Serena Fuart
“In un tempo in cui le parole girano intorno e si riferiscono a cose già definite e quindi perdono la sostanza naturale quasi sparendo, incontro questa filosofa, scrittrice, impegnata in una lotta contro l’irrealtà, perché il nostro parlare sia un parlare di qualcosa di reale. Questa sua lotta prende la forma di un’anti anti metafisica” E’ uno dei pensieri espressi da Luisa Muraro nel corso dell’incontro su Iris Murdoch introdotto da Liliana Rampello, tenutosi alla Libreria delle donne, il 7 maggio. Iris Murdoch, romanziera e filosofa, due mondi, due scritture. Scritture, secondo Luisa Muraro, concomitanti e pur tuttavia indipendenti.
Di fatto un incontro, quello avvenuto tra Luisa Muraro e Iris Murdoch. A parlarne è Liliana Rampello. Si tratta di uno scambio più che di un incontro, sostiene, uno scambio che ha modificato il pensiero di Luisa Muraro e non solo il suo.
Nel corso del suo intervento Liliana ci parla più precisamente di un doppio incontro. Doppio perché “mi era capitato cinque o sei anni fa a Londra di vedere un volume di Iris Murdoch intitolato Esistenzialisti e mistici con tutti gli scritti filosofici di lei, un testo complesso che mi interessava. Ho preparato la scheda per l’editore (Il Saggiatore) e nel farla mi sono resa conto che stava toccando molte problematiche che di sicuro incrociavano il pensiero di Luisa Muraro, che aveva già scritto molto sulla mistica. C’era tutta una parte di questo testo che sicuramente, se presa in mano da Luisa, avrebbe permesso all’editore di far arrivare questo testo in Italia, cosa di cui ho avuto conferma poi vedendo il suo lavoro”
Iris Murdoch era conosciuta in Italia nel periodo che va dagli anni ’60 fino agli anni ’70 grazie ad alcuni suoi romanzi, Il sogno di Bruno, Il rosso e il verde, (pubblicati da Feltrinelli) e un piccolo racconto La ragazza italiana (Einaudi). Poi era scomparsa dalle librerie italiane. Il suo lavoro filosofico, poi, era quasi del tutto sconosciuto in Italia.
“Si trattava di capire – continua Liliana – come portare un volume di questo genere quasi all’improvviso in Italia. Luisa Muraro sa di mistica e c’è un grosso lavoro della Murdoch sulla mistica, quindi si trattava di tradurre il testo da una parte e farlo poi introdurre da Luisa Muraro con uno scritto che sostituisse quello dell’introduzione inglese. Anche l’edizione inglese aveva avuto bisogno di una serie di scivoli. Questo mi è stato d’aiuto per far capire all’editore che c’era già un pubblico in Italia, il pubblico di Luisa Muraro sulla mistica e su Margherita Porete, come Le amiche di dio, Lingua materna scienza divina. D’altro canto c’era la possibilità di far incontrare due filosofe perché, di fatto, questo è quello che è avvenuto. Nel lavorare su questo testo, nel leggere i romanzi che man mano la Rizzoli stava ripubblicando (ce ne sono tre), quello che è avvenuto, secondo me, è che i due pensieri si sono incontrati. Quando dico incontrare intendo dire che non si è trattato di metterli semplicemente a fianco. Anche a partire dal testo di Luisa nel testo collettivo Concepire l’infinito (La Tartaurga) in cui è presente il saggio Una scrittura infinita. Un’introduzione a Iris Murdoch e dal suo lavoro introduttivo ai saggi filosofici in via di pubblicazione nel prossimo gennaio, mi è parso di capire che questo incontro sia di fatto avvenuto come scambio. Luisa Muraro ha rilanciato già da questo saggio, con grande originalità, un pensiero filosofico che era conosciuto, ma non troppo in Inghilterra, considerato e messo in parte ai margini da una discussione filosofica tradizionale. L’operazione di Luisa è stata quella di restituirla alla sua radicalità, cosa molto importante filosoficamente parlando. Una radicalità che poi ha avuto una ripercussione sullo stesso pensiero di Luisa Muraro. Sento un’eco nel suo pensiero più recente, nel movimento abbastanza continuativo con cui torna ad alcuni testi della Murdoch sia narrativi sia filosofici”
Non solo un incontro quindi ma uno scambio, “non si è trattato di mettere quel tipo di filosofia a oggetto di analisi del pensiero, né in qualche modo Luisa ha accompagnato il pensiero della Murdoch introducendolo e spiegandolo”.
Le due scritture
“…la felice carriera di una pensatrice la cui opera si distribuisce nettamente su due versanti: quello della letteratura e quello della filosofia e in entrambi eccelle. Un unico percorso e due scritture…” Da Una scrittura infinita. Un’introduzione a Iris Murdoch.
“Ma queste due scritture, che potrebbero essere rubricate semplicemente come due registri diversi di un farsi del pensiero – continua Liliana Rampello -, sono, secondo Luisa Muraro, concomitanti e pur tuttavia indipendenti. Quando si dice di due scritture che sono concomitanti e indipendenti si è già fatta un’operazione molto precisa di lettura di questi testi.
In quali punti avviene lo scambio tra le due filosofe, scambio che porterà una modificazione che riguarda anche il pensiero di Luisa Muraro?
“Lei ci parla dell’esistenza di un’asimmetria – dice Liliana – di quello che si può immaginare e rappresentare con l’arte del linguaggio e quello che si può argomentare e spiegare con la logica. Asimmetria di cui la Murdoch ha saputo fare una vera e propria risorsa del pensiero filosofico. A me sembra che in qualche modo Luisa si sia sentita sfidata dal lavoro artistico di Iris Murdoch più che da quello filosofico. Quello filosofico le era più consueto. E’ qualcosa che lei conosceva molto bene. Mentre il mettere al centro la scrittura creativa, scrittura che lavora attraverso le immagini, che impasta quindi linguaggi metaforici è qualcosa di diverso. E’ come se Luisa avesse incrociato un Giano bifronte. Le due cose sono concomitanti e non si eludono mai a vicenda. Il suo pensiero è stato sfidato dal segreto della bellezza, perché un’opera d’arte deve ambire ad essere bella, non deve eludere questo nodo ed è lì che, a me pare, si sia messo in moto qualcosa di Luisa, qualcosa di importante. Oltretutto sia nella scrittura letteraria che filosofica di Iris Murdoch, il problema della bellezza è fortemente e costantemente affiancato al problema del bene.”
Luisa e Iris
L’approccio ai romanzi è la via principe alla sua personalità sostiene Luisa Muraro. “Vorrei spiegare il perché del mio interesse. Quello che dice Liliana delle risonanze che lei ha avvertito è giusto, ma io ho sentito anche la sfida del suo pensiero filosofico, sebbene indubbiamente la cosa di cui avrei voluto venire a parlare era della romanziera Murdoch. Quello che volevo spiegarvi è perché mi interessa e in quale contesto: un contesto di sfida filosofica del tempo presente che ha generato una filosofia che viene chiamata post strutturalista. Non è tanto la filosofia che questo tempo ha generato, è il problema di questa civiltà sempre di più parlata attraverso discorsi autoreferenziali. Le parole girano intorno e si riferiscono a cose già definite e quindi perdono la sostanza naturale, quasi sparendo.
In questo tipo di situazione incontro questa filosofa, scrittrice, impegnata in una lotta contro l’irrealtà, perché il nostro parlare sia un parlare di qualcosa di reale. Questa sua lotta in lei prende questa forma di un’anti anti metafisica: cioè davanti alla chiusura di qualsiasi possibilità di altro rispetto a quello che è interno al nostro sistema referenziale, rispetto a qualsiasi possibile trascendenza, lei lotta perché una trascendenza sia possibile. Lo fa sia nella filosofia che nei romanzi. Quindi c’è questa lotta contro l’irrealtà che ha due registri e due scritture. Quella filosofica, con scambi e contrasti, mi affascina molto indagare.
Un altro motivo per cui la Murdoch mi piace è perché è una donna sicuramente molto laica, non ha tentativi di recupero della religione”.
Iris Murdoch, spiega Luisa, è nata nel 1919, all’interno di una famiglia laicissima. Si è formata tra Oxford e Cambridge tra gli anni ’30 e ’40. Diventata professoressa a Oxford negli anni 50-60 è sempre vissuta lì, in un ambiente quindi molto laico “Nonostante questo ho sentito in lei una parentela lontana con Giacomo Leopardi – dice Luisa.
“L’ho sentita quando constata la caduta delle illusioni religiose e piange su questo fatto come una perdita. Leopardi è il primo pensatore del disincanto che registra lucidamente la fine della civiltà religiosa. La registra diversamente da Nietzsche che la considera una specie di trionfo. Leopardi, al contrario, coglie aspetti di perdita, perdita della possibilità di essere felici. Questo atteggiamento lo ritroviamo anche in Iris Murdoch. Lei sa che la civiltà religiosa veicola delle cose importanti. C’è anche in lei il constatare la difficoltà di impegnarsi ad esplorare le difficoltà, c’è un discorso filosofico sulla trascendenza e il suo dio si chiama il bene”.
Il bene
Enorme l’importanza che questo tema ha nel pensiero della Murdoch e nei suoi scritti, raccolti sotto il titolo La sovranità del bene, continua Luisa. Il bene è il nome che lei dà a Dio.
Qualcuna però, racconta Luisa riferendosi a una sua studentessa, tutto questo trionfo del bene non l’ha trovato. Secondo la sua lettura, nel romanzo Una sconfitta quasi onorevole, assistiamo proprio alla sua sconfitta.
Si narra la storia di tre coppie. In queste si intromette un uomo, George, un personaggio che ha intenzioni maligne. Sembra tranquillo, non soffre di sensi di colpa. Provocherà la disunione di una coppia con un’astuzia diabolica, grazie anche al suo fascino. La separazione porterà al suicidio di uno dei due amanti che non reggerà il venir meno dell’amore e il distacco dalla donna amata. George, ‘il cattivo’ è un uomo maligno, freddo ragionatore sulla natura umana che agisce e ragiona con lucidità, sostenendo che l’amore non c’è. Questo lo vorrà dimostrare e di fatto lo farà.
Il quadro è molto complesso. Verso la fine compare Charles, un personaggio buono ma con poco credito, poche qualità, poca statura e studi, però con la caratteristica di essere buono. Charles ha autorità su George, gli chiederà infatti di lavare i piatti. Questo atto svelerà qualcosa: George, nel sollevarsi le maniche, renderà visibile il distintivo del campo di sterminio. Spiegherà poi che il suo nome è di origine ebraica. In questo romanzo trionfa il male, male che è inestinguibile, che gli è entrato dentro.
“I romanzi sono difformi non solo nella scrittura – dice ancora Luisa – ma anche dalle aspettative della sua filosofia. Ci sono delle invenzioni letterarie nella sua filosofia.
Quello che mi ha colpito è il fatto che questa giovane filosofa a trent’anni era già da tempo orientata alla filosofia”.
Luisa racconta di una delle sue primissime conferenze presso la Società Aristotelica di Londra. Davanti al ghota della filosofia di Oxford e Cambridge e ad altri personaggi importanti, lei (trentenne appunto) agirà molto coraggiosamente prendendo le distanze dalla filosofia dominante. Una filosofia analitica del linguaggio da cui si distanzierà in una maniera particolare: non di sfida, evitando di rifugiarsi in una delle filosofie minori presenti in quelle città pullulanti di pensatori di altre tendenze.
La conferenza ‘Nostalgia del particolare’ portava un titolo un po’ romanzesco, novellistico. Al tempo Iris era già una romanziera e il suo scudo era quello di esserlo, di pubblicare e di venir letta.
Tutti i filosofi presenti erano pieni di arroganza, ce n’era solo uno buono, che tra l’altro morirà precocemente – racconta ancora Luisa-. Ma Iris neanche era buona, aveva un disordine sessuale marcato, tradiva sistematicamente il marito, confessandoglielo quasi ogni volta. Il biografo Peter Conradi racconta che in un’occasione lui, stanco di questo suo atteggiamento, le chiese per lo meno, di non raccontargli più nulla. Iris però non era un’arrogante e davanti a quel pubblico inizia la sua sfida molto misurata. Qualè la modalità del suo distacco?
Dicono che possiamo parlare dei fatti senza parlare dell’esperienza, ma uno che non è d’accordo potrebbe dire: possiamo veramente?
Tutto ciò con la presenza di qualcuno che non è d’accordo, The Objector, personaggio che sarà presente in tutta la conferenza. Questo personaggio esordisce con un ma possiamo veramente? Questa, da un punto di vista filosofico, è una sfida grandissima: togliere la nozione di esperienza dal linguaggio filosofico. Recentemente, Joan Scott ha prodotto uno scritto molto importante in cui proponeva di togliere la nozione di esperienza dal linguaggio storico, perché, sosteneva tra le altre cose, non è scientifica. Iris combatte tutta la sua battaglia su questa questione e anche un’altra e inventa questo personaggio, The Objector come fosse un personaggio romanzesco. Ogni tanto espone le risposte all’obiezione, allora The Objector si alza sempre dicendo che però c’è dell’altro.
Nel corso di quella conferenza, uno dei colleghi, Isaiah Berlin, andatosene maleducatamente, (come racconta il biografo di Iris), commenta dicendo “Quella signora che certo non è famosa per la chiarezza delle sue idee”. La battuta è maligna perché fa riferimento alla libertà sessuale che Iris si permetteva, libertà che pochi uomini si concedevano per non parlare delle donne”
Iris, racconta Luisa, aveva delle ottime amiche e questo lato della sua vita è molto affascinante: le amicizie femminili l’hanno sempre accompagnata e a vi è stata fedelissima tutta la vita. Le sue amiche, (ben cinque) erano tutte filosofe che si occupavano di filosofia morale”
“Comunque – continua Luisa – ,le sue relazioni personali, le sue amiche hanno sanato un aspetto della sua personalità molto maligna che il biografo prontamente descrive”
Riguardo la sua filosofia “lei ha concepito e proposto una filosofia che ha la vita morale e politica, la dimensione della moralità e della politica come base, e, in questo senso, è tutta la filosofia che è intesa in chiave di vita morale e politica senza soluzione di continuità .
L’altro aspetto di lotta, l’altra battaglia che ha vinto, è stata quella contro il dogma che separava i fatti dai valori. Questo vuol dire la descrizione delle cose unita all’impegno personale, morale e politico che abbiamo nei confronti di esse. C’era allora il dogma, che alcuni sostengono ancora ma in filosofia non vale più, che pretende che è possibile e si devono separare le due questioni in quanto dimensioni diverse: una è la dimensione delle cose, dimensione scientifica, e una è quella dei valori, morale, etica che si aggiunge indipendentemente. La Murdoch sostiene che non è così. Lo sforzo di non confondere le proprie posizioni soggettive con la descrizione e il racconto delle cose, è lo sforzo di una posizione morale lodevole, ma è una posizione morale. Lei combatte un paradigma scientifico presuntamente neutro, un paradigma di una scientificità neutra con una soggettività che non interviene”.
