Kiki Smith è figlia d’arte, suo padre era Tony Smith, noto scultore minimalista. Lei usa materiali tradizionali e malleabili (scultura e disegno su carta in particolare) per affrontare tematiche comuni e quotidiane come l’identità, gli stereotipi sessuali e il corpo, affiancandosi in ciò all’impegno di altre artiste degli anni ’80-’90 come Rosemarie Trockel e, come lei, schierandosi all’interno del movimento femminista.
Il suo lavoro è forte e correlato con il tema della materialità del corpo, della sua deperibilità e vulnerabilità. In particolare è il corpo femminile ad essere preso in esame, specie come oggetto erotico visto attraverso la lente degli artisti di sesso maschile. Altro tema affrontato da Kiki Smith in tempi più recenti è quello del rapporto tra l’uomo e la natura, tra il corpo e il mondo.
A volte le opere dell’artista americana sono ispirate al mito, alla favola (Cappuccetto Rosso), alla letteratura (Alice nel paese delle meraviglie), sempre nello sforzo di reinterpretarne il significato in chiave attuale. Al giorno d’oggi è tra gli artisti più quotati al mondo, con la sua opera “Untitled (Butterfly)” aggiudicata da Christie’s lo scorso anno per più di 200 mila euro.
http://www.artsblog.it/post/1141/kiki-smith-femminismo-e-fragilita-umana
Alcuni lavori di Kiki Smith
Dove si narra di una passeggiata tra alcune opere, di un’artista un po’ strega e delle Arpie traghettatrici d’anime.
[Disse Senzanome, l’Arpia sull’albero] “Ascoltami bene. Migliaia di anni fa, quando arrivarono qui i primi spiriti, l’autorità ci conferì il potere di vedere in ciascuno di loro le cose peggiori, e da allora ci siamo nutrite del peggio, fino a irrancidirci il sangue e avvelenarci i cuori. Ma era la sola cosa di cui potessimo nutrirci.”
[…]
“Dunque ecco il vostro nuovo compito, un compito che soltanto voi [Arpie] potete espletare, voi che siete le custodi e le intendenti di questo luogo. Il vostro compito sarà quello di guidare gli spiriti dal punto di approdo sul lago e attraverso la terra della morte fino alla nuova finestra sul mondo esterno. In cambio, gli spiriti dovranno raccontarvi le loro storie come equo e dovuto pagamento per la vostra guida. Questo vi sembra giusto?” Senzanome guardò le sue sorelle e tutte annuirono. Poi disse: “E noi abbiamo il diritto di rifiutare di guidare chi mente, o chi non dice tutto, o chi non ha niente da dirci. Se vivono nel mondo, devono vedere e toccare e ascoltare e amare e imparare. Faremo un’eccezione per quegli infanti che non hanno avuto il tempo di imparare, ma in ogni altro caso ci rifiuteremo di guidare chi arriverà a mani vuote.”
Camminare. Percorrere. Una sala dietro l’altra ad aprire squarci di senso. Basta varcare la soglia per entrare in altre geografie. Le mostre a volte portano altrove – soprattutto quelle di arte contemporanea, penso io. Sono salti nello spazio-tempo.
A Verona, nel 2004, mi sono ritrovata in uno stormo di Arpie. L’esposizione si intitolava “La creazione ansiosa” e si perdeva nel labirintico percorso di Palazzo Forti. Come non andare? Lì conobbi le donne-uccello di Kiki Smith. “Sirens” era il titolo, perché nel mito le piume si confondono con le squame. Avrebbero potuto alzarsi in volo e gridare di rabbia antica, avrebbero potuto soffiare via tutto, loro creature demoniache di bronzo e tempesta. Certe opere hanno un’intensità magnetica, sono come richiami dell’altrove, come voci dal pozzo dell’inconscio. È così che ho conosciuto Kiki Smith, l’artista un po’ strega.
Sono attratta dalla varietà, curiosa di sperimentare il più possibile. Faccio disegni, stampe, sculture, video, foto e arazzi.
K. Smith
Materia. Nelle sue opere la materia si solidifica in golem e animali totemici, in cataloghi di organi umani disegnati o incisi molte volte e molte ancora, su enormi fogli di carta di riso; sono mutevoli ossessioni su fragili supporti, dei mantra dell’anatomia, dei racconti delle viscere.
Lana, stoffa, arazzi, gomitoli di filo spinato. Carta e piume. Vetro, malleabile cera, domestiche presenze di ceramica, bronzo, pietra. Solide presenze mitologiche ti afferrano alla gola. Perché, penso io, come un’arpia a volte l’arte sa artigliarti e trasportarti altrove.
Di bronzo è “Lilith”, sta sulla parete e ti blocca il passo. Accucciata sul muro ti inchioda con lo sguardo. Un’oscura presenza con chiari occhi ipnotici. Sfida la forza di gravità e vince. Prima moglie di Adamo, lo lasciò perché non voleva essere sottomessa. Lei voleva uguaglianza, venne ripudiata, e la tradizione la trasformò in demone. Grida. Ferisce. Esulta di libertà. Lilith potente si muove sulle pareti, con la lingua lambisce sogni e desideri e a volte li azzanna. Come raccontare un’artista? Le sue creature parlano al suo posto, penso io, le sue creature e quello che ti fanno.
In una precedente intervista lei parlava a proposito del corpo femminile e rimandava a un senso di vergogna sempre presente. Perché?
– È qualcosa di radicato nella mitologia giudaico-cristiana, risale a Eva e in particolare è molto interna al cattolicesimo. La vergogna di Eva è la prima storia femminile che viene raccontata e si intreccia con molti aspetti del proprio sistema di credenze, quello che siamo chiamati a rettificare nella nostra quotidianità. Il corpo è una costruzione sociale ma è anche un’entità fisiologica che oltretutto muta nel tempo. Non so cos’era in origine; il corpo è molte cose insieme e i suoi elementi, proprio come in una persona, si battono per il controllo fino a arrivare all’affermazione di sé, alla propria presenza. [*]
Sfibrato, inginocchiato, aperto, esplorato. Kiki Smith gira intorno al corpo, ai suoi fluidi, ai suoi tabù e alle sue fragilità, raccontandole, mescolandole con la fiaba, con il mito, evocando l’invisibile.
Ancora bronzo, c’è una donna che nasce da un cerva (“Born”), nasce intera e adulta. Ne incarna forse tutta l’energia vitale, come una dea Diana dei nostri giorni, partorita dalla forza del bosco. Lo stesso bosco dove si avventura Cappuccetto rosso che cammina con il lupo in una lunga serie di incisioni, lunga quanto dura il mondo. Alcune opere ti attraversano come le nenie, le cantilene. Attraversano il corpo per arrivare nei luoghi della memoria. Piano piano le sale si animano di fantasmi. Nei lavori si scorgono affinità nelle metamorfosi, assonanze nelle ambigue relazioni fra l’uomo e la natura. Nascono evocazioni ad altre artiste alcune dimenticate come Leonor Fini, Meret Oppenheim o Leonora Carrington, altre più frequentate come Frida Kahlo o perché no, Louise Bourgeois… e altre, altre ancora.
Che tipo di artista è?
-Non ho bisogno di ritrovarmi in qualche ideologia. La creatività è una pura questione di consapevolezza. Un modo per sintetizzare. È un buon linguaggio per incarnare la coscienza in maniera visibile a tutti. È come una prova. Io non sono la persona più introspettiva al mondo, sono solo più vorace. [*]
Divorare. Annusare. Afferrare. Sfiorare. Partorire. Incidere. Disegnare. Defecare. L’arte si incarna nel mondo fisico. Diventa spessore, peso, ferita, lama, trama. Plasma delle porte che permettono di far scorrere il pensiero, che dan respiro alle emozioni. Là ognuno può trovare qualcosa, o niente, o troppo.
Io credo nell’arte come una nostra possibilità di auto-rappresentarci, di rappresentare le nostre esperienze umane. A volte creo immagini dure, ma per me sono tentativi di sopravvivenza.
K. Smith
A volte l’arte ti cambia il ritmo del respiro, perché leggera passa un’intuizione, un lampo, una risata. Ed è già molto.
Il lavoro di un artista prende tante direzioni diverse quanti sono i capelli che uno ha in testa. Va dove vuole.
K. Smith
http://www.softrevolutionzine.org/2014/kiki-smith-arte-mito-corpo/
di Davide Frattini
DEIR AL-BALAH – Il 19 novembre del 2013
Nidaa Badwan ha chiuso la porta della sua camera e non è più uscita per quattordici mesi. Il giorno prima i miliziani di Hamas l’avevano fermata mentre aiutava un gruppo di giovani a preparare una mostra.
«Perché porti quei pantaloni larghi? Devi indossare il velo non quel cappello colorato di lana. Sei strana, chi sei?».
«Un’artista».
«Che vuol dire? Che cos’è un’artista e soprattutto che cos’è un’artista donna?».
La stanza dell’isolamento, della prigionia autoimposta, è piccola nove metri quadrati, una sola finestra, una lampadina appesa ai fili elettrici. Le pareti sono colorate: adesso una è blu-verde oceano, quella di fronte coperta con un arcobaleno di cartoni per le uova. Cambiano come cambia l’ispirazione di Nidaa e soprattutto la luce naturale. «A volte devo aspettare ore per trovare i contrasti, le ombre che sto immaginando», racconta. A quel punto lo sfondo è già allestito: strumenti musicali (un oud, una chitarra rotta), una vecchia macchina per scrivere, una cucitrice, gomitoli di lana, una scala di legno da imbianchino.
Nidaa indossa il costume, risistema l’inquadratura e scatta: autoritratti dove il volto quasi non si riconosce, composizioni che a Marion Slitine, specialista francese di arte contemporanea palestinese, fanno pensare «alle nature morte di Jean-Baptiste-Siméon Chardin, ai chiaroscuri di Caravaggio, alle scene teatralizzate e neo-classiche di Jacques-Louis David».
Per Nidaa sono le uniche scene che vuole vedere. Non ha lasciato la casa neppure durante i cinquanta giorni di guerra tra Israele e Hamas l’estate scorsa. La famiglia è scappata da questo villaggio nella parte centrale della Striscia e si è rifugiata verso la città di Gaza. La ragazza, 28 anni, è rimasta sotto i bombardamenti, circondata dalla distruzione. L’opera composta in quelle settimane la mostra mentre si rovescia in testa un secchio pieno d’acqua e vernice rossa, un macabro «ice bucket challenge» per raccontare il sangue attorno a sé.
«Questo spazio – dice mentre accarezza la macchina fotografica – mi ha dato la libertà che fuori non potevo trovare. Libertà dal grigiore e dalla bruttezza di Gaza, dall’assedio israeliano, libertà dalle imposizioni degli uomini di Hamas». La prima foto scattata sembra rivolta a loro e forse a tutti i maschi: Nidaa imbraccia l’oud e impone con il dito di piantarla a un gallo combattivo.
La seconda ringrazia la madre che con il padre, i due fratelli, le tre sorelle non l’ha mai abbandonata: «Nei primi mesi di autoreclusione ho pensato di suicidarmi, erano molto preoccupati. La mamma ha cominciato a lasciare davanti alla porta, oltre al cibo, piccoli compiti: i pomodori da tagliare, un’insalata da preparare». Nell’inquadratura sbuccia le cipolle, piange, anche di gioia, sono le prime opere, quelle che le hanno permesso di ricominciare. Nata Abu Dhabi, è tornata a Gaza con i genitori nel 1996 dopo gli accordi di Oslo: «C’era tanta speranza allora, mi sono sentita a casa, ho potuto studiare Belle Arti».
A gennaio gli amici l’hanno convinta a uscire almeno per qualche ora. Avrebbe dovuto partecipare all’inaugurazione della sua mostra «Cento giorni di solitudine», portata a Gerusalemme e in giro per la Cisgiordania dal Centro culturale francese. Gli israeliani non le hanno concesso il permesso di lasciare la Striscia, gli organizzatori hanno cercato di allestire un collegamento via Skype da Gaza e Nidaa ha accettato di andare da loro: «E’ saltata l’elettricità, niente evento. Lo stesso problema a casa quando devo fotografare. Così uso la luce naturale, è più affidabile: non posso interrompere la relazione tra il sole e la mia stanza».
Da allora ha lasciato la camera altre due volte per visitare l’istituto francese nella Striscia, chiuso al pubblico dopo la strage alla rivista parigina Charlie Hebdo e le proteste degli estremisti palestinesi per la nuova pubblicazione delle vignette che raffigurano Maometto.
Quando è per strada, adesso tira su il velo appena qualcuno si avvicina, porta gli occhiali scuri e tiene una mano davanti agli occhi: «Voglio guardarmi intorno il meno possibile per non rovinare le visioni che mi aspettano nella mia stanza».
