatizzando così il controllo e il potere esercitati dall’uomo, troppo spesso contrabbandati come una forma di cura e protezione volta a tutelare il «sesso debole».
Gli autoritratti della serie Mythes et Clichés (1976-1980) di Nicole Gravier sono una critica agli stereotipi visivi della cultura dominante: l’artista si raffigura mentre simula pose e atteggiamenti tipici del fotoromanzo, appropriandosi dei canoni linguistici e delle inquadrature di questo genere popolare nato in Italia nell’immediato dopoguerra. Così facendo da un lato Gravier esaspera, criticandoli, non solo la banalità e il sentimentalismo del fotoromanzo, ma anche e soprattutto i luoghi comuni della rappresentazione del femminile trasmessi dai media; dall’altro, allo stesso fine, mette in primo piano elementi détournanti che stridono con l’atmosfera «rosa» della foto. Tutto è rappresentato in ambienti intimi come la camera da letto; le pose assunte dall’artista sono rilassate e lo sguardo non è rivolto in camera: lo spettatore è messo nella posizione del voyeur che ha accesso di nascosto a uno spazio privato, sottolineando quanto il processo fotografico, nel rappresentare il corpo, lo oggettualizzi.
La distanza tra l’immagine di sé e quella percepita dagli altri è, anche, al cuore della sperimentazione fotografica condotta da Paola Mattioli a metà degli anni Settanta: la sequenza in mostra, Diana (1977) – che ritrae Diana Bond allo specchio e mentre sitoglie una maschera bianca dal volto – si lega alla pubblicazione del libro Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo, raccolta di materiali individuali ed esperienze collettive di un gruppo di donne impegnato a lavorare sull’immagine del femminile. Nel volume Mattioli presenta anche Donne allo specchio (o Faccia a faccia), una serie che indaga il rapporto della donna con l’immagine riflessa, concepita come un autoritratto corale, in cui l’autrice si identifica con i soggetti ritratti: «In ognuna di loro mi rispecchio anch’io, perché è nell’altra che ritrovo frammenti diversi del mio stesso guardarmi». Lo specchio diviene dunque strumento di un viaggio identitario pensato al plurale.
Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli in Menna) è un’autrice di poesia visiva, sonora e performativa. Negli anni Settanta ha assunto un nome maschile in segno di protesta contro le disparità che caratterizzano la relazione uomo-donna. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive; tra queste si ricordano le esposizioni al femminile curate da Romana Loda (Coazione a mostrare, Magma, Il volto sinistro dell’arte e non citi altra misura??), le mostre e le performance realizzate con Verita Monselles (Litanie Lauretane, Poesia Muta, Ti scrivo solo di domenica), la mostra Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio in occasione della Biennale di Venezia del 1978. Tra le mostre recenti si segnalano la retrospettiva Autoritratto di un matrimonio (Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea di Roma), le personali (quante?) alla Fondazione Federico J. Klemm a Buenos Aires (2006), Viaggio nella parola a La Spezia (2007), Scritture viventi (2013) alla Galleria Galeotti, in collaborazione con la Fondazione Filiberto Menna di Salerno e La Fondazione Carima di Macerata, Zitta tu… non parlare! alla Sala Santa Rita di Roma (2014). Dal 1974 dirige l’associazione culturale Lavatoio Contumaciale, che si occupa di poesia, arti visive, letteratura, musica e multimedialità; dal 1992 partecipa, in qualità di vice Presidente, alla gestione della Fondazione Filiberto Menna.
