Martedi 12 gennaio ore 19
Prometeogallery

Via G. Ventura, 3, 20134 Milano

In occasione del Finissage della sua mostra personale, Regina José Galindo farà una lettura pubblica delle sue creazioni poetiche.
A seguire un talk in galleria tra l’artista in confronto con Diego Sileo, conservatore del PAC – Padiglione Arte Contemporanea Milano, e Francesca Pasini Curatrice e critica d’arte indipendente, su temi affini alla mostra “Mazorca”.

da Alias “il manifesto  del 2 gennaio 2016

di Graziella Geraci

Indagine aperta sulle relazioni fra i sessi

Intervista. L’artista iraniana Shirin Neshat è una delle protagoniste del nuovo calendario Pirelli, affidato alla magia fotografica di Annie Leibovitz

Artista eclettica, Shirin Neshat esplora attraverso l’arte visiva il mondo femminile nella cultura islamica svelando le contraddizioni, le limitazioni, la poeticità e la sensualità che convivono in una cultura millenaria. Foto, installazioni, film si intrecciano nella produzione dell’artista iraniana con progetti musicali ed episodi al limite del fashion come lo scatto di Annie Leibovitz che la vede protagonista per il calendario Pirelli del 2016, scelta, insieme ad altre undici donne, come simbolo di una femminilità contemporanea influente e di successo.
Shirin Neshat continua ad indagare se stessa e l’essere donna in tutte le sue accezioni, partendo da un vissuto che la vede bilanciare perfettamente il mondo occidentale e quello mediorientale.

Cosa pensa del nuovo stile del calendario Pirelli e cosa ha provato quando Annie Leibovitz la ha contattata per posare per «The Cal»?
Non conoscevo molto il calendario della Pirelli ma ho accettato per la reputazione di ottima fotografa di Annie Leibovitz. Successivamente quando ho visto le passate edizioni del calendario ho pensato che Annie fosse estremamente coraggiosa per cambiare l’identità di un prodotto così affermato da calendario sexy a qualcosa che non si basa sulla bellezza fisica ma sui risultati raggiunti dalle donne. Inutile dire che sono stata lusingata di far parte della sua selezione e penso che le immagini siano veramente fantastiche opere d’arte.

Qual è il suo rapporto con l’Italia e l’arte di questo paese?
L’Italia è stata determinante per l’evoluzione della mia carriera iniziata nella galleria di Lucio D’Amelio nel 1996. Ho anche ricevuto i premi più importanti in Italia: uno di questi è stato il Leone d’Oro della Biennale di Venezia (arti visive) nel 1999 e poi il Leone d’Argento al Festival Internazionale del Cinema di Venezia per il mio film Donne senza uomini, nel 2009. A settembre del 2015 sono stata a Bari per Passage through the world, un viaggio nella musica di Mohsen Namjoo per il quale ho realizzato con Shoja Aza la scenografia. È stato molto interessante e ho interagito con alcune donne anziane, delle lamentatrici, che sono entrate nello spettacolo e nella mia installazione video. Mohsen Namjoo ha avuto l’idea della musica che viaggia dall’est all’ovest attraverso diverse culture: l’idea l’ho trovata suggestiva, soprattutto per il particolare momento di conflitto tra cristiani e musulmani, tra oriente ed occidente, che stiamo attraversando. In questo progetto c’erano infinite possibilità da sviluppare: l’idea della musica mistica islamica, la circolarità della danza sufi, l’idea del mentore e dei suoi accoliti e un tipo di religiosità che si esprime nelle lamentatrici italiane.

C’è una differenza, secondo lei, tra l’arte occidentale e quella orientale?
È difficile generalizzare perché io vivo in mezzo alle due culture: emotivamente sono molto iraniana ma la mia educazione è occidentale. Quando sono a New York mi sento parte dell’occidente, quando sono in Italia mi sento orientale, sono completamente divisa in due, nel lavoro, nello stile, anche nel mio modo di vestire. C’è una grande differenza tra le due culture ma le emozioni umane sono il legame che le unisce. Con l’arte cerco di mostrare cosa realmente abbiamo in comune, uso l’iconografia, la musica e le immagini iraniane ma il mio lavoro è la ricerca, cercare umanità. Siamo uguali, abbiamo gli stessi sentimenti: tu soffri come soffro io, tu ti innamori proprio come mi posso innamorare io, tu sei libero, io sono libera … il potere dell’arte è rintracciare le assonanze nelle esperienze umane. C’è differenza nella lingua, nella religione e nello stile di vita, ma contemporaneamente esiste l’universalità dell’umanità. L’arte è l’unico modo per setacciarla. Una buona opera d’arte dovrebbe avere le due qualità: mostrare le divergenze e le cose comuni. Il mio lavoro è molto islamico: è basato sulla mia esperienza di donna iraniana, è particolarmente concentrato sull’Iran. Eppure nello stesso tempo, visto che vivo fuori dal mio paese, cerco i paradossi.

Nel suo film «Donne senza uomini» la relazione tra i due sessi non è positiva: è lo specchio della situazione in Iran o è una condizione globale?
Niente affatto. Il film è basato sul romanzo omonimo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur e, a mio parere, la sua storia descrive le donne che non riescono a gestire le relazioni con gli uomini e a fronteggiarli. Il film è stato stilisticamente concepito nell’ambito del realismo magico. La storia si svolge nel 1953, non si tratta dell’Iran attuale, è un’allegoria e non una rappresentazione realistica della cultura iraniana.

Cosa pensa delle primavere arabe? Si intravedono cambiamenti per le donne?
Sono andata a Piazza Tahrir due volte. L’Egitto ha vissuto una sorta di onda verde, come quella iraniana. Questi movimenti hanno mostrato un nuovo concetto di famiglia nella quale le donne sono attive, sono intelligenti e si muovono all’interno della società. C’è una nuova generazione di donne erudite ed intraprendenti: in più, non sono come le occidentali che per partecipare alla politica devono necessariamente emulare gli uomini. Amo quel loro dinamismo mediorientale in cui le donne continuano a essere molto femminili, non competono con gli uomini e la loro partecipazione alla rivoluzione è stata un fatto naturale. Questa nuova generazione mi ha ispirata: la mia e quella precedente non ha avuto accesso all’educazione. Nella mia famiglia sono la sola a lavorare e a guadagnare, le mie sorelle hanno avuto la fortuna di andate tutte a scuola, ma si sono sposate e hanno fatto figli, accettando un ruolo tradizionale. La generazione attuale è composta da donne istruite al 95%, lavora, che hanno dimistichezza con la tecnologia e conoscono il mondo anche attraverso i social media. Non è una condizione così distante dalle possibilità che hanno gli uomini e questo status è nuovo per noi.
Ma la situazione dal punto di vista politico non sembra mutata, in Egitto si è instaurato di nuovo un potere militare. Il problema persiste, le donne stanno cambiando, ma la società probabilmente è ancora indietro. Il governo non ha la capacità di aiutare la trasformazione, anche se ora è difficile ricacciare le donne nella situazione precedente.

Quali sono i suoi progetti nel prossimo futuro?
Sto lavorando a un film sulla vita di Umm Kulthum. La cantante egiziana è morta nel 1975, ma ancora oggi è la voce più popolare nel Medio Oriente, è amata in Egitto, in Israele, in Algeria, in Marocco e in altri Stati. La sua figura è molto complessa. Era una donna mediorientale che per raggiungere il successo doveva essere non convenzionale, a suo modo progressista. Non ebbe mai figli, probabilmente era gay, era comunque circondata da uomini, viveva in una società maschilista, era nazionalista… tutti spunti interessanti.

Nel 2017, al Festival di Salisburgo realizzerò la regia dell’Aida. Mi interessa la sperimentazione, come artista sono propensa a fare sempre cose nuove, mi annoiano le ripetizioni. Quando Riccardo Muti mi ha contattata per l’Aida, la sua proposta mi ha spaventata, ma contemporaneamente stimolata: è qualcosa di completamente nuovo per me ed è un rischio.

