dal 18/5/2015 al 30/7/2015

Twenty14 Contemporary  Milano, piazza Mentana, 7 tel 02 49752406
Maria Mulas
Sospetto. In occasione della mostra l’artista presenta una serie di lavori inediti. Fasci di luce che tagliano tende e finestre, paesaggi metropolitani colti in giro per l’Europa e scorci dell’isola di Stromboli mediati dai riflessi.

Una serie di lavori inediti che mettono alla prova. Fasci di luce che tagliano tende e finestre, paesaggi metropolitani in giro per l’Europa e scorci isolani catturati mediati dal riflesso.

Maria Mulas dà vita ad una serie di “osservazioni” del naturale, del quotidiano attraverso una doppia lente: quella della sua Lumix e quella del suo unico spirito d’osservazione, creando uno spazio lirico contando sulle risorse del riflesso. Quanti di noi si accorgono delle nuvole riflesse? Quanti di noi guardano solo ma non osservano? Un artista deve osservare. Lei ci regala la sua visione da attenta osservatrice e scopritrice della realtà che ci circonda, ci mette alla prova, genera in noi “sospetto” e ci chiede di scrutare con attenzione.

Ancora un lavoro sulla luce. Lo studio che porta avanti da più di quarant’anni, il chiaro-scuro volutamente evidenziato sul volto dei migliaia di artisti che ha ritratto e adesso l’immagine riflessa restituita da tutto ciò che ci circonda. Siamo circondati. Ci invita ad una visione del mondo intorno non solo a 360 gradi, ma oltre: il guardare si distacca dalla superficialità e dal parziale per entrare nelle sfere del complesso.

Un invito all’attenzione di chi si sente immerso totalmente nella vita, proprio come l’artista stessa, tanto da scorgere i riflessi della luce sui muri di Stromboli all’ora del tramonto e l’incombenza di un cielo che si scontra in una pozzanghera. Il mondo che si riflette nel mondo e dentro di esso spesso l’immagine di un Uomo, le sue mani, quasi come un autografo dell’autrice. Lo specchio è solo uno, eppure, per la fisica dei riflessi, specchia entrambi, nello stesso istante. E fa uno di due.

Di sé dice che le piace lavorare nelle vesti dell’avvocato del diavolo e si riferisce all’illusione del vedere,del guardare qualcosa e cercare in quell’immagine la contraddizione attraverso cui veicolare una visione empatica e assolutamente opposta ma in perfetto equilibrio con quanto l’ha promossa.
Questo avviene grazie anche al confronto-scontro tra i materiali e le loro lavorazioni, applicando a ciò che non sembrerebbe possibile le tecniche utilizzate in altri settori, tessili e meccanici insieme, ad esempio. E’ proprio da questo strano connubio che nascono i “centrini industriali” di Cal Lane, in cui la vita domestica e le lavorazioni industriali si uniscono, mettendo insieme pesante-leggero, maschile-femminile, forte delicato, funzione-decorazione, ateo-religioso,…
Dalle opposizioni, in un contrasto decisamente forte e particolare, nascono le opere di questa artista giovanissima che sfrutta materiali industriali in ferro come struttura base per i suoi interventi, in un gioco di equilibri tra utilizzo del materiale industriale e la delicata raffinatezza dei pizzi, in un traforo di luci impareggiabile che sembra scrivere per metafore qualcosa che affascina senza essere stucchevole o lezioso. Il pizzo, come genere di lavorazione, consente di nascondere e al tempo stesso esporre; velature che ombreggiano corpi o spazi conferendo loro profondità particolarissime oppure intimità come quelle di una lingerie che rivela le forme. Non mancano però anche i risvolti umoristici che si proiettano da relazioni inattese intorno all’installazione. Ciò che viene anche esperito è una comprensione dell’oggetto artistico non come qualcosa di razionale ma imprevedibile, legandosi questo alla luce e ad altri fenomeni del luogo in cui si colloca, creando dialoghi di vicinanza e a questo punto di analisi percettiva, relativamente alla relazione che si produce tra le differenti parti e i componenti.

I suoi ultimi lavori, però, sembrano aver acquistato un’impronta decisamente politica, ed è lei stessa, ancora una volta ad affermarlo, facendo notare che tutti noi viviamo in un tempo di guerra di cui è impossibile non sentire un senso di colpa che ci prende tutti come l’altro, colui che la guerra decide e chi la subisce. Il suo primo lavoro con questa nuova matrice, politica appunto, ha titolo “Bombing filigrana Car” .

In questo lavoro l’artista afferma di essersi concentrata sulla creazione di un rapporto in cui il cattivo gusto delle immagini si facesse sentire forte e chiaro. Immagini di fiori e  quindi della bellezza e della grazia vengono compressi sensibilmente in una forma che evidenzia una situazione violenta e tangibile. L’acciaio schiacciato dalla macchina viene tagliato secondo le trame di un pizzo e questo crea un panneggio in cui si evidenzia la rottura e da questa un senso di tristezza,si palesa un conflitto di attrazione tra il lavoro della fantasia con un’immagine orribile.

Nella sua mostra  “Crude“, Cal lane mette insieme, o tenta di farlo, il rapporto tra Dio e l’olio (i contenitori per l’olio ) . Anche se le immagini hanno a che fare con temi politici palesi le immagini non indicano nulla di specifico – si limitano a coesistere – e quello che dice realmente dipende dalla storia e dalla sensibilità dello spettatore. L’opera consiste in una serie di latte di olio  che sono state scorticate e aperte a forma di croce o come  il piano del pavimento di una cattedrale gotica. Le lattine sono state poi intagliate secondo i disegni delle icone mediovale o i simboli cristiani. Ben lavorato come  carta ritagliata, il bordo frastagliato del metallo assottigliato evoca sia un’immagine antica quanto qualcosa di contemporaneo, mettendo direttamente in gioco  sia coloro che si utilizzano richiami storici sia coloro che ignorano assolutamente ogni passata memoria. Accanto alle lattine ci sono anche tre barili di petrolio da 45 galloni. I tamburi sono scuoiati e srotolati per creare una superficie piana. La superficie viene poi issata sul muro e tagliata in una sequenza di molteplici immagini che ripetono modelli di tatuaggio e modelli di tessuto, simboli religiosi o anche segnali di pericolo. Il collage di immagini crea così una speciale guerra, un conflitto tra  simboli che alla fine sembra configurare in chi guarda una storia, come quella che veniva tessuta negli arazzi medievali.

Un’ultima nota, direttamente dall’artista. Afferma infatti, per spiegare le sue scelte, di essere sempre stata interessata  e attratta dalle cose che la ripugnavano, perché ciò che voleva era capire il loro segreto, carpire il loro senso o riuscire a sospendere su di esse il giudizio. Le cose che stanno collocate agli estremi tra loro, spesso danno lo stesso esito: il calore estremo uccide quanto il freddo glaciale, la stessa cosa vale per altre tipologie come odio e amore, violenza e castità, fame e sazietà. Ecco queste cose, attirano lo sguardo e l’attenzione su cui si appunta Cal Lane dando per risultato i lavori riportati.

veevera

http://artmur.com/en/artists/cal-lane/sweet-crude/

http://www.decordova.org/art/exhibition/cal-lane-crude

http://www.callane.com/works.html

https://cartesensibili.wordpress.com/2015/05/13/groundunderthirty-veevera-larte-al-plasma-di-cal-lane-2/?fb_action_ids=10207092831105719&fb_action_types=news.publishes&fb_ref=pub-standard

.

Artribune Magazine

sino al 7 Agosto 2015
Roni Horn. Racconti d’acqua
Galleria Raffaella Cortese, Milano – fino al 7 agosto 2015. Al civico 4 di via Stradella, Milano

Roni Horn porta otto dittici inediti. Il soggetto delle fotografie, allestite direttamente dall’artista americana, è il volto del fotografo Juergen Teller, suo amico da anni e riflessione metaforica sull’emotività

Forse, non sarà mai possibile verificare se il cognome del fotografo di moda (teller, “narratore”) possa aver influenzato la cadenza, l’andatura oppure la forma narrativa della ricerca fotografica di Roni Horn (New York, 1955), per il suo ultimo, inedito progetto espositivo stabilito nel nuovo spazio della Galleria Cortese. Ma quel che colpisce dei volti bifronti, specchianti, con asse di simmetria creata da neutri specchi acquei, figure stranianti che restano sospese nell’aria, è l’increspatura segnata dai moti espressivi dei connotati di Juergen Teller. Come un punto d’unione tra cielo e lago, tra la vastità di due elementi vitali, i ritratti di Horn raccolgono perplessità, orgoglio, sfida, nostalgia e infine silenzio. Tracce che intaccano, come il vento dei pensieri, il racconto di un uomo attraversato dalla fotografia.

Ginevra Bria

Milano // fino al 7 agosto 2015
Roni Horn – Water Teller
RAFFAELLA CORTESE
Via Stradella 4
02 2043555
info@galleriaraffaellacortese.com
www.galleriaraffaellacortese.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/43361/roni-horn-water-teller/

ANCHE I RICCHI MANGIANO

di Francesca Pasini

pubblicato mercoledì 29 aprile 2015 da Exibart

I rituali, che Germano Celant mette in scena  ad “Arts & Foods” (Triennale di Milano, fino al 1 novembre), partono dalla Grande Esposizione di Londra del 1851, che successivamente prenderà il nome di Esposizione Universale. C’è un richiamo alla nascita storica di Expo e al modello del “Victoria and Albert Museum”, che ebbe origine appunto dalla “Great Exposition” e fu l’omaggio alla memoria dell’amato marito (in mostra c’è un dipinto della coppia reale in visita alla “Great Exhibition”). Il “Victoria and Albert” è un pozzo visivo, dove insieme agli oggetti, all’artigianato, ai memorabilia sono stati accumulati quadri, sculture, disegni.  Il motivo firma del  Museo è, però, l’incredibile anello di creatività che fa da cintura al vivere quotidiano.

Celant propone questo fascino. Memoria, bellezza, selezione ridondante di casalinghi eccelsi, riuniti in vetrine, in scaffali, magistralmente ideati dall’allestimento di Italo Rota, coinvolgono il pianterreno e fanno scattare l’emozione dell’eredità.

Tra quelle superbe raccolte di teiere, vasi, suppellettili che sprofondano oltre 150 anni fa, affiorano nonni, bisnonni, case di campagna, salotti, foto di famiglia. All’inizio del lunghissimo tavolo pieno di coltelli, ne ho riconosciuti alcuni d’argento, nello stile San Marco, con una lama che ricorda la silhouette di una gondola, dove campeggia con elegantissima grafica la parola, Venezia. Sono uguali a quelli che ho ereditato dal bisnonno, anche i miei hanno la lama di ferro e non di acciaio inossidabile, come nella produzione odierna. Ho provato la soddisfazione di aver conservato un esempio di produzione artigianale. Mi ha guidato nella grande ammirazione per le sale da pranzo di Eugenio Quarti, di Gerardo Dottori, del tavolo su  cui mangiava D’Annunzio a Gardone, per quelli attorno ai quali mangiavano mamme con bambini, dipinti da De Nittis, Philip Rumpf, Plinio Nomellini. Ecco la guida del Victoria and Albert, ovviamente più ridotta. C’è un’attenzione esplicita all’Italia, ai grandi campioni dell’origine del design (la Wiener Werstatte, Charles Mackintosh), a straordinarie suppellettili giapponesi e orientali. Ci sono gli utensili contadini, le “gavette di ghiaccio” della Prima Guerra Mondiale, ma il confronto è così dispari che si dimenticano. Mentre l’immaginazione va a mille rispetto a tavole imbandite nella splendida luce di argenti, cristalli, vetri soffiati.

