Amelia Sciascia
Desidero segnalare questo bel libro. Una bellissima scrittura. Un
racconto sorprendente. Il ritmo serrato e coinvolgente di un giallo. Chi avrebbe potuto supporre che un homo-philosophicus potesse scrivere pagine tanto belle sull’amore, la sensualità, l’androginìa, l’amicizia, la sorellanza! Ci sono notazioni sulla Fede e sui bizantinismi della gerarchia cattolica che mi hanno ricordato il migliore Sciascia de “Dalle parti degli infedeli”, ma con una scrittura più lieve, che si beve d’un sorso pur lasciandone assaporare a lungo il gusto.
Luciano Sartirana
Ho letto (tutto d’un fiato, va che è un piacere) PENSANDO MARGHERA, di Antonella Saccarola, ed. Alcione, 10 euro.
E’ un testo composto da 14 interviste a persone che, con le loro esistenze e il loro essere attivi nella zona fra Venezia, Mestre e Porto Marghera, costituiscono importanti punti di riferimento: operatori sociali e istituzionali, sindacalisti, sacerdoti, ambientalisti, intellettuali… operai ed ex-operai e abitanti…
Il contesto è quello di un polo industriale – il Petrolchimico di Marghera – creato dal nulla nel 1917 e che dal nulla ha generato una città e un tessuto sociale al suo servizio. Sfruttamento intensivo degli impianti, decine di migliaia di lavoratori, inquinamento “libero” dell’acqua e dell’aria, incidenti (l’ultimo il 28 novembre 2002, l’Italia non se n’è accorta ma si è rischiata una strage) e morti atroci da PVC… tangenti e silenzio… declino, dismissione industriale, nocività riconosciuta solo da poco tempo ma evidente da sempre… incertezza e dibattito sul futuro…
E, fin qui, questo libro potrebbe interessare chi è di quelle parti, chi ha seguito le lotte e i processi come sindacato o come associazione ambientale, chi guarda al di là della nostra politichetta per parlare di Kyoto… che già non sarebbe male.
Ma, da qui, arriva ciò che questo libro ha di più bello e stimolante: un suggerimento di metodo e di interpretazione (quindi: di azione) per capire la storia e la politica vera, dalla parte delle persone che vivono e lavorano in un luogo. Qualsiasi luogo, perché il modo di raccontare qui Marghera può essere utilizzato per raccontare qualsiasi altro posto.
In prima battuta, perché le persone non sono leggibili o classificabili solo in relazione a un problema, ma anche e soprattutto al modo di affrontarlo; ai punti di vista diversi di vivere una situazione (dai preti-operai degli anni ’70 al sindacalista “costruttivo” verso la produzione… fino alle donne, che come altrove sembrano assenti dal racconto ma esistono e sviluppano una presenza del tutto differente) fino al fatto che un tessuto sociale ha una dinamica capace di andare anche al di là di ciò che politica classica ed economia vedono e decidono per esso.
Che ci fa un attore e regista teatrale siciliano in un posto simile, per esempio? Che cosa può dire un docente tedesco di filosofia nostalgico di illuminismo (un vero illuminismo moderno) in un posto simile? Eppure sono saperi che girano, te li ritrovi nei discorsi della gente e nelle serate insieme a teatro, nei progetti di bilancio partecipato, nel molto verde attorno a ogni casa di Marghera (lo credereste? no grattacieli, orto per tutti… e fiori e pomodori ci sono), nelle molte associazioni culturali che vanta questo territorio, che parlino di Petrolchimico o di tutt’altro.
Insomma: Antonella Saccarola ci propone un modo di leggere la realtà vicino alla realtà, libero da opinioni pregresse o precostituite, eticamente teso alla necessità di un progetto collettivo che guardi alle differenze. A Marghera e in molti altri luoghi, specie quelli dove la politica appare solo urlo per portarsi a casa la vacca rimasta, o pretesto per chiudersi in una casa sempre più paurosa degli altri.
Antonella Saccarola è una giovane ricercatrice, insegnante alle scuole medie, drammaturga sociale (ha scritto TANGENZIALE, una pièce sulla tangenziale di Mestre; e INDIGENA, sulla memoria di un Veneto che cambia e fatica a ricordare).
Pino Ferraro
Nives è il nome di una donna. Sulla sua traccia si svolgono le pagine dell’ultimo libro di Erri De Luca. Sulla traccia di Nives, (Mondadori, pp. 120, euro 14,00), intenso, come sempre. Tagliente, come il vento in altura. E’ prepotente, «il vento in alta quota è il padrone del tempo». Ti zittisce e chiude. Come le nevi, di cui Nives è nome. L’origine latina sottintende ad nives. Madonna delle Nevi. Una via di Napoli si chiama così, stretta e tortuosa, va dal mare a salire. L’origine del nome importa poco al libro che fa cordata con altre parole, di etimo vissuto, di un tempo rimasto indietro senza poter passare. E non passa, se non lo si libera, perché del tempo non ci si libera. Aspetta sempre che la storia gli dia la sua verità. Invece è ancora chiuso in carcere. Quello in cui sono detenuti ancora gli anni del nostro dopoguerra. E del sogno ad occhi aperti di tante strade e volti. C’era la vita che volevamo. E un paradosso, quanto più si va in alto sulla terra più diventa freddo e più si è soli. Ci si separa. Si parla ad una voce sola o, forse, si ascolta una voce che ti fa ripensare. Qui è la voce di Nives la voce interiore. In un passaggio Erri confessa, non ha mai avuto il panico della metafora bianca davanti alla pagina da scrivere, perché già scritta, il suo è un trascrivere, un lavoro antico fatto ancora a mano. Una foto, nel libro, lo ritrae mentre trascrive note sotto il Dhaulagiri. Un dialogo di due voci o piuttosto un monologo di una voce che trova nell’altra il suo appoggio, la traccia del proprio voler dire. Nives Meroi è tra le pochissime donne al mondo che hanno conosciuto quote di esistenza superiori a cinquemila. I metri non c’entrano. C’entra l’esistenza. C’entra la relazione d’amore a quelle quote. Le voci di lontano. Seguire, perdersi, urlarsi e tacere a quelle quote. E intendersi. Insieme al suo compagno, Romano, che nel libro si vede di lontano, mentre arrampica.
E poi i miracoli. «Sono frequenti, ordinari. Reggono continuamente la vita e quando quella smette è perché ha smesso di spedire una carica pilota che faccia da guida al miracolo. Si muore quando non si chiede più. Il verbo della vita è chiedere, avere una domanda, lanciare il punto interrogativo verso l’alto, annuvolato o sgombro. Chiedere per forzare la solitudine, a bassa voce mandare lontano la richiesta, perché il soffio e non il grido va lontano. Chiedere perché non chiedere è la resa». Chiedere non è volere. Nemmeno è fare domande. E «se proprio è necessario far risalire i miracoli alla divinità, allora è una che non può evitare il maremoto nell’Oceano Indiano, ma può accorrere sul posto per strappare un rimasuglio di vite, inventare eccezioni. Sono giochi di prestigio di un artista da circo che fa spalancare la bocca ai bambini. Sono loro gli intenditori dei miracoli, quelli che li vedono apparire più spesso. Per scorgerli conta essere disposti a meravigliarsi».
Il miracolo è l’eccezione. Non quella che conferma la regola. Quella che la sconvolge e supera. Il miracolo è sempre eccezionale. Napoli è un luogo d’eccezione. Non è strano che compaia in questo giro di pensieri del libro. Un luogo d’eccezione, qualche volta eccezionale. Qui sulle nevi, in compagnia di Nives, chi parla torna con la mente a Ischia, all’adolescenza, alla casa paterna e al distacco da quella casa. Alle scelte giunte fino alla decisione resa abitudine di strappare al mattino un’ora non concessa come apertura di giornata e leggere. In ebraico. In cima. In solitudine. Per sentirsi poi parlare dentro. E mischiare le voci del testo e della casa, quelle delle strade e dei fogli. «Sono uno che scrive, perciò sto in disparte». Ci sono libri che si leggono e si commentano. Si criticano, prendendo posizioni, lamentando mancanze e plaudendo a conferme. Ci sono poi libri che si ascoltano. Si può ascoltare quando non c’è vento. «E questa notte è fortunata, non c’è vento», dice la voce di Nives. Un libro che non si può ascoltare se c’è vento. Ma che solleva vento. Lo avverti e fai fatica a tenerti lontano. C’è rumore di richiesta. Si alza spesso il vento. Cala di colpo quando arrivano struggenti i momenti in cui si legge del padre e di Napoli. Degli alpini e delle manifestazioni. Delle carceri in cui si sta chiusi, in cui restano chiusi. Gli anni settanta, (chissà perché si continua a chiamarli di piombo), gli ottanta, il processo “Calabresi”, le aule di tribunale e la storia insabbiata ancora nell’invenzione della cronaca. Le carceri. «Vengo alle montagne e assaggio un freddo differente, che si scioglie a valle, alla fine del viaggio. Vengo da un maltempo non scaduto. Qui salgo le arie aperte per potermi separare dall’aria dei rinchiusi, la loro ora di cammino nei cortili budello con le graticole sopra la testa. Le più lunghe prigioni per motivi politici di tutta la storia d’Italia, questo è il record della mia generazione. Non vengo sulla traccia per dimenticare. Un prigioniero mi ha scritto: respira anche per me. Non lo so fare, non ho polmoni sgombri». Nives: «No, così non puoi salire». Bisogna lasciare dietro ciò che pesa e frena, quando davanti a te c’è qualcosa, vuole tutto. Qui si alza e tira forte il vento. Non si può non alzare al rumore del presente che si vive, a non volere il peso del passato.
L’amnistia del tempo passato. Non per la remissione o per l’oblio, ma per andare avanti. Per liberare il tempo, non per liberarsene. Per liberare. Smetto di ascoltare, leggo. Un corrente fredda porta l’amnistia. Un’altra più pressante porta a ripensare alla prigione. Al carcere. Li distinguo. Forse non sono la stessa cosa. Riduzione della pena? perdono? Risarcimento? o non piuttosto restituzione. Di persone. Di vita. Non più carceri, ma altro. Non vado oltre per non uscire troppo dalla traccia di Nives. Per quanto la “restituzione” la ritrovo come nascita di vita nella pagina che mi strapperebbe ancora dall’ascolto. Allora faccio smettere il vento. «Durante gli anni rivoluzionari erano rare le nascite tra le nostre file. Quando ne capitava una mi stupivo: che avvenire darà un rivoluzionario al figlio? Poi ho visto compagne partorire in prigione, crescere bimbi là dentro. Poi doverli salutare, affidati all’esterno. Per quanto fosse penoso, altra pena aggiunta, quella era vita nuova, indipendente, che proseguiva fuori. I rivoluzionari devono fare figli, molti, devono seminare di là dai recintiin cui finiranno sepolti».
Acido solforico, l’ultimo romanzo della scrittrice belga, immagina un programma in cui i concorrenti vivono sotto l’occhio delle telecamere l’esperienza dei lager nazisti. Criticato per la sua crudeltà, il testo propone una tesi in fondo ovvia: l’umanità dei reclusi è lo specchio di chi sta fuori
Norma Rangeri
In Italia i reality sono in calo di ascolti, ma in compenso il loro linguaggio ha pervaso ogni angolo del palinsesto diventandone la nuova grammatica. Il format che tanto scandalo e stupore provocò al suo apparire ora è moneta corrente. Nel lacrimoso conformismo della tv in mutande si mima la vita, anzi la sopravvivenza. Si gioca con la reclusione (la casa del Grande Fratello, l’isola deserta), si mette in scena la lotta per non morire di anonimato ed è normale ascoltare frasi come “faccio i complimenti a chi è sopravvissuto al televoto”. Invece “cari telespettatori, grazie al vostro televoto, il condannato a morte di oggi è…” ancora non è andato in onda. Per il momento è solo fantatelevisione, solo un’idea scritta da Amélie Nothomb all’inizio del suo ultimo romanzo Acido Solforico (tradotto da Monica Capuani per Voland, pp. 131, euro 13), quando immagina il momento in cui l’attuale pornografia del quotidiano cede il passo allo “spettacolo della sofferenza”. Best seller nelle classifiche francesi, il libro di Nothomb rigurgita le scorie del reality, traduce in discorso sociale la polvere sottile respirata a ogni ora e latitudine. Se in tv si nasce, si ama, si divorzia perché non si deve anche morire?
Prodotto inventato nei laboratori olandesi, il reality è un format nato sull’albero della vecchia Europa, come già avvenne per altre pandemie, quando la televisione era solo un prototipo e la Germania offriva altre reclusioni di massa. La new age dell’iperaggressività nel game di sopravvivenza ha avuto un grande successo negli Usa, patria di Fear Factor (guerra a chi mangia più vermi e scarafaggi), Extreme Makeover (interventi di chirurgia plastica), e dove i telespettatori hanno dato un duro colpo al presidente Bush, battuto negli ascolti proprio dal reality Simple life della Fox (la vita di ricchi rampolli tra le vacche in una fattoria dell’Arkansans). La guerra di sopravvivenza allude al combattimento: “guerra et circenses”, corpo a corpo fino alla vittoria. Se nel mondo gli uomini si massacrano con guerre e terrorismo, nel piccolo schermo si mima una lotta incruenta dove si spara con il turpiloquio e si gode a ogni eliminazione del concorrente-rivale.
L’autrice di Acido Solforico racconta con stile ferrigno la storia di “Concentramento”, un programma estremo, sceneggiato nei minimi particolari. Sul modello dei campi nazisti, le persone vengono catturate per strada (“l’unico criterio era l’appartenenza al genere umano”), blindate sui camion e scaricate nel lager. Indossano una divisa e un numero, i loro documenti vengono bruciati perché il nome diventa un’arma identitaria troppo pericolosa, un incitamento alla sovversione. Kapò (i nostri attuali conduttori), torture, lavori forzati e morte sicura per chi non è più abile al lavoro. Unica differenza con il lager nazista: le telecamere che riprendono ogni angolo del campo. È la tv che si scrive morendo. Più si soffre più si risulta telegenici. Ma nessuna illusione: cinismo e sadismo hanno superato da tempo il filo spinato e ci fanno compagnia in salotto.
Acido Solforico è un romanzo che ha fatto storcere il naso, criticato per la scrittura sporca e ripetitiva, accusato di esagerare con il paragone nazista. Come se nell’epoca in cui un grande ceto medio planetario impara la normalità dalla televisione, l’escamotage del paradosso nazista fosse un delitto di lesa maestà. La tesi del romanzo è persino banale: l’umanità dei reclusi è lo specchio di chi sta fuori. Noi spettatori – ancor di più se con l’alibi dello sguardo intelligente – siamo i killer, gli apprendisti stregoni che alimentano la carneficina “perché spesso un programma televisivo è l’unico argomento di conversazione tra le persone”. I veri kapò sono al di qua dello schermo (“alcuni lettori scrissero per chiedere se anche i prigionieri venissero pagati per essere uccisi”). Alcune scene sembrano rubate a Truman show (“nella sala dai novantacinque schermi, gli organizzatori guardavano la scena rapiti”), si allude al grande occhio della modernità descritto dal Panopticon di Jeremy Bentham, il filosofo inglese che inventa il modello di carcere laborioso dove da una torre al centro di una costruzione ad anello una sola persona può sorvegliare tutti i detenuti.
Fagocitato dall’ansia della visibilità l’homo videns ha perso la sua ombra. La pubblicizzazione del privato – come da tempo sostiene Umberto Galimberti citando il Sant’Agostino di “in interiore homine habitat veritas” – è “l’arma più efficace impiegata nelle società conformiste per togliere agli individui il loro tratto discreto, singolare”. Un tratto che solo una persona, la protagonista del romanzo, riesce a salvaguardare, e che le consentirà, alla fine, di distruggere il meccanismo di “Concentramento”. Ma intanto la sensazione di claustrofobia è insopportabile, sembra una situazione senza via d’uscita perché l’auditel vertiginoso alimenta lo show e “Concentramento” fa registrare il più alto indice di ascolto (il cento per cento) mai raggiunto. Quando l’eroina del campo (così bella e angelica da risultare la beniamina del pubblico: quale vittima sacrificale migliore?) dà scacco matto al meccanismo mediatico chiedendo di essere televotata a morte (“spettatori votate per me stasera!”), il romanzo regala il colpo di scena con l’happy end.
La scrittrice rifà il verso al dibattito odierno: editoriali scandalizzati, politici imbelli, telespettatori incapaci di spegnere il video. La tragedia si svolge in un’atmosfera di pubblica impotenza. L’autoreferenzialità del congegno mediatico è apparentemente inattaccabile. Certo oggi ai telespettatori non si affida il compito di decidere chi, in quella settimana, deve essere mandato a morte. E chi viene escluso dai nostri reality non trova il boia ma la luce delle telecamere che lo accolgono nei salotti della domenica pomeriggio, dove, in fondo, ad essere uccisa è solo l’anima.
