Silvana Mazzocchi

Già con “Donne che corrono coi lupi”, libro straordinario tessuto di poesia, spiritualità e psicanalisi, Clarissa Pinkola Estés aveva regalato a tutte le donne una sferzata di energia e ribellione, viatico per l’autostima femminile. E, tramite il mito della “donna selvaggia”, già in quel libro che ha accompagnato una generazione, la psicoterapeuta junghiana ne aveva evocato le origini con un linguaggio immaginifico e straordinario. Un essere istintuale, potente e fortissimo era in principio la donna. Intelligente, indomita e dalle inesauribili risorse, ma in seguito sottomessa e vinta da secoli di cultura avversa, fino a ritrovarsi subordinata e ingabbiata nello stereotipo del sesso debole. Ora, a vent’anni di distanza da quel clamoroso caso editoriale, Pinkola Estés torna con un’antologia, Storie di donne selvagge, che arricchisce ulteriormente il percorso allora intrapreso. E, a parte le sempre suggestive “tre favole senza tempo” che aprono il volume e già note al pubblico, sono soprattutto due testi inediti, I maghi della pioggia e Care anime coraggiose… non perdetevi d’animo a gettare nuova luce sull’interpretazione di sé e dei rapporti interpersonali. Il messaggio è ancora una volta rivolto alle donne (ma anche agli uomini che vogliono stare al passo con le compagne “che corrono”). A loro è diretto un monito chiaro e come sempre fondante: le donne devono saper individuare e fare emergere la forza che hanno dentro di sé e la devono saper nutrire. Non è necessario andare in fretta; si può anche fare un passo alla volta, l’importante è scoprire nella propria anima la speranza e la potenza irriducibile della vita. Clarissa Pinkola Estés, insegnante e di professione analista, dall’11 settembre 2001 si occupa di dare sostegno psicologico a coloro che hanno subito le conseguenze dell’attentato alle Torri Gemelle.

Benedetta Craveri

Nel corso di una serata musicale, una giovane vedova del bel mondo parigino osserva inquieta l’amante corteggiare un’altra signora e partire con lei in carrozza. Tornata a casa, la dama aspetta inutilmente di essere raggiunta dall’uomo amato e, in preda alla “confusione e al turbamento”, gli scrive per avere una spiegazione. Ma anche l’indomani egli non dà notizie di sé e a quel primo biglietto seguiranno, il giorno successivo, altre quarantatré missive che registreranno come un sismografo il crescendo di ansia, di gelosia, di follia della donna che si crede abbandonata e che non riesce a capacitarsene. Pubblicato nel 1824, Ventiquattr’ore di una donna sensibile di Constance de Salm si inscrive nella lunga tradizione del romanzo epistolare, riprendendo la formula monodica messa in voga dalle Lettere di una monaca portoghese(1669), modello archetipico del genere. Eppure lo stesso virtuosismo tecnico della narrazione, che si attiene rigorosamente alla regola delle 24 ore del teatro classico, accentua il timbro moderno di una confessione privata assai vicina all’intonazione del diario intimo. E se pure questo lungo e coinvolgente monologo riserva un inatteso lieto fine, il suo ansimare angoscioso ci ricorda quello dell’eroina della Voce umana di Cocteau. Originale e romanzesca è anche la personalità dell’autrice di questo breve romanzo ingiustamente dimenticato. Bella, spregiudicata e anticonformista, Constance Marie de Théis, principessa di Salm (1767-1845) condusse, come ci informa Claude Shopp nella sua postfazione, una esistenza avventurosa e fu una poetessa ammirata e una femminista convinta. Eppure – è lei stessa a dichiararlo – questo suo “studio del cuore di una donna” intendeva essere in primo luogo “una lezione” sui pericoli propri alla “sensibilità” femminile.

E’ vero che la scrittura femminile ha una sua specificità? Di certo era così nel Giappone di mille anni fa. Il “Racconto di Genji”, capolavoro della letteratura nipponica è opera di una dama di corte, e fu copiato e illustrato da una donna.

Gian Carlo Calza

A distanza di mille anni dalla stesura è impossibile pensare al Racconto di Genji (Genji monogatari) senza sentire di entrare in un mondo dove eleganza, bellezza e stile regnano sovrani sulle vicende descritte. Che dico? Senza percepirli come la sostanza stessa che informa di sé tutta l’opera. E questo sia che ci si riferisca al capolavoro indiscusso della letteratura giapponese, sia alla sua più antica illustrazione rimasta: i Rotoli dipinti del racconto di Genji di circa un secolo posteriori e a loro volta capolavoro della pittura giapponese d’ogni tempo.
Il romanzo fu scritto nella capitale imperiale di Heian, l’attuale Kyoto, da una dama di corte ricordata con l’appellativo di Murasaki Shikibu, in un ambiente raffinato, ricco di suggestioni di struggente bellezza, frutto di una perfetta fusione tra l’approccio più speculativo sino-indiano del buddhismo, con la struttura politico-sociale, d’origine cinese, del confucianesimo, ma soprattutto la religiosità shintoista, quindi autoctona e primigenia, della natura.
Kyoto era stata fondata nel 794 a immagine di Chang’an la cosmopolita capitale dei Tang (618 al 907), e attuale Xi’an, e rimase sede del governo imperiale per più di mille anni. Per due secoli, quello prima e quello dopo la stesura del Genji, si sviluppò un ambiente sociale di livello altissimo per l’impronta estetica e nazionale. Esso caratterizzò la società e l’epoca di Heian (794-1185) come espressione del più alto momento culturale della tradizione nipponica, la sua classicità. Suo fulcro, anzi unico centro polarizzatore fu la capitale imperiale stessa.
La cultura, la letteratura, l’arte, la concezione dello spazio, quello naturale come quelli architettonico e urbanistico, ma soprattutto il canone dei comportamenti, lo stile della vita concepita come un costante, festivo cerimoniale, costituirono il modello imprescindibile, una sorta di Stella Polare dello spirito, per la società giapponese di allora e di tutte le epoche successive anche nei momenti di massima depressione civile. La città di Heian divenne il simbolo dell’eleganza e la bellezza per antonomasia.
Vivere nella Kyoto dell’epoca Fujiwara, dal nome della famiglia che detenne il potere politico dall’894 al 1185, equivaleva a vivere nella civiltà e nella cultura – creare e respirare bellezza ed eleganza, fondare uno stile imperituro – così come esserne lontani significava trovarsi immersi nella barbarie.
L’intreccio del romanzo ruota per 54 capitoli intorno alla figura del principe Genji, in realtà il nome di una casata, ai suoi amori, ai suoi successi politici, mondani, letterari, architettonici, pittorici, ma anche intorno alle sofferenze, incomprensioni, gelosie, invidie, tradimenti che l’Autrice ritenne necessario di fargli attraversare perché potesse rappresentare il “Principe splendente”, l’immagine dell’uomo ideale rappresentante la cultura di Heian. Una cultura però che in parte Murasaki medesima contribuì a formare diffondendone quella immagine, spesso sublimata rispetto alla realtà corrente anche quella della corte. Certo, come nel Rinascimento italiano, il mondo meraviglioso di eleganza e qualità, di giardini e di architetture finissime, di religione fideistica dalle dolci immagini narrato da Murasaki era anche contornato da gente rozza e volgare, immerso in passioni di forza terribile e devastante, pari a quelle descritte nell’inferno dantesco. Ma il fatto rimane che l’arte di Murasaki trasformò, come appunto l’inferno dantesco o le opere d’arte e di cultura del Rinascimento, queste passioni grezze e violente in veicoli di conoscenza e perfino di bellezza. Il romanzo venne copiato e illustrato in maniera sontuosa, circa un secolo dopo essere stato scritto, in quella che è a tutto oggi l’opera più antica giunta a noi che ne contenga immagini e calligrafia: i Rotoli dipinti del racconto di Genji (Genji monogatari emaki).
Purtroppo sono rimaste solo diciannove tavole illustrative e ventotto di testo dalla squisita calligrafia della serie di forse venti rotoli con oltre cento illustrazioni intervallanti l’intera narrazione di circa trecentosettanta fogli: un quindicesimo dell’opera originaria. L’autore dei Rotoli di Genji è sconosciuto, ma è stato ipotizzato che l’opera sia stata realizzata da quattro gruppi di pittori che lavoravano sotto la direzione di un coordinatore, artista o no, di grande capacità estetica. Lo stesso vale per il testo calligrafato: nei ventotto frammenti rimasti sono state individuate cinque mani diverse. Lo stile è quello elegante e fluido in “caratteri di mano femminile” (onnade no kana) detto anche “a caratteri d’erba” (sogana) con riferimento all’uso in forte corsivo sia dei caratteri fonetici di recente invenzione sia di quelli cinesi.
Il testo scorre elegante e veloce su una carta decorata di bellezza senza pari e sembra cadere nel foglio con l’effetto di fiori che si stacchino dagli alberi. La bellezza ne risalta sulla carta impreziosita da ispessimenti, coloriture, inserzioni di scaglie e polvere d’oro e d’argento, sortendo l’effetto di paesaggi collinari avvolti nelle nubi. I fogli venivano così accuratamente preparati per ricevere il testo usando vari colori sulla carta spruzzata di foglia d’oro e d’argento in varie forme e dimensioni con motivi di foglie con spruzzate di polvere d’oro e d’argento per produrre una fantasia cromatica e di forme straordinaria. Il Genji, sia nella sua stesura letteraria, sia nei rotoli dipinti, ha condizionato la sensibilità estetica e la vita emozionale dei giapponesi per l’ultimo millennio. Esso emerge sulle altre opere coeve e successive e influenzò e continua a influenzare una lista interminabile di scrittori, letterati, artisti. Solo nel Novecento è stato più volte tradotto in lingua moderna da romanzieri eminenti come Tanizaki Jun’ichiro, Ishikawa Jun, Harumi Setouchi e anche dalla poetessa Yosano Akiko. La sua contemporaneità è sempre stata rinnovata con interpretazioni attraverso i secoli. Inoltre l’immaginario derivatone all’arte figurativa è pari a quello in letteratura. La massima parte della pittura della corte imperiale si sviluppò per dieci secoli sull’iconografia del Racconto di Genji e dei suoi rotoli dipinti con pitture, paraventi, libri e album di illustrazioni e oggi con film e manga. Il Genji rivela un mondo che ruota intorno alla polarità maschile, ma dove quella femminile sembra essere il motore di ogni cosa. In quella epoca la letteratura giapponese e soprattutto la narrativa erano dominate dall’aristocrazia femminile. Gli uomini sembravano disdegnare il racconto in lingua giapponese come forma espressiva non abbastanza elevata. Così, come Dante fece per il nostro, anche per Murasaki si può dire che “mostrò ciò che potea” il proprio di volgare in tutta consapevolezza, e dichiarandolo nel famoso passaggio sull’arte del romanzo. In quei secoli straordinari, pittura, letteratura e lingua nazionale fiorirono insieme influenzandosi reciprocamente e dando luogo a una trasformazione culturale di portata pari all’assorbimento della civiltà cinese nel sesto secolo o di quella occidentale nel ventesimo, ma senza manifestazione di violenza e con effetti ancora vivi e attivi a distanza di mille anni.