Nutrire il pianeta con l’arte non è del resto di buon senso. L’arte produce nutrimenti di tipo diverso e non meno necessari. Ma il cortocircuito è immediato: anche i ricchi mangiano!

Disagio e adesione si mescolano, non si può che fare così se si vuole testimoniare l’artisticità dei rituali che accompagnano il cibo. Ed è comunque una soddisfazione ripercorrere la storia delle forme, oggi, però, il problema del cibo, della natura da cui trarlo, è così aggrovigliato alla responsabilità di tutti, che la bellezza lascia il sale in bocca.

Ci sono salti utopistici che vorremmo “copiare”, come la Maison des Jours Meilleurs, una casa prefabbricata, che Jean Prouvé costruì nel 1956 influenzato dall’Abbé Pierre, che chiedeva alloggi per i meno abbienti. Occupa uno spazio di 9 metri x 7, al centro un blocco che contiene cucina e servizi, totalmente arredata di mobili  d’autore, quadri compresi, da Picasso a Morandi, si poteva montare in sette ore. Se pensiamo all’Aquila l’invidia è enorme. Non tanto per una possibile produzione, ma per la spinta di portare la bellezza a tutti.

Oggi invece, lo spirito del tempo è il lusso per pochi, però ben distribuiti nel mondo. Quelli che verranno all’Expo troveranno pane per i loro denti. La magnifica progressione storica della produzione artistico-artigianale garantirà ai magnati cinesi e alle big economies internazionali che comprare in Italia industrie o il quartiere di Porta Nuova di Milano, come ha fatto l’emiro del Qatar, è un affare che dà lustro sociale e culturale. Speriamo che effettivamente sposti il livello della produzione industriale italiana. Che si inverta la rotta che, come dichiara Giorgio Galli, «ha modificato il patto dei produttori, proposto dall’economista Claudio Napoleoni e non realizzato, nel patto dei corruttori che arriva fino a Mafia Capitale». (Il Golpe Invisibile, Kaos Edizioni, 2015).

“Arts & Foods” procede al piano superiore giungendo al presente. Anche qui, oggetti domestici bellissimi, memento di tempi più vicini e del primato del design italiano; la storia travolgente della pubblicità attraverso manifesti d’autore. Dipinti, foto, sculture di artisti internazionali. Andy Warhol, Oldenburg, Wesselmann, Lichtenstein profetizzano l’inarrestabile civiltà dei consumi, l’ipertrofia del cibo e la conseguente obesità che travolge gli Usa, ma non solo. Una previsione che ritorna nelle grasse fette di torta di Jeff Koons (Cake, 1995), nelle enormi sculture Sleeping dogs (1997) di Dennis Oppenheim e nel Big, Big Mac (2013) di Tom Friedman nel 2013.

Insomma mentre “anche i ricchi mangiano”, il mondo diventa obeso. Molte sono le opere che testimoniano il rapporto complesso del cibo, come Cindy Sherman che ne fotografa la muffa, la putrefazione; Judy Chicago, nel suo tavolo Dinner Party, del 1974, mette nel piatto l’anatomia delle donne, opera radicale femminista americana   (in mostra c’è uno di quei piatti). Rosemarie Trockel, nel 1991, compone in cubo bianco le piastre nere da cucina, ovvero un disegno astratto che sconfessa la neutralità  dell’astrazione. Jana Sterbak riveste una poltrona di design con bistecche di carne, e Chair Apollinaire (1996) non più la pelle, ma la carne dell’animale entra nel panorama estetico dell’arredamento. Poi ci sono i maestri italiani dell’Arte Povera, Mario Merz, Penone, Kounellis. Il panorama è vastissimo e multiforme, ma un po’ scontato. Come sempre c’è qualche rimpianto per le mancanze. Solo una. Vent’anni fa Aldo Mondino ha creato nel giardino della Rotonda della Besana, a Milano, dei tappeti orientali, “tessendoli” con semi di grano e di vari legumi con diversi colori.  Era un’opera destinata agli uccelli, che in un paio di giorni se la sono mangiata. Sarebbe stato bello rivederli nel giardino della Triennale, avrebbero sicuramente contribuito a nutrire il pianeta.

 

Dall’8 maggio al 17 maggio2015

Le associazioni Baobab, La Merlettaia e Solidaunia di Foggia ospitano nella sede di Via Arpi 79 la mostra itinerante “Lampedusa porta della vita”, curata da Anna Disalvo, Rossella Sferlazzo e Katia Ricci, che la rete delle Città vicine e il gruppo “Colors Revolutions” di Rossella Sferlazzo hanno organizzato nel luglio 2013 all’interno dell’ormai tradizionale “Lampedusa in festival” che si svolge ogni estate a cura dell’associazione “Askavusa”.
Nella serata inaugurale giovani migranti racconteranno la loro esperienza. Il 17 maggio le opere saranno esposte a Manfredonia a termine del progetto “La Casa dei diritti” dell’associazione di migranti residenti.
La mostra a cui hanno partecipato anche artiste e artisti di Foggia, è uno dei momenti dell’impegno e della riflessione che da anni le associazioni portano avanti sull’incontro tra donne e uomini di culture diverse, sulle difficoltà dell’accoglienza e della convivenza e il desiderio di affrontarle e superarle, predisponendoci alla reciproca conoscenza. Primario oggi è risolvere insieme ai paesi coinvolti il problema di un viaggio e un approdo sicuri e un progetto di vita da offrire a quanti sono costretti a lasciare le proprie terre diventate insicure e inospitali.

Le artiste e gli artisti invitati nelle loro opere realizzate con le più varie tecniche, dal collage alla pittura, dalla fotografia ai video, dall’installazione ai ready made, hanno espresso sentimenti diversi: la drammaticità purtroppo sempre attuale dei pericoli mortali affrontati durante lunghi ed estenuanti viaggi, che somigliano sempre più a deportazioni, ma anche la speranza di donne, uomini e bambini quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. Presenti anche i sentimenti di donne e uomini abitanti dell’isola, che accolgono i migranti con uno slancio di generosità e curiosità, comprensibilmente offuscato a volte da timori e perplessità in un intreccio di desideri e bisogni tra chi arriva e chi accoglie.

Espongono:
Rosalba CASMIRO ● Antonio DI MICHELE ● Wanda DELLI CARRI ● Nicola LIBERATORE ● Guido PENSATO ● Michele CARMELINO ● Rosy DANIELLO ● Nelli MAFFIA ● Oronzo LIUZZI ● Enzo RUGGIERO ● Anna Maria DI CIOMMO ● Anna FIORE ● Pina MORGANTE ● Valentina BRULARY● Paola GELARDI ● Anna DI SALVO ● Michelangelo SPAMPINATO ● Caterina AIDALA ● Pietro D’AIETTI ● Pamela NICOLOSI ● Misia TOMASELLI ● Valerio TOMASELLI ● Samuele MAGGIORE● Rossella SFERLAZZO ● Giacomo SFERLAZZO ● Dalila DI MALTA ● Tommaso SPARMA ●Adriana MARAVENTANO ● Luca RIZZO ● Maxine CAMBAL ● Marisa PROVENZANO ● Peppino SALA ● Luciana TALOZZI ● Matteo PASQUINI ● Veslemoy OVERLAND BERG ● Sara CRESCIMONE ● Giuseppe BALISTRERI ● Marina CHIRCO ● Giusi MILAZZO ● Donatella FRANCHI ● Mirella CLAUSI ● Cettina ROVERE

Bastione degli infetti, l’arte difende i luoghi del cuore

“Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza” – Cettina Tiralosi

Il Bastione degli infetti valorizzato attraverso l’arte. “Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza” è la personale fotografica di Cettina Tiralosi in mostra in questi giorni alla biblioteca Vincenzo Bellini di Catania, in via di Sangiuliano. La mostra rientra in un più vasto progetto di valorizzazione del Bastione degli infetti, dove era stata allestita.  A riguardo Cettina Tiralosi scrive: “Il mio intervento artistico in un contesto come il Bastione degli infetti di Catania rappresenta per me l’attuale sfida alla quale partecipo per ridare senso e motivazioni dell’esistente vivere quotidiano in città. Un esercizio della coscienza, un esercizio di libertà femminile agente”.  E aggiunge: “Il Bastione degli infetti l’ho interpretato in questa installazione di opere digitali come muro del pianto, luogo dove si esprimono i desideri più profondi da realizzare in chiara coscienza liberando le proprie potenzialità. Le lacrime sciolgono le riserve all’accesso alla coscienza di sé, sciolgono muri e aprono porte verso orizzonti di ampio respiro. Fogli come pergamene contengono preghiere, sospiri, oracoli e desideri che riposte nelle rientranze tra le pietre costituenti i muri, sono come rotoli di una ricca biblioteca avvolgenti la più profonda conoscenza della vita di donne e uomini”. Per Cettina Tiralosi quei fogli di carta sono “nutrimento dell’anima come del corpo, sono salti mortali e voli pindarici che combattono e qualche volta sconfiggono ingombranti antichi fantasmi culturali che tentano di riproporsi nelle varie forme originali”. Per questo motivo in questa mostra propone immagini silenti, immobili come segni di sapienti sguardi senza mediazione di parole.

Il progetto per il Bastione degli infetti

Il Comitato popolare Antico Corso prosegue la sua attività volta al recupero della memoria storica della città a partire dalla collina di Montevergine e dalle mura di cinta,  promovendo alcune iniziative che si svolgono nel corso della settimana della cultura che è iniziata il 14 aprile e si concluderà il 22 aprile. Nella sede della Biblioteca Vincenzo Bellini è stata  predisposta  un’apposita sezione bibliografica  che prende  spunto dal “successo” ottenuto dal Bastione degli infetti nella campagna  del FAI “ I luoghi del cuore”. Attraverso dei percorsi tematici e didattici si potrà consultare un ampio panorama bibliografico sul tema del sistema difensivo della nostra città, le cosiddette  mura di Carlo V, e la Catania del 1500.

Bastione degli infetti, l’arte difende i luoghi del cuore

http://www.argocatania.org/2015/04/20/bastione-degli-infetti-pietre-mute-che-raccontano-la-storia-di-catania

Per il resto trovi notizie sul mio blog

https://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/

 

 

 

dal 30 aprile | 7 agosto 2015

Galleria Raffaella Cortese Via A Stradella 1-7

Anna Maria Maiolino, Cioè

Inaugurazione giovedì 30 aprile h. 19.00 | 21.00

con

performance in ATTO di Anna Maria Maiolino con la partecipazione dell’artista Sandra Lessa in via a.stradella 1, h. 19.30

COMUNICATO STAMPA


In occasione dei suoi vent’anni di attività, Raffaella Cortese è lieta di presentare Cioè, seconda personale dell’artista Anna Maria Maiolino, riconosciuta a livello internazionale come una delle figure più influenti dell’arte sudamericana oggi.

Traendo ispirazione dall’immaginario quotidiano femminile e dall’esperienza di una dittatura oppressiva e censoria – quella del Brasile negli anni ’70-’80 – Anna Maria Maiolino, italiana d’origine e brasiliana di adozione, realizza lungo il suo percorso opere ricche di energia vitale, abbracciando differenti linguaggi e media, dalla performance alla scultura, dal video alla fotografia, al disegno.