Infine, sto terminando di girare alcuni video che vorrei esporre alla mia prossima mostra alla galleria Gladstone di New York. Ho intenzione di realizzare una trilogia, tre cortometraggi che hanno come soggetto i sogni. Lo stile sarà concettuale, come per gli altri video TurbulentRapture, saranno in bianco e nero e con una donna come protagonista. Avevo già realizzato per la Viennale un filmato di 3 minuti con Natalie Portman, ora è di 10 minuti e farà parte della trilogia che chiamerò Dreamers. Questo per ora è tutto, poi vedrò in corso d’opera.

sabato 12 dicembre ore 16.30 L’evento è stato spostato a sabato 9 gennaio alle ore 16,30
Feritelliarte Firenze

 

In occasione della mostra Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta si terrà un ciclo di cinque incontri dedicati ad approfondire i temi dell’esposizione, attraverso il confronto e la testimonianza di storiche dell’arte, curatrici, militanti, artiste, collezioniste e galleriste, invitate a riflettere sul rapporto tra arte e femminismo nel contesto storico attuale e in quello passato, sulle esperienze dei collettivi autogestiti, sulle recenti mostre dedicate all’arte femminile.
 
Interverranno
Barbara Casavecchia, Francesca Guerisoli,
Paola Mattioli, Libera Mazzoleni
Introduce e modera
Raffaella Perna

sarà riproposta la performance di

Libera Mazzoleni
Il pollo & l’Arte
 Impossibile dire, oggi, cosa sia l’Arte, tuttavia l’artista non si esime dall’interrogarsi. Il pollo & l’Arte srotola questa domanda intrecciando la tonalità aulica con la banale azione del divorare, del consumare, dell’assimilare, in un gioco di rinvii ambigui e spaesanti.

Una vittima sacrificale e un arte-fice (… artificio) che, abitando la follia di un’identità anonima, meta-fora di una generica umanità, pensa di creare il mondo, annicchilendolo continuamente nel gesto compiuto da una soggettività smisurata.

da La stampa del 30-11-2015

di Maria Corbi

Nel lavoro firmato da Annie Leibovitz anche Yoko Ono, Patti Smith e Serena Williams

Annie Leibovitz aveva già prestato il suo occhio e la sua sensibilità a The Cal nel 2000 quando l’unica modella a entrare nelle sue pagine fu Laetizia Casta. Per il 2016 l’eccezione è invece Natalia Vodianova. Quindi inutile aspettarsi una carrellata di donne nude e ammiccanti a rappresentare l’anno che verrà. Ecco invece un gruppo di donne carismatiche e toste, scelte per quello che sono e non per la loro perfezione. Un concetto di bellezza democratico, femminista, che salta i canoni imposti da pubblicità, uomini e mass media. Modelle per caso, anzi per scelta, per cercare di abbattere il muro del pensiero unico maschile sulla bellezza. Ed ecco Yoko Ono, 82 anni, la giapponese che negli anni ’60 stregò John Lennon e mise fine ai Beatles. Katherine Kennedy, 62 anni, super produttrice americana, socia di Steven Spielberg. Agnes Gund, 77 anni, collezionista, presidente del Museum oggi modern Att di New York. Patti Smith, 68 anni, sacerdotessa della musica New Waves.

Fran Lebowitz, 64 anni, opinionista made in Usa, paladina dei diritti dei fumatori.

Ava Duvernay, 44 anni, regista di Selma – La strada per la libertà. E poi Serena Williams, 33 anni, giunonica campionessa, mito del tennis. Ma a rappresentare il «nuovo femminile», «la generazione Z», le giovanissime, c’è Tavi Gevinson, 19 anni, aspetto di una tredicenne che con il suo blog Style Rookie , fondato nel 2008, è diventata una delle trenta donne under 30 più importanti del mondo dei media secondo Forbes. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo progetto cartaceo: «Rookie – Year Book One». È considerata una «new feminist» e da piccola donna che a 12 anni alle sfilate si sedeva già a poche poltrone di distanza dalla Wintour, si è trasformata in una ambasciatrice della sua generazione. Via social, of course.

In occasione della presentazione del calendario Pirelli ha presentato anche il sito www.pirellicalendar.com per gli appassionati di «The Cal». All’interno materiale d’archivio, alcuni inediti e il backstage. Una storia del calendario ma anche uno spaccato dell’evoluzione del costume di oltre mezzo secolo di storia, dal 1963 fino ai giorni nostri.

http://www.lastampa.it/2015/11/30/societa/basta-nudo-e-sensualit-il-calendario-pirelli-celebra-le-donne-toste

dal 13 novembre 2015 al 23 gennaio 2016

Sally Schonfeldt
The Ketty La Rocca Research Centre

Istituto Svizzero di Roma  via Liguria, 20

The Ketty La Rocca Research Centre dell’artista Sally Schonfeldt (nata nel 1983 ad Adelaide e residente a Zurigo) è il secondo progetto del ciclo Artista Laureato, promosso dall’Istituto Svizzero di Roma, per indagare modelli alternativi nel sistema di educazione attraverso un dialogo tra soggetti attivi: accademie d’arte e istituti di cultura.

Il progetto di Schonfeldt, iniziato nel 2011 durante i suoi studi alla Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) e presentato oggi all’Istituto Svizzero di Roma, è ispirato dalla penetrante esplorazione del linguaggio nelle opere video, nelle performance, nei collage e nella fotografia dell’artista italiana Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze 1976). Artista della neo-avanguardia, La Rocca ha fatto parte del movimento di “poesia visiva” nel Gruppo 70, e ha lavorato alla frontiera dell’arte sperimentale nella Firenze degli anni Sessanta e Settanta.

Sally Schonfeldt ha iniziato una ricerca di un anno che ha successivamente rivisitato attraverso una complessità di temi che contestualizzano il lavoro di Ketty La Rocca. Affascinata dalla progressiva decostruzione dell’uso dominante del linguaggio e dall’attenzione radicale degli ultimi lavori di La Rocca sul potenziale del non-verbale e del gesto, Schonfeldt ha raccolto l’opera di quest’artista attraverso una riflessione soggettiva e una rilettura all’interno del femminismo storico e contemporaneo.

L’Istituto Svizzero di Roma ha invitato Sally Schonfeldt in Italia per continuare la sua ricerca: la nuova installazione del progetto di Schonfeldt a Roma contraddice la classica forma del “centro di ricerca” con un contesto intimo e soggettivo. The Ketty La Rocca Research Centre è progettato come una piattaforma, tanto letterale quanto metaforica, il cui materiale raccolto e messo in mostra rende possibile una lettura aperta e accessibile della pratica artistica di Ketty La Rocca. Libri d’arte, cataloghi, ephemera di mostre passate, recensioni di giornali, lavori video tra cui Le Mani, prodotto nel 1973 per il programma TV Rai Nuovi Alfabeti, vengono contestualizzati da ulteriori testi e libri su temi come la “poesia visiva”, il Gruppo 70, il femminismo italiano e la ricerca artistica.

Invece di un omaggio retrospettivo, Sally Schonfeldt presenta una celebrazione e una ricognizione della contemporaneità di La Rocca, un pretesto per mettere in dialogo artiste e musiciste di differenti generazioni e provenienza. Per questo, il 16 gennaio 2016, lo spazio verrà aperto alla collaborazione con altre artiste contemporanee, musiciste, teoriche e scrittrici coinvolte in pratiche femministe e collettive. Echo La Rocca – The Sound as the Trace of Her Voice, in collaborazione con OOR Records (Zurigo), estenderà la mostra ospitando stand temporanei di libri, dibattiti, interventi sonori e performance in relazione a La Rocca e alle sue multiforme pratiche.

