Anna Maria Diciommo
Caro Gramsci,
sono stata invitata a dirti perché mi piaci.
Ecco, trovo incantevole la passione che metti nei tuoi pensieri, l’amore che hai per essere fedele al filo conduttore che ti passa per la testa. Mi piace il desiderio che traspare ovunque quando ti soffermi sviscerando e raccontando ogni sfumatura di ogni parte del tuo scrivere. Come cerchi e tieni insieme ogni contesto, tutti i risvolti e livelli di lettura presenti ovunque nelle tue riflessioni, perché potrebbero sfuggire o non essere abbastanza chiari. Passare attraverso il tuo pensiero mi lascia piena di tante “quistioni”. Mentre percorro la lettura dentro di me incomincia a vivere oltre al tuo modo di ragionare anche la struttura ogni pensiero e la vita. TU Gramsci scandagli con passione e competenza tutto quanto conosci. Lo fai da maestro per convincermi e come compagno di percorso, usando un gran lodevolissimo linguaggio (veramente volevo scrivere gradevolissimo e va bene così). Procedendo lungo la lettura mi accorgo che il farlo è diventato un atto meditativo. Imparo a capire come si possa andare in profondità, mi stupisco perché sono capace di cogliere l’essenziale, e sono felice di assaporare una moltitudine di sfumature.
Ti trovo candido e ammirevole quando mi sai comunicare la tua anima anche se non capisco il titolo che è stato dato all’antologia che mi è stata consigliata. Certo è una frase che si trova in un tuo testo. Perché il mondo dovrebbe apparirmi terribile con la presenza di una creatura passionalmente deliziosa come te? “Nel mondo grande e terribile”, a me non piace molto. Questo mondo mi ha permesso di conoscerti. Certo stare al mondo costa caro, a te è costato parecchio. Sei stato allontanato dalla tua donna e anche vilipeso, per secondi fini?… Eppure tu non hai avuto un momento di stizza per questa profonda ingiustizia e per questo mi trovi completamente dalla tua parte.
Appunto sono al dunque: ho il rammarico di non averti sentito pronunciare l’Altra che trapela pochissimo in questo magnifico contesto. Tu sei un grande, vuoi sempre e comunque arrivare al cuore dei tuoi lettori, fai di tutto per convincerli come padre di pensieri nuovi ma ti sei fermato troppo
presto, subito dopo aver detto che solo per il contatto con i “semplici” una filosofia “si fa “vita”” (pag. 244). Dici solo questo, e le donne? Con la vita le donne c’entrano. Certo la tua compagna era altrove,
per cui con chi potevi confrontarti se non ti era possibile parlare e ascoltare l’altra metà dell’umanità? Secondo me te l’hanno allontanata con questo proposito.
Quando ti avvicini al terreno del pensiero femminile fai subito una virata e torni “agli strati colti dell’umanità” (pag. 245). Dici anche “rendere politicamente possibile un progresso intellettuale di
massa e non solo di scarsi gruppi intellettuali”, ma non ti rendi conto che in questa zona bassa ci sono anch’io? E quando mi nomini? Ho aspettato ma non mi trovo, eppure avresti semplificato la Vita nominandomi e passando attraverso i miei pensieri, ci avresti dato una mano e forse saremmo già in un mondo in cui il paradiso è la porta accanto perchè la volontà è sufficiente a spalancarLa. Come esprimeresti questo pensiero? Vedi, stranamente sono io a stuzzicare te. Mi dispiace non averti trovato anche dove avrei voluto. Forse sei nato troppo presto, per darci una mano. Eppure un esempio illustre ha preso posizione. Pensa un po’ che per venire al mondo ha chiesto il consenso assenso di Maria. Ha voluto il suo Sì, dopo che un Angelo si è inginocchiato davanti a LEI. Nella sua breve vita era circondato dall’alone femminile, amava la loro compagnia, aveva per loro parole affettuose, piene di vita e resurrezione. Figurati gli andavano bene anche le puttane perché i suoi occhi trasformano
e rigenerano ogni vita, grazie all’amore e la compassione. Ti sei ingrippato con il concetto di “massa” che a me dà fastidio, ti sarebbe stato utile avere la presenza di donne per non scambiare la tartaruga con
il suo guscio. Avresti beneficiato di pareri e competenze complementari. Cerco d’immaginare questa realtà: i tuoi doni messi al servizio del sapere quotidiano. Mi sembra un potenziale straordinario. Grazie comunque. Baci
Perché i suoi personaggi sono donne sofferenti? Eva.
Cara Eva, il dolore di Delia, Olga, Leda è il frutto di una delusione. Ciò che si aspettavano dalla vita – sono donne che hanno cercato di rompere con la tradizione delle loro madri e delle loro nonne – non arriva. Arrivano invece vecchi fantasmi, gli stessi con cui hanno dovuto fare i conti le donne del passato. La differenza è che loro non li subiscono passivamente. Si battono invece con tutte le loro energie e ce la fanno. Non vincono, ma semplicemente vengono a patti con le proprie aspettative e così trovano nuovi equilibri. Io non le sento come donne sofferenti, ma come donne combattenti.
Sono semplicemente innamorata della sua scrittura, non ho curiosità sulla sua persona perché io conosco di lei quel che mi interessa: quello che risuona fra noi attraverso le parole dei suoi racconti. Io so che è donna perché nelle sue pagine sente, soffre e si tortura una donna; un uomo al massimo è in grado di capirle quelle pagine, non credo di scriverle, neppure quel camaleonte di Tolstoj che con la Karenina non ha fatto un cattivo lavoro. Io vorrei sapere: cosa legge, cosa le piace leggere? La conosce Paula Fox di “Quello che rimane”? È una scrittrice che mi piace quanto Lei, nelle sue storie c’è un’analoga, terribile, picevolissima suspence; la traduce in italiano, benissimo, un uomo: ecco al massimo capirei che lei fosse quell’uomo e che fosse rimasto intrappolato nelle sue atmosfere, un po’ alla “Zelig”. Saluti grati Cristiana
Cara Cristiana, la ringrazio per le parole incoraggianti. Mi ha colpito soprattutto una sua formula: “quello che risuona tra noi”. Anche a me piacciono i libri per quello che di loro risuona tra noi. Mentre scrivevo “La figlia oscura”, leggevo un vecchio racconto, “Olivia”, pubblicato da Einaudi nel 1959 e tradotto da Carlo Fruttero. Il racconto è uscito anonimo nel 1949, dalla Hogarth Press di Londra. Anche se non sappiamo niente di chi l’ha scritto, a me pare che abbia pagine di buona risonanza e glielo consiglio. Quanto a “Quello che rimane” di Paula Fox, la ringrazio per l’accostamento ma è troppo generosa. “Quello che rimane” è un libro che amo per la sua intensità narrativa. Dalla sua ricchezza di senso mi sento molto lontana.
Carissima Elena Ferrante, ho letto “I giorni dell’abbandono” e potrei dire che lei è donna in quanto ci si sente proprio così quando si viene abbandonate da quegli esseri senza cuore che sono gli uomini, tuttavia potrebbe essere anche un uomo perché ce ne sarà pure uno consapevole del male che fa e penso al grande Tolstoj della “Sonata a Kreutzer”: complimenti in ogni caso, ci sveli se vuole l’enigma o sennò l’arte è superiore in ogni caso
sua Mariateresa Gabriele
Cara Mariateresa, la ringrazio per aver letto “I giorni dell’abbandono”. Non credo che l’arte, come lei dice, possa prescindere dall’artefice. Credo anzi che chi scrive finisca, che lo voglia o no, interamente nella sua scrittura. L’autore c’è sempre ed è nel testo, che perciò ha tutto il necessario per risolvere gli enigmi che contano. Quelli che non contano è inutile porseli.
Cari amici di Fahreneit, vi scrivo per segnalarvi una circostanza quanto meno singolare, in relazione alla protagonista Leda dell’ultimo libro di Elena Ferrante, “La figlia oscura”, che ancora non ho letto, ma che mi sarà presto regalato. Ebbene, io vivo a Napoli, mi chiamo Leda, sono laureata in inglese (insegno e traduco), sono divorziata da alcuni anni e ho due figli, ormai adolescenti. Mi è sorto un dubbio, la misteriosa Elena (che secondo la mitologia è figlia di Leda ) è forse qualcuno che mi conosce? Con simpatia e stima, Leda
Cara Leda, che dirle? Chi scrive un racconto spera che le lettrici e i lettori trovino motivo di identificazione non solo nei dati anagrafici dei personaggi. Quando avrà letto il libro, mi scriva e mi dica se le affinità con la mia Leda hanno varcato la soglia del nome. Ci tengo, visto che lei è una lettrice che promette di dare molta soddisfazione. In poche parole tra parentesi ha fatto un’osservazione per me importante. Ho scelto il nome Leda non casualmente. Leda – lo sanno soprattutto gli studenti di liceo e i pittori – è la ragazza a cui Zeus si unisce sotto forma di cigno. Ma se le lettrici e i lettori interessati vanno a vedere, per loro divertimento, nel terzo libro della Biblioteca di Apollodoro (è un volume Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla), scoprono che, in una versione meno nota del mito, Leda è al centro di una complicata, moderna vicenda di maternità. La vicenda è la seguente. Zeus si sarebbe unito in forma di cigno non a Leda ma a Nemesi, che per sfuggirgli si era mutata in oca. “Dall’unione” sintetizza Apollodoro “Nemesi partorì un uovo che un pastore trovò nei boschi e portò in dono a Leda; Leda lo custodì in un’urna e, a tempo debito, nacque Elena che lei allevò come sua figlia”. Questa Leda e questa Elena, la sua figlianon figlia, mi hanno suggerito i nomi di due dei personaggi della “Figlia oscura”. Se leggerà, vedrà.
Di Elena Ferrante ho letto “L’amore molesto”, “I giorni dell’abbandono”, “La frantumaglia”. Diversi per struttura ideativa e composizione tecnica, dei due romanzi ho amato moltissimo “I giorni dell’abbandono”, per la scrittura spigolosa e appuntita. Scarnificare la lingua significa, per la Ferrante, scarnificare i concetti dove ridurre all’osso non equivale, tuttavia, ad una semplificazione ma ai risultati di una accurata analisi introspettiva, che lascia sospese per la riflessione le questioni di fondo: la solitudine, l’elaborazione del dolore, l’amore. In questo esercizio di feroce, inesausta ricerca di senso, la scrittura scolpisce stati d’animo e sentimenti, esibendone contraddizioni e ambiguità. Alcune domande: cosa legge Elena Ferrante? Quale il suo rapporto con i classici, la tragedia greca in particolare? Cosa pensa del rapporto letturascuola? Grazie Roberta Costantini
Cara Roberta, la ringrazio per le buone parole. Sono stata una lettrice accanita e ho scritto parecchio sul mondo classico da ragazza, per mio piacere e per motivi di studio. Nei tragici, specialmente in Sofocle, trovo sempre qualcosa, anche poche parole, che mi accendono la fantasia. Quanto al rapporto della scuola con la lettura so poco o niente. Dal mio osservatorio di madre posso dire che conta molto la sensibilità degli insegnanti. Un insegnante che non ama la lettura comunicherà quel disamore anche se si rappresenta, davanti ai suoi alunni, come un accanito lettore.
Gentile Scrittrice Elena Ferrante, non ho letto i suoi libri, pertanto immagino che la sua scrittura sia importante, piacevole e valida, dai films che ho visto che mi sono piaciuti, oltre che per la validità di detti films, per le problematiche che sollevano. Raramente ho letto analisi così profonde sui sentimenti e l’interiorità di noi donne. La nostra sofferenza interiore viene congedata con una frase offensiva :”Isteria”. Su ciò che provoca l’isteria, silenzio assoluto. La ringrazio per aver illuminato il nostro sottosuolo che, sono sicura, ci aiuterà a crescere e a farci rispettare. Io mi riconosco in ciò che lei porta in superficie. Anch’io, quando i miei figlioli (un maschio 48enne una femmina 42enne), se ne sono andati per la loro strada, ho incominciato a vivere e ad apprezzare l’azzurro del cielo. Lo stesso è stato quando ho preso coscienza che l’amore per mio marito non aveva ragione di essere. Al pari di Olga, dopo il dolore e il precipitare nell’abisso della sofferenza, ho compiuto i primi passi nell’autostima. Mi dispiace un po’ che lei abbia deciso di non palesarsi, qualcuno ha insinuato che dietro al suo anonimato ci sia un uomo, Goffredo Fofi. Sono fermamente convinta che quando ci si può guardare negli occhi tutto diventa più tangibile. La mia stima, sugli argomenti che lei tratta, non cambierà qualsiasi sia la sua corporalità. Ora che fahrenheit ha attirato la mia attenzione su di lei, leggerò i suoi scritti, in definitiva è ciò che conta. Cordiali saluti
Il corpo è tutto quello che abbiamo e non bisogna sottovalutarlo. I film che ha visto sono appunto, letteralmente, un “dare corpo” a ciò che c’è nella scrittura dei libri. Sono convinta, però, che una pagina abbia in potenza più corpo di un film. Bisogna attivare tutte le nostre risorse corporali di scrittori e di lettori per farla funzionare. Scrivere e leggere è un grande investimento di corporalità. Nella scritturalettura, nel comporre segni e nel decifrarli, c’è un coinvolgimento del corpo che gareggia solo con la scrittura della musica.
Grazie Elena, con i tuoi libri, soprattutto l’ultimo, sei riuscita a chiarire, a colmare, anche solo per un attimo, facendoci sentire meno sole, i vuoti delle vite di noi donne, madri, figlie e lavoratrici di questo tempo ingrato. Anche il mio compagno ha amato molto il tuo libro che ci ha dato spunto per riflettere ancora una volta su aspetti a volte confusi, altre incoffessabili dell’esistenza. Elisabetta
Cara Elisabetta, la ringrazio per il verbo “colmare”, è bello se usato per dire un effetto della lettura. Un libro per me deve provare a incanalare materia viva, magmatica, e perciò non facilmente riducibile alle parole e a quel genere, fondamentale per la nostre esistenze, che è la confessione.
Cosa pensa Elena Ferrante di questioni sociali come l’eutanasia? Che posizione ha sul caso Welby? E, più in generale, non pensa che per un intellettuale (quindi anche per uno scrittore) sia importante (se non addirittura un dovere) la partecipazione al dibattito pubblico sui grandi temi della vita civile? Roberta, Genova
Cara Roberta, penso che quando restare in vita è puro dolore o, peggio ancora, è la negazione di tutto ciò che consideriamo vita umana, il colpo di grazia – potente espressione di generosità, se preso nella sua lettera – vada sancito come un diritto fondamentale. Le devo dire però che esprimermi così, in poche parole schematiche, su un tema delicatissimo mi pare frivolo. L’ho fatto in questa occasione, non lo farò più. Bisogna sicuramente partecipare alla vita pubblica, ma non ricorrendo a formule d’occasione oggi su un argomento, domani su un altro.
Tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, sono caratterizzati dal tema dell’abbandono, dei distacco, della separazione. È una sua ferita personale? Oppure ritiene che l’incapacità di stare insieme, di vivere un progetto comune, sia un tema forte, rappresentativo del nostro tempo? Dario Martella (Roma)
Caro Dario, io aderisco all’idea che bisogna scrivere di ciò che ci ha segnato a fondo. Tanto meglio, poi, se il racconto delle nostre ferite più insanabili cattura un po’ di quello che una volta si chiamava ampollosamente lo spirito del tempo.
Cara Elena Ferrante, siamo stati invitati a non fare domande sul tema della sua identità, ma la tentazione è forte. Aggiro il problema domandandoLe quale dei suoi tre romanzi è più autobiografico. In quale dei suoi personaggi (forse nell’ultimo, bellissimo, di Leda) si riconosce di più? Alberta
Cara Alberta, sento Delia, Olga e Leda, personaggi di finzione, come donne molto diverse tra loro, ma mi sento vicina a tutt’e tre, nel senso che ho con loro un rapporto intenso di verità. Credo che, nella finzione, si finga molto meno che nella realtà. Nella finzione diciamo, riconosciamo, di noi, ciò che per convenienza nella realtà tacciamo, ignoriamo.
Elena Ferrante, non so quanti anni abbia, né dove viva. Ma posso chiederle, secondo la sua esperienza, cosa sta succedendo alla mia (nostra?) città? A cosa si deve questa esplosione di violenza? E come si può arginare questo degrado? Alice Santosuosso (Napoli)
Niente di più e niente di meno di ciò che succede da decenni: un intreccio sempre più vasto e articolato tra illegalità e legalità. Il fatto nuovo non è l’esplosione di violenza, ma come Napoli, coi suoi problemi annosi, sia attraversata dal mondo e stia dilagando per il mondo.
Cara Elena Ferrante che bella opportunità, questa che ci viene offerta dalla sua casa editrice: scriverle e ascoltare per radio le sue risposte. Ne approfitto all’istante, perché un filo invisibile ci lega in un progetto narrativo che lei risolve con le parole io invece con le immagini. Le molecole sospese, quelle che danno agli artisti la possibilità della percezione devono essersi appoggiate, su di noi o almeno su certi temi, allo stesso modo. Tempo fa, quando la mia esperienza di mamma supplente si apriva nel suo pieno processo di responsabilità trasformando la mia solidarietà in impegno effettivo, ho sentito il bisogno di raccontare. Fare da madre e non essere madre, sentirsi divisa fra volontà e paura, sola e nessuna categoria d’appartenenza. Mi guardavo attorno e ripescavo nella memoria la mia infanzia e il rapporto con mia madre. Cercavo immagini per dare una struttura narrativa, che solo ora dopo “La figlia oscura” mi appare chiara, alle logiche scenografiche che giorno per giorno si componevano sui fogli. Tutto è partito dalle foto, dalle fotografie in bianco e nero che si facevano al mare. Sulla sabbia ho composto le scene. Bambine sedute in pose anni ’50, Barby sepolte fra palette e secchielli, Barby mamme grandi e colorate come totem di plastica, bambine che avanzano, bambine che suonano piani di sabbia. Piani, primi piani, programmi d’azione. Per un anno intero non ho fatto altro, moltissimi disegni, un po’ in tutte le tecniche, lavori illustrativi, graficamente passabili ma artisticamente imbarazzanti perché raccontavano il mio disagio. Produrre immagini come terapia per riprovare a crescere. Figlie oscure senza mamme e mamme bambole nascoste nella sabbia. L’altro giorno ho riaperto la cartella e ho capito che quei lavori erano il mio modo di affrontare il tema della maternità e tutte quelle mie bambole (sepolte nella sabbia, mamme o amiche, sorelle) sono come i personaggi del suo libro. La bambola, Leda, Elena, Nina, Marta, Bianca …. Con infinita stima, Miriam
Cara Miriam non credo che sul piano artistico ci sia mai qualcosa di imbarazzante. È lei, persona privata, che dopo la fase dell’espressione artistica, si ritrova con se stessa, con la sua normalità, e ha un’impressione di impudicizia. In questo la capisco e la sento vicina. Sono interessata a questo suo manipolare bambole e sabbia. Se vuole, mi invii qualche foto. So poco della simbologia delle bambole, ma mi sono convinta che esse non sono solo la miniaturizzazione dell’essere figlie. Le bambole ci sintetizzano come donne, in tutti i ruoli che il patriarcato ci ha assegnato. Se le ricorda le bambolesuore della futura monaca di Monza? A me interessava raccontare come reagisce oggi una donna colta, “nuova”, a stratificazioni simboliche di lunga data.
Gentile signora Ferrante, le scrivo dopo aver letto l’intervista che ha concesso a Repubblica. Di suo, sinora, ho letto solo “I giorni dell’abbandono”, scegliendo in una fase successiva di vedere il film. E come spesso capita, il passaggio da una arte all’altra mi ha lasciata insoddisfatta… nonostante la buona riuscita della pellicola, mi sono sentita orfana della sua scrittura. Come tutti, ignoro il suo vero nome, e persino il suo sesso. E ammetto che ne sono felice. Non è solo che in questo modo lei si è garantita la libertà di tutelare la sua intimità, riuscendo ancora di più a scavare nelle sue storie, come ha spiegato. Questa sua scelta garantisce anche noi lettori, ai quali lei parla da “autore assoluto”, facendo cambiato quello che c’è da cambiare quello che hanno fatto Battisti e Mina… Sgomberato il campo dal carico oneroso dell’immagine, rimane per noi “solo” quello che lei scrive. “Solo” su questo dobbiamo concentrarci. Ed è davvero tanto in un mondo nel quale immagini e notorietà schiacciano contenuti e identità. Mentre leggevo “I giorni dell’abbandono” (libro di cui mi sono ritrovata un paio di mesi fa a parlare con una collega, reduce dal naufragio del matrimonio per adulterio di lui, e con una donna ovviamente più giovane) anche la sua scrittura mi è sembrata “assoluta”. A volte difficile e dura, in quel suo essere tesa e analitica, ma sempre e solo “assoluta”. Se lei è una donna, in lei l’emotività non si trasforma in piagnisteo sentimentalista. Se lei è un uomo, è riuscito a comprendere e a descrivere senza fuorvianti pietismi sessisti. Per me, mamma di una bimba di tre anni, moglie a volte schiacciata da una routine stressante, figlia Cassandra incompresa, giornalista non in carriera, donna ormai sopra i quaranta ma alla perenne ricerca di equilibrio e identità, sono state particolarmente importanti le riflessioni sul periodo in cui la protagonista svezzava i figli, sull’odore delle pappe e del latte che si appiccica alle carni, al punto da esserne una opprimente emanazione. Le sono grata per quello che ha scritto, per tante ragioni, troppo lunghe e noiose perché le spieghi. E in realtà non credo neanche che ce ne sia bisogno che lei sia donna o uomo, solo figlia/o o anche madre/padre. Della sua intervista ho amato particolarmente la parte finale, quella relativa a Napoli. Non so se realmente lei sia nata/o nel capoluogo campano, o se l’abbia deliberatamente eletto a terra madre per una scelta di campo. Ma da meridionale sono originaria di Bari apprezzo il grande rispetto verso quella terra e le sue “emergenze”. Nei giorni in cui tenevamo la triste contabilità dei morti ammazzati, si sparava e uccideva anche a Milano e nell’hinterland, e nessuno si è sognato di parlare di emergenza per quegli omicidi. Una ventina di anni fa ero negli Stati Uniti conobbi un giovane palermitano. Insegnavo italiano agli studenti di un college, e invitai quel ragazzo a parlare con loro di Palermo, e quindi anche della mafia. “La mafia non è una accolita di siciliani ignoranti con la coppola e la lupara. È una multinazionale, che fa affari e muove capitali al sud come al nord come al centro, come all’estero” raccontò ai miei studenti. Non so cosa sia restato in quei giovani americani di quella “lezione”. So che ci penso ogni volta che mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, e soprattutto gli arresti di latitanti eccellenti invadono le nostre cronache. Perché pochi riescono a parlare del nostro sud ma dovrei dire di tutti i “sud” resistendo alla tentazione di dipingere se stessi con sfumature bucoliche in un folkioristico quadretto sudista che certifichi apertura mentale e non convenzionalismo (“amo il sud, e quindi sono di ampie vedute”). E anche per questo dalla sua intervista ho ricevuto in modo più urgente l’impulso a leggere il libro di Saviano… Per il resto, la ringrazio per averci regalato, negli attimi sospesi dei suoi romanzi, parole ricche di senso e contenuto. Mafalda Caccavo
Cara Mafalda, la ringrazio molto per la sua lettera. Mi piace questo suo ragionare col “se” e col doppio pronome. Io credo che bisognerebbe fare così con tutti gli autori di libri. Non penso tuttavia che sia possibile un “autore assoluto”. Di assoluto a questo mondo non c’è niente, nemmeno nel fondo più fondo della nostra biologia. Naturalmente la differenza sessuale è decisiva e io so che i miei libri non possono essere che femminili. Ma so anche che non è concepibile un’assolutezza femminile (o maschile). Siamo vortici di detriti, trombe d’aria che trascinano frammenti di provenienza storica la più diversa. Questo ci fa meno male incoerenti, complessi, non riducibili a uno schema senza che molto, moltissimo, resti fuori. I racconti tanto più sono efficaci, quanto più sono parapetti da cui si può guardare quello che resta fuori.
