di Francesca Pasini |
Nell’immagine c’è qualcosa che riconosciamo e nello stesso tempo sorprende, come se venisse da un deposito ad accesso libero, ma in cui non tutti decidono di entrare. L’arte è questo misto di conosciuto e imprevisto. Quello che mi attrae è soprattutto il rapporto tra l’artista e l’immagine nel momento in cui è lì, lì per presentarsi ai suoi occhi. Una volta arrivata parla a chi la guarda, crea a sua volta un deposito e offre un incontro con qualcosa che sta oltre. Questo andare oltre avviene perché ognuno è invitato a capire qual è “il punctum che ferisce e ghermisce”, come scriveva Roland Barthes ne La camera chiara. Trovare dentro di sé quello che non si era visto e che l’immagine fa affiorare o riaffiorare da quanto abbiamo accumulato. La sorpresa sta nel contatto con gli occhi dell’altro. Succede anche nei rapporti quotidiani, ma senza qualcosa che trattiene il passaggio dello sguardo è difficile raccontarsi quello che proviamo.
Tutta l’arte agisce così, ma quella visiva assomiglia di più a un dialogo tra soggetti che s’incontrano. Non si può parlare solo tra sé e sé e l’arte ha bisogno dell’altro che la guardi, la accetti, la rifiuti, e poi magari faccia pace. Esattamente come in ogni incontro.
Ci sono opere e immagini che hanno più forza, più invenzione nel farci percepire questo legame tra l’estetica e la comprensione di sé, come quelle di Barbara Bloom e Joan Jonas, in mostra alla Galleria Raffaella Cortese di Milano, fino al 27 febbraio.
Barbara Bloom con i suoi Works for the Blind ci porta dentro la massima aspettativa: mettersi nelle condizioni di guardare l’assenza di vista. Il contatto con gli occhi dell’altro è folgorante. L’emozione è fortissima. Barbara Bloom ce la fa provare unendo la lettura degli occhi a quella del braille. Sette fotografie in bianco e nero hanno dentro di sé qualcosa di noto e qualcosa che appartiene a quell’immagine. Davanti al vetro sono trascritte in braille, le citazioni che accompagnano ogni singola foto. Sono frasi sul senso del vedere e della perdita, tratte da Ludwig Wittgenstein, Hannah Arendt, Roland Barthes, Dorothy L. Sayers.
Chi è cieco ha la conoscenza immediata del testo e un’immaginazione dell’immagine; chi vede l’immagine non riesce a leggere il testo. È trascritto in caratteri piccolissimi, sembra piuttosto un francobollo che certifica la spedizione del messaggio.
Vedere e leggere si scinde nella vista e nel tatto, e in questo equilibrio appare sia la dolcezza di sentirsi uniti a chi non può vedere la foto, sia lo sforzo di immaginare le parole attraverso i rilievi tattili del braille. L’equilibrio c’è anche nella disparità fisica della vista, perché produce quello sfondamento soggettivo che alcune opere imprimono alla “lettura della mente”, cioè a quella lettura che non si basa sulla grafia, ma sui segni emotivi, fisici che accompagnano le espressioni di uomini, donne, bambini, animali, paesaggi. In questo vedo la capacità di farci andare oltre, o meglio di trarre dalle intuizioni allo stato fluido il “punctum” che può condensarsi in un’immagine e da quel momento “ferirci e ghermirci”.
Nel secondo spazio della galleria, c’è The Weather, un’installazione di tappeti sollevati da terra e ad altezze diverse, su cui affiorano i rilievi della scrittura braille. Citazioni letterarie descrivono cambi di temperature, di colori, di umidità: “Piovve per quattro anni” (Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine). “Aveva cominciato a nevicare nuovamente” (James Joyce, Gente di Dublino). “Soffiava il vento del deserto quella notte” (Raymond Chandler, Vento rosso). “Ti scrivo sotto un azzurro perfetto” (Andre Gide, L’immoralista). “Il cielo a nord s’era oscurato”(Cormac McCarthy, Cavalli Selvaggi).
In un tappeto, più o meno al centro, sono trascritti i valori di “temperatura, somma termica, umidità, precipitazioni, pressione a livello del mare, velocità del vento, visibilità: condizioni meteorologiche al momento della nascita di Barbara Bloom, Los Angeles, 11 luglio 1951”.
Tutta la stanza è pervasa da un clima cilestrino, polveroso come nei cieli velati dalle nuvole, opaco come nei passaggi tra il giorno e la notte, verde leggero come traspare dall’acqua. Sulle pareti è steso un leggero velo azzurro-grigio. È un’immersione che mette in moto l’immaginazione dell’atmosfera in cui siamo calati. L’equilibrio tra visione fisica “corporea” e grafica letteraria ci riporta al contatto con gli occhi e la mente dell’altro che sta alla base del vivere quotidiano. Viene voglia di toccare i rilievi braille, ma anche le superfici vuote dei tappeti, come se la tattilità diventasse una chiave di lettura per tutti: vedenti e non. La sorpresa è enorme e non c’è che viverla.
Altrettanto forte è l’emozione nel terzo spazio della Galleria, dove Joan Jonas ha riunito in una stanza la trasparenza, la luce, la temperatura della natura. È una sintesi fulminea del Padiglione e della performance alla Biennale di Venezia, They come to us without a word. La misura della stanza è perfetta per racchiudere una molecola del mondo, s’intitola In the Trees: un’opera totale per immaginare uno sfondamento rispetto al deposito di immagini che ci circonda e che non sempre vediamo.
Incrociamo gli occhi con Jonas mentre attraversa una lieve foresta di alberi, inframmezzati da segni verdi brillanti: gli alberi disegnati da lei. Il video “continua” riflettendosi sugli specchi, posizionati agli angoli della stanza. E sul lato opposto, in una proiezione circolare, stroboscopica, Jonas ci viene incontro con fogli di carta bianca su cui disegna la natura che la circonda e in cui ci invita a entrare. Un invito semplice, senza commenti, come appunto è quello della natura. Un richiamo pacato a fare un passo indietro per osservare i mutamenti e ricordare.
La parete di fondo è avvolta da una “nuvola” di disegni mossa dal vento. Sono disegni di uccelli che potenzialmente abitano gli alberi tra i quali Joan si è immersa e riflessa, ma sono un d’apres da Bird Guide of Mailand by Dr. Boonsonq Lekaqul. E così si chiude il cerchio tra vedere e disegnare, tra leggere e intuire, tra vivere la natura e andarle incontro senza parole. È un’evocazione poetica, ma soprattutto un suggerimento ad accedere al deposito di immagini che artisti, uomini, donne, bambini, animali, piante mettono quotidianamente in circuito.
La reporter era a Ouagadougou, in Burkina Faso, il 15 gennaio è stata uccisa in un attentato jihadista. Stava lavorando per Amnesty International a My Body My Rights, progetto sui diritti delle donne
inserito da Marta Facchini
La reporter Leila Alaoui era a Ouagadougou, in Burkina Faso, quando il 15 gennaio è stata uccisa in un attentato jihadista. Stava lavorando per Amnesty International a My Body My Rights, progetto sui diritti delle donne.
Metterne in risalto la fierezza e la dignità. Mostrarne l’eleganza. Sono queste le parole che Leila Alaoui usava per parlare dei soggetti ritratti in uno dei suoi ultimi progetti, Les Marocains. Il punto di arrivo di un viaggio itinerante, insieme a uno studio fotografico mobile, per raccontare la popolazione locale del Marocco. Alti due e metri e mezzo, imponenti, i ritratti erano stati esposti a Parigi in occasione della prima edizione della Biennale della fotografia araba. Immortalavano uomini e donne di diverse etnie della parte rurale del Paese, l’archivio visivo delle tradizioni e di un’estetica che rischia di scomparire.
«Tra gli arabi, i Marocchini hanno il rapporto più complesso con la fotografia. La loro apprensione è dovuta a una forma di superstizione. A questo si aggiunge una stanchezza per il turismo di massa, che allontana dalla macchina fotografica. La mia speranza è riuscire a mostrare le tradizioni del Paese oltre un racconto di folklore», aveva dichiarato in un’intervista al Guardian. «Sono del Marocco ma quando viaggio di regione in regione ho la sensazione di cambiare paese. Ho voluto fare un viaggio culturale come Robert Frank quando ha lavorato a The Americans. Catturare le tradizioni che stanno scomparendo e farne un archivio visuale».
Nata a Parigi nel 1982 e cresciuta a Marrakech, Leila aveva studiato fotografia e antropologia a New York. Il superamento delle frontiere, la duplicità dell’essere che si ottiene non fermandosi in un solo posto, era proseguito anche dopo il periodo degli studi. Quando, lasciata la Grande Mela, Leila era tornata in Marocco e aveva realizzato un lavoro sui migranti, soggetti costanti nei suoi interessi da giornalista. Poi, il Libano. Come spiegava in un’intervista ad Al Jazeera, la fotografia diventava il mezzo per superare le frontiere, raccontare le identità e le diversità culturali, le storie dei migranti. Ed erano proprio le sue origini, raccontava, a permettere il superamento di confini che sarebbero stati altrimenti difficili da valicare. No pasará, lavoro sui giovani che cercano di raggiungere l’Europa, è il suo più significativo progetto sulla migrazione. Tema affrontato anche in Crossings, videoinstallazione che riproduce il viaggio dei subsahariani per raggiungere il Marocco. Era poi venuta la volta di Beirut, dove nel 2013 aveva lavorato a un progetto sui profughi siriani.
«Era un’artista che brillava», scrive il New York Times, «e lottava per i dimenticati della società, i migranti». «Avete visto il sorriso radioso che mostrava sempre quando veniva fotografata?», ricorda Fatym Layachi, autore marocchino e amico d’infanzia, «Ecco, era questo il suo segreto. Era determinata a difendere la sua causa. Ed era in grado di scovare la bellezza in tutte le cose e in ogni persona. Ritrasmettendocela».
