Zina Borgini

Ho scoperto per caso questa autrice inglese che non conoscevo, e devo dire che i due libri che cito mi hanno distolto per alcuni giorni da impegni e appuntamenti per poter galleggiare nell’atmosfera incredibilmente fantastica che lei, da grande maestra, fa vivere nei suoi romanzi, e sono stati giorni buoni e densi di immersione totale, in cui mi sono letta 1000 pagine con incalzante e curiosa attrazione
Sarah Waters ha 39 anni. Ha sostenuto un dottorato all’università con una tesi sulla letteratura lesbica, la sua ricerca non si è limitata a interrogare la conoscenza di tipo classico, ma si è ampiamente arricchita con materiale storico cercato nel passato, materiale attinente a questa tematica ma rimasto sotterraneo, canzonette lascive dei sobborghi londinesi, libri antichi scovati da rigattieri, tante stampe porno erotiche del XIX secolo.
Ha scritto tre romanzi. Il primo, uscito nel 1998, Tipping the velvet non è stato tradotto in italiano ma in patria, in pochissimo tempo, è diventato un bestseller tanto che la BBC ne ha fatto un serial di tre episodi mandati in onda in prima serata, con la regia della stessa Waters e di Andrew Dasvis, uno dei più bravi registi inglesi.
I tre filmati hanno avuto un successo strepitoso, sono arrivati in Italia e riprogrammati da Gay tv e da Arcilesbica.
Il secondo libro è intitolato Affinità (1999) e il terzo Ladra (2000.)
E, proprio ripensando alla loro lettura che voglio “mettere becco” come dice bene la nostra Lilli Rampello e consigliare questa scrittrice inconsueta che riesce ad essere moderna pur collocando i suoi personaggi in epoca vittoriana, nei sobborghi londinesi abitati dai più miseri, ladri, mendicanti e imbroglioni, o nella periferica campagna con le sue brume mattutine, il giallore del Tamigi che la percorre, i castelli di nobili decadenti o nei luoghi di tortura fisici e psicologici come i carceri o i manicomi.
E’ tanto abile nelle descrizioni dei suoi personaggi, da renderli vibranti mentre leggi e quando non leggi da restarti accanto come compagni ipnotici. Racconta situazioni esageratamente fantastiche e intrighi sorprendenti che con destrezza di scrittura diventano verità possibili, ha la grande capacità di spezzare il confine delicato tra la realtà effettiva e l’incredibile misterioso. Tutto può accadere nel capitolo seguente con colpi di scena preannunciati e la lettura scorre mossa da curioso stupore.
Si sente che ha letto Dickens e Elisabet Braddon, che ama Jeanette Winterson e Angela Carter, ma la sua scrittura è un tenere conto ristabilito per la particolarità e la ricchezza con cui sa essere avvincente, maliziosa, cupa a volte anche cattiva.
Il rapporto amoroso tra due donne è il filo che lega tutti e tre i romanzi: quello innocente e magico che con il tempo si modifica in modo esacerbato per divenire quasi orgiastico della protagonista di Tipping the velvet, ci svela che le parole queer, transgender, drag queen-king, non sono altro che catalogazioni moderne per definire comportamenti antichi come l’essere umano; quello più virtuale e menzognero descritto in Affinità, segnato dall’isteria e dalla depressione di una protagonista, ci racconta che anche nel XIX secolo quelle malattie si curavano come oggi con la psicoterapia, con i rimedi farmaceutici dell’epoca, oppure con la scelta di tamponare i vuoti esistenziali dedicandosi a forme di volontariato; quello felicemente approdato in Ladra ci consegna due giovani orfane, una ladruncola che abita nei bassifondi della sottocultura vittoriana, l’altra un’ereditiera succube dello zio dispotico, ma entrambe riusciranno a liberarsi dalle loro catene quando, come la maggior parte delle giovani donne d’oggi, guadagneranno l’indipendenza economica.
I tre romanzi hanno in comune anche un racconto ambientato nel passato che può essere fatto solo da una donna dei nostri tempi, libera dal senso di colpa e che ha nel suo cuore un museo di tesori antichi e un amore sviscerato per i romanzi gotici vittoriani.
Consiglio a tutte/i di conoscerla, perché ho la presunzione di pensare che Sarah Waters affascini con i suoi foschi intrighi quella parte misteriosa della sessualità che c’è in ogni essere umano e che, ogni tanto, ha bisogno di essere nutrita con una buona lettura.
Sarah Waters sarà a Milano a giugno e sta preparando un nuovo libro ambientato negli anni quaranta.

