Leonetta Bentivoglio
La Storia è un gioco, una merenda, una follia, una questione di frenesie sessuali, un’ansia di dominio, il complotto di una casta famelica. Nel cosmo feroce dei Tudor la Storia è cosa cinica e madida di sangue, ed è in tale perfido scenario che si è immersa l’inglese Hilary Mantel per costruire Wolf Hall, ritratto sterminato e tumultuoso del primo ministro di Enrico VIII, Thomas Cromwell. Pervaso da echi e profumi di Shakespeare, e ricco di sfondi dettagliati sull’ esistenza quotidiana alla corte dei Tudor, questo libro d’ impianto epico e di mole impressionante punta a ridisegnare, al di là degli stereotipi, il volto dell’ artefice più decisivo della Riforma: fu Cromwell l’architetto geniale della rottura tra Enrico VIII e il Papa. Accolto da un notevole successo in Inghilterra, dove ha meritato riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Man Booker Prize 2009), il romanzo esce ora in Italia da Fazi. Viaggiando tra cronaca e fiction, l’autrice sfida l’ alone di negatività che ha circondato il suo eroe, restituendoci l’ immagine di un politico colto, audace e profetico. Il respiro teatrale e lo stile serrato della Mantel, nata nel 1952 e molto fertile come scrittrice, a dispetto dei suoi problemi di salute (tiroidismo ed endometriosi la costringono a un’immobilità parziale), imprimono al racconto la vividezza dell’ attualità, mostrando come i mali del Cinquecento inglese – assenza di mobilità sociale, fanatismi religiosi, lotte tra individuo, Stato e Chiesa – non siano affatto estirpati dal presente. Come ha incontrato la figura di Cromwell? «Ho studiato in una scuola cattolica, che certo non mi garantiva una visione obiettiva del personaggio. Ma fin da allora Cromwell mi parve attraente, se non altro perché dibattuto e misterioso. A ventidue anni scrissi un romanzo sulla Rivoluzione Francese, capendo di avere una vocazione letteraria di tipo storico. In seguito ripensai spesso a Cromwell, sul quale circolavano soltanto commenti negativi, il che mi stimolava molto a indagare su di lui. Tuttavia ho deciso di affrontarlo solo qualche anno fa, e mi sono resa conto che era stato saggio aspettare: ci vuole esperienza per esplorare un uomo tanto conscio del suo tempo e acuto nel percepire la politica come arte del possibile». Quali sono state le sue fonti? «La vita politica di Cromwell è ben documentata, ma quella privata è quasi ignota. Io volevo cogliere l’uomo: scoprire cosa possedeva, che faceva quando non lavorava, cosa indossava. I suoi libri contabili domestici dicono molto su di lui, e anche certi resoconti sul suo operato, come quelli dell’ ambasciatore spagnolo, utili in quanto provenienti da qualcuno di malevolo e sagace. Inoltre ho letto tutta la sua corrispondenza». Cosa l’ha più colpita del personaggio? «La sua capacità di raggiungere l’apice del potere venendo dal nulla, per di più in un contesto rigido e gerarchico. Aveva un’indole dinamica, un formidabile coraggio e uno spiccato senso dell’ umorismo. Ed era un grande mecenate delle arti». Il nucleo del romanzo è il potere. «Wolf Hall descrive un realista scevro da illusioni sul senso e gli scopi della politica, ma anche radicato in un’epoca di teorie, in cui aleggia lo spirito di Machiavelli e sono in molti a riflettere con creatività sulla conquista del potere, ponendosi interrogativi nuovi: a chi compete la legittimazione del governo? Agli uomini o a Dio? Mentre il potere religioso è messo in discussione, l’aristocrazia s’indebolisce in tutta Europa, e i governanti si affrancano da consiglieri nobili per puntare sul talento di persone di umili origini, come Cromwell, che dal mettersi al servizio di un potente traggono la loro ragione d’ essere». Quali sono le regole di una buona fiction storica? «Adattare il romanzo ai fatti e non viceversa: difficile migliorare la realtà, anche quando è sconveniente o non sensazionale. E rammentare che la verità dipende dalla propria prospettiva. Io non sono mai imparziale: nel mio romanzo giovanile ero schierata con i rivoluzionari e in Wolf Hall sto dalla parte di Cromwell». Spicca nel libro la forza delle figure femminili: Caterina d’ Aragona, Anna Bolena e Jane Seymour, che diventerà la terza moglie del sovrano. «Tutto il romanzo si nutre di una domanda: chi può dare a Enrico un erede? Per questo il corpo femminile è il fulcro della storia e il motore del processo politico che condurrà alla Riforma. Gli uomini sono impotenti poiché incapaci di concepire il figlio tanto desiderato. Le convenzioni storiche tendono a confinare quelle tre donne in ruoli archetipici: la mater dolorosa Caterina, la seduttrice Anna Bolena, l’insignificante e schiva Jane. Io invece le vedo in evoluzione continua e non esprimo giudizi categorici. Lascio zone di ambiguità, luci ed ombre». La sua scrittura osserva senza giudicare, escludendo retoriche dei sentimenti. E i personaggi sembrano agire come su un palcoscenico. «L’approccio è simile a quello di una sceneggiatura. Mi affido ad avvenimenti esterni per fare luce sui moti interni. Non spiego i personaggi: piuttosto li ascolto e li mostro in movimento. Il che, al di là delle dimensioni del romanzo, ne rende agile lo sviluppo. La trama avanza nei dialoghi e nelle azioni, senza divagare, ed è come se fosse seguita da una macchina da presa sulla spalla di Cromwell, il quale ha sempre il controllo del punto di vista narrativo». –
Graziella Pulce
Quando pubblicò per la prima volta Le Malentendu nel 1926, Irène Némirovsky aveva 23 anni e la sua carriera era ancora tutta da costruire, tuttavia le prime pagine rivelano il passo sicuro della scrittrice che sa quello che vuole. Il romanzo (II malinteso, trad. di Marina Di Leo, con una nota di Olivier Philipponat, Adelphi, pp. 190, € 12,00), nel quale si alternano il punto di vista maschile e quello femminile, si apre con la presentazione indiretta dì Yves, giovane pigro e squattrinato in vacanza nella stessa località dov’era stato da bambino. Chi legge con attenzione i primi capitoli ha già tutto il personaggio nelle sue mani: si tratta di un giovane uomo che ha vissuto gli orrori della guerra e ora, alle soglie della maturità, s’incupisce di fronte ai segni del tempo sul paesaggio e sul suo volto, e che tuttavia è pronto a dimenticare le proprie malinconie se i suoi sensi percepiscono un elemento di novità, sia esso il profumo di cannella e di aranci in fiore o le grazie fresche di una giovane signora. Vòlto alla contemplazione della vita e sprovvisto della volontà per dirigerla, Yves incarna appieno il ruolo dell’inetto fin-de- siede, un borghese pieno di contraddizioni dai mezzi inadeguati che sfiora il bel mondo ma è inevitabilmente condannato a ricadere nel suo stato. Un grande amore ha bisogno dei palpiti del cuore almeno quanto di un patrimonio solido, giacché le frasi appassionate e i biglietti da cento franchi si fanno strada con pari forza nel cuore delle donne frivole abituate al lusso. L’altro personaggio è Denise, la giovane signora che, forte di un matrimonio solido, intraprende una relazione adulterina con l’uomo di estrazione sociale inferiore. Mentre di lui sappiamo tutto da subito, di Denise scopriamo a poco a poco abitudini, piaceri e debolezze. Il suo identikit risponde al personaggio tipico della Némirovsky: una star dell’alta società parigina che durante il giorno alterna le visite alla modista, alle amiche e all’amante, e di notte sfoggia diamanti e merletti, e un viso sul quale il tempo sembra non avere presa. Una donna siffatta ha bisogno di un consesso di altre donne su cui trionfare e di uno stuolo dì ammiratori di cui disporre e ne ha bisogno come e più dello specchio consultato come un oracolo ogni mattina e ogni mattina pronto a confermare il suo verdetto. Se fosse più dura e inaccessibile sarebbe una femme fatale, ma piange troppo sovente e talvolta dimentica di incipriarsi il naso. La Némirovsky sa rappresentare in scorcio il momento critico di una società ridotta a fragile biscuit e incrinata definitivamente dalla Grande Guerra. La sua mano spoglia di ogni incanto i personaggi, soprattutto quelli femminili, cui è stata strappata la corona della giovinezza e della felicità. Un’operazione letteraria che Federico De Roberto avrebbe classificato come ‘documento umano’, anatomia crudele dell’amore e delle passioni per metterne a nudo la fisiologia. Lo smoking, la cipria e i cappelli coprono personaggi deboli, epigoni sfiniti di Bourget: i due amanti sfiorano il suicidio ma se ne ritraggono prudentemente per rientrare nel loro ruolo con il blasone della malinconia negli occhi.
