Liliana Rampello
Bisogna dare atto alla testardaggine con cui Federica Sossi ha lavorato sulla politica e sulla lingua con cui si può affrontare il tema dell’immigrazione oggi in Italia, continuando a raccontare l’inferno dei famosi CPT (Centri di permanenza temporanea e assistenza) che lei chiama centri di detenzione, lager (e così ora sono in tanti a chiamarli, dopo di lei) visto che lì ci finisce non chi ha commesso dei reati, ma chiunque metta piede sul nostro suolo patrio da clandestino (ammesso che non sia prima morto in mare per naufragio della carretta che lo trasportava), privato di qualunque diritto, anche del più elementare, quello di essere un essere umano.
Dopo un primo libro, Autobiografie negate (manifestolibri,2002), Federica ora torna con Storie migranti, una serie di racconti che ci parlano di questa particolare tragedia del nostro presente, e lo fa appunto scegliendo ancora una volta di mettersi in gioco insieme alle storie che racconta, sottraendosi a qualunque sguardo disciplinare che si presuma innocente o neutrale rispetto al proprio oggetto.
E’ una lettura importante, avvincente, che vive di persone in carne e ossa, cui viene rubato un gesto, un colore, un tratto umano che lì riassume un intero destino. Da Belgrado alla Sicilia, tutto il Mediterraneo viene investito dalle voci di questi Altri/e che bisogna saper guardare da vicino, per poterli vedere. Questo sguardo di Federica li mette finalmente sotto i nostri occhi, attraverso una scrittura che fa intendere l’oltre, il di più di ogni singola vita, della vita di tutti quelli che la categoria “immigrati” violenta con la sua stessa pretesa riassuntiva, fino a che possiamo persino negarne l’esistenza o registrarla solo attraverso la nostra paura, il nostro bisogno di sicurezza. Questa paura e questi bisogni non vanno ignorati, ma capiti, e li si può capire solo alla luce vicina della relazione viva con chi altro patisce e vive.
Annarosa Buttarelli
Un altro libro che ci parla della vita e delle opere di Virginia Woolf può avere la capacità di stimolare ancora l’interesse di lettori e lettrici, magari appagati dall’eccezionale bravura della loro autrice preferita? Sì, ma a condizione che il nuovo libro compia almeno una mossa inedita e stupefacente, in grado di mostrare una pratica di lettura mai tentata sui testi della Woolf. Liliana Rampello, autrice del vibrante Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura, è colei che compie la mossa inaugurale di un nuovo percorso e rilancia la grande potenzialità ermeneutica che il taglio della differenza sessuale offre per rileggere i testi anche letterari, specialmente quelli che nascono già coscientemente segnati dalla differenza (e le pagine di Virginia Woolf lo sono).
Già da alcuni anni Liliana Rampello tiene i suoi e le sue studenti di Estetica dell’Università di Bologna in compagnia con la prediletta Virginia, ma il volume che le dedica è ancora intensamente scaldato dalla felicità della scoperta. Quale? L’aver trovato un varco nella tradizione critica (in gran parte femminista) per strappare via l’amata scrittrice dalla sua fama di donna soprattutto segnata tragicamente dalla fine per suicidio, e anche dall’inizio, da una vita ferita da alcune notevoli sventure. Rampello trova convincentemente su tutti i testi della Woolf – testi, cui resta attaccata “come una formica” – il sentiero luminoso di una donna geniale che canta continuamente la vita e il suo affascinante mistero, concretamente percepibile, per così dire, nei singolari e minuscoli accadimenti che entrano negli istanti del mondo.
La mossa potente di Rampello è, per l’appunto, quella di rimettere le radici della scrittura di Virginia Woolf in un terreno non avvistato dagli approcci critici condizionati da filtri disciplinari, canonici o piegati da esigenze didascaliche, siano esse psicoanalitiche, letterarie, stilistiche, sociologiche, ecc. Il terreno è quello della fedeltà all’esperienza differente di una donna, raffinata intellettuale eppure capace di sovvertire l’ordine delle priorità consolidate culturalmente: per lei, ora, tutto ha inizio dal sentire e dal movimento delle emozioni che diventano il ponte imprescindibile per comunicare con tutto e tutti; tornano ad essere, infine, l’unico ambiente in cui si può pensare veramente e bene.
Virginia Woolf fuoriesce, dunque, dai confini della scrittura romanzesca e saggistica, conosciuti nella sua epoca, non per assecondare pulsioni avanguardistiche e per consueto narcisismo artistico, ma per trovare la voce adeguata all’inaudita materia del suo voler scrivere; una voce e una forma non solo soddisfacenti espressivamente, ma con la forza necessaria per provocare spostamenti, accendere conflitti, offrire letture controcorrente delle cose che accadono.
La materia della scrittura di Virginia Woolf – dice Liliana Rampello – proviene dalla vita di una donna gioiosa, con tutti i sensi aperti verso il mondo interno/esterno, con una vertiginosa propensione relazionale verso ogni cosa che c’è, vissuta nella sua alterità e nel suo splendore, quand’anche fosse progressivamente oscurato dalle offese del tempo e della storia. Così La signora Dalloway, Al faro, Tre ghinee, Una stanza tutta per sé, Flush, lettere, pagine dei Diari, scorci letterari, ecc., ci vengono restituiti da Rampello come testi in cui ciò che è detto e narrato è sempre la verità delle cose come sono, delle relazioni umane come sono, del rapporto-conflitto tra i sessi com’è. Siamo guidati a capire, quasi passo passo, come ha fatto una grande scrittrice ad arrivare là dove quasi mai sanno arrivare i grandi filosofi: fare esperienza della segreta armonia della vita quotidiana e sapere metterla in parole appropriate, belle e precise. Ma c’è di più. Nel nuovo libro di Rampello si scorge con una certa chiarezza l’avvento di un nuovo modo di scrivere di letteratura. Leggiamo qualche cosa che non è più la critica così come la conosciamo, è scrittura dell’esperienza di una relazione con un’autrice, attraverso i testi, non più misconosciuta, sublimata o amputata dal fatto evidente che si tratta di una relazione incarnata, personale si direbbe. Leggiamo le pagine consapevoli che si tratta della ri-creazione del mondo attraverso la trasformazione avvenuta in colei che scrive: trasformazione operata, certo, dal legame magistrale con Virginia Woolf, ma anche grazie ad un atto di empatia, se intendiamo correttamente “empatia” come percezione esatta della vita differente dell’altro e dell’altra.
Nel Canto del mondo reale, si intravede, insomma, un orizzonte nuovo per una scrittura più libera di quanto il nome “critica” preveda. Senza contare il fatto che Liliana Rampello regala, per l’appunto, momenti perfetti di scrittura tout-court e, in questo modo, porta noi insieme a lei a divenire capaci della bellezza dei testi di Virginia Woolf, bellezza senza la pratica della quale nessun segreto può dirsi veramente rivelato o rivelabile.
Letizia Artoni
“Un’ora sola ti vorrei” è il titolo di un bel film documentario presentato al Festival del Cinema di Locarno nel 2002 e da poco disponibile in dvd la cui autrice, Alina Marazzi , è qui alla sua prima regia.
Dalle notizie reperibili in rete sappiamo che è arrivata a questa prova dopo aver lavorato ad alcuni documentari televisivi a sfondo sociale e come aiuto-regista di Giuseppe Piccioni nei film Fuori dal mondo e Luce dei miei occhi, film che segneranno soprattutto il suo più recente lavoro ‘Per sempre’.
Il film è un viaggio nella memoria personale e collettiva intrapreso dalla regista per avvicinarsi alla madre Liseli, scomparsa prematuramente, dopo una lunga malattia ‘esistenziale’ e da lei conosciuta bambina. Un film delicato realizzato utilizzando l’ abbondante materiale biografico ricavato dai filmini del nonno custoditi ‘nell’ armadio di famiglia’, dai diari e dalle lettere scritte dalla madre, e dalle cartelle cliniche che ci descrivono la sua malattia.
Liseli Marazzi Hoepli, nasce nel giugno del 1938, ‘in una giornata a cielo sereno, con vento’… e ‘in quello che poteva essere un mondo da favola’ ma dal quale si è sentita invece schiacciata. Una madre bella e perfetta, un padre esigente, un marito buono e innamorato, due figli amati, la giovane età, tanta voglia e gioia di vivere ma anche un profondo senso di inadeguatezza su tutto che l’accompagna fino alla fine.
E’ un percorso quasi terapeutico’, quello intrapreso da Alina Marazzi, nato dal bisogno di ricostruire una parte di sè dimenticata, di mettere a fuoco un volto annebbiato nel ricordo, affrontato con timore e passione, e da cui emerge un affettuoso e coinvolgente ritratto di donna.
Dice la regista di aver iniziato questo lavoro con le idee abbastanza confuse, consapevole solo della propria esigenza di sapere, di essersi fidata di un’amica , la montatrice del film, e data come unica regola la massima libertà nello scegliere come e se ‘affondare il più profondamente possibile nei sentimenti’ , e di essere stata alla fine travolta da una gran quantità di emozioni e di bellezza.
‘Come per magia, in un attimo, quella misteriosa e sconosciuta persona proiettata sullo schermo davanti a me era come se fosse viva. In un secondo ero catapultata nel passato, all’epoca in cui viveva mia madre conosciuta poco e molto dimenticata’.
Parole importanti, dette a conferma di immagini che non lasciano dubbi su legame che si stabilisce tra loro, a distanza di anni da un evento che avrebbe potuto separarle e che invece le riavvicina.
Fino a sentirla ‘amica’.
Letizia Artoni
‘Un’ora sola ti vorrei’ è la canzone cantata dalla madre al ritorno da un viaggio, un’ora è la durata del film.
Uscita nel 1938, fu considerata irriverente dal regime fascista. Come altri brani dell’epoca, le sue parole si prestavano a un doppio senso riferito al Duce. Da allora ha praticamente accompagnato tute le generazioni riproposta in numerose cover. Tra le interpreti Ornella Vanoni e Giorgia.
La Dolmen Home Video è la casa di distribuzione.
Monica Farnetti
Come si vede, il titolo finisce con una virgola. Ovvero non finisce ma si sospende, per poi continuare dentro ogni pagina e ogni lettera che il libro contiene e riversarvi i suoi tesori. In questa sospensione infatti c’è tutto lo slancio che la scrittura epistolare sempre promette e che in questo caso scoppia più che mai gioiosa e travolgente. Sono, per la maggior parte, lettere della madre alla figlia, ma non mancano alcune risposte di quest’ultima che si chiama Colette anche lei, e che però nonostante il gioco di specchi (che Colette madre instaura impegnandola ben oltre il nome: “Non sei degna di tua madre”, “Non ti ho messa al mondo perché tu diventi una donna qualunque”, “Mi somigli e me ne compiaccio” ecc. – cito a memoria) risulta alla fine dei conti una donna del tutto diversa.