Nicole Gravier ha studiato all’Académie des Beaux-Arts di Aix-en-Provence, dove nel 1971 si è diplomata in Pittura. Si trasferisce definitivamente in Italia nel 1976. A Milano frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera dove si diploma in Pittura. Nel 1979 espone a New York alla Franklin Furnace e in Svezia alla Galerie St. Petri (Lund). Partecipa alla mostra La Pratica Politica alla Galleria d’Arte Moderna di Modena; nello stesso anno il «Corriere della Sera Illustrato», «HERESIS» e «Progresso Fotografico», le dedicano importanti articoli. Nel 1981 è invitata a Kunst in Sozialen Kontext al Museo di Karlsruuhe e la rivista «KunstForum» le dedica la copertina; nello stesso anno partecipa alla mostra Typish Frau (Kunstverein di Bonn, Galerie Philomena Magers e Stadtische Galerie Regensburg [almeno penso]). Il Museo di Vancouver (Canada) la invita a Mannerism – A Theory of Culture. Nello stesso anno partecipa ad Art Socio-Critique (Festival de La Rochelle). Nel 1997 è invitata a Vraiment: Féminisme et Art al Centre International d’Art Contemporain a Grenoble, con trenta artiste donne operanti in Europa e in America negli ultimi vent’anni. Nel 1999 partecipa alla rassegna Beyond the Photographic Frame all’Art Institute of Chicago, che acquista un suo lavoro.
Paola Mattioli si è laureata in filosofia con una tesi sul linguaggio fotografico; è tra i soci fondatori dell’associazione AMICI del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo; collabora – per le immagini – alla rivista «Via Dogana» della Libreria delle Donne di Milano. Ha esposto fotografie in numerose mostre personali e collettive. Tra le principali: Immagini del no (1974); Donne allo specchio (1977); Cellophane (1979); Ritratti (1985); Statuine (1987); Ce n’est qu’un début (1998); Trieste dei manicomi (1998); Un lavoro a regola d’arte (2003); Regine d’Africa (2004); Per-turbamenti (2005); Consiglio di Amministrazione (2006); Oltre Lilith (2006); Arte dell’altro mondo (2006); Alfabeti (2007); Sguardi nella città (2011); Donne Donne Donne (2012). Tra le sue pubblicazioni: Ungaretti (1972); Ci vediamo mercoledì (1978); Cattivi sentimenti (1991); Donne irritanti (1995); Tre storie (2003); Regine d’Africa (2004); Fabbrico (2006); Dalmine (2008); Una sottile distanza (2008); Passi di un’oca sperduta nella neve (2012); Mémoires d’Afrique (2013).
di Chiara Freschi
Sembra non siano tempi facili per i fondi relativi alle scritture e ai saperi delle donne. Capita a Napoli con l’indisponibilità del Fondo di soggettività femminile contenuto alla Biblioteca Brancaccio chiusa al pubblico, ma anche a Cagliari dove il Centro Documentazione e Studi delle Donne rischia la cessazione delle attività.
In questo panorama poco confortante, che ci si augura riesca ad essere rischiarato da soluzioni adeguate, finalmente arriva una buona notizia. Ida Gianelli, curatrice, protagonista dell’arte contemporanea internazionale, che ha diretto per anni il Museo Castello di Rivoli, attualmente consulente del Centre Pompidou, ha scelto di donare il suo fondo privato alla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna.
Più di cinquecento tra libri e riviste (molti dei quali inseriti ex novo nel catalogo nazionale), oltre quattrocento documenti d’archivio (lettere, inviti, flyers, comunicati stampa) interamente dedicati alle artiste presenti sulla scena italiana e internazionale, con un’attenzione particolare al loro complesso rapporto con il femminismo, grazie a pioniere come Carla Lonzi e Carla Accardi. Molti sono i nomi della straordinaria collezione di Ida Gianelli che andranno ad arricchire il catalogo della biblioteca bolognese e che saranno presto disponibili a tutte e tutti: da Artemisia Gentileschi a Laurie Anderson, da Georgia O’Keeffe a Frida Kahlo, da Niki De Saint Phalle a Grazia Toderi, ma anche Meret Oppenheim, Sonia Delaunay, Louise Nevelson.