Natalia Aspesi
Una crociera nel mediterraneo di Edith Wharton Traduzione di Marina Premoli Archinto Pagg. 203 Euro 14,50 «Darei qualunque cosa per fare una crociera nel Mediterraneo», confidò Edith Wharton all’ amico James van Allen, un attraente vedovo di una ricchissima Astor, un gentiluomo di 42 anni che sapeva come illanguidire le signore. Infatti: «Non c’ è bisogno di tanto, io affitto uno yacht e tu vieni con me». Detto fatto: naturalmente Edith portava con sé il marito Edward e per ragioni di bon ton la coppia volle a tutti i costi pagare la metà delle spese, che corrispondeva alla rendita di un intero anno per entrambi (che ovviamente non lavoravano). Era per la futura e impaziente scrittrice una magnifica distrazione dalla vita mondana di Newport e soprattutto da quella matrimoniale, disastrosa pare sul piano dell’ intimità: si era sposata a 23 anni senza sapere in che cosa consistessero i cosiddetti doveri coniugali, e, dice uno dei suoi biografi, Eleanor Dwight, quando lo aveva scoperto, non le erano piaciuti per niente. Era il 1888, Edith aveva 26 anni e finalmente lei il marito e van Allen si imbarcarono ad Algeri sullo yacht Vanadis: la crociera finì ad Ancona, con tappe a Malta, Siracusa, Messina, Taormina, Palermo e Girgenti, e poi le Cicladi, Rodi, le coste dell’ Asia Minore, Monte Athos, Atene, le isole Ionie, la costa dalmata, Spalato, Ragusa, Cattaro. Dal 18 febbraio al 7 maggio tenne un diario minuzioso, ma non al punto di nominare i suoi compagni di viaggio: come se non contassero, quei due uomini che la scortavano, presa dal suo entusiasmo, dalla sua energia, dalla sua ironia, ma anche dal retroterra di una cultura personale che non poteva condividere con loro, tutto quello che lei sapeva e loro no, di arte, storia, architettura, ma anche piante, fiori, usanze. Quel prezioso diario fu uno di quegli scritti che restano nel cassetto (le sue prime poesie furono pubblicate l’ anno dopo), e se ne persero le tracce fino a quando Claudine Lesage, una studiosa che stava facendo ricerche su Conrad a Hyères, in Francia, dove la scrittrice americana aveva abitato attorno al 1919 dedicandosi alla sua passione per il giardinaggio elaborato, si vide consegnare dalla bibliotecaria del paese un manoscritto battuto a macchina in inglese: era appunto The cruise of the Vanadis che si credeva perduto. Con una bella copertina di Gianfranco Pardi, Una crociera nel Mediterraneo viene adesso pubblicato anche in Italia e si immagina la felicità dei tanti whartoniani di casa nostra, che magari solo al cinema, hanno lacrimato sugli amori eleganti e infelici negli indimenticabili L’ età dell’ innocenza di Martin Scorsese e La casa della gioia di Terence Davis. Si sente in questo diario di bordo non solo il piacere del viaggio, della scoperta, il desiderio di annotare un’ esperienza per riviverla per sempre, ma anche la ricerca della scrittura, come un esercizio per prepararsi davvero a una professione che le avrebbe dato la fama e consentito una vita di incontri affascinanti, a cominciare dall’ amicizia con Henry James e Bernard Berenson. A rivedere la vita di questa signora che riuscì a divorziare dal fastidioso marito solo nel 1913 (l’ opulenta e ipocrita società americana disprezzava le divorziate), avendo sue brevi storie d’ amore, fa impressione il suo continuo spostarsi, dagli Stati Uniti all’ Europa, da Parigi a New York, dalla Toscana al Massachusetts, dall’ Inghilterra al Marocco. Può darsi che il diario della sua crociera sul Vanadis non abbia interessato gli editori che ancora non avevano scoperto il talento letterario di questa signora ricca e mondana, può darsi che la stessa Warthon, ancora insicura, non fosse del tutto convinta del suo lavoro. Infatti non era ancora uscito un suo romanzo quando sette anni dopo, a 32 anni, riuscì a pubblicare il resoconto di un viaggio italiano, A tuscan Shrine; dieci anni dopo, nel pieno del successo di La casa della gioia, uscì un’ altra raccolta di appunti di viaggio, Italian backgronds.
Laura Colombo
Il libro di Daniela Padoan Le pazze. Un incontro con le Madri di Piazza de Mayo (Milano, Bompiani 2005), che recentemente ha ricevuto il premio letterario “Nino Martoglio”, è un racconto a più voci, dove l’autrice opera un paziente lavoro di tessitura della storia di un gruppo di donne straordinarie, basandosi su una serie di testimonianze che lei stessa ha raccolto nel corso degli ultimi anni, durante i viaggi in Italia delle Madri e in un suo recente viaggio a Buenos Aires. La storia delle Madri si intreccia con la storia del loro paese, l’Argentina degli anni bui dei regimi militari e dei governi che formalmente si dichiaravano democratici, che Daniela Padoan tratteggia in modo preciso e circostanziato, accostando il rigore scientifico della sua ricerca storica alla viva voce delle testimonianze.
Si tratta di un libro particolare, che rompe i confini della “grande storia” mettendoci di fronte al mondo interno di queste donne, che – nella condizione di estrema necessità della dittatura e della scomparsa dei figli – si intreccia e si misura con il mondo esterno.
La polifonia, cifra caratteristica di questo libro, è giocata su diversi livelli.
Il primo è la viva trama di relazioni tra l’autrice e le Madri nella zona apparentemente neutra dell’intervista, dove due voci differenti dialogano nel desiderio di far emergere il percorso di coscienza individuale e politica delle Madri, attraverso le diverse tappe in si ricostruisce l’affiorare della loro lotta sempre più dirompente. Il fitto scambio tra l’autrice e le Madri alla ricerca di “parole che contengono verità”, l’incalzare delle domande per andare a fondo sulla loro concezione della politica e sulle loro pratiche, diventa così il tramite, il luogo privilegiato della comunicazione, reso tale dalla scelta di Daniela Padoan di esserci fino in fondo nella relazione con loro. L’autrice sceglie di stare dalla parte delle Madri, senza tuttavia tesserne aprioristicamente le lodi. Tratteggia con maestria il quadro di quello che possiamo definire un vero e proprio laboratorio politico lasciando parlare la progettualità delle Madri, evidenziando in che modo la loro rappresentazione del possibile e del desiderio ha fatto germogliare semi di libertà nel cuore della necessità più cruda.
I frammenti intimi che vengono così recuperati, le riflessioni che le Madri riescono a porre con capacità e profondità, sono resoconti dal basso, descrizioni dall’interno di esperienze concrete, analisi estranee al sistema interpretativo dominante: così il quadro storico si arricchisce, si illumina di una prospettiva inedita, che altro non è se non il rovesciamento e il tramonto del paradigma vittimistico. In questo modo, percorsi che potrebbero essere interpretati come inessenziali, esperienze relegate ai “margini”, spesso anche da chi ne è protagonista, paradossalmente diventano il centro della Storia, il punto prospettico da cui leggere il presente e trarre la forza per una lotta sempre rinnovata.
Il livello più manifesto della polifonia che anima il libro è però la coralità della voce delle Madri, un prodursi di voci singole e pur tendenti a costituire un’espressione collettiva, armoniosa e multiforme. Le loro parole ci rivelano una crescita interiore, una modificazione rivoluzionaria, resa possibile dalla radicalità della loro mossa politica: un’estrema contestazione dell’abuso dei militari e una tenace difesa dei valori che avevano imparato a riconoscere nella propria interiorità, dopo averli osservati nei figli. “Non ero abituata a essere autonoma, ma ci sono situazioni in cui di colpo apprendi tutto quello che il dolore ti costringe a imparare, e allora scompaiono la paura, l’inesperienza e la timidezza” . Ecco che, proprio nella situazione di grande sofferenza rappresentata dalla scomparsa dei figli, e nella fortissima contraddizione sociale imposta dal regime, si è sviluppata una coscienza che ha permesso alle Madri di mutare quella condizione avversa, pur attraversandola pienamente. Proprio questa capacità di trasformarsi ha consentito loro di affrontare in modo attivo una contraddizione a un tempo individuale e collettiva: “non gli avremmo mostrato che ci stavano facendo soffrire; gli avremmo mostrato, invece, che eravamo disposte a lottare contro tutto e contro tutti. […] all’inizio andavamo in piazza per una necessità personale, ma poco a poco abbiamo capito che la lotta individuale non aveva senso, e che lottare solo per il proprio figlio non faceva crescere niente. Diventammo un gruppo di un’ottantina di madri. Parlavamo di quello che ci era successo durante la settimana, di quello che potevamo fare, se era riapparso qualcuno, e iniziammo a sentire che la piazza ci apparteneva. […] è stato in quel nostro camminare a braccetto, una accanto all’altra, parlandoci e conoscendoci, che abbiamo costruito il nostro pensiero” .
Il lavoro politico delle Madri non ha permesso solo una loro modificazione soggettiva, ma anche la creazione di una diffusa coscienza di lotta che è stata un trampolino di lancio verso la vita e una possibile trasformazione della società, la riappropriazione di una verità, seppur dolorosa. “Fu terribile renderci conto che tutto era così perverso, ma ciò che ci diede forza era che potevamo vederlo e provarlo, anche per le altre: perché le madri che non lo vedevano con i propri occhi, non lo potevano credere […] c’erano molte madri che non vedevano, non credevano. Per questo è stato giusto uscire di casa, scoprire tante cose, rompersi la testa contro i muri, e alla fine trovare le prove per poter raccontare, per poter dire la verità, anche quando era così dolorosa” .
Le Madri hanno operato l’invenzione di pratiche politiche di lotta generatrici di libertà, capaci di rendersi evidenti, chiare, leggibili da chiunque, al di là di dichiarazioni e speculazioni. Sono pratiche che Daniela Padoan definisce di “spiazzamento”, perché nate da un’intenzionalità tendente a scostarsi dalla collocazione che l’ordine simbolico attribuisce a ciascun attore sociale: “il nostro non era coraggio, era decisione, chiarezza su quello che volevamo. Il coraggio è un’altra cosa. Per noi è essenziale agire, non solo pensare; siamo convinte di quello che facciamo e di quello che vogliamo, ed è questo a darci forza. […] Noi avevamo la nostra pazzia e i militari il loro ordine, che cercavano disperatamente di mantenere. A disarmarli, era proprio il nostro modo di scardinare quello che per loro era normale. […] Essere lì in piazza a dire al mondo e alla società argentina, così indaffarata a ignorare quello che succedeva, che non tutto era così normale come volevano farci credere” . Sono pratiche che coinvolgono appieno le Madri e immettono sulla scena pubblica la loro forza, l’originalità delle loro invenzioni. Pratiche costantemente vissute ed elaborate per far fronte di volta in volta alle differenti situazioni politiche e sociali; infatti, non solo nel momento della dittatura, ma anche nei periodi in cui era stata ripristinata la democrazia formale, le Madri si sono esposte al rischio della verità, per creare le condizioni di possibilità di un protagonismo sociale al di là della condizione di isolamento in cui il regime, con la forza, teneva gli individui, e al di là della condizione di ripiegamento su una quotidianità normalizzata e poco consapevole che la democrazia, con mezzi più ambigui, perseguiva. Perciò hanno rifiutato di accettare la dichiarazione di morte dei figli, che avrebbe messo la parola fine a un’esperienza di vita e libertà attraverso un grottesco risarcimento economico . Ed è per questo che negli ultimi anni le troviamo accanto alle lotte degli operai che occupano le fabbriche chiuse in seguito alla crisi del 2001, e, ancora, grazie alla loro sapienza nel comprendere e abitare il presente, vediamo il loro impegno nell’Università popolare delle Madri, essendo per loro centrale lo sviluppo della consapevolezza e dell’educazione.
Si tocca qui un punto che ci offre una riflessione sul presente, sul nostro esserci, sulle forme della politica. Il modo in cui le Madri abitano la loro vita e la politica, è quello della responsabilità assunta in prima persona, anche nel momento in cui sostengono altre lotte, altre pratiche. Le Madri sono accanto alle nuove forme di auto-organizzazione, alle inedite relazioni sociali nate in questi ultimi anni per arginare i disastri delle politiche neoliberiste perché ritengono necessario “creare un nuovo modo di fare politica, legato alla responsabilità che ti chiama in causa in prima persona”. Non si tratta di ripetere ciò che le Madri hanno fatto, ma di sapersi giocare ed essere in grado di inventare la propria vita e la politica in uno spazio sociale condiviso e partecipato. Questo le donne e gli uomini del movimento dei piqueteros lo sanno, ed è evidente in alcune loro testimonianze dirette.
Le pagine di questo libro distillano i fatti restituendoceli nel loro senso più puro; qui i movimenti, le idee, le emozioni, le conseguenze di un’ostinazione si mescolano, e arrivano al lettore carichi di una forza arcana e affascinante.
Daniela Padoan ci accompagna abilmente in un viaggio che, attraverso diverse fasi, ha portato le Madri a un ribaltamento (dal silenzio alla parola, dal privato alla scena pubblica, dall’annientamento del dolore a un protagonismo autentico). Un viaggio necessariamente destrutturante, che ci interroga sulla questione essenziale del senso che ha per noi la politica nella sua accezione più ampia, che comprende la vita di tutti e ciascuno.
La storia di una vocazione politica dedicata a un fallimento pressoché totale narrata da una protagonista comunque esemplare
Di grande intensità emotiva le pagine sulla guerra e sulla Lombardia industriosa
I ricordi iniziano con l´infanzia a Pola e si chiudono con la radiazione dal Pci
Il lavoro nel partito, tra le sezioni di strada e il porta a porta per raccogliere tessere
Alberto Asor Rosa
Dalla copertina del libro che ho appena finito di leggere (La ragazza del secolo scorso, Einaudi, pagg. 389, euro 18), una bella, anzi bellissima signora dai capelli tutti bianchi mi guarda con aria malinconica e un po´ perplessa. Mi guarda? No, guarda un po´ di lato qualcosa che sta appena fuori della cornice della foto: alla sua sinistra, si direbbe. E´ «la ragazza del secolo scorso», Rossana Rossanda, diventata la signora di oggi – e di ieri.
Delle sue memorie – poiché di questo si tratta – si potrebbe dire sbrigativamente (penso che molti lo faranno) che sono la storia di una grande signora che è stata una grande comunista (o anche viceversa, non importa). Qualcosa di vero c´è in ambedue le definizioni, e anche nel loro accostamento.
Ma a me pare che la questione sia più complessa e che l´immagine che Rossanda proponga di sé sia più problematica e persino più dolorosa: la storia di una vocazione politica destinata ad un fallimento pressoché totale («nessuna delle mie idee aveva funzionato, troppo presto o troppo tardi che fosse»), e che tuttavia non smette di sentirsi intimamente, cocciutamente, esemplare («c´è una punta di vero in quel che le mie amiche chiamano, dandomi grandissimo fastidio, delirio di onnipotenza, come se fra senso di colpa per non fare abbastanza contro un mondo inaccettabile e volontà di dominarlo il margine fosse sottilissimo»). Ma vediamo.
I ricordi iniziano con la nascita a Pola, da poco ricongiunta all´Italia, negli anni Venti del secolo scorso, e si chiudono con la vicenda della radiazione, sua e di altri, dal Pci nell´autunno 1969, per aver osato fondare il Manifesto (su questo non casuale troncamento della narrazione tornerò più avanti).
Il racconto corre sempre (sottolineerei l´avverbio) lungo tre contemporanei e paralleli piani di sequenza: sullo sfondo c´è l´Italia che cambia, con le sue complessità, anomalie e debolezze (un paese, pensa e dice più volte Rossanda, cui sono congeniti il «lasciar perdere» e il «rinviare», non meno tra i progressisti che tra i conservatori); in primo piano, la storia pubblica della protagonista, la sua militanza, i suoi atti politici, le sue scelte di schieramento; in mezzo, la sua storia segreta (interiore, intendo, non privata), il suo mutare nel tempo, la sua «educazione sentimentale» (come recita lo strillo editoriale sull´ultima di copertina) ovvero, come io preferirei definirlo, il lato umano delle cose.
I tre piani di sequenza, ripeto, ci sono sempre ma distribuiti nel racconto con un diverso equilibrio fra loro. E´ ovvio che nella prima parte, l´infanzia e l´adolescenza, prevalga quello di mezzo, verso la fine, quando la protagonista entra a far parte del gruppo dirigente centrale del Partito, s´imponga più decisamente il primo. Di grande intensità anche emotiva le pagine sull´Italia della grande guerra e sulla Lombardia, povera, industriosa e operaia degli anni della ricostruzione.
Pare a me che un libro così non si legga principalmente per sapere come sono andate le cose e perché. Da questo punto di vista, le domande che Rossanda racconta di aver ricevuto qua e là nel corso della sua vita («perché hai fatto questo?», «perché non l´hai fatto?», «perché lo hai fatto troppo tardi?») non solo non ricevono risposta, ma potrebbero anche aumentare di numero (ognuno di noi avrebbe da fargliene almeno una). Il libro di Rossanda è profondamente critico e problematico, e in taluni punti perfino impietoso (si leggano le pagine sulla sublime correttezza di Pietro Ingrao, la quale ad una lettura più politica potrebbe apparire irresolutezza e ingenuità), ma assolutamente, radicalmente antirevisionistico. A sé e ai suoi, alla sua «parte», insomma, Rossanda nulla risparmia, ma nulla concede all´avversario, a colui che sta dall´altra parte, al (mi verrebbe voglia di scrivere) «nemico di classe».
Fra questi due estremi – l´autocritica severa e al medesimo tempo l´autodifesa appassionata di una vocazione politica che coincide irrevocabilmente con una scelta di vita – si muove l´occhio attento, scrutatore perplesso e malinconico di questa protagonista, che aveva tutte le condizioni per fare tante altre cose più piacevoli e meno fastidiose e ha scelto di fare questa, difficile, esaltante, spiacevole e… ingrata, e ancora oggi non se n´è pentita.