La mostra Cioé, presenta opere inedite recentemente realizzate dall’artista, che sceglie come titolo una congiunzione discorsiva per rappresentare il suo desiderio di incuriosire il pubblico senza esplicitare le proprie intenzioni.
Solamente nell’esperienza diretta con l’opera e attraverso la diversità di un alfabeto di segni il pubblico troverà risposte e significati.

Secondo Maiolino nell’idea di scultura è insito il concetto di processo: l’artista è interessata a ciò che accade prima che il lavoro sia concluso e a una soluzione formale che sia testimone dell’azione creativa.
In mostra opere realizzate con diversi media. Alcune sculture della serie Cobrinhas in ceramica raku e della serie Entre o Dentro e o Fora riflettono sulla contrapposizione di pieno e vuoto, sull’assenza o presenza di materia: tutti temi cui alludono anche i titoli delle opere. I disegni sono realizzati con tecniche differenti: dalle Interações agli Hierárquicos, in cui l’inchiostro, mosso dalla forza di gravità e dalla casualità del movimento apportato dall’artista, scorre sulla carta e diviene agente trasformante della superficie; ai Filogenéticos realizzati a pennello, che ricordano degli organismi cellulari in continua metamorfosi; infine ai Pré-indefinidos e De Volta, che presentano un uso più tradizionale del vocabolario del disegno. Saranno infine in mostra un video di recente produzione João & Maria [Hansel and Gretel], 2009/2015 e un video storico degli anni ‘70 rieditato recentemente Um dia [One Day], 1976/2015.

L’inaugurazione della mostra sarà per Anna Maria Maiolino l’occasione speciale, dopo diversi anni dall’ultima performance, per presentare una nuova azione intitolata in ATTO, con la partecipazione straordinaria dell’artista Sandra Lessa.
La performance nasce e si sviluppa dai legami che intercorrono tra le due donne, una giovane e l’altra più anziana. Sandra evoca un paesaggio sonoro e corporeo, in cui molto è lasciato all’improvvisazione. Anna, la donna più anziana, le è vicina, attenta e sollecita: la sua presenza funge metaforicamente da maestra e induce la giovane al suo ritorno alla vita.

Anna Maria Maiollino (1942, Scalea, Italia) ha partecipato a numerose Biennali come la recente 10° Biennale di Gwangju, Gwangju e la Documenta 13, Kassel. Sue mostre personali hanno avuto luogo in importanti istituzioni quali: Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive nel 2014; Malmo Kunsthalle nel 2011; Centro Galego de Arte Contemporanea de Compostela nel 2011; Fundació Antoní Tàpies, Barcellona, nel 2010; Camden Arts Center, Londra nel 2010; Pharos Center for Contemporary Art, Cipro, nel 2007; Miami Art Center, Florida, nel 2006; Drawing Center, New York, nel 2001. Il lavoro di Anna Maria Maiolino ha fatto anche parte di numerose esposizioni collettive tra le quali si ricordano: WACK! Art and the feminist revolution al MOCA, Los Angeles e P.S.1, New York nel 2007, Tropicalia, Museum of Contemporary Art, Chicago, nel 2005; 15 artists, MAM, Sao Paulo, Brazil, AMERICAbride of the Sun; Royal Museum of Fine Art, Antwerpen, Belgio, nel 1992.

Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo +39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.
martedì – sabato h. 10.00-13.00 | 15.00-19.30

dal 6/3/2015 al 10/4/2015

C|E Contemporaneo via Gerolamo Tiraboschi – Milano

Memoria di Cristallo. L’artista coniuga il suo presente con una rivisitazione del passato, creando un significativo percorso di opere in vetro, video, neon, da cui traspare la sua Visione del Mondo.

a cura di Viana Conti

C|E Contemporary, Milano, apre la stagione espositiva 2015 con la mostra personale Memoria di Cristallo dell’artista storica internazionale Federica Marangoni, a cura di Viana Conti. L’opening, Venerdì 6 marzo, dalle ore 18 alle 22, prevede la presenza dell’artista e l’introduzione alla mostra, alle ore 19, della curatrice.

Con tale evento C|E Contemporary intende dare inizio ad un percorso espositivo che alterni a figure di artisti che hanno scritto un’importante pagina di storia, nel contesto linguistico di riferimento, ad altri di una generazione contemporanea di mezzo, che ha già messo, tuttavia, a segno la sua ricerca estetica ed il pensiero teorico che la sottende, unitamente, infine, ad una selezione di giovani artisti emergenti.

Con questa mostra l’artista veneziana coniuga il suo presente con una rivisitazione del passato, creando un significativo percorso di opere in vetro, video, neon, da cui traspare la sua Weltanschauung, quella sua Visione del Mondo, che scorre, come un film, attraverso il filtro della memoria, il filo della narrazione ed il momento estetico-discorsivo della comunicazione extra, inter ed intra-personale.

Amica e sodale, tra gli altri, degli artisti statunitensi George Segal, Tom Wesselmann, Nam June Paik, indubbia pioniera nel campo del video, sperimenta già nei primi anni Settanta materiali tecnologici innovativi come il fiberglass bianco, il poliestere, la lastra di perspex, il neon, il vetro, che connoterà tutta la sua produzione artistica. Storica la sua installazione-performance The interrogation, presentata nel 1980, insieme alla prima mondiale del suo film The Box of Life, al MOMA di New York. Se, come protagonista, si affianca alle grandi donne della storia dell’arte al femminile, come Lee Krasner, Camille Claudel, Louise Nevelson, Louise Bourgeois, Carol Rama, come artista contemporanea è collocabile, a livello concettuale, a fianco di artisti quali Nam June Paik, Dan Flavin, Bruce Naumann, Joseph Kosuth, Jenny Holzer, Barbara Kruger. Nel 2001 la Peggy Guggenheim Collection di Venezia presenta uno Special Event per la celebrazione della sua attività trentennale, introdotto, a livello critico, nel volume, edizioni Fidia-Museo Parco di Portofino, Federica Marangoni – elettronica: madre di un sogno umanistico, dal grande storico dell’arte scomparso Pierre Restany, che ne ha costantemente seguito e apprezzato l’evoluzione e l’innovazione artistica. In questa serata storica viene esposta la videoinstallazione, articolata in sei monitor, Bleeding Heart/Dripping Rainbow, che, rinviando al disastro reale dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre, rappresenta, nel linguaggio virtuale, un cuore che non cessa di sanguinare accanto ad un arcobaleno che non cessa di sciogliersi nei suoi più iridati colori. Opere pubbliche le sono state commissionate nelle città spagnole di Siviglia e Barcellona, nel percorso urbano di Santa Cruz di Tenerife.

Riflesso su una sfera di cristallo, l’universo mediatico dei feticci e stereotipi di massa si spezza, nel suo lavoro, in quella miriade di frammenti che riscrivono, tra luci e ombre, la storia conflittuale dell’umanità. Un intenso viaggio tra Oriente e Occidente, quello di questa mostra, intessuto dei fili d’oro della cultura bizantina, del rosso sangue dei genocidi e dei crimini contro l’umanità, un racconto di tolleranze e intolleranze, di fughe dalla realtà e approdo sulle spiagge cristalline dell’immaginario, illuminate dalla conoscenza, dalla bellezza, dalla poesia. Una sequenza verticale di gradini in tubo di neon rosso modificato, in modo da creare l’interruzione continua dell’emissione del gas, con l’esito visivo di una scarica elettrica, invita a salire là dove l’orizzonte diventa tanto ampio da rendere inutile la scala stessa su cui si è saliti, da rendere wittgensteinianamente superflue le parole, indicibile la realtà che si dispiega davanti al soggetto. Nel panorama di uno stoccaggio informativo, sfociante in un deserto comunicazionale, un’installazione di monitor di vetro incrinato rompe la comunicazione, riducendola in schegge e invitando al silenzio. Scritte al neon, dai colori simbolici, disseminate sulle pareti, danno voce ad appelli alla pace, alla libertà, alla solidarietà, all’ascolto delle minoranze. Accanto ad un cuore che sanguina, una video-scultura composta da due schermi, che procedono in sincronia, dedicata dall’autrice al confronto del passato con il presente, ricorda, sulla parete di fondo, che La vita è tempo e memoria del tempo, ricreando con abiti, mantelli, dal decoro rinascimentale, set scenografici e iconografici, tratti da Cimabue e Pier della Francesca, di un mondo arcaico rivisitato dall’artista, in cui sacralità, bellezza, armonia, si confrontano con il Caos dell’Umanità, con una Babele di linguaggi, un brulicare di soggetti del malessere e della paura, che si duplicano, moltiplicano, fino a far esplodere il globo come un vaso di coccio. Scanditi dal ritmo del battito cardiaco, scorrono, davanti allo spettatore, nelle modalità di un reportage bellico, i fotogrammi di un’infanzia sfruttata e affamata, di una violenza antifemminista, di un fanatismo religioso dai risvolti inconcepibili. Una mano in vetro di Murano, intrisa di rosso, si distende a proteggere la scritta Tolerance. Un monitor racchiuso in una micro gabbia di metallo, presenta il video intitolato Autoritratto-Volevo dirti che…, in cui l’artista stessa, deprivata dell’audio, parla, nel caos assordante del mondo, a interlocutori che non l’ascoltano. Attenta alla lezione della scuola di ricerca canadese di Marshall McLuhan, Marangoni identifica precocemente, nella sua opera, il mezzo con il messaggio. Nei suoi progetti, a partire dagli anni Settanta, la glacialità del cristallo si anima di emozione e di pathos. Cittadina, fatalmente ed epocalmente, del Villaggio globale, Federica Marangoni sa recuperare, in un clima di omologazione linguistica, quel giusto Segno che la connota, dando Forma inimitabile al suo Pensiero ed alla sua Poetica.

dal 5/3/2015 al 9/5/2015

Galleria Milano via Manin, 13 (via Turati 14) – Milano

La porta senza porta. Installazioni realizzate con una grande varieta’ di materiali e alcuni video. Un racconto letterario che inizia dal tentativo di conoscere e dominare la natura.

Amalia Del Ponte frequenta il corso di scultura di Marino Marini all’Accademia di Brera, tra il 1956 e il 1961. Sin dall’inizio la sua ricerca si rivolge alle geometrie, ai materiali e alle infinite possibilità che essi mettono in campo: sceglie il plexiglas per le sue prime sculture, chiamate Tropi da Vittorio Fagone in occasione della personale alla Galleria Vismara del 1967. Intanto lavora come interior designer, presentando «una peculiare spazialità e un costruttivismo originale nell’intenzione destabilizzante e straniante» (E. Fiorani), come per gli interni del primo negozio di Elio Fiorucci, a Milano (1967). Nel 1973 avviene il riconoscimento internazionale, quando vince il Primo Premio per la Scultura alla Biennale di San Paolo (invitata da Umbro Apollonio e Bruno Munari) per l’opera Area Percettiva, un ‘ambiente’ per sperimentare un’esperienza di vuoto. Nel 1995 le viene dedicata un’intera sala nel Padiglione Italia della XLVI Biennale di Venezia (invitata da Gillo Dorfles), dove espone le sue pietre sonore, i Litofoni. Nel 2010 realizza per l’Isola della Certosa nella Laguna di Venezia Regno dei possibili, invisibili, una video-istallazione dove «negli oblò appare la laguna sottostante l’isola della Certosa, quattro “tuffi” nell’acqua nascosta sotto i nostri piedi… Le creature stravaganti che così affiorano e si succedono non solo vibrano e si spostano, ma emettono sospiri, grida e fruscii» (A.M. Souzeau Boetti).