Pent Sergio
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Noi credevamo sorprende innanzitutto per la costruzione narrativa, moderna, scaltra e ben calibrata in un lungo percorso a ritroso nella storia mancata di certi piccoli eroi del Risorgimento. Nella Torino ostile – almeno agli occhi del vecchio protagonista morente – del 1883, il calabrese Domenico Lopresti ripercorre le sue memorie di rivoluzionario fallito, da un capo all’altro di quell’Italia che – egli per primo Io intuisce – non sarà mai un unico ceppo di luoghi comuni condivisi. Repubblicano un po’ anarchico, ostile ai Borboni ma anche a certe pseudo-rivolte ideologiche mai concretate – dalla Carboneria a un Mazzini più ideologo velleitario che solido manovratore politico -, Lopresti è figlio di un Paese lacero, ignorante e caciaroso ma pronto a offrire le terga a chiunque lo invada con una divisa sgargiante. Impoverito, vinto, padre già anziano di due figli che saranno adulti nel Novecento, Lopresti vive i suoi ultimi giorni torinesi – una Torino vista in tutti i suoi difetti provinciali d’antan – con il rimpianto di non aver portato a termine una missione epocale, quella di dare vita a un’Italia libera, moderna e repubblicana. La monarchia piemontese ha semplicemente sostituito quella borbonica, e da queste amare considerazioni prende il via il viaggio a ritroso di Lopresti nelle sue memorie rivoluzionarie. Dagli anni di carcere duro a Procida e Montefusco fino alla lunga rincorsa per raggiungere, da Roma, quel mitico Garibaldi che sta risalendo la penisola con i suoi eroici Mille, il vento di un’Italia nuova soffia sulle speranze dell’illuso Lopresti, che si scontra invece con una volontà popolare tutta da definire, rendendosi conto che non basta creare, credere, combattere, per smuovere “un costume avvilito, incapace di mutare”.
L’eroe mancato della Banti attraversa un’epoca di determinanti transizioni giungendo alla conclusione che ogni tentativo di unificare l’Italia sia destinato a rimanere un’utopia. La dolente epopea del progressista calabrese diventa l’occasione mancata della Storia, in un romanzo ancora oggi – questo il suo pregio in tempi di becere ambizioni secesioniste – scomodo e attuale. I piemontesi si appoggiano alla camorra per conquistare il Sud, le disparità sociali annegano nella consapevolezza di non essere riusciti a diffondere una vera voglia di rinnovamento, in un Paese dove è più facile cambiare padrone che costruirsi una nobile identità collettiva. Un Risorgimento, quello della Banti, che ancora oggi continua a tentare di ricucire gli strappi, in questa Italia da reality in cui annaspiamo, con tante autostrade ma senza più indicazioni e mete comuni.
Edizione dell’Arco (luglio 2010)
Il Sudan, un paese dilaniato dalla guerra, raccontato attraverso persone, colori, emozioni, suggestioni. Così Sara Bellettato, autrice di Sudan – Fiori nel deserto, narra di questo luogo speciale e non privo di contraddizioni.
Storie di donne, bambini, uomini, gente comune, povera che vive a stenti tra un caldo insopportabile e la polvere che imperversa in ogni luogo, ma anche storie di privilegiate, privilegiati che riescono a sfuggire alla povertà.
Sara racconta la quotidianità delle persone e dei luoghi attraverso i suoi occhi, occhi di una narratrice che osserva e trasmette senza giudicare, lasciando al lettore la libertà di farsi le sue idee e opinioni a riguardo. Il libro è ricco di particolari e descrizioni dei luoghi e delle persone, come per esempio le piante e l’abbigliamento. Tutte suggestioni capaci di trasmettere un’emozione di realtà. Leggendo, sembra infatti di trovarsi proprio lì, nelle situazioni descritte dall’autrice: sembra di vedere i colori, di sentire gli odori delle piante e dei cibi. Sara ci parla anche delle ONG e delle persone che ci lavorano. Narra del divario che separa le loro vite da quelle della gente locale. Racconta inoltre dei potenti: situazioni di abbondanza e sfarzo assolutamente in contraddizione con le condizioni di povertà e miseria cui è costretta a vivere la gente comune.
Sara parla anche delle donne. Racconta le loro storie. Qualcuna è ricca, altre sono povere, altre ancora segnate da un destino crudele. Mi colpisce la storia di due ragazze, due mogli, in particolare una ufficiale e una futura, di un giovane, avvolte nei loro colorati thop (un’ampia stoffa leggera e colorata con cui le donne si avvolgono fin sopra la testa lasciando scoperto il viso per motivi religiosi e per ripararsi dal sole e dalla polvere) di una azzurro e dell’altra rosa con una fantasia a piccoli fiori. Sara ci racconta di loro mentre sono al fiume assieme al marito durante un giro in macchina. Leggo di Mama, una cuoca, di Amani, segretaria di una ONG e figlia di possidenti che organizza una grande festa per la circoncisione dei due nipoti, party a cui partecipa una moltitudine di gente privilegiata che fa parte di una fortunata élite di persone che hanno la possibilità di sfuggire alla povertà. E ancora Fatma, che incontriamo avvolta in un thop rosa, una cleaner impiegata in una ONG, una ragazza povera ma piena di vita e di iniziativa. Molto toccante anche la storia di una madre di due ragazze giovani, palestinese ma bianca e così le figlie, il cui marito è militante di Hamas. Per questo e per il loro colore della pelle rischiano la vita. Sara racconta ancora della figlia del guardiano o della giovane ragazza, sfuggita alle milizie dello Spla -People Liberation’s Army del Sudan che le hanno ucciso il padre e portato via il fratello, che viene abusata dal padrone da cui va a lavorare come inserviente ad El Obeid.
Ma Sara ci parla anche di uomini. Racconta di Tarik,il pilota, di Jean Luc Racine, militare canadese veterano delle operazioni di PeaceKeaping che ha assistito impotente al genocidio quando era osservatore internazionale in Rowanda. Oppure la vicenda di Mohammed, ingegnere, originario del Darfur che vive una storia d’amore molto romantica che racconta il Darfur come una terra da sogno.
L’epilogo narra di una drammatica storia di immigrazione in Italia. Una fuga dal Sudan da parte di un padre di famiglia non priva di dolorose e lunghe separazioni dalla moglie e dai figli. Complice della sua sofferenza l’attuale legge sull’immigrazione in Italia.
Persone, storie, emozioni, colori. E’ il Sudan raccontato da Sara.
L’AUTRICE SARA BELLETTATO
Viaggi intorno al mondo, diversificate esperienze nei vari Paesi, la conoscenza di culture e popolazioni diverse caratterizza il curriculum di tutto rispetto della giovane autrice Sara Bellettato, che attualmente è impegnata a Milano dove lavora con Caritas Ambrosiana occupandosi di un progetto rivolto ai cittadini stranieri senza permesso di soggiorno trattenuti nel Cie di Via Corelli. Per l’autrice questo è il suo primo libro ” …pensa che il giorno che è andato in tipografia con le edizioni dell’Arco mi ha chiamato la EMI (editrice missionaria italiana) che lo volevano pubblicare. Ma ormai era tardi… sarà per il prossimo! – scherza Sara.