Fu tra i pochi ad avere la possibilità di guardare le cose da entrambi i lati della frattura in cui le sue eroine finivano per sparire Ang Lee
A soli ventitré anni l’autrice cinese aveva già scritto il suo capolavoro: “La storia del giogo d’oro” esce ora da Rizzoli, tradotto per la prima volta. È una trasfigurazione dei drammatici contrasti famigliari tra i quali Zhang Ailing è cresciuta: sua madre, infatti, ancora prima di pretendere il divorzio fuggì in Inghilterra dal marito diviso tra l’oppio e le sue concubine
Tommaso Pincio
Una scrittrice leggendaria, così viene solitamente definita Zhang Ailing. È sufficiente una scorsa veloce ai suoi ritratti fotografici per farsi un’idea del perché. Le studiate posture che è solita assumere davanti all’obiettivo sono chiaramente quelle di una donna fin troppo consapevole della sua naturale eleganza. Ma è altrettanto palese che, malgrado il modo impeccabile di acconciarsi, in Zhang Ailing c’è qualcosa che non va. Lo sguardo punta quasi sempre altrove, il sorriso è sempre solo accennato e tirato, l’espressione del volto, velata da un’ombra appena percettibile di diffidenza, la fa sembrare distante. Dà l’impressione di una persona che per qualche ragione si è prematuramente indurita, e ciò non fa che accrescerne il fascino.
Infanzia e prima giovinezza furono tutt’altro che facili. Zhang Ailing nacque all’inizio dei ruggenti anni Venti del secolo scorso in una Shanghai che somigliava ogni giorno di più a una città occidentale. Aveva antenati importanti. Suo nonno paterno era figlio di un influente statista della corte dei Qing. Sua madre proveniva invece da una ricca famiglia dello Hubei, una regione della Cina centrale. In casa tirava però una brutta aria; quando la piccola Zhang aveva appena cinque anni e si chiamava ancora Ying – in Cina i nomi non sono per tutta la vita -, sua madre partì per l’Inghilterra non tollerando la passione del marito per oppio e concubine. Fece ritorno quattro anni più tardi, ma le reiterate e mai mantenute promesse del marito di cambiare registro resero inevitabile il divorzio.
Dalla vita al romanzo
Nonostante la forte opposizione paterna, la madre fece in modo che la piccola Zhang frequentasse una delle più prestigiose scuole occidentali per ragazze di Shanghai, e le diede un nome inglese, Eileen, che trascritto in cinese sarebbe diventato poi Ailing. Fu proprio durante il liceo che la giovane rivelò il suo eccezionale talento letterario. Nel 1939 lo scoppio della guerra le impedì di completare gli studi a Londra come sperava. Fu obbligata a optare per l’università di Hong Kong dove ottenne comunque importanti riconoscimenti e condusse una vita ricca di stimoli. Ma con una madre fuggita a Singapore e un padre tirannico e perso tra i fumi dell’oppio, Zhang Ailing non poteva che guardare con sfiducia alle relazioni di coppia; questo suo cupo pessimismo la porterà fin da subito a scrivere amare storie d’amore.
A soli ventitré anni, la ragazza aveva già partorito il suo capolavoro nonché uno dei racconti più belli della letteratura cinese in assoluto. La storia del giogo d’oro (pubblicato ora per la prima volta in Italia da Rizzoli, traduzione, note e postfazione di Alessandra Cristina Lavagnino, pp. 139, Euro 8,60) è chiaramente una trasfigurazione dei drammatici contrasti famigliari tra i quali l’autrice è cresciuta. Vi si narra di come la bella Qiqiao, resa sempre più perfida dalle circostanze e soprattutto dalla sua insofferenza, trascini se stessa e chi le è accanto verso una infelicità senza rimedio.
In principio Qiqiao è una modesta ragazza di campagna disposta a sposare un uomo gravemente malato e a fargli da balia pur di entrare in una ricca famiglia di Shanghai. La giovane è convinta che dopo qualche anno di sacrificio otterrà quel che lei vuole, la ricchezza. Qiqiao fatica però a integrarsi in un ambiente sociale che non le appartiene. I modi bruschi e la mancanza di tatto sono poco graditi in una famiglia dove vigono ancora i complessi rituali gerarchici della Cina tradizionale.
Qiqiao si convince così che in casa nessuno la comprende né apprezza i suoi sacrifici di donna sposata a un mezzo invalido. “Chi mai mi è stato grato? Chi mi ha reso la metà di quel che ho fatto?” – si domanda. Cerca di sedare la rabbia fumando oppio, ma è troppo inquieta perché un simile rimedio possa bastare a placarla. Trascorre quindi il suo tempo facendo dispetti e seminando veleno, in un’infinità di piccole vendette domestiche su chiunque ritenga responsabile delle sue sofferenze, e siccome la felicità altrui è per lei fonte di dolore, presto o tardi tutti i membri della famiglia vengono individuati come responsabili. Con la morte del marito, giunge il momento in cui Qiqiao capisce di non avere più alcuna speranza di ottenere quel per cui si è sacrificata. Ora non le rimane altro che vivere per fare del male al prossimo. Dai semplici dispetti passa a ordire morbose e crudeli trame ai danni dei figli affinché non possano mai affrancarsi dalla sua nefasta influenza.
Il lento scivolare di Qiqiao verso la più lucida e nera delle follie copre un arco di decenni che Zhang Ailing condensa però in cento pagine scarse. In più di un’occasione, il passaggio da un paragrafo all’altro segna un salto di anni nell’esistenza di questa indimenticabile dark lady. Tuttavia il racconto mantiene una pacata e strana continuità. Nonostante il racconto inghiotta grosse fette di tempo in poche righe, la scrittura rimane comunque composta e attenta ai dettagli più minimi, quasi si apprestasse a descrizioni destinate a protrarsi per pagine e pagine. È un contrasto efficace e che rende con estrema vivezza il perverso percorso che porta Qiqiao a bruciare la propria esistenza in un’insensata e grande vendetta, fatta di minuscole perfidie quotidiane. Che passino dieci anni o un giorno, per lei non fa differenza. A parte qualche ruga in più, Qiqiao è sempre uguale a se stessa, sempre chiusa in casa ad accanirsi sugli altri, sempre prigioniera del proprio rancore.
Desolazione, una parola chiave
Con La storia del giogo d’oro e altre novelle di tenore analogo, la giovane scrittrice conosce un immediato successo. Siamo nei primi anni Quaranta: la guerra dilaga, Hong Kong cade nelle mani dei giapponesi, lo scontro tra la Cina millenaria e la modernità occidentale si fa intenso. Cresciuta con un padre tenacemente ancorato alle tradizione e una madre cosmopolita, Zhang Ailing è l’interprete perfetta delle ansie del periodo. “Un giorno la nostra civiltà, magari sublimata oppure svanita, apparterrà comunque al passato. E se la parola che uso più sovente è ‘desolazione’ è a causa di questa diffusa minaccia che grava come sfondo sui nostri pensieri”.
Nel 1944 la scrittrice sposa Hu Lancheng, un uomo del quale è fortemente innamorata malgrado sia considerato un traditore per via delle sue simpatie verso i giapponesi. Il destino sembra però voler dare ad Ailing una ragione in più per non fidarsi dell’amore. Lancheng si concede una scappatella dietro l’altra e dopo soli tre anni il matrimonio finisce. Tracce di questa relazione si ritrovano nel racconto di amore e spionaggio Lust, Caution che il regista Ang Lee sta per portare sul grande schermo, tornando così a realizzare un film di ambientazione cinese dopo tante pellicole americane come Hulk e I segreti di Brokeback Mountain (il racconto verrà pubblicato in Italia il prossimo anno sempre da Rizzoli).
L’avvento della Repubblica Popolare trova Zhang Ailing ancora nella sua amata Shanghai, ma la nuova Cina di Mao si attaglia decisamente poco al marcato individualismo della donna. Dopo un breve periodo a Hong Kong, durante il quale un ente governativo americano le commissiona due romanzi da usare come propaganda anti-comunista, nel 1955 lascia per sempre la madrepatria ed emigra negli Stati Uniti. A New York incontra e sposa lo sceneggiatore Ferdinand Reyer che di lì a pochi anni rimarrà paralizzato in seguito a un infarto.
All’inizio degli anni Settanta, dopo la morte del secondo marito, si stabilisce a Los Angeles alternando l’attività di scrittrice a quella di sceneggiatrice per il cinema di Hong Kong. Riscrive inoltre in inglese i suoi racconti di gioventù e al contempo si dedica alla traduzione di uno dei più importanti romanzi della letteratura cinese, Haishangua liezhuan, un imponente affresco del quartiere del piacere di Shanghai, scritto sul finire dell’Ottocento da Han Bangqing. Attraverso le storie di varie prostitute e dei loro clienti, l’autore – egli stesso assiduo frequentatore di bordelli – scandaglia la complessa natura di un mondo regolato dalla simulazione, dove il desiderare e l’essere desiderati è più una schermaglia da palcoscenico che un’avventura di autentica passione.
Laddove Anna Karenina, Emma Bovary e le altre eroine dell’Ottocento europeo sono reali e credibili perché la loro passione rimane schiacciata tra i doveri coniugali e l’adulterio, le prostitute di Han Bangqing sono state invece addestrate a incarnare l’ideale femminino dell’incostanza. Il loro lavoro è quello di ricordare agli uomini la volubilità dei sentimenti amorosi, il che ne fa, sotto certi aspetti, personaggi più reali e credibili delle loro colleghe europee. Queste donne e i loro commerci sono inoltre l’anima di Shanghai. Chiamata spesso la “puttana d’Oriente”, la città ha un peso determinante nel confronto tra realtà e desiderio. Coi suoi mille volti, Shanghai appare misteriosa e seducente. Può tuttavia rivelarsi fatale e pericolosa non soltanto per le centinaia di sprovvedute ragazze che, accorse dalle campagne, precipitano in un abisso senza ritorno, ma per chiunque. Lo stesso Han Bangqing era un immigrato rimasto irretito dalla magia lussuriosa di questo mondo a parte della Cina dove denaro, amore, potere, corpi umani e beni materiali possono costituire merce di scambio di un unico grande commercio. Del resto, vorrà pur dire qualcosa se ancora oggi l’espressione inglese Shanghai woman è sinonimo di prostituta.
Come nota Zhang, lo stile è tutt’altro che sensuale, ed è proprio questa qualità a rendere il romanzo unico nel suo genere nonché una sorta di anticipazione di quel realismo psicologico che nei decenni diverrà uno dei segni prevalenti della narrativa; qualcuno ha perfino parlato di un Ulysses cinese. Ciò nonostante il libro non ha mai conosciuto una grande diffusione, forse per via del fatto che molte parti sono scritte in dialetto e dunque incomprensibili per gran parte dei cinesi. Zhang Ailing cerca di porvi rimedio traducendo queste parti in mandarino, nel frattempo si dedica a un progetto ancora più ambizioso, tradurlo anche in inglese. L’impresa non è sicuramente di poco conto, considerata anche la ragguardevole mole del libro. Nel 1982 due dei sessantaquattro capitoli appaiono su una rivista letteraria di Hong Kong. Poi più nulla. Zhang Ailing muore senza dare più notizie della traduzione che viene così data per incompiuta e perduta per sempre.
Qualche anno dopo, rovistando tra le sue carte spunta un manoscritto che necessita di essere rivisto. Se ne prendono cura in molti, prima fra tutti Eva Hung, e nel settembre dello scorso anno il romanzo approda finalmente nelle librerie americane con il titolo The sing-song girls of Shanghai (Columbia University Press, pp. 554, $ 29,50).
L’angelo caduto della letteratura cinese
Com’è facile immaginare, nella Cina maoista l’opera di Zhang Ailing fu giudicata incompatibile con gli ideali “rivoluzionari”, rimanendo così bandita per lungo tempo. Ma i tempi cambiano in ogni angolo del pianeta; nel 1984 venne ristampata proprio La storia del giogo d’oro e fu un successo immediato. In fondo, non avrebbe potuto essere altrimenti: la Cina di fine millennio era un paese dove vivevano anime contrapposte, simile alla Shanghai di Zhang Ailing, la prima città moderna del “paese di mezzo”. Il regista Ang Lee ritiene che “la lingua di Zhang Ailing, affilata come la lama di un coltello, abbia aperto una enorme frattura nella cultura cinese tra il patriarcato classico e la nostra inquieta modernità. Fu una dei pochi, all’epoca, ad avere la possibilità di guardare le cose da entrambi i lati di questa frattura in cui le eroine dei suoi racconti finivano spesso per sparire. Zhang Ailing è l’angelo caduto della letteratura cinese”.
Questa riscoperta lasciò però indifferente la diretta interessata, ormai sempre più chiusa in se stessa. Trascorrerà la parte finale della sua vita lontano da tutto e tutti, in una reclusione tanto estrema da farle guadagnare l’epiteto di Greta Garbo della letteratura cinese. Diventata una leggenda, Zhang Ailing venne trovata morta l’8 settembre 1995 nel suo appartamento di Los Angeles. Dopo la cremazione senza alcun rito funebre, le sue ceneri vennero sparse nell’Oceano Pacifico poiché queste erano le sue ultime volontà. Su un quotidiano apparve il seguente necrologio: “Non ci sono superstiti”.
“Non mi limito a esprimere me stessa: creo me stessa”. Così Susan Sontag, una delle più grandi intellettuali americane del Ventesimo secolo, parla del rapporto con il suo diario inedito. Dei fogli trovati dopo la morte, questa è una selezione del periodo tra il ´58 e il ´67. Ricordi, ritratti da Sartre a Mailer, ma anche confessioni su omosessualità, amori, cadute e quelli che chiama i “luoghi morti” del sentimento
La vita interiore si oscura, tremola e comincia a spegnersi se si cerca di tenersi stretti a qualcosa
Sola, sola, sola Ho il cervello stanco e il cuore che fa male Dov´è la pace, il centro?
Susan Sotang
29 dicembre 1958, ParigiSt. Germain des Prés. Non proprio lo stesso che il Greenwich Village. Tanto per cominciare, a Parigi gli espatriati (americani, italiani, inglesi, sudamericani, tedeschi) hanno un ruolo diverso, sono più preoccupati della loro identità rispetto ai provinciali (per esempio i ragazzi di Chicago, della West Coast, del Sud) che si trasferiscono a New York, dove non c´è nessuna incrinatura nell´identità nazionale, o incapacità di identificazione. Stessa lingua. Si può sempre tornare a casa. E, in ogni caso, gli abitanti del Village sono perlopiù Newyorchesi – esuli interni, se non addirittura cittadini.La routine dei caffè. Dopo il lavoro, o dopo aver cercato di scrivere o dipingere, si va in un caffè in cerca di gente che si conosce. Preferibilmente con qualcuno, o quanto meno dopo aver preso un appuntamento preciso… Bisognerebbe andare in vari caffè – in media quattro – nella stessa serata.A New York (Greenwich Village), poi, si ha in comune la commedia dell´essere ebrei. Anche questo manca nella boheme di qui. Non così heimlich. Nel Greenwich Village, gli italiani – lo sfondo proletario su cui gli ebrei sradicati e i provinciali mettono in scena il loro virtuosismo intellettuale e sessuale – sono pittoreschi ma piuttosto innocui. Qui, arabi turbolenti e predatori. […]I ratés, gli intellettuali falliti (scrittori, artisti, presunti studiosi). Le persone come Sam Wolfenstein [matematico, ndr], con l´andatura zoppicante, la cartella, i giorni vuoti, l´ossessione per i film, la taccagneria e l´orrido nido familiare da cui fuggire, mi terrorizzano. […]Harriet [Sohmers, scrittrice e modella per artisti]. Splendido fiore della boheme americana. New York. Ebrea. Appartamenti di famiglia dalle parti della 70ma e dell´80ma strada. Padre di ceto medio nel commercio (non un professionista). Zie comuniste. Anche per lei passeggera infatuazione per il Partito Comunista. Cameriera negra. New York High School, New York University, college sperimentale con pretese artistiche, San Francisco, appartamento nel Greenwich Village. Precoci esperienze sessuali, negri inclusi. Omosessualità. Scrive racconti. Promiscuità sessuale. Parigi. Vive con un pittore. Il padre si trasferisce a Miami. Frequenti viaggi per tornare in America. Lavori notturni da espatriata. La scrittura si dirada.30 dicembreLa mia relazione con Harriet mi turba. Io vorrei che non fosse pensata, premeditata, ma l´ombra delle sue aspettative rispetto a ciò che dovrebbe essere una “storia” sconvolge il mio equilibrio, mi fa annaspare. Lei con le sue insoddisfazioni romantiche, io con i miei bisogni e i miei desideri romantici… Un dono inatteso: che è bella. La ricordavo decisamente non bella, piuttosto volgare e poco attraente. È tutto fuorché questo. E per me la bellezza fisica è enormemente, quasi morbosamente, importante.Sul Tenere un Diario. Superficiale intendere il diario solo come il ricettacolo dei propri pensieri privati, segreti – come se fosse un confidente sordo, muto e analfabeta. Nel diario non mi limito a esprimere me stessa più apertamente di quanto potrei farei con un´altra persona; creo me stessa.Il diario è un mezzo per darmi un senso d´identità. Mi rappresenta come emotivamente e spiritualmente indipendente. Perciò (purtroppo) non registra semplicemente la mia vita concreta, quotidiana ma piuttosto – in molti casi – ne offre una alternativa.C´è spesso una contraddizione tra il modo in cui ci comportiamo con una persona e ciò che in un diario diciamo di provare per quella persona. Ma questo non significa che quello che facciamo è superficiale, e che solo quello che confessiamo a noi stessi è profondo. Le confessioni, e naturalmente intendo le confessioni sincere, possono essere più superficiali delle azioni. Sto pensando adesso a quello che oggi (quando sono andata al 122 Bd. St-G per controllare la sua posta) ho letto su di me nel diario di H. – quel giudizio secco, sleale e ingeneroso su di me in cui dice in conclusione che non le piaccio veramente ma che la passione che io provo per lei è accettabile e opportuna. Dio sa se fa male, e sono indignata e umiliata. Raramente sappiamo ciò che gli altri pensano di noi (o, meglio, che pensano di pensare di noi…) Mi sento in colpa per aver letto quello che non era destinato ai miei occhi? No. Tra le principali funzioni (sociali) di un diario c´è proprio quella di essere letto furtivamente da altre persone, quelle persone (come i genitori e gli amanti) sui quali si è stati crudelmente sinceri solo nel diario. E H. lo leggerà mai, questo? […]Scrivere. È corruttore scrivere con l´intento di moralizzare, di elevare i principi morali degli altri.Nulla mi impedisce di essere una scrittrice se non la pigrizia. Una buona scrittrice.Perché scrivere è importante? È soprattutto questione di egotismo, suppongo. Perché voglio essere quella persona, uno scrittore, e non perché ho qualcosa da dire. E tuttavia perché non anche quello? Rafforzando un po´ il mio ego – come attraverso il fait accompli offerto da questo diario – conquisterò la certezza di avere anche io (io) qualcosa da dire, qualcosa che dovrebbe essere detta.Il mio “io” è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono – ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa del genio.2 gennaio, 7.30 a. m.Mio povero, piccolo ego, come ti senti oggi?Non benissimo, temo – piuttosto ammaccato, dolorante, traumatizzato. Calde ondate di vergogna, e tutto il resto. Non mi ero illusa pensando che fosse innamorata di me, ma ero convinta di piacerle. […]Stasera (ieri sera!) a casa di Paul ho veramente parlato in francese. Per ore e ore con lui e con i suoi gentilissimi genitori. Molto divertente!!19 febbraio.Ieri (nel tardo pomeriggio) sono andata al mio primo cocktail party parigino, a casa di Jean Wahl, in disgustosa compagnia di Allan Bloom. Wahl [filosofo] è stato all´altezza delle mie aspettative: un vecchietto esile e minuto, simile a un uccellino, con i capelli bianchi e una bocca larga e sottile, piuttosto bello, come lo sarà Jean-Louis Barrault [attore] a 65 anni, ma terribilmente distrait e sciatto. Abito nero cascante con tre larghi buchi sul fondo dei pantaloni attraverso cui si vedevano le mutande (bianche), e tornava allora da una conferenza pomeridiana – su Claudel – tenuta alla Sorbonne. Ha una moglie tunisina alta e attraente (con il viso rotondo e i capelli neri) che ha la metà dei suoi anni, tra i 35 e i 40, direi, e tre o quattro figli abbastanza piccoli. C´erano anche Giorgio de Santillana [storico della scienza]; due artisti giapponesi; delle vecchie signore rinsecchite con cappelli di pelliccia; un redattore di Preuves; bambini di taglia media che sembravano usciti da un Balthus, in costumi da Mardi Gras; un uomo che assomigliava a Jean-Paul Sartre, ma più brutto e zoppicante, ed era Jean-Paul Sartre; e tantissime altre persone i cui nomi non mi dicono niente. Ho parlato con Wahl, con de Santillana e (inevitabilmente) con Bloom. L´appartamento – è in rue Peletier – è fantastico – le pareti sono interamente coperte da disegni, schizzi e dipinti fatti dai bambini e da amici artisti – ci sono mobili nordafricani scuri e intagliati, diecimila libri, tovaglie spesse, fiori, quadri, giocattoli, frutta – un disordine davvero bello, ho pensato.28 febIeri sera alla Sorbonne ho sentito Simone de Beauvoir parlare sul tema “il romanzo, è ancora possibile?”. È magra, tesa, scura di capelli e molto attraente per la sua età, ma ha una voce sgradevole, qualcosa a che fare con il tono alto e la rapidità nervosa con cui parla. Nel tardo pomeriggio ho letto Riflessi in un occhio d´oro di Carson McCullers. Furbo, davvero stringato e “scritto”, ma non mi convincono le motivazioni dettate da apatia, catatonia, empatia animale… (In un romanzo, voglio dire!)Inizio 1959, New York CityLa bruttezza di New York. Ma mi piace qui, mi piace persino Commentary [rivista a cui collaborava]. A NY la sensualità si trasforma completamente in sessualità – nessun oggetto che susciti la reazione dei sensi, non un bel fiume, belle case o persone. Odori terribili per strada, e sporcizia… Niente, se non il mangiare, forse, e la frenesia del letto. […]Adeguarsi alla città piuttosto che far sì che la città corrisponda meglio a se stessi.12 marzo, 4.15 p. m.Sono malridotta. Lo scrivo qui; lo scrivo lentamente e guardo la mia scrittura che sembra OK. Due vodka martini con Martin Greenberg [direttore di Commentary]. La testa mi pesa. Il fumo ha un sapore acre. Tony e un tipo dal volto molliccio (Mike Harrington) stanno parlando dello Stanford-Binets. Kleist è meraviglioso. Nietzsche. Nietzsche.19 novL´arrivo dell´orgasmo ha cambiato la mia vita. Mi sento liberata, ma non è questo il modo giusto di dirlo. Più importante: mi ha limitato, ha chiuso delle possibilità, ha reso chiare e nette le alternative. Non sono più illimitata, e cioè un niente.La sessualità è il paradigma. Prima, la mia sessualità era orizzontale, una linea infinita suddivisibile all´infinito. Ora è verticale; sale e ricade, oppure niente. […]L´orgasmo mi fa concentrare. Ho una gran voglia di scrivere. L´arrivo dell´orgasmo non è la salvezza ma, qualcosa di più, la nascita del mio ego. Non posso scrivere finché non trovo il mio ego. L´unico tipo di scrittore che potrei essere è il tipo che si espone… Scrivere è spendersi, giocarsi d´azzardo. Ma fino ad ora non mi era piaciuto nemmeno il suono del mio nome. Per scrivere, devo amare il mio nome. Gli scrittori sono innamorati di se stessi… e i libri che scrivono nascono da quell´incontro e da quella violenza.20 nov. (3 a. m.)Con nessuno sono mai stata così esigente come lo sono con la [drammaturga cubano-americana Maria] I[rene Fornés]. Sono gelosa di chiunque veda, sto male ogni minuto che è lontana da me. Ma non quando sono io a lasciarla, e so che lei c´è. Il mio amore vuole incorporarla totalmente, mangiarla. Il mio amore è egoista. […]Oggi dopo il lavoro ha incontrato Inez al San Remo. C´era anche Ann Morrisett [giornalista e drammaturga]. Dopo, al Cedar Bar. È tornata a casa alle 12.00; io dormivo… Si è messa a letto, mi ha raccontato le conversazioni della serata, alle 2.00 mi ha chiesto di spegnere la luce, si è addormentata. Io ero paralizzata, muta, gonfia di lacrime. Io fumavo, lei dormiva. […]24 dic.Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno di quell´identità come di un´arma, da contrapporre all´arma che la società usa contro di me.Ciò non giustifica la mia omosessualità. Ma mi accorderebbe – lo sento – una certa licenza.Solo adesso mi sto rendendo conto di quanto mi sento in colpa d´essere omosessuale. Con H. ero convinta che la cosa non mi turbasse, ma mentivo a me stessa. Ho fatto in modo che gli altri (per esempio Annette [Michelson, studiosa di cinema]) credessero che il mio vizio fosse H., e che se non fosse per lei non sarei omosessuale, o almeno non prevalentemente. […]Essere omosessuale mi fa sentire più vulnerabile.28 dicFino ad ora avevo pensato che le sole persone che potessi conoscere a fondo, o amare veramente, fossero doppi o versioni del mio io infelice. (Le mie propensioni intellettuali e sessuali sono sempre state incestuose) Ora conosco e amo qualcuno che non è come me – e cioè non un´ebrea, non un´intellettuale newyorchese – senza nessuna perdita di intimità. Sono sempre consapevole del fatto che I. è straniera, dell´assenza di un background comune – e ne provo un gran sollievo.1960(frontespizio privo d´indicazione di data)Cogito ergo estFeb.Quante volte ho raccontato che Pearl Kazin ha avuto una storia importante con Dylan Thomas? Che a Norman Mailer piacciono le orge? Che [F. O.] Matthiessen era omosessuale? Tutte cose di pubblico dominio, certo, ma chi diamine sono io per andare a raccontare in giro le abitudini sessuali degli altri?Quante volte mi sono biasimata per quest´abitudine, che è solo un po´ meno offensiva di quella di riempirsi la bocca con i nomi di persone famose (quante volte ho parlato di Allen Ginsberg l´anno scorso quando lavoravo per Commentary?) o di quella di criticare gli altri quando sono invitata a farlo… Ho sempre tradito la fiducia degli altri. Non c´è da stupirsi se sono sempre stata così severa e scrupolosa nell´usare la parola “amico”!Sabato:sveglia alle 7Museo alle 10.30I. arriva all´1caffè e pranzo al Museo3.00 “Mancia competente”4.30-5.15 caffè con I.; parliamolei mi accompagna in taxi fino alla 118ma stradaprendo David [Rieff, il figlio della Sontag, che allora aveva sette anni]lascio I. nella 79ma strada – va a casa di Alfred [Chester, scrittore e critico letterario]do da mangiare a D; e lo metto a lettoA. telefona per convincermi ad andare al partyLeggo il Listener – chiamo Jack, Harriet – Esco alle 9.30Taxi fino alla 14ma strada – compro i biglietti per il film di [Kenneth] Anger – Pirandello party – me ne vado – Times SquareFilm con la Bardot – a casa alle 4Domenica:sveglia alle 7.00 – rabbiachiamo A. alle 9.00Jack viene a prenderci alle 9.15colazione da Rumpelmayerpasseggiata a Central ParkHotel Pierre con Jack, Ann e due amici (Jack e Harriet)taxi fino a casa di Alfredpranzo con I. e A. da BocceI. e io andiamo al Commonsparliamotorniamo da Alfred alle 6.45I. chiama Ann – andiamo tutti downtown, I. va da Ann, A., David e io al Frank´s Pizza. […]andiamo a prendere I. alle 8 in Hudson Stret – andiamo al cinema alla Carnegie Hall Playhouse10.30 – taxi fino a casa – messo D. a letto – I. vuole mangiare – sesso – senza parlare – dormire. […]Domenica:depressione, stanchezzaprendo la benzedrina alle 5.00taxi fino a Washington Square alle 6.00 per incontrare A.cena da Frank´spoi caffé al Reggio8 marzo (mezzogiorno)Attraverso la benzedrina, l´impatto sempre più penetrante di Irene, il Dr. Puroshottam [studioso indù] la settimana scorsa, le lezioni di oggi sull´etica di Spinoza, la lunga meditazione su Kant cominciata a ottobre, l´idea di ieri sulla differenza tra “la verità che” e “la verità su”.Non c´è stasi. Restare immobili è tradire la verità; la vita interiore si oscura, tremola e comincia a spegnersi, non appena si cerca di tenersi stretti a qualcosa. È come cercare di servirsi di questo respiro per il prossimo, o pretendere che la cena di stasera funzioni anche per mercoledì prossimo… La verità corre sulla freccia del tempo.8 agosto Lunedì mattina.Devo aiutare I. a scrivere. E se scrivo anche io, metterò fine all´inutilità di starmene seduta così a fissarla e a implorala di amarmi ancora. […]Fa male allora amare. È come accettare di farsi scorticare sapendo che in qualunque momento l´altra persona può andarsene via con la tua pelle.14 agostoNON DOVREI CERCARE DI FARE L´AMOREQUANDO SONO STANCA.DOVREI SEMPRE SAPERE QUANDO SONOSTANCA. MA NON LO SO.MENTO A ME STESSA. NON CONOSCOI MIEI VERI SENTIMENTI.(Ancora?!)3/12/61Prendere coscienza dei “luoghi morti” del sentimento – Parlare senza provare niente. (Cosa molto diversa dall´antica avversione che provavo per me stessa quando parlavo senza sapere niente.)Uno scrittore deve essere quattro persone:1) il pazzo, l´obsédé1) l´imbecille1) lo stilista1) il critico1) fornisce il materiale1) lo lascia venir fuori1) è il gusto1) è l´intelligenzaun grande scrittore li ha tutti e 4 – ma si può comunque essere un buono scrittore solo con 1) e 2); sono i più importanti.9 dic. 1961La paura di invecchiare viene nel momento in cui si riconosce di non vivere la vita che si desidera. Equivale alla sensazione di abusare del presente.(Senza indicazione di data)Il ghigno di Mary McCarthy – capelli grigi – abito stampato blu e rosso, fuori moda. Pettegolezzi da circolo femminile. Lei è Il gruppo. È gentile con il marito. […]Scrivo per definire me stessa – un atto di auto-creazione – parte di un processo di divenire – in un dialogo con me stessa, con gli scrittori vivi e morti che ammiro, con i lettori ideali.Perché mi dà piacere (un´”attività”)Non so per certo a cosa serva il mio lavoroSalvezza personale – Lettere a un giovane poeta di Rilke3 sett. 1962Sono seduta sull´erba vicino al fiume. David gioca a palla con un uomo e un bambino portoricani.Sola, sola, sola. Il fantoccio di un ventriloquo senza ventriloquo. Ho il cervello stanco e il cuore che fa male. Dov´è la pace, il centro?Ci sono sette tipi d´erba qui dove sono stesa. Soffioni, scoiattoli, piccoli fiori gialli. […]Voglio essere capace di stare sola, e di trovarlo stimolante – non una semplice attesa.Hyppolyte dice, benedetta la mente che ha qualcosa di cui occuparsi al di là delle proprie insoddisfazioni.Ho sognato Nat[han] Blazer ieri notte. Veniva a prendere in prestito un mio vestito nero, un vestito bellissimo, per la sua ragazza che doveva indossarlo a una festa. Io cercavo di aiutarlo a trovarlo. Lui si stendeva su un letto a una piazza e io mi sedevo accanto a lui e gli accarezzavo la faccia. Aveva la pelle bianca tranne che per alcune chiazze di barba nera, simile a muschio. Gli chiedevo come mai la sua faccia fosse diventata così bianca e gli dicevo che doveva prendere un po´ di sole. Volevo che mi amasse ma lui non ha voluto.@_CITTA´ nero dx:12 sett. 1962La prematura arrendevolezza, la disponibilità tali da fare in modo che non si arrivi mai alla caparbietà di fondo spiegano per l´80% il mio famigerato bisogno di flirtare, di sedurre16/10/62Sentimentalità. L´inerzia delle emozioni.Non sono leggere, briose. – Io sono sentimentale. Mi aggrappo ai miei stati emotivi.O sono loro ad aggrapparsi a me?27 luglio 1964Arte = un modo per entrare in contatto con la propria follia.Il mio bisogno di liberarmene, una volta arrivata alla fine.Un testo appena dattiloscritto, nel momento stesso in cui è finito, comincia a puzzare. È un corpo morto – deve essere seppellito – imbalsamato, a caratteri di stampa. Corro a impostare il dattiloscritto, non appena è finito, anche se sono le quattro del mattino.Il crimine più grande: giudicare.Il difetto più grande: la mancanza di generosità.(su un foglio di carta sciolto, probabilmente del 1964)Starò bene entro le 7.00 di stamattina.M. [Mildred Jacobsen, madre della Sontag] non rispondeva quando ero bambina. Il castigo peggiore – e la frustrazione per eccellenza.Era sempre “fuori servizio” – anche quando non era arrabbiata. (Il bere era un sintomo di ciò.) Ma io continuavo a provare.Ora è lo stesso con I. Ancora più straziante perché per quattro anni lei mi ha risposto. Perciò so che ne è capace. […]I miei difetti:- biasimare gli altri per i miei stessi vizi*- trasformare le amicizie in storie d´amore- pretendere che l´amore includa (ed escluda) tutto*ma forse ciò diviene più ossessivo ed evidente – raggiunge un climax, quando la cosa in me si sta deteriorando, spezzando, crollando – ad esempio, la mia indignazione per gli atteggiamenti schizzinosi di Susan [Taubes] e Eva [Kollisch].NB: il mio ostentato appetito – il mio vero bisogno – di mangiare cibi esotici e “disgustosi” = un bisogno di affermare il mio rifiuto di essere schizzinosa. Una contromossa.17 nov. 1964Quando mi sono accorta di essere invidiata, mi sono astenuta dal criticare – per paura che le mie ragioni fossero poco chiare, e il mio giudizio non del tutto imparziale. Sono stata benevola. Sono stata malevola solo con gli sconosciuti, con le persone che mi erano indifferenti.Sembra nobile.Ma, in tal modo, ho salvato i miei “superiori”, coloro che ammiravo, dalla mia avversione, dalla mia aggressione.Ho riservato le critiche solo per chi era “sotto” di me, per coloro che non rispettavo… ho usato il mio potere di critica per confermare lo status quo. […]tutte le capitali si assomigliano tra loro più di quanto assomiglino al resto delle città del loro paese (la gente di NY assomiglia più a quella di Parigi che a quella di St Paul) […](Senza indicazione di data, probabilmente 1964)L´estasi intellettuale cui ho avuto accesso sin dalla prima infanzia. Ma l´estasi è estasi.Il “bisogno” intellettuale simile al bisogno sessuale. 6085 copie di Contro l´interpretazione sono state venduterestano 1915 copie della prima tiratura. […][George] Balanchine, l´ultimo dei geni modernisti.26/3/65la pittura recente (Pop, Op) – fredda; la minima consistenza possibile – colori chiariil bisogno di avere la tela, perché non è possibile far galleggiare i colori nello spazio […]ciò che si prova davanti a un quadro o a un oggetto di Jasper Johns potrebbe assomigliare a ciò che si prova per le Supremes […]La Pop Art è arte Beatle […]Un altro testo chiave: Ortega, La disumanizzazione dell´arteOgni epoca ha la sua fascia anagrafica rappresentativa – per noi è la giovinezza – lo spirito del tempo è essere distaccati, disumanizzati, gioco… sensazioni… apolitici. […]Jasper Johns – Duchamp dipinto da Monet20 aprileIl mio sguardo è poco raffinato, insensibile, è questo il mio problema con la pittura.Un altro progetto: Webern, Boulez, Stockhausen. Comprare dischi, leggere, lavorare un po´. Sono stata molto pigra. […]Non concedere interviste fino a quando non potrò essere chiara, autorevole e diretta come Lillian [Hellman] sulla Paris Review.20 maggio, Edisto Beach, South Carolina”l´oggetto arrogante” (Johns)non si impara con l´esperienza – perché la sostanza delle cose cambia continuamentenon c´è una superficie neutra – una cosa è neutra solo rispetto a qualcos´altro (un´intenzione? Un´attesa?) Robbe-GrilletL´uso che Rauschenberg fa della carta di giornale, dei pneumatici.Johns: scopa, gruccia.L´unica trasformazione che mi interessa è la trasformazione totale – per quanto infinitesimale. Voglio che l´incontro con una persona o un´opera d´arte cambi tutto.4 luglio, Bled (Jugoslavia)Mailer: come essere puri ed essere una stella del cinemaIn ogni importante scrittore americano moderno si avverte una lotta con la lingua – la lingua è il tuo nemico, il suo funzionamento non ti è naturale. (Completamente diverso in Inghilterra, dove la lingua è data per scontata). Devi soggiogarla, reinventarla.16 luglio, ParigiNon ho imparato a mobilitare la rabbia (compio azioni militanti, senza sentimenti militanti)17 sett. (su un aereo diretto a New York)Sartre: “Quando le persone hanno opinioni così diverse, come fanno anche solo ad andare a vedere un film insieme?”Beauvoir: “Sorridere allo stesso modo a nemici e amici significa ridurre ciò in cui si crede allo stato di mere opinioni, e tutti gli intellettuali, sia di destra che di sinistra, alla loro comune condizione borghese.”8 nov.Per 2/3 di Private Potato Patch di Greta Garbo volevo essere la Garbo (l´ho studiata, volevo assimilarla, imparare i suoi gesti, sentire quel che sentiva lei) – poi, verso la fine, ho cominciato a desiderarla, a pensare a lei in termini sessuali, a volerla possedere. Il desiderio ha preso il posto dell´ammirazione – mentre si avvicinava la fine e avrei smesso di vederla. La sequenza della mia omosessualità? […]Il piacere più grande negli ultimi due anni me l´ha dato la musica pop (i Beatles, Dionne Warwick, le Supremes) e quella di Al Carmines [attore, compositore, regista] […] Un problema: l´esilità della mia scrittura – è scarna, frase per frase – troppo architettonica, discorsiva.(metà novembre)Mailer dice di volere che i suoi scritti cambino la coscienza del suo tempo. Lo stesso voleva DHL[awrence], ovviamente.Io non voglio che i miei lo facciano – almeno non rispetto a un particolare punto di vista, visione, o messaggio che cerco di comunicare.Io non sono.I testi sono oggetti. Voglio che abbiano effetto sui lettori – ma in ogni modo possibile. Non c´è un modo giusto di considerare quello che ho scritto.Io non “dico qualcosa”. Permetto a quel “qualcosa” di avere una voce, un´esistenza indipendente (un´esistenza indipendente dalla mia).24 nov.Lillian [Hellman] si identificava con Becky Sharp – ha sempre voluto essere una strega, tormentare gli altri.Io non sono mai riuscita ad andare oltre l´ammirazione e l´invidia per la Becky capace di lanciare il dizionario in faccia alla sdolcinata direttrice della scuola. Tutti quegli sforzi per manipolare gli uomini non sono mai riuscita a capirli.Analisi: due o tre cataratte mi sono cadute dagli occhi. Altre cento da eliminare?Vengo ogni notte verso le 2.00 o le 3.00. Il mio amante è il N. Y. Times.(Senza indicazione di data, fine 1965)La sgradevolezza del riscontro – le reazioni degli altri, ammirate o ostili, alle mie opere. Non voglio reagirvi. Sono abbastanza critica (e so meglio degli altri quel che è sbagliato).Mi piace sentirmi ottusa. È così che so che al mondo c´è qualcosa di più importante di me stessa. […]la mia formazione intellettuale:a) Knopf +M[odern] L[ibrary]a) P[artisan] R[eview] (Trilling, Rahv, Fiedler, Chase)a) University of ChicagoP & A attraverso Schwab-MckeonBurkea) la “sociologia” dell´Europa centralegli intellettuali ebrei tedeschi rifugiatiStrauss, Arendt, Scholem, Marcuse, Gourevitch, [Jacob] Taubes, ecc.(Marx, Freud, Spengler, Nietzsche, WeberDilthey, Simmel, Mannheim, Adorno, ecc.)a) Il Wittgenstein di Harvarda) i francesi – Artaud, Barthes, Cioran, Sartrea) storia della religionea) I. – Mailer, anti-intellettualismoa) Arte, storia dell´arteJasper [Johns][John] Cage[William S.] Burroughsrisultato finale: Franco-ebraico-cageiana?4 gennaio 1966La situazione della pittura è difficile: simile a quella della scienza. Tutti sono consapevoli del “problema”, delle cose su cui bisogna lavorare. Attraverso le sue opere, ogni artista contemporaneo produce “un libro bianco” su questo o quel problema, e i critici giudicano se i problemi scelti sono interessanti o banali. (L´approccio alla Barbara Rose). Così Rosalind Kraus ritiene che le torce, le lattine di birra, ecc. di Jasper siano la soluzione o l´esplorazione di un problema periferico (banale) della scultura di oggi: cosa fare del piedistallo…[…]Jasper va bene per me. (Ma solo per un po´) Ti fa sembrare naturale, buono e giusto essere pazzi. E muti. Mettere tutto in dubbio. Perché è pazzo. […](Senza indicazione di data, tardo inverno 1966)NYC con la sua intellighenzia, il suo consenso liberale, è, in relazione al resto degli USA, come il Vaticano nel bel mezzo dell´Italia, un minuscolo stato privato con ricchezze e poteri immensi, ma separato. […]Duchamp ha detto due cose contraddittorie:1) che un´opera d´arte ha un (breve) arco di vita e1) che il suo valore può essere stabilito solo dalla posterità.Un punto di vista: l´arte è un linguaggio, non semplicemente ciò che è.È il punto di vista “conservatore”?I quadri “neri” di Ad Reihardt sono come i romanzi di Robbe-Grillet: un´idea tracciata su un reticolato. Si “capiscono” troppo facilmente. In un certo senso ciò è “romantico” (romanticismo inteso come concentrazione su una parte piuttosto che sul tutto). […]L´espressione di sé e un´idea limitante, limitante se è centrale. (L´arte come espressione di sé è molto limitante) Dall´espressione di sé non si può mai arrivare a giustificare, in modo autentico, genuino, e non meramente opportunistico, la gentilezzaMa se si parte dalla gentilezza, si può far spazio alla maggior parte delle cose che si attribuiscono all´espressione di sé (attraverso l´idea della gentilezza verso se stessi). […]1 giugnoUna delle mie emozioni più forti e più dispiegate: il disprezzo. Disprezzo per gli altri, disprezzo per me stessa.Sono impaziente (sprezzante) con la gente che non sa come proteggersi, come rivendicare le proprie ragioni.La mia mente = King Kong. Aggressiva, fa a pezzi la gente. Per la maggior parte del tempo la tengo in gabbia – e mi mangio le unghie.27 giugno, ParigiQuando i provos mettono in scena “happenings” notturni nelle strade di Amsterdam, c´è un rischio. Provocano la polizia, “dicono” qualcosa, cercano di far succedere qualcosa. (Più libertà, ecc.)Gli happenings a NY non solo sono apolitici. Non rischiano niente. Sono spiritosi esercizi di irrazionalità – del tutto prudenti.Se solo il mio romanzo potesse avere la velocità – e la portata e l´importanza – degli ultimi due film di Godard. L´ulcera del Vietnam, il rumore degli spari – 6 agosto, LondraPeter Brook: molto intenso, occhi azzurro chiaro – calvizie incipiente – porta maglioni neri a collo alto – stretta di mano calda e generosa – volto carnoso, sensualeHa studiato con Jane Harp (famosa signora della Little Review negli anni ’20) quando, alla fine della sua vita, viveva a Hampstead; un´allieva di Gurdjieff; le sue domeniche pomeriggioun uomo a caccia di idee […]Grotowski:sui trentacinque annisimile a Caligari o al mago di Mario e il magonessuno sa niente della sua vita sessualenon ha mai fatto il criticoper qualche tempo ha studiato Yoga in India in sua compagnia, nessuno parla di problemi personali9 agostoHo il Romanzo… credo! Grazie a Brook e a Grotowski, gli ultimi pezzi sono andati a posto.8 ott.Jap [Jasper Johns], a proposito delle opere di un giovane pittore che ha visto oggi pomeriggio. “I quadri sono molto belli. Ma è tutto qui.”L´autorevolezza di Jasper, la sua eleganza. Non è mai turbato, contrito, in colpa. Una sicurezza assoluta. Perciò, anche se si mette le dita nel naso o mangia in un Automat, resta elegante. […]Le uniche persone che dovrebbero interessarsi all´arte (o alle varie arti) sono quelle che la praticano – o lo hanno fatto – o aspirano a farlo. L´idea di un “pubblico” è completamente sbagliata. Il pubblico di un artista è fatto dai suoi pari.(Senza indicazione di data, fine 1966)Joe [Chaikin] mi ha chiesto stasera come mi sento quando, arrivata, per esempio, a tre quarti di quello che sto scrivendo, scopro che è mediocre, inferiore. Gli ho risposto che mi sento bene e tiro avanti fino alla fine. Mi libero di quello che è mediocre in me. (Immagine escrementizia che uso per la mia scrittura.) È lì. Voglio liberarmene. Non posso negarlo attraverso un atto della volontà. (Oppure sì?) Posso solo consentirgli di avere una voce, farlo venir fuori. E poi fare qualcos´altro.Quanto meno, so che non ci sarà bisogno di rifare quello.22 feb 1967, 3 a. m.Sto finendo la recensione di [Histoire d´] O che si è trasformata in un saggio di 35 pagine. È ok. Eppure, non credo a una parola di quello che dico.È interessante, forse valida – ma non so quanto “vera”.6 aprilegruppi di San FranciscoThe Grateful DeadNitty Gritty Dirt BandThe Great SocietyJefferson AirplaneThe Only Alternative + his OtherPossibilities The Myddle Class+The Mothers of Invention (Los Angeles?)The Byrds (Los Angeles)Country Joe + the FishThe Quicksilver Messenger ServiceBig Brother + the Holding CompanyThe TurtlesThe MiraclesThe Sparrows + the CharlatansIn California uno sconosciuto è un (potenziale) amico fino a quando non dimostra il contrario; a NY, uno sconosciuto è un nemico fino a quando non dimostra il contrario. Si consuma un sacco di energia a NY a causa di questa ipotesi. […]La vita ideale: fare solo cose indispensabili.Due modi d´essere: santo o ladro.L´immagine che ho di me stessa da quando avevo 3 o 4 anni: il genio-idiota. Permetto a uno di compensare l´altro. Sviluppo relazioni per soddisfare ora l´uno ora l´altro. […]Sartre (cf. Les Mots), l´unica altra persona che conosco che aveva la “certezza” del genio. Che ha vissuto una vita già postuma, sin dall´infanzia. (L´infanzia di un uomo famoso.) Una sorta di suicidio – , con l´”opera”di genio che sai che farai da adulto come pietra tombale. La più gloriosa pietra tombale possibile.Sartre era bruttissimo – e lo sapeva. Perciò non ha dovuto sviluppare l´”idiota” per ripagare gli altri del fatto che era “il genio”. La Natura si era occupata del problema al suo posto. Non ha dovuto inventare una causa di fallimento o di rifiuto da parte degli altri. Come ho dovuto fare io, rendendomi “stupida” nelle relazioni private. (Per “stupida” intendo anche “cieca.”) Copyright © The Estate of SusanSontag 2006. Reprinted with the permission of The Wylie Agency (UK) Ltd(traduzione di Paolo Dilonardo)
Marco Innocenti
Veronica Buckley, Cristina regina di Svezia (Mondadori, pagg. 408, € 19,00).