Nidaa Badwan

(Corriere della Sera, giugno 2015)
In una bella intervista rilasciata qualche tempo fa a Christiane Meyer-Thoss, Louise Bourgeois, scultrice, nata a Parigi nel 1911, ma residente a New York dal 1938, invitata a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia di quest’anno, ha dichiarato: “La storia della mia carriera è stata questa. Per molti anni, fortunatamente, i miei lavori non si sono venduti né per profitto né per altre ragioni. Io ero molto produttiva, perché nessuno cercava di copiare il mio alfabeto. Ne avevano sentito parlare, perché nel corso degli anni qualche mostra l’avevo fatta, ma non avevo venduto. E in America vendere equivale a avere successo. La mia immagine è rimasta tutta mia e di questo sono molto riconoscente. Ho lavorato in pace per quarant’anni. La produzione del mio lavoro non ha avuto niente a che vedere con la sua vendita. Su di me il mercato continua a non avere alcun effetto, né in positivo né in negativo”.
Prolifica, solitaria, controcorrente, in tutti questi anni Bourgeois ha tenacemente fatto della sua ricerca artistica il luogo dichiarato di una lucida autoanalisi. Convinta della necessità di non rimuovere, di non distrarsi da sé e dell’utilità, ancor meglio dell’inevitabilità, di fare i conti con il proprio passato, con i fantasmi dell’infanzia e della vicenda familiare oltre che con le tracce da essi inscritte nel corpo, l’artista ha scelto la scultura come mezzo di anamnesi e insieme di espressione. Indifferente alle mode culturali e alle tendenze artistiche che hanno via via dominato il nostro secolo, eppure di esse assai avvertita, ha perseguito una sua strada che solo verso la fine degli anni settanta ha incrociato il gusto e le nuove direttive del mercato dell’arte. È così che, a settant’anni compiuti e senza mai essersi allontanata da una sua privata e rigorosa linea di ricerca, Louise Bourgeois si è trovata a rappresentare al livello più alto tanto il discorso estetico oggi prevalente quanto i nuovi umori politici e sociali.
L’ho incontrata nella sua casa di New York, alle undici di mattina. Accanto a lei Jerry Gorovoy, suo assistente e manager, che si rivelerà via via una sorta di nume tutelare, presenza benigna e rassicurante, ironico e paziente alter ego dell’artista. Capace tanto di districarsi nelle secche di una comunicazione per Louise fastidiosamente solo “verbale,” quanto nelle iniziali diffidenze – e relativi test a cui la sottoscritta è stata doverosamente sottoposta – verso l’ennesima intervista. “Cinque minuti di gloria, solo perché mi hanno invitata alla Biennale di Venezia”, si lamenta Bourgeois, accusando stanchezza e irritazione verso quello che sembra essere un vero assalto dei media. “Mi chiedono tutti le stesse cose e poi a me non piace parlare. Io parlo attraverso il mio lavoro.” E mi gira intorno rifiutando di sedersi e, inizialmente, di parlare con il registratore acceso. Il suo sembra essere un rivisitato e ribaltato scenario da “via/qui” freudiano, istintivo e insieme sapientemente ironico e teatrale.
Sfruttando la topografia della sua casa inizia una sorta di azione coreografica piena di entrate e uscite di scena. Per un attimo è in piedi davanti a me, le mani appoggiate al tavolo e lo sguardo diretto e sospettoso di chi si teme in pericolo, e l’istante dopo è sparita. Risucchiata nel labirinto circolare delle stanze, mi parla da lontano e la sua voce fuori campo è quasi impercettibile. È Jerry a richiamarla e a ricordarle che in questo modo le sue parole rischiano di svanire su una cassetta impotente. Ricompare ogni volta portandosi dietro qualcosa, fotografia, disegno, oggetto, da cui fa ripartire il discorso. Dal punto esatto in cui credevo di averla persa.
Come si vedrà, l’intervista è dunque a tre voci: Louise, Jerry e chi scrive. Quando necessario si darà conto dei movimenti dell’artista nello spazio-casa, delle pause temporali tra uscite di scena e successivi ritorni, delle immagini che accompagnano le parole quasi a dare loro corpo e a restituire all’artista il suo, sommerso dall’ansia di essere imprigionato (tradito?) nei monchi e sghembi paradossi della disincarnata comunicazione verbale.
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MN:Parlami di tuo padre e di tua madre e di te come madre di tre figli.
LB: Io sono un’ottima madre, perché sono una madre che accetta. Non chiedo niente. Fintanto che i miei figli non vanno in guerra, in prigione o in ospedale, fintanto che non finiscono in uno di questi tre posti, io sono soddisfatta. Questo è tutto quello che chiedo. Dai miei figli non esigo e non pretendo nient’altro. Se vuoi puoi parlare con loro.
JG: Louise si è anche occupata di sua madre. Era malata e lei se ne è assunta la responsabilità.
LB: Mia madre aveva un enfisema polmonare. È per questo che la mia famiglia, una famiglia molto borghese e molto europea, andava a passare l’inverno nel sud della Francia. Ricordo che, per darle sollievo, le mettevo delle ventose sul torace. Ero diventata la sua infermiera a tempo pieno e questo è stato molto importante per la mia evoluzione. Anni dopo avrei rifatto quello stesso gesto di applicare le ventose sul corpo di Jerry. Arte-terapia. Arte-medicina. Basta guardare la serie delle sculture realizzate con le ventose (vedi Ventouse, 1990)
MN: Louise ha anche insegnato. Il rapporto insegnante-studente può adombrare una funzione materna o parentale?
JG: Louise ha insegnato, ma non a lungo e mai a tempo pieno. Lo ha fatto negli anni settanta, dopo la morte del marito. Ma non le è mai piaciuto: la stancava troppo e inoltre non ha mai creduto che l’arte si possa insegnare. La si può insegnare solo se gli studenti ti amano molto. Ma molti studenti sono ostili.
MN: A parlare con artisti e soprattutto artiste più giovani mi è capitato spesso di sentir parlare di Louise come di una madre simbolica, di una figura modello.
JG: La vedono come qualcuno che ha affrontato gli stessi temi e le stesse questioni che loro stanno affrontando oggi. Solo che Louise lo ha fatto, senza cedimenti, per tutta una vita. Credo che la vedano anche come un’artista che ha dimostrato che si può avere successo alle proprie condizioni. Una prova che anche le donne possono farcela. Sia rispetto al mercato che alla risposta dei critici. Non sono state molte le donne che sono riuscite a farcela.
MN: Però le ci è voluta una vita.
JG: Sì e inoltre non ha fatto nulla per riuscirci. Non ha neppure provato. La gente trama, manipola, cerca strade di tutti i tipi pur di affermarsi. Louise non ha avuto nessuna strategia. Chiedi come ha fatto a diventare famosa? È semplicemente successo. E la spiegazione sta nella combinazione di una serie di ragioni. Per prima cosa, quando l’astrazione e il formalismo sono arrivati al collasso, l’interesse della gente si è rivolto all’immaginazione, alla sessualità, alla narrativa, al personale, all’autobiografico. Nel mondo dell’arte, agli inizi degli anni settanta, c’è stato un vero e proprio cambio della guardia. Si è trattato di un’inversione di tendenza, di un mutamento di sensibilità. E, quando questo mutamento si è verificato, ecco Louise che per quarant’anni aveva lavorato sulle stesse questioni su cui un mucchio di artisti delle nuove generazioni cominciavano appena a lavorare. La reputazione di Louise non si è costruita attraverso i suoi pari e i suoi coetanei, bensì attraverso gli artisti delle generazioni successive che sono venuti a vedere quello che stava facendo e la hanno assunta come figura di riferimento, come esempio. Ripeto, non è stata la sua generazione a capirla, ma i più giovani, impegnati in una reazione decisa contro il formalismo puro. Non che Louise non fosse interessata alla forma. Il fatto è che, a differenza di tanti tra cui Greenberg, il suo discorso non si è mai limitato a una ricerca sulla forma o sui materiali.
Il femminismo è stato probabilmente uno degli altri elementi che hanno portato alla ribalta il lavoro di Louise.
LB: Le femministe mi hanno presa come modello, come madre. La cosa mi irrita. Non mi interessa fare la madre. Mi irritano davvero. Il punto non è questo. Io sono ancora una ragazzina che cerca di capire se stessa. Non sono una madre. Sono stata una madre reale e mi sono presa cura dei miei figli. Questo per me non è stato un problema.
MN: Tre figli maschi. Nessuna figlia.
LB: No, grazie a dio. È già difficile con i ragazzi, ma con una figlia è un’impresa disperata. Perché, vedi, i figli maschi ti amano davvero. Non sono sicura che con le figlie sia la stessa cosa. In ogni modo le ragazze sono più complicate e a me almeno questo problema è stato risparmiato.
MN: Cosa provi nei confronti delle donne? Solidarietà, competizione, rabbia, invidia…
LB: È una domanda troppo vaga. Ti rispondo rimandandoti a un mio vecchio lavoro, The Blind Leading the Blind (Il cieco che fa da guida ai ciechi, 1947/49).
MN: Parliamo della figura paterna. In molte tue opere ti sei applicata a smontarla, ridicolizzarla, cannibalizzarla. Come a saldare un tuo privato conto con il passato familiare, a vendicare te stessa e forse tua madre. Vedi una vera differenza tra le figure paterne, gli uomini di potere, e la figura del figlio?
LB: Sì, senza dubbio.
MN: Ma non credi che, prima o poi, tutti gli uomini diventino “padri”?
LB: No, non tutti gli uomini sono figure di potere.
JG: Credo che tu stia generalizzando. Parlando di figure paterne, Louise si riferisce a uomini che si prendono troppo sul serio, pomposi, pontificanti, tutti interni al loro ruolo e ben attaccati a posizioni di potere, che non si capisce neppure come abbiano raggiunto tanto si pongono al di là delle regole del gioco.
MN: Ribaltiamo la questione. In un’opera del 1947/49,The Dagger Child, tu rappresenti un bambino armato, un bambino-minaccia, in procinto di ferire la madre attraverso il suo bisogno. Dunque da una parte uomini potenti e prepotenti e dall’altra bambini ammalati di dipendenza. Non c’è proprio possibilità per le donne di avere a che fare con uomini maturi, che non ricorrano continuamente a giochi di potere o a ricatti? O devono diventare santi?
JG: (Ride) Vuoi dire che le donne non fanno le stesse cose? Anche una figlia può ricattare la madre. Non credo che si tratti di una questione di genere.
LB: L’esplosione di collera, vista dal punto di vista del bambino, ha due protagonisti, il grande e il piccolo. In certi casi, quando si è tra persone ragionevoli, non c’è bisogno di arrivarci. Ma anche la tensione può essere ricattatoria: se non fai quello che voglio, mi uccido; sposto su di te la responsabilità della mia morte. È una cosa difficile da accettare. Una volta che una certa amica ha tentato di fare con me questo giochino – se non mi ami, mi uccido – io le ho risposto: per favore ucciditi, io vado al cinema.
MN: Fantastico.
LB: Era abbastanza forte da rifiutare di assumersi la responsabilità. Ma questo vale per uomini e donne e per persone di tutte le età.
MN: Ritorniamo dunque al padre e al tuo desiderio di vendicarti mettendolo in ridicolo.
LB: Questo è lo scopo dell’intera faccenda: da vittima passiva a soggetto attivo. L’arte è vendetta. Mi hai fatta soffrire e io adesso faccio soffrire Jerry. Tu l’hai fatto a me e io lo faccio al prossimo.
MN: Senti il bisogno di vendicarti anche sulle donne?
LB: Non si tratta di una questione di genere. I giochi di potere non hanno nulla a che fare con il genere a cui si appartiene. Un bambino di tre mesi può rifiutarsi di mangiare, la madre lo forza, lui la respinge, lei insiste. Ti prego, ti prego, ti prego (Louise mima il tutto, piegando la voce a un pigolio piagnucoloso). Ti prego mangia altrimenti morirai. E il bambino pensa: sarei felice di morire, se non altro per liberarmi di te. È un fatto circolare. Il sesso non c’entra. Si tratta di ostilità, di resistenza.
MN: Ci sono donne artiste che ami particolarmente?
LB: (Louise esce e rientra con un libro che sfoglia insieme a me. Si tratta di un volume che raccoglie opere di pittrici del seicento e settecento) Se guardi con attenzione queste riproduzioni vedrai che si tratta di opere tecnicamente assai belle. Il tipo che ha curato la selezione amava tutto quello che aveva qualità. Non io. Per me quello che conta è il soggetto. Guarda questo quadro, pura tradizione Chardin, se lo osservi con attenzione scoprirai che anche qui c’è una melagrana. Si tratta in molti casi di nature morte. Un genere, per le donne, tradizionale. Molte non ce l’hanno fatta neppure in questo settore in cui le artiste venivano relegate anche se erano brave quanto o più degli uomini. La natura morta come ghetto, come pittura di secondo piano, dove i padri hanno rinchiuso le donne artiste e dove tuttavia tante di loro hanno dimostrato di essere meravigliosamente dotate, pur accettando un ruolo secondario. Ho deciso di collezionarle, perché mi servano da memento.
MN: Conosci Artemisia Gentileschi?
LB: Sì, certo.
MN: Be’, lei un ruolo di secondo piano sembra non averlo accettato e i suoi dipinti parlano di una vera e propria furia, di una radicale non accettazione.