Ma da cosa nasce il desiderio di scrivere questo testo?
“La voglia di raccontare è nata dal desiderio di far conoscere questo Paese e la sua gente – racconta Sara – ma in primis come segno di riconoscenza e di rispetto per tutte le persone che ho incontrato e che sono state la mia guida e la mia chiave di lettura per il Sudan, il Darfur e l’intrico di etnie che lo compongono”.
La conoscenza di quei luoghi di cui ha reso così bene le persone, le sensazioni, le emozioni parte dalla sua professione “Ho lavorato per 4 mesi come cooperante di una piccola ONG italiana in Darfur, nel 2005 – spiega Sara-. Mi spostavo tra Khartoum, la capitale del Sudan, Nyala, la capitale del Sud Darfur, e El Daein, un paesino a 60 km da Nyala, ma raggiungibile solo con i voli delle nazioni unite, perché la strada era troppo pericolosa”
L’incontro con la popolazione del posto è avvenuta sempre grazie al suo lavoro “Ho avuto attorno tanti colleghi sudanesi bravissimi, che sono stati la mia guida – ha raccontato -. Grazie a loro, ho potuto capire meglio il Sudan, le sue tradizioni e contraddizioni, la grande ricchezza culturale e le risorse naturali. Ho conosciuto il grande cuore delle persone, e questo non si può dimenticare”.
Alessandra De Perini.
Recensione di SPERANZA NEL BUIO, Guida per cambiare il mondo
di Rebecca Solnit (Fandango libri, Roma 2005)
Chi avrebbe immaginato, solo due decenni fa, un mondo in cui fosse scomparsa l’Unione Sovietica e avesse fatto il suo arrivo Internet? E che il prigioniero politico Nelson Mandela sarebbe diventato presidente del Sudafrica trasformato o che la rivolta zapatista nel Messico meridionale avrebbe segnalato il risorgere dell’universo indigeno? Rebecca Solnit, saggista e critica d’arte femminista, dalla prosa brillante e incisiva, attiva nei movimenti del suo paese, gli Stati Uniti, pone queste domande all’inizio del testo intitolato Speranza nel buio – guida per cambiare il mondo, una raccolta di brevi saggi, pubblicata nel 2005, in piena epoca Bush. La Solnit afferma che ci sono momenti in cui non solo il futuro, ma lo stesso presente sono oscuri e che solo poche persone riconoscono quanto sia radicalmente trasformato il mondo in cui viviamo. L’autrice vuole proporre una nuova visione del modo in cui avvengono le trasformazioni e sostiene, criticando la concezione meccanicistica del cambiamento, basata sulla logica dei rapporti di causa/effetto, che bisogna innanzitutto “cambiare l’immaginario del cambiamento”. Questo, secondo lei, è il grande problema di oggi. I cambiamenti, le rivoluzioni che contano, infatti, per la Solnit, si svolgono innanzitutto dentro di noi, nella nostra mente e nelle forme della nostra immaginazione. Il cambiamento più difficile è rendersi conto che la politica nasce dalla diffusione delle idee e dalla immaginazione che prende forma. I cambiamenti che contano sono così difficili da fare, perché non scorrono lungo il tempo lineare della Storia, ma seguono il tempo della vita materiale, con i suoi umori, la sua lentezza, le improvvise intuizioni. La storia, dice Rebecca Solnit, non è un esercito che marcia sempre avanti, obbedendo al principio di causa ed effetto, è come “un granchio che scappa lateralmente”, è “un rivolo d’acqua che gocciola sulla pietra consumandola”, un “terremoto che spezza secoli di tensione”. A volte poche persone ricche di passione cambiano il mondo, a volte le parole di una persona sola ispirano un movimento, anche dopo molti anni. A volte il cambiamento avviene improvvisamente, come quando cambia il tempo; a volte, invece, è necessario un accumulo graduale di cambiamenti impercettibili perché si determini una svolta nella storia.
Senza speranza, tuttavia, nessun cambiamento è possibile. Convinta che il mondo attuale sia assai migliore di quello di ieri, la Solnit sostiene che i motivi di speranza oggi non mancano. La società civile, infatti, negli ultimi vent’anni ha assunto un ruolo sempre più influente e significativo. Il futuro è oscuro, è vero, ma non nel senso di cupo e minaccioso, quanto piuttosto imperscrutabile, inconoscibile. Accadono, infatti, tutti i giorni cose impreviste e imprevedibili dalla nostra immaginazione.
La trasformazione del mondo attuale, secondo Solnit, è dovuta non solo al capitale globale, ma anche e soprattutto ai sogni di libertà e giustizia di tanta gente in ogni parte del mondo. Ci adattiamo alle trasformazioni, senza valutarle pienamente e tendiamo a dimenticare quanto sia cambiata la cultura. Decisioni che sarebbero state impensabili solo pochi decenni fa, come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, oggi sono possibili. Il mondo è sempre più imprevedibile rispetto alla nostra capacità di immaginazione. Nel 1982, per esempio, un milione di persone si radunarono nel Central Park di New York per chiedere il congelamento bilaterale degli ordigni nucleari, come primo passo sulla via del disarmo. Non l’ottennero e molte di quelle persone tornarono a casa deluse o sfinite. Tante però continuarono la lotta, così in meno di un decennio furono negoziate riduzioni significative delle armi nucleari, con l’aiuto dei movimenti antinucleari europei. Da allora, la corsa al riarmo prosegue e nuove nazioni scelgono il nucleare. Questo però non compromette il valore di quella lotta. L’attivismo di quella stagione è finito a causa della sua visione rigida e di un calendario difficile da rispettare, ma anche perché, sostiene la Solnit, nessuno aveva saputo prevedere che alla fine del decennio la guerra fredda sarebbe terminata. Quelle e quelli che si erano impegnati nella lotta non sono rimasti in campo sufficientemente a lungo per raccogliere il “dividendo della pace” e per questo sono rimaste/rimasti a mani vuote. È sempre troppo presto per tornare a casa, dopo l’impegno politico attivo ed è sempre troppo presto anche per calcolare gli effetti delle nostre azioni. Un’attivista che militava nel “Women Strike for Peace” (Donne in sciopero per la pace), il primo grande movimento antinucleare degli Stati Uniti (ottenne il Trattato per la limitazione dei test nucleari del 1963) racconta di come si sentisse stupida e inutile una mattina, mentre protestava sotto la pioggia di fronte alla Casa Bianca. Alcuni anni dopo però, le capitò di ascoltare il dottor Benjamin Spock che dichiarava di essersi convinto proprio allora ad intervenire contro i test nucleari per la pericolosità della ricaduta dei materiali radioattivi che si ritrovavano nel latte materno e nei denti dei bambini: quel piccolo gruppo di donne così appassionate e impegnate, che si dichiaravano casalinghe e protestavano sotto la pioggia davanti alla Casa Bianca, abitata allora da Kennedy, e mettevano in ridicolo i membri del Comitato parlamentare per le attività antiamericane gli avevano fatto capire improvvisamente che, come loro, era giusto che anche lui dedicasse attenzione e impegno al problema.