Tranquilla, organizzata, legata alla terra (fa la contadina con passione e provvede, negli anni di guerra, anche al vitto della madre e degli amici e amanti suoi), serena nella sua solitudine (che solo un brevissimo matrimonio sbagliato interrompe), e miracolosamente capace di non risentire del fatto di essere cresciuta senza le cure materne (che vengono prodigate, in sostanza, solo per lettera o poco più), Colette figlia è un “personaggio” bellissimo, e molto importante fra l’altro, come si deduce, per l’equilibrio della madre stessa. E all’altro polo della corrispondenza ecco esplodere lei, la sempre e comunque grande Colette. La donna traboccante d’amore per tutto (umani, bestie, alberi, teatro, scrittura, cinema, cucina, abiti, mare, monti, mondo). La madre che fa i salti mortali per garantirsi e meritarsi l’affetto della figlia.
La scrittrice di romanzi incantevoli dei quali perfino i titoli sono magia (“Il grano in erba”, “La nascita del giorno”, “Il puro e l’impuro”, “Chéri”, “Sido”, ecc.). L’ epistolografa infine la cui scrittura è eccitante, sfrenata, freschissima, bella perché vera e cioè attaccata alla vita e capace di volare dalle castagne alla gamba malata alla prima di uno spettacolo a una delusione erotica a una gioia intima. Con una scrittura che tiene fisicamente insieme tutto, che si fa scuola in questo senso e
che ci lascia piene di gioia e di gratitudine.
Bianca Pitzorno
Bianca Pitzorno è così brava che solo a lei permettiamo di saltare la nostra regola aurea: poche righe che dicono perché un libro ci è piaciuto. Ma noi non siamo scrittrici e lei sì, dunque viva la differenza!
Le biografie dei personaggi famosi possono dividersi in due categorie: quelle malevole, in cui il biografo cerca di ‘smontare’ il mito del personaggio mostrandone la quotidianità nei suoi aspetti più sordidi, e quelle dettate dalla simpatia e dal desiderio di riabilitazione.
Marta Boneschi, fine indagatrice del costume italiano femminile dell’ultimo secolo, in questa sua prima biografia simpatizza e parteggia appassionatamente per la donna oggetto della sua accuratissima ricerca. E ricostruendo la vita di Giulia Beccaria, figlia del filosofo Cesare (autore del celebre trattato ‘Dei delitti e delle pene’) e madre di Alessandro Manzoni, ci offre anche uno straordinario quadro di vita milanese a cavallo tra il Sette e l’Ottocento. La Milano galante e ipocrita dei matrimoni combinati e dell’adulterio tollerato nella figura del cicisbeo, della aristocrazia bigotta e dei filosofi illuministi, delle ‘Accademie’, della amministrazione austriaca e dall’entusiasta intermezzo napoleonico.
Di Giulia ci aveva già raccontato Natalia Ginzburg nel suo ‘La famiglia Manzoni’, una biografia familiare che rientra nella categoria di quelle malevole. Giulia vi appariva già anziana, bigotta, fanatica e prepotente matriarca, e, come il suo più illustre figlio, non suscitava la simpatia del lettore.
Marta Boneschi ci racconta invece la vita della sua eroina fin dalla nascita e ce la rivela intelligente, sincera e appassionata; vittima sacrificale degli illustri parenti maschi colti e illuminati, che in teoria sostenevano l’emancipazione femminile e in pratica negavano libertà e dignità alle donne di casa.
Due famiglie eccellevano in quegli anni a Milano, per l’antico sangue aristocratico e per il pensiero libero e innovatore dei membri più giovani: i Verri e i Beccaria. Il libro è anche la storia di queste due famiglie e del contrasto tra i ‘vecchi’ avari e retrogradi e i giovani proiettati verso il futuro e insofferenti di tutele e di censure.
Cesare Beccarla, giovanissimo, fugge di casa per sposare una ragazza non gradita ai suoi, e solo l’intervento dell’amico Pietro Verri convince il vecchio marchese padre a non diseredarlo e a riaccoglierlo in famiglia. La primogenita di questo matrimonio d’amore viene chiamata Giulia in onore della roussoiana ‘Julie’, ma passato il primo entusiasmo dei genitori viene trascurata e poi dimenticata in convento fino all’età di diciotto anni. Appena uscita dal convento Giulia si innamora di Giovanni Verri. Lei un’ingenua diciottenne, lui un cinico libertino trentaseienne che non ha alcuna intenzione di sposarla. Cesare Beccarìa infatti, che ha un’altra moglie e un erede maschio, vuole sì liberarsi dal fastidio di questa ragazza troppo vivace e spontanea, ma senza darle la dote necessaria a un buon matrimonio. Vengono così combinate in gran fretta le nozze tra Giulia e il conte Pietro Manzoni, più vecchio di suo padre e notoriamente impotente. Giusto in tempo perché il frutto della relazione tra Giulia e Giovanni Verri nasca all’interno della sacra istituzione del matrimonio.
La vita matrimoniale per Giulia è un inferno, ma troppo sincera per prendersi un cicisbeo, come il costume le avrebbe consentito, dopo dieci anni la giovane donna chiede e ottiene la separazione, suscitando grande scandalo. Adesso è povera, isolata, sola. Giovanni da tempo si è allontanato, il bambino è in collegio, lei ha compiuto trent’anni… Ma a questo punto un colpo di fortuna illumina la vita della nostra eroina. Io scapolo più ricco, più nobile, più bello, più intelligente e generoso di Milano la incontra, la apprezza, se ne innamora. E’ Carlo Imbonati, l’allievo prediletto, il ‘garzon bellissimo’ cantato dell’abate Parini. Poiché, non essendovi il divorzio, Giulia non può risposarsi, i due non più giovanissimi innamorati sfidano l’opinione pubblica vivendo more uxorio e dopo qualche tempo si trasferiscono a Parigi, dove frequentano le persone più interessanti, colte e illuminate della capitale francese. Questo è per Giulia uno straordinario intermezzo di felicità, crudelmente interrotto, dopo tredici anni, dalla morte improvvisa di Carlo, che però anche questa volta ha sfidato le usanze lasciando in eredità alla ‘speciale ed unica amica’ l’intero, enorme patrimonio, che renderà Giulia finalmente ricca e libera del suo destino e permetterà ad Alessandro Manzoni di dedicarsi per tanti anni a scrivere e riscrivere I Promessi Sposi, senza preoccupazioni finanziarie. Da questo momento Giulia si dedica interamente al figlio e alla sua sempre più numerosa figliolanza. I suoi ultimi anni saranno rattristati dai contrasti con la seconda nuora, dai lutti familiari, dai rigori di una religione troppo severa.
Ma al lettore resta l’immagine di una giovane donna spontanea e appassionata, tenace nei suoi affetti, colta e curiosa, che combatte per tutta la vita la tirannia maschile familiare e che viene premiata da un amore eccezionale per i suoi tempi (e forse anche per i nostri). Un amore che le tributa apprezzamento per le sue doti morali e intellettuali, che le riconosce, alla lettera, pari dignità.
Riccarda Novello
“A Porciano la giovane non aveva che nemici. … Più recisi e convinti s’erano mostrati il medico condotto e il farmacista, che avevano ricordato anche i suoi meriti durante l’epidemia di colera, la sua generosità, la sua dedizione: ma costoro erano uomini istruiti, illuminati e riservati, un’esigua, insignificante minoranza…” Per inesperienza delle cose del mondo e ingenua sprovvedutezza, la giovane insegnante Italia Donati, nata il primo gennaio del 1863 e scomparsa il primo giugno 1886, cadde vittima di un’infame spirale di malevolenza e invidie, per la sua semplice bellezza, la sua onestà e il desiderio di affermazione personale come maestra comunale. Erano tempi, ammonisce l’autrice Elena Gianini Belotti nelle prime pagine del suo toccante romanzo Prima della quiete, tempi bui, in cui la gente pativa le privazioni estreme, e “l’istruzione doveva apparire un lusso inconcepibile, una pretesa scandalosa, un’ambizione colpevole che suscitava soltanto biasimo.” E, aggiunge puntuale: “Sotto il biasimo covava l’invidia.”
Niente venne risparmiato a una figura dolce e operosa, “immagine di gentilezza e ritrosia, sensibilità e timidezza”: le infami tecniche della diffamazione, del vilipendio, la prepotenza e l’inaudita crudeltà di una comunità pronta a difendere il signorotto locale, costringeranno questa Italia dal nome così simbolico, che sperava di costruirsi un futuro con la fatica, la determinazione, il sacrificio, a una situazione insostenibile di isolamento.
La Gianini Belottiha ripercorso una vicenda drammaticamente reale del nostro Ottocento, e ha trovato la propria necessaria motivazione nella storia della madre, maestra elementare, a cui i familiari avevano riservato solo un’ assoluta incomprensione: “perché nessuno … capiva la fatica tremenda di insegnare in una classe di sessanta scolari, e le buttavano in faccia l’unica vera fatica secondo loro, il lavoro manuale.” Eppure, aggiunge la figlia, “Aveva studiato con accanimento, senza respiro…”
Ben più tragicamente si concluderà l’esistenza di Italia, l’innocente travolta dalle feroci maldicenze, e che il maestro di un tempo ricorderà come “bambina seria e intelligente”.
L’autrice conclude il suo libro con una nota appassionata, ricordando la povera gente massacrata dai nazisti a Fucecchio nel ’44, auspica che la memoria dei martiri del nazifascismo sia conservata e tramandata alle future generazioni, ma sottolinea anche come lo stesso diritto, in passato, non fosse riservato a figure come quelle di Italia, “a una martire del sessismo perché non si dimenticassero gli atroci delitti consumati contro le donne … E perché le donne, venendoli a conoscere, si ribellassero all’ingiustizia.”
Tra le eccezioni, annota, si distinsero Matilde Serao che scrisse per il “Corriere di Roma” un articolo sulla solitudine drammatica di quelle donne coraggiose che affrontavano la via dell’emancipazione, a dispetto di odiose calunnie e malgrado fossero sottoposte alle angherie dei poteri locali, e l’azione illuminata del “Corriere della Sera” che pubblicò numerosi interventi, dimostrando il suo interesse per questa figura femminile, una delle tante di questa Italia ancora arretrata, che pagò un prezzo troppo alto per il desiderio di libertà e autonomia, per la sua intelligenza e dignità.
Grazia Aloi
Usciamo allo scoperto, del resto oggi è di moda.
Aiutati dal sottobosco imperante dell’ingenuo fai-da-te, concediamoci catartiche confessioni pubbliche e private per soddisfare l’urente necessità di fitostimoline terapeutiche.
Salviamoci dai macigni tormentosi del passato che forse nostro non sarebbe se le cose fossero andate diversamente.
Da due a tre e da tre a uno e, a volte, neppure quello.
Saremo mai liberi dalla fune del passato? Come Penelope, illudendo i Proci e aspettando Ulisse.
Ma per fortuna, Ulisse torna e sta con noi.
Come il gioco del cucù, ci-sono-non-ci-sono, ma se capisci che torno, ci-sono.
Oppure, se hai letto del nipotino di Freud, che giocava con il rocchetto aspettando sua madre.
E noi chi aspettiamo? Una madre e una nonna. Comunque una donna che ci voglia bene.