LB: Eppure eccola qui. Mi sono molto care tutte queste donne che con il loro lavoro hanno saputo dimostrare di essere grandi artiste. Per quel che riguarda me, ho raggiunto un’età in cui ho imparato a accettare. Oggi quello che mi sta a cuore è trovare una via per esprimermi e per esprimere la mia aggressività e credo di averla trovata. Non combatto più contro nessuno. Combatto dentro di me e con i materiali. Legno tagliato in tutte le direzioni, la resistenza della pietra e del marmo, l’arrendevolezza della cera e delle fusioni.
JG: La materialità e la fisicità del fare sono molto importanti per Louise. Tagliare è aggressivo. Ci sono volte in cui non se la sente di tagliare e altre in cui è nello stato d’animo di mettere insieme e combinare cose. Ogni cosa, nel farsi fisico del lavoro artistico, ha una sua contropartita psicologica. Se Louise è di un certo umore non ce la fa a tagliare il legno, non se la sente, troppo aggressivo, impossibile farlo. Questa è una cosa molto importante da sapere: che posto prende il corpo e come la natura di una scultura dipenda dallo stato mentale di Louise, da come lei si sente.
MN: Come hai scoperto le cose che mi stai dicendo?
JG: Le ho osservate e alcune mi sono state confermate. Certe le so, perché è da molto tempo che sono accanto a Louise.
MN: Discutete molto?
LB: No, con Jerry è impossibile discutere. Ha sempre l’ultima parola. È per questo che mi piace.
MN: È stata molto dolorosa, Louise, la nostra intervista?
LB: No, perché le tue domande erano tutte molto buone e non c’è stata tensione. Adesso Jerry ti mostrerà alcune cassette in modo che tu possa completare le mie risposte.
(New York City, marzo 1993)
In: Maria Nadotti, Prove d’ascolto. Incontri e visioni, Edizioni dell’asino, Roma 2011.
di Mariella Pasinati
Questa volta, diversamente dal solito, è un’energia positiva che ci restituisce Raìces (radici), la performance appositamente concepita per Palermo da Regina Josè Galindo (1974), l’artista guatemalteca e figura rappresentativa del contemporaneo (Leone d’Oro come “artista under 35” alla Biennale di Venezia del 2005) nota per le sue azioni radicali ed estreme che disturbano nel profondo e sconvolgono, spesso lasciandoci senza fiato.
L’ha sottolineato la stessa Galindo a conclusione delle iniziative che hanno accompagnato la sua ultima azione realizzata il 23 aprile scorso negli spazi dell’Orto Botanico come parte di un progetto più vasto -promosso da Arcigay e sostenuto dal Comune di Palermo- che ha incluso la presentazione del video Descensión (2013) e la mostra Estoy viva, a cura di Eugenio Viola e Diego Sileo, già allestita nel 2014 al PAC di Milano (si visita fino al 28 giugno nel padiglione ZAC dei Cantieri culturali alla Zisa).
Galindo ha, infatti, sentito Raìces come la chiusura perfetta del percorso di Estoy viva iniziato lo scorso anno a Milano con una nota aspra e dura1, come sempre nelle azioni ad alta intensità emozionale proposte dall’artista guatemalteca, ma germogliato come un seme a Palermo. Perché Raìces parla di s/radicamento e rapporto con la terra, di diversità etniche e comune umanità, partendo dal sentimento della separazione, dal senso della perdita, dal male dello sradicamento, una delle ferite più laceranti del nostro tempo.
Con sorprendente convergenza temporale, in una momento così pesantemente segnato dalle morti nel Mediterraneo rispetto alle quali sempre più inadeguate appaiono le parole e risibili le iniziative della politica ufficiale, Raìces ha mostrato una prospettiva diversa, quasi una traduzione in chiave visiva dell’idea weiliana della necessità di soddisfare il radicamento “il più importante e misconosciuto bisogno dell’anima umana”. Così, le braccia profondamente conficcate nella terra ad assorbirne la linfa, Regina è rimasta bocconi, nuda e immobile per due ore ai piedi di un grande albero mentre, sparsi per tutto il giardino, donne e uomini di diverse etnie che oggi vivono a Palermo riproponevano il suo gesto, anch’essi con le braccia piantate nella terra ma vestiti, ognuna/o sotto un albero diverso, in rapporto alle rispettive origini, in una stretta vitale con la natura, quasi un rituale che porta rigenerazione. Lo spazio, l’orto botanico, con le sue piante che provengono da tutto il mondo ne ha costituito la cornice simbolica perfetta in quanto luogo emblematico tanto di una forzata deportazione/migrazione -vegetale ed umana-, quanto del possibile risarcimento, della possibilità di ricongiungersi con la fonte, l’origine delle proprie, diverse identità culturali e insieme rigenerarsi in un nuovo luogo di accoglienza.
La mostra palermitana ripropone, ulteriormente arricchite, le cinque sezioni tematiche che hanno caratterizzato l’esposizione di Milano: DONNA – ORGANICO – VIOLENZA – POLITICA – MORTE, restituendo una visione ricca ed accurata del lavoro dell’artista.
Non si tratta, tuttavia, di una separazione statica, le opere esposte travalicano infatti in maniera evidente le singole sezioni: certamente per l’intreccio dei temi e per il fatto che Galindo rende il suo corpo teatro di un conflitto interminabile agito sulla sua stessa carne; ma soprattutto perché si tratta di un corpo sessuato, di un’artista che non dimentica il suo essere donna. DONNA, infatti, non è una categoria, un contenuto della sua ricerca poetica bensì la posizione da cui Regina guarda la realtà, riferimento imprescindibile per il suo lavoro, insieme al suo paese, il Guatemala martoriato ed insanguinato per trentasei anni da una dittatura ed un potere opprimenti.
Al centro del suo discorso, infatti, c’è l’esperienza non mediata che l’artista vive e patisce in prima persona fino a sottomettersi a un continuo rischio fisico e psicologico che si spinge, a volte, ai limiti del tollerabile. Non si tratta però -ed è questa la sua forza- di una rappresentazione della violenza, del dolore, del trauma, piuttosto di renderli presenti nella concretezza del suo patire. Opportunamente Eugenio Viola ha parlato di estetica sacrificale; assunto intenzionalmente su di sé tutto il dolore del mondo il suo corpo si fa luogo di purificazione che attiva la memoria e la coscienza, lanciando una sfida anche alla vittimizzazione, così il silenzio diventa parola, la passività azione, la vulnerabilità forza.
Messe in visione nel corpo dell’artista, le violenze sferrate sui corpi delle donne e sul mondo -la violenza patriarcale, quella politica e militare, la violenza perpetrata da un potere pervasivo che esercita controllo ed abusi- restituiscono esistenza a ciò che altrimenti rischierebbe di rimanere senza testimonianza e di essere colpevolmente cancellato.
E’ così che esplorando le proprie paure e i propri limiti fisici, il rapporto personale–politico acquista, nelle azioni di Galindo, senso e spessore nuovi ed imprevisti; le sofferenze di un corpo singolare di donna assumono valenza universale e, nella determinazione e temeraria visceralità delle sue azioni, incarnano la costrizione globale che affligge oggi la stessa condizione umana.
Eccola allora buttare il suo corpo in discarica come un rifiuto (No perdemos nada con nacer, 2000), privarlo della propria libertà, ora immobilizzato (Peso, 2006; Cepo, 2007), ora imprigionato (Libertad condicional, 2009), ora bloccato in una camicia di forza, a farci prendere coscienza dell’inevitabile condizione di dipendenza umana (Camisa de fuerza, 2006) e della necessità della relazione con l’altra/o, come ha mostrato in Rompiendo el hielo nel 2008 ad Oslo dove l’intervento compassionevole del pubblico ha vestito il suo corpo, impedendole di congelare.
La violenza sessista è poi indagata inscrivendo un insulto nella propria carne con la lama affilata di un coltello (Perra, 2005), sottoponendosi alla forzata ricostruzione dell’imene (Himenoplastia, 2004), infliggendosi tanti colpi di frusta quanti sono i femminicidi dell’anno 2005 in Guatemala, in una performance sonora di straordinaria potenza espressiva (279 Golpes, 2005).
Violenza, politica e corpo femminile si intersecano poi in lavori di grande forza e suggestione come Mientras, ellos siguen libres (2007) in cui, incinta e nuda, si costringe a giacere su un letto con le mani e i piedi legati da veri cordoni ombelicali, a ricordare il ricorso alla violenza sessuale da parte dell’esercito nel conflitto armato in Guatemala e, drammaticamente, in tante altre guerre; o ancora in Saqueo (2010), una performance in due tempi durante i quali Galindo prima si assoggetta, in Guatemala, alla perforazione dei molari con otturazioni in oro e quindi se le fa rimuovere in Germania per esporle come opere d’arte: un autentico saccheggio coloniale ai danni del sud del mondo; mentre a distanza di dieci anni da ¿Quién puede borrar las huellas? 2 torna ad affrontare con La verdad (2013) il tema della giustizia negata e della necessità della parola per affermare una verità che, nonostante tutto, non può esser messa a tacere: sebbene si faccia ripetutamente anestetizzare la bocca, Regina continuerà a leggere sia pure con sempre maggiore difficoltà, le testimonianze delle violenze subite rese al processo da chi è sopravvissuto/a ma che, ancora, non ha trovato giustizia.
Per Galindo, infatti, “i corpi sono fragili solo in apparenza”; ne è ulteriore conferma Piedra, la performance realizzata a San Paulo nel 2013 che ha visto tre volontari orinare sul corpo dell’artista, totalmente ricoperto di carbone e “fattosi” pietra: una violenza che è profanazione del corpo femminile ma che allude anche all’offesa inflitta alla terra (l’estrazione del carbone è causa di devastazione ambientale) e allo sfruttamento delle lavoratrici delle miniere del Brasile, ancora corpi a disposizione. Questa volta, però, dei tre volontari una è donna.
Non c’è mai nulla di scontato, infatti, in queste azioni sempre scomode, spiazzanti, eticamente impegnative; così mentre da un lato Regina mostra la straordinaria capacità del corpo femminile, come della pietra, di resistere e sopravvivere agli abusi, dall’altro segnala il pericolo della complicità con il maschile, richiamandoci a un esercizio di responsabilità, come lei stessa ci ricorda: “piuttosto che educare uomini mi interessa educare noi stesse. E’ una questione di riflessione, capire che … siamo state anche noi donne che abbiamo costruito questi uomini con questi principi e con questi valori. Non è una questione di colpa è una questione di responsabilità: cambiare i modelli di società non è facile, ci vorranno molte generazioni, ma è incoraggiante pensare che molto di quel cambiamento è nelle nostre mani, … possiamo cambiare questi paradigmi, promuovere altri valori … e creare nuove generazioni più equilibrate”.
1. La performance milanese Exhalación (estoy viva) consisteva nella presentazione del corpo dell’artista, completamente sedato grazie alla somministrazione controllata di un farmaco, davanti al pubblico che poteva avvicinarsi a lei e catturarne il respiro accostando al naso uno piccolo specchio, segno evidente della vita che continua, nonostante la morte apparente. La performance, tuttavia, non è del tutto riuscita poiché il fisico dell’artista si rifiutava di abbandonarsi completamente al sedativo, così ancora una volta Regina José Galindo si è esposta ad un rischio sfidando i limiti fisici e psicologici del proprio corpo.
2. nella coraggiosa performance realizzata nel 2003, la memoria del sangue versato e l’opposizione alla ricandidatura alla presidenza del golpista Ríos Montt si legano nelle tracce insanguinate dei piedi dell’artista che, bagnati ripetutamente nel sangue umano che Regina porta con sé in un catino, percorrono il tragitto dalla Corte costituzionale al Palazzo nazionale della capitale.
Dal 19 maggio al 20 giugno 2015
“FAME NEL MONDO – SOSPIRI DI VITA”
ARCHIVIO DI STATO DI MILANO
Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo
PALAZZO DEL SENATO
Via Senato, 10 – Milano
MOSTRA-INSTALLAZIONE di TERESA VELLA
Teresa Vella con la Mostra “FAME NEL MONDO – SOSPIRI DI VITA” allestita a Milano nelle Sale espositive dell’Archivio di Stato di Milano, ancora una volta offre l’opportunità ai visitatori di venire a contatto con la realizzazione artistica di elevato valore estetico-contenutistico.
Mostra, questa, che in concomitanza con l’EXPO, sottolinea ancora meglio il messaggio che Teresa Vella più volte diffonde, come ad esempio già nell’Antologica del 2009 presso l’Archivio di Stato di Bari, di agire concretamente per una distribuzione più equa degli alimenti per una fruizione indispensabile a tutti i Paesi del mondo. E questo, lo fa oggi attraverso la realizzazione di un tappeto in stoffa cucito dall’insieme di vari riquadri colorati con al centro di ognuno una certa quantità di pasta, ed un contenitore in vetro trasparente colmo d’acqua posto in fondo al tappeto, e sette ampolle in vetro soffiato sospese ad indicare il soffio vitale. E’ questa, l’Opera che dà il titolo alla Personale “Fame nel mondo – Sospiri di vita”, allestita a Milano.
Altro spazio occupa una seconda Opera “Cubolibro-Salento”, eseguita con vetro industriale-artistico fuso, con l’introduzione sottovetro di una poesia dedicata al Salento, mentre un’altra poesia, posta all’interno del cubo, ne descrive la caratteristica “corte” abitativa del quattrocento. Altre Opere, “Poesie sottovetro”, descrivono anche i sentimenti dell’Amore. Tutto ciò diventa Installazione scenografica attraverso l’utilizzo di reti per la raccolta delle olive, a simbolo della coltura e della cultura mediterranea.
