Il 17 Settembre, 2016, alle 17:30, 

riceviamo da Vittoria Chierici

Giardini dell’Arte, in via Palestro 8, Milano.

Un rose seule,  c’est tout les roses…scrive Rainer Maria Rilke in francese, nella raccolta, Les Roses, tra i suoi ultimi poemi scritti due anni prima di morire al Sanatorium di Valmont, nel 1926.

L’artista Katja Noppes, leggera’ alcune di queste poesie nel magico Giardino delle Arti di via Palestro 8, durante l’esposizione dei miei dipinti sullo stesso tema. Nata nel 1967 a Stamberg in Germania, Katja vive e lavora a Milano dove si e’ diplomata all’Accademia di Brera.

Un film documenta dei miei dipinti il cambiamento di colore dalla luce al buio, assieme ai readings di amici che ho incontrato nei miei viaggi, come Ulrich Baer, Germanista alla New York University;  la grande pianista Alessandra Celletti che mi ha proposto di ripodurre un breve brano di Eric Satie; Kiki Fisch, artista americana, francese e israeliana, socia del gruppo degli  Abingdon Square Painters, fondato negli anni ’30.

Max Gottesman, genetista e professore alla Columbia University; Valentina Vandelli, Emanuele Marchesini e Andrea Guerrer, giovani attori  di teatro con esperienze internazionali; Benito Odorici, di Bologna, giardiniere per anni nella casa di famiglia; il Reverendo Clint Padgitt della Chiesa Luterana di New York; Alessandro Spoldi musicista; Salieu Suso dal Gambia, straordinario interprete dello strumento Kora.

Ringrazio in particolar modo: Il fotografo Sergio Buono per le bellissime foto e la grafica del film;  Mariel Reid, per i testi in Inglese e lo scrittore Francesco Matteo Cataluccio che mi ha invitata a presentare per la prima volta questa idea.:

Il 17 Settembre, 2016, alle 17:30, ai Giardini dell’Arte, in via Palestro 8, Milano.

 

  evviva !


Vittoria Chierici
“Stones in the road? I save every single one, one day I´ll build a castle”
Fernando Pessoa


sino al 28 luglio 2016

Castel dell’Ovo Napoli Sala delle terrazze

22 artiste da tutto il mondo (Francia, Germania, Grecia, Spagna, Svezia, Ucraina, Stati Uniti, Argentina, Perù, Australia, Nuova Zelanda, Italia) riunite con le loro opere nella splendida cornice di Castel dell’Ovo per la Mostra internazionale di arte contemporanea “22 MAD for Naples“, organizzata dalla gallerista Chantal Lora con il patrocinio del Comune di Napoli e del suo Assessorato alla Cultura e in collaborazione con l’associazione Vesuviani in cammino di Pollena Trocchia.

Nella Sala delle terrazze del castello che per tutti, insieme al Vesuvio, è il simbolo della “città più bella dell’Universo” (così la descriveva Stendhal nel 1817), sono esposti, fino al 28 luglio, i dipinti, le fotografie, le installazioni che Napoli ha ispirato alle 22 artiste selezionate che, dopo un soggiorno di due settimane in città, sono state invitate a trasporre in forma creativa le loro impressioni partenopee.

Ecco, dunque, la Tammurriata napolitaine di Olga Antonenko Lamoureaux, dittico in cui l’oro solare e il rosso incandescente si affiancano per ricordare che Napoli è, in primo luogo, calore, colore e passione. Si ispira al mito della sirena Partenope il dipinto di Juliana Chakravorty, che di Napoli ha apprezzato soprattutto la ricchezza culturale: “Si scoprono sempre nuove meraviglie”, ha detto l’artista. “La città, nutrita dalle influenze più disparate, ha il potere di armonizzare i contrasti”. E proprio i contrasti, ma di colore, caratterizzano l’installazione dell’unica artista italiana − e campana − Cristina Cianci, che nel suo Senza titolo rappresenta il blu scuro del mare, il rosso della lava del Vesuvio, il chiarore della luce mediterranea.

Ma Napoli, per alcune artiste, è soprattutto i suoi abitanti: per Maliem De Ava sognatori con lo sguardo rivolto al cielo che, in Naples et ses légendes, indossano la maglia di Maradona e scorrazzano in Vespa; mentre Elizabeth Baille preferisce ritrarre la realtà in fotografia, immortalando gli scugnizzi che si tuffano nelle acque cittadine in L’espoire de Naples, e Sarah Mitchell Munro, attraverso luci e ombre nel suo olio su tela, trasfigura Alessia, modella locale, in statuaria figura velata e impalpabile, pur ben presente nell’architettura.

Poi, lo sguardo delle pittrici si sposta sui paesaggi: ed ecco antiche rovine contrapposte a strade pittoresche nel dittico Soleil noir di Laurent Simon, che testimoniano “une irrésistible attraction, magnetique, pour Naples”; la visione oleografica di Andrea Harris del porticciolo in The fascinating island of Procida e quella da sogno di Malin Forsberg in Streets of Naples; la veduta solo apparentemente classica del golfo con il Vesuvio, in cui Serenella Sossi racconta i Contrasti napoletani tra la luce dei paesaggi da cartolina e il buio del disordine, della violenza, del dolore.

Tra le 22 artiste ‘pazze’ per Napoli (22, nella smorfia napoletana, è proprio il numero che indica ‘o matto) non poteva mancare un’attenzione affettuosa agli elementi ‘unici’ della città: per Graciela Montich The magic of Neapolitan balconies è proprio il vedere appesi, tesi dalle mollette sui fili del bucato, vestiti che nell’istallazione diventano più che altro vestigia del passato (anche qui non manca la maglia di Maradona).

Informazioni: Chantal Lora, Galleria Monteoliveto, http://www.galleriamonteoliveto.it/

di Francesca Pasini

Di fronte alle sculture narranti di Edward e Nancy Kienholz, ci si augura che la storia sia passata. Dura solo un attimo. Immediato è il cortocircuito: Trump – possesso libero delle armi che sparano su folle imprevedibili – aggressività eccitata dal pericolo ISIS che non ha parole per calmarsi. Razzismo, maschilismo, violenza sulle donne sono qui. Ora. I Kienholz raccontano una tragedia quotidiana che neppure la grande democrazia americana sa risolvere. Sono passati gli anni, siamo cambiati. Non abbastanza però.

Appare l’innocenza perduta delle ribellioni degli anni Sessanta e Settanta, quando ci si sentiva a un passo dalla rottura delle disparità, ognuno con i propri mezzi, ma in un riconoscimento diffuso. I Kienholz spingono in quella direzione, non nel voyeurismo del male. È appena morto Cassius Clay e ci siamo commossi nel pensare alla sua vita, alle sue battaglie. Sono le stesse che vedo in questa mostra e che fanno dire a Edward: «ho provato il peso di essere un americano». L’estetica dura, aspra, senza peli sulla lingua ha però un dato positivo: la denuncia di contrasti inammissibili, allora come oggi.

Una cultura visiva attaccata alla realtà, che stacca rispetto all’espressionismo astratto americano, ai ritratti di donne smembrate di De Kooning, nei quali persiste lo stereotipo della paura della femminilità. La visione che accetta il magma dell’irrisolto non è mai idilliaca. Le loro figure hanno la forza storica di Caravaggio, e la massa incandescente della luce americana: camion, birra, whisky, fucili, colt, biliardo, tv, sesso, santini. Le migliori menti di quella generazione si sono opposte a questa violenza da prateria e hanno ascoltato le ferite delle guerre mondiali e del Vietnam. Come non pensare a quelle del secondo Millennio?

I Kienholz affrontano il conflitto primo: la violenza del sesso con i suoi corollari di conformismo, puritanesimo e autoritarismo. Con asprezza, ma con rispetto, corrono incontro alle tragedie altrui e le assimilano nella loro arte per dire a tutti che il sopruso è dentro di noi. È commovente questa scelta. Anche se c’è la disperazione nel riconoscere, in quelle figure, il nostro presente. Senza neppure la spinta collettiva per combatterle. Questa manca. Manca molto. Le figure dei Kienholz pungono anche per questo.

La bambina abbandonata dal padre in autostrada, e salvata da un poliziotto (Jody, Jody, Jody, 1983-94), ha avuto una sorte migliore di quella buttata in una piscina dopo essere stata stuprata, il 20 giugno scorso, a Benevento. Per le donne uccise in tutto il mondo c’è stato bisogno di un neologismo, «femminicidio».

The Bronze Pinball Machine with Woman Affixed Also, 1980. Davanti a un flipper escono le gambe spalancate, color oro, di una donna, mentre sullo schermo altre ragazze in due pezzi fanno capire che quel gioco è una prova di machismo. Chi vince la partita avrà il premio di scopare senza chiedere consenso? L’origine du monde di Courbet sta dietro l’idea del corpo della donna condensato nell’organo sessuale. Courbet, però, lasciava intravedere una censura: il quadro non era destinato al pubblico. Come se non si potesse rivelare alla luce del sole quel tipo di «educazione sessuale». I Kienholz invece la mettono in primo piano, senza scuse possibili.

Tre giocatori di biliardo, mascherati e con occhiali scuri, usano come buca il sesso di una donna: la supremazia fallica mostra la tragedia del sopruso, The Pool Hall, 1993. Questa «allegoria» ha il pathos di una denuncia senza moralismi e al tempo stesso ci mette di fronte a una verità non didascalica.

Siamo fuori dall’orizzonte della cronaca e dentro la percezione, come direbbe Luisa Muraro, «del punto in cui è iniziata la vita sessuata e dove avviene l’indisponibile della differenza sessuale». È una questione cruciale che riguarda la non disponibilità di una donna a sottomettere la sua integrità. Accettare la differenza sessuale è il passo necessario per uscire dal dominio fallico e dal neutro maschile, che ha definito la specie fin dalla filosofia presocratica oi anthropoi, oi thanatoi (gli uomini, i mortali). L’artista è un neutro maschile, ancora oggi che le donne sono tante.

I Kienholz si sono incontrati nei primi anni Settanta e da allora firmano insieme. La musa ispiratrice si eclissa a favore di un artista e un’artista. La differenza sessuale dà risalto alla scelta affettiva ed espressiva. Lavorano insieme perché si amano e perché amano guardare in faccia la realtà, individuare il punto di crisi e rappresentarlo. I loro gruppi narranti s’ispirano a fatti di cronaca, a comportamenti reali, seguono una strada espressiva che si contrappone alle ricerche minimal, concettuali e Pop. Inventano un linguaggio assemblando mobili, sedie, televisioni, flipper, giostre, automobili, pezzi di lamiera, luci, in mezzo ai quali scolpiscono con materiali vari uomini e donne. Un linguaggio che dagli anni Settanta è arrivato fino a Paul McCarthy. Oggi non irrita né sorprende questo insieme di reperti-spazzatura per creare un’immagine d’arte; però l’assenza di metafore, in favore di una descrizione artistica del reale, mette con le spalle al muro. Il realismo del sopruso non ha catarsi.

Il neorealismo del cinema italiano ha raccontato un paese povero che, dopo la guerra e il fascismo, alza la testa. I soprusi si compensavano con il riscatto. Qui i soprusi non dipendono da una condizione sociale, ma da un arcaismo che riguarda la negazione della differenza, tra uomini e donne, bianchi e neri. Un’arretratezza che ha origine nel capitalismo moderno dove, come scriveva Carla Lonzi, «il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale» (Sputiamo su Hegel, 1970).

76J.C.s Led the Big Charade, 1993-94: una folla di «santini» di Jesus Christ, provenienti da tutto il mondo, sono inseriti in edicole-altari creati con assi di carretti per bambini, mani e piedi di bambole. Occupano tutta la parete con quell’affettuosa e povera estetica che accompagna la religione dentro le case. È l’oppio dei popoli o una scelta cultuale? La realtà non ideologica apre la lettura di una composizione bellissima.