Giulia Siviero

Camminò sul brodo della vita, senza timore, “nuda e scalza e a mani e vuote”. Come una creatura dal cuore selvaggio che seppe entrare “nel tessuto proibito della vita”. Il figlio disse di lei che era un incrocio tra una tigre e un cervo. Clarice Lispector fu allo stesso tempo pietosa e spietata, presente e “altrove”, come solo chi non ha timore di sporgersi può essere. Lo fu attraverso gli occhi delle donne cui diede corpo, nei romanzi e nei racconti per i quali è considerata la più grande scrittrice brasiliana del Novecento. E lo fu nella vita, penetrando nei segreti dell’anima per ritrovare un luogo che andasse oltre l’individualità: “È fino a me dove vado. E da me esco per vedere. Vedere cosa? Vedere ciò che esiste”. Perché, aderire totalmente e immediatamente al reale è, per lei, “il massimo della spiritualità, l’unico modo in cui lo spirito può vivere”. Attraverso non le “ruote giganti” dell’esistenza, ma quelle minute, impercettibili: “gatti che entrano dalla finestra, capelli che cadono in primavera”. Ecco perché, ne La passione secondo G.H., forse il suo capolavoro, è nella visione di uno scarafaggio che scopre la trascendenza. Ecco perché, nell’ingoiare la materia biancastra (come il latte materno?) che ne fuoriesce dal corpo, scavalca la vita singolare.
Ponendosi fuori dalla misura umana e di fronte a ciò che non ha forma, consapevole che ciascuno incarna per un momento, per il tempo di una vita, quel flusso che sta prima, ancor prima dell’inizio. Ma la nientificazione dell’io, la perdita di sé (percorso mistico?) in cui Clarice Lispector ci trascina, non è mai mortifera attrazione per il nulla, bensì vertiginosa e amorevole consapevolezza di appartenere alla radice della vita. E che l’ha fatta sentire in vita sempre, “poco importa se propriamente io – scrive – non la cosa che ho deciso di chiamare convenzionalmente io. Io ero sempre stata in vita”. L’estraneità, la dissidenza, il torcere ciò che si è irrigidito, il disprezzo di un mondo “tutto uguale”, sono il cuore selvaggio di Clarice. Che pulsa anche nelle lettere, irrinunciabili, de La vita che non si ferma (Archinto, pp. 98, € 17,00). La vita che non si ferma fu la sua che, nomade a seguito del marito diplomatico, visse sempre altrove: “Tutto è senza radici”, confessa. la vita che non si ferma fu la sua, che non si arrese mai a una de-finizione, finzione e fine allo stesso tempo: “Giuro su Dio – scrive alla sorella minore – che se ci fosse un cielo, una persona che si è sacrificata per codardia verrà punita e andrà all’inferno. Chissà se una vita tiepida non venga punita per il suo stesso tepore. Prendi per te ciò che ti appartiene, e ciò che ti appartiene è tutto quel che la tua vita esige. Sembra una morale amorale. Ma quel che davvero è immorale è avere desistito da te stessa”. Ciò che Clarice Lispector ci offre sono un mondo e un linguaggio che rompono le regole del simbolico e fanno esplodere la sintassi. Ciò che ci offre è la possibilità di stare sulla soglia, tessere una trama che si riverbera nelle forme altre. Nessun prato è mai stato verde per Clarice. E nessun cielo azzurro. Perché lì, sul bordo della vita, un prato non è mai verde. Un cielo, mai azzurro.

Elisabetta Cicchi

Nel 1998 Einaudi pubblica con il titolo Trilogia della città di K tre racconti di Agota Kristof, Il Grande Quaderno, La Prova e La Terza Menzogna, i quali erano stati pubblicati per la prima volta da Seuil rispettivamente nel 1986, 1988 e 1991. L’autrice nasce in Ungheria nel 1930, nel 1956, anno della rivolta popolare e della conseguente violenta repressione sovietica, lascia la sua terra e si rifugia in Svizzera.
La Kristof sperimenta sia l’annichilimento e la scarnificazione della vita causati dalla guerra, sia il silenzio a cui è costretto uno straniero in una terra straniera; arriva in Svizzera senza sapere una parola di francese, vive lì muta e, quando inizia a parlare, la lingua che usa è per forza di cose semplice, sia nella sintassi che nel vocabolario. A mio giudizio, è proprio su questo suo vissuto che la Kristof costruisce la “trilogie des jumeaux”, come la chiama lei. Il primo racconto è costituito dalle pagine del Grande Quaderno nel quale i due bambini protagonisti, due gemelli lasciati in custodia presso la nonna durante la guerra, con l’intento di proseguire da autodidatti la propria istruzione, annotano tutto quello che succede loro. Non solo i due bambini decidono di scrivere per allenarsi alla “composizione” ma decidono di farlo secondo un criterio preciso, e cioè quello di: descrivere solo “quello che è, quello che vediamo, che udiamo, che facciamo” perché “le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare di usarle e attenersi a una descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, e cioè alla descrizione fedele dei fatti.” È con questo stratagemma che l’autrice ci presenta la sua poetica e ci procura un testo asciutto e scarno, un testo autonomo, che sta tutto in se stesso, levigato e compatto come un sasso. La Trilogia della città di K è scarno e amorale, è violento come un pugno nello stomaco e complesso come un enigma. Questo libro, attraverso gli occhi di due bambini, testimonia del mondo in guerra, tanto disumanizzato e crudele ormai da aver reso ordinari gli eventi più mostruosi.