Il titolo della mostra, La porta senza porta, è un kōan, uno strumento di pratica meditativa zen e consiste in una frase paradossale, atta a risvegliare la consapevolezza profonda. Nella prima sala è esposto Potnia, litofono realizzato nel 1989. Potnia è una parola di origine indoeuropea che significa signora, ed è usata da Omero nell’Iliade come attributo di Artemide, per le sue capacità di dominare le fiere selvatiche. Si tratta di un litofono, pietra che diventa sonora se sollecitata da appositi percussori e con cui l’arpa, collocata al suo fianco, entra in risonanza.
Il nano illuminante (2014) consiste in un piccolissimo punti di luce racchiuso in una cornice smisuratamente grande, che apre una riflessione sulla rivoluzione nanotecnologica.

La seconda sala ospita l’istallazione Ars Memoriae (2014), libera interpretazione dei vari scritti di Giordano Bruno sull’argomento. L’ars memoriae è una tecnica usata nel mondo dell’antichità classica per evocare un discorso secondo una successione ordinata; Bruno va oltre, non la considera soltanto uno strumento per la retorica, ma uno strumento di conoscenza: alle immagini associa lettere alfabetiche e figure mitologiche. Attraverso le diverse combinazioni di immagini mentali e figure mitologiche, è possibile risvegliare l’attività fantastica e riappropriarsi «delle ombre e dei sigilli che le idee hanno lasciato nel mondo» (G. Bruno). L’opera permette al fruitore di sperimentare tale meccanismo.

Nella sala con boiserie Il pasto nudo (2014), mai esposto prima, si ispira all’omonimo libro di William S. Borroughs di cui ricrea simboli e suggestioni.

Le suggestioni letterarie, scientifiche e tecnologiche che di volta in volta hanno arricchito l’immaginario di Amalia Del Ponte non possono essere ricondotte a uno stile formale univoco. L’innata e inesauribile curiosità l’ha spinta a una pratica sperimentale costante, raffinata e lirica.

Proprio questo lirismo riesce a innescare una sottile e mai sfacciata provocazione nello spettatore, anzi l’eterogeneità dei materiali e delle tecniche utilizzate sono ben riconducibili a un modo di lavorare coerente e organico, come è possibile cogliere nell’ambito di questa mostra. Si tratta di un racconto letterario che inizia dai tentativi di conoscere, spiegare e quindi dominare la natura – tipici della cultura indoeuropea arcaica, per attraversare i territori ancora più insondabili della mente umana con le tecniche di memorizzazione di Giordano Bruno, arrivando agli esperimenti psicofisici di Burroughs ed infine al mondo infinitamente piccolo – o infinitamente grande – della nanotecnologia.

Saranno disponibili una selezione di opere video e alcuni filmati delle performance sonore.

dal 26/2/2015 al 21/3/2015

Luca Tommasi Arte Contemporanea
via Tadino, 15 (entrata anche da via Casati) Milano

Poisoned flowers. Lavori realizzati con la tecnica della stampa su lenticolare inserita in cornici in fusione di metacrilato. Ancora una volta l’artista sviluppa il tema del doppio con la presenza nelle immagini di una coppia di fiori ripresi en plein air.

Luca Tommasi è lieto di annunciare la personale di Chiara Dynys dal titolo Poisoned Flowers , una selezione di opere di uno dei cicli più originali dell’artista, che si terrà presso la galleria di Via Tadino 15 a Milano dal 26 febbraio al 21 marzo 2015. La mostra ospiterà una decina di lavori realizzati con l’esclusiva tecnica della stampa su lenticolare inserita in suggestive cornici in fusione di metacrilato.

Ancora una volta l’artista in questa nuova serie di lavori realizzati con la tecnica lenticolare sviluppa il tema del doppio con la presenza nelle immagini di una coppia di fiori ripresi en plein air. Elementi di una natura che normalmente sfugge allo sguardo e che invece l’occhio selettivo dell’artista pone sotto gli occhi dello spettatore, nel silenzio li sottrae al silenzio, proprio come succede agli oggetti nella natura morta. Fiori belli e immobili perché avvelenati, tanto da sembrare dei filtri amorosi, quasi a ritrovare la possibile etimologia di veleno in Venere. Ma anche fiori semplici e con il loro difetto d’identità per essere parte di una natura oggi avvelenata dall’uomo che però nella temporalità del loro apparire e svanire ritrovano l’appartenenza al ciclo fondamentale della vita. Il curatore Marco Bazzini ci invita così alla lettura delle opere: “Inizialmente i fiori scompaiono proprio dove sono apparsi: davanti ai nostri occhi. Un passaggio tanto semplice quanto enigmatico che non può non turbare ed emozionare. Un velo colorato si stende come una tenda davanti ad una finestra e sostituisce l’immagine, più o meno lentamente, al variare della nostra posizione. Questa muta mentre ci muoviamo, un passo e succede qualcosa di nuovo e inatteso. Finché una superficie monocroma si presenta come un’apparizione in superficie di un effetto di cancellazione. Un evento della scomparsa, aphánisis, che non nega l’apparizione perché essa stessa ephíphasis. Un apparire, quindi, come il non manifestarsi del determinato, dove la negazione non riguarda la privazione del vedere ma ne enfatizza lo stato di offuscamento a cui i Poisoned Flowers di Chiara Dynys sembrano costringerci.”

Chiara Dynys lavora a Milano. Sin dall’inizio della sua attività, all’inizio degli anni 90 ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili ad un unico atteggiamento nei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell’ anomalia , della variante, della “soglia” che consente alla mente di passare dalla realtà umana ad uno scenario quasi metafisico. Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto , al video e alla fotografia.

Chiara Dynys ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in importanti musei e istituzioni culturali pubbliche e private. Tra le mostre personali più significative si ricordano: Centre d’Art Contemporain, Ginevra, 1996; Expression – Centre d’Exposition, Saint-Hyacinthe (Canada), 1997; Museo Cantonale, Ala Est, Lugano, 2001; Museum Bochum, Bochum, 2003; Kunstmuseum, Bonn, 2004; Wolfsberg Executive Development Centre, Wolfsberg, 2005; Rotonda di Via Besana, Milano, 2007; Museo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, Roma, 2008; Palazzo Reale, Milano, 2008; ZKM – Museum für Neue Kunst, Karlsruhe, 2009; Archivio Centrale di Stato, Roma, 2010; Centro Italiano Arte Contemporanea, Foligno, 2010; Gerish-Stiftung, Hamburg, 2013; Museo Poldi Pezzoli, Milano 2013; Galerie Hollenbach, Stoccarda 2014; Museo d’arte contemporanea, Lissone 2014.

http://undo.net/it/mostra/187477

I FANTASMI DELL’AVVENIRE
DI Sara Candidi
Di scena a Museion di Bolzano la prima personale dell’artista pugliese. Che si concentra sul rapporto tra l’individuo e l’istituzione. Indagandolo con il piglio dell’archeologa
Il Museion di Bolzano apre l’anno espositivo con due artiste: Rossella Biscotti (Molfetta, 1978, vive e lavora a Bruxelles) e Chiara Fumai (Roma, 1978, vive e lavora Bruxelles). “L’avvenire non può che appartenere ai fantasmi” è il titolo della prima personale italiana di Biscotti (fino al 25 maggio), già presente al Museion nel 2008 con la performance Everything is somehow related to everything else, yet the whole is terrifying unstable e poi nuovamente invitata nel 2010, da Rein Wolfs alla collettiva “The New Public”.
Come afferma Letizia Ragaglia, direttrice del museo e curatrice della mostra, Biscotti «si muove come una sorta di archeologa del contemporaneo» e nelle sue ricerche recupera oggetti, ricordi e situazioni del passato cercando di trovare in essi un punto di contatto con il presente per considerarli da una nuova prospettiva. La mostra espone alcune delle opere che hanno segnato la riflessione artistica di Biscotti, ma anche nuovi lavori realizzati appositamente per l’occasione come le Teste in oggetto, calchi in silicone azzurro di teste in bronzo di Benito Mussolini. Gli originali delle sculture, insieme a quelli del Re Vittorio Emanuele III, furono già esposti nel 2009, quando l’artista le scovò nei depositi del Palazzo degli Uffici dell’EUR a Roma e, sfidando la burocrazia, riuscì a presentarli per la prima volta al pubblico alla Nomas Foundation. Ampia parte della mostra è dedicata al progetto sul carcere Santo Stefano, unico esempio italiano costruito secondo il modello del panoptico descritto e progettato da Jeremy Bentham nel 1791: la riflessione sull’isolamento carcerario si concretizza con la realizzazione di calchi in piombo di alcuni tratti dei pavimenti della prigione. In parallelo, un video mostra il processo di spostamento delle lastre dalla terraferma all’isola e ritorno, creando una metafora simbolica del passaggio dei detenuti dalla libertà alla prigionia.
La questione dei detenuti è particolarmente cara all’artista: in occasione della 55. Biennale di Venezia, Biscotti aveva realizzato il progetto I dreamt that  you  changed  into  a  cat… gatto… ha  ha  ha in cui aveva coinvolto le detenute del carcere della Giudecca durante il periodo precedente l’esposizione vera e propria. L’artista aveva infatti organizzato una conferenza in cui mostrava e spiegava il suo lavoro alle detenute, da quell’incontro scaturì quello che è stato definito laboratorio onirico, un momento di incontro all’interno del carcere in cui le recluse raccontavano i loro sogni. Questo percorso confluì nelle due opere finali presentate all’Arsenale: la serie di architetture in compost realizzate con l’organico raccolto dalle detenute e un audio della durata di un’ora in cui si udivano le voci delle donne che raccontavano i propri sogni, messo in onda simbolicamente ogni giorno alle ore 16 (orario di inizio del laboratorio onirico).
L’idea alla base del lavoro di Biscotti è quella di indagare dall’interno il rapporto tra l’individuo e l’istituzione e il carcere è la struttura che meglio rappresenta questo dualismo/antagonismo. Per l’artista non è tanto importante l’opera finita in sé, immobile e costante nel tempo, un oggetto estetico che può al massimo comunicare un messaggio o essere testimonianza di un’esperienza, ma ciò che ha davvero valore per Biscotti è proprio quell’esperienza che precede il lavoro esposto e le implicazioni emotive e sociali che ne conseguono. Per questo la sua ricerca va oltre la pratica strettamente artistica e si veste di reale impegno socio-politico il quale, sulla questione della prigionia, ed in particolare sull’incostituzionalità dell’ergastolo, è stato tradotto nel movimento Liberi dall’ergastolo, (liberidallergastolo.wordpress.com/about).
Storia, memoria e impegno civile si incrociano nelle opere di Rossella Biscotti ed è qui che risiede il suo spirito archeologico, un lavoro incessante di ricerca e analisi, scavo e riflessione, che viene lasciato e ripreso perché ad ogni nuova visione si può scoprire qualcosa sfuggito in precedenza
La Project Room di Museion è invece dedicata al progetto “Der Hexenhammer” di Chiara Fumai (a cura di Frida Carazzato), che si compone di un grande wall painting e di una performance che verrà replicata periodicamente fino al termine della mostra. La rappresentazione muraria si ispira alla figura dell’anarchica tedesca Ulrike Meinhof e cita scene dal Malleus Maleficarum, trattato medievale contro la stregoneria, mentre la performance entra in dialogo con la mostra di Rossella Biscotti invadendone gli spazi e guidando gli spettatori in un’inaspettata visita all’interno di Museion. Fumai, attraverso lo studio di rilevanti figure storiche ribelli femminili, vuole ribaltare la visione patriarcale che per secoli ha dominato e forse ancora oggi domina la società.
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=44743&IDCategoria=1&MP=true
dal 19/2/2015 al 28/3/2015
Catharine Ahearn Peep-Hole c/o Fonderia Battaglia

FONDERIA BATTAGLIA Milano via Stilicone, 10 – tel. 345 0774884
No soap radio. L’artista, partendo dal potenziale narrativo del quotidiano, crea immagini stratificate che alterano la percezione del reale. La mostra presenta una serie di sculture e dipinti, disposti in modo da creare una sorta di immaginaria astronave.
comunicato stampa
Nel lavoro di Catharine Ahearn, contraddistinto da una costante sperimentazione di
tecniche e materiali, il potenziale narrativo del quotidiano è il punto di partenza per la costruzione di immagini stratificate che alterano la percezione del reale aprendo l’immaginazione a una vasta gamma di possibilità. Facendo ricorso a esperienze o personaggi radicati nell’immaginario collettivo, l’artista accosta oggetti ordinari in visionarie e misteriose composizioni che ironizzano sulle dinamiche stereotipate del potere. NO SOAP RADIO consiste in una serie di sculture e dipinti concepiti appositamente per la mostra e disposti all’interno di un percorso espositivo scandito da una grande installazione site specific: una sorta di immaginaria astronave in PVC che eclissa e allo stesso tempo divide la struttura dello spazio espositivo. È attorno a questo intervento ambientale che Catharine Ahearn ha orchestrato l’intero progetto, in cui la poliedricità dei linguaggi utilizzati e la vasta gamma di materiali impiegati – da quelli più effimeri come il sapone ad altri di natura profondamente diversa come il ferro – offrono un’esperienza dei percorsi tematici e linguistici su cui si fonda la sua pratica.