Un terzo spazio ospita l’Opera-Installazione “Perenni Essenze”, struttura in legno con all’interno un contenitore in vetro di Murano colmo di spighe, nucleo dell’essenza della vita, nutrimento materiale e mentale. L’opera si estende sui muri attraverso finestre aperte costruite da semplici strutture lignee e, come all’interno dell’Opera, anche sul pavimento sono distribuite spighe di grano. Una gigantografia raffigurante un campo di grano fa da sfondo.
“Per Tutti”, è il titolo di un insieme di Opere in vetro di Murano finemente realizzate dall’Artista nelle fornaci di Murano. Sono preziosi vassoi piegati, colmi di frutta secca, a rappresentazione di un fondamentale messaggio all’apertura, alla cooperazione e alla generosità per una necessaria distribuzione del cibo, prezioso vitale dono per l’intera umanità.
Apre le porte all’intera Mostra, una significativa Opera dal titolo “Cubolibro Badessa Suor Chiara -1772”, ispirata ad un antico documento del 1773, tratto dal Libro mastro – conti spese alimentari – delle Suore Clarisse del Monastero di Sant’Orsola, custodito dall’Archivio di Stato di Milano.
Catalogo in Mostra – Testo critico: Antonella Marino
Dal lunedì al giovedì 10.00-18.00 / venerdì 10.00-15.00 / sabato 10.00-14.00 / domenica chiuso
Ingresso gratuito e aperto anche alle scolaresche
Teresa Vella
Via C. Annesi, 40 – 73024 Maglie (Lecce)
Mobile +39 3397109 252
e-mail: info@teresavella.com
sito web: www.teresavella.com
dL 10 giugno AL 10 luglio 2015
Sinopia Galleria
di Raffaella Lupi
via dei Banchi Nuovi 21/b – ROMA
Vernissage: mercoledi 10 giugno ore 18.00
Opere di LeoNilde Carabba
a cura di Raffaella Lupi
Accompagnano la mostra una selezione di disegni di Utta Wickert-Sili e la presentazione del libro di Alessandro Stefani “Cervelli da buttare”, Armando Editore.
Per l’occasione il libro verrà arricchito con copertine/opere realizzate a mano dagli artisti della Galleria Sinopia.
Con “ALCHIMIA DELLA LUCE” continuano i cicli di mostre della Galleria Sinopia che meditano intorno al tema del dialogo e delle contaminazioni.
La mostra è dedicata all’artista LeoNilde Carabba e vengono presentate sue opere antologiche fino alle ultime produzioni. Opere che si misurano con il mistero dell’Universo e che ambiscono ad esplorare nuovi territori e a varcarne i confini. Ricorrono nei suoi ultimi lavori, sfere concentriche, costellazioni pulsanti di luce dove ogni cerchio è “un richiamo all’armonia inclusiva dell’Uno”.
Oltre alle opere pittoriche di vario formato e di varie epoche sarà esposta, la cartella di grafiche “Materia Mistica” – stampa digitale a 7 colori con interventi manuali, stampate su carta Fabriano Artistico 300 gr. nell’atelier di Giovanni Leombianchi e con testo introduttivo di Cristina Muccioli.
LeoNilde Carabba è artista di fama internazionale, nata nel 1938, si forma nella Milano artistica degli anni ’50-’60 dove ha il sostegno e l’influenza formativa di artisti come Lucio Fontana, Roberto Crippa, Enrico Baj, Turcato, Tancredi, Jean Fautrier, Piero Manzoni, Christo e Carla Accardi. Comincia nel 1966 gli esperimenti sulla rifrazione della luce e sulle sue variabili attraverso l’uso di microsfere di vetro. Oggi completa la sua ricerca con rifrangenze, fluorescenze e fosforescenze e, nel superamento dell’eredità Optical, affronta tematiche scientifiche, esoteriche e cabalistiche. La lettura delle opere della Carabba si completa attraverso l’uso della luce “nera” di Wood e il buio e si nutrono di una tecnica complessa dove alchimia ed esoterismo si incontrano in un mix tecnologicamente molto avanzato. “La mia poetica si definisce con il concetto di arte come gioco, arte come vita, arte come continua reinvenzione del proprio essere nel mondo” cita l’artista.
Nel segno di quello che sempre più sta connotando la Galleria Sinopia come luogo di ricerca e di dialogo tra le arti, per tutta la durata dell’esposizione affiancano LeoNilde Carabba, definita “l’alchimista della luce”, una serie di opere, interventi, sperimentazioni che animeranno il dibattito artistico, creativo e anche scientifico.
Il tema di questo dialogo è da ricercarsi nella sfera fisica emotiva, nelle possibilità dell’arte di tradursi in un generatore di benessere e nella certezza che nell’arte è possibile trovare un rifugio emotivo, fisico e psichico.
In particolare saranno i disegni di Utta Wickert-Sili, grafica pubblicitaria, scenografa, illustratrice, art director nell’editoria, produttrice di libri e riviste, a mostrarci come l’arte produce benessere e migliora la qualità della vita. Utta l’ha sperimentato in prima persona: “Dedicarsi a un disegno, vederlo crescere, cambiare, completarsi: questo dà tantissima soddisfazione e aiuta a riallinearsi con sé stessi […]”.
Sinopia Galleria
di Raffaella Lupi
via dei Banchi Nuovi 21/b – ROMA
(+39) 06 6872869 | (+39) 347 3737656
info@sinopiagalleria.com | www.sinopiagalleria.com
dal martedi al sabato ore 10.00 – 13.00 | 15.00 – 19.00
Maria Carla Baroni ci ha inviato il suo documento Senso del lavoro e orario, contributo da lei preparato in occasione di un’assemblea nazionale delle donne del Partito Comunista d’Italia che si è tenuta a Napoli il 15/3/2015.
È un documento lungo, legato a una discussione interna di partito, ma mi hanno colpito alcune riflessioni in cui guarda sotto una nuova luce l’economia, il lavoro, il senso del lavoro e la tradizionale impostazione dei comunisti stessi, partendo da un punto di vista femminile e da un confronto con le pratiche politiche delle donne.
Desidero proporne alcuni stralci che trovo significativi e interessanti.
Silvia Baratella, 22 maggio 2015
Tempo fa Nicoletta Pirotta (Rete italiana Donne nella Crisi) aveva posto, in una delle prime riunioni dell’Agorà del Lavoro, un gruppo promosso dalla Libreria delle Donne di Milano, una domanda: «Qual è il senso del lavoro?»
Non ci avevo mai pensato, forse anche perché nella mia storia sindacale degli anni ’73-’82, in una Cgil egemonizzata dal PCI, si dava importanza solo al lavoro in sé, alla produzione in sé, qualunque cosa si producesse, anche strumenti di morte come armi e veleni chimici, anche se la produzione sterminava operai e operaie e la popolazione intorno alle fabbriche e avvelenava i campi coltivati e quindi il cibo e le acque. Unica eccezione la Fiom, che allora si era posta – almeno in via teorica – l’obiettivo della riconversione dell’industria bellica a produzioni civili.
A quel tempo, inoltre, era considerato lavoro “produttivo” solo quello che dava origine a merci, mentre il lavoro nei servizi – compresi i servizi di cura alle persone – era considerato “improduttivo” e, conseguentemente, di secondaria importanza. Il che la dice lunga sull’impronta maschile che caratterizzava il comune senso del lavoro.
[…]
A mio parere il senso del lavoro sta nel contribuire al ben-essere, allo star bene, collettivo. Viene subito in mente, quindi, in prima approssimazione, il lavoro: nel settore dell’educazione e della formazione di ogni ordine e grado, dagli asili nido alle università; nel settore della salute, dalla ricerca scientifica e tecnologica in campo ambientale, medico e farmacologico ai servizi di igiene pubblica, di prevenzione delle malattie e del disagio psichico, ai servizi di cura e di riabilitazione, quando indispensabile anche in regime di ricovero; nell’assistenza sociale, dai servizi territoriali di base (ambulatoriali) all’assistenza domiciliare, alle piccole comunità-alloggio alternative alle istituzioni totali per vecchi/e, handicappati/e, ecc., a forme di assistenza sociale che tentino di alleviare la crudeltà e il rigore delle istituzioni totali esistenti (come ad es. le carceri); per la produzione e l’accesso alla cultura (arti figurative, cinema, teatro, letteratura, informazione, editoria, biblioteche e iniziative di promozione della lettura, musica); nell’edilizia pubblica e nel trasporto pubblico; nello sport e nell’intrattenimento.
Significa che solo il lavoro di ricercatori e ricercatrici, insegnanti, medici/che e infermieri/e, artisti e operatori e operatrici culturali ha senso?
Ma non si può insegnare in una scuola sporca o con gli intonaci crollanti o curare in un ospedale sporco, dai muri cadenti o con attrezzature rotte, per cui anche chi cura la pulizia e la manutenzione svolge un lavoro essenziale al benessere collettivo, così come è essenziale anche il lavoro d’ufficio e organizzativo, senza il quale nessuna struttura può funzionare.
Però, se tutte le mansioni necessarie al funzionamento di una struttura dedicata al benessere collettivo sono indispensabili, il grado di istruzione richiesto, il contenuto intellettuale e decisionale, il grado di responsabilità e di gratificazione, la retribuzione, sono ben diversi […]. Queste disparità di fatto […] sono aggravate dalla gerarchizzazione nell’organizzazione delle decisioni e del lavoro, oltre che dalle modalità di tipo privatistico/industriale che il sistema capitalistico ha imposto ad alcuni settori di pubblica utilità; esempio tipico è la sanità, di fatto destinata attualmente – in netto contrasto con l’originaria e avanzatissima legge 833/1978 – solo alla produzione superspecialistica di singole prestazioni mediche, chirurgiche, strumentali e farmacologiche settorializzate e spezzettate, che generano rimborsi e profitti, e non certo il mantenimento o il recupero della salute di persone concrete nella loro interezza. Si giunge perfino al paradosso che, mentre nella catena di montaggio di una fabbrica si assemblano pezzi per formare un unico oggetto, negli ospedali si spezzetta – sotto forma di interventi parcellizzati – ciò che unico già era, per giunta un unico vivente e pensante. In queste condizioni, al di là dell’apporto individuale dei singoli lavoratori e lavoratrici, è la struttura nel suo complesso che non opera per il benessere collettivo.
[…]
E che senso ha invece il lavoro di chi opera come dipendente nell’industria degli armamenti o nella produzione di sostanze chimiche cancerogene o dei beni di lusso che usano materiali, energia, acqua e lavoro umano per soddisfare i desideri delle élites economiche a scapito dei bisogni del 90% della popolazione mondiale e della permanenza della vita sul pianeta?
A questo punto si pongono due ordini di questioni.
Un primo ordine attiene al passaggio dalla prestazione lavorativa del singolo essere umano all’organizzazione del lavoro complessiva, alla possibilità di co-decidere – almeno parzialmente – il contenuto del proprio lavoro, del come svolgerlo e del come vederlo retribuito, oltre al fatto, che dovrebbe essere imprescindibile, di poterlo svolgere con garanzie giuridiche di continuità e in condizioni che non attentino alla vita e alla salute propria e altrui.
[…]
Ciò può essere meno difficile nelle strutture pubbliche e contribuirebbe a migliorare la qualità complessiva del servizio erogato, ad es. con l’umanizzazione degli ospedali, con la valorizzazione e con l’arricchimento delle competenze e delle capacità di relazione e di lavorare in squadra e in modo interdisciplinare di tutti gli operatori e operatrici sanitari/e e con l’ascolto dei malati e dei familiari.
[…]
Il senso del lavoro, infatti, dovrebbe essere anche quello di esprimere se stessi/e, di valorizzare la propria individualità, capacità, desideri e aspirazioni, contribuendo – nello stesso tempo – al benessere collettivo, trovando le modalità per valorizzare ogni persona a vantaggio della collettività.
Per le donne il senso del lavoro non può che includere anche la possibilità di scegliere effettivamente e liberamente – insieme al lavoro – anche la maternità: il doppio sì di cui parla il movimento delle donne.
[…]
Il secondo ordine di questioni riguarda il fatto che il senso del lavoro non può essere disgiunto dal senso della produzione cui si partecipa. Fare l’addetta alla manutenzione o la contabile in una fabbrica di armi o in un ospedale può rispondere appieno alle aspirazioni personali e comporta sostanzialmente gli stessi atti, ma il senso complessivo del proprio lavoro è, nei due casi, diametralmente opposto.