Alla fine della mostra il colpo al cuore. Five Car Stud. L’opera, realizzata da Edward nel 1969 e presentata per la prima volta nel 1972 a Kassel, Documenta 5, è poi rimasta chiusa in una collezione privata giapponese per quarant’anni. Riappare nel 2011-12 al Los Angeles County Museum e al Louisiana Museum di Danimarca. Ora, parte della Collezione Prada, dà titolo alla mostra, impeccabilmente curata da Germano Celant, ed è la prima volta che si vede in Italia.

Rappresenta la castrazione di un nero, in una notte deserta, illuminata dai fari di quattro macchine e un camioncino. Una donna bianca, che si era appartata con la vittima, chiusa in macchina, pietrificata, si mette una mano sulla bocca in un gesto di orrore. Un ragazzino in lacrime assiste da un’altra macchina. Particolari agghiaccianti che indicano la quotidianità del razzismo e la complicità ineliminabile, anche in chi non partecipa. È buio, si cammina a fatica in mezzo alla sabbia. Alberi e grandi massi intralciano, i fari accecano, mentre cinque uomini bianchi di varie età, volti coperti da maschere di Halloween, vestiti con giacconi e magliette da cui spuntano braccia robuste, legano con una corda un nero e lo castrano. Uno imbraccia il fucile e sorveglia la zona, appoggiandosi alla portiera aperta del camioncino, Un sesto, sempre col fucile, controlla la scena; dal petto gli pende una catenina d’oro con una croce. La faccia del nero, in cera, dall’interno è triste, rassegnata, dall’esterno ha un’orribile smorfia di terrore e rabbia. Nel busto, formato con una latta di benzina, appaiono scomposte le lettere della parola nigger. Nella targa delle auto, BROTHERHOOD 71-HKC643, il gioco di parole brotherhood/fratellanza stride con violenza al suono di canzoni folk invadono la notte. Anche il titolo è un gioco di parole tra poker e stallone.

Edward è morto nel 1994. Così descriveva Five Car Stud: «Penso a questo lavoro nei termini di una castrazione sociale; cioè la tragedia di non aver sfruttato la ricchezza dell’America che include anche i neri. Ondate d’italiani, scozzesi, russi, ebrei hanno portato con sé due, tre, quattro diverse culture, lingue e approcci di multietnicità. L’America è molto forte, proprio per questo. Ma non abbiamo mai sostenuto i neri. Per lunghissimo tempo gli afroamericani e gli Indiani d’America sono stati considerati feccia. Questo lavoro è nato da una sorta di sdegno contro questa tendenza e dal peso di essere un americano».

Oggi il razzismo continua, non solo in America. Riguarda chi fugge dalla Siria, dall’Africa, dall’Afghanistan, dalle varie povertà. Le parole e le figure dei Kienholz ce lo ricordano.

Dal 7 al 17 giugno 2016

IDA ROSA SCOTTI

Leggero come la pietra
Inaugurazione: martedì 7 giugno, ore 18.30

Associazione Culturale Renzo Cortina, Via Mac Mahon 14/7, Milano
Tel: 0233607236 e-mail: artecortina@artecortina.it www.cortinaarte.it

Ida Rosa Scotti nasce a Milano, dove vive e lavora. A metà degli anni ’80 frequenta la “Scuola del Fumetto” di Via Savona a Milano e successivamente la “Scuola Libera del Nudo” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, esperienza che segna l’inizio del percorso pittorico, durato quasi un ventennio.
L’amore per la materia e l’esigenza di soluzioni più plastiche la spingono negli anni 2000 ad affrontare il linguaggio scultoreo.
Argille refrattarie e ossidi sono i principali mezzi utilizzati durante i primi anni della sua ricerca in scultura.
Nel 2008 inizia a lavorare la pietra. Le pietre tenere del Salento sono divenute in questi ultimi anni il mezzo principale utilizzato nella sua ricerca favorendo il ricorso ad una maggiore sintesi nelle forme.
Fondamentale per la sua maturazione è stata l’osservazione delle opere di grandi maestri del ‘900 tra cui: Marino Marini, Francesco Somaini, Henri Moore e ancora Kengiro Azuma, Alberto Ghinzani, Giuseppe Spagnulo, Nanni Valentini, Mauro Staccioli.
“C’è un’eleganza discreta e si¬lenziosa nelle sculture di Ida Rosa Scotti: un’aura classica che si sposa a un piglio avanguardista; la rigidità di una linea geometrica che incontra la leggerezza dell’aria. Ben ancorate a terra eppure lievi con un soffio di vento, in costante dialogo con lo spazio che le circonda, mai mo¬nolitiche, sempre dinamiche pur nella loro silenziosa e imperturbabile immobilità…In un’apparente astrazione, le opere della Scotti prendono spunto dal quotidiano, narrano le difficoltà che il nostro pensiero incontra giorno dopo giorno nell’esprimersi liberamente, nel volare più in alto. Raccontano una realtà intima, personale, che riguarda l’artista, prima di tutto, ma che parla a chiunque voglia ascoltare… La magia delle strutture della Scotti dipende anzi in gran parte proprio da questo incontro tra rigore delle forme e l’improvviso e inaspettato guizzo di libertà che sempre ne tradisce la geometrica regolarità. (Simona Bartolena).

Dal 2010 è socio-artista della Permanente di Milano.

La mostra proseguirà fino al 17 giugno con i seguenti orari:
10.00-12.30 / 16.30-19.30
Chiuso lunedì mattina, sabato e domenica.

da la repubblica.it – Napoli

dal 27 giugno al 30 settembre 2016

“Dipingere equivale a improvvisare quando crei musica”. inequivocabile, l’atteggiamento artistico di Laurie Anderson, musicista, artista multimediale – a lungo compagna e poi moglie della rockstar Lou Reed – che venerdì 27 è attesa in città per una lunga giornata napoletana. Alle 12:30 interverrà alla conferenza stampa programmata negli spazi Made in Cloister, area appena restaurata del gigantesco Lanificio di Porta Capuana, che verrà ufficialmente aperta al pubblico da sabato 28 con orario continuato dalle 9 alle 19. Nell’ex Chiostro cinquecentesco della chiesa di Santa Caterina a Formiello, Anderson presenterà – vernissage venerdì 27 alle 19 – la personale “The Withness of the Body”, trenta opere ispirate alla sua ricerca sui temi della perdita e della vita, sull’inconsistenza e la consistenza del corpo. “Il corpo può dissolversi – spiega – e comunica. Il corpo dipinge e cancella se stesso”. In esposizione, tra le altre tele, “Red Painting (Sunset Park)”, “Boat”, “Lolabelle in the Bardo June 5th” e “Lolabelle in the Bardo May 5th” (entrambi dedicati alla sua amata cagnetta Lolabelle di razza rat terrier, morta cinque anni fa e a cui dedicò pure il film “Heart of A Dog” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia) e “House”. La mostra, visitabile sino al 30 settembre, è prodotta dalla Fondazione Tramontano Arte, è inclusa nella programmazione della XXI Triennale del Design di Milano e ha ricevuto il matronato del Museo d’arte Donnaregina – Madre e il patrocinio del Consolato generale USA per il Sud Italia. (gianni valentino)

http://video.repubblica.it/edizione/napoli/laurie-anderson-a-napoli-dal-casino-alla-luce/241113/241078

dal 24 magglio al 8 luglio 2016

Galleria Otto Zoo Via Vigevano 8 – Milano   http://www.ottozoo.com

Inaugurazione 23 maggio ore 18,30

Otto Zoo presenta la prima personale in una galleria italiana del nuovo corso di ricerca di Marion Baruch: Mancanza / Here and where. A cura di Francesca Pasini.

Nella sua lunga carriera artistica Marion Baruch (Timisoara 1929) si è dedicata con intensità all’arte relazionale, sociale, firmandosi con lo pseudonimo Name Diffusion.Nel 2012 trova una nuova forma lavorando con un materiale inedito, che trattiene però una relazione simbolica con il sociale. Per creare le sue figure usa, infatti, gli scarti delle macchine che tagliano i modelli destinati all’alta moda e al prêt-a-porter. Così un materiale, destinato alla discarica, viene riportato in vita attraverso l’arte.

In questi frammenti di stoffa, a volte trasparente, a volte compatta, vuoti, stati di mancanza, lampi di memoria, si accompagnano a figure astratte, forme geometriche, linee grafiche sottili e perfette. Marion Baruch fa di questo accumulo indistinto il proprio linguaggio. Osservando attentamente gli scarti sceglie l’orientamento che trasforma un residuo di stoffa in una figura. Da una mancanza espressiva appare il segno di Baruch e il legame con la pittura, la scultura, il disegno e la memoria, che la porta in dialogo con altri artisti amati: Lucio Fontana, Melotti, Beuys, Klee, Robert Morris e molti altri ancora.

La tensione concettuale s’intreccia a quella relazionale, attraverso l’invito a guardare dentro i vuoti dell’esperienza, simbolizzati dal materiale, e a collegare la vita personale all’arte. E’ un invito leggero come sono le sue opere, facilmente trasportabili, non pesano, si adattano a ogni spazio, dal museo alla parete di casa. Assecondano la vita di Marion Baruch e di chi le guarda. L’emozione passa agli occhi e alla tattilità a cui ogni tessuto allude.

La mostra alla galleria Otto Zoo è una retrospettiva di lavori bidimensionali e tridimensionali nati dagli scarti dei tessuti. Mr Horror (l’eternelle retour), realizzato nel 2015 subito dopo gli attacchi terroristici di Parigi, rappresenta un nevralgico punto di arrivo: la figura delinea, infatti, il gesto della cancellazione. Ci sono inoltre le opere che, attraverso il titolo, richiamano l’affinità elettiva con Eva Hesse, Agnes Martin, Kurt Schwitters, il legame con l’architettura dei teatri, le espressioni classiche dell’arte: Paysage, Peinture, Sculpture, con grafia francese a ricordo di una delle sue molte patrie.

Marion Baruch è nata a Timisoara (Romania) nel 1929. Ha vissuto a lungo a Parigi tra 1990/2010.  Attualmente vive e lavora a Gallarate (Varese).
Il lavoro recente è stato esposto nel 2013 al MAMBO di Bologna a cura di Francesca Pasini e  al MAMCO di Ginevra a cura di Nathalie Viot. Nel 2014 a “Mars”, Milano. Nel 2015 all’Università del Melo – Teatro del Popolo di Gallarate e al Kunstmuseum di Lucerna, a cura di Noah Stoltz. A Settembre 2016, parteciperà a “L’Adresse du Printemps de septembre  à Toulouse”, a cura di Christian Bernard. Alcuni suoi lavori degli anni ’70 sono attualmente esposti alla Triennale di Milano all’interno di W. Women in Italian Design. Nel 2017 farà parte della collettiva al Turner Contemporary di Margate (UK), a cura di Karen Wright.

Ufficio Stampa: Maddalena Bonicelli, maddalena.bonicelli@gmail.com,
Informazioni: info@ottozoo.com www.ottozoo.com

Eternità relativa

Francesca Pasini

Triumphs and Laments – un progetto per Roma. Ecco la super processione di William Kentridge. Grandi graffiti, nero-grigi, emergono dalla pulitura delle pietre attraverso delle maschere. Vanno da Ponte Mazzini a Ponte Sisto. Si riconosce il tratto dei disegni di Kentridge nei molti video di animazione e nei grandi progetti di scenografie teatrali. Il fatto di lavorare in negativo, lasciando il nero fumo accumulato dal tempo e dall’inquinamento come materia sostituiva del carboncino, aggiunge significato politico. La storia siamo noi, sembra dire Kentridge. Non c’è immagine che non vada incontro all’usura, al cambiamento, al viraggio del colore, a un’eternità relativa. Questi disegni torneranno a sprofondare dentro la patina che piogge, vento, automobili, polveri sottili depositeranno.