The Ketty La Rocca Research Centre ospiterà anche la ricerca di Anna Frei, artista, graphic designer, DJ e produttrice culturale, sulle donne nella musica elettronica delle origini. Sviluppatasi nel corso degli ultimi anni, l’indagine della Frei verrà approfondita seguendo le tracce del coinvolgimento della stessa La Rocca nella musica elettronica nell’Italia degli anni Sessanta.

The Ketty La Rocca Research Centre a Roma è uno spazio attivo. Un’altra libreria, un’altra mostra, un altro centro di ricerca, un’altra stanza di lettura in cui i vari discorsi attorno a Ketty La Rocca si incontrano generando dialoghi tra i contesti storici e gli spazi. Una prospettiva che stabilisce contatti con studiosi, artisti, galleristi, storici dell’arte, critici e membri della famiglia coinvolti nel desiderio di tenere viva la presenza di Ketty La Rocca nel contemporaneo.

Sally Schonfeldt (1983, Adelaide, Australia) vive a Zurigo. Si è laureata alla Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) nel 2014. Il suo lavoro è principalmente orientate alla relazione dialogica tra teoria e potenzialità della ricerca artistica e estetica. Applica la storiografia per interrogare i modi della produzione di sapere in relazione al discorso post-coloniale, e la posizione delle donne nella storia. I suoi ultimi lavori includono Plattenstrasse 10 (2014) e The Struggle within the Struggle (2015). I suoi nuovi progetti (in collaborazione con Very Ryser) indagano un manifesto scritto dalle donne migranti in Svizzera nel 1975, con l’intenzione di ri-posizionarlo nell’attualità contemporanea.

Anna Frei (1982, San Gallo) vive a Zurigo. È artista, graphic designer, DJ e produttrice culturale. Le sue diverse attività sono il risultato di ricerche sui protagonisti, sui campi e sulle pratiche dell’arte emancipatoria e della musica. Nel 2014 ha co-fondato a Zurigo lo spazio polivalente OOR RECORDS, un negozio di dischi e una libreria d’arte, dove organizza performance, reading, dj-set e eventi di sound-art. Archivia e rende accessibili online registrazioni, mix e opere audio, e produce edizioni audio dei suoi eventi.

 

dal 3 dicembre 2015 al  27 febbraio 2016

Galleria Raffaella Cortese

Barbara Bloom | via a.stradella 1-7
Joan Jonas | via a.stradella 4


Inaugurazione alla presenza degli artisti giovedì 3 dicembre h. 19.0021.00
3 dicembre 2015 | 27 febbraio 2016
martedì – sabato h. 10.00-13.00 | 15.00-19.30 e su appuntamento

Barbara Bloom
The Weather | via a.stradella 1-7


La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la terza mostra personale dell’artista americana Barbara Bloom, che coinvolgerà due dei tre spazi espositivi della galleria. In mostra saranno opere inedite, concepite e realizzate appositamente per l’occasione.

L’Assenza e la sua rappresentazione sono state, per quasi 40 anni, un tema costante di ricerca e indagine nel lavoro di Barbara Bloom. Impronte digitali, tracce di rossetto, filigrane, macchie di tè, impronte di passi, testi invisibili, cancellature, depennamenti, Braille ed ellissi… sono le sue forme e i suoi oggetti preferiti. Questi legami tra il visibile e l’invisibile sono da sempre una presenza frequente nella ricerca dell’artista. Un aspetto altrettanto incisivo del lavoro di Barbara Bloom è rappresentato dal suo rapporto con la Letteratura e, in particolare, con i libri e i testi dei suoi autori preferiti che vengono utilizzati come “portatori di senso” e di cui spesso Bloom suggerisce dettagli impliciti nelle sue opere. L’artista ha più volte dichiarato che avrebbe potuto essere una scrittrice, probabilmente una romanziera, ma in qualche modo è finita a fare la cosa sbagliata (e ha involontariamente “accettato” di essere un’artista visiva).

Nello spazio n.7, sette tappeti di una tonalità grigio-verdeacqua aleggiano in bilico a diverse altezze dal pavimento. Ogni tappeto presenta sulla sua superficie un pattern di punti in rilievo che formano un testo in Braille. L’artista ha deciso di utilizzare testi descrittivi che accentuassero la complessità e la malinconia nella “lettura” dell’opera: un cieco dalla nascita, infatti, pur comprendendo il testo non potrà avere un’immagine visiva di ciò che il testo descrive; una persona vedente, invece, non leggendo il Braille, potrà semplicemente osservare l’oggetto.
Gli scritti che Bloom ha scelto sono una vasta gamma di descrizioni del tempo e delle condizioni atmosferiche, ossia un qualcosa che influisce su tutti noi e che tutti noi possiamo percepire. Appartengono a diversi autori e sono dunque trattati con stili diversi: Raymond Chandler, André Gide, James Joyce, Gabriel Garcia Marquez, Cormac McCarthy, Haruki Murakami; in più, un riferimento autobiografico nella descrizione delle statistiche meteorologiche di Los Angeles l’11 luglio, 1951 alle 2am (il suo luogo e data di nascita).
Nello spazio n.1 è esposta la serie fotografica Works for the Blind. Ogni lavoro è la fotografia di un’illusione e su ognuno è riportata una frase in Braille. La stessa frase è anche stampata, bianco su nero, a parole ma nelle dimensioni di un francobollo. Le immagini e i testi (di Wittgenstein, Barthes, o Dorothy Sayers) fanno riferimento alla difficoltà di vedere le cose per quello che sono realmente, ma pochissime persone saranno in grado di leggere l’opera nella sua completezza. I vedenti potranno osservare la fotografia dell’illusione (anche se non comprenderanno com’è stata realizzata), ma la maggior parte non percepirà il senso del testo, troppo piccolo da leggere; i non vedenti, invece, potranno leggere il testo (il plexiglass è tagliato in corrispondenza del testo in Braille, che può essere toccato), ma non potranno osservare la fotografia. L’unica cosa chiara è che ognuno di noi è cieco.
In questo spazio è esposta anche la serie fotografica Eyes Closed. Bloom ha passato molto tempo in sale cinematografiche nel mondo, per cui, in un modo o nell’altro, gran parte dei film che ha visto erano sottotitolati e quelle parole erano sempre approssimazioni inadeguate dei dialoghi; tuttavia, l’autorità loro conferita dall’essere scritte le rendeva più solide e strutturate del dialogo fugace.

Barbara Bloom è nata nel 1951 a Los Angeles. Vive e lavora a New York. Recentemente il MoMA di New York ha acquisito la sua serie fotografica Framing Wall (1977– 2015), che sarà in mostra al museo fino al 20 dicembre 2015. Il suo lavoro è stato esposto in importanti istituzioni quali: Museo Boymans van Beuningen, Rotterdam; Stedelijk Museum, Amsterdam; Museum of Contemporary Art, Los Angeles; La Biennale di Venezia; Kunstverein München, Monaco; Art Gallery of New South Wales, Sydney; The Serpentine Gallery, Londra; Kunsthalle di Zurigo; Württembergischer Kunstverein, Stoccarda; Carnegie Museum of Art, Pittsburgh; Leo Castelli Gallery, New York; SITE Santa Fe;Louisiana Museum of Modern Art, Danimarca; La Bienale de Venezuela, Caracas; Museum Friedricianum, Kassel; Parrish Art Museum, Southampton; Wexner Center for the Arts; Cooper-Hewitt Design Museum; International Center of Photography, New York; Martin-Gropius-Bau, Berlino; The Jewish Museum, New York.

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Joan Jonas
via a.stradella 4

 


Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale in galleria dell’americana Joan Jonas, pioniera riconosciuta della performance e del video.

A partire dagli anni ‘60, ha posto la soggettività femminile al centro del proprio lavoro, attraverso un complesso repertorio linguistico fatto di gesti, narrazione e immagini in movimento. Sperimentatrice instancabile, Jonas esplora le possibilità insite nella natura interdisciplinare dell’arte: una caratteristica che l’ha resa un punto di riferimento per artisti delle più giovani generazioni.

