Una brillante raccolta di saggi di Nora Ephron sulle paure e i disastri estetici dell´età
Se un uomo è considerato vecchio sui 70 anni, una donna è già “matura” intorno ai 40
Natalia Apesi

Da sempre, persino da quando si è orgogliosi per le sbandierate pari opportunità, gli anni, implacabili, se ne fregano di ogni correttezza politica e ideologica e continuano ad essere soggetti a quella differenza di genere su cui si discute dottamente e inutilmente da decenni. Infatti nella tradizionale zucca maschile e quindi nella società, un uomo comincia ad essere considerato vecchio dopo i 70, a meno che sia un premier o un artista o Casanova, nel qual caso il fatto non sussiste neppure dopo il decesso per decrepitezza.
Una donna invece è già sospettosamente matura verso i 40, causa la natura matrigna (teoria ampiamente smentita persino dalla scienza), in pio ricordo dei secoli in cui, stremata dai parti e dagli aborti, schiantava quasi contenta prima della menopausa. Quindi Philiph Roth ha 73 anni quando scrive il suo funereo Everyman (Einaudi, pagg.123, euro 13,50), un romanzo venato di autobiografia su “vita e morte del corpo maschile”, con gli ultimi bagliori di rabbiosa ingordigia sessuale; mentre Nora Ephron ne ha 64 quando dedica ai disastri estetici dell´età, ma anche ai primi presagi di morte, la sua ultima raccolta di saggi mondani, intitolata mondanamente Il collo mi fa impazzire (Feltrinelli, pagg. 131, euro 10).
L´invecchiare, pur deprecato, sollecita i vecchi scrittori che su ogni acciacco, pacemaker, ruga o smemoratezza trovano spunto per nuovi romanzi o saggi o pamphlet: talvolta briosi e arguti (avere 80 anni è l´evento più divertente e ricco e sexy che possa capitare), talvolta toccaferro, tanto che chi legge si sveglia di notte immerso nei terrori di quel che lo aspetta. Rispetto agli uomini che si accorgono di essere vecchi in piena vecchiaia, le donne sono costrette a percepirsi matusalemme almeno un decennio o anche due prima, per esempio leggendo i giornali: «Anziana vedova di 52 anni scippa motorino». «Malgrado si avvicini ai 50 anni Sharon Stone è miracolosamente considerata piacente».
A settant´anni Gianni Vattimo si frega le mani contento e scrive a quattro mani con Giorgio Paterlini l´autobiografia Se fossi Dio, in cui dice: «Sconfitto in tutti i luoghi del mondo, non mi sono mai sentito così libero. Senza paura, senza mediazioni, senza ricatti possibili, senza creare dolore a mia madre, a Giampiero. Senza chiese, senza partiti». A 54 anni Simone de Beauvoir termina il terzo volume della sua monumentale autobiografia, La forza delle cose, terrorizzando le sue appassionate lettrici: «Rivedo la siepe di noccioli che il vento cullava e le promesse di cui ardeva il mio cuore quando contemplavo ai miei piedi questa miniera d´oro: tutta una vita da vivere. Le promesse sono state mantenute. Eppure volgendo uno sguardo incredulo su quella credula adolescente, posso rendermi conto, stupita, fino a che punto sono stata defraudata».
Meste, torniamo al collo di Nora Ephron ed anche al nostro di ilari signore in età, con cui si può convivere solo se, trovandosi sbadatamente davanti a uno specchio, si è abili nel distogliere velocemente lo sguardo. La crudele Ephron elenca gli orrori: «Ci sono colli da gallina, colli da tacchino, colli da elefante. Ci sono colli con bargigli e colli con pieghe sul punto di diventare bargigli. Ci sono colli magri e colli grassi, colli flosci e colli grinzosi, colli cerchiati e colli rugosi, colli fibrosi e colli cadenti, colli flaccidi e colli ricoperti di macchie. E ci sono colli che sono una stupefacente combinazione di quanto sopra».
Una tragedia solo femminile? No, ovviamente, ma chissà come i colli devastati degli uomini non comportano né disperazioni, né spavento, né anatemi, né libri. Li si osserva come tremule installazioni, come vizza body art, come il particolare geniale di un autoritratto del narcisista ottantacinquenne Lucien Freud (del resto adorato da amanti ventenni), insomma se non con entusiasmo, almeno senza fastidio.
Se il collo di Nora Ephron sia un´apocalisse come sostiene lei non possiamo saperlo perché saggiamente sul retro del libro la sua fotografia ci mostra una simpatica signora dalla spessa frangetta, dagli occhi ridenti, che solleva il collo alto del maglione sopra il naso, come una provvidenziale jibab laica. Qualunque sia il suo stato attuale, in ogni caso sempre tenuto nascosto anche con sciarpe alla Katherine Hepburn settantacinquenne in Sul lago dorato, Ephron può permettersi di deprecarlo pubblicamente trasformandolo in un articolo di Vogue e poi in un libro, perché si tratta di un collo prezioso, un collo di successo, un collo ricco, un collo che ha vissuto benissimo i suoi anni migliori ed è stato molto amato e naturalmente anche molto tradito; il collo fresco di una ragazza stagista alla Casa Bianca ai tempi di J. F. Kennedy e che a 22 era già geniale giornalista del New York Post e poi di Esquire: il collo ancora liscio e saldo di una giovane signora incinta del secondo figlio, quando il secondo amatissimo marito, il celebre e seducente giornalista Carl Bernstein del Watergate (interpretato nel film Tutti gli uomini del presidente dedicato al caso da Dustin Hoffman), la tradì pubblicamente con Margaret Jay, moglie dell´ambasciatore inglese a Washington, e dalla Ephron sapientemente definita «una giraffa con piedi enormi».
Ma non tutto il male viene per nuocere, come si dice, e infatti da quella che lei definisce «la mia peggiore catastrofe romantica» nacque il suo primo romanzo di grande successo, Heartburn, pubblicato in Italia da Longanesi una ventina di anni fa, col titolo Bruciacuore, e diventato un film melenso con Maryl Streep e Jack Nicholson. Da quel momento, e mentre il suo collo lentamente ma inesorabilmente si afflosciava, ha sceneggiato, o diretto, o prodotto film fatti per riempire le sale soprattutto di signore avide di lacrime d´amore, come Harry ti presento Sally, Insonnia d´amore, C´è posta per te e Vita da strega con Nicole Kidman.
Ephron non ha lasciato nulla di intentato per arginare i disastri del tempo, tintura dei capelli, fondotinta, correttore attorno agli occhi, iniezioni di botulino, collagene e restylane nelle rughe e nelle grinze, ma «per il collo non c´è niente da fare. Il collo ti tradisce sempre. La nostra faccia è una bugia e il nostro collo è la verità». Precipizio senza rimedio? Sì, a meno che. «Se andate da un chirurgo plastico e gli dite, vorrei dare solo una sistematina al collo, lui vi risponderà chiaro e tondo che non può farlo senza intervenire anche sulla faccia. E non sta mentendo».
Ma la pur disperata Ephron preferisce «strizzare gli occhi davanti a questa povera faccia e a questo collo riflessi nello specchio che trovarmi di fronte a un´estranea che ha una somiglianza sospetta con una pelle di tamburo». Tanto a che servirebbe? La ressa di bellissime ragazze che riempiono televisioni e giornali appositi è tale da scoraggiare qualsiasi tentativo di contenere i guasti del tempo.
Soprattutto perché sono proprio quelle bellissime che a vent´anni già ricorrono al primo di decine di bisturi, a mostrarne i disastri: quelle impressionanti labbrone gommose tutte uguali delle protagoniste di Vallettopoli (anche di alcuni uomini), quei bignè impovvisamente spuntati sugli zigomi di attrici trasformate in capi Sioux, quella un tempo meravigliosa Taylor di Beautiful ora irriconoscibile, quella Sharon Stone che col lifting è passata da seduttrice malvagia a casalinga attonita.
Resta il fatto che se coraggiosamente Nora Ephron si tiene il suo collo (ma forse anche per questo l´ultimo capitolo, intitolato “Pensa all´alternativa”, pare una malinconica resa all´idea della morte), la televisione si riempie di magnifiche fiction, come Nip/Tuck, che hanno per protagonisti scatenati e fascinosi chirurghi plastici. Ormai il bisogno di non essere più sé stessi ma qualcun altro magicamente creato dai nuovi tecnocrati della bellezza e della giovinezza artificiali, intrappola sempre più anche gli uomini, che pure sarebbero tuttora avvantaggiati dalle opportunità dispari dell´età. E per esempio la copertina di maggio del mensile italiano Vogue Uomo è dedicata al dottor Sherrell J. Aston, “the aesthetic magician of the star system” (i Vogue italiani prediligono l´inglese, più chic).
Il medico ultrasessantenne e ovviamente ben conservato posa in marsina nera, panciotto, camicia con bottoncini da sera, cravattino bianchi, nella sua camera operatoria circondato da uno staff di bellissimi ambosessi più numerosi di quelli del pur geniale dottor House. E´ Aston, sono i chirurghi estetici (o cosmetici, come si dice adesso) i nuovi massimi divi dalle parcelle impressionanti. Quindi nella rivista apoteosi professionale e privata dell´inciuffettato luminare, con articoli colti e fotografie di immensi guardaroba con migliaia di camicie, moglie di nome Muffie per forza stupenda e pietrificata nella giovinezza senza scampo, appartamento tipo Versailles a New York. Molti suoi clienti sono uomini, celebrità della finanza, dell´industria, dello spettacolo, della cultura, da tutto il mondo.
Forse anche Nora Ephron cederà a tanto prestigio? Ci aspettiamo il seguito di Il collo mi fa impazzire: questa volta per la sua meraviglia.

Umberto Galimberti

Ogni tanto le case editrici, invece di pubblicare libri per fare fatturato, non si sa per quale incidente, pubblicano cultura. Non quella dei dotti con le note a piè di pagina, ma quella abissale e originaria da cui sono nate le religioni, le opere d’arte, la letteratura che scruta l’anima, sconfinando fin dove è possibile, ai limiti del delirio e dentro il delirio, rendendoci in tutta evidenza tutte quelle immagini e figurazioni che noi abbozziamo nei sogni e al mattino cancelliamo per riprendere la nostra vita ordinaria. Ma cos’è la vita ordinaria se non un sistema di regole messo in atto per tacitare l’anima? Cos’è il nostro affaccendarci quotidiano se non un macchina micidiale che mettiamo in moto per non vedere nulla e non sentire nulla di quanto ci circonda e, circondandoci, ci inquieta? Siamo così estranei alle possibilità espressive della nostra anima, che non appena questa si mette a parlare, in quei momenti di incantamento da cui tutti si affrettano a risvegliarci, subito ci riprendiamo per il terrore di restare prigionieri del delirio? E allora è solo per chi non ha paura di perdersi nei propri deliri ed, entrandovi, vuole incominciare quel dialogo tra sé e le proprie impressioni deformate, sensazioni allucinate, germi di ideazione abortiti sul nascere, e poi, non si sa per quale incantesimo, risorti in forme strane e insospettate, che Marosia Castaldi scrive il suo romanzo di 720 pagine, come oggi non si usa più, con un “Indice” dai titoli quasi tutti uguali, come vogliono i tratti ossessivi della mente quando inutilmente tentano di controllare i deliri, per descrivere quel che succede in una notte, la notte della morte della madre, in un piccolo quartiere dove accadono le cose che accadono in tutti i quartieri, se non si hanno gli occhi di Marosia Castaldi che, da piccoli gesti e abituali situazioni, trae spunti per scandagliare tutti gli abissi dell’anima e le figurazioni che da quegli abissi nascono. Chi legge questo libro può avere l’impressione di entrare nel mondo della follia. E di fatto ci entra. Non la follia nota agli psichiatri che conoscono solo il deragliamento della ragione, ma la follia che “precede” la stessa distinzione che siamo soliti fare tra ragione e follia. Il luogo di questa follia è da rintracciare là dove la coscienza umana si è emancipata da quella condizione animale o divina che l’umanità ha sempre avvertito come suo fondo, e da cui, pur sapendosi in qualche modo uscita, ancora si difende temendone la sempre possibile irruzione. A conoscere questa follia non è la psicologia, la psichiatria o la psicoanalisi, ma la letteratura che, nell’edificare il cosmo della narrazione, il solo che gli uomini possono abitare, sa da quale fondo l’ha liberato e perciò non chiude l’abisso del caos, non ignora la terribile apertura verso la fonte opaca e buia che chiama in causa il fondamento stesso della razionalità, perché sa che è da quel mondo che vengono le parole che poi la narrazione ordina in maniera non oracolare e non enigmatica. L’inquietudine che genera la lettura di questo libro è la stessa che ci ha pervaso quando abbiamo assistito agli ultimi film di Pasolini: Porcile, Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove la dissacrazione era la denuncia della perdita della dimensione tragica dell’uomo colto nel conflitto tra la radice antica del suo abitare e lo sradicamento, di cui non ha neppure consapevolezza. Con il suo romanzo, Marosia Castaldi ci porta in questo luogo, e chiede al lettore, a cui non aveva mai pensato durante la scrittura, di essere con lei nel giorno successivo a quella notte, perché quel giorno, come ogni giorno, sorge dall’insolito. E guai a chi, acquietato tra le solite cose, teme di gettare nell’insolito almeno uno sguardo.

Silvana Mazzocchi

Un giallo magistralmente costruito, un linguaggio ricco e sofisticato e uno scenario storico ricostruito con abilità e rigore. La donna del Père Lachaise, il secondo romanzo firmato da Claude Izner, nom de plume dietro al quale si celano due sorelle, Liliane Korb e Laurence Lefèvre, ambedue libraie a Parigi (una bouquiniste sul lungo Senna e l’ altra titolare di un locale sulla rive gauche), conferma il talento già dimostrato con Il mistero du Rue des Saints-Pères, storia d’ esordio per le autrici e per il loro personaggio chiave, l’ investigatore Victor Legris, anche lui libraio, evocata in ogni dettaglio in una cornice suggestiva e ricca di trasformazioni sociali e di fermenti culturali. Parigi 1890: da poco più di un anno la Tour Eiffel, simbolo ardito di resurrezione, calamita su di sé entusiasmi e critiche, specchio di una società divisa tra progresso e tradizione. Nella sua libreria di Rue des Saints Pèrese, Victor Legris viene a sapere dalla cameriera Denise che la sua ex amante, Odette, è scomparsa mentre si trovava nel cimitero di Père Lachaise accanto alla tomba del marito. La donna, dedita alle pratiche esoteriche e allo spiritismo secondo una tendenza all’ epoca molto in voga , ha lasciato come traccia solo un foulard di seta rossa. Chi può aver fatto sparire la donna? L’ investigatore libraio non crede alle chiacchiere da salotto su improbabili fantasmi e cerca la soluzione del giallo tra i vicoli della città. Incontra nobili vecchio stampo e intellettuali senza reddito e finisce a suo rischio e pericolo coinvolto in una catena di morti misteriose. La donna del Père Lachaise è un romanzo elegante, colto e raffinato e Victor Legris è un investigatore intelligente e ironico. Mentre la Parigi di fine secolo, città fascinosa, brillante e contraddittoria, regala a chi legge atmosfere di qualità. La donna del Père Lachaise di Claude Izner Nord Traduzione di Chiara Salina Pagg. 322 euro 16,60