“Ditemi di voi, vi ascolto e vi parlo”: questo sembra dirci Silvia Vegetti Finzi nel suo libro; “vi rispondo, perché io so”. E a quel punto, poco importa se sei figlia di separati o genitore separato; ciò che importa è sapere che c’è un grembo che accoglie il tuo viso e accarezza i tuoi capelli.
Per magia, le oltre 300 pagine si trasformano in delicate dita e in teneri abbracci di morbida lana pronte a volerti bene. E tu, tu che leggi, ne hai bisogno: ti senti dentro a quelle storie, anche se i tuoi genitori non ti hanno lasciata. Hai bisogno di sapere ancora di te, chi sei stata e a nulla valgono le resistenze dell’adultità. Sei di nuovo bambina a guardare le tue paure, ma la tua manina è dentro quella forte e grande di mamma Silvia.
Silvia sorella, Silvia amica, Silvia esperta e fine osservatrice di tenerezze spezzate, di solitudini coniugate, di felicità rammendate, di tormenti assopiti.
Sapienti ricostruttori di noi stessi, impariamo a conoscerci in fotografie, forse ecografie, che nessuno dei nostri ci ha mostrato per disattenzione o per ignoranza, o semplicemente per mancanza di tempo.
Lo sapevamo già: noi esistiamo, però oggi lo sappiamo un po’ di più. Sappiamo che insieme a noi esiste la nostra rivincita sulla sorte. Dee bendate, ci offriamo reciprocamente cornucopie fiorite, l’un l’altra, sapendo che una nemesi storica lavora per noi.
Offriamoci con umiltà al lavacro delle colpe altrui e rinasceremo come robusti bucaneve, pronti ad assumere l’arcobaleno.
Non disperiamoci davanti alla strazio passato: oggi è un’altra epoca e se saremo chiamati alla resa dei conti dell’amore di coppia, non disperdiamo quello che siamo tenuti a dare come genitori.
Ascoltiamo Silvia Vegetti Finzi.
Libro assolutamente da leggere, per saperne un pezzo di più.
L´autrice di “Persepolis” sul nuovo numero di “MicroMega” che esce domani
Ci sono ragazze in minigonna e uomini senza barba e non tutti sono terroristi fanatici. L´opinione pubblica occidentale è troppo spesso preda di luoghi comuni sull´Islam. Quando l´Iraq nel 1980 attaccò l´Iran l´Occidente sostenne Saddam
Noi iraniani eravamo infatti visti come il Male e così dovevamo essere vinti
Marjane Satrapi
Nell´opinione pubblica occidentale si crede che con il termine «musulmano» si possa definire per intero la cultura di un paese. Non si percepisce che l´«islam» è invece solo una delle diverse componenti che costituiscono l´universo culturale di una nazione. Tutti i musulmani hanno la barba lunga, tutti sono dei fanatici e dei terroristi. Tutte le donne sono velate.
L´idea è che, se si è musulmani, non si possa essere niente altro che questo. «Islamico», però, non significa nulla, come non significa nulla «cristiano». In Occidente non ci si rende conto che, considerando la religione islamica come un elemento esclusivo – e totalizzante – si finisce per intendere l´islam esattamente nello stesso modo in cui lo intende bin Laden. In Occidente è inconcepibile che possano esistere donne che, pur essendo musulmane, portino la minigonna; risulta inconcepibile che un uomo musulmano non abbia molte mogli. E inconcepibile, insomma, che possa esistere un musulmano «secolarizzato». Il messaggio che ne consegue è pericolosissimo: i musulmani non sono esseri umani. Diventano una nozione astratta.
Questa visione che l´Occidente ha dell´islam è il segno di una crisi democratica delle stesse società occidentali. Se i musulmani sono percepiti come «non umani», diventa più semplice fare di loro quello che si vuole. Questo è estremamente pericoloso, perché cadono i limiti etici. Le conseguenze le vediamo, e le abbiamo viste. Quando, nel 1980, l´Iraq attaccò l´Iran, tutte le nazioni occidentali, per otto anni, sostennero Saddam Hussein, perché noi iraniani eravamo il Male. I tedeschi arrivarono a vendere a Saddam delle armi chimiche che poi furono effettivamente usate contro di noi. Ci sono molte persone, uomini e donne, che ancora soffrono a causa degli effetti a lungo termine delle armi chimiche.
Nel nostro caso, nessuno si è seriamente posto il problema dell´uso delle armi di distruzione di massa. Per noi poteva non essere presa sul serio la Convenzione di Ginevra. Noi «iraniani» eravamo una nozione astratta. Le azioni dei terroristi kamikaze, d´altra parte, contribuiscono a rafforzare l´idea che i musulmani non sono «come noi». Il musulmano appare talmente diverso da non avere neanche quell´istinto di sopravvivenza che hanno le forme viventi più elementari. I musulmani amano farsi esplodere, e amano uccidere altre persone.
La rivoluzione islamica in Iran non è il risultato di un improvviso impazzimento collettivo, e non è il frutto di una nostra presunta «barbarie». Di ogni fenomeno bisogna ricostruire le ragioni. Il perché. Quello che ho cercato di fare nel mio Persepolis è capire, appunto, perché il mio paese è diventato quello che è adesso. L´informazione in Occidente ci abitua a guardare solo alle conseguenze, dimenticando le cause. Ma se noi non andiamo al «perché» dei fenomeni non riusciremo neanche a fermare gli atti terroristici, ammesso che si sia veramente interessati a fermarli. Spiegare il «perché», però, impone di considerare gli altri a partire da un´analisi razionale, senza accontentarsi, all´opposto, di risolvere tutto ricorrendo, con un salto logico, alla follia e al non umano. Il monoteismo è all´origine di molti dei mali del nostro mondo perché offre la base per ogni dottrina totalizzante, ed è l´origine di ogni modo di pensare «in una sola direzione». O si è da una parte, o dall´altra; e se si è dall´altra, si è al di fuori di tutto.
In Occidente si crede che gli iraniani abbiano improvvisamente fatto la rivoluzione nel 1979, quasi che non avessero niente altro da fare. E stupefacente la rapidità con la quale, da una nozione astratta, si sia stati capaci di passare di colpo ad un´altra nozione astratta. Se prima eravamo la nazione delle Mille e una notte, la nazione dei tappeti volanti, di Soraja, nel 1979, di colpo, siamo diventati dei terroristi. Nel volgere di un attimo, tutto è cambiato. I tappeti volanti sono diventati missili e Soraja è diventata una donna isterica. L´opinione pubblica occidentale non sa, però, che gli iraniani hanno fatto, nello scorso secolo, tre grandi rivoluzioni. Nel 1906 c´è stata la rivoluzione per la monarchia costituzionale. Nel 1951 l´Iran ha nazionalizzato il petrolio, con Mossadeq primo ministro. Finché, nel 1953, sulla base di un accordo di spartizione del petrolio iraniano tra gli americani e gli inglesi, Mossadeq non è stato pugnalato alle spalle.
La rivoluzione del 1979 non era affatto, all´origine, una rivoluzione islamica. Io sono contraria alla rivoluzione islamica. I miei genitori, che hanno fatto la rivoluzione del 1979, non volevano affatto la rivoluzione islamica. Le ragioni della rivoluzione erano ben altre. Nel periodo dello scià non avevamo libertà di parola, e c´era un terribile sistema di controllo dei servizi segreti. A quel tempo, se io fossi andata a scuola a dire che lo scià era un fesso, sarei state espulsa immediatamente. La rivoluzione maturò con la crescita in Iran di una classe media. Era venuto il tempo per noi, allora, di porci questa domanda: dov´è la nostra libertà?
La rivoluzione divenne antioccidentale per altre ragioni. Gli europei, a mio avviso molto più che gli americani, hanno dimenticato quanto male hanno fatto nel mondo. Gli europei, ad esempio, sono convinti che gli «americani» hanno la responsabilità di aver sterminato gli indiani: ma gli «americani» non sono alieni scesi dal cielo. Gli «americani» erano europei. Negli ultimi duecento anni l´Europa è stata straordinariamente attiva in conquiste e violenze. E i popoli, benché non abbiano una vera memoria storica, hanno però una sorta di memoria genetica. L´essere umano dimentica, ma non perdona. Secondo me dovrebbe essere il contrario: si dovrebbe perdonare, ma non dimenticare. Tuttavia, non è questa la natura dell´essere umano. Così, in Iran, molta gente odia gli inglesi, ma non saprebbe dire perché. Per queste ragioni, nell´Iran di allora, la rivoluzione prese un orientamento antioccidentale. Se l´America e la Gran Bretagna non avessero orchestrato il colpo di Stato nel 1953, l´Iran avrebbe esportato la democrazia nella regione, e non, ventisei anni dopo, la rivoluzione islamica. Dopo l´Iran tutti gli altri paesi avrebbero nazionalizzato il petrolio, sarebbe stato l´inizio della democrazia nella regione mediorientale. Questo processo però è stato reciso sul nascere.
In un paese dove metà delle persone non sanno né leggere né scrivere, come era l´Iran nel 1979, far nascere la democrazia era impossibile. Lo scià volle modernizzare la società troppo velocemente. Togliamo il velo e diventeremo moderni! Apriamo casinò, e diventeremo moderni! Il paradosso era che le donne iraniane potevano portare minigonne vertiginose, ma dovevano rimanere vergini fino al matrimonio. Senza rivoluzione sessuale, la minigonna non significa niente. Se una ragazza perdeva la sua verginità, il padre poteva ucciderla. La modernizzazione dell´Iran voluta dallo scià è stata, dunque, estremamente superficiale.
Quando gli islamici presero il potere, si capì subito che stavamo entrando in un´altra dittatura. Ma fu lo scoppio della guerra con l´Iraq a dare il contributo decisivo al rafforzamento della dittatura. Con una guerra ai confini, non è possibile sostenerne un´altra dentro casa. Otto anni di guerra e un milione di morti: la popolazione era completamente esausta e incapace di reagire. Gli attentati dei gruppi di estrema sinistra finirono per dare al regime la giustificazione per un´ulteriore repressione. Non si deve dimenticare che l´Iran e l´Afghanistan confinavano con l´Urss, che l´opposizione in questi due paesi era di sinistra, e che gli americani non volevano che noi diventassimo comunisti.
Ecco perché è sbagliato credere che la gente sia divenuta folle in un giorno. In Iran abbiamo un 15 per cento di esaltati: ma questi non mancano neanche in Europa, dove non è difficile trovare un 15 per cento di fascisti. Basti pensare a quanti sono quelli che in Francia votano per Le Pen. Anche in Italia i fascisti hanno preso il potere nello stesso modo. In ogni angolo del mondo, si trovano percentuali di questo genere. Il nostro problema è che questa minoranza di folli ha le armi, ha il potere. La nostra costituzione è fatta, inoltre, in modo tale che impedisce qualsiasi cambiamento attraverso il voto politico.
Ma su un punto voglio essere chiara. Io non sono tra quelli che dicono che gli occidentali sono responsabili di tutto quello che è successo in Iran. Questa tesi è insostenibile. L´Europa dovrebbe però prendersi una volta per tutte la responsabilità di riconoscere quello che ha fatto nel mondo. Semplicemente riconoscerlo. Invece, la musica è un´altra: noi siamo la civiltà e voi orientali siete i barbari. E questo è troppo estremo.