L’ARTE CONTRO LA GUERRA
È possibile. L’artista iraniana ci spiega come

di Ludovico Pratesi

Donne velate che puntano pistole con sguardo altero, con le mani coperte da  frasi scritte in farsi, l’antico persiano. Nei primi anni Novanta le opere fotografiche dell’artista iraniana Shirin Neshat (Qazvin, 1957) hanno denunciato la situazione delle donne in un Paese piegato dalla rivoluzione di Khomeini. Sono le Women of Allah, immagini scattate nel 1993 e esposte di recente al Mathaf, il museo d’arte moderna di Doha (Qatar) in occasione della mostra antologica Afterwards, insieme a opere più recenti, come The Book of Kings (2012) e Our House is on Fire (2013), dedicata ai protagonisti della Primavera Araba. Le opere di Shirin Neshat sono perciò sempre impregnate anche della complessa e spesso difficile realtà politica del suo Paese e del mondo arabo: per questo le abbiamo chiesto un’opinione dopo i fatti di Charlie Hebdo e il clima di terrore che l’Isis tenta di instaurare.

Oggi, come artista iraniana, qual è la sua posizione sul massacro di Parigi e, in generale, sulla libertà di espressione?
«Credo nella libertà di espressione e per questo vivo in esilio e non nel mio Paese, che priva il suo popolo dei diritti umani fondamentali come la libertà di espressione. Nonostante questo, non credo nella provocazione come valore per affermare questa libertà. Però mi considero una musulmana laica, e per principio sono contraria a ogni forma di estremismo religioso che possa causare violenza o sofferenza, introducendosi nella vita privata delle persone, da qualunque fonte provenga: cristiana, musulmana o ebrea».
La libertà di espressione è un tema rilevante nel suo lavoro?
«Dal momento che vivo fuori dalla mia patria non mi confronto con le autorità iraniane ogni giorno, anche se il mio lavoro continua a indirizzarsi verso tematiche socio politiche e religiose relative all’Iran. Ma rifiuto di utilizzare l’arte come uno strumento per creare controversie, o per inasprire, offendere o contrastare qualsiasi forma di credo religioso o ideologia politica. In generale penso che qualsiasi espressione artistica che sia fondata su un pregiudizio sia sempre manipolativa e sbagliata, dal momento che spinge verso lo sdegno o addirittura la violenza».
Ricorda quali furono le prime reazioni alle sue Women of Allah?
«All’inizio della mia carriera, molti occidentali pensavano che  le parole scritte sui corpi femminili nella serie fotografica Women of Allah fossero versetti coranici. In realtà ho sempre usato soltanto versi poetici, perché non potrei mai immaginare di rendere banale ciò che è sacro per milioni di musulmani».
Adesso che reazioni provocherebbero?
«Quello che è successo al giornale Charlie Hebdo a Parigi, mi sembra che riaffermi l’idea che la rabbia nutre la barbarie, e che una forma di rabbia conduce ad un’altra forma di rabbia, e come siamo spinti verso un circolo vizioso di astio, rivincita e brutalità. La risposta può essere la creazione di dialoghi su come possiamo prevenire l’ira immotivata che causa tanta sofferenza. Mi piace credere che ci sono persone che hanno valori ai quali non aderisco personalmente, ma che rispetterò e tollererò finché saranno pacifici»
Crede nella possibilità di un dialogo vero e profondo tra l’Islam e l’Occidente?
«In qualità di artista e non di esperta, ritengo che la cultura occidentale non riesca a comprendere che non tutte le culture aderiscono ai valori razionali dell’Occidente. Il problema è il pregiudizio legato all’idea di confine, necessario ai musulmani per proteggere alcuni valori, e così estraneo agli occidentali che cercano di eliminare i confini per consentire una società aperta e giusta»
In che modo?
«Può sembrare troppo ottimista e ingenuo da parte mia, ma credo che la risoluzione di questa divisione storica tra le culture islamica e occidentale sia possibile solo se i popoli cominciano ad assumere un approccio diverso da quello dei governi. Penso che una soluzione sia possibile soltanto nell’evitare ogni ritorsione, con una diplomazia pacifica che conduca al rispetto reciproco, alla tolleranza e perfino alla celebrazione delle nostre differenze».
Crede che gli artisti possano avere un ruolo in questo dialogo?
«Sono fermamente convinta che gli artisti possano giocare un ruolo significativo nel costruire un dialogo tra culture in conflitto, perché il linguaggio dell’arte ha l’abilità di rimanere al di sopra e oltre le differenze religiose, culturali e nazionali, e arrivare nel profondo della psiche umana. Spesso però gli artisti si trovano nella posizione difficile di rispondere alle problematiche politiche del loro tempo, senza essere apertamente controversi, manipolativi, di parte o didattici. Dopotutto, è molto più facile fare un’arte che punta il dito su quello che è giusto o sbagliato, e più difficile fare arte che crea un momento di discussione, un forum che apre nuove prospettive e invita lo spettatore a formarsi una propria interpretazione. È attraverso quest’ultimo approccio che gli artisti possono giocare un ruolo significativo in questo momento storico».
Per concludere, l’arte contemporanea può assumere un valore politico?
«Sicuramente dovrebbe essere più consapevole dei problemi politici. Oggi percepisco una forte assenza di dialogo critico su temi politici, anche quelli relativi alla libertà di espressione, che è al centro di ogni pratica artistica».

da /www.exibart.com

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=44696&IDCategoria=1&MP=true

dal 13/2 al 23/2/2015

SEICENTRO, Via Savona, 99   dal 13 al 23 febbraio
VISIBILITA INVISIBILE di  Vera Benelli
Le particolari installazioni di Vera Benelli creano un percorso che, a partire
dai miti dell’antica Grecia, da Penelope ad Aracne, portano ad una riflessione
sulla condizione  femminile fino ai giorni nostri.
SEICENTRO, Via Savona, 99   dal 13 al 23 febbraio
inaugurazione: Venerdì 13 febbraio, ore 18
Orari: 9.30-12.30 e 14-18
sabato o festivi: 14.30-18.30
Questo articolo è del 2013 ma mi era sfuggito quando è stato pubblicato su Artribune quindi non è dell’ultima ora, ve lo sottopongo perchè mio figlio mi  ha fatto scoprire questa donna molto appassionata all’arte. Nello stesso cortite dove ha la sua casa museo ha aperto uno spazio-galleria che fa gestire da due giovani curatrici, che allestiscono mostre con due artist* un* famosa* e un’emergente.
Zina Borgini

Questo non è un museo, questa è una casa”. Così esordisce Erika Hoffmann con passo deciso e caschetto rosso, mostrando la porta nascosta nel muro candido che conduce al paese delle meraviglie, la sua “casa”, o meglio, l’ala della sua casa destinata alla collezione. Siamo andati a trovarla nella sua dimora berlinese.

Scritto da Naima Morelli | lunedì, 7 gennaio 2013

A casa di Erika Hoffmann si arranca nelle buffe pattine da sistemare sopra le scarpe, procurate dallo staff della collezione, che ricorda le precauzioni per “non sporcare” della prozia, dopodiché si ha accesso alla prima stanza.
In quella che una volta era una fabbrica di macchine da cucito, la luce entra morbida dalle grandi vetrate, atte a catturare ogni singolo, prezioso, raggio di luce, in un paese – siamo a Berlino – freddo e nuvoloso, poggiandosi sui divani che si trovano in ogni stanza. “Ma come fa a lasciare la sua soleggiata Italia per venire qui, io non lo so”, scherza la collezionista.
Nella collezione Hoffmann le opere in ogni stanza hanno un legame concettuale ed Erika stessa si occupa di riallestirle di anno in anno. In questo modo tutte le opere vengono esposte a rotazione, la collezione viene vivacizzata e c’è la possibilità di rileggere le opere in semantiche sempre nuove. Non è tutto: i numerosi visitatori della collezione saranno spinti a tornare a vedere le nuove soluzioni. L’anno scorso i fruitori in pattine avranno magari incontrato Frank Stella, Bruce Nauman, Mike Kelley, Fred Sandback, forse quest’anno toccherà a Jean-Michel Basquiat, Felix Droese, Günher Förg, Isa Genzken, Nan Goldin e Felix Gonzalez-Torres. Può darsi l’anno prossimo avranno l’occasione di vedere François Morellet, Arnulf Rainer, Gerhard Richter o Andy Warhol.
Quel che è vero è che i nomi, per quanto appartengano a pesi massimi dell’arte, qui sono del tutto secondari rispetto alle opere stesse. Di fianco ai lavori non ci sono infatti i nomi degli artisti; una scheda con le informazioni necessarie verrà fornita se richiesta in un secondo momento, ma la fruizione, ci tiene a precisare Erika, non deve essere influenzata dalla “griffe”, com’è è giusto che sia.
Prima dell’invito a inoltrarmi nella sua casa/collezione, Erika Hoffmann si era seduta a un tavolo di fronte a un video di Silvia Kolbowski, e precisa, affabile e compassata aveva risposto alle mie domande.

Quand’è che lei e suo marito avete cominciato a collezionare arte?
Abbiamo cominciato nel 1968. Potrei dire che non abbiamo mai smesso di collezionare arte, di tanto in tanto compriamo un lavoro di un artista con il quale abbiamo conversato. Ci piace avere questo stile di collezionismo basato sulla discussione con gli artisti che incontriamo alle inaugurazioni, ai musei; da lì spesso finiamo per acquistare il loro lavoro.
Negli Anni Sessanta tutto era basato sulle idee e suoi concetti, non di certo sugli oggetti d’arte. Credevamo fermamente in questo e tuttavia ci rendevamo conto che gli artisti non erano contrari alla vendita, che erano contenti di vedere il proprio lavoro nelle case private. E per noi era bello vedere le opere quotidianamente e continuare un dialogo immaginario con gli artisti. Le opere degli artisti costituiscono un’incessante comunicazione con le idee che l’artista ha inserito nel proprio lavoro.