L’esperienza di lettura
“I personaggi incarnano un problema – sostiene Liliana Rampallo -, letteralmente, come se qualcuno avesse un problema nella sua testa e ne facesse carne, sangue e ossa di figure che vuole presentarci. Le trame mi sembrano un po’ bislacche nel senso che ogni tanto lascia dei fili che non porta avanti, costruisce delle cose abbastanza rocambolesche. E’ come se fossimo di fronte a un lavoro che non tiene tanto alla perfezione dell’architettura della trama, dell’armonia delle parti, quanto piuttosto che sia veramente sollecitata in modo, che io direi drammatico, quasi shakespearianamente sollecitata a mettere in scena i suoi problemi”.
“Mentre nella scrittura filosofica la Murdoch è piuttosto sobria, nella narrazione è sontuosa – interviene Luisa Muraro -: ci sono dei paesaggi, il suo ideale è situare un personaggio e far sì che questo cominci ad avere una paura o qualche problema. Il tutto all’interno di un paesaggio naturale, difficile, pericoloso, malconcio, paludoso oppure in un mare freddo, magari con dei vortici. E’ il suo sogno accostare un essere umano con la tremarella e questi scenari. Liliana Rampello diceva che le sue trame sono un po’ bislacche. Le trame, Iris, non le costruiva prima, le creava man mano, come gli scrittori dell’Ottocento che pubblicavano sui giornali. Tuttavia quelli avevano il romanzo incarnato in testa, lei invece sapeva che il romanzo realista dell’ottocento era ormai perso, avrebbe voluto fosse il suo modello, ma non lo segue. Antonia Bayatt sostiene che lei abbia scritto romanzi metafisici. Sotto la rete è un romanzo filosofico.(i titoli mettili sempre in corsivo senza virgoette)
L’altra cosa che piace alla Murdoch sono i grandi tormentoni concettuali, psicologici e morali. Questi personaggi continuano sempre, a letto, a pranzo, dentro le grotte, in barca, a disquisire e trattare problemi, perché sono i problemi che tengono occupatissima lei. Però poi ci sono sempre i personaggi taciturni che sono i suoi preferiti.
Sotto la rete è un po’ filosofeggiante però ha una caratteristica che è anche della sua filosofia: quella di non mettere mai personaggi eroici solitari. Ci sono i momenti terribili di solitudine nei suoi scritti soprattutto in mezzo alla natura infida e pericolosa (grotte, paludi, buio), ha delle descrizioni molto vive, da fare impressione. Teniamo conto però che lei era fisicamente molto coraggiosa. Nel romanzo Sotto la rete già si sente la follia della trama. Sia per me che per lei le trame dei romanzi che stanno insieme sono le più distanti dal vivere vero. Più queste invece sono strampalate più somigliano alle nostre vite.
Il protagonista di Sotto la rete, va in giro un po’ ‘strampalato’ ma alla fine diventa portantino a mezzo tempo e si mette al lavoro per diventare scrittore. C’è nei suoi romanzi l’impegno al moral change. Gli esseri umani sono sempre immersi in questo moral change, falliscono, ritentano e vanno verso il cambiamento morale. Il protagonista va verso questo. I personaggi non ci vanno mai eroicamente da soli, ma sempre aiutati da tanti altri personaggi. Lei aborrisce l’eroe esistenzialista, però le piacciono questi personaggi scalcagnati che però quasi tutti ce la fanno.
La campana è caratterizzato dalla figura della badessa, personaggio vero che ha conosciuto. Questa ricerca della dimensione religiosa che era in lei non aveva una grande tenuta ma un’autentica attenzione alla cultura e civiltà religiosa. Ha scritto di un ordine religioso anglicano sopravvissuto alle riforme fornendo un quadro storicamente esatto.
Ogni volta che scrive un romanzo inventa un mondo. Alcuni le riescono benissimo, altri no, ma lei sostiene che fallisce anche la grande arte e poi aggiunge: “chi vuole bene non fallisce mai”. Per lei l’artista e l’essere umano buono si corrispondono, sono in rispondenza: uno sul piano del bello l’altro sul piano del buono.
Il romanzo L’apprendista inizia con un personaggio che, per frivolezza, dà dell’acido di nascosto a un suo amico carissimo in quanto quest’ultimo era contrario ad assumere droghe. Glielo mette nel cibo, l’amico va ‘in trip’ e, per una distrazione di quello che aveva fatto lo scherzo, si butta dalla finestra e muore. Il libro quindi inizia con questo antefatto: l’orribile senso di colpa di questo personaggio.
Lei scrive i romanzi per sé, cioè per noi, ma noi siamo al servizio di lei. Lei aveva bisogno di scrivere, era la sua vita, la scrittura l’ha tenuta in vita. Era una donna violenta e scrivendo romanzi, che avevano poi successo, trovava gratificazione, e questo l’ha aiutata a vivere e a pensare.”
Sullo spunto di un intervento, Luisa racconta poi del rapporto di Iris Murdoch con la psicoanalisi.
“Dalla biografia della Murdoch emerge il fatto che avesse avuto un rapporto di attrazione-rigetto per questa. Mi sono chiesta se la scrittura dei romanzi fosse la sua psicoanalisi. No, mi sono detta, è fare a meno della psicoanalisi. E poi l’altra questione è la difficoltà di entrare in relazione: nei saggi filosofici entrare in relazione con gli altri è ossessivamente martellante, è importantissimo, continua a dirlo. Come dire che la scrittura dei romanzi mette in scena una possibilità che le fa difetto.
Tra le sue trame.
Relazioni, teatralità, il bene
Questi alcuni nodi principali che si intrecciano tra gli interventi di alcune partecipanti e delle relatrici.
“Lei attua una messa in scena drammatica del teatro classico inglese, che si sente benché scelga di tenere quella trama che altrimenti non saprebbe tenere nelle mani dell’ io narrante: se si tira il filo dell’io narrante, tutto si disfa essendo senza nuclei – interviene Liliana Rampello e continua -… Luisa sosteneva che, per Iris, in qualche modo l’uomo buono è meglio dell’artista. Io sento lenorme difficoltà della Murdoch di avere esperienza di relazione, mentre si sente che ha esperienza di ciò che lei presenta come malignamente capace di rompere i legami, che nei suoi romanzi continuamente si rompono. E’ questo che viene messo in scena, se poi dopo questo fatto si traveste da bene riuscirà da qualche parte, dove la bellezza non riesce. Può darsi però che la maschera sua sia la maschera di chi conosce. Chi è buono nei suoi romanzi? Quelli che tacciono o si perdono di vista?”
Sul tema della relazioni…”…la cosa che mi ha colpito ancora di più – ammette una partecipante – è questa difficoltà delle relazioni che si traduce nell’ossessione a tormentare l’altro tormentandosi, però un altro che non viene mai visto, tant’è che quando accade questo famoso cambiamento avviene perché qualcosa succede che fa vedere l’altro a questo io narrante.
Inizialmente ero stordita da tutte queste interrogazioni dell’ io narrante che sembrava essere un grande approfondimento di relazione”
C’è una grande presenza di relazioni secondo Clara Jourdan “E’ vero che si rompono, però cambiano, si modificano e, come diceva prima Luisa, l’io narrante e i vari personaggi non sono mai soli. Non c’è la questione dell’esistenzialismo, c’è invece una forte relazionalità e una grande libertà della scrittrice”.
Sulla questione della teatralità di Iris Murdoch interviene Luisa Muraro “In verità negli scritti della Murdoch, a parte la conferenza ‘La nostalgia del particolare’ con il suo The Objector ( che si può definire un’invenzione teatrale), soprattutto nei romanzi, c’è la questione del teatro. Lei ha idea che questo sia l’espressione letteraria più alta e lo spiega: il teatro coniuga la forma e la contingenza, cioè ci sono cose che capitano per caso ma capitano in una forma conclusa, in quanto, sostiene, abbiamo bisogno di questa unità della forma e, nel teatro, questo avviene”.
Luisa precisa poi il suo pensiero circa il discorso del fallimento dell’arte. “Anche la grande arte fallisce anzi si distingue proprio perché questi sono fatti in un certo modo, sono speciali, come se l’arte si arrendesse alla contingenza ultima delle cose. La grande arte ha questa capacità, i suoi difetti li esibisce come qualcosa di teatrale mentre l’arte media e mediocre hanno la caratteristica di cercare di tamponare, di sanare”.
Prima veniva detto da qualcuna che la Murdoch non si lascia colpire dalle relazioni…io correggerei in questi termini: lei in verità non si lascia colpire…
Poi seguita a parlare del suo saggio in cui “…dicevo che la bravura di Murdoch sta nel parlare della libertà e di pensare la libertà nei termini di non farsi trovare nelle traiettorie del potere. C’è quella mossa della schivata, mossa che fanno gli animali inseguiti dal predatore che fanno la schivata di lato e il predatore resta nella sua traiettoria. La questione della schivata a Judith Butler in Scambi di genere manca, seppur la tenti, la immagini, cerchi di descriverla. Proporrei di dire: Iris non si lascia colpire dal difetto di relazioni. Questa povertà relazionale che si porta dentro è che in qualche maniera c’è, lo hanno notato più persone. E’ difficile identificarsi con i personaggi della Murdoch, sono personaggi che hanno qualcosa di scostante. Lei fa della povertà simbolica il lavoro dell’arte, è questo che c’è in lei: le goffaggini di trama sono giocate alla grande. Lei non è una grande romanziera è una romanziera difettosa ma non è infilzata dalla sua difettosità, è come se questa difettosità la offrisse a chi la legge. Bisogna leggerla così, spartendo insieme a lei qualcosa di doloroso e di mancante, profondamente mancante”.
“L’ulteriore grande idea di Iris Murdoch è di pensare che il lavoro simbolico dei segni dentro di noi, nei rapporti con gli altri e con il mondo e preso in ogni senso dell’esprimere, del comunicare, del rappresentare in ogni direzione, che questo lavoro può prendere dalla grande arte alla conversazione quotidiana, quando è lavoro consapevole e deliberato, quando è una pratica di parola è anche per sua natura un lavoro morale e perciò positivamente sensibile all’orientamento del bene…” (Da Una scrittura infinita. Un’introduzione a Iris Murdoch). Secondo Luisa questa intuizione l’ha portata alla pratica della scrittura. “Appoggio quest’ipotesi – continua Luisa – , la Murdoch ha avuto l’idea che c’è un ordine simbolico. L’ha avuta scoprendo che le cose sono caotiche, contingenti, mal fatte e capita sempre qualcosa che fa disordine e crea sofferenza e scoprendo che la parola, se è fatta come pratica di parola, può far ordine. Ho capito che questa idea del bene l’ha messa in termini molto platonizzanti e in questo senso poco credibili per noi, ma il concetto dentro questa intuizione è che il parlare, quando è un parlare vero e bello, non necessariamente artistico e filosofico, è il parlare di chi vuol bene, di chi cerca di dire la verità, ed ha un orientamento interno al bene, cioè fa ordine, c’è un ordine libero”.
Sul tema del bene una partecipante suggerisce che “in questo momento mi è venuto da pensare che il bene o e il buono non sono delle evidenze -. , Mentre ciò che è bello può avere un’evidenza nell’apparire, il bene o il buono no, e quindi non può che essere come nel titolo di quel romanzo citato…non risulta nella mia esperienza che ci sia un apparire del bene e del buono”.
A questo proposito Luisa risponde che nel testo La sovranità del bene, disgraziatamente il bello si mostra e la perfezione in quest’ordine di cose la cogliamo, siamo capaci, la sentiamo ma nell’ordine della moralità è tutto una confusione, incertezza. “Forse queste parole sono una chiave per capire quello che diceva la mia studentessa, cioè che nei romanzi tutto questo trionfo del bene non c’è. Lei citava le parole inglesi che esprimono, nel linguaggio della Murdoch, la confusione, il pasticcio l’impasto”
Sull’importanza delle relazioni nei romanzi della Murdoch interviene Liliana Rampello
“Premettendo che una vita non spiega l’opera e l’opera non spiega una vita, certamente la conoscenza di alcuni elementi della vita di un’artista possono fare da bussola ma non vanno intese come una reciprocità. Permettono di capire meglio cosa fa avvenire nel romanzo. Che cosa lei fa avvenire? Il disfarsi delle relazioni, che poi questo presupponga che lei ha un mondo di relazioni, che le cura, è un’altra cosa. Quello che avviene è un continuo slegarsi delle relazioni che secondo me è legato al fatto che tutte ripetiamo di non identificarci con i suoi personaggi. Io credo che lei non permetta di identificarsi con un suo personaggio. Secondo me lei disfa continuamente la propria identità.
Un discorso è ‘mi identifico con l’Io narrante o non mi identifico con nessun personaggio’, un’altra cosa è quello che lei fa avvenire, che è un disfarsi dell’identità. Tanto è vero, è la cosa che mi ipnotizza di più, che lei ha un tipo di scrittura proprio ipnotica. Forse per questo fatto la mia cadenza è legata al maligno, lavoro che si vede molto in atto. Il problema del rapporto tra il bello e il bene passa, ma passa fortemente da questa malignità rappresentata e la rappresentazione della malignità è lo slegare il legame altrui. Il diabolico slega i legami”.
“Lei vede l’umanità immersa nella possibilità della trasformazione di sé che può essere orientata verso il meglio – dice Luisa Muraro -, verso un ordine simbolico, il bene, dice, in filosofia non nei romanzi dove però c’è questa drammaticità. Le sue trame non danno quel gusto estetico della risoluzione della perfetta parabola e bisogna vedere questa pluralità.
Il fatto del disfarsi dell’identità di cui diceva Liliana è molto post moderno ma va preso in considerazione perché c’è un disfarsi dell’identità che lei è capace di raccontare, è capace di raccontarlo anche con un ri-farsi. Anche Judith Butler parla di un disfarsi e di un rifarsi. Mi veniva in mente quando Liliana sottolineava questa capacità di raccontare il disfare i legami, che questo è alla lettera il proprio del diabolico. Nell’origine della parola diabolico, diabolico è opposto a simbolico che è il mettere insieme, “sum”, mentre “dia” è separare”.
Continua poi: “quell’enfasi sul bene, che viene dal platonismo e che ha molte spiegazioni nel contesto in cui si pone, è difficile da governare filosoficamente, si può vederla nella prospettiva di un ordine simbolico. Ci sono elementi che ho raccolto abbastanza consistenti in questo senso per cui ho azzardato di dire che la Murdoch antepone Platone ma in realtà ha un’intuizione e che ha una polarità con il diabolico del disfare i legami che lei sa raccontare molto bene nei suoi romanzi”
Sul tema del disfare i legami interviene anche Clara Jourdan: “in parte c’è un disfare ma anche un rifare dei legami. Il cambiamento che avviene, il moral change di cui parlava prima Luisa, avviene grazie a un mutamento delle relazioni. Vengono disfatti legami fasulli. Le relazioni non le vedo idealizzate…lei non le idealizza: vede il cambiamento delle relazioni attraverso le relazioni”.
Luisa Muraro chiude l’incontro con il suo ultimo intervento
“Iris Murdoch è post post moderna, anti anti metafisica, è facile da leggere ma ti frastorna un po’, ci si chiede cosa si sta leggendo. Aveva in mente il modello dell’Ottocento ma non lo seguiva, aveva bisogno di scrivere tanto, uno via l’altro e in fretta. Un intervistatore una volta le ha chiesto quanto tempo passava tra quando ne finiva uno e quando ne iniziava un altro. Lei rispose: un’ora.