Non confondo gli europei con i loro governi. Amo gli europei, ho sposato un europeo. L´Europa ha inventato la democrazia, che amo. Non sono neanche tra quelli che dicono che non c´è differenza tra i «dittatori fascisti» e i «fascisti democratici». C´è una grande differenza tra George Bush e un mullah, anche se Bush usa la stessa terminologia dei mullah. Se io vado in America e dico che Bush è un fesso, nessuno mi arresta; ma se faccio la stessa cosa in Iran, mi impiccano. Non sono antieuropea e sono estremamente contenta di vivere in Europa.
Monica Capuani
Al 40 di Brushfield Street, proprio di fronte al vivacissimo Spitalfield Market, nell’East End di Londra, c’è una vecchia casa di mattoni rossi e, al piano terra, un negozio con l’insegna “Verde’s”. In un’epoca remota apparteneva a un importatore di arance e Jeanette Winterson, il cui romanzo d’esordio si intitolava Non ci sono solo le arance, non ha saputo resistere. Ha ristrutturato la casa, dove vive quando è in città, e riaperto il negozio, che vende verdure biologiche e delicatessen dalla Francia e dall’Italia. Saliamo al piano di sopra, dove il fuoco è acceso nel caminetto. E li si svolge la nostra conversazione su Il custode del faro, che Mondadori pubblica in Italia in questi giorni. Minuta, gli occhi febbrili e i riccioli ribelli, anni fa Jeanette Winterson fece una tumultuosa comparsa al Festiva letteratu ra di Mantova e tenne, davanti al pubblico stregato dalla forza dei suo eloquio e della sua gestualità, un’autentica “predica”. Raccontò che, abbandonata dalla madre, era stata adottata nel villaggio di Accrington, vicino Manchester, da due “folli di Dio” che l’avevano destinata alla vita della Chiesa. Una storia simile a quella di Silver, la piccola orfanella narrata in quest’ultimo romanzo e affidata al vecchio Pew, il custode dei faro cieco. Nata nel ’59 come l’autrice, è un personaggio dickensiano con l’ossessione di raccontare storie, come fa la gente di mare per sopravvivere alla noia della bonaccia o al furore delle tempeste.
Come mai questo interesse per una storia di mare?
Mi sono resa conto che tutti i miei libri finiscono con l’acqua, di un fiume o dei mare, e quest’elemento è potente anche a livello onirico e simbolico per me, l’idea che tra qui e New York c’è solo la vastità dell’oceano mi piace. Chissà com’era navigare all’epoca delle navi a vapore: giorni e giorn in mare, in balia dei nulla, poi all’improvviso, in lontananza, la luce d’un faro. In questo romanzo volevo raccontare il viaggio che ciascuno di noi fa grazie alla vita. E il faro funzionava come perfetta metafora di speranza, guida, consolazione, monito.
L’immagine del faro non può non richiamare Virginia Woolf… Uno dei miei fari nel mondo della letteratura. Quando ero a Oxford a studiare, i miei professori dicevano che nell’800 c’erano quattro donne scrittrici: Jane Austen. Emily e Charlotte Brontè e George Eliot. Io ero disperata: “Solo quattro?”, mi ripetevo. Una donna che, come me, voleva scrivere non aveva un grande passato dietro di sé. Un secolo dopo, Virginia Woolf aprì una porta che era sempre stata chiusa: fu la prima a sperimentare davvero con le parole e a crearsi nel mondo maschile delle lettere uno spazio tutto per sé, difendendolo con le unghie e i denti. L’ossessione di raccontare storie che ha Silver è anche la sua…
Sono cresciuta ascoltando storie. Vivevo con una famiglia povera e analfabeta nel nord dell’Inghilterra rurale. L’istruzione non stava a cuore a nessuno, ma c’era una tradizione orale di storie della Bibbia e non solo. Questo mi ha insegnato a memorizzare quei racconti e anche a considerare una storia come un talismano che puoi portare in tasca e raccontare a te stesso quando ne hai bisogno. Un grande conforto negli anni dell’infanzia, perché ero una bambina solitaria. E’ grazie a questo se sono sopravvissuta, avvolgendomi in questa calda coperta di storie. E ho sempre pensato che se fossi riuscita a raccontare me stessa in quel modo avrei conquistato la libertà. Perché se sei una storia puoi sempre cambiare il tuo destino, puoi essere Aladino, Huckleberry Finn o Robinson Crusoe, Heathcliff. La vita, invece, ha un finale già scritto.
I libri, quindi, erano un passo verso la libertà?
Sì, una porta che conduceva in un altro mondo. Non avevo una guida e procedevo divorando libri scaffale dopo scaffale. nella biblioteca dei mio paese. Erano come un sentiero solido sotto i miei piedi, la terra che sosteneva i miei passi. La mia ancora di salvezza. La miccia per la mia immaginazione, Ancora oggi quello che amo di più del leggere un libro è che e un atto privato e incontrollabile. Ci sei tu e c’è il libro, nessuno può sapere cosa stia accadendo dentro di te mentre sei li che leggi quelle pagine, nessuno può interferire in quello spazio privato. Forse è l’ultima vera libertà, questa storia d’amore tra lettore e scrittore. E quest’ultimo si deve esporre, senza paura di spendere delle parti di sé. Frida Kahlo ha affermato con i suoi quadri che non c’è separazione tra l’artista e la sua opera. Sono gli uomini che separano continuamente la sfera pubblica da quella privata. Come il personaggio di Babel Dark nel mio libro, che vive una doppia vita con una moglie che odia e un’amante che lo fa impazzire di gioia e di emozione. Una fonte di ispirazione, così almeno crede lui, per Jeckyll/Hyde di Robert Louis Stevenson. Rampollo di una famiglia di ingegneri responsabili della costruzione della maggior parte dei fari d’Inghilterra…
Anche in questo romanzo lei parla d’amore con spudoratezza, senza timore di essere bollata di “sentimentalismo”.
È vero. Le due parole più difficili da pronunciare oggi sono “ti amo”. A dire “ti odio” ci riesce chiunque, e si dice sempre di più. Ma dire “ti amo” è una cosa così enorme, così complessa, così esigente, e che ci rende così vulnerabili che pronunciare quelle due parole diventa un’impresa eroica. C’è chi dice: “Oh Dio, un altro libro sull’amore!”. L’amore è un argomento così enorme che non dovrebbe esistere libro che non lo affronti.
Che lo si abbia o meno, l’amore è il tema sul quale abbiamo bisogno di discutere in continuazione. E per quanto affermi di aver voglia di sicurezza e conforto, l’essere umano per natura ama il rischio e le emozioni forti. È questa la grande nevrosi: cercare di trasformare in qualcosa di rassicurante un’emozione che per costituzione è l’esatto contrario. La cosa migliore è accettare questa realtà, Invece di ripeterci come un mantra: “Non devo lasciarmi ferire”, dovremmo augurarci il contrario. Tanto accadrà in ogni caso.
Quindi “tanto vale vivere”…
Certo. La nostra stessa identità è un paese sconfinato che impieghiamo una vita intera a esplorare. Ogni tanto arriva qualcuno che ci porta in un territorio selvaggio di noi dove non eravamo mai stati e che non sapevamo esistesse. E il viaggio più intenso ed esotico che si possa fare. Freud, che l’aveva già capito all’inizio del secolo scorso, ha cercato di tracciare una carta geografica e di scrivere una guida a quel paese inaccessibile e ancora inesplorato. La scienza, però, ha il limite di invecchiare continuamente. L’arte, invece, vive in un eterno presente. Calvino nelle Città invisibili dice che dobbiamo capire la differenza tra ciò che è “inferno” e ciò che non lo è, per consentire a quest’ultimo di esistere e durare. L’uomo non è solo una creatura che mangia, dorme e lavora. È un essere che sogna e ama. Quel fragile, sottile, delicato mondo di emozioni ed esperienze va riconosciuto e alimentato. Il mio compito, come artista, è quello di proteggere quel mondo e dargli spazio: in ogni opera d’arte, c’è sempre qualcuno che ama, che esulta e che piange.
Massimo Bacigalupo
Di Anne Tyler si sa che ha 63 anni, che ha scritto decine di romanzi ambientati per lo più a Baltimora, che ha studiato russo alla Columbia University e lavorato come biblio tecaria, che ha sposato un medico Iraniano e tirato su una famiglia. Si sa che non si presta a interviste e presentazioni, dichiarandosi timida, dicendo che esponendosi alle gaffes delle occasioni pubbliche
brucia l’energia e l’attenzione per scrivere. E in effetti davanti a un romanzo come Un matrimonio da dilettanti (trad. Laura Pignatti, Guanda, pp. 306, € 15,00) qualsiasi spiegazione sarebbe ridondante.
È un’opera costruita con scioltezza e perfezione, che segue i casi dei due protagonisti, Michael Anton e la moglie Pauline, dal giorno del loro incontro da ventenni nel 1941, su un arco di sessant’anni, chiudendosi nell’autunno 2001. un bello scorcio di Novecento raccontato in sedici capitoli, di cui l’ultimo breve una sorta di Edipo a Colono, con il banale Michael che zoppicante come sempre per la sua “ferita di guerra” si avvia verso la casa divisa per decenni con Pauline, nel frattempo separata (dal trentesimo anniversario, 26 settembre 1972) e morta in un incidente balordo.
Anne Tyler possiede l’arte di evocare un mondo a tre (quattro?) dimensioni con la massima economia. Ha detto di aver provato piacere a immaginare una giornata del 1941, quando Michael sta aiutando la madre nella bottega di alimentari nella Baltimora etnica, a pensare quali fossero le marche dei prodotti in vendita (sapone Woodbury) e delle automobili che sgusciano per strada (Chrysler Airstream). Ma a differenza di connazionali come John Updike e Philip Roth, che ci inondano di dettagli uggiosi facendo sfoggio di virtuosismo, la saggia Tyler usa pochi tratti sempre significativi, non si parla addosso (Roth), non è fatua né preziosa (Updike). Guarda il suo oggetto, quella istantanea del 1941, ed entra nelle teste dei personaggi.
La tecnica è il racconto in terza persona, ma il punto di vista cambia lievemente di capitolo in capitolo, spostandosi da lui a lei a uno o l’altro dei figli. Gli eventi sono pochi quanto la vita è lunga. Un matrimonio precipitoso, da “dilettanti”, caratteri male assortiti che continuamente si danno sui nervi a vicenda. Il lavoro di Michael nel negozio di alimentari della madre, poi sostituito da un altro negozio in un quartiere più agiato, con prodotti più ricercati: lavoro che dà da vivere alla famiglia. Il nervosismo e l’insoddisfazione dell’impulsiva Pauline, che dopo aver avuto tre figli, Lindy, George e Karen, ha un flirt sbadato con una conoscenza occasionale, scoperto subito da Michael che non le rinfaccia la bugia con cui ha cercato di nascondere la visita peraltro innocente nella casa dell’altro. La sbandata all’epoca di On the Road della figlia maggiore Lindy, che ancora adolescente scompare da un giorno all’altro e non dà più notizie di sé, rivelando di essere della stessa stoffa ostinata e impulsiva dei genitori.