Anna Paini

Mi sono avvicinata ad Alki Zei, scrittrice molto nota in Grecia per i suoi libri per l’infanzia e l’adolescenza, e al suo La fidanzata di Achille (1987), romanzo invece destinato al mondo degli adulti, tramite amici greci che me ne hanno consigliato la lettura alla vigilia di un viaggio.
La narrazione si fa subito avvincente perché l’autrice riesce a intrecciare il racconto biografico a un percorso collettivo, il sé e il noi restituendoci una storia ricca, che vede come protagonista Dafne/Elena in un arco temporale che va dagli anni Trenta e Quaranta quando Dafne quindicenne entra nella Resistenza greca agli anni Settanta che vedono Elena esule. Uno dei fili conduttori tra i tanti temi del romanzo, alcuni più esplicitati altri presenti in filigrana, resta quello dell’incontro della protagonista con l’altro, altra da sé nel proprio paese (Grecia) e là dove vive l’esperienza di profuga (Mosca) e di esule (Parigi).
Il romanzo si apre su un set cinematografico a Parigi dove la protagonista ha trovato lavoro come comparsa con altri amici greci fuoriusciti; il piano del presente si alterna e si mescola con quello dei ricordi, dalla terza persona dell’oggi si passa all’io narrante della memoria. Momenti della storia greca ed europea sono rievocati in questo viaggio che sostanzialmente è l’itinerario interiore di una donna che cerca di prendere in mano i fili della propria vita e di riannodarli, di dare un senso, un ordine che le appartenga e non lasciarli in balia degli eventi politici.
Diventata madre di Dafnula, Elena resta sempre l’eterna “fidanzata di Achille”. A lungo anche lei vive di e per questi ricordi e nostalgie, ma arriva a rendersi conto che non le corrispondono più. Con parole leggere ma incisive Alki Zei dà conto di una capacità femminile di valorizzare il quotidiano, le cose semplici sacrificate a un perenne eroismo.
Alcuni dei tanti personaggi che popolano il libro, ciascuno, ciascuna nella sua singolarità, restano indimenticabili. Penso per esempio alla figura del dissidente Michail Grigorievic, cacciato dall’Università e recluso in una piccola cittadina perché si rifiutava di bocciare ottimi studenti: “Non ho mai accettato di insozzare il nome di maestro”. La bravura di Alki Zei emerge anche quando ricorre a rapide ed efficaci pennellate per introdurre le tensioni presenti tra i profughi greci: “Da molti giorni le poche famiglie che vivono in questa casa si sono divise in due schieramenti: le une sotto la buganvillea, le altre sotto il pergolato”.
E’ un romanzo che racconta anche di noi. Esule a Parigi, Elena non accetta i vestiti in buono stato ma fuori moda che un’amica parigina, attaccata a un’immagine di esule bisognoso, le offre e inutilmente spiega il motivo del suo rifiuto: “Noi in Grecia ci vestiamo bene”. Un giorno, sempre alle prese con la stessa questione, Elena aggiunge: “gli Spartani prima di andare in battaglia si lavavano i capelli e si vestivano a festa”, e questo richiamo storico fa breccia nella sua interlocutrice; allora le torna in mente il commento di un caro amico e compagno: “Con gli stranieri perché ti capiscano, devi sempre mettere nel discorso anche una colonna del Partenone”. Anche questo modo un po’ ironico di mostrare come noi raccontiamo gli altri è un motivo in più che mi ha fatto apprezzare Alki Zei.
Ottima la traduzione, trovo invece poca corrispondenza tra immagine di copertina e testo (almeno nell’edizione che mi è capitata tra le mani).