Il mio suggerimento: leggetela come una vostra compagna di banco che scrive bellissimi romanzi senza aver avuto a disposizione tutto il tempo che aveva il nostro bellissimo Manzoni. Il tempo mettetecelo voi: si può scrivere ragionare pensare e godersela con lei, lei si fa leggere”.
Rosanna Fiocchetto
Uno dei piaceri di essere – come nel mio caso – autrice di una delle storie pubblicate nell’antologia “Principesse Azzurre – Racconti d’amore e di vita di donne tra donne”, consiste nel fatto di esserne anche lettrice. Ogni volta, finchè non viene stampato, non so come saranno gli altri apporti nè che fisionomia avrà la raccolta, e vivo anch’io, come tutte le altre lettrici, la “suspence” dell’uscita del libro, la sensazione di avere tra le mani una novità da scoprire. E’ quindi prevalentemente da un’ottica di lettrice che scrivo queste righe.
L’introduzione della curatrice Delia Vaccarello, “Principesse messe a nudo”, ha chiaramente ispirato all’illustratrice Marlène Damonte l’immagine della copertina, ironica e fiabesca, in cui una donna vestita d’azzurro in groppa ad un cavallo dall’occhio tra furbo e meravigliato invita al viaggio amoroso, sullo sfondo di un castello lontano, un’altra donna in abito rosa e viola. La matita di Damonte ha risposto al richiamo dell’immaginario lesbico in modo giocoso, regalandoci un sorriso; una reazione imprevista e piacevole, dopo le copertine delle due precedenti antologie in cui una grafica “simbolica” stilizzata affidava l’attrazione solo ai colori vivaci. Mi dilungo sulla copertina, prima che sul contenuto del libro, perchè essa è stata oggetto di un sondaggio di opinioni sul portale web www.listalesbica.it: un evento assolutamente inedito nella storia della letteratura lesbica e che personalmente ho trovato piuttosto divertente, a prescindere dai commenti sia favorevoli che contrari.
Afferma Vaccarello nell’introduzione: “L’antologia che giunge al suo terzo appuntamento si propone di ‘svegliare’ chi legge e chi scrive, di dare una piccola scossa a quelle parti di noi che languono nel torpore. E di farlo disegnando un universo in cui cambia molto (e non semplicemente il genere del principe) se in primo piano ci sono protagoniste femminili ‘deste'”. I termini di questo cambiamento sono visibili in tutte e tre le antologie nella ricca gamma di contributi individuali: molto diversi, ma tutti ugualmente e generosamente concorrenti nello s-prigionamento di un immaginario che esce dai margini per occupare il centro del discorso. E la tensione inventiva di questa scelta, lungi dal diventare rituale, si è progressivamente approfondita.
La raccolta comincia dalla coscienza lesbica nell’infanzia, ritratta da “Un’amicizia di ferro” di Sara Zanghì, dove due bambine, Ginetta e Tedda, scoprono insieme, condividendolo reciprocamente, il mondo del desiderio amoroso e della sessualità: cinquant’anni dopo, l’occasione di ritrovarsi ancora conclude provvisoriamente il racconto, lasciandolo nello stesso tempo aperto. Dal “neorealismo magico” di Zanghì si passa all’auto-ironia di “Acqua”, firmato dalla regista Gabriella Romano, umoristica rappresentazione di una “swinging single” quarantenne alle prese con l’irrompere degli odiati sentimenti nella disinvolta routine della sua vita. Le differenti età del lesbismo sono il tema di “Trinità” di Lidia Ravera, un’anti-storia dalla tessitura non convenzionale, della quale si coglie pienamente la dimensione soltanto nell’epilogo. “Iniziazione”, di Barbara Alberti, recupera con spirito caustico lo stile dei carteggi ottocenteschi tra fanciulle di buona famiglia, per creare un testo che, accostando innocenza e impudicizia, si misura con la tradizione del “romanzo libertino”.
In “Cuori d’inverno”, di Sandra Petrignani, la vicenda di Marina e Anna prende avvio proprio da dove Sara Zanghì aveva interrotto quella di Ginetta e Tedda: il ricongiungimento a distanza di trent’anni con il primo amore, distrutto dalla maldicenza di un piccolo paese. Qui i destini delle “principesse” si sono traumaticamente separati, e così anche le esperienze, i vissuti… ma non tutto è perduto, anche se tutto è da ricostruire. Il momento della rivelazione del lesbismo è rievocato da Maria Rosa Cutrufelli in “La Regina delle nevi”, fotografia di una classe di ginnasiali all’inizio degli anni Sessanta e dell’omofobia nell’ambiente scolastico. “La coscienza di Zero” di Delia Vaccarello disegna un paesaggio aperto e luminoso come scenario naturale di un incontro fra elfe moderne, alternando la registrazione dei pensieri alle sequenze narrative. Lascio il mio racconto “Gondoliera” alla totale percezione di chi legge, aggiungendo soltanto che ho voluto fare di questo personaggio una metafora dell’amore lesbico e della passione che lo sostiene, rischiando anche un “peccaminoso” romanticismo.
La scrittura di A.S. Laddor, in “Ostaggi freschi”, insegue registri multipli, decostruendo trama e personaggi, realtà e immagini; la figura di Proza è, più che protagonista, una deuteragonista animata da una “fame onnivora”, che soddisfa in progressive allucinazioni, in segreto. Valeria Viganò, in “La ragazza dell’orecchio”, organizza lo spazio della sua narrazione nell’ambito ristretto di un giardino, amplificato dalla luce sottile che illumina ogni dettaglio, compreso quello della parola. In questo spazio il punto focale è l’avvicinamento tra due donne, che si tramuta in Evento in sè, un evento quasi radiografato. Fiorella Cagnoni, conosciuta per il suoi “gialli”, in “E’ il primo nome che…” crea un curioso meccanismo narrativo con frammenti autobiografici, un “duplice scivolamento onirico” attraverso il viaggio. “Non voglio morire da angela” di Cristina Arcuri è un “noir” perturbante che affronta il tabù dell’incrocio tra amore e morte, in una “angelica” trasfigurazione del conflitto fra paura e desiderio.
“Duetto per voce sola” di Paola Presciuttini e “L’estate scorsa giù al ghetto” di Margherita Giacobino introducono per la prima volta nella serie di antologie delle “Principesse Azzurre” la presenza del testo teatrale, accompagnata da una nuova appendice bibliografica. Mentre Presciuttini mette in scena un monologo in cui Alice Toklas ricorda la sua vita con Gertrude Stein, Giacobino rende uno scanzonato e irriverente omaggio alla commediografa Jane Chambers orchestrando una surreale vacanza lesbica, affollata da personaggi irresistibilmente comici.
Unico racconto scritto “a quattro mani”, “Lapsus” di Clementina Guerra e Marzia Pacis descrive una convivenza lesbica a lungo termine ormai arrivata al capolinea, nella quale l’alienazione affiora attraverso l’unico “movimento scontrollato”, l’involontario scivolamento del linguaggio nell’errore. In “Toccami” di Iceblues, un soggiorno alle Terme è il contesto in cui si sviluppa una sensualità terapeutica che assume più rilievo di quella amorosa. “Senza cielo” di Marc de’ Pasquali contrappone l’improbabile possibilità di adozione di una bambina albanese da parte di due lesbiche “ritenute inadatte ad accudire fantoline”, alla reale e tragica vicenda di Marijeta, massacrata a dodici anni: una spietata denuncia di una società sadica e indifferente, che con la sua rigidezza razzista nega ogni speranza. “Tigre adorata” di Patrizia Zappa Mulas restituisce alla memoria un’affascinante seduttrice, incastonata in suggestive atmosfere romane e rievocata in un dialogo sul gioco a volte crudele dell’amore. “Ogni vertebra della tua schiena” di Giulia Balzano fonde l’esperienza dello scavo archeologico ad un altro genere di scavo, quello nell’emozione, nel meandro delle sensazioni e del dolore che seguono l’abbandono.
“Azzurra”, di Vanessa Ambrosecchio, chiude l’antologia con i toni lievi della fiaba. Qui la Principessa è letterale, e si chiama Azzurra. Rifiutando le lusinghe dei prìncipi, smette di avere paura degli specchi quando un’altra donna scioglie l’incantesimo.
Giulia Argnani e Felicitas Nusselein intervallano i racconti con i loro fumetti: tra “Perfect Girl” di Argnani e la serie “vintage” di Nusselein, disegnata agli inizi del movimento lesbico, intercorrono più di vent’anni, ma la fragranza è la stessa. Se “qualcosa è cambiato”, è la raffigurazione intimistica, di coppia e quotidiana del lesbismo, invece della sua dimensione politica e collettiva.
Come ogni lettrice, ho le mie predilezioni e le mie idiosincrasie. Riconosco però a tutte le autrici il merito di essersi coraggiosamente impegnate non tanto in un genere letterario, quanto in un laboratorio alchemico di letteratura che potrei definire provocatoriamente de-genere, perchè presuppone la rivendicazione di una soggettività negata e colpita da uno stigma sociale che la pone al di fuori della cultura condivisa e del suo simbolico. E la sua trasformazione da rivendicazione ad affermazione piena, basata sulla libera espressione dell'”autenticità del proprio essere”, come scrive Delia Vaccarello, attraverso una volontà creativa corale e plurale che parla intertestualmente di solidarietà, di convergenza di intelligenze, ispirazione e linguaggi.
Aa. Vv., “Principesse Azzurre 3”, a cura di Delia Vaccarello, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, Milano 2005, pp.346, euro 8,40. Racconti di Barbara Alberti, Vanessa Ambrosecchio, Cristina Arcuri, Giulia Balzano, Fiorella Cagnoni, Maria Rosa Cutrufelli, Marc de’ Pasquali, Rosanna Fiocchetto, Margherita Giacobino, Clementina Guerra, Iceblues, A.S. Laddor, Marzia Pacis, Sandra Petrignani, Paola Presciuttini, Lidia Ravera, Gabriella Romano, Delia Vaccarello, Valeria Viganò, Sara Zanghì, Patrizia Zappa Mulas. Fumetti di Giulia Argnani e Felicitas Nusselein. Copertina di Marlène Demonte. Progetto grafico di Wanda Lavizzari.
Serena Fuart
Così era spesso chiamata Annemarie Schwarzenbach, donna avventurosa e libera, che ha saputo sfidare famiglia, società e nazismo.
Si è parlato di lei sabato 5 febbraio alla Libreria delle donne di Milano, nel corso di un emozionante incontro che, tra parole e immagini edite inedite, hanno ripercorso la vita di questa affascinante quanto indecifrabile scrittrice e fotografa.
Il lavoro, a cura di Tina D’Agostini, sua traduttrice italiana, è stato presentato da Liliana Rampello.
Ricca, giovane, colta, errabonda. Slanciata, androgina, adolescenziale, malinconica. Appassionata e solitaria. Una donna bellissima e corteggiatissima. Annemarie Schwarzenbach.
Nata nel 1908 in Svizzera e morta a soli 34 anni, ha attraversato la prima metà del Novecento cercando di capire il mondo e se stessa.
Una serata, quella del 5 febbraio, dedicata a lei, alle sue ricerche di senso, al suo vivere inquieto. Un viaggio, raccontato con parole e immagini edite inedite, raccolte con cura ed emozione da Tina d’Agostini, appassionata studiosa e traduttrice della Schwarzenbach.
Annemarie nacque il 23 maggio 1908 a Zurigo da un ricca famiglia dell’alta borghesia svizzera. Suo padre (1876-1940), uno degli industriali più facoltosi, proprietario di setifici a Thalwil (Zurigo e in altre parti del mondo), non ha mai nascosto un’iniziale predilizione verso questa sua figlia, terzogenita, dal volto efebico, candido, androgino, angelico, alla quale riservò un trattamento speciale per la sua educazione culturale
Annemarie trascorse i primi anni della sua vita con i fratelli maggiori. Nel 1911 e nel 1913 ne nacquero altri due: Alfred Friedrich (che lei chiamerà sempre Freddy) e Hans.
Dopo un attacco di scarlattina, per sette anni fu seguita da un’istruttrice privata. In seguito studiò nelle migliori scuole. Si laureò in lettere nel 1931.
Ma il rapporto più interessante e particolare, Annemarie lo ebbe con la madre. Fu la madre inoltre che la iniziò all’amore saffico, un’inclinazione che la giovane e tormentata figlia visse per tutta la sua esistenza.
Renée Schwarzenbach può essere tranquillamente definita una madre-padrona. Con la figlia intrecciò un legame simbiotico, autoritario e repressivo. Non smise mai di cercare l’esclusività per la sua educazione. Annemarie fu dal lei pesantemente influenzata e furono proprio i disaccordi con Renée che le procurarono i dolori più profondi.
Renée avrebbe voluto per la figlia la vita che aveva da sempre condotto lei: un’esistenza tutta legata alle apparenze che però non negava, in privato, la soddisfazione di alcune intime inclinazioni.
La madre di Annemarie fu una moglie ‘normale’, una perfetta padrona di casa, felicemente sposata con tanti figli. Nella vita privata però non fu mai ostacolata, (né dal marito né da altri), nella sua relazione con la cantante wagneriana, Emmy Kruger, che viveva con loro e godeva di tutte le attenzioni riservate a un’ospite speciale.
Ma la giovane scrittrice, in cerca di un senso di sé e della sua vita, non volle mai nascondersi dietro l’ipocrisia e non fece mai mistero dei suoi amori lesbici.
Lo stile di vita di Annemarie creò attriti e contrasti con la famiglia, tanto che divenne il maggiore elemento di disturbo, sia da viva che dopo la sua morte. Quando, dopo la sua morte prematura, ritrovarono i suoi scritti, la famiglia desiderò che su quel caso calasse il silenzio.
Sin da giovane Annemarie mostrò il suo spirito ribelle e avventuroso, controcorrente e particolare. Questo attirò su di lei ammirazione, curiosità e perplessità.
Il personaggio centrale della sua vita fu certamente Erika Mann. Figlia dello scrittore Thomas Mann e sorella di Klaus, è oggetto di un innamoramento folle e morboso da parte di Annemarie.
Annemarie intrecciò con lei e il fratello un profondo legame artistico, un forte attaccamento e una vera e propria dipendenza emotiva.
Con loro entrò nel giro di un ambiente libertino e bohémien, uno dei perni della lotta contro Hitler, e sicuramente, un mondo di cultura e inclinazioni decisamente alternativo rispetto alle tradizioni della sua famiglia.
Tra i Mann e Annemarie ci fu una fitta corrispondenza. Ma Erika prese poi sempre più le distanze dall’amica innamorata che aveva cercato invano di liberare dalla dipendenza materna.
Anche con Klaus il rapporto fu molto forte. Annemarie cercò da lui come dalla sorella sostanzialmente un amore e un legame familiari, quella famiglia che avrebbe sempre desiderato e la cui mancanza ha certamente contribuito al suo profondo dolore.
Ma non fu mai così. Abituati al successo e disinteressati al suo genio creativo, i due fratelli si rivolsero ad Annemarie principalmente per i cospicui aiuti finanziari che la ragazza potè loro dare.
Il legame con loro segnerà comunque la sua vita. I fratelli Mann inizieranno Annemarie alla morfina, una droga da cui non riuscirà mai a liberarsi.