Questo ci sposta sul piano del che cosa, come e per chi produrre e del chi e come decide che cosa, come e per chi produrre; riguarda sia il modello di sviluppo e la produzione di merci (solo beni utili alla generalità della popolazione, per non sprecare le limitate risorse del pianeta), sia il contenuto dei servizi pubblici (le finalità e il contenuto dell’insegnamento pubblico per tutti e tutte, le strategie pubbliche per il mantenimento della salute psicofisica dell’intera popolazione, le priorità della ricerca pubblica e così via), così come riguarda il sistema di decisione politica; di questo passo si arriva al superamento del capitalismo e del patriarcato…
[…]
L’unica prospettiva perché il nostro pianeta rimanga abitato da esseri viventi e non diventi una sterile stella – come diceva e scriveva la comunista Laura Conti nei gloriosi anni ’70 – è che ci si avvii sulla strada della diminuzione della quantità complessiva delle merci prodotte, scegliendo che cosa produrre. […]
L’occupazione potrà essere aumentata, infatti, oltre che dalla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità retributiva, solo indirizzando una quota consistente del lavoro umano alla cura del territorio e delle città e alla cura delle persone, cioè a lavori dotati di senso e di gratificazione sia per chi li svolge sia per chi ne riceve le prestazioni.
I lavori di cura alle persone, nella società attuale, sono spesso femminilizzati, il che li rende socialmente meno considerati e, in un’ottica capitalistica, sottoretribuiti, mentre sono proprio quelli che maggiormente – già ora – contribuiscono al ben-essere collettivo.
Tipico è tutto l’arco dell’educazione/formazione, in cui le donne sono presenti in modo quasi esclusivo dagli asili nido alle elementari e anche alle medie inferiori, mentre diminuiscono percentualmente mano a mano che si sale di grado, passando alle medie superiori e alle università, ai vertici delle quali sono ancora davvero pochissime.
La riconversione di una parte consistente del lavoro umano dalla produzione di merci (approccio maschile, oltre che capitalistico) alla cura del territorio, delle città e delle persone (approccio femminile) è una riconversione epocale per la quale dobbiamo attrezzarci e che dobbiamo favorire.
[…]
MARIA CARLA BARONI
Entrare nel padiglione americano alla Biennale di Venezia di quest’anno è come fare un viaggio.
Joan Jonas ha costruito un dispositivo che pur in sintonia con i temi del curatore Okwui Enwezor, è misurato e poetico. Le cinque stanze del padiglione risultano essere un’unica e coerente opera, che riprende i temi di sue precedenti performance, Reanimation del 2010 in particolare, e brani di video di altri momenti del suo lavoro.
Ecco, una Penelope del proprio lavoro che intesse il suo passato col presente, lo rilegge e gli dà nuova forma. S’intrecciano nella narrazione dei video i fantasmi delle storie che la Jonas ha trovato in Nova Scotia, dove sono stati girati. I fantasmi, dice, sono ovunque. Dunque passato e memoria che ci chiamano, figure evanescenti ma mai spaventose.
I fantasmi sono bambini e ragazzi vestiti di bianco, ad evocare l’iconografia del fantasma col lenzuolo, con i quali per molti sabati si è incontrata a New York in un laboratorio creato apposta per questo lavoro e dove di nuovo sono state girate altre immagini che compongono questa narrazione plurima. La presenza dei bambini svela non solo il femminile ma soprattutto incarna contemporaneamente la coscienza collettiva e la speranza. Già perché se la bellissima mostra del curatore ha un difetto è proprio questo è dura, seria, sorprendente a tratti, ma un po’ senza speranza.
Ma Jonas, come sempre, si dà generosamente non solo nel padiglione, in luglio per tre sere consecutive farà anche la performance. Le varie sale contengono anche alcuni degli oggetti usati durante le performance e poi disegni e disegni. Il tratto duro usato per tracciare i pesci, e in parte anche le api, ricorda certi piatti di Picasso realizzati a Vallauris e un gusto un po’ anni Cinquanta che li rende affascinanti anche quando la natura di cui parla non è addomesticata.
Non manca un omaggio alla città di Venezia: nella sala centrale del padiglione una serie di specchi fatti realizzare a Murano restituiscono la luce di una sorta di lampadario veneziano. L’omaggio è assolutamente coerente col suo lavoro che spesso si è misurato con il doppio, lo specchio che richiama e deforma parti di corpo, volti, persone. Ma è la misura degli specchi ad essere interessante, come in Mirror, performance del 1969, gli specchi si potrebbero portare in mano. Hanno la misura degli specchi degli armadi anni ’60 e non quella gridata e narcisistica delle pareti a specchio che dagli anni ’80 invadono le camere da letto. Un guardarsi e prendere le proprie misure, e i frammenti di ciò che sta intorno, a misura d’uomo, anzi di donna.
Il padiglione ha il pregio di fare un discorso politico in modo poetico, “il personale è politico” del femminismo storico, prende qui una forma aperta che parla a tutti, investendoci della responsabilità verso la terra, gli animali, i nostri figli, e la forma della visione.
La grazia e compiutezza di questo padiglione è stata condivisa dalla giuria della Biennale che alla professoressa emerita dell’MIT Program in Art, Culture and Technology (ACT) ha conferito una menzione speciale.
http://www.domusweb.it/it/arte/2015/05/19/joan_jonas_politicamente_poetica.html
di Silvia Sperandio
VENEZIA – «All The World ‘s Futures» (Tutti i Futuri del Mondo): è questo il tema della 56ma Biennale Arte di Venezia, curata dal nigeriano Okwui Enwezor, che prende il via in uno scenario globale sempre più lacerato, caotico e incerto.
A 100 anni esatti dall’inizio della Prima guerra mondiale e a 70 dalla fine della Seconda, il mondo sembra precipitare nuovamente nel caos: ed ecco l’urgenza, la necessità, come spiega lo stesso Enwezor, di «chiamare a raccolta», in questa Esposizione internazionale, le forze immaginative e critiche di artisti e pensatori, per riflettere sull’attuale «stato delle cose». E intravedere, se possibile, nuovi orizzonti semantici.
La kermesse veneziana, insomma, «torna a osservare il rapporto tra l’arte e la realtà umana, sociale e politica», afferma il direttore della Biennale, Paolo Baratta. Sono 136 gli artisti coinvolti da Enwezor (dei quali 89 al debutto), provenienti da 53 Paesi. E di questi, cinque sono presenti per la prima volta: Grenada, Mauritius, Mongolia, Repubblica del Mozambico, Repubblica delle Seychelles.
Quali pratiche artistiche, dunque, in un’epoca di crescente barbarie e disumanizzazione?
In questa Biennale inquieta, globale e pluralistica, in cui gli artisti si misurano con la memoria (quella dei secoli e quella più recente), le nove grandi sculture bianche di fiberglass che troviamo all’ingresso dei Giardini hanno una valenza quasi simbolica: raffigurano eroi, re e potenti del passato che si ergono imponenti sui piedestalli, scrutando l’orizzonte. Ma la loro monumentalità è solo mera parvenza. Sono infatti figure mutilate, senza testa né braccia, o con il busto spezzato, simulacri del potere ridotti a involucri. L’opera «Coronation Park» (2015) è stata realizzata dagli artisti indiani Raqs Media Collective.
Sono dunque le “rovine” del passato, i simulacri da smantellare nella creazione di nuove possibilità? Il quesito sembra riecheggiare nell’antistante padiglione norvegese, delimitato da vetrate ampie e luminose. All’interno, in forte contrasto, vetri frantumati sono sul pavimento, mentre una decina di maxicornici quadrate e bianche sembrano scagliate con forza alla rinfusa da un misterioso gigante in preda a un raptus. Intanto, nella macroinstallazione di Camille Norment, «Rapture», una vibrazione sembra perforare l’intero spazio.
Voci, rumori, sibili, vibrazioni: i suoni del mondo sono in molti casi co-protagonisti dei lavori esposti, ed è questo un elemento che differenzia questa edizione dalla precedente, curata da Massimiliano Gioni e dedicata al Palazzo Enciclopedico, costellata di silenzi densi.
Perfino le parole tratte dal Capitale di Marx che vengono recitate non stop nell’Agorà del Padiglione centrale, cuore rosso pulsante dei Giardini dove si susseguono incessantemente eventi e performance, diventano traccia, ritmo, tappeto sonoro che trascende il contenuto semantico, forma tra le forme.
Voci: come quella di Pasolini che risuona nella grande sala del Padiglione centrale, nell’importante lavoro “Fabio Mauri e Pier paolo Pasolini Alle prove di Che cosa è il fascismo” (2005), di Fabio Mauri. Sullo stesso tema, un’altra installazione di Mauri, intitolata “Il Muro occidentale o del Pianto” (1993). Un’alta parete di valige, bagagli in transito costretti a espatriare portando con sé identità incenerite: nei viaggi senza ritorno nei lager nazisti dello scorso secolo, ma anche negli esodi di massa, nelle migrazioni che oggi stanno modificando la mappa geopolitica.
Sono invece rumori di guerra, mitragliatrici, suoni di uccelli impazziti e cavalli imbizzarriti quelli riprodotti nella videoinstallazione Now (2015), di Chantal Akerman, in HD, a canale multiplo , colore, 5 tracce, che si trova alle Corderie dell’Arsenale. Cinque schermi allineati trasmettono -non stop- le riprese di territori di Paesi inquieti, spopolati, come se lo sguardo li sorvolasse a volo radente, a bordo di un drone. Spazi deserti, che ci fanno precipitare nell’inferno di guerre scatenate da mani invisibili. Alla fine della sala, una minuscola oasi consolatoria e artificiale: un acquario in un ologramma, circondato da fiori finti e mini palloni da calcio, come tutti feticci di un’impossibile quiete.
Poco distante, in un’altro spazio dell’Arsenale riecheggiano rintocchi metallici: è l’opera The Bell, 2014-15, dell’artista iracheno Hiwa K, che ha raccolto materiale bellico dai terreni devastati dalla guerra, e poi, facendo fondere i metalli, ha realizzato una grande campana. L’installazione comprende due video, che ripercorrono tutte le fasi, dalla raccolta delle armi (fornite da 30 paesi del mondo) alla fusione dei metalli e alla creazione dell’opera. La campana è posta direttamente sul pavimento, sostenuta da una struttura di legno: tirando una fune legata al batacchio è possibile farla suonare, trasformando i simboli di distruzione in una creazione, in un suono di pace.
«This is not the season to be silent/ and we do it for our children», questa non è la stagione in cui stare in silenzio, recita la scritta a gessetto sul pavimento durante la performance site specific della Slovenia, all’Arsenale: quattro ragazze vestite di nero, sedute su travi di legno, ascoltano impassibili queste parole scandite da una giovane, in piedi. È il progetto dell’artista slovena Jasa, intitolato “Utter / the violent necessity for the embodied presence of hope”, che esorta a re-agire, a partecipare.
È una forma di partecipazione diversa quella richiesta da Adrian Piper, premiato sabato 9 maggio con il Leone d’Oro della Biennale: l’artista, con l’opera The Probable Trust Registry coinvolge il pubblico in prima persona, chiedendo l’adesione a una o più “Dichiarazioni di intenti”, con tanto di registrazione ufficiale. Una recita così: «Io sottoscritta, dichiaro che farò sempre ciò che dico che farò». Un progetto work in progress, dalle forti implicazioni etiche e “politiche”, che durerà fino a novembre.
Lungo il percorso all’Arsenale ci si imbatte anche nel “Cannone” di Pino Pascali, un’opera ormai storicizzata dell’artista poverista, che afferma, con la sua presenza immobile, una presa di posizione silenziosa.
Infine, è avvolta in un silenzio denso e poetico anche la maxi installazione nel padiglione del Giappone, The Key in the Hand, di Chiharu Shiota, un’opera da non perdere in questa Biennale. Due grandi barche di legno si intuiscono nello spazio centrale, dietro una fitta ragnatela di fili rossi tra loro annodati che pende dal soffitto. All’estremità di ogni filo sta attaccata una chiave, e il reticolato color rosso sangue è costellato di 180mila chiavi. «Ogni chiave evoca ricordi intimi, è un oggetto familiare che protegge persone e spazi importanti nelle nostre vite», spiega l’artista che nei mesi scorsi ha chiesto a migliaia di persone – via internet – di donare le loro chiavi inutilizzate per realizzare questo lavoro. «Spero che ciascuno tragga ispirazione dall’opera, che contiene l’accumulo dei ricordi di tutto il mondo, per ripensare il senso dell’essere in vita», afferma Chiharu Shiota, artista di Osaka classe 72.
Immagini, oggetti, suoni, e testi di questa esposizione, spiega il curatore della Biennale, Okwi Enwezor, sono “lo stretto indispensabile”, affinché questa mostra possa “prendere posizione” in questo momento di forte cambiamento a livello globale. Intanto, sulla manifestazione veglia simbolicamente “l’Angelus Novus” di Paul Klee: l’opera, riletta da Walter Benjamin che la acquistò nel 1921, rappresenta “un angelo, con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese, l’angelo della storia… Ha il viso rivolto al passato, ma una tempesta che spira dal paradiso lo spinge irresistibilmente nel futuro». E mentre Benjamin rilegge l’arte con gli occhi della storia, alla Biennale di Venezia gli artisti osservano la storia con gli occhi dell’arte.
di Francesca Pasini
Ha deluso, ha mantenuto le aspettative, meglio o peggio di quanto si credesse. La Biennale di Okwui Enwezor fa comunque riflettere. Ecco alcune idee e impressioni/1
Francesca Pasini. La politica nell’arte? Maybe
“Tutti i futuri del mondo” non ci dicono come cambiare il mondo. La contraddizione è la chiave di volta della Biennale. Dire, più che denunciare, le disparità è un grado di consapevolezza che si emancipa dalle rigidità ideologiche, ma il rischio è l’agiografia. La contraddizione ritorna. L’analisi dei soprusi, delle povertà, dei razzismi culturali e politici, che prende forma in modo multiforme in artisti di tutto il mondo, di tutte le culture e le età, dovrebbe essere il passo in avanti che mette al centro la relazione con l’altro. Ma questo “racconto consapevole”, che trasmigra in quasi tutti i padiglioni, rischia l’omologazione ed esalta la passività attuale. Le persone non vanno quasi più a votare, le ribellioni sono spesso episodi d’intolleranza che non riescono a prefigurare nuovi soggetti politici. Insomma è finito il sogno dell’arte che intuisce il cambiamento e ne fa una sintesi dello spirito del tempo? Sì e no. Sì, perché non ci sono figure che fanno fare uno scatto verso il non conosciuto; no perché questa sequenza di opere di qualità, che compongono l’archivio del dolore presente nel mondo, ci rende consapevoli della difficoltà in cui siamo immersi.