Le trasformazioni hanno in comune il fatto di avere inizio nella speranza e nell’immaginazione. All’inizio di ogni grande cambiamento c’è chi punta sul futuro e spera che il suo desiderio si avveri o chi pensa che l’incertezza e il gioco d’azzardo siano meglio della sicurezza e dello sconforto. Vivere significa rischiare e sperare è pericoloso. La speranza è per Rebecca Solnit “un’ascia che serve ad abbattere le porte in caso di emergenza”. La speranza si serve di ogni parte di noi per far cambiare rotta alla società, per allontanare il futuro dalla guerra, dall’annientamento dei tesori del pianeta e dallo stritolamento di masse di persone povere e marginali. La speranza chiede l’azione e agire è impossibile senza speranza. Sperare significa donarsi al futuro, prendere un impegno preciso nei confronti del futuro. Tutto può accadere e tutto dipende dal nostro agire o dalla nostra mancanza di azione. Per chi oggi si impegna per un futuro migliore è già in atto la sfida più grande, quella in cui si rischia il tutto per tutto. In ogni parte del mondo è in corso un processo di sradicamento causato della volontà di dominio globale. La civiltà tecnologica sta distruggendo la natura da cui dipendiamo. Tuttavia il futuro, benché oscuro, dipende in parte ancora da noi, dalla nostra azione, dal nostro pensiero.
In questo libro Rebecca Solnit rende conto del mondo incredibilmente trasformato in cui viviamo e propone di non sottovalutare le vittorie politiche degli ultimi vent’anni che, una dopo l’altra, pone davanti ai nostri occhi perché le vediamo con occhi nuovi e ci rendiamo conto di quanto siano importanti per il presente: sono punti di riferimento nel disorientamento generale, leve straordinarie per uscire dallo sconforto e dalla delusione e progettare nuove trasformazioni. La Solnit fa un bilancio delle possibilità e dei pericoli che abbiamo davanti in questo momento e cerca di cogliere in ogni parte del mondo quei segni di libertà e di giustizia di cui abbiamo bisogno per continuare, appunto, a sperare e a non rinunciare all’azione.
Lia Cigarini, sempre molto attenta a quello che accade negli Stati Uniti, nel numero 92 (marzo 2010) della rivista Via Dogana, intitolato “Cambiare l’immaginario del cambiamento” riprende la Solnit, collocandola tra quelle donne che si danno l’autorità di indirizzare l’agire politico dei grandi movimenti (pacifista, ambientalista, no global), nei quali sono attive. Basta pensare a Naomi Klein, autrice di No logo, che ha saputo convincere il movimento No global americano sul valore politico e l’efficacia degli atti simbolici e culturali, evitando così la deriva della contrapposizione che conduce inevitabilmente allo scontro di piazza, come è avvenuto in Europa. Oppure si pensi, dice Lia Cigarini, a Sara Horowitz, a Susan Sontag, a Elinor Ostrom, alle tante filosofe, sociologhe, economiste che, abituate a una politica diretta, agiscono e prendono la parola in prima persona. Cigarini afferma che i testi di queste donne, in cui c’è l’eco profondo del femminismo degli anni ’60 e ’70, costituiscono la teoria dei movimenti attuali in Usa. Anche in Italia, continua la Cigarini, ci sono tante donne che camminano nella politica e fanno teoria (per esempio, il movimento di “Autoriforma della scuola”, il Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano che ha prodotto il “Sottosopra” sul lavoro, il movimento “No dal Molin” di Vicenza e molte altre esperienze in ogni parte d’Italia), ma non hanno la forza di cambiare il modo di fare la politica né l’immaginario connesso, secondo cui il necessario compimento della politica sarebbe la costruzione di un partito o la rappresentanza parlamentare. Secondo Cigarini, i partiti italiani, divenuti delle pure sigle per eleggere deputati e senatori, come negli Usa, nell’immaginario di tanti militanti e di elettori/elettrici sono ancora il cardine della politica e della democrazia e questa mancanza di consapevolezza “finisce per mettere ai margini della politica quello che succede nelle aree creative, che dovrebbero esserne invece il centro”. A questo punto Lia Cigarini, rilanciando la sfida di Rebecca Solnit, si rivolge: ai delusi e alle deluse della politica, in particolare a quelle e quelli della sinistra italiana che continuando a ripetere che tutto va a rotoli, chiedendo loro di voltarsi verso le aree creative che ci sono, e tante, in primo luogo quella delle donne; a quelle e quelli che non credono più nel valore e nell’efficacia del voto per cambiare le cose o a quelle e quelli che fanno una politica reattiva, di pura contrapposizione alle mosse dell’avversario, ma anche a quelle donne impegnate nella politica della differenza che troppo insistono sulla pratica del partire da sé e delle relazioni e che forse, senza volerlo, ostacolano la varietà delle narrazioni, l’aprirsi di nuovi orizzonti. L’impegno politico non va visto unicamente come risposta alle innumerevoli emergenze e ai pericoli del mondo contemporaneo, afferma Lia Cigarini, riprendendo la Solnit, ma come una parte gioiosa della vita quotidiana. Già circolano nuove narrazioni e bisogna tener conto del fatto che non tutte/tutti sono disponibili a portare un bagaglio pesante, fatto di delusione, disperazione e profonda sfiducia. Ecco allora la sfida che con molto coraggio la Solnit lancia alla politica tradizionale di sinistra: dissolva nell’acqua le proprie certezze, non per sostituirle, ma per costruire nel presente, faccia la politica del presente, del qui e ora, mettendo al primo posto il contesto reale dell’azione e non l’ideologia, non pretenda di controllare il futuro, ma si decida ad abbandonare il potere per trovare la libertà.
Francesca Lazzarato
Tradotto in italiano il romanzo d’esordio di Maria Barbal
È uscito nel 1985 e da allora ha collezionato più di cinquantacinque edizioni in diverse lingue, tre premi importanti e diversi adattamenti teatrali (l’ultimo andrà in scena a gennaio al Tnc di Barcellona) ma solo adesso Pedra de tartera, uno dei più longevi e fortunati fra i best-seller in lingua catalana, appare anche in italiano (Come una pietra che rotola, Marcos y Marcos, pp.151, euro 14) nell’eccellente traduzione di Gina Maneri, che ha reso con esattezza la prosa sommessa di Maria Barbal, nata nel 1949 in un paesetto dei Pirenei e barcellonese di adozione.
A Come una pietra che rotola, il suo romanzo d’esordio, ne sono seguiti altri otto, e tuttavia, nonostante la solidità di un corpus narrativo che si è appena arricchito di un nuovo libro di racconti (La pressa del temps, Columna) e il riconoscimento tributato dalla critica a testi di più ampio respiro come Càmfora, per i lettori la Barbal (che il 15 settembre, durante la settimana del Libro in Catalano, ha ricevuto a Barcellona il Premi Trajectòria) resta soprattutto l’autrice di Pedra de tartera, in cui la convincentissima voce della protagonista Conxa ci racconta di sé, adolescente, ragazza, donna nata e cresciuta in una Catalogna rurale che ha poco da spartire con le luci di Barcellona. Un’esistenza povera e semplice, la sua, scandita da nozze e morti, dalla fatica delle donne che crescono figli, sbrigano o dirigono ogni lavoro, tacciono e resistono. Finché la guerra civile strappa a Conxa l’amatissimo marito, fucilato da gente feroce che parla un’altra lingua, il castellano, e a lei tocca per intero la cura di quelli che restano, in solitudine e, come sempre, in silenzio.
In centocinquanta pagine e con pochi tocchi delicati, la Barbal disegna una figura femminile a suo modo potente, e allo stesso tempo traccia il ritratto di un mondo perduto, della cui sparizione Conxa diventa il simbolo quando, ormai vecchia e rinchiusa in una oscura portineria cittadina, conclude la sua storia con una frase che è quasi un epitaffio: “Barcellona per me è una cosa molto buona. L’ultimo gradino prima del cimitero”.