Luisa Muraro

Ho incontrato la poetessa Anne Sexton (1928-1974) mentre scrivevo Il Dio delle donne, per alcune sue poesie della raccolta che s’intitola The Awful Rowing Toward God (Il tremendo remare verso Dio). Le trovai in un’antologia pubblicata dall’editore Crocetti di Milano e curata da Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin, Edoardo Zuccato, L’estrosa abbondanza. Più recentemente, presso Le Lettere di Firenze, Rosaria Lo Russo ha curato l’antologia intitolata Poesie su Dio.
Anne Sexton non compare nel mio libro, perché non l’avevo sufficientemente dentro. Adesso? Sì, sicuramente la citerei per quei versi di lei che gioca a poker con Dio: lei ha una scala reale all’asso ma Lui, ridendo, cala cinque assi e vince, lei è arrabbiata ma sente un canto di giubilo, un Rejoice-Chorus, allora ride anche lei, ride il mare, ride l’isola – dov’era approdata a furia di remare – e ride l’assurdo (“The Island laughs. The Absurd laughs”). In effetti, l’idea che vivere sia come giocare a poker con un baro con la B maiuscola, spiegherebbe molte cose, tra cui anche che la faccenda può finire bene, come in questa poesia, The Rowing Endeth (Finito di remare).
E la vita di Anne Sexton? Tirò avanti con l’aiuto di molta chimica (“I like them more than I like me”, dice riferendosi alle pasticche), della scrittura, dell’affetto fedele di un marito e di alcune amiche, dell’amore che aveva per le due figlie, di cui però non sapeva prendersi cura, e finì con un suicidio, esattamente trent’anni fa, all’età di quarantasei anni, qualche anno in più della sua compagna Sylvia Plath.
Di Anne Sexton in quanto protagonista di una biografia ho avuto notizia l’estate scorsa, in un grosso saggio di Juliet Mitchell, Pazzi e Meduse. Ripensare l’isteria alla luce della relazione tra fratelli e sorelle (tradotto da Ester Dornetti e pubblicato dalla Tartaruga). Ho scoperto così che Anne Sexton, una ricca casalinga di Boston, oltre che donna di notevole bellezza, a ventott’anni, dopo il secondo parto, finì in un reparto psichiatrico da dove la fece uscire quello che sarebbe diventato il suo primo psicanalista, il dottor Martin Orne, il quale ha l’ulteriore merito di aver messo la sua paziente sulla strada della creazione artistica. Ho scoperto inoltre che la sua storia è stata ricostruita in un’accurata biografia voluta da una delle figlie, autrice Diane Wood Middlebrook, ANNE SEXTON. UNA VITA (tr. it. di Claudia Rusconi e Gloria Gordigiani, Le Lettere, Firenze 1998), biografia che racconta, insieme, un pezzo interessantissimo del farsi del femminismo negli Usa, tra gli anni Sessanta e Settanta, quando la gender theory non era nata e la presa di coscienza ha significato dare parola ad un’esperienza femminile accettata come tale.
Leggere una biografia è come indossare l’abito di un altro, qualcuno ha detto. Quella di Anne è un abito suntuoso. C’è l’odio-amore per la madre, la perdita traumatica di una zia amica e complice, l’innamoramento, la vita domestica, la maternità, il senso d’inadeguatezza, la sofferenza che diventa insopportabile, la scoperta di sé nella relazione analitica, la presa di coscienza attraverso la scrittura, il successo, il contraccolpo e, ancora sempre di nuovo, il senso d’inadeguatezza, i tentativi di suicidio, l’ospedale psichiatrico, la dipendenza dalle persone e dai farmaci, le amiche che le stanno vicine, il bisogno coatto di piacere, il bisogno di essere amata, la madre che muore di cancro, le figlie che diventano grandi, il marito che non ce la fa più, il divorzio, la solitudine nella casa da cui gli altri sono andati via… La biografa c’informa che la sua protagonista indossò, per morire, una vecchia pelliccia della madre, e commenta la sua fine con una strana immagine: “Alla sua famiglia, frantumata dal divorzio, la morte della Sexton sembrò la fine di un lungo assedio”. Così la commenta, per parte sua, Juliet Mitchell in Pazzi e Meduse: “L’isterico non può ammettere che la morte sia assoluta: questo rifiuto ad accettare l’assenza di significato della morte è manifesto nel suicidio della poetessa Anne Sexton (un’isterica conclamata)”. Ma quest’assenza di significato, chiedo, è vera per tutti? è vera anche per le poetesse? Anne Sexton ha tentato che non lo fosse e a me pare, sarò anch’io un’isterica, che ci sia riuscita… “There is hope. There is hope everywhere. I bite it”, canta in Snow: “C’è speranza. C’è speranza ovunque. Io l’addento”. “My death the same”, la mia morte tale e quale, scrive a commento della storia di Giona, il personaggio biblico mangiato e poi sputato dalla balena, in una poesia che s’intitola Making a Living (Guadagnarsi da vivere).