Come in un testo teatrale, la vicenda è narrata attraverso una serie di giornate e scene, e gli eventi sono visti indirettamente. Non sappiamo molto dello stato di mente della fuggiasca Lindy (“Sputava parole come ‘borghesia’ e ‘domestico’ quasi fossero bestemmie”), ma vediamo come i genitori e fratelli reagiscono o ignorano il semplice fatto che quella notte non è tornata a casa.
“La domenica di solito cenavano prestissimo, ma nessuno aveva avuto voglia di mangiare in attesa di chiamare la polizia. Dopo che i due poliziotti se ne furono andati, però, la madre disse: ‘Io sto morendo di fame!’ e il padre: ‘Anch’io. Che ne dite se preparo dei panini con il formaggio fuso?’ Era la sua unica specialità, in cui si prodigava solo un paio di volte all’anno. Così andarono tutti in cucina, dove lui estrasse la grande griglia quadrata e un mattone gigante di formaggio; in pochi minuti nella stanza si diffuse un profumo delizioso di burro fuso che diede subito a Karen una sensazione di festa, anche se sentiva ancora quel peso allo stomaco e con un orecchio continuava ad ascoltare se dalla porta veniva qualche rumore. (‘Secondo me vostra figlia tornerà a casa questa sera con la coda tra le gambe’ aveva pronosticato il poliziotto più vecchio.) Eppure si sentì invadere da una strana sensazione di festa. Forse era il sollievo di avere di nuovo la casa tutta per loro – quei due testoni se n’erano finalmente andati, la radio del più anziano finalmente taceva. E il resto della famiglia sembrava pensare la stessa cosa. Suo padre faceva il buffone davanti ai fornelli brandendo la spatola e imitando un accento da chef francese. La madre si era tranquillizzata e a tratti perfino rideva. Suo fratello se ne stava stravaccato su una sedia in cucina, stranamente partecipe della vita familiare”. Un momento di massima tensione (“il mistero principale delle nostre vite” definirà la sparizione di Lindy il fratello George verso la fine), eppure le reazioni dei sentimenti procedono imprevedibili per la tangente, una cosa dopo l’altra, e il punto di vista in questo caso è quello abbastanza distaccato della sorella minore Karen. Dettagli significativi di un episodio emergono a volte solo più tardi nella narrazione.
Così i personaggi sono sempre calati nella Vita, sono suoi fenomeni ed espressioni e Anne Tyler è una discendente di Tolstoj e Proust, e sicuramente sa qualcosa dell’élan vital dello spirito del mondo (qualche suo scritto sfiora il tema del misticismo). Ma, ed è straordinario, non ci dice mai nulla del senso di tutto ciò, lo presenta alla nostra attenzione e compassione. È un mondo registrato-inventato che lei così raffigura con precisione cristallina, come una Jane Austn ha raffigurato il suo mondo, o Hemingway il suo (e Hemingway sosteneva appunto che l’arte del narratore stesse nel portarci là dove egli era stato).
Ma oltre all’America di Pearl Harbor e dell’11 settembre, egualmente immutata davanti a questi eventi così come la vita personale muta e insieme non muta davanti alle catastrofi familiari, Tyler ci mostra un’umanità non limitata dallo spazio e dal tempo, giacché i suoi personaggi banali, prigionieri di vite che sarebbe facile liquidare come prive di interesse, respirano degli stessi pensieri e turbamenti interpersonali che ritroviamo ogni giorno vicino a noi. E soprattutto Tyler si è data uno stile trasparente che riesce a non sembrare più stile, a lasciare agire i suoi Michael e Pauline, a dargli anche dignità senza mai stonare. Sono piccole realizzazioni, ma a ben pensarci è raro incontrare oggi un’opera di tale semplice e commovente perfezione. Tanto che non sappiamo nemmeno di esserne commossi.
Giuliana Sgrena
È l’utopia il filo che percorre tutto il libro di Nella Ginatempo, come si può intuire dal titolo della pubblicazione: Un mondo di pace è possibile. Una “utopia concreta” la definisce Ginatempo quando individua nella scelta della non violenza il primo passo per disarmare la violenza, la violenza dell’impero. Il libro è una raccolta di riflessioni critiche lungo il filo rosso della “guerra globale”: dalla prima alla seconda guerra del Golfo passando per i Balcani e l’Afghanistan (1991-2004). L’autrice insiste sul passaggio dalla guerra fredda a quella globale: “intesa come scenario mondiale in cui sono potenzialmente coinvolti tutti i continenti, compresa l’Europa e anche l’Onu che aveva giuridicamente bandito la guerra” (e anche l’ Italia lo ha fatto nella Costituzione). Ginatempo analizza le fasi dalla caduta del muro nel 1989, alla fine del bipolarismo e all’affermarsi dell’unilateralismo della superpotenza americana che ha fatto della guerra lo “strumento di dominio”. Alla quale si contrappone il movimento contro la guerra: “no alla guerra senza se e senza ma”, quindi a tutte le guerre. “È nato qualcosa di nuovo. È difficile riconoscerlo per chi ne sta fuori. Ma è facile riconoscerlo per chi lo sognava da più di vent’anni …. Ma io sento che si realizza un sogno: lo sviluppo tumultuoso di un soggetto rivoluzionario mondiale“, scriveva Ginatempo nel novembre del 2002 al Forum sociale di Firenze.
Stefania Giorgi
Lungo le rive dello Scamandro (i salottini illuminati dai bagliori del focolare catodico dei tiggì), lontano dal Palazzo di Priamo (la Casa Bianca, Downing Streett…), in mezzo a bombe, minacce, bugie e videotape (la guerra infinita di Bush&Co.), la Cassandra di Pat Carra osserva e commenta (con il suo stile inconfondibile) fendendo e diradando il fumo (delle bombe e delle bugie sulle bombe). Veggente non votata alla solitudine della testimonianza senza ascolto, ma alla condivisione con altre donne come lei capaci di «visioni» sulla nuda verità della guerra e dell’economia della guerra; dotata di capacità profetica non per dono divino, ma per la sua perizia, tutta terrena, di legare corpo/esperienza/lingua e svelare così il backstage di quel che accade. Niente paura, però, non pensate a lutti, disperazione, pianti e alti lai. Tremila anni dopo la guerra di Troia per la presunta love story di Elena, il destino toccato in sorte alla sua omonima antenata – la sacerdotessa che pre-vedeva le sciagure, condannata da Apollo a non essere ascoltata e per questo perennemente sull’orlo di una crisi di nervi per non dire di pazzia – la Cassandra di Pat Carra ha imparato la lezione. L’antidoto che usa per smascherare il gioco mortale, pazzo e insensato di guerre «umanitarie» e «preventive» è quello di rintracciare «un tratto umoristico in ogni pazzia. Chi sa riconoscerlo e usarlo ha vinto» (come scrive Christa Wolf della sua Cassandra). Così da Kabul a Baghdad, Pat Carra continua a lanciare quelle che lei stessa aveva definito, durante la guerra in Kosovo, «bombe di riso». Sberleffi sussultori, sghignazzi irriverenti, sorrisi liberatori. Resistente, ignifuga, irresistibile, la sua è una «Cassandra che ride». Che poi sarebbe il titolo del suo ultimo libro (Baldini Castoldi Dalai, € 12,90) dal quale estraiamo alcuni quadretti di china. Un piccolo assaggio di una cura ricostituente di senso che consigliamo per tutti.

Unicopli
Anna Paini
Marco Deriu nel rendere conto delle interviste condotte nell’arco di due anni a Carpi (Modena), con un gruppo di padri e di figli adolescenti (1) “ipotizza l’esistenza di un conflitto intergenerazionale nel maschile, un conflitto non diretto e non esplicito, che si presenta piuttosto nella forma, più sottile ma anche più profonda, di ampi e significativi blocchi comunicativi tra la generazione degli uomini adulti e quella dei giovani e degli adolescenti”. Il conflitto quindi assume forme diverse rispetto a quello che aveva segnato le generazioni precedenti, non passa attraverso gesti di rottura, di ribellione aperta quanto piuttosto attraverso il blocco della comunicazione. Emerge una rinuncia all’autorità da parte dei padri che vogliono affrancarsi dal modello maschile genitoriale dei propri padri e contemporaneamente un non riconoscimento di autorevolezza da parte dei figli nei loro confronti; emergono grosse “difficoltà a confrontarsi con l’aspetto conflittuale delle relazioni” da parte degli adulti e viene meno “la funzione di contenere, di limitare, di orientare, di dare misure, limiti, sponde”, generando una impasse nei rapporti. Nelle pagine conclusive Marco si chiede se una via d’uscita da questo vicolo cieco possa essere quella di proporre nuovi modelli e chiarisce che sente piuttosto la necessità di fornire riferimenti chiari.
Ho apprezzato La fragilità dei padri fondamentalmente per due ragioni:
Innanzitutto per il taglio metodologico. Marco Deriu esplicita di voler evitare di “incasellare le diversità dei padri in una serie di tipologie stereotipate”, ossia di non voler confinare i percorsi biografici in tipologie predefinite, che risulterebbero inadeguate alla lettura di un fenomeno molto articolato.
Tengo a evidenziare questo aspetto perché spesso mi sono confrontata con saggi su temi a me più vicini, quali per esempio l’immigrazione, dove si opta per riproporre “nuove” tipologie che possono sembrare più ordinatrici, ma che appiattiscono la complessità della realtà presa in esame.
L’approccio di Marco è senz’altro più produttivo in quanto largo spazio viene dato ai racconti dei propri interlocutori (padri e figli intervistati) e in primo piano vi è la loro esperienza e la loro relazione (“far emergere la complessità dei punti di vista degli uni e degli altri, mostrare anche la compresenza di elementi contraddittori e di tensioni differenti che possono attraversare la stessa persona”) senza che questo nasconda l’intervento interpretativo dell’autore.
La seconda ragione riguarda l’aiuto che queste interpretazioni mi hanno dato per affrontare un altro contesto intergenerazionale con cui mi sono confrontata, quello di ragazze adolescenti, nello specifico di giovani immigrate. Ho letto La fragilità dei padri mentre ero impegnata in una scuola superiore di Reggio Emilia in una prima ricerca su studentesse straniere, soprattutto di provenienza maghrebina, alcune a Reggio da molto tempo (qualcuna nata qui), altre invece appena arrivate; una ricerca che avrei presentato nell’ambito di un ciclo di incontri, proposto nel corso del 2004 dalla provincia di Reggio Emilia, dal titolo Arrivare non basta. Complessità e fatiche dell’immigrazione familiare. Alcuni passaggi del libro di Marco mi hanno offerto chiavi di lettura per restituire il materiale raccolto svincolato da schemi, cui troppo spesso affidiamo il senso della nostra interpretazione, che contrappongono le scelte individuali a quelle famigliari.