30 gennaio 2016
dal 12 al 24 febbraio 2016
Associazione Apriti Cielo! Via Spallanzani 16 – Milano Porta Venezia
PERCEPERCEZIONE D I UN MONDO TRA TURBOLENZE E CAOS
Due trittici (150×300 ciascuno), dipinti fantasma progettati per dare primato al disegno sottostante. Curve, pensando a mondi separati ma intrecciati tra di loro. Colori diversi tra curva e curva per accentuarne lo scontro, ma non cupi. Colorazioni fantasy sognando la soluzione.
Il 2015 è stato l’anno della tecnologia basata sulla luce ma anche l’anno del crescente caos mondiale. Isabella Spatafora ha interrotto nel 2014/15 la ricerca sugli SPRAZZI DI LUCE NELLO SPAZIO-TEMPO, iniziando con i due trittici un percorso caotico pieno di problemi e soluzioni.
nasce in Sicilia nel trentacinque del secolo scorso, a Caltagirone.
Ricorda ancora l’immagine della maestra Mineo di prima elementare, moglie di un pittore che, accortasi delle sue capacità artistiche, a soli cinque anni la manda nelle altre classi della scuola a disegnare vari soggetti alla lavagna. Nello stesso anno, in privato, col maestro Sasso comincia a imparare a suonare il violino.
Verso i quindici anni, consapevole che la propria strada è l’Arte Figurativa, ritiene prioritario dedicarsi interamente alla propria inclinazione e decide così di lasciare la scuola civica di violino.
Sotto la guida dello scultore Gianni Ballarò, insegnante alla Scuola d’Arte per la Ceramica, impara a disegnare e modellare. Mentre frequenta la Scuola per la Ceramica, sostiene esami al Liceo Artistico di Palermo fino alla Maturità, ed è soprannominata “Luca fa presto”, espressione attinente al pittore seicentesco Luca Giordano per la velocità manifestata nell’esecuzione delle sue opere, dall’insegnante di nudo dal vero .
In quegli anni riceve il 2° Premio alla Prima Mostra Regionale Siciliana della Ceramica, e un diploma di merito “Ceramica contemporanea Principato di Monaco” rilasciato da S.A.S. Principe Ranieri III.
Espone anche opere a olio in una personale di pittura in un Circolo della sua città.
Insegna per cinque anni disegno in Sicilia, si sposa e ha una figlia. Si sente poi costretta a lasciare lavoro, famiglia e figlia (che poi riprenderà con sé), intraprendendo l’avventura del viaggio e del lavoro in fabbrica all’estero.
Rientra in Italia nel ’60 e si stabilisce definitivamente a Milano.
Frequenta per un corso di affresco e nudo dal vero alla serale del Castello Sforzesco. Lavora in uno studio di architetti e ingegneri e nel frattempo riprende l’insegnamento in diverse scuole medie dell’hinterland milanese.
Intraprende un percorso personale di pittura.
Con la nascita del Sindacato Artisti con sede al numero tre di via Solferino, partecipa a mostre collettive tra gli iscritti (chiamate accrochage dal critico d’arte Raffaele De Grada) e a mostre personali in Circoli Culturali di periferia. In quel periodo (1965), tiene una personale alla Galleria Pater di Milano presentata dallo stesso De Grada.
Il Sessantotto la vede impegnata attivamente in politica per alcuni anni.
http://www.apriti-cielo.it/inaugurazione-mostra-caos/
www.apriti-cielo.it
29 – 31 gennaio 2016 – BOLOGNA
Manto, Moreschini, Muzi, Pergola. 29 gennaio ore 18.
In occasione dell’art week bolognese inaugura presso gli spazi dello Studio Legale Commerciale in Via Clavature 22 a Bologna il progetto ARTWORLDS. Visioni, divisioni, condivisioni a cura di Raffaele Quattrone e Wunderkammer, a partire dal 29 gennaio alle ore 18.
Concettualmente ispirato al libro “art worlds” del famoso sociologo americano Howard S. Becker basato sulla visione interazionista del mondo dell’arte, con accento sull’interdipendenza e sulle interazioni effettive tra i soggetti che si muovono ed agiscono all’interno del mondo dell’arte “condividendo” una sorta di abc, di linguaggio che permette loro di comprendere e comprendersi, il progetto include opere di Dacia Manto, Alessandro Moreschini, Sabrina Muzi, Chiara Pergola.
Nel video Asterina Dacia Manto indaga spazi marginali, territori sfuggevoli dove la natura riprende il sopravvento, dove crescere liberi, senza controlli. E’ un paesaggio in trasformazione, un organismo in crescita lenta e incontrollata. Il disegno sovrappone le sue trame alle trame vegetali, animali e minerali, strato su strato, in una visione caleidoscopica e mutevole. In Drawings from Asterina i disegni, tra luci, ombre e strati di grafite restituiscono visioni parziali e ambigue dei protagonisti più nascosti del video: insetti, falene, muschi, licheni che sembrano avere vita propria sui fogli , ma che sono indissolubilmente legati uno all’altro. La natura come luogo di trasformazione continua ed adattamento. Luogo di vita e morte, luce e ombra, generazione e rigenerazione. Un’installazione dove cultura e natura dialogano in modo sincero e paritetico.
Alessandro Moreschini ha una distintiva vivacità creativa anche nelle composizioni in bianco e nero. Ne è un esempio Flusso Vitale che richiama il movimento tipico di un ingranaggio composto da elementi circolari. Il centro della composizione dell’opera è occupato da un elemento tridimensionale che fuoriesce dalla superficie bidimensionale del quadro per cercare lo sguardo dell’osservatore quasi a captarne il “flusso vitale” che poi muove la composizione. In Amarsi è così inutile la scacchiera e le pedine del classico gioco degli scacchi sono ricoperte da biomorfismi decorativi che come una fitta vegetazione kitsch dialogano con la simbologia del gioco legata all’esistenza stessa: un campo d’azione delle forze divine (la scacchiera nella cultura persiana e araba dalle quali il gioco proviene, corrisponde infatti al tracciato fondamentale di un tempio o di una città). Completa l’allestimento l’opera Possibili accadimenti futuri.
Nell’installazione B-Side Chiara Pergola si interroga sul segno e sulla traccia dei due emisferi cerebrali e della loro attività congiunta. In questi autoritratti e “visioni interiori” dell’attività cerebrale, l’emisfero sinistro è disegnato con la mano destra, mentre il destro è disegnato con la sinistra. Il disegno diventa così il luogo di riproduzione del momento epifanico, nel quale i due emisferi, non più divisi, si riconnettono attraverso una scarica elettrica. La serie si collega ad altre opere di disegno, in particolare “Sightseeing” e “Novum Organum”, in cui la domanda sulla relazione tra i due emisferi cerebrali si collega ad una più ampia riflessione sul rapporto tra maschile e femminile, in cui il livello singolare di coesistenza nella struttura dell’encefalo è in continuità con il livello di espressione della dualità sessuale a livello storico e sociale.
Confucio ha affermato “l’ignoranza è la notte della mente, ma una notte senza luna né stelle”. Non so quanto possa aver influito questa affermazione sul percorso artistico di Sabrina Muzi, ma le quattro foto in mostra appartenenti alla serie La notte della mente ci portano in un ambiente buio e indefinito, un ambiente dove forse ci siamo smarriti, persi, dispersi. In ogni caso l’arte di Sabrina Muzi ha comunque sempre una valenza rituale, rigenerativa e purificatrice come dimostra l’opera Veste, un abito sciamanico ricco di tantissimi oggetti comuni o ricercati. L’arte, come lo sciamano, può collegarci ad un livello superiore, può mostrarci una strada nuova, nuovi valori, nuove idee. Completano l’allestimento alcune foto sempre in bianco e nero tratte dalla serie Metamorphosis e la scultura Accessorio.
Durante il periodo della mostra sarà possibile “sfogliare” il numero 0 della rivista digitale interattiva Startup dedicata al rapporto tra arte contemporanea e sociologia. Distribuita tramite Joomag, piattaforma americana con oltre 5 milioni di lettori, e con un design semplice e contemporaneo oltre ad un team di redattori qualificati internazionali, Startup trasforma l’esperienza tradizionale del leggere introducendo negli articoli, video, file audio e gallerie di immagini.
dal 22 gennaio al 2 febbraio 2016
MUVI
Museo Vitaloni/Art&Wild Milano in Via Ampère, 27
“Incontri”
Personale di Rossella Roli
Vernissage, venerdì 22 gennaio alle ore 18
Porzioni di cielo e mare, di mondo e memoria. In valigia
Incontrare Rossella Roli nel suo studio significa entrare in uno spazio dove si conserva e si tutela memoria. Non è mai facile poter raccontare della storia personale e del mondo con passo poetico, ma Roli riesce nell’impresa e lo fa da quando ha deciso di attraversare l’arte utilizzando diversi contenitori, piccole valigie che per la maggior parte raccolgono il suo percorso biografico e talvolta manifestano tematiche sociali, altre volte “incastri” di memorie su commissione.
«Non ho mai amato l’arte “statica”, il fissare a distanza le opere: mi piace che la spettatrice, lo spettatore possa mettere le mani sul lavoro, voglio che gli assemblages che costruisco interagiscano con gli osservatori non solo a livello visivo, ma con tutti i sensi», spiega l’artista, che ha alle spalle un percorso all’Accademia di Brera concluso nel 2009.
I suoi rifermenti vanno dall’opera di Louise Bourgeois (guardando in particolar modo alle Celle, per la loro complessità anche materiale), ai contenitori di Joseph Cornell, passando l’Yves Klein della spiritualità del colore, e una particolare installazione di Pino Pascali, i 32 metri quadrati di mare circa, guardata per la sua capacità di svelare l’infinito attraverso una pratica quasi ludica, fino al lavoro di Lucy Orta, per i celebri kit di sopravvivenza e per i passaporti per i territori dei ghiacci, assunti dall’artista inglese come luoghi dell’arte per il loro essere liberi da burocrazia e politica, e che con il lavoro di Roli mantengono un legame a latere, vicino all’idea di viaggio.