Diceva Fontana: «ogni opera è destinata alla morte, eterno è il gesto». Il gestodi Fontana alludeva al taglio, ai buchi, alle ceramiche, alla luce di Wood, al neon che scendeva le scale della Triennale e ora occhieggia tra le finestre del Museo del Novecento a Milano. Il gesto di Kentridge è dentro la lettura della storia: quella personale, quella del suo paese, il Sud Africa, e quella di un Occidente che è lui a selezionare e ibridare ai frammenti passati e presenti. La storia in Kentridge non è mai separata dal sentimento della storia stessa. E così sul Lungotevere, nel giorno dei Natali di Roma, dopo dodici anni di attesa, e di tenacia di Kristin Jones ideatrice dell’associazione Tevere Eterno, arriva in scena l’eternità relativa.

Ricordo che Kentridge, per la proiezione sullo schermo tagliafuoco del teatro La Fenice di Venezia (2008), mi aveva detto che la «fragilità della coerenza» era il motore del circolare dissolversi di quelle figure. Una situazione analoga coinvolge le figure tiberine: la lupa, i papi, la morte di Pasolini, i bombardamenti, Anita Ekberg nella Dolce vita, la Danza della Morte, bandiere, stendardi, oggetti quotidiani: tutto entra nelle processioni dei suoi arazzi. La fragilità, disegnata per i video Breathe, Dissolve, Return, è oggi la materia stessa delle figure. Un’intuizione disponibile per tutti: è fragile come la storia perché trionfi, lamenti, dolori non sono stabili. A volte la memoria stinge. Come nelle sue figure. C’è, però, un’altra fragilità in prima pagina: quella contemporanea dell’esilio, delle processioni di profughi. Il colore dei disegni sul muro ha l’opacità dei volti ammassati e indistinguibili che si sporgono dalla cornice dei telegiornali.

Le figure sono grandissime. Quando si è sotto, è difficile avere una visione d’insieme. Ci risucchiano. Mentre dalla riva opposta del Tevere appaiono nella maestosità di un fregio che consola nella sua interezza. Non c’è gloria, c’è la relatività umana. La classicità si percepisce solo un attimo, vince la sorpresa di una Storia che sprofonda nell’immagine interna di ognuno – lamento o trionfo che sia.

La congiunzione tra questa struttura di giganteschi disegni d’animazione, e il teatro delle ombre con il quale Kentridge ha scritto la sua storia artistica, avviene nelle sere del 21 e 22 aprile. Una processione performativa si è sovrapposta a quella disegnata, mettendo in movimento i graffiti attraverso la propria ombra ingigantita. La musica di Philip Miller che cadenza il cammino delle processioni (una procede da Ponte Mazzini; l’altra in senso inverso, da Ponte Sisto) è la chiave che sposta la vicenda storica dentro il teatro individuale. Miller compone la sua musica in contatto con le melodie di Salomone Rossi (Mantova 1570-1630), attorno al salmo 137 del Libro dell’Esodo, alle quali aggiunge le voci esplosive dei canti degli schiavi dell’Africa Occidentale, le canzoni popolari del sud dell’Italia, i canti di battaglia dei guerrieri Zulu.

Il dramma di genitori e figli, fratelli e sorelle – a volte insieme, a volte separati – che s’incamminano trascinando i loro minimi averi, si snoda tra le figure simbolo della città eterna. Una bandiera sbrindellata, una bicicletta, arnesi, fagotti. Tutto in bianco e nero – tranne piccoli fuochi colorati che brillano tra un passaggio e l’altro. Sono i costumi dei gruppi di performer, che passano davanti alle luci disposte sul terrapieno del fiume, a proiettare l’ombra sui muraglioni – ingigantendola.

L’emozione è grandissima, le rive del fiume sono pienissime, tutti partecipano con meraviglia, commozione, attenzione. Molto silenzio. Il fiume diventa un teatro naturale, con applausi precisi. Rapisce il ritornello «la nostalgia è vivere la piena delle onde e non avere patria nel tempo», tratto da Die Frühen di Rainer Maria Rilke (1922): a legare la musica storica dell’esodo ebraico al rumore multietnico di oggi. L’invito è a guardare, ascoltare ciò che avviene dentro ciascuno di noi: per avvicinarci a ciò che si muove nel presente, a ciò che ci tocca dal passato.

Tutto questo Kentridge lo mette in pratica sempre, nell’arte come nelle relazioni. Alla cena in suo onore, come al solito, al suo tavolo ci sono tutti i collaboratori: la moglie, il padre, la figlia con il marito e il loro bambino. Ringrazia tutti, uno a uno. Padre-figlia-nipote, dice, sono venuti per testimoniare dentro il progetto per Roma la sua storia personale. Anche Kentridge ricorda una migrazione interna: il nonno e il padre, di nascita inglese, sono stati personalità di spicco in Sud Africa nella lotta contro l’apartheid.

Alla Galleria Rumma di Milano e al MACRO di Roma sono visibili i magnifici disegni preparatori, alcuni trasformati in maschere imponenti per realizzare le figure sul Tevere. Una decina di essi campeggiano sulle pareti della galleria Rumma: il panorama è veramente superbo. E soprattutto c’è la possibilità di assistere alla processione e alla musica andate in scena sul Tevere, su una serie di schermi che scivolano l’uno sull’altro. Un’installazione perfetta, da non perdere.

dal 13 al 31 maggio 2016

Associazione Apriti Cielo! Via Spallanzani 16 MIlano www.apriti-cielo.it

Siamo liete di invitarvi alla mostra Amabili Presenze di Patrizia Bonini

La mostra resta aperta sino al 31 maggio con i seguenti orari: martedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle ore 18,30 alle 20 oppure su appuntamento telefonando al 3498682453

La serie di acquerelli e gouache , tecniche miste che presentiamo hanno come filo conduttore la memoria , le letture, le immagini e i versi che sono stati la compagnia abituale dell’artista, nel corso di molti anni e mantengono una caratteristica quasi da diario, o  tornando a una delle prime mostre, da “pittoscritto”. E’ una forma di meditazione su luoghi del mondo e parole che segue un principio grafico tendente, forse,  a riportare i segni a una loro infantile e primitiva amabilita’..

 Patrizia Bonini. 

Laureata all’Universita’ Statale di Milano proveniente dal Liceo Italiano di Barcellona , Spagna,  ha svolto attivita’ di animatrice teatrale per bambini,  di istruttrice per operatrici degli Asili Nido  e di organizzatrice di eventi e spettacoli musicali . Ha collaborato come redattrice a Vogue Donna, tradotto il libro di Christiane Olivier”I figli di Giocasta”, Emme edizioni.

Ha contribuito alla redazione dei primi numeri di Via Dogana, Rivista della Libreria Delle Donne di Milano, e al Catalogo Giallo , Le Madri di tutte noi.
Ha fondato con altre la Biblioteca delle Donne di Parma.
Ha seguito per 10 anni come volontaria il Museo Don Camillo e Peppone di Brescello. Tutte le sue attivita’ lavorative -ed altre-sono avvenute da esterna o free lance, mentre ha continuato a esercitare l’inclinazione artistica grazie anche all’esempio della zia Loredana Mingori, ottima figurinista, acquarellista e ispiratrice.
Ha pubblicato con Rosanna Figna tre volumetti di “Spuntini di riflessione”, e illustrato la raccolta di poesie l’Ora del te’ di Daniela Rossi.
La sua ricerca  si è indirizzata anche al campo tessile, dove ha  liberare la fantasia artigianale .
Principali mostre:
1987 Pittoscritto trovato a Saragozza
1990 Omaggio a Clarice Lispector
1991 La mostra di Tishirt
1991 Camisetas a Tarragona
1995 Tra le reti
1996 Bevendo
1997Collettiva all’Angar del Po
1998Pagine di volata
1999 Felis Cattus
2013 Segnoritas
2014 Samurai Crochet Li breria delle Donne di Milano
2015 Leali si accordano
2016 Collettiva al T.Cafe’
 
presentazione mostra amabili presenze

Dal 17 aprile al 12 giugno 2016

Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea

Palazzo Massari – Corso Porta Mare 9, 44121 Ferrara
tel

torna al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara la Biennale Donna, con la presentazione della collettiva SILENCIO VIVO. Artiste dall’America Latina, curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli. Organizzata da UDI – Unione Donne in Italia di Ferrara e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, la rassegna si conferma come uno degli appuntamenti più attesi del calendario artistico e dopo la forzata interruzione del 2014, a causa del terremoto che ha colpito Ferrara e i suoi spazi espositivi, può ora riprendere il proprio percorso di ricerca ed esplorazione della creatività femminile internazionale.
Da sempre attenta al rapporto fra arte e la società contemporanea, la Biennale Donna intende concentrarsi sulle questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche che influenzano i contributi estetici dell’odierno panorama delle donne artiste. In tale direzione, la rassegna di quest’anno ha scelto di spostare il proprio baricentro sulla multiforme creatività latinoamericana, portando a Ferrara alcune delle voci che meglio rappresentano questa eccezionale pluralità espressiva: Anna Maria Maiolino (ItaliaBrasile, 1942), Teresa Margolles (Messico, 1963), Ana Mendieta (Cuba 1948 – Stati Uniti 1985) e Amalia Pica (Argentina, 1978). SILENCIO VIVO riscopre le contaminazioni nell’arte di temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone le tematiche ricorrenti, come l’esperienza dell’emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell’identità o la fragilità delle relazioni umane.
L’esposizione si apre con l’eclettico contributo di Ana Mendieta, una delle più incisive figure di questo vasto panorama artistico. Nonostante il suo breve percorso (muore prematuramente a 36 anni, cadendo dal 34simo piano del suo appartamento di New York), Ana Mendieta si riconferma ancora oggi, a 30 anni dalla sua scomparsa, come un’indiscussa fonte di ispirazione della scena internazionale. La Biennale Donna le rende omaggio con un nucleo di opere che ne esaltano l’inconfondibile impronta sperimentale, dalle note Siluetas alla documentazione fotografica delle potenti azioni performative risalenti agli anni ’70 e primi ’80. Al centro, l’intreccio di temi a lei sempre cari, quali la costante ricerca del contatto e il dialogo con la natura, il rimando a pratiche rituali cubane, l’utilizzo del sangue – al contempo denuncia della violenza, ma anche allegoria del perenne binomio vita/morte – o l’utilizzo del corpo come contenitore dell’energia universale.
Il corpo come veicolo espressivo è una caratteristica riconducibile anche ai primi lavori della poliedrica Anna Maria Maiolino, di origine italiana ma trasferitasi in Brasile nel 1960, agli albori della dittatura. L’esperienza del regime dittatoriale in Brasile e la conseguente situazione di tensione l’hanno influenzata profondamente, spingendola a riflettere su concetti quali la percezione di pericolo, il senso di alienazione, l’identità di emigrante e l’immaginario quotidiano femminile. In mostra è presente una selezione di lavori che ne confermano la grande versatilità, dalle sue celebri opere degli anni ’70 e ’80 – documentazioni fotografiche che lei definisce “photopoemaction”, di chiara matrice performativa – alle sue recenti sculture e installazioni in ceramica, dove emerge la stretta connessione con il quotidiano, in aggiunta, però, all’esplorazione dei processi di creazione e distruzione ai quali l’individuo è inevitabilmente legato.
Di simile potenza suggestiva, ma con una particolare attitudine al crudo realismo, la poetica di Teresa Margolles testimonia le complessità della società messicana, ormai sgretolata dalle allarmanti proporzioni di un crimine organizzato che sta lacerando l’intero paese e soprattutto Ciudad Juarez, considerata uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Con una grammatica stilistica minimalista, ma d’impatto quasi prepotente sul piano concettuale, i lavori della Margolles affrontano i tabù della morte e della violenza, indagati anche in relazione alle disuguaglianze sociali ed economiche presenti attualmente in Messico. Le installazioni che l’artista propone alla rassegna ferrarese – fra cui Pesquisas, realizzata appositamente per la Biennale Donna – svelano un evidente potere immersivo, che forza lo spettatore ad assorbire e partecipare al dolore di una situazione ormai fuori controllo, troppo spesso taciuta e negata dalle autorità locali.
Il percorso della mostra si chiude poi con la ricerca di Amalia Pica, grande protagonista dell’emergente scena argentina. Utilizzando un ampio spettro di media – il disegno, la scultura, la performance, la fotografia e il video – l’artista si sofferma sui limiti e le varie declinazioni del linguaggio, esaltando il valore della comunicazione, come fondamentale esperienza collettiva. Le sue opere si fanno metafora visiva di una società segnata dall’ipertrofia della comunicazione, un fenomeno diffuso che sempre più di frequente conduce all’equivoco e all’alienazione, invece che alla condivisione. Ispirandosi ad alcune tecnologie trasmissive del passato, mescolate a rimandi del periodo adolescenziale, Amalia Pica sorprende con interventi dal chiaro aspetto ludico, che invitano gli stessi visitatori a interagire fra loro, sperimentando varie e ironiche possibilità di dialogo.
La mostra, organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI (composto da Lola G. Bonora, Anna Maria Fioravanti Baraldi, Silvia Cirelli, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Antonia Trasforini, Liviana Zagagnoni) e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli, ed è sostenuta dal Comune di Ferrara e dalla Regione Emilia-Romagna.
In occasione dell’esposizione sarà edito un catalogo bilingue italiano e inglese che contiene le riproduzioni di tutte le opere esposte e apparati biografici, unitamente a contributi critici di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli.