Giulio Ferroni

Il personaggio, dal nome esemplare di Vincenzo Malinconico, tiene banco tra fatti, misfatti, malintesi, deviazioni, sorprese: gestisce il racconto in prima persona, ma come “un narratore incoerente”, che, più che seguire uno sviluppo di eventi, giostra tra diverse situazioni, che suscitano il suo estro di filosofo “minimo”, dispensatore di riflessioni paradossali sulle contraddizioni infinite dell’esistenza, sull’assurdità di gesti e comportamenti propri ed altrui. È come uno Zeno Cosini in sedicesimo, che in fondo, a forza di non sapere, di equivocare sul proprio rapporto con gli altri, di prendere lucciole per lanterne, arriva ad una sua inaspettata felicità: e l’autore sa far valere questo collaudatissimo schema navigando tra oggetti, luoghi comuni, consuetudini ben note ai lettori, che fanno da spunto per battute “simpatiche” e talvolta prevedibili (e questo può offrire certo occasioni di piacevole lettura). Ammiro la bravura di De Silva, la sua versatilità (anche pensando ai caratteri molto diversi di sue prove precedenti): ma non riesco a ridere per le evoluzioni di questo ennesimo giocoliere, che a tratti arriva anche ad annoiarmi. Leggo invece “tutto d’un fiato” (come si dice) il libro di Lidia Ravera, Le seduzioni dell’inverno (Nottetempo), che ha anch’esso al centro (ma con narrazione in terza persona) un personaggio maschile che vive solo, da tempo separato dalla moglie: si tratta di un funzionario editoriale sulla cinquantina, conosciuto per il suo carattere freddo, “cuore invernale”, che, pur avendo avuto varie donne, non ha mai provato un vero amore per nessuna, e tanto meno per la moglie da tempo lasciata. Nella calda estate romana, per uno strano intreccio che si svelerà solo verso la fine, la sua casa viene “visitata” da una strana domestica, di cui finisce per innamorarsi, ma che poi improvvisamente sparisce. La scrittrice gioca con grande sottigliezza sul mistero rappresentato da questa domestica che mette in subbuglio la vita del protagonista, con una crescita progressiva, e non senza momenti di deformazione ironica, di sorpresa, esitazione, desiderio, passione. Il ritmo rapido e leggero, quasi svolazzante, della vicenda fa pensare ad intrecci sentimentali ed erotici settecenteschi, aerei, inafferrabili, giocati in superficie, eppure “pericolosi”: gioco dell’amore e del caso, della sorpresa, della finzione e della maschera,dello svelarsi e del ritrarsi; costruzione “teatrale” di una vendetta femminile nei confronti di quella “invernale” aridità maschile (in cui si affaccia anche la situazione del gioco d’azzardo). Insomma un piccolo gioiello, così essenziale e a suo modo perfetto: nell’ eccitazione che lo percorre si affaccia peraltro qualche tratto di perplessa malinconia, come nella presa d’atto del carattere illusorio dell’amore, dell’obliquità dei rapporti, dell’indeterminatezza della comunicazione.
Mi colpisce d’altra parte il fatto, sempre più frequente del resto, che una scrittrice abbia qui scelto di mettere al centro, come protagonista, un personaggio maschile (anche se, come ho detto, e come risulta chiaro dall’esito della vicenda che evito di rivelare, vi si può scorgere anche una sorta di femminile “vendetta”). A un personaggio maschile è affidata la narrazione in prima persona dell’altro romanzo della cinquina, L’illusione del bene (Feltrinelli) di Cristina Comencini: qui la voce narrante è quella di un cinquantottenne, anche lui marito separato, giornalista della Rai, con un passato di comunista, come quello di tanti intellettuali della sua generazione, che incontra Sonja, una bella immigrata russa e, turbato dalle sparse notizie che ella dà della sua famiglia e della persecuzione della madre dissidente negli ultimi anni del comunismo, va alla ricerca di testimonianze agli Open Society Archives di Budapest, e poi in Russia. Al di là dell’ esito di questa ricerca, lo sviluppo del libro, che si appoggia su una coscienziosa documentazione, vuol offrire un’assorta meditazione sulle contraddizioni del comunismo, sull’equivoco con cui tanti intellettuali vi si sono accostati ignorandone i misfatti, sul male prodotto da quel “sogno di una cosa”, sugli orrori usciti da quella “illusione del bene”. A parte il linguaggio un po’ neutro ed inerte, nel romanzo si può certamente riconoscere un possibile soggetto cinematografico, forse insidiato da un certo “buonismo” sentimentale (sempre troppo “cuore” nella Comencini), da certa troppo stretta chiusura nel punto di vista di quella borghesia intellettuale che non riesce a guardare fino in fondo agli errori e agli equivoci del passato e alla loro continuità con i disastri del presente, finendo per affidarsi ancora a qualche sua privata illusione.
Lasciato finalmente lo Strega, il recente ricordo mi conduce ad un altro libro già letto, scritto anch’esso da una donna con voce narrante : un libro che un terribile caso ha portato in libreria in due giorni dopo la morte dell’ autrice, La via di Fabrizia Ramondino (Einaudi), facendone così un amaro suggello, punto d’arrivo di una esperienza tra le più appartate e singolari della letteratura degli ultimi anni: proprio sollecitato da quella tragica combinazione del destino e parola finale, lo avevo proprio in quella stessa settimana, all’inizio dell’estate, e ora lo riprendo in mano, pensando allo sguardo lontano e doloroso della scrittrice, l’effetto di altrove e di silenzio che dava la sua presenza, la tensione che animava la fragile figura. Proprio in quella condizione conclusiva assegnata dalla crudeltà del caso, La via erompe con uno scatto essenziale e perentorio che poi si svolge e si frantuma in mille rivoli, quasi ad indicare, nonostante tutto, l’incompiutezza dell’esperienza della scrittrice, una sua resistente e insoddisfatta volontà di apertura, di affidamento al mondo. A parlare è qui un uomo di mare che si è trovato a soggiornare per un periodo piuttosto ampio in un immaginario paese del Sud, Acraia, che in realtà fa pensare a qualche cittadina tra il Sud del Lazio e il Nord della Campania, tra Terracina, Cassino, Sessa Aurunca, nella zona in cui la scrittrice era approdata negli ultimi anni. La vecchia Via consolare che percorre il Borgo del paese reca in sé il segno delle trasformazioni che si sono succedute dal tempo della guerra allo sviluppo caotico degli ultimi decenni; nella frenetica vita che la anima, tra il sorgere di nuove attività commerciali e il traffico dei camion che continuamente l’attraversano, si dà come una metafora reale dello sfaldarsi dello spazio e del tempo, dell’impossibilità di mantenere un equilibrio umano, di qualcosa che si oppone alla felicità delle vite che pure lì si affacciano e si cercano. Ancora una volta la Ramondino mostra qui la sua eccezionale capacità di ascoltare la vita dei luoghi, di sentire il loro respiro interno, la loro animazione pulsante, i loro tendere verso un possibile bene e il loro sfaldarsi e corrompersi, le minacce interne ed esterne che li corrodono. La via è aperta come un mare in cui arrivano i detriti del mondo, gli echi attutiti e persistenti degli orrori e delle guerre che agitano il pianeta, gli scampoli e gli scarti di ciò che ne mette sempre più in pericolo l’equilibrio vitale, che allontanano per sempre quelle ipotesi di luce, di pace e conciliazione che si sono affacciate nelle utopie e nelle speranze di una storia lontana e vicina. L’ospite di Acraia segue le molteplici vite che si affollano in quel periferico crocevia del mondo, ascolta i racconti slegati e frammentari dei vari personaggi che frequenta o che casualmente incontra: lacerti di vita autentica, “frammenti sparsi di un mosaico” che tarda a ricomporsi, un susseguirsi di divagazioni, di contatti imprevisti, uno sminuzzarsi di fatti e di fatterelli, un costituirsi di rapporti che lasciano margini di non comunicazione; e tante curiosità che non vengono completamente
soddisfatte, come se l’essere delle persone, anche di quelle più semplici e disponibili, covasse sempre dentro di sé qualche segreto, nascosto e insondabile anche quando forse non ha nulla di traumatico o sconvolgente. Resta qualche sconcerto per il fatto che, nel susseguirsi di voci diverse, nel vario incalzare di divagazioni (fino a nuovi dati che si aggiungono quando il narratore ha lasciato per sempre Acraia), viene come a slabbrarsi e a perdersi l’intensità di quello ascolto del pulsare della via, che in tutta la parte iniziale nel libro offre uno scordo davvero essenziale della lacerata Italia di oggi.
Ancora un protagonista maschile è al centro del libro di Francesca Sanvitale, L’inizio è in autunno (Einaudi): allo psichiatra Michele viene qui affidato il punto di vista di una narrazione che comunque è in terza persona e che è concentrata in gran parte su vicende dell’autunno in cui Michele sospende l’attività terapeutica per portare a termine un lavoro destinato ad un concorso universitario. Una scrittura che sa pazientemente e delicatamente avvolgersi intorno allo scorrere della vita, alle luci, ai colori, alle ombre che la abitano, ai turbamenti psichici e alle contraddizioni del sentimento, ai vuoti e alle incertezze della riflessione su di sé e
sul mondo, segue i pochi ma essenziali incontri che vengono a turbare e ad arricchire l’esperienza del quasi solitario psichiatra che, prossimo alla quarantina, credeva ormai che la sua vita fosse per sempre limitata agli incontri e agli scambi problematici con i pazienti, seguiti con vigile attenzione. Nel breve spazio delle strade dei quartieri intorno a San Pietro, tra il lento variare atmosferico della Roma autunnale, Michele si lascia catturare entro una vicenda legata al restauro ormai concluso del grande affresco del Giudizio universale nella Cappella Sistina, in un nesso di ossessioni che coinvolgono anche una donna condannata da un cancro alla testa e che in particolare chiamano in causa il restauro della testa del Cristo michelangiolesco. il romanzo viene così a sovrapporre le esistenze di fragili esseri umani, il loro ridotto mondo privato, alla formidabile suggestione tragica, alla potenza smisurata di quel capolavoro assoluto; e se le vicende private possono apparire a tratti troppo dimesse, se desideri e sentimenti dei personaggi si dispongono in misure troppo ridotte (non senza qualche leggera incongruenza), il continuo disegnarsi delle immagini del Giudizio, con gli sguardi di Michele alle illustrazioni di libri dedicati al restauro e le sue visite alla cappella Sistina, fa aleggiare su quella esistenza, su questo mondo di “dopo”, sulla così marginale realtà contemporanea, il “vento della fine”, l’assoluta negatività e distruttività di quel capolavoro che sembra condurre tutta la storia dell’umanità non certo verso una quiete finale, verso il rasserenante trionfo del piano religioso del cosmo, ma verso il nulla più radicale ed implacabile. Bellissime sono le pagine dedicate all’osservazione delle figure del Giudizio; e davvero suggestivo e carico di significati è il corto circuito costruito tra quella arte inarrivabile e l’eco che ella lascia sul presente da lei così lontano. Nella vicenda di ossessione che si costruisce intorno al Cristo del Giudizio si rivela del resto immediatamente un legame simbolico tra restauro artistico e psichiatria: le incertezze e i dubbi relativi al restauro (il restauratore Hiroshi è dominato dalla convinzione paranoica che l’originale della testa del Cristo sia andato misteriosamente distrutto nel corso del lavoro e che a lui ne sia stata affidata la ricostruzione, fatta passare per l’originale) rivelano uno stretto rapporto con quelli della terapia, con i processi che in essa , hanno luogo, con la necessità e il rischio di trarre alla luce traumi nascosti, con l’incertezza e l’imprevedibilità della guarigione. Libro serio e severo, a tratti anche dolce, in cui l’effetto di inizio affidato allo stesso titolo si specchia ansiosamente con quello di fine che sprigiona sulla rovinosa potenza delle immagini di Michelangelo.

Alberto Ghidini
“Per un quarto di secolo ho cercato di evitare di usare il microfono… Mi rifiuto di trasformarmi in un altoparlante” disse Ivan Illich nel corso di un incontro pubblico nel 1990: era persuaso del fatto che fosse quanto mai necessario salvaguardare il “luogo del parlare” dall’offensiva di una pratica amorfa e standardizzante della comunicazione di massa, alla quale si sentiva specialmente ostile per quella sua sciagurata capacità di sequestrare, codificare e normalizzare il discorso, compromettendo qualunque abbozzo di ricerca. Per questo, due anni prima, non aveva accolto di buon grado il progetto di un ostinato giornalista della Canadian Broadcasting Corporation di nome David Cayley, suo grande estimatore sin dalla fine degli anni ’60, che si era messo in testa di “analizzare” il suo pensiero attraverso uno schema di interviste destinate alla radio. Interviste che, del tutto imprevedibilmente e improvvisamente, Illich arrivò ad accordargli con un “atto di obbedienza” che – per quanto “refrattario” -lasciava intendere un nascente senso di amicizia.
I due, per la verità, diventarono amici proprio a partire da quella non facile “sperimentazione filosofica”, cui seguì la messa in onda sulla Cbc Radio di cinque puntate della serie “ldeas”, sotto il titolo, ispirato da un verso del poeta cileno Vicente Huidobro, Un po’ luna, un po’ commesso viaggiatore. Conversazioni con Ivan Illich, e, poco più tardi, l’uscita di Ivan Illich in Conversation, un libro magistralmente “assemblato” da Cayley utilizzando la trascrizione delle registrazioni del programma, apparso in Italia da Elèuthera nel 1994 e da poco riproposto dalla stessa editrice milanese (Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità, a cura di Franco La Cecla, traduzione di Stefano Stogl, nuova ed. 2008, pagine 220, euro 18).
Dietro una spinta patologica
Da allora, il legame tra Ivan Illich e David Cayley divenne sempre più stretto e “conviviale”, tanto da portare Illich – che nel frattempo non aveva superato la sua avversione per i microfoni – ad accettare di registrare, tra il 1997 e il 1999, una nuova serie di interviste, anche queste trasmesse nei primi giorni del 2000 sulle frequenze della radio pubblica canadese, e la cui trascrizione viene ora pubblicata da Quodlibet nella collana “Verbarium”, inaugurata nel 2007 per volontà di Michele Ranchetti, che prima della scomparsa predispose l’allestimento del volume intitolandolo Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità (a cura di Fabio Milana, traduzione di Aldo Serafini, pagine 155, euro 18). Già dal titolo si intuisce la radicalità della lettura proposta, che illustra l’idea secondo cui le società moderne tradiscono l’annuncio evangelico nella sua essenza.
Anche in questo caso il “montaggio” di Cayley è impeccabile e getta una luce nuova sui temi più “classici” della ricerca di Illich, che qui vengono integrati dalla indagine sul nucleo religioso “perverso” delle istituzioni moderne: istituzioni che, applicando scrupolosamente il messaggio cristiano “distorto”, non fanno che aumentare e aggravare, nella dimensione sociale, quella “spinta patologica” osservata anche da Gregory Bateson in un suo saggio del 1978 intitolato Sintomi, sindromi, sistemi (pubblicato nella raccolta Una sacra unità, trad. di Giuseppe Longo, Adelphi, 1997). Una spinta patologica che dovrebbe portarci, più che ad “accusare il sistema”, a esaminare e discuterne i presupposti epistemologici.
Del resto Illich lo aveva già denunciato nei suoi precedenti lavori: la scuola invece di educare blocca l’apprendimento, gli ospedali invece di guarire fanno ammalare, la prigione e le misure repressive aggravano la criminalità, e così via. Nulla di più vicino alla realtà che ci riguarda, con il prepotente ritorno di tutte quelle idolatrie legate all'”istruzione”, al “potere medico”, alla “sicurezza”. Un esempio cruciale dello “snaturamento” della virtù cristiana Illich lo individua nel millenario fraintendimento della parabola del buon Samaritano. La vicenda, narrata nel Vangelo di Luca, descrive perfettamente gli orizzonti imprevisti che Gesù sperava di schiudere ai suoi ascoltatori. “Chi è il mio prossimo?”, viene chiesto a Gesù. E lui risponde raccontando la storia di un uomo che nel tragitto da Gerusalemme a Gerico viene spogliato, picchiato dai briganti, dunque lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. Un sacerdote passa di li, lo vede e tira dritto senza soccorrerlo, così anche un altro funzionario del tempio. A fermarsi per prestargli aiuto sarà uno straniero, un Samaritano, nemico del popolo d’Israele, che lo medica e lo trasporta in una locanda per farlo curare a sue spese. È un racconto, questo, capace – secondo Illich – di annunciare una libertà senza precedenti nel mondo antico, dove la morale si applicava soltanto all’interno di un ethnos, e cioè entro i confini di un determinato popolo, di un “noi”, storicamente dato, in un determinato luogo, nell’ambito di una determinata tradizione.
Tuttavia, e “tragicamente” secondo Illich, le interpretazioni di questo passo sono andate nella direzione di mostrare come ci si dovrebbe comportare nei confronti del prossimo, ribaltando il messaggio che Gesù intendeva trasmettere raccontando quella storia: che l'”altro”, il “prossimo”, non è determinato dai nostri “confini etnici”, ma da noi stessi. Un concetto che si corrompe, dice Illich, quando viene definito come qualcosa che può essere “fatto molto meglio” da “istituzioni preposte” – in primis dalla Chiesa dei moderni “preti-funzionari”, o “preti-manager” – anziché da gruppi di cristiani, movimenti e comunità di base fedeli a quello che Enzo Mazzi ha reso, in un bel libro appena pubblicato da manifestolibri, come il “carattere ribelle del primo cristianesimo” (Cristianesimo ribelle, pp. 190, euro 20).
Corruptio optimi pessima, recita un antico detto che Illich era solito ripetere. Il “meglio” è l’incontro tra due uomini, un Samaritano e un giudeo, che cambia entrambi in profondità, facendoli uscire dal loro “io”, plasmato dall’orientamento antropologico al quale ciascuno dei due, almeno fino a quel momento, prende parte. Il “peggio” è il risultato del processo di istituzionalizzazione di questo incontro, che attecchisce nel senso comune occidentale l’idea che gli esseri umani siano costituiti da bisogni e, di conseguenza, che sia necessario organizzare la società al fine di soddisfarli attraverso lo sviluppo di forme di potere che dovrebbero “gestire”, “assicurare”, “garantire” l’amore per il prossimo. In questa ottica, il giudeo abbandonato nel fosso rappresenta un “problema per la società”; che soltanto una risposta programmata e pianificata “minuziosamente” da un’ingegneria sociale concepita per soddisfare “meccanicamente” il “bisogno dei bisognosi” dell’uomo occidentale moderno, può risolvere. Si potrebbe dire – estremizzando – che, iniquamente, nella modernità, quel moribondo abbandonato sulla strada è stato “commutato” in un Tamagochi, il giocattolo digitale giapponese fino a poco tempo fa molto popolare (non solo) tra i bambini che, come ha acutamente osservato il filosofo sloveno Slavoj Zizek, ci dice molto di più di tanti trattati accademici sullo “stato dell’amore per il prossimo” al giorno d’oggi. Del resto anche Illich, in un fulminante intervento (circolante in rete col titolo Il prossimo non è un’istituzione) tenuto a San Rossore il 18 luglio del 2001 durante un seminario promosso dalla Regione Toscana sui temi della globalizzazione e convocato in occasione di quel triste, per molti motivi, “supermarket di propostine” che fu il G8 di Genova, proprio riferendosi al meeting genovese, dichiarò: “là sono convinti, dentro e fuori – globofili e globofobi – che il mondo resta un mondo di bisognosi”.
In un certo senso Pervertimento del cristianesimo, autorevolmente definito da Cayley come il “testamento” di Illich, permette una rilettura dell’autore attraverso “muovi occhiali”, costituiti dai temi fondamentali che attraversano tutta la sua opera, offrendo una base molto solida da cui cominciare per contestare le aberrazioni delle istituzioni totali, ma anche le idee di “Stato”, di “democrazia”, lo “sviluppo” nei paesi terzi e le proposte di “rinnovamento sociale” in Occidente, il potere economico-politico delle corporations, fino al tentativo capitalista di rifare il mondo sulla base del principio edonista dell’infinita soddisfazione dei bisogni (falsi e artificiali) dei consumatori, “i nuovi fedeli” della “nuova religione”, il capitalismo (lo sostiene Peter Sloterdijk, e probabilmente lllich sarebbe d’accordo).
“Fuori moda” – come ha fatto presente La Ceda nella sua prefazione alle Conversazioni – rispetto ad alcune delle più grandi figure a lui parallele (da Foucault a Baudrillard a Debord), lllich ha saputo rintracciare l’archeologia delle nostre dipendenze attraverso una raffinatissima indagine della “struttura” delle istituzioni moderne, delle loro architravi, rappresentate dai concetti di “cittadinanza”, “responsabilità”, “potere”, “bisogni-rivendicazioni-diritti” eccetera. Aveva intravisto il declino di questi ideali, suggerendo di intenderlo non come una minaccia per la sopravvivenza dell’ “ordine democratico”, ma come la “fine di un’ epoca” che apre un’inedita possibilità di accesso a un nuovo spazio, che lui definì il “mondo della conspiratio” o dell'”amore powerless”, senza il potere. Un mondo che Illich scelse in prima persona come progetto di “pedagogia politica”, non mettendosi al servizio degli ultimi, ma – scrive Milana nella sua densa postfazione al Pervertimento – “in fila tra loro”, cercando di adottarne sempre il punto di vista e assumendo un atteggiamento powerlessness, manifestamente anti-istituzionale, sin dai primi anni di sacerdozio attivo, trascorsi tra una parrocchia portoricana di Manhattan, a New York, e il Centro lntercultural de Formación, poi divenuto de Documentación, da lui fondato a Cuernavaca, in Messico, sacerdozio al quale rinunciò definitivamente nel 1969, dopo un aspro confronto con l’autorità ecclesiastica della Congregazione per la Dottrina della Fede (erede moderna dell’Inquisizione).
Un Intellettuale extra-vagante
Aveva settantasei anni, Illich, quando morì a Brema, nel suo studio in Kreftlingstrasse, il 2 dicembre 2002: stava preparando – come testimoniato da Barbara Duden e Silja Samerski – il seminario sulla corruptio optimi, che si era deciso a tenere, nonostante le incertezze e i dolori invalidanti della malattia che da anni sopportava stoicamente e che gli aveva sfigurato il volto, a ragione definito “uno dei più belli del pianeta”.
Mai come oggi ci manca un intellettuale di questo tipo, “extra-vagante”, in continuo movimento fuori dalle piste battute, “programmaticamente” staccato da schemi di pensiero e riferimenti dati.
Al convegno in memoriam, che si svolse a Lucca nel giugno del 2003 Samar Farage ha ricordato Illich raccontando come una volta – lui che negli anni giovanili studiò mineralogia e cristallografia a Firenze – si descrisse come uno “xenocristallo”, un cristallo di natura estranea rispetto alla roccia nella quale è incorporato. La “roccia” nella quale era incluso fu il suo tempo (il nostro tempo), con cui Illich mantenne un dialogo costante e al quale guardò sempre con “partecipazione”, ma anche con quel “distacco necessario” per coglierlo e interrogarlo nella sua realtà storica.
Se, come pare abbia detto una volta Karl Wallenda, leggendario funambolo statunitense di origini tedesche, “stare sul filo è vivere”, prima di morire lvan Illich – che a Los Angeles, nel marzo del 1996, davanti a una platea di filosofi cattolici, affermò di essere stato costretto, nella sua esperienza di docente, a fare “molti numeri di equilibrismo” – avrebbe certamente potuto “confessare di aver vissuto”. E la sua vita, come pure la sua opera sono corse “sul filo”, prendendosi tutti i rischi del caso, e evitando di finire nello scatolone politically correct del “pensiero ecologico” o, peggio ancora, in quello degli “stili di vita new age” – come, invece, purtroppo, è toccato, totalmente o almeno in parte, ad altri “equilibristi”.