Accanto al concetto “ghiaccio” inoltre, quasi a livello di onomatopea, c’è da sottolineare l’importanza che riveste un particolare materiale nella produzione dell’artista: il vetro. Rigido eppure effimero, il vetro per l’artista è condizione di assenza-presenza, divenendo uno dei simboli della memoria.
Va ricordato, inoltre, che gli assemblages di Rossella Roli si distinguono per un “tempo” continuamente ibridato: gli stessi contenitori sono già apparentati ad un passato, ad un loro percorso, e il contenuto non è mai creato ex-novo ma è raccolto con dovizia dagli angoli più disparati del mondo e va, dunque, a comporre un mosaico del nostro presente, senza dimenticare l’origine e la tensione verso il futuro.
Matteo Bergamini
Rivolgimenti – Incontri – Intervalli
Una produzione piuttosto vasta, realizzata nel 2015, riguarda i disegni dal titolo Rivolgimenti, Incontri, Intervalli.
Puó accadere che i pensieri diventino pesanti, invadenti. Si impongono e non possiamo fare a meno di pensarli. Pur riconoscendoli inutili o nocivi continuano, non abbandonano il campo della mente, vanno e tornano, insistono così tanto da non poterli controllare. Qui, a farsi sentire, è l’inconscio che pensa.
L’inconscio pensa, ma il suo è un pensiero che non attiene né al mentale né al fisico, ma possiede al contrario il potere di scompaginare entrambi.
Rossella Roli, vive e lavora a Milano. Nel 2001 si specializza in web design presso la Domus Academy di Milano e successivamente si diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera presso il dipartimento di Arti Visive.
Dal 2006 le sue opere sono state ospitate nei seguenti spazi espositivi: Fruttiere di Palazzo Te, Mantova; Museo Malandra, Vespolate; Complesso Monumentale di Sant’Agostino, Mondolfo; Centro per le Arti Contemporanee del Broletto, Pavia; Palazzo Tornielli, Ameno; Casa Testori, Novate M.se; Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, Milano.
Tra le altre mostre si segnala Another break in the wall presso la Wannabee Gallery di Milano, in occasione del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, la VI Biennale del Libro d’Artista Città di Cassino, la terza rassegna internazionale di arte contemporanea Human Rights?, patrocinata da Amnesty International e dal Consiglio d’Europa, presso la Fondazione Opera Campana di Rovereto e Trame di guerra presso il Castello Visconteo di Pavia in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale.
Mostre personali alla Galleria Blanchaert con Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale, alla Galleria Obraz con Survivals, a Palazzo Stella con Inneschi e allo spazio Artestetica con Rivolgimenti.
www.rossellaroli.com
rossella.roli@gmail.com
www.museovitaloni.it
info@museovitaloni.it
Lunedì 18 gennaio 2016
“La civiltà femminile nutre il mondo” è il titolo dell’incontro che si terrà lunedì 18 gennaio alle ore 16,30 presso il Teatro Machiavelli, sito a Palazzo San Giuliano (piazza Università). Due artiste, Gheula Canarutto Nemni, www.gheulacanaruttonemni.com – autrice del romanzo “(Non) si può avere tutto”, ed. Mondadori (2015) e Cettina Tiralosi, www.cettinatiralosiblognotes.wordpress.com, digital painter di “Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza” (installazione di opere digitali) – si racconteranno attraverso le proprie opere in dialogo. La conversazione tra le due donne sarà accompagnata, in un’atmosfera coinvolgente, da musiche della tradizione ebraica accuratamente eseguite dall’arpista Ginevra Gilli. La serata si concluderà con una passeggiata attraverso le vie della Catania ebraica. La manifestazione è parte di una serie di proposte culturali iniziate nel marzo 2015 presso il Bastione degli Infetti (sito gestito dal Comitato Popolare Antico Corso) ed è realizzata con la collaborazione dell’Università degli studi di Catania, della Fondazione Lamberto Puggelli, del Teatro Machiavelli, dell’Associazione Ingresso Libero, del Comitato Popolare Antico Corso e delle librerie La Fenice e Vicolo Stretto.
La civiltà femminile nutre il mondo
Un dono prezioso ci viene consegnato quando veniamo alla luce: si chiama vita.
Tocca a noi saperla custodire in un insieme di pensieri e azioni quotidiane che si chiamano civiltà.
La trasmissione di questo sapere si fa almeno in due. L’una diventa testimonianza dell’altra.
Una vita vissuta in presenza e al presente, fatta di pesi e misure, di esercizio e facoltà, di scelte e possibilità che permettono di afferrare un filo conduttore di senso e di coscienza, che permettono di catturare una luce attraverso il buio per le strade del nostro cammino, di questo nostro vivere.
Una testimonianza di misura femminile della libertà è quella di una scrittrice come Gheula Canarutto Nemni e quella di una pittrice come me.
La mia attenzione per il libro di Gheula mi riconduce a constatare che tra i libri più significativi perme, tanti hanno nel titolo una negazione.
Non credere di avere diritti, Nonostante Platone, Non è da tutti, fino appunto a quest’ultimo (Non) si può avere tutto. Questa volta però il No è tra due parentesi. Un passo indietro per fare un balzo in avanti…anzi ci si prepara ad un salto in lungo…verso la libertà femminile.
Il mio NON A TUTTI I COSTI in continuo esercizio nel quotidiano è testimonianza di questa dura prova, ovvero non voglio muovermi a costo dell’umanità o a costo di perdere la mia umanità e l’amore per me stessa. Ne farei un torto prima di tutto a mia madre che mi ha messa al mondo e che con mio padre mi hanno cosi tanto desiderata e aspettata e soprattutto oggi a me stessa consapevole di questa preziosità.
Non a tutti i costi desidero di ottenere di realizzare un mio desiderio che esso stesso può diventare solamente una fantasia che ti tormenta l’anima e ti fa vivere infelice. Io ci rinuncio io mi sottraggo perché non mi fa intelligente ma rozza e disumana, cinica e superficiale.
Ottenere capra e cavoli? …ecco il problema. Non ci sono scorciatoie ed i passaggi sono così rigorosamente definiti e obbligati che se non fai nel tempo previsto, rischi come minimo se sei fortunata di ritornare alla casella di partenza come in un GIOCO DELL’OCA oppure rischi di restare con un pugno di mosche o altrimenti il peggio che è di perdere tutto per sempre e senza rimedio, riservandoti solo di essere rimasta almeno ancora in vita.
Sbagliando si impara che tutto è rimediabile finché la vita della mente ti permette di vedere altre soluzioni.
Tutto questo perché? Per narcisismo o per passione? Faccio tutto questo per passione verso la libertà femminile, mi muove la mia passione di cercarla trovarla e comunicarla. Considero il contesto dell’arte il più variegato e il più adeguato ad esprimere tutto ciò.
Suzana Glavaš nel suo intervento al convegno “DONNA SAPIENS-LA FIGURA FEMMINILE NELL’EBRAISMO” tenutosi presso il Castello Ursino a CATANIA, il 14 SETTEMBRE 2014 raccontò che nel Talmud è scritto, parafrasando: “Sii molto prudente a non far piangere una donna, poiché HaShem conta le sue lacrime. La donna è stata creata da una costola dell’uomo, non dai suoi piedi per essere calpestata. Non dalla sua testa per essere governata, ma dal suo fianco per
essergli alla pari. Sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata.”
Nelle lacrime apprezzai così la facoltà di resoconto del vissuto delle donne e degli uomini tanto da sceglierle come protagoniste nel titolo della mia installazione di opere digitali che, a partire da marzo 2015 presso il Bastione degli Infetti di Catania, sito gestito dal Comitato Popolare Antico Corso, ha continuato a trovare spazio in una catena di iniziative fino ad arrivare a quella di lunedì 18 gennaio 2016 presso il Teatro Machiavelli (Palazzo San Giuliano) Piazza Università, a Catania,
ringraziando per la disponibilità e la collaborazione l’Università degli studi di Catania, la
Fondazione Lamberto Puggelli, il Teatro Machiavelli e l’Associazione Ingresso Libero, Il Comitato Popolare Antico Corso, La Libreria Fenice e La Libreria Vicolo Stretto.
“La civiltà femminile nutre il mondo” è l’incontro di due artiste che si raccontano attraverso le proprie opere in dialogo: Gheula Canarutto Nemni , scrittrice di (Non) si può avere tutto – Ed. Mondadori (2015) e Cettina Tiralosi, digital painter di Lacrime sciolgono muri e aprono orizzonti alla coscienza e in un’atmosfera coinvolgente di musiche di tradizione ebraica accuratamente eseguite da Ginevra Gilli, arpista, ed infine attraverso le vie della Catania ebraica una passeggiata concluderà la serata.
“…Siamo nulla, siamo buio assoluto. Poi veniamo alla luce e inizia la nostra esistenza. Mi sono iscritta all’università a diciannove anni e in grembo portavo un’anima appena staccata dal Trono Celeste. Davo inizio a una corsa illudendomi di sapere dove e quale fosse il traguardo. Ho lottato a lungo per fare valere i miei diritti come essere umano. Ho combattuto con tutta me stessa per non venire schiacciata. Da quella porta dell’università, la stessa che avevo oltrepassato straripante di sogni e speranze, sono però uscita delusa. Spremuta……Pochi mesi dopo avere lasciato l’università
ho riacceso il computer, dichiarando davanti ad uno schermata immacolata che il periodo della mia spremitura era da considerarsi finito….Mi sono seduta al computer e ho aperto un file intitolandolo
Vita capitolo secondo e ho iniziato a premere sui tasti senza sapere dove volevo arrivare. Sentivo dentro di me un fiume in piena alla ricerca di un mare in cui sfociare…..Il rumore dei tasti premuti è per me come il suono della chiave che, girando nella toppa, apre una porta. Un varco che si affaccia sulle innumerevoli possibilità di unire fra loro lettere e parole. Ogni pagina scritta è una creatio ex
nihilo. Un lampo di pensiero, un’irradiazione lingiuistica che poi dirige le dita. Pensiero, parola e azione. E poi infinito….Ascoltavo in silenzio. Capendo il significato di capovolgimento. La discriminazione, le ingiustizie subite, sarebbero diventate il terreno dove avrei coltivato i miei sogni. Luce in ebraico si dice or. Il valore numerico delle sue lettere, la ghematria, è la stessa di Ein Sof, infinito. Da lì noi veniamo. Poi siamo un raggio. E diventiamo qualcuno.in quel momento il buio si accorge della nostra esistenza. E ci sfida con la sua presenza….La prima luce l’ho creata
Io, dice D-o. Ma d’ora in poi sarà compito vostro. Prendere il buio più profondo e trasformarlo in luce accecante. Tocca a noi, creature cacciate dall’Eden, ridare il respiro all’Infinito.” Gheula Canarutto Nemni , (Non ) si può avere tutto – Ed. Mondadori (2015)
Mi è stato insegnato a non avere mai paura del buio….è così sia.