Quindi qual è la differenza in termini di approccio tra un collezionista e un semplice fruitore?
C’è una differenza senz’altro, specialmente considerando che il collezionista ha l’arte quotidianamente davanti agli occhi e può decidere quando soffermarsi e quando no. Se sei in un museo, in un uno spazio neutrale, anche se in realtà non si potrebbe mai parlare di neutralità, l’opera d’arte viene percepita come qualcosa di sacro, ha un’aura datagli dall’istituzione stessa. Quando l’opera è invece in una casa privata, è come se diventasse parte della famiglia e la guardi con occhi familiari.

Quali sono i suoi criteri per giudicare cosa è valido e cosa non lo è?
Non posso certo dire cosa sia buono e cosa cattivo, è solamente che alcuni lavori mi parlano in maniera diversa, si relazionano a certe esperienze che mi riguardano. Per me è molto importante rimarcare che la mia collezione riguarda solamente le mie esperienze personali, è un’accumulazione di esperienze durante la mia vita. E se questa attrazione avviene sono molto contenta, d’altra parte tutto ciò mi rende irrequieta, se trovo un lavoro intrigante rimango sempre con il fiato sospeso perché vorrei averlo.

Quindi la sua è più che altro questione di sensibilità, la sua collezione è legata dal suo gusto personale.
Sì, ha molto a che fare con il mio gusto, questo è vero, certamente un lavoro deve intrigarmi a livello visivo, altrimenti nemmeno lo noto in una mostra. Adesso ovviamente non riesco a stare dietro a tutte le mostre, cominciare a seguire nuovi artisti come una volta, ce ne sono troppi. Ma se qualcosa cattura il mio occhio in maniera particolare e lo trovo in un certo senso nuovo, probabilmente cercherò di raccogliere informazione, oggigiorno non è così difficile come un tempo, c’è Internet. Ma mi piace anche rivolgermi a un gallerista che possa presentarmi direttamente all’artista, dandomi in questo modo la possibilità di saperne di più sulla struttura concettuale del lavoro.

Lei compra i lavori dalle gallerie o direttamente dall’artista?
Adesso come un tempo alcuni artisti non sono rappresentati dalle gallerie. Come Silvia Kolbowski: non ha una galleria, quindi compro il lavoro direttamente da lei, vive a New York, è argentina di nascita. Sapevo di lei già da – diciamo – venticinque anni e mi ha sempre intrigato, ma è una di quelle artiste il cui lavoro è difficile da mediare. Intendo dire: oggi le gallerie si preoccupano molto del guadagno. L’approccio intellettuale di Silvia Kolbowski è senz’altro molto difficile da mediare.

I suoi gusti sono cambiati nel tempo?
Certo, sono cambiati moltissimo dal ’68. Ci sono molte ragioni personali. Il primo fattore è che quando abbiamo cominciato a comprare avevamo poco denaro. I primi lavori che abbiamo comprato non erano per niente costosi.

Potrebbe dire che la sua collezione è una sorta di specchio di sé?
Sì! Probabilmente questo è molto chiaro per i visitatori. Ogni sabato ci sono centinaia di visitatori e la gente mi interroga rispetto a lavori, ma sono sicura che loro capiscano meglio di me quali siano i miei criteri.

Già, perché lei non è interessata a spiegare le opere, lei vuole più che altro creare una discussione attorno ai lavori con i visitatori…
Li incoraggio a farsi un’idea, non mi piace fornire un significato. Questo non è un museo, non ho una missione, questa è arte contemporanea, le persone possono avere centinaia di opinioni a riguardo. Vedere schiudersi tutte le possibilità e tutti i differenti aspetti che ognuno può individuare… Ecco, per me è proprio questa la cosa più intrigante che l’arte contemporanea possa fare.

A che tipologia appartengono i visitatori della sua collezione?
Ce ne sono di tutti i tipi, alcuni sono professionisti, poi ci sono i borghesi che sono sempre stati interessati alla cultura. Ci sono i giovani che vengono a Berlino e di tanto in tanto portano anche i propri genitori, e poi ci sono quelli che vengono solo per vedere quanto può essere fuori di testa una persona che vive circondata dall’arte.

Com’è che ha deciso di aprire la collezione al pubblico?
Lo scopo era contribuire in qualche modo al dialogo tra est ed ovest e volevamo portare a Berlino qualcosa che non si era visto prima. Qui era il vecchio est, e io e mio marito volevamo stare a est più che a ovest. A Berlino ovest la maggior parte dei lavori venivamo dall’ovest della Germania, e noi vivevamo nell’estremo ovest, vicino alla Francia, al Belgio e anche all’Italia che era, diciamo, il nostro focus. Eravamo molto più vicini a tutti questi paesi limitrofi che non all’est che era impenetrabile. Quindi abbiamo portato qualcosa che non si vedeva a Berlino, che a quei tempi era un’isola.

Cosa ha comportato per lei spostarsi a Berlino?
Ovviamente l’influenza del vivere qui da sedici anni mi ha fatto diventare molto più consapevole della storia. Vivendo nell’estremo ovest, vicino a Colonia, c’erano pur sempre centinaia di anni di storia da conoscere, per cui la storia recente diventava relativamente importante. A Berlino invece non ho potuto fare a meno di prendere consapevolezza della storia recente dell’ultima decade. Per esempio, abbiamo cercato di preservare l’importanza di questo palazzo che una volta era una fabbrica. Poi ovviamente a Berlino ero circondata da tutti questi palazzi monumentali che rappresentavano una certa storia, un certo tipo di ambizione molto diverse dalla provincia nella quale vivevo prima.

Che ruolo ha l’arte nella sua vita?
Probabilmente non è proprio il centro, perché ho una famiglia, figli e nipoti, ma è quasi centrale. Sono più di vent’anni adesso che ho lasciato la mia professione, ero una fashion designer, quindi era un ambito molto diverso, ma da allora ho dedicato la mia vita all’arte contemporanea. Non solo il contemporaneo in realtà: mi interesso a ogni tipo di arte, mi piace vedere i dipinti nelle chiese, le opere nei musei, nei palazzi, nei posti per le quali sono state concepite.

Condivide l’amore per l’arte con la sua famiglia?
No, per niente, loro hanno diverse mire, ma tollerano la mia pazzia e forse sono sollevati dal fatto che abbia qualcosa di cui occuparmi, quindi non li disturbo troppo. Adesso che la collezione è aperta al pubblico, i miei figli non sono critici come prima.

E con gli altri collezionisti, invece, mantiene un rapporto?
Sì, con qualcuno, non con tutti. Provengono da tutto il mondo, quindi a volte vengono a Berlino e li incontro, ma ce ne sono pochi con i quali ho stretto una vera e propria amicizia.

Le piace scoprire nuovi artisti? Continua a cercare nuova arte?
In realtà non è che la cerco, non sono interessata a scoprire artisti, ma più a cercare lavori che trovo degni di nota.

Ci sono opere alle quali è particolarmente affezionata?
Sì, ci sono alcune opere che mi piacciono molto, ma anche questo è cambiato nel tempo. Più che trovare affascinante un singolo lavoro, mi interessa di più la relazione tra i vari lavori della mia collezione. Quello che credo sia molto importante e gratificante è quando vedo che una certa stanza, un certo spazio nella mia casa ha successo per quell’anno. È una sperimentazione continua di varie soluzioni e sicuramente alcune stanze funzionano meglio di certe altre. Mi piace come i lavori funzionano nella loro totalità, questo vale anche nella produzione di un singolo artista. Ci sono artisti il cui lavoro continua a essere interessante durante il loro intero percorso artistico, il loro modo di sviluppare le idee e come si attengono una certa idea principale e sviluppano il proprio linguaggio attorno ad esso.

Quindi spesso lei continua a seguire il percorso di un artista che ha cominciato a collezionare…
Sì, e se l’artista riesce a trovare nuove soluzioni, questo non può che farmi piacere. Mi piace seguire gli artisti. Certo oggigiorno con questo mercato dell’arte impazzito trovo molta difficoltà a continuare a collezionare un certo artista, se molti altri lo apprezzano a volte non riesco a seguirlo. Ma senz’altro è positivo se ci sono altre persone che si prendono cura di lui.

www.sammlung-hoffmann.de

Naima Morelli

dal 6 al 15/02/2015

Presso ASSOCIAZIONE APRITI CIELO! Via L.Spallanzani 16 Milano  ore 18,30

Inaugurazione della mostra Sprazzi Temporali di Isabella Spatafora

Due ritratti specchianti contornati da nuvole -come presenze del passaggio del tempo- e da cornici che nelle tele successive si screpolano. Screpolature inventate. L’istinto e la mente hanno dato ordine ed equilibrio con particolari e colori diversi evidenziando la traccia del tempo nella corruzione delle forme e delle superfici.

La mostra resta aperta i giorni 7-8 dalle 18,30 alle 20

il  9-10-11-12-13 dalle 15 alle 18,30

il 14- 15 dalle 18,30- 20 per altri orari su appuntamento tel.3498682453

http://www.apriti-cielo.it/mostra-isabella-spatafora/

ISABELLA SPATAFORA: vive a Milano dagli anni Sessanta. Nata in Sicilia nel trentacinque del secolo scorso, comincia a disegnare fin dall’età di cinque anni.

Angelo Dio­niso di Nanni Valen­tini, una delle ultime acqui­si­zioni del Museo Dio­ce­sano di Milano, col­lo­cato così a mezzo piano dello sca­lone d’onore, sem­bra vestire i panni del custode silente ed ebbro che guida l’accesso alle Col­le­zioni e alle mostre che si suc­ce­dono nei locali supe­riori di uno dei Chio­stri della Basi­lica di Sant’Eustorgio. Oggi “Cha­galle la Bib­bia”, nell’ultimo anno, prima “Terre” di Nanni Valen­tini e poi “Tran­siti e incon­tri” di Gabriella Bene­dini. Ciò, a con­ferma di una voca­zione dia­gno­stica e rifles­siva, da parte del diret­tore del Museo Paolo Biscot­tini, in rife­ri­mento ad alcune ten­denze, non sem­pre cano­niz­zate, dell’arte con­tem­po­ra­nea degli ultimi trent’anni del ‘900. Peral­tro, legate sia ad un raf­fronto con i clas­sici dell’arte del XX secolo sia ad un’idea espo­si­tiva che non disde­gni di sfon­dare nei cosid­detti nostri “anni zero” e oltre. Pro­prio que­sto è il caso di Gabriella Bene­dini, ottan­ta­duenne arti­sta d’origine cre­mo­nese, che con “Tran­siti e incon­tri” ha sug­ge­rito un per­corso espo­si­tivo che avvolge la sua pro­du­zione degli ultimi trent’anni ad un cor­ri­spet­tivo, anto­lo­gico e bio­gra­fico, impa­gi­nato nel cata­logo della mostra. La con­ver­sa­zione che segue risale allo scorso mese di luglio.

Il suo è un rac­conto bio­gra­fico per imma­gini. Da una parte le opere, dall’altra il lavoro, la fatica, l’officina dell’artista con tutto il suo reti­colo di rap­porti e rela­zioni. Cri­tici, gal­le­ri­sti, com­mit­tenze, musei, mostre. Que­sta mostra, “Tran­siti e incon­tri”, ne è la sua più mani­fe­sta dichiarazione?