Le opere più recenti di Joan Jonas si concentrano principalmente sulla fragilità della natura e il suo rapporto con la dimensione umana, come in Reanimation, in parte ispirato agli scritti dell’autore islandese Halldór Laxness, e They Come to Us without a Word, la sua grande installazione alla 56a Biennale di Venezia, solo per citarne alcune.
Nelle sue installazioni, video e performance, nulla è semplicemente descritto, ma piuttosto evocato attraverso i sensi. “Anche se l’idea del mio lavoro riguarda la questione di come il mondo stia così rapidamente e radicalmente cambiando, non analizzo il soggetto direttamente o in modo didattico”, ha dichiarato Jonas. “Piuttosto, le idee sono evocate poeticamente attraverso i suoni, le luci e l’accostamento di immagini di bambini, animali e paesaggi.”

La mostra in galleria vuole rendere omaggio al riconoscimento internazionale che Joan Jonas ha avuto in quest’ultimo periodo: dalla sua grande mostra itinerante Light Time Tales – presentata inizialmente all’Hangar Bicocca di Milano e ora in mostra alla Malmö Konsthall – alla sua straordinaria installazione nel Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia.
L’artista presenterà una serie di opere provenienti direttamente dall’installazione della Biennale, due video inediti e una serie di disegni concepiti appositamente per lo spazio espositivo in via Stradella 4.

Joan Jonas nasce a New York nel 1936. Vive e lavora a New York.
Negli ultimi 15 anni è stata docente di Arti Visive al MIT ed è attualmente Professor Emerita nel Programma del MIT di Arte, Cultura e Tecnologia (ACT) all’interno della facoltà di Architettura + Pianificazione. Nel 2009 l’artista ha ottenuto il primo premio annuale Lifetime Achievement Award del Guggenheim. Nel 2015, ha rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, dove ha ricevuto una menzione speciale.
Jonas ha avuto retrospettive all’Hangar Bicocca, Milano (2014) e Malmö Konsthall, Malmö (2015), Queens Museum of Art di New York (2003), Staatsgalerie, Stuttgart (2000), e allo Stedelijk Museum, Amsterdam (1994). Ha esposto a Documenta V, VI, VII a Kassel. Le è stata commissionata un’installazione e successiva performance dal titolo Lines in the Sand per Documenta XI, ricreata poi alla Tate Modern di Londra, e presso The Kitchen, New York nel 2004. Ha inoltre esposto e presentato performance in istituzioni come: Haus der Kulturen der Welt, Berlino; Sigmund Freud Museum, Vienna; Dia:Beacon, Beacon, New York; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid; Museu d’Art Contemporani de Barcelona; Le Plateau e Jeu de Paume/ Hotel de Sully, Parigi; Renaissance Society, University of Chicago, Chicago, Illinois.


Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo +39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.

mercoledì 9 dicembre ore 18,30

La Quarta Vetrina

della Libreria delle donne di Milano

Artiste contemporanee raccontano la loro relazione con l’arte, i libri, le donne, i pensieri. Una quarta vetrina per una quarta dimensione, da inventare ogni volta.

Prosegue il ciclo, a cura di Francesca Pasini con la scultura di Alice Cattaneo Col fiato sospeso per circa due ore. Dopo l’inaugurazione segue l’incontro con l’artista e la curatrice  e la cena della cucina di Estia ( la conferma è gradita).

Sarà in vendita la stampa (1/10)  realizzata dall’artista per  La Quarta Vetrina.

 

Alice Cattaneo ha ideato una scultura che parla di una verità attutita, in apnea, come succede quando si è sottacqua. La vetrina diventa metafora di un acquario da dove emergono figure geometriche semplici, connesse tra loro. Sono rettangoli, circonferenze, linee rette, inclinate che non parlano dell’asse del mondo, ma del dialogo con l’altro da sé. E’ un equilibrio fragile, come lo è la coerenza, perché ambedue hanno bisogno di misurarsi con certezze non univoche e conflitti non sempre riconoscibili. Tondini di ferro, fogli di acetato blu, arancio, rosso scuro, si allineano fuori dall’asse del mondo, lo indicano, forse lo intercettano, ma non è un punto di arrivo.

L’asse attorno a cui ruotano è quello dell’instabilità, che intravede connessioni  anche tra cose destinate a modificarsi. Non cerca la certezza dell’equilibrio, ma la sua pluralità. Non c’entra il calcolo giusto o sbagliato, ma la possibilità di rimettere in sesto le figure della mente, perché appaiono nella loro pluralità.

Così questo mondo geometrico dialogante con l’altro da sé diventa un confine che occlude la vetrina, ma non la copre, non è invasivo, la attraversa lasciando vivere i movimenti dei pensieri, dei sentimenti che sottendono alla fragilità della vita. E, proprio come dietro il vetro di un acquario, indica una visione attutita suggerendo di guardare all’interno di sé per andare oltre il vetro. Col buio e durante la notte, l’apparizione trascina il senso della perdita. Appena superi la vetrina illuminata, magari in macchina, quali connessioni ti resteranno negli occhi? Quali perderai? E’ un’altra metafora della relazione non geometrica tra sé e il mondo.

 

dal 19 novembre 2015 al 30 gennaio 2016

Giovedì 19 novembre 2015 alle 18.30 inaugura presso Forma Meravigli la mostra

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

Il caso fotografico che ha conquistato il mondo arriva per la prima volta a Milano.

La mostra, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, è realizzata in collaborazione con diChroma Photography e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

La vita e l’opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.

La mostra presentata da Forma Meravigli raccoglie 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.

Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto – New York e Chicago – con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa.

Le sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre lei era in vita, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati, Vivian Maier sembrava fotografare per se stessa.

Osservando il suo corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa.

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l’enigma di un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso.

Come scrive Marvin Heifermann nell’introduzione al catalogo, “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.

Il libro Vivian Maier. Una fotografa ritrovata edito da Contrasto accompagna la mostra.

http://www.formafoto.it/2015/09/prossimamente-vivian-maier-street-photographer-dal-19-novembre/

DAL 19 NOVEMBRE 2015 AL 12 GENNAIO 2016

Due giovani artiste in mostra che vale la pena andare a conoscere. Zina Borgini.

STUDIO D’ARTE CANNAVIELLO

Via Stoppani 15, 20129 Milano Tel 02 87213215

Irene Balia è nata a Iglesias (CI) nel 1985. Oggi vive e lavora a Milano.
Osservando le tele di Irene vi sono due possibilità: dare uno sguardo rapido e rimanere abbagliati dalla leggiadra vivacità dei colori oppure osservarle con attenzione e rimanerne pietrificati, trasportati in una dimensione altra dove regna il silenzio, la stasi, l’irremovibilità. Da qualche tempo l’artista si è avvicinata al genere della natura morta. I soggetti sono per lo più pesci, che aleggiano con grazia in una fastosa decorazione, ispirata alle fantasie ricamate su tappeti sardi.
Altre nature morte di formato più grande ospitano invece ambienti familiari dove la consuetudine dei gesti quotidiani assume un aspetto di intima ritualità.

Elena Vavaro è nata a Castelvetrano (TP) nel 1988. Oggi vive e lavora a Milano.