Cettina Tiralosi
di Francesca Pasini
La città sola, senza altre orme che quelle della «guazza» mattutina, è un flash che talvolta ci passa davanti, allora si cammina svelti, intimiditi da quell’intimità. Ci crogioliamo nell’angolo più confortevole della nostra casa, ma fuori l’intimità dà insicurezza. Marina Ballo ci regala la meraviglia di Piazza Duomo sola, silenziosa, con addosso l’umidità della notte che scivola via, fotografia dopo fotografia.
Fa venire voglia di respirare largo, di riempirsi i polmoni e lasciarsi imbozzolare da questo guscio che contiene tutti i nostri gusci fisici e psichici. È molto diverso da un panorama naturale. Lì lo sconfinamento è appunto naturale ma qui, a Milano, in una piazza Duomo senza nient’altro che la spianata del selciato, neanche un tram, solo i barlumi lontani dell’architettura: qui non abbiamo scampo nel cosmo. Siamo abitanti di una piccola parte della terra. Magari è anche per questo che davanti alla visione di una città solitaria ci sembra di invadere uno spazio, non unicamente nostro. L’intimità altrui è imbarazzante. E così sostituiamo, alla scoperta, la preoccupazione per la solitudine. Abbiamo paura. Non ci fermiamo in una piazza vuota né di notte, né di giorno. Ammiriamo la vastità del paesaggio, ma stentiamo a entrare in sintonia con gli spazi costruiti quando sono vuoti.
Marina Ballo ci fa vedere il momento di grazia in cui la città nuda svela le sue molecole interne. Una radiografia a tre dimensioni, dove per un momento ci sentiamo in un luogo dove non c’è bisogno di confidenze o contatti emotivi per provare intimità con se stessi. Sì può stare lì. Guardarsi attorno, guardarsi dentro, con fiducia, in questa solitudine che contiene le nostre case, proprio le nostre, sapere che sono lì più o meno lontane. E allora si può essere spudorati, guardare, spiare. Come succede nella sequenza di sette fotografie Piazzaduomo#3, 2011: il selciato da un blu livido, umido s’illumina fino a una tinta perlacea aquatica; le lampade che contornano la piazza e gli edifici perdono luce. Diventa riconoscibile una ragazza, di schiena, seduta in mezzo. Era lì fin dalle ultime ore della notte. Marina ha deciso di scattare comunque. E così il desiderio di accompagnare la città dalla notte all’alba acquista concretezza nella fotografia. Svanisce l’imbarazzo della solitudine, e appare lo stupore di un luogo che contiene il risultato della costruzione urbana al grado zero. Appare questo infinito umano fatto di amori, di lotte, di nascite, di morti. Ha bisogno di confini fisici, corporei, mentali per bilanciare la vastità del cosmo.
Alberto Savinio diceva: «ascolto il tuo cuore, città». Marina Ballo sembra dire: «guardo il tuo corpo, città». Lo capta dal basso, perché l’equilibrio comincia nel momento in cui poggiamo i piedi per terra. Perché è un esercizio di lettura dove le cose scontate acquistano personalità. Nel trittico Piazzaduono#07, 2013, le intersezioni delle pietre del selciato si rincorrono da una foto all’altra creando una scena ritmica: dà prospettiva ai passi delle persone che appaiono piccole, lontane, e così mantengono il mistero delle loro fisionomie. Mentre nel dittico Piazzaduomo#11, 2014-15 la facciata parziale del Duomo fa da contrappeso alla pavimentazione umida, grigiastra, porosa, specchiante. Si ha la sensazione di assistere alla crescita dell’edificio in sintonia con la luce del giorno che cresce anche lui. Il cuore e il corpo della città visti dal basso ci parlano di tutto ciò che, pur essendo nascosto da muri, strade, monumenti, esiste e collabora alla percezione del nostro appartenere alla terra, prima che al cielo.
La mostra piazzaduomomilano è un progetto a quattro mani con Gabriele Basilico, pensato prima che lui morisse (il 13 febbraio 2013, a 69 anni), ed è un incontro tra la prospettiva dal basso e quella dall’alto. Anche Basilico, nel suo impareggiabile aggirarsi tra le guglie del Duomo, cattura il corpo della città. Facendoci volare con lo sguardo tra i tetti ci trasporta nella tattilità orizzontale di questa «pianura» sopra le architetture, sulla quale si ha la sensazione di poter camminare (Milano 2011,11A7-55). La distanza tra cielo e terra se ne va.
Poi con un colpo di vertigine ci spalanca il vuoto sotto l’Arengario (Milano 2011, 11A7-63). La strada è in pieno sole gli edifici in ombra e le persone, piccole, camminano e anche loro proiettano l’ombra. Una sintonia con lontananze che Ballo scopriva a raso terra e che Basilico, dopo averci fatto sognare di camminare tra tetti e guglie, sostenuti dall’aria, ci ricorda.
Uomini e donne siamo sempre piccoli sia rispetto all’altezza degli edifici, sia rispetto alla grandezza del selciato se lo si guarda dal basso. Come dire che la prospettiva è una questione mentale e non solo fisica. Immediato è pensare al volo sulla scopa di Miracolo a Milano di De Sica.
Marina Ballo Charmet-Gabriele Basilico
milanopiazzaduomo
a cura di Marco Belpoliti e Danka Giacon
Milano, Museo del Novecento, dal 10 ottobre 2015 al 26 febbraio 2016
Sabato 23 gennaio – 25 febbraio 2016 ore 18,30
La quarta vetrina
Artiste contemporanee raccontano la loro relazione con l’arte, i libri, le donne, i pensieri.
A cura di Francesca Pasini.
Prosegue il ciclo con Concetta Modica, Quel che resta.
Dopo l’inaugurazione, l’incontro con l’artista e la curatrice. Cena della cucina di Estia (la conferma è gradita).
Sarà in vendita la stampa (1/10), realizzata dall’artista per La Quarta Vetrina.
Da una vetrina all’altra, siamo alla terza, nasce un’antologia di visioni. La sinergia tra parole e immagini diventa fluida e, tra l’interno e l’esterno della vetrina e di chi partecipa, il filo delle suggestioni si disfa e si riannoda.
E’ il caso di Concetta Modica che realizza un’opera col filo di lana, rimasto da opere precedenti. Nel 2001, da poco arrivata a Milano dalla Sicilia, alla Gamec di Bergamo, con i fili della coperta della nonna, che aveva disfatto, crea un paesaggio astratto, multicolore, nel quale si poteva entrare. Fili che ha poi usato per altre opere, alcune in collaborazione con altri artisti. Pensava di aver chiuso quel ciclo. “No, non è ancora finito”.
I molti fili che ha “visto” collegare parole e pensieri negli incontri in Libreria, le hanno fatto scegliere di usare Quel che resta per la vetrina e il dialogo che verrà. Così ha ricamato su un lenzuolo i segni che normalmente si fanno per contare, ad esempio i voti, quattro linee orizzontali e una verticale e si ottiene un insieme di cinque per un conteggio tempestivo. Ma è anche segno del tempo che passa.
L’immagine è aperta e molto attraente. Gli spunti di lettura sono tantissimi. La cultura artigianale. Il rapporto con il materno (la nonna) e il desiderio di promuoverlo tra donne uomini. Il dubbio di non poter mai dire quando l’opera è conclusa. Il dialogo come sistema di fili da disfare, per allentare i nodi, sciogliere i punti non scorrevoli e avere ancora altro filo da tessere.
A quest’opera, posta sul fronte della vetrina, Concetta Modica aggiunge sul retro, dove il fili pendono dal ricamo in un intrico “naturale”, una scultura composita. Di nuovo il nodo è Quel che resta, dal passato o da altrove, come la mano in gesso trovata da un marmista, che impugna il trespolo su cui sono appoggiati tre suoi libri di foglie. Sono foglie cadute, che trova e conserva tra le pagine, colorando i tratti mancanti, gli sgretolamenti. Ritesse le loro vita e le sposta nei libri: i nostri compagni di viaggio dal passato al presente. Alla base del trespolo, in un sasso spaccato a metà ha premuto altri fili colorati. Saranno gli ultimi? Probabilmente, ma altri ne verranno lavorati e disfatti, durante il dialogo dell’inaugurazione. E non è questo il lavoro che la Libreria delle donne di Milano compie da oltre quarant’anni?
Concetta Modica, “Quel che resta”, 2016
da exibart
pubblicato il 14 gennaio 2016
di Francesca Pasini
Fin dal titolo, “Gli immediati dintorni”, Chiara Camoni (Nomas Foundation – Roma fino al 26 Febbraio) ci avverte della sua tenace volontà di stare vicino alle cose. Tra opere di oggi e di ieri appare un flusso che evidenzia il continuum del suo linguaggio. Su un grande tavolo a “L” sono disposti alcuni testi che accompagnano la biografia dei lavori e dei pensieri, invitano a sedersi, a leggere. Poi il tavolo gira e si “entra” nella stanza. Piccole sculture in creta cruda si alleano, da lontano, con i proiettori che rimandano sulle pareti due video di alcuni fa.