di Francesca Pasini

Miart è finita e le conquiste a Milano son già mille e tre! Ma non saranno transitorie come quelle di Don Giovanni.
“Il catalogo è questo”.
Massimo De Carlo e Rudolf Stingel a Palazzo Belgioioso. Un enorme tappeto rosso –viola copre perfettamente l’intero pavimento di tutte le stanze. Sprofondato tra i fili appare un disegno che allude ai tappeti persiani, un unico quadro con coinvolgenti strati di colore richiama la cromia del pavimento. Tutto è illuminato da meravigliosi lampadari che lambiscono stucchi e decorazioni del palazzo del Piermarini, fine ‘700. Una galleria perfetta e un’impeccabile proposta di ricerca contemporanea. Milano conquista un privilegio.
“L’inarchiviabile” e Frigoriferi Milanesi. Una grande mostra – curata con puntigliosa bellezza da Marco Scotini in collaborazione con Lorenzo Paini –  segna la nascita di FM – Centro d’arte contemporanea, in via Piranesi. Conquista una stella nella mappa di Milano. Gli anni ’70 italiani non sono archiviabili perché tuttora intaccano la percezione culturale, politica. Una stazione dove arrivano anche gallerie private permanenti, come Laura Bulian o temporanee, come Gallery Monitor (Roma), P420 (Bologna), SpazioA (Pistoia).
Sarah Lucas e Trussardi. La mitica rovina dell’Albergo Diurno, opera dei primi anni ’20 di Piero Portaluppi, ospita,  grazie alla collaborazione del Fai e Comune di Milano, la campionatura di fisicità messa in opera da una Sarah Lucas turbante e dolce. Di scena sono le incertezze, i turbamenti, gli imbarazzi nel prendersi cura del corpo e l’intimità che ha bisogno di ricovero. Così, insieme a Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis, Milano ha conquistato per qualche giorno la possibilità di pensare al corpo di chi non ha casa stabile.
Paolo Gioli, Autoanatomie (Self-Anatomies), 1987, Polaroid su seta serigrafica cm 34×27- su carta da disegno, cm 50×60
Paolo Gioli e Peep Hole. Grande sorpresa della visionarietà della fotografia che vira dentro la pittura e viceversa. Una mostra che racconta una vita e una relazione totale con un mecenate, Paolo Vampa. Il fulminante incontro con Paolo Gioli ha modificato la sua stessa vita. Una relazione “pericolosa”, che nel contemporaneo si ripete con uno, nessuno, centomila.
Goldi e Chiari e Grimaldi Studio Legale. Enigmatici e astratti paesaggi, avvolti da fumi iridescenti stampati su specchi, conquistano una risposta indipendente agli specchi di Pistoletto. Basta spostare gli occhi, far spazio a qualcuno, cogliere il riflesso del sole che entra nella stanza, e i colori si muovono, la densità sfuma, la superficie si anima. Come davanti al cielo. Non serve riflettersi, l’interazione è interna.
Gabriella Ciancimino e Prometeo Gallery. Carte che si sovrappongono a matite, acquerelli, fiori inventati ed erbacce naturali in estinzione. Un grande muro raccoglie l’immaginazione della resistenza politica e culturale di donne, uomini e piante. La difesa dell’ambiente si espande ai fiori di libertà, cresciuti nella figurazione liberty siciliana, a quelli dell’Adonis Annua, un’erbaccia dell’area mediterranea. Una lotta per conquistare il sentimento dell’origine e le sue contraddizioni.
Tomaso Binga e Ciocca Arte Contemporanea. Dagli anni ’70 arriva Tomaso Binga, pseudonimo di Bianca Pucciarelli, con “Carta da parato quarantanni dopo”, a cura di Raffaella Perna. È proprio così, ci sono voluti più o meno quarantanni perché anche in Italia si parlasse di arte e femminismo. La grande presenza di donne artiste ha rotto la barriera e Tomaso Binga ripropone con ironia quieta e decisa le carte da parati con le quali si era confezionata un vestito, che sarcasticamente segnalava l’invisibilità di una donna, tanto da confondersi con le pareti di casa. Anche questa è una buona conquista.
Rudolf Stingel, Installation views Massimo De Carlo, Milano 2016 ROBERTO MAROSSI, COURTESY MASSIMO DE CARLO, MILAN/LONDON/HONG KONG
Nico Vascellari e Casa Bonacossa. Una coinvolgente e affettuosa installazione nel giardino di casa Bonacossa, a cura di Paola Clerico. Piccole fusioni in bronzo di uccellini e altri animali trovati morti nei boschi sono disposte attorno a un albero, illuminato da lampade di casa. Tutto nasce dal cane di Nico, cremato dopo la morte. Anche questi anonimi animali hanno subito un processo analogo attraverso la fusione e ora s’intravedono tra l’erba e le radici. La sera dell’inaugurazione un cane di amici si è disteso accanto a questi piccoli monumenti funebri. Una fantastica visione dell’empatia con i nostri compagni di pianeta.
Women in italian design e la Triennale. Silvana Annichiarico mette insieme alcune artiste e molte donne designer. E’ “l’altra metà del design”. Come dichiara Annichiarico, una specie di fiume scorre tra basi e campane di vetro protettive facendo emergere dal Carso della disattenzione nomi e opere. Particolarmente efficaci i primi decenni del secolo; dagli anni ‘80/’90 anche nel design le donne sono state riconosciute e le loro firme bene in vista. A me non è dispiaciuto questo sovraffollamento, perché il magma della creazione e della manualità che ogni oggetto chiede e offre è sempre uno sprofondamento tra ricordo e smemoratezza.
Linda Fregni Nagler e Acacia – Museo del Novecento. Una bella occasione per rivedere le fotografie rimesse in vita da Linda di un giovane uomo che da un cornicione di New York negli anni 50 si sporge verso il suicidio. Si sente il clamore della notizia, non si riescono a intrecciare gli occhi con lui, perché le foto giornalistiche, fortemente ritoccate, li sposta in una dimensione a noi preclusa.
Fa da pendant la ricostruzione di uno dei modellini volanti di Nadar che proiettando a terra l’ombra di queste ali /pale evoca il sogno del volo.
Linda Fregni Nagler e Acacia – Museo del Novecento
Massimo Bartolini e Massimo De Carlo. Tra i due Massimi c’è un dialogo allenato che dà buoni frutti e un cambiamento. Quattro dipinti in colori acrilici raccontano le montagne incantate di Bartolini. S’innalzano tra gli esterni di alcune architetture museali di Philadelfia. Si amalgamano in un’utopia spaziale, che percepiamo quando sentiamo vibrare l’aria e l’ombra che avvolge le montagne fisiche e mentali che vorremmo conquistare.
Last but not least il magnifico William Kentridge e Lia Rumma. K. supera se stesso con la proiezione su più schermi e con disegni su carta, su arazzi e sagomati su ferro. Conquista tutti. Lo aspettiamo il 21 aprile sul Tevere e vi racconteremo la processione da Milano a Roma.


(Exibart.com, 12/4/2016)

8, 9 e 10 aprile 2016

Sarah Lucas – Innamemorabiliamumbum
a cura di Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis

Albergo Diurno Venezia
Piazza Oberdan – Milano
www.fondazionenicolatrussardi.com

 

Dall’8 al 10 aprile 2016 a Milano arriva miart, fiera totalmente dedicata all’arte moderna e contemporanea. Non mancheranno incontri, mostre, eventi, inaugurazioni e aperture straordinarie di musei, gallerie private e fondazioni. Tra queste Fondazione Trussardi che, proprio in collaborazione con miart, ha deciso di aprire le porte dell’Albergo Diurno Venezia di Milano per presentare un’artista internazionale: Sarah Lucas.
La celebre artista inglese sbarca in Italia con la sua personale Innamemorabiliamumbum, speciale progetto di arte contemporanea a cura di Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis, realizzato in collaborazione con il FAI – Fondo Ambiente Italiano e il Comune di Milano.

Appena più su dei tunnel metropolitani di Porta Venezia e poco sotto la superficie di Piazza Oberdan si nasconde un tesoro: l’Albergo Diurno Venezia, progettato a inizio anni Venti da Piero Portaluppi. Oltre ai bagni pubblici e ai servizi per la cura del corpo (barbiere, parrucchiere, manicure, pedicure), l’Albergo comprendeva anche casellario postale, ufficio cambio, telefono, deposito bagagli e valori, agenzia di viaggio, sportello bancario, servizio di dattilografia, lavanderia e stireria per abiti, vendita di abbigliamento e noleggio di oggetti per uso personale. Era inoltre dotato di un avanguardistico impianto di radiodiffusione, previsto nell’intera area del salone.
Per la prima volta in assoluto nei suoi novant’anni di storia l’Albergo Diurno ha deciso di ospitare un progetto site-specific di arte contemporanea.

Le stanze dell’antico Hotel milanese accoglieranno le opere ambigue e irriverenti della Lucas nelle giornate di venerdì 8, sabato 9 e domenica 10 aprile. Il contrasto tra gli ambienti d’altri tempi dell’Hotel e la sfacciataggine delle opere dell’artista è netto, ma per questo intrigante.

Sculture, installazioni e performance sonore avranno come focus principale il corpo.
La Lucas conosce bene le rappresentazioni di genere e ci gioca al punto tale da riuscire a raccontarle alla perfezione; lascia stupiti parlando, tramite immagini, di una società che ancora non è pronta al cambiamento, ma lo fa divertendo.
Fin dall’inizio della sua carriera, inserita nel contesto degli Young British Artists nella Londra degli anni Novanta, la Lucas mette in ridicolo tabù e atteggiamenti maschilisti con le sue sculture ruvide e arrabbiate. I suoi autoritratti, in cui trasforma la propria immagine in un personaggio che attraversa decine di fotografie, pose e situazioni, mettono in scena miti e stereotipi femminili e maschili, trasformando ruoli e generi sessuali. “Mi piace giocare con gli stereotipi sessuali e di genere […] sono solo dei costrutti, e sono piuttosto fragili”, riconosce l’artista. Nel mondo di Sarah Lucas nessun soggetto sembra essere troppo fragile e nessun tabù troppo sacro.