Il volto e la sua introspezione psicologica sono il fulcro della ricerca della giovane artista siciliana.
I ritratti dipinti da Elena Vavaro sono liquidi, ma allo stesso tempo solidi. Sono liquidi nella stesura acquarellata che fa trasparire le venature più profonde, sono solidi nelle espressioni decise, ferme, serie.
I volti non sorridono mai e ci osservano senza paura, senza vergogna. Ci comunicano il loro vissuto interrogandoci sul nostro.
L’ultima produzione dell’artista è arricchita dall’applicazione sull’opera di elementi vegetali o stoffe che disegnano forme e rendono ancora più materici i colori sul supporto cartaceo.

dal 21-11-2015 al 08-03-2016

Altra misura.
Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta
Frittelli arte contemporanea, Firenze
a cura di Raffaella Perna
inaugurazione: sabato 21 novembre ore 18
apertura della mostra: dal 21 novembre 2015 all’8 marzo 2016
orario: lun-ven 10-13 15.30-19.30 | sab, dom e festivi su appuntamento
www.frittelliarte.it info@frittelliarte.it
telefono + 39 055 410153 fax + 39 055 4377359
Frittelli Arte Contemporanea presenta la mostra “Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia
negli anni Settanta”, a cura di Raffaella Perna, che inaugura sabato 21 novembre 2015 e rimarrà aperta sino
all’8 marzo 2016.
La mostra a cura di Raffaella Perna propone – attraverso una selezione di circa cento opere – un’ampia panoramica del lavoro di undici artiste italiane (o attive stabilmente nel nostro Paese) che negli anni Settanta hanno scelto la fotografia come medium privilegiato per esplorare i nessi tra corpo e identità femminile e per rivendicare le istanze del personale e del vissuto: Tomaso Binga, Diane Bond, Lisetta Carmi, Nicole
Gravier, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Verita Monselles, Anna Oberto e Cloti Ricciardi.Queste artiste hanno condotto una critica profonda delle immagini del femminile diffuse nella cultura visiva occidentale, dove il corpo della donna è abitualmente sottoposto a un processo direificazione. Nel contestare i modelli di rappresentazione vigenti, il medium fotografico è un alleato
prezioso: la peculiare natura di indice della fotografia – la sua specifica contiguità con il reale – fa sì che l’immagine fotografica si presenti come una traccia sensibile del corpo, luogo in cui si inscrivono non soltanto i segni dell’identità biologica, ma anche quelli legati al ruolo sociale e pubblico. La fotografia consente quindi alle artiste di muoversi su un doppio binario: attraverso questo medium, da un lato, esse mettono in primo piano il corpo per sondarne potenzialità, limiti e desideri alla ricerca di una dimensione
identitaria non più alienata e libera dai canoni maschili; dall’altro, demistificano le ideologie trasmesse proprio con e nelle immagini del corpo.
Il titolo della mostra è un omaggio all’omonima esposizione curata da Romana Loda nel 1976 a Falconara:una mostra “minore”, lontana dalle capitali dell’arte, scelta per ricordare l’impegno di chi, all’epoca, ha sostenuto e promosso la sperimentazione al femminile.
Insieme a una ricca raccolta di documenti legati alla storia del femminismo (libri, riviste, manifesti ecc.), inmostra sono esposte per la prima volta le maquette originali di Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci
immaginiamo – Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Paola Mattioli, Adriana Monti, Silvia Truppi – libro fotografico pubblicato da Mazzotta nel 1978, che comprende materiali individuali ed esperienze collettive dedicate all’immagine femminile e al rapporto tra donne.
In occasione dell’inaugurazione si terranno le performance di Tomaso Binga e Libera Mazzoleni.
Durante la mostra si terrà inoltre un ciclo di cinque incontri dedicati ad approfondire i rapporti tra arte e femminismo in Italia attraverso le testimonianze di artiste, storiche dell’arte galleriste, curatrici e collezioniste, invitate a rifleAltra misura.

Alla Libreria delle donne nove mesi di mostre e incontri per festeggiare i primi 40 anni

 

di Francesca Bonazzoli

Da oggi fino a luglio. Tanto durerà il ciclo di mini-mostre e incontri d’arte organizzato dalla critica Francesca Pasini per festeggiare i primi quarant’anni della Libreria delle Donne, in via Pietro Calvi 29. Ogni mese un’opera di un’artista donna verrà esposta in una delle quattro vetrine (da qui il titolo dell’iniziativa: «La quarta vetrina») che affacciano sulla strada e che resterà illuminata anche di notte. Si comincia questa sera alle 18.30 con la «Cariatidi» di Marta Dell’Angelo, un collage di foto scattate a donne di età e nazionalità diverse, elaborate al computer, stampate, ritagliate e rifotografate. Di mese in mese, l’inaugurazione di ogni nuova vetrina sarà l’occasione per ritrovarsi a riflettere sull’arte al femminile e i cambiamenti avvenuti […]

Insomma un passaggio di testimone fra gli anni Settanta e oggi. «Ci ritroviamo a fare il punto. Anche solo rispetto a venti anni fa, la situazione si è ribaltata: oggi le artiste sono numerose quanto gli uomini. Ma proprio per questo è interessante individuare le contraddizioni di un sostantivo, “artista”, rimasto di genere neutro. Oggi ci si limita a guardare solo l’opera, nella convinzione che il sesso del suo autore sia indifferente, e le stesse donne hanno spesso voluto mimetizzarsi rinunciando a partecipare a mostre al femminile per paura di essere ghettizzate», dice Francesca Pasini. «Di questi nodi parleremo con le artiste e il pubblico». E, come sempre, per chi vuole le discussioni possono continuare durante la cena con la Cucina di Estia (la conferma è gradita). Le prossime artiste invitate saranno Alice Cattaneo, il 9 dicembre, cui seguirà Concetta Modica. A luglio sarà stampata una cartella in piccola tiratura con le otto opere esposte e si sta pensando anche ad una mostra al femminile. Tanti auguri donne!

 

(Corriere della sera, 28/10/2015)

di Mariella Pasinati


«Non ho avuto maestri pittori, il senso del peccato è il mio maestro» raccontava Carol Rama durante un incontro alla facoltà di architettura di Milano nel 1981, svelando così la peculiarità di un’esperienza estetica singolare ed eccentrica, difficilmente assimilabile ad altre espressioni artistiche del suo tempo ma straordinariamente vicina alla sensibilità contemporanea.

L’artista, nata a Torino nel 1918 è scomparsa il 24 settembre, all’età di 97 anni. Per circa settant’anni è passata attraverso movimenti, linguaggi, mode, ma ai margini della scena illuminata dell’arte. Il riconoscimento del suo straordinario lavoro, infatti, è arrivato molto tardi e la sua vicenda artistica rappresenta il caso esemplare di una poetica e di un’estetica così indipendenti ed originali da essere costantemente fuori dalle regole e incompatibili con i meccanismi del discorso storico-critico e sessuale dominante.

Le tappe di questo tardivo riconoscimento muovono dagli anni ’80, dall’ormai leggendaria mostra curata da Lea Vergine “L’Altra Meta dell’Avanguardia: 1910-1940”, cui faranno seguito, nel 1985, una prima antologica, voluta dalla stessa curatrice, nonché la sala personale alla 45ma Biennale di Venezia nel 1993, l’antologica allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1998 (esposta anche all’ICA di Boston), il Leone d’oro alla 50ma Biennale veneziana nel 2003 dopo il quale, intorno al suo lavoro si è progressivamente consolidata un’attenzione internazionale culminata nella grande mostra al Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona conclusasi lo scorso febbraio, ora in transito per altri musei europei e che arriverà alla GAM di Torino nell’autunno prossimo.

Era un’autodidatta Olga Carol Rama, approdata alla pittura giovanissima, nel 1936, quando inizia a prendere vita quel repertorio di forme destinato a costituire il cardine di un discorso poetico che rimarrà contemporaneamente oltre e fuori dal suo tempo, forse per l’assenza di strutture concettuali capaci di leggere ed interpretare una rappresentazione tanto potente, esplicita e sgarbata del corpo, del desiderio, della sessualità femminili, rude ed elegante insieme nella libertà istintiva del suo segno grafico.