Per festeggiare l’evento, saranno presentati una mostra bibliografica e il catalogo della donazione. L’appuntamento è il 25 settembre alle 18 a Bologna, nella sede della Biblioteca Italiana delle Donne (Via del Piombo 5). Insieme ad Ida Gianelli e Annamaria Tagliavini saranno presenti Pierangelo Bellettini –Direttore Istituzione Biblioteche, Gianfranco Maraniello- Direttore Istituzione Musei, Maura Pozzati -critica d’arte, Grazia Toderi- artista.
dal 1/10/2014 al 01/02/2015
HANGAR BICOCCA Via Chiese 2 Milano
Pirelli HangarBicocca presenta Light Time Tales, la più ampia mostra mai dedicata a Joan Jonas. Il progetto espositivo, a cura di Andrea Lissoni, riunisce venti opere, tra installazioni e video, di una delle più riconosciute artiste contemporanee che ha inventato nuove forme di narrazione, attraversando i confini fra le discipline.
la rassegna comprende dieci installazioni e nove video monocanale, riunendo per la prima volta in Italia le più importanti opere di Joan Jonas: dalle più storiche come Mirage (1976/1994/2005) e Volcano Saga (1985/1994) alle più recenti come Lines in the Sand (2002), Reanimation (2010/2012/2013) e altre mai esposte in Europa, come Double Lunar Rabbits, (2010), oltre a una nuova produzione appositamente concepita per HangarBicocca. Le opere sono mostrate insieme a film e video prodotti dagli anni 60 a oggi, come Wind (1968) e Merlo (1974).
Il 21 ottobre, durante il periodo di mostra, verrà inoltre presentata la performance Reanimation, realizzata in collaborazione con il musicista e compositore jazz Jason Moran: un’occasione per confrontarsi con l’esperienza della tensione performativa di Joan Jonas.
Il progetto espositivo, nella sua globalità, intende offrire testimonianza al grande pubblico del percorso e della costante evoluzione artistica di Joan Jonas. Grande sperimentatrice, ma sempre aperta alle collaborazioni multidisciplinari, l’artista porta avanti un linguaggio individuale che si snoda fra video, installazioni e performance intrecciati in un continuo rinnovamento di nuclei figurativi e di soluzioni formali divenuti un modello per molti artisti delle nuove generazioni.
Nel 2015 Joan Jonas rappresenterà gli Stati Uniti d’America alla Biennale di Venezia, 56ª Esposizione Internazionale d’Arte, con un progetto presentato dal MIT List Visual Arts Center.I temiTra le prime artiste a utilizzare il video accanto alla performance, Joan Jonas fin dagli anni 60 esplora il tema dell’identità e le relazioni tra il corpo e la sua rappresentazione, sempre sfuggendo a un’immagine stereotipata di se stessa. Partendo da una formazione legata alla storia dell’arte e alla scultura, il linguaggio di Jonas attraversa la danza, il cinema sperimentale, la musica contemporanea, il teatro giapponese Nō e Kabuki e il disegno. Nelle sue opere coesistono miti e ricordi personali, magia e quotidianità, poesia e psicoanalisi, con uno sguardo attento verso altre culture, come quella della comunità Hopi del Sud-Ovest degli USA o quella antica della civiltà minoica.
Fortemente influenzata dalle varie forme della letteratura, utilizza specchi, maschere, costumi, veli e travestimenti per indagare i codici della rappresentazione. Avvia un intenso lavoro sui testi e sulla traduzione di narrazioni in movimento, soffermandosi sullo studio del sonoro messo in relazione al tempo e allo spazio. Nel suo agire interdisciplinare, porta avanti un’indagine sul video come mezzo artistico che tende a svelare l’illusione del racconto e a rivelarne i meccanismi. Forte rilievo nel pensiero dell’artista ha la natura, considerata come un contesto in continua evoluzione da preservare poiché fonte di sostentamento spirituale. I paesaggi, sia urbani sia naturali, e gli animali sono spesso i protagonisti delle sue opere capaci di offrire al pubblico un’esperienza di coinvolgimento emotivo, rappresentando l’espressione di stati d’animo fondamentali. Allo stesso tempo, la dialettica fra il tempo passato e il tempo presente, indica un tratto autobiografico e un motivo di riflessione su temi universali e sullo stato del mondo attuale.