La lettura del Capitale di Marx che cadenzerà tutti i mesi della Biennale, è il passo centrale della contraddizione. Da un lato è un simbolo di un’epoca che ha sognato e agito rivoluzioni e rivolte; dall’altro pone la domanda: utilizzare Marx e il complesso e articolato pensiero marxista per affrontare la crisi economica è attuale? Il potere è ormai quello delle cinquecento multinazionali che governano il mondo, i riferimenti politici nazionali non sono più sufficienti a distinguere le loro politiche. Il lavoro non c’è, ma tutti deplorano i tentativi di costruire una cultura dei diritti del lavoro attuale. E allora Marx come lo rileggiamo?
Alla Biennale il sistema dell’arte internazionale è, come sempre, presente e potente. Forse è azzardato, ma esiste un’analogia tra sistema finanziario internazionale e sistema dell’arte. Il collezionista e imprenditore Maurizio Farè mi diceva, «oggi il denaro frutta solo nella finanza, per le persone normali i benefici non ci sono, le banche non danno più nulla, quindi molti vengono alla Biennale per vedere di comprare qualcosa che abbia un valore oggi e in futuro».
Viene un po’ un groppo in gola e una malinconia per le figure che offrivano intuizioni e speranze di rovesciare i sistemi. Nel senso che spingevano a ragionare sull’immaginazione e non solo sulla critica. Però per anni, per decenni, ci siamo battuti per un diritto di critica e oggi la Biennale lo evidenzia in modo puntuale e dialettico. Forse non sappiamo reggere il dolore che ci aggroviglia, come appare in Monica Bonvicini, che fa pendere da lunghe catene, un ammasso di seghe e attrezzi, impegolati da una nera pece, gocciolante. Difficile liberarsi dalla vischiosità del dolore. Ma questo sentimento umano, che è bene tenersi un po’ nel cuore per capirlo, una volta che diventa un segno diffuso, rischia di essere inoffensivo.
Enwezor non è caduto nella trappola di edulcorare il disagio, ma non ha sconfitto l’ombra della separazione tra il capitale e il lavoro, che oggi investe l’economia globale. Non è il compito dell’arte, ma nel momento in cui Enwezor pone la lettura di Marx idealmente e fisicamente al centro della mostra, non si può evitare di chiedersi: qual è il ruolo dell’arte nella politica? La critica che rintraccia tra le opere, rischia di diventare una specie di “realismo socialista”, sebbene non encomiastico, piuttosto che un giudizio sul Capitale Contemporaneo. La contraddizione non si ferma, ma non mette in moto nuove energie. Che dolore!
di Francesca Pasini
Provo ad aggiungere a memoria i colori pronunciati da artiste, artisti, collezionisti, giornaliste, ascoltatrici, ascoltatori. Quando dico che i colori non si possono descrivere, ma solo pronunciare, penso alle parole, ma anche alla voce e all’emotività della lingua madre.
Nel libro (Maria Morganti – Pronuncia i tuoi colori, Galleria Otto Zoo, Milano, 2015) racconto che l’opera è un soggetto e non un oggetto e che, tramite la sua mediazione, scopro qualcosa di me e dell’altro…..
http://www.libreriadelledonne.it/pronuncia-i-tuoi-colori-corrado-levi-maria-morganti-luisa-muraro-francesca-pasini/
dal 18/5/2015 al 30/7/2015
Twenty14 Contemporary Milano, piazza Mentana, 7 tel 02 49752406
Maria Mulas
Sospetto. In occasione della mostra l’artista presenta una serie di lavori inediti. Fasci di luce che tagliano tende e finestre, paesaggi metropolitani colti in giro per l’Europa e scorci dell’isola di Stromboli mediati dai riflessi.
Una serie di lavori inediti che mettono alla prova. Fasci di luce che tagliano tende e finestre, paesaggi metropolitani in giro per l’Europa e scorci isolani catturati mediati dal riflesso.
Maria Mulas dà vita ad una serie di “osservazioni” del naturale, del quotidiano attraverso una doppia lente: quella della sua Lumix e quella del suo unico spirito d’osservazione, creando uno spazio lirico contando sulle risorse del riflesso. Quanti di noi si accorgono delle nuvole riflesse? Quanti di noi guardano solo ma non osservano? Un artista deve osservare. Lei ci regala la sua visione da attenta osservatrice e scopritrice della realtà che ci circonda, ci mette alla prova, genera in noi “sospetto” e ci chiede di scrutare con attenzione.
Ancora un lavoro sulla luce. Lo studio che porta avanti da più di quarant’anni, il chiaro-scuro volutamente evidenziato sul volto dei migliaia di artisti che ha ritratto e adesso l’immagine riflessa restituita da tutto ciò che ci circonda. Siamo circondati. Ci invita ad una visione del mondo intorno non solo a 360 gradi, ma oltre: il guardare si distacca dalla superficialità e dal parziale per entrare nelle sfere del complesso.
Un invito all’attenzione di chi si sente immerso totalmente nella vita, proprio come l’artista stessa, tanto da scorgere i riflessi della luce sui muri di Stromboli all’ora del tramonto e l’incombenza di un cielo che si scontra in una pozzanghera. Il mondo che si riflette nel mondo e dentro di esso spesso l’immagine di un Uomo, le sue mani, quasi come un autografo dell’autrice. Lo specchio è solo uno, eppure, per la fisica dei riflessi, specchia entrambi, nello stesso istante. E fa uno di due.
Di sé dice che le piace lavorare nelle vesti dell’avvocato del diavolo e si riferisce all’illusione del vedere,del guardare qualcosa e cercare in quell’immagine la contraddizione attraverso cui veicolare una visione empatica e assolutamente opposta ma in perfetto equilibrio con quanto l’ha promossa.
Questo avviene grazie anche al confronto-scontro tra i materiali e le loro lavorazioni, applicando a ciò che non sembrerebbe possibile le tecniche utilizzate in altri settori, tessili e meccanici insieme, ad esempio. E’ proprio da questo strano connubio che nascono i “centrini industriali” di Cal Lane, in cui la vita domestica e le lavorazioni industriali si uniscono, mettendo insieme pesante-leggero, maschile-femminile, forte delicato, funzione-decorazione, ateo-religioso,…
Dalle opposizioni, in un contrasto decisamente forte e particolare, nascono le opere di questa artista giovanissima che sfrutta materiali industriali in ferro come struttura base per i suoi interventi, in un gioco di equilibri tra utilizzo del materiale industriale e la delicata raffinatezza dei pizzi, in un traforo di luci impareggiabile che sembra scrivere per metafore qualcosa che affascina senza essere stucchevole o lezioso. Il pizzo, come genere di lavorazione, consente di nascondere e al tempo stesso esporre; velature che ombreggiano corpi o spazi conferendo loro profondità particolarissime oppure intimità come quelle di una lingerie che rivela le forme. Non mancano però anche i risvolti umoristici che si proiettano da relazioni inattese intorno all’installazione. Ciò che viene anche esperito è una comprensione dell’oggetto artistico non come qualcosa di razionale ma imprevedibile, legandosi questo alla luce e ad altri fenomeni del luogo in cui si colloca, creando dialoghi di vicinanza e a questo punto di analisi percettiva, relativamente alla relazione che si produce tra le differenti parti e i componenti.
I suoi ultimi lavori, però, sembrano aver acquistato un’impronta decisamente politica, ed è lei stessa, ancora una volta ad affermarlo, facendo notare che tutti noi viviamo in un tempo di guerra di cui è impossibile non sentire un senso di colpa che ci prende tutti come l’altro, colui che la guerra decide e chi la subisce. Il suo primo lavoro con questa nuova matrice, politica appunto, ha titolo “Bombing filigrana Car” .
In questo lavoro l’artista afferma di essersi concentrata sulla creazione di un rapporto in cui il cattivo gusto delle immagini si facesse sentire forte e chiaro. Immagini di fiori e quindi della bellezza e della grazia vengono compressi sensibilmente in una forma che evidenzia una situazione violenta e tangibile. L’acciaio schiacciato dalla macchina viene tagliato secondo le trame di un pizzo e questo crea un panneggio in cui si evidenzia la rottura e da questa un senso di tristezza,si palesa un conflitto di attrazione tra il lavoro della fantasia con un’immagine orribile.
Nella sua mostra “Crude“, Cal lane mette insieme, o tenta di farlo, il rapporto tra Dio e l’olio (i contenitori per l’olio ) . Anche se le immagini hanno a che fare con temi politici palesi le immagini non indicano nulla di specifico – si limitano a coesistere – e quello che dice realmente dipende dalla storia e dalla sensibilità dello spettatore. L’opera consiste in una serie di latte di olio che sono state scorticate e aperte a forma di croce o come il piano del pavimento di una cattedrale gotica. Le lattine sono state poi intagliate secondo i disegni delle icone mediovale o i simboli cristiani. Ben lavorato come carta ritagliata, il bordo frastagliato del metallo assottigliato evoca sia un’immagine antica quanto qualcosa di contemporaneo, mettendo direttamente in gioco sia coloro che si utilizzano richiami storici sia coloro che ignorano assolutamente ogni passata memoria. Accanto alle lattine ci sono anche tre barili di petrolio da 45 galloni. I tamburi sono scuoiati e srotolati per creare una superficie piana. La superficie viene poi issata sul muro e tagliata in una sequenza di molteplici immagini che ripetono modelli di tatuaggio e modelli di tessuto, simboli religiosi o anche segnali di pericolo. Il collage di immagini crea così una speciale guerra, un conflitto tra simboli che alla fine sembra configurare in chi guarda una storia, come quella che veniva tessuta negli arazzi medievali.
Un’ultima nota, direttamente dall’artista. Afferma infatti, per spiegare le sue scelte, di essere sempre stata interessata e attratta dalle cose che la ripugnavano, perché ciò che voleva era capire il loro segreto, carpire il loro senso o riuscire a sospendere su di esse il giudizio. Le cose che stanno collocate agli estremi tra loro, spesso danno lo stesso esito: il calore estremo uccide quanto il freddo glaciale, la stessa cosa vale per altre tipologie come odio e amore, violenza e castità, fame e sazietà. Ecco queste cose, attirano lo sguardo e l’attenzione su cui si appunta Cal Lane dando per risultato i lavori riportati.
veevera
http://artmur.com/en/artists/cal-lane/sweet-crude/
http://www.decordova.org/art/exhibition/cal-lane-crude
http://www.callane.com/works.html
https://cartesensibili.wordpress.com/2015/05/13/groundunderthirty-veevera-larte-al-plasma-di-cal-lane-2/?fb_action_ids=10207092831105719&fb_action_types=news.publishes&fb_ref=pub-standard
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Artribune Magazine
sino al 7 Agosto 2015
Roni Horn. Racconti d’acqua
Galleria Raffaella Cortese, Milano – fino al 7 agosto 2015. Al civico 4 di via Stradella, Milano
Roni Horn porta otto dittici inediti. Il soggetto delle fotografie, allestite direttamente dall’artista americana, è il volto del fotografo Juergen Teller, suo amico da anni e riflessione metaforica sull’emotività
Forse, non sarà mai possibile verificare se il cognome del fotografo di moda (teller, “narratore”) possa aver influenzato la cadenza, l’andatura oppure la forma narrativa della ricerca fotografica di Roni Horn (New York, 1955), per il suo ultimo, inedito progetto espositivo stabilito nel nuovo spazio della Galleria Cortese. Ma quel che colpisce dei volti bifronti, specchianti, con asse di simmetria creata da neutri specchi acquei, figure stranianti che restano sospese nell’aria, è l’increspatura segnata dai moti espressivi dei connotati di Juergen Teller. Come un punto d’unione tra cielo e lago, tra la vastità di due elementi vitali, i ritratti di Horn raccolgono perplessità, orgoglio, sfida, nostalgia e infine silenzio. Tracce che intaccano, come il vento dei pensieri, il racconto di un uomo attraversato dalla fotografia.