A dispetto delle provocazioni delle avanguardie, infatti, e non solo a causa del fascismo (sembra che la prima mostra sia stata censurata ancor prima dell’apertura), la natura problematica della figurazione di Carol Rama si rivela subito, a causa di un immaginario inquietante, erotico e sfrontato, composto dai segni di “un’autobiografia panica”, come li ha definiti la stessa artista. Nascono, così, i suoi “oggetti-memoria-feticci”: le dentiere e le protesi ortopediche, i pennelli da barba e gli orinatoi, le pelli di volpe, le scarpe femminili -talora abitate da peni – e le lingue beffarde, sigla di una “testimone-ragazza” che è poi la stessa Carol (Opera n. 54, 1941).

Sempre negli stessi anni ’30 e ’40, prendono forma i nudi di due serie: le Dorine, di un erotismo prepotente e disperato in cui i corpi sono esposti, con disinibita sovranità, in una dimensione esplicita e perturbante (Dorina, 1940); e quelli dell’Appassionata dove nell’elaborazione dei temi sessuali, il piacere lascia trasparire anche una vena di sofferenza, combinandosi con l’esperienza della malattia mentale e del confinamento.

Un ruolo importante lo gioca, infatti, l’esperienza personale dell’artista, segnata, quando era ancora bambina, dal suicidio del padre e dalla malattia mentale della madre che Carol andava a visitare in casa di cura. Ecco allora i corpi nudi sui letti di contenzione con le cinghie per legarli o sulle sedie a rotelle. Sono temi forti, anche violenti che, tuttavia, Rama affronta con attenzione costante alla bellezza, ma senza che l’eleganza della forma e le trasparenze cromatiche della soffusa carnalità dei rosa concedano nulla al sentimentalismo o facciano perdere di vigore all’immagine.

A volte si tratta di corpi amputati, come nell’Appassionata del 1940 dove organico e meccanico sembrano fondersi, secondo una visione frontale impostata in verticale, in cui l’artista incorpora un tronco senza arti nella struttura della sedia, dominata visivamente dalla forma delle ruote rese da più punti di vista. Ma la vivacità cromatica di un corpo, nonostante tutto, vitale e che esibisce sfrontatamente i suoi attributi caratteristici, la lingua, la vulva, la corona fiorita intorno al capo, dona all’immagine una cruda piacevolezza.

Siamo di fronte ad una produzione che appare impensabile per un’artista così giovane eppure, come ha notato Lea Vergine, già cosciente dei “valori della perdita, di fallimento e solitudine, dei massimi conflitti”.

È già evidente cioè fin dagli anni ’40 una complessità e una maturità che va oltre la mera elaborazione del trauma e l’autobiografismo che, sebbene importanti nel lavoro di Rama, non lo esauriscono né lo risolvono. Le stesse parole tanto citate: «io dipingo prima di tutto per guarirmi», pronunciate durante l’incontro alla facoltà di architettura di Milano, indicano l’elaborazione di un desiderio dissenziente, di una strategia di resistenza alla normalizzazione poiché per Rama «lo statuto, il codice, le regole» sono la malattia e l’arte, di cui ha necessità, è ciò che le consente di trovare risposta per i quotidiani «desideri non realizzati o realizzati molto male»: non si tratta perciò di «guarire togliendo i desideri, quelli io me li tengo ben stretti» diceva l’artista.

Intorno agli anni ’50, tuttavia, la ricerca di un “ordine” che la faccia uscire dall’“eccesso di libertà” porta l’artista ad abbandonare la figurazione per avvicinarsi, unico episodio di un percorso assolutamente solitario, al Movimento dell’Arte Concreta di Torino. Autonomia e fedeltà a sé segnano, però, anche questa esperienza che la porterà alle prime partecipazioni alla Biennale di Venezia, nel 1948 e nel 1950.

La svolta successiva, forse ancor più significativa, avviene intorno alla metà degli anni ’60 quando l’artista inizia ad inserire fisicamente nella tela l’oggetto, usato come forma e colore. È la fase della serie dei Bricolage, di cui Edoardo Sanguineti, amico e sostenitore di Carol Rama (come del resto altri intellettuali da Massimo Mila a Carlo Mollino e Paolo Fossati, per citarne solo alcuni) è stato straordinario interprete. Ad una pittura densa e materica, sulle “macchie” (Sanguineti) di colore, l’artista inizia ad inserire e collegare in fitte trame che comprendono lettere e segni matematici, gli occhi di porcellana delle bambole o degli animali impagliati, ma anche unghie, fili metallici e altri materiali eterogenei, compresi quelli biologici connessi al corpo, in organismi insieme astratti e organici (L’isola degli occhi, 1966 ).

Gli anni ’70 segnano un nuovo incontro con la materia, in una ricerca che richiama all’uso dei materiali dell’Arte Povera che andava affermandosi in quegli anni a Torino, sebbene la sua interpretazione sia ancora una volta personalissima. Adesso, infatti, Rama adotta copertoni e camere d’aria usati, che applica sulla tela e reinventa nella loro qualità pittorica e insieme intensamente materica, a richiamare l’effetto della pelle e della carne. Abbandonata la macchia, i toni del rosa e dell’ocra, i rossi e i grigi si dispongono su fondi prevalentemente neri dando vita alle serie Arsenali, Spazio anche più che tempo, Luogo e segno, fino a Movimento e immobilità di Birnam (1977-78) dove le camere d’aria non sono appiattite sulla tela ma pendono come viscere da un gancio metallico, mobili e minacciose come nella foresta shakespeariana.

Il ritorno ad una figurazione di immagini che provengono dall’inconscio porta l’artista, negli anni ’80, verso una rielaborazione dei materiali incandescenti degli anni ’40. La pittura è stesa su fogli già stampati, disegni tecnici e carte catastali che l’artista a volte usa al contrario, come supporto che lascia intravvedere una trama lineare e definita contro cui contrasta il segno deciso e vitalistico di Rama, il colore denso che ripropone lingue impudenti e pungenti, esplicite allusioni sessuali, quasi un bestiario di figure animali e di un mondo dove desiderio, emozioni passione e sofferenza si incontrano e si disfano con poetica intensità e finezza.

Nell’ultima serie sulla Mucca pazza (2001), ironicamente l’artista si identifica con l’animale: «La mucca pazza sono io. Mi piace perché è pazza, perché ha gesti erotici da pazza», ma le dentature schematizzate che fluttuano nello spazio sembrano rincorrere le mammelle, pronte a colpirle in una danza folle verso un auto annientamento che richiama quella di un’umanità che sta cannibalizzando se stessa.

Carol Rama ha continuato a lavorare fino al 2007, le sue opere che hanno anticipato linguaggi e tematiche del nostro tempo ci parlano ancora oggi con straordinaria, immutata forza, modello esemplare di un discorso poetico che ha rappresentato l’espressione costante di una soggettività libera e differente.


(www.societadelleletterate.it, 16/10/2015)

Sabato 17 ottobre ore 16,30 – 18,30

MAT/tam    Il Cubo – via XX settembre 31 – Mantova

           CLELIA MORI

Sberleffo all’autore e lavori in b/n

Sabato 17 ottobre 2015 

ore 16,30 – 18,30 esatte 

SI PREGA DI ESSERE PUNTUALI ALL’APERTURA. L’OPERA E’ UNA CERIMONIA

A Parigi, nel 2006, vedo Ingres in una sua mostra al Louvre. Mi torna in mente la foto di Man Ray di Kiki di Montparnasse con le due aperture da violino appiccicate alla schiena: mi piace da sempre la sensualità di quell’immagine. La ricerco e leggo finalmente il titolo, mai letto prima: Le violon d’Ingres. Il violino di Ingres, titolo non solo ironico, mi irrita e ripenso la sensualità. Quel violino molto invitante e musicale, una volta suonato si può mettere in un angolo fino al prossimo uso: come un oggetto. Comincio a dipingerla!

Comincio a dipingerla a olio togliendogli un’apertura, per vedere come suona così e continuo per quaranta tele, tutte uguali e tutte diverse. Indago la sensualità maschile e femminile su un corpo unico. Su alcune schiene scrivo la sensualissima estasi di Teresa D’Avila.