Maria Teresa Carbone

Per celebrare quello che pomposamente, ma a ragione, viene definito il padre della letteratura africana contemporanea, il nigeriano Chinua Achebe, una grande festa è stata organizzata a New York, in marzo. Sono passati cinquanta anni da quando uscì il suo romanzo-spartiacque, Things Fall Apart (Il crollo, edizioni e/o), e tanti scrittori, da Toni Morrison a Michael Cunningham, hanno voluto rendere omaggio di persona all’anziano narratore. In mezzo a loro, anche due giovani romanzieri nigeriani ormai piuttosto affermati, Chris Abani e Chimamanda Ngozi Adichie, che hanno espresso la loro gratitudine ad Achebe, l’uno confessando “la soggezione che si prova davanti al potere dell’immaginazione umana di intervenire nelle nostre vite”, l’altra ricordando il turbamento che le provocò la prima lettura del Crollo. In quel romanzo, ha notato Adiche, “avvertii un gentile rimprovero: non osare nemmeno pensare, sembrava dirmi Achebe, che il tuo passato non sia complesso”.
Se il ribaltamento dello stereotipo che vede nell’Africa una terra semplice e primitiva ha costituito il principale insegnamento di Achebe alle successive generazioni di autori africani, la presenza del quarantenne Abani e della trentenne Adichie alla festa per l’anniversario di Things Fall Apart è stata la concreta testimonianza di come proprio in Nigeria questa eredità sia stata raccolta da una nuova e nutrita leva di scrittori. In tutto il continente infatti non c’è oggi paese, ad eccezione forse del Sudafrica, che possa vantare una tale quantità di giovani romanzieri, accolti con interesse e a volte con entusiasmo dalla critica e dal pubblico internazionale. “Sembra che gli dei della letteratura abbiano ufficialmente designato il 2007 come anno dello scrittore nigeriano” – scriveva lo scorso agosto sul “Times” un altro esponente di questa nouvelle vague, il quarantenne Helon Habila, il cui romanzo di esordio, Angeli dannati, è uscito tempo fa per Sartorio.
Un fenomeno per nulla recente.
Nell’arco di pochi mesi diversi scrittori nigeriani hanno avuto riconoscimenti importanti – fra l’altro il Booker “internazionale” assegnato proprio ad Achebe per il complesso della sua opera – mentre nelle librerie approdava un nugolo di nuovi libri: da The Virgin of Flames di Chris Abani (tradotto qui da Fanucci con lo sciagurato titolo L’ambigua follia di Mr Black), a Starbook di Ben Okri, da Burma Boy di Biyi Bandele (appena edito da Bompiani come Alì Banana e la guerra) a The Opposite House di Helen Oyéyemi, la giovane e dotata autrice della Bambina Icaro, uscito in Italia prima per Rizzoli e poi misteriosamente trasmigrato, con l’etichetta non del tutto appropriata di libro “per ragazzi”, a Fabbri. In realtà, come anche Habila ricordava, questa fioritura di talenti in Nigeria non è un fenomeno recente: Chinua Achebe (e Amos Tutuola) a parte, il primo Nobel per la letteratura assegnato a un africano è andato, più di vent’anni fa, nel 1985, al drammaturgo e romanziere Wole Soyinka, nato nei pressi di Ibadan, nella Nigeria occidentale. E fra gli autori di una ipotetica “generazione di mezzo” non si può trascurare Ken Saro- Wiwa, noto soprattutto per la sua militanza politica (pagata con la condanna a morte nel 1995), ma anche autore dei bei racconti di Foresta di fiori, uscito nel 2004 per Socrates, e del romanzo Sozaboy, riproposto quest’ anno da Baldini Castoldi Dalai.
Proprio Sozaboy è stato uno dei primi romanzi ad affrontare una guerra dimenticata dall’occidente e per molto tempo rimossa in Nigeria, quella che si combatté fra la stessa Nigeria e il Biafra secessionista (e poi sconfitto) fra il 1967 e il 1970. Ancora questo conflitto è al centro della seconda prova narrativa di Chimamanda Ngozi Adichie dopo l’esordio promettente dell’Ibisco viola (Fusi orari 2006), al cui centro si stagliava la figura inquietante di un facoltoso cristiano convertito, intransigente e violentissimo nel suo tendere a una impossibile, e indesiderabile, perfezione. Uscito per Einaudi nella bella traduzione di Susanna Basso (pp. 450, euro 19,50), Metà di un sole giallo – il titolo del libro allude al mezzo sole che campeggiava sulla bandiera biafrana – conferma il talento della scrittrice che qui rivela una mano sicura nel tessere una trama più complessa, intrecciando le vicende personali di una famiglia con la storia pubblica del suo paese. Anzi, se un difetto ha il libro, è proprio quello di apparire come un congegno fin troppo oliato, quasi che l’autrice avesse già in mente, scrivendolo, di mettere le basi per una sua successiva, inevitabile, trasposizione cinematografica. In una intervista, del resto, Adichie ha dichiarato per scherzo (ma forse non troppo) di avere introdotto fra i protagonisti un personaggio bianco perché ancora adesso Hollywood non ama i film “all black”.
Tre le figure-chiave
E cinematografica è la scansione del romanzo, diviso in quattro parti, la prima e la terza ambientate nei primi anni Sessanta, la seconda e la quarta durante la guerra civile, così che gli intrecci sentimentali dei personaggi si riallineano di continuo in un gioco di flashback e flashforward. Un gioco accentuato dalla scelta dell’ autrice di procedere nella narrazione adottando di volta in volta la prospettiva di tre figure-chiave: un ragazzino, Ugwu, che ha appena lasciato il suo villaggio per andare nella città universitaria di Nsukka (la stessa dove Chimamanda Adichie, figlia di accademici, ha trascorso l’infanzia) a servire in casa di Odenigbo, impegnato e carismatico docente di matematica; la bella Olanna, che dopo gli studi londinesi ha preferito abbandonare una vita privilegiata a Lagos per insegnare a Nsukka accanto a Odenigbo di cui è prima l’orgogliosa amante e poi la moglie; e l’inglese Richard Churchill il quale, giunto in Nigeria per condurre degli studi sull’arte tradizionale Igbo, si è innamorato della l sorella di Olanna, la intelligente e magnetica Kainene, e si divide fra la sua casa di Port Harcourt (da cui la donna conduce con mano salda gli affari di famiglia) e Nsukka, dove può compiere le sue ricerche alle quali vorrebbe affiancare la scrittura d un romanzo.
Queste relazioni, complicate dall’intervento della madre di Odenigbo, contraria al matrimonio del figlio con una donna indipendente come Olanna, passano in secondo piano quando a Nigeria, in seguito a due colpi di stato, fra il gennaio e il luglio del 1966, piomba nell’instabilità. Le tensioni etniche nei confronti degli Igbo portano l’anno dopo alla proclamazione della repubblica indipendente del Biafra e alla guerra civile. Per Olanna e Odenigbo, insieme al fedele Ugwu, così come per Richard e Kainene, cominciano tempi durissimi. Finite le accalorate, e accademiche conversazioni di Nsukka, si apre una fase di spostamenti forzati e di violenza. Qualche speranza di vittoria lascia presto lo spazio alla constatazione che il nuovo paese africano, riconosciuto da pochissimi stati, deve e affrontare un avversario militarmente ben più ne forte: il Biafra è solo e affamato, ma gli articoli di Richard chiamato a raccontare al mondo quanto sta accadendo, non danno risultati. In m questo clima di disfatta, all’interno di un campo profughi dove la morte per fame è una esperienza quotidiana, le due sorelle si ritrovano e condividono di nuovo quella profonda relazione affettiva che precedenti scontri e incomprensioni sentimentali avevano interrotto. Ma la fine della guerra, con il suo peso di amarezza e desolazione, coincide per i protagonisti con una perdita irreparabile. I primo a proiettarsi di nuovo verso il futuro sarà Ugwu che, dato per morto in uno scontro a fuoco, ritorna a casa, assumendo su di sé il compito di testimone che era stato di Richard.
Affidando al semplice ragazzo di campagna, e non al colto espatriato britannico, la scrittura di un libro sull’atrocità della guerra del Biafra (“il mondo taceva mentre noi morivamo” è il titolo, che cadenza gli ultimi capitoli di Metà di un sole giallo), Chimamanda Adichie sembra ricollegarsi al tema di fondo di Things Fall Apart, la riappropriazione del passato africano, remoto e prossimo, da parte degli scrittori del continente. Forse per questo, non pochi critici, soprattutto americani, hanno paragonato la giovane scrittrice appunto ad Achebe il quale, da parte sua, le ha riconosciuto “il talento degli antichi cantastorie”: un complimento per certi versi fondato, visto che il romanzo è scorrevole e avvincente, i personaggi sono credibili, i toni alternano giudiziosamente ironia e dramma.
Political correctness a parte, però, in Metà di un sole giallo, più che una affinità con la maestria stilistica di Achebe (a suo tempo così audace nell’impastare il proprio impeccabile inglese con modi di dire e proverbi igbo), si avverte l’influenza dei corsi di creative writing seguiti negli Stati Uniti dall’ autrice, l’esecuzione diligente e riuscita di una ricetta imparata bene. Che non è poco, ma non basta – almeno per ora – per gridare al capolavoro.
Eppure, affiancando il romanzo di Chimamanda Adichie agli altri che sono usciti negli ultimi tempi, l’impressione di vitalità della nuova narrativa nigeriana resta innegabile. E non tanto perché si delinei una comune linea di tendenza, ma al contrario per le differenze che caratterizzano i diversi autori: alla prosa magmatica e “metropolitana” di Abani, che prima da Lagos e ora da Los Angeles scandaglia gli effetti positivi e negativi della “mitologia dell’imperialismo”, si oppongono le atmosfere misteriose evocate da Helen Oyeyemi, attratta, nella Bambina Icaro come nell’ultimo The Opposite House, dal crinale impalpabile fra realtà e magia, mentre al furore del soldato-bambino protagonista di Bestie senza una patria di Uzodinma Iweala (Einaudi 2006) fanno da contrappunto i personaggi malinconici e estraniati di Segun Afolabi nella raccolta di racconti A Life Elsewhere (Jonathan Cape 2006).


Dai sogni della diaspora
Figlio di diplomatici, Molabi ha lasciato giovanissimo la Nigeria e ha vissuto la maggior parte della sua vita all’estero. Non è quindi sorprendente che la scrittura di Afolabi non prenda come riferimento Achebe o Soyinka e si modelli semmai su quella di Kazuo Ishiguro, un altro autore anglofono che, segnato da un precoce trapianto culturale, ha scelto di scrivere in un inglese per nulla ibridato, tanto all’apparenza reticente quanto chirurgicamente preciso nel descrivere situazioni e stati d’animo attraverso una costante attenzione alle sfumature verbali. Tuttavia nel suo romanzo Goodbye Lucille (Jonathan Cape 2007), anche l’algido Afolabi mette in scena un “ritorno a Casa”, quel ritorno a casa che è forse nei sogni di tutta la diaspora nigeriana. Scriveva ancora Habila sul “Times” che in Nigeria il “gene” dello storytelling è particolarmente sviluppato, perché “la maggior parte delle infrastrutture sociali non funzionano, e la maggior parte dei sogni non si realizzano, per cui il solo modo di trasformare le sconfitte in vittorie o la vergogna in orgoglio è attraverso le storie”. Già un paio di case editrici coraggiose però si sono fatte avanti, portando nelle librerie di Lagos e di Abuja le opere di Adichie, dello stesso Habila e di altri autori, e organizzando addirittura dei tour promozionali. Un primo passo è stato fatto, insomma, e se si pensa che la Nigeria è il paese più popoloso in Africa (l’ottavo in tutto il mondo), un intero vivaio di nuovi scrittori è là che ci aspetta.