La resistenza alla classificazione dell’opera d’arte come oggetto di mercato, l’affermazione dello sguardo femminile, la necessità della collaborazione e il senso della trasmissione del sapere, entro cui si iscrive il lungo percorso d’insegnamento di Joan Jonas, rappresentano un convinto statement politico.
La mostra
La mostra in HangarBicocca si apre con una serie di opere video che restituiscono immediatamente al visitatore la ricerca pionieristica di Joan Jonas rispetto al mezzo video e cinematografico e alle sue molteplici modalità di diffusione e di visione: dalla macroscala delle proiezioni a quella più ridotta dei monitor sino ai My New Theater, dispositivi che possono essere ricondotti sia a sculture, sia a piccoli teatrini portatili.
Il titolo della mostra fa riferimento tanto alle caratteristiche del lavoro dell’artista “time based”, basato sul tempo e sulla luce, sul video e sul racconto, quanto alla specificità di HangarBicocca: uno spazio esteso, in cui il buio accoglie le opere come luminose capsule temporali che incorporano racconti e possibilità di storie.
Il percorso di Light Time Tales si sviluppa intorno a tre opere centrali, installate seguendo un criterio circolare – di temi e di soggetti che si rincorrono e aggiornano -, ma non cronologico, che intende enfatizzare la natura ciclica di una ricerca artistica aperta, sempre in divenire e mai monolitica. La prima è la proiezione video Waltz (2003) in cui viene interrogato, non senza divertimento, il ruolo dell’artista e del suo corpo invecchiato, attraverso immagini che la ritraggono mentre indossa balzani costumi e compie azioni tanto semplici quanto misteriose sulla spiaggia e in un bosco, insieme a alcuni perfomer. Mirage (1976/1994/2005) è una delle opere più emblematiche della produzione di Joan Jonas. La complessa installazione esplora gli aspetti formali della ricerca iniziale e li ricombina con nuove soluzioni. Essa ripropone gli elementi della performance realizzata nel 1976 in cui l’artista con il volto coperto da una maschera messicana svolge alcune azioni come correre sul palco, eseguire disegni gestuali, soffiare dentro un cono e interagire con elementi scultorei. L’opera, poi tradotta in installazione, è composta da alcuni oggetti di scena, tre monitor e tre proiezioni. Reanimation (2010/2012/2013), installata nell’ultima area dello spazio espositivo chiamata “Cubo”, è l’installazione più recente e rappresenta un esempio significativo dell’evoluzione sperimentale dell’artista. Joan Jonas, riguardo a quest’opera, afferma: “questo lavoro racconta gli spazi inesplorati come metafora e l’attualità dell’archeologia dell’oceano”. Quattro griglie di legno e carta giapponese formano gli schermi utilizzati per la proiezione di video che mostrano paesaggi nordici, montagne al tramonto e disegni di inchiostro nero tracciati sulla neve. Una struttura metallica contiene numerosi cristalli appesi e due My New Theaters completano l’opera proiettando alcuni estratti dei video Disturbances (1974) e Melancholia (2005).
L’artista
Joan Jonas (New York, 1936) è una delle più rispettate e riconosciute artiste viventi. Considerata la massima autorità in campo di storia e teoria della performance, si è affermata negli anni 60 e 70 grazie alla sua pionieristica pratica performativa e video. Il suo lavoro ha reinterpretato in modo assolutamente originale la relazione tra l’arte e le forme della narrazione, includendo nelle sue opere, accanto all’immagine video, agli oggetti di scena (i cosiddetti prop) e alla performance, la presenza della parola come motore di immaginario. E’ attualmente Professore Emerito presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) Program in Art, Culture and Technology di Boston ed è autrice di testi di riferimento sul tema della performance art. Ha partecipato alle più importanti mostre collettive degli ultimi trent’anni, fra cui la Biennale di Venezia nel 2009 e a ben sei edizioni della prestigiosa rassegna documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1987, 2002, 2012).