Serena Fuart

Quando l’ho comprato pensavo fosse un giallo, sarebbe stato il primo che leggevo ambientato nella mia città.
Ma subito, fin dalle prime pagine, ho intuito che del giallo c’era solo la struttura che la scrittrice triestina, Giuliana Iaschi, ha usato come sfondo per dar voce a qualcosa che portava dentro di sé.
Scivolai allora lentamente nella lettura lasciandomi immediatamente coinvolgere dalle descrizioni della città, forti ed evocatrici dell’antropologia, della cultura e tradizione del posto.
Mi sono sentita sprofondare dentro il cuore di Trieste, questo bizzarro luogo, percepito dagli abitanti come stato a se stante, fuori dall’Italia e dal mondo, città nei cui confini si rinchiudono l’inizio e la fine della storia dell’umanità.
Mai come in quelle descrizioni ho sentito così forti le barriere psicologiche e fisiche della mia città d’origine, dentro cui si consumano esperienze e vite, tutto come all’interno di un mondo dentro un mondo, dove al di fuori nessuno può capire mentre all’interno è davvero tutto quasi scontato.
Aspettando il delitto entravo nella trama, nella triste storia d’amore di due persone comuni, così sofferenti e così tangibili, sembrava quasi dovessi incontrarli per strada. Mi lasciavo coinvolgere dal loro dolore che sentivo, provavo come fosse sulla mia pelle, sembrava scrutassi le loro vite dalla finestra di un bus. Solo dopo essermi imbattuta nella loro realtà, solo allora, tra le righe del romanzo, si insinua un misterioso delitto, che, coinvolgendo inaspettatamente i due protagonisti, segna definitivamente il loro destino. Ma a quel punto di quel delitto me ne importava ormai poco. Piuttosto mi coinvolgeva il logorarsi del loro rapporto che un enigmatico quanto lontano omicidio turbava ulteriormente.
L’originalità che obiettivamente colpisce è il capovolgimento dello sfondo di quello che si può definire un romanzo giallo: il delitto non è il cuore del romanzo ma ne è lo sfondo e il romanzo diviene così una sorta di finestra sulla vita: affacciandomi, ho sentito fino in fondo la sensazione di imprevedibilità dell’esistenza che l’autrice vuole comunicare.
La misteriosa morte di un antiquario triestino coinvolge inaspettatamente Gigliola e Roberto, due amanti da anni, ex compagni di studi, ora professionisti affermati. Hanno condiviso tutto, la passione sembra essere ancora forte, hanno tante, troppe cose in comune. L’omicidio di via Malcanton non li riguarderebbe affatto se tra i sospettati non vi fosse Antonia, paziente di Roberto, suo terapeuta da anni, che da anni ama e seduce affascinandolo e coinvolgendolo. Questo delitto non farà altro che alimentare una passione da sempre esistita e tenuta forzatamente a bada, unendo tragicamente il medico alla sua paziente.
Roberto non riuscirà a far prevalere il senso di realtà: ai suoi occhi Antonia cesserà di essere portatrice di un disagio profondo, di una sofferenza incurabile, l’attrazione cieca lo porterà a vedere tutti i lati enigmatici di chi, come lei, sa di avere un destino segnato. Antonia, pur non sapendosi districare tra i cavilli legali non chiederà l’aiuto del suo terapeuta ma lo riceverà prontamente.
E Gigliola, negando volutamente a se stessa una realtà che intuiva ogni giorno di più, aiuterà il suo compagno finché l’evidenza spezzerà l’ultimo filo di speranza di recuperarne l’ amore.
La passione forte e distruttrice supererà i confini professionali e annienterà ogni germoglio d’amore e di vita, trascinando Antonia verso la sua fine. Gigliola lascerà Roberto, e lui, ritrovatosi in una forzata e pietosa solitudine, non potrà impedirsi di fare i conti con il suo fallimento di uomo e medico.
Il mistero del delitto troverà in quel momento la sua soluzione, in un clima di amarezza e consapevolezza del vuoto profondo che accompagna la nostra esistenza e segna la fine di tutte le cose
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Natalia Robusti