Franco Serpa

“Hildesheimer mi portò a un incontro, che si teneva al castello di Berlepsch, vicino a Gottinga, alla fine dell’ottobre 1952, del Gruppo 47. Tra le molte personalità illustri che si erano riunite quel giorno, vi erano quasi esclusivamente uomini […]. Ma era presente anche un essere incantevole, con grandi occhi magnifici, ciglia tremanti e mani splendide, la cui aura emanava sensibilità, la qualità in persona, una creatura di pura grazia e fascino, come se fosse nata da un usignolo” (H.W. Henze, Canti di viaggio. Una vita, li Saggiatore, 2005). “Cara signorina Bachmann – non la rivedrò mai più? Lunedì mattina parto per Colonia, se vuole, la prendo con me. Telefonerò nuovamente. Le Sue poesie sono belle, e tristi, ma gli stupidi, persino quelli che si danno l’aria di “capirle”, non le capiscono. Adieu Suo hwh” (lettera, 1 novembre ’52).
Sono queste righe il ricordo di Henze del suo primo incontro con Ingeborg Bachmann, e poi la sua prima lettera, scritta a lei qualche giorno dopo quello incontro. Il ritratto della Bachmann nel ricordo giovanile di Henze è luminoso e perfetto, come sa chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerla. Detto in breve, lei aveva, e donava subito al primo incontro, grazia e umanità inattese: che era il modo, per lei naturale, di preparare gli altri alla sua geniale intelligenza. Anche Henze, come doveva accadere, ammirò in lei, subito, l’unione di riservata eleganza e di genio, e già in quel primo biglietto avanzò quasi un suo diritto a essere un suo amico scelto “die idioten verstehen nicht; gli stupidi non capiscono”). Come, appunto, avvenne: e meno di un anno dopo Henze e la Bachmann, complici anche l’Italia e Ischia, erano passati al ‘tu’ (lettera di Henze, 24 ottobre ’53).
Si era iniziata in quei giorni di Gottinga e poi nei mesi seguenti un’amicizia alta, che durò ventun anni precisi, un’intesa tra loro di fede esistenziale e di poesia, di convinzioni civili e politiche, un’alleanza di affetti, infine, tra due artisti di primo ordine. I segni della stima, della simpatia, della delicatezza di sentimenti, che Henze e la Bachmann ebbero tra loro reciproche, e soprattutto della loro operosa serietà e anche del fine buonumore – i segni, dicevo, li abbiamo tutti, o meglio, purtroppo, quasi tutti, nelle lettere che si sono scritte quando erano lontani, pubblicate in Germania nel 2004 e ora in italiano dalla torinese EDT: Ingeborg Bachmann-Hans Werner Henze, Lettere da un’amicizia (a cura di Hans Höller, traduzione dal tedesco di F. Maione, pp. 400, € 29,00): le lettere sono ‘ quasi tutte ‘ perché alcune (o molte?) lettere di lei sono state smarrite nei tre o quattro grandi traslochi che Henze ha fatto (come spiega egli stesso con rimpianto nella ‘Premessa’ al libro). Le lettere di Henze sono 219, quelle della Bachmann solo 33. Lo scarto dipende non soltanto dai traslochi, ma anche dalla angelica lentezza di lei, che spesso attendeva, rimandava, si smarriva (e lo dicevano i suoi “grandi occhi magnifici”, terribilmente miopi). Ma era lei la prima a incolparsi di indecisione e di ‘pigrizia’ e Henze, impaziente e, lui, ordinato e laboriosissimo,la spronava a rispondere alle lettere e a concludere le poesie e i romanzi (B. a H., 31 dicembre ’55: “Cerco di sbrigare un sacco di cose, non è davvero molto, ma sono cose che mi costano fatica e i dubbi, quando scrivo, talvolta si ingigantiscono al punto che in certi giorni non riesco quasi ad andare avanti”; B. a H., 23 marzo ’58: “E adesso sono di nuovo qui (a Berlino, dove aveva ascoltato per la prima volta il Re Cervo di Henze, con ammirazione) e medito sulla mia vita con lo sguardo al lavoro, perché mi accorgo sempre di più di quanto poco è stato fatto e il Re Cervo e altro ancora mi hanno dato sempre da pensare e mi sono vergognata, pigra e indolente come sono stata spesso”; oppure H. a B., 26 marzo ’57: “Lavora, lavora, disciplina!” e 18 novembre ’66: “Spero che sei stata brava e hai lavorato diligentemente, nonostante le tempeste. Ho pensato spesso a te e mi sono chiesto se lavori come mi aspetto e desidero, perché desidero e intendo leggere presto un buon libro. Su datti una mossa. Per Natale deve essere pronto e già da Piper. E poi gli altri due volumi. Se no pian piano finisci nel dimenticatoio! Perciò sono molto in ansia e felice al solo pensiero”). E ci sono non solo le tante espressioni di attenzioni, preoccupazioni, sollecitudini private ma anche alcune notizie, da lei e da lui, di incantevoli civetterie e vanità in una donna di tale rango intellettuale: lo stile e l’umanità di entrambi ne hanno ulteriore ricchezza.
Come abbiamo appena visto, Henze e la Bachmann si scrivevano oltre che in tedesco anche in italiano (e quando erano in Italia lo parlavano quasi sempre), in francese, in inglese. È stata, credo, una tacita alleanza tra loro, quella di non voler ‘pensare’ solo in tedesco e di tenersi familiari e propri i modi, i pensieri, i caratteri spirituali di tutti i paesi. Ci fu in ciò anche una certa intesa snobistica, una compiaciuta pratica cosmopolita (e un’insofferenza antitedesca), soprattutto nei primi anni dell’amicizia, ma poi la felice prontezza nel ritrovarsi in ogni lingua divenne in loro perfettamente naturale. Naturale al punto che qualche lettera di contenuto personale, serio, e soprattutto doloroso (i pochi, lacerati riconoscimenti che ei fa del suo amore impossibile sono capolavori di autenticità, che varrebbero già essi soli tutto il libro) è scritta in italiano. Do pochi esempi, che vorrei inducessero a leggere questo libro straordinario.
B. a H., 17 agosto ’56: “Se non sapessi che ti spavento, ti direi ancora una volta che io t’amo. Ma questa volta non debbi sentire un peso o obbligo. Lo dico per darti questo bel niente che posso ancora darti, almeno per distruggere un pensiero come il tuo ultimo”, e un anno dopo, fine aprile ’57: “se avrai questa lettera – così cominciano spesso le lettere prima del suicidio, ma la mia non è di questo genere, magari una di vivere e qualcosa mi dice che sarai tu a comprendermi, questa decisione insolita che mi conduce non so quanti kilometri da qui. […]Non è soltanto passione che mi spinge a questa decisione, ma molto di più, è se vuoi passiossione, ma in se una comprensione del vuoto che ho sofferto qui e che soffro artisticamente.
[…]Ti amo ancora, ma lo farei sempre, ma è un altro amore, quello che non conosce Zweifelssorge [ansia del dubbio], puro e quello del fratello …”. La (probabile) risposta di Henze a una così penosa ammissione è una lettera angosciata e stranamente contorta, stesa in tedesco e in italiano e alla fine in italiano e in inglese, a righe alternate! E dice cose esasperate, dure a stesso, bellissime.
Henze e la Bachmann hanno collaborato per Der Idiot (mimodramma, con un monologo del principe Myshkin scritto da I.B., 1953, poi Paraphrasen Über Dostojewsky 1991), Nachtstücke und Arien (tre Notturni sinfonici e due Arie su poesie di I.B., 1957), Der Prinz von Homburg(adattamento del dramma di Kleist fatto dalla B. per la musica di H., 1960), Der junge Lord (uno squisito libretto della B.,1965), Lieder von einer Insel (cinque Fantasie corali su poesie di I.B., 1967). Della loro collaborazione artistica da questa raccolta si ottiene poco perché in quasi tutti i casi, se ebbero da riflettere e da discutere, lo fecero di persona nei lunghi periodi di vicinanza (la Bachmann abitò a Roma in diverse occasioni, anche per anni) e anche di convivenza (prima a Ischia, poi durante i giorni in cui la Bachmann era ospite nella villa di Marino). Poteva essere un epistolario più magro, certo, di quello tra Strauss e Hofrnannsthal, ma di interesse non troppo minore per le questioni del teatro musicale moderno, almeno per il fatto che Henze e la Bachmann si sono bene intesi e amati, cosa che non fu per quei due sommi.

Felice Piemontese

Il “caso Irène Némirovsky” si arricchisce di sempre nuovi elementi, man mano che la pubblicazione delle sue opere da parte della casa editrice Adelphi va avanti (sono finora apparsi cinque romanzi e un racconto lungo).
Tutto cominciò, come molti ricorderanno, con la pubblicazione della Suite francese (2004), un bellissimo romanzo tragico-picaresco sull’invasione nazista della Francia, best seller mondiale, che riportò all’attualità il nome di questa scrittrice fino a quel momento del tutto dimenticata. Nata a Kiev nel 1903, figlia di un ricco banchiere rifugiato in Francia allo scoppio della Rivoluzione, la Némirovsky esordì giovanissima nelle lettere, ottenendo subito un vivo successo con romanzi come David Golder. Era ebrea, ma le sue descrizioni del mondo ebraico e dei personaggi che lo popolavano erano talmente crude e impietose da attirarle l’accusa di antisemitismo.
Del resto sembra accertato (come dice la biografia di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt recentemente pubblicata in Francia) che abbia collaborato con vari pseudonimi – durante l’occupazione nazista – a giornali d’estrema destra (ma anche a uno di sinistra). In più, c’è una conversione in extremis al cattolicesimo, fatta solo ed esclusivamente (la Némirovsky era agnostica) per mettere al riparo, se stessa e la sua famiglia dai pericoli incombenti. Per tragica ironia della sorte, tutto questo non le impedirà di essere arrestata dalla polizia francese nel luglio del 1942 ed essere deportata ad Auschwitz, dove morirà dopo qualche mese.
Il testo della Suite francese è rimasto per decenni in un baule, fino a quando le figlie della scrittrice hanno trovato il coraggio di portarlo alla luce e di darlo alle stampe. E ovviamente, dopo il successo mondiale del romanzo, gli editori si sono buttati a pesce sui libri pubblicati in precedenza dalla scrittrice, che negli anni Trenta (dopo l’esordio avvenuto nel ’29) era già considerata molto più di una promessa delle lettere francesi.
Una conferma ulteriore delle sue qualità viene dalla pubblicazione, sempre da parte di Adelphi, di un romanzo intitolato I cani e i lupi, apparso in Francia nel 1940 (la traduzione è di Marina Di Leo, pagine 234, 18,50euro) e che è tra i più significativi tra quelli pubblicati dalla scrittrice.
La prima edizione del libro recava un’avvertenza dell’autrice in cui si sottolineava il fatto che il romanzo non poteva non essere “una storia di ebrei” e che lei, convinta che “in letteratura non ci sono argomenti tabù”, aveva descritto l’ambiente a cui del resto apparteneva “con i suoi pregi e i suoi difetti”. Dichiarazione ineccepibile, e sciocco sarebbe (come pure qualcuno ha fatto) affrontare i cani e i lupi con argomentazioni extra-letterarie. Tutti i romanzi della Némirovsky si svolgono del resto nell’ambiente che volente o meno era il suo, ed hanno protagonisti che sono spesso ricchi (e sordidi) affaristi, spregiudicati banchieri, giovanotti ambiziosi e senza scrupoli, donne fatue e capricciose, preoccupate solo della propria bellezza e dei propri gioielli piuttosto che dei drammi che le circondano e talvolta le sfiorano.
Qui, ne I cani e i lupi, siamo a Kiev negli anni precedenti la Rivoluzione, e gli ebrei che vi risiedono sono suddivisi in tre aree distinte e distanti tra loro anni luce: i ricchi in collina, in grandi e lussuose ville che testimoniano la loro riuscita negli affari, i poveri, anzi “i dannati”, nella città bassa, “tra le tenebre e le fiamme dell’inferno”. Al centro i comuni mortali, piccoli commercianti, mediatori, medici, farmacisti, sempre in bilico tra l’ascesa e la caduta.
Ada, la protagonista del libro, è la bambina, figlia di un modesto intermediario che vive men che modestamente, convinto che la “condizione naturale” dell’uomo è quella di “spargere molto sudore per guadagnarsi un tozzo di pane”. Un giorno Ada vede un bambino della città alta, ricco, ben vestito, riccioli bruni, grandi occhi splendenti, e sa – oscuramente ma con certezza assoluta – che sarà quello l’uomo della sua vita, colui che amerà per sempre di un amore assoluto e pressoché indifferente a ciò che la vita riserverà ad entrambi.
Si rivedranno in circostanze drammatiche – uno dei periodici pogrom di cui gli ebrei erano vittime – e poi, molti anni dopo, a Parigi, dove le rispettive famiglie si sono trasferite. Lui, Harry, erede di una colossale fortuna, sposa la figlia di un banchiere francese, lei, Ada, sposa senza amarlo l’intraprendente cugino. Ma i loro destini sono destinati a incontrarsi, e a fondersi, per un certo periodo.
Poi, le cose si mettono in modo tale, da indurre Ada a rinunciare per sempre al suo amore, talmente assoluto del resto da autoalimentarsi quali che siano le circostanze esterne che lo condizionano.
È uno strano libro, quello della Némirovsky: se la parte iniziale sembra debitrice del romanzo naturalista francese in versione yiddish, il seguito è animato da preoccupazioni del tutto moderne, in cui la psicoanalisi ha un ruolo non secondario. Sta proprio in questo contrasto uno degli elementi di fascino del romanzo, che peraltro dà il meglio di sé nella descrizione, spesso crudele, dell’ambiente alto-borghese parigino che è quello che la scrittrice meglio conosceva, e rispetto al quale era animata da sentimenti decisamente ambivalenti: attrazione e repulsione profonda, fino all’odio (qualcuno ha parlato di “odio di sé” come caratteristica tipica di un certo ebraismo).
E se quella di Harry è una figura tutto sommato scialba, splendido è invece il personaggio di Ada, indifferente alle convenzioni e ad ogni idea di riuscita sociale e di carriera artistica (dipinge).
A caratterizzare inoltre il libro è quel tono febbrile tipico della Némirovsky, di chi teme che il tempo a disposizione sia troppo scarso rispetto all’urgenza delle cose da dire, delle storie da raccontare.

Giorgio Montefoschi

Subito, fin dall’ inizio de Il piccolo hotel, il romanzo di Christina Stead pubblicato da Adelphi, appena un ospite sale le scale della modesta pensione che la signora Bonnard gestisce sulle rive del Lago Lemano, ponendo magari il problema dell’ ascensore che è troppo stretto, ecco che un altro ospite quelle stesse scale, nello stesso momento, le scende: e il problema dell’ ascensore non esiste più, perché adesso l’ argomento da affrontare riguarda il caffè fatto male per esempio, o un biglietto da cento franchi rubato da una mano misteriosa in una borsa lasciata sconsideratamente in una stanza, o il fatto che le pareti delle camere sono così sottili che si sente proprio tutto. Se nella sala da pranzo fa irruzione il sindaco, certamente pazzo, di un fantomatico villaggio del Belgio ossessionato dal prossimo e inevitabile arrivo dei comunisti russi che di sicuro lo metteranno al muro, (perché la Seconda Guerra Mondiale è finita ma un’ altra guerra «fredda» è iniziata ben più terribile), ecco che dagli altri tavoli saliranno immediate valutazioni sulla inconsistenza del popolo svizzero, sulla ottusità dei tedeschi nonché sulla decadenza di quegli spocchiosi tirchi che sono i cittadini della Gran Bretagna. Se l’ ora è quella del tè, o si sta sul lungolago o in giardino, non c’ è personaggio che si azzardi a esprimere vuoi una calibrata opinione, vuoi una considerazione perfettamente inutile, vuoi un semplice pensiero distratto, senza che nel giro di pochissime righe, a quella opinione assennata si risponda con una opinione altrettanto assennata ma che non ha nulla a che vedere con il discorso, alla considerazione perfettamente inutile si risponda con una considerazione ancora più inutile, al pensiero distratto faccia seguito un pensiero ugualmente distratto. Il mondo – sembra volerci dire la più grande scrittrice australiana con questo delizioso, comico e amarissimo romanzo che amò tanto Saul Bellow e per normali motivi cronologici (morì quattro anni prima della sua apparizione nel 1973) avrebbe adorato Ivy Compton-Burnett: un’ altra perfida, appassionata di vicende minime e comuni – è un posto assai confuso, nel quale chiunque può essere scambiato per un altro, tutto conta moltissimo e pochissimo. E, certo, le parole (in particolar modo per chi sa usarle con tanta bravura), sono pietre, però non sveleranno mai alcuna luce al di sopra delle nostre modeste esistenze; potranno al massimo certificare che ogni giorno, da quando ci svegliamo a quando andiamo a letto, siamo un po’ felici e un po’ infelici, un po’ preoccupati e un po’ no a causa di svariate piccole o meno piccole incombenze, e molto, molto disponibili a lasciarci condizionare da una di quelle parole mal dette, dalla nostra malinconia e dal nostro rancore, dal nostro – gelosamente conservato – malumore. Sì, nessuno di noi conta così tanto – pensa l’ autrice del famosissimo Sabba familiare – da aver diritto a più di due battute di seguito in un romanzo; nessuno ha una storia così importante da occuparlo per intero: ognuno di noi ha le sue sofferenze, le sue delusioni, le sue beghe; e anche se i nostri vicini non fanno altro che bussarci continuamente alla parete o alla porta della stanza, invadono la nostra vita con la quotidiana elencazione dei problemi e delle ansie che li tormentano, noi al massimo possiamo ambire ad essere uno di loro, uno dei tanti ospiti sbandati che affollano Il piccolo hotel. Perché, certo, il sindaco del villaggio belga, alla fine, si capirà che è proprio pazzo, al di là dei proclami deliranti, dell’ abitudine di attraversare il parco tutto nudo con sciarpa e cappello, ma non è altrettanto pazza la scheletrica signorina Chillard che ha la valigia piena di soldi e non paga il conto, tratta l’ umile madre come una parente povera o una badante, se ne starà a letto tutto il tempo non toccando cibo, minacciando di lasciarsi morire se non la riporteranno a Zermatt, dove c’ è un medico che ama moltissimo? E che dire della signora Trollope e del signor Wilkins, alloggiati in due camere comunicanti? Loro, alloggiano in due camere comunicanti, perché pur essendo amanti dalla bellezza di ventisette anni, per motivi di bon ton si fanno passare per cugini. Ma nella camera accanto, c’ è Madame Blaise, la moglie di un medico svizzero che vive a Basilea e ogni tanto viene a trovarla, che quanto ad ambiguità coniugale, la coppia Trollope-Wilkins se la mette sotto i tacchi. Laddove, rispetto a costoro, alle eterne diatribe matrimoniali e finanziarie (dal momento che, chi da una parte, chi dall’ altra, i quattrini ce li hanno tutti, e tutti sono avidissimi: «Siamo una sola carne… E un solo patrimonio», sarebbe un po’ la sintesi), nulla è paragonabile alle inquietudini della attempata principessa Bili, col suo gigolò argentino. Mentre, davvero indescrivibili risultano gli affaires del personale:in quanto, talvolta, torbidissimi. Tanto che potrebbe trasformarsi in una specie di moderna Arca di Noè, solo a volerlo, la modesta pensione del Piccolo hotel.