Dalle testimonianze delle più grandi emerge la capacità di muoversi tra più mondi culturali, di rivendicare un’identità complessa, di essere delle mediatrici tra il contesto scolastico ed extra-famigliare in generale e quello famigliare. Posizione ben diversa da quella di chi ritiene che queste ragazze posseggano due insiemi di regole cui fare ricorso a seconda dei contesti. I loro racconti parlano invece un linguaggio di permeabilià che apre uno spazio di negoziazione. Alcune sono riuscite a mediare tra le richieste famigliari che imponevano loro un fidanzamento e matrimonio concordato e la voglia di continuare a studiare, ben consapevoli di non voler interrompere i rapporti di scambio con la propria famiglia, cui assegnano un alto valore.
Questi racconti presentano situazioni che potrebbero sembrare contraddittorie, ma iniziare a leggerle come attraversate da conflitti che non scelgono gesti di rottura o di sfida ma altre strade, che non sono nemmeno quelle del blocco comunicativo, è stato produttivo. Le riflessioni proposte da Marco Deriu sono quindi state utili per interrogarmi sui rischi insiti nel leggere questi gesti, questi comportamenti attraverso schemi che non funzionano più nemmeno per gli adolescenti “nativi”.
Forse bisognerebbe iniziare a riflettere seriamente sui modelli genitoriali a cui si rifanno le adolescenti straniere, senza liquidare o etichettare certi comportamenti come mancanza di autonomia individuale. Si potrebbe piuttosto considerarli come risposte di ragazze che riconoscono e danno valore all’autorità rappresentata dall’esperienza nella differenza generazionale, e che valorizzano la dimensione verticale (assente invece nel rapporto padri-figli delle testimonianze proposte da Marco), e che nello stesso tempo sono consapevoli della differenza tra le loro vite e quelle delle loro madri e si pongono come mediatrici tra contesti culturali diversi, ma senza optare per gesti di sfida emancipatoria.
In una situazione di crisi dei rapporti intergenerazionali forse abbiamo qualcosa da imparare dall’esperienza di giovani donne che negoziano con la propria famiglia svincolate dalla contrapposizione indipendenza/dipendenza.
A fine lettura mi sono resa conto che la riflessione proposta in La fragilità dei padri non coincideva con la mia esperienza di madre di una figlia, esperienza che ha fatto proprio un altro percorso di relazione, che ha scommesso sul tenere insieme la valorizzazione dell’autorità femminile con un rapporto dialogante.
Per questi motivi ritengo che il libro di Marco Deriu offra spunti di riflessione e produca interrogativi vantaggiosi anche per chi non può essere compresa in una genealogia maschile.
(1) le interviste fanno parte di una ricerca qualitativa svolta a Carpi (Mo) per conto del Centro per le Famiglie del Comune e del Free entry Punto d’ascolto per adolescenti dell’Ausl di Modena – Distretto di Carpi.
Donatella Massara
Non avevo mai letto un libro di Bianca Pitzorno; ne conoscevo però la bravura. La Bambinaia francese quando era arrivato in libreria mi aveva fatto venire voglia di leggerlo perché se la sua autrice aveva dedicato energie per un libro così, certamente voleva dirci qualcosa.
L’autrice ha risposto all’invito che le aveva rivolto Liliana Rampello a presentare il suo romanzo al Circolo della Rosa, ho avuto così modo di sapere che fra le protagoniste del suo romanzo si dipana la genealogia femminile.
Poi c’è altro. E’ il dialogo con la letteratura non solamente femminile che Bianca Pitzorno intrattiene in questo romanzo, autorizzandosi e autorizzandoci a discutere e rinterpretare. In questa perlustrazione l’autrice segue la suggestione che ha guidato Jean Rhys in Il Grande mare dei Sargassi, storia di Berta, la moglie creola e pazza che nel romanzo di Charlotte Brontë impedisce le prime nozze di Jane Eyre. L’autrice invece si rivolge a Sophie, la bambinaia d’Adele la bimba affidata alle cure di Jane Eyre. Inseguendo le tracce che la Brontë sparge la legge come protagonista del suo romanzo, ne racconta la storia, la ricolloca nell’infanzia, a Parigi, la insegue fino all’incontro con Jane Eyre. A queste pagine che sono le più intriganti del romanzo, arriviamo dopo tre quarti di narrazione dove un accurato affresco storico ci porta nella vita delle donne e degli uomini che fanno parte dell’universo di Sophie, come delle giovanette e dei giovanetti che partecipano agli anni della sua crescita.
Il romanzo mi è piaciuto perché è sia un gioco letterario, avventuroso e educativo sia un raffinato esercizio d’introduzione all’immaginario femminile. Al centro di questa convergenza di motivi, anche molto soggettivi, l’autrice ci dice che il romanzo di Ch. Brontë mantiene la grandezza del capolavoro; è ancora perfettamente leggibile e in grado di tenere sveglia l’attenzione e tanto più avviene quando ci accorgiamo in quale coinvolgimento Bianca Pitzorno è stata catturata; scopriamo che Jane Eyre, fra i suoi tanti meriti, esibisce anche rigide angolature per esempio il giudizio negativo con cui il mondo inglese guardava al popolo francese che aveva vissuto la Rivoluzione del ’79 e il periodo napoleonico. Adele nel romanzo di Brontë assomma su di sé le caratteristiche di questo mondo francese, giudicate con gli occhi disapprovanti delle inglesi. Jane Eyre alla riprovazione accompagna la mancanza di tenerezza verso la bambina. L’istitutrice e il suo tormentato amore per il padrone non sono privi di conseguenza, dunque, verso la bambina e la sua bambinaia che osservano e giudicano.
La scrittrice si prende le sue rivincite, dunque, dopo avere raccontato la crescita dei protagonisti e le vicende storiche a cui assistono.
Bianca Pitzorno con questo romanzo ci lascia lo spazio libero per provare piacere con la sua fertile immaginazione, per metterci alla prova con la storia delle donne e degli uomini, giovani e non giovani, protagoniste/i della fine dell’ancien régime e per rientrare nella letteratura delle grandi narrazioni femminili sfidandoci a diventarne le interlocutrici.
Letizia Artoni
Manuela Dviri, autrice di Vita nella terra di latte e miele, è oggi una giornalista israeliana, ma è nata a Padova nel 1949 da famiglia ebraica e sionista. Nella metà degli anni sessanta decide di trasferirsi in Israele, dopo aver sposato Abraham Dviri un ragazzo israeliano “dall’aria tranquilla e buona, ma con le spalle muscolose e le mani forti” conosciuto sulla nave che la stava portando insieme ad altri ragazzi e ragazze da Napoli a Haifa.
Erano i figli e le figlie di agiate famiglie ebree italiane che partivano per il “classico” viaggio in Israele, entusiasti di poter conoscere questo paese “nuovo, giovane, fresco, tutto rivolto verso il futuro, la speranza”.
Qui l’aspettano tempi difficili, ma il coraggio non le manca. Sposata e giovane madre, con pochi soldi e il marito spesso al fronte, riesce a finire gli studi – l’ha promesso alla madre preoccupata di vederla partire con un uomo praticamente sconosciuto – e col tempo a vivere una buona vita. Il marito, ebreo ortodosso, è un avvocato divorzista, lei lavora presso un istituto di ricerca scientifica, i figli sono diventati grandi, la situazione politica non è ancora l’inferno di oggi.
Così fino alla morte del figlio più piccolo, Yoni, ucciso nel 1998 in Libano, dove era stato inviato con altri militari a difesa di un piccolo villaggio di confine…”Mamma” – mi aveva detto – “il comandante ci ha fatto vedere il villaggio di notte, tutte le luci erano accese, e ci ha detto che i bambini lì dormivano tranquilli grazie a noi”. Una scelta convinta quella di Yoni, una morte inutile, ingiustificata per lei che da quel momento, incapace di accettarla come semplice casualità, si impegna a chiederne conto e a testimoniare nel maggior numero di luoghi possibili l’assurdità di questa guerra e la necessità della pace.
E’ un libro corale. La scrittura non è sempre uguale. Si passa dal racconto, ai monologhi, ad alcune parti della pièce teatrale che Silvano Piccardi ha scritto insieme a lei e che Ottavia Piccolo sta interpretando. Alcune di queste testimonianze sono più vicine a noi per esperienza e sensibilità, come quella di Margherita, l’amica d’infanzia, quando ci racconta che cosa è stata per lei la morte di Yoni, altre sottolineano invece la diversità delle vite e del sentire, dell’autrice in primo luogo, e il fatto che per quanto informati, la distanza che ci separa è enorme. Il racconto, molto articolato, l’accorcia.
Andare di persona, come hanno fatto alcuni dei protagonisti, è forse il modo migliore per poter capire un po’ di più e meglio.
Liliana Rampello
“Clandestino” di Eliette Abécassis parla di un incontro, di un attimo che cambia tutta la vita, dello sguardo che solo questa contemporaneità mescolata di geografie e storie lontano-vicine può rendere quasi miracolo concreto. Un uomo, una donna, un binario; colori cupi e bagnati, un’atmosfera parigina alla Simenon, ma con lo sguardo di una donna che sa d’amore, non solo dell’ambiguità dell’anima umana.
E’ il racconto di un legame che fa saltare senza scampo ogni certezza, che si slancia nell’impossibile, nell’inaccettato. Sentimenti e sfondo di delicata rarefazione, per frugare nell’intimità, nella soglia rivendicata come dicibile fra la morte e la vita, come già l’autrice aveva raccontato in due diversi e altrettanto brevi romanzi, Ripudiata (Tropea 2001) e Mio padre (Tropea 2003). Che sia una trilogia? Non importa, il centro è sempre la relazione, il suo ineludibile nodo, che così si dispiega sapientemente in diverse figure. Qui fra una donna e un uomo che imparano a riconoscersi, in Ripudiata Nathan che abbandona Rachel perché sterile, nonostante il matrimonio combinato avesse fatto scoprire la profondità di una passione impossibile da negare, in Mio padre un fratello taciuto che con la sua comparsa fa deflagrare tutti i ricordi di Héléna, la sorella che racconta del padre, di una devozione messa violentemente alla prova della memoria, di una realtà che costringe a cambiare di segno un passato ormai spoglio di ogni innocenza.
Una scrittura che sa intonare il lamento, la preghiera, la passione, la scoperta.
Elisabetta Cicchi
Il libro di Azar Nafisi è uno di quei testi che ti incoraggiano a credere che nonostante le aberrazioni della nostra epoca esista in fondo ad ogni essere umano un nocciolo intatto di pura bellezza, una sorgente di energia libera e limpida. L’autrice scrive il racconto delle proprie esperienze di docente di letteratura inglese all’Università di Teheran alla vigilia, e durante i primi mesi, della rivoluzione Khomeinista. Il libro si intitola Leggere Lolita a Teheran perciò, già prima di leggerlo, soffermandomi sul titolo, mi sono interrogata sulle vicende di censura che il testo di Nabokov ha dovuto affrontare prima di venire alla luce, e su come dovesse essere difficile, se non addirittura pericoloso, tenerlo tra le mani nella terra della Repubblica dell’Islam.