Due mondi – e io vengo dall’altro” – scrive Cristina Campo.
Come se i mondi evocati fossero ben più di due, e uno di questi fosse tutto suo; il mondo terzo di colei che guarda l’uno e l’altro con perfetta, eguale, iper-reale limpidezza di sguardo. È il mondo di Cristina (Vittoria Guerrini il suo vero nome) che scrive con perfetta, unica – quasi sovrannaturale – limpidezza di voce.
D’altra parte è lei stessa, nel prologo al suo libro Gli imperdonabili, edito da Adelphi, a scriverlo: “Pure, con diversi pretesti e sotto vari colori, mi sembra che il libro ripeta da un capo all’altro un unico discorso (…) un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, ‘una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile’“.
E dopo tanti anni, anni in cui il visibile è divenuto onnipresente oltre che onnipotente, provo lo stesso conforto nel leggere questo libro, o meglio, nell’averlo tra le mani; perché io, in questo mondo, non ho mai finito di leggerlo.
In tutto avrò letto poco più della metà delle sue pagine, a caso qua e là. E’ però consumato come se l’avessi fatto decine di volte, ed è spesso sottolineato.
Ogni tanto ci riprovo: apro una pagina a caso e ogni volta rimango incollata alle prime frasi lette, incapace di separarmene, di avanzare e leggere oltre.
Rimango ancorata a quello che dice e a come lo scrive: “Non è il sogno a fermarci e tanto meno il risveglio; è il ‘non licet’ della pienezza sovrabbondante, la quasi mortale felicità dello sguardo senza possesso.”
La sensazione è che proprio lì, dove io arrivo con il fiato corto, come al termine di una salita, lì dove poteva esserci una pausa, una sosta se non proprio la conclusione di qualcosa, da quel punto preciso Cristina Campo parte, inizia, e lo fa con una rapidità, accuratezza e determinazione inesorabili.
E’ una dimensione verticale in cui anziché alla caduta nell’abisso poetico (mi viene in mente solo un’altra voce capace di questo effetto: Marina Cvetaeva) la parola procede a un’ascesa repentina, quasi istantanea: due parole, tre al massimo.
La cosa stupefacente è che non si tratta di versi, aforismi o poesie, ma di brani in prosa; a volte veri e propri saggi brevi.
C’è una furia fanciullesca tenuta con una briglia cortissima, nelle sue parole, una fede incrollabile eppure capace di tentennare al minimo scarto incontrato, non certo per cambiare direzione, piuttosto per fissarla in maniera più nitida: “niente di più immobile di una freccia in volo.
Il risultato è che a ogni possibile intoppo, a ogni ostacolo, la parola e il pensiero che si muovono all’interno del testo si fanno più affilati, dettagliati e precisi. Direi acuminati.
Ed è ancora lei, nel citare un poeta di cui non fa il nome, a illuminare sotto un cono di luce bianca, abbagliante, il tentativo incessante di una vita dedicata a una sola, irraggiungibile meta: “Sottrarsi al gioco delle circostanze affinché nulla ci raggiunga, fuorché l’inevitabile.”
Le circostanze sono vuoto scialacquio di tempo, inutile sotterfugio che a nulla conduce. Inevitabile è la perdita. Impossibile – sembra – sottrarsi ad essa. Conviene dunque, in attesa che ci raggiunga, concentrarsi su questo e questo soltanto.
Cristina Campo parte da qui.
Oltrepassa le leggi della necessità, dell’ovvietà e anche della ragione combattendole sul loro stesso piano, sull’identico loro terreno, con una serie inarrestabile di parole che, come postulati matematici, avanzano in funzione della proprietà transitiva, ed enunciano una sola, ipnotica e conclusiva formula: è dato ciò che è dato ed è aggiunto ciò che è tolto.
La bellezza – l’amore, la quiete, la passione – è guardata, abbracciata e lasciata due volte, al di là di ogni ragionevole dubbio: nell’attimo della sua apparizione e nell’attimo della sua perdita: “Sono, in realtà, occhi eroici. Hanno guardato la bellezza e non ne sono fuggiti. Hanno riconosciuto la sua perdita sulla terra, e in grazia di ciò l’hanno guadagnata alla mente.
E se in questo nucleo sta la sua presunta, imperdonabile e proclamata colpa – poiché per non essere perdonati occorre innanzitutto essere colpevoli di qualcosa – l’accusa si ribalta in difesa.
In difesa degli occhi, ancor prima che della voce; dei suoi occhi di bambina sana e intatta, che guardava dalla finestra di casa decine di persone storpiate dalla malattia, ospiti del reparto di ortopedia dell’Ospedale Rizzoli di Bologna in cui la sua famiglia viveva; dei suoi occhi di bambina intatta eppure ammalata, sin dal grembo materno, per un grave difetto cardiaco.
In difesa – soprattutto – di quanto i suoi occhi sapevano e potevano vedere: quel “guadagno” della bellezza su questa terra che, a prescindere da qualsiasi perdita, subìta o prossima, è in ogni modo – in ogni mondo – grazia, “pienezza sovrabbondante”, possibilità di perdono… “La bellezza, innanzi tutto (…) l’animo grande che ne è radice e l’umor lieto.
La potenza della bellezza, dunque, è affiancata alla bellezza della bontà; e questo in una donna intransigente (si capisce bene in certe parti del libro) e immagino anche sprezzante, che si esprimeva con parole perfette e compiute, comunque gentili e aggraziate, attenta com’era, nel modulare le proprie parole, a un uso limitato della forza, là dove se ne avverte una notevole, determinante e consistente presenza.
Era difatti – come ho letto nella sua recente biografia – una donna per molti aspetti tormentata, che sapeva tuttavia restare calma nel momento della calamità…
E non faccio fatica a crederlo: Finalmente il ciclone! – credo si sarà detta, perchè lei, consapevole, ne era l’occhio.
Inutile sottolineare ulteriormente che tutta una vita così vissuta non poteva che portare le sue conseguenze, ma è impossibile ignorare ciò che nel leggere questo libro si sente in sottofondo tra le pagine: il ritmo inarrestabile e tachicardico del suo cuore.
Il microrombo – labile tuono in lontananza – di un respiro che stenta a stare dietro al passo, e il passo che invece di fermarsi in quel punto, in quel luogo a maggior ragione di approdo, non si ferma, ma da lì spicca un balzo, incurante delle ammonizioni.
In nome della legge prima, sia di Cristina che di Vittoria: “che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?

Nel 1937 la BBC mandò in onda una serie di conversazioni dal titolo “Le parole mi sfuggono”, il 20 aprile venne trasmesso l’intervento di Virginia Woolf, che possiamo riascoltare andando al sito:
http://atthisnow.blogspot.com/2009/06/craftsmanship-virginia-woolf.html
Qui riportiamo la traduzione in italiano fatta da Valentina Dolciotti e Silvia Giordano e in fondo la versione in inglese