Viola Papetti

Le numerose signore della fiction in lingua inglese, mostri d’invenzione e di stile, vantano in genere biografie di scarna semplicità. Scrivono in tinello con Jane Austen, e in genere hanno evitato l’università e solo casualmente letto i Grandi Classici: In gioventù hanno fatto le commesse, le modelle, le giornaliste, le reporter di guerra: In tarda età, quasi tutte vivono a lungo con il terzo o quarto marito, corteggiate dalle case editricie da una schiera di affettuosi eredi, hanno accumulato una panoplia di premi e magari scrivono il loro capolavoro.
Al momento la più sorprendente è Paula Fox, che esce da Fazi, dopo già tre romanzi tradotti, con l’autobiografia Il vestito della festa (“Le strade” prefazione di Melania G: Mazzucco, traduzione di Gioia Guerzoni, pp. 247, Euro 13,00). Borrowed Finery, titolo originale ben diverso dea quello italiano, significa “Bei vestiti in prestito” o “Lusso in prestito”. Paula è nata a New York nel 1923, unica figlia della fascinosa Elsie De Sola, attrice , e Paul Fox, attore e sceneggiatore. La madre aveva imposto l’adozione immediata della piccola, in una specie di follia narcisistica che l’accompagnò per tutta la vita. Il padre, bello e inerme di fronte alla moglie, compare a tratti nei ricordi della figlia, una figura fuggevole ma anche affettuosa, non temuta come invece erano le ostili e rare comparse di Elsie. C’era materia a sufficienza per un’autobiografia romanzata o un romanzo autobiografico. Ma verità e memoria non si trovano come
minerali puri negli anfratti della psiche. La Paula di oggi si curva materna sulla bambina abbandonata di allora, in continua trasferta da un rifugio provvisorio all’altro, con la smunta borsa che vaga con lei, il terrore profondo che cementa la sua esistenza, la rassegnazione agli altri e ai luoghi diversi freddamente subiti, da New York a Cuba, al convitto di Montreal, a San Francisco. L’imponenza dell’infanzia dilaga e copre il presente della signora Fox: Quel presente della bambina era “un momento senza fine” di contro al suo presente attuale “che non ha futuro”. Gli affetti e il vuoto di affetti ingannano la narratrice, giocano sulle sue proiezioni; il controllo degli e venti è difficile e ci vuole la fermezza di una lunga esperienza. “Qualche ora richiede un tremendo sforzo di comprensione, le persone sono mutate
dalle circostanze, non dal tempo. Un periodo più lungo mi fa impazzire. È potere! Procede per trenta anni, come in questo caso!
Le prime novanta pagine sono il cuore di questa autobiografia che, come spesso le autobiografie femminili, nasce dalla nostalgia e dalla disperazione di un grande amore scomparso. La Paula bambina e la Paula ottuagenaria raccontano, contaminandosi a vicenda, il primo amore: lo zio Elwood. Quei momenti unici di allora tornano nella scrittura di oggi: la mano di lei nella mano di lui, l’anellino che le regala “sùbito” appena trovato, le dolci abitudini comuni, la premura coniugale che la bambina adotta nei confronti dell’uomo solitario nella casa che è abitata quasi esclusivamente da loro due. “Mi sentivo come la protagonista di una fiaba”. E come in una fiaba la strega compare nella duplice forma della nonna e della madre: L’idillio è spezzato. “Il distacco fu l’amputazione”.
Se la nonna impersona la squallida necessità familiare, priva di eros, l’esotica madre è incombente minaccia, una luna nera, la maledizione dell’odio madre-figlia, misterioso e violento. “D’un tratto mia madre mi lanciò addosso il bicchiere e quello che conteneva. Acqua e pezzi di ghiaccio mi scivolarono sul vestito”: Era la bellezza che quella bambina le rubava? L’amore del padre? L’unicità indispensabile all’implacabile Narciso che la possedeva? La figlia adulta non se lo chiede, ma annota l’effetto che quel rifiuto totale della madre aveva avuto su di lei, ” ..tra le altre conseguenze mia madre non mi sembrava né maschio né femmina, solo una presenza neutra da ingraziarsi, sempre invano”. Un dio, la cui presenza negativa si propaga per contagio. La foto di Paula in copertina, a tre anni, una bambolina sorridente passivamente in posa sul quel prato, fa pensare a una segreta volontà di emulazione, come quando davanti allo specchio provò a truccarsi come la madre. L’emulazione era forse il danno che Elsie temeva di più e che occorreva frenare tagliando con ferocia il cordone ombelicale, rinnegando la continuità del materno, anzi l’essenza del materno stesso.
Dopo una giovinezza di incontri brevi e speziati alla Altman, la giovane Paula partorisce in solitudine una bambinae la dà immediatamente in adozione. Si pente quasi subito, ma è troppo tardi. Dopo la morte di Elsie, quella bambina diventa Linda Carroll, psicoterapista con accesso agli archivi, scrive a Paula e finalmente si incontrano: “Andammo in un hotel dove trascorremmo quattro giorni insieme, sempre in albergo come amanti”. E così, con una storia d’amore appena incominciata si chiude l’autobiografia di Paula.
Da un’intervista sappiamo che anche Linda, risposata più volte, ha avuto una figlia data in affidamento, la ben nota Courtney Love. La ragazzaccia Courtney, ha avuto una bambina, Frances. Non sappiamo se il contagio della maternità negatab continua. “È disturbata, è fantasiosa. Ha qualcosa di mia madre”- chiude nonna Paula.

L’osservazione della Manhattan anni ’50 e i viaggi mentali nella Dublino senza tempo costituiscono lo sfondo al quale si alimenta la vena solitaria di Maeve Brennan. I suoi racconti, originariamente scritti per il “New Yorker”, escono ora dalla Rizzoli con il titolo “Il principio dell’amore”
Caterina Ricciardi

“Tutto ciò che dobbiamo affrontare nel futuro è ciò che è accaduto in passato. È insopportabile”. Così scrisse una volta Maeve Brennan a William Maxwell, noto redattore del “New Yorker”. Purtroppo, non sappiamo molto di quanto è accaduto nel passato, quello più intimo e famigliare, di Maeve, sappiamo però del suo futuro. Era nata nel 1917 a Dublino. Il padre, Robert, aveva partecipato alla rivolta della Pasqua “di sangue” 1916, oggetto di un’accorata elegia di W. B. Yeats: è l’ora in cui in Irlanda nasce “una terribile bellezza”. In quell’occasione Brennan fu fra coloro che non pagarono con la morte la causa dell’irredentismo. Visse fuori e dentro la galera, mentre nasceva e muoveva i primi passi la figlia Maeve, che il padre patriota volle battezzare col nome di una grande regina dell’Irlanda celtica: la guerriera che gareggia con Cuchulain, celebrata, ancora da Yeats, nella gloriosa giovinezza (come Maud Gonne “bella e terribile”) e nella vecchiaia, quando lei si vede spogliata della sua straordinaria bellezza. Strano destino per quella nuova figlia Brennan dell’Irlanda quasi libera, una figlia che, come talora accade, forse avrebbe in qualche modo tradito la terra natale.
Giunto a Washington nel 1934 come primo ambasciatore della Repubblica d’Irlanda, Brennan e la famiglia sarebbero tornati in patria una decina di anni dopo. Maeve e un fratello restarono invece in America, l’ottocentesca sponda d’esilio politico o di diaspore dell’affamato popolo dell’Isola di Smeraldo. Pare che lei si sia recata qualche volta in visita alla casa abbandonata: lo confermano le opere che ha lasciato, oggi riscoperte con ammirazione. Ma per saperne di più su quei ritorni, sarà opportuno leggere la biografia di Angela Bourke: Maeve Brennan. Homesick at the New Yorker (2004). È, infatti, sulle pagine del “New Yorker” che, bellissima (si pensi a una triste Audrey Hepburn) colta, inquieta, eccentrica, sagace, dotata di scrittura limpida, asciutta, quasi lirica, Maeve cominciò a raccontare la sua visione del mondo lungo due vene precise: l’osservazione arguta e disinvolta della Manhattan degli anni ’50 (nella rubrica “The Talk of the Town”), e quei suoi viaggi mentali, esperiti sotto forma di racconti, nella Dublino di tempi indefiniti (come se nulla mutasse mai da quelle parti: l’atavica “paralisi” constatata da Joyce). E sono alcune di queste storie che oggi riaffiorano anche in italiano in una fluida traduzione di Ada Arduini: Il principio dell’amore (Rizzoli, 2006, pp. 245, Euro 9,80) poco dopo l’uscita di un romanzo breve, tremendo, chiamato La visitatrice (Rizzoli, 2005, pp. 109, Euro 7,20).
In vita (è scomparsa nel 1993), Brennan pubblicò pochi volumi: The Long-Winded Lady, i pezzi su New York, e i racconti di In and Out of Never-Never Land, e Christmas Eve. Sono questi gli anni del suo tirare un po’ le fila della sua esistenza, mentre ancora, ormai alcolizzata e depressa (anche a causa di un matrimonio sbagliato), offriva qualcosa di tanto in tanto alle pagine del “New Yorker”. Accadde fino al 1981. Poi il buio: stanze d’alberghetti, l’allucinato vagabondaggio cittadino, labirinti di New York/Dublino, l’ospedale/ospizio della fine. Una vita smarrita, sciupata, nell’inconsapevole (cieca) ricerca di una casa, o non casa. Il dattiloscritto La visitatrice, rinvenuto nel 1997 negli archivi di una università dell’Indiana, è pubblicato nel 2000. Sembra doversi affidare agli anni ’40, quando Maeve è sulla soglia dei trent’anni, e di una scelta di vita. E forse quella datazione filologica spiegherebbe molte cose di lei e dei suoi ritratti irlandesi.
Poche scrittrici, pur penetranti, raggiungono l’acuto di dolore e di mistero che trasmette al lettore la mano di questo talento sotterraneo, vissuto decorativamente nello sfondo della patinatura molto visibile e rispettata di un’influente rivista. Vengono in mente Djuna Barnes, Viginia Woolf. Nessun grido nelle sue pagine, nessun lamento da parte delle sue creature, solo silenzi, rassegnazione, incomprensioni, mute ribellioni, eloquenti pentimenti.
I sei racconti del Principio dell’amore ruotano – in uno scorrere ampio del tempo ma distillato a puntate fra Wexford (la città del padre) e Dublino – su due matrimoni infelici. Tuttavia, le sorgenti dell’infelicità si perdono nel mistero dell’anima, mentre l’occhio preferisce volgersi a piccoli insignificanti particolari, quasi “metafisici”: le pietre scure di case di periferia in vicoli ciechi, i tappeti e le porcellane dei salotti, il linoleum, le cucine, camere da letto ambiguamente inviolate, troppo ordinate, le finestre, i giardinetti di lei (donna/moglie/madre/nutrice spenta) dove, nella chiusura di mura e recinti, regna sempre un giallo laburno, albero rigoglioso, allegro, ma dai semi velenosi; e le strade dublinesi di lui (Grafton Street, St. Stephen’s Green), il marito ambizioso e deluso (per nulla moyen sensuel), padre assente, morto dentro, come lei, cui sempre sopravvive rimpiangendo l’occasione (la vita) di un amore non consumato. Rose e Delia, le protagoniste, scompaiono nel nulla di una pietra tombale, respinte dal mondo, da se stesse, dai matriarcali contesti originari, bigottamente cattolici, possessivi, gelosi, sempre padroni dei figli/fratelli maschi che vanno sventati a nozze, e che le “madri” pretendono indietro dalla forca liberatrice e giustiziera della morte.
Più sottilmente personale, forse, il percorso della Visitatrice. Anastasia che, sedicenne ha seguito la madre vilipesa a Parigi, lasciando il marito (unica aperta ribellione nel piccolo mondo di Brennan), torna a Dublino, a casa, dalla nonna, sei anni dopo e dopo la scomparsa di Mary. Non ha altro rifugio, desidera ritrovarsi – non più esule – solo nell’affetto della casa dell’infanzia e della nonna, la quale però ora non la vuole più. La figlia prodiga è solo un’ospite, deve rimpatriare altrove. La signora King non ha perdono. Non le perdona il tradimento, l’abbandono del padre, la sua perdita del figlio cui rimprovera ancora, dopo la morte di crepacuore (o di contrizione?), il matrimonio sbagliato, il taglio ombelicale, l’offesa a lei, madre/nonna, unica donna eletta nella vita di un uomo. E così l’amata casa di una Dublino più alta (nel quartiere Ranelagh degli stessi Brennan), con le sue ossessive finestre sul fuori, resta una mappa studiata nei dettagli (compreso il perenne giardino), ripercorsa con passi minuti di bambina, casa impossibile da riconquistare perché è Anastasia che se n’è una volta espulsa. Nessuna assoluzione è prescrittibile, nessun appello o ritorno, solo il fuori, e il primo albergo di Maeve Brennan in questo testo degli anni ’40. Resta il cancello chiuso della casa, soglia e chiusura, dal quale, infine, Anastasia, spettralmente discinta, intonando una nenia, rivendica, alla matriarca di gelo, la sua esistenza e resistenza dublinese. Ogni nuova lettura, ogni nuova voce, fa sprofondare nei misteri di un alfabeto (materno/paterno) che bisogna imparare poco a poco a declinare. Finché mette le giuste radici.
Maeve Brennan era così minuta, così piccola, che – scrive lei da qualche parte – se si fosse suicidata con un colpo in una strada di New York la si sarebbe potuta infilare in una “cassetta per le elemosine”. Così minuta, come le sue opere, eppure, in quel qualcosa che ha voluto sussurrare, così grande, così terribile.

Giuliana Bruno

I luoghi sono come le persone: è l’emozione a farceli incontrare. Si desidera un luogo così come si desidera un essere amato. Quando ci avviciniamo a un paesaggio sconosciuto col desiderio di farlo nostro, proviamo lo stesso sciame di emozioni che scopriamo di fronte a chi ci cattura con l’intelligenza dei sensi. Di un luogo ci si può letteralmente innamorare. E poiché i luoghi raccolgono le nostre memorie e i nostri desideri profondi, potremmo dire che si viaggia per scoprire la propria geografia interiore. Fu così, con amorosa trepidazione, che, lasciando giovanissima Napoli con una Fulbright, mi avvicinai a New York. Nella metropoli cosmopolita, una vera e propria isola sulle coste degli Stati Uniti, mi sentii stranamente subito a casa. Era come se l’avessi riconosciuta pur senza averla mai vista. La riconoscevo, questa cosmopoli marittima, perché quel suo paesaggio liquido, di movimenti e migrazioni, di connessioni e commistioni, ce l’avevo in me. Non poteva che nascere lì la mia idea di geografia emozionale, un’idea che mi portavo dentro e che mi spingeva intimamente, nella vita come nella ricerca, a legare movimento ed emozione. Il sorprendente viaggio di scoperta di una città di flussi e quell’itinerario di riscoperta che è il reinventarsi scrittrice in una lingua straniera mi hanno letteralmente trascinata nell’impresa. La lingua inglese evidenziava questo mio “trasporto”, ricordandomi la matrice latina del nodo tra motion e emotion. Avevo studiato molto latino a Napoli, ma solo riguardando con gli occhi di chi se ne è andato, ho potuto riconoscere che l’emovere latino, da cui deriva la nostra “emozione”, indicava esso stesso un andarsene: un vero e proprio “uscire da sé”. Questa emozione mi ha spinta a guardare a fondo negli scritti di viaggio. Continuavo a trovare sul mio ibrido cammino antiche “lady traveler”, che avevano perlustrato l’universo per portare nel mondo qualcosa di sé. Scoprivo che era capitato a tanti viaggiatori (dell’anima) prima di me di sentire la spinta interna, la trasformazione intima, il trasporto dell’emozione. Ciò che si muove smuove. L’ho imparato soprattutto da Madeleine de Scudéry, la letterata parigina che nel lontano 1654 disegnò la Carte du pays de Tendre, la mappa del tenero, dando forma tangibile alle atmosfere dell’animo. Il mondo esterno esprime un paesaggio interiore e le emozioni implicano un vero e proprio moto. Sono una topografia ricca di imprevedibili itinerari. Uscire da sé significa immergersi nel flusso e riflusso di questa psicogeografia personale e tuttavia sociale. Così il mio Atlante delle emozioni, scritto in inglese come diario di bordo di un viaggio interiore en plein air, ha preso esso stesso a viaggiare nel mondo (destino di un atlante!) ed è ritornato in Italia facendomi riscoprire aspetti molto teneri della mia personale geografia emozionale. Nell’andare lontano succede infatti di ritrovarsi. E di riavvicinarsi.*docente a Harvard. Ha scritto Atlante delle emozioni. In viaggio tra arte, architettura e cinema (Bruno Mondadori Editore, Milano 2006)

Una coppia anziana attende le notizie del giorno, consapevole che saranno cattive. Gli attentati si susseguono, come gli omicidi politici. Un racconto della scrittrice canadese che sembra sospeso in un tempo indefinito, ma che si rivela anche una sottile riflessione sulla storia.