Il programma espositivo di Pirelli HangarBicocca
L’esposizione Light Time Tales si colloca all’interno del programma di mostre firmato da Vicente Todolí insieme ad Andrea Lissoni. Il progetto espositivo è presentato in concomitanza con la mostra personale Papagaio di João Maria Gusmão & Pedro Paiva allestita nello spazio espositivo dello “Shed” (fino al 26 ottobre 2014). Il calendario di Pirelli HangarBicocca proseguirà con le mostre di Céline Condorelli (dicembre 2014), Juan Muñoz (aprile 2015), Damián Ortega (giugno 2015) e Philippe Parreno (ottobre 2015).
Pirelli HangarBicocca
HangarBicocca, lo spazio per l’arte contemporanea di Pirelli, è il naturale proseguimento di una lunga tradizione di attenzione verso la cultura, la ricerca e l’innovazione che accompagna l’azienda fin dalla sua fondazione avvenuta oltre 140 anni fa. Grazie all’impegno di Pirelli, HangarBicocca rende accessibile al pubblico una programmazione di alto livello e una serie di attività per ragazzi e famiglie, ed è diventato ormai un punto di riferimento per Milano e per il pubblico internazionale.
Comunicato stampa da Artribune
da “Il Manifesto” del 26 settembre 2014
Anne Marie Sauzeau, leggerezza di una critica militante
di Daniela Lancioni
La scomparsa della critica d’arte Anne Marie Sauzeau, per molti anni collaboratrice del “manifesto”
scomparsa Anne Marie Sauzeau al termine di una malattia di cui poco sapevano anche le persone che la conoscevano bene. Nel ricordarla dobbiamo far convivere attitudini e sfere di conoscenza diverse,disponendone i tasselli l’uno accanto all’altro in modo da farli gentilmente combaciare. Un nomadismo intellettuale il suo che sembrava germogliare dall’istintivo reagire, in maniera lucida e lieve e sempre intelligente, alle vicende della vita. Operando scelte, elaborando contributi, mettendo a punto una pratica che ora possiamo prendere a modello di quel tentativo di armonizzare la sfera privata con quella politica e pubblica, mecca della sua generazione che è stata giovane negli anni Sessanta. Ha scritto su Maurice Merleau-Ponty e sui temi della filosofia è più volte intervenuta sulle pagine di questo giornale di cui è stata a lungo firma autorevole. Nel 1976 ha tradotto e pubblicato in italiano S.C.U.M. il feroce manifesto per l’eliminazione dei maschi scritto nel 1967 dall’americana Valerie Solanas; allo scorcio degli anni Settanta, cogliendo, evidentemente e con tempismo, la necessità di sondare l’irrazionale, ha interrogato gli spiriti enigmatici che sono all’origine della modernità, riflettendo su Stephane Mallarmé e sul poeta e incisore Aubrey Beardsley. Con continuità ha esercitato la critica d’arte che ha saputo armonizzare con la militanza femminista.
A lei si deve la formulazione di alcuni interrogativi che sono ancora vitali se giovani studiose li assumono a punto di partenza delle loro ricerche, come è il caso di Marta Serravalli che introduce il suo recente studio sull’arte e il femminismo negli anni Settanta con la domanda di Anne Marie Sauzeau: dove si iscrive la differenza sessuale in arte? Nel 1975 di ritorno da un soggiorno a New York Sauzeau scriveva «il femminismo è ricerca intima della propria identità esiliata, prima ancora che rivendicazione dei diritti civili» e poi ancora una domanda: «l’arte ha un sesso?». Su «Data» prestigiosa rivista d’arte di cui era collaboratrice si diede una risposta, che suona quasi leggera, persino un poco ironica, tanto stempera con l’evidenza dei fatti la sintesi ideologica che da essi ne è derivata: «L’arte forse no, ma gli artisti sì».