La percezione diffusa è quella di un dialogo attorno a un tavolo imbandito di visioni e oggetti che richiamano la sua vita. Le sculture in creta cruda, realizzate a occhi chiusi, sono dedicate alla figlia di pochi mesi. Alcune sono avvolte da ramoscelli, altre li portano in testa, una collana di osso sta davanti. Insomma c’è l’universo in cui Chiara ha individuato il metodo per soggiornare presso le cose e farle emergere attraverso un gesto che coglie la dimensione ridotta, meglio “iniziale”. Come nelle minime sculture in terracotta che s’inanellano le une sulle altre formando grandi matasse multiformi.
Le sculture a occhi chiusi hanno la magmaticità del tatto, e la sorpresa del passaggio tra il vedere della mente e lo sguardo fisico degli occhi. Una relazione che Chiara usa anche quando lavora con gli altri. Come in uno dei primi lavori: il libro di disegni realizzati dalla nonna, che erano lo snodo per imparare ad attraversare insieme l’età adulta. La passività dell’affetto lasciava spazio all’invenzione di un incontro consolidato dalla crescita. Le statuine in mostra sono speculari a quel gesto. In questo caso Chiara dedica alla figlia l’esperienza di reciprocità che ha accompagnato la sua decisione di essere artista, anche come nipote. Segnala il rapporto madre-figlia con un’altra nascita, quella della forma di una scultura, che aveva così tanto nella mente da passare automaticamente alle dita che la plasmano, senza neppure guardare.
Una metafora del materno, ma anche il modo per dire che, le cose che incontriamo nella nostra intimità, restano nei dintorni di chi le vede e di chi le ritrova nella propria memoria. Le opere di Chiara non stanno di fronte a noi, sono con noi. E la scelta di metterle sopra un tavolo è una chiave intuitiva e immediata.Generazione e filiazione sono attributi dell’arte, Chiara li avvolge come in un nastro di un registratore, situando il play back nell’incontro tra chi guarda e chi crea. Il concetto di nascita biologica e artistica trova una metaforica parentela.
In questo senso vedo la possibile interpretazione di un materno che, soggiornando presso le cose e gli eventi, non si situa né nella polarità madre-padre, né in quella madre-figlio. Riguarda il sentimento più ampio di essere accolti: donne, uomini, madri, padri, figli, visitatori, lasciando a ognuno il compito di plasmare un proprio legame attraverso il gesto che qualcuno/a ha creato suggerendo ad altri/e di trasferirlo nella propria interna vicinanza.
Il simbolo della creta cruda può essere visto come una via di uscita dalla gerarchica, a favore di una libertà da “cuocere” secondo le proprie intuizioni per dare stabilità al magma emotivo che tocca uomini e donne, e che, nella dialettica generazione-filiazione, è sempre stato avvicinato al materno. Un materno che ha una lunga storia di separazioni e subalternità sociali. Già con i disegni della nonna, Chiara, svicola da questa separazione facendone l’elemento di libertà per andare oltre le consuetudini affettive.
L’arte ha di per sé qualità materna. Essa, infatti, supera le distinzioni sociali affettive rendendo visibile un’origine, in cui altri e altre si rispecchiano. Succede anche col padre, è vero, ma la fonte biologica della generazione risiede nel corpo della madre, di cui l’arte può assumere la metafora, chiunque sia chi la realizza. È un grande spostamento per cui c’è ancora molto da pensare e da capire. Più che dalla dedica alla figlia, sono influenzata dalla sua idea generatrice della forma. Appare ad esempio nella grande installazione di vasi, non ancora cotti, che verranno completati, modificati durante gli workshop che Chiara stessa ha predisposto. In primo piano c’è la trasmissione del gesto iniziale da cui spesso Lei parte per individuare la figura. Quindi, qualcosa che fa da ponte tra la filiazione (chi partecipa al workshop) e la generazione nell’incontro tra l’opera in gestazione e chi la porterà a termine.Forse è ancora presto per rintracciare un concetto di materno dove la dualità uomo-donna, non sia l’unico polo attivo, ma una delle modalità per avvicinarsi al senso originario della generazione. Chiara lo fa spesso nelle sue opere ed è chiaramente visibile ne Il Tronco, 2013. Con pochi segni dà a un albero, trovato in un bosco, l’immagine di un corpo di donna, archetipico e nello stesso tempo vicino al presente; alle sue spalle, a terra, una specie di scialle trapezoidale intessuto con altre partecipanti all’opera, diventa simbolo della rete di relazioni che tutti incontriamo.
Francesca Pasini
In occasione del Finissage della sua mostra personale, Regina José Galindo farà una lettura pubblica delle sue creazioni poetiche.
A seguire un talk in galleria tra l’artista in confronto con Diego Sileo, conservatore del PAC – Padiglione Arte Contemporanea Milano, e Francesca Pasini Curatrice e critica d’arte indipendente, su temi affini alla mostra “Mazorca”.
da Alias “il manifesto del 2 gennaio 2016
di Graziella Geraci
Indagine aperta sulle relazioni fra i sessi
Intervista. L’artista iraniana Shirin Neshat è una delle protagoniste del nuovo calendario Pirelli, affidato alla magia fotografica di Annie Leibovitz
Artista eclettica, Shirin Neshat esplora attraverso l’arte visiva il mondo femminile nella cultura islamica svelando le contraddizioni, le limitazioni, la poeticità e la sensualità che convivono in una cultura millenaria. Foto, installazioni, film si intrecciano nella produzione dell’artista iraniana con progetti musicali ed episodi al limite del fashion come lo scatto di Annie Leibovitz che la vede protagonista per il calendario Pirelli del 2016, scelta, insieme ad altre undici donne, come simbolo di una femminilità contemporanea influente e di successo.
Shirin Neshat continua ad indagare se stessa e l’essere donna in tutte le sue accezioni, partendo da un vissuto che la vede bilanciare perfettamente il mondo occidentale e quello mediorientale.
Cosa pensa del nuovo stile del calendario Pirelli e cosa ha provato quando Annie Leibovitz la ha contattata per posare per «The Cal»?
Non conoscevo molto il calendario della Pirelli ma ho accettato per la reputazione di ottima fotografa di Annie Leibovitz. Successivamente quando ho visto le passate edizioni del calendario ho pensato che Annie fosse estremamente coraggiosa per cambiare l’identità di un prodotto così affermato da calendario sexy a qualcosa che non si basa sulla bellezza fisica ma sui risultati raggiunti dalle donne. Inutile dire che sono stata lusingata di far parte della sua selezione e penso che le immagini siano veramente fantastiche opere d’arte.
Qual è il suo rapporto con l’Italia e l’arte di questo paese?
L’Italia è stata determinante per l’evoluzione della mia carriera iniziata nella galleria di Lucio D’Amelio nel 1996. Ho anche ricevuto i premi più importanti in Italia: uno di questi è stato il Leone d’Oro della Biennale di Venezia (arti visive) nel 1999 e poi il Leone d’Argento al Festival Internazionale del Cinema di Venezia per il mio film Donne senza uomini, nel 2009. A settembre del 2015 sono stata a Bari per Passage through the world, un viaggio nella musica di Mohsen Namjoo per il quale ho realizzato con Shoja Aza la scenografia. È stato molto interessante e ho interagito con alcune donne anziane, delle lamentatrici, che sono entrate nello spettacolo e nella mia installazione video. Mohsen Namjoo ha avuto l’idea della musica che viaggia dall’est all’ovest attraverso diverse culture: l’idea l’ho trovata suggestiva, soprattutto per il particolare momento di conflitto tra cristiani e musulmani, tra oriente ed occidente, che stiamo attraversando. In questo progetto c’erano infinite possibilità da sviluppare: l’idea della musica mistica islamica, la circolarità della danza sufi, l’idea del mentore e dei suoi accoliti e un tipo di religiosità che si esprime nelle lamentatrici italiane.
C’è una differenza, secondo lei, tra l’arte occidentale e quella orientale?
È difficile generalizzare perché io vivo in mezzo alle due culture: emotivamente sono molto iraniana ma la mia educazione è occidentale. Quando sono a New York mi sento parte dell’occidente, quando sono in Italia mi sento orientale, sono completamente divisa in due, nel lavoro, nello stile, anche nel mio modo di vestire. C’è una grande differenza tra le due culture ma le emozioni umane sono il legame che le unisce. Con l’arte cerco di mostrare cosa realmente abbiamo in comune, uso l’iconografia, la musica e le immagini iraniane ma il mio lavoro è la ricerca, cercare umanità. Siamo uguali, abbiamo gli stessi sentimenti: tu soffri come soffro io, tu ti innamori proprio come mi posso innamorare io, tu sei libero, io sono libera … il potere dell’arte è rintracciare le assonanze nelle esperienze umane. C’è differenza nella lingua, nella religione e nello stile di vita, ma contemporaneamente esiste l’universalità dell’umanità. L’arte è l’unico modo per setacciarla. Una buona opera d’arte dovrebbe avere le due qualità: mostrare le divergenze e le cose comuni. Il mio lavoro è molto islamico: è basato sulla mia esperienza di donna iraniana, è particolarmente concentrato sull’Iran. Eppure nello stesso tempo, visto che vivo fuori dal mio paese, cerco i paradossi.
Nel suo film «Donne senza uomini» la relazione tra i due sessi non è positiva: è lo specchio della situazione in Iran o è una condizione globale?
Niente affatto. Il film è basato sul romanzo omonimo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur e, a mio parere, la sua storia descrive le donne che non riescono a gestire le relazioni con gli uomini e a fronteggiarli. Il film è stato stilisticamente concepito nell’ambito del realismo magico. La storia si svolge nel 1953, non si tratta dell’Iran attuale, è un’allegoria e non una rappresentazione realistica della cultura iraniana.
Cosa pensa delle primavere arabe? Si intravedono cambiamenti per le donne?