Sandra Petrignani
«Io ho, poi, guardato ancora una volta dal treno, anche tu ti sei voltata a guardare, ma io ero troppo lontano»: è il 9 dicembre del 1957. Paul Celan scrive questa lettera a Ingeborg Bachmann e dice tutto del loro rapporto, la sintonia, la vicinanza e l’impossibilità di stare insieme. Lui è «troppo lontano» perché è lontano da tutto, ferito in modo inguaribile. Non c’è amore, amicizia, matrimonio che possa sanare la sua colpa: è sopravvissuto allo sterminio degli ebrei. Suo padre, sua madre sono morti in un lager. Lui è riuscito a fuggire e ha lasciato per sempre la terra delle origini, la Romania. Al tempo di quella lettera Ingeborg e Paul sono già due fra i più grandi poeti della loro generazione. Lei ha 31 anni, lui ne ha appena compiuti 37. Sono insieme per la seconda volta nella vita, anche se Paul, cinque anni prima, a Parigi, dove si è definitivamente trasferito, ha sposato la pittrice Gisèle de Lestrange da cui ha avuto un figlio. La prima volta era stato nel ’48 a Vienna. Ingeborg aveva poco più di vent’anni, era una giovane donna romantica (ne resta testimonianza in un’altra breve raccolta di lettere al suo primo amore, Lettere a Felician, edita da Nottetempo come l’appena uscito Troviamo le parole, epistolario fra Ingeborg Bachmann e Paul Celan). Ma il loro è un amore impossibile, «uno dei più drammatici capitoli della storia della letteratura» scrivono i curatori Hans Höller e Andrea Stoll e, per quel che riguarda la Bachmann, una storia d’amore «non ancora ricostruita con rigore e coerenza in tutto il suo spessore storico-letterario» proprio alla luce dell’enorme influenza che su di lei esercitò la poesia di Celan (e fu vero anche il contrario: se non riuscirono ad amarsi sulla terra, il legame fra i due si sviluppò sotterraneamente in un riconoscibile contrappunto che affiora nelle opere). Forse nuova luce verrà da un convegno e da una mostra documentaria e fotografica che si terranno nei pomeriggi di oggi e domani a Roma in Villa Sciarra-Wurtz, al Gianicolo. Spiega Ginevra Bompiani, editore della Nottetempo, che farà domani un intervento al convegno: «Hanno sicuramente pesato moltissimo l’uno nella vita dell’altro, e non solo da un punto di vista letterario. Però erano due personalità molto fragili, che non riuscivano a sostenersi reciprocamente. E infatti poterono avere relazioni più durature lui con Gisèle, lei con lo scrittore Max Frisch, che erano caratteri ben più saldi». Non è un caso che, quando quelle storie finirono, Paul Celan si suicidò gettandosi nella Senna (il 20 aprile 1970) e Ingeborg Bachmann (1962) cominciò a inanellare ricoveri in una serie di cliniche per malattie psichiche sviluppando per il resto della sua vita una forte dipendenza da alcol e psicofarmaci. RELAZIONI, DISCUSSIONI, MALEDIZIONI Avendo conosciuto a Roma la Bachmann negli anni sessanta, Ginevra Bompiani ha molti ricordi personali della scrittrice austriaca. «La sua fragilità, l’assoluta inadeguatezza per la vita pratica ti colpivano subito in lei. Ma insieme era circondata da un’aura che, anche a non aver letto un rigo della sua opera (non era ancora tradotta in Italia), coglievi al volo. Era delicata, timida, ma anche molto socievole. Un giorno andai a trovarla nel suo appartamento di via Giulia, con Giorgio Agamben (era la fine di gennaio del ’67), e la trovammo stravolta: «Un mio amico ha tentato di suicidarsi» ci disse. L’amico era Paul Celan. Prima di tentare il suicidio aveva aggredito e tentato di uccidere Gisèle (e avrebbe provato a rifarlo anche due anni dopo). Paul e Ingeborg non si sentivano più dal ’63, quando la grave paranoia che lo affliggeva aveva coinvolto e distrutto anche i rapporti più profondi. Un’assurda vicenda di plagio, di cui era stato ridicolmente accusato, e alcune recensioni negative in cui aveva scorto l’eco dell’antisemitismo, erano nel suo delirio diventati il segno di un generale complotto contro di lui. Il fatto che amici come Ingeborg, Frisch, Heinrich Böll e altri cercassero di farlo ragionare e non prendessero sempre e comunque le sue difese si trasformò ai suoi occhi nella prova di un imperdonabile tradimento ai danni della Poesia e della Memoria per inseguire il successo personale. E i ripetuti tentativi della Bachmann di giustificarlo e schierarsi sia pure debolmente dalla sua parte, dovettero gravare pesantemente persino sulla relazione con il compagno, Max Frisch, minandone una sempre complicata convivenza. Di tutto il caotico intrigo di relazioni, discussioni, tentativi di recupero, maledizioni, allontanamenti si coglie un poderoso, avvincente riflesso nel libro Troviamo le parole. E qualcosa anche in un altro libro, tradotto da poco dalla Guanda, La follia dell’assoluto. Vita di Ingeborg Bachmann, di Hans Höller, che più di una biografia, è una precisissima ricostruzione dei temi principali dell’opera di Bachmann nel loro rapporto con i fatti della vita. Fatti sentimentali, politici, storici. Il peso che sugli scrittori tedeschi e austriaci del dopoguerra ebbe il cosiddetto «complesso dei padri» compromessi col nazismo, il profondo senso di colpa di essere, sia pure innocenti, eredi di una tradizione «colpevole». Una generazione che cercò di ritrovarsi, senza sempre riuscirci e pagando un prezzo in molti casi altissimo, nella lingua tedesca comune. Scriveva Paul Celan nel 1958, in un discorso a Brema, in occasione di un premio letterario: «Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua». E, come sostiene Höller, anche la Bachmann cercò sempre «di salvare una patria nella parola». A costo di perdere se stessi. Nella notte fra il 26 e il 27 aprile ’70, Ingeborg si addormentò con la sigaretta accesa e prese fuoco. Aggravò l’incidente gettandosi nella vasca da bagno riempita d’acqua fredda. Si spense il 17 ottobre. Morte accidentale o forse, una specie, anche il suo, di dilazionato suicidio.
Ida Dominijanni
Patologie dell’individuo contemporaneo fra ossessione dell’Io e ossessione del Noi, eccesso di informazioni e difetto di esperienza. «La cura del mondo» di Elena Pulcini per Bollati Boringhieri, una iniezione di vulnerabilità sulle pretese del soggetto sovrano
Che la paura si presenti oggi come uno dei sentimenti più sintomatici dell’uomo globale è cosa nota: abbiamo paura di tutto e del contrario di tutto, degli attacchi terroristici e della guerra, dei cambiamenti climatici e delle epidemie, della morte e delle tecnologie che allungano la vita, dell’invasione dei migranti e della crescita zero degli occidentali, delle crisi finanziarie e delle banche centrali, della marea nera e di restare senza benzina. È altresì noto però che la paura è uno dei sentimenti su cui la politica fa leva, promettendo sicurezza e conquistando per questa via, più o meno meritatamente, coesione e consenso sociale. Ma qui le cose si complicano subito, perché non sempre la politica aziona questa leva allo stesso modo, e dal modo in cui la aziona dipendono in parte la sua qualità e la sua efficacia. Sì che se lo Stato moderno nasce precisamente sull’istanza di governare la paura, trasformandola da passione disordinante dello stato di natura in elemento ordinatore della società, quello che oggi abbiamo di fronte a noi – ma anche dentro di noi – è uno scenario in cui la politica, più che governare la paura, ne è governata: ne subisce le ondate paranoiche e risponde con ondate securitarie altrettanto paranoiche, che a loro volta non la riducono ma la alimentano, senza che ne derivi ordine bensì disordine. D’altra parte, chi a questi automatismi securitari giustamente si oppone, cade sistematicamente nell’automatismo opposto, che consiste nel sottovalutare o negare la paura sulla base di un ottimismo illuministico e di un dover-essere razionalistico che a loro volta non risolvono ma rimuovono il problema, aggravandolo. Uno dei molti meriti dell’ultimo libro di Elena Pulcini, La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (Bollati Boringhieri, pp. 300, euro 25) consiste nello smontare entrambi gli automatismi, mettendo la paura al centro dell’analisi dell’antropologia politica contemporanea e invitandoci a guardarla come una risorsa emotiva dell’azione politica: «Con la paura bisogna fare i conti, evitando ogni operazione di rimozione o di ottimistica sottovalutazione, che avrebbe l’unico effetto di provocarne un oscuro e inconsapevole potenziamento. Conoscere, e soprattutto ri-conoscere la paura, costituisce non solo il primo passo per ammettere l’importanza determinante delle passioni nella motivazione degli uomini all’agire, ma anche la chance per scoprirne, insieme con la funzione cognitiva, l’irrinunciabile funzione produttiva e mobilitante. Disconoscerla significa al contrario inibire o alterare quel processo emotivo e cognitivo che prelude alla valutazione e all’azione, e che consente di far fronte alla minaccia attraverso risposte costruttive, adeguate al perseguimento del bene degli individui e della collettività».