Sorprende (ma non tanto) che nel libro ci sia una descrizione assai limitata delle «giustificazioni ideologiche» della scelta comunista. Sì, s´intuisce, si sa, quale tipo di marxismo la Rossanda abbia frequentato e amato. Ma quel che lei vuole raccontarci non è come e perché lei abbia imparato a «pensare comunista»: quel che lei vuole raccontarci è perché lei ha «vissuto comunista», e perciò è entrata in quel partito, ci ha lavorato dentro, ne è diventata dirigente e ha cercato, sia pure vanamente, di cambiarlo. Insomma, la «serietà comunista», il sogno condiviso, la molteplicità dei destini che, grazie a quel contenitore, fra errori, ritardi, deformazioni, pure s´incontravano e si fondevano. Non, dunque – almeno non in primo luogo, – il partito delle segreterie federali o di Botteghe Oscure, ma quello dei «seminterrati» e delle sezioni di strada, il partito di «quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento» e che, così semplicemente facendo, «configuravano una società altra dentro a questa». Il partito di massa, l´identità collettiva, che a lungo andare (pensava, insieme a tanti altri Rossanda) avrebbe cambiato l´intollerabile stato di cose esistente, senza irragionevoli rotture rivoluzionarie, ma anche senza cedimenti opportunistici e sbandate verso la sfera seducente e onnivora del potere.
Forse è per questo (e spero di non dirle cosa sgradita) che il ritratto del dirigente comunista più pacificato e accettabile, più risolto anche di fronte alle sue enormi contraddizioni e al suo pesante passato, è proprio quello di Palmiro Togliatti, «cortese, conversevole e lontano, con voce uguale e sorriso breve, lo sguardo acuto», una sorta di padre saggio e accorto, poco incline alla benevolenza, ma almeno assai attento: «Quanto lo avrei criticato negli anni ‘70 lo rivaluto oggi, una volta accettato che il suo obiettivo non fu di rovesciare lo stato di cose esistenti, ma di garantire la legittimità del conflitto».
La legittimità del conflitto e… e, naturalmente, direbbe Rossanda, la sua traduzione in linea politica in una direzione di marcia che, rinnovandosi, mantenesse viva la sintonia, che pure c´era stata (anni 1943-1956) fra Pci e sistema Italia. Ecco perché la storia, – anzi, in questo caso, la Storia, – qui finisce con gli anni Sessanta: e non solo perché con la radiazione la vicenda di Rossanda nel Partito si esaurisce; ma soprattutto perché negli anni ‘60, in presenza di una ribellione studentesca straordinaria e di un imponente movimento di massa operaio, il Pci rinunciò (e fu per sempre) a tessere la tela che aveva cominciato: «Sono quegli anni che spiegano l´oggi. Non era semplice, ma non fu tentato nulla, pensato nulla, neanche un passo avanti in quell´ambito keynesiano dove pure Pci e Cgil erano cresciuti e che sarebbe stato anch´esso travolto».
Fino allo sfacelo di oggi.
In un quadro così complesso Rossanda non si sottrae neanche all´arduo problema sul cosa, in politica, abbia significato per lei essere donna. Non certo una militanza femminista o pre-femminista: per lei, per le donne della sua generazione, l´attività politica ha significato essenzialmente lottare per essere riconosciute all´altezza dei dirigenti uomini, ed essere come loro. Tuttavia…
Tuttavia – e Rossanda lo accenna più volte – non fu mai la stessa cosa: «Non sfuggivo al femminile… Quell´impulso di fuggire davanti alla decisione del fare o no il corteo proibito fu un avviso che non mi ha impedito di fare scelte drastiche, ma si ripete ogni volta che non sono in gioco io sola – sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi… La materia di cui sono fatta ha questa grana. Combattiva ma seconda…».
Forse, più semplicemente, l´essere donna in politica ha significato per lei vivere, capire e soprattutto ricordare il lato umano delle cose, la ferita lancinante della perdita, la tenerezza degli affetti, più che la vanità infinita dei giochi di potere.
Tutto questo – e molt´altro – fuso in una prosa lucida, fluente, appassionata, inarrestabile: una specie di canto sospeso, che a me ha ricordato certe composizioni lunghe e profonde, distese senza fine a mezz´aria, fra terra e cielo, di Luigi Nono. Scrive Rossanda nelle ultime tre righe del libro a proposito del lavoro da lei intrapreso presso le nuove generazioni studentesche e operaie dopo la radiazione dal Pci: «Speravamo di essere il ponte fra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia sinistra, che aveva avuto le sue ore di gloria. Non funzionò. Ma questa è un´altra storia». Neanche quello funzionò? Beh, sì, forse sì: ma quel canto, anche se la Storia non funziona, tutti possono intenderlo, e continua.
Nel volume curato da Sebastiano Vassalli per la Bur, l’opera del poeta e il carteggio integrale con Sibilla Aleramo
Per rileggere la sua biografia senza falsi pudori, le chiavi vanno cercate nel ruolo della famiglia, che lo volle in manicomio, e nella sifilide che per circa trent’anni gli avvelenò il sangue portandolo lentamente alla morte
Attilio Lolini
Con il suo primo libro su Dino Campana, uscito sotto il titolo La notte della cometa (Einaudi) Sebastiano Vassalli suscitò polemiche e discussioni a non finire, aprendo così il caso relativo all’autore dei Canti orfici; un caso che oggi pare chiudersi definitivamente grazie al volume in cui sono raccolte tutte le sue opere, anch’esso curato da Vassalli e titolato Dino Campana. Un po’ del mio sangue (Bur, pagine 300, E. 9). Al suo interno si trovano, oltre ai Canti, le Poesie sparse, Il Canto proletario italo-francese (che rimane la più bella poesia patriottica della grande guerra), il carteggio completo con la scrittrice Sibilla Aleramo e, soprattutto, una introduzione seguita da una nota biografica che fa piena luce sulla vita del poeta avvolta da un velo di menzogne: fu, in parte, lo stesso Campana a alimentarle, quando in manicomio, per levarsi di torno gli orrendi familiari e lo psichiatra Pariani, suo torturatore e biografo di «geni» folli, raccontò storie a non finire, alcune delle quali decisamente incredibili, e tuttavia prese sul serio dalla critica ufficiale del tempo. La vita di Campana è tutta riassunta in un verso di Walt Whitman che lui stesso mise, come epigrafe, al suo capolavoro: «Essi erano tutti stracciati e coperti dal sangue del fanciullo»: essi -scrive Vassalli – furono i compaesani, i letterati dell’epoca, gli psichiatri e soprattutto i genitori, in modo particolare la madre, che tentarono almeno due volte (riuscendoci) di togliersi dai piedi il figlio «matto». Quando raggiunse la maggiore età lo fecero rinchiudere in manicomio perché ci restasse fino alla morte e, una volta dimesso, lo «spedirono» come un pacco a Buenos Aires, con un passaporto che non gli consentiva il rientro. Ma Campana, dopo un mese, era di ritorno e vide riaprirsi le porte del manicomio di Castel Pulci. Quanto ai suoi compaesani, non fecero che perseguitarlo e così pure i letterati dell’epoca che, specie nel contesto del caffè le Giubbe Rosse, lo trattavano come un pezzente. C’erano tra loro Marinetti, con il suo insulso futurismo, il superbo Prezzolini, il superficiale Soffici e il superuomo Giovanni Papini. Gli psichiatri del manicomio di Castel Pulci, poi, usarono Campana per i loro esperimenti punitivi con l’elettricità: quando il poeta si definisce «l’uomo elettrico» si riferisce appunto alle «terapie» che lo «friggevano». Ogni tanto arrivava la madre, crudele e piagnucolosa, a controllare la salute del figlio e a verificare come questi avesse trovato, finalmente, il posto giusto dove stare.
Pur non avendo goduto, da vivo, di nessun riconoscimento, Dino Campana resta, tra i poeti italiani, uno dei più letti, amati e ristampati del `900: nei suoi versi – scrive Vassalli – c’è qualcosa che dovette scandalizzare i suoi contemporanei, comunicando loro un’idea di grandezza e di forza di cui non sapevano farsi una ragione. Parole semplici e semplici impressioni, messe là in modo apparentemente casuale.
Come poteva questa poesia, si chiedevano i più avvertiti e gelosi letterati del tempo, avere così tanto potere evocativo, una tale suggestione, una siffatta armonia? E risposero affermando che non si trattava di una scrittura seria, confortati dallo stesso Campana che provvedeva a avvalorare l’arcigna tesi, dicendo che i suoi versi sarebbero apparsi a qualcuno «robetta da fiera». Pochissimi, se si esclude Emilio Cecchi, lo capirono e il «Mat Campena» – come lo chiamavano a Marradi – diventato adulto, si avviò, inesorabilmente, verso Castel Pulci.
Nel 1915 contrasse una vera malattia: aveva il viso semiparalizzato, conseguenza di un male probabilmente trasmesso da una (o da più) di quelle «troie» con gli occhi ferrigni di cui parla nelle sue poesie. Negata dalla famiglia, che non intendeva compromettere la sua rispettabilità ammettendo un morbo tanto infamante, la malattia di Campana era in effetti la silifide, ma venne spacciata per una nefrite, nonostante i sintomi inequivocabili descritti in molte lettere. Da 1915 al 1932, anno della morte, la storia del poeta coincide con il decorso della sua malattia, che gli distrusse il sistema nervoso e gli avvelenò il sangue in maniera lenta ma inesorabile. Per rileggere, senza falsi pudori, la sua biografia Vassalli dice che proprio nella famiglia e nella sifilide vanno ricercate le chiavi. Era il 1915 e aveva trent’anni quando contrasse la malattia, e sebbene non ci siano cartelle cliniche a attestarla, tuttavia essa è accertata dal carteggio con Sibilla Aleramo, che ne venne contagiata e dovette curarsene per quasi un anno. L’incontro tra i due avvenne, nel 1916, sotto il segno della follia e dell’ossessione: per il poeta Sibilla Aleramo fu l’unico amore della vita, mentre per lei rappresentò una specie di incubo: lui la inseguiva, la perseguitava e lei fuggiva. Riuscì a liberarsi di Campana soltanto a ottantadue anni, quando pubblicò il suo carteggio con lui, che il libro curato da Sebastiano Vassalli riproduce integralmente per la prima volta. Se ne deduce che il rapporto amoroso che legò Campana alla Aleramo fu ben diverso da quello descritto dalle biografie ufficiali e dagli sdolcinati film sulla sua vita: un rapporto violento, fitto di liti e di sfuriate ma dotato di una sua grandezza.
Per colmo di sventura, contribuirono a nuocergli anche coloro che pure gli volevano bene: l’editore Vallecchi nel 1928 ripubblicò i Canti orfici ripulendoli da tutto ciò che gli pareva potesse risultare sconveniente all’immagine di un poeta che si profilava tra i grandi del suo tempo; per parte sua, Enrico Falqui, quando pubblicò gli inediti, si convinse di doverli correggere e sfumare.
Ricostruita da Vassalli dopo un lavoro durato quasi un trentennio, la breve e terribile vita del poeta marradese riacquista la sua «dignità» contro l’opinione di coloro che ritenevano fosse afflitto da una specie di romantica follia. Disse Campana allo «psichiatra» Pariani: «Mi chiamo Dino, come Dino mi chiamo Edison. Posso vivere anche senza mangiare, sono elettrico…»
Letizia Tomassone
La forza che viene dal sapere di avercela fatta e’ quella nota di gioia che Mary Daly ci regala con il suo ultimo libro: Quintessenza. Realizzare il futuro arcaico (Venexia, pp. 284, euro 19). Se infatti i suoi testi dagli anni ’70 in poi erano osservatori privilegiati per esprimere la “rabbia selvaggia” delle donne per la miseria, la cancellazione in cui vivono nel mondo patriarcale, e se molti suoi testi sono stati occasioni per rendere visibile, nominandola, la violenza contro le donne e la loro oppressione fisica e simbolica, questo volume edito con coraggio, in Italia, da Luciana Percovich, mostra come la “rabbia” puo’ diventare consapevolezza e possibilita’ di vita piu’ intensa, e dar luogo al “salto nel futuro arcaico”. Scrive Daly: “Quando una Cercatrice Vede, Nomina e Agisce Vegliarda-mente i suoi Momenti/Movimenti nel Tempo, la sua conoscenza della Quarta Dimensione e’ ravvivata e lei Stessa diventa piu’ Viva. Si riempie di Ginergia (l’energia femminile, ndr) ed e’ mossa dalla Brama di Balzare in avanti. E’ spinta a Volare oltre nel Futuro Arcaico per Irrompere nella Quinta Dimensione, dove/quando puo’ essere Presente in modo sempre piu’ consapevole partecipando alla Danza Abbagliante dell’Universo – l’Armonia Cosmica, la Quintessenza”. Parole che rivelano da subito come Daly lavori profondamente sul linguaggio per svelarne dimensioni occultate e ribaltarne i significati. Svelando come la cultura patriarcale abbia spesso rovesciato in negativo termini che esprimevano forza e liberta’ femminile, come “Vegliarde”, “Donne Selvagge”, “Ammaliatrici”… * Mary Daly era gia’ nota in Italia soprattutto per questo lavoro sul linguaggio e sul nominare la realta’ e Dio. Con saggi come La Chiesa e il secondo sesso (Rizzoli, ’82) e Al di la’ di Dio Padre (Editori Riuniti, ’91), gli unici tradotti in italiano e purtroppo ormai fuori catalogo. Centrale per la ricerca delle teologhe femministe e’ la sua affermazione che il “nominare Dio” al femminile (per esempio come Madre) non sposta i rapporti simbolici e materiali tra donne e uomini se questo nome resta un sostantivo. Il nominare che trasforma le relazioni e’ una “dinamica dell’essere” e puo’ essere espresso solo con un verbo. “Nell’idea di Mary Daly l’essere e’ apertura, rilancio, movimento squilibrante e la’ dove si mostra la differenza di essere donne e uomini come squilibrio, e se ne da’ testimonianza, si partecipa di tale movimento – scrive Chiara Zamboni in Parole non consumate, Liguori 2001 -. Altrimenti il linguaggio puo’ dire la differenza sessuale come costruzione storica, puo’ usare i generi grammaticali femminili, e introdurre la parola “Dea” nel cristianesimo, ma se non c’e’ una esposizione dinamica della nostra compromissione, il linguaggio rimane statico, solo sostantivo e non verbo, scollegato dal movimento dell’essere. C’e’ parola di verita’ e di vita la’ dove c’e’ esposizione di noi, la’ dove simbolico e testimonianza sono legate”. Ma il lavoro di Daly sul linguaggio e’ continuato con un suo praticare in modo sempre piu’ vorticoso parole ri-dette, fino ad arrivare alla compilazione, con Jane Caputi, di un Dizionario (il Websters’ First New Intergalactic Wickedary of the English Language, ’87). La qualita’ di Quintessenza non sta quindi nel suo linguaggio, linguaggio sperimentato e praticato con radicalita’ fin dagli anni ’80, ma dalla visione dell’incontro con le “Compagne del Futuro Arcaico”. Naturalmente il Futuro puo’ essere Arcaico solo se richiama una “brama” intensa di realizzare del nuovo e se dice qualcosa non solo di cio’ che vogliamo costruire, ma di cio’ che ci precede. Anzi, in un certo senso, e’ proprio perche’ c’e’ stato un passato “fuori dal patriarcato” che ci e’ possibile incontrare un “futuro libero”. * Quintessenza racconta dell’incontro fra le donne dell’Era Biofila e Mary Daly, la quale viaggia tra il 2048, in cui loro vivono, e la vecchia realta’ datata 1998. L’incontro costituisce il presente che fonda il futuro e trasmette forza alle Viaggiatrici nell’era necrofila, cioe’ nel patriarcato. Ed e’ narrato a due voci. Quella di Daly che nel ’98 denuncia l’oppressione delle donne attraverso le violenze, le guerre, le spiritualita’ patriarcali, le biotecnologie e le tecniche di procreazione assistita, cioe’ tutte quelle cose che distruggono la differenza e l’armonia della vita e fanno avvizzire la nostra mente e la nostra immaginazione. E quella di Anonima che, nata all’inizio dell'”Era Biofila”, e’ piena di curiosita’ per queste antenate costrette a sviluppare la loro resistenza e la loro “Indocilita’” in una situazione cosi’ violenta e triste. Anonima arrivare ad evocare Mary Daly per incontrarla. E’ dunque in gioco il desiderio. Il desiderio di realizzare la propria integrita’ spinge Daly al “Salto nella Quinta Dimensione”, e il desiderio di capire spinge Anonima a creare le condizioni perche’ il “Qui” diventi luogo di incontro. Quello raccontato in Quintessenza e’ un incontro profondo tra generazioni, mosso dal desiderio reciproco. Daly lo sa, ed esprime anche la frustrazione che accompagna questo tipo di incontro nell’era patriarcale, quando a ogni generazione bisogna ricominciare daccapo, perche’ la “Memoria della Donne Selvagge” e’ continuamente cancellata. E “nominare connessioni, in modo che potessimo continuare a fare le nostre analisi piu’ in profondita’ e raggiungere la radice dei problemi” e’ esattamente il compito che Daly assegna al suo lavoro. Connessioni tra passato e futuro per il qui del presente. Nell’era necrofila, scrive Daly, “divenne difficile per molte nominare le connessioni tra la crescente oppressione delle donne da parte dei movimenti e dei regimi fondamentalisti sparsi nel mondo e la violazione e la distruzione delle donne e della natura da parte dell’impero nectec (di tecnologia necrofila, ndr)”. L’opera del patriarcato necrofilo appare infatti in Quintessenza come un’opera continua di cancellazione della “Vita” e dell’esistenza delle donne e le donne, nella loro “Giusta Rabbia”, possono superare queste cancellazioni “Spiraleggiando Via”. Nel “Continente Ritrovato”, un luogo di armonia e sincronia con natura e animali che e’ anche, pero’, l’immagine di quella Quinta Dimensione o Quinta regione che diventa il centro di espansione della “Presenza” delle creature “Biofile”. * Il testo di Daly, impregnato di spiritualita’, e’ quindi profondamente politico. Le Antenate del Futuro sono per noi risorsa e occasione di ricordare che il mondo e’ altro dalla violenza e manipolazione di corpi, anime e menti, e che ogni forza empatica degli umani (delle donne) con gli altri esseri viventi puo’ trasformare la realta’ e farci fare un balzo nello “Stato di Grazia Naturale”. “Man mano che le Capricciose Donne Vagabonde si radicano sempre di piu’ nello Stato di Grazia Naturale, riconosciamo la consapevolezza delle sincronicita’/Sin-crone-citta’ come un segno che stiamo entrando in armonia con le altre creature Elementali, stiamo cioe’ scoprendo la Quintessenza, che e’ l’Integrita’ Supremamente Armoniosa dell’Universo e Fonte di Estasi”.