La sua militanza, sintetizzata nel concetto su cui è tornata più volte a riflettere di «altra creatività», si è dunque espressa mettendo a frutto la sua profonda capacità di intendere e la sua felice scrittura soprattutto al servizio delle donne artiste. Lungo il catalogo di coloro su cui ha riflettuto e scritto, da Carla Accardi a Giosetta Fioroni, da Artemisia Gentileschi a Edita Broglio, Marilù Eustachio, Lucia Romualdi, Suzanne Santoro, Elisa Montessori.
A rompere l’esclusività di questa scelta quasi tutta al femminile bisogna considerare l’altro grande «tassello» della sua vita: quel genio di Alighiero Boetti conosciuto nel 1962, quando lui ancora neanche faceva i disegni psichedelici, sposato nel 1964 quando ancora mancava qualche anno all’exploit dell’Arte Povera e insieme al quale ha fatto due figli, Matteo e Agata mettendo su una famiglia che ha retto a lungo. Con Boetti, Sauzeau ha condiviso anche più di un lavoro, il libro, ad esempio, iniziato nel 1970 e pubblicato nel 1977 con la classifica dei mille fiumi più lunghi del mondo: una bella impresa condensare in un volume migliaia di chilometri di acqua che scorre! A Boetti Sauzeau ha dedicato più di uno studio. Gli ultimi anni l’hanno vista impegnata, in collaborazione con la seconda moglie dell’artista, nella pubblicazione del catalogo generale delle opere di Boetti. A Sauzeau spettava il compito di coordinare il lavoro scientifico e il suo sapiente aderire al dato oggettivo e la sua capacità di scarto rispetto alle norme le ha permesso, ancora una volta, di consegnare un lavoro coraggioso e innovativo.
ancora sino al 5 ottobre 2014
Spazio Oberdan Viale Vittorio Veneto 2 Milano
Orari: 10-19.30 (martedì e giovedì fino alle 22) – chiuso il lunedì
Ingresso: Libero
Frammenti scultorei, immagini, suoni, odori, video, fotografie sono gli oggetti che compongono le 6 installazioni in cui si puo’ interagire con una realta’ spesso dimenticata: quella detentiva.
a cura di Marco Testa
Per la prima volta in Italia un’artista, Paola Michela Mineo, svela il mondo della detenzione attenuata dell’ICAM, in una mostra in cui l’arte racconta la dignità della condizione di madre in un modo nuovo di concepire la rieducazione.
Da venerdì 4 luglio a domenica 5 ottobre 2014 si terrà presso lo Spazio Oberdan di Milano la mostra d’arte contemporanea Impronte Sfiorate – Paola Michela Mineo e vite custodite all’I.C.A.M. a cura di Marco Testa. L’esposizione è promossa dalla Provincia di Milano e patrocinata dal Ministero della Giustizia.
La mostra Impronte Sfiorate presenta sei grandi installazioni realizzate da Paola Michela Mineo che costituiscono il risultato finale di un progetto – durato due anni – sviluppato dall’artista all’interno dell’ICAM, il primo Istituto realizzato in Europa per la custodia attenuata per madri con prole. Nato nel 2006 – in base ad un accordo tra Ministero della Giustizia, Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano – con l’obiettivo di restituire un’infanzia “normale” a quei bambini con una madre detenuta, l’ICAM oggi è un modello in espansione su tutto il territorio nazionale. Paola Mineo ha lavorato in questo contesto particolare, dedicandosi alle madri detenute, coinvolgendone alcune in un’esperienza intensa, diretta, in cui l’arte – e l’interazione personale – ha impresso un cambiamento importante, quasi “determinante”, del loro status: da detenute in regime speciale a vere co-protagoniste di una performance d’arte contemporanea, lavorando su se stesse, insieme ai loro educatori, e dando vita ad un circuito virtuoso di naturale empatia.