E’ mattina. La notte è finita, per ora, è il momento delle brutte notizie. Penso alle brutte notizie come a un enorme uccello con le ali di corvo e la faccia della mia insegnante di quarta elementare, chignon striminzito, denti rancidi, viso arcigno e grinzoso, labbra contratte e compagnia bella, che vola per il mondo al riparo delle tenebre, compiaciuto del suo ruolo di latore di brutte nuove, portando un cestino di uova marce e sapendo esattamente – mentre sorge il sole – dove deporle. Sulla sottoscritta, tanto per dirne una. A casa nostra le brutte notizie arrivano sotto forma di giornale delle brutte notizie. Tig lo porta di sopra. Il vero nome di Tig è Gilbert. Impossibile spiegare i nomignoli a chi parla un’ altra lingua, non che abbia molte occasioni di farlo. «Hanno appena ucciso il leader del consiglio di governo provvisorio» annuncia Tig. Non che sia impermeabile alle brutte notizie: al contrario. è spigoloso, ha meno grasso corporeo di me e perciò minore capacità di assorbire, attutire, trasformare le calorie delle brutte notizie – che contengono calorie, eccome, ti fanno salire la pressione sanguigna – nella sostanza del proprio corpo. Io ci riesco, lui no. Vuole passare le brutte notizie il più presto che può – togliersele dalle mani, come una patata bollente. Le brutte notizie lo scottano. Sono ancora a letto. Non del tutto sveglia. Mi crogiolavo un po’ . Fino a ora mi godevo la mattina. «Non prima di colazione» dico. Non aggiungo: «Sai che non sopporto certe cose all’ inizio della giornata». L’ ho aggiunto in passato; ha fatto effetto solo di quando in quando. Dopo tanto tempo insieme, abbiamo entrambi la testa piena di piccoli ammonimenti, consigli utili – simpatie e antipatie, preferenze e tabù. Non venirmi alle spalle a quel modo mentre leggo. Non usare i miei coltelli da cucina. Non lasciare le cose in giro. L’ uno crede che l’ altra debba rispettare questa serie di reiterate istruzioni per l’ uso, ma esse si neutralizzano a vicenda: se Tig deve rispettare il mio bisogno di crogiolarmi dimentica di tutto, immune da brutte notizie, fino alla prima tazza di caffè, io non dovrei forse rispettare il suo bisogno di vomitare le catastrofi, in modo da sbarazzarsene? «Oh. Mi dispiace» dice. Mi lancia un’ occhiata di rimprovero. Perché devo scontentarlo così? Non so forse che se non può dare le brutte notizie, a me e subito, una ghiandola verde bile delle brutte notizie, o vescica che sia, gli scoppierà dentro e gli verrà la peritonite dell’ anima? Allora sarei io a dispiacermi. Ha ragione, mi dispiacerebbe. Non mi rimarrebbe nessuno di cui saper leggere i pensieri. «Ora mi alzo» dico, sperando così di confortarlo. «Scendo subito». «Ora» e «subito» non hanno lo stesso significato che avevano prima. Tutto richiede più tempo di una volta. Ma con i gesti di tutti i giorni me la cavo ancora, sfilare la camicia da notte, mettere il vestito da giorno, allacciare le scarpe, lubrificare il viso, scegliere le pillole di vitamine. Il leader, penso. Il consiglio di governo provvisorio. Ucciso da loro. Tra un anno non ricorderò quale leader, quale consiglio di governo provvisorio, quali loro. Ma certe notizie si moltiplicano. Tutto è provvisorio, nessuno riesce più a governare, e ci sono un sacco di «loro», troppi. Vogliono sempre uccidere i leader. Spinti dalle migliori intenzioni, o almeno così sostengono. Anche i leader hanno le migliori intenzioni. I leader sono sotto i riflettori, gli assassini prendono la mira nell’ oscurità; hanno partita facile. Quanto agli altri leader, i leader dei paesi guida, come vengono chiamati, in realtà non guidano più niente, si agitano e basta; glielo vedi negli occhi, cerchiati di bianco come quelli dei bovini in preda al panico. Non si può guidare se non si è seguiti da nessuno. La gente alza le mani, ma poi se le mette in tasca. Vuole solo tirare avanti. I leader continuano a dire: «Abbiamo bisogno di una leadership forte», poi se la filano alla chetichella a sbirciare le previsioni elettorali. Sono brutte notizie, e ce ne sono troppe: non lo sopportano. Ma ci sono già state brutte notizie, e noi ce la siamo cavata. è quello che si dice delle cose che risalgono a prima della propria nascita, o di quando ci si succhiava ancora il pollice. Amo questa formula: Noi ce la siamo cavata. Non significa niente quando si tratta di avvenimenti a cui non eri presente personalmente, come se fossi entrato in un club chiamato Noi e ti fossi appuntato un distintivo di plastica con su scritto Noi per potervi accedere. Comunque, Noi ce la siamo cavata è fortificante. Evoca una marcia o un corteo, cavalli che si impennano, costumi laceri e infangati dopo l’ assedio o la battaglia o l’ occupazione nemica o il massacro di draghi o i quarant’ anni nel deserto. Magari con un leader barbuto che alza il suo stendardo e punta avanti. Il leader avrebbe già ricevuto le brutte notizie. Le ha afferrate, le ha capite, sapeva cosa fare. Attaccare dal fianco! Avventarsi alla gola! Lasciare l’ Egitto, cavolo! Cose del genere. «Dove sei?» grida Tig su per le scale. «Il caffè è pronto». «Eccomi» grido in risposta. Lo usiamo un sacco, questo walkie-talkie aereo. La comunicazione non ci ha abbandonato, non ancora. Non ancora non si sente, come la h di honour. è il non ancora muto. Non lo diciamo ad alta voce. Ecco i tempi verbali che ormai ci definiscono: il passato, una volta; il futuro, non ancora. Viviamo nella piccola finestra tra l’ uno e l’ altro, lo spazio che solo di recente siamo arrivati a considerare un’ ancora e che in realtà non è più piccolo di qualsiasi finestra altrui. è vero, abbiamo qualche acciacco – un ginocchio qui, un occhio là – ma per ora si tratta solo di inezie. Ci divertiamo ancora, purché ci concentriamo su una cosa per volta. Ricordo quando prendevo in giro nostra figlia, tempo fa, quando era adolescente. Facevo finta di essere vecchia. Andavo a sbattere contro le pareti, facevo cadere le posate, fingevo di avere vuoti di memoria. Non è più tanto uno scherzo. * * * La cucina, quando ci arrivo, odora di pane tostato e caffè: non c’ è da stupirsi, perché è quello che sta preparando Tig. L’ odore mi avviluppa come una coperta, rimane lì mentre mangio il vero pane tostato e bevo il vero caffè. Là, sul tavolo, ci sono le brutte notizie. «è da un po’ che il frigorifero fa un rumore» dico. Non prestiamo abbastanza attenzione ai nostri elettrodomestici. Nessuno dei due. Attaccata al frigorifero c’ è una foto di nostra figlia scattata parecchi anni fa; brilla su di noi come la luce di una stella che si allontana. è tutta presa dalla sua vita, altrove. «Guarda il giornale» dice Tig. Ci sono delle foto. Le brutte notizie sono peggiori con le foto? Io credo di sì. Le foto ti costringono a guardare, che tu lo voglia o no. C’ è l’ auto bruciata, una delle tante ormai, con il suo telaio scheletrico di metallo contorto. Dentro è rannicchiata un’ ombra carbonizzata. Nelle foto come questa ci sono sempre delle scarpe vuote. Sono le scarpe a farmi effetto. Triste, quell’ innocente compito quotidiano – infilarsi le scarpe nella ferma convinzione di andare da qualche parte. Le brutte notizie non ci piacciono, ma ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di venirle a sapere, caso mai debbano capitarci. Un branco di cervi che pascola pacificamente a testa bassa nel prato. Poi bau, bau – cani selvatici nel bosco. Testa alta, orecchie avanti. Prepararsi a fuggire! Oppure, la difesa del bue muschiato: lupi in avvicinamento è la notizia. Svelti – formare un cerchio! Le femmine e i piccoli al centro! Sbuffare e grattare il terreno! Prepararsi a incornare il nemico! «Non si fermeranno» dice Tig. «è un bel guaio» replico io. « E la polizia dov’ era?» Quando Dio distribuì i cervelli, si diceva una volta, alcuni di cui potremmo fare il nome erano gli ultimi della lista. «Se vogliono davvero ucciderti, ti uccidono» dice Tig. è fatalista per queste cose. Non sono d’ accordo, e passiamo un piacevole quarto d’ ora a evocare i nostri testimoni morti. Lui suggerisce l’ arciduca Ferdinando e John Kennedy; io propongo la regina Vittoria (otto tentativi falliti) e Stalin, che riuscì a non farsi assassinare praticando lui stesso l’ assassinio indiscriminato. Un tempo, magari questa sarebbe stata una discussione. Adesso è un passatempo, come il gin rummy. «Siamo fortunati» commenta Tig. So cosa intende. Intende noi due, seduti qui in cucina, ancora. Nessuno dei due se n’ è andato. Non ancora. «Sì, è vero» dico io. « Attento al pane – sta bruciando». Ecco. Abbiamo fronteggiato le brutte notizie, le abbiamo prese per le corna, e stiamo bene. Non siamo feriti, non perdiamo sangue, non siamo bruciacchiati. Abbiamo tutte le nostre scarpe. Il sole splende, gli uccelli cantano, non c’ è motivo per non sentirsi piuttosto bene. Il più delle volte le brutte notizie vengono talmente da lontano – le esplosioni, le fuoriuscite di petrolio, i genocidi, le carestie. Ci saranno altre notizie, in seguito. Ci sono sempre. Ce ne preoccuperemo al momento. Alcuni anni fa – quando? – io e Tig andammo nel sud della Francia, in un posto chiamato Glanum. Era una vacanza per modo di dire. In realtà volevamo vedere la casa di cura in cui Van Gogh aveva dipinto gli iris, e la vedemmo. Glanum fu una deviazione. Non ci ho pensato per anni, ma adesso mi ritrovo laggiù, tanto tempo fa, a Glanum, prima che venisse distrutta nel terzo secolo, prima che si riducesse a qualche rovina che si può visitare solo a pagamento. Ci sono ville spaziose, a Glanum; ci sono terme pubbliche, anfiteatri, templi, i tipi di edificio che i romani erigevano ovunque andassero, per potersi sentire civili e a casa. Glanum è molto amena; molti alti ufficiali militari in pensione si stabiliscono lì. è abbastanza multiculturale, abbastanza varia: a noi piace la novità, l’ esotico, ma non tanto quanto a Roma. Siamo un po’ provinciali, qui. Eppure, abbiamo divinità di tutte le provenienze, oltre a quelle ufficiali, si capisce. Per esempio, abbiamo un piccolo tempio dedicato a Cibele decorato con due orecchie, per indicare la parte del corpo che ci si potrebbe tagliare in suo onore. Gli uomini ci scherzano sopra: siete fortunati a cavarvela con le orecchie, dicono. Meglio un uomo senza orecchie che nessun uomo. Ci sono case greche più vecchie mescolate a quelle romane, ed è rimasta ancora qualche usanza greca. I celti vengono in città; alcuni indossano tunica e mantello come i nostri e parlano un latino decente. I nostri rapporti con loro sono abbastanza amichevoli, ora che hanno rinunciato ai loro modi da cacciatori di teste. Tig ha certi doveri di ospitalità, e io una volta ho invitato un’ importante celta a cena. Era un rischio sociale, ma di lieve entità: il nostro ospite si è comportato abbastanza normalmente e si è ubriacato giusto quel tanto che richiedevano le usanze. Aveva strani capelli – rossi e ricciuti – e portava la sua torque in bronzo da cerimonia, ma non era più violento di qualche altra persona di cui potrei fare il nome, sebbene esibisse una cortesia davvero inquietante. Sto facendo colazione nel salottino con l’ affresco di Pomona e gli Zefiri. Il pittore non era di prim’ ordine – Pomona è leggermente strabica e ha i seni enormi, ma qui non si possono sempre avere cose di prim’ ordine. Cosa starei mangiando? Pane, miele, fichi essiccati. La frutta fresca non è ancora di stagione. Niente caffè, sfortunatamente; non credo che sia stato ancora inventato. Bevo un po’ di latte di giumenta fermentato, per favorire la digestione. Una schiava fedele ha portato la colazione su un vassoio d’ argento. Ci sono schiavi capaci, in questa tenuta, fanno bene il loro lavoro: sono silenziosi, discreti, efficienti. Non vogliono essere venduti, naturalmente: fare lo schiavo in casa è meglio che lavorare alla cava. Arriva Tig con un rotolo. Tig è il diminutivo di Tigri, un nomignolo che gli è stato affibbiato dalle truppe che comandava un tempo. Solo pochi intimi lo chiamano Tig. Aggrotta le sopracciglia. «Brutte notizie?» chiedo. «I barbari ci stanno invadendo» dice. «Hanno attraversato il Reno». «Non prima di colazione» faccio io. Sa che non riesco a parlare di questioni importanti subito dopo essermi alzata. Ma sono stata troppo brusca: vedo la sua aria ferita e mi addolcisco. «Attraversano continuamente il Reno. Prima o poi si stancheranno. Le nostre legioni li sconfiggeranno. Lo hanno sempre fatto». «Non lo so» dice Tig. «Non avremmo dovuto ammettere tanti barbari nell’ esercito. Non è gente di cui fidarsi». Ha trascorso anche lui un lungo periodo nell’ esercito, perciò la sua preoccupazione è fondata. D’ altra parte, è sua opinione che Roma stia andando a catafascio, e ho notato che quasi tutti gli uomini in pensione la vedono così: il mondo non può proprio funzionare senza i loro servigi. Non è che si sentano inutili; si sentono inutilizzati. «Per favore, siediti» dico. «Ti mando a prendere un bel pezzo di pane e miele, con i fichi». Tig si siede. Non gli offro il latte di giumenta, anche se gli farebbe bene. Sa che so che non gli piace. Odia essere tormentato a proposito della sua salute, che ultimamente gli sta dando qualche problema. Oh, lascia le cose come stanno, lo prego muta. «Hai sentito?» dico. «Hanno trovato una testa appena mozzata appesa accanto al vecchio pozzo votivo celtico». Un lavoratore della cava che è scappato nel bosco, cosa che sono stati avvertiti di non fare… lo sa il cielo. «Credi che stiano tornando al paganesimo? I celti?» «In realtà ci odiano» risponde Tig. «E quell’ arco commemorativo non è d’ aiuto. è una mossa tutt’ altro che diplomatica – i celti sconfitti, le loro teste calpestate dai piedi dei romani. Non hai visto come ci fissano il collo? Gli piacerebbe conficcarci un coltello. Ma adesso sono rammolliti, si sono abituati ai lussi. Non come i barbari del Nord. I celti sanno che se affondiamo, affonderanno con noi». Prende solo un boccone del pane squisito. Poi si alza, va su e giù per la stanza. Sembra eccitato. «Vado alle terme» dice. «A sentire le notizie». Pettegolezzi e voci, penso. Prodigi, presagi; uccelli in volo, viscere di pecora. Non sai mai se una notizia sia vera finché non ti si scaglia addosso. Finché non ti è sopra. Finché non allunghi il braccio e non c’ è più respiro. Finché non gridi nel buio, vagando per le stanze vuote, con addosso la tua camicia da notte bianca. «Ce la caveremo» dico. Tig non dice niente. è una giornata talmente bella. L’ aria profuma di timo, gli alberi da frutto sono in fiore. Ma questo non significa nulla per i barbari; anzi, loro nelle belle giornate preferiscono invadere. C’ è maggiore visibilità per i saccheggi e i massacri. Questi sono gli stessi barbari che – ho sentito dire – riempiono di vittime gabbie di vimini e le incendiano in sacrificio ai loro dèi. Comunque, sono molto lontani. Ammesso che riescano ad attraversare il Reno, ammesso che non vengano uccisi a migliaia, ammesso che il fiume non giunga a tingersi del rosso del loro sangue, ci vorrà molto tempo prima che arrivino qui. Non accadrà durante la nostra vita, forse. Glanum non è in pericolo, non ancora.