L’operazione proposta dall’autrice è sorretta da una puntuale analitica della paura nel mondo globale, non priva di sorprese e spiazzamenti. La politica postmoderna della paura è diversa da quella moderna, infatti, anche perché diversa risulta, nei due scenari, la stessa configurazione della paura: a turbare le nostre esistenze non sono più paure circoscritte di incognite definite, bensì una gamma di paure indeterminate relative a rischi indeterminati, impersonali e remoti come quelli che abbiamo elencato all’inizio; e anche quando la fonte dell’ansia risiede nell’altro, questo altro non è più percepito come un simile minaccioso ma riconoscibile (l’homo homini lupus hobbesiano), bensì come un alieno sconosciuto e incontrollabile.
Si tratta dunque di uno stato di angoscia generico e endemico, che si trova davanti una politica impotente a fronteggiarlo e produce meccanismi di difesa regressivi: di diniego e autoinganno di fronte ai rischi globali (è più facile illudersi che il global warming sia un’invenzione che rassegnarsi a consumare meno per ridurlo), proiettivi e persecutori di fronte all’«invasione degli alieni» (è più facile fare degli immigrati un nemico pretestuoso che misurarsi con i problemi reali della convivenza multiculturale). Due diverse «patologie del sentire» – assenza di paura nel primo caso, eccesso nel secondo – che alludono entrambe a una incapacità di vivere davvero la paura, di sopportarla, di farsene mobilitare per reagire con misura ed efficacia al profilo effettivo di ciò che si percepisce come un pericolo o un rischio: una incapacità a sua volta sintomatica di una schizofrenia tipica della tarda modernità, quella «fra il conoscere e il sentire», tanto più diffusa quanto più cresce la mole di informazione di cui disponiamo. Ma se la diffusione delle paure nasconde questa sorta di generalizzata anestesia, la terapia non consiste tanto nel liberarsi dalla paura, quanto al contrario nell’imparare a sentirla e a farne esperienza.
Pulcini individua in questo «risveglio emotivo» della paura un passaggio cruciale per sbloccare le patologie del soggetto contemporaneo e trasformarne radicalmente lo statuto. Prima di vedere come, bisogna tornare sull’impianto generale del suo lavoro. Pur mettendo a fuoco il nesso fra paura e responsabilità, La cura del mondo è infatti un libro sul soggetto dell’era globale, che a differenza di molte altre pure illuminanti analisi della globalizzazione non si limita a enunciare la necessità di ripensare le trasformazioni dell’io all’interno delle trasformazioni del mondo contemporaneo ma affronta di petto questo compito, forte di una solida competenza (della stessa autrice un volume importante sull’individuo moderno, L’individuo senza passioni, Bollati Boringhieri 2001 e, con Mariapaola Fimiani e Vanna Gessa Kurotschka, Umano post-umano. Potere, sapere, etica nell’età globale, Editori riuniti 2004) e di una capacità rara di intrecciare lo sguardo filosofico, sociologico, psicoanalitico (e relative bibliografie). I capitoli centrali dedicati alla paura funzionano dunque da snodo fra la prima parte del libro, che decostruisce le patologie del soggetto postmoderno, e la terza, che in quelle stesse patologie individua le condizioni per l’emergere di una nuova forma della soggettività.
La figura dell’Io però non è scollata dalla cornice del mondo: al contrario, la riflette fedelmente. E le patologie dell’individuo contemporaneo riflettono fedelmente le trasformazioni della cornice. Se la globalizzzazione è contrassegnata da una costitutiva ambivalenza fra unità e molteplicità, universalizzazione e localizzazione, omologazione e fissazione identitaria, questa stessa ambivalenza si riproduce, argomenta Pulcini, sia nella struttura antropologica dell’individuo sia nelle forme del legame sociale: «individualismo illimitato» e «comunitarismo endogamico» sono le due patologie del soggetto che corrispondono a questa conformazione del globale (e che la postmodernità globale eredita peraltro largamente dalle aporie della modernità). Per un verso, «l’Io globale si configura come un Io apatico e vorace allo stesso tempo, insicuro e onnipotente, parassitario e acquisitivo; ma soprattutto caratterizzato da un sostanziale atomismo, che possiamo riconoscere nell’indifferenza dello spettatore, nel parassitismo del consumatore e nell’onnipotenza solipsistica dell’homo creator». Per l’altro verso, a compensazione di tanto individualismo emergono in questo stesso Io nuovi bisogni di confinamento, appartenenza, identificazione e, come abbiamo visto, immunizzazione in comunità più o meno protettive, esclusive, regressive. Ossessione dell’Io da una parte, ossessione del Noi dall’altra: tertium non datur?
Mosso da un pessimismo radicale sul futuro di una specie irresponsabilmente sorda ai rischi per la sua sopravvivenza provocati dalla sua stessa hybris, il ragionamento di Pulcini si apre tuttavia a un felice superamento di questa alternativa, inscrivendosi in quella prospettiva filosofica femminista che da tempo indica nel soggetto relazionale la fuoriuscita dalle secche dell’individualismo moderno e postmoderno: né l’ipertrofia dell’Io né l’ipertrofia del Noi, ma un io (minuscolo) consapevole di essere costitutivamente legato e interconnesso agli altri, simili e diversi, disposto alla contaminazione e alla costruzione di legami solidali. Si capisce a questo punto perché la paura giochi un ruolo chiave nell’accesso a questo statuto della soggettività: ascoltarla, senza né negarla illuministicamente né farsene immobilizzare, significa aprire le porte all’esperienza e al sentimento della vulnerabilità, che è a sua volta la porta d’accesso alla consapevolezza della nostra relazionalità costitutiva (Judith Butler e Adriana Cavarero sono su questo punto i riferimenti più vicini a Pulcini) e dell’obbligazione di ciascuno alla cura dell’altro e del mondo (Carol Gilligan, e, della stessa Pulcini, Il potere di unire. Femminile, desiderio, cura, Bollati Boringhieri 2003).
In questione, nel solco dell’offensiva culturale e filosofica che il miglior pensiero femminile conduce da anni, sono il soggetto sovrano e l’ossessione identitaria che dalla tradizione moderna trapassano, in forme appunto patologiche, nel presente post-moderno. Per Pulcini non si tratta tuttavia di pensare solo la relazione e il soggetto-in-relazione, bensì di aprire l’immaginazione politica al concepimento di una nuova «forma del mondo», cogliendo nelle stesse condizioni oggettive dell’età globale le premesse per il superamento delle sue patologie. Se è vero, com’è vero, che l’interconnessione tipica del mondo globale non è solo un dato economico o sociale o politico ma «ci pone definitivamente di fronte alla verità ontologica dell’essere-con, mettendo a nudo la costitutiva socialità dell’essere e costringendoci a pensare l’esistenza come il nudo “essere gli uni con gli altri”», da questo sintomo ontologico bisogna partire per concepire il mondo non come una somma di individualità irrelate o di comunità in lotta fra loro, bensì – alla Arendt – come spazio dell’in-fra e dell’essere in comune, o – alla Nancy – come comunità e partizione. Che altro non significa che dare finalmente una piegatura di senso a quel processo di globalizzazione che pretende di dispiegarsi sopra le nostre teste e le nostre passioni come un puro fatto.