Nel buio inverno del Nord,l’8 dicembre 1626, nasce una bambina. È Cristina, la futura regina di Svezia. Le levatrici, in un primo tempo, la dichiarano maschio: primo segno di un’ambiguità che condizionerà tutta la sua vita e ne farà una figura originale e chiacchierata. Scoperto l’errore, il padre di Cristina, re Gustavo Adolfo il Grande, si mostra felice: “Questa bambina non sarà da meno di un maschio”.E quando il re cade in battaglia contro gli Imperiali, nel 1632, Cristina eredita a soli sei anni il trono di Svezia.
Sovrana effettiva dal 1644, a 18 anni, Cristina si rivela una giovane regina anomala: veste come un uomo, porta la spada, mangia e bestemmia come un soldato, ama i cannoni, la caccia, cavalli e i cani. Scarpe basse e abiti essenziali, rinuncia alla propria femminilità. I capelli sono biondi gli occhi azzurri ma il naso lungo arcuato, la voce aspra e il carattere sanguigno ne fanno una donna temuta più che amata. Curiosa e intelligente, prova un forte amore per l’antichità classica, coltiva le arti le scienze, attirando alla Corte svedese letterati, scienziati, pittori, filosofi, tra quali spicca Cartesio. Si rifiuta di sposarsi (“Non sono fatta per il matrimonio”), alterna amanti maschili femminili, porta il Paese in guerra, abbellisce Stoccolma, mostrando alcune delle facce di una donna che sa stupire.
Irrequieta, tormentata, sempre alla ricerca di qualcosa che non trova, nel 1654 abdica in favore del cugino Carlo Gustavo, e, abbandonando la fede luterana, si converte al cattolicesimo. A 28 anni si rimette in gioco. La regina ribelle rinuncia al trono per la libertà. È giovane ha tutto il mondo davanti sé. Vuole essere se stessa, inseguire il senso della vita, viaggiare, rinnovarsi, cercare nella religione cattolica una nuova verità. Si sbarazza della opaca Svezia e inizia una nuova vita a Roma, dove frequenta il Papa e i cardinali, e vive nuovi amori nel cuore pulsante della cultura europea.
Volubile e annoiata, tenta un improbabile rilancio politico, puntando, con l’appoggio francese, a diventare regina di Napoli: una delle terre di sole e di mare che alimentano la sua fantasia. Non ha fortuna, ma forse è questo il suo destino, una storia di promesse non mantenute e di forza frustrata dalle debolezze: l’avventura umana di una bambina non amata, di una donna irrequieta alla ricerca dell’impossibile, vissuta nell’ingombrante ombra del suo grande padre, considerata, di volta in volta, lesbica, prostituta ed ermafrodito, ma capace di infrangere ogni convenzione per affermare il diritto a seguire le proprie inclinazioni.
Personaggio di grande, imperfetta bellezza, spesso un crocevia di religione, potere, politica sesso, Cristina una donna che si impone in un mondo di uomini ma che sconta la sua ambiguità, fatta su misura per il barocco, l’irregolare perla che dà il suo nome quel periodo storico vibrante, sensuale, violento e sinistro.
Morta a Roma il 19 aprile 1689, l’esuberante stella del Nord che si era paragonata al sole, rinchiusa nell’oscurità di una bara nella basilica di San Pietro. Di lei Veronica Buckley, storica neozelandese, racconta la vita, pirotecnica, abbagliante, provocatoria.
presentazione di Clara Jourdan
Ringrazio Pia Mazziotti per avermi invitata a questo incontro che mi ha dato l’occasione di leggere ancora una volta L’arte della gioia, che avevo già letto nelle edizioni precedenti (1994 e 1998): è veramente un’opera che a ogni rilettura offre nuove emozioni e nuovi suggerimenti di riflessione. E così voglio dire qualcosa di questo libro a partire dalla mia esperienza di lettura, io sono una donna che legge e ama la scrittura femminile, in particolare il romanzo. Sono anche venditrice di libri, alla Libreria delle donne di Milano, ma mi sento più che altro una lettrice. Ricordo che quando ho letto quel piccolo libro rosso appena pubblicato da Stampa Alternativa (che poi ho saputo essere solo la prima parte del romanzo) l’ho subito consigliato e regalato alle amiche. Lo trovavo coinvolgente e agghiacciante, poetico e brutale, erotico e divertente. Le avventure e le scoperte di quella bambina e poi adolescente alla ricerca di una via d’uscita dal “destino” e disposta a tutto con una spregiudicatezza insieme sconcertante e toccante, mi avevano conquistato. Al punto che quando poi uscì il romanzo completo, rimasi un pochino delusa dal seguito, meno scoppiettante e più ponderoso.
Invece, rileggendo adesso L’arte della gioia, ho trovato tutto il libro estremamente interessante, una miniera di pensiero femminile sul mondo, sulle donne, gli uomini, le relazioni umane, la vita, la storia… Anche il cambiamento di registro dopo la prima parte, mi pare che risponda al percorso narrativo, perché Modesta, la protagonista, da ragazza che era è diventata una donna adulta. Comunque non voglio entrare in un discorso di critica letteraria, non è il mio campo.
Tra le chiavi di lettura possibili del romanzo, che sono sicuramente molte, vorrei scegliere quella del pensiero, in particolare come pensiero politico, anche perché tutto il libro è permeato da una forte passione politica. Ha ragione Angelo Pellegrino a dire nell’introduzione a L’arte della gioia (da lui curato) che Goliarda Sapienza si faceva chiaramente torto a definirsi scrittrice ideologica. È riduttivo, in effetti, così come è chiaramente riduttivo il sottotitolo “romanzo anticlericale”, poi tolto nell’ultima edizione. Però vorrei riscattare il senso di queste definizioni intendendole oltre che come consapevolezza dell’importanza delle idee, soprattutto come espressione di un preciso desiderio di nominare la realtà. Un desiderio che ho trovato realizzato anche nel libro da poco ripubblicato (Rizzoli) L’università di Rebibbia, dove effettivamente il mondo carcerario ci appare in modo nuovo rispetto alle letture correnti di quella realtà. E questo per me è fare politica attraverso la scrittura. Perciò io intendo e apprezzo Goliarda Sapienza come una scrittrice politica, che va oltre le ideologie, anche oltre le proprie ideologie, che pure ci sono. Infatti se è innegabile che L’arte della gioia sia ideologico, c’è molto molto più di questo, come pensiero politico. Vorrei mostrarlo brevemente in due aspetti per me notevoli del romanzo.
Uno è lo sguardo sulla storia. Che L’arte della gioia voglia essere anche un percorso nella storia del Novecento si capisce dalla data di nascita della protagonista, nata appunto il 1° gennaio del 1900: la storia d’Italia attraverso la storia di vita di una donna. Ma quello che mi ha molto colpita è il modo con cui L’arte della gioia ci parla di quella storia del Novecento che si trova sui libri di storia (cioè non tanto la cosiddetta vita quotidiana ma proprio gli avvenimenti e i personaggi più noti): ce ne parla attraverso un punto di vista femminile, un punto di vista che si sente che è di una donna. Un punto di vista che pervade tutto il romanzo, si trova espresso un po’ in tutti i dialoghi e i racconti dei fatti, non solo nelle parole della protagonista e degli altri personaggi femminili. E che ci fa entrare nella storia direttamente: non ci sono lunghe narrazioni degli avvenimenti, spesso basta una frase, un dettaglio, per aprire un squarcio in profondità sul Novecento, che ci fa capire l’essenziale, sulle guerre, sul fascismo, e soprattutto sulla storia del pensiero e delle pratiche politiche, sul mondo dei rivoluzionari e degli antifascisti (tra cui viene nominata anche la madre dell’autrice, Maria Giudice). Cito, per fare solo un esempio, un frammento di un dialogo tra Modesta e l’amico Carlo che le ha raccontato della “compagna Montessori”: “La rivoluzione con fiabe! È bello, però”, dice Modesta. E lui: “Certo, principessa. Ma prima ci sono problemi leggermente più seri da risolvere: la disoccupazione, la fame…” E lei: “Mi pare di capire che la Montessori fa rientrare la fiaba in questi problemi seri. La fiaba, insieme al pane, è il cibo dei bambini, ed è importante che il cibo sia diverso” (p. 189 dell’edizione 1998). Come si vede da questo frammento, nel romanzo viene messa in scena sia l’interpretazione maschile corrente delle politica, delle questioni cruciali del Novecento, del rapporto tra i sessi anche come contributo femminile alla politica degli uomini, sia lo spostamento operato da una donna che si mette in gioco a partire da sé.
Inoltre, questo scambio tra una donna e un uomo sulle cose più importanti, mostra l’altro aspetto che volevo evidenziare nel romanzo: L’arte della gioia fa emergere l’essere donna come un essere in relazione. Infatti il percorso di vita della protagonista si snoda attraverso le sue relazioni, più o meno riuscite, più o meno felici ma sempre vissute con intensità. Cioè tutto quello che succede e le succede, passa sempre attraverso le relazioni. Relazioni con donne e relazioni con uomini. E in particolare tante forme diverse di relazioni tra donne. Nel percorso della vita di Modesta incontriamo tutte le tipiche esperienze femminili, dallo studio al lavoro, dallo stupro all’aborto, dall’amore per le donne all’amore per gli uomini, dalla maternità alla politica ecc. e c’è posto per tutti i sentimenti, compresa la misoginia femminile, e per tutti i comportamenti, compreso l’omicidio premeditato. È quindi una storia di vita che si può intendere come una rappresentazione dell’infinito universo femminile. Non della bontà femminile. Un universo con al centro il desiderio femminile e che si rivela sempre più, man mano si va avanti nel romanzo, essere costituito da relazioni. Le relazioni che costellano l’esistenza della protagonista continuano a vivere in lei anche quando l’altra persona non c’è più. Fino alla fine Modesta si misurerà con le donne e gli uomini su cui si è appoggiata per pensare, per agire e per sentire. È vero che queste relazioni inizialmente si potrebbero definire strumentali, perché vengono cercate e usate per raggiungere degli scopi, ma proprio il bisogno estremo in cui Modesta si trova, lo stato di necessità che la porta a mettersi in relazione fa sì che le relazioni diventino la sua vita e la trasformino profondamente, cessando quindi di essere strumentali.
Per finire, posso non essere d’accordo con alcune cose che scrive Goliarda Sapienza, con alcune sue idee e giudizi, ma in questa rappresentazione di una donna come un essere in relazione mi sono riconosciuta, ho trovato qualcosa di molto vero di me. E ho sentito l’autrice vicina alla politica delle donne come la intendo io.
Sul calendario della prima edizione di questo Festival tentato dalla rivoluzionaria scelta di affidarsi alla qualità dei partecipanti a dispetto della quantità di pubblico, prosegue stasera con la lettura di Nathan Englander, e domani con quella di Jeffrey Eugenides. I1 primo luglio sarà la volta di Jonathan Franzen e il 2 è stato chiamato a chiudere la manifestazione David Foster Wallace. Intervistata, come gli altri autori, da Antonio Monda, Zadie Smith ha intrattenuto il pubblico, il 25 sera, alternando brevi racconti sui suoi romanzi tradotti, Denti bianchi e Della bellezza (Mondadori) a flash su di sé, sulle sue passioni, sulle sue idiosincrasie. Questi sono frammenti sparsi di quel che ha detto. «Uno dei piaceri che ho provato nella scrittura è quello di travestirmi, mi dà una grande libertà, per esempio, calarmi in panni maschili per poi tornare in quelli di una donna.» E, ancora, «mi è difficile pensare che scrittori e artisti utilizzino la loro opera per esprimere l’essenza della femminilità piuttosto che quella della mascolinità. Quanto a me, mi sento una femminista, proprio perché ho sempre trovato difficile mettermi in relazione con ciò che riguarda la femminilità. A mio parere, la scrittura femminile ha una componente di passività, di autoillusione, e entrambe non tornano utili a chi intende dedicarsi a elaborare romanzi.»
«Condivido quel che ha detto una volta Iris Murdoch, ossia che il più grande nemico dell’eccellenza nell’arte è costituito dalle fantasie personali, dai sogni di grandezza, dagli ideali su di sé che ci impediscono di accorgerci di quel che abbiamo intorno. Ed è soprattutto alle donne che viene impedito di vedersi come sono.» Interrogata sul fatto che nelle prime righe di Denti bianchi si leggono locuzioni che rimandano al rapporto con la religione, ha raccontato come i suoi genitori le abbiano fatto respirare una «religiosa convinzione atea». E a proposito del suo guardare a Edward Morgan Forster in Della Bellezza ha negato di avere chissà quale predilezione per lui: «è una passione che mi ha, eventualmente, imbarazzato. Del resto un po’ tutto il mio ultimo libro è seminato di negazioni per gli amori di una vita, è un romanzo pieno di peccatucci nascosti e Forster è uno di questi peccatucci.» L’ironia è forse la virtù che l’ha resa più gradita al pubblico della serata, per esempio quando ha espresso la sua adesione alla teoria per la quale, secondo lei, spesso si diventa scrittori dopo avere fallito in qualche altra aspirazione. «Per quel che mi riguarda, sarei voluta diventare ballerina di tip tap, ma era un obiettivo superiore alle mie possibilità.»
Marco Belpoliti
È “enigma” la parola-chiave del libro autobiografico sul ritrovamento di sé, sull’arte e sul buddismo, al quale la Niccolai si convertì negli anni ottanta sino a farsi monaca: Da Magritte a Hopper a Hockney, anche il pensiero visivo cela un’esperienza spirituale.
Nel 1980, a quarantasei anni, Giulia Niccolai ha avuto un ictus, un’esperienza dolorosa da cui ha faticato a riprendersi, ma che è anche stata, con ogni probabilità, il punto di svolta della sua vita. Racconta di aver impiegato quattro, cinque anni per tornare alla piena normalità, per quanto il trauma le abbia lasciato degli strascichi. In quel periodo era appena tornata a Milano dopo gli anni di “Tam Tam”, la rivista di poesia diretta da Adriano Spatola, e traduce per mantenersi Gertrude Stein per le edizioni di Rosellina Archinto, un lavoro difficile anche per una bilingue come lei. Appena uscita dall’ospedale ha telefonato alla persona che seguiva in casa editrice il libro per dirle che non ce l’avrebbe fatta a consegnarlo per la data stabilita. Questa donna, racconta, le dice “Vado a sentire una conferenza di un Lama tibetano, vuoi venire?”. Siamo nel giungo del 1985 e l’appuntamento è a una fermata del metro. Giulia l’aspetta ma lei non arriva: Ha l’indirizzo e decide di andarci da sola. Entra nella sala e si siede in fondo. Il Lama sta parlando della ruota del tempo e mentre sviluppa la sua esposizione con voce pacata, Giulia prova la sensazione che il Maestro stia rispondendo via via alle domande che formula nella mente: attimo per attimo ecco la soluzione ai quesiti: Lascia la sala con l’impressione che lui le abbia letto nel pensiero: La sensazione è quella di essere tornata di colpo a casa dopo essere rimasta nella Legione straniera per cinquant’anni. Nel 1990, dopo un discreto apprendimento come buddista, Giulia Niccolai si è fatta monaca e a preso i voti in India. Adesso le due sponde della sua vita non sono più l’Italia e l’America, dice, come le era accaduto in precedenza – figlia di un italiano e di un’americana, ha scritto poesia per quarant’anni in entrambe le lingue, mescolandole e fondendole – bensì l’Oriente e l’Occidente.
A dire il vero, più che due sponde la sua figura topologica sembra il quadrato, i cui lati sono disposte a coppie, in quanto le cose più curiose della sua opera poetica e letteraria (ma anche della sua personalità, probabilmente) riguardano le relazioni tra le diagonali, La parola chiave del suo libro Le due sponde (Archinto pp. 282, Euro 12,OO) dedicato per eccellenza alla pittura e insieme alla sua vita, al Buddismo tibetano e al pensiero visivo, è enigma. Una parola manganelliana per eccellenza che figura nel titolo di due quadri di De Chirico che Giulia esamina e discute, non solo ricorrendo alla sua cultura, alla sensibilità visiva (è stata eccellente fotografa professionista intorno ai vent’anni, mestiere interrotto di colpo), ma soprattutto alla sua esperienza spirituale. L’enigma, era per Manganelli, il cuore di ogni classico, ovvero ciò che si occulta nel fondo della letteratura e che non si può ridurre a nessuna lettura filologica o critica: qualcosa di pulsante, di vivo, di misterioso qualcosa che interroga, come le linee intere e spezzate degli Yi Jing, dove possiamo leggere, se lo vogliamo, i sublimi mutamenti, il nostro destino. Una sera per strada, a Milano, Giulia vede passare un nuovo modello di tram che reca il numero 14: le figure illuminate all’interno delle carrozze, dietro grandi finestrini quadrati, le danno un tuffo al cuore. Ecco transitare l’essenza muta dei quadri di Hopper: Un’altra volta in America, immersa nella luce di Los Angeles, comprende all’improvviso cosa voleva dipingere David Hockney con le sue piscine: la pittura come specchio. Una delle grandi qualità di Hockney – scrive nel suo libro di note, appunti, riflessioni, piccole storie personali, illustrazioni di istanti, epifanie del pensiero – è di essere sempre consapevole dell’inautentico e dell’artificiale.
Come definire questo volume? Una riflessione sull’arte? Un diario di letture e viaggi? Un manuale di meditazione? Un’autobiografia? Senza dubbio è il libro di una poetessa: lo si capisce dallo stile, dal modo in cui è scritto, ma anche dal modo in cui è “pensato”; A un certo punto, nelle bellissime pagine su Hockney, cita una frase di Hannah Arent: “Le opere d’arte sono: cose del pensiero”. La “cosa”, per Giulia Niccolai, non è oggetto, bensì un contenuto del pensiero: un’esperienza spirituale. Su questa strada la poetessa probabilmente è andata più avanti dello stesso Manganelli, che dopo aver conosciuto l’enigma in modo concreto (“la cosa”) nel corso del suo viaggio in India (Esperimento con l’India, Adelphi) se ne è ritratto, l’ha fuggito, per poi ritrovarselo davanti, di colpo, negli ultimi mesi di vita. Giulia si è invece buttata dentro l’enigma, lo ha seguito sino in India, ne ha fatto la sua stessa “cosa”. Nel sottotitolo del libro è scritto Spazio/Tempo: indica le due sponde, insieme a Oriente/Occidente. Il tema del libro è infatti l’incontro con l’Eterno, tema spirituale per eccellenza (ma anche tema scientifico, come ci ha mostra la fisica atomica del ventesimo secolo, Wolfgang Pauli con il suo Psiche e natura, Adelphi). L’eternità come abolizione del tempo, argomento che la poesia insegue da secoli, e su cui ci si arrovella non meno della religione della scienza. Con la sua esperienza del mondo visivo Giulia Niccolai ha fatto un passo ulteriore, in quella direzione, alleggerendo ancora il suo fardello. Di meditazione in meditazione (ma si dovrebbe dire di poesia in poesia), tutto e diventato più aereo e sottile. Rispetto a Esoterico bigliardo (Archinto 2001) Le due sponde appare come il libro dell’infanzia del pensiero. La “cosa” a cui si sta pian piano avvicinando è infatti il passato remoto cui sembra indirizzarla la visione della pittura, i quadri di Megritte e Hopper, di De Chirico e Jim Dine, di Carracci e di Antonello da Messina le servono per questo. L’origine è davanti a noi: invecchiando si avanza retrocedendo.