Traduzione di Raffaella Belletti © 2006 O. W. Toad LTD, Moral Desorder © 2006 Ponte alle Grazie

Leonetta Bentivolglio

Joyce Carol Oates, forse la massima romanziera americana vivente, torna a esplorare le dimensioni impietose del danno e della pena. Da oltre un quarantennio questa scrittrice nata nel ‘ 38, ostinatamente ricorrente tra i candidati al Nobel, sembra accanirsi in un’ immersione nel dolore di gente comune, condizionata dall’ accrescimento dei bisogni nella società del consumo, sullo sfondo di quella provincia sterminata che è l’ America. Offrendo interni famigliari, o destini individuali, colti in passaggi cruciali o devastanti, là dove una violenza efferata frantuma un equilibrio, o dove emerge un bagaglio di memorie rimosse. Scorre in questo clima anche il suo ultimo romanzo, La madre che mi manca, appena uscito in Italia. La madre è Gwen, vedova di fervida vocazione materna, trionfalmente aderente alle più convenzionali aspettative di ciò che s’ intende per “buona madre”. Ma il fato non perdona nelle storie della Oates, che traspongono in sfere mitiche vicende famigliari. Gwen viene uccisa da un balordo, massacrata in un delitto senza senso. Ed è una morte che stravolge la vita di Nikki, la più indocile e “diversa” tra le sue due figlie. Giornalista dalla chioma punk e dagli amori instabili, Nikki ridisegna nel lutto la propria mappa interna. Fantastica su Gwen, ne rivive il passato, la affranca dalla sua maschera di rispettabilità. Compie un bizzarro itinerario iniziatico, denso di metamorfosi e costellato di incontri inattesi. Di continuo, in questo viaggio conturbante e imponente (mezzo migliaio di pagine), pare affiorare dietro al volto di Nikki la stessa Oates, riflessa nella sua protagonista come in una parte di sé, o in una se stessa più giovane. «E’ vero», conferma la scrittrice, «molti aspetti mi accomunano a Nikki, e innanzitutto il fatto che siamo entrambe figlie di madri eccezionalmente calde, generose e altruiste, inseribili nella categoria delle cosiddette madri “tradizionali”. Tutte e due siamo state antitetiche a nostra madre, situazione per molti versi ironica e implicitamente problematica. Inoltre Nikki è una giornalista che si tuffa avidamente in ogni nuovo incarico, per poi allontanarsene e dimenticarlo. Un po’ come accade a uno scrittore con i suoi libri». Il personaggio di Gwen ha molto in comune con sua madre? «Somiglia alla mia defunta madre, Carolina Oates, sia fisicamente che in termini di personalità e di rapporti col prossimo. Appartengono entrambe al genere di donne volonterose e abili nel “fare di tutto” per parenti e vicini, molto amate ma spesso sottovalutate in vita. Nella società contemporanea americana, soprattutto in certi ambienti, si è attribuita sempre meno importanza al “mero” ruolo di madre». Nikki tende a identificarsi con la madre dopo averla persa. Va a casa sua, ne adotta il gatto, ne prova le ricette… Anche lei ha vissuto quest’ immedesimazione? «Non sono andata a stare a casa dei miei dopo la loro morte, ma vivo circondata da cose e oggetti che loro hanno “creato”. Ho ancora i manufatti di mia madre e i vestiti che cucì per me, e conservo i lavori artistici di mio padre, come una lampada di vetro colorato. Così mi sembra di abitare dentro qualcosa del loro mondo perduto. Sono certa che questo meccanismo coinvolge di frequente chi ha perso i genitori». A volte, in La madre che mi manca, lei usa intere pagine di maiuscole, come nel lungo periodo, molto aggressivo sul piano grafico, fitto dei “PERCHE’ ?” gridati da Nikke dopo l’ omicidio. «Volevo riflettere l’ ansia ossessiva provocata in lei dalla perdita della madre, evento che considera insensato e anche ironico. Quella di Gwen è una morte quasi accidentale, che non sarebbe potuta avvenire in nessun altro momento e in nessun’ altra circostanza. Gwen era nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sono state la sua generosità e la sua mancanza di sospetti a consegnarla al suo assassino. Quanto a mia madre, lei morì per cause naturali, ma in modo repentino, per un infarto, e fu per me un fulmine a ciel sereno». Il paese di Mount Ephraim, dove si svolgeva un suo precedente romanzo, Una famiglia americana, è lo stesso in cui ora ha ambientato La madre che mi manca. Perché tornare sul “luogo del delitto”? «Quella di Mount Ephraim è la parte nord-occidentale dello Stato di New York, e io sono nata in quella zona, a Lockport. Naturale che sia portata a farne il set delle mie storie. Vivevo in una famiglia unitissima, i miei erano ottimi genitori e si conduceva la tipica vita di fattoria, col lavoro in campagna e il tempo per girovagare ed esplorare in solitudine. Nessuno, nei dintorni, era molto abbiente, perciò non posso dire che la nostra fosse una famiglia povera, a paragone delle altre. Eravamo gente comune per quell’ epoca e quel territorio, dove ho trascorso un’ infanzia serena e “normale”». Eppure sangue e violenza dilagano nei suoi romanzi, mescolandosi all’ amore e al desiderio in tragedie contemporanee che intrecciano Eros e Thanatos. «La tragedia è una forma d’ arte che mi ha sempre attratto. I miei libri coinvolgono passioni particolarmente intense, dunque è inevitabile che implichino un legame fortissimo tra Eros e Thanatos. Però ci sono forme meno estreme d’ amore, come gli affetti familiari e l’ amicizia, su cui scrivo altrettanto spesso. Il desiderio struggente di Blonde (è il titolo del libro della Oates su Marilyn Monroe, ndr) era di opporsi alla morte attraverso l’ essere amata e amabile. Sognava di suscitare un amore così potente da salvarla dall’ oblio». A dispetto delle sue storie laceranti, lei non ama definirti pessimista. «Perché le mie storie parlano non solo di dolore e morte, ma anche del confronto umano con la violenza, col dolore e con la morte, e del modo in cui persone comuni possono trionfare in condizioni difficili. Credo che la mia fiducia nella forza dell’ essere umano e nella sua capacità di ripresa sfugga ai critici, che nella loro fretta di valutare un romanzo in meri termini di trama leggono velocemente e superficialmente. L’ arte tragica punta a esaltare l’ essenza umana, non a sminuirla. Come ci si può mettere alla prova se non in circostanze estreme? Ci sono molti individui che diventano eroi in situazioni di emergenza, e io voglio focalizzare questo comportamento. Come nel romanzo Una famiglia americana, dove una famiglia “perfetta” è aggredita dall’ esterno e messa alla prova». E’ d’ accordo con l’ idea che la sua opera tenda a formare una controstoria dell’ America, segnalandone la deriva spirituale e culturale in contrasto con le illusioni dell’ American Dream? «Molti scrittori e artisti americani interrogano, esplorano, rifiutano e forse ridefiniscono il Sogno Americano, tema dal quale sono attratta potentemente in tutta la mia fiction». Campeggiano nei suoi romanzi famiglie sbandate, disunite, sconvolte da incidenti e rivelazioni pericolose. Pensa che la famiglia tradizionale oggi sia molto in crisi in America? «Più che di crisi parlerei di un’ evoluzione naturale e in corso da decenni. Perché una donna dovrebbe sposarsi giovane, avere dodici figli e obbedire alle norme antiquate e insensate imposte dalla Chiesa? “Tradizione” è solo un’ altra parola per indicare un certo tipo di oppressione vigente in passato. Sarebbe stupido volerla rispettare». Il suo prossimo romanzo? «Sarà la storia di un’ altra famiglia “in crisi”. Il titolo è The Grave Digger’ s Daughter (La figlia del becchino), ed è un’ avventura epica americana».

Mirella Caveggia

Intelligenza vivacissima, ispirazioni sulfuree e surreali, un’inestinguibile e ineguagliabile produzione striata di venature truculente: questo e tutto il resto sprizza da Amélie Nothomb, scrittrice belga francofona non ancora quarantenne, pluripremiata e nota in tutto il mondo. Passata dai grandi cappelli, i gonnelloni e tout le bazar della prima gioventù ad una eleganza in nero che richiama stile, originalità e raffinatezza, l’autrice di Igiene dell’assassino e del recentissimo Diario di rondine (Voland) incontra il pubblico torinese. L’occasione l’ha fornita una messa in scena del suo Cosmetica del nemico rielaborata da Stefania Bertola e Michele Di Mauro per Mas Juvarra e il Festival delle Colline Torinesi.
La rapidità e la brevità dei movimenti, i lievi cenni del capo, la grazia compunta dei gesti rivelano in lei l’influenza nipponica. Figlia di un ambasciatore belga, nata a Kobe in Giappone, e cresciuta «per ragioni diplomatiche» in Estremo Oriente, Amélie a diciannove anni progettava di fare l’interprete, cosa che per due anni ha fatto, e di scegliersi un fidanzato, fatto anche quello, un giapponese. Ma una settimana prima di incunearsi nel rigido sistema familiare nipponico («Sei troppo espressiva – le aveva detto la futura suocera – non sarai mai una vera signora»), la ragazza di buona famiglia prende coscienza dell’attività «noiosa e terrificante» che la incolla nell’ombra, e della necessità di scongiurare il matrimonio. Decisa a buttare tutto all’aria per intraprendere il mestiere di scrittrice, scappa in Belgio. Accolta male nel suo ambiente alto borghese, l’irrequieta e volitiva Amélie investe nella sfida i risparmi di due anni. «Se non va – si ripromette – torno in Giappone e lo sposo». Intende naturalmente il fidanzato, che passato dall’incredulità ad un’attesa paziente, si trasformerà in pochi anni in un signore grasso e poco attraente (come sarà rivelato nel suo prossimo libro, ma è un segreto). Tutto va per il meglio. L’aspirante romanziera scrive e pubblica nel ’92 la sua prima opera narrativa, Igiene dell’assassino. Il successo, folgorante, rivela un sicuro talento narrativo, uno stile ricco di humour dall’impronta persuasiva, energica ed elegante – Cicerone è il suo modello – e una capacità comunicativa che si presta anche al teatro e al cinema. Segue un’attività di scrittura frenetica, esercitata giorno e notte, che fino ad oggi non ha mai interrotto il suo ritmo inaudito: 61 libri finora, di cui 15 pubblicati. E che inventiva nei titoli: Sabotaggio d’amore, Metafisica dei tubi, Acido solforico…
Un flusso di tale portata, quasi un delirio grafomane, non rischia di indurre momenti di stanchezza all’autore e alla scrittura, mademoiselle Nothomb? O madame? «Mademoiselle, prego». Con quel cappellino nero, sembra una monella che gioca alle signore. «È una fatica fisica, certo, ma non è mai tedio. La prova è che continuo con quel ritmo». Cosa ne fa delle pagine escluse? Ci ritorna? «Mai, le chiudo in una scatola di cartone e le abbandono. Anche alla discrezione dei ladri, che sono venuti quattro volte nel mio appartamento e non hanno voluto i manoscritti». Un successo a piene mani e qui ne abbiamo la prova. Ma pare che in Belgio lo abbia oscurato un’eclissi. In quale paese i suoi libri vanno meglio? «È noto che nessuno è profeta nella sua terra. Non che in Belgio non funzioni, va meno bene. A vedere le cifre, la Francia è il paese che vende di più i miei libri; ma Spagna e l’Italia sono i paesi dove sono più amati». Lei ha esordito giovanissima. Spirito stravagante, curiosità inesausta, autoderisione, temerarietà. Questi tratti sono cambiati? Il tempo le ha messo le pantofole? «Oh, non direi, anzi. Ho l’impressione di essere peggiorata. Mi sforzo di essere all’avanguardia rispetto a me stessa e questo mi spinge ad andare sempre più avanti. Vedrete che razza di vecchia signora sarò». Lei ha lavorato in un’impresa giapponese, come ha raccontato in Stupore e tremori. Che esperienza ne ha tratto? «Disastrosa, ma fondamentale, di quelle che insegnano tante cose. Assunta per approfondire la conoscenza del giapponese, due settimane dopo mi è stato proibito di parlare in quella lingua. Incomprensibile: molto contrariata ho taciuto, non ho mai più detto una parola. Credo che quello che li ha spaesati è stata la mia volontà di un’integrazione piena e i giapponesi pretendono che lo straniero rimanga tale».
Una fantasia che rompe gli argini, governata da un gustoso rigore dialettico, una scrittura preziosa che qualche detrattore ha definito pedante e pretenziosa («La gente non è mai contenta», ribatte soave), visioni allucinanti e gonfiate a dismisura: le sue trame potrebbero attirare l’attenzione di Peter Greenaway «È incantevole, lo adoro, sarebbe il massimo del riconoscimento». Si riconosce una vena di cinismo e di crudeltà? «Osservo un mondo cinico, ma non credo di parteciparvi. Nel quotidiano ne sono completamente slegata. Definirei il mio stile “paranoico” perché quando mi volgo al mio lato lirico, quello autentico in cui credo, avverto uno stridore che prelude a suggerimenti crudeli che non mi appartengono, ma sono sempre in agguato». Forse è l’urgenza del lato oscuro, notturno che accompagna molti artisti a cui lei va incontro alle quattro del mattino quando si accinge a lavorare ancora in piena oscurità o quando mangia frutti mezzi andati che la fanno vomitare. Comunque le sue bizzarrie le hanno dato ragione. Lei è molto popolare. Un esempio da seguire? «Per carità, mai. Quando vedo che nei questionari di orientamento scolastico sono citata, mi pare la fine del mondo. Il mio consiglio ai giovani è: non fate come me». Ma i giovani accorsi alla Cavallerizza Reale per vedere Cosmetica del nemico, hanno applaudito con entusiasmo l’autrice presente e gli interpreti (Michele di Mauro e Graziano Piazza) di uno spettacolo pieno di spirito che sparpaglia particolari raccapriccianti, li ricompone in chiave psicoanalitica, per assestare un inatteso colpo di maglio finale.