Fra le due guerre Rituali crudeli, ipocrisie sociali e disperate rivalità femminili in un breve romanzo di Irène Némirovsky, pubblicato in Francia nel 1930 e da poco uscito per Adelphi
Daniela Padoan
Nel decennio che seguì la Rivoluzione d’Ottobre, Parigi ospitò numerosi intellettuali russi in esilio, come Vladimir Nabokov, Nina Berberova e Marina Cvetaeva. Fra questi, Irène Némirovsky, ebrea di origine ucraina, nata a Kiev nel 1903 e destinata a morire, non ancora quarantenne, ad Auschwitz. Dopo un soggiorno in Finlandia e in Svezia, la famiglia Némirovsky si trasferì in Francia, dove il padre, ricco finanziere rovinato dai rovesci della storia, riuscì a ristabilire i propri affari. La giovane Irène, che parlava il russo, il polacco, l’inglese, il finnico e l’yiddish, studiò letteratura alla Sorbona e iniziò a pubblicare novelle sotto pseudonimo. Appena ventiseienne, diede alle stampe il suo primo romanzo David Golden, in cui ritraeva impietosamente il milieu ebraico degli affari. L’anno successivo, andando più a fondo sullo stesso tema, scrisse Il ballo (da poco pubblicato per Adelphi, traduzione di Margherita Belardetti, pp. 83, euro 7), un piccolo gioiello di ferocia in cui la rivalità tra madre e figlia, l’ipocrisia sociale e la ricchezza da parvenu della famiglia danno origine a una folgorante vendetta adolescenziale. Quando i tedeschi, tra il maggio e il giugno del 1940, invasero la Francia, Irène, che nel frattempo si era sposata con un banchiere ebreo e che con lui si era fatta battezzare, venne abbandonata da quasi tutti coloro che prima avevano ricercato la sua compagnia e ammirato il suo lavoro: come molte altre intellettuali assimilate, di fronte al montare del nazismo era tornata ad essere semplicemente un’ebrea. Nell’ottobre di quello stesso anno, con l’introduzione delle leggi razziali, fu costretta a portare la stella gialla e le fu vietato di pubblicare opere con il proprio nome, mentre il marito dovette cessare di esercitare la sua professione. Angustiata dalle difficoltà economiche e dalla preoccupazione per l’incolumità delle sue due bambine, Irène si trasferì in un villaggio della Borgogna dove, nel luglio 1942, venne arrestata dalla gendarmeria francese, internata nel campo di Pithiviers e deportata ad Auschwitz. A nulla valsero le suppliche del suo editore, Albin Michel, all’ambasciatore tedesco a Parigi e al maresciallo Pétain, capo del regime fantoccio di Vichy, né le proteste del marito, che pochi mesi più tardi seguì la sua stessa sorte. Le due figlie, Denise ed Elisabeth, riuscirono a salvarsi, nascoste di convento in convento da una donna cattolica; in una valigia gelosamente conservata durante i continui spostamenti, insieme alle foto di famiglia c’era il taccuino che conteneva gli scritti della madre, vergato con una grafia sempre più minuta man mano che la carta si faceva introvabile. Si trattava dei primi due libri che avrebbero dovuto comporre l’affresco in cinque parti di un paese invaso e di una società disgregata, pubblicati in Francia nel 2004 con il titolo di Suite française (la traduzione italiana, sempre per Adelphi, uscirà a settembre) e accolti come un evento letterario, tanto da ottenere, a titolo postumo, il Prix Renaudot.
Alla luce degli eventi che si sarebbero rapidamente succeduti, Il ballo assume toni profetici. Scritto l’anno prima del grande crollo in Borsa e quattro anni prima dell’avvento del nazismo, è il romanzo di un massacro, in cui, anche se non accade quasi nulla, niente si salva. Resta un vuoto assordante: quello degli invitati che non arrivano, devastando ogni sogno di ascesa mondana, e quello di un’insanabile frattura familiare, tanto più tragica nel suo essere ammantata di vacuità.
La protagonista, Antoinette, è una ragazzina di quattordici anni, lunga e magra, il volto smunto, apparentemente sottomessa al dispotismo capriccioso di una madre che non vuole essere spodestata dal territorio della giovinezza. Il padre, Alfred Kampf, si è sollevato da un’esistenza di stenti, dopo aver lavorato come impiegato e prima ancora come usciere in livrea blu alla Banca di Parigi, grazie a un geniale colpo in Borsa. La madre, Rosine, esacerbata da anni di vita matrimoniale «passata a rammendare i calzini» in un appartamentino buio dietro all’Opéra-Comique vede finalmente possibile la sua rivincita e, dopo aver spinto il marito a trasferirsi in un grande appartamento bianco dai mobili dorati, si fa tingere i capelli di un bell’oro splendente. D’improvviso tornano i desideri soffocati in una non voluta maturità, e la donna, che vede la propria bellezza sparire, specularmente alla figlia si strugge nell’attesa di un amante giovane e focoso, e di tutti quei lussi che la povertà le ha negato. L’occasione, quasi il timbro apposto a suggellare il raggiunto successo, viatico ai sogni romantici e mondani, è una sontuosa festa da ballo. Duecento inviti da spedire. La madre, il padre e la figlia seduti al tavolo del salone a scrivere gli indirizzi sui cartoncini, sentendosi spiati dai domestici, davanti ai quali il padre si sforza di non togliersi la giacca, la madre di non alzare la voce, la figlia di non piangere: per il decoro, di cui proprio i camerieri – più che i signori Kampf, che ora, davanti alla servitù, si danno del voi – sono i cerimonieri. La lista degli invitati, piena di cancellature e che, per errore, contiene anche l’indirizzo del tappezziere, sembra presa dalla cerchia in cui è cresciuto il singolare imbroglione immortalato da Thomas Mann nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull: una signora non più invitata in società da quando è stata coinvolta «in quella faccenda… sai, le famose partouze del Bois de Boulogne, due anni fa»; la signora d’Arrachon, vista da qualcuno, anni prima, in una casa chiusa di Marsiglia, «ma il matrimonio l’ha ripulita, riceve gente assai distinta»; Abraham e Rebecca Birnbaum, che dopo aver comprato il titolo sono diventati il conte e la contessa du Poirier; e, infine, la signorina Isabelle, una vecchia e malevola zitella cugina dei Kampf, invitata solo perché il resto della famiglia possa rodersi venendo a sapere del successo avuto da Rosine in società. Che i più presentabili tra gli invitati diano forfait è già messo nel conto: «Ci vuole metodo, mia cara: per il primo ricevimento gente a non finire, soltanto al secondo o al terzo si fa una cernita» assicura Kampf, che ha dovuto imparare dai suoi trascorsi. «Se qualcuno non viene, lo inviterai di nuovo la prossima volta, e poi ancora la volta dopo… Per farsi strada bisogna seguire i precetti del Vangelo: se ti danno uno schiaffo, tu porgi l’altra guancia. Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana».
Antoinette non ha mai partecipato a un ballo, ma le immagini dei corpi allacciati nelle danze, della musica sfrenata, del fruscio degli abiti, delle parole d’amore bisbigliate nei salottini appartati eccitano la sua immaginazione adolescenziale. Quando scopre che la madre ha previsto di mandarla a letto, come sempre, alle nove, la implora di lasciarla prender parte alla festa, almeno per un’ora, ma il rifiuto di Rosine è irrevocabile: «Sappi, mia cara, che io comincio soltanto adesso a vivere, capisci, io, e che non ho intenzione di avere tra i piedi una figlia da marito». Mai Antoinette aveva visto negli occhi della madre quello sguardo freddo di donna, di nemica. E dentro di sé sente crescere un odio disperato, rivolto contro la madre, contro tutti gli innamorati che passeggiano abbracciati al crepuscolo, contro quelle gioie sensuali che non conosce ma di cui le sue membra impuberi chiedono dolorosamente soddisfazione: «Un odio da zitella a quattordici anni?».
Proprio mentre la sua istitutrice amoreggia sul ponte Alexandre III, Antoinette, non vista, anziché spedire gli inviti li getta nella Senna. Il giorno della festa, la madre, «rutilante, scintillante come un reliquiario», attenderà inutilmente gli ospiti. Un’attesa terribile, come di un vetro in cui si propaghi lentamente un’incrinatura, fino a crollare in un fragore di schegge; e la figlia ad assistere, muta, non vista, al via vai imbarazzato dei camerieri, allo sciogliersi del ghiaccio nei secchielli da champagne, al continuo attaccare le danze dei musicisti per ogni squillo dei fornitori alla porta di servizio, al disfarsi dell’acconciatura materna, fino al prorompere del reciproco risentimento dei coniugi Kampf, in un fiotto di insulti rabbiosi. Solo allora Antoinette uscirà dal suo nascondiglio, per andare, silenziosa, ad abbracciare la madre. «Povera mamma…». «Ah, mi resti solo tu, bambina mia…».
Un finale che ricorda un altro crudele rituale mancato di accettazione e di ascesa sociale, in una disperata ricerca dello stigma dell’aristocrazia, quando la vecchia maîtresse di Le confessioni di Max Tivoli di Andrew Sean Greer, nel 1914, invita a un ballo i suoi antichi clienti, tutti arricchiti in Borsa grazie alla frequentazione del suo salotto, dove era facile captare informazioni riservate sui titoli. Aveva comprato una elegante dimora bianca per la quale aveva speso fino all’ultimo soldo, e non per la pace dei suoi ultimi anni, ma proprio al solo scopo di dare «un ricevimento con un Vanderbilt, e vederlo voltarsi verso di me e dirmi: “Signora, è stato un piacere”». Ma al ricevimento arrivano gli uomini, senza le mogli, mentre inutilmente l’orchestra attacca il Danubio blu perché le coppie si lancino nelle danze.
Balli, entrambi, falliti, sul baratro delle due guerre; a fare da specchio ai balli riusciti, resi sabba del grottesco da un vorticare di abiti rossi, perle, cappelli a cilindro, denti d’oro occhieggianti da ghigni rapaci di industriali e militari immortalati nei quadri del dadaista Georg Grosz, costretto a lasciare l’Austria all’ascesa del nazismo. Balli che mettono in scena quello «spirito piccolo borghese di cui Hitler è stato la più pura incarnazione», come dirà Hermann Broch (viennese di origine ebraica, anch’egli costretto all’esilio dall’avvento del nazismo) parlando della dissoluzione di una borghesia che, affondando profondamente nella colpa etica, rese possibile la catastrofe. Apolitici, indifferenti, incolpevoli. Persino chi, di lì a poco, sarebbe finito tra le vittime. In questo è lo splendore lucido della Nèmirovsky, e il suo lascito.
«Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura» di Liliana Rampello per Il Saggiatore. Un saggio che ne rilegge l’intera opera, dai romanzi alle opere politiche ai testi autobiografici, nella chiave dell’amore per la vita che la grande autrice scopre con la scrittura
Luisa Muraro
Farò le lodi di un libro appena uscito, le lodi e qualche critica, per fare l’elogio di Virginia Woolf e dell’Italia: con Italia intendo, metonimicamente, il femminismo italiano che non ha smesso di leggere, amare e commentare colei che, in Inghilterra, chiamavano la darling, dangerous woman, la bella, cara e pericolosa Virginia. Il canto del mondo reale s’intitola l’ultimo libro a lei dedicato, autrice Liliana Rampello, sottotitolo: Virginia Woolf. La vita nella scrittura (Il Saggiatore, pp. 221, € 16,50). È il libro di una lettrice di Virginia Woolf, ben più che quello di una letterata (ed è la mia prima lode), pur essendo questa la formazione professionale di Rampello e pur essendo il suo un libro informato del molto che è stato scritto sulla Woolf. Non ho niente contro i letterati, intendiamoci, voglio solo dire che c’è una differenza. Qual è? Che lei, la lettrice Liliana, conosce la sua autrice dall’interno, e l’interno è l’esperienza di lettura, un’esperienza tutta speciale dove realmente chi legge s’incontra con chi scrive. E da lì ritorna a noi con la voglia di raccontare quello che le è capitato. Nasce da in simile incontro l’idea che dà incremento all’intero libro della Rampello, quella di un amore della vita che diventa scrittura vera e «canto del mondo reale», idea che l’autrice comincia ad esporre come chi racconta un’avventura: «Nell’immagine di lei che mi è venuta incontro, il nucleo inaggirabile è il suo amore per la vita ed è questo il filo che ho scelto di seguire e srotolare…».
In contrasto con questa visione, il pensiero corre ovviamente alla morte di Virginia, morta suicida nel 1941, all’età di cinquantanove anni, ma l’autrice scarta la troppo facile obiezione con gesto lieve che convince. Sempre per fedeltà all’immagine di una Virginia amante della vita, non esita a scostarsi dalla pur ammirata Nadia Fusini, grande traduttrice di romanzi woolfiani, quando questa rintraccia nella Woolf una moderna «scienza del lutto». Questo secondo contrasto mi sembra più problematico. Si tratta di due esperienze di lettura tra loro differenti e incomparabili, certo. Ma potevano essere meno distanti, io penso, movendo a Liliana la mia critica principale o unica. Penso, precisamente, al suo giustamente lungo commento di una magnifica pagina della Signora Dalloway, quando, nel bel mezzo di una festa s’insinua la notizia del suicidio di Septimus. Non è un personaggio qualsiasi, Septimus, ma il protagonista del controcanto che accompagna la giornata della protagonista, tutta dedita, quest’ultima, alla preparazione della festa che avrà luogo la sera. L’uomo, reduce della prima guerra mondiale e malato di mente, si è buttato dalla finestra del suo appartamento per sfuggire al manicomio cui lo destinavano la sua povertà e il verdetto di un illustre clinico, amico della famiglia Dalloway. La morte che viene per rovinare la festa ma non ci riesce, nella lettura di Liliana sarebbe la morte «accolta come una diversa forma che la vita prende nella nostra mente e che si tinge ancora dell’amore stesso che abbiamo per la vita». Lei dà questo credito al personaggio della signora Dalloway, io no, a me pare cioè che la Woolf, in quel punto del romanzo, si distacchi dalla sua eroina e la guardi in silenzio, sguardo silenzioso che ce la rende meno esemplare e più vera. E che arriva fino a noi. C’è anche quest’aspetto nella attualità di Virginia Woolf, io ritengo simpatizzando qui con la posizione di Nadia Fusini, consapevole tuttavia che la discussione dovrebbe approfondirsi e non so con quale esito.
Dobbiamo riconoscere, comunque, il coraggio di Liliana Rampello che, per restituirci Virginia Woolf, intona – oggi – il canto dell’amore della vita, riconoscerlo insieme all’intento che la anima. Quello che lei vuole, esattamente come tutte e tutti quelli che escono da una grande esperienza di lettura, è restituirci l’interezza dell’opera di Virginia Woolf, i romanzi insieme ai saggi politici e alla vasta scrittura autobiografica, restituircela non attraverso una esposizione più o meno dettagliata ma facendo rivivere l’ispirazione profonda di tanta opera. Sappiamo quanto i «letterati» di ogni tempo abbiano in sospetto una simile pretesa e come si diano da fare per farla sembrare mera presunzione, ma sappiamo anche (io lo so grazie al lavoro erudito dei «letterati»… paradosso istruttivo) che senza questa presunzione, chiamiamola pure così, non c’è cultura che possa vivere e rinnovarsi. E viceversa, nel senso che c’è una cultura, quella del movimento politico delle donne, che autorizza libri come questo, l’autrice non ne fa mistero, libri affettuosi e amorosi messi al mondo direttamente in un campo di battaglia.
L’ispirazione profonda della scrittura woolfiana, come viene fuori dalle pagine di questo libro, è nel circolo virtuoso fra amare la vita e dire «le cose come sono», che lei, Virginia, crea o scopre con la scrittura. Lo conferma lei stessa, del resto, commentando quelli che chiama i suoi «momenti di essere», e parla di una sua filosofia o idea (idea di un ordine simbolico?) che ha sempre avuto, ossia che dietro l’opacità della vita quotidiana ci sia un disegno affiorante a sprazzi con il lavoro della scrittura, e che il mondo intero sia un’opera d’arte di cui noi siamo parte, alla stregua di segni viventi.