Per l’appunto, il mio è un rac­conto per imma­gini del lavoro degli ultimi 30 anni. La mostra, infatti, parte dalla metà degli anni ottanta. Deli­be­ra­ta­mente ho tra­scu­rato tutto quelle che pre­cede quella data.

che però si recu­pera nel note­vole inserto bio­gra­fico del cata­logo, quasi un libro nel libro …

Sì, è giu­sto che dica che dalla fine degli anni set­tanta ho per­se­guito una ricerca che fosse com­ple­ta­mente auto­noma. L’informale era finito e per conto mio, lavo­ravo sulla poe­sia e in genere sulla let­te­ra­tura. Ritengo di essere rinata arti­sti­ca­mente pro­prio negli anni ottanta. Forse anche iso­lan­domi per tro­vare quelle domande che sem­bra­vano allora come oggi assil­larmi. Allora ci fu il gra­duale pas­sag­gio alla scul­tura. Comun­que, mi fu cru­ciale la visione degli affre­schi di Palazzo Schi­fa­noia a Fer­rara. Rimasi abba­gliata dai mesi dello Zodiaco. Poco tempo dopo la stessa espe­rienza la ebbi a Man­tova, a Palazzo Te. Comin­ciai a stu­diare i feno­meni alche­mici. Sem­brava che quelle imma­gini così potenti comin­cias­sero ad attrarre il mio lavoro. Non credo che sia stato un caso che qual­che anno dopo fui chia­mata a lavo­rare pro­prio in quelle stanze così intrise di arte, scienza, alchi­mia. Da lì sono nati i lavori degli ultimi decenni; i cicli i Tea­tri della ‘melan­co­nia’, i Pen­doli del tempo, i Gonio­me­tri, i Sestanti , le Costel­la­zioni, e le arpe, le arche, le scrit­ture anti­che e i libri-tattili e oggetto. Ma, è altret­tanto giu­sto che si cono­sca il mio pre­ce­dente per­corso artistico.

A tal pro­po­sito gli inizi sono stati dif­fi­cili oppure è riu­scita ad inte­grarsi imme­dia­ta­mente nell’ambiente arti­stico nazionale?

Ho fre­quen­tato la Brera di Aldo Carpi. Ho ten­tato di agire nell’ambiente arti­stico mila­nese. Erano i tempi, tra gli anni cin­quanta e gli anni ses­santa, del cosid­detto Rea­li­smo esi­sten­ziale. Bepi Roma­gnoni e Mario Raciti erano tra i miei amici. Ma, era un con­te­sto chiuso e maschi­li­sta. Si tro­va­vano tra di loro. Non si per­deva occa­sione per sal­tarmi addosso e lo dico con il senso del tempo che è pas­sato, allora però ero una ragazza non da but­tare. Non veniva preso in con­si­de­ra­zione nes­sun altro aspetto. A me, però, inte­res­sava solo l’aspetto artistico.

Ha pra­ti­cato un fem­mi­ni­smo ante-litteram …

Pre­i­sto­ria. Però, a metà degli anni set­tanta con il col­let­tivo Meta­mor­fosi, era­vamo quat­tro arti­ste tutte con una loro spe­ci­fica tra­iet­to­ria arti­stica che fu alla base poi dello scio­gli­mento del gruppo, affron­tai con acqui­sita con­sa­pe­vo­lezza tutte le tema­ti­che e i con­te­sti sociali”al femminile”.

Tor­nando agli inizi. Era quello un periodo di grande tra­sfor­ma­zione. L’Italia pove­ris­sima, uscita a pezzi dal tra­gico epi­logo del ven­ten­nio nero, s’apriva alla cul­tura euro­pea. Si comin­cia­vano a cono­scere le nuove ten­denze arti­sti­che, anche d’Oltreoceano e a ripen­sare le ormai esan­gui avan­guar­die sto­ri­che, filo­so­fi­che con l’esistenzialismo, e ancora gli scrit­tori che ave­vano rivol­tato da capo a piedi il romanzo ottocentesco …

Avevo tro­vato lavoro come illu­stra­trice. Dise­gnavo da sem­pre. Anche in Ita­lia, men­tre stu­diavo, dise­gnavo per rivi­ste desti­nate ai ragazzi. Era un paese che aveva biso­gno di tutto. Se ti ren­devi utile, lavo­ravi. Poi è finita la pac­chia. Andai a Parigi. E poi mi spo­sai. Comin­ciai con mio marito Gior­gio a viag­giare. Mi era molto d’aiuto. Fu lui a sug­ge­rirmi di spe­ri­men­tare con la cine­presa super8 con i quali ho rea­liz­zato “Dopre­noi” e “Diutop”.

Viaggi che, a leg­gere le mete e i gli anni, paiono leg­gen­dari: Marocco, Africa nera, Paki­stan, Afghanistan.Luoghi fre­quen­tati nello stesso periodo da Bur­rou­ghs, Chat­win e Boetti. Per fare qual­che nome.

Furono viaggi avven­tu­ro­sis­simi, anche rischiosi. In auto, in treno, in posti impervi. Nel ’71 tra­scor­remmo due in Afgha­ni­stan. Non sapevo di Boetti. Allora si viveva e si dor­miva. Era­vamo spe­ri­co­lati. Andammo in Paki­stan, attra­verso la Siria, l’Iraq, il su dell’Iran. Tra il ’75 e il ’75 dal Marocco, sbar­cati a Ceuta da Mar­si­glia, attra­ver­sammo in mac­china il Sahara, il Sene­gal e in treno fino in Nige­ria. Non avevo seguito un per­corso acca­de­mico, né rico­no­scevo mae­stri. Era mio inte­resse cono­scere posti nuovi e come le per­sone di quei paesi si espri­me­vano. Poi, fil­mavo tutto. Esplo­ravo ciò che poi è diven­tato per me un discorso eco­lo­gico che trovò ragione con­creta nel film “Dio­tup”, che uti­lizza la mate­ria­lità di oggetti di pla­stica, umi­liati e pronti ad essere modi­fi­cati in una scul­tura d’aria, embrione gigante sot­to­po­sto a trasformazione.

Dove fu girato il film?

Fu girato, tra l’inverno del ’71 e la pri­ma­vera dell’anno dopo, in con­di­zioni for­tu­nose a Rosi­gnano Sol­vay, con il ser­pen­tone d’aria che si espande gra­zie al banale trucco di gon­fiare il mate­riale di pla­stica con le emis­sioni del tubo di scap­pa­mento della mia auto.

Dun­que, pare di capire che il suo è stato un per­corso ori­gi­nale, quasi appar­tato, seb­bene con­sa­pe­vole di appar­te­nere ad un mondo dell’arte come dire all’italiana.

Sono andata sem­pre avanti, debbo dire che la mia soli­tu­dine arti­stica è stata cen­trale per la mia ricerca. Ho dovuto atten­dere molto prima di avere spa­zio nei musei. Ma in tutto que­sto tempo, ho fatto incon­tri con per­sone straordinarie.

 

Nota Bio­gra­fica

Gabriella Bene­dini è nata a Cre­mona nel 1932. Fre­quenta a Parma l’Istituto d’Arte Paolo Toschi e tra­sfe­ri­tasi a Milano si diploma all’Accademia di Brera. Lavora nell’editoria per ragazzi come illu­stra­trice, sul finire degli anni cin­quanta va a vivere a Parigi. Tor­nata a Milano espone con la Gal­le­ria Ber­ga­mini e fre­quenta i pit­tori del Rea­li­smo esi­sten­ziale. Tra la fine degli anni ses­santa e la metà degli anni set­tanta alla ricerca di un pro­prio lin­guag­gio arti­stico viag­gia molto, in Africa e in Asia. Nel1972 spe­ri­menta il cinema rea­liz­zando due film in super 8 Dopre­noi e Diu­top. Con Ales­san­dra Bonelli, Lucia Pesca­dor e Ales­san­dra Ster­loc­chi costi­tui­sce il Gruppo Meta­mor­fosi. Sciol­tosi il gruppo spo­sta la sua ricerca verso la scul­tura. Cicli come le Sto­rie della terra-Mutazioni (1977–1980), i Tea­tri della ‘melan­co­nia’ (1984), i Sestanti (1992), le Costel­la­zioni (1993). E poi instal­la­zioni come Il tea­tro di Per­se­fone (1985) e le Arpe (1991). Dell’Estate del 2014 è la mostra “Tran­siti e incon­tri” al Museo Dio­ce­sano di Milano.

24 dicembre 2014
http://laboratoriodonnae.wordpress.com

Scoprire Meret

di Pina Nuzzo

Presentazione biografia Meret Libreria delle donne Milano foto di Pinuccia Barbieri

La presentazione a Milano, il 20 dicembre scorso, della biografia “Meret Oppenheim, afferrare la vita per la coda” di Martina Corgnati era un’occasione da cogliere al volo. Il libro era stato presentato una settimana prima al Maxxi di Roma, ma ho preferito fare un viaggio fino a Milano perché l’evento che si è tenuto presso la Libreria delle Donne era organizzato dall’Associazione  “Apriti cielo” con cui sono entrata in contatto via Facebook. Circostanze che mi facevano immaginare un incontro ravvicinato con un’autrice che apprezzo, in un luogo politico significativo.Partendo dalla mia esperienza di pittrice avevo avuto modo di riflettere sulla donna come spettatrice dell’arte. Visitando mostre e musei mi ero fatta diverse domande su quello che guardavo e sul suo significato, ma per uscire dal mutismo in cui regolarmente sprofondavo ho dovuto superare tutte le informazioni e le nozioni di cui siamo tradizionalmente in possesso e che condizionano il nostro sguardo. Ho sempre trovato insopportabile la pretesa di assegnare alle opere un linguaggio asessuato che parlerebbe indifferentemente agli uomini e alle donne. Solo quando ho accettato di ascoltarmi davvero di fronte all’opera d’arte ho cominciato a pormi come una spettatrice sessuata. L’ho potuto fare grazie alla pratica politica del partire da sé. Così ho potuto leggere la grandezza di un artista, ma nel contempo capire di quali privilegi abbiano goduto gli uomini nella costruzione della storia dell’arte, primo fra tutti quello di porsi come soggetto nel mondo e di usare il mondo come oggetto di rappresentazione, di farlo legittimati da una genealogia.
Il saggio di Martina Corgnati “Artiste. Dall’impressionismo al nuovo millennio”(Mondadori 2004) ha rappresentato una conferma autorevole per il mio punto di vista. Non posso non citare un passaggio cruciale: “Le stesse “arti belle”, con i nudi e altre iconografie ricorrenti, da sempre saldamente in mano a uomini, hanno contribuito non poco ad alimentare l’ideologia e l’immagine della donna-oggetto, sessualmente disponibile, debole, nutritiva, vicina alla natura e passiva. Un’ideologia tanto forte, fino a pochi decenni fa, da condizionare non solo gli artisti, ma anche le loro rarissime colleghe e il loro pubblico, “misto” di fatto ma esclusivamente maschile nel giudizio. Alla fruitrice infatti, come all’artista, si offrivano due sole possibilità: identificarsi con lo sguardo maschile, rinunciando al proprio punto di vista, oppure con l’oggetto del desiderio, la modella, la musa, assumendo quindi una posizione in qualche misura masochista, svuotata di qualsiasi potere di formulare un’immagine autonoma.”
Dovevo andare a Milano.
“E’ circolata tanta energia oggi in Libreria e una gradevole impressione di vero ascolto e scambio di saperi” ha commentato “Apriti Cielo” su Facebook ad incontro concluso. Confermo, è stato uno di quei rari incontri in cui ci si parla per davvero. A cominciare dalle relatrici che si sono spese con generosità.
Ha aperto i lavori Zina Borgini di “Apriti Cielo” che ha voluto fortemente l’iniziativa per l’ammirazione nei confronti di Meret Oppenheim, icona di donna vissuta fuori dagli schemi, libera da ogni etichetta artistica, ideologica e di genere; per stima nei confronti di Martina Corgnati che aveva già lavorato sulla figura dell’artista e curato dopo la morte la prima retrospettiva italiana al Palazzo delle Stelline a Milano (1998/99). E ha voluto che la presentazione avvenisse presso la Libreria delle Donne, luogo con cui ha una relazione di lunga data.
Cristina Giudice, storica dell’arte e docente – come Martina Corgnati – dell’Accademia Albertina di Torino, introducendo ha ricordato che le artiste sono state spesso penalizzate dalla critica dell’arte del novecento; chi è riuscita a ritagliarsi uno spazio, ad essere riconosciuta, ha fatto scelte di cui poco sappiamo. Raccontate raramente. La ponderosa biografia di Martina Corgnati permette, invece, di conoscere meglio una figura complessa come Meret Oppenheim che, giovanissima, sapeva di volersi dedicare all’arte ed era già consapevole della ricaduta che l’essere donna avrebbe avuto sulla sua ricerca artistica. Decide di non avere figli. E quasi a suggellare un patto con sé stessa dipinge un quadro: l’angelo sterminatore.
E’ una donna che tiene alla propria libertà anche contro i suoi stessi sentimenti e non teme di andare controcorrente, contro le convenzioni sociali del suo tempo. Di questo e di tanto altro parla la biografia, un volume di cinquecento pagine che si legge con grande piacere e che si torna a consultare, come ha detto Cristina Giudice che si è anche soffermata sulla qualità della scrittura di Martina Corgnati. Perché non si tratta solo di scrittura bella, ma di aver saputo restituire la propria competenza, lo sguardo sull’artista e la relazione con la nipote, Lisa Wenger, depositaria delle carte di Meret – lettere, appunti, documenti – che sono materia viva e inedita della biografia.