Ginevra Bria
Milano // fino al 7 agosto 2015
Roni Horn – Water Teller
RAFFAELLA CORTESE
Via Stradella 4
02 2043555
info@galleriaraffaellacortese.com
www.galleriaraffaellacortese.com
MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/43361/roni-horn-water-teller/
ANCHE I RICCHI MANGIANO
di Francesca Pasini
pubblicato mercoledì 29 aprile 2015 da Exibart
I rituali, che Germano Celant mette in scena ad “Arts & Foods” (Triennale di Milano, fino al 1 novembre), partono dalla Grande Esposizione di Londra del 1851, che successivamente prenderà il nome di Esposizione Universale. C’è un richiamo alla nascita storica di Expo e al modello del “Victoria and Albert Museum”, che ebbe origine appunto dalla “Great Exposition” e fu l’omaggio alla memoria dell’amato marito (in mostra c’è un dipinto della coppia reale in visita alla “Great Exhibition”). Il “Victoria and Albert” è un pozzo visivo, dove insieme agli oggetti, all’artigianato, ai memorabilia sono stati accumulati quadri, sculture, disegni. Il motivo firma del Museo è, però, l’incredibile anello di creatività che fa da cintura al vivere quotidiano.
Celant propone questo fascino. Memoria, bellezza, selezione ridondante di casalinghi eccelsi, riuniti in vetrine, in scaffali, magistralmente ideati dall’allestimento di Italo Rota, coinvolgono il pianterreno e fanno scattare l’emozione dell’eredità.
Tra quelle superbe raccolte di teiere, vasi, suppellettili che sprofondano oltre 150 anni fa, affiorano nonni, bisnonni, case di campagna, salotti, foto di famiglia. All’inizio del lunghissimo tavolo pieno di coltelli, ne ho riconosciuti alcuni d’argento, nello stile San Marco, con una lama che ricorda la silhouette di una gondola, dove campeggia con elegantissima grafica la parola, Venezia. Sono uguali a quelli che ho ereditato dal bisnonno, anche i miei hanno la lama di ferro e non di acciaio inossidabile, come nella produzione odierna. Ho provato la soddisfazione di aver conservato un esempio di produzione artigianale. Mi ha guidato nella grande ammirazione per le sale da pranzo di Eugenio Quarti, di Gerardo Dottori, del tavolo su cui mangiava D’Annunzio a Gardone, per quelli attorno ai quali mangiavano mamme con bambini, dipinti da De Nittis, Philip Rumpf, Plinio Nomellini. Ecco la guida del Victoria and Albert, ovviamente più ridotta. C’è un’attenzione esplicita all’Italia, ai grandi campioni dell’origine del design (la Wiener Werstatte, Charles Mackintosh), a straordinarie suppellettili giapponesi e orientali. Ci sono gli utensili contadini, le “gavette di ghiaccio” della Prima Guerra Mondiale, ma il confronto è così dispari che si dimenticano. Mentre l’immaginazione va a mille rispetto a tavole imbandite nella splendida luce di argenti, cristalli, vetri soffiati.
Nutrire il pianeta con l’arte non è del resto di buon senso. L’arte produce nutrimenti di tipo diverso e non meno necessari. Ma il cortocircuito è immediato: anche i ricchi mangiano!
Disagio e adesione si mescolano, non si può che fare così se si vuole testimoniare l’artisticità dei rituali che accompagnano il cibo. Ed è comunque una soddisfazione ripercorrere la storia delle forme, oggi, però, il problema del cibo, della natura da cui trarlo, è così aggrovigliato alla responsabilità di tutti, che la bellezza lascia il sale in bocca.
Ci sono salti utopistici che vorremmo “copiare”, come la Maison des Jours Meilleurs, una casa prefabbricata, che Jean Prouvé costruì nel 1956 influenzato dall’Abbé Pierre, che chiedeva alloggi per i meno abbienti. Occupa uno spazio di 9 metri x 7, al centro un blocco che contiene cucina e servizi, totalmente arredata di mobili d’autore, quadri compresi, da Picasso a Morandi, si poteva montare in sette ore. Se pensiamo all’Aquila l’invidia è enorme. Non tanto per una possibile produzione, ma per la spinta di portare la bellezza a tutti.
Oggi invece, lo spirito del tempo è il lusso per pochi, però ben distribuiti nel mondo. Quelli che verranno all’Expo troveranno pane per i loro denti. La magnifica progressione storica della produzione artistico-artigianale garantirà ai magnati cinesi e alle big economies internazionali che comprare in Italia industrie o il quartiere di Porta Nuova di Milano, come ha fatto l’emiro del Qatar, è un affare che dà lustro sociale e culturale. Speriamo che effettivamente sposti il livello della produzione industriale italiana. Che si inverta la rotta che, come dichiara Giorgio Galli, «ha modificato il patto dei produttori, proposto dall’economista Claudio Napoleoni e non realizzato, nel patto dei corruttori che arriva fino a Mafia Capitale». (Il Golpe Invisibile, Kaos Edizioni, 2015).
“Arts & Foods” procede al piano superiore giungendo al presente. Anche qui, oggetti domestici bellissimi, memento di tempi più vicini e del primato del design italiano; la storia travolgente della pubblicità attraverso manifesti d’autore. Dipinti, foto, sculture di artisti internazionali. Andy Warhol, Oldenburg, Wesselmann, Lichtenstein profetizzano l’inarrestabile civiltà dei consumi, l’ipertrofia del cibo e la conseguente obesità che travolge gli Usa, ma non solo. Una previsione che ritorna nelle grasse fette di torta di Jeff Koons (Cake, 1995), nelle enormi sculture Sleeping dogs (1997) di Dennis Oppenheim e nel Big, Big Mac (2013) di Tom Friedman nel 2013.
Insomma mentre “anche i ricchi mangiano”, il mondo diventa obeso. Molte sono le opere che testimoniano il rapporto complesso del cibo, come Cindy Sherman che ne fotografa la muffa, la putrefazione; Judy Chicago, nel suo tavolo Dinner Party, del 1974, mette nel piatto l’anatomia delle donne, opera radicale femminista americana (in mostra c’è uno di quei piatti). Rosemarie Trockel, nel 1991, compone in cubo bianco le piastre nere da cucina, ovvero un disegno astratto che sconfessa la neutralità dell’astrazione. Jana Sterbak riveste una poltrona di design con bistecche di carne, e Chair Apollinaire (1996) non più la pelle, ma la carne dell’animale entra nel panorama estetico dell’arredamento. Poi ci sono i maestri italiani dell’Arte Povera, Mario Merz, Penone, Kounellis. Il panorama è vastissimo e multiforme, ma un po’ scontato. Come sempre c’è qualche rimpianto per le mancanze. Solo una. Vent’anni fa Aldo Mondino ha creato nel giardino della Rotonda della Besana, a Milano, dei tappeti orientali, “tessendoli” con semi di grano e di vari legumi con diversi colori. Era un’opera destinata agli uccelli, che in un paio di giorni se la sono mangiata. Sarebbe stato bello rivederli nel giardino della Triennale, avrebbero sicuramente contribuito a nutrire il pianeta.
Dall’8 maggio al 17 maggio2015
Le associazioni Baobab, La Merlettaia e Solidaunia di Foggia ospitano nella sede di Via Arpi 79 la mostra itinerante “Lampedusa porta della vita”, curata da Anna Disalvo, Rossella Sferlazzo e Katia Ricci, che la rete delle Città vicine e il gruppo “Colors Revolutions” di Rossella Sferlazzo hanno organizzato nel luglio 2013 all’interno dell’ormai tradizionale “Lampedusa in festival” che si svolge ogni estate a cura dell’associazione “Askavusa”.
Nella serata inaugurale giovani migranti racconteranno la loro esperienza. Il 17 maggio le opere saranno esposte a Manfredonia a termine del progetto “La Casa dei diritti” dell’associazione di migranti residenti.
La mostra a cui hanno partecipato anche artiste e artisti di Foggia, è uno dei momenti dell’impegno e della riflessione che da anni le associazioni portano avanti sull’incontro tra donne e uomini di culture diverse, sulle difficoltà dell’accoglienza e della convivenza e il desiderio di affrontarle e superarle, predisponendoci alla reciproca conoscenza. Primario oggi è risolvere insieme ai paesi coinvolti il problema di un viaggio e un approdo sicuri e un progetto di vita da offrire a quanti sono costretti a lasciare le proprie terre diventate insicure e inospitali.
Le artiste e gli artisti invitati nelle loro opere realizzate con le più varie tecniche, dal collage alla pittura, dalla fotografia ai video, dall’installazione ai ready made, hanno espresso sentimenti diversi: la drammaticità purtroppo sempre attuale dei pericoli mortali affrontati durante lunghi ed estenuanti viaggi, che somigliano sempre più a deportazioni, ma anche la speranza di donne, uomini e bambini quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. Presenti anche i sentimenti di donne e uomini abitanti dell’isola, che accolgono i migranti con uno slancio di generosità e curiosità, comprensibilmente offuscato a volte da timori e perplessità in un intreccio di desideri e bisogni tra chi arriva e chi accoglie.
Espongono:
Rosalba CASMIRO ● Antonio DI MICHELE ● Wanda DELLI CARRI ● Nicola LIBERATORE ● Guido PENSATO ● Michele CARMELINO ● Rosy DANIELLO ● Nelli MAFFIA ● Oronzo LIUZZI ● Enzo RUGGIERO ● Anna Maria DI CIOMMO ● Anna FIORE ● Pina MORGANTE ● Valentina BRULARY● Paola GELARDI ● Anna DI SALVO ● Michelangelo SPAMPINATO ● Caterina AIDALA ● Pietro D’AIETTI ● Pamela NICOLOSI ● Misia TOMASELLI ● Valerio TOMASELLI ● Samuele MAGGIORE● Rossella SFERLAZZO ● Giacomo SFERLAZZO ● Dalila DI MALTA ● Tommaso SPARMA ●Adriana MARAVENTANO ● Luca RIZZO ● Maxine CAMBAL ● Marisa PROVENZANO ● Peppino SALA ● Luciana TALOZZI ● Matteo PASQUINI ● Veslemoy OVERLAND BERG ● Sara CRESCIMONE ● Giuseppe BALISTRERI ● Marina CHIRCO ● Giusi MILAZZO ● Donatella FRANCHI ● Mirella CLAUSI ● Cettina ROVERE
Il progetto per il Bastione degli infetti
Il Comitato popolare Antico Corso prosegue la sua attività volta al recupero della memoria storica della città a partire dalla collina di Montevergine e dalle mura di cinta, promovendo alcune iniziative che si svolgono nel corso della settimana della cultura che è iniziata il 14 aprile e si concluderà il 22 aprile. Nella sede della Biblioteca Vincenzo Bellini è stata predisposta un’apposita sezione bibliografica che prende spunto dal “successo” ottenuto dal Bastione degli infetti nella campagna del FAI “ I luoghi del cuore”. Attraverso dei percorsi tematici e didattici si potrà consultare un ampio panorama bibliografico sul tema del sistema difensivo della nostra città, le cosiddette mura di Carlo V, e la Catania del 1500.
Bastione degli infetti, l’arte difende i luoghi del cuore
http://www.argocatania.org/2015/04/20/bastione-degli-infetti-pietre-mute-che-raccontano-la-storia-di-catania
Per il resto trovi notizie sul mio blog
https://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/
dal 30 aprile | 7 agosto 2015
Galleria Raffaella Cortese Via A Stradella 1-7
Anna Maria Maiolino, Cioè
Inaugurazione giovedì 30 aprile h. 19.00 | 21.00
con
performance in ATTO di Anna Maria Maiolino con la partecipazione dell’artista Sandra Lessa in via a.stradella 1, h. 19.30
COMUNICATO STAMPA
In occasione dei suoi ventanni di attività, Raffaella Cortese è lieta di presentare Cioè, seconda personale dell’artista Anna Maria Maiolino, riconosciuta a livello internazionale come una delle figure più influenti dell’arte sudamericana oggi.
Traendo ispirazione dallimmaginario quotidiano femminile e dallesperienza di una dittatura oppressiva e censoria quella del Brasile negli anni 70-80 Anna Maria Maiolino, italiana dorigine e brasiliana di adozione, realizza lungo il suo percorso opere ricche di energia vitale, abbracciando differenti linguaggi e media, dalla performance alla scultura, dal video alla fotografia, al disegno.
La mostra Cioé, presenta opere inedite recentemente realizzate dallartista, che sceglie come titolo una congiunzione discorsiva per rappresentare il suo desiderio di incuriosire il pubblico senza esplicitare le proprie intenzioni.
Solamente nell’esperienza diretta con l’opera e attraverso la diversità di un alfabeto di segni il pubblico troverà risposte e significati.
Secondo Maiolino nellidea di scultura è insito il concetto di processo: lartista è interessata a ciò che accade prima che il lavoro sia concluso e a una soluzione formale che sia testimone dellazione creativa.
In mostra opere realizzate con diversi media. Alcune sculture della serie Cobrinhas in ceramica raku e della serie Entre o Dentro e o Fora riflettono sulla contrapposizione di pieno e vuoto, sullassenza o presenza di materia: tutti temi cui alludono anche i titoli delle opere. I disegni sono realizzati con tecniche differenti: dalle Interações agli Hierárquicos, in cui l’inchiostro, mosso dalla forza di gravità e dalla casualità del movimento apportato dall’artista, scorre sulla carta e diviene agente trasformante della superficie; ai Filogenéticos realizzati a pennello, che ricordano degli organismi cellulari in continua metamorfosi; infine ai Pré-indefinidos e De Volta, che presentano un uso più tradizionale del vocabolario del disegno. Saranno infine in mostra un video di recente produzione João & Maria [Hansel and Gretel], 2009/2015 e un video storico degli anni 70 rieditato recentemente Um dia [One Day], 1976/2015.