La sofferenza, la solitudine, che nonostante le innumerevoli frequentazioni, gli amori, le amicizie, contraddistinsero sempre la sua vita e la sua opera, condussero la giovane donna a viaggiare molto e ricercare un centro e un senso alla sua vita. Annemarie viaggiò in Persia, in Afghanistan, in Russia, in India, scrivendo testi letterari ispirati a quei viaggi, e dando sfogo alla sua tensione e forza creativa anche attraverso l’archeologia, la fotografia, il reportage.
Mentre la compagnia di amici si sfasciava con l’esilio dei Mann, e in Europa si accendevano i primi presagi dell’imminente catastrofe nazista, nell’autunno del 1933 Annemarie intraprese il suo primo viaggio in Persia attraverso l’Anatolia, la Siria, il Libano, la Palestina, l’Iraq. La giovane donna trascorse poi sette mesi in Asia, visitando rovine e scavi, moschee e bazar, e cercando nell’ arcaicità e nella semplicità mediorientale quella purezza di vita che il mondo ‘moderno’ devastato dall’odio e dalle guerre sembrò negarle. Le sue impressioni vennero accuratamente trascritte in una sorta di diario di viaggio, pubblicato nel 1934 a Zurigo col titolo Inverno in Asia Anteriore.
Nell’aprile del ’34 decise di rientrare in Svizzera, attraverso l’Unione Sovietica.
Si aggravò, in quegli anni, la dipendenza di Annemarie dalla droga, che sfociò in numerosi ricoveri e tentativi falliti di disintossicazione, e le rese sempre più difficili anche i rapporti con gli amici più intimi.
Dopo un matrimonio di convenienza con l’amico e diplomatico francese Claude Achille Clarac, deciso anche per la speranza di una riconciliazione con la famiglia, Annemarie ripartì per l’Oriente. Al ritorno dalla Persia, la vita di Annemarie fu tormentata da numerosi tentativi falliti di disintossicazione, dalla ripresa frequentazione dei Mann, dalla drammatica relazione con la baronessa Margareth Von Opel che, durata tre anni, la condusse fino in America precipitandola in un rapporto ossessivo che la farà entrare e uscire da diverse case di cura.
Nella speranza di dimostrare a se stessa ed a Erika Mann quanto il viaggio e il lavoro di giornalista potessero avere effetti positivi sulla sua salute psicofisica, nel gennaio del 1937 Annemarie intraprese due viaggi negli Stati Uniti insieme all’amica Barbara Hamilton-Wright, alla scoperta degli effetti sociali della ‘grande depressione’
Tornata in Europa nella primavera del ’37, la giovane proseguì il suo vagabondare inquieto attraverso l’Europa continentale, la Scandinavia e la Russia. I problemi con la droga si fecero, tuttavia, sempre più gravi, come più frequenti i ricoveri in casa di cura.
Quando nel settembre del 1939 fu dimessa era già scoppiata la Seconda guerra mondiale, e Annemarie si trovò insieme alla giornalista ed esperta viaggiatrice Ella Maillart in Afghanistan, dov’era giunta all’inizio di settembre dopo un avventuroso viaggio in automobile durato tre mesi attraverso l’Italia, la Yugoslavia, la Bulgaria, la Turchia e la Persia .
La crisi fra la due amiche, scatenata anche dalla pesante dipendenza di Annemarie dalle droghe, le portò a separarsi: giunta da sola a Bombay, Annemarie rientrò in Europa per consegnare il materiale sull’Afghanistan e ripartire per gli Stati Uniti, dove affiancò l’ ‘Emergency Rescue Committee’ nella difesa agli oppositori di Hitler in esilio, insieme ai Mann.
L’ennesima lite furibonda con la Von Opel, con cui tentò la convivenza in quel periodo, portò Annemarie a un’esperienza che lasciò una cicatrice incancellabile: l’intervento della polizia, una diagnosi di schizofrenia e il conseguente ricovero nel famigerato Bellevue Hospital, che le riservò un trattamento inumano, ignorando quei privilegi concessi alle sue origini che fino ad allora l’avevano sempre protetta nei momenti più critici.
Tornata in Svizzera, la stessa madre non potè più sopportare l’ingombrante presenza di una figlia tossicomane e dalla vita tanto scandalosa: è lei a indurla ad affrontare quello che sarà il suo ultimo viaggio, in Africa, nella primavera del 1941. Gli scritti prodotti in Congo Belga non si distaccano, del resto, dal suo ormai consolidato stile: anche qui tristezza e riflessione esistenziale sono i temi principali, incarnati da alter ego maschili che troppo assomigliano a lei nei lineamenti e nelle esperienze di vita per non nascondere una vena amaramente autobiografica.
La morte, tante volte cercata negli anni della droga, giunse nell’estate del 1942 a Sils, in Engadina, in seguito a un trauma cranico riportato in un banale incidente in bicicletta.
Parole e immagini che raccontano Annemarie
Marianne Breslauer
L’appassionante viaggio nella vita di Annemarie è stato preparato dalla sua traduttrice Tina D’Agostini e presentato e introdotto da Liliana Rampello.
I racconti partivano dagli scatti di Marianne Breslauer, allieva di Man Ray . La Breslauer fu l’unica che seppe immortalare l’anima di Annemarie, che capì ed espresse fino in fondo la sua androginia, immortalò la sua vitalità ma anche il suo dolore, il suo turbamento, la sua sofferenza di morfinomane. Immortalò la sua straordianaria bellezza in scatti che hanno lasciato senza fiato.
I testi
Annemarie è raccontata anche attraverso molti testi. Diversi ne sono stati citati per meglio attraversare la sua vita, tra cui,’Dalla parte dell’ombra, il Saggiatore, 2001, La via per Kabul, il Saggiatore, 2002, Oltre New York, il Saggiatore, 2004 e ‘Lei così amata’, Melania Mazzucco, Rizzoli, 2000.
Tina D’Agostini
Appassionata studiosa d’origine italiana, è nata e cresciuta in Svizzera con una madre e un padre emigrati a Zurigo. Laureata in letteratura a Bologna, ha quindi studiato in Italia anche se la sua lingua materna rimane il tedesco. E’ traduttrice e interprete.
Appassionata della Schwarzenbach, che ha scoperto per caso in libreria, ha ricordato e raccontato la nostalgia dei suoi luoghi natali mostrandoci anche le immagini della sua casa.
Tina si è rivelata poi essere cugina di quel lupo nero Schwanzerbach che tanto aveva fatto contro gli emigrati italiani immigrati quando era bambina.
Siti internet consultati
www.url.it/donnestoria
www.tufani.it
Liliana Rampello
Bisogna dare atto alla testardaggine con cui Federica Sossi ha lavorato sulla politica e sulla lingua con cui si può affrontare il tema dell’immigrazione oggi in Italia, continuando a raccontare l’inferno dei famosi CPT (Centri di permanenza temporanea e assistenza) che lei chiama centri di detenzione, lager (e così ora sono in tanti a chiamarli, dopo di lei) visto che lì ci finisce non chi ha commesso dei reati, ma chiunque metta piede sul nostro suolo patrio da clandestino (ammesso che non sia prima morto in mare per naufragio della carretta che lo trasportava), privato di qualunque diritto, anche del più elementare, quello di essere un essere umano.
Dopo un primo libro, Autobiografie negate (manifestolibri,2002), Federica ora torna con Storie migranti, una serie di racconti che ci parlano di questa particolare tragedia del nostro presente, e lo fa appunto scegliendo ancora una volta di mettersi in gioco insieme alle storie che racconta, sottraendosi a qualunque sguardo disciplinare che si presuma innocente o neutrale rispetto al proprio oggetto.
E’ una lettura importante, avvincente, che vive di persone in carne e ossa, cui viene rubato un gesto, un colore, un tratto umano che lì riassume un intero destino. Da Belgrado alla Sicilia, tutto il Mediterraneo viene investito dalle voci di questi Altri/e che bisogna saper guardare da vicino, per poterli vedere. Questo sguardo di Federica li mette finalmente sotto i nostri occhi, attraverso una scrittura che fa intendere l’oltre, il di più di ogni singola vita, della vita di tutti quelli che la categoria “immigrati” violenta con la sua stessa pretesa riassuntiva, fino a che possiamo persino negarne l’esistenza o registrarla solo attraverso la nostra paura, il nostro bisogno di sicurezza. Questa paura e questi bisogni non vanno ignorati, ma capiti, e li si può capire solo alla luce vicina della relazione viva con chi altro patisce e vive.
Annarosa Buttarelli
Un altro libro che ci parla della vita e delle opere di Virginia Woolf può avere la capacità di stimolare ancora l’interesse di lettori e lettrici, magari appagati dall’eccezionale bravura della loro autrice preferita? Sì, ma a condizione che il nuovo libro compia almeno una mossa inedita e stupefacente, in grado di mostrare una pratica di lettura mai tentata sui testi della Woolf. Liliana Rampello, autrice del vibrante Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura, è colei che compie la mossa inaugurale di un nuovo percorso e rilancia la grande potenzialità ermeneutica che il taglio della differenza sessuale offre per rileggere i testi anche letterari, specialmente quelli che nascono già coscientemente segnati dalla differenza (e le pagine di Virginia Woolf lo sono).
Già da alcuni anni Liliana Rampello tiene i suoi e le sue studenti di Estetica dell’Università di Bologna in compagnia con la prediletta Virginia, ma il volume che le dedica è ancora intensamente scaldato dalla felicità della scoperta. Quale? L’aver trovato un varco nella tradizione critica (in gran parte femminista) per strappare via l’amata scrittrice dalla sua fama di donna soprattutto segnata tragicamente dalla fine per suicidio, e anche dall’inizio, da una vita ferita da alcune notevoli sventure. Rampello trova convincentemente su tutti i testi della Woolf – testi, cui resta attaccata “come una formica” – il sentiero luminoso di una donna geniale che canta continuamente la vita e il suo affascinante mistero, concretamente percepibile, per così dire, nei singolari e minuscoli accadimenti che entrano negli istanti del mondo.
La mossa potente di Rampello è, per l’appunto, quella di rimettere le radici della scrittura di Virginia Woolf in un terreno non avvistato dagli approcci critici condizionati da filtri disciplinari, canonici o piegati da esigenze didascaliche, siano esse psicoanalitiche, letterarie, stilistiche, sociologiche, ecc. Il terreno è quello della fedeltà all’esperienza differente di una donna, raffinata intellettuale eppure capace di sovvertire l’ordine delle priorità consolidate culturalmente: per lei, ora, tutto ha inizio dal sentire e dal movimento delle emozioni che diventano il ponte imprescindibile per comunicare con tutto e tutti; tornano ad essere, infine, l’unico ambiente in cui si può pensare veramente e bene.
Virginia Woolf fuoriesce, dunque, dai confini della scrittura romanzesca e saggistica, conosciuti nella sua epoca, non per assecondare pulsioni avanguardistiche e per consueto narcisismo artistico, ma per trovare la voce adeguata all’inaudita materia del suo voler scrivere; una voce e una forma non solo soddisfacenti espressivamente, ma con la forza necessaria per provocare spostamenti, accendere conflitti, offrire letture controcorrente delle cose che accadono.
La materia della scrittura di Virginia Woolf – dice Liliana Rampello – proviene dalla vita di una donna gioiosa, con tutti i sensi aperti verso il mondo interno/esterno, con una vertiginosa propensione relazionale verso ogni cosa che c’è, vissuta nella sua alterità e nel suo splendore, quand’anche fosse progressivamente oscurato dalle offese del tempo e della storia. Così La signora Dalloway, Al faro, Tre ghinee, Una stanza tutta per sé, Flush, lettere, pagine dei Diari, scorci letterari, ecc., ci vengono restituiti da Rampello come testi in cui ciò che è detto e narrato è sempre la verità delle cose come sono, delle relazioni umane come sono, del rapporto-conflitto tra i sessi com’è. Siamo guidati a capire, quasi passo passo, come ha fatto una grande scrittrice ad arrivare là dove quasi mai sanno arrivare i grandi filosofi: fare esperienza della segreta armonia della vita quotidiana e sapere metterla in parole appropriate, belle e precise. Ma c’è di più. Nel nuovo libro di Rampello si scorge con una certa chiarezza l’avvento di un nuovo modo di scrivere di letteratura. Leggiamo qualche cosa che non è più la critica così come la conosciamo, è scrittura dell’esperienza di una relazione con un’autrice, attraverso i testi, non più misconosciuta, sublimata o amputata dal fatto evidente che si tratta di una relazione incarnata, personale si direbbe. Leggiamo le pagine consapevoli che si tratta della ri-creazione del mondo attraverso la trasformazione avvenuta in colei che scrive: trasformazione operata, certo, dal legame magistrale con Virginia Woolf, ma anche grazie ad un atto di empatia, se intendiamo correttamente “empatia” come percezione esatta della vita differente dell’altro e dell’altra.
Nel Canto del mondo reale, si intravede, insomma, un orizzonte nuovo per una scrittura più libera di quanto il nome “critica” preveda. Senza contare il fatto che Liliana Rampello regala, per l’appunto, momenti perfetti di scrittura tout-court e, in questo modo, porta noi insieme a lei a divenire capaci della bellezza dei testi di Virginia Woolf, bellezza senza la pratica della quale nessun segreto può dirsi veramente rivelato o rivelabile.
Letizia Artoni
“Un’ora sola ti vorrei” è il titolo di un bel film documentario presentato al Festival del Cinema di Locarno nel 2002 e da poco disponibile in dvd la cui autrice, Alina Marazzi , è qui alla sua prima regia.
Dalle notizie reperibili in rete sappiamo che è arrivata a questa prova dopo aver lavorato ad alcuni documentari televisivi a sfondo sociale e come aiuto-regista di Giuseppe Piccioni nei film Fuori dal mondo e Luce dei miei occhi, film che segneranno soprattutto il suo più recente lavoro ‘Per sempre’.
Il film è un viaggio nella memoria personale e collettiva intrapreso dalla regista per avvicinarsi alla madre Liseli, scomparsa prematuramente, dopo una lunga malattia ‘esistenziale’ e da lei conosciuta bambina. Un film delicato realizzato utilizzando l’ abbondante materiale biografico ricavato dai filmini del nonno custoditi ‘nell’ armadio di famiglia’, dai diari e dalle lettere scritte dalla madre, e dalle cartelle cliniche che ci descrivono la sua malattia.
Liseli Marazzi Hoepli, nasce nel giugno del 1938, ‘in una giornata a cielo sereno, con vento’… e ‘in quello che poteva essere un mondo da favola’ ma dal quale si è sentita invece schiacciata. Una madre bella e perfetta, un padre esigente, un marito buono e innamorato, due figli amati, la giovane età, tanta voglia e gioia di vivere ma anche un profondo senso di inadeguatezza su tutto che l’accompagna fino alla fine.
E’ un percorso quasi terapeutico’, quello intrapreso da Alina Marazzi, nato dal bisogno di ricostruire una parte di sè dimenticata, di mettere a fuoco un volto annebbiato nel ricordo, affrontato con timore e passione, e da cui emerge un affettuoso e coinvolgente ritratto di donna.