Mario Baudino

Lo ha scritto in un breve saggio, anni fa: “Un racconto non e’ una strada che ci si mette a percorrere, e’ una casa. Ci entri e ci rimani per un po’, andando avanti e indietro e sistemandoti dove ti pare, scoprendo i rapporti tra camere e corridoio, e come il mondo esterno viene alterato se lo si guarda da queste finestre”. E’ un’immagine perfetta del suo modo di lavorare, e anche del suo pensarsi in quanto scrittrice. ALICE MUNRO e’ la regina della short story, del racconto magari anche lungo, ma pur sempre di quel genere letterario piuttosto difficile che in Italia pare avere poca cittadinanza. Sara’ per questo che finora non aveva mai varcato i confini del nostro Paese, dove sono passati tutti, ma proprio tutti tra festival, premi e vacanze private gli scrittori internazionali? Non proprio. Einaudi ha tradotto i suoi libri piu’ importanti, da Il sogno di mia madre al recente Segreti svelati, storie di donne soprattutto, donne alle prese con svolte decisive. Lei, che di svolte ne ha avute, e’ persona schiva, molto legata a Clinton, paese di tremila anime nell’Ontario dove trascorre sei mesi all’anno. Semplicemente, aveva sempre declinato gli inviti. E’ venuta invece a Pescara, per il premio Flaiano vinto con Alberto Arbasino e Ismail Kadare’ ( la giuria dei lettori le ha conferito poi il “Superflaiano”) cogliendo di sorpresa i suoi editori e l’agente londinese, ma tenendo fede alla sua estrema riservatezza. Niente interviste, solo un incontro col pubblico; e un vago, cortese sorriso. Settantasette anni domani (auguri), alta e appena un po’ incurvata dall’eta’, ALICE MUNRO e’ da tempo una autorevole cadidata al Nobel, gode di un vasto consenso critico, pubblica sulle riviste piu’ intellettuali del mondo anglosassone come il New Yorker, l’Atlantic Monthly o la Paris Review, rifugge dai media per quanto e’ possibile. E distilla i suoi racconti, spesso dalla forte componente autobiografica – il genere in cui eccelle e’ il “memoir” -, con una secchezza e una precisione che sono figlie del severo mondo protestante dei presbiteriani scozzesi in cui e’ cresciuta. Nel libro con cui ha vinto il Flaiano, La vista da Castle Rock, lo racconta attraverso la storia della sua famiglia, i Laidlaw (MUNRO e’ il cognome del primo marito), venuti in Canada dalla Scozia nell’Ottocento: contadini poveri e austeri, ma grandi lettori della Bibbia, tormentati e “filosofi” a modo loro, permeati da quella cultura che puo’ apparire soffocante ma che ha prodotto, per dire, un filosofo come David Hume. Lei non filosofeggia. Racconta. “E’ un libro un po’ particolare – ci spiega – perche’ mischia la realta’ documentale, ricostruita anche grazie al fatto che nelle varie generazioni della mia famiglia qualcuno ha sempre scritto quel che gli accadeva. Mio padre ha addirittura lasciato un romanzo sull’epopea deli ”pionieri” in Canada. Su questo materiale sono intervenuta con la fiction, l’immaginazione”. Lo ha fatto soprattutto quando parla di se’ bambina, adolescente e poi giovane donna alle prese con un mondo durissimo, che non smette di amare. C’e’ un rapporto ambiguo con i valori contadini? “I valori, anche quelli contadini, anche quelli delle generazioni di immigrati che si sono avvicendate nell’Ontario, cambiano. Tutto cambia. Ma il cuore degli uomini e’ rimasto lo stesso. Per una donna della mia eta’ resta profondo il senso di responsabilita’. Il dovere direi di salvare certe cose”. In questo, la fiction, che poi e’ una “menzogna” letteraria, diventa un problema in una letteratura che ha un cosi’ forte senso etico. E’ un po’ come se affrontando i durissimi antenati, la scrittrice chiedesse loro il permesso di raccontare bugie, come osserva il professor Luigi Sampietro, uno dei critici italiani che piu’ si sono occupati di lei. “In realta’ non e’ un problema di menzogna. Piuttosto non bisogna dimenticare che per lungo tempo in quella societa’ essere ”solo” uno scrittore non era sufficiente. Non sembrava abbastanza, come ruolo. Per una donna, poi: bisognava badare alla casa, innanzi tutto. La scrittura non era ”utile”, e quindi in un certo senso non importante”. In Castle Rock, sulla nave che porta gli emigranti in America, un commerciante scopre che il giovane Walter, uno dei tanti antenati in cerca di fortuna, sta tenendo una sorta di diario di bordo e gli chiede perche’. Lui risponde: “Io scrivo solo quello che capita”. Quel che annota gli serve solo, dice, per mandare poi una lettera a casa. Scrive cose “utili”. “Ed e’ molto protestante – commenta la scrittrice – questo insistere sull’utilita’”. E’ successo anche a lei? “All’inizio non mi ponevo questi problemi. Ma andando avanti con gli anni l’ho sentito come un impegno”. Essere “solo” uno scrittore forse non basta ancora, non basta mai. E’ questo il motore della sue storie “perfette”? Cynthia Ozick, un’altra importante scrittrice canadese, l’ha definita “il nostro Cechov”. Lei Cechov lo ha riletto, ma si schermisce. Scrive racconti perche’ desidera che il lettore “percepisca qualcosa come stupefacente, e non perche’ succede, ma per il modo in cui tutto succede”. Su questo, i suoi severi antenati non avrebbero trovato da ridire.

Il novecento differente di Maria Rosa Cutrufelli

Ida Dominijanni

C’è un’estraneità femminile dalla Storia che la generazione femminista degli anni settanta ha sfidato, rileggendola e reinterpretandola. Non esclusione o marginalità o minorità, ma presenza differenziale: differente modo di abitarla, giudicarla, raccontarla. Non sempre abbiamo vinto la sfida: spesso la Storia torna a sfilarcisi di mano, le parole mancano, il giudizio recalcitra, la lateralità ci seduce. Talvolta invece la differenza gioca e vince. In D’amore e d’odio, l’ultimo suo romanzo (Frassinelli, pp. 465, € 18,00), Maria Rosa Cutrufelli accetta la sfida più alta per una scrittrice, quella del romanzo storico, gioca e vince. Non è la prima volta: già nel romanzo precedente, La donna che visse per un sogno, ricostruendo la vita di Olympe de Gouges l’autrice si era misurata con l’impronta femminile nella Storia. Stavolta però la prova è più ardua, la storia essendo quella che noi e le nostre madri, nonne, figlie, abbiamo direttamente vissuto, o che direttamente ci è stata raccontata: il nostro Novecento, in sette quadri, sette tempi, sette protagoniste, sette voci narranti. Voci femminili e maschili, perché non c’è separatezza femminile – anche se spesso tocca alle donne separarsi, dagli amanti, dalle radici, dalle illusioni politiche, mai per ripiegare però, bensì per prendere il largo, quasi a ribaltare il mito di Ulisse e Penelope, e rilanciare la scommessa con la vita. Il Novecento, scrisse una volta Angelo Putino, si aprì con una mutazione della specie: donne dappertutto, nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole, dove prima non erano; cambia il panorama, comincia, appunto, un’altra Storia.
Non ci sarà più riparo dagli eventi mainstream: le donne li abitano e li muovono, e il loro sguardo non è più corto ma più lungo, penetra la Storia con le storie, la politica con la quotidianità, le ideologie con i sentimenti, l’utopia con la trasformazione di sé. Cutrufelli rilegge il secolo con questo stesso sguardo, si mette sulle tracce di questa mutazione.
Sette tempi: 1917, la Grande guerra; 1922, il fascismo; 1946, la Repubblica e la ricostruzione; 1972, la rivoluzione senza la Rivoluzione; 1989, il nuovo ritmo del mondo senza Muro; 1994, le disillusioni del Progresso; 1999, l’addio al secolo che non smetterà di non passare. Sette protagoniste: Nora ed Elvira, due sorelle nella Torino operaia e socialista degli anni dieci e venti, e poi le loro figlie, nipoti e pronipoti, Isa, Leni, Carolina, Sara, Delina. Non si pensi però a un romanzo familiare: nulla di più lontano. Non è il sangue ma la Storia a decidere le continuità e gli strappi, gli incontri e le separazioni, i trasferimenti e i ritrovamenti. La guerra decide il destino di Nora, il fascismo quello di Elvira, il ’68 e il ’77 quello di Leni e della sua amica Miriam, l’89 quello di Carolina; ma niente è automatico, e mai un personaggio scade nel prototipo o nell’idealtipo. C’è la Storia infatti, e c’è il caso, o per meglio dire non c’è Storia senza il caso, e non c’è azione soggettiva se non a questo incrocio fra Storia e caso. “Tutte le cose – si legge a un certo punto in uno dei brevi intermezzi tra i sette quadri – sono depositi di infinite possibilità.
Ogni cosa contiene il fantasma di ciò che non è e invece poteva essere, la fantasia di ciò che forse sarà o al contrario non sarà mai e che non dimeno lascia una traccia luminosa di sé”: le eroine del romanzo danno forma alla loro esistenza muovendosi fra queste eventualità e prendendosi il rischio della libertà, negli anni venti sotto il fascismo come negli anni settanta in democrazia. Sostenuta da una mole evidente di lavoro d’archivio, la narrazione corre non solo nel tempo ma anche nello spazio: la genealogia di Cutrufelli si distende lungo tutta la penisola, da Torino a Siracusa e da Roma a Bologna, non senza qualche incursione in quella America di cui solo chi viene dal Sud, come l’autrice che è siciliana conosce la familiarità costruita nel corso del tempo dalla rotta dell’ emigrazione transoceanica. Fatti e luoghi sono narrati con la stessa precisa ed evocativa puntualità: i corpi massacrati che arrivano dal fronte all’ospedale di Borca di Cadore come i corpi che si dispongono al consumo nella Roma povera ma bella del secondo dopoguerra; le mosse circospette della clandestinità sotto il regime come l’autoreclusione dei militanti “duri” degli anni settanta. Talvolta infatti le stesse cose ritornano, diverse, di generazione in generazione: il libro è anche una genealogia politica della sinistra italiana, della sua grandezza e dei suoi tic, della sua centralità in un paese che senza di essa non sarebbe mai diventato un paese e tuttora rischia di perdere se stesso.
Ritorna anche e si trasforma, di generazione in generazione, l’amicizia fra donne, che salda ciascuna delle storie raccontate e tesse come un filo invisibile e tenace la trama della Storia più grande. All’origine della genealogia c’è una coppia di sorelle, la prima voce narrante è di un’amica a un’amica e racconta di un’altra amica; il quarto tempo, Bologna 1972, è la storia di un’amicizia fra due donne; il quinto, Berlino 1989, quella di un amore fra due donne. Le figure maschili sono molte e di rilievo, ma di decennio in decennio si allenta il legame con loro delle protagoniste, dall’amore coniugale eternizzato all’amore disilluso di chi scopre che tutto si è condiviso “tranne il senso della vita”, allo spostamento del desiderio dall’altro all’altra che avviene senza traumi, come un impercettibile scivolamento perfino autorizzato dalle madri. Siamo alla fine degli anni ottanta, il secolo delle donne ha macinato molta libertà. Ma di nuovo, sbaglierebbe chi pensasse a un romanzo agiografico, o a uno spostamento dalle magnifiche sorti e progressive della sinistra a quelle femministe: la lezione del Novecento sta nell’averle dichiarate chiuse per tutti e per tutte, e l’autrice lo sa. Nella chiusa, magistrale, del romanzo, di nuovo le stesse cose ritornano: nell’odore del naufragio di una nave di immigrati, Delina rivive l’odore dell’internamento nel campo di concentramento di Ferramonti (una perla storica del libro, con pagine di rara pregnanza). “D’un tratto era dentro il mio naso, acre come allora: sapeva di fatica e di rabbia, di speranza e umiliazione, di pazzia, di vita che sbatte contro un filo spinato. E adesso arrivava a folate da ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste dell’Africa, dai Balcani, dalle rotte asiatiche.. . Non ci lascerà in pace, l’odore del vecchio secolo”. Non ci lascerà in pace, no. Ma ci ha lasciato molti doni.

A.H.: “Non è un ‘film di Hitchcock’…Era una storia di vecchio tipo, piuttosto demodé….una storia che manca di umorismo” – F.T.: “In ogni caso ha il pregio della semplicità. Una giovane donna (Joan Fontaine) sposa un bellissimo Lord (Laurence Olivier), tormentato dal ricordo della prima moglie Rebecca, morta in circostanze misteriose. Nella grande dimora di Manderley, la nuova sposa non si sente all’altezza della situazione e teme di sfigurare nel suo nuovo ruolo; si lascia dominare, poi atterrire dalla governante, la signora Danvers, legata al ricordo di Rebecca. Un’inchiesta tardiva sulla morte di Rebecca, l’incendio di Manderley e la morte dell’incendiaria, la signora Danvers, porranno fine ai tormenti della protagonista”. Sono battute tratte da Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut, libro mille volte ristampato tanto è bello, in cui leggiamo la facile trama di un racconto cosiddetto demodé… Rebecca la prima moglie.
L’autrice del romanzo, appena uscito dal Saggiatore con una nuova traduzione, è l’inglese Daphne Du Maurier, scrittrice prolifica, nata a Londra nel 1907 da una nobile famiglia di origine francese, morta nel 1989, e vissuta, lontana dalla mondanità, quasi sempre nell’amata Cornovaglia, dove inventava e spesso ambientava storie di ogni genere, storico, gotico, biografico, suspence. Una penna dai molti registri e dall’indubitabile talento (non è un caso che ben nove dei suoi numerosi testi abbiano conosciuto la trasposizione cinematografica, e proprio di recente una fiction televisiva – Rebecca, appunto), troppo spesso catalogata fra le minori, graziosamente dette “popolari”. In realtà la Du Maurier arriva al grande pubblico perché è capace di raccontare una storia, di delineare con precisione psicologica i personaggi, di creare un’atmosfera che radica il suo naturalismo nel perturbante, di tenere con avido fiato in gola il suo lettore fino all’ultima riga. Se prendiamo proprio Rebecca la prima moglie, pubblicato nel 1938, dimenticando sia il bel film, del 1940, sia la mediocre fiction di poche settimane fa, ci troviamo tra le mani pagine che sulla semplicità della fabula costruiscono un intreccio di lenti ma continui e imprevedibili colpi di scena, basato tecnicamente sull’inversione della temporalità (si comincia dalla fine della storia, con un sogno-incubo, e la storia finisce con un altro sogno-incubo), su una voce narrante unica, quella della protagonista, che non ha mai un nome proprio (è sempre e solo “la seconda signora de Winter”), su una scena affollata da molti protagonisti, tra cui indubitabilmente la grande dimora, Manderley, che da ambiente-sfondo diventa vero e proprio personaggio con un’anima sempre mutevole, gioiosa, carezzevole, bellissima, ma anche spettrale, immobile, piena di ombre, avvolgente come un’oscura ragnatela viva e parlante. Specchio e riflesso di un’altra specularità, quella tra la nuova signora, che era in precedenza una giovanissima dama di compagnia, e la vecchia governante, che ferocemente venera la sua prima e unica signora, Rebecca, ed è una vera, perfida antagonista, in un libro che racconta l’amore tra un uomo e una donna, ma anche, sebbene in via allusiva, quello tra due donne. E ancora racconta la paura, il terrore che il sentimento di una donna può incutere al sentimento di un’altra, la distruzione che ne può seguire.
Lo sguardo dell’autrice sulle relazioni umane è dunque affilatissimo, mai possiamo decidere tra personaggi a tutto tondo, semplicemente buoni o cattivi: è buono il signor de Winter, che, non amato, insultato nel suo onore, diventa un assassino? È buona la seconda signora de Winter che per amore del principe azzurro accetta fatalmente la sua confessione e se ne fa complice? E’ cattiva la signora Danvers, vittima di un amore che non può dire nemmeno a se stessa, e può sopravvivere, si anima, solo e sempre girando attorno alla propria ossessione, a una stanza, un letto, una camicia da notte, una spazzola per capelli irrigidite dal soffio sinistro della morte? Sì e no, ed è questa la grandezza di un’invenzione capace di vedere con occhio distante e lucido gli esseri umani nella loro complessità, di non idealizzare le donne “buone” né immiserire per banale misoginia i comportamenti di quelle “cattive”, e facendo valere questa sua postura mentale anche nei confronti degli uomini, complici e avversari, mantenendo e rappresentando una differenza fra i sessi che non li impicca mai a un unico chiodo, il già detto e pensato. In questo sguardo si rinnova con la Du Maurier un filone inglese di lunga tradizione, quello delle governanti, alla Jane Eyre della Brönte, degli amori che portano incendi che parlano il silenzio della follia o l’amore lesbico, di uomini che alla fine non possono che scendere da cavallo. Una mescolanza di sentimenti e azioni che riguardano i sessi e le classi sociali, in cui la venatura “rosa”, spesso attribuita alla scrittrice, si rivela del tutto fuorviante, perché lei sa mettere in scena, piuttosto, rapporti crudeli ma veri, con la forza di una teatralità appresa forse dai suoi genitori, entrambi attori.
Questa tonalità di scrittura della Du Maurier è ancora più eclatante nei suoi racconti, ad esempio in quelli raccolti sotto il titolo Gli uccelli e altri racconti (il Saggiatore 2008), notevoli tutti per ragioni diverse, la prima delle quali può essere riassunta dalle parole con cui, in una recente intervista, Nadine Gordimer definisce l’essenza stessa di questa forma rispetto al romanzo, il suo essere completa come “un uovo”, senza tappe e passaggi dunque, tanto da poter essere tenuta “completamente in una mano”. Se il primo, Gli uccelli, è di nuovo forse il più famoso – per essere diventato un altro film di Hitchcock nel 1963 -, è indubbio che la grande sfida vinta dalla Du Maurier è quella di aver raccontato in 35 scarne paginette la massima concitazione in un quadro perfettamente immobile: una piccola fattoria abitata da una normale famigliola in una penisola qualunque, la vita di una piccola comunità sconvolta da un evento inspiegabile e inspiegato, l’attacco di migliaia di uccelli, tanto imprevedibile da diventare l’architrave di un perfetto meccanismo a suspence. E’ la rivolta della natura contro l’uomo che, immaginata già nel 1953, fa di questa autrice, non a caso così abile nell’osservazione attenta e precisa della realtà, un’anticipatrice di temi e problemi attuali dispiegati con innegabile maestria. La stessa che leggiamo ne Il vecchio, dieci sole pagine di un’inquietudine affilata che nascono da un’altra forma di inversione, l’attribuzione a una coppia di cigni di sentimenti che fino all’ultimo pensiamo appartenere a una coppia di umani. Alle donne, poi, nulla viene perdonato, la superficiale marchesa de Il piccolo fotografo pagherà la sua sventata e vanesia avventura con l’ometto storpio, l’amante passeggero e adorante, non con qualche soldo, come pensava, ma con la presenza persecutrice della sorella di lui, per sempre; la vita dell’appagato vedovo de Il melo sarà sopraffatta e perduta dal persistere della presenza insopportabile della moglie morta in quell’albero che gli toglie la vista serena del giardino, dei suoi frutti che sembrano volerlo seppellire per bruttezza e quantità, e che una volta abbattuto, lo farà sprofondare nella neve e nell’oscurità, per sempre. Questa temporalità algida e portatrice di morte torna di nuovo in Baciami ancora, sconosciuto, la cui sensuale e silenziosa protagonista, che promette amore e avventura, uccide invece senza pietà né spiegazioni.
A me pare che questo basti per ricominciare a leggere Daphne Du Maurier, appassionandoci alle sue atmosfere vertiginose, alla magia della sua immaginazione, in cui tutto può all’improvviso trascorrere dalla normalità apparente all’angoscia più minacciosa, basti insomma a rimetterla, finita la lettura, nello scaffale degno di lei, quello delle grandi scrittrici.