Sono andata a Piazza Tahrir due volte. L’Egitto ha vissuto una sorta di onda verde, come quella iraniana. Questi movimenti hanno mostrato un nuovo concetto di famiglia nella quale le donne sono attive, sono intelligenti e si muovono all’interno della società. C’è una nuova generazione di donne erudite ed intraprendenti: in più, non sono come le occidentali che per partecipare alla politica devono necessariamente emulare gli uomini. Amo quel loro dinamismo mediorientale in cui le donne continuano a essere molto femminili, non competono con gli uomini e la loro partecipazione alla rivoluzione è stata un fatto naturale. Questa nuova generazione mi ha ispirata: la mia e quella precedente non ha avuto accesso all’educazione. Nella mia famiglia sono la sola a lavorare e a guadagnare, le mie sorelle hanno avuto la fortuna di andate tutte a scuola, ma si sono sposate e hanno fatto figli, accettando un ruolo tradizionale. La generazione attuale è composta da donne istruite al 95%, lavora, che hanno dimistichezza con la tecnologia e conoscono il mondo anche attraverso i social media. Non è una condizione così distante dalle possibilità che hanno gli uomini e questo status è nuovo per noi.
Ma la situazione dal punto di vista politico non sembra mutata, in Egitto si è instaurato di nuovo un potere militare. Il problema persiste, le donne stanno cambiando, ma la società probabilmente è ancora indietro. Il governo non ha la capacità di aiutare la trasformazione, anche se ora è difficile ricacciare le donne nella situazione precedente.
Quali sono i suoi progetti nel prossimo futuro?
Sto lavorando a un film sulla vita di Umm Kulthum. La cantante egiziana è morta nel 1975, ma ancora oggi è la voce più popolare nel Medio Oriente, è amata in Egitto, in Israele, in Algeria, in Marocco e in altri Stati. La sua figura è molto complessa. Era una donna mediorientale che per raggiungere il successo doveva essere non convenzionale, a suo modo progressista. Non ebbe mai figli, probabilmente era gay, era comunque circondata da uomini, viveva in una società maschilista, era nazionalista… tutti spunti interessanti.
Nel 2017, al Festival di Salisburgo realizzerò la regia dell’Aida. Mi interessa la sperimentazione, come artista sono propensa a fare sempre cose nuove, mi annoiano le ripetizioni. Quando Riccardo Muti mi ha contattata per l’Aida, la sua proposta mi ha spaventata, ma contemporaneamente stimolata: è qualcosa di completamente nuovo per me ed è un rischio.
Infine, sto terminando di girare alcuni video che vorrei esporre alla mia prossima mostra alla galleria Gladstone di New York. Ho intenzione di realizzare una trilogia, tre cortometraggi che hanno come soggetto i sogni. Lo stile sarà concettuale, come per gli altri video Turbulent o Rapture, saranno in bianco e nero e con una donna come protagonista. Avevo già realizzato per la Viennale un filmato di 3 minuti con Natalie Portman, ora è di 10 minuti e farà parte della trilogia che chiamerò Dreamers. Questo per ora è tutto, poi vedrò in corso d’opera.
In occasione della mostra Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta si terrà un ciclo di cinque incontri dedicati ad approfondire i temi dell’esposizione, attraverso il confronto e la testimonianza di storiche dell’arte, curatrici, militanti, artiste, collezioniste e galleriste, invitate a riflettere sul rapporto tra arte e femminismo nel contesto storico attuale e in quello passato, sulle esperienze dei collettivi autogestiti, sulle recenti mostre dedicate all’arte femminile.
InterverrannoBarbara Casavecchia, Francesca Guerisoli,Paola Mattioli, Libera MazzoleniIntroduce e moderaRaffaella Perna
sarà riproposta la performance di
Libera Mazzoleni
Il pollo & l’Arte
Impossibile dire, oggi, cosa sia l’Arte, tuttavia l’artista non si esime dall’interrogarsi. Il pollo & l’Arte srotola questa domanda intrecciando la tonalità aulica con la banale azione del divorare, del consumare, dell’assimilare, in un gioco di rinvii ambigui e spaesanti.Una vittima sacrificale e un arte-fice (… artificio) che, abitando la follia di un’identità anonima, meta-fora di una generica umanità, pensa di creare il mondo, annicchilendolo continuamente nel gesto compiuto da una soggettività smisurata.
da La stampa del 30-11-2015
di Maria Corbi
Nel lavoro firmato da Annie Leibovitz anche Yoko Ono, Patti Smith e Serena Williams
Annie Leibovitz aveva già prestato il suo occhio e la sua sensibilità a The Cal nel 2000 quando l’unica modella a entrare nelle sue pagine fu Laetizia Casta. Per il 2016 l’eccezione è invece Natalia Vodianova. Quindi inutile aspettarsi una carrellata di donne nude e ammiccanti a rappresentare l’anno che verrà. Ecco invece un gruppo di donne carismatiche e toste, scelte per quello che sono e non per la loro perfezione. Un concetto di bellezza democratico, femminista, che salta i canoni imposti da pubblicità, uomini e mass media. Modelle per caso, anzi per scelta, per cercare di abbattere il muro del pensiero unico maschile sulla bellezza. Ed ecco Yoko Ono, 82 anni, la giapponese che negli anni ’60 stregò John Lennon e mise fine ai Beatles. Katherine Kennedy, 62 anni, super produttrice americana, socia di Steven Spielberg. Agnes Gund, 77 anni, collezionista, presidente del Museum oggi modern Att di New York. Patti Smith, 68 anni, sacerdotessa della musica New Waves.
Fran Lebowitz, 64 anni, opinionista made in Usa, paladina dei diritti dei fumatori.
Ava Duvernay, 44 anni, regista di Selma – La strada per la libertà. E poi Serena Williams, 33 anni, giunonica campionessa, mito del tennis. Ma a rappresentare il «nuovo femminile», «la generazione Z», le giovanissime, c’è Tavi Gevinson, 19 anni, aspetto di una tredicenne che con il suo blog Style Rookie , fondato nel 2008, è diventata una delle trenta donne under 30 più importanti del mondo dei media secondo Forbes. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo progetto cartaceo: «Rookie – Year Book One». È considerata una «new feminist» e da piccola donna che a 12 anni alle sfilate si sedeva già a poche poltrone di distanza dalla Wintour, si è trasformata in una ambasciatrice della sua generazione. Via social, of course.
In occasione della presentazione del calendario Pirelli ha presentato anche il sito www.pirellicalendar.com per gli appassionati di «The Cal». All’interno materiale d’archivio, alcuni inediti e il backstage. Una storia del calendario ma anche uno spaccato dell’evoluzione del costume di oltre mezzo secolo di storia, dal 1963 fino ai giorni nostri.
http://www.lastampa.it/2015/11/30/societa/basta-nudo-e-sensualit-il-calendario-pirelli-celebra-le-donne-toste
dal 13 novembre 2015 al 23 gennaio 2016
Sally Schonfeldt
The Ketty La Rocca Research Centre
Istituto Svizzero di Roma via Liguria, 20
Il progetto di Schonfeldt, iniziato nel 2011 durante i suoi studi alla Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) e presentato oggi all’Istituto Svizzero di Roma, è ispirato dalla penetrante esplorazione del linguaggio nelle opere video, nelle performance, nei collage e nella fotografia dell’artista italiana Ketty La Rocca (La Spezia, 1938 – Firenze 1976). Artista della neo-avanguardia, La Rocca ha fatto parte del movimento di “poesia visiva” nel Gruppo 70, e ha lavorato alla frontiera dell’arte sperimentale nella Firenze degli anni Sessanta e Settanta.
Sally Schonfeldt ha iniziato una ricerca di un anno che ha successivamente rivisitato attraverso una complessità di temi che contestualizzano il lavoro di Ketty La Rocca. Affascinata dalla progressiva decostruzione dell’uso dominante del linguaggio e dall’attenzione radicale degli ultimi lavori di La Rocca sul potenziale del non-verbale e del gesto, Schonfeldt ha raccolto l’opera di quest’artista attraverso una riflessione soggettiva e una rilettura all’interno del femminismo storico e contemporaneo.
L’Istituto Svizzero di Roma ha invitato Sally Schonfeldt in Italia per continuare la sua ricerca: la nuova installazione del progetto di Schonfeldt a Roma contraddice la classica forma del “centro di ricerca” con un contesto intimo e soggettivo. The Ketty La Rocca Research Centre è progettato come una piattaforma, tanto letterale quanto metaforica, il cui materiale raccolto e messo in mostra rende possibile una lettura aperta e accessibile della pratica artistica di Ketty La Rocca. Libri d’arte, cataloghi, ephemera di mostre passate, recensioni di giornali, lavori video tra cui Le Mani, prodotto nel 1973 per il programma TV Rai Nuovi Alfabeti, vengono contestualizzati da ulteriori testi e libri su temi come la “poesia visiva”, il Gruppo 70, il femminismo italiano e la ricerca artistica.
Invece di un omaggio retrospettivo, Sally Schonfeldt presenta una celebrazione e una ricognizione della contemporaneità di La Rocca, un pretesto per mettere in dialogo artiste e musiciste di differenti generazioni e provenienza. Per questo, il 16 gennaio 2016, lo spazio verrà aperto alla collaborazione con altre artiste contemporanee, musiciste, teoriche e scrittrici coinvolte in pratiche femministe e collettive. Echo La Rocca – The Sound as the Trace of Her Voice, in collaborazione con OOR Records (Zurigo), estenderà la mostra ospitando stand temporanei di libri, dibattiti, interventi sonori e performance in relazione a La Rocca e alle sue multiforme pratiche.
The Ketty La Rocca Research Centre ospiterà anche la ricerca di Anna Frei, artista, graphic designer, DJ e produttrice culturale, sulle donne nella musica elettronica delle origini. Sviluppatasi nel corso degli ultimi anni, l’indagine della Frei verrà approfondita seguendo le tracce del coinvolgimento della stessa La Rocca nella musica elettronica nell’Italia degli anni Sessanta.
The Ketty La Rocca Research Centre a Roma è uno spazio attivo. Un’altra libreria, un’altra mostra, un altro centro di ricerca, un’altra stanza di lettura in cui i vari discorsi attorno a Ketty La Rocca si incontrano generando dialoghi tra i contesti storici e gli spazi. Una prospettiva che stabilisce contatti con studiosi, artisti, galleristi, storici dell’arte, critici e membri della famiglia coinvolti nel desiderio di tenere viva la presenza di Ketty La Rocca nel contemporaneo.