Cerco di capire quale delle due donne ha avuto di più dall’amore. E dipingo anche Le violon mancante a Man Ray.

I lavori in bianco e nero a china del 1993 sul segno, la sua sintesi, la sua espressività e la sua capacità di equilibrio cercano la mia relazione tra spazio segno e materia. Fino al loro limite: uno a uno a uno. Uno studio sul potere che mi porta a un percorso iconico: al mio alfabeto.

 Donna di fiume, nasco a Boretto nel cinquanta. Per amore del segno, del colore e dell’immagine voglio fare solo l’Istituto d’ Arte, vinco e sarà a Parma. A 19 anni sono abilitata a insegnare alle medie inferiori e superiori. Comincio a esporre, ma soprattutto a dipingere: la mia passione.

Insegno per diversi anni e poi mi stanco e faccio la bibliotecaria e l’operatore culturale a Poviglio (R.E.), dove vivo e ho il mio studio tra la cucina e il pranzo: il cavalletto. Al bisogno uso il grande vecchio tavolo da pranzo, il pavimento, il portico o le pareti interne o esterne. Servo cibo per il corpo e per la mente a casa mia, dice Donatella Franchi e che ho cresciuto un figlio artista. Recentemente ho esposto a Milano, Firenze, Porto Sant ‘Elpidio, Gualtieri, Collecchio, Poviglio, Reggio Emilia. Oggi a Parma. Ho parlato del mio lavoro al Master di Alta Formazione della Facoltà di Filosofia all’Università di Verona e nel ciclo Non a voce sola delle Marche.

 

Morta di recente a Torino a 96 anni, Carol Rama lascia una traccia fondamentale nell’arte contemporanea e nello stile di vita.

Si tenne a lato dei “movimenti” ufficiali dell’arte pur assorbendone alcune caratteristiche e questo fece sì che fino a tarda età non fosse considerata adeguatamente, a volte dimenticata, dalla cultura ufficiale dell’arte. Invece fu assai stimata ed aiutata da intellettuali di valore, primo nel tempo Edoardo Sanguineti, Lea Vergine la fece conoscere al mondo con la mostra «L’altra metà dell’avanguardia», Paolo Fossati, Carlo Mollino, Giorgio Manganelli  che le dedicò due articoli, nonché alcuni – pochi – galleristi e amici fedeli.

Nella vita e nell’arte fu molto coraggiosa incentrando, già da ventenne negli anni ’30, il suo lavoro sul desiderio fisico ed erotico, affrontato con verità puntuale quindi mai pornografica, mantenendo intatta la dirompenza.

Si dava molto nei rapporti, come se lei stessa, vita ed essere, trasmettesse naturalmente, avviene per poche persone, la sua dirompenza. Indimenticabile il lungo monologo tenuto anni fa al Circolo della Rosa.

Venne in Facoltà di Architettura a parlare agli studenti, tutti dissero che l’incontro con lei aveva dato loro forza nel guardare le cose con libero coraggio. Carol ha spostato i limiti senza romperli, nella morale, nel linguaggio artistico, nel linguaggio corrente. Lo spostare i limiti senza romperli è uno dei suoi insegnamenti.

Ci lascia un monumento in lavori d’arte che esprimono tutto ciò.

Il Circolo le dedicherà un incontro con proiezioni il 10 ottobre 2015 alle 18.00

 

(www.libreriadelledonne.it, 2 ottobre 2015)

di Luciana Tavernini

 

Al Circolo della rosa –Libreria delle donne Mercoledì 7 ottobre 2015 si è svolto un incontro dal titolo Il mal sottile in cui Marina Corona, autrice del romanzo La storia di Mario (Robin Edizioni 2013) ha dialogato con Luciana Tavernini.

Sonia Grandis ha letto alcuni brani accompagnati dalla videoinstallazione di Regina Hübner.

Presentiamo la descrizione tecnica della videoinstallazione e i link ai singoli video, oltre a una scheda biografica dell’artista.
La videoinstallazione è composta dal filmato time, che accompagnerà come un filo conduttore tutta la lettura e al cui interno appariranno le quattro opere video Mensch, specials, receiving care I e journey II, rispettivamente per i quattro capitoli del romanzo, che verranno letti.

time mostra il continuo cadere di una goccia di latte e il formarsi piano piano di un laghetto, finché il processo non si inverte e le gocce risalgono una dopo l’altra, prosciugando il lago di latte. L’inversione coincide con Maria, la parte seconda del libro.

Durante la lettura si vedranno all’incirca 30 minuti da time (video digitale a colori, 1h17’58”, senza sonoro, 2005).
https://youtu.be/CQa9K0_OOWU

Per il capitolo 5 si vedrà, all’interno del flusso di time, l’opera Mensch (video digitale, b/n, 1’56”, senza sonoro, 2007).
https://youtu.be/AWuqmTP46Rg

Per il capitolo 16 si vedrà, all’interno del flusso di time, il videowork specials (video digitale a colori, 2’56”, musica registrata dal vivo, 2012).

https://youtu.be/ypNNATBZ_j0

Per il capitolo 22 si vedrà, all’interno del flusso di time, il videowork receiving care I (video digitale a colori, 2’28”, sonoro ambientale modificato e silenzio, 2015).
https://youtu.be/KFesNeGRV68

Per il capitolo 30 si vedrà, all’interno del flusso time, journey II (video digitale a colori, 1’41”, senza sonoro, 2013).
https://youtu.be/ds7GgY9ZISc

Regina Hübner, nata a Villach in Austria, vive a Roma.

Visual artist da oltre 25 anni, lavora con fotografia sperimentale, video, performance e installazioni multimediali. Nei suoi lavori recenti tratta le tematiche delle relazioni interpersonali, dei viaggi interiori, dei gesti che possono determinare cambiamenti di stato, di relazione e di riflessioni sul mondo.

Si è diplomata in Graphic-Design alla Höhere Lehranstalt für Kunst und Design HTBLVA Graz-Ortweinschule di Graz in Austria e laureata in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma.

Il 10 ottobre di quest’anno presenterà in occasione della Giornata del Contemporaneo AMACI in riva al mare di Roma world I with Mare, una videoinstallazione con Mare del compositore Luca Lombardi.

Nel 2015 ha esposto l’opera video time all’EXPO Milano, padiglione del Corriere della Sera e il videowork connecting times and relationships è stato decretato tra i vincitori del Premio Biblioteca Angelica Roma, alla sua prima edizione.

Nel 2014 il suo video journey II è risultato tra i finalisti del Premio Terna 06, con mostra all’Archivio di Stato di Torino e ha presentato a Roma la mostra relationships, nel cui ambito si è svolta la videoinstallazione con performance musicale relating and extending.

Regina Hübner

(www.libreriadelledonne.it, 7 ottobre 2015)

Morta di recente a Torino a 96 anni, Carol Rama lascia una traccia fondamentale nell’arte contemporanea e nello stile di vita.

Si tenne a lato dei “movimenti” ufficiali dell’arte pur assorbendone alcune caratteristiche e questo fece sì che fino a tarda età non fosse considerata adeguatamente, a volte dimenticata, dalla cultura ufficiale dell’arte. Invece fu assai stimata ed aiutata da intellettuali di valore, primo nel tempo Edoardo Sanguineti, Lea Vergine la fece conoscere al mondo con la mostra «L’altra metà dell’avanguardia», Paolo Fossati, Carlo Mollino, Giorgio Manganelli  che le dedicò due articoli, nonché alcuni – pochi – galleristi e amici fedeli.

Nella vita e nell’arte fu molto coraggiosa incentrando, già da ventenne negli anni ’30, il suo lavoro sul desiderio fisico ed erotico, affrontato con verità puntuale quindi mai pornografica, mantenendo intatta la dirompenza.

Si dava molto nei rapporti, come se lei stessa, vita ed essere, trasmettesse naturalmente, avviene per poche persone, la sua dirompenza. Indimenticabile il lungo monologo tenuto anni fa al Circolo della Rosa.