Il passaggio cruciale è costituito dai due saggi politici della Woolf, Un stanza tutta per sé e Tre ghinee, riuniti in questo libro sotto un unico, significativo titolo, «Dire la verità». In che cosa consiste la capacità che hanno questi due testi, a suo tempo accolti con imbarazzo dagli ammiratori della Woolf romanziera, specialmente il secondo, oggi stampati e ristampati per un pubblico fedelissimo e quasi esclusivamente femminile, di inanellare fra loro vita e scrittura? Per rispondere con una parola piuttosto rustica, diciamo che la loro capacità è nella loro esplicitezza. Esplicitare è una mossa sempre variamente rischiosa, rischiosissima nel caso della Woolf, il quid da esplicitare essendo le emozioni «abbiette» (per citare Judith Butler) di una esperienza femminile tacitata non da qualche autorità poliziesca ma dall’implacabile legge del ridicolo. Virginia Woolf ha saputo sfidarla con arte magistrale, non inferiore a quella dei suoi migliori romanzi, e con risultati geniali per la politica e per la filosofia. Questo è il mio elogio, annunciato all’inizio, ed è anche la ragione della riconoscenza senza fine («la ringrazierò per sempre») con cui Liliana Rampello conclude il suo libro.
Maria Rosa Cutrufelli
Tipico di Gina, di una donna tenace nelle sue passioni, e soprattutto in quella passione-principe che per lei era la scrittura. Tipico di Gina Lagorio congedarsi da tutti noi che l’abbiamo ammirata e amata, solo dopo aver finito di scrivere il libro che racconta la sua malattia. E dopo averlo consegnato alla casa editrice. Particolare che mi ha stretto il cuore. Perché so bene cosa rappresenta questo gesto per uno scrittore o una scrittrice: il distacco vero, definitivo, dalla propria opera. L’ultima volta che ho visto Gina è stato un anno fa, più o meno. Ero andata a Milano per chiederle di farmi da madrina allo Strega. Lei stava già molto male, ma la malattia non era ancora riuscita a fiaccare quella stupefacente vitalità che era caratteristica forse più evidente del suo carattere.
Un modo gioioso d’accostarsi all’esistenza. Una voglia di godersi la vita nei piaceri più grandi come in quelli più piccoli, magari trascurabili all’apparenza. Lei non «rasentava la vita in punta di piedi», come il suo amico Raffaello Baldini o il suo maestro Sbarbaro: lei la gustava con pienezza. E chiedeva agli amici di farsi complici di questo suo inesauribile trasporto vitale.
Così quel giorno a Milano mi accolse con una bottiglia di Veuve Clicquot: era ben consapevole, Gina, dell’importanza dei riti quotidiani, dei festeggiamenti familiari e amicali che rendono memorabile l’evento più scontato. Era maestra nel trasformare un incontro o un semplice appuntamento in qualcosa di speciale, da ricordare: lo champagne nei calici, i fiori bianchi sul tavolo…
Quel giorno mi mostrò anche come si era organizzata per riuscire a lavorare nonostante la pesantezza della malattia. Era ben decisa ad approfittare di ogni ora, di ogni minuto che il dolore le lasciava. Ad ognuna di queste ore, ad ognuno di questi momenti si aggrappava per continuare a vivere, cioè a scrivere: le due cose non sono scindibili, per una scrittrice.
Poi, prima di congedarmi, Gina si raccomandò: «Se ci sono iniziative politiche che ti sembrano importanti, interventi, manifesti, metti pure la mia firma, mi fido di te». Perché questa era l’altra passione di Gina Lagorio: la politica. Sì, è stata parlamentare. Ma non era tanto la politica istituzionale che l’appassionava, quanto la politica intesa come civiltà delle relazioni, come lavoro comune teso a inventare e a intessere rapporti umani più giusti e più felici.
E questa cifra politica è il motore, più o meno segreto, di molti suoi libri, dei racconti di viaggio come dei romanzi o dei saggi di critica letteraria. Non a caso c’è chi ha notato in tutta la sua opera una forte «tensione saggistica»: che poi, molto semplicemente, non è che il desiderio di ancorare l’immaginazione ai fatti del mondo. Una suggestione stilistica. Un’indicazione di metodo. Un magistero letterario di cui, Gina, ti sono e ti sarò sempre grata.
L’autrice di Approssimato per difetto, molto nota anche per la sua passione politica, si è spenta domenica mattina nella sua casa di Milano per i postumi di un ictus che è anche al centro del suo ultimo libro, Càpita, di prossima uscita per Garzanti
Lisa Masier
«Raccontare è stato per me una seconda maniera di essere, una risposta istintiva al bisogno di espressione per impadronirmi del mondo, attraverso un tipo diverso di conoscenza»: così Gina Lagorio – scomparsa domenica mattina nella sua casa di corso Monforte a Milano per i postumi di un ictus che aveva segnato i suoi ultimi due anni di vita e che è al centro del suo prossimo libro, Càpita, di imminente pubblicazione per Garzanti (ne trovate in questa pagina una breve anticipazione) – aveva una volta definito le ragioni della sua scrittura. Scrivere, dunque, era, prima di tutto, per l’autrice piemontese, uno strumento necessario per apprendere, per meglio definire e capire gli spazi del proprio universo. Nata a Bra, vicino a Cuneo, nel 1922, in una famiglia borghese di origini contadine, l’autrice sarebbe rimasta profondamente legata alla sua terra per tutta la vita, e avrebbe più volte descritto nelle sue opere narrative i paesaggi piemontesi che facevano da sfondo alla tenuta di famiglia. E non a caso, avrebbe spesso citato fra gli autori che maggiormente avevano segnato il suo stile, i nomi di Cesare Pavese e, più ancora, di Beppe Fenoglio: proprio su Fenoglio, del resto, aveva pubblicato nel 1970 una monografia, fra i primi testi critici che siano stati dedicati allo scrittore di Alba.
Figlia unica («ho cominciato a scrivere a dieci anni, era una forma di colloquio con i fratelli che non avevo», avrebbe dichiarato in una intervista), Gina Lagorio trascorse l’infanzia e la giovinezza a Savona da cui si allontanò negli anni dell’università per laurearsi in letteratura inglese a Torino e dove poi continuò a vivere ancora per diverso tempo, fino al 1974. Anche la Liguria, del resto, rappresenta uno dei luoghi letterari privilegiati nella scrittura di Gina Lagorio: centrale, in modo particolare, è stata l’amicizia con il poeta Camillo Sbarbaro, a cui si sentiva particolarmente affine per l’atteggiamento sempre antiretorico, e a cui dedicò nel 1973 una biografia, Sbarbaro controcorrente, che sarebbe poi stata ripubblicata nel 1981 con un titolo ancor più significativo, Sbarbaro. Un modo spoglio di esistere.
Dopo avere insegnato per una ventina d’anni nelle scuole superiori («ero esigentissima, ma avevo un rapporto umano straordinario con i miei alunni, insegnavo cultura liberatoria come era stata insegnata a me») e avere collaborato alle pagine culturali di diverse testate, Gina Lagorio esordì nel 1969 con un romanzo, Un ciclone chiamato Titti, dedicato a una delle due figlie. Nel 1964 la sua vita era stata sconvolta dalla morte del marito Emilio Lagorio, protagonista della Resistenza. Intorno alla sua figura la scrittrice avrebbe costruito quella che resta come una delle sue opere più importanti, Approssimato per difetto (Garzanti, 1971), in cui la voce di un uomo, Renzo, narra la propria vita e le proprie relazioni con gli altri, alla luce della malattia e della morte imminente. (E ancora la figura del marito ritorna in un altro piccolo libro, Raccontiamoci com’è andata, edito da Viennepierre nel 2002).
Nel 1974 Gina Lagorio si trasferì a Milano, dove intraprese la carriera politica, battendosi per i diritti delle donne e sposò in seconde nozze l’editore Livio Garzanti, la cui casa editrice pubblicò quasi tutti i suoi libri. Nel 1987, fu eletta al parlamento, per una legislatura, come indipendente di sinistra.
Nel corso degli anni Gina Lagorio ha alternato scrittura narrativa, saggistica e teatrale. Fra i romanzi, oltre a Approssimato per difetto, si ricordano Il polline (1966), La spiaggia del lupo (1977), Fuori scena (1979), Tosca dei gatti (1983), Golfo del paradiso (1987), Tra le mura stellate (1991), Il silenzio (1993), Il bastardo, ovvero gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia (1996), Inventario (1997), L’arcadia americana (1999). Tra le opere di saggistica, invece, vanno citate fra l’altro Fenoglio (1970), Sui racconti di Sbarbaro (1973), Sbarbaro: un modo spoglio d’esistere (1981), Penelope senza tela (1984), Russia oltre l’Urss (1989), e il bel volume dedicato al Decalogo di Kieslowski (1992). I suoi testi teatrali sono raccolti nel volume Freddo al cuore (1989).
I funerali di Gina Lagorio saranno celebrati questa mattina da don Luigi Ciotti, nella Basilica di Santa Maria della Passione a Milano.
“Donne e chiesa tra mistica e istituzioni”, il primo dei quattro volumi che raccolgono l’intera opera di Romana Guarnieri
Maestre d’amore Comunità nate dal bisogno di un cristianesimo libero e povero e dal disgusto per la chiesa del potere. Animate da donne che pagarono con la vita la loro scelto
Rosetta Stella
Mistica è una parola che ha fatto e fa discutere in ambito religioso e non solo e che si può prevedere diventerà parola corrente nei dibattiti intorno alla religione e ai rapporti di questa con la laicità e i suoi intellettuali. La si userà a proposito o a sproposito ma servirà per descrivere tutto quanto dell’esperienza religiosa esula dal consueto codice di riconoscimento e di controllo. Vale la pena allora di segnalare un libro non di facile lettura, ma necessario per chi volesse attrezzarsi. Si tratta di Donne e Chiesa tra Mistica e Istituzioni (secoli XIII -XV), edito dalle Edizioni di Storia e Letteratura (2004), primo di una serie di quattro volumi (i prossimi sono in via di pubblicazione) che raccoglieranno finalmente tutta l’opera scientifica di Romana Guarnieri purtroppo scomparsa ormai sei mesi fa. Grande studiosa del fenomeno socio/religioso in genere, qui appunta la sua attenzione su quanto esso sia andato sviluppandosi in tutta l’Europa cristiana a partire dal 1100 fino al Concilio di Trento. Si trattò di secoli tormentati, attraversati da movimenti altamente radicali – albigesi, valdesi, fratelli e sorelle del libero spirito, gioachimiti, ecc. – tutti in vario modo disgustati dalla Chiesa ufficiale del momento, spudoratamente interessata e senza scrupolo, dalla sete di denaro e di potere. E tutti pervasi da un bisogno di cristianesimo più alla lettera evangelica, semplice, casto, libero e povero.
Essi vedevano fiorire al loro interno una presenza in gran numero di donne, che cercavano e spesso lì trovavano, un modo congruo di fuoriuscire da una condizione avvilente della propria dignità di esseri umani liberi e pensanti. Donne spesso di alto rango, literatae, teologhe, scrittrici e poete, che andavano esprimendo tali qualità senza nascondersi in cura da dilettanti, ma con ruoli riconosciuti e gran rispetto di seguito. Non più badesse, essendo concluso il periodo delle grandi “badesse mitrate”, esse si sottraevano alla condizione sociale del loro tempo di spose coatte o monache forzate, attraverso una libera scelta di vita laica ma religiosa interiormente, nei costumi e nelle “virtù”, mantenendosi in un rapporto complesso e difficile con le autorità e con gli ordini monastici riconosciuti da Roma.
Tutta l’Europa fu attraversata dallo scoppio dei cosiddetti Ordini Mendicanti, altamente rivoluzionari e molto pervasivi. In essi prolificavano esperienze religiose di stampo mistico di estremo interesse, non governabili da nessun codice e, per propria natura si potrebbe dire, sottratte a giudizi di ortodossia regolare, nonostante per quasi tutte, i tribunali ecclesiastici non risparmiarono indagini e condanne. Di esse, molte donne furono depositarie privilegiate e maestre. Conducevano una vita schiva, dedita prevalentemente agli studi e a opere di misericordia non ostentate verso gli ultimi. Mostravano libertà in presa di coscienza di se stesse, autorevolezza e spesso autorità esercitata verso discepolati espliciti, autentico amor di Dio e dedizione a ciò che costituiva il nerbo portante della loro esistenza e cioè il manifestare fedeltà alla Verità, praticabile nella vita terrena, di un rapporto privilegiato e in presa diretta, senza necessità di mediazioni clericali e maschili, col Dio/Amore.
Le “Amiche di Dio”, come le ha chiamate Luisa Muraro in suo libro, prendevano vari nomi sul territorio europeo: beghine nei Paesi Bassi per esempio o bizzoche nell’Italia centrale, papelarde o santerelle o monacelle… tutte precorritrici, come fa notare Guarnieri, delle ottocentesche congregazioni a vita mista, una volta che tali nomi hanno assunto i significati di disprezzo che, per opera occulta della propaganda clericale, sono andati diffondendosi nelle dicerie popolari. Al contrario, all’epoca, essi qualificavano persone di sesso femminile, del tutto speciali, al servizio della cultura in presa diretta sulle Sacre Scritture. Persone che si misuravano, assolvendo così ad un compito spirituale, nella esegesi e nello studio, intesi entrambi come strumenti ineludibili di santificazione personale e di salvezza propria e di chi accorreva ad ascoltarle.
In forma, diciamo così, semireligiosa, esse davano vita e consistenza ad esperienze del tutto nuove all’interno della Chiesa, difficilmente accettabili dal potere ecclesiastico centrale, ma che trovavano eco e risonanza vistosa nelle comunità di popolo ampiamente inteso (frequenti i discepolati di carattere aristocratico e colto). Vere e proprie animatrici spesso, di cenacoli culturali e di pratica alternativa e critica nei confronti delle pratiche consuete di stampo devoto tradizionale, accoglievano al loro “desco” chiunque, gente umile e persone acculturate, cattedratici e persino, a volte, uomini con responsabilità di governo di città e nazioni. Ma soprattutto erano ascoltate e seguite da altre donne, con le quali stabilivano rapporti speciali di confidenza e amicizia feconda, oltre che di magistrale scambio di risorse d’amore e di saperi.
Romana Guarnieri, storica di professione, dal titolo guadagnato prevalentemente sul campo, le ha sapute scovare – la grandissima Margherita Porete, autrice dello splendido Specchio delle anime semplici, l’ha proprio letteralmente scoperta lei – riconoscere, studiare e amare con perspicacia particolare, avendo seguito ella stessa, una vocazione simile alla loro, per esistenza vissuta alla loro maniera e per altrettanto spirito di innovazione che non si risparmiava di esercitare nei confronti della Chiesa cattolica di oggi.
Amava proprio definirsi così a chi aveva la fortuna di godere delle sue calde e grate conversazioni e lo ha anche scritto in un suo altro fortunato libro: “… per chi non lo sapesse sono una Beghina, – ha esordito di sorpresa – una di quelle che otto-nove secoli fa diedero tanto da fare a vescovi ed inquisitori, chi le voleva sante, chi demoni scatenati…”.
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Filosofia e romanzi, nell’opera a due versanti di Iris Murdoch la stessa scommessa artistica e politica, il lavoro dell’immaginazione che salva la realtà e apre a nuovi esiti. Come nel libro «Sotto la rete»
Luisa Muraro
Iris Murdoch (1919-1999) fu filosofa e romanziera di lingua inglese. Non è vero quello che si è raccontato di lei, che prima fu filosofa e che poi, pentita, sarebbe passata alla letteratura. L’errore è dovuto, credo, alla circostanza che la prima cosa da lei pubblicata, nel 1953, fu un saggio su Sartre, mentre il suo primo romanzo, Under the Net (da poco uscito in italiano, Sotto la rete, trad. di Argia Micchettoni, Rizzoli), apparve un anno dopo. Ma negli anni quaranta lei aveva già scritto due o tre romanzi, senza fortuna editoriale. Iris ha «sempre» scritto romanzi e ha «sempre» pensato, parlato e scritto di filosofia, voglio dire che non c’è un inizio separato per le due scritture, quella narrativa e quella ragionante, e neanche una fine. Io le vedo come i due versanti di un’unica pratica segreta. Ma, attenzione, sono versanti asimmetrici, tant’è che chi legge i suoi romanzi può tranquillamente ignorare gli scritti di filosofia, mentre non vale il viceversa, vedremo perché. I lettori-lettrici del manifesto, sicuramente ricordano la bella recensione che Graziella Pulce ha dedicato a Sotto la rete («Le palline di Iris», Alias 12 marzo). Il testo finisce parlando di una stagione, culturale e storica, che si annunciava irriconoscibile a se stessa e intimamente discorde. Queste ultime parole caratterizzano anche il pensiero di Iris e forse la sua stessa personalità. Di ciò parla l’asimmetria che dicevo. La incarna anche la «coppia» protagonista di questo romanzo, Hugo che insegue la haecceitas (il qui-ora della realtà individua) come unica verità possibile ma indicibile, e Jake, che ammira Hugo ma lo fugge così come fugge dalla contingenza («I hate contingency»). Nei romanzi successivi non troveremo più una così appariscente intrusione della filosofia come in questo romanzo, fin dal titolo (una citazione di Wittgenstein), ma la presenza di coppie di contrari che s’incalzano senza arrivare ad alcuna sintesi, questa resta una caratteristica dell’opera di Iris Murdoch, romanzi compresi. Anzi, i romanzi danno a quest’ambiguità un diritto di città che la filosofia non offre volentieri.