Un’occasione unica per visitare quello che un tempo veniva considerato il “tempio della bellezza” milanese e, contemporaneamente, aprire la mente grazie alle creazioni argutamente allusive della Lucas.

INFO UTILI:
Sarah Lucas – Innamemorabiliamumbum

a cura di Massimiliano Gioni e Vincenzo de Bellis
8, 9 e 10 aprile 2016
Albergo Diurno Venezia
Piazza Oberdan – Milano
www.fondazionenicolatrussardi.com

di Ilaria De Pasqua |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

all’8 aprile al 15 giugno 2016

a cura di Marco Scotini con la collaborazione di Lorenzo Paini.

FM Centro per l’arte Contemporanea Via Piranesi, 10 Milano

Avviso inoltrato da Marcella Campagnano  presente  con il  lavoro, insieme a Carla  Accardi, Irma Blank, Lisetta Carmi,   Dadamaino, Ketty La Rocca, Marisa Merz e Angela Ricci Lucchi.

Artist presentii: Carla Accardi, Vincenzo Agnetti, Giovanni Anselmo, Nanni Balestrini, Gianfranco
Baruchello, Irma Blank, Alighiero Boetti, Sylvano Bussotti, Marcella Campagnano, Lisetta
Carmi, Giuseppe Chiari, Gianni Colombo, Dadamaino, Gino De Domincis, Mario Diacono,
Luciano Fabro, Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Luigi Ghirri, Piero Gilardi, Paolo
Gioli, Global Tools, Alberto Grifi, Paolo Icaro, Emilio Isgrò, Jannis Kounellis, Ugo La Pietra,
Ketty La Rocca, La Traviata Norma, Laboratorio di Comunicazione Militante, Maria Lai,
Uliano Lucas, Walter Marchetti, Fabio Mauri, Mario Merz, Marisa Merz, Ugo Mulas,
Maurizio Nannucci, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Luca Maria Patella, Giuseppe
Penone, Gianni Pettena, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Salvo, Aldo
Tagliaferro, Franco Vaccari, Franco Vimercati, Michele Zaza, Gilberto Zorio.

Nei nuovi spazi di FM Centro per l’Arte Contemporanea, la mostra L’inarchiviabile/The Unarchivable, a cura di Marco Scotini e Lorenzo Paini. Protagonisti assoluti gli anni 70 – il decennio dell’iconoclastia dell’immagine e dell’arte partecipata, della Body Art e dell’animazione urbana, del Concettuale e dell’Arte Povera, della creatività diffusa e del design radicale – nelle opere di 60 artisti che spaziano dalla fotografia al video, dalla scultura alla performance, dai libri d’artista al cinema sperimentale.

L’arte esce dai luoghi istituzionali, le piazze e gli spazi alternativi soppiantano i musei, i linguaggi si intrecciano fino a diventare progetti totali. Lo stesso concetto di “inarchiviabile” si riferisce sia all’approccio multidisciplinare che caratterizza il decennio, sia alle nuove questioni legate al femminismo e alle politiche di genere.

Tra i lavori in mostra, prestiti che provengono da raccolte private di rilievo internazionale, come le collezioni La Gaia, Enea Righi, Maramotti e Consolandi. Il percorso comprende le personalità più significative del decennio, con particolare attenzione alle opere difficilmente riconducibili a un genere, sospese tra arte e performance, provocazione e utopia, pratiche effimere e performatività sociale.

Qualche esempio? Si passa dalle indagini sull’ambiente urbano e domestico di Ugo La Pietra, i “metaprogetti” pubblicati sulla rivista “Inpiù” (1973-1975), all’architettura radicale di Superstudio, Gianni Pettena, Ettore Sottsass; dalle classificazioni di Alighieri Boetti alle sequenze di numeri di Fibonacci di Mario Merz, dall’atlante geografico di Luigi Ghirri alle serie fotografiche di Michele Zaza e Aldo Tagliaferro. Senza dimenticare l’arte povera di Kounellis, Gilardi e Zorio, e il cinema sperimentale di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi.

Grand opening, all’interno di FM Centro per l’Arte Contemporanea, anche per le rassegne promosse dalle gallerie Laura Bulian Gallery, Monitor, P420 e SpazioA. Laura Bulian Gallery, che all’interno del centro ha la sua sede permanente, inaugura Imagine a Moving Image, la prima personale in Italia del giovane artista Marko Tadić. Il temporary space riservato ai progetti speciali presentati dalle gallerie di ricerca sarà invece occupato, per l’occasione,

da MonitorP420 e SpazioA: la loro mostra si intitolerà Corale e metterà a confronto artisti appartenenti a diverse generazioni.

FM Centro per l’Arte Contemporanea è promosso da Open Care (Gruppo Bastogi), società che offre servizi integrati per l’art advisory, la gestione e la conservazione dell’arte

 

dal 9 aprile 2016 al 19 febbraio 2017

La mostra traccia una nuova storia del design italiano al femminile, ricostruendo figure, teorie, attitudini progettuali che sono state seminate nel Novecento e che si sono affermate, trasformate ed evolute nel XXI secolo.

In occasione della XXI Esposizione Internazionale, il Design Museum della Triennale di Milano presenta la sua Nona Edizione dal titolo “ Women in Italian Design”.

La Nona Edizione del Triennale Design Museum, a cura di Silvana Annicchiarico e con progetto di allestimento di Margherita Palli, affronta il design italiano alla luce di uno dei nodi più delicati, più problematici, ma anche più stimolanti e suggestivi che è la questione del genere.

L’idea che il genere non sia più solo un dato biologico e naturale, ma una questione culturale apre interessanti prospettive anche per quello che potrà diventare il design dopo il design. Ma per affrontare in modo oggettivo ed equilibrato le questioni di gender legate al design è necessario affrontare preliminarmente la grande rimozione operata dal Novecento nei confronti del genere femminile.

Tutta la modernità novecentesca ha messo ai margini la progettualità femminile, pressoché ignorata da storici e teorici del design. Il XXI secolo è caratterizzato sempre di più da una forza rinnovata di tale progettualità.
L’ordinamento cronologico racconta questa storia in modo dinamico, fluido e liquido, usando la metafora di un fiume che attraversa tutto il Novecento.

Triennale Design Museum vuole quindi celebrare il femminile in quanto nuovo soggetto creativo di un design meno asseverativo, meno autoritario, più spontaneo, più dinamico. Per domandarsi se il nuovo protagonismo femminile sia fra gli interpreti principali del “Design after Design”.

Segnala Laura Minguzzi in particolare  Italian Women in design, due mostre dal titolo Intrecciare sull’arte del merletto  e Ricercare e percepire dove è esposto il libro “Architetture del desiderio” a cura di Ida Farè, Bianca Bottero e Anna Di Salvo che racconta la pratica del gruppo Vanda e della della Rete delle città vicine, il libro di Gisella Bassanini “Per amore della città” e altre esperienze della politica delle donne con le tesi di laurea del Politecnico di Milano sulla città e sulle architette di oggi e del secolo scorso.

dal 9 al 24 aprile 2016

CHIESA DI SANTA MARIA NOVA O DEL PILASTRELLO  Strada Padana Superiore Vimodrone-Milano 

IN-CONTEMPORANEA

a cura di Marco Tronci Lepagier

Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale

ROSELLA ROLI

Inaugurazione: sabato 9 aprile ore 18 – Orario: 16-18 venerdì, sabato e domenica

Associazione Gruppo Amici per Vimodrone Parrocchia San Remigio

Allo scopo di diffondere la conoscenza della Chiesa di Santa Maria Nova del Pilastrello, edificio di pregio presente sul territorio con all’interno una serie di affreschi attribuiti alla scuola di Bernardino Luini, è nata l’idea di proporre a vari artisti la realizzazione di una serie di installazioni site-specific.

Quinto allestimento della serie è “Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale” dell’artista Rossella Roli.

per volare via.

Una struttura di vetro, scientifica, che potrebbe abitare un laboratorio, contenente elementi chimici, acqua che è mare e aria per il cielo, transustanziati. Si rimestano e fondono attraverso un processo alchemico, che muove il fautore dell’azione verso le stelle. Questa l’origine.

Una sorta di sospensione temporale tra il mare e il cielo e l’infinito, fatta di ricordi e di presagi. Rossella Roli crea racconti di evaporazione, di attese, di impercettibili trasformazioni. Riflessioni sull’universo, il proprio e quello dell’arte, attraverso una serie di oggetti di vetro, a volte spinosi a volte macchinosi, sempre trasparenti, fatti di una apparente felicità contrassegnata da continui sforzi e difficoltà per adeguarsi alla realtà. È il blu il colore della magia, della costruzione di “rifugi” che non servono per proteggere ma per allontanarsi. Per volare via. Metafore del desiderio, per chi ha sempre la necessità di ricostrurire un proprio bagaglio di ricordi, di bellezza e di sogni.

Francesca Alfano Miglietti

Non amiamo il mare perché è blu, ma perché qualcosa dentro di noi, nei nostri ricordi inconsci, trova la sua reincarnazione nel mare blu. E quel qualcosa di noi, dei nostri ricordi inconsci, scaturisce sempre e dovunque dai nostri amori infantili, da quegli amori destinati in un primo tempo solo alla creatura, principalmente alla creatura-rifugio, alla creatura-cibo, quale è stata la madre o la nutrice…”

Gaston Bachelard

Rossella Roli, vive e lavora a Milano. Si occupa di progettazione grafica dal 1989 e dal

1992 è socia AIAP (Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione visiva). Nel

2001 si specializza in web design presso la Domus Academy di Milano e successivamente

si diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera presso il dipartimento di Arti Visive.

www.rossellaroli.com rossella.roli@gmail.com T 347 6980377

Solo Exhibitions:

2013 Inneschi testo di Silvia Bottani – Satura Art Gallery, Palazzo Stella, Genova

2009 Survivals a cura di Silvia Bottani, Galleria Obraz, Milano

Porzione di mare che sale e di cielo che sale che sale che sale a cura di J. Blanchaert

Testo di presentazione di F. Alfano Miglietti (FAM), Galleria Blanchaert, Milano

Group Exhibitions:

2014 Trame di guerra a cura di F. Porreca, Castello Visconteo, Pavia

MA-EC Art Expo

Milan Art & Events Center, Milano

Progetto Conflitto

Spazio Apriti Cielo, Milano

Femminile, plurale. L’interiorità, lo sguardo dentro a cura di A. Redaelli

Galleria Biffi Arte, Piacenza | Palazzo Pirola, Gorgonzola ( Milano )

2013 Lo stato dell’arte nel 2013 a cura di L. Di Falco

Obraz Art Kitchen and Wine, Milano

Inneschi

Palazzo Stella, Milano

Fiera Arte Genova 2013

40 cappelli ‘40 a cura di D. Airoldi e M. Ferrando

Galleria Quintocortile, Milano

2012 Ri-definire il Gioiello a cura di S. Catena

Bertolt Brecht Spazio2 – Galleria l’Acanto, Milano

Fuori stagione a cura di L. Argentino

Bertolt Brecht Spazio2, Milano

L’amor che move il sole e l’altre stelle a cura di V. Agosti

Chiesa di San Gregorio e San Marco Cologno, ( Milano )