L’ascesa delle intellettuali è un fenomeno di enorme portata, il cui impatto sull’assetto del paese è tanto più rilevante, perché non è più limitato alle élite
Dopo secoli in cui la letteratura persiana è stata dominata da opere di poesia «al maschile», ora è l’epoca della prosa scritta dalle donne Alternando spesso impegno politico e letterario, le scrittrici sono le protagoniste di una nouvelle vague che riesce con successo a sfidare il regime
Anna Vanzan

L’Iran è tornato a occupare stabilmente le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, dopo i clamori alla fine degli anni Settanta, quando si era imposto all’attenzione internazionale come il paese che aveva rovesciato un governo oppressivo ma «laico» per mortificarsi sotto l’egida di una rigida teocrazia islamica. Fra l’ascesa dello sciismo – dal 1501 la religione di stato in Iran – come componente politica nel mondo arabo orientale e la querelle internazionale che pone la Repubblica Islamica d’Iran sul banco degli accusati per la sua determinazione a conseguire l’energia nucleare, l’interesse globale per il «paese degli ayatollah» è enormemente cresciuto negli ultimi due anni. Le vicende iraniane interne ci giungono sull’onda delle dichiarazioni del suo presidente, Mahmud Ahmadinejad, che mentre dà in escandescenze contro Israele, infligge quotidiane umiliazioni alla popolazione e alla società civile, vessando in particolare le componenti più propositive e a lui contrarie: donne, giovani, intellettuali.
Dietro l’egemonia degli «inturbantati»
Al tempo stesso, chi non si accontenta delle semplificazioni della maggioranza dei media (che continuano a proporre trite immagini di un paese stretto tra chador e crisi economica) segue con interesse misto a stupore le molteplici attività delle organizzazioni non governative che si muovono sull’altopiano e che operano in ambiti diversi, dall’archeologia all’ambientalismo, dalle questioni femminili/femministe alla difesa dei diritti dei bambini. E non manca di sorprendersi di fronte al fervore della scena culturale iraniana animata da mostre di pittura e scultura, festival cinematografici, manifestazioni letterarie. Come è possibile conciliare l’egemonia politico-sociale degli «inturbantati» e l’attività delle (tante) donne come il premio nobel per la pace Shirin Ebadi, oppure la repressione di universitari (docenti e studenti) con le librerie iraniane traboccanti di nuovi titoli? Da tempo si parla dell’Iran come di un paese schizofrenico, definizione che ha sostituito quella secolare, attribuita dall’Occidente, di un paese ipocrita, dove la gente si comporta in un modo nella vita pubblica e al contrario nel privato. Poco si conosce invece dell’attività culturale degli iraniani, se non di riflesso, quando casi di intellettuali perseguitati dal regime salgono alla ribalta internazionale.
Vale la pena allora sottolineare come negli anni successivi alla rivoluzione il livello di istruzione sia cresciuto in modo esponenziale: attualmente la giovanissima popolazione (due terzi degli iraniani hanno meno di trent’anni) è composta da uomini e donne che hanno un livello di istruzione medio-alta e che seguono con grande interesse quanto il mercato editoriale propone: un fattore, questo, che ha naturalmente stimolato la produttività degli scrittori.
Da tempo immemorabile la letteratura costituisce un’arena privilegiata del dibattito culturale e sociale iraniano e gli scrittori sono impegnati nel denunciare le ineguaglianze, l’oppressione politica e l’ipocrisia di una parte della classe dei religiosi: già Hafez, il poeta iraniano per eccellenza vissuto nel XIV secolo, era un fustigatore della doppiezza dei sedicenti religiosi.
Il trionfo del racconto breve
Anche oggi la letteratura soddisfa la duplice esigenza di scrittori e lettori che sentono la necessità di esprimere le loro insoddisfazioni rispetto sia alla generale mancanza di libertà sia nei confronti di quella grande fetta di società iraniana che non sa o non vuole adeguarsi alle istanze della modernità e al bisogno di riforme.
Adeguandosi ovviamente ai tempi, gli autori iraniani pongono oggi minore attenzione ai canoni retorici, mentre attribuiscono grande importanza ai contenuti e adottano di preferenza la forma del racconto breve, divenuto veicolo privilegiato per esprimere sentimenti e idee, mezzo duttile che ben si presta alla pubblicazione su riviste o addirittura sul web. La letteratura degli iraniani insomma si modifica per superare le difficoltà, per sfuggire all’occhio sempre vigile del censore, nascondendo significati pericolosi sotto strati di simboli e di allegorie. È una letteratura in lingua persiana concepita per un pubblico di lettori persiani, per la maggior parte fiction di una certa qualità, assai lontana dalle celebri «Lolite» che non si leggono a Tehran, ma che sono viceversa scritte in inglese e confezionate per essere lette a Parigi e a New York, dove diventano best seller (e dove la prosa letteraria cede il passo a quell’aspetto socio-scandalistico dell’Iran che tanto piace in Occidente).
Nel complesso, tuttavia, la situazione editoriale iraniana è tutt’altro che rosea: gli editori privati, cui sono stati tagliati i fondi governativi e che sono i più vessati dalla censura per le loro scelte ritenute spregiudicate dal regime, sopravvivono con grande difficoltà, ma riescono comunque a resistere. In questa nuova produzione letteraria iraniana straordinario è il numero delle donne, che anche in questo settore hanno superato, per numero e abbondanza di produzione, i colleghi maschi, così come le studentesse universitarie sono ormai più numerose dei loro compagni.
L’ascesa delle scrittrici e delle intellettuali è un fenomeno di enorme portata il cui impatto sull’assetto sociopolitico e culturale del paese è sempre più rilevante, anche perché non è più limitato alle élites. L’alto grado di istruzione raggiunto dalle donne, l’accessibilità (per costi e distribuzione) della produzione letteraria e la voglia di cambiamento delle giovani donne fanno sì che questa letteratura abbia una diffusione relativamente ampia, diventando strumento di riflessione, discussione e lotta.
Non sono poche, fra l’altro, le scrittrici che alternano impegno politico e letterario: è questo il caso, per esempio, di Noushin Ahmadi Khorasani, autrice di racconti brevi, ma anche animatrice di riviste femministe, ora passate on line, sempre presente non soltanto nelle manifestazioni di piazza, ma ovunque occorra perorare la causa delle donne. Per aggirare l’ostacolo rappresentato dagli editori, spesso restii a pubblicare libri che potrebbero incorrere nelle maglie della censura, Noushin ha inaugurato una sua casa editrice, che si affianca alle circa cinquecento sigle editoriali dirette da donne nel paese (anche se solo circa la metà di queste è veramente attiva).
Coniuga impegno civile e attività editoriale anche la storica Ziba Jalali Naini, collaboratrice di «Esprit» e dei parigini «Cahiers de l’Orient», che in Iran dirige la rivista «Godfeglu» (Dialoghi) e una casa editrice orientata soprattutto alla pubblicazione di testi socio-filosofici. La studiosa è inoltre da tempo impegnata in un progetto di riscrittura dei testi didattici che negli anni successivi alla Rivoluzione sono stati modificati per persuadere le giovani generazioni del ruolo subalterno e domestico delle donne.
Luoghi di incontro
Diversi sono i dispositivi adottati dalle scrittrici per mascherare (ma forse «velare» sarebbe il termine più appropriato) la loro protesta. Alcune – da Azardokht Bahrami a Tahere Alavi – elaborano storie dove le donne sono volutamente descritte anche «in negativo», per sottolineare come i mali della società iraniana non siano tutti attribuibili agli uomini. Altre, come Farkhonde Aqai e Fereshte Sari, preferiscono invece celare la loro denuncia utilizzando tecniche narrative particolari: così la prima avvolge le sue trame in atmosfere misteriose tipiche del genere giallo, mentre la seconda impiega un linguaggio simbolico e allusivo, che dà alle sue narrazioni un tono sottilmente inquietante.
Dopo secoli in cui la letteratura persiana è stata dominata da opere di poesia «al maschile», ora è l’epoca della prosa scritta dalle donne. Così, paradossalmente, oggi sono gli scrittori a cogliere qualche idea dalle loro colleghe: di recente per esempio è uscita un’antologia di racconti di un gruppo di autori che ricalca una analoga operazione condotta con successo tempo fa da sette scrittrici. In un quadro complessivamente repressivo qual è quello iraniano, la scrittura potrebbe in ogni caso apparire come un lavoro pericoloso (oltre che poco remunerativo). Eppure ci sono autori che hanno abbandonato carriere meno rischiose per dedicarsi alla penna: è questo il caso, fra gli altri, di Amir Hossein Cheheltan, ex ingegnere elettronico, che è oggi fra gli scrittori iraniani più noti e più prolifici. E sebbene periodicamente molti di questi scrittori e scrittrici abbiano dovuto scontrarsi con i rigori della censura, sperimentando in alcuni casi anche il carcere, nessuno desiste. Se l’arena politica è occupata dalle forze oltranziste, proprio il campo letterario e artistico diventa un luogo tanto più prezioso di scambio di idee e di confronto.
In uno spazio librario di Tehran, per esempio, si è festeggiato lo scorso autunno il premio internazionale «Publishers’ Freedom Prize» vinto nel 2006 da Shahla Lahiji, la prima donna editore in Iran. La sua casa editrice, Roushangaran, nata nel 1983, si occupa da oltre vent’anni di temi legati al mondo femminile, e in generale allo sviluppo del pensiero democratico. Significativamente uno degli interventi alla manifestazione era intitolato «Perché il silenzio» e polemicamente rilevava come i media iraniani non avessero dato nessuna notizia dell’importante riconoscimento internazionale ottenuto dall’instancabile editrice, ennesima dimostrazione dei risultati conseguiti, nonostante le evidenti difficoltà, dalla società civile.
Allo stesso modo, le gallerie d’arte in cui espongono artiste e artisti iraniani diventano luoghi dove si incontrano persone che condividono non solo l’amore per l’arte, ma anche e soprattutto una visione comune di vita in cui le relazioni sociali possano svolgersi serenamente e senza controlli da parte del potere politico. Alcune esposizioni, del resto, rappresentano un chiaro espediente per parlare di problemi sociali: ne è un esempio il premio fotografico intitolato a Kaveh Golestan, un giornalista iraniano ucciso da una mina in Iraq nel 2003, mentre lavorava per la Bbc: non a caso molte delle foto segnalate nelle recenti edizioni del premio – dai volti insanguinati degli studenti picchiati mentre protestano davanti alle università a una coppia giovanissima che si abbraccia in un parco cittadino (cosa non consentita se non c’è un vincolo coniugale fra i due) – rappresentano palesemente un atto di protesta e di denuncia nei confronti del regime.
Una lunga convivenza con la dittatura
Ovviamente non tutto il paese partecipa di questa vivacità intellettuale. Sono soprattutto le grandi città, e in primis Tehran, che coagulano fermenti e aspirazioni, mentre l’Iran rurale resta ancora in gran parte lontano dagli stimoli culturali in cui si coniugano creatività e impegno sociale. Sono numerose le cittadine prive non solo di gallerie d’arte ma pure di librerie, così come la percentuale di lettori e di libri letti è molto disuguale.
Eppure, nonostante le continue delusioni politiche, una grande spinta vitale si avverte in Iran, una spinta che ha le sue radici nella lunghissima storia del paese. Gli iraniani hanno maturato un’esperienza millenaria di adattamento a condizioni avverse: dalla conquista araba, avvenuta nell’VIII secolo, essi sono stati soggetti a una infinita serie di dinastie straniere, perlopiù turche, finché negli anni Venti sono stati dominati dalla brevissima dinastia dei Pahlavi, iraniani sì, ma pur sempre autocrati e dispotici. Poi è arrivata la teocrazia. Usi da secoli a convivere tra una dittatura e l’altra, gli iraniani hanno imparato così a compensare il mancato affermarsi di un progetto democratico con una sempre rinnovata creatività in campo artistico e culturale, una creatività di cui purtroppo l’Occidente coglie, colpevolmente, poco o nulla. A parte il cinema (che peraltro riscuote consensi soprattutto di critica ai grandi festival internazionali, rimanendo tuttavia poi confinato in brevi apparizioni in sale d’essai), la letteratura, come la pittura e la scultura, vengono ancora una volta esiliate in spazi eccessivamente angusti dal grande gioco dei mercanti e mercati internazionali.

Anna Ruggieri

Nelle mani giuste si intitola l’ultimo libro del giudice-scrittore Giancarlo Di Cataldo. Si tratta, nel libro, di mani equivoche, solo apparentemente affidabili. Viceversa, nelle mani giuste, quelle di donne diversissime tra di loro, è stata affidata la brillante operazione culturale curata dalle scrittrici palermitane Eleonora Chiavetta e Silvana Fernandez, pubblicata dalla casa editrice Rubbettino ed intitolata Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco.
Le donne parlano di loro e degli altri partendo da preconcetti di ostilità, o di vera e propria guerra, ma scegliendo con determinazione la via della pace.
Il percorso narrativo ha la civiltà della scelta letteraria con i quattro elementi fondamentali del fuoco, dell’aria, dell’acqua e della terra.
Le scrittrici sono italiane e straniere e, tra quest’ultime, gli stessi nomi richiamano la loro nazionalità: Wajiha Al Huwayder (Arabia Saudita), Erendiz Atasu (Turchia), Susan Bashier (Egitto), Judith Chernaik (Stati Uniti), Asma Gherib (Marocco), Judy Light Ayyildiz (Stati Uniti), Susan Khawàtmi (Siria), Karen King-Aribisala (Guyana), Esti Lidar (Israele), Mine Servgi Ozdamar (Turchia), Haneen Omar (Iraq).
I quattro elementi (aria, terra, acqua e fuoco) sono metafora e sono simbolo. Ma ciascuno dei quattro elementi può essere simbolo di più cose.
La poesia ermetica di Francesca Traìna apre il capitolo iniziale nella raccolta di Storie d’aria, e molti racconti sono “intimistici”, epigoni in prosa dello stesso genere letterario.
Ma altre storie seguono percorsi narrativi di memorie personali o collettive che non andavano comunque disperse.
Marinella Fiume, inaspettatamente, richiama le parole del Vangelo e i versi di Cecco Angiolieri raccontando di Antonio Nicoloso, il “padrone del fuoco”, che scese all’interno dell’Etna.
Silvana Fernandez scrive un racconto drammatico in cui scompare chi aveva pianificato un delitto e si salva invece chi avrebbe dovuto fuggire da una famiglia prigione. “Quelle frasi e quel gesto erano senza possibilità di perdono”, aveva detto poco prima la vittima predestinata
La mancanza d’aria, che era stata la terribile conseguenza di un delitto, può aver anche modificato il corso della storia, come avviene nel racconto di Beatrice Agnello.
Storia, non inconsueta, di sopraffazione familiare è quella di Margherita Giacobino, tanto che “L’inferno della convivenza ed altre storie” avrebbe potuto intitolarsi la raccolta di racconti contenuti nell’antologia.
Terribile è il racconto di una strage vista con gli occhi di una bambina rimasta senza parenti.
Ma il motivo ricorrente, o meglio prevalente, di Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco è purtroppo uno solo: l’obbligo di convivere con altri, per necessità o per incauta scelta, è una dannazione. Quanto tempo ancora impiegheranno le donne per capire e, soprattutto, mettere in pratica l’insuperato proverbio secondo il quale è meglio stare sole che male accompagnate?
Forse per questo motivo l’invincibile motivo ricorrente della scrittura femminile è il ripiegamento intimistico tra recriminazioni familiari (e coniugali) e storie di liberazione e di rinascita.

Letizia Artoni

Il Suad Amiry è un’architetta palestinese, scrittrice per caso, che vive a Ramallah dove dirige il centro Riwaq per la salvaguardia del patrimonio architettonico di quell’area. NIENTE SESSO IN CITTA’ è la sua terza ‘fatica’ (così almeno lei la definisce) dopo il bel ‘Sharon e mia suocera’ e ‘Se questa è vita’.
L’età che avanza, l’esistenza del CRIMINE (Committee of Ramallah Indipendent Menopausal Inner Network Enterprise), la vittoria di Hamas alle ultime elezioni nel gennaio del 2006, e con questa, la sconfitta di ciò in cui lei e le altre della generazione dell’Olp hanno creduto, sono i temi e le ragioni che la fanno scrivere. Dalle conversazioni che una volta al mese il gruppo si scambia sul terrazzo del Darna Restaurant, il locale più ‘in’ di Ramallah , nascono le confessioni che compongono il libro.

‘Dell’infanzia e dell’avvicinarsi della maturità’ dice l’autrice ‘ecco di che cosa volevano parlare le mie amiche, ed è stato dunque in tale direzione che mi sono lasciata portare senza potere né volere opporre resistenza’ ‘…da tempo contemplavo la possibilità di scrivere delle mie amiche, poiché in loro si esprime in parte ciò che sono e in parte ciò che mi sarebbe piaciuto, ma non sono riuscita ad essere’.