Intorno a una serie di lunghi monologhi l’autrice e criminologa svizzera imbastisce il suo romanzo d’esordio uscito per Nottetempo nella nuova collana “il pesanervi” che, sotto il segno di Antonin Artaud, riprende il nome di una storica serie degli anni Sessanta

Edda Melon

A lungo il perturbante, l’inquietante familiarità che sorprende e terrorizza, e che tutti conosciamo per esperienza, è stato associato ai racconti del genere cosiddetto fantastico, dove, sulle orme di Freud, lo si poteva osservare e interpretare quasi in vitro. In seguito, letterati, filosofi, psicoanalisti, studiose femministe, hanno cominciato a interrogarsi sulla sostanza di quello che potremmo chiamare il perturbante contemporaneo, di ciò che non ha nome, per dirla con Giorgio Rimondi, che insieme ad Annarosa Buttarelli ha dato vita a un variegato gruppo di lavoro (Rimondi, Lo straniero che è in noi. Sulle tracce dell'”Unheimliche”, Cuec 2006; Buttarelli – Rimondi, Dove non c’è nome. Nuovi contributi sul perturbante, Scuola di cultura contemporanea 2007).
In questo orizzonte si può leggere il primo romanzo di Catherine Lovey (nata in Svizzera nel 1967), giornalista e criminologa, che ha per titolo L’interdetto (nottetempo, traduzione di Lucia Regola, pp. 124, euro 9). La struttura è di una pulizia abbagliante: una serie di lunghi monologhi – come verbali di sedute registrate – rivolti a uno psicoanalista totalmente silenzioso da parte di un uomo sospettato di aver ucciso la moglie. Raggiunto sei mesi prima dalla notizia della sparizione della donna mentre è in viaggio d’affari a Londra, per non perdere la firma di un contratto importante da cui fa dipendere la sua carriera, non anticipa il rientro né telefona alla vicina che, nell’emergenza, ha preso in custodia i suoi tre bambini. Il suo eloquio è monocorde, ossessivo. Non una parola sulla moglie, ma solo timore di perdere il lavoro e autocommiserazione per la fatica di doversi occupare dei figli (bambini, bambine, chi lo sa? strano rapporto con il femminile). Nessun sentimento, nessuna emozione, ma un’angoscia crescente che l’uomo sembra provare di fronte allo “straniero” che è in lui. Che sia colpevole o vittima, è difficile per il lettore stare dalla sua parte. La sua stessa esistenza – che ci ricorda altri personaggi della letteratura oltre che delle cronache, quelli di Dürrenmatt per esempio, o di Carrère (L’avversario, La settimana bianca) – è per noi fonte di un malessere che le pagine del breve romanzo portano a livelli insostenibili, senza remissione.
Non a caso il libro della Lovey ha inaugurato, nelle edizioni nottetempo di Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi, una collana che riprende nel nome, “Il pesanervi”, una storica collana degli anni Sessanta. All’insegna della parola inventata da Antonin Artaud nel 1925 – il pesanervi appunto – e adottata da una giovanissima Bompiani nella casa editrice del padre, la pubblicazione in controtendenza di questi “Capolavori della letteratura fantastica”, durò all’incirca quattro anni, per un totale di diciassette titoli, con una grafica di copertina firmata da Franco Ricci, ottime traduzioni e prefazioni illuminanti. Dal Golem di Meyrink all’Eva futura di Villiers de l’Isle-Adam, dal Monaco di M. G. Lewis raccontato da Artaud all’Invenzione di Morel di Bioy Casares, si trattò per i lettori italiani di un rapido corso di aggiornamento su un’intera zona letteraria della modernità. Siamo situati esattamente tra la pubblicazione del saggio di Roger Caillois Nel cuore del fantastico (1965), e l’Introduzione alla letteratura fantastica di Tzvetan Todorov (1970), quando questa letteratura di avventure, di fantasmi, di fantascienza, nera o gotica, stava per diventare popolare ma anche per varcare le soglie dell’università e fornire materia per la teoria.
A quarant’anni di distanza, quale potrebbe essere allora la posta in gioco dei nuovi Pesanervi? Per intanto, la collana sembra voler saggiare diverse direzioni, aggiungendo opportunamente, al fantastico, il poliziesco e il noir. I primi quattro libri hanno un aspetto allegro e invitante, un formato maneggevole, un’illustrazione sempre diversa firmata da Jean Blanchaert, nome celebre nell’arte contemporanea, e una cura impeccabile. A differenza della prima serie che metteva in catalogo unicamente grandi nomi di autori al maschile, qui la proporzione è di tre autrici contro uno. Vero è che la maestria femminile nell’arte della detection psicologica è assodata, e viceversa nel campo del racconto fantastico il canone è piuttosto avaro di scritti di donne. Ma anche qui, vanno citati i lavori di alcune studiose italiane che hanno avanzato l’ipotesi di modelli differenti, meno inquietanti, dell’immaginario femminile (Eleonora Chiti, Monica Farnetti, Ute Treder, La perturbante, Morlacchi 2003).
In attesa di saperne di più, possiamo apprezzare due gialli pesanervi di stampo classico. Miss Pym, di Josephine Tey, tradotto da Rosanna Pelà, era già circolato vent’anni fa nella Tartaruga Nera, ed è un gradito ritorno. L’ambiente dove la Tey immerge la sua deliziosa Lucy Pym, signorina di mezza età esperta (ma non troppo) di psicologia, è un college femminile di Educazione fisica, immerso nella campagna inglese, frequentato da uno stuolo di fanciulle fresche ed esuberanti, che si preparano sia a una vita lavorativa sia, in alternativa, a una carriera di moglie. Quando la morte farà irruzione nell’atmosfera festosa di fine anno, Miss Pym sarà costretta a rivedere molte delle sue prime impressioni su allieve e insegnanti. Là dove un detective sarebbe soddisfatto di aver risolto il caso, la lettrice continuerà a rimuginare sui misteri del cuore.
Più recente e complesso il libro di Batya Gur, Un delitto letterario (traduzione di Elisa Carandina), ambientato nel dipartimento di Letteratura dell’Università di Gerusalemme. L’autrice, già nota in Italia, è stata docente di letteratura e articolista sul quotidiano Ha’aretz. Gli ingredienti del giallo universitario ci sono tutti, dalle piccole vanità alle rivalità professionali all’adulterio, ma la prolungata ricerca del colpevole non annoia mai e svela alla fine risvolti abbastanza sorprendenti, che affondano nelle vicende europee del secolo scorso. Oltre che agli appassionati del giallo e dei comportamenti accademici, può piacere ai veri studiosi di poesia, con pagine e pagine di abilissime analisi testuali.

La Némirovsky nella Kiev benestante
Bossi Fedrigotti Isabella

I cani e i lupi, che esce ora da Adelphi (pagine 270, 18,50) è l’ ultimo romanzo pubblicato in vita di Irène Némirovsky, un attimo prima che le leggi razziali glielo proibissero. E, mentre il suo più famoso, Suite francese, grazie al quale la scrittrice è stata riscoperta tre anni fa, racconta in chiave indirettamente autobiografica le peripezie di un gruppo di persone in fuga attraverso la Francia occupata dai nazisti, questo narra, in chiave altrettanto indirettamente autobiografica, le vicende di una bambina e poi di una ragazza ebrea nata in una città dell’ Ucraina e poi rifugiata a Parigi. È dunque, questo, il romanzo del suo passato, delle radici ebraiche, che hanno segnato la sua esistenza e il suo destino. La famiglia, come del resto, suggerisce il nome, veniva da Nemirov, nel cuore yiddish dell’ Ucraina di antica tradizione chassidica. Lei stessa era nata e aveva trascorso l’ infanzia a Kiev, non nella città bassa dei bottegai e prestasoldi, bensì in quella alta, dove ricchi russi ed ebrei vivevano fianco a fianco, perché suo padre, Leon, dopo essere stato un prospero commerciante, si era trasformato in banchiere, uno dei più potenti e temuti di tutta la Russia, tanto che a un certo punto si trasferì, assieme ai suoi, nella capitale, Pietroburgo. Della madre si sa solo che era mondanissima, poco interessata alla figlia e che arrivava, per potersi abbassare l’ età a suo piacimento, a negarne perfino l’ esistenza. Però si apprendono molti più dettagli su di lei leggendo un altro romanzo indirettamente autobiografico di Irene, Jezabel, tragica storia di una donna forsennatamente impegnata a sembrare giovane, al punto da nascondere l’ identità della figlia facendola passare per una parente accolta per carità in casa. Ada, la protagonista de I cani e i lupi, la madre semplicemente non ce l’ ha, bensì soltanto il padre che, in quanto modesto bottegaio, vive nella parte bassa di una città ucraina, in poche stanze squallide sopra il misero negozietto, dove gli scarafaggi, segno di benessere, vengono lasciati passeggiare indisturbati, e dove le finestre vengono pulite solo una volta all’ anno perché la grassa domestica russa ha ben altro da fare dietro la sporca tenda della cucina, e cioè mormorare preghiere segnandosi ripetutamente alla maniera ortodossa oppure ricevendo i suoi numerosi amanti. Da quelle stanze Ada, assieme al cuginetto Ben, ascolta i rumori sinistri dei pogrom che, periodicamente, sconvolgono il quartiere: le strilla, le fughe in strada, gli schianti dei vetri infranti e delle porte abbattute, il ruggire delle fiamme. Ed è proprio uno di questi pogrom che porterà i due bambinetti, sorpresi in strada dalle violenze, a cercare rifugio nella città alta, tra le sontuose ville, in casa di un famoso banchiere, cugino alla lontana del misero bottegaio. Difficilissimo, poi, tornare giù in basso, alla normalità sporca e fredda, lontano dal lusso caldo e luminoso della dimora dei parenti. Né consola più di tanto il fatto che costoro sono impegnati a far fiorire almeno un poco i commerci dello squattrinato cugino: anche perché arriva presto il tempo della precipitosa partenza del banchiere per la Francia, dove si stabilirà con tutti i suoi soldi. Allo scoppio della rivoluzione russa, toccò emigrare anche alla famiglia Némirovsky, particolarmente invisa ai bolscevichi, prima in Finlandia, poi in Svezia e infine in Francia, a Parigi, dove Irène si iscrisse alla Sorbona e cominciò, diciottenne, a scrivere. Il suo primo romanzo, David Golder, è del 1929, e segnò l’ inizio della sua fortunata carriera letteraria. Fortunata ma breve: undici anni dopo, infatti, quando a suo marito (ebreo e banchiere esattamente come il suocero) fu proibito di andare al lavoro e a lei di pubblicare, i due si nascosero in campagna, a Issy-l’ Eveque, assieme alle figlie. Nel ‘ 42 furono arrestati entrambi e deportati ad Auschwitz dove morirono a pochi mesi di distanza. Si salvarono le bambine, nascoste in casa della domestica che, quando uscivano – ricorda, ormai anziana, la maggiore – sempre si raccomandava di nascondere nello scialle il gran naso di famiglia. Perché due persone colte, abbienti, informate sugli avvenimenti non avevano pensato di scappare, come molti altri avevano fatto, in America per esempio? Perché – è sempre la figlia che ricorda – troppe case Irene era già stata costretta ad abbandonare nella sua non tanto lunga vita. Nel romanzo, i cani e i lupi non stanno tanto a indicare i buoni e i cattivi, perché a turno gli uni e gli altri sono buoni o cattivi, bensì gli inseguiti e gli inseguitori. Cani sono, dunque, i benestanti inquilini della città alta che fuggono, sì, dai rivolgimenti politici ma, ancora di più, dalla miseria che loro stessi in passato avevano ben conosciuto, incarnata, orribilmente visibile e tangibile, da quei cugini magri e laceri e da tutti quelli come loro, la cui povertà risulta notoriamente contagiosa: dalla minaccia, dunque, di potere, un giorno, ricadere indietro nell’ antica condizione di ebrei pezzenti. Inseguitori sono Ada, Ben e un’ ambiziosa zia che, sospinti dall’ illusione di una vita migliore, dalla voglia febbrile di bellezza ed eleganza, si trasformano in lupi gettati sulle tracce dei parenti ricchi, per cui a loro volta espatriano e si sistemano, sia pure in modo più che modesto, in Francia, a Parigi, dove ben presto andranno famelicamente in cerca della bella casa dei parenti banchieri. È Ada la guida del branco, la più ostinata nell’ inseguimento, perché innamorata, fin dai tempi di quel pogrom che l’ aveva costretta a cercare riparo nella città alta, di Harry, figlio del banchiere, che ha i tratti così simili a quelli di lei: gli stessi capelli scuri e ricci, lo stesso viso stretto, la stessa espressione triste e il naso lungo. E sarà lei, assieme al cugino Ben, a sua volta lupo affamato, a portarlo alla rovina. Il romanzo, pieno di passione e di nostalgia, evoca con forza e immediatezza il perduto mondo ebraico russo, nonché quello francese dell’ emigrazione, anche più duro e difficile, perché la comunità vi è considerata più straniera ancora di quanto non lo fosse in Ucraina. A suo tempo venne accusato di antisemitismo, e non è escluso che la scrittrice, peraltro firma importante di due riviste tendenzialmente antisemite, incarnasse una figura peraltro ben presente nella tradizione, quella dell’ ebreo che irride se stesso. Più probabile però – il libro, come tutti i libri, parla del suo autore, in questo caso della sua ansia, dei suoi timori se non della sua disperazione – che Irène Némirovsky, sentendosi braccata assieme al marito e alle figlie, abbia tentato anche la strada dell’ autodisprezzo per ingraziarsi un qualche potente che avrebbe eventualmente potuto intercedere per loro.