L’erronea credenza che ho citato in apertura, ha qualcosa di vero, dunque, e cioè che c’è un punto in cui, per Murdoch, la filosofia s’interrompe e bisogna mettersi a pensare in un altro modo. La fiction, per Iris Murdoch, è lavoro dell’immaginazione che salva la realtà, perché, mentre ci fa uscire dalla rete delle generalizzazioni, ordinatrice del reale ma sostanzialmente vuota, ci aiuta a non perderci nella casualità delle nostre vite. Di noi si tratta, infatti, della nostra lotta contro l’irrealtà, e di metterci praticamente in condizione di vedere gli altri, vedere che sono reali, per essere reali noi stessi. La scoperta della realtà degli altri è l’esito della vicenda di Jake in Sotto la rete: «Anna really existed», egli si dice alla fine, così come scopre che esisteva anche il taciturno e servizievole Finn. Lo scopre nel momento in cui, con sorpresa, non se lo ritrova più al fianco. Dov’è finito? Dove sempre gli aveva detto che voleva andare, nella sua Irlanda cattolica, senza ottenere il minimo credito da parte di Jake, ancora troppo involto in se stesso.
Devo avvertire che questa mia lettura del romanzo non sembra condivisa da chi lo legge senza preoccupazioni filosofiche, a giudicare almeno dalle recensioni. Io lo leggo come un romanzo del moral change, del cambiamento morale (tipo Resurrezione di Tolstoj, fatte le debite, cospicue, differenze). Qualche recensione, è vero, parla di romanzo di formazione, e Graziella Pulce vede bene che la caotica trama non si sviluppa a caso, poiché tutto comincia con la fuga di Jake da Hugo. Ma nessuno parla di un progresso morale per la storia di Jake. Fa eccezione Antonia Byatt, in una recensione che risale al 1965, guidata non a caso anche lei dagli scritti filosofici.
Penso che questa discrepanza nelle diverse letture del romanzo, debba restare non sanata. C’entra, infatti, quella che ritengo una scommessa che sottende l’opera di Iris Murdoch, riguardante la libertà, una scommessa artistica e politica insieme che deve restare aperta.
Negli scritti filosofici, lei non si sofferma molto ad esporre la propria idea della libertà mentre insiste nel criticare le concezioni correnti. Critica quella liberale (della filosofia analitica inglese) perché immiserisce la libertà riducendola a un giro di shopping, trova che quella esistenzialista sia enfaticamente fissata sulla «scelta», mentre a quella hegeliana e marxista rimprovera l’orrore per la contingenza e la rincorsa della cosiddetta «necessità storica». Ma questa sua apparente reticenza, secondo me, è una schivata, paragonabile alla mossa che fanno gli animali inseguiti per uscire dalla traiettoria dei predatori. Così lei fa con la sua filosofia della libertà, che è nuova nel panorama della storia delle idee, come tutta la sua filosofia, secondo me. La sua idea della libertà la troviamo spostata sul terreno della sua esperienza di lettrice e scrittrice, sotto forma di un problema che le è peculiare, quello della creazione di personaggi che siano liberi, liberi nel loro mondo inventato e, ancor più (ma le due cose si tengono), indipendenti dall’autore che li ha creati. Oltre che scrittrice, Iris fu anche grande lettrice di fiction; fra i suoi autori prediletti, ci sono Shakespeare, Jane Austen, George Eliot, Tolstoj, Proust. Uno può pensare che, in questo elenco, George Eliot sia il nome che non c’entra e perciò da depennare, come si fa in certi giochi della «Settimana enigmistica». Iris non è d’accordo e la sua replica è quanto mai illuminante. In polemica con il poeta Eliot, scrive con accento insolitamente vivace: è imperdonabile che lui emetta un giudizio negativo su George Eliot, una scrittrice che «mostrò la quasi divina capacità di rispettare e amare i suoi personaggi al punto da farli esistere come esseri separati e liberi». (Cito da Esistenzialisti e mistici, in corso di stampa presso il Saggiatore.)
La nostra domanda allora è questa: quale rapporto fra l’arte di creare simili personaggi e la libertà, intesa come realizzazione di umanità e principio politico? Risponde la filosofa che una società che può produrre grandi romanzieri e apprezzarli, è una società nella quale fioriscono l’amorevole tolleranza (a lei non basta dire «tolleranza») e il rispetto per l’esistenza di altre persone anche molto diverse da sé, con tutto ciò che questo implica di libertà interiore. È una risposta importante, ma il nesso tra le due libertà si può formulare, proprio in base al suo pensiero, anche in altra maniera, meno realistica, non mediata dalla figura sociale del romanziere, una maniera più diretta e simbolica che consiste nel fare del lavoro dell’immaginazione, per se stesso, un agire morale e politico che, come una vera e propria schivata, ci fa esistere altrimenti e altrove, fuori dalle traiettorie del potere che ci condiziona da fuori e da dentro.
Chi ha visto il film di Abdellatif Bechiche che porta proprio questo titolo, La schivata (L’esquive), non ha difficoltà a intendere ciò che dico. Il film, ambientato nella cintura parigina, in un quartiere d’immigrati arabi, racconta i conflitti amorosi e amicali di un gruppo di adolescenti, maschi da una parte, femmine dall’altra, impegnati a mettere in scena una pièce di Marivaux. Il film è esso stesso una schivata, dell’autore che non si dedica a denunciare come si vive nelle periferie del mondo, e racconta invece una storia di giovanissimi, dove anche per loro si tratta di non farsi trovare sulla traiettoria di chi o di ciò che può schiacciarli o annullarli, dalla polizia ai luoghi comuni. Così, messi fuori da ogni stereotipo, quello razzista e quello militante della sinistra, noi li vediamo esistere realmente.
È la scoperta di Jake, nel corso del suo cammino a zigzag. Per Iris Murdoch questa scoperta – che gli altri esistono – è libertà, e l’arte di farli esistere, nel nostro sguardo, nel nostro cuore, così come sulle pagine di un romanzo o nelle immagini di un film, è «lotta per la libertà»: la mia, la loro. L’arte di creare personaggi liberi diventa così figura del lavoro simbolico che ci rende liberi (la pratica segreta di Iris…) ed è, insieme, via concreta di questo cambiamento, il lavoro dell’immaginazione essendo il modo per uscire dalle traiettorie più prevedibili. Prevedibili da chi? Dal potere, ho scritto sopra. Ora aggiungo, ed è quasi la stessa cosa: e da noi stessi con le nostre fissazioni e con la povertà delle nostre rappresentazioni. Uscirne per fare posto ad altro, agli altri, fra i quali uno, una potrà riconoscere anche se stessa per una specie di libera alienazione di sé.
Incontro con Helen Oyeyemi giovanissima autrice del romanzo «La bambina Icaro», storia di un’amicizia immaginaria, ma molto pericolosa, fra la Nigeria e Londra
Maria Teresa Carbone
Nella scena che apre La bambina Icaro, romanzo di esordio della ventenne anglo-nigeriana Helen Oyeyemi, pubblicato a gennaio con molto clamore in Gran Bretagna e prontamente edito in Italia da Rizzoli (pp. 337, euro 17,50, traduzione di Annamaria Biavasco, Valentina Guani e Elisabetta Humouda), la protagonista del libro, la piccola Jessamy Harrison, è nascosta in un guardaroba: «Era seduta nell’armadio del corridoio, tra asciugamani e biancheria, e mormorava tra sé: Sono nell’armadio. Aveva la sensazione di doverselo ripetere per riuscire a crederci. Un po’ come faceva al mattino quando si svegliava e si diceva: Mi chiamo Jessamy. Ho otto anni». Incerta di sé, fragile, divisa fra due culture – quella del «bianchissimo e biondissimo» padre inglese, e quella della madre, Sarah, che ha lasciato la sua Nigeria per Londra dove è diventata scrittrice -, Jess è una bambina solitaria, che non ama la vita fuori dall’armadio e preferisce guardare per terra («un posto che rimaneva sempre più o meno uguale»), scrivere haiku, leggere. Ed è proprio la solitudine da un lato, e l’appartenenza a una doppia cultura dall’altro, a catalizzare, durante un soggiorno presso la casa africana della famiglia materna, l’apparizione di una amica immaginaria, ma anche molto reale, TillyTilly, che trascina Jess in un percorso sempre più doloroso alla scoperta di sé, in cui si avvertono echi delle vicende personali dell’autrice. Arrivata a Londra dalla Nigeria a quattro anni, Oyeyemi, che oggi frequenta il secondo anno di scienze politiche al Corpus Christi College di Cambridge e appare come una ragazza sicura di sé e spiritosa, con un paio di ciocche blu cobalto che spiccano nella sua capigliatura nera, ha attraversato nel corso dell’adolescenza una profonda crisi depressiva, superata anche, se non soprattutto, grazie alla scrittura: una scrittura, ha detto di lei la scrittrice Ali Smith, in cui lo stile infantile, «tanto esplicito da risultare imbarazzante», unito a una grande sicurezza narrativa, produce «una sorta di isteria stranamente concreta». Abbiamo incontrato Helen Oyeyemi a Roma, dove è venuta nei giorni scorsi per presentare il suo libro.
Lei ha firmato il contratto per la pubblicazione della Bambina Icaro quando aveva appena diciott’anni, ma il testo ha richiesto una elaborazione lunga e complessa. Ce ne vuole parlare?
Ho iniziato a scrivere molto presto, senza nessuna pretesa letteraria: era una pratica personale e non mostravo a nessuno i miei testi. Quando avevo tredici anni ho cominciato una serie di racconti, che ruotavano intorno alla figura di una bambina un po’ vera e un po’ immaginaria, TillyTilly appunto, e componevano una unica storia, caratterizzata dal fatto che di volta in volta lei finiva sempre per danneggiare i suoi amici. All’ultimo anno di scuola, però, ho avviato un racconto diverso, dove questo personaggio non aveva più un ruolo centrale e compariva invece una nuova protagonista, Jess. Quando sono arrivata a una ventina di pagine, ho avuto la sensazione che fosse la cosa migliore che avevo scritto fino a quel momento. Così, ho mandato il testo a un agente letterario, Robin Wade. In realtà, volevo solo chiedergli qualche consiglio, perché pensavo che in futuro, magari a trenta o quarant’anni, sarei diventata una scrittrice. Il giorno dopo invece ho ricevuto la sua risposta: mi diceva che era entusiasta e aspettava il seguito. È stato un periodo strano, che ricordo come una sorta di sogno: stavo preparando gli esami finali, dovevo affrontare il colloquio di ammissione a Cambridge, e intanto scrivevo quasi di nascosto. In casa non avevo parlato del mio romanzo, usavo il computer dei miei genitori, ma a loro raccontavo che era per i miei compiti. Così, quando ho firmato il contratto per la pubblicazione del romanzo, questo ha rappresentato una sorpresa per tutti.
Al suo successo ha in parte contribuito il fatto che il suo profilo di autrice – la sua giovinezza, la sua provenienza da un retroterra culturale misto – corrisponde al sogno di ogni editore, all’incarnazione di una tendenza letteraria sempre più diffusa. Questo non la disturba?
Quando Robin Wade mi ha incoraggiato a continuare, ho pensato che si trattasse di un’occasione da non perdere. Certo, sono consapevole di avere tutti gli elementi giusti per diventare un «caso letterario», a partire dal fatto che ho scritto questo primo libro quando ero giovanissima, ma sono convinta che quello che conta alla lunga è il testo, ed è questo che mi interessa di più. So bene di rappresentare una moda, che come tutte le mode è destinata a estinguersi presto. Ma è sulla qualità della scrittura che si misura un autore, e su questo, con il tempo e con l’esercizio, comincio a sentirmi più forte.
La protagonista del suo libro è, come lei, un’avida lettrice, e nel testo vengono citati molti autori diversi, dai grandi scrittori africani come Achebe ai poeti romantici inglesi, alla Alcott di Piccole donne. Quali sono le voci che l’hanno influenzata di più?
In questo periodo sto rileggendo tutte le poesie di Emily Dickinson, e sicuramente la sua scrittura avrà una presenza molto intensa nel nuovo libro che sto scrivendo, un romanzo ambientato a Cuba e incentrato intorno alla mitologia yoruba. Ma dietro La bambina Icaro c’è tutta una massa di letture che si intrecciano, a partire proprio da Piccole donne, un libro che in effetti continua a piacermi molto per il modo in cui segue la trasformazione delle quattro ragazzine su un lungo arco di tempo. I testi che mi hanno colpito di più, che ho sentito più vicino, però, sono stati i racconti di Poe e Yoruba Girl Dancing, un romanzo di qualche anno fa della scrittrice anglonigeriana Simi Bedford: quando l’ho letto la prima volta, sono rimasta sconvolta. Quanto ai grandi scrittori africani, e nigeriani in particolare, come Achebe e Soyinka, non credo di averne subito l’influenza, anche se apprezzo il modo in cui scrivono della Nigeria senza mai essere «esotici».
Di recente lei ha affermato in un articolo che potrebbe analizzare l’Africa d’oggi per anni interi, senza sapere di cosa in realtà si tratti. Eppure la cultura tradizionale nigeriana ha un ruolo importante nel suo romanzo.
In effetti, mi irrita molto sentir parlare genericamente di Africa, mi chiedo di cosa si stia parlando, come se si trattasse di un luogo omogeneo. Al contrario, sono convinta che sia necessario guardare all’Africa nelle differenze, molto forti, fra le diverse culture. Così, per quanto mi riguarda, preferisco parlare del paese che conosco meglio, la Nigeria, e delle sue condizioni attuali, che continuano a essere preoccupanti, anche se forse si intravedono segnali positivi di cambiamento. E nella Bambina Icaro, anche se non ho preso spunto da un particolare mito del patrimonio yoruba, sono stata influenzata dai racconti di mia nonna, che è una formidabile narratrice di storie. Anzi, potrei dire che ho cercato di fondere il suo gusto del racconto con elementi legati alle mie letture.
Pensa che la posizione di «dualità» culturale in cui si trova la protagonista della Bambina Icaro, Jess, possa essere stata influenzata dalla sua situazione? E in generale ritiene che l’elaborazione del suo romanzo si possa ricollegare alla depressione di cui è stata vittima nell’adolescenza?
Se Jess si trova in una posizione di incertezza, è perché mi sono resa conto che non potevo mantenere come personaggio centrale TillyTilly, che è priva di sostanza, dato che non esiste un distacco fra quello che lei è e le azioni che compie. Avevo quindi bisogno di sviluppare una figura da contrapporre alla sua: una figura che fosse in una situazione di insicurezza tale da consentire a Tilly-Tilly di insinuarsi dentro di lei. La dualità di Jess la rende vulnerabile, ma non direi che corrisponde alla mia personale esperienza, sebbene sicuramente anch’io, in quanto figlia di immigrati, mi trovi in una posizione «intermedia», che può rivelarsi interessante dal punto di vista letterario. Quanto al rapporto fra depressione e scrittura, devo premettere che non mi piacciono i testi autobiografici, i memoir. E in ogni caso penso che per scrivere sia necessario essere in uno stato di buona salute mentale. Quando ci si sente depressi, nulla va come si desidera, e qualsiasi cosa si scriva tende a essere autoreferenziale. E questa non è certo una situazione produttiva.
“Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti” di Annarosa Buttarelli per Bruno Mondandori. Una scrittura dalla parte dell’informe, un amore che viene da lontano e che precede la filosofia, vicino al cuore segreto dell’identità
Giorgio Raimondi
Chi scorresse l’indice del libro di Annarosa Buttarelli (Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti, Bruno Mondadori) dopo essersi soffermato sul titolo, che facendo dell’innamoramento una qualità filosofica suona quasi una provocazione, proverebbe un supplemento di inquietudine di fronte ai termini che caratterizzano il contenuto dei capitoli: non solo perché appaiono marginali rispetto a una accreditata tradizione di pensiero, ma in quanto solitamente ritenuti estranei alla possibilità stessa di una trattazione scientifica. La serie, incompleta ma significativa, di eredità (filosofica), trasformazione, empatia, invisibile, amore, disegna infatti il tracciato di un progressivo allontanamento dagli ambiti della riflessione occidentale, non fosse altro perché l’eredità filosofica (prima della serie) si costituisce come lascito di un sapere duale, dunque separativo, mentre l’amore (ultimo della serie), come si sa vive di contraddizioni. Certamente l’amore appartiene alla nostra esperienza e alla nostra riflessione, come testimonia la persistenza del “discorso d’amore” nel lavoro di poeti, romanzieri e trattatisti. Ma, per l’appunto, questo discorso si rivela assai problematico. Sia quando tende a scomporre la presunta unità dell’Io, a drammatizzare un gioco delle parti che ce lo rappresenta come dolente e frammentato: da Cavalcanti a Barthes; sia quando, viceversa e specularmente, mira a un’improbabile fusione unificante, alla sintesi del due-in-uno e dunque al misconoscimento della differenza: come nella tradizione del pensiero cristiano, consegnata all’idea dell’amore agapico, e successivamente in quella del Romanticismo, catturata nelle voluttuose spire dell’amour-passion. La provocazione, se tale si può considerare, di un testo dedicato a una “filosofa innamorata” sta dunque prima di tutto nella volontà di tenere insieme i (presunti) contrari, nel tentativo di abitare l’aporia – coerentemente alla pratica del pensiero della differenza sessuale cui fa riferimento Buttarelli -, e secondariamente nell’insistere (ritornare?) sul concetto d’amore come motore della vita e del sapere. In un’ottica maschile, mi sembra esattamente questo concentrarsi su un concetto pur così evidente, nella sua varietà fenomenologica, a trasformarlo nella fonte di un’inquietudine analoga a quella del “perturbante” freudiano-lacaniano, quel perturbante che permette alla struttura di funzionare solo restando celato, poiché laddove appare – in questo caso perché apertamente convocato – produce un’immediata alterazione delle coordinate soggettive, un vacillamento dell’essere. Ineffabile ma sostanzialmente aconcettuale, l’esperienza d’amore per gli uomini resta infatti uno spazio vuoto, che malvolentieri si accetta di attraversare limitandosi semmai a evocarla metaforicamente. Forse perché un’oscura consapevolezza suggerisce che essa, esattamente come il perturbante, se affrontata nella sua verità trasformatrice ci lascia annichiliti e come trasparenti a noi stessi, costringendoci a rimettere in questione il nostro rapporto primordiale con la conoscenza.