Di infanzie diverse, a Boston, Ankara, Nicosia, Beirut – ‘che a tutte ha dato molto senza ricevere in cambio’ – Damasco, Il Cairo, Alessandria d’Egitto, Parigi ecc. e di una maturità più simile, di questo raccontano le loro storie, ma anche della Palestina e della sua assenza – oggi dopo Hamas anche ‘climaterica’ – che è poi ciò che le ha fatte incontrare. Donne speciali, colte, appassionate e complici, dai bei nomi (Fadia, Maya, Aida, Jamileh, Ola, Rana, Lena, Reem, Ann), racconti personali e politici che spaziano in un arco di tempo che va dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni, un primo tirare le somme dettato da eventi interni (la menopausa) ed esterni (la vittoria di Hamas) casualmente coincidenti, in un’alternanza di scoperte adolescenziali, gioie e dolori vissuti con coraggio e un invidiabile senso dell’umorismo.

Renata Sarfati

L’autrice, studiosa di storia contemporanea e molto apprezzata in Israele, insegna all’Università ebraica di Gerusalemme. Questo libro intenso e appassionato è fondamentale per comprendere la società israeliana di oggi. Attraverso l’analisi del dibattito politico del paese negli ultimi quarant’anni, dimostra come le catastrofi della storia ebraica siano state trasformate in eroismo, vittoria e redenzione, creando in qualche modo un’ossessione per la morte e il martirio.
Con la morte negli anni 20 di Trumpeldor, primo eroe della comunità ebraica in Palestina, evento che servì da modello alla rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943, ebbe inizio la costruzione dell’ideologia dell’ “ebreo nuovo”, che doveva morire per difendere la patria, in contrapposizione alle masse ebree della diaspora, pronte a morire come agnelli.Quando, negli anni Quaranta, la comunità di immigrati in Palestina dovette confrontarsi con la Shoah, fu esaltato il coraggio dei pochi che osarono ribellarsi ai nazisti perché lo stato aveva bisogno di eroi e non di vittime, escludendo i veri portatori di quella memoria, i sopravvissuti.
Col processo Eichman il paese si trovò per la prima volta a doversi confrontare con l’enormità di quanto accadde agli ebrei d’Europa. Questo processo sollevò un immenso dibattito critico, laico, avviato soprattutto da Hannah Arendt, sul comportamento delle persone, sia vittime sia persecutori, in situazioni estreme. Il dibattito, che si diffuse non solo in Israele ma in tutta Europa, è ampiamente trattato dell’autrice che considera questo libro dedicato in larga misura alla Arendt. Il paese elaborò questo trauma con la costruzione del ricordo e della dimenticanza della Shoah basata sull’organizzazione di una memoria didascalica fatta di rituali. Zertal esamina poi l’evolversi di questo discorso dal punto di vista della costruzione della potenza militare d’Israele e della giustificazione dell’occupazione israeliana di un territorio occupato da un altro popolo.
“Come in passato, gli avvenimenti dell’oggi sembrano mostrare che il processo di sacralizzazione della Shoah … ha trasformato un rifugio, un focolare, in una patria in un tempio e in un altare perpetuo”, conclude Zertal nella sua introduzione.

Federica Sossi

“E loro, i tre venerabili anziani di casa, me lo dicevano sempre negli anni dell’infanzia, durante il caffè delle donne: “Da grande sarai la nostra cantora”. Poi un giorno il vecchio Yakob mi chiamò nella sua stanza, e gli feci una promessa. Un giuramento solenne davanti alla sua Madonna dell’icona. Ed è per questo che oggi vi racconto la sua storia. Che poi è anche la mia. Ma pure la vostra”.
Già, di che è la storia?
Termina così il libro di Gabriella Ghermandi, con una storia da raccontare che è una storia di tutti, del vecchio Yakob, di Mahlet, la protagonista-narratrice di Regina di fiori e di perle, e nostra, di noi lettori che in quell’istante terminiamo di leggere il suo libro e di un altro “noi”, per nulla nascosto nell’ultima parola di questa storia in realtà già raccontata dall’autrice. In quel “vostra”, infatti, nella vostra storia, si racchiude un “noi” lettori/italiani che attraverso la storia di Mahlet come lei ci mettiamo in ascolto delle storie dei talian soldato che hanno occupato il suo paese, della resistenza etiope e dell’arma sconosciuta usata dagli italiani per batterla, quella “nebbiolina quasi invisibile che si adagiava nelle valli, nei crepacci, nelle gole, e ammazzava i nostri uomini bruciandoli da dentro, dai polmoni” (p. 144).
Uno strano modo di terminare, rimandando a una storia che dovrà essere raccontata e che noi lettori già conosciamo. E’ così che il tempo dell’Etiopia occupata dagli italiani si snoda, attraverso dei nodi su un primo nodo: la storia di Yakob, e poi le storie che si annodano alla sua e che Mahlet, diventata adulta, continua ad ascoltare per poterci poi raccontare la “nostra storia”. Ma anche queste storie ascoltate sono già plurali, contengono storie d’altri, perché tutti hanno una storia, come dice di aver compreso dai racconti della madre una delle donne ascoltata da Mahlet.
Così, questa storia che è di tutti è una strana storia, immediatamente soggettiva e collettiva, singolare e plurale, storia dei soggetti e storia di un popolo, o di due popoli, storia di Yakob, di Mahlet, storia del passato e del presente dello spazio da loro abitato, e storia dell’Etiopia e dell’Italia ai tempi della sua impresa coloniale nella terra di Mahlet.

Serena Fuart

Chi segue la televisione con un occhio critico non può che restare soddisfatto del libro di Norma Rangeri, Chi l’ha vista?, che, con stile ironico, racconta il piccolo schermo dagli anni 90 ad oggi.
La tv: un mondo che non rispecchia la realtà, che purtroppo è preso come punto di riferimento da troppe persone. Un mondo costruito, finto, artificiale, che pretende di far passare per vero quello che vero non è.
Il testo fa una panoramica completa di quello che è il sistema televisivo. Molti sono i punti interessanti su cui si può riflettere.
Uno di questi, secondo me, è la pornografia che caratterizza i programmi. Pornografia intesa non solo come esposizione di corpi nudi femminili, ma come esibizione senza censura di sentimenti e dolore. Inoltre, le parole di Norma Rangeri fanno luce su come forze politiche, favoritismi e concorrenza degli ascolti influenzino i programmi, decidendone contenuti, notizie da far passare e da censurare.
Il testo è suddiviso in tre parti. La prima, La tv in mutande, è dedicata ai programmi di intrattenimento sottolineando la bassa qualità che li caratterizza e non risparmiando i commenti su nessuno dei vip!
La seconda parte, Zapping, si sofferma sui rapporti che la tv intrattiene con la religione, la guerra, l’horror. Si focalizza su come il piccolo schermo affronta queste tematiche, con che pesi e misure.
La terza parte, Primum auditel, deinde informare, è dedicata ai rapporti tra poteri governativi e tv. Una sezione, quest’ultima, che mi ha lasciato sconvolta, perchè davvero non immaginavo un tale intreccio.
Chi l’ha vista? fa aprire gli occhi sui meccanismi sottostanti ai palinsesti, con una forza capace di disincantare chiunque creda al piccolo schermo.

Barbara Nogara

E’ il mese d’aprile a Torino: Mario abbandona la casa coniugale e lascia soli suo moglie Olga di trentotto anni e i due figli, Gianni e Ilaria di dieci e sette anni. La vita di Olga è sempre stata serena, scandita dai ritmi domestici: sapeva scrivere e aveva lavorato per poco tempo in una casa editrice, ma per desiderio del marito si era sempre dedicata completamente alla casa e alla famiglia.
Il dolore della separazione è per Olga lancinante e l’avvicina alla paranoia: la casa non le sembra più sua, passa dall’igienismo maniacale alla trascuratezza e deve badare al contempo ai due figli e al cane. Mario non si fa vivo, non risponde al cellulare e i suoi colleghi di lavoro negano ogni notizia: Olga lo cerca disperatamente per trovare un aiuto. Mario vive ormai con una ragazza molto giovane e non pensa a tornare a casa.
Intanto a Torino comincia l’agosto con il suo caldo torrido, dove tutto è difficile, e la paranoia di Olga aumenta: si guasta il telefono, muore l’affezionato cane, si blocca la porta di casa, il figlio si ammala; il condominio si svuota, tranne che per la presenza di Carrano, un violoncellista che si innamora di Olga e con discrezione si occupa di lei e dei suoi figli. Ma Olga è soprattutto impegnata a guarire la sua paranoia con un rigido autocontrollo e alla fine vince con un’apertura verso la vita impensabile sino a poco prima. Smette di amare Mario, quando si fa vivo per interposta persona lo incontra con indifferenza e gli permette con la sua nuova moglie, così ama chiamarla, di vedere i bambini tutti i fine settimana. Olga riprende a lavorare come traduttrice. E’ bella e viene invitata da amici, gli uomini la corteggiano, ma non ha voglia di ricominciare daccapo e sarà poi con Carrano, già amante occasionale e amico, che ricostruirà la sua vita.
Elena Ferrante, grande scrittrice napoletana, descrive con mirabile bravura la paranoia di Olga e i rapporti con i figli piccoli di donna abbandonata, e la sua prosa ha una secchezza aspra e risentita, che le conferisce originalità e vigore.

Letizia Artoni

Mildred Nilsson, pastore della canonica di Poikkijarvi viene trovata morta, appesa alla balconata dell’organo della chiesa sotto il simbolo lappone del sole.
Una lupa dalle zampe gialle si aggira con il proprio branco nelle foreste circostanti, fiera.

Una rivoluzione quella portata dalla minuscola Mildred nella comunità di Jukkasjarvi: un gruppo femminile di studi biblici, la sua casa diventata rifugio per le donne maltrattate, una fondazione per la protezione della lupa a discapito del circolo della caccia. Una donna scomoda, odiata da molti, per lo più mariti, incompresa da tanti , ‘intelligente, ma come se nascondesse in sé un ritardato mentale’ pensa il pastore Stefan che vorrebbe la sua canonica, ‘glielo dico chiaro e tondo: odiava gli uomini’ dice all’investigatrice il guardaboschi che ha visto messa in discussione l’esclusiva appartenenza sessuale del circolo di cui è presidente.

Secondo libro di Asa Larsson, ex avvocato fiscalista e autrice della fortunata serie che ha per protagonista Rebecka Martinson, qui tra i boschi della propria infanzia a leccarsi le ferite del caso precedente in un indesiderato ritorno a casa. Piccoli miracoli, i suoi libri, come ha detto qualcuno, viaggi nell’animo umano, nel conflitto fra i sessi e nella natura incontrastata come in ‘Tempesta solare’ che l’ha incoronata regina del giallo scandinavo e che è ora anche film.

Anna Maria Diciommo

Caro Gramsci,
sono stata invitata a dirti perché mi piaci.
Ecco, trovo incantevole la passione che metti nei tuoi pensieri, l’amore che hai per essere fedele al filo conduttore che ti passa per la testa. Mi piace il desiderio che traspare ovunque quando ti soffermi sviscerando e raccontando ogni sfumatura di ogni parte del tuo scrivere. Come cerchi e tieni insieme ogni contesto, tutti i risvolti e livelli di lettura presenti ovunque nelle tue riflessioni, perché potrebbero sfuggire o non essere abbastanza chiari. Passare attraverso il tuo pensiero mi lascia piena di tante “quistioni”. Mentre percorro la lettura dentro di me incomincia a vivere oltre al tuo modo di ragionare anche la struttura ogni pensiero e la vita. TU Gramsci scandagli con passione e competenza tutto quanto conosci. Lo fai da maestro per convincermi e come compagno di percorso, usando un gran lodevolissimo linguaggio (veramente volevo scrivere gradevolissimo e va bene così). Procedendo lungo la lettura mi accorgo che il farlo è diventato un atto meditativo. Imparo a capire come si possa andare in profondità, mi stupisco perché sono capace di cogliere l’essenziale, e sono felice di assaporare una moltitudine di sfumature.
Ti trovo candido e ammirevole quando mi sai comunicare la tua anima anche se non capisco il titolo che è stato dato all’antologia che mi è stata consigliata. Certo è una frase che si trova in un tuo testo. Perché il mondo dovrebbe apparirmi terribile con la presenza di una creatura passionalmente deliziosa come te? “Nel mondo grande e terribile”, a me non piace molto. Questo mondo mi ha permesso di conoscerti. Certo stare al mondo costa caro, a te è costato parecchio. Sei stato allontanato dalla tua donna e anche vilipeso, per secondi fini?… Eppure tu non hai avuto un momento di stizza per questa profonda ingiustizia e per questo mi trovi completamente dalla tua parte.
Appunto sono al dunque: ho il rammarico di non averti sentito pronunciare l’Altra che trapela pochissimo in questo magnifico contesto. Tu sei un grande, vuoi sempre e comunque arrivare al cuore dei tuoi lettori, fai di tutto per convincerli come padre di pensieri nuovi ma ti sei fermato troppo
presto, subito dopo aver detto che solo per il contatto con i “semplici” una filosofia “si fa “vita”” (pag. 244). Dici solo questo, e le donne? Con la vita le donne c’entrano. Certo la tua compagna era altrove,
per cui con chi potevi confrontarti se non ti era possibile parlare e ascoltare l’altra metà dell’umanità? Secondo me te l’hanno allontanata con questo proposito.
Quando ti avvicini al terreno del pensiero femminile fai subito una virata e torni “agli strati colti dell’umanità” (pag. 245). Dici anche “rendere politicamente possibile un progresso intellettuale di
massa e non solo di scarsi gruppi intellettuali”, ma non ti rendi conto che in questa zona bassa ci sono anch’io? E quando mi nomini? Ho aspettato ma non mi trovo, eppure avresti semplificato la Vita nominandomi e passando attraverso i miei pensieri, ci avresti dato una mano e forse saremmo già in un mondo in cui il paradiso è la porta accanto perchè la volontà è sufficiente a spalancarLa. Come esprimeresti questo pensiero? Vedi, stranamente sono io a stuzzicare te. Mi dispiace non averti trovato anche dove avrei voluto. Forse sei nato troppo presto, per darci una mano. Eppure un esempio illustre ha preso posizione. Pensa un po’ che per venire al mondo ha chiesto il consenso assenso di Maria. Ha voluto il suo Sì, dopo che un Angelo si è inginocchiato davanti a LEI. Nella sua breve vita era circondato dall’alone femminile, amava la loro compagnia, aveva per loro parole affettuose, piene di vita e resurrezione. Figurati gli andavano bene anche le puttane perché i suoi occhi trasformano
e rigenerano ogni vita, grazie all’amore e la compassione. Ti sei ingrippato con il concetto di “massa” che a me dà fastidio, ti sarebbe stato utile avere la presenza di donne per non scambiare la tartaruga con
il suo guscio. Avresti beneficiato di pareri e competenze complementari. Cerco d’immaginare questa realtà: i tuoi doni messi al servizio del sapere quotidiano. Mi sembra un potenziale straordinario. Grazie comunque. Baci

 Perché i suoi personaggi sono donne sofferenti? Eva.

Cara Eva, il dolore di Delia, Olga, Leda è il frutto di una delusione. Ciò che si aspettavano dalla vita – sono donne che hanno cercato di rompere con la tradizione delle loro madri e delle loro nonne – non arriva. Arrivano invece vecchi fantasmi, gli stessi con cui hanno dovuto fare i conti le donne del passato. La differenza è che loro non li subiscono passivamente. Si battono invece con tutte le loro energie e ce la fanno. Non vincono, ma semplicemente vengono a patti con le proprie aspettative e così trovano nuovi equilibri. Io non le sento come donne sofferenti, ma come donne combattenti.