Human Rights? 2012 a cura di R. Ronca

Castello di Acaya, Lecce

Raccolte d’Arte a cura di N. De Biasi

Biblioteca Valvassori Peroni, Milano

Monocolori a cura di D. Airoldi e M. Ferrando

Galleria Quintocortile, Milano

Circuiti Dinamici 4 a cura di StatArt

Bertolt Brecht Spazio2, Milano

2011 10×10 a cura di L. Di Falco Obraz Gallery, Milano

11° Premio Nazionale d’Arte Città di Novara

Fondazione Novara Sviluppo (Palazzo Renzo Piano), Novara

La luce e la forma a cura di A. Bretta

Castello Estense, Imbarcadero Uno, Ferrara

Drawing Connections

Siena Art Institute, Siena

Human Rights 2011 a cura di R. Ronca

Fondazione Opera Campana dei Caduti, Rovereto (Trento)

Sconcerti VIII edizione Poesiarte Milano a cura di D. Airoldi e M. Ferrando

Galleria Quintocortile, Milano

AAM Arte Accessibile Milano

Spazio Eventiquattro, Gruppo 24Ore, Milano

Unità d’Italia Centocinquant’anni di storia

Chiesa di San Domenico, Budrio (Bologna)

 

2010 Step09 The art fair that’s step ahead

Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, Milano

Studi aperti. Arts festival nel Cuore Verde tra due Laghi

Ameno (Novara)

Giorni felici a Casa Testori. 22 artisti in 22 stanze

Casa Testori, Novate (Milano)

Obraz 10 a cura di L. Di Falco

Galleria Obraz, Milano

Amore a-meno a cura di E. Longari

Palazzo Tornielli, Ameno (Novara)

2009 VI Biennale del Libro d’Artista

Città di Cassino, Frosinone

Another Break in the Wall a cura di C. Ferraro e M. Congedi

Wannabee Gallery, Ameno (Novara)

Lo stato dell’arte nel 2009 a cura di L. Di Falco

Galleria Obraz, Milano

Ritratti a cura di B. Nahmad

Galleria Obraz, Milano

Passaggi di stato a cura di M. Bergamini

Spazio per le Arti Contemporanee del Broletto, Pavia

2008Cassandra a cura di C. Muccioli

Complesso Monumentale di Sant’Agostino, Mondolfo (Pesaro/Urbino)

2007Un segreto a cura di F. Alfano Miglietti (FAM)

Futurenetgroup – Sala delle Colonne, Milano

2006 Donne fuori dal limite a cura di MR. Pividori e R. Moratto

Museo d’Arte Contemporanea Malandra, Vespolate (Novara)

Arte in disparte Accademia di Belle Arti di Brera

Ex Chiesa di San Carpoforo, Milano

Un lavoro fatto ad arte (Centenario della CGIL) a cura di V. Pirola

Fruttiere di Palazzo Te, Mantova

Press:

Via Dogana | settembre 2014

Abitare | ottobre 2010

ArsLife | 19/07/2010

Vogue Italia | 24/06/2010

Corriere della Sera | F. Bonazzoli | 23/06/2010

Arte | novembre 2009

Il Giornale | M.Di Marzio | 17/11/2009

Cataloghi:

Giorni Felici | Catalogo Casa Testori Associazione Culturale | 2011

AAM Arte Accessibile Milano | Catalogo Maretti Editore | 2011

Amore a-meno | Catalogo Prearo Editore | 2010

Survivals | Catalogo Galleria Obraz | 2009

6° Biennale Libro d’Artista | Catalogo Gangemi Editore | 2009

Interviste:

Radio3 Suite | 02/07/2010

Ultrafragola Channels | 23/06/2010

 

dal 22 marzo al  17 aprile 2016
MUSEO ETNOGRAFICO ‘Giovanni Podenzana’
La Spezia
Mostra Fotografica di CARLA SANGUINETI
Il Sentimento del Sacro nelle Cinque Terre.
Segni, simboli e storie
22 marzo – 17 aprile 2016

La mostra che aprirà al pubblico martedì 22 marzo alle ore 17 è ospitata nella sala al primo piano del Museo e propone una serie di fotografie realizzate da Carla Sanguineti nella riviera spezzina e pubblicate da Morgana Edizioni ne Il sentimento del Sacro nelle Cinque Terre.
Carla Sanguineti è una donna nota nel panorama artistico e culturale nazionale: lungi dal voler essere etichettata come artista, scrittrice e politica di professione, nonostante che nella sua carriera abbia creato, abbia scritto e si sia impegnata su temi politici e sociali, con sue parole si definisce una persona che al margine del mondo dell’arte e della politica ci sta bene, soprattutto tra le donne, e con loro compie molteplici percorsi…
Proprio uno di questi percorsi l’ha portata a leggere in modo personale ed intimo il paesaggio delle Cinque Terre: qui, le tracce del Sacro (quel Sacro impossibile da costringere in una dimensione temporale precisa ma che al contrario permea la vita dell’uomo e dell’universo fin da epoche remote) si susseguono e si rincorrono, nascondendosi e risbucando all’improvviso agli occhi di chi le rimira. Di questo paesaggio complesso ed eterogeneo Carla ha saputo cogliere con scatti quasi ‘dilettanteschi’ l’essenza: il mare e l’irta scogliera, risorse e limiti dell’esistenza quotidiana; il duro e costante lavoro dell’uomo per addomesticare una natura ribelle; la natura avvolgente, a volte madre premurosa, altre perfida matrigna; le testimonianze della devozione popolare, dalle antiche e ingombranti pietre collocate lungo le vie, ai massi di arenaria ben squadrati posti a sostegno delle mura di raffinate chiese trecentesche…
Al termine dell’inaugurazione della mostra, nella sala al piano terra del Museo si svolgerà una conferenza cui prenderà parte la stessa Carla Sanguinetti con una relazione sulla Grande Madre, divinità primordiale presente in tutte le mitologie a noi oggi note. Elena Scaravella e Sonia Lazzari, curatrici insieme a Barbara Sisti della mostra Abiti preziosi e statue vestite in corso ai Musei Diocesani di Massa e Pontremoli, parleranno invece dell’antico uso di vestire le statue della Madonna. Infine Rossana Piccioli, già conservatrice del Museo Etnografico della Spezia e attuale presidente del Centro Studi Malaspiniani di Mulazzo, ricorderà l’uso tradizionale di offrire oro alla Madonna come ex-voto.
Per l’occasione, nella sala conferenze, sarà esposto al pubblico un giacchino della Collezione di Etnografia Lunigianese di Giovanni Podenzana proveniente da una statua della Vergine di una chiesa distrutta di Villafranca.
Il programma della giornata è scaricabile dal sito www.laspeziacultura.it e visibile sulla pagina Facebook ufficiale del Museo Etnografico della Spezia.
Per info:
Museo Etnografico “Giovanni Podenzana”
Via del Prione 156 – La Spezia
tel. 0187-727781/2/3
museo.etnografico@laspeziacultura.it

dal 12 marzo al 7 aprile 2016
Opening sabato 12 marzo alle ore 19.

wavegallery corsini.
“Viaggiare significa spostamento e nomadismo. Sotto le ali protettive di un angelo custode o le furiose spinte del demone. Nel caso dell’arte entrambe le figure accompagnano le peripezie dell’artista, geografica e mentale. Questo avviene anche nel caso di Paola Mattioli e Sarenco,entrambi protagonisti di un felice safari, che significa infatti viaggio, nel cuore dell’Africa, dal Kenya allo Zimbabwe, dal Senegal al Sudafrica.
Entrambi hanno praticato forme di nomadismo complementare, utilizzando diversi specifici, dalla fotografia alla letteratura, dalla parola alla poesia. Il risultato è un reportage intenso e sorprendente di un territorio profondo ed irriducibile come l’Africa, in cui prevale l’immagine come tramite tra la natura e lo spirito, l’apparizione di figure che sono sempre tramite del vivere quotidiano e della morte universale.
(…) Paola Mattioli, che pratica da molti anni una tangenza con il mondo dell’arte, introduce nell’ambito dell’immagine fotografica la torsione che appartiene alla storia della pittura, adoperando rigorosamente gli strumenti del linguaggio fotografico. Si mette nella posizione del duello, nella frontalità istituzionale del fotografo di fronte al dato, ma non lascia scattare il dito sulla macchina precipitosamente, bensì promuove una serie di relazioni e di rispecchiamenti, per cui arriva all’immagine mediante un rallentamento mentale e l’assunzione di una posizione di lateralità rispetto al proprio mezzo (…)”.
Achille Bonito Oliva
in Paola Mattioli e Sarenco, Mémoires d’Afrique, Fondazione Sarenco-Adriano Parise Editore, 2013

dal 26 febbraio al 29 aprile 2016
Vernissage: 16 marzo ore 18.00
Fondazione Collegio San Carlo di Modena

Riflessione sulla complessità dell’immagine attraverso un’opera di Chiara Pergola.
Fondazione Collegio San Carlo, via San Carlo, 5 – Modena

Nell’ambito della programmazione sul tema ‘immagine’, cui sono dedicate le attività del Centro Culturale dell’intero anno accademico 2015/2016, la Fondazione San Carlo propone l’installazione Passanti (InDoor), realizzata da Chiara Pergola. Ponendosi in dialogo diretto con il luogo in cui si inserisce, la Sala dei Cardinali della Fondazione, e con gli osservatori, l’opera intende stimolare, attraverso i riflessi generati da 153 specchi di vetro sottile, una riflessione sullo statuto delle immagini e sul significato simbolico ed espressivo della loro percezione.
L’installazione sarà aperta al pubblico da venerdì 26 febbraio a venerdì 29 aprile, dal lunedì al venerdì, dalle ore 8.30 alle ore 19.00 (escluse le festività pasquali, dal 24 al 29 marzo, e il 25 aprile). Per informazioni è possibile contattare il numero 059.421237.
Il vernissage, a ingresso libero, si terrà mercoledì 16 marzo alle ore 18.00. In occasione dell’incontro con l’artista verrà presentato il catalogo relativo all’installazione, a cura di Antonella Battilani, con un saggio critico di Elio Franzini, docente di Estetica all’Università di Milano e membro del Comitato Scientifico della Fondazione San Carlo.
“Lo sguardo nell’arte, nelle lame di vetro di Chiara Pergola, diviene vivo, interagisce con la forma artistica e con quel che la circonda, modifica il nostro stesso modo di vedere. Questi altri occhi sono tuttavia i nostri occhi, quelli con cui guardiamo il mondo, gli spazi che abitiamo. Le immagini con cui il mondo qui appare permettono a ciascuno di noi, nelle diverse ore del giorno, di disegnare una “propria” storia, dove l’immagine non è la “ripetizione” delle cose, bensì il luogo, e il tempo, in cui ne manifesta il senso espressivo…” (estratto del testo critico di Elio Franzini).
Chiara Pergola vive e lavora a Bologna. La sua ricerca, legata all’evoluzione della dimensione simbolica, dà origine a installazioni e interventi che rivelano la natura semantica di ogni forma espressiva e l’azione del segno sulla realtà. L’installazione Passanti (InDoor) è legata all’oggetto che ha dato origine alla sua esperienza artistica: un sottile specchio che, forzando a una visione convergente, costringe a prendere atto dell’intrinseca molteplicità dell’immagine.


Passanti (InDoor) INSTALLAZIONE
dal 26 febbraio al 29 aprile 2016

Orari: dalle 8.30 alle 19, dal lunedì al venerdì
Chiusure: festività pasquali, dal 24 al 29 marzo compresi, e 25 aprile
Info: Tel. 059.421237 o www.fondazionesancarlo.it.