… parole, le parole inglesi sono piene di echi, di memorie, di associazioni.
Sono state in giro e hanno circolato sulle labbra della gente, nelle loro case, nelle strade, nei campi per così tanti secoli. Ed è proprio quella una delle principali difficoltà nella scrittura di oggi – che le parole sono ammassate con altri significati, con altre memorie, e contratto matrimoni tanto celebri nel passato. La splendida parola “vermiglio” per esempio – chi potrebbe farne uso senza ricordare gli “innumerevoli mari”? Una volta, certamente, quando l’inglese era una lingua nuova, gli scrittori potevano inventare nuove parole, adoperarle. Oggigiorno è abbastanza facile inventare parole nuove – salgono sulle labbra ogni volta che abbiamo una nuova visione o proviamo una nuova sensazione – ma non possiamo servircene a causa del lungo retaggio della lingua inglese. Non è possibile usare una parola nuova di zecca all’interno di una lingua antica per l’ovvio e misterioso fatto che una parola non è un’entità a se stante, ma parte di altre parole. In realtà non è parola fino a quando non diventa parte di una frase. Le parole appartengono le une alle altre anche se, certamente, solo un grande poeta sa che la parola “vermiglio” appartiene a “innumerevoli mari”. Combinare parole vecchie con parole nuove è fatale per la costituzione della frase. Per utilizzare propriamente nuove parole bisognerebbe inventare un intero nuovo linguaggio; e questo, sebbene lo approfondiremo, non riguarda per ora la nostra indagine. Nostro interesse è vedere quel che possiamo fare con il vecchio inglese per quello che è. Come possiamo combinare le vecchie parole in nuovi ordini così che sopravvivano, così che creino bellezza, così che dicano la verità? Ecco la domanda.
E la persona che sapesse rispondere a questa domanda meriterebbe qualsiasi corona di gloria che il mondo abbia da offrire. Pensate cosa potrebbe significare se voi poteste insegnare, o se poteste apprendere l’arte della scrittura. Perché, ogni libro, ogni quotidiano che aprireste, direbbe la verità, o creerebbe bellezza. Ma detto ciò, tuttavia si porrebbero, comparirebbero inevitabilmente degli ostacoli lungo la via, un impedimento nell’insegnare le parole. Eppure in questo momento almeno un centinaio di professori stanno tenendo una lezione sulla letteratura passata, almeno un migliaio di critici stanno commentando letteratura del presente, e centinaia su centinaia di giovani uomini e donne staranno sostenendo esami in letteratura inglese a pieni voti, e ancora – scriviamo meglio, leggiamo meglio di come abbiamo letto e scritto quattrocento anni fa quando noi eravamo senza senso critico, senza conferenze, senza istruzione?
La nostra moderna letteratura georgiana è una toppa su quella elisabettiana? Dunque, a chi daremo la colpa? Non ai nostri professori; non ai nostri critici; non ai nostri scrittori; ma alle parole. Sono le parole che vanno incolpate. Sono le più selvagge, le più libere, le più irresponsabili e meno educabili fra le cose. Naturalmente le puoi acchiappare e classificare e piazzarle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari; loro vivono nella mente. Se volete una prova di questo, considerate quanto spesso in momenti di emozione, quando abbiamo più bisogno di parole non ne troviamo nessuna. E il dizionario c’è, a nostra disposizione sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma le sappiamo usare? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. Guardate ancora una volta ai dizionari. Lì, al di là di ogni dubbio giacciono opere ancora più splendide di Antonio e Cleopatra, poesie più amabili di Ode all’usignolo, novelle davanti alle quali Orgoglio e Pregiudizio e David Copperfield sono grossolani pasticci da dilettante. È solo questione di trovare le parole giuste e metterle nell’ordine esatto. Ma non possiamo farlo perché non vivono nei dizionari; vivono nella mente. E come vivono nella mente? Variamente e stranamente, come molti degli esseri umani vivono gironzolando qui e là, innamorandosi, accompagnandosi. È vero che loro sono molto meno legate da cerimonie e convenzioni di quanto siamo noi. Parole regali si accoppiano con le comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, parole tedesche, parole indiane, parole nere, se gli viene il ghiribizzo. In verità quanto meno noi indaghiamo nel passato della nostra cara Madrelingua Inglese meglio sarà per la reputazione di quella signora. Perché è diventata una bella passeggiatrice.
Così porre qualsiasi legge per delle così incorreggibili vagabonde è peggio che inutile. Poche insignificanti regole di grammatica e di ortografia sono tutti i vincoli che possiamo porre loro. Tutto quello che possiamo dirne – mentre le sbirciamo da sopra l’orlo di quella profonda, nera e solo a intermittenza illuminata caverna nella quale vivono – tutto quello che possiamo dirne è che sembrano preferire le persone che pensano prima di usarle, e che sentono prima di usarle, ma pensare e sentire non a loro, ma a qualcosa di diverso. Sono molto sensibili, facilmente intimidite. Non amano che la loro purezza o impurezza venga discussa. Se fondate un’associazione per l’inglese puro, loro vi mostreranno il loro risentimento fondandone un’altra per l’inglese impuro – da qui l’innaturale violenza di gran parte del linguaggio moderno; è una protesta contro i puritani. Loro sono molto democratiche, anche; loro credono che una parola sia tanto buona quanto un’altra; le parole maleducate sono buone quanto le parole educate, le parole incolte sono buone quanto le parole colte, non ci sono ranghi o titoli nella loro società. Nemmeno amano essere sollevate con la punta del pennino ed esaminate separatamente. Stanno insieme, in frasi, paragrafi, talvolta per intere pagine contemporaneamente. Loro detestano essere utili; detestano fare denaro; odiano tenere conferenze pubbliche. In breve, detestano qualsiasi cosa che le marchi con un significato o che le confini a una posa, perché è la loro natura cambiare. Forse quella è la loro caratteristica più sorprendente – la loro necessità di cambiamento. È perché la verità che cercano di catturare ha tanti lati, e la trasmettono rimanendo sfaccettate, illuminando prima in un modo poi nell’altro. Così loro significano una cosa per una persona, un’altra cosa per un’altra persona; loro sono inintelligibili a una generazione, chiare come la luce del sole alla successiva. Ed è a causa di questa complessità, questo potere di significare differenti cose per differenti persone, che loro sopravvivono. Forse allora una ragione per cui non abbiamo grandi poeti, novellisti o critici letterari oggi è che ci rifiutiamo di lasciare alle parole la loro libertà. Le fissiamo a un significato solo, il loro significato vantaggioso, il significato che ci permette di prendere il treno, il significato che ci permette di passare gli esami…