Troppo vicino al cuore segreto dell’identità, fino a sovrapporvisi e rappresentarla, nel discorso maschile l’amore occupa forse il posto del rimosso che non deve ritornare, pena il sorgere dell’angoscia. E allora gli si preferisce il tema dell’amicizia, sul quale si è costruita una lunga tradizione di pensiero. Tradizione che ha inquadrato l’amicizia nei recinti di una Stimmung storicamente non priva di ambiguità ma dal profilo peculiarmente virile, quindi pacificante, e soprattutto in grado di tenere separati l’Io e l’Altro: in nome della sostanziale dissimmetria dei rapporti umani e nel contesto di una affinità intellettuale prima ancora che emotiva, in cui distanza e presenza trovano un loro miracoloso ancorché precario equilibrio.
Pur con qualche distinguo, allora, questa amicizia sembrerebbe abbastanza prossima a quell’empatia (mediana nella serie) cui Buttarelli rimanda esplicitamente, definendola come uno “stare in compresenza amorosa con l’altro”. Tanto più se questa compresenza consente a un rapporto non fusionale, mantiene insomma quella minima distanza in grado di mettere il simbolico maschile al riparo da perturbanti identificazioni.
Se non che non si parla di amicizia nel libro di Buttarelli, ma in linea con gli insegnamenti di María Zambrano ancora e sempre di amore e della sua valenza trasformativa. Di un amore che viene di lontano e precede la filosofia, che implica la capacità di sostenere la presenza dell’altro ma anche la sua mancanza, ovvero che impone di sperimentare la mancanza radicale che costituisce l’indispensabile requisito per imparare ad ascoltare, dunque a trasformarsi.
Ancora una volta, siamo fuori dalla tradizione. Siamo in presenza di un’idea della critica (filosofica) che nulla ha a che fare con il commento, il rispetto dei codici, il dispiegamento dei dati, una critica che ricerca la propria salvezza, cioè la propria “salute”, nell’evidenza di un sentire che nulla deve alla vocazione tassidermica di certa filosofia e filologia.
Scriveva Galeno che il buon medico è sempre filosofo. E aveva ragione, ancorché il suo viatico abbia consentito lo sviluppo di due percorsi concettuali inquietanti e paralleli: quello di una scienza medica che nasce dallo studio dei cadaveri, che trova il proprio oggetto nella raggelata fissità dei corpi morti e, nulla intendendo del divenire dei corpi viventi, tende a farsi prescrittiva; quello di una scienza filosofica che si struttura in episteme per negare la radice umana dell’esperienza, organizzando un sapere razionale e cumulativo di cui si fanno zelanti custodi le accademie di ogni tempo. Sicché entrambi, medico e filosofo, condividono la stessa catastale esigenza di ordine, lo stesso mortifero desiderio di sistematizzare il reale.
E tuttavia María Zambrano, suggerisce Buttarelli, come accade agli sciamani di certi popoli da noi considerati primitivi, crede che la mediazione del linguaggio operi positivamente solo quando si collega a una qualità quasi magica del sentire, e che la scrittura sia il giusto strumento che consente di pensare questo sentire. La scrittura dunque non consiste tanto nell’abilità di dar forma all’informe (per produrre magari il proprio capo-lavoro, irrigidita autonomia di una forma senza divenire), come sostiene un’opinione diffusa, quanto nella possibilità di de-lirare (nel senso etimologico di uscire dal solco) come pratica di una trasformazione che sta più dalla parte dell’informe che della forma: poiché cerca le aree di transizione, le zone di vicinanza e indistinzione e, soprattutto, le possibilità di relazione che ne derivano. Per esempio fra poesia e filosofia, visibile e invisibile, magari transitando per la porta del sogno, tema cui Zambrano ha dedicato parte della sua riflessione ma che non trova ospitalità nel libro di Buttarelli, poiché la studiosa italiana ritiene di non aver ancora trovato le giuste mediazioni per affrontare il “registro iniziatico e onirico” che caratterizza il pensiero della filosofa andalusa. Rinuncia, ormai lo sappiamo, da leggersi come sincero atto d’amore, quell’amore che sopporta la mancanza e mantiene la differenza affinché il dialogo continui (e prima ancora si instauri) senza tramutarsi in monologo. Questa scelta ovviamente prolunga la nostra attesa, ma sostiene anche il nostro desiderio. Desiderio di quanti, lettori amici o innamorati, come terzi nella relazione si sentono chiamati a testimoniare del senso (e del valore) di questo libro senza necessariamente con-fondersi con esso.
Lea Vergine
Quando si farà un’indagine critica sugli architetti e designer donne degli ultimi cento anni sarà troppo tardi. Non si capisce perché non esista nulla di organico sul lavoro svolto dalle sorelle Margaret e Fances Macdonald (gruppo de “I Quattro di Glasgow); da Eileen Gray (la più nota grazie agli scritti dello storico Joseph Rykwert); da Lilly Reich (Verkbund e Bauhaus); da Vanessa Bell (Omega Workshop); da Margaret Kropholler-Staal (De Stijl). E, intanto che ricordiamo queste, si affollano alla mente i nomi di Sonia Terk-Delaunay per tutti gli interventi d’interni come del resto fecero Sophie Tauber Arp e le russe, da Alexandra Exter a Popola a Dan’Ko. E poi Julia Morgan, Cloty Zantzinger, Margaret Leiteritz, Marianne Brandt, Teresa Zarnower, Raili Mietila, Anni Albers, Charlotte Perriaud, Aino Marsio Aalto, Grete Mayer, Maija Isola, Armi Ratia, Ottie Berger, Nanna Ditzel, Wuokko Eskolin fino a Denise Scott Borwn, Alison Smithson, o Judith Chafee…Impressionante vero?!
E’, quindi, con interesse, curiosità (e una certa allegria) che si va a leggere e guardare il libro-intervista che la Silvana Editoriale dedica a Cini Boeri architetto e designer (a cura di Cecilia Avogadro, pp. 165, euro 22,00), passando in rassegna tutta l’opera di architettura lungo un arco di cinquanta anni e quella di design per circa trentacinque.
La Boeri, sin dagli inizi, si caratterizza affrontando i temi della ricostruzione con soluzioni studiate in modo da eliminare quelle differenze sociali che nuocciono alle possibilità di un’esistenza più armonica: dall’Asilo Nido per madri nubili a Lorenteggio al pensionato delle Carline (sempre a Milano, negli anni cinquanta, quando ancora lavorava, giovanissima, nello studio di Marco Zanuso). E qui potrei continuare raccontando, decennio per decennio, un lungo e teoricamente argomentato iter (argomentato nella maniera più propria dalla stessa Cini Boeri), ma certamente ci sarà qualcuno più disciplinatamente preparato di me a farlo, confrontando le operazioni della nostra con quella dei suoi colleghi coevi. Il punto interessante, forse, è un altro.
Alle volte vediamo tra gli architetti verificarsi il fenomeno: prodotto riuscito, identità annullate. Non è il caso di Cini Boeri. Ma prendiamola pure alla lontana. Quando, nel 1986, entrai alla Triennale di Milano, mi misi subito a guardare un filmato su Pina Baush, la strepitosa danzatrice di Wuppertal che ha riformato la coreografia contemporanea. La proiezione continua aveva luogo in un ambiente che riguardava il “progetto domestico” e presentava un piccolo appartamento per due persone. Portava la firma della Boeri, sicchè mi dissi, “toh che rarità, un architetto si guarda intorno e capisce il senso della Bausch. Stranezza”. Per me, allora, e chissà per quanti, Cini Boeri era un nome legato al successo – negli anni settanta e ottanta la resero notissima – di poltrone e divani chiamati “bobo”, “serpentone”, “pecorelle”.
Apro il libro e, come tanti di noi che non sanno di architettura, devo subito dichiarare di essere rimasta felicemente stupefatta di fronte all’immagine di opere come la Casa quadrata e la Casa rotonda a La Maddalena, in Sardegna, e la Casa del bosco, vicino Varese – siamo negli anni sessanta ed Ernesto Rogers ne scrive in modo lusinghiero -; o a quelle di Casa Gramsci vicino Nuoro o, dulcis in fundo, a quelle di Casa Sechi dell’anno scorso, sempre a La Maddalena. Per citarne solo alcune. Questi edifici di uso civile mi sono apparsi molto più significativi degli arredi, il cui successo, mi rendo conto, pure permise a Cini Boeri di ideare e costruire a Bilbao piuttosto che a Stoccarda, a Los Angeles piuttosto che a Tokio o a New York.
Intendo dire che nella distribuzione e articolazione degli spazi esterni e interni si legge una personalità molto più rigorosa (senza essere pesante), molto più ricca di quella che per solito si configura quando si pensa alla professionista milanese affermata. Poi si legge la lunga intervista circostanziata. E allora risultano evidenti caratteri piuttosto rari: l’appartenenza a quella che cinquanta anni fa si chiamava ideologia culturalista ma, al contempo, la dimensione “poetica” di apertura sull’essere e sull’esistere a cui la Boeri non si sottrae mai: l’appassionata riflessione sulle idee dell’avanguardia occidentale, attenta alla cosiddetta civiltà industriale sì ma legata comunque all’impegno etico e politico sapendo collegare invenzione, deduzione e mondo della produzione. Il tutto con un respiro che, manifestamente, andava oltre le tradizioni locali.
Cini Boeri è tra coloro che si sono battuti per una fattiva possibilità di intervento nel sistema dell’imprenditoria e del mercato: scervellandosi (non scervellarsi su qualcosa non è prova di ingegno o di anticonformismo: è solo sciatteria).
Altra peculiarità: l’architettura, nell’architettura, non ha mai omesso l’amore. L’architettura delle emozioni e dei sentimenti… Si può dire? Perché no.
Tra i pregi della pubblicazione – tuttavia molte perplessità lascia una copertina con poltrone e pecorelle (sì, proprio piccole pecore) e una quarta di copertina con una delle più belle case formato francobollo, chissà perché! – c’è il narrare dell’intervistata che riflette la storia, gli entusiasmi e le illusioni dell’ultima metà del secolo appena chiuso. Si parla della Milano degli anni d’oro – agli antipodi di quella odierna ridotta in ginocchio: di Ferruccio Parri e Mondo Crateri (si principia con la guerra); di Gio Ponti e Zanuso: di Luciano Fontana e Aldo Rossi; di Richard Sapper, Ernesto Rogers, Aldo Aldovrandi e della mitica Libreria Einaudi; di Bruno Zevi, Tomàs Maldonado e di tante altre presenze nella cultura d’allora nonché della vita di Cini Boeri.
da il manifesto – «Atlante di un’altra economia», da oggi in libreria per manifestolibri. Una mappa delle politiche e delle pratiche «del cambiamento», alternative possibili al modello liberista, come l’altro mondo riunito in questi giorni a Porto Alegre. I «senza potere» indicati dalla studiosa delle città globali come i protagonisti del futuro
«La storia ci insegna che gli esclusi e i deboli sono un importante fattore nello sviluppo di nuove fasi storiche. Gli accademici hanno incontrato e incontrano notevoli difficoltà nello spiegare il cambiamento sociale, in parte perché c’è la tendenza a concentrarsi su ciò che è «incluso», che fa parte dei sistemi formali: i governi, gli elettori, il mercato del lavoro formale, il sistema di difesa di un paese, ecc. I grandi sconvolgimenti sociali ci colgono impreparati – che si tratti della caduta di regimi poderosi come le dittature dell’America Latina negli anni ’70 e di Marcos nelle Filippine, o l’estensione del diritto di voto alle donne e alle persone di colore, o la firma del trattato per la messa al bando delle mine antiuomo, o le mobilitazioni contro il Wto a Seattle nel 1999. Per quanto la Cia si sforzi di tenere sotto controllo i «sobillatori», non è mai stato possibile prevedere correttamente il sopraggiungere del cambiamento sociale, o prevederlo affatto. Una delle ragioni è che quel che può apparire come un cambiamento improvviso è in realtà il risultato di una lunga storia di lotte organizzate, portate avanti da attori invisibili e «senza potere». I grandi eventi e cambiamenti sociali sono spesso costruiti nel corso di decenni dalle pratiche degli esclusi. Le donne hanno lavorato per un secolo per ottenere il diritto di voto, prima che, negli anni60, diventasse una realtà nei paesi ricchi del Nord del mondo. Ma la storia ne parla come se un giorno, in alcuni casi verso la metà degli anni ’60, i legislatori avessero improvvisamente deciso di concedere il diritto di voto alle donne. Oggi stiamo attraversando, ancora una volta, una congiuntura storica molto particolare. Vale la pena dunque di esaminare le tendenze chiave che stanno ridisegnando la mappa politica; niente di quanto dirò è del tutto nuovo, ma la scala del fenomeno e le tattiche impiegate sono in una certa misura estreme e danno vita a una nuova mappa politica. In questo contesto, c’è spazio perché le forze sociali informali rafforzino il proprio impegno e lavoro politico.
Nuovi attori e percorsi
Vorrei evidenziare due questioni chiave, relative entrambe al sistema politico formale, che sono un chiaro indicatore del degrado di questo sistema politico e quindi dell’importanza delle forze politiche informali.
In primo luogo, in tutti i paesi la globalizzazione ha indebolito il sistema legislativo e, benché vi si presti poca attenzione, ha rafforzato il potere del ramo esecutivo. Non è una cosa di cui stare allegri. Per quanti limiti le democrazie liberali possano avere, il sistema legislativo è il luogo in cui si esercita il potere del popolo, in cui possiamo far sentire la nostra voce attraverso i nostri rappresentanti eletti. È anche il ramo del governo in cui possiamo porre i politici di fronte alle loro responsabilità: chiedere ai legislatori e, cosa ancor più importante, al governo – presidente/primo ministro, ministri, agenzie e commissioni operanti all’interno dell’esecutivo – di rendere conto del loro operato. Il numero di commissioni e agenzie governative è aumentato considerevolmente nel corso del tempo: una parte sempre maggiore delle attività di governo è sotto il controllo dell’esecutivo e sottratta alla supervisione dei cittadini. Nel contempo, il ramo legislativo è stato indebolito, al punto che in molti paesi oggigiorno è in uno stato di degrado, proprio perché il sempre minor potere di cui gode lo rende vulnerabile alle mire degli interessi privati. Tutto questo emerge con estrema chiarezza negli Stati uniti dove, come sostengo nel mio ultimo libro, abbiamo un governo sempre più «privatizzato». Gli Usa sono a malapena quella democrazia liberale caratterizzata dall’equilibrio tra i poteri che si suppone che siano. Non è mai stato un sistema perfetto, né è mai stato implementato alla perfezione, ma quel che è avvenuto negli Stati Uniti nell’ultimo decennio è davvero senza precedenti. Credo che stiamo entrando in una nuova era: il punto è che l’apparato formale della politica – il governo, i partiti politici, le lobby ufficiali – sono sempre meno rappresentativi del corpus politico nel senso più generale del termine. Questo significa che gli attori politici informali – i movimenti sociali, gli esclusi, i «senza potere» – assumono un ruolo ogni giorno più importante.
In secondo luogo, esiste oggi un sistema politico-economico strategico interamente nuovo, che in parte funziona attraverso i mercati elettronici, e in parte è integrato in una rete di circa quaranta città globali sparse per il mondo. È un sistema che sfugge alla legge territoriale degli stati-nazione e, ciò che forse è ancora più importante, che riesce a far entrare elementi del proprio programma nelle leggi nazionali. Lo concepisco come la privatizzazione del potere di dettare legge, che era un tempo di dominio pubblico. Questa tendenza a inserire l’interesse privato nel sistema politico pubblico avviene attraverso le commissioni specializzate nella «regolamentazione», che operano a fianco del ramo esecutivo del governo; attraverso dipartimenti chiave del ramo esecutivo (come i ministeri delle finanze e le banche centrali); e attraverso le lobby private che influenzano i rappresentanti in parlamento (soprattutto negli Stati Uniti, molto meno in Europa). È un processo insidioso, perché gli interessi privati vengono spacciati per politiche pubbliche e difesi come il modo migliore di governare il paese. Chiaramente, non stiamo parlando di corruzione, come quando un esponente politico di alto livello viene pagato da privati perché appoggi un oscuro provvedimento: il tutto, invece, viene fatto apparire legale. Di conseguenza, assistiamo oggi a nuove forme di potere e autorità private che agiscono globalmente, al di fuori del dominio della politica nazionale; e impongono le loro politiche attraverso i nostri governi, facendole apparire legali. Ancora una volta, nella misura in cui il sistema politico formale è coinvolto in questo processo, gli attori delle lotte politiche informali assumono un’importanza del tutto nuova.