Ufficio stampa FSC
Paola Ferrari
paola@paolaferrari.it
www.fondazionesancarlo.it

Testo critico sull’installazione Passanti/InDoor, a cura di Elio Franzini, professore di Estetica presso l’Università di Milano, membro del Comitato Scientifico della Fondazione San Carlo di Modena

Quando nell’arte appare lo specchio, la sua forza simbolica si presenta potente: l’opera non riproduce il visibile, bensì ne moltiplica le prospettive e le possibilità. L’arte, come nel lavoro di Chiara Pergola, diviene, per noi che passiamo, per noi passanti, varcare una soglia, attraversare una porta, quella linea sottile tra la forma e l’informe. Il “sapere” che è nelle immagini si coglie soltanto spezzando un paradigma regolistico, e classicistico, recuperando un’idea simbolica di forma, che è sempre compresenza – e mediazione – di visibile e invisibile. La “forma” artistica non è un’immagine mimetica, bensì è il senso simbolico dello spazio e del suo infinito moltiplicarsi in lame, in luce che si irradia, creando ombre, che sono nuove forme: esse derivano questo inestinguibile desiderio di “nuovo” dal voler essere “anamorfosi”, cioè stravolgimento della forma stessa, che ne mostra tuttavia l’interna forza, la volontà di espansione. Si inaugura qui un sapere figurale che non può essere “detto”, anche se è immediatamente, intuitivamente presente alla nostra realtà.
Lo sguardo nell’arte, nelle lame di vetro di Chiara Pergola, diviene vivo, interagisce con la forma artistica e con quel che la circonda, modifica il nostro stesso modo di vedere. Questi altri occhi sono tuttavia i nostri occhi, quelli con cui guardiamo il mondo, gli spazi che abitiamo. Le immagini con cui il mondo qui appare permettono a ciascuno di noi, nelle diverse ore del giorno, di disegnare una “propria” storia, dove l’immagine non è la “ripetizione” delle cose, bensì il luogo, e il tempo, in cui ne manifesta il senso espressivo. L’immagine, con le sue anamorfosi, si pone dunque, in questo lavoro, come punto di avvio per esibire il senso simbolico, espressivo e spirituale della percezione, per comprendere, infine, che dietro essa si cela un potere che in vari modi manifesta la relazione conoscitiva tra uno sguardo che afferra e le qualità degli spazi in cui “passiamo”.

Le lame di luce, gli specchi che Chiara Pergola getta verso l’alto, nascenti da solida base, ma ciascuno diverso dall’altro, e diversamente orientato, fanno comprendere che un’immagine è “simbolica” non quando viene descritta da una saggia iconologia, ma nel momento in cui, prima di questo orizzonte, costituisce il mondo come “organismo nascente”, come “operazione d’espressione”, che non allontana dalla realtà, ma che, indipendentemente da ciò che rappresenta, svela il senso profondo delle cose. L’artista, scrive il filosofo Merleau-Ponty, riprende e converte in oggetto visibile ciò che senza di lui resterebbe rinchiuso nella vita separata di ogni coscienza: rende l’immagine una “vibrazione delle apparenze” che rivela “la genesi delle cose”, inscindibile dalla realtà espressiva del nostro corpo.
Lo statuto di un’immagine è dunque legato a dimensioni estetiche, che si riferiscono in prima istanza alla percezione di uno spazio. Tale spazio di rappresentazione, la Sala dei Cardinali della Fondazione che attraversiamo, si offre così, grazie all’arte, alle sue stratificazioni di arte e di tempo, in molti modi, presentando, con il gioco dei riflessi, “luoghi” dell’immaginazione. Questo spazio, nella sua simbolicità, non è allora una nozione astratta, bensì una connessione che offre nuovi modi di orientarci nel mondo. Lo spazio, ci dice Chiara Pergola, non è una specie di etere nel quale sono immerse tutte le cose, bensì una potenza di connessione, che assume lo stile di uno spazio vissuto, che ciascuno di noi arricchisce, e nuovamente interpreta, con il proprio sguardo.

Spazi, dunque, da descrivere, senza che tale descrizione sia frantumazione del senso dello spazio stesso della rappresentazione, ma solo messa in rilievo di alcuni elementi del suo senso, che concorrono a delinearne una essenza che solo attraverso la nostra esperienza può manifestarsi. Gli specchi di Chiara Pergola, pur partendo da frammenti di vetro, non sono allora l’elogio di un frantumarsi della forma, bensì ne vogliono attestare un nuovo potere dialogico, che unisce l’invenzione fantastica e il senso filosofico, la situazione eccezionale e la ricerca della verità.

A partire dalle lame, e dai loro giochi di visioni e di ombre, si comprende il profondo rapporto tra rappresentazione artistica e funzione simbolica: perché vi sono forme di vita che non si riducono alla loro esibizione, bensì sono eventi che non possono svolgersi sul piano di una coscienza unica e unitaria, ma presuppongono quel dialogo tra coscienze cui il dialogo degli specchi allude. Queste opere di vetro sottile lanciato verso l’alto, che sono tra loro diverse, che esprimono punti di vista differenti, mostrano così un’esigenza comune, quella di esibire il manifestarsi storico di un “sentire” capace di spiegare i motivi di fondo che sono il senso, a volte invisibile, della storia stessa, il suo vivere simbolico in varie forme, in molteplici modalità non sempre rappresentative, espressione di differenti modi retorici per rivelare i sensi nascosti dell’immagine. La storia dell’arte, in particolare nella nostra contemporaneità, non si costruisce soltanto con le cronologie, bensì svincolando le forme da una rigida storicizzazione e cogliendone, senza rigettarne la storicità, gli spessori emotivi, afferrando che essa è una via per mostrare i sensi conoscitivi della rappresentazione, i suoi rapporti con la spazio-temporalità dell’esperienza. Il lavoro di Chiara Pergola, posto in un interno “storico”, ricco di autorevole passato, ricorda dunque a ciascuno di noi che passa, che attraversa la porta, che una narrazione cronologica e storica che non colga la potenza sincronica e diacronica racchiusa nelle immagini simboliche rischia, anche là dove rispecchia la consequenzialità dei linguaggi, di uccidere o depotenziare proprio l’intrinseca simbolicità della storia, che vive anche di salti, di legami analogici, di riunificazioni improvvise e apparentemente casuali tra le forme. Questi specchi fanno comprendere che il tempo lineare in cui viviamo è attraversato da lame di luce che ne arricchiscono la qualità, che ne moltiplicano le possibilità, in un incontro rinnovato e paradossale tra le forme dello spazio e quelle del tempo.

 

da alfabeta2.it

C’è chi crea un tableau vivant e chi, come Petrit Halilaj, una casa vivant.

In filosofia «il linguaggio è la casa dell’essere», ma quello che racconta Halilaj è più commovente, più contradditorio, più «banale», direbbe Hannah Arendt. È il dramma della distruzione della casa che vivono ogni giorno i migranti, politici ed economici. È successo anche agli Halilaj. Petrit è nato a Kumpir, in Kosovo, nel 1986; la casa è stata distrutta e dopo un soggiorno in Italia, dove ha frequentato l’Accademia di Brera, è andato a Berlino. Intanto il sogno che ha sostenuto lui e la sua famiglia si è avverato: la casa è stata ricostruita. A Pristina, in città, quella d’origine era in campagna. La espone a Milano, all’Hangar Bicocca.

Non è un diario fotografico, ma un insieme di storie che spuntano da vari angoli, proprio come avviene nelle case, quando una sedia, un tappeto, una foto in cornice sono tracce portanti, tanto quanto i muri. The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real. Un titolo che racconta appunto dei luoghi utopici e noiosi con i quali convivere.

La casa di Petrit e della sua famiglia è vista attraverso l’assenza, non è un escamotage poetico, ma una realtà fisica. In mostra, più o meno al centro dello spazio, ci sono i casseri usati per tirar su i muri. Invece di buttarli o incorporarli nell’edificio, Halilaj li usa come un sentiero della memoria. Sono sopraelevati, si cammina sotto, come se potessimo calpestare le fondamenta o radiografare la costruzione fin dentro la terra. Così la visione di una casa sospesa è un’immagine del sogno che l’ha preceduta, ma soprattutto è la costruzione allo stato nascente e la sua adattabilità a entrare fisicamente negli ambienti altrui, come un museo. Dove ciò che è esposto diventa «la casa personale» di chi, guardandola, trasferisce lì le proprie memorie.

È una delle intenzioni di Petrit coinvolgere altri nel suo sogno, e in questa assenza «iconografica» della casa reale appare lo stato di cambiamento che avviene in chi perde la propria. Ci sono tanti modi di perderla. A volte volontariamente, a volte perché si cambia città, a volte perché si rimane soli, a volte perché ci s’innamora di un’altra. La casa d’origine, qualunque essa sia, però rimane: l’assenza non la cancella. C’è bisogno di elaborare una distanza. Questo dichiara la casa vivant di Petrit Halilaj. Lo fa con tanti elementi. Un cinguettio diffuso che a chiunque fa venire in mente l’infanzia, un prato, un albero amato, un desiderio. Un video di prati fioriti, farfalle che volano e si posano, indica una campagna armoniosa: è il posto della sua vecchia casa. Oggi non si riconosce più nulla della distruzione. Petrit ha tratto in salvo pezzi di ringhiera del cancello e altri resti, ne ha fatto dei grandiosi gioielli che potrebbe indossare la casa ricostruita e quella che ha attraversato i suoi sogni: It is the first time dear that you have a human shape (diptych-earring), (butterfly collier), (bracelet). Ocarine, rami, utensili, ricordano la sua vita e la nostra (Objekte n’Kumpir).

Anche le galline hanno una casa, un po’ dentro e un po’ fuori. È stato aperto un varco e il pollaio si trova all’esterno dentro un grande razzo spaziale in legno. Le galline vivono la loro vita nell’arte, facendo le uova e chiocciando. They are Lucky to be Bourgeois Hens: sì, sono fortunate ad essere galline borghesi, vanno anche al museo!

Possiamo inventare molte associazioni, ma quello che incide è la visione biografica. Ricordo la prima volta che ho incontrato Petrit Halilaj ad Artissima-Torino nel 2008. Aveva una piccolissima stanzina nello stand della galleria Chert. Lui ti invitava a entrare e poi chiudeva la porta. Lì, in brulichio di piume di gallina che volteggiavano e di oggetti, mi ha raccontato la sua vita. Questa era la sua opera. Lo è ancora oggi. Il modo per parlare del legame spezzato dalla guerra nell’ex Jugoslavia è un dialogo a tu per tu. Oggi la sua stanzina è un museo, ma la temperatura è intatta. Oggi come allora, rende esplicita la necessità di non dimenticare. Non è political correctness, ma un suggerimento a lasciarci andare e ammirare una gallina che fa l’uovo, visione ormai quasi impossibile per chiunque; farci venire il senso di colpa per tutti quelli che perdono la casa e che non sappiamo come accogliere; emozionarci per chi ha la capacità e la fortuna di ricostruire la propria vita e di darle casa. Un’esperienza che riguarda tutti, in tutto il mondo. Anche chi non è sotto tiro, sa che la gallina di Halilaj è simbolo di un ricongiungimento, da compiere ogni giorno. La casa vivant di Petrit invita a ricostruire la propria casa ovunque e a sorridere al magnifico e immaginifico disegno della sua gallina borghese che ci accoglie all’ingresso e ci accompagna all’uscita.

Petrit Halilaj

Space Shuttle in the Garden

a cura di Roberta Tenconi

Milano, Pirelli Hangar Bicocca, 3 dicembre 2015-13 marzo 2016

(http://www.alfabeta2.it/2016/03/01/petrit-hallilaj-e-le-galline-borghesi/)

 


dal 10 marzo al  11 maggio 2016

 

Inaugurazione alla presenza delle artiste Ansarinia e Bächli giovedì 10 marzo h. 19.0021.00

 

La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale dell’artista svizzera Silvia Bächli.