Sally Schonfeldt (1983, Adelaide, Australia) vive a Zurigo. Si è laureata alla Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) nel 2014. Il suo lavoro è principalmente orientate alla relazione dialogica tra teoria e potenzialità della ricerca artistica e estetica. Applica la storiografia per interrogare i modi della produzione di sapere in relazione al discorso post-coloniale, e la posizione delle donne nella storia. I suoi ultimi lavori includono Plattenstrasse 10 (2014) e The Struggle within the Struggle (2015). I suoi nuovi progetti (in collaborazione con Very Ryser) indagano un manifesto scritto dalle donne migranti in Svizzera nel 1975, con l’intenzione di ri-posizionarlo nell’attualità contemporanea.
Anna Frei (1982, San Gallo) vive a Zurigo. È artista, graphic designer, DJ e produttrice culturale. Le sue diverse attività sono il risultato di ricerche sui protagonisti, sui campi e sulle pratiche dell’arte emancipatoria e della musica. Nel 2014 ha co-fondato a Zurigo lo spazio polivalente OOR RECORDS, un negozio di dischi e una libreria d’arte, dove organizza performance, reading, dj-set e eventi di sound-art. Archivia e rende accessibili online registrazioni, mix e opere audio, e produce edizioni audio dei suoi eventi.
dal 3 dicembre 2015 al 27 febbraio 2016
Galleria Raffaella Cortese
Barbara Bloom | via a.stradella 1-7
Joan Jonas | via a.stradella 4
Inaugurazione alla presenza degli artisti giovedì 3 dicembre h. 19.00 – 21.00
3 dicembre 2015 | 27 febbraio 2016
martedì – sabato h. 10.00-13.00 | 15.00-19.30 e su appuntamento
Barbara Bloom
The Weather | via a.stradella 1-7
La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la terza mostra personale dell’artista americana Barbara Bloom, che coinvolgerà due dei tre spazi espositivi della galleria. In mostra saranno opere inedite, concepite e realizzate appositamente per l’occasione.
L’Assenza e la sua rappresentazione sono state, per quasi 40 anni, un tema costante di ricerca e indagine nel lavoro di Barbara Bloom. Impronte digitali, tracce di rossetto, filigrane, macchie di tè, impronte di passi, testi invisibili, cancellature, depennamenti, Braille ed ellissi… sono le sue forme e i suoi oggetti preferiti. Questi legami tra il visibile e l’invisibile sono da sempre una presenza frequente nella ricerca dell’artista. Un aspetto altrettanto incisivo del lavoro di Barbara Bloom è rappresentato dal suo rapporto con la Letteratura e, in particolare, con i libri e i testi dei suoi autori preferiti che vengono utilizzati come “portatori di senso” e di cui spesso Bloom suggerisce dettagli impliciti nelle sue opere. L’artista ha più volte dichiarato che avrebbe potuto essere una scrittrice, probabilmente una romanziera, ma in qualche modo è finita a fare la cosa sbagliata (e ha involontariamente “accettato” di essere un’artista visiva).
Nello spazio n.7, sette tappeti di una tonalità grigio-verdeacqua aleggiano in bilico a diverse altezze dal pavimento. Ogni tappeto presenta sulla sua superficie un pattern di punti in rilievo che formano un testo in Braille. L’artista ha deciso di utilizzare testi descrittivi che accentuassero la complessità e la malinconia nella “lettura” dell’opera: un cieco dalla nascita, infatti, pur comprendendo il testo non potrà avere un’immagine visiva di ciò che il testo descrive; una persona vedente, invece, non leggendo il Braille, potrà semplicemente osservare l’oggetto.
Gli scritti che Bloom ha scelto sono una vasta gamma di descrizioni del tempo e delle condizioni atmosferiche, ossia un qualcosa che influisce su tutti noi e che tutti noi possiamo percepire. Appartengono a diversi autori e sono dunque trattati con stili diversi: Raymond Chandler, André Gide, James Joyce, Gabriel Garcia Marquez, Cormac McCarthy, Haruki Murakami; in più, un riferimento autobiografico nella descrizione delle statistiche meteorologiche di Los Angeles l’11 luglio, 1951 alle 2am (il suo luogo e data di nascita).
Nello spazio n.1 è esposta la serie fotografica Works for the Blind. Ogni lavoro è la fotografia di un’illusione e su ognuno è riportata una frase in Braille. La stessa frase è anche stampata, bianco su nero, a parole ma nelle dimensioni di un francobollo. Le immagini e i testi (di Wittgenstein, Barthes, o Dorothy Sayers) fanno riferimento alla difficoltà di vedere le cose per quello che sono realmente, ma pochissime persone saranno in grado di leggere l’opera nella sua completezza. I vedenti potranno osservare la fotografia dell’illusione (anche se non comprenderanno com’è stata realizzata), ma la maggior parte non percepirà il senso del testo, troppo piccolo da leggere; i non vedenti, invece, potranno leggere il testo (il plexiglass è tagliato in corrispondenza del testo in Braille, che può essere toccato), ma non potranno osservare la fotografia. L’unica cosa chiara è che ognuno di noi è cieco.
In questo spazio è esposta anche la serie fotografica Eyes Closed. Bloom ha passato molto tempo in sale cinematografiche nel mondo, per cui, in un modo o nell’altro, gran parte dei film che ha visto erano sottotitolati e quelle parole erano sempre approssimazioni inadeguate dei dialoghi; tuttavia, l’autorità loro conferita dall’essere scritte le rendeva più solide e strutturate del dialogo fugace.
Barbara Bloom è nata nel 1951 a Los Angeles. Vive e lavora a New York. Recentemente il MoMA di New York ha acquisito la sua serie fotografica Framing Wall (1977 2015), che sarà in mostra al museo fino al 20 dicembre 2015. Il suo lavoro è stato esposto in importanti istituzioni quali: Museo Boymans van Beuningen, Rotterdam; Stedelijk Museum, Amsterdam; Museum of Contemporary Art, Los Angeles; La Biennale di Venezia; Kunstverein München, Monaco; Art Gallery of New South Wales, Sydney; The Serpentine Gallery, Londra; Kunsthalle di Zurigo; Württembergischer Kunstverein, Stoccarda; Carnegie Museum of Art, Pittsburgh; Leo Castelli Gallery, New York; SITE Santa Fe;Louisiana Museum of Modern Art, Danimarca; La Bienale de Venezuela, Caracas; Museum Friedricianum, Kassel; Parrish Art Museum, Southampton; Wexner Center for the Arts; Cooper-Hewitt Design Museum; International Center of Photography, New York; Martin-Gropius-Bau, Berlino; The Jewish Museum, New York.
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Joan Jonas
via a.stradella 4
Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale in galleria dellamericana Joan Jonas, pioniera riconosciuta della performance e del video.
A partire dagli anni 60, ha posto la soggettività femminile al centro del proprio lavoro, attraverso un complesso repertorio linguistico fatto di gesti, narrazione e immagini in movimento. Sperimentatrice instancabile, Jonas esplora le possibilità insite nella natura interdisciplinare dell’arte: una caratteristica che l’ha resa un punto di riferimento per artisti delle più giovani generazioni.
Le opere più recenti di Joan Jonas si concentrano principalmente sulla fragilità della natura e il suo rapporto con la dimensione umana, come in Reanimation, in parte ispirato agli scritti dell’autore islandese Halldór Laxness, e They Come to Us without a Word, la sua grande installazione alla 56a Biennale di Venezia, solo per citarne alcune.
Nelle sue installazioni, video e performance, nulla è semplicemente descritto, ma piuttosto evocato attraverso i sensi. “Anche se l’idea del mio lavoro riguarda la questione di come il mondo stia così rapidamente e radicalmente cambiando, non analizzo il soggetto direttamente o in modo didattico”, ha dichiarato Jonas. “Piuttosto, le idee sono evocate poeticamente attraverso i suoni, le luci e laccostamento di immagini di bambini, animali e paesaggi.”
La mostra in galleria vuole rendere omaggio al riconoscimento internazionale che Joan Jonas ha avuto in questultimo periodo: dalla sua grande mostra itinerante Light Time Tales presentata inizialmente allHangar Bicocca di Milano e ora in mostra alla Malmö Konsthall alla sua straordinaria installazione nel Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia.
L’artista presenterà una serie di opere provenienti direttamente dallinstallazione della Biennale, due video inediti e una serie di disegni concepiti appositamente per lo spazio espositivo in via Stradella 4.
Joan Jonas nasce a New York nel 1936. Vive e lavora a New York.
Negli ultimi 15 anni è stata docente di Arti Visive al MIT ed è attualmente Professor Emerita nel Programma del MIT di Arte, Cultura e Tecnologia (ACT) allinterno della facoltà di Architettura + Pianificazione. Nel 2009 l’artista ha ottenuto il primo premio annuale Lifetime Achievement Award del Guggenheim. Nel 2015, ha rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia, dove ha ricevuto una menzione speciale.
Jonas ha avuto retrospettive all’Hangar Bicocca, Milano (2014) e Malmö Konsthall, Malmö (2015), Queens Museum of Art di New York (2003), Staatsgalerie, Stuttgart (2000), e allo Stedelijk Museum, Amsterdam (1994). Ha esposto a Documenta V, VI, VII a Kassel. Le è stata commissionata uninstallazione e successiva performance dal titolo Lines in the Sand per Documenta XI, ricreata poi alla Tate Modern di Londra, e presso The Kitchen, New York nel 2004. Ha inoltre esposto e presentato performance in istituzioni come: Haus der Kulturen der Welt, Berlino; Sigmund Freud Museum, Vienna; Dia:Beacon, Beacon, New York; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid; Museu d’Art Contemporani de Barcelona; Le Plateau e Jeu de Paume/ Hotel de Sully, Parigi; Renaissance Society, University of Chicago, Chicago, Illinois.
Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo
+39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.
mercoledì 9 dicembre ore 18,30
La Quarta Vetrina
della Libreria delle donne di Milano
Artiste contemporanee raccontano la loro relazione con l’arte, i libri, le donne, i pensieri. Una quarta vetrina per una quarta dimensione, da inventare ogni volta.