Dice la regista di aver iniziato questo lavoro con le idee abbastanza confuse, consapevole solo della propria esigenza di sapere, di essersi fidata di un’amica , la montatrice del film, e data come unica regola la massima libertà nello scegliere come e se ‘affondare il più profondamente possibile nei sentimenti’ , e di essere stata alla fine travolta da una gran quantità di emozioni e di bellezza.
‘Come per magia, in un attimo, quella misteriosa e sconosciuta persona proiettata sullo schermo davanti a me era come se fosse viva. In un secondo ero catapultata nel passato, all’epoca in cui viveva mia madre conosciuta poco e molto dimenticata’.
Parole importanti, dette a conferma di immagini che non lasciano dubbi su legame che si stabilisce tra loro, a distanza di anni da un evento che avrebbe potuto separarle e che invece le riavvicina.
Fino a sentirla ‘amica’.
Letizia Artoni
‘Un’ora sola ti vorrei’ è la canzone cantata dalla madre al ritorno da un viaggio, un’ora è la durata del film.
Uscita nel 1938, fu considerata irriverente dal regime fascista. Come altri brani dell’epoca, le sue parole si prestavano a un doppio senso riferito al Duce. Da allora ha praticamente accompagnato tute le generazioni riproposta in numerose cover. Tra le interpreti Ornella Vanoni e Giorgia.
La Dolmen Home Video è la casa di distribuzione.
Monica Farnetti
Come si vede, il titolo finisce con una virgola. Ovvero non finisce ma si sospende, per poi continuare dentro ogni pagina e ogni lettera che il libro contiene e riversarvi i suoi tesori. In questa sospensione infatti c’è tutto lo slancio che la scrittura epistolare sempre promette e che in questo caso scoppia più che mai gioiosa e travolgente. Sono, per la maggior parte, lettere della madre alla figlia, ma non mancano alcune risposte di quest’ultima che si chiama Colette anche lei, e che però nonostante il gioco di specchi (che Colette madre instaura impegnandola ben oltre il nome: “Non sei degna di tua madre”, “Non ti ho messa al mondo perché tu diventi una donna qualunque”, “Mi somigli e me ne compiaccio” ecc. – cito a memoria) risulta alla fine dei conti una donna del tutto diversa.
Tranquilla, organizzata, legata alla terra (fa la contadina con passione e provvede, negli anni di guerra, anche al vitto della madre e degli amici e amanti suoi), serena nella sua solitudine (che solo un brevissimo matrimonio sbagliato interrompe), e miracolosamente capace di non risentire del fatto di essere cresciuta senza le cure materne (che vengono prodigate, in sostanza, solo per lettera o poco più), Colette figlia è un “personaggio” bellissimo, e molto importante fra l’altro, come si deduce, per l’equilibrio della madre stessa. E all’altro polo della corrispondenza ecco esplodere lei, la sempre e comunque grande Colette. La donna traboccante d’amore per tutto (umani, bestie, alberi, teatro, scrittura, cinema, cucina, abiti, mare, monti, mondo). La madre che fa i salti mortali per garantirsi e meritarsi l’affetto della figlia.
La scrittrice di romanzi incantevoli dei quali perfino i titoli sono magia (“Il grano in erba”, “La nascita del giorno”, “Il puro e l’impuro”, “Chéri”, “Sido”, ecc.). L’ epistolografa infine la cui scrittura è eccitante, sfrenata, freschissima, bella perché vera e cioè attaccata alla vita e capace di volare dalle castagne alla gamba malata alla prima di uno spettacolo a una delusione erotica a una gioia intima. Con una scrittura che tiene fisicamente insieme tutto, che si fa scuola in questo senso e
che ci lascia piene di gioia e di gratitudine.
Bianca Pitzorno
Bianca Pitzorno è così brava che solo a lei permettiamo di saltare la nostra regola aurea: poche righe che dicono perché un libro ci è piaciuto. Ma noi non siamo scrittrici e lei sì, dunque viva la differenza!
Le biografie dei personaggi famosi possono dividersi in due categorie: quelle malevole, in cui il biografo cerca di ‘smontare’ il mito del personaggio mostrandone la quotidianità nei suoi aspetti più sordidi, e quelle dettate dalla simpatia e dal desiderio di riabilitazione.
Marta Boneschi, fine indagatrice del costume italiano femminile dell’ultimo secolo, in questa sua prima biografia simpatizza e parteggia appassionatamente per la donna oggetto della sua accuratissima ricerca. E ricostruendo la vita di Giulia Beccaria, figlia del filosofo Cesare (autore del celebre trattato ‘Dei delitti e delle pene’) e madre di Alessandro Manzoni, ci offre anche uno straordinario quadro di vita milanese a cavallo tra il Sette e l’Ottocento. La Milano galante e ipocrita dei matrimoni combinati e dell’adulterio tollerato nella figura del cicisbeo, della aristocrazia bigotta e dei filosofi illuministi, delle ‘Accademie’, della amministrazione austriaca e dall’entusiasta intermezzo napoleonico.
Di Giulia ci aveva già raccontato Natalia Ginzburg nel suo ‘La famiglia Manzoni’, una biografia familiare che rientra nella categoria di quelle malevole. Giulia vi appariva già anziana, bigotta, fanatica e prepotente matriarca, e, come il suo più illustre figlio, non suscitava la simpatia del lettore.
Marta Boneschi ci racconta invece la vita della sua eroina fin dalla nascita e ce la rivela intelligente, sincera e appassionata; vittima sacrificale degli illustri parenti maschi colti e illuminati, che in teoria sostenevano l’emancipazione femminile e in pratica negavano libertà e dignità alle donne di casa.
Due famiglie eccellevano in quegli anni a Milano, per l’antico sangue aristocratico e per il pensiero libero e innovatore dei membri più giovani: i Verri e i Beccaria. Il libro è anche la storia di queste due famiglie e del contrasto tra i ‘vecchi’ avari e retrogradi e i giovani proiettati verso il futuro e insofferenti di tutele e di censure.
Cesare Beccarla, giovanissimo, fugge di casa per sposare una ragazza non gradita ai suoi, e solo l’intervento dell’amico Pietro Verri convince il vecchio marchese padre a non diseredarlo e a riaccoglierlo in famiglia. La primogenita di questo matrimonio d’amore viene chiamata Giulia in onore della roussoiana ‘Julie’, ma passato il primo entusiasmo dei genitori viene trascurata e poi dimenticata in convento fino all’età di diciotto anni. Appena uscita dal convento Giulia si innamora di Giovanni Verri. Lei un’ingenua diciottenne, lui un cinico libertino trentaseienne che non ha alcuna intenzione di sposarla. Cesare Beccarìa infatti, che ha un’altra moglie e un erede maschio, vuole sì liberarsi dal fastidio di questa ragazza troppo vivace e spontanea, ma senza darle la dote necessaria a un buon matrimonio. Vengono così combinate in gran fretta le nozze tra Giulia e il conte Pietro Manzoni, più vecchio di suo padre e notoriamente impotente. Giusto in tempo perché il frutto della relazione tra Giulia e Giovanni Verri nasca all’interno della sacra istituzione del matrimonio.
La vita matrimoniale per Giulia è un inferno, ma troppo sincera per prendersi un cicisbeo, come il costume le avrebbe consentito, dopo dieci anni la giovane donna chiede e ottiene la separazione, suscitando grande scandalo. Adesso è povera, isolata, sola. Giovanni da tempo si è allontanato, il bambino è in collegio, lei ha compiuto trent’anni… Ma a questo punto un colpo di fortuna illumina la vita della nostra eroina. Io scapolo più ricco, più nobile, più bello, più intelligente e generoso di Milano la incontra, la apprezza, se ne innamora. E’ Carlo Imbonati, l’allievo prediletto, il ‘garzon bellissimo’ cantato dell’abate Parini. Poiché, non essendovi il divorzio, Giulia non può risposarsi, i due non più giovanissimi innamorati sfidano l’opinione pubblica vivendo more uxorio e dopo qualche tempo si trasferiscono a Parigi, dove frequentano le persone più interessanti, colte e illuminate della capitale francese. Questo è per Giulia uno straordinario intermezzo di felicità, crudelmente interrotto, dopo tredici anni, dalla morte improvvisa di Carlo, che però anche questa volta ha sfidato le usanze lasciando in eredità alla ‘speciale ed unica amica’ l’intero, enorme patrimonio, che renderà Giulia finalmente ricca e libera del suo destino e permetterà ad Alessandro Manzoni di dedicarsi per tanti anni a scrivere e riscrivere I Promessi Sposi, senza preoccupazioni finanziarie. Da questo momento Giulia si dedica interamente al figlio e alla sua sempre più numerosa figliolanza. I suoi ultimi anni saranno rattristati dai contrasti con la seconda nuora, dai lutti familiari, dai rigori di una religione troppo severa.
Ma al lettore resta l’immagine di una giovane donna spontanea e appassionata, tenace nei suoi affetti, colta e curiosa, che combatte per tutta la vita la tirannia maschile familiare e che viene premiata da un amore eccezionale per i suoi tempi (e forse anche per i nostri). Un amore che le tributa apprezzamento per le sue doti morali e intellettuali, che le riconosce, alla lettera, pari dignità.
Riccarda Novello
“A Porciano la giovane non aveva che nemici. … Più recisi e convinti s’erano mostrati il medico condotto e il farmacista, che avevano ricordato anche i suoi meriti durante l’epidemia di colera, la sua generosità, la sua dedizione: ma costoro erano uomini istruiti, illuminati e riservati, un’esigua, insignificante minoranza…” Per inesperienza delle cose del mondo e ingenua sprovvedutezza, la giovane insegnante Italia Donati, nata il primo gennaio del 1863 e scomparsa il primo giugno 1886, cadde vittima di un’infame spirale di malevolenza e invidie, per la sua semplice bellezza, la sua onestà e il desiderio di affermazione personale come maestra comunale. Erano tempi, ammonisce l’autrice Elena Gianini Belotti nelle prime pagine del suo toccante romanzo Prima della quiete, tempi bui, in cui la gente pativa le privazioni estreme, e “l’istruzione doveva apparire un lusso inconcepibile, una pretesa scandalosa, un’ambizione colpevole che suscitava soltanto biasimo.” E, aggiunge puntuale: “Sotto il biasimo covava l’invidia.”
Niente venne risparmiato a una figura dolce e operosa, “immagine di gentilezza e ritrosia, sensibilità e timidezza”: le infami tecniche della diffamazione, del vilipendio, la prepotenza e l’inaudita crudeltà di una comunità pronta a difendere il signorotto locale, costringeranno questa Italia dal nome così simbolico, che sperava di costruirsi un futuro con la fatica, la determinazione, il sacrificio, a una situazione insostenibile di isolamento.
La Gianini Belottiha ripercorso una vicenda drammaticamente reale del nostro Ottocento, e ha trovato la propria necessaria motivazione nella storia della madre, maestra elementare, a cui i familiari avevano riservato solo un’ assoluta incomprensione: “perché nessuno … capiva la fatica tremenda di insegnare in una classe di sessanta scolari, e le buttavano in faccia l’unica vera fatica secondo loro, il lavoro manuale.” Eppure, aggiunge la figlia, “Aveva studiato con accanimento, senza respiro…”
Ben più tragicamente si concluderà l’esistenza di Italia, l’innocente travolta dalle feroci maldicenze, e che il maestro di un tempo ricorderà come “bambina seria e intelligente”.
L’autrice conclude il suo libro con una nota appassionata, ricordando la povera gente massacrata dai nazisti a Fucecchio nel ’44, auspica che la memoria dei martiri del nazifascismo sia conservata e tramandata alle future generazioni, ma sottolinea anche come lo stesso diritto, in passato, non fosse riservato a figure come quelle di Italia, “a una martire del sessismo perché non si dimenticassero gli atroci delitti consumati contro le donne … E perché le donne, venendoli a conoscere, si ribellassero all’ingiustizia.”
Tra le eccezioni, annota, si distinsero Matilde Serao che scrisse per il “Corriere di Roma” un articolo sulla solitudine drammatica di quelle donne coraggiose che affrontavano la via dell’emancipazione, a dispetto di odiose calunnie e malgrado fossero sottoposte alle angherie dei poteri locali, e l’azione illuminata del “Corriere della Sera” che pubblicò numerosi interventi, dimostrando il suo interesse per questa figura femminile, una delle tante di questa Italia ancora arretrata, che pagò un prezzo troppo alto per il desiderio di libertà e autonomia, per la sua intelligenza e dignità.
Grazia Aloi
Usciamo allo scoperto, del resto oggi è di moda.
Aiutati dal sottobosco imperante dell’ingenuo fai-da-te, concediamoci catartiche confessioni pubbliche e private per soddisfare l’urente necessità di fitostimoline terapeutiche.
Salviamoci dai macigni tormentosi del passato che forse nostro non sarebbe se le cose fossero andate diversamente.
Da due a tre e da tre a uno e, a volte, neppure quello.
Saremo mai liberi dalla fune del passato? Come Penelope, illudendo i Proci e aspettando Ulisse.
Ma per fortuna, Ulisse torna e sta con noi.
Come il gioco del cucù, ci-sono-non-ci-sono, ma se capisci che torno, ci-sono.
Oppure, se hai letto del nipotino di Freud, che giocava con il rocchetto aspettando sua madre.
E noi chi aspettiamo? Una madre e una nonna. Comunque una donna che ci voglia bene.
“Ditemi di voi, vi ascolto e vi parlo”: questo sembra dirci Silvia Vegetti Finzi nel suo libro; “vi rispondo, perché io so”. E a quel punto, poco importa se sei figlia di separati o genitore separato; ciò che importa è sapere che c’è un grembo che accoglie il tuo viso e accarezza i tuoi capelli.
Per magia, le oltre 300 pagine si trasformano in delicate dita e in teneri abbracci di morbida lana pronte a volerti bene. E tu, tu che leggi, ne hai bisogno: ti senti dentro a quelle storie, anche se i tuoi genitori non ti hanno lasciata. Hai bisogno di sapere ancora di te, chi sei stata e a nulla valgono le resistenze dell’adultità. Sei di nuovo bambina a guardare le tue paure, ma la tua manina è dentro quella forte e grande di mamma Silvia.
Silvia sorella, Silvia amica, Silvia esperta e fine osservatrice di tenerezze spezzate, di solitudini coniugate, di felicità rammendate, di tormenti assopiti.
Sapienti ricostruttori di noi stessi, impariamo a conoscerci in fotografie, forse ecografie, che nessuno dei nostri ci ha mostrato per disattenzione o per ignoranza, o semplicemente per mancanza di tempo.
Lo sapevamo già: noi esistiamo, però oggi lo sappiamo un po’ di più. Sappiamo che insieme a noi esiste la nostra rivincita sulla sorte. Dee bendate, ci offriamo reciprocamente cornucopie fiorite, l’un l’altra, sapendo che una nemesi storica lavora per noi.
Offriamoci con umiltà al lavacro delle colpe altrui e rinasceremo come robusti bucaneve, pronti ad assumere l’arcobaleno.
Non disperiamoci davanti alla strazio passato: oggi è un’altra epoca e se saremo chiamati alla resa dei conti dell’amore di coppia, non disperdiamo quello che siamo tenuti a dare come genitori.
Ascoltiamo Silvia Vegetti Finzi.
Libro assolutamente da leggere, per saperne un pezzo di più.