Leggere Lolita Teheran è stato, per me, una finestra aperta su una realtà quasi sconosciuta, ed è stato motivo di gioia. L’Iran di cui ci parla questa donna è una terra lontana, complessa, strangolata dall’odio e dall’ottundimento della ragione, eppure lì, come in tanti altri paesi più o meno scopertamente soffocati, resta vivo il bisogno di vedere, di sentire, di comprendere. Non è un caso che la Adelphi, che lo pubblica in Italia, abbia scelto una foto di copertina come questa: una donna seduta che sta leggendo un grosso libro tenuto con una mano, l’unica parte visibile del suo corpo, altrimenti completamente coperto da un velo nero.
E’ un libro in cui si parla fondamentalmente di letteratura, ma in cui si parla anche fondamentalmente di libertà e di prigionia. Che non è per forza la prigione dei dissidenti, delle ragazze che vengono sorprese con una ciocca di capelli che scivola fuori dal velo o con le unghie laccate di rosso. Queste, se vogliamo, sono le metafore visive delle prigioni vere, sono i muri e le sbarre costruite con le prigioni che noi abbiamo nella testa quando siamo arrabbiati, quando siamo spaventati, quando abbiamo voglia di vendetta e la ragione e il cuore vengono azzittiti, dimenticati. Ed è solo l’arte che può arrivare dietro quelle sbarre che si serrano sempre di più, prima di tutto nel nostro cervello, dentro di noi, nel profondo di noi.
La Nafisi si rende conto che giorno dopo giorno si allungano le liste dei libri proibiti, che i suoi concittadini devono sottostare sempre più ad inaccettabili regole restrittive di ordine sociale e culturale, che i suoi studenti non possono più agire da liberi pensatori, che il pensiero e la creatività sono i primi ribelli del regime e per questo vanno annientati. Nel tentativo di combattere tutto ciò, durante le sue lezioni, cerca di stimolare i suoi studenti e chiede loro: Tu cosa pensi di James? Tu cosa pensi di Humbert? E l’assale la disperazione quando alcuni tra loro, anche i più brillanti, rispondono condannando l’uno o l’altro, o tutti e due, perché quello che hanno scritto, o le azioni che compiono sono “immorali”. I giovani studenti non ragionano più, hanno assunto come loro pensiero i dettami del partito. Non c’è più il bello ma solo il giusto, ed è giusto solo quello che lo è per il partito, secondo la morale del partito.
Eppure, per uno studente che si perde ce n’è un altro, o un’altra, che si sveglia. E questo succede proprio grazie agli immorali protagonisti occidentali di quei romanzi in lingua inglese, la lingua del nemico americano; però, non è per via dell’immoralità dei protagonisti, o della novità di una cultura più liberale che si aprono gli occhi, ma grazie all’arte. Prendiamo Jane Austen, a cui viene dedicato un capitolo intero, chi la condannerebbe per immoralità?
C’è di più, perché proprio il soffocamento intellettuale che sconvolge il suo amato paese spinge lei e un gruppo di studentesse a un genere di intimità altrimenti impensabile; in casa Nafisi si svolgono delle riunioni segrete in cui liberamente si leggono e si commentano i testi proibiti per amore dell’arte rivelatrice che giace nelle pagine dei libri.
All’inizio del primo capitolo del racconto Azar Nafisi scrive: “[…] ciò che cerchiamo nella letteratura non è la realtà, ma un’epifania della verità.” Questo racchiude già il valore del libro stesso; passando per i romanzi, passando per le poetiche degli scrittori non si raggiunge una legge, non si coglie un comandamento, ma una scintilla, un momento di significato che noi soli, in prima persona dobbiamo e possiamo cogliere per poter vedere quello che non è scritto chiaro e tondo, ma si rivela pian piano e ci rende liberi di pensare, di gioire, liberi di volare via da qualsiasi territorio soffocato, strozzato, dentro e fuori di noi.
Fernanda Rosso Chioso
Forse il modo migliore per parlare di Alda Merini sarebbe prendere qui e là le sue poesie e presentarle l’una dopo l’altra, perché le loro “risonanze nuove”, come lei scrive, ci muovano all’emozione e al pensiero. Dico questo perché molto mi colpisce la lettura dei suoi versi. Una lingua lirica che traduce in parole il profondo dello spirito, del pensiero, che è insieme “carne” vera e propria, carne dell’esperienza (… “i miei poveri versi / sono brandelli di carne”…).
Carne, profondo, anima, cuore, parole queste, e molte altre ancora, insondabili e ampie, che perdono il loro carattere abusato e ridiventano dirette e ‘primigenie’, quasi ricreassero il loro legame con l’esistenza, in questa poesia. La quale poesia prende i suoi suoni in un “profondo” che lascia trasparire il carattere di un’esperienza esistenziale estrema.
[…]
Nulla vale la durata di una vita
ma se mi alzo e divoro
con un urlo il mio tempo di respiro,
lo faccio solo pensando alla tua sorte,
mia dolce chiara bella creatura,
mia vita e morte,
mia trionfale aperta poesia
che mi scagli al profondo
perché ti dia le risonanze nuove”.
[…]
Per la stanza del “Paradiso” scelgo di proporre La carne degli angeli, una raccolta di componimenti in prosa e versi pubblicata nel 2003 da Frassinelli (prezzo 8 euro).
“Si dice che la creazione del Paradiso fosse la favola di un ignoto amore che a un certo punto sprigionò le ali dalla crosta terrestre, e così, raffreddandosi la terra, comparvero, al di là delle credenze bibliche, i primi voli degli angeli”. Così esordisce la raccolta, presentandoci questi esseri favolosi e però sorti, ai primordi del mondo, dalla crosta della terra, ali dunque della nostra stessa sostanza e però anche di un desiderio amoroso che fa sì che essi possano essere via via “angeli offesi”, “angeli di luce”, “angeli morti”, e altre figurazioni ancora (“… pulviscolo amoroso e traccia del respiro divino, polmone del desiderio, fiore che cresce nella carne, fiore che si identifica con l’io e si pone al centro dell’amore …” per non citare che un breve passaggio). Essi appaiono come figure di un limite-passaggio: della carne dei nostri corpi (la “putredine” di morte), del nostro amore umano, e insieme della conoscenza amorosa, con tutte le sconfitte, perversioni, accecamenti, (“i molti erronei vicoli della nostra demenza”), anche sino allo spegnimento dell’amore (“La verità di Satana non è la verità di Dio ma è l’amore spento”).
Possono darci insomma, queste figure degli angeli, l’intuizione di un limite che è passaggio di conoscenza sconvolgente e che ha a che fare con la nostra carnale umanità. Così l’amore dell’adolescenza forse più di ogni altro amore ce lo ricorda:
“Ci sono donne e uomini che sognano l’amore.
Essi lo sognano in figura di un angelo, di una carezza estrema.
Ma alcuni lo incontrano in modo perverso. Anche un demone sulla terra può diventare un angelo e confiscare per un attimo tutti i beni di una fanciulla, tutta la poesia della vita.
Mi ricordo del periodo dell’adolescenza, in cui la curiosità del sesso diventava la curiosità della parola.
…Mi ricordo dell’adolescenza, questa fiaccola d’usignolo che scaturiva nei miei seni acerbi e la grande voglia di incontrare l’amore come prima forma di spiritualità, prima forma di viaggio.
E la voglia di lasciare la casa paterna per andare incontro alla suggestione del limite.
In quel limite un angelo aveva deposto l’uovo della conoscenza divina”.
Fra i testi, illustrazioni di Mimmo Paladino. Sulla quarta di copertina una fotografia di Alda Merini, un bel volto, con un guizzo infantile e ironico negli occhi e nel sorriso.
Fernanda Rosso Chioso
Storia di una disperazione femminile, che non trova parole ma solo gesti, significativi ma incomprensibili alla mente maschile (che pure li percepisce con inquietudine e poi con angoscia), infine estremi. Simenon intuisce il discrimine tragico tra i due mondi e le due forme di pensiero sulla vita, del capitano Lannec e di sua moglie Mathilde Pitard. Un discrimine inquinato per di più dalla diversa appartenenza sociale, tenuto conto che nella vita e nella cultura della famiglia di Mathilde campeggia in sottofondo, ‘patriarcale’ ed esiziale, la “vecchia Pitard”.
Scritto nel 1932 e apparso a stampa nel 1935. Si legge tutto d’un fiato.
da Una città
Quando il pensiero non è dominato dalla paura e dalla diffidenza, ma ispirato dalla compassione e illuminato dalla saggezza, allora possono nascere libri come questo.
L’edizione originale è del 1988 e apparve in Italia nel 1990, con il titolo Sopravvivere allo sviluppo. A quell’epoca non ebbe molta fortuna, fu pubblicato da una casa editrice piuttosto marginale che doveva aveva qualche problema di distribuzione. Mi ricordo l’impressione di sorprendente contrasto fra la superba statura intellettuale dell’autrice, il brillante livello politico del contenuto, e la pochezza della veste, combinata con la scarsa reperibilità dell’edizione. Ecco il mondo alla rovescia, pensai: era come se ci avessero regalato un prezioso gioiello avvolto in carta di giornale.
Ora, a distanza di dodici anni, questo primo, importante saggio di Vandana Shiva viene ripubblicato con le dovute revisioni, che però sono poca cosa, quasi che il tempo sia rimasto fermo, se non tornato indietro. Viene pubblicato in veste più accurata da un editore tutt’altro che settoriale, Utet, e con un titolo che gli rende finalmente giustizia: Terra madre: sopravvivere allo sviluppo. A parte alcuni dati numerici, è rimasto sostanzialmente immutato, poiché nell’arco di questi ultimi anni, di fronte al confermarsi di quelle valutazioni, c’è più che mai bisogno delle idee e della lucida visione di cui è testimonianza.
All’inizio degli anni ’80, il nome di Vandana Shiva cominciò a circolare anche in Europa associato a quello del movimento “Chipko”. Chipko era nato come movimento di difesa e autodifesa collettiva di gruppi di donne indiane abitanti delle regioni montuose himalayane e legate alle foreste da una sorta di simbiosi, in un tipo di economia completamente diverso da quello dominante, l’economia di sussistenza. Grazie alla quale le popolazioni delle zone rurali e di montagna si garantivano una sopravvivenza dignitosa senza essere opulenta, e soprattutto sostenibile per i secoli dei secoli. Quelle donne dunque diedero vita a un movimento perché volevano evitare che gli alberi e le foreste, da cui traevano collettivamente sostentamento tutte le famiglie, venissero tagliati dalle imprese multinazionali pronte a disboscare per fare spazio a coltivazioni di eucalipti e altre essenze con la mira di profitti a breve termine. Due economie si scontravano; di queste, una chiedeva di essere lasciata sopravvivere in pace senza dar fastidio a nessuno e l’altra divorava sempre più territori e risorse, pretendendo di imporre se stessa come unica economia possibile. Che quest’ultima pretesa fosse, anzi sia una forma inaccettabile di violenza, è uno dei temi principali che Vandana Shiva discute nella sua opera. Ma si tratta anche del confronto fra due visioni del mondo. Perciò quelle donne, portatrici di una visione ispirata al valore del principio femminile presente anche nell’antica tradizione cosmologica indiana, cominciarono a legarsi agli alberi, nell’intento di fermare le motoseghe, cioè la distruzione delle proprie fonti di sostentamento sostenibile e anche la distruzione dei propri tesori di conoscenza e sapere, da noi definiti allora “alternativi”.