Voglio sostenere che è soprattutto in tempi come questi che le pratiche dei movimenti sociali e degli esclusi diventano sempre più influenti. Ce l’hanno dimostrato i Forum di Porto Alegre e di Bombay. Gli spazi di lavoro politico degli attori informali sono diversi da quelli dei partiti politici: stiamo parlando, per esempio, degli spazi meno formali delle città e dei territori (anziché i sistemi nazionali di voto) e, cosa interessante, delle nuove reti informatiche che collegano fra loro punti diversi del mondo, creando una zona pubblica globale sempre più ampia. Questo non significa rinunciare allo Stato; significa solo che le forze politiche informali assumono maggior potere e quindi, si spera, possono entrare nell’apparato politico formale, trasformandolo sia dall’esterno, attraverso le proteste, sia dall’interno. È grazie a queste pratiche di resistenza e costruzione del cambiamento che le forze politiche informali si rafforzano e acquistano visibilità, esperienza e potere (speriamo che si tratti di potere «buono» e che tale rimanga, una questione non priva di rischi).
Lo spazio urbano
Le città e i territori sono uno spazio di gran lunga più adatto alla politica di quanto non sia lo Stato. Diventano un luogo in cui gli attori politici informali possono far parte della scena politica secondo modalità molto più difficili da praticare a livello nazionale, dove la politica deve essere gestita attraverso sistemi formali: quello elettorale, quello giudiziario (citando le agenzie in tribunale), ecc. Nello spazio politico nazionale, gli attori politici informali sono ridotti all’invisibilità. Lo spazio delle città accomoda un’ampia gamma di attività politiche – occupazioni, manifestazioni contro la repressione brutale della polizia, lotte per i diritti degli immigrati e dei senza tetto, la politica della cultura e dell’identità, attivismo gay, ecc. – che assumono particolare visibilità nelle piazze. Gran parte delle pratiche politiche urbane sono reali, portate avanti da persone anziché essere dipendenti da costose tecnologie mediatiche. La politica di piazza facilita la creazione di nuovi tipi di soggetti politici che non devono necessariamente passare per il sistema politico formale.
Ma non si tratta solo di attivismo. La città e il territorio sono anche uno spazio in cui chi dispone dipoche risorse può accumularne di collettive, siano esse relative al sapere, politiche, culturali e sociali. Il progetto di Roma di fare della regione metropolitana uno spazio per le economie alternative è un esempio dei modi più profondamente strutturali di usare le risorse collettive e le politiche delle aree urbane densamente popolate. Il lavoro di «Sbilanciamoci!», teso a una revisione critica del bilancio statale per analizzare come vengono impiegati i soldi dei contribuenti, è un altro esempio; ripetere lo stesso esercizio a livello metropolitano e urbano sarebbe ancora più rilevante, dal momento che le voci del bilancio cittadino sono più vicine alle questioni di interesse quotidiano per la gente. È importante ripensare chi è l’attore politico in questi contesti: non è più semplicemente l’elettore. Include altri soggetti, protagonisti della vita quotidiana, a prescindere dal fatto che godano o meno dei diritti di cittadinanza, che votino o meno alle elezioni politiche. Tutto questo è ovviamente importante ma, nello spazio politico cittadino, altre questioni, altre esigenze hanno la precedenza; sono questioni reali, e anche un immigrato irregolare può prendere parte alla lotta. La crescita del movimento del diritto alla città è un buon esempio di questo potenziale; evidenzia anche come reclamare tali diritti faccia della politica un processo reale e partecipativo, dal momento che riguarda risorse collettive e infrastrutture, e il riconoscimento della diversità nelle rivendicazioni di alloggi, parchi, lavori, accesso a cure sanitarie e strutture per l’infanzia, ecc. Il tutto diventa ancor più significativo in un contesto in cui il sistema politico formale assorbe una percentuale sempre minore delle energie politiche di un paese.
Quando la città ha dimensioni globali, queste possibilità politiche assumono un carattere ben diverso, perché questo tipo di città è di importanza strategica per il capitale globale. Queste città, e i legami geografici strategici che le collegano tra loro attraverso i confini nazionali, possono essere considerate parte dell’infrastruttura per una società civile globale, a cui contribuiscono dal basso, attraverso una molteplicità di micro-siti. Tra questi micro-siti e queste micro-transazioni ci sono una varietà di organizzazioni impegnate in questioni transnazionali, come l’immigrazione, il diritto d’asilo, le lotte per un’altra globalizzazione… Sebbene tali organizzazioni non siano necessariamente urbane per nascita o orientamento, la geografia delle loro operazioni è in parte inserita in un gran numero di città.
Ironicamente, le nuove tecnologie informatiche, soprattutto Internet, hanno rafforzato la mappa urbana di questi network transnazionali. Per quanto non sia strettamente necessario, le città (e i network che le tengono insieme) in questa fase fungono da ancora e facilitano le lotte globali; questi stessi sviluppi agevolano, però, anche l’internazionalizzazione del terrorismo e dei traffici illegali. Le città globali, quindi, sono ambienti complessi che stimolano questi tipi di attività, anche se i network stessi potrebbero non essere urbani. E il ciberspazio è, ironicamente, uno spazio politico per gli esclusi molto più importante del sistema politico nazionale.
Attivisti digitali
A seconda dell’uso dei media informatici in questo nuovo tipo di impegno transnazionale, possiamo individuare due ampie categorie di attivismo digitale: il primo consiste in gruppi di attivisti localizzati sul territorio che si collegano con altri gruppi simili sparsi per il mondo. L’evidenza empirica disponibile suggerisce che tali gruppi sono presenti principalmente, anche se non esclusivamente, nelle città. Gli attivisti creano network non solo per diffondere informazioni (su questioni politiche, ambientali, abitative, ecc.) ma anche per elaborare strategie politiche e promuovere vari tipi di iniziative. Esistono molti esempi di questa attività politica transnazionale: Sparc, per esempio, creato da donne e per donne, è nato come un tentativo di organizzare gli abitanti degli slum di Bombay per aiutarli a trovare casa; ben presto, si è trasformato una rete di gruppi simili presenti in tutta l’Asia e in alcune città dell’America Latina e dell’Africa. Questa è una delle più importanti modalità di politica alternativa resa possibile da Internet: un politica sul territorio, ma con un’importante differenza – si svolge su territori collegati fra loro attraverso regioni, paesi, o in tutto il mondo. Il fatto che il network sia globale non significa che tutto debba avvenire a livello globale.
Uno degli esiti di questo stato di cose è che i «senza potere», gli svantaggiati, gli emarginati, leminoranze discriminate, possono acquisire una presenza nelle città globali, sul territorio e nel ciberspazio, e possono farlo rispetto a chi detiene il potere e gli uni rispetto agli altri. Questo, per me, è il segnale della possibilità di un nuovo tipo di politica, basata su nuovi tipi di attori. Non è più semplicemente questione di avere il potere o di non averlo. Queste sono le nuove basi ibride sulle quali agire. Le pratiche informali e gli attori politici non totalmente riconosciuti come tali possono comunque partecipare allo scenario politico. Se poi torniamo alla storia e vediamo in che misura i cambiamenti importanti siano stati generati non dai poderosi al potere, ma proprio dai «senza potere», allora le nuove condizioni oggettive cui assistiamo oggi acquistano nuovi significati. Ma perché si realizzino a pieno, dobbiamo impegnarci; non cadranno come manna dal cielo.
Intervista/ Parla Mahasweta Devi , scrittrice bengalese, che vince domani il Nonino
‘La cronaca è quella che mi ispira e le ingiustizie di ieri e di oggi come la schiavitù per debiti’ Ha settantanove anni e da sempre denuncia le miserie della sua gente oppressa da leggi arcaiche
Natalia Aspesi
Questa signora spiccia e per niente fragile, che sbatte nervosamente un angolo del suo sari color sangue sulla spalla del golf di lana grigia, chiede pasta all’ amatriciana ed è già infastidita dagli sguardi occidentali che si commuovono per i suoi eroismi e per i suoi 79 anni che si vorrebbero tremuli e invece sono duri e combattivi, è la più famosa eroina di un’ India che anche gli indiani non conoscono, la cantastorie irrefrenabile, puntigliosa, implacabile, di soprusi, miserie, crudeltà, tirannie, sfruttamento, annientamento, dolore, di popoli cancellati dal vorticoso progresso del paese, dove gli ingegneri informatici sono milioni e migliaia le grandi aziende occidentali che ricorrono alla loro sapienza comunque sottopagata. Già rabbuiati dai nostri problemi certo meschini, ci siamo abituati ad addolcirci con certe finte mille e una notte contemporanee, con l’ India giocosa, matrimoniale e ballerina dei film di Gurinder Chada e Mira Nair, con l’ India borghese e benestante dei bei romanzoni pieni di intrighi d’ amore di Vickram Seth, o con quella fresca e romantica della giovanissima Rupa Bajwa, che ha appena vinto il premio Grinzane Cavour per gli esordienti. Ma si sa che la giuria del premio Nonino è spietata e incorruttibile come un manipolo di samurai, orgogliosamente la sola delle migliaia di compiacenti giurie ad avere come suo massimo pregio quello di scartare ogni indulgenza, ogni faciloneria, ogni opera che corra il luttuoso pericolo di diventare di moda, forse per questo prendendo in considerazione le donne, ritenute portatrici di banalità, con una parsimonia talvolta punitiva. Questa volta ha dovuta mettere da parte la sua dotta misoginia perché, per gli strani scherzi del destino, il suo giudizio severo e adamantino si adattava perfettamente all’ opera letteraria e all’ impegno sociale e politico di questa colta, appassionata, combattente signora indiana, Mahasweta Devi: in India lei è una celebrità venerata e ha vinto tra l’ altro il premio Magsaysay, una specie di premio Nobel dell’ Asia, mentre da noi, e questo piace al Nonino che odia l’ ovvio e il risaputo, è quasi sconosciuta, se non per suoi accaniti esegeti come gli studiosi Italo Spinelli e Anna Nadotti; è stata lei a convincere l’ Einaudi a non considerare una follia la traduzione dal bengalese e uno spreco la pubblicazione di un timido libricino composto da sette racconti scritti tra il 1970 e il 1990, uscito pochi mesi fa col titolo La preda. Un solo altro racconto, “La cattura”, era già stato edito da Theoria nel ’96, oggi introvabile, e in un volumetto intitolato India Segreta, del ’99, La Tartaruga aveva inserito tra diciotto racconti di donne anche uno della Devi, lo stesso, durissimo, che ritroviamo in La preda. In più fa molto Premio Nonino e quindi Magris, Olmi, Naipaul, Le Roy Ladurie e gli altri delle giuria, che queste storie, estratte da una immensa mole di lavoro in bengalese, riunita in 42 volumi (opera omnia che l’ editrice indiana Seagull ha iniziato a pubblicare in inglese), paiano leggende sprofondate in tempi di primitive, perdute disperazioni e invece eccole qua, sono tuttora possibili, vere: viste, testimoniate, oralmente tramandate, raccontate e raccolte dall’ implacabile stanatrice di ingiustizie e assurdità raccapriccianti: dove il bersaglio di ogni sopruso e privazione e disumanizzazione riesce a conservare ironia e dignità, paura ma anche fierezza. Domani, i mille invitati nelle nuove distillerie della casa, confortati dall’ oblio imposto dall’ accostamento paradisiaco di brovada e muscetta e stupendamente storditi dalle esalazioni delle nuove grappe, dalla signora Devi, nuovo “Maestro del nostro tempo”, saranno subito messi in riga, estratti dal loro assonnato benessere, strappati alle morbidezze dei torroni e alla sensualità delle frittelle e dei balli in costume friulano, con le sue tragiche fiabe vere. «Erano gli anni ’80, molto tempo fa ma poi non tanto, nella regione di Palamau nell’ India Occidentale, una regione molto povera, popolata da intoccabili, emarginati, e soprattutto adivasi, cioè aborigeni che occupavano le terre prima dell’ arrivo degli altri popoli conquistatori che gliele portarono via. C’ era un sole insopportabile, e un vecchio sciancato trascinava un carro pesantissimo con una fatica sovrumana. Chiedo: “Perché quell’ uomo deve lavorare come una bestia da soma?”. E il proprietario del carro, serafico, risponde: “Per salvare il mio manzo, che vale almeno 2.000 rupie e sotto il sole creperebbe. Invece la vita di quell’ uomo non vale niente, è il mio lavoratore vincolato”. Lavoratori vincolati erano, purtroppo sono, quelli che indebitandosi col padrone per ottenere cibo, ne diventavano proprietà, passando il debito anche ai discendenti, per sempre». Nel racconto “Il sale”, le cose vanno così. Nel villaggio arrivano i giovani attivisti e spiegano al padrone che il betbegari, la schiavitù per debiti, è diventata illegale, che i contadini vanno pagati. “Bene”, dice il padrone, e per vendetta, lui che possiede anche tutti gli spacci, fa scomparire il sale. Senza sale non si ha la forza per lavorare: inizia qui una magnifica lotta fatta di astuzia, di appostamenti, di fughe, tra i contadini a caccia del sale e gli intelligenti elefanti che vogliono proteggere il saled che gli viene dato dalle guardie forestali. Vinceranno naturalmente l’ elefante solitario ed il padrone. Dice la signora: «Io vedo continuamente, con i miei occhi, la brutalità del sistema esistente, quello che separa totalmente l’ India che progredisce e che raggiunge il benessere da quel quarto di miliardo dei suoi abitanti che resta escluso da tutto, abbandonato e ignorato. I miei racconti nascono dalla cronaca vera, dagli orrori cui assisto, e che mi hanno fatto entrare in gruppi di azione e difesa come quello per i diritti delle tribù nomadi declassificate». Qui i racconti di Devy si fanno più spaventosi. Nel 1871 gli inglesi classificarono come criminali circa 250 antiche tribù nomadi che vivevano nella foresta, fuori da ogni casta, istituendo un Criminal Act che bollava come pericolosi anche i neonati. Dopo l’ indipendenza le tribù sono state declassificate, ma solo formalmente. Così gli arresti, le torture, gli assassini senza ragione da parte di una polizia particolarmente feroce, di un Sabar o di un Lohdas, sono continuati. Devi ha lottato per restituire giustizia a questi innocenti, i corpi alle loro famiglie, e ne ha scritto racconti freddi, quasi ironici, semplici e strazianti. «La mia esperienza mi fa essere perpetuamente arrabbiata, ci sono sfruttatori e forme di sfruttamento imperdonabili. E dal momento che io credo nella collera, in una violenza giustificata, strappo la maschera all’ India progettata dal governo, per denunciarne la brutalità». Una delle passioni di Mahasweta Devi è raccogliere le parole delle molte lingue e dei tanti dialetti indiani, prendere nota delle tradizioni che diventano racconti. Come la storia dei dombasi, che sposano la bambina primogenita al dio Venkateshwar Shiva. Quindi i famigliari maschi costruiscono per lei una capanna vicino a casa dove deve prostituirsi apertamente, consegnando tutti i guadagni ai genitori. Il villaggio la onora come sposa di Shiva. Quando non può più vendersi, le procurano una capanna lontano e sarà libera di fare quel che vuole. La signora Devi è nata nel 1926 a Dacca oggi Bangladesh, in una famiglia hindu ma laica, di casta alta, figlia di un famoso poeta, Manish Ghatak, uno zio celebre regista, Ritwik Ghatak: laureata in letteratura inglese, si è sposata due volte e due volte ha divorziato, ha un solo figlio, scrittore. Vive a Calcutta, viaggia instancabilmente tra adivasi, tribali, intoccabili, dirige un giornale in cui i senza voce possono esprimere richieste e desideri. Ha fatto parte da ragazza dei giovani comunisti, ha assistito alle rivolte dei braccianti senza terra e degli studenti degli anni Sessanta e Settanta, ha trasformato ogni esperienza in romanzi, racconti, articoli, opere teatrali, libri per bambini. Molti film si sono ispirati alle sue opere, importante La madre del numero 1084, diretto da Govind Nihalani. Nelle sue storie gli uomini sono eroi fragili destinati alla sconfitta, le donne delle erinni invincibili, ragazze che umiliano il capo della polizia mostrando il loro corpo nudo e martoriato dalla violenza, belle che non vogliono sottomettersi al desiderio del prepotente e, poiché il loro no non conta, lo fanno fuori a colpi di macete. «Scrivo delle donne perché sono recluse, emarginate, punite. Scrivo di e con gli adivasi. Con Nehru e dopo di lui ci è stata imposta una certa versione della nostra storia alla quale dobbiamo ribellarci. Bisogna avere il coraggio di rileggere, di reinterpretare ogni cosa, il coraggio di andare alla storia non scritta. E’ compito della letteratura dire quale è stata in realtà la storia, soprattutto la storia delle donne. Gli storici dovrebbero leggere molta letteratura per dare forza alle loro argomentazioni». Mahasweta Devi, piccola, anziana, forte, scura, serena e impaziente, storici e letterati, qui, se li mangia in un boccone.