Le pagine più belle del libro, pagine che cadono all’improvviso, come colpi di luce – la luce che come fotografa, poetessa e donna, Giulia Niccolai dimostra di amare fortemente – sono quelle in cui il mondo visto, diventa un mondo vissuto, esperienza di un attimo, illuminazione, rivelazione, enigma, appunto. Il capitolo dedicato a Duchamp è poi un sorprendente autoritratto. Di cosa hai vissuto? chiede Pierre Cabanne nella celebre intervista a Duchamp: Non lo so proprio, risponde l’artista. Cabanne insiste, e Duchamp gli dice: avevo dei Brancusi in soffitta, ho chiamato Roché e glieli ho venduti. Allora, continua, gli affitti costavano poco a New York, e conclude: “Vivere è più una questione di quanto uno spende pittosto di quanto una guadagna: bisogna sapere quanto ci serve per vivere”.
Henri -Pierre Roché, il mitico autore di Jules e Jim e di Le due Inglesi e il Continente, pubblicati a settant’anni suonati, sosteneva che l’opera migliore di Duchamp è stata l’uso che egli ha fatto del suo tempo.
Giulia Niccolai appartiene a quella genia di artisti, non solo perché è stata una poetessa della neoavanguardia, non solo per le belle e sorprendenti poesie che ha pubblicato (il suo Harry’s Bar del 1980, è uno dei migliori libri di poesia del dopoguerra) non solo per questo ultimo libro, ma anche dell’uso che ha fatto negli ultimi venticinque anni del proprio tempo: la meditazione. Si è fatta buddista e monaca non solo per ritrovare se stessa, la propria pace interiore, per liberarsi dall’Io, ma anche per essere fino in fondo un’artista. Una astuzia, o una ingenuità, la sua? Entrambe le cose, credo.
Ilaria Maria Sala
Il Dio dell’ Asia. Religione e politica in oriente (Il Saggiatore, pag.352, € 17,00)
CLe religioni, le idee viaggiano. A volte si fermano, assorbono qualcosa di locale e riprendono il viaggio vestite a nuovo. Oppure, dopo tanto cammino può capitare che si smarriscano, che si stemperino in quello che le circonda fino a scomparire. Per poi ricominciare in modo inaspettato, in certi casi, o restarsene mute ad aspettare ricercatori pazienti che vorranno scavare nella storia. Macao, una piccola città aggrappata alla costa meridionale cinese, rimasta sotto controllo portoghese per più di quattrocento anni, è stata in crocevia di uomini e vicende. Oggi, per trovare mille racconti inimmaginabili basta sollevare una pietra, oppure guardarsi intorno con attenzione per osservare la vitalità sempre sorprendente di questa curiosa appendice cinese, dove Europa e Asia si sono incontrate, e dove amano raccontare di aver vissuto in perfetta armonia.
Nel museo di storia è esposta la bellezza dell’incontro tra civiltà riassunte entrambe in modo schematico e semplicistico e con toni ottimistici, quasi a voler allontanare qualsiasi problematica negativa (…). Le belle chiese rimaste sono frequentate da tutti, per quanto i cattolici rappresentino solo il 3 per cento del totale, in questa cittadina di mezzo milione di abitanti. Una cifra davvero modesta, anche in considerazione del fatto che la maggior parte delle scuole è tuttora gestita da cattolici, con nomi quali Escola de Nos Senhora de Fatima e Escola do Santissimo Rosario. Come sottolinea il vescovo di Macao, José Lai “non battezziamo i ragazzini anche quando lo desiderano, perchè diciamo loro che c’è bisogno del consenso dei genitori, oppure che abbiano raggiunto un’età più matura. Diamo un’istruzione a tutti, quello si, ancora prima di impegnarci nell’evangelizzazione. La maggior parte delle famiglie qui è buddhista o segue credenze cinesi pagane, come faceva la mia stessa famiglia, prima che ci convertissimo tutti, grazie all’opera di mia sorella maggiore quando noi fratelli eravamo ancora bambini …” racconta, muovendosi per la diocesi di Macao deserta con un leggero sorriso sulle labbra. “Abbiamo un problema di personale nuovo, al momento” ammette. “I cattolici di Macao non sono molti e diversi sono già anziani, per cui adesso stiamo cercando personale nuovo, da fuori Macao. Per i giovani l’incentivo ad avvicinarsi alla chiesa è scarso, per ora; è una cosa alla quale dobbiamo lavorare di più. Oggi ci sono talmente tante opportunità di lavorare nel casinò, che dedicarsi alla vita religiosa non è proprio una priorità.” La diocesi di Macao in passato fu importantissima, perchè è da qui che venne lanciata l’evangelizzazione dell’Asia intera: arrivati a Macao da Roma e da tutta l’Europa cattolica, dopo essersi riposati e aver ricevuto le istruzioni necessarie, i missionari proseguivano verso le coste del Giappone o si recavano in Cina a portare il loro messaggio. Fu da qui, poi, in epoca più moderna, che si diede protezione ai cattolici di Timor Est, nel corso dei difficilissimi anni della dittatura indonesiana.
E Macao è tuttora fiera di aver accolto profughi vietnamiti e cinesi, in fuga dalla Rivoluzione comunista e, negli anni Sessanta, dalla Rivoluzione culturale. Oggi, invece, la maggior parte della popolazione, per quanto educata dalla Chiesa, non considera il cristianesimo un elemento fondamentale, per quanto tutti si rechino a messa il giorno di Natale, per esempio o per quanto migliaia di persone partecipino alle processioni religiose che sono divenute tradizionali anche qui con tanto di statue di Gesù o della Vergine, trasportate a braccia fra canti e preghiere. Dopo essersi impegnata così a lungo per altri cattolici lontani, ora la diocesi di Macao è costretta a chiedere rinforzi all’esterno, anche se il vescovo Lai non ne è turbato più di tanto. Mostra con evidente orgoglio le sale riunione dove si trovano i ritratti a olio dei papi, e quelli sempre a olio, dei vescovi di Macao, a cominciare dal primo, don Belchior Carneiro Leitao, giunto in città nel 1576. Eppure, sebbene per il momento le fortune della chiesa cattolica appaiono in declino, non si deve per questo pensare che l’intera città sia improvvisamente indifferente alla religione o che il declino sia generalizzato, dato che le spiegazioni di natura religiosa a fenomeni che appaiono misteriosi sono sempre le prime ad affiorare. Infatti, quando, nel 2003, il Guangdong e la vicina Hong Kong vennero martoriati dall’epidemia di Sars, che solo nella Cina del sud provocò più di cinquecento vittime, a Macao non fu registrato nemmeno un caso. “L’unica persona che contrasse la Sars era un uomo di Zhuhai, di passaggio in città, che era venuto a Macao sapendo di essere ammalato, perchè sperava che qui sarebbe stato curato meglio che in Cina. Guarì, e si trattava comunque di un caso importato” racconta Ricardo Pinto. “E molti hanno deciso che la nostra immunità, nella città dedicata a Dio, e battezzata Cidade do nome de Deus, sia stata il miracolo del cielo”.
Il segno femminile del Novecento. Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette raccontate da Julia Kristeva. Tre biografie in una trilogia, in via di pubblicazione in Italia da Donzelli, alla ricerca delle tracce dell’esistenza che diventano pensiero e scrittura
Paola Bono
Una giornata intensa per Julia Kristeva, il primo martedì di primavera che l’altroieri l’ha vista a Roma in occasione del premio Amelia Rosselli, assegnato al suo volume su Hannah Arendt e alla casa editrice Donzelli che l’ha pubblicato l’anno scorso, dopo quello su Colette apparso nel 2004 – una trilogia che si completerà con il libro su Melanie Klein, in uscita a settembre 2006. L’abbiamo incontrata in mattinata prima della sua visita alla Casa internazionale delle donne, e poi di nuovo alla Sala S. Rita, dove nel pomeriggio – accolta da Mariella Gramaglia a nome del Comune di Roma, che organizza il premio Rosselli – ha parlato della sua concezione del «genio femminile», cui si intitola la trilogia, discutendone con Nadia Fusini, Federica Giardini, Pietro Montani, e Elisabetta Rasy. Quelli della trilogia sono libri complessi che alternano e intrecciano diverse modalità di narrazione e analisi, ripercorrendo la vita e il pensiero di tre donne straordinarie che hanno segnato il Novecento, mentre vi si iscrive anche tutto il portato del multiforme percorso intellettuale di Julia Kristeva. Accanto alla riflessione su temi filosofici di continuata rilevanza, e personalmente toccanti per lei, nata nella Bulgaria stalinista, accanto alla critica linguistico-letteraria sottilmente esercitata nel confronto attento con il testo, è fortemente presente – come costante che non riguarda soltanto Melanie Klein e il suo contributo – la teorizzazione psicoanalitica, con pagine che innovativamente riesaminano alcuni punti nodali delle elaborazioni freudiane. Sarebbe dunque riduttivo definirli semplicemente delle «biografie», ma certo sono anche questo.
La scrittura biografica, da alcuni decenni al centro di un acceso dibattito interdisciplinare, è stata spesso paragonata a un passo a due – incontro di due soggettività, possibile gioco di rispecchiamento e di individuazione. Qual è stato nella sua esperienza di scrittura il suo rapporto con queste tre donne tanto diverse? Quali i ritmi, le mosse, gli esiti del passo a due danzato con loro?
In Italia si ha di me un’immagine di studiosa di semiotica interessanta alla forma più che alla vita; ma da tempo nel mio lavoro cerco di sottolineare l’importanza del dato esperienziale, di rendere parlante l’esperienza di scrittori e scrittrici nel loro situarsi nella Storia. Per scrivere la trilogia non ho svolto ricerhe d’archivio originali, mi sono servita di biografie esistenti e insieme di una lettura attenta dei testi di Arendt, Klein e Colette, per fare quello che davvero mi premeva, e cioè ripercorrere la loro traiettoria di pensiero. Nella polifonia di vita e opere di questi libri per così dire bifronti, forse ho scelto – mi hanno detto – donne che mi somigliano; un’osservazione che mi onora e mi lusinga, sebbene mi senta lontana dalla loro grandezza e dal loro coraggio. Certamente è stata una frequentazione assidua, che ora che si è conclusa mi lascia l’impressione di aver condiviso le loro vite in una prossimità sororale. Mi hanno insegnato molto: Arendt mi ha aiutato a capire meglio e diversamente il mondo politico, Klein a penetrare più a fondo il rapporto tra sessualità e vita del pensiero, e Colette… Colette indica la strada della gioia che non si arrende alla malinconia, è una maestra del piacere di vivere.
In che modo a suo parere, i dati biografici hanno inciso nello sviluppo del «genio» di queste donne?
Assai diversamente, come diverse sono state le loro vite. Per esempio, nel caso di Arendt, è stata sottovalutata secondo me la rilevanza del suo essere ebrea in Germania, subito prima e all’avvento del nazismo. La sua era una famiglia integrata, non religiosa, e la loro ebraicità non era centrale nella loro vita; ma a scuola questa specificità veniva in primo piano in episodi di minuto antisemitismo. Racconta Hannah Arendt che sua madre regolarmente scriveva protestando vibratamente, e lei, Hannah, veniva sospesa per un po’ (il che, allora, le faceva anche piacere…). Ebrea di famiglia integrata, dunque, ma cosciente di un antisemitismo mai del tutto assopito, che si sarebbe poi tragicamente affermato; innamorata della cultura tedesca, della lingua e della filosofia tedesca cui continua a fare riferimento anche quando è costretta a lasciare la Germania. E poi è stata fondamentale la relazione amorosa con Heidegger , di cui si è molto scritto. Ritengo osceno ridurla al solo aspetto di relazione sessuale, sebbene sia stata anche questo; in essa Arendt ha messo in opera una rara capacità di mantenere il rapporto del pensiero nella diversità di posizioni, la capacità di essere, come scrive lei stessa «fedele e infedele». Ha saputo prendere da Heidegger, ma più in generale dalla cultura tedesca ed europea, quel che le appariva essenziale, sapendolo trasformare in pensiero politico – assai modesta, non si definiva una filosofa, ma una «giornalista politica», che però ci ha lasciato intuizioni e riflessioni ancora vitali e feconde. E’ stata capace di capire subito che l’imperialismo e l’antisemitismo sono inerenti alla cultura europea, ma che in essa ci sono anche gli antidoti, e bisogna dunque trovarli e farli agire. Ha colto prima di chiunque i punti di contatto tra stalinismo e nazismo, la loro essenza totalitaria di negazione del pensiero singolare, di «banalizzazione» dell’umano che porta alla banalizzazione del male.
Nella trilogia torna più volte l’accento sulla singolarità – singolarità delle «protagoniste» di ogni volume, ma anche singolarità di ciascuna donna; e insieme il riferimento a una comune differenza nella quale solo si mostrano la creatività e la specificità delle donne. Come prende forma nel genio singolare di Arendt, Klein, Colette, questa comune differenza?
L’insistenza sulla singolarità è un dato fondante della cultura europea, che la caratterizza e distingue, e che credo si debba al suo essere incrocio di civiltà – greca, ebraica, cristiana. Dovremmo essere più fieri della nostra cultura, senza naturalmente dimenticare che ha anche grandi colpe storiche, con il colonialismo per esempio; ma saperne vedere e rivalutare e affermare gli elementi positivi di attenzione all’umano singolare. Un tratto comune di Arendt, Klein e Colette, un tratto che si lega al loro genio femminile, è che tale singolarità non diventa mai egotismo, è sempre desiderosa e capace di condivisione. Penso all’atteggiamento di Hannah Arendt verso la filosofia, quando definisce Platone, Kant e Heidegger esponenti della «tribù malinconica» dei filosofi chiusi nella loro torre a lamentarsi in discorsi esoterici che non si sforzano davvero di comunicare; a lei interesseva invece produrre un pensiero singolare che potesse però essere condiviso. Questa attenzione al legame, insieme all’insistenza sul tempo della nascita e della rinascita, e alla preoccupazione di salvaguardare la vita del pensiero, situato al cuore della vita, mi sembrano rintracciabili in tutte e tre, aspetti variamente declinati di una comune differenza.
Anche in questa trilogia, come già in precedenza nel suo lavoro, lei indaga il femminile e più ancora – direi – il materno, mettendo in gioco la complessità dei suoi molteplici aspetti. Centro dell’abiezione per la minaccia con/fusionale che in esso si incarna; aurora del legame con l’altro perché luogo di un amore unico nel suo essere amore per il «qualunque» che viene; «presa» a cui sottrarsi in una dinamica di libertà che passa attraverso il matricidio. Sono riconciliabili questi aspetti, e come?
E’ vero, la riflessione sul materno e sulla maternità è centrale nel mio lavoro, credo ve ne sia grande bisogno e che troppo poco si sia elaborato in proposito. In particolare mi interessa mettere in evidenza la difficoltà della vocazione e della funzione materna, spesso dimenticata o rifiutata in nome di una diversa realizzazione di sé; oppure avviene, oggi con molta evidenza, che la maternità venga mercificata, falsamente idealizzata in immagine commerciale con le infinite pubblicità di bimbi rosei e ridenti. Come psicoanalista mi trovo davanti alla fatica della maternità, alla crisi del sé che si vive nel rapporto con la propria creatura, rapporto fatto di tenerezza esorbitante e di esorbitante violenza, in cui convivono volontà di possesso e dipendenza. Poi la madre riesce a sublimare, lascia libero il figlio, la figlia, offrendo loro il dono del linguaggio, che si sostituisce al contatto corporeo. Qui sono in dissidio con Freud, secondo il quale la donna sarebbe incapace di sublimazione; credo che Freud non abbia guardato abbastanza le madri. Certo ci sono anche grandi scacchi della funzione materna, e credo che anche problemi sociali di grande importanza – le rivolte nelle periferie, la tossicomania, i suicidi di adolescenti – siano in parte legate a questi scacchi. Le madri sono lasciate sole, e non ci si rende conto che è un problema di civiltà capire il ruolo chiave della maternità e sostenere le madri nel loro difficile e fondamentale compito.
Lei delinea tre fasi della «battaglia delle donne per la loro emancipazione» nei tempi moderni: la rivendicazione dei diritti politici con il suffragismo; l’affermarsi di una «uguaglianza ontologica», l’uscita dalla secondarietà di una coscienza sempre trascesa dalla coscienza dell’uomo, con Simone de Beauvoir; la ricerca della differenza tra i due sessi, sulla scia del maggio ’68 e della psicoanalisi. Ma questa linearità progressiva si spezza se pensiamo che già alla fine della prima fase, senza disconoscere la lotta per il voto e sottolineando la centralità dell’elemento economico, Virginia Woolf aveva messo in primo piano la differenza, sia in Una stanza tutta per sé che ne Le tre ghinee . Eppure Woolf né sottovalutava l’esemplarità – al tempo stesso eccezionale e diversamente ripetibile – delle molte donne di cui rintraccia il contributo nella storia, né essenzializza la differenza in riduttive costanti biologiche. Non crede che assumerne l’insegnamento – come ha fatto il pensiero della differenza sessuale italiano – possa indicare una strada diversa per una risignificazione del rapporto tra uguaglianza e differenza, e anche per un altro modo di coniugare libertà di ognuna e di tutte?
Sono una grande ammiratrice di Virginia Woolf, e avrebbe facilmente potuto essere lei una delle protagoniste della mia trilogia. Non è stato così sia perché per una volta ho voluto sfuggire alla lingua inglese – sia Hannah Arendt che Melanie Klein, sebbene entrambe tedesche, hanno scritto in inglese – sia perché con Colette avevo l’occasione di mostrare una donna che, malgrado difficoltà e tradimenti, sa sfuggire alla depressione, mettendo al centro della sua vita e della sua opera la gioia di vivere. Però è vero che si tratta di una linearità artificiale, che ha senso soltanto se pensiamo al femminismo nella sua forma di movimento di massa; vi sono avventure intellettuali che spezzano questa linearità, e mettono in evidenza la complessità di intuizioni e proposte dove non vi è progressione ma compresenza. Sto lavorando ora su Teresa d’Avila, una donna depressiva e malata, una suora nella Spagna del XVI secolo, che però diventa una donna politica, conduce una battaglia contro la gerarchia della chiesa per riformare il Carmelo, e sa dire alle sue sorelle – nel XVI secolo! – che possono giocare a scacchi in convento per dare scacco matto a Dio.
Nadia Fusini
Ci sono vari tipi di eremiti – stiliti, reclusi, pellegrini; tra gli altri, gli eremiti-poeti, che si isolano nella poesia, o meglio, che vanno verso la poesia come nel deserto, per ascoltare la voce autentica dell´Essere. Un poeta così è Elizabeth Bishop.
In un saggio che le dedicai ormai dieci anni fa – da molto tempo, confesso, le sono devota – le riconobbi la virtù della «reticenza»; ora sfoglio la nuova edizione, quasi completa, delle sue poesie uscita da Adelphi col titolo Miracolo a colazione (pagg. 288, euro 27,00) e l´occhio mi cade su un verso di Ai magazzini del pesce, splendido componimento in cui Elizabeth Bishop si paragona a una foca e come lei si qualifica «a believer in total immersion»; una creatura «credente nell´immersione totale». Per l´appunto.
Schiva, solitaria, timidissima, Elizabeth nasce ed è presto orfana di padre, la cui precoce morte la priva anche della madre, che per il dolore impazzisce. Morirà in un ospedale psichiatrico nel 1934, lo stesso anno in cui Elizabeth a New York conosce Marianne Moore, sua madrina poetica. Elizabeth ha ventitré anni e ha già scelto la poesia come la sua «chosen art»: avrebbe anche potuto scegliere la pittura, ma scelse la poesia. Però, poi, tentò di fare con le parole quel che si fa per lo più col pennello: descrizioni precise, dettagliate, incantate e incantevoli, di luoghi, animali, oggetti: un iceberg, una barca, un distributore…
Cominciò con «la carta geografica», dove lasciò emergere tra le terre e le acque e i continenti l´ombra di Terranova e il Labrador e la Norvegia. Poi proseguì con Parigi, quando nell´estate del ‘35 venne in Europa. Poi tra il ‘36 e il ‘37 fu la volta della Florida. Finché partì per il viaggio più lungo, in Brasile, dove restò per sedici anni, dal novembre 1951 al 1967, e scrisse Brasile e Arrivo a Santos. Tutti questi luoghi provò a dipingere in poesie dove le parole vogliono sollecitare l´occhio affinché veda, e spesso, per rappresentare un luogo, lo evocano attraverso un quadro, un´immagine; come accade in La grande crosta, o in Poesia. In Poesia Elizabeth è ormai tornata nel suo nord, dove l´aria è pulita e fredda; è a casa, ma è una casa ritrovata per l´appunto in un dipinto grande più o meno come un dollaro, e grazie a dei versi, che se parlano all´anima è perché stimolano l´emozione in virtù della sobrietà, rispettando il medium di ogni autentica meditazione, il silenzio.
Il viaggio la ricongiunge alla propria solitudine e la poesia al proprio silenzio. Elizabeth viaggia e scrive come chi non possiede nulla e di nulla si impossessa; semplicemente interroga.
Si capisce che le piace osservare spassionatamente quel che la circonda, non le piace abbellire alcunché a suon di metafore; vuole semmai raggiungere il paesaggio, o l´animale, o l´oggetto che ha di fronte, nel rispetto di una sola aura, quella del riserbo. Ma come si fa a toccare, senza afferrare? A comprendere, senza prendere? Lei lo sa fare. E´ la sua grandezza.
E´ anche la ragione per cui rimane sempre nuda. La sua modestia è tale che lei «si limita» a descrivere. Ma è chiaro che sa quali complessi legami la realtà intrattiene tra profondità e apparenza.
Ha la pulpilla di Vermeer, il cristallino di Vuillard. E legge Darwin. Se ha degli antenati in poesia sono i Metafisici del Seicento inglese. O Hopkins. C´è chi ha fatto il nome di Emily Dickinson. Più vicino, c´è Marianne Moore; con lei condivide il culto della precisione, l´eleganza ironica, ma su un registro espressivo del tutto diverso. E c´è Robert Lowell, da cui tutto la divide, eppure rispetta. Ma a ben vedere, è unica e sola. A conferma di quanto dichiarò proprio a Lowell: «Quando scriverai il mio epitaffio, dì che sono stata la persona più sola al mondo».
Tre teste e tre paia di mani hanno compiuto il Miracolo a colazione, una performance traduttoria che a me ha strappato più volte l´applauso. Anche perché quando ho visto che ben in tre traduttori di grande rispetto (Damiano Abeni, Riccardo Duranti, Ottavio Fatica) s´erano dedicati all´impresa, come avranno fatto a spartirsi la Bishop? ho pensato; e perché non mi dicono chi ha tradotto cosa? Poi leggendo ho capito che i tre traduttori si erano in effetti sciolti in uno, anzi si erano fatti una; erano diventati Elizabeth Bishop. Lo confesso: non credevo che si potesse andare tanto vicino al miracolo dell´incarnazione in italiano della lingua poetica di questa grandissima artista.