Nella mostra Impronte Sfiorate l’opera di Paola Michela Mineo non è solo il risultato finale, quello visibile, scultoreo, ridotto a reliquia contemporanea del processo creativo che lo rappresenta. Nella mostra Impronte Sfiorate, Paola Michela Mineo si spoglia del proprio ruolo di artista e ricostruisce la memoria stessa di quel processo, restituendola attraverso i residui che l’hanno generata. Piccoli frammenti scultorei, immagini, suoni, odori, video, fotografie sono gli oggetti che compongono le sei installazioni, nello spazio Oberdan, in cui il pubblico potrà conoscere e interagire con una realtà sconosciuta e spesso dimenticata: quella detentiva.
L’arte contemporanea si fa, così, medium di conoscenza e di comunicazione di una realtà sociale particolare. La percezione di un vissuto altrui, reso in una sorta di condivisione sensoriale, cresce, si dilata e muta nella coscienza degli spettatori. Vite fatte di sbagli e contraddizioni, di attese e di speranze generano sogni che spesso non coincidono con la realtà quotidiana. La condizione di prigioniero, in senso lato, spinge a considerarsi parte di quel mondo che in fondo non è poi così distante in cui è facile ritrovare la “normale” quotidianità umana.
“La cultura, spesso incrocia e ‘interseca’ la realtà e i suoi anfratti più remoti, con modalità a cui normalmente non siamo portati a pensare. – sottolineano Novo Umberto Maerna, Vice Presidente e Assessore alla Cultura della Provincia di Milano e Massimo Pagani, Assessore alla Famiglia e Politiche Sociali – Ne è la dimostrazione evidente la mostra “Impronte Sfiorate”, che presenta sei grandi installazioni realizzate da Paola Michela Mineo nell’ambito di un progetto sviluppato dall’artista all’interno dell’ICAM di Milano, il primo Istituto realizzato in Europa per la custodia attenuata per madri con prole. L’arte contemporanea – concludono Maerna e Pagani – si fa, così, strumento di conoscenza e di comunicazione di una realtà sociale particolare.”
La ricerca artistica di Paola Michela Mineo trae ispirazione dall’Arte relazionale e all’Arte-terapia, distinguendosene però nella forma e nella metodologia. L’artista da anni ha elaborato touchArt, una forma artistica con la quale indaga i meandri relazionali in cui la sua scultura, plasmata sul corpo del modello, diviene seconda pelle e al tempo stesso corazza; si fa calco, ovvero documento fisico, di un passaggio, la cui memoria assume forme che rammentano porzioni di sculture classiche, quasi fossero frammenti archeologici o impronte di un ricordo.
Nel curriculum dell’artista, il primo lavoro sviluppato completamente con questo nuovo linguaggio multidisciplinare è stato l’installazione “Sudario”, selezionata al Premio Arte Laguna (1°fase 2012) e poi portata in mostra da Marco Testa al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea (MLAC) dell’Università Sapienza di Roma nel 2013 nella mostra Voci dell’arte contemporanea a Roma.
Informazioni: Provincia di Milano/Spazio Oberdan, tel. 02 7740.6302
www.provincia.milano.it/cultura
website: www.paolamichelamineo.com/improntesfiorate
Contatti per la stampa:
PCM Studio, Milano | press@paolamanfredi.com
paola.manfredi@paolamanfredi.com | Mob. +39 335 54 55 539
Provincia di Milano/Cultura, tel.02 7740.6358/6359,
p.merisio@provincia.milano.it, m.piccardi@provincia.milano.it
Addetto stampa Assessore, tel. 02/7740.6386 – f.provera@provincia.milano.it
Anteprima per la stampa: giovedì 3 luglio ore 11.30
Inaugurazione: giovedì 3 luglio 2014 ore 18.30
Sino al 27 settembre
Studio Guastalla Milano via Senato, 24
Comunicato stampa
La mostra presenta circa 20 Volumi di Dadamaino, realizzati tra il 1958 e il 1961. Con questo termine, che identifica le opere prodotte da Dadamaino a cavallo della fine degli anni Cinquanta e dell’inizio degli anni Sessanta del Novecento (le prime che la fanno conoscere al pubblico, e con le quali passa in modo improvviso dal figurativo alla sperimentazione sul supporto), l’artista chiarisce fin dal nome il suo intento. Che è quello di lavorare sulla tridimensionalità dello spazio fisico, sull’estensione: non tagli o buchi, come nel lavoro che Fontana porta avanti da almeno dieci anni, o superfici, come nell’opera di Castellani, ma figure, quasi sempre ovoidali, ritagliate a mano sulla tela, dai contorni imprecisi, che svuotano la tela fino a rivelarne il telaio, trasformando il quadro in struttura pura, in cui il vuoto ha più spazio della tela. “1. Posizione postinformale e protodadaista, con distruzione critica della tela, 1958-1959” scrive Dadamaino nella note sintetiche di una sinossi con cui si presenta.