 

Sono semplicemente innamorata della sua scrittura, non ho curiosità sulla sua persona perché io conosco di lei quel che mi interessa: quello che risuona fra noi attraverso le parole dei suoi racconti. Io so che è donna perché nelle sue pagine sente, soffre e si tortura una donna; un uomo al massimo è in grado di capirle quelle pagine, non credo di scriverle, neppure quel camaleonte di Tolstoj che con la Karenina non ha fatto un cattivo lavoro. Io vorrei sapere: cosa legge, cosa le piace leggere? La conosce Paula Fox di “Quello che rimane”? È una scrittrice che mi piace quanto Lei, nelle sue storie c’è un’analoga, terribile, picevolissima suspence; la traduce in italiano, benissimo, un uomo: ecco al massimo capirei che lei fosse quell’uomo e che fosse rimasto intrappolato nelle sue atmosfere, un po’ alla “Zelig”. Saluti grati Cristiana
Cara Cristiana, la ringrazio per le parole incoraggianti. Mi ha colpito soprattutto una sua formula: “quello che risuona tra noi”. Anche a me piacciono i libri per quello che di loro risuona tra noi. Mentre scrivevo “La figlia oscura”, leggevo un vecchio racconto, “Olivia”, pubblicato da Einaudi nel 1959 e tradotto da Carlo Fruttero. Il racconto è uscito anonimo nel 1949, dalla Hogarth Press di Londra. Anche se non sappiamo niente di chi l’ha scritto, a me pare che abbia pagine di buona risonanza e glielo consiglio. Quanto a “Quello che rimane” di Paula Fox, la ringrazio per l’accostamento ma è troppo generosa. “Quello che rimane” è un libro che amo per la sua intensità narrativa. Dalla sua ricchezza di senso mi sento molto lontana.

 

Carissima Elena Ferrante, ho letto “I giorni dell’abbandono” e potrei dire che lei è donna in quanto ci si sente proprio così quando si viene abbandonate da quegli esseri senza cuore che sono gli uomini, tuttavia potrebbe essere anche un uomo perché ce ne sarà pure uno consapevole del male che fa e penso al grande Tolstoj della “Sonata a Kreutzer”: complimenti in ogni caso, ci sveli se vuole l’enigma o sennò l’arte è superiore in ogni caso
sua Mariateresa Gabriele

Cara Mariateresa, la ringrazio per aver letto “I giorni dell’abbandono”. Non credo che l’arte, come lei dice, possa prescindere dall’artefice. Credo anzi che chi scrive finisca, che lo voglia o no, interamente nella sua scrittura. L’autore c’è sempre ed è nel testo, che perciò ha tutto il necessario per risolvere gli enigmi che contano. Quelli che non contano è inutile porseli.

 

Cari amici di Fahreneit, vi scrivo per segnalarvi una circostanza quanto meno singolare, in relazione alla protagonista Leda dell’ultimo libro di Elena Ferrante, “La figlia oscura”, che ancora non ho letto, ma che mi sarà presto regalato. Ebbene, io vivo a Napoli, mi chiamo Leda, sono laureata in inglese (insegno e traduco), sono divorziata da alcuni anni e ho due figli, ormai adolescenti. Mi è sorto un dubbio, la misteriosa Elena (che secondo la mitologia è figlia di Leda ) è forse qualcuno che mi conosce? Con simpatia e stima, Leda
Cara Leda, che dirle? Chi scrive un racconto spera che le lettrici e i lettori trovino motivo di identificazione non solo nei dati anagrafici dei personaggi. Quando avrà letto il libro, mi scriva e mi dica se le affinità con la mia Leda hanno varcato la soglia del nome. Ci tengo, visto che lei è una lettrice che promette di dare molta soddisfazione. In poche parole tra parentesi ha fatto un’osservazione per me importante. Ho scelto il nome Leda non casualmente. Leda – lo sanno soprattutto gli studenti di liceo e i pittori – è la ragazza a cui Zeus si unisce sotto forma di cigno. Ma se le lettrici e i lettori interessati vanno a vedere, per loro divertimento, nel terzo libro della Biblioteca di Apollodoro (è un volume Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla), scoprono che, in una versione meno nota del mito, Leda è al centro di una complicata, moderna vicenda di maternità. La vicenda è la seguente. Zeus si sarebbe unito in forma di cigno non a Leda ma a Nemesi, che per sfuggirgli si era mutata in oca. “Dall’unione” sintetizza Apollodoro “Nemesi partorì un uovo che un pastore trovò nei boschi e portò in dono a Leda; Leda lo custodì in un’urna e, a tempo debito, nacque Elena che lei allevò come sua figlia”. Questa Leda e questa Elena, la sua figlianon figlia, mi hanno suggerito i nomi di due dei personaggi della “Figlia oscura”. Se leggerà, vedrà.

 

Di Elena Ferrante ho letto “L’amore molesto”, “I giorni dell’abbandono”, “La frantumaglia”. Diversi per struttura ideativa e composizione tecnica, dei due romanzi ho amato moltissimo “I giorni dell’abbandono”, per la scrittura spigolosa e appuntita. Scarnificare la lingua significa, per la Ferrante, scarnificare i concetti dove ridurre all’osso non equivale, tuttavia, ad una semplificazione ma ai risultati di una accurata analisi introspettiva, che lascia sospese per la riflessione le questioni di fondo: la solitudine, l’elaborazione del dolore, l’amore. In questo esercizio di feroce, inesausta ricerca di senso, la scrittura scolpisce stati d’animo e sentimenti, esibendone contraddizioni e ambiguità. Alcune domande: cosa legge Elena Ferrante? Quale il suo rapporto con i classici, la tragedia greca in particolare? Cosa pensa del rapporto letturascuola? Grazie Roberta Costantini
Cara Roberta, la ringrazio per le buone parole. Sono stata una lettrice accanita e ho scritto parecchio sul mondo classico da ragazza, per mio piacere e per motivi di studio. Nei tragici, specialmente in Sofocle, trovo sempre qualcosa, anche poche parole, che mi accendono la fantasia. Quanto al rapporto della scuola con la lettura so poco o niente. Dal mio osservatorio di madre posso dire che conta molto la sensibilità degli insegnanti. Un insegnante che non ama la lettura comunicherà quel disamore anche se si rappresenta, davanti ai suoi alunni, come un accanito lettore.

 

Gentile Scrittrice Elena Ferrante, non ho letto i suoi libri, pertanto immagino che la sua scrittura sia importante, piacevole e valida, dai films che ho visto che mi sono piaciuti, oltre che per la validità di detti films, per le problematiche che sollevano. Raramente ho letto analisi così profonde sui sentimenti e l’interiorità di noi donne. La nostra sofferenza interiore viene congedata con una frase offensiva :”Isteria”. Su ciò che provoca l’isteria, silenzio assoluto. La ringrazio per aver illuminato il nostro sottosuolo che, sono sicura, ci aiuterà a crescere e a farci rispettare. Io mi riconosco in ciò che lei porta in superficie. Anch’io, quando i miei figlioli (un maschio 48enne una femmina 42enne), se ne sono andati per la loro strada, ho incominciato a vivere e ad apprezzare l’azzurro del cielo. Lo stesso è stato quando ho preso coscienza che l’amore per mio marito non aveva ragione di essere. Al pari di Olga, dopo il dolore e il precipitare nell’abisso della sofferenza, ho compiuto i primi passi nell’autostima. Mi dispiace un po’ che lei abbia deciso di non palesarsi, qualcuno ha insinuato che dietro al suo anonimato ci sia un uomo, Goffredo Fofi. Sono fermamente convinta che quando ci si può guardare negli occhi tutto diventa più tangibile. La mia stima, sugli argomenti che lei tratta, non cambierà qualsiasi sia la sua corporalità. Ora che fahrenheit ha attirato la mia attenzione su di lei, leggerò i suoi scritti, in definitiva è ciò che conta. Cordiali saluti
Il corpo è tutto quello che abbiamo e non bisogna sottovalutarlo. I film che ha visto sono appunto, letteralmente, un “dare corpo” a ciò che c’è nella scrittura dei libri. Sono convinta, però, che una pagina abbia in potenza più corpo di un film. Bisogna attivare tutte le nostre risorse corporali di scrittori e di lettori per farla funzionare. Scrivere e leggere è un grande investimento di corporalità. Nella scritturalettura, nel comporre segni e nel decifrarli, c’è un coinvolgimento del corpo che gareggia solo con la scrittura della musica.

 

Grazie Elena, con i tuoi libri, soprattutto l’ultimo, sei riuscita a chiarire, a colmare, anche solo per un attimo, facendoci sentire meno sole, i vuoti delle vite di noi donne, madri, figlie e lavoratrici di questo tempo ingrato. Anche il mio compagno ha amato molto il tuo libro che ci ha dato spunto per riflettere ancora una volta su aspetti a volte confusi, altre incoffessabili dell’esistenza. Elisabetta
Cara Elisabetta, la ringrazio per il verbo “colmare”, è bello se usato per dire un effetto della lettura. Un libro per me deve provare a incanalare materia viva, magmatica, e perciò non facilmente riducibile alle parole e a quel genere, fondamentale per la nostre esistenze, che è la confessione.

 

Cosa pensa Elena Ferrante di questioni sociali come l’eutanasia? Che posizione ha sul caso Welby? E, più in generale, non pensa che per un intellettuale (quindi anche per uno scrittore) sia importante (se non addirittura un dovere) la partecipazione al dibattito pubblico sui grandi temi della vita civile? Roberta, Genova
Cara Roberta, penso che quando restare in vita è puro dolore o, peggio ancora, è la negazione di tutto ciò che consideriamo vita umana, il colpo di grazia – potente espressione di generosità, se preso nella sua lettera – vada sancito come un diritto fondamentale. Le devo dire però che esprimermi così, in poche parole schematiche, su un tema delicatissimo mi pare frivolo. L’ho fatto in questa occasione, non lo farò più. Bisogna sicuramente partecipare alla vita pubblica, ma non ricorrendo a formule d’occasione oggi su un argomento, domani su un altro.

 

Tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, sono caratterizzati dal tema dell’abbandono, dei distacco, della separazione. È una sua ferita personale? Oppure ritiene che l’incapacità di stare insieme, di vivere un progetto comune, sia un tema forte, rappresentativo del nostro tempo? Dario Martella (Roma)
Caro Dario, io aderisco all’idea che bisogna scrivere di ciò che ci ha segnato a fondo. Tanto meglio, poi, se il racconto delle nostre ferite più insanabili cattura un po’ di quello che una volta si chiamava ampollosamente lo spirito del tempo.

 

Cara Elena Ferrante, siamo stati invitati a non fare domande sul tema della sua identità, ma la tentazione è forte. Aggiro il problema domandandoLe quale dei suoi tre romanzi è più autobiografico. In quale dei suoi personaggi (forse nell’ultimo, bellissimo, di Leda) si riconosce di più? Alberta
Cara Alberta, sento Delia, Olga e Leda, personaggi di finzione, come donne molto diverse tra loro, ma mi sento vicina a tutt’e tre, nel senso che ho con loro un rapporto intenso di verità. Credo che, nella finzione, si finga molto meno che nella realtà. Nella finzione diciamo, riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà tacciamo, ignoriamo.

 

Elena Ferrante, non so quanti anni abbia, né dove viva. Ma posso chiederle, secondo la sua esperienza, cosa sta succedendo alla mia (nostra?) città? A cosa si deve questa esplosione di violenza? E come si può arginare questo degrado? Alice Santosuosso (Napoli)
Niente di più e niente di meno di ciò che succede da decenni: un intreccio sempre più vasto e articolato tra illegalità e legalità. Il fatto nuovo non è l’esplosione di violenza, ma come Napoli, coi suoi problemi annosi, sia attraversata dal mondo e stia dilagando per il mondo.

 

Cara Elena Ferrante che bella opportunità, questa che ci viene offerta dalla sua casa editrice: scriverle e ascoltare per radio le sue risposte. Ne approfitto all’istante, perché un filo invisibile ci lega in un progetto narrativo che lei risolve con le parole io invece con le immagini. Le molecole sospese, quelle che danno agli artisti la possibilità della percezione devono essersi appoggiate, su di noi o almeno su certi temi, allo stesso modo. Tempo fa, quando la mia esperienza di mamma supplente si apriva nel suo pieno processo di responsabilità trasformando la mia solidarietà in impegno effettivo, ho sentito il bisogno di raccontare. Fare da madre e non essere madre, sentirsi divisa fra volontà e paura, sola e nessuna categoria d’appartenenza. Mi guardavo attorno e ripescavo nella memoria la mia infanzia e il rapporto con mia madre. Cercavo immagini per dare una struttura narrativa, che solo ora dopo “La figlia oscura” mi appare chiara, alle logiche scenografiche che giorno per giorno si componevano sui fogli. Tutto è partito dalle foto, dalle fotografie in bianco e nero che si facevano al mare. Sulla sabbia ho composto le scene. Bambine sedute in pose anni ’50, Barby sepolte fra palette e secchielli, Barby mamme grandi e colorate come totem di plastica, bambine che avanzano, bambine che suonano piani di sabbia. Piani, primi piani, programmi d’azione. Per un anno intero non ho fatto altro, moltissimi disegni, un po’ in tutte le tecniche, lavori illustrativi, graficamente passabili ma artisticamente imbarazzanti perché raccontavano il mio disagio. Produrre immagini come terapia per riprovare a crescere. Figlie oscure senza mamme e mamme bambole nascoste nella sabbia. L’altro giorno ho riaperto la cartella e ho capito che quei lavori erano il mio modo di affrontare il tema della maternità e tutte quelle mie bambole (sepolte nella sabbia, mamme o amiche, sorelle) sono come i personaggi del suo libro. La bambola, Leda, Elena, Nina, Marta, Bianca …. Con infinita stima, Miriam
Cara Miriam non credo che sul piano artistico ci sia mai qualcosa di imbarazzante. È lei, persona privata, che dopo la fase dell’espressione artistica, si ritrova con se stessa, con la sua normalità, e ha un’impressione di impudicizia. In questo la capisco e la sento vicina. Sono interessata a questo suo manipolare bambole e sabbia. Se vuole, mi invii qualche foto. So poco della simbologia delle bambole, ma mi sono convinta che esse non sono solo la miniaturizzazione dell’essere figlie. Le bambole ci sintetizzano come donne, in tutti i ruoli che il patriarcato ci ha assegnato. Se le ricorda le bambolesuore della futura monaca di Monza? A me interessava raccontare come reagisce oggi una donna colta, “nuova”, a stratificazioni simboliche di lunga data.