Certo, a volte avrei scelto diversamente… E´ naturale: la lingua della traduzione non ha la perentoria stabilità dell´originale, si potrebbe sempre fare in un altro modo… Ma ripeto, qui la Bishop rinasce italiana. Ed è un´emozione vera, come vera e nuova e viva è la lingua inventata per l´occasione: una lingua a fronte, che specchia in modo spavaldo e libero l´originale; gli sta a fronte e gli tiene testa e dimostra come la traduzione sia davvero fedele, quando è attiva, e non passiva. A volte i traduttori chiamano fedeltà la supina, rigida aderenza a un dettato, mentre la vera fedeltà si misura sull´audacia, sulla capacità, da parte del traduttore, di attraversare la metamorfosi che nel passaggio da una lingua all´altra si impone. E´ una graticola. Ci si può bruciare. Ci si può lasciare le penne. Ma se riesce…
L´autrice di “Leggere Lolita a Teheran” racconta il suo rientro in Iran durante la rivoluzione khomeinista. Le speranze tradite, la repressione e la censura sulla sua amata letteratura occidentale. E spiega perché resta insopprimibile il bisogno umano di sognare leggendo i grandi capolavori
La storia che voglio raccontarvi comincia all´aeroporto di Teheran, decine di anni fa, quando i miei mi mandarono in Inghilterra per proseguire gli studi. I parenti e gli amici presenti quel giorno si ricorderanno di me come di una ragazzina viziata, che correva in giro per l´aeroporto gridando che non voleva partire. Dal momento in cui mi afferrarono, mi misero sull´aereo e il portellone si chiuse, l´idea di tornare a casa, in Iran, diventò un´ossessione costante che mi tormentava giorno e notte. Fu questa la prima lezione vera e propria sulla caducità e sull´imprevedibilità della vita. L´unico mezzo per ritrovare la mia Teheran perduta erano i ricordi e qualche libro di poesia che avevo portato con me. Nelle sere di sconforto, in quella cittadina umida e grigia chiamata Lancaster, mi raggomitolavo sotto le coperte con la borsa dell´acqua calda, e aprivo a caso uno dei tre libri che tenevo sempre sul comodino: Hafiz, Rumi e una poetessa iraniana moderna, Forugh Farrokhzad. Leggevo fino a tarda notte, un´abitudine che non ho perso, e mi addormentavo solo quando le parole mi avvolgevano, simili agli aromi di un vecchio negozio di spezie, facendo riemergere la mia lontana ma non dimenticata Teheran.
Allora non sapevo che stavo costruendo una nuova casa, un mondo portatile che nessuno avrebbe avuto il potere di strapparmi mai più. E mi adattai alla nuova casa leggendo e studiando Charles Dickens, Jane Austen, le Bront e William Shakespeare, che incontrai con un brivido di puro piacere il primissimo giorno di scuola. Più tardi, ovviamente, avrei cominciato a scoprire l´America attraverso lo stesso prodigio dell´immaginazione: i libri di Francis Scott Fitzgerald, Saul Bellow, Mark Twain, Henry James, Philip Roth, Emily Dickinson, William Carlos Williams e Ralph Ellison.
Che fossi in Inghilterra o in America, comunque, al centro della mia esistenza c´era sempre l´idea del ritorno.
Il mio Iran perduto si imponeva in tutti i momenti della mia vita e arrivai persino a trasferirmi per un semestre nel New Mexico solo perché laggiù le montagne e le notti stellate mi ricordavano quelle della mia infanzia. Alla fine dell´estate del 1979, due giorni dopo la discussione della tesi, eccomi dunque a bordo di un aereo diretto a Teheran via Parigi.
Ma appena atterrai all´aeroporto di Teheran, capii senza ombra di dubbio che la casa di un tempo non era più casa. E, in effetti, sono convinta che la propria abitazione non dovrebbe mai essere “troppo casa”, vale a dire troppo confortevole e perfetta. Mi viene sempre in mente l´affermazione di Adorno secondo cui «la forma più elevata della morale è non sentirsi a casa a casa propria».
Quindi devo essere grata alla Repubblica islamica dell´Iran per avermi spronata a pormi delle domande, per avere modificato la mia concezione di casa, e per tante altre cose.
Casa mia non era più casa anche in un altro senso; non tanto perché mi aveva destabilizzata e costretta a cercare nuove definizioni, ma soprattutto perché aveva fatto in modo che le sue stesse definizioni entrassero in me, trasformandomi in un´entità “aliena”. Nel nome del Paese, della religione e delle tradizioni che pure erano miei, si era stabilito infatti un nuovo regime, pronto a dichiarare che il mio aspetto e le mie azioni, ciò in cui credevo e quello che desideravo come essere umano, come donna, scrittrice e insegnante era sostanzialmente estraneo a questa casa.
Nell´autunno del 1979 insegnavo Huckleberry Finn e Il grande Gatsby in aule spaziose al secondo piano dell´Università di Teheran, senza rendermi conto della straordinaria ironia della situazione: giù in cortile c´erano studenti islamici e di sinistra che gridavano: «A morte l´America!» e, poco più in là, l´ambasciata degli Stati Uniti era assediata da un gruppo di universitari che dicevano di «seguire la via dell´imam». Il loro imam era Khomeini, che aveva intrapreso una guerra in nome dell´Islam contro l´Occidente pagano e le sue miriadi di agenti infiltrati. Non era solo una guerra religiosa. Il fondamentalismo che predicava era basato tanto sulla religione quanto sulle ideologie estremiste – comuniste e fasciste – dell´Occidente. Allo stesso modo, i suoi obiettivi non erano solo politici; con l´appoggio dei radicali di sinistra condusse una sanguinosa crociata contro l´»imperialismo» occidentale, a favore dei diritti delle donne e delle minoranze, della libertà culturale e dell´individuo. Questa volta mi accorsi di avere perso la connessione con l´altra casa, l´America di cui avevo letto in Henry James, Richard Wright, William Faulkner e Eudora Welty.
In un adattamento russo dell´Amleto distribuito in Iran, Ofelia fu eliminata dalla maggioranza delle scene; nell´Otello di sir Laurence Olivier, la parte di Desdemona fu tagliata nella maggior parte del film e anche il suicidio di Otello fu espunto perché, secondo i censori, avrebbe rattristato e demoralizzato le masse! In Iran le masse erano una strana categoria, perché parevano soffrire di più assistendo alla morte di un personaggio immaginario sullo schermo che non subendo fustigazioni e lapidazioni di persona. E, mentre a scuola le studentesse venivano rimproverate se ridevano apertamente o se correvano in cortile, se avevano le stringhe delle scarpe colorate o se portavano braccialetti variopinti, nei cartoni animati di Braccio di Ferro fu eliminata Olivia da quasi tutte le scene perché la relazione fra i due personaggi era illecita.
Il risultato fu che i cittadini iraniani, uomini e donne, cominciarono inevitabilmente ad avvertire la presenza e l´invadenza dello Stato in ogni momento della loro quotidianità. Lo Stato non si limitava a punire i criminali che minacciavano la vita e la sicurezza della popolazione, ma controllava le persone, comminando pene detentive e frustate se solo si aveva lo smalto sulle unghie, le scarpe della Reebok o il rossetto sulle labbra; vigilava su ragazze e ragazzi che apparivano insieme in pubblico. In breve, ciò che fu messo sotto accusa e «sotto sequestro» furono i diritti individuali e civili degli iraniani.
Anni dopo, la fatwa dell´ayatollah Khomeini contro Salman Rushdie non volle stabilire un confine tra l´Islam e l´Occidente, come dissero alcuni, ma fu una reazione ai pericoli rappresentati per una mentalità totalitaristica – che non può tollerare alcuna forma di ironia, ambiguità e irriverenza – dalla fervida fantasia di un individuo. Come affermò Carlos Fuentes, l´ayatollah aveva emesso una fatwa che, attraverso lo scrittore, colpiva la stessa forma democratica del romanzo. Questa racchiude una molteplicità di voci, con prospettive diverse e talvolta opposte, in uno scambio critico in cui una non elimina l´altra. Poteva esserci una sovversione più pericolosa di questa democrazia di voci? E, in questo senso, lo straordinario patrimonio della letteratura americana continuò a ricordarmi in quegli anni quanto la democrazia vera dipenda da quella che potremmo chiamare «immaginazione democratica».
Invece, secondo i “guardiani della moralità” della Repubblica islamica, libri come Lolita o Madame Bovary erano moralmente corrotti; davano il cattivo esempio ai lettori e li spingevano a commettere azioni immorali. Come tutti i totalitaristi, questi burocrati non riuscivano a distinguere la realtà dalla fantasia, e pretendevano di imporre la propria versione della verità sia sulla vita sia sulla finzione letteraria. Eppure, non leggiamo Lolita per saperne di più sulla pedofilia, così come non decidiamo di andare a vivere sugli alberi dopo avere letto Il barone rampante di Calvino. Non leggiamo per trasformare le grandi opere letterarie in repliche semplicistiche della nostra realtà, ma per il sensuale, puro e semplice piacere di leggere. La ricompensa sta nella scoperta dei tanti livelli nascosti all´interno di queste opere, che non si limitano a rispecchiare la realtà, ma rivelano uno spettro molteplice di verità, andando così contro l´atteggiamento di qualsiasi mentalità totalitaria.
In Iran, invece, i governanti imposero sulle nostre vite e sulla nostra realtà i fantasmi della loro stessa fantasia. Le mie studentesse non potevano godersi i piccoli piaceri della vita che una di loro, Yassi, definiva “proscritti”, quelli così facilmente disponibili per gli altri, come la carezza del sole sulla pelle o del vento tra i capelli. La semplice azione di uscire di casa ogni giorno diventava una tormentosa e colpevole menzogna, perché eravamo obbligate a metterci il velo e ad assumere l´immagine fasulla che lo Stato aveva concepito per noi.
Per negare e sfuggire a quell´immagine a noi estranea, a quella falsità forzata che partiva dall´aspetto esteriore e permeava ogni sfaccettatura della nostra vita, dovevamo ricreare noi stesse e recuperare l´identità che ci era stata sottratta, resistendo all´oppressore con le nostre risorse creative e rifiutando di adottare il suo linguaggio. In Iran la resistenza era diventata sinonimo di confronto non violento, da attuare sia attraverso richieste politiche, sia con il rifiuto dell´omologazione, insistendo invece sul senso di integrità dell´individuo. In altre parole, chiedevamo di essere rispettate e riconosciute per quelle che eravamo e rifiutavamo di diventare gli spettri in cui il regime voleva trasformarci.
Con l´andare del tempo, inesorabilmente, le regole stesse che erano state messe a punto per tenere a bada i cittadini diventarono le armi con cui gli iraniani esprimevano il proprio dissenso. Dal momento che la Rivoluzione aveva trasformato le vie di Teheran e di altre città nel teatro di una guerra culturale, in cui i funzionari dello Stato non punivano i cittadini per la detenzione di pistole o granate ma per altre armi, anche più potenti (una ciocca di capelli, un nastro colorato, occhiali da sole alla moda), il regime aveva politicizzato non solo un gruppo ristretto di dissidenti ma tutti gli iraniani. Eravamo piene di energie, non tanto perché la politica fosse connaturata in noi, quanto per il desiderio di conservare la nostra integrità individuale di donne, scrittrici, insegnanti, in breve, di cittadine comuni che volevano vivere la propria vita.
Meno di dieci anni dopo la morte dell´ayatollah Khomeini i rivoluzionari “illuminati” (gli ex giovani veterani della guerra e della Rivoluzione) cominciarono a chiedere maggiori libertà e diritti politici. La scomparsa dell´ayatollah li aveva lasciati soli a fronteggiare la rabbia che provavano per i tanti sogni mai avverati e i tanti desideri mai espressi. Così, gli stessi ex rivoluzionari che nel 1979 avevano condannato ogni forma di modernità e democrazia, adesso dovevano guardare dentro se stessi e mettere in dubbio la propria ideologia. Porsi domande divenne una priorità perché sapevano di essere diventati un gruppo isolato all´interno della popolazione iraniana ed erano consapevoli che i loro ideali avevano perso in fretta credibilità.
Attualmente le forze più potenti in grado di cambiare il panorama sociale dell´Iran sono le donne e le generazioni più giovani, quelle stesse che, secondo le speranze degli islamisti, avrebbero dovuto riaccendere l´ardore politico da tempo perduto dai loro genitori. I membri di questa generazione, invece, hanno rifiutato di conformarsi alle regole autoritarie imposte loro; gli studenti iraniani hanno occupato le prime file nella lotta per le libertà sociali, culturali e politiche. Questi giovani sono perfettamente consapevoli di quanto la libertà politica dipenda dalla salvaguardia dei diritti e degli spazi individuali. Hanno sfidato i controlli morali inventandosi modi creativi per resistere alle norme imposte nell´abbigliamento, tenendosi per mano, ridendo apertamente e guardando film proibiti. Nei primi anni del nuovo secolo i “guardiani della moralità” si sono dovuti ritirare dalle vie di Teheran. E, in un certo senso, fa sorridere che molti giovani iraniani, vale a dire i figli di quelli che un tempo si erano schierati contro Il grande Gatsby, si siano messi a leggere Heinrich Bll, Milan Kundera e Francis Scott Fitzgerald, oltre ad Hannah Arendt e Karl Popper.
Una cosa che mi sono sempre chiesta è perché nelle peggiori condizioni politiche e sociali, durante guerre e rivoluzioni, nelle prigioni e nei campi di concentramento, la maggior parte delle vittime si accosti alle opere di fantasia… Ricordo che circa dieci anni fa incontrai una mia ex studentessa, da poco scarcerata. Mi raccontò che lei e una compagna di cella, di nome Razieh, anche lei mia ex allieva, si facevano forza ricordando insieme le discussioni fatte in classe o gli autori che avevano letto, da Henry James a Francis Scott Fitzgerald. La mia studentessa mi disse poi che Razieh era stata uccisa poco prima che lei fosse rilasciata. Da allora continuo a pensare ai luoghi che hanno attraversato queste opere letterarie, dalle biblioteche e dalle aule scolastiche alle celle buie delle prigioni. Sappiamo bene che la fantasia non può salvarci dalle torture e dalle violenze dei regimi tirannici, né dalle banalità e dalle crudeltà della vita.
James, l´autore preferito di Razieh, non l´ha salvata dalla morte; eppure c´è un senso di trionfo nella scelta fatta da questa ragazza quando ogni possibilità di scelta sembrava esserle stata tolta. Come molti prima di lei, Razieh aveva conservato il diritto di decidere come comportarsi di fronte a una fine spietata e immediata. Rifiutò di piegarsi al comportamento disumano e degradante impostole dai carcerieri, mantenendo vivo il ricordo delle esperienze che le avevano dato più gioia in tutta la vita. Di fronte alla morte, aveva celebrato ciò che attribuiva dignità e significato alla vita, ciò che più rispondeva al suo senso della bellezza, del ricordo, dell´armonia e dell´originalità: in altre parole, una grande opera della fantasia. Il suo personale mondo portatile.
Si potrebbe pensare che opere del genere acquistino grande significato in un Paese mutilato delle libertà fondamentali, ma che non siano granché rilevanti in uno Stato libero e democratico. Quanto sono importanti Fitzgerald, Twain e Flannery O´Connor, vi chiederete, per la vita nel mondo occidentale?
Risponderò semplicemente con un passo di Huckleberry Finn, in cui Huck deve decidere se lasciare andare Jim. Huck sa che a catechismo «t´imparavano che la gente che si comporta come ti sei comportato tu», cioè liberando uno schiavo, «finisce tra le fiamme dell´inferno». Eppure il suo cuore si ribella alle minacce di queste autorità “morali”. Si vede davanti Jim «di giorno e di notte, certe volte al chiaro di luna, certe volte durante un temporale, e intanto scendevamo il fiume parlando, cantando, ridendo. Ma non riuscivo a trovare qualcosa che mi faceva arrabbiare con lui, se mai il contrario». Nel momento in cui si ricorda dell´amicizia e dell´affetto di Jim e non lo percepisce più come uno schiavo, ma come un essere umano, decide: «Va bene, andrò all´inferno».
Nella letteratura americana Huck ha molti improbabili compagni di viaggio: le donne garbate e distinte di Henry James, quelle inquiete e tormentate di Zora Neale Hurston e di Toni Morrison, i sognatori, come il Gatsby di Fitzgerald; e tutti loro decidono che preferirebbero rinunciare al paradiso e rischiare l´inferno pur di ascoltare la voce del cuore e della coscienza. Tutti mostrano una toccante mescolanza di coraggio e vulnerabilità che sfida le risposte facili, le formule rigide e le soluzioni semplicistiche. Quanti di noi oggi rinuncerebbero al paradiso promesso dal catechismo per il tipo di inferno che alla fine Huck sceglie per se stesso?
Come ci ricorda Saul Bellow nel Dicembre del professor Corde, una cultura che ha perso la poesia e l´anima è una cultura che corre incontro alla morte. E la morte non sempre arriva sotto le sembianze di dittatori che appartengono a Paesi lontani; vive fra noi, sotto forme diverse, spacciandosi per un´amica. Confondere discorsi frammentari con pensieri profondi, politica con etica, reality show con intrattenimento creativo; dimenticare il valore dei sogni; perdere la capacità di immaginare una morte violenta in Darfur, Afganistan o Iraq; assistere agli omicidi in tv come a una notizia di poco conto: non sono forse tutti indizi del fatto che oggi più che mai ci servono il coraggio e l´integrità, la fede, l´immaginazione e i sogni che questi libri hanno infuso in noi? Non è forse il momento giusto per preoccuparsi, come fa l´eroe di Bellow, di quello che accade se un Paese perde la poesia e l´anima?
Abbiamo bisogno di scrivere tutto ciò. Di raccontare quello che accade a noi e agli altri mentre lottiamo per salvare noi stessi dalla disperazione, per ricordarci che i tiranni di ogni sorta non possono sottrarci il nostro bene più prezioso. Possono mettersi sulla nostra strada fanatici di ogni genere; possono condannarci, ucciderci e mutilarci nel nome del progresso o di Dio. Ma non possono privarci degli ideali. Non possono portarci via la nostra umanità.
Calvino una volta disse: «Possiamo liberare noi stessi solo se liberiamo gli altri, perché questa è la condizione sine qua non per la propria liberazione. Ci devono essere la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo». Poi aggiunse un´affermazione molto semplice che, per me, è l´essenza di tutto: «Dev´esserci anche la bellezza».
Solo in queste condizioni, nell´insistenza prettamente umana sulla bellezza, nelle idee rivelatrici, nei particolari della nostra storia, di ciò che temiamo, di quello che desideriamo, fiorisce la fantasia.
Troppo spesso ci capita di definirci creature pratiche, animali politici. Ma in noi alberga un impulso molto più grande, la tendenza verso quello che chiamerei semplicemente l´universale. Ed è proprio su questo terreno comune che ci avviciniamo a quello che realmente ci lega: cultura, storia, lingua. Perché è qui, in quella che a me piace chiamare “la Repubblica dell´Immaginazione”, che riveliamo davvero la nostra natura di esseri umani.
Negli appunti di Juan Goytisolo titolati Hya, Ella, Elle, un doloroso collage di ricordi in presa diretta, pubblicati da Fennec di Casablanca, in una edizione trilingue, araba, spagnola e francese. Protagonista di queste pagine la sua compagna, Monique Lange, biografa di Cocteau e di Edith Piaf, sceneggiatrice per Rossellini e De Seta, di cui le edizioni Cargo ora ripubblicano I pescigatto
Marco Dotti
Scritti nell’ottobre del 1996, all’indomani della scomparsa di Monique Lange, sua complice e compagna di vita, gli appunti di Juan Goytisolo titolati Hya, Ella, Elle sono un doloroso collage di ricordi in presa diretta, che appaiono ora, a dieci anni di distanza, per le edizioni Fennec di Casablanca, in un’agile, ma raffinata edizione trilingue in arabo, spagnolo e francese. Una scelta non casuale perché, ben più della Parigi delle chiacchiere spese nei bistrot, a fare da sfondo agli incontri felici, ai sogni, alle inevitabili, ma non meno laceranti, incomprensioni di questa bizzarra coppia di amanti fu sempre e soltanto il “crogiuolo estraniante” del Marocco, con le sue lingue, la sua luce e il vento che taglia con rabbia la costa atlantica di Rabat. La “solitudine e l’egoismo” che la scrittura richiede, al pari di quelle incomprensioni, pesano ancora oggi, più di ogni altra cosa, nel dialogo straziante che Goytisolo riattiva con la sua “lei assente”. Nata, nella Parigi dei primi anni Venti, da una famiglia altoborghese che vantava legami di parentela illustri – tra gli altri Henri Bergson e Emmanuel Berl – figlia di un giornalista di cui ha ripercorso la storia e i rapporti in uno dei suoi ultimi lavori titolato Les cahiers déchirés, dopo l’infanzia passata in Indocina Monique Lange iniziò a lavorare come segretaria di redazione presso la casa editrice Gallimard. Fu proprio lì che, nel 1955, conobbe Goytisolo, giovane esiliato dalla Spagna franchista. Ne nacque una passione che, ben presto, li avrebbe portati al matrimonio. Al di là delle circostanze private, il loro incontro fu mediato, e in qualche misura favorito, da un “terzo” incomodo d’eccezione: Jean Genet. Proprio Genet, che era allora tra i migliori amici della Lange, avrebbe in seguito segnato l’esperienza artistica e di vita di Juan Goytisolo, lasciando nella sua opera tracce e ferite la cui eco ancora si fa sentire. Nelle Settimane del giardino – tradotto da Glauco Felici per Einaudi un paio di anni or sono -, libro che attiene alla produzione tarda e più sperimentale dello scrittore catalano, tra le vicende che fanno da sfondo alla ricerca dell’identità perduta del suo alter ego, il poeta omosessuale Eusebio, appaiono, più di una volta l’ombra di Genet e della sua tomba (Genet riposa in Marocco, in un cimitero sconsacrato, nei pressi di Tangeri, città d’adozione di Goytisolo). Infine, Genet riappare, direttamente nel cuore del romanzo, nelle vesti di un insolito marabutto, un uomo toccato dalla grazia, che ai più “appariva degno di ogni commiserazione”. Peccatore e pederasta, se durante la sua vita esibiva ostentatamente in pubblico ogni sorta di infrazione ai codici della legge e della religione, dopo la sua morte, come un santo “toccato dalla luce” e da quella particolare forma di benedizione che si è soliti definire col termine baraka, divenne oggetto di venerazione. “Le donne, allora, andavano sulla sua tomba, per riceverne il dono della fertilità”. Al di là degli aspetti romanzati, la presenza di Genet si rivela inestricabile persino dagli aspetti più intimi della vicenda della coppia; ma, non di meno, con la sua “carica di omosessualità eversiva” (a cui Goytisolo, empiamente, allude parlando di baraka) egli si rivelò in grado di segnare gran parte della sfera privata della vita di entrambi, e di Monique Lange in particolare. Biografa di Cocteau e di Edith Piaf, sceneggiatrice per Rossellini e Vittorio De Seta, scrittrice e militante della sinistra, nel 1959, quattro anni dopo il matrimonio con Goytisolo,Monique Lange diede infatti alle stampe Les poissons-chats, un romanzo breve di diretta ispirazione “genetiana ” in cui viene descritta la sofferta e ambigua educazione sentimentale della giovane Anne. Incapace di mettersi in relazione con compagni che non sanno darle l’unica cosa di cui avrebbe bisogno – “Bernard mi insegnava tutto. Parigi, la pittura, il flamenco, Monteverdi, la danza, gli alberi. M’insegnava tutto, tranne l’amore” – , Anne riceve la propria iniziazione sentimentale da una coppia di omosessuali, i “pescigatto ” che danno il titolo al volume, i quali la introducono nella loro “vita artificiale”, ma sono i soli capaci di strapparla da un’infelicità ricorrente, “con quel loro modo di fare frivolo, spensierato, tenero e con la loro capacità di prendersi in giro”. Apparso da Einaudi nel 1960, e ben presto finito fuori catalogo, I pescigatto viene ora riproposto, nella nuova traduzione di Sara Levi, con una nota di René de Ceccaty, dalle edizioni Cargo (pagine 90, euro 8). Una iniziativa intelligente, non solo come omaggio alla Lange, ma anche per quanto emerge dalla forza diretta del testo: il rapporto straziante, quasi melanconico, di una giovane donna che cerca di prendere coscienza del proprio corpo, e solo in parte vi riesce. Una coscienza di sé che passa, tragicamente, anche per il travaglio di un aborto clandestino resosi necessario dopo la sua prima esperienza, manco a dirlo incauta e frustrante, con un uomo ripugnante e privo di sentimenti. “Cominciò allora per me”, confessa la protagonista, “quell’orribile e affannosa ricerca, che quasi tutte le donne conoscono, di qualcuno disposto a farmi abortire. Non volevo dirlo a nessuno. Cercai nell’elenco telefonico quei nomi di ginecologi che mi sembravano più umani. Fu atroce”. Alla fine, ad aiutarla fu un indifferente ragazzo dagli occhi azzurri. Freddo, silenzioso, non chiese nulla, fissò un appuntamento, “mi addormentò e mi liberò”. Una esperienza descritta anche da Violette Leduc nella Bastarda, libro che andrebbe letto in controluce con quello della Lange, proprio perché capace di rendere a pieno quella particolare dimensione della solitudine che genera “un dolore secco e una infelicità che ti entra nelle ossa”. Anche nel caso della Lange abbiamo a che fare con una donna che, per riprendere le parole con le quali Simone de Beauvoir introduceva La bastarda, “scende in ciò che è più segreto in lei, e si racconta con sincerità inaudita, come se non ci fosse nessuno ad ascoltarla”. Nella foto in alto Jean Genet. Sotto, Juan Goytisolo
da Liberazione
“In che modo elaborare un rifiuto della guerra non neutro ma sessuato, cioè segnato dalla complessità di approcci con cui la soggettività femminile e l’esperienza femminile del mondo si sono espresse e si esprimono sulla guerra?”.