Poliziotto, avvocato, ministro: infine giallista. La scrittrice scandinava racconta la sua nuova (imperfetta) detective
Tiziana Lo Porto
Nel 1993, quando esordì, la norvegese Anne Holt aveva alle spalle una laurea in legge, due anni di lavoro in polizia, un’avviata carriera da avvocato e una da giornalista. Di lì a poco sarebbe diventata ministro della Giustizia per un anno (dal ’96 al ’97 per l’esattezza). Per poi tornare a scrivere, sfornando in meno di una ventina d’anni due serie di otto e quattro romanzi, e diventando una delle gialliste più conosciute e vendute al mondo (4 milioni di lettori nei 25 paesi in cui è tradotta). Dodici polizieschi in tutto, di cui La dea cieca (appena uscito per Einaudi Stile Libero, nella traduzione di Giorgio Puleo) è il fortunato esordio: nel 1994 sorprese e conquistò lettori e critica, aggiudicandosi il prestigioso Riverton Prize come miglior romanzo poliziesco norvegese dell’anno, e dando poi vita, nel 1997, a una seguitissima serie televisiva. A fare da musa a quest’opera prima è la dea bendata – nell’iconografia ufficiale – per non essere influenzata dalle parti. Anche a rischio di non poter vedere. Affascinata dalla giustizia (a dirla con Cechov, “agitata dalla sua assenza”), Anne Holt è arrivata alla conclusione che scriverne può rivelarsi molto più utile che praticarla in tri- bunale. Nel gennaio del 2000 ha sposato la sua compagna Tine Kj¾r. E con la loro bambina, Johanne, le due donne vivono a Oslo, città in cui ha ambientato decine di scene del crimine. In Italia la fortuna di Anne Holt è cominciata un paio di anni fa con Quello che ti meriti, il primo libro della serie che ha per protagonisti la coppia di investigatori Johanne Vic e Yngvar Stubø. Un successo immediato, così come lo sono stati gli altri due volumi della serie, Non deve accadere e La porta chiusa. Con La dea cieca è partita la pubblicazione in Italia anche della seconda serie, quella sull’investigatrice lesbica Hanna Wilhelmsen. È lei la protagonista del romanzo, “una donna straordinariamente bella, da poco promossa al grado di detective”. Hanne Wilhelmsen è una poliziotta modello, che ha come unico punto debole quello di essere innamorata di un’altra donna, Cecilie, con cui convive da quando aveva diciannove anni. Hanne entra in scena lentamente, lasciando che il lettore si attardi prima su altri personaggi: il cadavere di un uomo assassinato e ritrovato nella prima pagina del libro, un presunto assassino fermato dalla polizia e in attesa di processo, una donna che trova il morto e viene poi scelta come avvocato difensore del presunto assassino, l’ex della donna che è anche uno dei poliziotti che indagano sul caso, un avvocato penalista assassinato dopo il ritrovamento del primo cadavere. Hanne Wilhelmsen intuisce che i due omicidi sono collegati, e imbocca la pista del mondo degli avvocati, e quella della droga. Impossibile non restare affascinati dalla Wilhelmsen, che è istintivo accostare alla sua creatrice, Anne Holt. La scelta di un nome così simile al suo è del tutto casuale? “Sì, direi che è solo una coincidenza. Di solito non perdo molto a tempo a decidere come debbano chiamarsi i miei personaggi. Cerco di trovare nomi che siano il più comuni possibile. Lei non si immagina quante Hanne Wilhelmsen ci siano in Norvegia”. Come la sua Hanne, lei ha lavorato nella polizia. Anche lei è stata ostacolata dalla sua famiglia quando ha deciso di diventare detective? “No, anzi, ho costruito Hanne Wilhelmsen come la mia antitesi”. E lo è rimasta in tutti gli otto libri della serie? “Sì, anche se negli anni Hanne è cambiata in molte cose. Nella Dea cieca aveva poco più di trent’anni, era molto intelligente, molto forte e bella. Teneva tutti a distanza, ma era comunque capace di avere degli amici. Man mano che la serie è andata avanti, è diventata più introversa, più sfiancata e ostile”. Anche Oslo è cambiata? “Sì, leggendo l’intera serie di Hanne ci si rende conto di quanto in questi anni Oslo si sia evoluta dal punto di vista tecnologico. Ma il primo e più importante cambiamento è stato il suo diventare una città multiculturale. Negli ultimi romanzi della serie mi sono ritrovata ad affrontare il razzismo e altre tematiche imposte da questa sua nuova natura. E se la serie fosse nata oggi, la questione razziale sarebbe stata di sicuro il tema dominante”. A inizio anni 90, ha scelto invece la giustizia come tema principale… “Sì, anche se non la definirei esattamente così. Più che altro è una specie di idea dominante, un chiodo fisso da cui è nato il libro. Quando ho scritto La dea cieca mi stava a cuore più che altro la possibilità di inventare personaggi che avrei continuato a usare nei romanzi successivi. Poi però ha messo momentaneamente da parte la Wilhelmsen e ha avviato una serie in cui, a investigare, è la coppia Vik & Stubø. Si era stancata di Hanne? “Non direi. Nel 2007 ho anche pubblicato un romanzo (La porta chiusa, n.d.r.) in cui si incontravano tutti e tre: Hanne, Vik & Stubø. E l’anno dopo sono tornata a scrivere una storia in cui è Hanne Wilhelmsen a investigare (1222, ancora inedito in Italia, n.d.r.). Quando ho inventato Vik & Stubø l’ho fatto solo perché volevo scrivere storie che non erano adatte a Hanne. Così come ci sono vicende da raccontare che sono più vicine a Hanne, che a Vik & Stubø”. In cosa è diversa Hanne da Vic & Stubø? “Loro sono senz’altro più felici, più soddisfatti delle loro vite. Wilhelmsen avrebbe bisogno di un aiuto psicologico, ma non osa chiederlo. Ha troppa paura per farlo”. È facile raccontare un personaggio irrisolto come lei? “Quando scrivi un poliziesco di solito hai a che fare con personaggi irrisolti: la sfida sta nell’evitarlo, è la cosa che dà più soddisfazione. Il poliziesco è un genere in cui i protagonisti di solito sono tormentati: rompere questa regola, come ho fatto con Vik & Stubø, è stato difficile quanto intrigante”. Nei suoi romanzi ha affrontato più volte il tema della famiglia. Ha denunciato i limiti di quella tradizionale e l’assenza di un nuovo modello che ne prenda il posto. Pensa sul serio che sia possibile costruire una famiglia funzionale? “Nessuna famiglia è perfetta, e solo affrontandone le imperfezioni si può costruire un altro modo di vivere i rapporti tra marito e moglie e tra genitori e figli. Purtroppo non ho la ricetta per una nuova famiglia. Se l’avessi la scriverei, la pubblicherei, la venderei: allora sì che diventerei ricca!” Lei è cresciuta nella piccolissima città di Lillestrøm. Ma per sua figlia ha scelto Oslo. Secondo lei una capitale può garantire un’infanzia migliore? “Da bambini si può essere felici in cittadine minuscole, grandi metropoli o aree rurali. La cosa importante, ancora una volta, è la famiglia in cui cresci. Io, per esempio, posso dire di avere avuto un’infanzia felice. L’infanzia è un momento della vita che lascia inevitabilmente cicatrici e ferite. È così per tutti. A me ne ha lasciate pochissime”. Di recente ha detto di amare gli Stati Uniti, più di una volta li ha definiti il paese più interessante, affascinante al mondo. Durante l’ultima campagna presidenziale americana ha sostenuto la candidatura di Barack Obama. Dopo la sua elezione non ha avuto la tentazione di trasferirsi lì con la sua famiglia? “Ho vissuto in America per diversi periodi nella mia vita, anche se negli otto anni di amministrazione Bush mi sono ben guardata dal metterci piede. Con Obama ho ripreso a amarla. Da quando ho una figlia, però, non ho mai pensato di lasciare la Norvegia per sempre. È un buon paese dove crescere, sia per una bambina sia per u- na figlia di genitori dello stesso sesso”.