L´autrice di “Persepolis” sul nuovo numero di “MicroMega” che esce domani
Ci sono ragazze in minigonna e uomini senza barba e non tutti sono terroristi fanatici. L´opinione pubblica occidentale è troppo spesso preda di luoghi comuni sull´Islam. Quando l´Iraq nel 1980 attaccò l´Iran l´Occidente sostenne Saddam
Noi iraniani eravamo infatti visti come il Male e così dovevamo essere vinti
Marjane Satrapi
Nell´opinione pubblica occidentale si crede che con il termine «musulmano» si possa definire per intero la cultura di un paese. Non si percepisce che l´«islam» è invece solo una delle diverse componenti che costituiscono l´universo culturale di una nazione. Tutti i musulmani hanno la barba lunga, tutti sono dei fanatici e dei terroristi. Tutte le donne sono velate.
L´idea è che, se si è musulmani, non si possa essere niente altro che questo. «Islamico», però, non significa nulla, come non significa nulla «cristiano». In Occidente non ci si rende conto che, considerando la religione islamica come un elemento esclusivo – e totalizzante – si finisce per intendere l´islam esattamente nello stesso modo in cui lo intende bin Laden. In Occidente è inconcepibile che possano esistere donne che, pur essendo musulmane, portino la minigonna; risulta inconcepibile che un uomo musulmano non abbia molte mogli. E inconcepibile, insomma, che possa esistere un musulmano «secolarizzato». Il messaggio che ne consegue è pericolosissimo: i musulmani non sono esseri umani. Diventano una nozione astratta.
Questa visione che l´Occidente ha dell´islam è il segno di una crisi democratica delle stesse società occidentali. Se i musulmani sono percepiti come «non umani», diventa più semplice fare di loro quello che si vuole. Questo è estremamente pericoloso, perché cadono i limiti etici. Le conseguenze le vediamo, e le abbiamo viste. Quando, nel 1980, l´Iraq attaccò l´Iran, tutte le nazioni occidentali, per otto anni, sostennero Saddam Hussein, perché noi iraniani eravamo il Male. I tedeschi arrivarono a vendere a Saddam delle armi chimiche che poi furono effettivamente usate contro di noi. Ci sono molte persone, uomini e donne, che ancora soffrono a causa degli effetti a lungo termine delle armi chimiche.
Nel nostro caso, nessuno si è seriamente posto il problema dell´uso delle armi di distruzione di massa. Per noi poteva non essere presa sul serio la Convenzione di Ginevra. Noi «iraniani» eravamo una nozione astratta. Le azioni dei terroristi kamikaze, d´altra parte, contribuiscono a rafforzare l´idea che i musulmani non sono «come noi». Il musulmano appare talmente diverso da non avere neanche quell´istinto di sopravvivenza che hanno le forme viventi più elementari. I musulmani amano farsi esplodere, e amano uccidere altre persone.
La rivoluzione islamica in Iran non è il risultato di un improvviso impazzimento collettivo, e non è il frutto di una nostra presunta «barbarie». Di ogni fenomeno bisogna ricostruire le ragioni. Il perché. Quello che ho cercato di fare nel mio Persepolis è capire, appunto, perché il mio paese è diventato quello che è adesso. L´informazione in Occidente ci abitua a guardare solo alle conseguenze, dimenticando le cause. Ma se noi non andiamo al «perché» dei fenomeni non riusciremo neanche a fermare gli atti terroristici, ammesso che si sia veramente interessati a fermarli. Spiegare il «perché», però, impone di considerare gli altri a partire da un´analisi razionale, senza accontentarsi, all´opposto, di risolvere tutto ricorrendo, con un salto logico, alla follia e al non umano. Il monoteismo è all´origine di molti dei mali del nostro mondo perché offre la base per ogni dottrina totalizzante, ed è l´origine di ogni modo di pensare «in una sola direzione». O si è da una parte, o dall´altra; e se si è dall´altra, si è al di fuori di tutto.
In Occidente si crede che gli iraniani abbiano improvvisamente fatto la rivoluzione nel 1979, quasi che non avessero niente altro da fare. E stupefacente la rapidità con la quale, da una nozione astratta, si sia stati capaci di passare di colpo ad un´altra nozione astratta. Se prima eravamo la nazione delle Mille e una notte, la nazione dei tappeti volanti, di Soraja, nel 1979, di colpo, siamo diventati dei terroristi. Nel volgere di un attimo, tutto è cambiato. I tappeti volanti sono diventati missili e Soraja è diventata una donna isterica. L´opinione pubblica occidentale non sa, però, che gli iraniani hanno fatto, nello scorso secolo, tre grandi rivoluzioni. Nel 1906 c´è stata la rivoluzione per la monarchia costituzionale. Nel 1951 l´Iran ha nazionalizzato il petrolio, con Mossadeq primo ministro. Finché, nel 1953, sulla base di un accordo di spartizione del petrolio iraniano tra gli americani e gli inglesi, Mossadeq non è stato pugnalato alle spalle.
La rivoluzione del 1979 non era affatto, all´origine, una rivoluzione islamica. Io sono contraria alla rivoluzione islamica. I miei genitori, che hanno fatto la rivoluzione del 1979, non volevano affatto la rivoluzione islamica. Le ragioni della rivoluzione erano ben altre. Nel periodo dello scià non avevamo libertà di parola, e c´era un terribile sistema di controllo dei servizi segreti. A quel tempo, se io fossi andata a scuola a dire che lo scià era un fesso, sarei state espulsa immediatamente. La rivoluzione maturò con la crescita in Iran di una classe media. Era venuto il tempo per noi, allora, di porci questa domanda: dov´è la nostra libertà?
La rivoluzione divenne antioccidentale per altre ragioni. Gli europei, a mio avviso molto più che gli americani, hanno dimenticato quanto male hanno fatto nel mondo. Gli europei, ad esempio, sono convinti che gli «americani» hanno la responsabilità di aver sterminato gli indiani: ma gli «americani» non sono alieni scesi dal cielo. Gli «americani» erano europei. Negli ultimi duecento anni l´Europa è stata straordinariamente attiva in conquiste e violenze. E i popoli, benché non abbiano una vera memoria storica, hanno però una sorta di memoria genetica. L´essere umano dimentica, ma non perdona. Secondo me dovrebbe essere il contrario: si dovrebbe perdonare, ma non dimenticare. Tuttavia, non è questa la natura dell´essere umano. Così, in Iran, molta gente odia gli inglesi, ma non saprebbe dire perché. Per queste ragioni, nell´Iran di allora, la rivoluzione prese un orientamento antioccidentale. Se l´America e la Gran Bretagna non avessero orchestrato il colpo di Stato nel 1953, l´Iran avrebbe esportato la democrazia nella regione, e non, ventisei anni dopo, la rivoluzione islamica. Dopo l´Iran tutti gli altri paesi avrebbero nazionalizzato il petrolio, sarebbe stato l´inizio della democrazia nella regione mediorientale. Questo processo però è stato reciso sul nascere.
In un paese dove metà delle persone non sanno né leggere né scrivere, come era l´Iran nel 1979, far nascere la democrazia era impossibile. Lo scià volle modernizzare la società troppo velocemente. Togliamo il velo e diventeremo moderni! Apriamo casinò, e diventeremo moderni! Il paradosso era che le donne iraniane potevano portare minigonne vertiginose, ma dovevano rimanere vergini fino al matrimonio. Senza rivoluzione sessuale, la minigonna non significa niente. Se una ragazza perdeva la sua verginità, il padre poteva ucciderla. La modernizzazione dell´Iran voluta dallo scià è stata, dunque, estremamente superficiale.
Quando gli islamici presero il potere, si capì subito che stavamo entrando in un´altra dittatura. Ma fu lo scoppio della guerra con l´Iraq a dare il contributo decisivo al rafforzamento della dittatura. Con una guerra ai confini, non è possibile sostenerne un´altra dentro casa. Otto anni di guerra e un milione di morti: la popolazione era completamente esausta e incapace di reagire. Gli attentati dei gruppi di estrema sinistra finirono per dare al regime la giustificazione per un´ulteriore repressione. Non si deve dimenticare che l´Iran e l´Afghanistan confinavano con l´Urss, che l´opposizione in questi due paesi era di sinistra, e che gli americani non volevano che noi diventassimo comunisti.
Ecco perché è sbagliato credere che la gente sia divenuta folle in un giorno. In Iran abbiamo un 15 per cento di esaltati: ma questi non mancano neanche in Europa, dove non è difficile trovare un 15 per cento di fascisti. Basti pensare a quanti sono quelli che in Francia votano per Le Pen. Anche in Italia i fascisti hanno preso il potere nello stesso modo. In ogni angolo del mondo, si trovano percentuali di questo genere. Il nostro problema è che questa minoranza di folli ha le armi, ha il potere. La nostra costituzione è fatta, inoltre, in modo tale che impedisce qualsiasi cambiamento attraverso il voto politico.
Ma su un punto voglio essere chiara. Io non sono tra quelli che dicono che gli occidentali sono responsabili di tutto quello che è successo in Iran. Questa tesi è insostenibile. L´Europa dovrebbe però prendersi una volta per tutte la responsabilità di riconoscere quello che ha fatto nel mondo. Semplicemente riconoscerlo. Invece, la musica è un´altra: noi siamo la civiltà e voi orientali siete i barbari. E questo è troppo estremo.
Non confondo gli europei con i loro governi. Amo gli europei, ho sposato un europeo. L´Europa ha inventato la democrazia, che amo. Non sono neanche tra quelli che dicono che non c´è differenza tra i «dittatori fascisti» e i «fascisti democratici». C´è una grande differenza tra George Bush e un mullah, anche se Bush usa la stessa terminologia dei mullah. Se io vado in America e dico che Bush è un fesso, nessuno mi arresta; ma se faccio la stessa cosa in Iran, mi impiccano. Non sono antieuropea e sono estremamente contenta di vivere in Europa.
Monica Capuani
Al 40 di Brushfield Street, proprio di fronte al vivacissimo Spitalfield Market, nell’East End di Londra, c’è una vecchia casa di mattoni rossi e, al piano terra, un negozio con l’insegna “Verde’s”. In un’epoca remota apparteneva a un importatore di arance e Jeanette Winterson, il cui romanzo d’esordio si intitolava Non ci sono solo le arance, non ha saputo resistere. Ha ristrutturato la casa, dove vive quando è in città, e riaperto il negozio, che vende verdure biologiche e delicatessen dalla Francia e dall’Italia. Saliamo al piano di sopra, dove il fuoco è acceso nel caminetto. E li si svolge la nostra conversazione su Il custode del faro, che Mondadori pubblica in Italia in questi giorni. Minuta, gli occhi febbrili e i riccioli ribelli, anni fa Jeanette Winterson fece una tumultuosa comparsa al Festiva letteratu ra di Mantova e tenne, davanti al pubblico stregato dalla forza dei suo eloquio e della sua gestualità, un’autentica “predica”. Raccontò che, abbandonata dalla madre, era stata adottata nel villaggio di Accrington, vicino Manchester, da due “folli di Dio” che l’avevano destinata alla vita della Chiesa. Una storia simile a quella di Silver, la piccola orfanella narrata in quest’ultimo romanzo e affidata al vecchio Pew, il custode dei faro cieco. Nata nel ’59 come l’autrice, è un personaggio dickensiano con l’ossessione di raccontare storie, come fa la gente di mare per sopravvivere alla noia della bonaccia o al furore delle tempeste.
Come mai questo interesse per una storia di mare?
Mi sono resa conto che tutti i miei libri finiscono con l’acqua, di un fiume o dei mare, e quest’elemento è potente anche a livello onirico e simbolico per me, l’idea che tra qui e New York c’è solo la vastità dell’oceano mi piace. Chissà com’era navigare all’epoca delle navi a vapore: giorni e giorn in mare, in balia dei nulla, poi all’improvviso, in lontananza, la luce d’un faro. In questo romanzo volevo raccontare il viaggio che ciascuno di noi fa grazie alla vita. E il faro funzionava come perfetta metafora di speranza, guida, consolazione, monito.
L’immagine del faro non può non richiamare Virginia Woolf… Uno dei miei fari nel mondo della letteratura. Quando ero a Oxford a studiare, i miei professori dicevano che nell’800 c’erano quattro donne scrittrici: Jane Austen. Emily e Charlotte Brontè e George Eliot. Io ero disperata: “Solo quattro?”, mi ripetevo. Una donna che, come me, voleva scrivere non aveva un grande passato dietro di sé. Un secolo dopo, Virginia Woolf aprì una porta che era sempre stata chiusa: fu la prima a sperimentare davvero con le parole e a crearsi nel mondo maschile delle lettere uno spazio tutto per sé, difendendolo con le unghie e i denti. L’ossessione di raccontare storie che ha Silver è anche la sua…
Sono cresciuta ascoltando storie. Vivevo con una famiglia povera e analfabeta nel nord dell’Inghilterra rurale. L’istruzione non stava a cuore a nessuno, ma c’era una tradizione orale di storie della Bibbia e non solo. Questo mi ha insegnato a memorizzare quei racconti e anche a considerare una storia come un talismano che puoi portare in tasca e raccontare a te stesso quando ne hai bisogno. Un grande conforto negli anni dell’infanzia, perché ero una bambina solitaria. E’ grazie a questo se sono sopravvissuta, avvolgendomi in questa calda coperta di storie. E ho sempre pensato che se fossi riuscita a raccontare me stessa in quel modo avrei conquistato la libertà. Perché se sei una storia puoi sempre cambiare il tuo destino, puoi essere Aladino, Huckleberry Finn o Robinson Crusoe, Heathcliff. La vita, invece, ha un finale già scritto.
I libri, quindi, erano un passo verso la libertà?
Sì, una porta che conduceva in un altro mondo. Non avevo una guida e procedevo divorando libri scaffale dopo scaffale. nella biblioteca dei mio paese. Erano come un sentiero solido sotto i miei piedi, la terra che sosteneva i miei passi. La mia ancora di salvezza. La miccia per la mia immaginazione, Ancora oggi quello che amo di più del leggere un libro è che e un atto privato e incontrollabile. Ci sei tu e c’è il libro, nessuno può sapere cosa stia accadendo dentro di te mentre sei li che leggi quelle pagine, nessuno può interferire in quello spazio privato. Forse è l’ultima vera libertà, questa storia d’amore tra lettore e scrittore. E quest’ultimo si deve esporre, senza paura di spendere delle parti di sé. Frida Kahlo ha affermato con i suoi quadri che non c’è separazione tra l’artista e la sua opera. Sono gli uomini che separano continuamente la sfera pubblica da quella privata. Come il personaggio di Babel Dark nel mio libro, che vive una doppia vita con una moglie che odia e un’amante che lo fa impazzire di gioia e di emozione. Una fonte di ispirazione, così almeno crede lui, per Jeckyll/Hyde di Robert Louis Stevenson. Rampollo di una famiglia di ingegneri responsabili della costruzione della maggior parte dei fari d’Inghilterra…
Anche in questo romanzo lei parla d’amore con spudoratezza, senza timore di essere bollata di “sentimentalismo”.
È vero. Le due parole più difficili da pronunciare oggi sono “ti amo”. A dire “ti odio” ci riesce chiunque, e si dice sempre di più. Ma dire “ti amo” è una cosa così enorme, così complessa, così esigente, e che ci rende così vulnerabili che pronunciare quelle due parole diventa un’impresa eroica. C’è chi dice: “Oh Dio, un altro libro sull’amore!”. L’amore è un argomento così enorme che non dovrebbe esistere libro che non lo affronti.