E’, questo, l’interrogativo che ha orientato il percorso di ricerca delle dieci autrici – e un autore – del testo La guerra non ci dà pace. Donne e guerre contemporanee, curato da Carla Colombelli (edizioni Seb 27, pp. 240, euro 12,50).
Un interrogativo che non è più possibile eludere, nel momento in cui, accanto all’immagine della donna estranea alla guerra, assente dai combattimenti, madre-moglie-sorella-figlia-vittima da proteggere, si stagliano quelle – non certo nuove, ma rese più visibili dai media – delle donne in armi, soldate, terroriste, kamikaze. Rappresentazioni, le une e le altre, stereotipate, che rendono difficile leggere la realtà complessa della presenza-assenza delle donne negli scenari bellici, non riducibile all’estraneità. Non solo: le nuove, diverse modalità con cui la guerra viene combattuta, facendo venir meno la linea del fronte e la divisione tra combattenti e non combattenti, coinvolgono la popolazione civile, costituita, oltre che da anziani e bambini, dalle donne, appunto. E le donne, i loro diritti, la loro libertà, sono diventati pretesto, giustificazione ideologica per alcune delle guerre
più recenti, prima fra tutte quella in Afghanistan. E’ indispensabile decostruire i ruoli e gli stereotipi, giocati sull’ambiguità tra estraneità e partecipazione, che alle donne sono stati attribuiti e che, più o meno consapevolmente, esse hanno ricoperto, per far emergere la molteplicità delle loro posizioni, ma, soprattutto, per restituire autorevolezza alle loro parole sulla pace, spesso non udibili e relegate nella sfera dell’impolitico dai discorsi dominanti.
Carla Colombelli, con le autrici e l’autore che hanno collaborato al progetto, individua un importante nodo problematico nella strutturazione e colonizzazione dell’immaginario individuale e collettivo da parte della guerra: essa, che lo vogliamo o meno, entra prepotentemente nella nostra realtà quotidiana, informando di sé valori, ruoli, comportamenti, sentimenti, forme del vivere sociale e dell’agire politico. E’ importante che i discorsi sulla guerra, articolati secondo il punto di vista dei due generi, entrino nelle aule scolastiche.
E che rendano evidente la messa in ombra della presenza femminile nella storia.
E’ un’ottica che va oltre l’egemonia maschile nel campo dei saperi – come della politica – e si apre al riconoscimento dell’Altro, delle differenze, della molteplicità. “C’è un filo di autorità femminile – è una frase di Luisa Muraro, citata nel libro – che percorre la storia politica dell’occidente.
Intendo: autorità di donne dotate di indipendenza simbolica dal sistema del potere. Questo filo corre dall’antichità fino ai nostri giorni”.
La ricca bibliografia curata da Luisa Peisino costituisce, certamente, una parte molto importante di questo lavoro: è posta, contrariamente alle consuetudini, all’inizio del testo, e incita immediatamente il lettore e la lettrice ad approfondire l’argomento. Cristina Giudice indica l’esistenza di uno sguardo femminile sulla guerra molto particolare: quello di artiste che si sono interrogate sui conflitti contemporanei. L’autrice utilizza categorie proprie del pensiero femminista, che consentono di mettere in luce, nelle opere presentate, la pratica del “partire da sé”, l’attenzione
per le differenze di genere e per gli stereotipi con cui queste vengono irrigidite e, soprattutto, per i corpi sessuati, per il loro utilizzo, sfruttamento e strazio nella materialità della guerra e nella sua
costruzione simbolica. Molto utili, come punti di partenza per l’elaborazione di progetti a scuola, i due saggi di Emma Schiavon, dedicati, rispettivamente, alla rielaborazione del pensiero di due studiose, Jean Bethke Elshtain e Rada Ivekovic, sulle connessioni tra genere, guerra, nazionalismo e cittadinanza, e all’analisi dei testi giornalistici allo scoppio della guerra del Golfo, riguardanti gli accaparramenti alimentari in Italia.
Emerge “come un discorso mediatico fortemente segnato dagli stereotipi di genere abbia inciso in modo molto profondo, proprio perché inavvertito, sull’auto-rappresentaione delle italiane e degli italiani”. Anche il contributo di Graziella Gaballo, orientato alla decostruzione di ruoli e stereotipi, insiti nei discorsi sulla guerra e, specialmente, nel linguaggio della guerra, si presta allo stesso scopo. Da segnalare anche gli interventi di Carla Bausone e Grazia Corrente, sul pensiero di Virginia Woolf, Simone Weil e Etty Hillesum; di Giorgio Belli, sulle auto-rappresentazioni dell’identità maschile nei film Apocalypse Now e Full metal jacket; di Enrica Panero, Laura Poli, Laura Porceddu, sulla storia delle Donne in Nero, arricchiti dagli appunti di Franca Maglietta.
Il libro si rivolge, in particolare, ad insegnanti di scuola media e superiore, propone percorsi didattici. Ma è interessante per chiunque voglia approfondire la propria conoscenza dell’elaborazione teorica e delle pratiche femminili sui conflitti e contro la guerra e per chi intenda, come si diceva, “dare al rifiuto della guerra un carattere sessuato”.
Pubblicata da Donzelli “Hannah Arendt. La vita, le parole”, la biografia della filosofa tedesca che, insieme a quelle della scrittrice Colette e della psicoanalista Melanie Klein, compone il trittico dedicato da Julia Kristeva al “genio femminile”.
Simona Forti
Atutta prima, sembra un’inedita Kristeva l’autrice di Hannah Arendt. La vita, le parole. (Il volume, uscito per le edizioni Fayard nel `99 e ora tradotto da Donzelli – pp. VI-296, € 23, traduzione di Monica Guerra -, è parte di una trilogia intitolata “Il genio femminile”, dedicata ad Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette). Insolito, infatti, è il tocco leggero e chiaro della scrittura con cui l’intellettuale di origine bulgara e di cultura francese dipana il racconto biografico. Ironico e paradossale può apparire l’intento del libro: esporre il pensiero di Hannah Arendt – così esplicitamente avverso alla psicoanalisi – a una sorta di sguardo “analitico”. Il risultato, per quanto teoreticamente discutibile, è comunque molto interessante. Credo, infatti, che sebbene vogliano tenersene lontano, le opere arendtiane si prestino più di quanto si possa credere a questo tipo di lettura. Il messaggio che Kristeva tacitamente invia ai suoi lettori richiama innanzitutto l’esemplarità dell’esistenza di Hannah Arendt: una vita femminile che riesce a rendere “produttivi” i paradossi del secolo che attraversa. E il gioco di specchi tra la vita di chi racconta e la vita raccontata, che senza dubbio trapela tra le righe, riesce a tenersi distante da ogni fastidioso narcisismo. Con grande finezza vengono ritratti tutti i segni della “differenza” arendtiana: il suo essere una donna, costantemente immersa in ambienti quasi esclusivamente maschili; il suo essere ebrea, ma non praticante e non sionista, studiosa appassionata di teologia cristiana e filosofia tedesca.
Per Kristeva, insomma, tutto nella vita di Hammah Arendt, dalle opere alle scelte personali, parla dal punto prospettico di un’irriducibile estraneità. Non soltanto gioca un ruolo centrale l’esilio, che la vede a Parigi negli anni Trenta e poi a New York dal 1940. Ogni episodio della sua esistenza, persino i lineamenti somatici così precocemente invecchiati, reca tracce di una lotta, la lotta tipica di chi è costretto a strapparsi da ciò che è familiare: luoghi, abitudini, lingua.
Ecco allora che la differenza tra il semiotico e il simbolico – nucleo teorico della riflessione kristeviana – trova nel dedalo dei segni offerti dall'”universo-Arendt” una possibilità d’applicazione particolarmente promettente. Questo fa del testo non un volume di semplice “esegesi” arendtiana, che si aggiungerebbe a una produzione ormai sterminata, ma un godibile esempio di come possono interagire tra loro, in maniera intelligente e misurata, narrazione e psicoanalisi, analisi testuale e critica filosofica. Alla fine, Julia Kristeva riesce davvero a trasformare la biografia di Hannah Arendt nella testimonianza di un percorso tortuoso, sofferto, contraddittorio quanto si vuole, ma “riuscito”, in quanto capace di rispondere alla chiamata del proprio daimon. Il “demone” arendtiano chiedeva già tirannicamente alla giovane ebrea di cultura tedesca di spendere l’esistenza nella ricerca del senso, nell’interminabile inseguimento di una verità: la radicale finitezza del mondo umano intessuta da una pluralità irriducibile.
In controtendenza rispetto a tante recenti interpretazioni “iperpolitiche” della filosofia arendtiana, l’autrice francese ritiene che l’interrogativo che assorbe, affatica e appassiona Hannah Arendt – dalla tesi di dottorato su Agostino a La vita della mente – sia in fondo uno solo: che cos’è diventata la vita umana; che cosa resta di essa dopo il crollo dei sistemi di riferimento normativi? Se ancora la vita ci appare il “bene ultimo”, come pensarla a partire dal fatto incontrovertibile che ciò che ha accomunato e accomuna tutti gli “animali totalitari” – quelli del passato e quelli latenti – è esattamente la pulsione a renderla superflua e a distruggerla nella sua singolarità? Sarebbe infatti questa la minaccia a fronte della quale The Human Condition, l’opera del `58, intona un inno all’unicità della vita spesa nell’azione e nella narrazione (bios), di contro a una vita biologicamente riproducubile (zoe). E’ la disperazione prodotta dalla storia del secolo, a far scommettere Hannah Arendt su un agire politico pensato come espressione e prolungamento del “miracolo della natalità”. “Donna senza figli – ci dice Julia Kristeva – la Arendt ci lascia in eredità una versione moderna (e secolarizzata?) del legame giudaico-cristiano con l’amore per la vita, attraverso il suo canto reiterato del `miracolo della nascita’, dove si coniugano la casualità dell’inizio e la libertà degli uomini di amarsi, pensare e giudicare”. E’ perché ci sono nascite – frutto della libertà di donne e di uomini, prima che prodotti delle combinazioni genetiche – che esiste la possibilità di essere liberi. La nostra libertà, infatti, – commenta Kristeva – non è soltanto una costruzione psichica, è la conseguenza dell’inizio come esperienza della rinnovabilità del senso.
Proseguendo in modo assai eterodosso il discorso arendtiano – in questo caso portandolo al limite del tradimento – l’autrice francese ribadisce qui la propria visione dello psichismo materno come luogo di passaggio dalla zoe al bios. Più in generale, presenta il legame con la madre – o meglio, l’incontro primario col femminile – come radice, nel singolo, della possibilità di “amore per il qualunque”, condizione, in ognuno, dell’apertura verso il prossimo, verso la sua stessa fragilità. E questo varrà, conclude Kristeva, almeno fino a quando la tecnica non avrà eliminato, oltre alla novità della nascita, anche la minaccia della morte. Fino ad allora, l’unico modo per la vita umana di trascendere la propria “naturalità” sarà riposto nell’immortalità della narrazione, o nella possibilità istantanea, da parte della vita singolare, di essere “riconosciuta” dal gioco plurale delle parole e degli sguardi altrui.
Proprio sull'”enigmatica essenza” del chi arendtiano si concentrano le pagine più belle e penetranti del libro. Altamente problematica appare a Kristeva la sottovalutazione dell’espressività del corpo e della psiche nella “rivelazione” dell’identità del singolo che agisce. Per eccesso di coerenza con gli assunti della filosofia heideggeriana, Hannah Arendt si precluderebbe così la strada per una compiuta decostruzione della soggettività metafisica. Come sostenere, infatti, che la psiche è abitata in ognuno dalle stesse e identiche pulsioni? Come ignorare che anche a livello del Dna il corpo biologico è altissimamente individualizzato? Certo rifiutarsi di riconoscere la singolarità della psiche e del corpo è un gesto intenzionalmente provocatorio, la cui forza dovrebbe servire a marcare la differenza tra un soggetto che può essere tale solo se e quando agisce in mezzo agli altri e un individuo che diviene inevitabilmente un oggetto ogni volta che è preso nella rete delle funzioni sociali e dei determinismi biologici.
La nettezza di questa separazione sembra attenuarsi nell’ultima opera di Hannah Arendt, La vita della mente. La parte dedicata al Pensare, soprattutto, riuscirebbe a ridare al processo del pensiero il carattere di un’esperienza incarnata e sensibile. Tuttavia una nuova insidia teorica si ripresenta nella sezione su Volere. E’ chiara, e per Kristeva anche condivisibile, la scelta nietzscheana della filosofa di contrastare una volontà, che in virtù del senso di impotenza verso il passato, si trasforma in risentimento, a sua volta foriero di appetito di vendetta e sete di dominio. Se, per sospendere l’accanimento contro il tempo, la risposta di Nietzsche è l’oblio, quella arendtiana è il perdono. Tuttavia, come è possibile per “qualcuno” perdonare, se si trova privato della sua interiorità psichica? E’ ancora una volta il medesimo desiderio arendtiano di negare la profondità della psiche a rilanciare una libertà del tutto svincolata dalla volontà e abbandonata alla dinamica plurale dell'”io posso”. Ma, si chiede polemicamente Julia Kristeva, il potere politico, quand’anche separato dal dominio, può davvero fare a meno dell’intenzionalità della volontà? Nella sua ricerca di un fondamento non soggettivistico della politica – polemico tanto nei confronti del marxismo quanto dell’esistenzialismo francese – Hannah Arendt non solo non risolve, ma nemmeno affronta queste aporie.
Secondo l’autrice francese, auspicare il perdono al posto della vendetta risentita, puntare sul legame della promessa invece che sul controllo del dominio, significa lasciar emergere, filosoficamente, le risonanze cristiane della formazione giovanile. E insieme a questa eredità, mai esplicitamente ammessa da Arendt, verrebbe alla luce la negazione – in senso propriamente analitico – su cui regge l’intero edificio arendtiano. Hannah Arendt avrebbe avuto bisogno, per continuare a vivere, ad agire e a pensare, di “attaccarsi” alla possibilità che da qualche parte – al di là forse delle singole persone concrete – e in qualche modo – al di fuori delle parentesi totalitarie – il “senso comune” rimanga “sano”. Era questa già la tesi di Lyotard che Kristeva sviluppa rintracciandone i segni palesi. “Non è la lingua tedesca che è impazzita!”; perché Hannah Arendt ripete così spesso e ansiosamente questa affermazione? Come ad esempio nella bellissima intervista con Gaus (confronta Archivio Arendt 2. Feltrinelli, 2003). Perché, per quanto abbia genialmente ripensato alla vita come alla possibilità del miracolo dell’inizio, Hannah Arendt non è riuscita ad ammettere fino in fondo che in ogni cosa – sia essa la lingua, l’umanità, la madre, il padre, ogni singolo, persino l’essere – è racchiusa la sua possibilità di non essere. Resta, tuttavia, l’unica filosofa, non a caso una donna, che ci ha offerto un pensiero dell’inizio come possibilità per ciascuno di rilanciare la questione del senso della propria vita.
Libri, saggi, diari, un sentiero di lettura nel mondo arabo che sta cambiando. Un mutamento, talvolta contraddittorio, che porta un segno femminile
Il rapporto con la modernità, l’occidente, l’ortodossia misogina nei testi di autrici come Nawal al-Saadawi, Fatema Mernissi, Suad Amiry, Hoda Barakat
Francesca M. Corrao
Negli ultimi dieci anni il Cairo ha cambiato aspetto. Oggi la città appare molto più pulita, un nuovo parco pieno di palme collega la storica moschea università di Al-Azhar con la cittadella, e la celebre rocca militare da cui Muhammad Ali guidò la rivolta per liberare l’Egitto dalla presenza francese, è stata restaurata. Come un grande fiume ogni sera la gente si affolla per le strade e lungo le vie illuminate donne di tutte le età vanno in giro a bordo di automobili lussuose o di semplici utilitarie. Questo è il segnale di un grande cambiamento: sino a non molti anni fa le donne che andavano a cena fuori o al cinema senza essere accompagnate da padri, mariti o fratelli, erano poche, e sicuramente «estremiste». Adesso un numero crescente di donne lavora, e ha quindi conquistato l’indipendenza economica e di conseguenza un certo margine di libertà. A differenza di prima può accadere che una professionista, se non ha trovato un compagno adeguato, scelga di vivere da sola: questo tuttavia avviene solo nei quartieri più «progrediti», dove le donne non corrono il rischio di essere stigmatizzate dalla comunità del vicinato, come accadrebbe nelle periferie, in cui le tradizioni arcaiche si sposano con i rigurgiti misogini degli integralisti, in barba a ogni dichiarazione di uguaglianza espressa nel Corano. Questa ricchezza di posizioni, però, tende a non essere percepita in occidente, dove si parla del mondo arabo senza sfumature, e quasi solo per metterne in evidenza il volto deteriore. Per capire la complessa eredità culturale dell’Egitto moderno può essere utile leggere un libro di qualche decennio fa, da poco pubblicato anche in Italia, Diario di un procuratore di campagna di Tawfiq al Hakim (Edizioni Nottetempo). L’opera apre infatti uno spiraglio su un mondo lontano e ci permette di sbirciare dietro i veli della vita di provincia. Attraverso l’ironico racconto di un procuratore di una piccola città sul Delta scopriamo una società chiusa ancora assorta nelle tradizioni antiche. L’autore racconta le indagini svolte per svelare gli assassini di un uomo apparentemente innocuo; a turbare la scena – come spesso nelle storie egiziane – appare, per scomparire presto, una splendida ragazza, e intorno alla sua figura si accendono mille enigmi e fantasie. Lo svolgimento delle ricerche rivela tante piccole scene, descritte con esilarante sagacia, di un mondo diviso tra la rigidità dei funzionari, inefficienti e corrotti, e la schiacciante prepotenza dei signorotti locali, sullo sfondo della misera vita dei contadini che si trascinano da una millenaria povertà verso un sistema moderno ma sempre più repressivo. Ma il romanzo è anche una occasione per denunciare l’insofferenza dell’autore per un lavoro cui è costretto per necessità mentre la sua mente da letterato lo porterebbe altrove, a Parigi in un ambiente artistico e trasgressivo che meglio risponde alla sua indole. Ironico e poco clemente, lo scrittore descrive i faticosi tentativi di un Egitto che stenta a imitare il mondo occidentale.
Da quando al-Hakim scrisse il suo Diario, però, molte cose sono cambiate. Oggi le università hanno aperto i battenti in tante zone che prima sembravano culturalmente ed economicamente ferme ai primi anni del Novecento. La città di Minya, per esempio, è diventata un importante centro di affari e di ricerche avanzate. Il cuore della resistenza fondamentalista non ha cambiato sede ma volto. Si muove verso una svolta democratica? È difficile a dirsi, anche se proprio la maggiore presenza delle donne potrebbe fare molto per cambiare l’atmosfera generale. Per il momento, però, la situazione si presenta controversa: se all’università le studentesse sono la maggioranza assoluta, non si può fare a meno di notare che siano quasi tutte velate: un velo tuttavia, che sembra rappresentare – più che una dichiarazione di castità – quasi un vezzo, un modo di dichiararsi diverse dalla cultura occidentale. In giro infatti non si vedono burqa’ o chador, ma fazzoletti decorati con ogni tipo di ninnolo e gioiello e magari indossati sopra un paio di jeans accuratamente sdruciti.
Su queste contraddizioni che segnano la situazione femminile nel mondo arabo esistono oggi diversi testi, dalla recentissima antologia Parola di donna, corpo di donna (curata da Valentina Colombo per gli Oscar Mondadori) all’ultimo libro della marocchina Fatema Mernissi, Karawan. Dal deserto al web (Giunti), che racconta attraverso numerose testimonianze l’aiuto che la tecnologia, se utilizzata saggiamente, può fornire anche nelle località più sperdute. La coraggiosa scrittrice, come tante altre intellettuali attive anche in Medio Oriente, ha creato una Ong per aiutare le donne a vendere i loro prodotti mettendoli direttamente online, nella convinzione che la vera sfida oggi consista nell’emancipare le donne dall’ignoranza e dalla sudditanza economica.