Linaugurazione della mostra sarà per Anna Maria Maiolino loccasione speciale, dopo diversi anni dallultima performance, per presentare una nuova azione intitolata in ATTO, con la partecipazione straordinaria dell’artista Sandra Lessa.
La performance nasce e si sviluppa dai legami che intercorrono tra le due donne, una giovane e l’altra più anziana. Sandra evoca un paesaggio sonoro e corporeo, in cui molto è lasciato allimprovvisazione. Anna, la donna più anziana, le è vicina, attenta e sollecita: la sua presenza funge metaforicamente da maestra e induce la giovane al suo ritorno alla vita.
Anna Maria Maiollino (1942, Scalea, Italia) ha partecipato a numerose Biennali come la recente 10° Biennale di Gwangju, Gwangju e la Documenta 13, Kassel. Sue mostre personali hanno avuto luogo in importanti istituzioni quali: Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive nel 2014; Malmo Kunsthalle nel 2011; Centro Galego de Arte Contemporanea de Compostela nel 2011; Fundació Antoní Tàpies, Barcellona, nel 2010; Camden Arts Center, Londra nel 2010; Pharos Center for Contemporary Art, Cipro, nel 2007; Miami Art Center, Florida, nel 2006; Drawing Center, New York, nel 2001. Il lavoro di Anna Maria Maiolino ha fatto anche parte di numerose esposizioni collettive tra le quali si ricordano: WACK! Art and the feminist revolution al MOCA, Los Angeles e P.S.1, New York nel 2007, Tropicalia, Museum of Contemporary Art, Chicago, nel 2005; 15 artists, MAM, Sao Paulo, Brazil, AMERICAbride of the Sun; Royal Museum of Fine Art, Antwerpen, Belgio, nel 1992.
Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo +39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.
martedì – sabato h. 10.00-13.00 | 15.00-19.30
dal 6/3/2015 al 10/4/2015
C|E Contemporaneo via Gerolamo Tiraboschi – Milano
Memoria di Cristallo. L’artista coniuga il suo presente con una rivisitazione del passato, creando un significativo percorso di opere in vetro, video, neon, da cui traspare la sua Visione del Mondo.
a cura di Viana Conti
C|E Contemporary, Milano, apre la stagione espositiva 2015 con la mostra personale Memoria di Cristallo dell’artista storica internazionale Federica Marangoni, a cura di Viana Conti. L’opening, Venerdì 6 marzo, dalle ore 18 alle 22, prevede la presenza dell’artista e l’introduzione alla mostra, alle ore 19, della curatrice.
Con tale evento C|E Contemporary intende dare inizio ad un percorso espositivo che alterni a figure di artisti che hanno scritto un’importante pagina di storia, nel contesto linguistico di riferimento, ad altri di una generazione contemporanea di mezzo, che ha già messo, tuttavia, a segno la sua ricerca estetica ed il pensiero teorico che la sottende, unitamente, infine, ad una selezione di giovani artisti emergenti.
Con questa mostra l’artista veneziana coniuga il suo presente con una rivisitazione del passato, creando un significativo percorso di opere in vetro, video, neon, da cui traspare la sua Weltanschauung, quella sua Visione del Mondo, che scorre, come un film, attraverso il filtro della memoria, il filo della narrazione ed il momento estetico-discorsivo della comunicazione extra, inter ed intra-personale.
Amica e sodale, tra gli altri, degli artisti statunitensi George Segal, Tom Wesselmann, Nam June Paik, indubbia pioniera nel campo del video, sperimenta già nei primi anni Settanta materiali tecnologici innovativi come il fiberglass bianco, il poliestere, la lastra di perspex, il neon, il vetro, che connoterà tutta la sua produzione artistica. Storica la sua installazione-performance The interrogation, presentata nel 1980, insieme alla prima mondiale del suo film The Box of Life, al MOMA di New York. Se, come protagonista, si affianca alle grandi donne della storia dell’arte al femminile, come Lee Krasner, Camille Claudel, Louise Nevelson, Louise Bourgeois, Carol Rama, come artista contemporanea è collocabile, a livello concettuale, a fianco di artisti quali Nam June Paik, Dan Flavin, Bruce Naumann, Joseph Kosuth, Jenny Holzer, Barbara Kruger. Nel 2001 la Peggy Guggenheim Collection di Venezia presenta uno Special Event per la celebrazione della sua attività trentennale, introdotto, a livello critico, nel volume, edizioni Fidia-Museo Parco di Portofino, Federica Marangoni – elettronica: madre di un sogno umanistico, dal grande storico dell’arte scomparso Pierre Restany, che ne ha costantemente seguito e apprezzato l’evoluzione e l’innovazione artistica. In questa serata storica viene esposta la videoinstallazione, articolata in sei monitor, Bleeding Heart/Dripping Rainbow, che, rinviando al disastro reale dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre, rappresenta, nel linguaggio virtuale, un cuore che non cessa di sanguinare accanto ad un arcobaleno che non cessa di sciogliersi nei suoi più iridati colori. Opere pubbliche le sono state commissionate nelle città spagnole di Siviglia e Barcellona, nel percorso urbano di Santa Cruz di Tenerife.
Riflesso su una sfera di cristallo, l’universo mediatico dei feticci e stereotipi di massa si spezza, nel suo lavoro, in quella miriade di frammenti che riscrivono, tra luci e ombre, la storia conflittuale dell’umanità. Un intenso viaggio tra Oriente e Occidente, quello di questa mostra, intessuto dei fili d’oro della cultura bizantina, del rosso sangue dei genocidi e dei crimini contro l’umanità, un racconto di tolleranze e intolleranze, di fughe dalla realtà e approdo sulle spiagge cristalline dell’immaginario, illuminate dalla conoscenza, dalla bellezza, dalla poesia. Una sequenza verticale di gradini in tubo di neon rosso modificato, in modo da creare l’interruzione continua dell’emissione del gas, con l’esito visivo di una scarica elettrica, invita a salire là dove l’orizzonte diventa tanto ampio da rendere inutile la scala stessa su cui si è saliti, da rendere wittgensteinianamente superflue le parole, indicibile la realtà che si dispiega davanti al soggetto. Nel panorama di uno stoccaggio informativo, sfociante in un deserto comunicazionale, un’installazione di monitor di vetro incrinato rompe la comunicazione, riducendola in schegge e invitando al silenzio. Scritte al neon, dai colori simbolici, disseminate sulle pareti, danno voce ad appelli alla pace, alla libertà, alla solidarietà, all’ascolto delle minoranze. Accanto ad un cuore che sanguina, una video-scultura composta da due schermi, che procedono in sincronia, dedicata dall’autrice al confronto del passato con il presente, ricorda, sulla parete di fondo, che La vita è tempo e memoria del tempo, ricreando con abiti, mantelli, dal decoro rinascimentale, set scenografici e iconografici, tratti da Cimabue e Pier della Francesca, di un mondo arcaico rivisitato dall’artista, in cui sacralità, bellezza, armonia, si confrontano con il Caos dell’Umanità, con una Babele di linguaggi, un brulicare di soggetti del malessere e della paura, che si duplicano, moltiplicano, fino a far esplodere il globo come un vaso di coccio. Scanditi dal ritmo del battito cardiaco, scorrono, davanti allo spettatore, nelle modalità di un reportage bellico, i fotogrammi di un’infanzia sfruttata e affamata, di una violenza antifemminista, di un fanatismo religioso dai risvolti inconcepibili. Una mano in vetro di Murano, intrisa di rosso, si distende a proteggere la scritta Tolerance. Un monitor racchiuso in una micro gabbia di metallo, presenta il video intitolato Autoritratto-Volevo dirti che…, in cui l’artista stessa, deprivata dell’audio, parla, nel caos assordante del mondo, a interlocutori che non l’ascoltano. Attenta alla lezione della scuola di ricerca canadese di Marshall McLuhan, Marangoni identifica precocemente, nella sua opera, il mezzo con il messaggio. Nei suoi progetti, a partire dagli anni Settanta, la glacialità del cristallo si anima di emozione e di pathos. Cittadina, fatalmente ed epocalmente, del Villaggio globale, Federica Marangoni sa recuperare, in un clima di omologazione linguistica, quel giusto Segno che la connota, dando Forma inimitabile al suo Pensiero ed alla sua Poetica.
dal 5/3/2015 al 9/5/2015
Galleria Milano via Manin, 13 (via Turati 14) – Milano
La porta senza porta. Installazioni realizzate con una grande varieta’ di materiali e alcuni video. Un racconto letterario che inizia dal tentativo di conoscere e dominare la natura.
Amalia Del Ponte frequenta il corso di scultura di Marino Marini all’Accademia di Brera, tra il 1956 e il 1961. Sin dall’inizio la sua ricerca si rivolge alle geometrie, ai materiali e alle infinite possibilità che essi mettono in campo: sceglie il plexiglas per le sue prime sculture, chiamate Tropi da Vittorio Fagone in occasione della personale alla Galleria Vismara del 1967. Intanto lavora come interior designer, presentando «una peculiare spazialità e un costruttivismo originale nell’intenzione destabilizzante e straniante» (E. Fiorani), come per gli interni del primo negozio di Elio Fiorucci, a Milano (1967). Nel 1973 avviene il riconoscimento internazionale, quando vince il Primo Premio per la Scultura alla Biennale di San Paolo (invitata da Umbro Apollonio e Bruno Munari) per l’opera Area Percettiva, un ‘ambiente’ per sperimentare un’esperienza di vuoto. Nel 1995 le viene dedicata un’intera sala nel Padiglione Italia della XLVI Biennale di Venezia (invitata da Gillo Dorfles), dove espone le sue pietre sonore, i Litofoni. Nel 2010 realizza per l’Isola della Certosa nella Laguna di Venezia Regno dei possibili, invisibili, una video-istallazione dove «negli oblò appare la laguna sottostante l’isola della Certosa, quattro “tuffi” nell’acqua nascosta sotto i nostri piedi… Le creature stravaganti che così affiorano e si succedono non solo vibrano e si spostano, ma emettono sospiri, grida e fruscii» (A.M. Souzeau Boetti).
Il titolo della mostra, La porta senza porta, è un kōan, uno strumento di pratica meditativa zen e consiste in una frase paradossale, atta a risvegliare la consapevolezza profonda. Nella prima sala è esposto Potnia, litofono realizzato nel 1989. Potnia è una parola di origine indoeuropea che significa signora, ed è usata da Omero nell’Iliade come attributo di Artemide, per le sue capacità di dominare le fiere selvatiche. Si tratta di un litofono, pietra che diventa sonora se sollecitata da appositi percussori e con cui l’arpa, collocata al suo fianco, entra in risonanza.
Il nano illuminante (2014) consiste in un piccolissimo punti di luce racchiuso in una cornice smisuratamente grande, che apre una riflessione sulla rivoluzione nanotecnologica.
La seconda sala ospita l’istallazione Ars Memoriae (2014), libera interpretazione dei vari scritti di Giordano Bruno sull’argomento. L’ars memoriae è una tecnica usata nel mondo dell’antichità classica per evocare un discorso secondo una successione ordinata; Bruno va oltre, non la considera soltanto uno strumento per la retorica, ma uno strumento di conoscenza: alle immagini associa lettere alfabetiche e figure mitologiche. Attraverso le diverse combinazioni di immagini mentali e figure mitologiche, è possibile risvegliare l’attività fantastica e riappropriarsi «delle ombre e dei sigilli che le idee hanno lasciato nel mondo» (G. Bruno). L’opera permette al fruitore di sperimentare tale meccanismo.
Nella sala con boiserie Il pasto nudo (2014), mai esposto prima, si ispira all’omonimo libro di William S. Borroughs di cui ricrea simboli e suggestioni.
Le suggestioni letterarie, scientifiche e tecnologiche che di volta in volta hanno arricchito l’immaginario di Amalia Del Ponte non possono essere ricondotte a uno stile formale univoco. L’innata e inesauribile curiosità l’ha spinta a una pratica sperimentale costante, raffinata e lirica.
Proprio questo lirismo riesce a innescare una sottile e mai sfacciata provocazione nello spettatore, anzi l’eterogeneità dei materiali e delle tecniche utilizzate sono ben riconducibili a un modo di lavorare coerente e organico, come è possibile cogliere nell’ambito di questa mostra. Si tratta di un racconto letterario che inizia dai tentativi di conoscere, spiegare e quindi dominare la natura – tipici della cultura indoeuropea arcaica, per attraversare i territori ancora più insondabili della mente umana con le tecniche di memorizzazione di Giordano Bruno, arrivando agli esperimenti psicofisici di Burroughs ed infine al mondo infinitamente piccolo – o infinitamente grande – della nanotecnologia.
Saranno disponibili una selezione di opere video e alcuni filmati delle performance sonore.