Foto di Pinuccia Barbieri

da http://laboratoriodonnae.wordpress.com

Share on FacebookShare on Twitter+1Share via emailShare

dal16 dicembre al 30 dicembre 2014

Until Next Morning. Le opere esposte, tutte inedite, presentano la ricerca dell’artista negli ultimi 2 anni; si tratta di tecniche miste su carte di grande formato che sono il luogo di un paesaggio interiore.

a cura di Gianluca Ranzi

La Fondazione Mudima dal 17 al 30 dicembre presenta la mostra “Simona Caramelli. Until Next Morning” a cura di Gianluca Ranzi. Le opere esposte, tutte inedite, ripercorrono la ricerca dell’artista negli ultimi due anni e sono principalmente tecniche miste su carte di grande formato in cui la matericità della carta e le sue caratteristiche evidenziano le dinamiche profonde da cui muove l’ispirazione al lavoro.

Per Simona Caramelli il quadro diventa il luogo di un paesaggio interiore in cui il predominio del bianco e del nero è la traccia di una ricerca introspettiva portata avanti con determinazione e senza inibizioni.

Il titolo della mostra “Until Next Morning” fa riferimento a quel senso di sospensione e di continua attesa che è presente nel lavoro dell’artista e ben rappresentato in mostra da opere come quelle del ciclo “I”, che sta per insonnia, una condizione sofferta dall’artista e che ha dato origine alla produzione notturna di queste cinque grandi carte. Qui le piegature della carta, le sue lacerazioni e la sua “storia” diventano il simbolo delle dinamiche interiori che la pittura riesce a materializzare, mantenendo pur sempre una forma aperta, irrefrenabile e magmatica. Come scrive Gianluca Ranzi: “In queste opere l’idea ricorrente di una finestra sbarrata che apre sulle dinamiche interiori e cerca di trattenere una nebulosa di pittura e energia allo stato puro (I #2, 2014, acrilico e collage su carta, 175×150 cm.), assume una grande efficacia espressiva pur senza mai rinunciare a un sapiente controllo formale e a una caratteristica riduzione minimale della composizione”.

Il rapporto con lo spazio è quindi articolato e complesso, come avviene nelle ultime carte chiamate genericamente e programmaticamente “Untitled”, in cui la figura si allarga a macchia d’olio sul foglio lasciando margini di non-finito e vuoti d’immagine in cui la pittura galleggia, scorre in rivoli ed esplode nello spazio. In queste recentissime opere (come nel caso di Untitled, 2014, acrilico su carta, 140×180 cm.) la ricerca di Simona Caramelli assume la forza di un flusso inarrestabile che dal basso spinge verso l’alto il contenuto del suo inconscio, usando un segno incisivo e violento che libera e dà voce allo stato informe della materia e delle memorie, spingendolo fino alla soglia dell’evidenza formale e li trattenendolo come in una fugace apparizione restituita perennemente alla vista. In questo caso il “senza titolo” rimanda infatti a qualcosa che va oltre il quadro stesso e di cui ne costituisce la sorgente.

Nel ciclo intitolato “Hand” l’immagine fotografica di una mano inguantata intrisa di pittura viene riprodotta in serie su lastre di ferro o sdoppiata e triplicata su carta: se arcaiche sono la temperatura del colore e la lontananza dell’immagine moltiplicata, attualissima è la conturbante efficacia del simbolo del fare e della poiesi, di quel gesto liberatorio e sfrontato che sottintende tutta la ricerca dell’artista.

Simona Caramelli è nata a Pistoia nel 1969. In passato è stata attrice per il teatro ed il cinema collaborando con i più importanti registi italiani. Vive e lavora a Roma. Tra le mostre personali e collettive si segnalano: UNTIL NEXT MORNING, Fondazione Mudima, Milano a cura di Gianluca Ranzi (dicembre 2014); PREMIERE, Galleria PrimoSpazio, Foligno a cura di Piero Tomassoni (maggio 2010); mostra collettiva presso la Galleria PrimoSpazio, Foligno a cura di Piero Tomassoni (aprile 2010); MiArt Milano, galleria PrimoSpazio (marzo 2010), BLIND DATE, 420 Roma, collettiva indipendente (giugno 2009).

Immagine: Simona Caramelli_Untitled_2014_acrilico su carta_cm 140×180

Ufficio stampa
Irma Bianchi Comunicazione
Tel. 02 8940 4694 – info@irmabianchi.it

Inaugurazione 16 dicembre alle 18.30

Fondazione Mudima
via Tadino, 26 – Milano Lombardia Italia
Orario: lun-ven 11-13 e 15-19.30
Ingresso libero

Dal 17 dicembre 2014 al 15 febbraio 2015

Oltre 100 fotografie b/n ripercorrono tutta l’opera dell’artista, dall’inizio negli anni ’90 come fotografa nei Balcani ai suoi ultimi lavori ad Almeria. Le sue immagini analizzano i temi del confine, della vulnerabilita’ e del corpo.

la Fondazione Stelline presenta la personale di Vanessa Winship organizzata dalla Fundación Mapfre di Madrid: oltre 100 fotografie in bianco e nero ripercorrono attraverso un’ampia panoramica tutta l’opera dell’artista, dall’inizio della sua carriera, giovane fotografa nei Balcani, fino ai suoi ultimi lavori ad Almerìa.

Vanessa Winship è un’artista polivalente, i cui lavori analizzano la profondità dei temi della frontiera dell’identità, della vulnerabilità e del corpo, il tutto in uno spazio geografico ricco di intensità ed emozioni, dove l’instabilità dei confini va di pari passo con il mutare dell’identità storica contemporanea.

Le sue serie offrono uno spunto di riflessione su come il corso della storia riesca a modellare le forme del paesaggio e a lasciare il segno sui corpi dei suoi abitanti, ma anche sulle loro caratteristiche e sui loro gesti. Il viaggio e i suoi incontri con l’”altro” sono temi fondamentali della sua vita e della sua fotografia. Un paesaggio umano, che si impone sui conflitti politici e sociali ed emerge tra le rovine di mondi in decadenza. Un recente passato (edifici, sculture commemorative e mezzi di trasporto) procede in direzione opposta alle persone che si muovono tra di esse. La Winship descrive la componente mitica e leggendaria di questi luoghi e allo stesso tempo li destabilizza. Vengono certamente evocati gli eventi storici che hanno segnato queste regioni, ma la Winship pone l’enfasi più alta sulla microstoria di ognuna di esse: le attività del tempo libero, gli interni delle scuole, le condizioni di lavoro e le diverse forme di socializzazione e di culto religioso.

Le fotografie realizzate fino al 2011 tracciano una mappa personale dei confini dell’Europa e dei loro punti di contatto con l’Asia.Il suoparticolaremetodo di lavoro ha dato origine a serie come “Imagined States and Desires: A Balkan Journey”, “Black Sea: Between Chronicle and Fiction”, “Sweet Nothings: Schoolgirls of Eastern Anatolia” e “Georgia. SeedsCarried by the Wind”, che uniscono spazio pubblico e privato, concentrandosi su un evento e sulla costruzione di un ritratto in posa.

“Ospitare un’artista come Vanessa Winship è come fare un itinerario in un mondo che muta, nei confini e nella percezione storica dell’evoluzione –dichiara PierCarla Delpiano, Presidente Fondazione Stelline. Il tema del cambiamento alla vigilia di Expo2015 è particolarmente attuale nella Milano di oggi che diventa metropolitana. Come si intuisce nel dibattito culturale: grandi eventi, contaminazione, apertura. Grazie alla Winship abbiamo la possibilità di vedere ritratta la storia che cambia nei confini e nell’identità, particolarmente contestuale al momento storico che viviamo”.

Nel 2011, la Winship è stata la prima donna a ricevere il prestigioso premio Henri Cartier-Bresson per la fotografia. Il suo progetto vincente è stato “Shedances on Jackson. UnitedStates”, una serie che si concentra sui segni del declino dell’American Dream, visibile sia sulla superficie della terra che nelle caratteristiche umane e nel linguaggio del corpo. Nel 2014, su incarico della FUNDACIÓN MAPFRE, la Winship si è recata ad Almería (Spagna), per rappresentarne la notevole diversità geografica, lo sradicamento e la storia fatta di alterne vicende. Questi ultimi due progetti rivelano una progressiva scomparsa delle forme umane e l’emergere di un paesaggio che diventa eloquente attraverso il suo apparente silenzio e la sua immobilità. Il senso di un territorio di frontiera, la vulnerabilità della terra e il peso del passato, suggeriti dalla serie “Almería. Where Gold WasFound”, mettono questa regione in connessione con le altre parti del mondo su cui si è posato lo sguardo fotografico di Vanessa Winship.

Vanessa Winship (nata a Barton-upon-Humber, Regno Unito, nel 1960) è oggi uno dei nomi più acclamati della fotografia internazionale. Il suo stile non è meramente documentario, ma si concentra su temi quali la frontiera, l’identità, la vulnerabilità e il corpo. Sin dagli anni ’90, la Winship ha lavorato in diverse aree geografiche, tra cui i Balcani, il Mar Nero e il Caucaso, che nell’immaginario collettivo sono luoghi associati all’instabilità e ai tempi oscuri del recente passato e alla mutevolezza dei confini e delle identità.

Ufficio stampa
Andromaca Eventi e comunicazione
Valentina Morelli 338 5600375 valentina.morelli@andromaca.it

Opening 16 dicembre ore 18.30

Fondazione Stelline
Corso Magenta 61 Milano
Orario: martedì / domenica, 10 – 20 (chiuso lunedì)
Biglietti: intero € 6; ridotto € 4,50; scuole € 2