Transcript in English:

…Words, English words, are full of echoes, of memories, of associations. They have been out and about, on people’s lips, in their houses, in the streets, in the fields, for so many centuries. And that is one of the chief difficulties in writing them today – that they are stored with other meanings, with other memories, and they have contracted so many famous marriages in the past. The splendid word “incarnadine,” for example – who can use that without remembering “multitudinous seas”? In the old days, of course, when English was a new language, writers could invent new words and use them. Nowadays it is easy enough to invent new words – they spring to the lips whenever we see a new sight or feel a new sensation – but we cannot use them because the English language is old. You cannot use a brand new word in an old language because of the very obvious yet always mysterious fact that a word is not a single and separate entity, but part of other words. Indeed it is not a word until it is part of a sentence. Words belong to each other, although, of course, only a great poet knows that the word “incarnadine” belongs to “multitudinous seas.” To combine new words with old words is fatal to the constitution of the sentence. In order to use new words properly you would have to invent a whole new language; and that, though no doubt we shall come to it, is not at the moment our business. Our business is to see what we can do with the old English language as it is. How can we combine the old words in new orders so that they survive, so that they create beauty, so that they tell the truth? That is the question.

And the person who could answer that question would deserve whatever crown of glory the world has to offer. Think what it would mean if you could teach, or if you could learn the art of writing. Why, every book, every newspaper you’d pick up, would tell the truth, or create beauty. But there is, it would appear, some obstacle in the way, some hindrance to the teaching of words. For though at this moment at least a hundred professors are lecturing on the literature of the past, at least a thousand critics are reviewing the literature of the present, and hundreds upon hundreds of young men and women are passing examinations in English literature with the utmost credit, still – do we write better, do we read better than we read and wrote four hundred years ago when we were un-lectured, un-criticized, untaught? Is our modern Georgian literature a patch on the Elizabethan? Well, where then are we to lay the blame? Not on our professors; not on our reviewers; not on our writers; but on words. It is words that are to blame. They are the wildest, freest, most irresponsible, most un-teachable of all things. Of course, you can catch them and sort them and place them in alphabetical order in dictionaries. But words do not live in dictionaries; they live in the mind. If you want proof of this, consider how often in moments of emotion when we most need words we find none. Yet there is the dictionary; there at our disposal are some half-a-million words all in alphabetical order. But can we use them? No, because words do not live in dictionaries, they live in the mind. Look once more at the dictionary. There beyond a doubt lie plays more splendid than Antony and Cleopatra; poems lovelier than the Ode to a Nightingale; novels beside which Pride and Prejudice or David Copperfield are the crude bunglings of amateurs. It is only a question of finding the right words and putting them in the right order. But we cannot do it because they do not live in dictionaries; they live in the mind. And how do they live in the mind? Variously and strangely, much as human beings live, ranging hither and thither, falling in love, and mating together. It is true that they are much less bound by ceremony and convention than we are. Royal words mate with commoners. English words marry French words, German words, Indian words, Negro words, if they have a fancy. Indeed, the less we enquire into the past of our dear Mother English the better it will be for that lady’s reputation. For she has gone a-roving, a-roving fair maid.

Thus to lay down any laws for such irreclaimable vagabonds is worse than useless. A few trifling rules of grammar and spelling is all the constraint we can put on them. All we can say about them, as we peer at them over the edge of that deep, dark and only fitfully illuminated cavern in which they live – the mind – all we can say about them is that they seem to like people to think before they use them, and to feel before they use them, but to think and feel not about them, but about something different. They are highly sensitive, easily made self-conscious. They do not like to have their purity or their impurity discussed. If you start a Society for Pure English, they will show their resentment by starting another for impure English – hence the unnatural violence of much modern speech; it is a protest against the puritans. They are highly democratic, too; they believe that one word is as good as another; uneducated words are as good as educated words, uncultivated words as good as cultivated words, there are no ranks or titles in their society. Nor do they like being lifted out on the point of a pen and examined separately. They hang together, in sentences, paragraphs, sometimes for whole pages at a time. They hate being useful; they hate making money; they hate being lectured about in public. In short, they hate anything that stamps them with one meaning or confines them to one attitude, for it is their nature to change.

Perhaps that is their most striking peculiarity – their need of change. It is because the truth they try to catch is many-sided, and they convey it by being many-sided, flashing first this way, then that. Thus they mean one thing to one person, another thing to another person; they are unintelligible to one generation, plain as a pikestaff to the next. And it is because of this complexity, this power to mean different things to different people, that they survive. Perhaps then one reason why we have no great poet, novelist or critic writing today is that we refuse to allow words their liberty. We pin them down to one meaning, their useful meaning, the meaning which makes us catch the train, the meaning which makes us pass the examination…