Da decenni, del resto, le organizzazioni non governative si moltiplicano in tutto il territorio. Tra le pioniere fu, di nuovo in Egitto, la scrittrice e medico Nawal al-Saadawi (autrice fra l’altro di Firdaus. Storia di una donna egiziana, edito nel 2001 ancora da Giunti) che organizzò una struttura per molti versi simile ai nostri consultori per insegnare alle donne analfabete le più elementari cure sanitarie. Ostacolata in ogni modo, prima dal governo e poi dai fondamentalisti, la scrittrice fu nel 2001 accusata di aver affermato che il pellegrinaggio alla Mecca era un costume pagano. In realtà al-Saadawi aveva voluto sottolineare l’atteggiamento di apertura dell’Islam ricordando che la religione sin dagli inizi aveva saputo accogliere usi e culture preesistenti che bene si accordavano con la nuova fede, ma un giudice del tribunale shara’itico accusò prontamente la scrittrice del reato di apostasia condannandola a divorziare dal marito (un musulmano non può essere coniugato con un’apostata). Solo la pronta reazione di alcuni intellettuali egiziani e una valanga di e-mail da ogni parte del mondo sono riuscite a convincere il presidente Mubarak a intervenire salvando la scrittrice dalle grinfie dei «calunniatori».
Che le donne siano le rappresentanti di questi nuovi fermenti del mondo arabo è dimostrato anche dalla loro presenza attiva a incontri e convegni internazionali, come quello su «Intellettuali e potere» che si è tenuto alla fine del 2005 presso l’università del Cairo. Sono state numerose le studiose che hanno presentato analisi fondate su una conoscenza seria dei testi critici occidentali e orientali, sulla base del presupposto che, come dice il poeta marocchino Muhammad Bennis, l’apertura verso le altre culture è in primo luogo una questione di ospitalità, di accoglienza. Voce di spicco nell’incontro è stato, fra gli altri, il poeta palestinese Murid al-Barghuti (autore di Ho visto Ramallah, uscito nel 2005 per Illisso edizioni), che ha ricordato gli intellettuali arabi costretti al silenzio in patria o alla fuga all’estero, dove rimangono spesso chiusi dietro un muro di indifferenza e che ha messo in evidenza come il problema della libertà e del potere non riguarda solo «gli altri» ma ogni essere umano, richiamando alla presa di coscienza individuale e alla necessità di sviluppare un forte senso di responsabilità.
Un comportamento esemplare in questo senso viene dal testo autobiografico di Suad Amiry – Sharon e mia suocera, edito nel 2003 da Feltrinelli – che racconta la sua esperienza di affermata architetta rientrata da Londra in Palestina per contribuire alla crescita della nuova Autorità palestinese. Nell’esilarante resoconto della sua vita quotidiana dà prova di come, da donna comune, è costretta a trovare soluzioni geniali per sopravvivere nell’inferno quotidiano, schiacciata tra le esigenze della suocera e le ordinanze di Sharon. Il materiale non manca, tanto che nel 2005 Amiry ha pubblicato un altro libro (Se questa è vita. Vivere a Ramallah in tempo di occupazione, Feltrinelli). Ma queste testimonianze di ordinaria follia si trovano in gran numero anche in Domani andrà peggio. Lettere da Palestina e Israele, 2001-2005 (Fusi Orari, pp. 240, euro 15), la raccolta di articoli di Amira Haas, una coraggiosa giornalista israeliana che si batte per la difesa del buon senso, al duro prezzo di essere invisa a molti. Incontrare l’altro è un’impresa difficile e dolorosa, scriveva Arnold Toynbee, e questa amara verità è ben nota agli arabi da oltre due secoli. Colonizzati prima e successivamente devastati da guerre fratricide sapientemente alimentate da interessi stranieri. Molti intellettuali ne parlano con amarezza, alcuni con ironia, altri invece si nutrono di questo orrore per sublimarlo in opere tra il surreale e il metafisico: fra questi, saggi critici (Adonis, La musica della balena azzurra, Guanda; Fatema Mernissi, Islam e democrazia, Giunti), poesie (Adonis, In onore del chiaro e dello scuro, Archivi del Novecento) e anche bei romanzi, come quello della libanese Hoda Barakat, L’uomo che arava le acque (Ponte alle grazie), dove si narra con straordinaria sensibilità lo smarrimento dell’uomo e il disintegrarsi dell’essenza della cultura materiale in Medio Oriente sotto i colpi di mortaio della guerra civile libanese.
Tuttavia non ci si rassegna e le attività culturali – mostre, festival, film, concerti, opere teatrali, dibattiti, presentazioni di libri – a Beirut come al Cairo si sono moltiplicate rispetto a pochi anni fa, grazie anche alle scelte di politici contestati. Un esempio viene dal pittore Farouk Husni, ministro della cultura egiziano da oltre un decennio, che continua ad aprire spazi culturali anche agli artisti dell’opposizione, senza badare troppo alle polemiche. Obiettivo di Husni è di dimostrare che le attività governative non emarginano gli intellettuali scomodi, accogliendo in questo senso l’invito più volte reiterato del Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz: anche nelle più recenti interviste in occasione del suo anniversario, il più amato scrittore arabo non ha perso infatti la sua grinta e ha incoraggiato i giovani a darsi da fare per frenare l’avanzata oscurantista.
In questa direzione del resto vengono organizzate iniziative dedicate ai fautori di una cultura aperta e moderna. Prossimamente è previsto un omaggio a Muhammad `Afifi Matar, poeta filosofo scomodo, vittima spesso dei suoi modi «passionari». A settanta anni il Consiglio superiore della cultura riconosce finalmente i meriti di questo amante di Empedocle e cancella così il ricordo dei giorni di carcere negli anni Novanta (si era dichiarato contrario all’intervento militare dell’Egitto in Iraq, ed era «scivolato» sul pugno di un poliziotto rompendosi il naso). Anche allora il tam tam degli intellettuali arabi e occidentali, dentro e fuori dall’Egitto, lo hanno salvato dal carcere; ha vinto la solidarietà e così anche il diritto alla libertà di opinione.
Fra le altre figure della cultura egiziana, il cui valore viene adesso riconosciuto spicca anche il nome del poeta `Abd al-Mu’ti al-Higazi che, rientrato da un decennio dall’esilio volontario in Francia, cura oggi una rubrica sul più diffuso giornale egiziano, al-Ahram; e da lì parla liberamente dei fatti del giorno senza risparmiare i suoi strali all’amico di un tempo, il ministro della cultura per l’appunto. Ad al-Higazi il Consiglio superiore della cultura ha recentemente dedicato una giornata di studi convocando i massimi esperti di poesia a parlare della sua produzione. A guidare i lavori Gabir Asfour, il grande critico letterario prestato all’amministrazione pubblica per gestire un’operazione culturale faraonica: lanciare la cultura araba nel mondo e tradurre migliaia di libri dalle lingue occidentali in arabo ogni anno. Tra i presenti la vera responsabile del progetto, la dinamica e colta Shuhra Muhammad al-‘Alim; che ama scherzosamente dire di sé che è più brava di Shehrazad perché è riuscita a dare alle stampe mille e un libro in un anno invece che in tre come la celebre eroina dei racconti orientali.
Attualmente Shuhra Muhammad al-‘Alim sta promuovendo la traduzione di racconti italiani in collaborazione con la facoltà di lingue dell’università di `Ayn Shams e il ministero degli affari esteri. Un’altra iniziativa in questo senso è stata promossa dal poeta Hasan Teleb che, assieme ai docenti di italiano dell’università di Helwan, sta traducendo un’antologia dei poeti italiani del Novecento. Il problema è l’assenza di coordinamento tra gli intellettuali italiani e quelli arabi. Ancora oggi, sebbene fioriscano meritevoli iniziative in cui gli intellettuali arabi sono invitati a partecipare a incontri e scambi in Italia, si riscontra che troppo spesso i nomi sono sempre gli stessi oppure non sono significativi; e lo stesso accade in Oriente. Si tratta di un vecchio problema: già all’inizio del secolo scorso al Cairo la poetessa Mayyi Ziyada traduceva poeti italiani assolutamente ignoti, e lo stesso facevano negli anni Cinquanta a Beirut i redattori della rivista «Shi’r» che pubblicavano accanto ai testi di Montale (che, come poi Mahfuz, ha avuto la fortuna di ricevere il Nobel) i versi di illustri sconosciuti. Senza sparare a zero sul passato, sarebbe auspicabile che oggi, nei paesi di lingua araba, come in Italia, non si ripetessero gli stessi errori.
Claudio Magris
Erasmo da Rotterdam includerebbe certamente le madri argentine di Plaza de Mayo nel suo Elogio della follia e non solo perché, quando hanno iniziato la loro incredibile, indomabile battaglia per i loro figli e per tutte le trentamila persone fatte sparire durante la dittatura militare, le chiamavano «las locas», le pazze. Umanista razionale, Erasmo celebrava non già le oscure pulsioni irrazionali né i deliri totalitari delle idee assolute, bensì l’autentica ragione ossia la pienezza della comprensione, che include i concetti come i sentimenti e le passioni. Questa ragione si oppone sia all’irrazionalità viscerale sia al gretto calcolo falsamente realista che considera immutabile la realtà del momento e si piega a essa. La vera ragione, che non si arrende alle cose, è sempre «follia» – come il cristianesimo per San Paolo – agli occhi di chi si inchina al male ritenendolo inevitabile; ad esempio, agli occhi dei pretesi realisti che, nel settembre o nell’ottobre del 1989, pensavano che il muro di Berlino dovesse continuare per chissà quanti anni. Le madri di Plaza de Mayo costituiscono un esempio straordinario non solo di coraggio, umanità e libertà, ma anche di grandioso e razionale realismo politico, come documentano l’eccellente libro di Daniela Padoan e altre testimonianze della loro vicenda. L’esempio di una «follia» che è chiara, intrepida e amorosa intelligenza delle cose, posta al servizio dell’universale umano. Dopo il golpe del 24 marzo 1976, che instaura la dittatura militare in Argentina, veri e presunti oppositori – circa 30.000 – vennero fatti sparire, talora insieme agli avvocati che li assistevano, in un’orgia di criminalità e nell’eclissi di ogni certezza del diritto, che colpiva pure persone inizialmente non avverse a un governo autoritario.
La storia di quelle infamie, di quelle torture, di quelle eliminazioni, di quelle complicità con gli aguzzini è nota ed era stata denunciata allora, con particolare forza, da Giangiacomo Foà sul «Corriere ». Non c’è che da scegliere. Il segretario di Stato americano Kissinger esorta la giunta militare a «portare presto a termine il lavoro» e non si preoccupa dei diritti umani «citati fuori contesto». La Chiesa, come spesso in tali situazioni, mostra due volti: quello indegnamente neutrale o compiacente di una parte della gerarchia – compreso il nunzio apostolico monsignor Laghi – e di certi cappellani più benevoli con i torturatori che con i torturati, e quello dell’impavida carità cristiana di altri sacerdoti, fra i quali ad esempio padre Longueville e padre de Dios Murias o i vescovi Angelelli o Ponce de Léon, vittime dell’efferata violenza contro cui avevano levata alta la voce, come monsignor Romero o i sei gesuiti a San Salvador, forse ora dimenticati nelle beatificazioni ecclesiastiche, ma – come il baccello sepolto nella fiaba di Andersen – non certo dimenticati da Dio.
Tutto questo è storia, nota anche se rimossa o scordata. La resistenza delle madri non nasce quale movimento politico, bensì da un’elementare universalità umana; si tratta di donne di diversa estrazione sociale, ma perlopiù modesta, cresciute e formatesi tradizionalmente nei valori familiari, nel rispetto dell’autorità e nel desiderio di un normale ordine sociale che permetta una normale vita quotidiana. Quando i loro figli iniziano a sparire, in un’assenza e in un’incertezza più angosciose della morte, il loro amore materno non si piega e non si rassegna; non si limita alle lacrime ma trova gli artigli ed esse iniziano la loro ricerca, la loro lotta indomabile. Come Antigone, si ribellano alla legge iniqua (o meglio alla selvaggia anarchia, perché ogni violenta tirannide è caos e disordine) che nega i fondamentali valori umani.
Nelle testimonianze – e, prima ancora, nella prassi – di queste donne la maternità non rimane allo stadio di strazio viscerale, di lutto privato. Queste donne scoprono che la loro tragedia personale è un tassello di una criminale tragedia collettiva; che non solo il figlio dell’una o dell’altra, ma migliaia di persone sono state fatte delittuosamente sparire. L’immediato sentimento materno si universalizza, diviene chiaro concetto della responsabilità più generale. Ognuno di quegli scomparsi diventa allora il loro figlio, così come ogni vittima è realmente il fratello di ognuno di noi, perché sempre si tratta del nostro destino comune e tanto peggio per chi, prigioniero di un’ottusa aridità o di una confusa pappa sentimentale, non se ne accorge e non si accorge dunque di lavorare alla propria rovina. Quando si è portato un figlio in grembo – dice una delle madri, Hebe Bonafini – lo si porta per sempre. Queste donne non la danno vinta alla morte, smontano la sua falsa aureola di potenza invincibile; i loro figli – ripetono – sono vivi, continuano a far parte della storia del mondo e quei trentamila sono tutti figli di ognuna di loro.
Come Antigone, anch’esse arrivano spontaneamente all’azione politica dall’universalità dei valori e dei sentimenti umani violata dalla politica, dalla perversione della polis , della vita comune. E svolgono un lavoro politico di un’incredibile lucidità, concretezza, efficacia, che non fanno pensare ad alcun patetico mammismo, bensì alla logica di Clausewitz o all’astuzia degli eroi brechtiani. A ogni mossa della repressione rispondono con una tattica flessibile e inventiva; se la polizia vieta loro di radunarsi, obbediscono all’invito di circolare e così inizia la loro leggendaria marcia; se punta contro di esse i fucili, gridano allegramente in coro «Fuoco!». La censura viene aggirata da una geniale guerriglia pacifica e inafferrabile: diffondono nel Paese ignaro le notizie dei crimini del regime, scrivendole sulle banconote che circolano ovunque o su fogli infilati nei messali o inframmezzandole, in riunioni di massa, nella recitazione ad alta voce di preghiere che nessuno osa interrompere; intimoriscono assassini e complici con le loro pubbliche, corali denunce.
Dopo le madri di Plaza de Mayo è impossibile ripetere le patacche sulle donne magari più capaci di passione e sentimento degli uomini, ma meno dotate di logica o meno portate all’universalità del concetto: è la loro azione politica che rivela una straordinaria razionalità, una chiara visione generale capace di tradursi in corretta prassi, mentre in questa vicenda sono spesso gli uomini – i padri, i mariti – a rivelarsi timorosi, succubi degli eventi, prigionieri di stati d’animo coatti e pronti a infiammarsi per il campionato mondiale di calcio più che a inventare creative e razionali forme di lotta per i loro figli. Antigone non solo ama, ma anche ragiona meglio di Creonte.
Nei momenti più drammatici della loro protesta le madri furono ascoltate da pochi – perfino Giovanni Paolo II, cui pure la devozione a Maria avrebbe dovuto aprire gli occhi, le ricevette con un’aridità che non è fra i momenti migliori della sua vita. Uno dei pochi a dimostrarsi realmente sensibile, oltre al console italiano Enrico Calamai, fu Pertini, il quale fra l’altro inchiodò i generali, dicendo che essi mentivano – e non potevano far altro – ma nel loro cuore avrebbero preferito difendere il loro onore di soldati sul campo di battaglia anziché infierire su oppositori inermi, e togliendo così loro ogni possibilità di risposta, giacché non potevano ammettere né di mentire né di preferire la tortura di indifesi al rischio della battaglia.
Queste madri ora sono nonne, molte di esse gagliarde nonagenarie; hanno marciato ogni giovedì come allora ma, libere da ogni spirito vendicativo, senza guardare al passato bensì alla vita, prendendo iniziative di ogni genere e rispondendo a necessità di oggi, aggiornandosi tecnologicamente, rifiutando ogni ideologia populista e indigenista e ogni confuso terzomondismo; a conferma della loro distanza da ogni visceralità, criticano il disegno di strappare ai genitori adottivi, ai quali erano stati affidati senza saperlo, alcuni orfani di vittime del regime. Vivono in amicizia e in allegria; se l’età a poco a poco le pensiona, hanno lasciato il segno. È proprio vero che, come sta scritto nel Vangelo, chi si preoccupa di salvare la propria vita la perde e chi è pronto a perderla la salva e salvare l’anima salva pure la vitalità. Di queste madri, nonne, figlie, amiche ci sarà sempre bisogno, perché, dice un verso di Brecht, il grembo da cui è nato il male che esse hanno combattuto è sempre e dovunque fecondo.
I libri: Daniela Padoan, «Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo», Bompiani, pagine 423, 9,50;
«Non un passo indietro! Storia delle Madres de Plaza de Mayo» (pagine 190) e «Il cuore nella scrittura. Poesie e racconti del laboratorio di scrittura delle Madres de Plaza de Mayo» (a cura di D. Padoan, pagine 91) entrambi pubblicati dalle Ediciones Associación Madres de Plaza de Mayo;
Piera Oria, «Dalla casa alla piazza», ed. Cuec, pagine 128, 11,50
Rosanna Fiocchetto
Uno dei motivi di felicità e di buon auspicio per questo 2006 è per me la pubblicazione in italiano (Il Dito e la Luna, Milano, pp.149, 12 euro) di “Virgil, non” (1985) di Monique Wittig: un libro che ho tanto amato da tradurlo, sebbene io non sia una traduttrice professionista, spinta da quella che Wittig ha chiamato “passione attiva”. Mi sono innamorata di questo libro per la sua poesia, per il suo coraggio, per la sua lucidità provocatoria, per il suo umorismo dissacrante. E’ una riscrittura lesbica, ironica e polemica, visionaria e combattiva, della “Divina Commedia” dantesca: parla dell’inferno in terra in cui le “anime dannate” sono i corpi vivi delle donne, del limbo in cui le “schiave fuggiasche” possono trovare scampo nell’illusione della libertà, di un paradiso tanto difficile da raggiungere quanto esaltante nella sua utopia.
Ma anche la stampa in Italia di quest’opera cosi’ dirompente e “scandalosa” sembrava essere un’utopia: un’utopia realizzata grazie a due complici e cospiratrici, l’editrice Francesca Polo e Margherita Giacobino, direttrice della collana “Officine T – Parole in corso”, che hanno contribuito in modo sostanziale a portare sotto gli occhi di nuove lettrici questa “Profana Commedia” in cui “a nessuna è negato l’ingresso nella città celeste”, con un bellissimo modo di ricordare Wittig a tre anni dalla sua morte. A loro dedico un brano del testo nel quale un girone infernale si tramuta in cerchio di sorellanza: “Qui non ho bisogno di fare domande. E non devo neppure temere gli insulti che generalmente le accompagnano. Qui al contrario vengo invitata ad entrare nel cerchio e a sedervi in compagnia di Manastabal, la mia guida, per prendere conoscenza dei fatti. Qui le lamentele vengono esposte liberamente, non vanno suggerite a creature che si comportano come se le avessimo inventate. Qui al contrario si è pronte a sventare il meccanismo e ad uscire dalla trappola. Si hanno pugni per tutte quelle degli altri cerchi dell’inferno che non ne hanno, e si è pronte ad usarli…”.
Renata Dionigi
Non è facile raccontare questo ironico “poliziesco al femminile” senza nominare alcune circostanze che possano invogliarne la lettura ma che ovviamente tolgono il piacere dell’esito finale, davvero più che sorprendente.
Dirò solo che c’è stato un omicidio e che nella casa del delitto gli uomini della legge cercano indizi per scoprire il colpevole. Accanto a loro, relegate in cucina, le mogli, due donne che si conoscono appena, in maniera sommessa iniziano un’indagine parallela osservando piccoli dettagli, intuendo situazioni che fanno parte del loro quotidiano e della loro esperienza, cercando di immaginare e di capire ciò che può aver causato un gesto così estremo.
Ciò che colpisce nel breve romanzo è la capacità dell’autrice di rappresentare la differenza tra i sessi, una diversa modalità di agire tra donne e uomini davanti a un avvenimento inconsueto per entrambi. Le donne infatti, seppur in tono dimesso, si mostrano più libere nell’interpretazione degli indizi e seguono un’idea di giustizia che non corrisponde a quella socialmente riconosciuta, ma che tra di loro si sentono tranquillamente di legittimare. Gli uomini invece, occupati come sono a mostrare la loro efficienza e affermare l’importanza del loro ruolo alla comunità perdono di vista, nonostante l’atteggiamento di consumati detective, l’essenza dell’indagine e, irridono con paternalistico sarcasmo i particolari donneschi che le mogli osservano e che loro considerano “inezie”.
“Inezie” è il pezzo di teatro da cui è stato tratto questo racconto recitato con successo dalla stessa autrice nel 1916 e pubblicato in Italia, insieme a due altri testi americani, dalla casa editrice “La Tartaruga” negli anni ’80.
Sabina Baral
“Vertigo; verse. L’una, poi l’altra. L’una e l’altra. Queste parole negli anni si presentano congiunte, a un livello molto profondo. Volgere una frase nel mezzo della mia instabilità. Attraverso l’atto del versificare, trasformare la mia instabilità, il mio senso di vertigine, in qualcosa di valore”.
Mi colpisce subito l’accostamento tra i due termini, vertigo e verse. La scrittura come terapia, come strumento di elaborazione e di armonizzazione dell’esistenza, capace di lenire i mali dell’anima e gli strappi della vita.
L’autrice, oggi docente universitaria e saggista di successo, ripercorre la sua biografia e il suo percorso di emancipazione tramite una scrittura limpida, a tratti audace, quasi in contrasto con la complessa matassa di ricordi che la parola si trova a dipanare. Figlia di immigrati italiani di origine proletaria nell’America degli anni Cinquanta, Louise DeSalvo ci narra del suo travaglio esistenziale segnato dall’esperienza della guerra, dalla depressione della madre e dal suicidio della sorella. Accanto a tutto questo il rapporto conflittuale col padre e la propria classe sociale di appartenenza, la scoperta del sesso e dell’amore, l’incontro con donne significative che rappresenteranno un punto di riferimento essenziale in una vita segnata da momenti di profonda vulnerabilità e fragilità. Fra queste la stessa Virginia Woolf, che DeSalvo studia con passione e con la quale si confronta costantemente sia come intellettuale che come donna.
Ne risulta un libro denso, di stile, a tratti arguto, dove la curiosità per la realtà circostante e la profonda passione per la parola scritta rappresenteranno una possibilità di riscatto per la protagonista. Consapevole delle numerose limitazioni imposte alle donne, DeSalvo troverà, grazie alla letteratura e al suo potenziale creativo, una via di salvezza da una vita sacrificata alla frustrazione, alla depressione e alla paura.
Vale la pena leggerlo, in primis per l’autenticità e l’onesta con cui è scritto. Ancora una volta, al centro, una donna capace di sfidare le convenzioni, che ogni tanto valica il limite entro cui la si vorrebbe circoscrivere e che sa porsi in ascolto della sua verità più profonda. Instancabile nel tentativo, a tratti disperato, di coniugare pensiero e vita.