 Il cuore del Grande paese Ristampato il libro d’ esordio della McCullers. Era una specie di bambina prodigio e scrisse all’ inizio cose piuttosto stravaganti. La scrittrice (1917- 1967) che adorava i deformi è tutta da riscoprire. La sua apparenza androgina affascinò fotografi come Dahl-Wolfe e Richard Avedon A Brooklyn andò a vivere in una specie di comune e divenne amica di Auden e Britten

Nadia Fusini
Quando scrive Il cuore è un cacciatore solitario (che ora riappare nella collana Stile Libero di Einaudi, traduzione di Irene Brin, introduzione di Goffredo Fofi, pagg. 368, euro 11,80), Carson McCullers ha appena ventitré anni. E da questo punto di vista, puramente anagrafico, il risultato è straordinario. Apre attese di capolavori a venire. Tanto che la promessa della casa editrice Einaudi di iniziare con questo romanzo giovanile la pubblicazione di tutta l’ opera della scrittrice americana, nata nel 1917, morta nel 1967, ci fa molto piacere. Non abbiamo dubbi che McCullers sia una scrittrice notevole; anche se non concordiamo del tutto con l’ affermazione esagerata, strillata in quarta di copertina, che con questo romanzo, e con i romanzi di Flannery O’ Connor, sia cambiato il corso della letteratura americana. Ma se l’ invito è a ragionare della letteratura americana a partire da questo romanzo, volentieri lo accettiamo. Perché non c’ è paese che più dell’ America si identifichi con la propria letteratura. O diciamo meglio, non c’ è paese che la letteratura, e dunque i suoi scrittori abbiano servito meglio, vegliando sulla sua coscienza, criticandolo con spirito libero, e insieme amandolo senza riserve. D’ altra parte, il paese ha ricambiato i suoi scrittori. Ditemi di un altro luogo al mondo dove con le più varie forme di fondazioni si sostenga chi voglia dedicarsi alla letteratura. McCullers stessa godette di lunghi periodi passati a Yaddo, una colonia per scrittori a Saratoga Springs, dove visse e scrisse e riposò e incontrò altri come lei. Amici e nemici importanti. Per Carson McCullers, Yaddo e le varie forme pubbliche di sostegno al suo ruolo furono fondamentali. Non soltanto per ragioni economiche, ma perché le servirono a costruire la propria identità intorno al gesto in cui si manifestava la sua passione. In ogni altro senso, l’ identità di Carson è ambigua; nasce donna, ma non si identifica alla propria identità di genere, le piacciono gli uomini, ma ama soprattutto le donne, e rimane fondamentalmente fino alla fine, se non una bambina, una adolescente. Adora i deformi, i ritardati, gli anormali; insomma, i capricci della natura, quelli che chiama “freaks”. Spiega: la maggior parte della gente passa la vita nel terrore di avere esperienze traumatiche, il freak convive con il trauma fin dalla nascita. Quanto a sé, in molti modi accentua la sua apparenza androgina, che affascinò fotografi come Louise Dahl-Wolfe e Richard Avedon. Sta di fatto che già nel cuore si accampa con ruolo di protagonista e potenza allegorica il sordomuto Jack Singer. Ma vi compare anche il sentimento autentico della fatica e della sofferenza dei poveri e dei diseredati, il marxista bianco Blount, il medico nero Copeland. Dalla casa in cui era nata, a Columbus, in Georgia, che apparteneva alla nonna materna, e affacciava sulla strada che portava alle fabbriche del cotone, fin da bambina Carson vedeva passare mattina e sera gli operai che andavano e tornavano dal lavoro. Fu allora che nacquero in lei certe tendenze diciamo così “operaiste”? O se non altro, una fortissima simpatia proletaria? Il motivo autobiografico è sempre presente, in ogni suo scritto. E se non è autobiografico il motivo, sono ricordi veri il caldo, la fiamma della luce estiva, la noia, la monotonia, la pena delle piccole città meridionali, dove l’ anima imputridisce nella noia. Chi vive lì, sogna incantato la neve – sogno che con lei un altro scrittore sudista condivide (oppure, la copia?) Truman Capote. Lula Carson Smith – così nasce Carson – è un Wunderkind, un prodigio. I genitori l’ assecondano nelle sue fantasie di eccellenza: immagina di diventare una grande pianista e i genitori le comprano il piano. Cambia idea, e il padre subito provvede a comperare una macchina da scrivere. Ora che ha la macchina da scrivere, Carson si lancia nella carriera letteraria senza timori e scrive un racconto, Il fuoco della vita, con due personaggi; uno è Gesù, l’ altro è Nietzsche. E comincia un romanzo, su un musicista di jazz di New York, il quale vende l’ anima al diavolo. Non ha mai visto New York, ma inventa a ruota libera. Inventa, ad esempio, che per la metropolitana si compri un biglietto dal conducente, più o meno come per salire sul bus. L’ agente letterario, a cui l’ ha spedito, meravigliato le rimanda il manoscritto e le fa presente l’ incongruenza, ma lei non si scompone. E si dedica a un secondo romanzo; questa volta imita D.H.Lawrence. Siccome va pazza per Eugenie O’ Neill, scrive tre drammi uno dopo l’ altro, e li inzeppa di tutto quello che le viene in mente: incesto, pazzia, delitti. Situa la prima scena direttamente in un cimitero, nell’ ultima, tra le suppellettili, impone un catafalco. Poi un giorno legge l’ autobiografia di Isadora Duncan. E subito plagiata proclama a chiare lettere in famiglia che lei non si sposerà. Non vuole mariti, ma amanti. E spiega ai genitori adoranti che deve partire: con tutto quello che ha in testa non si può fermare a Columbus, Georgia; deve andare “abroad”. All’ estero. Arriva a New York. E si trova a vivere a Brooklyn in una specie di comune, i cui pilastri fondanti sono per l’ appunto lei e l’ amico George Davis, mondanissimo editor di Harper Bazaar. A questa “vie de Bohème” si aggregano W.H.Auden, Benjamin Britten e Louis MacNiece. E partecipano Leonard Bernstein, Virgil Thomson, Salvador Dalì, Denis de Rougement, Truman Capote, Anais Nin, artiste dello spogliarello ecc.ecc. E’ una fuga? un’ evasione? E’ in realtà il modo concreto in cui Carson sperimenta alive uno dei grandi temi della letteratura americana: flight, escape sono, in effetti, due termini senza i quali non si potrebbe descrivere la civiltà di quel paese. Dalla fuga dall’ Europa dei pilgrim fathers sono nati gli Stati Uniti d’ America; dall’ evasione verso gli spazi sconfinati del West nascono i valori americani della frontiera, che conosciamo grazie ai western. La verità è che l’ azione di fuggire per salvarsi, implicita nei termini flight e escape, riguarda nella sua essenza l’ individuo americano, la sua coscienza puritana. Per tale individuo nell’ orizzonte della fuga si apre la via della salvezza; come a dire, la fuga non è diserzione, è conquista di nuovi spazi e territori, anche interiori. E la salvezza personale si realizza con la testimonianza qui e ora, in questo mondo, della necessità della giustizia. Intesa come il problema dell’ essere giusti. E giustificati nelle proprie opere dalla propria coscienza. Questo vale anche per i personaggi del Cuore, che all’ inizio si chiamava Il muto. Così avrebbe voluto intitolarlo Carson, ma il suo editore fu più bravo e trovò un titolo che è una delle ragioni del successo, nel “cuore” e nella “solitudine” indicando le due realtà a cui la sensibilità della giovanissima scrittrice rimarrà per sempre fedele. Insieme al senso doloroso di una disumana verità, che la ragazzina bianca del romanzo condivide con il mondo degli “schiavi” neri liberati nei fatti, ma ancora perseguitati per antico pregiudizio: non esiste l’ eguaglianza. Carson McCullers è bianca e cresce in uno stato del Sud profondamente tormentato dall’ ingiustizia della schiavitù. E ne patisce la colpa. Richard Wright, lo scrittore nero che ha appena pubblicato il romanzo autobiografico Native Son (da noi tradotto con Paura), le tributò un grande onore, quando le riconobbe che aveva saputo rappresentare la condizione esistenziale e le ragioni dei neri. Parlò di “grande umanità”. Ma del resto, la letteratura americana questo esercizio lo sa fare, quando è davvero grande; si veda la fuga insieme di Huck il bianco e Jim il nero nel più meraviglioso romanzo americano su questo tema, Huckleberry Finn. Quel che colpisce, nel caso di McCullers (come nel caso di Truman Capote, che le fu prima amico, poi nemico), è la piega particolare che tale sensibilità, che potremmo definire sudista, sudista abolizionista, sudista progressista, ma pur sempre sudista, prende. E cioè, come essa tramuti in un’ attitudine queer, in tutte le accezioni del termine, le più antiche e le più moderne. Intendo dire che lo scrittore, in entrambe le incarnazioni offerte da Capote e McCullers, dimostra un feticismo della devianza che lo stringe in morbosa, appassionata empatia con ogni genere di devianza dalla normalità. E’ il lato Dostoevskij della sua personalità. O il lato Arbus dell’ attrazione per l’ irregolare. Nel caso particolare di Carson McCullers coloro che l’ amarono testimoniano come nel corso degli anni si fece smodata la richiesta di attenzione, come crescesse l’ avidità di piaceri, che non sapeva cogliere, se non in modo per l’ appunto smodato. E autodistruttivo. Se amò in modo appassionato il mondo del cinema e del teatro, fu anche per questo aspetto: avrebbe voluto essere una star. Avrebbe voluto essere una queen. E in un certo senso lo fu, queen e queer. Ma fu soprattutto un eroe della scrittura. Che affermò con sicurezza che non c’ è niente di umano, che lo scrittore possa allontanare da sé: se esiste al mondo un uomo umiliato, perseguitato, oltraggiato, ecco, allora ci deve essere uno scrittore che sappia identificarsi con lui, e ricrearlo. E dargli la parola. Anche, soprattutto, quando sia muto. Perché per lo scrittore la parola salva.

Liliana Rampello

“Considerare il feto come un essere umano è un atteggiamento metafisico” affermava Simone de Beauvoir nel 1974, due anni dopo aver accettato la presidenza dell’associazione femminista francese “Choisir”, che lottava per la depenalizzazione dell’aborto, ed essersi autodenunciata al processo di Bobigny fra le 343 salopes, donnacce, che dichiaravano pubblicamente di aver abortito. Anche l’Italia ha visto negli anni migliaia di donne in piazza per la 194, per ottenerla e per difenderla, anche in Italia c’erano donne che non avrebbero voluto una legge, ma piuttosto la depenalizzazione di un reato, con accesso gratuito alle strutture pubbliche di assistenza.
Di nuovo, dopo più di trent’anni? Sembra di ricominciare, ma le cose non tornano mai identiche e oggi l’attacco alla libertà femminile in tutti i suoi aspetti è invasivo, invadente, prepotente. Viene da istituzioni e uomini ormai privi di vera autorità ma grondanti autoritarismo, incapaci di stare al livello di molte parole femminili sensate e pensate, scritte e dette, che molti fanno finta di non conoscere o fraintendono malignamente. Mi sembra di assistere a un misero spettacolo: il grande animale morente, il patriarcato, che dà gli ultimi colpi di coda, violenti e incontrollati. Alcune lo avevano detto anni fa (1996), in un foglio intitolato Sottosopra, il patriarcato è finito, ricordando anche che la donna, secondo Kristeva, “non ha di che ridere quando crolla l’ordine simbolico”.
Parto di qui per parlare di un testo importante, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, che ritorna in libreria nel centenario della nascita della sua autrice e per i cinquant’anni della casa editrice, il Saggiatore, che lo ha fatto conoscere in Italia e lo propone ancora oggi, giustamente, fra i suoi classici. Per questa occasione una nuova introduzione è stata affidata a Julia Kristeva, che in Francia presiede alle celebrazioni in onore dell’autrice, e a me è stata affidata la postfazione, che ho scelto di scrivere come un racconto della ricezione italiana del testo, lasciando parlare le molte protagoniste della nostra storia politica, per capire quanto, come, e se la de Beauvoir avesse inciso nella loro formazione personale e nella loro militanza, in partiti o gruppi. Mi hanno aiutata in molte, con ricordi e riflessioni, e le voglio nominare tutte per dare un’idea della grande maglia di scambi che si possono così leggere come in un palinsensto: Luciana Castellina, Carla Mosca, Miriam Mafai, Marisa Rodano, Margherita Repetto, Rossana Rossanda, Paola Gaiotti de Biase, Luciana Viviani, Letizia Paolozzi, Letizia Bianchi, Daniela Pellegrini, Lia Cigarini, Luisa Boccia, Laura Lepetit, Luisa Muraro, Marisa Forcina, Franca Fossati, Carla Pasquinelli, Mariella Gramaglia, Federica Giardini (ricordo infine, con grande affetto, la disponibilità di Giglia Tedesco, mancata proprio nei giorni in cui scrivevo). Queste voci “vive” mi hanno permesso poi di inserire nell’intarsio altre pensatrici, altri testi, i molti elementi di una discussione appassionante che arriva all’oggi, da Luce Irigaray a Judith Butler.
L’elenco non è inutile, mancano gli uomini, e non a caso o per scelta aprioristica. Fin dal momento della sua uscita in Francia, nel 1949, il libro ha fatto scandalo mentre raggiungeva vere e proprie vette di vendita, e la reazione maschile non si era fatta aspettare, per lo più espressa in ingiurie e sarcasmi di tutti i tipi, virago, nevrotica, repressa, frigida, ninfomane, lesbica, priapica, e per di più misogina. Il libro suscitava le ire dei cattolici e dei marxisti o, quando andava bene, se ne sottolineava la secondarietà dell’autrice rispetto al suo compagno, Sartre. I tre capitoli, “La madre”, “Iniziazione sessuale”, “La lesbica”, pubblicati in anteprima su “Les Temps Modernes”, avevano scatenato un uragano. Sarebbero bastate le prime 15 pagine dedicate alla madre, a scatenarlo, visto che lì sono condensati i pensieri in difesa della libertà dell’aborto, si nega l’esistenza stessa dell’istinto materno, si considera alienante la funzione materna. In Italia Arnoldo Mondadori compra subito i diritti del libro, ma non lo pubblica… Nel 1956 un editto vaticano lo mette all’indice (intervento persino più comprensibile della misera censura sulla scena di un film), il clima culturale non è favorevole e sarà Alberto Mondadori, una volta fondata nel 1958 la sua casa editrice, il Saggiatore, a pubblicarlo nel 1961, nella collana “Cultura”, di fianco a Levi-Strauss e a De Martino, consacrandolo fra i libri di studio. Dopo di che, praticamente, silenzio stampa, dunque avevo ben poco materiale serio per far parlare gli uomini, a parlare mi è sembrato piuttosto il loro silenzio, la loro indifferenza. Né mi pareva interessante seguire le discussioni disciplinari che man mano ovviamente hanno coinvolto gli studi accademici. Ben più importante infatti è un altro dato, ovvero che Il secondo sesso, nonostante la vastità dell’impianto e la sua problematicità filosofica, abbia sempre incontrato un pubblico di donne comuni che lo hanno letto con passione, lo hanno usato per capire e capirsi, se ne sono servite nelle loro lotte private e pubbliche. In questo sicuramente gioca tutta la seconda parte del libro, vero e proprio viaggio tra le esperienze vissute dalle donne, raccontate con limpida e impietosa precisione in una lingua che si piega sulle piccole verità per dire finalmente chi è la donna, per sottrarla a un destino biologico che la inchioda e le nega l’accesso alla storia – la frase più celebre e conosciuta, la più discussa, è “donna non si nasce, lo si diventa”- una lingua che parla diretta al cervello e al cuore femminili. Ovunque nel mondo, a milioni, le donne leggeranno questo testo che si fa capire anche da quelle che non si destreggiano con abilità fra questioni filosofiche quali immanenza e trascendenza. C’è una verità dell’autrice, che si sente a pelle, ovvero che per scrivere questo libro, lei, la grande intellettuale solitaria, ha dovuto chiedersi cosa significa dire: “io sono una donna”, e questo, semplicemente questo, “l’andare scoprendo le sue idee man mano”, apre il suo libro alla lettura di qualsiasi mente. E alla discussione di quante, negli anni a seguire, prendendo coscienza di sé, a lei si sono riferite, con lei consentendo o mettendola radicalmente in discussione. Per un decennio persino mettendola in soffitta. Eppure Simone de Beauvoir ricompare sempre e sempre con una sua specifica vitalità, in ragione di almeno due mosse, il richiamo continuo ad assumersi la responsabilità del proprio destino e del mondo comune, e la coraggiosa libertà con cui ha spaziato tra tutti i saperi per riattraversarli, decostruirli diremmo oggi, e raccontarli alla luce di uno sguardo differente. Affrontare il suo lavoro diventa allora questione di nuove possibili interpretazioni di un libro-monumento del pensiero del Novecento, di farlo reagire di fronte all’irruzione del pensiero della differenza, di metterlo in tensione radicale con l’idea di parità e uguaglianza, di marcarne i limiti, di metterne in luce le contraddizioni, non dimenticando mai che “la separazione dei sessi non è fondata su alcuna natura, su alcuna essenza”, come lei ci ha insegnato.
Celebrarla o liquidarla? si chiedeva Maria Serena Palieri sull”Unità” dell’8 gennaio, sfogliando per noi i giornali italiani nel giorno del centenario. Poche pagine, voli in superficie, a guardar bene. Una forte tentazione alla liquidazione di una pensatrice e di un testo che evidentemente può ancora fare scandalo. E pensare che anni fa Rosi Braidotti con gioia aveva affermato in proposito che “la transizione dal blasfemo al banale dà la misura del progresso compiuto”, e la stessa Simone, molto prima, nella Forza delle cose, aveva rilevato non solo che la verità al suo libro l’avevano conferita le donne, ma che era merito loro se non scandalizzava più. Forse non è così vero, forse è meglio leggere o rileggere Il secondo sesso per capire quanto è davvero scandaloso che qualcuno ancora pensi di poter parlare al posto di una donna.