Prosegue il ciclo, a cura di Francesca Pasini con la scultura di Alice Cattaneo Col fiato sospeso per circa due ore. Dopo l’inaugurazione segue l’incontro con l’artista e la curatrice e la cena della cucina di Estia ( la conferma è gradita).
Sarà in vendita la stampa (1/10) realizzata dall’artista per La Quarta Vetrina.
Alice Cattaneo ha ideato una scultura che parla di una verità attutita, in apnea, come succede quando si è sottacqua. La vetrina diventa metafora di un acquario da dove emergono figure geometriche semplici, connesse tra loro. Sono rettangoli, circonferenze, linee rette, inclinate che non parlano dell’asse del mondo, ma del dialogo con l’altro da sé. E’ un equilibrio fragile, come lo è la coerenza, perché ambedue hanno bisogno di misurarsi con certezze non univoche e conflitti non sempre riconoscibili. Tondini di ferro, fogli di acetato blu, arancio, rosso scuro, si allineano fuori dall’asse del mondo, lo indicano, forse lo intercettano, ma non è un punto di arrivo.
L’asse attorno a cui ruotano è quello dell’instabilità, che intravede connessioni anche tra cose destinate a modificarsi. Non cerca la certezza dell’equilibrio, ma la sua pluralità. Non c’entra il calcolo giusto o sbagliato, ma la possibilità di rimettere in sesto le figure della mente, perché appaiono nella loro pluralità.
Così questo mondo geometrico dialogante con l’altro da sé diventa un confine che occlude la vetrina, ma non la copre, non è invasivo, la attraversa lasciando vivere i movimenti dei pensieri, dei sentimenti che sottendono alla fragilità della vita. E, proprio come dietro il vetro di un acquario, indica una visione attutita suggerendo di guardare all’interno di sé per andare oltre il vetro. Col buio e durante la notte, l’apparizione trascina il senso della perdita. Appena superi la vetrina illuminata, magari in macchina, quali connessioni ti resteranno negli occhi? Quali perderai? E’ un’altra metafora della relazione non geometrica tra sé e il mondo.
dal 19 novembre 2015 al 30 gennaio 2016
Giovedì 19 novembre 2015 alle 18.30 inaugura presso Forma Meravigli la mostra
Vivian Maier. Una fotografa ritrovata
Il caso fotografico che ha conquistato il mondo arriva per la prima volta a Milano.
La mostra, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, è realizzata in collaborazione con diChroma Photography e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.
La vita e l’opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.
La mostra presentata da Forma Meravigli raccoglie 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.
Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto – New York e Chicago – con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa.
Le sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre lei era in vita, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati, Vivian Maier sembrava fotografare per se stessa.
Osservando il suo corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa.
Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l’enigma di un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso.
Come scrive Marvin Heifermann nell’introduzione al catalogo, “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.
Il libro Vivian Maier. Una fotografa ritrovata edito da Contrasto accompagna la mostra.
http://www.formafoto.it/2015/09/prossimamente-vivian-maier-street-photographer-dal-19-novembre/
DAL 19 NOVEMBRE 2015 AL 12 GENNAIO 2016
Due giovani artiste in mostra che vale la pena andare a conoscere. Zina Borgini.
STUDIO D’ARTE CANNAVIELLO
Via Stoppani 15, 20129 Milano Tel 02 87213215
Irene Balia è nata a Iglesias (CI) nel 1985. Oggi vive e lavora a Milano.
Osservando le tele di Irene vi sono due possibilità: dare uno sguardo rapido e rimanere abbagliati dalla leggiadra vivacità dei colori oppure osservarle con attenzione e rimanerne pietrificati, trasportati in una dimensione altra dove regna il silenzio, la stasi, l’irremovibilità. Da qualche tempo l’artista si è avvicinata al genere della natura morta. I soggetti sono per lo più pesci, che aleggiano con grazia in una fastosa decorazione, ispirata alle fantasie ricamate su tappeti sardi.
Altre nature morte di formato più grande ospitano invece ambienti familiari dove la consuetudine dei gesti quotidiani assume un aspetto di intima ritualità.
Elena Vavaro è nata a Castelvetrano (TP) nel 1988. Oggi vive e lavora a Milano.
Il volto e la sua introspezione psicologica sono il fulcro della ricerca della giovane artista siciliana.
I ritratti dipinti da Elena Vavaro sono liquidi, ma allo stesso tempo solidi. Sono liquidi nella stesura acquarellata che fa trasparire le venature più profonde, sono solidi nelle espressioni decise, ferme, serie.
I volti non sorridono mai e ci osservano senza paura, senza vergogna. Ci comunicano il loro vissuto interrogandoci sul nostro.
L’ultima produzione dell’artista è arricchita dall’applicazione sull’opera di elementi vegetali o stoffe che disegnano forme e rendono ancora più materici i colori sul supporto cartaceo.
dal 21-11-2015 al 08-03-2016
Altra misura.
Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta
Frittelli arte contemporanea, Firenze
a cura di Raffaella Perna
inaugurazione: sabato 21 novembre ore 18
apertura della mostra: dal 21 novembre 2015 all’8 marzo 2016
orario: lun-ven 10-13 15.30-19.30 | sab, dom e festivi su appuntamento
www.frittelliarte.it info@frittelliarte.it
telefono + 39 055 410153 fax + 39 055 4377359
Frittelli Arte Contemporanea presenta la mostra “Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia
negli anni Settanta”, a cura di Raffaella Perna, che inaugura sabato 21 novembre 2015 e rimarrà aperta sino
all’8 marzo 2016.
La mostra a cura di Raffaella Perna propone – attraverso una selezione di circa cento opere – un’ampia panoramica del lavoro di undici artiste italiane (o attive stabilmente nel nostro Paese) che negli anni Settanta hanno scelto la fotografia come medium privilegiato per esplorare i nessi tra corpo e identità femminile e per rivendicare le istanze del personale e del vissuto: Tomaso Binga, Diane Bond, Lisetta Carmi, Nicole
Gravier, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Verita Monselles, Anna Oberto e Cloti Ricciardi.Queste artiste hanno condotto una critica profonda delle immagini del femminile diffuse nella cultura visiva occidentale, dove il corpo della donna è abitualmente sottoposto a un processo direificazione. Nel contestare i modelli di rappresentazione vigenti, il medium fotografico è un alleato
prezioso: la peculiare natura di indice della fotografia – la sua specifica contiguità con il reale – fa sì che l’immagine fotografica si presenti come una traccia sensibile del corpo, luogo in cui si inscrivono non soltanto i segni dell’identità biologica, ma anche quelli legati al ruolo sociale e pubblico. La fotografia consente quindi alle artiste di muoversi su un doppio binario: attraverso questo medium, da un lato, esse mettono in primo piano il corpo per sondarne potenzialità, limiti e desideri alla ricerca di una dimensione
identitaria non più alienata e libera dai canoni maschili; dall’altro, demistificano le ideologie trasmesse proprio con e nelle immagini del corpo.
Il titolo della mostra è un omaggio all’omonima esposizione curata da Romana Loda nel 1976 a Falconara:una mostra “minore”, lontana dalle capitali dell’arte, scelta per ricordare l’impegno di chi, all’epoca, ha sostenuto e promosso la sperimentazione al femminile.
Insieme a una ricca raccolta di documenti legati alla storia del femminismo (libri, riviste, manifesti ecc.), inmostra sono esposte per la prima volta le maquette originali di Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci
immaginiamo – Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Paola Mattioli, Adriana Monti, Silvia Truppi – libro fotografico pubblicato da Mazzotta nel 1978, che comprende materiali individuali ed esperienze collettive dedicate all’immagine femminile e al rapporto tra donne.
In occasione dell’inaugurazione si terranno le performance di Tomaso Binga e Libera Mazzoleni.
Durante la mostra si terrà inoltre un ciclo di cinque incontri dedicati ad approfondire i rapporti tra arte e femminismo in Italia attraverso le testimonianze di artiste, storiche dell’arte galleriste, curatrici e collezioniste, invitate a rifleAltra misura.
Alla Libreria delle donne nove mesi di mostre e incontri per festeggiare i primi 40 anni
di Francesca Bonazzoli
Da oggi fino a luglio. Tanto durerà il ciclo di mini-mostre e incontri d’arte organizzato dalla critica Francesca Pasini per festeggiare i primi quarant’anni della Libreria delle Donne, in via Pietro Calvi 29. Ogni mese un’opera di un’artista donna verrà esposta in una delle quattro vetrine (da qui il titolo dell’iniziativa: «La quarta vetrina») che affacciano sulla strada e che resterà illuminata anche di notte. Si comincia questa sera alle 18.30 con la «Cariatidi» di Marta Dell’Angelo, un collage di foto scattate a donne di età e nazionalità diverse, elaborate al computer, stampate, ritagliate e rifotografate. Di mese in mese, l’inaugurazione di ogni nuova vetrina sarà l’occasione per ritrovarsi a riflettere sull’arte al femminile e i cambiamenti avvenuti […]
Insomma un passaggio di testimone fra gli anni Settanta e oggi. «Ci ritroviamo a fare il punto. Anche solo rispetto a venti anni fa, la situazione si è ribaltata: oggi le artiste sono numerose quanto gli uomini. Ma proprio per questo è interessante individuare le contraddizioni di un sostantivo, “artista”, rimasto di genere neutro. Oggi ci si limita a guardare solo l’opera, nella convinzione che il sesso del suo autore sia indifferente, e le stesse donne hanno spesso voluto mimetizzarsi rinunciando a partecipare a mostre al femminile per paura di essere ghettizzate», dice Francesca Pasini. «Di questi nodi parleremo con le artiste e il pubblico». E, come sempre, per chi vuole le discussioni possono continuare durante la cena con la Cucina di Estia (la conferma è gradita). Le prossime artiste invitate saranno Alice Cattaneo, il 9 dicembre, cui seguirà Concetta Modica. A luglio sarà stampata una cartella in piccola tiratura con le otto opere esposte e si sta pensando anche ad una mostra al femminile. Tanti auguri donne!
(Corriere della sera, 28/10/2015)