Negli anni l’artista ha realizzato principalmente lavori su carta, sperimentando tecniche e formati diversi e sviluppando un linguaggio pittorico formalmente immediato e minimale che cela, però, una ricerca del tutto personale sulla linea.
Le opere in mostra, realizzate tra il 2013 e il 2015, sono una sintesi degli ultimi sviluppi del suo lavoro, da un punto di vista sia del colore che del gesto.

Per Silvia Bächli il disegno è azione e narrazione. Le sue linee hanno una direzione precisa, come se stessero raccontando una storia o persino più storie contemporaneamente quando, per esempio, s’intersecano, si rincorrono o si sovrappongono l’una sull’altra, più o meno ordinatamente. Lo spettatore è quindi invitato a leggere e interrogare questi segni e allo stesso tempo a indagare gli spazi vuoti che vengono a crearsi. Per l’artista, infatti, “disegnare è creare spazio” ed è per questo che nelle sue opere la pittura ha un così stretto rapporto con i margini del foglio: è un po’ come, sempre usando le sue parole, “lavorare con e contro” questi margini. Non è un caso che la massima dimensione dei lavori corrisponda alla massima apertura delle sue braccia.

Il titolo della mostra è tratto dalla raccolta poetica It (1969), capolavoro della scrittrice danese Inger Christensen, che l’artista ammira molto per l’attenzione che entrambe condividono per la forma, e da cui spesso trae spunto per i suoi lavori. È stato il caso, ad esempio, anche dell’installazione che Bächli ha realizzato per il padiglione svizzero durante la 53° Biennale di Venezia (2009), dedicata proprio alla poetessa e ispirata allo stesso passo che dà il titolo a questa mostra: “Questo. Questo è stato. Ora è cominciato. È. Persiste. Si muove. Avanti. Diventa. Diventa questo, questo e questo. Va ancora più avanti. Diventa altro. Diventa di più. Combina altro con di più e diventa costantemente altro e di più.”.

Silvia Bächli (Baden, 1956) ha avuto numerose mostre personali in prestigiose sedi museali come, ad esempio: Frac Franche-Comté, Besançon (2015); Staatliche Graphische Sammlung, Pinakothek der Moderne, Monaco (2014); Kunstmuseum St. Gallen, Svizzera, (2012); Centre Pompidou, Parigi, Museo Serralves, Porto (2007), Mamco, Ginevra (2006), Museée d’art moderne et contemporain in Strasbourg (2002). Nel 2009 ha rappresentato la Svizzera alla 53° Biennale di Venezia.

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Ana Mendieta
via a.stradella 1

 


La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la seconda mostra personale dell’artista cubana Ana Mendieta.

Saldamente ancorata alla realtà – e allo stesso tempo tormentata da un’interiorità profondamente segnata da avvenimenti tragici – in soli tredici anni di carriera Mendieta ha sperimentato con vari media, dalla performance al video, dalla fotografia al disegno, alla scultura.

La pratica artistica di Ana Mendieta ha sempre indagato lo stretto rapporto tra Arte e Natura, che nel suo lavoro è molto intenso e talvolta spinto al limite, soprattutto nell’uso che l’artista fa del proprio corpo. In molte performance, infatti, il corpo diventa il mezzo col quale l’artista si ricongiunge alla Natura, in una sorta di rito spirituale e viscerale che assume anche valore simbolico di rinascita. Come ha più volte dichiarato l’artista, “la cultura è memoria della storia” ed è in questo senso che il corpo è quindi non solo testimone, ma anche veicolo della nostra memoria collettiva.

Vincitrice del Prix de Rome per la scultura, nel 1983 Mendieta si trasferisce da New York a Roma, una città che amerà molto soprattutto per il suo rapporto con la Storia. Nel periodo di residenza presso l’American Academy in Rome, Mendieta ha la possibilità di sviluppare la sua tecnica scultorea, in particolare con materiali come la terra e i tronchi d’albero, ma si dedicherà molto anche al disegno.

Il progetto espositivo si concentra proprio sulla produzione di questo periodo, in particolare su un corpus selezionato di disegni – inchiostri, acquarelli, matite – che porteranno poi alla realizzazione delle sculture. In mostra anche il libro di litografie Duetto Pietre Foglie, realizzato sempre durante il soggiorno romano, e un prezioso taccuino del 1981 con alcuni studi preparatori.

Tra le maggiori mostre personali di Ana Mendieta (L’Avana, 1948-1985): Covered in Time and History, the films of Ana Mendieta, NSU Art Museum Fort Lauderdale; Katherine E. Nash Gallery, Minneapolis (2015-2016); She got Love, Castello di Rivoli, Torino (2013); Ana Mendieta: Earth Body, Sculpture and Performance 1972-1985, Whitney Museum of American Art, New York; Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington D.C.; Des Moines Art Center, Des Moines and Miami Art Museum, Miami (2004); Ana Mendieta (1948-1985) – Body Tracks, Neues Museum Luzern, Lucerne and Fries Museum, Leeuwarden (2002).

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Nazgol Ansarinia
via a.stradella 4

 


La Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la prima personale in Italia dell’artista iraniana Nazgol Ansarinia.

Ansarinia analizza il quotidiano della sua città, Teheran: esamina e rielabora oggetti ed eventi di tutti i giorni facendo emergere le loro relazioni con la società iraniana contemporanea, indagando la sfera privata in relazione al più ampio contesto socioeconomico e architettonico.
La mostra ruota intorno a tre progetti aperti che ben rappresentano il lavoro dell’artista e i suoi recenti sviluppi.

Fondamentali nella sua produzione sono i collage della serie Reflections/Refractions, che esplorano visivamente le complessità del quotidiano. Varie trame geometriche, spesso utilizzate per evocare un ideale di bellezza per il loro ordine e la loro simmetria, sono applicate ad alcuni lavori a specchio, contribuendo a distorcere la realtà di tutto ciò che riflettono.

Per il suo ultimo progetto Membrane, invece, l’artista parte proprio dalla città. Negli ultimi anni, infatti, Teheran sta assistendo a un intenso processo di ridefinizione urbana, caratterizzato dal sorgere sempre più frequente di alti complessi residenziali in luogo di precedenti e più bassi edifici. Sebbene questi edifici siano distrutti, uno strato dell’immobile demolito rimane sulla parete comune agli edifici adiacenti. Membrane è l’impressione monumentale di questa parete, mappata dall’artista con uno scanner 3D a ricreare una sorta di modello tridimensionale del muro, che tiene in sé traccia di una parte dell’edificio distrutto.

In mostra anche una nuova scultura della serie Pillars. L’artista osserva le nuove case in città, in cui le colonne neoclassiche perdono la loro funzione strutturale divenendo l’ultima dimostrazione di ricchezza del nuovo ceto medio. Ansarinia utilizza le colonne con molta ironia, legandole ad alcuni articoli della Costituzione iraniana che invitano a riflettere sui problemi socio-economici della vita quotidiana. La mostra di Nazgol Ansarinia è dunque, allo stesso tempo, documento e rielaborazione di una società stratificata e in rapida evoluzione.

Nazgol Ansarinia (Teheran, 1979) vive e lavora a Teheran. Nel 2015 ha partecipato alla 56° Biennale di Venezia, presso il padiglione iraniano; nel 2011 e 2007 ha esposto alla Biennale di Istanbul e nel 2009 le è stato riconosciuto l’Abraaj Capital Art Prize. Tra le sue mostre collettive: DUST, Centre for Contemporary Art Ujazdowsku Castle, Varsavia; Adventure of the Black Square: Abstract Art and Society 1915-2015, Whitechapel Gallery, Londra (2015); Longing Persia, Exchange and reception of art in Persia and Europe in the 17th Century & Contemporary Art from Tehran, Museum Rietberg, Zurigo; Safar/Voyage, The Museum of Anthropology at the University of British Columbia, Vancouver (2013); When Attitudes Became Form Become Attitudes, Museum of Contemporary Art Detroit, Detroit / CCA Wattis Institute for Contemporary Arts, San Francisco (2012).

Per ulteriori informazioni contattare Erica Colombo +39 02 2043555, info@galleriaraffaellacortese.com.

 






dal18 Febbbraio al 31 Marzo 2016

Galleria Lia Rumma

Via Stilicone, Milano

La Galleria Lia Rumma è lieta di presentare la personale di Marzia Migliora “Forza lavoro” con inaugurazione il 18 Febbraio 2016 alle ore 19 presso la sede di Milano.
Il progetto espositivo prende le mosse dalla storia del Palazzo del Lavoro di Torino, realizzato da Pier Luigi Nervi nel 1961 in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia e della relativa esposizione internazionale dedicata al lavoro, a cura di Gio Ponti. A tale glorioso inizio sono seguiti anni di decadenza e incuria che hanno portato all’abbandono dei 47.000 metri quadrati della struttura.
In un periodo di transizione dello stabile, tra un importante incendio avvenuto nell’agosto 2015 e l’imminente trasformazione in centro commerciale di lusso, l’artista ha scelto di frequentare il Palazzo attraverso una molteplicità di approcci. Marzia Migliora ha dato corpo e parola al Palazzo, trasformandolo in un testimone privilegiato di un’epoca e lo ha collegato attraverso le singole opere realizzate a molte delle tematiche ricorrenti nella propria ricerca: la memoria come strumento di articolazione del presente o l’analisi dell’occupazione lavorativa come affermazione di partecipazione alla sfera sociale.
I tre piani della galleria ospitano esclusivamente nuove produzioni dell’artista, che ha concentrato per ogni livello un aspetto specifico della ricerca sul Palazzo. All’ingresso, l’installazione Lideazione di un sistema resistente è atto creativo introduce l’accezione più fisica della definizione di forza lavoro. La grande struttura di mattonelle in carbone pressato disegna infatti sul pavimento il modulo, in scala 1:1, del solaio a nervature isostatiche concepito da Nervi che intendeva così dare forma a ciò che avviene staticamente nella materia, attraverso la distribuzione delle linee di forza sulla superficie. Salendo al piano superiore troviamo una serie fotografica intitolata In the Country of Last Things che presenta cinque impressioni ottenute da dispositivi a foro stenopeico costruiti dall’artista assemblando frammenti vari delle vite passate del Palazzo e lasciate a impressionare per lungo tempo negli spazi dismessi. A fianco delle stampe e delle macchine stenopeiche una serie di monocromi neri ottenuti dalla lavorazione dei residui di combustione rimasti dopo il recente incendio e da altre polveri scure ottenute come scarto della lavorazione di metalli. Il gesto di impastarle in maniera pittorica ne dà una visualizzazione e rende tangibile la loro presenza nelle nostre vite: i cosiddetti composti organici volatili di origine antropica, dannosi per la salute, sono tanto impercettibili quanto onnipresenti nella nostra quotidianità, così dipendente dai derivati del petrolio e dalle loro infinite lavorazioni.
Chiude il percorso all’ultimo piano il video Vita Activa. Pier Luigi Nervi, Palazzo del Lavoro, Torino, 1961-2016, nel quale l’artista chiede al musicista Francesco Dillon di produrre dei suoni a partire dall’interazione con gli ambienti e i detriti dell’edificio, per integrarli poi alla sua esecuzione a violoncello di alcuni estratti dal Requiem in Re minore k626 di Mozart. La lotta che si instaura tra l’osservanza funebre che il brano produce, e i tentativi di ascoltare lo spazio nell’espressione delle sue ultime potenzialità di produzione di senso, si risolve in una tensione visiva che manifesta la parabola tra vita e morte sulla quale “Forza Lavoro” si sviluppa.
Testo critico a cura di Matteo Lucchetti

Si ringraziano Francesca Comisso e Liliana Dematteis dell’Archivio Gallizio per la collaborazione e il sostegno alla realizzazione del video Vita Activa, nato con l’invito a ideare un progetto in dialogo con l’opera di Pinot Gallizio.
Si ringraziano la Fondazione Merz e la Proprietà Pentagramma Piemonte per la preziosa collaborazione