Costretta a firmare i suoi esordi efferati con uno pseudonimo maschile, l’autrice di “Grotesque”, appena tradotto da Neri Pozza e ispirato a un caso che suscitò scalpore negli anni ’90, attinge sia alle ossessioni del moderno Sol levante per le donne criminali, sia alla tradizione datata all’inizio dell’era Meiji, quando spopolavano racconti tratti dalla realtà ma letterariamente esagerati e abbelliti
Tommaso Pincio

Oniyome è giapponese. Vuol dire “moglie demoniaca”, più o meno. L’espressione è diventata assai popolare quando un trentenne della prefettura di Fukuoka ha aperto un blog per raccontare quel che lo attende ogni sera, rientrando dal lavoro. Cose così: non ha neppure varcato la soglia di casa che quel demone della sua dolce mogliettina gli impone di uscire di nuovo per andare a comprare qualcosa in un discount in capo al mondo. Fuori diluvia e lui è bagnato fradicio.
A lei non interessa, deve andare lo stesso. Portata a termine la missione, l’uomo si siede a tavola e il demone del focolare gli sbatte davanti gli avanzi della figlia di due anni. Lui mangia in silenzio, stando pure attento a non starnutire perché se lo sente sua moglie, stanotte gli tocca anche dormire in cucina. Il demone non si vuole certo beccare il raffreddore per causa sua. Tra un boccone e l’altro, salta fuori che è arrivato in città il Cirque du Soleil. La demoniaca metà ha bisogno che domani lui compri tre biglietti. Tre? Sì, uno è per lei, gli altri due per i suoi genitori. Lui resta a casa a badare alla bambina.
Dalla una vena antica
In breve tempo, quel che doveva essere un semplice sfogo si rivela una miniera d’oro. Dopo soli quattro mesi di confessioni, Kazuma – questo il nickname scelto dallo sventurato marito – si vede piovere dal cielo un premio di oltre un milione di yen per l’impressionante quantità di contatti che il blog riceve ogni giorno. In buona parte si tratta di sodali, uomini che si riconoscono in lui. Ma ci sono anche molte rappresentanti del sesso opposto, donne che si esaltano alle gesta della moglie demone. Il successo è tale che il blog diventa prima un libro, poi un serial televisivo, poi un videogioco e naturalmente un manga. Soldi e fama hanno forse cambiato la vita di Kazuma? Neanche per sogno. È sua moglie che gestisce le finanze, per cui di tutti quei soldi non ha finora visto un centesimo. Per giunta, la necessità di trovare nuovi spunti per il blog gli impone di non sottrarsi alle vessazioni domestiche. La vecchia storia del serpente che si morde la coda.
E visto che parliamo di donne e serpenti, tanto vale citare quel che dice in proposito il regista Shinya Tsukamoto: “Quando penso a una donna, la immagino con un serpente che le vive dentro”. Anche questa è una vecchia storia. Le emancipate e spietate eroine che furoreggiano nell’immaginario pop giapponese non sono una novità postmoderna. Da sempre, infatti, il desiderio di una donna dolce e sottomessa si accompagna al suo contrario. L’idea che la bellezza femminile possa assumere connotati demoniaci e soggiogare l’uomo fino ad annientarlo ha ascendenze lontane. In un famoso racconto di Kyoka Izumi datato 1900, un monaco pellegrino si imbatte in una sorta di donna vampiro che trasforma gli uomini in animali succhiandogli il seme anziché il sangue. Non meno celebre è il romanzo breve di Tanizaki Junichiro dove un giovane rimane per sempre stregato dalla vista di una ragazza di straordinaria avvenenza che acconcia il cranio mozzato di un samurai. Ma la cosa più interessante è che queste femmine fatali, benché frutto di morbose fantasie maschili, si rifanno tutte, per un verso o per l’altro, a un personaggio inventato da una donna vissuta mille anni fa, Murasaki Shibuku, dama della Corte imperiale.
Nella sua Storia di Genji, da molti considerato il primo romanzo in assoluto della letteratura mondiale, un ruolo importante è occupato dalla dama di Rokujo. Costei è talmente gelosa e forte di carattere da riuscire a trasformarsi in spirito e prendere possesso del corpo delle rivali per annientarle. Il fascino perverso della sua furia distruttrice ha attraversato i secoli ispirando racconti e drammi teatrali. Per lungo tempo, però, solo agli uomini è stato concesso di dar vita alle epigoni della dama di Rokujo, giacché dopo il XII secolo le donne furono di fatto bandite dalle letteratura. Tornarono a far sentire la propria voce solo agli inizi del Novecento quando un gruppo di attiviste fondò Seito, una rivista letteraria tutta al femminile il cui motto era: “In principio era la donna”. Nell’editoriale, Hiratsuka Raicho scriveva: “Sono una donna nuova. In quanto donne nuove noi insistiamo da sempre sul fatto che anche le donne sono esseri umani”.
Una lampante verità che ha avuto non pochi problemi a essere accettata. Famoso è il caso di Kitagawa Kiyoko che nel 1965 si rifiutò di licenziarsi perché incinta. Il capo l’apostrofò dicendole che persino i cani crescono i loro piccoli. Se avesse lasciato il figlio all’asilo per recarsi al lavoro, si sarebbe dimostrata pertanto inferiore a un cane. Questa impeccabile quanto aberrante logica sopravvive ancora, tant’è che una sentenza emessa nel luglio 2000 dalla corte distrettuale di Osaka per una causa intentata da un gruppo di lavoratrici recita così: “La divisione del lavoro in categorie maschili e femminili viola l’art. 14 della Costituzione ma non è in conflitto con l’usanza comune. Di conseguenza non si vede la necessità di discutere il problema in ambito giuridico”. Una versione sessista del famigerato comma 22, in pratica.
Il blog di Kazuma, senza volerlo, ha messo in discussione il conservatorismo maschile facendo della moglie tirannica e prepotente un’icona da femminismo pop. In seguito al suo successo, molte riviste hanno creato rubriche dove casalinghe demoniache raccontano come riescono ad avere la meglio sul consorte. Il tutto viene presentato sempre in chiave scherzosa, ma tradisce un risentimento profondo e in buona parte giustificato.
C’è poco da ridere, invece, in uno dei romanzi più venduti e discussi degli ultimi anni, Le quattro casalinghe di Tokyo. Tutto prende le mosse nel momento in cui la giovane e graziosa Yayoi, madre e moglie esemplare, in un impeto di rabbia strozza il marito tornato a casa ubriaco dopo aver dilapidato i risparmi per darsi alla pazza gioia con una ragazza cinese abbordata in un bar. Non sapendo come fare per sbarazzarsi del corpo, Yayoi chiede aiuto a una collega la quale coinvolge a sua volta un’altra amica, anch’essa assai logorata da una situazione famigliare complicata. Le donne scoprono che non è poi così impossibile smaltire un cadavere e pensano bene di ripetere l’impresa a scopo di lucro. Per farla breve, mettono in piedi un’impresa per l’eliminazione di morti ammazzati.
Detta così può sembrare una vicenda ai limiti dell’assurdo. Il romanzo, però, è scritto con crudo realismo e mostra un Giappone lontano anni luce da quella società opulenta e sicura che solitamente si immagina. Le casalinghe demoni che descrive sono operaie costrette a fare il turno di notte in uno stabilimento dove si preparano colazioni preconfezionate. Sono logorate da una sistema che chiede tutto e concede pochissimo, soprattutto alle donne, considerate, a seconda dei casi, macchine da figli, mano d’opera a costo ridotto, carne di cui approfittare alla prima occasione.
Kirino Natsuo, autrice del romanzo, è oggi una best-seller ma ha iniziato la sua carriera con uno pseudonimo maschile per evitare di essere censurata. Può sembrare incredibile ma è così. Invitata alla radio per parlare della sua opera, ha dovuto affrontare le ire del conduttore che trovava assurdamente intollerabile l’idea di una casalinga che uccide il proprio marito. Tanto per dare un’idea del clima con cui la scrittrice ha fatto i conti.
Benché il numero di donne assassine non sia per nulla superiore alla media, i giapponesi sono ossessionati dalla criminalità femminile. Ma anche questa è una vecchia storia. Intorno al 1870, all’inizio della cosiddetta era Meiji, su giornali e riviste cominciarono ad apparire racconti ispirati a fatti di cronaca ma ricchi di esagerazioni e abbellimenti letterari. Protagoniste erano quasi sempre donne di bassa estrazione sociale che, volenti o nolenti, finivano per delinquere. Il profilo di queste eroine criminali era sempre lo stesso: sfrenata lascivia, temperamento violento, grande avidità. Venivano chiamate dokufu, donne velenose, e divennero subito una potente e duratura icona dell’immaginario popolare che ha esercitato un’enorme influenza sulla definizione della sessualità femminile lungo tutto il XX secolo.
Da un fatto di cronaca
La condizione femminile è una spia fondamentale della civiltà di un popolo. Non sorprende dunque che la “donna velenosa” abbia preso forma quando il Giappone si aprì all’Occidente iniziando un periodo di profondi e tormentati cambiamenti. Un analogo discorso può essere fatto per la criminalità. Sovente le trasgressioni di chi è emarginato o discriminato vengono avvertite come una minaccia alla sicurezza generale, assurgendo così a simbolo di paure sociali che riguardano sfere ben più ampie della mera criminalità. Basti pensare a quel sta accadendo oggi in Italia: all’isteria collettiva di cui sono vittime i rom.
Alla maniera dei racconti di donne velenose che spopolavano sui giornali dell’era Meiji, i romanzi di Kirino Natsuo prendono spesso spunto da fatti di cronaca. “Se compito della legge è porre dei limiti alle emozioni umane, quello della letteratura è raccontare ciò che la legge non riesce a contenere” afferma la scrittrice. L’ultimo, Grotesque, (Neri Pozza, bella traduzione di Gianluca Coci, pp. 924, €22) è ispirato a un caso che suscitò molto scalpore nella seconda metà degli anni Novanta: l’omicidio di una trentanovenne dalla doppia vita. Di giorno ricercatrice per un’importante azienda, di notte puttana di strada. Il suo corpo fu trovato in un appartamento abbandonato di Shibuya, a Tokyo. Tutti si domandarono cosa avesse spinto una donna con un buono impiego a degradarsi in quel modo. Nel romanzo, Kirino raddoppia la posta. Le donne diventano due. Non potrebbero essere più diverse tra loro. Una è dotata di una bellezza quasi sovrannaturale che le spiana la strada in ogni situazione, l’altra è bruttina e sgraziata e riesca a spuntarla solo grazie a un’ottusa caparbietà. Ciò nonostante il loro destino si compie alla stessa triste e violenta maniera: si prostituiscono e finiscono per restare uccise in modo feroce.
Nate non solo per servire
Non ci troviamo davanti a donne velenose in senso stretto né a mogli demoniache, bensì a due femmine “grottesche” ovverosia persone che a forza di scontrarsi con le convenzioni sociali scoprono che l’unico modo concesso loro di acquisire un surrogato di libertà è quello di trasformarsi in qualcosa di mostruoso e perverso. Il critico di un quotidiano inglese ha paragonato la tragica caduta di queste donne alla saga dei fratelli Karamazov. L’accostamento potrà apparire eccessivo, ma è un fatto che Grotesque è romanzo ambizioso e di ampio respiro, un libro dalla voce rabbiosa che è al contempo un’indagine meticolosa della psiche femminile e un atto di accusa nei confronti di una società che ancora oggi fatica ad accettare l’idea che le donne non sono nate soltanto per servire.

Liliana Rampello

Libro di straordinaria ironia, temevo che l’autrice non riuscisse a reggere fino alla fine il tono spassoso della sua stessa invenzione e invece vince con magnifica leggerezza la scommessa. Sally è una giovinetta di inusuale bellezza, chiunque la vede resta a bocca aperta e definitivamente rapito da lei, ma ha il difetto di una mente semplice, così semplice da sfiorare l’idiozia e i suoi pensieri non possono esprimere altro che questo limite. Che fare di una donna così? Prima i genitori, poi il padre rimasto vedovo, poi il marito che la sposa appena la vede, in due settimane, hanno un unico sogno e incubo: tenerla nascosta, per gelosia e insieme vergogna. Attorno a lei, che appare sempre come una visione di ineffabile beatitudine, scoppiettano così mille piccole avventure che la vedono inerme di fronte alla volontà altrui, inesperta e disponibile, buona d’animo ma anche cocciuta, devota agli insegnamenti della Bibbia e stralunata di fronte al desiderio maschile che si accende in sua presenza, sostanzialmente scocciandola. Come si fa a convivere e insieme nascondere una pietra che brilla di una luce così rara? La von Arnim la mette nel cuore di un racconto esilarante e nei nostri cuori, perché alla fine la più semplice, la più “idiota” dei possibili protagonisti, la facile preda di tutti gli altri personaggi, disegnati con altrettanta abilità, avrà la meglio, avrà la vita così come può e sa immaginarla, a scapito di un mondo, con le sue diverse classi sociali, che al solo guardarla va del tutto sottosopra e perde la bussola.
Ma intanto, in sua compagnia noi passiamo ore divertentissime.

Liliana Rampello

Piccole cose importanti, perché riguardano le relazioni e il linguaggio. Gloria Origgi si è andata cercando attraverso un lessico famigliare che disegna un universo borghese, figure di un interno milanese, attraverso le parole che si usavano in casa. Non ha trovato solo qualcosa per sé, padre, madre, sorella e tanti altri, che fioriscono in immagini delicate, ironiche e autoironiche, ma qualcosa che funziona come un piccolo detonatore anche per la memoria nostra. La si ascolta e si può fare lo stesso esercizio, per analogie e differenze, e quella sua personale lingua, che definisce, scopre, si inarca verso il passato e ritorna nel suo presente, accende anche il nostro ricordo. Ho sorriso spesso, leggendola, insinuandomi in una distanza che da lei è passata a me. E’ un libro che riposa, nel senso buono del termine, risveglia l’addormentato, i fou rire più nascosti e che ogni tanto per fortuna riesplodono inaspettati, tra noi “trombone” e “sciabalente”, fra le nostre cose “sgangherate” e “velleitarie”. Nel linguaggio ci sono i sogni, e Gloria Origgi lo sa.

Serena Fuart
La terra friulana nei primi anni del novecento, terra povera dove si viveva di agricoltura. Pochi privilegiati possedevano grandi proprietà terriere, in cui potevano lavorare i paesani o come agricoltori o come servitori nelle loro case.
Qui nacque e visse Teresina Boschin.
Una vita al servizio dei padroni senza per questo mai sentirsi serva. Una vita attraversata da due guerre, viste con occhi inesperti ma non ingenui. Questa, in breve, l’esistenza della protagonista realmente vissuta e nata a Saciletto, in Friuli, nei primi anni del novecento e spentasi nel 2003 poco prima di compiere cent’anni. La sua storia è stata raccontata da Adriana Miceu, che conduce ricerche nel campo della storia e delle tradizioni popolari e della memoria orale. Origininaria anche lei di Saciletto ha conosciuto Teresina, è entrata in relazione con lei e ha trascritto nel libro La valigia di Teresa – Memorie di una serva furlana’la sua vita (Centro Isontino di ricerche e documentazione storica e sociale ‘Leopoldo Gasparini’)
Teresina ha conosciuto la miseria vera. Vissuta in una famiglia con numerosi fratelli, a nove anni lascia la scuola per andare a servire. Il suo lavoro, svolto sempre con impegno, l’ha portata lontano da casa fino a Roma e Parigi.
Nel corso della sua lunga vita ha visto il declino delle famiglie ricche e agiate presso cui aveva lavorato, ha visto la sconfitta austroungarica e l’arrivo dell’Italia nei territori friulani.
Ha vissuto a fianco delle SS nel periodo nazi-fascista. Tutto ciò ignorante dei grandi intrighi politici, aderente alla realtà del momento, districandosi dai guai come ha meglio saputo fare.
La sua esistenza però è sempre stata caratterizzata da un senso di libertà del suo vivere. Due storie d’amore andate male, non si è mai sposata, badando a se stessa con una sorprendente tenacia che l’ha portata alla totale indipendenza.
Io l’ho conosciuta. Originaria di quelle terre avevo la nonna paterna che viveva dirimpetto a Teresina. Ancora troppo piccola per capire allora, oggi ho letto la sua storia e ne sono rimasta molto colpita. Teresina è vissuta lontano dagli agi e ne ha viste tante, eppure, prima di spegnersi, fa delle considerazioni sul mondo attuale: si è passati dallo scrivere sulla terra? a comunicare con il mondo grazie a un pc.
Ma tanto progresso porta alla solitudine, dice, e ricorda con malinconia i momenti passati insieme alla sua famiglia, ricchi di relazioni e affetti, seppur nella miseria materiale.