Che lo si abbia o meno, l’amore è il tema sul quale abbiamo bisogno di discutere in continuazione. E per quanto affermi di aver voglia di sicurezza e conforto, l’essere umano per natura ama il rischio e le emozioni forti. È questa la grande nevrosi: cercare di trasformare in qualcosa di rassicurante un’emozione che per costituzione è l’esatto contrario. La cosa migliore è accettare questa realtà, Invece di ripeterci come un mantra: “Non devo lasciarmi ferire”, dovremmo augurarci il contrario. Tanto accadrà in ogni caso.
Quindi “tanto vale vivere”…
Certo. La nostra stessa identità è un paese sconfinato che impieghiamo una vita intera a esplorare. Ogni tanto arriva qualcuno che ci porta in un territorio selvaggio di noi dove non eravamo mai stati e che non sapevamo esistesse. E il viaggio più intenso ed esotico che si possa fare. Freud, che l’aveva già capito all’inizio del secolo scorso, ha cercato di tracciare una carta geografica e di scrivere una guida a quel paese inaccessibile e ancora inesplorato. La scienza, però, ha il limite di invecchiare continuamente. L’arte, invece, vive in un eterno presente. Calvino nelle Città invisibili dice che dobbiamo capire la differenza tra ciò che è “inferno” e ciò che non lo è, per consentire a quest’ultimo di esistere e durare. L’uomo non è solo una creatura che mangia, dorme e lavora. È un essere che sogna e ama. Quel fragile, sottile, delicato mondo di emozioni ed esperienze va riconosciuto e alimentato. Il mio compito, come artista, è quello di proteggere quel mondo e dargli spazio: in ogni opera d’arte, c’è sempre qualcuno che ama, che esulta e che piange.
Massimo Bacigalupo
Di Anne Tyler si sa che ha 63 anni, che ha scritto decine di romanzi ambientati per lo più a Baltimora, che ha studiato russo alla Columbia University e lavorato come biblio tecaria, che ha sposato un medico Iraniano e tirato su una famiglia. Si sa che non si presta a interviste e presentazioni, dichiarandosi timida, dicendo che esponendosi alle gaffes delle occasioni pubbliche
brucia l’energia e l’attenzione per scrivere. E in effetti davanti a un romanzo come Un matrimonio da dilettanti (trad. Laura Pignatti, Guanda, pp. 306, € 15,00) qualsiasi spiegazione sarebbe ridondante.
È un’opera costruita con scioltezza e perfezione, che segue i casi dei due protagonisti, Michael Anton e la moglie Pauline, dal giorno del loro incontro da ventenni nel 1941, su un arco di sessant’anni, chiudendosi nell’autunno 2001. un bello scorcio di Novecento raccontato in sedici capitoli, di cui l’ultimo breve una sorta di Edipo a Colono, con il banale Michael che zoppicante come sempre per la sua “ferita di guerra” si avvia verso la casa divisa per decenni con Pauline, nel frattempo separata (dal trentesimo anniversario, 26 settembre 1972) e morta in un incidente balordo.
Anne Tyler possiede l’arte di evocare un mondo a tre (quattro?) dimensioni con la massima economia. Ha detto di aver provato piacere a immaginare una giornata del 1941, quando Michael sta aiutando la madre nella bottega di alimentari nella Baltimora etnica, a pensare quali fossero le marche dei prodotti in vendita (sapone Woodbury) e delle automobili che sgusciano per strada (Chrysler Airstream). Ma a differenza di connazionali come John Updike e Philip Roth, che ci inondano di dettagli uggiosi facendo sfoggio di virtuosismo, la saggia Tyler usa pochi tratti sempre significativi, non si parla addosso (Roth), non è fatua né preziosa (Updike). Guarda il suo oggetto, quella istantanea del 1941, ed entra nelle teste dei personaggi.
La tecnica è il racconto in terza persona, ma il punto di vista cambia lievemente di capitolo in capitolo, spostandosi da lui a lei a uno o l’altro dei figli. Gli eventi sono pochi quanto la vita è lunga. Un matrimonio precipitoso, da “dilettanti”, caratteri male assortiti che continuamente si danno sui nervi a vicenda. Il lavoro di Michael nel negozio di alimentari della madre, poi sostituito da un altro negozio in un quartiere più agiato, con prodotti più ricercati: lavoro che dà da vivere alla famiglia. Il nervosismo e l’insoddisfazione dell’impulsiva Pauline, che dopo aver avuto tre figli, Lindy, George e Karen, ha un flirt sbadato con una conoscenza occasionale, scoperto subito da Michael che non le rinfaccia la bugia con cui ha cercato di nascondere la visita peraltro innocente nella casa dell’altro. La sbandata all’epoca di On the Road della figlia maggiore Lindy, che ancora adolescente scompare da un giorno all’altro e non dà più notizie di sé, rivelando di essere della stessa stoffa ostinata e impulsiva dei genitori.
Come in un testo teatrale, la vicenda è narrata attraverso una serie di giornate e scene, e gli eventi sono visti indirettamente. Non sappiamo molto dello stato di mente della fuggiasca Lindy (“Sputava parole come ‘borghesia’ e ‘domestico’ quasi fossero bestemmie”), ma vediamo come i genitori e fratelli reagiscono o ignorano il semplice fatto che quella notte non è tornata a casa.
“La domenica di solito cenavano prestissimo, ma nessuno aveva avuto voglia di mangiare in attesa di chiamare la polizia. Dopo che i due poliziotti se ne furono andati, però, la madre disse: ‘Io sto morendo di fame!’ e il padre: ‘Anch’io. Che ne dite se preparo dei panini con il formaggio fuso?’ Era la sua unica specialità, in cui si prodigava solo un paio di volte all’anno. Così andarono tutti in cucina, dove lui estrasse la grande griglia quadrata e un mattone gigante di formaggio; in pochi minuti nella stanza si diffuse un profumo delizioso di burro fuso che diede subito a Karen una sensazione di festa, anche se sentiva ancora quel peso allo stomaco e con un orecchio continuava ad ascoltare se dalla porta veniva qualche rumore. (‘Secondo me vostra figlia tornerà a casa questa sera con la coda tra le gambe’ aveva pronosticato il poliziotto più vecchio.) Eppure si sentì invadere da una strana sensazione di festa. Forse era il sollievo di avere di nuovo la casa tutta per loro – quei due testoni se n’erano finalmente andati, la radio del più anziano finalmente taceva. E il resto della famiglia sembrava pensare la stessa cosa. Suo padre faceva il buffone davanti ai fornelli brandendo la spatola e imitando un accento da chef francese. La madre si era tranquillizzata e a tratti perfino rideva. Suo fratello se ne stava stravaccato su una sedia in cucina, stranamente partecipe della vita familiare”. Un momento di massima tensione (“il mistero principale delle nostre vite” definirà la sparizione di Lindy il fratello George verso la fine), eppure le reazioni dei sentimenti procedono imprevedibili per la tangente, una cosa dopo l’altra, e il punto di vista in questo caso è quello abbastanza distaccato della sorella minore Karen. Dettagli significativi di un episodio emergono a volte solo più tardi nella narrazione.
Così i personaggi sono sempre calati nella Vita, sono suoi fenomeni ed espressioni e Anne Tyler è una discendente di Tolstoj e Proust, e sicuramente sa qualcosa dell’élan vital dello spirito del mondo (qualche suo scritto sfiora il tema del misticismo). Ma, ed è straordinario, non ci dice mai nulla del senso di tutto ciò, lo presenta alla nostra attenzione e compassione. È un mondo registrato-inventato che lei così raffigura con precisione cristallina, come una Jane Austn ha raffigurato il suo mondo, o Hemingway il suo (e Hemingway sosteneva appunto che l’arte del narratore stesse nel portarci là dove egli era stato).
Ma oltre all’America di Pearl Harbor e dell’11 settembre, egualmente immutata davanti a questi eventi così come la vita personale muta e insieme non muta davanti alle catastrofi familiari, Tyler ci mostra un’umanità non limitata dallo spazio e dal tempo, giacché i suoi personaggi banali, prigionieri di vite che sarebbe facile liquidare come prive di interesse, respirano degli stessi pensieri e turbamenti interpersonali che ritroviamo ogni giorno vicino a noi. E soprattutto Tyler si è data uno stile trasparente che riesce a non sembrare più stile, a lasciare agire i suoi Michael e Pauline, a dargli anche dignità senza mai stonare. Sono piccole realizzazioni, ma a ben pensarci è raro incontrare oggi un’opera di tale semplice e commovente perfezione. Tanto che non sappiamo nemmeno di esserne commossi.
Giuliana Sgrena
È l’utopia il filo che percorre tutto il libro di Nella Ginatempo, come si può intuire dal titolo della pubblicazione: Un mondo di pace è possibile. Una “utopia concreta” la definisce Ginatempo quando individua nella scelta della non violenza il primo passo per disarmare la violenza, la violenza dell’impero. Il libro è una raccolta di riflessioni critiche lungo il filo rosso della “guerra globale”: dalla prima alla seconda guerra del Golfo passando per i Balcani e l’Afghanistan (1991-2004). L’autrice insiste sul passaggio dalla guerra fredda a quella globale: “intesa come scenario mondiale in cui sono potenzialmente coinvolti tutti i continenti, compresa l’Europa e anche l’Onu che aveva giuridicamente bandito la guerra” (e anche l’ Italia lo ha fatto nella Costituzione). Ginatempo analizza le fasi dalla caduta del muro nel 1989, alla fine del bipolarismo e all’affermarsi dell’unilateralismo della superpotenza americana che ha fatto della guerra lo “strumento di dominio”. Alla quale si contrappone il movimento contro la guerra: “no alla guerra senza se e senza ma”, quindi a tutte le guerre. “È nato qualcosa di nuovo. È difficile riconoscerlo per chi ne sta fuori. Ma è facile riconoscerlo per chi lo sognava da più di vent’anni …. Ma io sento che si realizza un sogno: lo sviluppo tumultuoso di un soggetto rivoluzionario mondiale“, scriveva Ginatempo nel novembre del 2002 al Forum sociale di Firenze.
Stefania Giorgi
Lungo le rive dello Scamandro (i salottini illuminati dai bagliori del focolare catodico dei tiggì), lontano dal Palazzo di Priamo (la Casa Bianca, Downing Streett…), in mezzo a bombe, minacce, bugie e videotape (la guerra infinita di Bush&Co.), la Cassandra di Pat Carra osserva e commenta (con il suo stile inconfondibile) fendendo e diradando il fumo (delle bombe e delle bugie sulle bombe). Veggente non votata alla solitudine della testimonianza senza ascolto, ma alla condivisione con altre donne come lei capaci di «visioni» sulla nuda verità della guerra e dell’economia della guerra; dotata di capacità profetica non per dono divino, ma per la sua perizia, tutta terrena, di legare corpo/esperienza/lingua e svelare così il backstage di quel che accade. Niente paura, però, non pensate a lutti, disperazione, pianti e alti lai. Tremila anni dopo la guerra di Troia per la presunta love story di Elena, il destino toccato in sorte alla sua omonima antenata – la sacerdotessa che pre-vedeva le sciagure, condannata da Apollo a non essere ascoltata e per questo perennemente sull’orlo di una crisi di nervi per non dire di pazzia – la Cassandra di Pat Carra ha imparato la lezione. L’antidoto che usa per smascherare il gioco mortale, pazzo e insensato di guerre «umanitarie» e «preventive» è quello di rintracciare «un tratto umoristico in ogni pazzia. Chi sa riconoscerlo e usarlo ha vinto» (come scrive Christa Wolf della sua Cassandra). Così da Kabul a Baghdad, Pat Carra continua a lanciare quelle che lei stessa aveva definito, durante la guerra in Kosovo, «bombe di riso». Sberleffi sussultori, sghignazzi irriverenti, sorrisi liberatori. Resistente, ignifuga, irresistibile, la sua è una «Cassandra che ride». Che poi sarebbe il titolo del suo ultimo libro (Baldini Castoldi Dalai, € 12,90) dal quale estraiamo alcuni quadretti di china. Un piccolo assaggio di una cura ricostituente di senso che consigliamo per tutti.

Unicopli
Anna Paini
Marco Deriu nel rendere conto delle interviste condotte nell’arco di due anni a Carpi (Modena), con un gruppo di padri e di figli adolescenti (1) “ipotizza l’esistenza di un conflitto intergenerazionale nel maschile, un conflitto non diretto e non esplicito, che si presenta piuttosto nella forma, più sottile ma anche più profonda, di ampi e significativi blocchi comunicativi tra la generazione degli uomini adulti e quella dei giovani e degli adolescenti”. Il conflitto quindi assume forme diverse rispetto a quello che aveva segnato le generazioni precedenti, non passa attraverso gesti di rottura, di ribellione aperta quanto piuttosto attraverso il blocco della comunicazione. Emerge una rinuncia all’autorità da parte dei padri che vogliono affrancarsi dal modello maschile genitoriale dei propri padri e contemporaneamente un non riconoscimento di autorevolezza da parte dei figli nei loro confronti; emergono grosse “difficoltà a confrontarsi con l’aspetto conflittuale delle relazioni” da parte degli adulti e viene meno “la funzione di contenere, di limitare, di orientare, di dare misure, limiti, sponde”, generando una impasse nei rapporti. Nelle pagine conclusive Marco si chiede se una via d’uscita da questo vicolo cieco possa essere quella di proporre nuovi modelli e chiarisce che sente piuttosto la necessità di fornire riferimenti chiari.
Ho apprezzato La fragilità dei padri fondamentalmente per due ragioni:
Innanzitutto per il taglio metodologico. Marco Deriu esplicita di voler evitare di “incasellare le diversità dei padri in una serie di tipologie stereotipate”, ossia di non voler confinare i percorsi biografici in tipologie predefinite, che risulterebbero inadeguate alla lettura di un fenomeno molto articolato.
Tengo a evidenziare questo aspetto perché spesso mi sono confrontata con saggi su temi a me più vicini, quali per esempio l’immigrazione, dove si opta per riproporre “nuove” tipologie che possono sembrare più ordinatrici, ma che appiattiscono la complessità della realtà presa in esame.
L’approccio di Marco è senz’altro più produttivo in quanto largo spazio viene dato ai racconti dei propri interlocutori (padri e figli intervistati) e in primo piano vi è la loro esperienza e la loro relazione (“far emergere la complessità dei punti di vista degli uni e degli altri, mostrare anche la compresenza di elementi contraddittori e di tensioni differenti che possono attraversare la stessa persona”) senza che questo nasconda l’intervento interpretativo dell’autore.
La seconda ragione riguarda l’aiuto che queste interpretazioni mi hanno dato per affrontare un altro contesto intergenerazionale con cui mi sono confrontata, quello di ragazze adolescenti, nello specifico di giovani immigrate. Ho letto La fragilità dei padri mentre ero impegnata in una scuola superiore di Reggio Emilia in una prima ricerca su studentesse straniere, soprattutto di provenienza maghrebina, alcune a Reggio da molto tempo (qualcuna nata qui), altre invece appena arrivate; una ricerca che avrei presentato nell’ambito di un ciclo di incontri, proposto nel corso del 2004 dalla provincia di Reggio Emilia, dal titolo Arrivare non basta. Complessità e fatiche dell’immigrazione familiare. Alcuni passaggi del libro di Marco mi hanno offerto chiavi di lettura per restituire il materiale raccolto svincolato da schemi, cui troppo spesso affidiamo il senso della nostra interpretazione, che contrappongono le scelte individuali a quelle famigliari.