 

Gentile signora Ferrante, le scrivo dopo aver letto l’intervista che ha concesso a Repubblica. Di suo, sinora, ho letto solo “I giorni dell’abbandono”, scegliendo in una fase successiva di vedere il film. E come spesso capita, il passaggio da una arte all’altra mi ha lasciata insoddisfatta… nonostante la buona riuscita della pellicola, mi sono sentita orfana della sua scrittura. Come tutti, ignoro il suo vero nome, e persino il suo sesso. E ammetto che ne sono felice. Non è solo che in questo modo lei si è garantita la libertà di tutelare la sua intimità, riuscendo ancora di più a scavare nelle sue storie, come ha spiegato. Questa sua scelta garantisce anche noi lettori, ai quali lei parla da “autore assoluto”, facendo cambiato quello che c’è da cambiare quello che hanno fatto Battisti e Mina… Sgomberato il campo dal carico oneroso dell’immagine, rimane per noi “solo” quello che lei scrive. “Solo” su questo dobbiamo concentrarci. Ed è davvero tanto in un mondo nel quale immagini e notorietà schiacciano contenuti e identità. Mentre leggevo “I giorni dell’abbandono” (libro di cui mi sono ritrovata un paio di mesi fa a parlare con una collega, reduce dal naufragio del matrimonio per adulterio di lui, e con una donna ovviamente più giovane) anche la sua scrittura mi è sembrata “assoluta”. A volte difficile e dura, in quel suo essere tesa e analitica, ma sempre e solo “assoluta”. Se lei è una donna, in lei l’emotività non si trasforma in piagnisteo sentimentalista. Se lei è un uomo, è riuscito a comprendere e a descrivere senza fuorvianti pietismi sessisti. Per me, mamma di una bimba di tre anni, moglie a volte schiacciata da una routine stressante, figlia Cassandra incompresa, giornalista non in carriera, donna ormai sopra i quaranta ma alla perenne ricerca di equilibrio e identità, sono state particolarmente importanti le riflessioni sul periodo in cui la protagonista svezzava i figli, sull’odore delle pappe e del latte che si appiccica alle carni, al punto da esserne una opprimente emanazione. Le sono grata per quello che ha scritto, per tante ragioni, troppo lunghe e noiose perché le spieghi. E in realtà non credo neanche che ce ne sia bisogno che lei sia donna o uomo, solo figlia/o o anche madre/padre. Della sua intervista ho amato particolarmente la parte finale, quella relativa a Napoli. Non so se realmente lei sia nata/o nel capoluogo campano, o se l’abbia deliberatamente eletto a terra madre per una scelta di campo. Ma da meridionale sono originaria di Bari apprezzo il grande rispetto verso quella terra e le sue “emergenze”. Nei giorni in cui tenevamo la triste contabilità dei morti ammazzati, si sparava e uccideva anche a Milano e nell’hinterland, e nessuno si è sognato di parlare di emergenza per quegli omicidi. Una ventina di anni fa ero negli Stati Uniti conobbi un giovane palermitano. Insegnavo italiano agli studenti di un college, e invitai quel ragazzo a parlare con loro di Palermo, e quindi anche della mafia. “La mafia non è una accolita di siciliani ignoranti con la coppola e la lupara. È una multinazionale, che fa affari e muove capitali al sud come al nord come al centro, come all’estero” raccontò ai miei studenti. Non so cosa sia restato in quei giovani americani di quella “lezione”. So che ci penso ogni volta che mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, e soprattutto gli arresti di latitanti eccellenti invadono le nostre cronache. Perché pochi riescono a parlare del nostro sud ma dovrei dire di tutti i “sud” resistendo alla tentazione di dipingere se stessi con sfumature bucoliche in un folkioristico quadretto sudista che certifichi apertura mentale e non convenzionalismo (“amo il sud, e quindi sono di ampie vedute”). E anche per questo dalla sua intervista ho ricevuto in modo più urgente l’impulso a leggere il libro di Saviano… Per il resto, la ringrazio per averci regalato, negli attimi sospesi dei suoi romanzi, parole ricche di senso e contenuto. Mafalda Caccavo
Cara Mafalda, la ringrazio molto per la sua lettera. Mi piace questo suo ragionare col “se” e col doppio pronome. Io credo che bisognerebbe fare così con tutti gli autori di libri. Non penso tuttavia che sia possibile un “autore assoluto”. Di assoluto a questo mondo non c’è niente, nemmeno nel fondo più fondo della nostra biologia. Naturalmente la differenza sessuale è decisiva e io so che i miei libri non possono essere che femminili. Ma so anche che non è concepibile un’assolutezza femminile (o maschile). Siamo vortici di detriti, trombe d’aria che trascinano frammenti di provenienza storica la più diversa. Questo ci fa meno male incoerenti, complessi, non riducibili a uno schema senza che molto, moltissimo, resti fuori. I racconti tanto più sono efficaci, quanto più sono parapetti da cui si può guardare quello che resta fuori.

Fu tra i pochi ad avere la possibilità di guardare le cose da entrambi i lati della frattura in cui le sue eroine finivano per sparire Ang Lee
A soli ventitré anni l’autrice cinese aveva già scritto il suo capolavoro: “La storia del giogo d’oro” esce ora da Rizzoli, tradotto per la prima volta. È una trasfigurazione dei drammatici contrasti famigliari tra i quali Zhang Ailing è cresciuta: sua madre, infatti, ancora prima di pretendere il divorzio fuggì in Inghilterra dal marito diviso tra l’oppio e le sue concubine
Tommaso Pincio

Una scrittrice leggendaria, così viene solitamente definita Zhang Ailing. È sufficiente una scorsa veloce ai suoi ritratti fotografici per farsi un’idea del perché. Le studiate posture che è solita assumere davanti all’obiettivo sono chiaramente quelle di una donna fin troppo consapevole della sua naturale eleganza. Ma è altrettanto palese che, malgrado il modo impeccabile di acconciarsi, in Zhang Ailing c’è qualcosa che non va. Lo sguardo punta quasi sempre altrove, il sorriso è sempre solo accennato e tirato, l’espressione del volto, velata da un’ombra appena percettibile di diffidenza, la fa sembrare distante. Dà l’impressione di una persona che per qualche ragione si è prematuramente indurita, e ciò non fa che accrescerne il fascino.
Infanzia e prima giovinezza furono tutt’altro che facili. Zhang Ailing nacque all’inizio dei ruggenti anni Venti del secolo scorso in una Shanghai che somigliava ogni giorno di più a una città occidentale. Aveva antenati importanti. Suo nonno paterno era figlio di un influente statista della corte dei Qing. Sua madre proveniva invece da una ricca famiglia dello Hubei, una regione della Cina centrale. In casa tirava però una brutta aria; quando la piccola Zhang aveva appena cinque anni e si chiamava ancora Ying – in Cina i nomi non sono per tutta la vita -, sua madre partì per l’Inghilterra non tollerando la passione del marito per oppio e concubine. Fece ritorno quattro anni più tardi, ma le reiterate e mai mantenute promesse del marito di cambiare registro resero inevitabile il divorzio.
Dalla vita al romanzo
Nonostante la forte opposizione paterna, la madre fece in modo che la piccola Zhang frequentasse una delle più prestigiose scuole occidentali per ragazze di Shanghai, e le diede un nome inglese, Eileen, che trascritto in cinese sarebbe diventato poi Ailing. Fu proprio durante il liceo che la giovane rivelò il suo eccezionale talento letterario. Nel 1939 lo scoppio della guerra le impedì di completare gli studi a Londra come sperava. Fu obbligata a optare per l’università di Hong Kong dove ottenne comunque importanti riconoscimenti e condusse una vita ricca di stimoli. Ma con una madre fuggita a Singapore e un padre tirannico e perso tra i fumi dell’oppio, Zhang Ailing non poteva che guardare con sfiducia alle relazioni di coppia; questo suo cupo pessimismo la porterà fin da subito a scrivere amare storie d’amore.
A soli ventitré anni, la ragazza aveva già partorito il suo capolavoro nonché uno dei racconti più belli della letteratura cinese in assoluto. La storia del giogo d’oro (pubblicato ora per la prima volta in Italia da Rizzoli, traduzione, note e postfazione di Alessandra Cristina Lavagnino, pp. 139, Euro 8,60) è chiaramente una trasfigurazione dei drammatici contrasti famigliari tra i quali l’autrice è cresciuta. Vi si narra di come la bella Qiqiao, resa sempre più perfida dalle circostanze e soprattutto dalla sua insofferenza, trascini se stessa e chi le è accanto verso una infelicità senza rimedio.
In principio Qiqiao è una modesta ragazza di campagna disposta a sposare un uomo gravemente malato e a fargli da balia pur di entrare in una ricca famiglia di Shanghai. La giovane è convinta che dopo qualche anno di sacrificio otterrà quel che lei vuole, la ricchezza. Qiqiao fatica però a integrarsi in un ambiente sociale che non le appartiene. I modi bruschi e la mancanza di tatto sono poco graditi in una famiglia dove vigono ancora i complessi rituali gerarchici della Cina tradizionale.
Qiqiao si convince così che in casa nessuno la comprende né apprezza i suoi sacrifici di donna sposata a un mezzo invalido. “Chi mai mi è stato grato? Chi mi ha reso la metà di quel che ho fatto?” – si domanda. Cerca di sedare la rabbia fumando oppio, ma è troppo inquieta perché un simile rimedio possa bastare a placarla. Trascorre quindi il suo tempo facendo dispetti e seminando veleno, in un’infinità di piccole vendette domestiche su chiunque ritenga responsabile delle sue sofferenze, e siccome la felicità altrui è per lei fonte di dolore, presto o tardi tutti i membri della famiglia vengono individuati come responsabili. Con la morte del marito, giunge il momento in cui Qiqiao capisce di non avere più alcuna speranza di ottenere quel per cui si è sacrificata. Ora non le rimane altro che vivere per fare del male al prossimo. Dai semplici dispetti passa a ordire morbose e crudeli trame ai danni dei figli affinché non possano mai affrancarsi dalla sua nefasta influenza.
Il lento scivolare di Qiqiao verso la più lucida e nera delle follie copre un arco di decenni che Zhang Ailing condensa però in cento pagine scarse. In più di un’occasione, il passaggio da un paragrafo all’altro segna un salto di anni nell’esistenza di questa indimenticabile dark lady. Tuttavia il racconto mantiene una pacata e strana continuità. Nonostante il racconto inghiotta grosse fette di tempo in poche righe, la scrittura rimane comunque composta e attenta ai dettagli più minimi, quasi si apprestasse a descrizioni destinate a protrarsi per pagine e pagine. È un contrasto efficace e che rende con estrema vivezza il perverso percorso che porta Qiqiao a bruciare la propria esistenza in un’insensata e grande vendetta, fatta di minuscole perfidie quotidiane. Che passino dieci anni o un giorno, per lei non fa differenza. A parte qualche ruga in più, Qiqiao è sempre uguale a se stessa, sempre chiusa in casa ad accanirsi sugli altri, sempre prigioniera del proprio rancore.
Desolazione, una parola chiave
Con La storia del giogo d’oro e altre novelle di tenore analogo, la giovane scrittrice conosce un immediato successo. Siamo nei primi anni Quaranta: la guerra dilaga, Hong Kong cade nelle mani dei giapponesi, lo scontro tra la Cina millenaria e la modernità occidentale si fa intenso. Cresciuta con un padre tenacemente ancorato alle tradizione e una madre cosmopolita, Zhang Ailing è l’interprete perfetta delle ansie del periodo. “Un giorno la nostra civiltà, magari sublimata oppure svanita, apparterrà comunque al passato. E se la parola che uso più sovente è ‘desolazione’ è a causa di questa diffusa minaccia che grava come sfondo sui nostri pensieri”.
Nel 1944 la scrittrice sposa Hu Lancheng, un uomo del quale è fortemente innamorata malgrado sia considerato un traditore per via delle sue simpatie verso i giapponesi. Il destino sembra però voler dare ad Ailing una ragione in più per non fidarsi dell’amore. Lancheng si concede una scappatella dietro l’altra e dopo soli tre anni il matrimonio finisce. Tracce di questa relazione si ritrovano nel racconto di amore e spionaggio Lust, Caution che il regista Ang Lee sta per portare sul grande schermo, tornando così a realizzare un film di ambientazione cinese dopo tante pellicole americane come Hulk e I segreti di Brokeback Mountain (il racconto verrà pubblicato in Italia il prossimo anno sempre da Rizzoli).
L’avvento della Repubblica Popolare trova Zhang Ailing ancora nella sua amata Shanghai, ma la nuova Cina di Mao si attaglia decisamente poco al marcato individualismo della donna. Dopo un breve periodo a Hong Kong, durante il quale un ente governativo americano le commissiona due romanzi da usare come propaganda anti-comunista, nel 1955 lascia per sempre la madrepatria ed emigra negli Stati Uniti. A New York incontra e sposa lo sceneggiatore Ferdinand Reyer che di lì a pochi anni rimarrà paralizzato in seguito a un infarto.
All’inizio degli anni Settanta, dopo la morte del secondo marito, si stabilisce a Los Angeles alternando l’attività di scrittrice a quella di sceneggiatrice per il cinema di Hong Kong. Riscrive inoltre in inglese i suoi racconti di gioventù e al contempo si dedica alla traduzione di uno dei più importanti romanzi della letteratura cinese, Haishangua liezhuan, un imponente affresco del quartiere del piacere di Shanghai, scritto sul finire dell’Ottocento da Han Bangqing. Attraverso le storie di varie prostitute e dei loro clienti, l’autore – egli stesso assiduo frequentatore di bordelli – scandaglia la complessa natura di un mondo regolato dalla simulazione, dove il desiderare e l’essere desiderati è più una schermaglia da palcoscenico che un’avventura di autentica passione.
Laddove Anna Karenina, Emma Bovary e le altre eroine dell’Ottocento europeo sono reali e credibili perché la loro passione rimane schiacciata tra i doveri coniugali e l’adulterio, le prostitute di Han Bangqing sono state invece addestrate a incarnare l’ideale femminino dell’incostanza. Il loro lavoro è quello di ricordare agli uomini la volubilità dei sentimenti amorosi, il che ne fa, sotto certi aspetti, personaggi più reali e credibili delle loro colleghe europee. Queste donne e i loro commerci sono inoltre l’anima di Shanghai. Chiamata spesso la “puttana d’Oriente”, la città ha un peso determinante nel confronto tra realtà e desiderio. Coi suoi mille volti, Shanghai appare misteriosa e seducente. Può tuttavia rivelarsi fatale e pericolosa non soltanto per le centinaia di sprovvedute ragazze che, accorse dalle campagne, precipitano in un abisso senza ritorno, ma per chiunque. Lo stesso Han Bangqing era un immigrato rimasto irretito dalla magia lussuriosa di questo mondo a parte della Cina dove denaro, amore, potere, corpi umani e beni materiali possono costituire merce di scambio di un unico grande commercio. Del resto, vorrà pur dire qualcosa se ancora oggi l’espressione inglese Shanghai woman è sinonimo di prostituta.
Come nota Zhang, lo stile è tutt’altro che sensuale, ed è proprio questa qualità a rendere il romanzo unico nel suo genere nonché una sorta di anticipazione di quel realismo psicologico che nei decenni diverrà uno dei segni prevalenti della narrativa; qualcuno ha perfino parlato di un Ulysses cinese. Ciò nonostante il libro non ha mai conosciuto una grande diffusione, forse per via del fatto che molte parti sono scritte in dialetto e dunque incomprensibili per gran parte dei cinesi. Zhang Ailing cerca di porvi rimedio traducendo queste parti in mandarino, nel frattempo si dedica a un progetto ancora più ambizioso, tradurlo anche in inglese. L’impresa non è sicuramente di poco conto, considerata anche la ragguardevole mole del libro. Nel 1982 due dei sessantaquattro capitoli appaiono su una rivista letteraria di Hong Kong. Poi più nulla. Zhang Ailing muore senza dare più notizie della traduzione che viene così data per incompiuta e perduta per sempre.
Qualche anno dopo, rovistando tra le sue carte spunta un manoscritto che necessita di essere rivisto. Se ne prendono cura in molti, prima fra tutti Eva Hung, e nel settembre dello scorso anno il romanzo approda finalmente nelle librerie americane con il titolo The sing-song girls of Shanghai (Columbia University Press, pp. 554, $ 29,50).
L’angelo caduto della letteratura cinese
Com’è facile immaginare, nella Cina maoista l’opera di Zhang Ailing fu giudicata incompatibile con gli ideali “rivoluzionari”, rimanendo così bandita per lungo tempo. Ma i tempi cambiano in ogni angolo del pianeta; nel 1984 venne ristampata proprio La storia del giogo d’oro e fu un successo immediato. In fondo, non avrebbe potuto essere altrimenti: la Cina di fine millennio era un paese dove vivevano anime contrapposte, simile alla Shanghai di Zhang Ailing, la prima città moderna del “paese di mezzo”. Il regista Ang Lee ritiene che “la lingua di Zhang Ailing, affilata come la lama di un coltello, abbia aperto una enorme frattura nella cultura cinese tra il patriarcato classico e la nostra inquieta modernità. Fu una dei pochi, all’epoca, ad avere la possibilità di guardare le cose da entrambi i lati di questa frattura in cui le eroine dei suoi racconti finivano spesso per sparire. Zhang Ailing è l’angelo caduto della letteratura cinese”.
Questa riscoperta lasciò però indifferente la diretta interessata, ormai sempre più chiusa in se stessa. Trascorrerà la parte finale della sua vita lontano da tutto e tutti, in una reclusione tanto estrema da farle guadagnare l’epiteto di Greta Garbo della letteratura cinese. Diventata una leggenda, Zhang Ailing venne trovata morta l’8 settembre 1995 nel suo appartamento di Los Angeles. Dopo la cremazione senza alcun rito funebre, le sue ceneri vennero sparse nell’Oceano Pacifico poiché queste erano le sue ultime volontà. Su un quotidiano apparve il seguente necrologio: “Non ci sono superstiti”.