Venne in Facoltà di Architettura a parlare agli studenti, tutti dissero che l’incontro con lei aveva dato loro forza nel guardare le cose con libero coraggio. Carol ha spostato i limiti senza romperli, nella morale, nel linguaggio artistico, nel linguaggio corrente. Lo spostare i limiti senza romperli è uno dei suoi insegnamenti.

Ci lascia un monumento in lavori d’arte che esprimono tutto ciò.

dal 10/10 al 18/10 2015

OpenEnig
(disinstallazione)

happening: 10 ottobre 2015 ore 17:00

Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale | Istituzione Bologna Musei

in collaborazione con AMACI
XI Giornata del Contemporaneo

In che modo le relazioni private possono sottrarsi ai limiti individuali senza perdersi?

E’ a partire da questa domanda che nel 2008 immagino Musée de l’OHM, un oggetto dallo statuto incerto – nominalmente un comò nel quale conservare una serie di oggetti d’affezione destinati ad una ricezione individuale – e di farlo funzionare come museo all’interno di un museo pubblico. Nel 2009, dopo l’inaugurazione alla galleria neon>campobase, Musée de l’OHM apre l’attività espositiva nella Sala 2 del Museo Civico Medievale di Bologna, grazie ad un rapporto di comodato. Da allora si sono svolte all’interno di OHM numerose mostre ed eventi collaterali e la collezione si è ampliata attraverso le donazioni di molti artisti. Le modalità di conduzione di OHM, articolate tramite statuto dall’associazione omonima, hanno teso a mettere in opera i problemi da esso generati e fondamentalmente legati alle dinamiche di socializzazione dell’arte contemporanea. Per questo stesso motivo, dopo 6 anni di attività “sperimentale”, ho deciso di donare l’opera che è risultata dall’insieme di questi processi, all’istituzione in seno alla quale si sono svolti. Non come gesto “oblativo” nè ignara delle intrinseche contraddizioni. Ma proprio per chiarire il fatto che queste ultime sono espressione di un processo che è necessariamente pubblico.

Chiara Pergola

Con OpenEnig – titolo derivante dal “refuso” impresso sul catalogo del Musée de l’OHM – Chiara Pergola realizza la disinstallazione di Suspense: l’uovo sospeso sopra al mobile in attesa di una risposta alla proposta di donazione finalmente precipita all’interno di ciò che rappresenta. L’happening avrà luogo il 10 ottobre alle ore 17 e segnerà l’ingresso di Musée de l’OHM all’interno della collezione dell’Istituzione Bologna Musei. Dall’11 al 18 ottobre sarà visibile una videoproiezione che documenta l’azione.

OHM è: e tutti coloro che sono passati

da estense.com

È mancata, pochi giorni fa, Olga Carol Rama, grande artista internazionale. È morta nella sua Torino, dov’era nata nel 1918, lasciando un vuoto enorme nel mondo dell’arte italiana e non solo, che perde una delle sue personalità più originali ed intense.

Autodidatta, aveva iniziato ad esporre nell’immediato dopoguerra sotto la Mole Antonelliana.

Aveva imparato a dipingere frequentando Felice Casorati, il pittore per antonomasia nella Torino tra le due guerre, che lei definiva ‘un gran signore’ – suo amico e sodale – ma aveva dovuto aspettare l’età adulta per la sua definitiva ed artistica ‘consacrazione’, superando le accuse di oscenità degli anni ’40, per la sua opera alla galleria Faber, Appassionata.

Fu amata ed apprezzata, a vario titolo, dal poeta Edoardo Sanguineti, da Corrado Levi, da Man Ray, Andy Warhol, Carlo Mollino e da Italo Calvino.

Eclettica per eccellenza, sperimentò in lungo e in largo gli spazi dell’arte, i più vari, passando dal disegno alla pittura, all’installazione e all’uso di materiali poveri.

Varie volte fu invitata alla Biennale di Venezia, la prima dopo la guerra, nel 1948.

Vi ritornerà nel 1950 e nel ’56 e poi ancora nel ’93, invitata da Achille Bonito Oliva che le dedicò una sala personale e, infine, nel 2003, anno della 50a edizione diretta da Francesco Bonami, dove ottenne il meritatissimo Leone d’oro alla carriera.

Ma Carol Rama era ‘di casa’ anche a Ferrara: fu, infatti, la protagonista indiscussa della IX Biennale Donna, tenutasi tra maggio e luglio del 2000 presso il Padiglione d’Arte Contemporanea situato all’interno del giardino di Palazzo Massari.

In parete opere dal 1936 al 2000.

Ammirevole la sua auto definizione: «Quando dipingo non ho nessun garbo professionale, nessuna gentilezza, non ho regole – affermava – Non ho mai seguito corsi regolari di pittura, né avuto un’educazione artistica, accademica. La mia insicurezza tecnica, il mio non avere un metodo, è diventato un aspetto del mio lavoro. E questo mi ha aiutato moltissimo, perché, al di là della tecnica, l’idea è sempre molto chiara».

Una mostra monografica di 200 opere, organizzata nell’ottobre 2014 dal Macba di Barcellona, proseguita nella primavera 2015 al Mam di Parigi, sarà ad Helsinki e Dublino, per approdare, ellitticamente e ‘fatalmente’, alla Gam di Torino, sua città natale, a fine 2016: un piccolo segno del suo grande ‘immortale’ passaggio.


(www.estense.com, 2/10/2015)

dal  13 ottobre al 18 ottobre 2015

Presso Associazione APRITI CIELO! VIA L.Spallanzani 16 Milano cell.3498682453

in occasione di PHOTOFESTIVAL 2015 Dire,Fare, Mangiare, sessione autunnale diverse sedi espositive milanesi tra gallerie d’arte, musei e palazzi storici ospiteranno un centinaio di mostre fotografiche aperte gratuitamente al pubblico.

Inaugurazione della mostra martedi 13 ottobre ore 19

“In Viaggio”

di RAFFAELLA TAGLIAFERRIRaffaella Tagliaferri vieve e lavora a Brescia, ha partecipato a vari concorsi fotografici nazionali classificandosi spesso ai primi posti ed alcuni suoi scatti sono stati pubblicati sulle più importanti riviste di settore come Il Fotografo  e Photoprofessional Canon Edition.Al suo attivo ha due mostre personali: Il mio obbiettivo sulla Danza (2011) e Curiosità e sacralità (2012).

dal 2 ottobre al 10 ottobre 2015

Associazione APRITI CIELO! Via L.Spallanzani 16 Milano telef 3498682453

Nadia Magnabosco e Marilde Magni con la mostra “Mettetevi nei nostri panni”

Fantasia, abilità, strumenti per costruire qualcosa che altri possano indossare, fare proprio, per il bisogno di diventare altro da sé e di raccontare il proprio tempo.”
Maria Lai
Da sempre gli abiti  testimoniano  il tempo e sono  pertanto un osservatorio privilegiato dei mutamenti del sociale. Nel contempo  l’abito è un oggetto  del  nostro quotidiano che in tanti modi ci identifica e con cui stabiliamo un rapporto molto personale,  di apertura o di chiusura verso il mondo esterno, di espressione del sé o di appartenenza ad un gruppo.
Ma l’abito lo possiamo anche cambiare e spesso,  cambiando l’abito, anche  noi diventiamo altro.
Nadia Magnabosco e Marilde Magni  l’hanno usato come mezzo espressivo perché ha una forte connotazione col genere femminile e per costruire piccoli racconti di metamorfosi e riflessione personale sul mondo che ci circonda.

Inaugurazione Venerdi’ 2 ottobre 2015

alle ore 18,00

LA MOSTRA RESTA APERTA SABATO 3 OTT. DALLE 18,30 ALLE 20

MARTEDI’ 6 MEROLEDI’7 VENERDI’ 9 SABATO 10 E DALLE 18,30  ALLE 20