Dalle testimonianze delle più grandi emerge la capacità di muoversi tra più mondi culturali, di rivendicare un’identità complessa, di essere delle mediatrici tra il contesto scolastico ed extra-famigliare in generale e quello famigliare. Posizione ben diversa da quella di chi ritiene che queste ragazze posseggano due insiemi di regole cui fare ricorso a seconda dei contesti. I loro racconti parlano invece un linguaggio di permeabilià che apre uno spazio di negoziazione. Alcune sono riuscite a mediare tra le richieste famigliari che imponevano loro un fidanzamento e matrimonio concordato e la voglia di continuare a studiare, ben consapevoli di non voler interrompere i rapporti di scambio con la propria famiglia, cui assegnano un alto valore.
Questi racconti presentano situazioni che potrebbero sembrare contraddittorie, ma iniziare a leggerle come attraversate da conflitti che non scelgono gesti di rottura o di sfida ma altre strade, che non sono nemmeno quelle del blocco comunicativo, è stato produttivo. Le riflessioni proposte da Marco Deriu sono quindi state utili per interrogarmi sui rischi insiti nel leggere questi gesti, questi comportamenti attraverso schemi che non funzionano più nemmeno per gli adolescenti “nativi”.
Forse bisognerebbe iniziare a riflettere seriamente sui modelli genitoriali a cui si rifanno le adolescenti straniere, senza liquidare o etichettare certi comportamenti come mancanza di autonomia individuale. Si potrebbe piuttosto considerarli come risposte di ragazze che riconoscono e danno valore all’autorità rappresentata dall’esperienza nella differenza generazionale, e che valorizzano la dimensione verticale (assente invece nel rapporto padri-figli delle testimonianze proposte da Marco), e che nello stesso tempo sono consapevoli della differenza tra le loro vite e quelle delle loro madri e si pongono come mediatrici tra contesti culturali diversi, ma senza optare per gesti di sfida emancipatoria.
In una situazione di crisi dei rapporti intergenerazionali forse abbiamo qualcosa da imparare dall’esperienza di giovani donne che negoziano con la propria famiglia svincolate dalla contrapposizione indipendenza/dipendenza.
A fine lettura mi sono resa conto che la riflessione proposta in La fragilità dei padri non coincideva con la mia esperienza di madre di una figlia, esperienza che ha fatto proprio un altro percorso di relazione, che ha scommesso sul tenere insieme la valorizzazione dell’autorità femminile con un rapporto dialogante.
Per questi motivi ritengo che il libro di Marco Deriu offra spunti di riflessione e produca interrogativi vantaggiosi anche per chi non può essere compresa in una genealogia maschile.
(1) le interviste fanno parte di una ricerca qualitativa svolta a Carpi (Mo) per conto del Centro per le Famiglie del Comune e del Free entry Punto d’ascolto per adolescenti dell’Ausl di Modena – Distretto di Carpi.
Donatella Massara
Non avevo mai letto un libro di Bianca Pitzorno; ne conoscevo però la bravura. La Bambinaia francese quando era arrivato in libreria mi aveva fatto venire voglia di leggerlo perché se la sua autrice aveva dedicato energie per un libro così, certamente voleva dirci qualcosa.
L’autrice ha risposto all’invito che le aveva rivolto Liliana Rampello a presentare il suo romanzo al Circolo della Rosa, ho avuto così modo di sapere che fra le protagoniste del suo romanzo si dipana la genealogia femminile.
Poi c’è altro. E’ il dialogo con la letteratura non solamente femminile che Bianca Pitzorno intrattiene in questo romanzo, autorizzandosi e autorizzandoci a discutere e rinterpretare. In questa perlustrazione l’autrice segue la suggestione che ha guidato Jean Rhys in Il Grande mare dei Sargassi, storia di Berta, la moglie creola e pazza che nel romanzo di Charlotte Brontë impedisce le prime nozze di Jane Eyre. L’autrice invece si rivolge a Sophie, la bambinaia d’Adele la bimba affidata alle cure di Jane Eyre. Inseguendo le tracce che la Brontë sparge la legge come protagonista del suo romanzo, ne racconta la storia, la ricolloca nell’infanzia, a Parigi, la insegue fino all’incontro con Jane Eyre. A queste pagine che sono le più intriganti del romanzo, arriviamo dopo tre quarti di narrazione dove un accurato affresco storico ci porta nella vita delle donne e degli uomini che fanno parte dell’universo di Sophie, come delle giovanette e dei giovanetti che partecipano agli anni della sua crescita.
Il romanzo mi è piaciuto perché è sia un gioco letterario, avventuroso e educativo sia un raffinato esercizio d’introduzione all’immaginario femminile. Al centro di questa convergenza di motivi, anche molto soggettivi, l’autrice ci dice che il romanzo di Ch. Brontë mantiene la grandezza del capolavoro; è ancora perfettamente leggibile e in grado di tenere sveglia l’attenzione e tanto più avviene quando ci accorgiamo in quale coinvolgimento Bianca Pitzorno è stata catturata; scopriamo che Jane Eyre, fra i suoi tanti meriti, esibisce anche rigide angolature per esempio il giudizio negativo con cui il mondo inglese guardava al popolo francese che aveva vissuto la Rivoluzione del ’79 e il periodo napoleonico. Adele nel romanzo di Brontë assomma su di sé le caratteristiche di questo mondo francese, giudicate con gli occhi disapprovanti delle inglesi. Jane Eyre alla riprovazione accompagna la mancanza di tenerezza verso la bambina. L’istitutrice e il suo tormentato amore per il padrone non sono privi di conseguenza, dunque, verso la bambina e la sua bambinaia che osservano e giudicano.
La scrittrice si prende le sue rivincite, dunque, dopo avere raccontato la crescita dei protagonisti e le vicende storiche a cui assistono.
Bianca Pitzorno con questo romanzo ci lascia lo spazio libero per provare piacere con la sua fertile immaginazione, per metterci alla prova con la storia delle donne e degli uomini, giovani e non giovani, protagoniste/i della fine dell’ancien régime e per rientrare nella letteratura delle grandi narrazioni femminili sfidandoci a diventarne le interlocutrici.
Letizia Artoni
Manuela Dviri, autrice di Vita nella terra di latte e miele, è oggi una giornalista israeliana, ma è nata a Padova nel 1949 da famiglia ebraica e sionista. Nella metà degli anni sessanta decide di trasferirsi in Israele, dopo aver sposato Abraham Dviri un ragazzo israeliano “dall’aria tranquilla e buona, ma con le spalle muscolose e le mani forti” conosciuto sulla nave che la stava portando insieme ad altri ragazzi e ragazze da Napoli a Haifa.
Erano i figli e le figlie di agiate famiglie ebree italiane che partivano per il “classico” viaggio in Israele, entusiasti di poter conoscere questo paese “nuovo, giovane, fresco, tutto rivolto verso il futuro, la speranza”.
Qui l’aspettano tempi difficili, ma il coraggio non le manca. Sposata e giovane madre, con pochi soldi e il marito spesso al fronte, riesce a finire gli studi – l’ha promesso alla madre preoccupata di vederla partire con un uomo praticamente sconosciuto – e col tempo a vivere una buona vita. Il marito, ebreo ortodosso, è un avvocato divorzista, lei lavora presso un istituto di ricerca scientifica, i figli sono diventati grandi, la situazione politica non è ancora l’inferno di oggi.
Così fino alla morte del figlio più piccolo, Yoni, ucciso nel 1998 in Libano, dove era stato inviato con altri militari a difesa di un piccolo villaggio di confine…”Mamma” – mi aveva detto – “il comandante ci ha fatto vedere il villaggio di notte, tutte le luci erano accese, e ci ha detto che i bambini lì dormivano tranquilli grazie a noi”. Una scelta convinta quella di Yoni, una morte inutile, ingiustificata per lei che da quel momento, incapace di accettarla come semplice casualità, si impegna a chiederne conto e a testimoniare nel maggior numero di luoghi possibili l’assurdità di questa guerra e la necessità della pace.
E’ un libro corale. La scrittura non è sempre uguale. Si passa dal racconto, ai monologhi, ad alcune parti della pièce teatrale che Silvano Piccardi ha scritto insieme a lei e che Ottavia Piccolo sta interpretando. Alcune di queste testimonianze sono più vicine a noi per esperienza e sensibilità, come quella di Margherita, l’amica d’infanzia, quando ci racconta che cosa è stata per lei la morte di Yoni, altre sottolineano invece la diversità delle vite e del sentire, dell’autrice in primo luogo, e il fatto che per quanto informati, la distanza che ci separa è enorme. Il racconto, molto articolato, l’accorcia.
Andare di persona, come hanno fatto alcuni dei protagonisti, è forse il modo migliore per poter capire un po’ di più e meglio.
Liliana Rampello
“Clandestino” di Eliette Abécassis parla di un incontro, di un attimo che cambia tutta la vita, dello sguardo che solo questa contemporaneità mescolata di geografie e storie lontano-vicine può rendere quasi miracolo concreto. Un uomo, una donna, un binario; colori cupi e bagnati, un’atmosfera parigina alla Simenon, ma con lo sguardo di una donna che sa d’amore, non solo dell’ambiguità dell’anima umana.
E’ il racconto di un legame che fa saltare senza scampo ogni certezza, che si slancia nell’impossibile, nell’inaccettato. Sentimenti e sfondo di delicata rarefazione, per frugare nell’intimità, nella soglia rivendicata come dicibile fra la morte e la vita, come già l’autrice aveva raccontato in due diversi e altrettanto brevi romanzi, Ripudiata (Tropea 2001) e Mio padre (Tropea 2003). Che sia una trilogia? Non importa, il centro è sempre la relazione, il suo ineludibile nodo, che così si dispiega sapientemente in diverse figure. Qui fra una donna e un uomo che imparano a riconoscersi, in Ripudiata Nathan che abbandona Rachel perché sterile, nonostante il matrimonio combinato avesse fatto scoprire la profondità di una passione impossibile da negare, in Mio padre un fratello taciuto che con la sua comparsa fa deflagrare tutti i ricordi di Héléna, la sorella che racconta del padre, di una devozione messa violentemente alla prova della memoria, di una realtà che costringe a cambiare di segno un passato ormai spoglio di ogni innocenza.
Una scrittura che sa intonare il lamento, la preghiera, la passione, la scoperta.
Elisabetta Cicchi
Il libro di Azar Nafisi è uno di quei testi che ti incoraggiano a credere che nonostante le aberrazioni della nostra epoca esista in fondo ad ogni essere umano un nocciolo intatto di pura bellezza, una sorgente di energia libera e limpida. L’autrice scrive il racconto delle proprie esperienze di docente di letteratura inglese all’Università di Teheran alla vigilia, e durante i primi mesi, della rivoluzione Khomeinista. Il libro si intitola Leggere Lolita a Teheran perciò, già prima di leggerlo, soffermandomi sul titolo, mi sono interrogata sulle vicende di censura che il testo di Nabokov ha dovuto affrontare prima di venire alla luce, e su come dovesse essere difficile, se non addirittura pericoloso, tenerlo tra le mani nella terra della Repubblica dell’Islam.
Leggere Lolita Teheran è stato, per me, una finestra aperta su una realtà quasi sconosciuta, ed è stato motivo di gioia. L’Iran di cui ci parla questa donna è una terra lontana, complessa, strangolata dall’odio e dall’ottundimento della ragione, eppure lì, come in tanti altri paesi più o meno scopertamente soffocati, resta vivo il bisogno di vedere, di sentire, di comprendere. Non è un caso che la Adelphi, che lo pubblica in Italia, abbia scelto una foto di copertina come questa: una donna seduta che sta leggendo un grosso libro tenuto con una mano, l’unica parte visibile del suo corpo, altrimenti completamente coperto da un velo nero.
E’ un libro in cui si parla fondamentalmente di letteratura, ma in cui si parla anche fondamentalmente di libertà e di prigionia. Che non è per forza la prigione dei dissidenti, delle ragazze che vengono sorprese con una ciocca di capelli che scivola fuori dal velo o con le unghie laccate di rosso. Queste, se vogliamo, sono le metafore visive delle prigioni vere, sono i muri e le sbarre costruite con le prigioni che noi abbiamo nella testa quando siamo arrabbiati, quando siamo spaventati, quando abbiamo voglia di vendetta e la ragione e il cuore vengono azzittiti, dimenticati. Ed è solo l’arte che può arrivare dietro quelle sbarre che si serrano sempre di più, prima di tutto nel nostro cervello, dentro di noi, nel profondo di noi.
La Nafisi si rende conto che giorno dopo giorno si allungano le liste dei libri proibiti, che i suoi concittadini devono sottostare sempre più ad inaccettabili regole restrittive di ordine sociale e culturale, che i suoi studenti non possono più agire da liberi pensatori, che il pensiero e la creatività sono i primi ribelli del regime e per questo vanno annientati. Nel tentativo di combattere tutto ciò, durante le sue lezioni, cerca di stimolare i suoi studenti e chiede loro: Tu cosa pensi di James? Tu cosa pensi di Humbert? E l’assale la disperazione quando alcuni tra loro, anche i più brillanti, rispondono condannando l’uno o l’altro, o tutti e due, perché quello che hanno scritto, o le azioni che compiono sono “immorali”. I giovani studenti non ragionano più, hanno assunto come loro pensiero i dettami del partito. Non c’è più il bello ma solo il giusto, ed è giusto solo quello che lo è per il partito, secondo la morale del partito.
Eppure, per uno studente che si perde ce n’è un altro, o un’altra, che si sveglia. E questo succede proprio grazie agli immorali protagonisti occidentali di quei romanzi in lingua inglese, la lingua del nemico americano; però, non è per via dell’immoralità dei protagonisti, o della novità di una cultura più liberale che si aprono gli occhi, ma grazie all’arte. Prendiamo Jane Austen, a cui viene dedicato un capitolo intero, chi la condannerebbe per immoralità?
C’è di più, perché proprio il soffocamento intellettuale che sconvolge il suo amato paese spinge lei e un gruppo di studentesse a un genere di intimità altrimenti impensabile; in casa Nafisi si svolgono delle riunioni segrete in cui liberamente si leggono e si commentano i testi proibiti per amore dell’arte rivelatrice che giace nelle pagine dei libri.
All’inizio del primo capitolo del racconto Azar Nafisi scrive: “[…] ciò che cerchiamo nella letteratura non è la realtà, ma un’epifania della verità.” Questo racchiude già il valore del libro stesso; passando per i romanzi, passando per le poetiche degli scrittori non si raggiunge una legge, non si coglie un comandamento, ma una scintilla, un momento di significato che noi soli, in prima persona dobbiamo e possiamo cogliere per poter vedere quello che non è scritto chiaro e tondo, ma si rivela pian piano e ci rende liberi di pensare, di gioire, liberi di volare via da qualsiasi territorio soffocato, strozzato, dentro e fuori di noi.