Vandana Shiva è nata in India nel 1952. Dotata di un eccezionale intelletto, si recò a studiare fisica nucleare negli Stati Uniti; dopo la laurea si dedicò a un dottorato di ricerca sulle particelle subatomiche. A quel tempo pensava, come scrisse in seguito, che avrebbe trascorso ogni giorno della propria vita in compagnia delle particelle nucleari. Invece, dopo aver fatto un’esperienza molto istruttiva su quel che combina l’industria del nucleare nel mondo e soprattutto nei confronti della popolazione, a un certo punto voltò le spalle a una brillante carriera nel programma di energia nucleare del suo paese, poiché si era resa conto “che la gente era tenuta all’oscuro delle ripercussioni dei sistemi nucleari sui sistemi viventi”. Si dedicò quindi alla ricerca indipendente nell’ambito della scienza, della tecnologia e della politica ambientale. Nel 1982 fondò un istituto indipendente, la Fondazione di Ricerca per la Scienza, la Tecnologia e l’Ecologia (Rsft), per una ricerca di qualità volta ad affrontare le più importanti questioni sociali-ecologiche dei giorni nostri. In questo campo collaborava strettamente con le comunità locali e i movimenti sociali, soprattutto dell’India, in cui le donne erano (e sono) protagoniste, e infatti quando anni dopo (1993) le fu conferito il cosiddetto premio Nobel alternativo, il Right Livelihood Award, che vuol dire “per il Retto modo di vivere” (e viene consegnato nella stessa sede del premio Nobel, ma il giorno prima). Lei lo consegnò a sua volta alle donne delle montagne che avevano dato vita a “Chipko”.
Il libro Terra madre è rilevante a più livelli. Sul piano politico immediato, è un articolato intervento sulla politica economica della cooperazione allo sviluppo, una dura denuncia nei confronti della Rivoluzione Verde, che viene fatta passare come soluzione al problema della fame nel mondo. L’intervento è particolarmente significativo poiché è una risposta che proviene da un’esponente dei/delle diretti/e interessati/e, una portavoce di gruppi rurali del Sud del mondo. La sua posizione è argomentata in base a fatti molto concreti, per esempio l’impoverimento reale che la popolazione rurale (nella fattispecie quella indiana) ha subìto in seguito alla Rivoluzione Verde che, al di là delle dichiarazioni filantropiche dei suoi promotori, per gli agricoltori e coloro che praticano l’economia di sussistenza nelle zone forestali è invece qualcosa da cui occorre difendersi. Per sopravvivere, appunto, allo “sviluppo”. Per questo introduce una parola di nuovo conio, entrata a partire dagli anni Sessanta nel lessico comune: la parola “malsviluppo”, in inglese maldevelopment (così come anche in francese), un ibrido da lei usato nel senso di “sviluppo sbagliato”, pur contenendo volutamente (come scrive Marinella Correggia, la traduttrice) un accenno alla sua natura di “sbagliato perché maschile” (in inglese male).
Un altro motivo per il quale questolibro merita attenzione è quello della visibilità che esso rende al lavoro e al sapere delle donne indiane rurali e soprattutto al loro impegno e alla loro tenacia nel difendere e sostenere le condizioni per una sopravvivenza autonoma e dignitosa. Le persone che in quel movimento hanno agito e agiscono, lottano e fanno poesia per difendere le foreste e i propri stili di vita dall’assimilazione a un’economia e a una visione del mondo con pretese di validità universale, vengono citate per nome e cognome, da vere protagoniste, vengono messe insomma individualmente sul dovuto piano di importanza, e considerate altrettanto degne di attenzione di chi, come l’autrice, ha assunto una posizione di leader. Anzi, più degne: con una modestia tipica degli spiriti illuminati, Vandana Shiva tira indietro se stessa per lasciare che lo sguardo si posi sulle singole donne (e, se del caso, uomini) del movimento.
E’ altresì un contributo interessante sul piano filosofico, poiché mette in discussione le pretese di validità e di superiorità di una scienza che in definitiva è solo un tipo particolare di scienza: la scienza meccanicistica e cartesiana. Una fra le tante possibili. Parallelamente, un’economia particolare, l’economia del capitalismo industriale, pretende di avere valore unico e universale e tenta, con le buone e con le cattive, di imporsi come l’economia tout court; la visione scientifica particolare e limitata del meccanicismo pretende di dominare anche screditando gli altri tipi e modi di sapere esistenti e relega così un’infinita gamma e ricchezza di conoscenze disponibili in posizioni subordinate, marginali e reiette. E’ di importanza fondamentale (e non finisce di stupirci) il fatto che al giorno d’oggi la scienza più astratta di tutte, la fisica quantistica, quella che ha raggiunto il più alto grado di distacco matematico e teorico dalla concretezza terra terra del vivere quotidiano, quella che più di ogni altra ha portato alle estreme conseguenze il volo di un pensiero distaccato dalla “vita”, riduzionista (poiché riduce la sostanza di cui siamo fatti a nient’altro che…formule e numeri), abbia finora reso giustizia in misura massima, fra le scienze naturali, alla grandiosa complessità della vita e della natura, nel rispetto del nostro sentire “l’universo come dimora”. (Per approfondire questo concetto si potrebbe leggere per esempio Il cosmo intelligente di P.C. Davies, un professore di fisica che si occupa di comprendere l’universo e anche di esporre ciò che ha compreso in modo da trasmetterlo a persone non addette ai lavori). Scrive Vandana Shiva nella prefazione a un altro dei suoi libri, Tomorrow’s Biodiversity, del 2000 (ed. it. Campi di battaglia: biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, 2001): “Dal punto di vista filosofico, posso dire che la mia formazione da fisico quantistico mi ha aiutata molto a occuparmi di questioni così complesse. Mentre la fisica classica di Cartesio e Newton descriveva un mondo formato da entità atomizzate, isolate e immutabili, la teoria dei quanti ha riformulato il mondo definendolo un insieme di sistemi interagenti, inseparabili e in costante cambiamento, dotato di potenzialità inestimabili piuttosto che di proprietà e fenomeni fissi.
Sono queste caratteristiche di “inseparabilità” e “indeterminatezza” che ispirano il mio approccio ai sistemi naturali e all’impatto umano sull’ambiente. (…) Attraverso la lente della biodiversità il mondo si rivela molto differente e reclama un cambiamento nei modelli tecnologici e di mercato dominanti. Un passo necessario verso la sostenibilità.”
Non è un caso né una bizzarria perciò se la scienziata nucleare, nelle prime righe dell’Introduzione al suo primo libro, attacca parlando male dell’Illuminismo e della teoria del progresso, e nel terzo capitolo, Le donne nella natura, ci espone con attenzione e rispetto, cioè senza tacciarli di superstizione, alcuni fondamenti dell’antica visione cosmologica indiana, le tradizioni popolari ed esoteriche: il sakti, il principio femminile e creativo dell’universo, e il prakrti, la natura. In uno dei suoi scritti successivi, senza alcun bisogno di abbandonare il rigore del metodo scientifico, ma anzi proprio in virtù di esso, V. Shiva arriverà a fare piazza pulita di un altro dei nostri polverosi pregiudizi sulla mentalità indiana, da noi considerata retrograda a causa del rispetto per le vacche sacre. Neanche più la vacca sacra occidentale del pregiudizio contro le vacche sacre ci lascia adorare!
Affrontando la questione centrale della democrazia alimentare, infatti, in un altro dei suoi libri intitolato appunto Vacche sacre e mucche pazze: il furto delle riserve alimentari globali (ed. DeriveApprodi), Vandana Shiva riesce a rendere al massimo l’idea: “La mucca pazza, frutto di incroci transpecifici, è un “cyborg” secondo la femminista Donna Haraway, che aggiunge: “Preferirei essere un cyborg che una dea”. In India, la vacca è Lakshmi, dea della prosperità, e il suo letame è adorato come Lakshmi perché rinnova la fertilità della terra, nutrendola in modo naturale. La vacca è sacra perché è al centro della sostenibilità della civiltà agricola. La vacca come dea e cosmo simboleggia la cura, la compassione, la sostenibilità, l’equità. Dal punto di vista sia delle persone che delle vacche, io invece preferirei essere una vacca sacra più che una mucca pazza”.
Considerando le situazioni nell’ottica della relazione, come suggerisce la visione di un universo interconnesso, la domanda è sempre: come si configurano i rapporti di potere? Partendo dalla considerazione dei rapporti di potere, la terza linea parallela individuata dall’autrice è quella del patriarcato. L’instaurazione di un nesso concettuale fra scienza, economia politica e patriarcato, e cioè il nesso rappresentato dal tema della volontà di dominio unico, è apprezzabile come uno dei risultati fondamentali di questo libro. In altre parole: contiene una riflessione sul rapporto sviluppo-tecnologia-donne e sul rapporto scienza-natura-genere che riprende e approfondisce quella di Carolyn Merchant (La morte della natura, Garzanti, 1988) e quella di Evelyn Fox Keller. Il seguito della riflessione si può leggere nella raccolta di testi intitolata, con termine assai significativo, Monocolture della mente: biodiversità, biotecnologia e agricoltura “scientifica” (Bollati Boringhieri, 1995).
L’andamento del ragionare è piuttosto circolare, alcuni lo trovano ripetitivo; io invece lo definirei meditativo, poiché torna e ritorna sullo stesso punto però ogni volta da un’angolatura, secondo una sfaccettatura un po’ diversa, girando in tondo come il falco che scruta dall’alto la preda planando in cerchi lenti sulla campagna per buttarsi infine in picchiata, come i pensieri di Shiva che catturano fulminei il punto della questione, illuminandolo.
Purtroppo, questo libro non è stato riproposto per il suo valore storico ma per la insuperata attualità dei suoi temi. Oggi lo “sviluppo” incombe con ancor più temibili minacce sulla gente dell’India che vive di agricoltura e di sussistenza: lo denuncia per esempio la scrittrice Arundhati Roy (autrice del romanzo Il dio delle piccole cose e del saggio La fine delle illusioni), ricordando in un recente intervento che dal 1947 ad oggi, in India, secondo stime ufficiali ci sono stati circa 56 milioni di sfollati senza risarcimento per cause ambientali. Altro che politica dello sviluppo.
Vandana Shiva nel frattempo ha pubblicato una serie di altri saggi tutti interessantissimi ed è stata insignita di una considerevole quantità di premi e riconoscimenti in vari Paesi e a livello internazionale per l’approfondimento del paradigma ecologico e per avere unito la ricerca all’azione.
E’ stata fra coloro che hanno promosso il Social Forum Mondiale di Porto Alegre ed è “una delle voci di maggior prestigio sulle tematiche più controverse della globalizzazione”. Credo che nessuno comunque si azzardi a definirla una contestatrice no-global.