“Naturalmente Fontana ha avuto un ruolo determinante nella mia pittura. Se non fosse stato Fontana a perforare la tela, probabilmente non avrei osato farlo neppure io. Sottrarre la materia, al punto da rendere visibili anche parti della tela (del telaio) per eliminare ogni elemento materiale, per privarla d’ogni retorica e ritornare così alla tabula rasa, alla purezza”. È l’artista stessa a dichiarare esplicitamente a chi deve il coraggio di rompere con la pittura, che non è solo la figurazione, ma anche il matericismo dell’informale, degli epigoni dell’espressionismo astratto americano, con il suo nucleo di tragicità interiore. È una fuga dalla materialità verso l’immaterialità, la sottrazione, una tabula rasa per ricominciare su nuove basi. “Così sulle tele pulite operai grandi squarci ovoidali, a volte uno solo, grande come tutto il quadro. Dopo questo atto liberatorio rimasi perplessa, sul come proseguire. Il come lo trovai interessandomi al futurismo…I meravigliosi insegnamenti futuristi, chissà perché dimenticati, erano i più vivi e veri che si potessero raccogliere. Pensando a ciò guardai i miei lavori. Dietro i grandi buchi vedevo un muro pieno di luci e ombre che vibravano e si muovevano. Ecco la cosa da cercare e da seguire. L’arte era stata sinora statica, tranne che per pochi pionieri, bisognava farla ridiventare dinamica e con mezzi conseguenti alle più recenti esperienze tecnico scientifiche, stabilito che si può fare dell’arte con qualsiasi mezzo”.
E tuttavia, nonostante il debito riconosciuto, i volumi di Dadamaino sono altra cosa dai tagli e dai buchi, non solo nelle dimensioni e nell’estensione, ma anche nell’eliminazione di qualsiasi aspetto pittorico, cromatico, sensibile, scegliendo invece un’assenza di colore, il nero o il bianco, che diventa sottrazione totale, assenza.
La mostra prosegue con opere del ’60, l’anno di una prima svolta nel lavoro sui “volumi”: non più una o due forme irregolari organizzate sulla tela in modo apparentemente casuale, ma una serie di cerchi precisi, probabilmente ottenuti con uno stampo appoggiato alla tela, ripartiti in modo omogeneo, con rigore formale, geometrico, come a rifiutare qualsiasi casualità, qualsiasi riferimento all’informale.
E subito dopo, sempre nel ’60, un anno di svolta, Dadamaino trova nuovi sviluppi alla sua ricerca sulla geometria in un materiale nuovo, la plastica, e in particolare nei “fogli” di rhodoid delle tende da doccia, che sovrappone uno sull’altro a tre o a quattro, montati su un un telaio di carta millimetrata. Sono i volumi a moduli sfasati, in cui i buchi sembrano muoversi, vibrare dinamicamente, animare la trasparenza del foglio. È un movimento ottico interiore, un gioco di illusioni, un battito tachicardico, realizzato con un materiale che rivela potenzialità inedite: “mentre operavo il montaggio, bastava il calore della mano a sfasare la tramatura e a creare una serie di immagini sovrapposte ma sfumate”. È la rottura definitiva con il “mondo antico” del pittore.