di Roberto Galaverni
Come parla di poesia Amelia Rosselli? È presto detto: con grande attenzione, intransigenza, precisione. Lo conferma la lettura di un libro importante: È vostra la vita che ho perso. Conversazioni e interviste 1964-1995, a cura di Monica Venturini e Silvia De March, con una prefazione di Laura Barile (Le Lettere, “fuoriformato”, pp. 394, € 35,00). In realtà, a parte un solo frammento del 1964, il volume raccoglie interventi che vanno dalla metà degli anni settanta alla morte della scrittrice. Un ventennio che arriva a cose ormai fatte: dopo il terzo libro di versi del 1976, Documento, la Rosselli accetterà pochissimo da se stessa. Sono tuttavia anni di contatto continuo con la poesia, di lavoro su testi già scritti, di traduzioni e auto-traduzioni, di concentra-zione e di ascolto, non importa se più o meno corrisposto. A ogni pagina traspare, inconsumabile attraverso gli anni, la fedeltà a una vocazione poetica che è stata anche una scelta. Perché di questo si tratta: una vocazione alla poesia “istintiva”, perfino “biologica”, ma poi una scelta, un impegno fin da subito estremamente consapevole, anche del proprio rovescio autolesionistico. II titolo stesso del libro allude all’intrico perverso di magnanimità e d’ingratitudine esistenziale proprie di una decisione così senza mezze misure, così integrale, così assoluta. “Ho scelto di non sposarmi per non distrarmi da lei”, dice la Rosselli. E lei, ovviamente, è la poesia.
Forse anche per la similarità delle domande poste dagli intervistatori, torna attraverso gli anni un giro fisso di ricordi, temi e argomentazioni che fin dall’inizio e poi sempre più appaiono inevitabili. La Rosselli sembra possedere addirittura una memoria espressiva di natura formulare, dove le definizioni riescono tanto più invariabili quanto più rispondono al rischio di un fraintendimento della sua vicenda biografica, della sua disposizione creativa, della sua poesia. Se penso, ad esempio, al proliferare imprevedibile della conversazione di Zanzotto, dentro e fuori, di qua e di là, di su e di giù, e insomma dovunque si possa andare, qui al contrario ci si trova in un viaggio sopra biliari fissati come una volta per sempre. La Rosselli parla di poche cose, ma queste sempre e in tutto decisive. Essenzialità, chiarezza, se possibile verità. La Rosselli non distoglie lo sguardo di lì, non si allontana da quei suoi nuclei basici. Per questo – ed è la cosa che più si può apprezzare nel tono e modo delle sue parole – non è mai facilmente conciliante con i suoi interlocutori. E invece: concentrazione, esattezza, severità, calore, ecco come parla la Rosselli. Così, molto spesso la sua risposta procede attraverso la negazione diretta, il rovesciamento o la rettifica delle premesse implicite della domanda che le viene posta. Evidentemente, questo tono non può essere separato dalla qualità del suo pensiero. Sono le verità – le verità non trattabili – che una giovanissima ragazza approdata a Roma nell’immediato dopoguerra aveva saputo conquistarsi da sé, ripartendo come da zero quando tutto, forse anche i ricordi, sembrava essergli stato dato e poi subito tolto ancora prima di partire.
Non per questo le cose mancano. Gli snodi cruciali -i lutti, la diaspora – della storia familiare, i riferimenti alla vita privata alla sua “vita balorda”, come la chiama), le difficoltà economiche, la malattia, l’insonnia, le ossessioni e il senso di persecuzione, gli snidi musicali, le letture, gli amici, i giudizi sui poeti (sì a Montale, Penna, Saba e Pavese, molto meno credito alla neoavanguardia, troppo accademica e pedante, con l’eccezione sempre ribadita di porta) le riflessioni sui propri libri, la metrica, le scelte linguistiche e espressive dei lapsus… E poi le osservazioni sull’isolamento e la solitudine, intese sì come una ritorsione della vita e del destino, una condizione difficile che si deve subire, ma poi anche come qualcosa di elettivo e d’irrinunciabile, proprio perché coincidente con lo spazio stesso del respiro della poesia. Ed è proprio sulla poesia, sui procedimenti creativi, sul rapporto tra vita e scrittura che vengono fatte le considerazioni più importanti. L’argomentare della Rosselli possiede un impianto teorico semplice e rigoroso. Qui davvero più che mai non tollera che si diano equivoci. Tutti gli interventi raccolti nel libro in fondo gravitano attorno alla rivendicazione della globalità, dell’autonomia, della libertà, del valore attivo delle sue scelte e
dei suoi risultati di poesia. In questo senso, la Rosselli rifiuta qualsiasi incasellamento o rappresentanza meccanica di una parte definita, a partire dalla propria. Di qui l’insistenza sulle risultanze filosofi-che e conoscitive della sua poesia, sull’estraneità alla presa diretta dell’autobiografia e della confessione, sull'”uscita dall’io”. Il suo fondamentale “contenutismo”, come lo definisce con un termine che non ama, allude proprio alla volontà di superare la dimensione privata per accedere a un'”esperienza” non soltanto personale o soggettiva. “La poesia”, dice la Rosselli, “non deve essere confessione, ma ricerca di verità”. O ancora: “la nevrosi non si può farla dilagare in forma di libro da far comprare. È inutile esprimerla come sostanza della poesia”. Ecco allora il costante, ferreo, pervicace riferimento al distacco della conoscenza, alle procedure di composizione poetica, alle scelte del codice metrico, all’oggettivazione linguistica e espressiva, o se si preferisce all'”attenzione a non sbrodolare”…
Questa raccolta di interviste sembra rispondere anzitutto a quanti hanno cercato indebitamente nella Rosselli la legittimazione di una poesia intesa ora come libera verbalizzazione di una presunta, santissima verità psichica e ombelicale, ora come presunzione di un contatto magico, sacerdotale con qualcosa di altrimenti insondabile e indicibile, cadendo così in uno dei più infestanti – se preso per questo verso – “poetesi” della nostra poesia degli ultimi decenni. Non sono una “sibilla”, non sono una “veggente” dice la Rosselli. “Non c’è nulla di profetico nei miei versi […]. Ho costruito la mia poesia anche con l’ispirazione, ma non con le “facoltà magiche”. Ho fatto studi di psicologia, perfino di alchimia, e non ci sono cascata”. Sembra di sentire perfino le parole dì un’intervista del grande Auden, il più intelligente dei poeti: “Potevo scegliere diversi modi di drenare una miniera, ma non mi era permesso usare strumenti magici”. Per chi voglia essere un poeta – è la stessa Rosselli a dirlo – “non v’è differenza”,
E questo vale anche in relazione alla questione essenziale della “femminilità” (o, sul piano sociale e politico, del femminismo), su cui la Rosselli torna molte volte, a ribadire che si tratta di una premessa, di una componente, di una motivazione importante ma mai coincidente con un tutto – la sua volontà di essere poeta, la sua poesia – che non ne discende direttamente, quanto la comprende in sé rimanendo comunque una cosa diversa. Così quello che scrive della sua amata Sylvia Plath credo che valga anche, se non di più, per lei, la Rosselli: “non è mai stucchevolmente femminile, non rappresenta mai l’anima femminile come genere in sé. Quando sceglie qua e là metafore e temi di questa natura lo fa per ricordare al pubblico il suo sesso. Ma quando non ci bada non si indovinerebbe mai. Ha una sua virilità femminile”. Come la Rosselli sapeva che una buona causa non basta a scrivere una buona poesia, così era anche consapevole di essere un poeta, un poeta senza aggettivi, un poeta e basta; e come tale voleva essere letta e compresa. La poesia della Rosselli non è – la parola dunque è sua -una poesia di “genere”.
Antonella Cattorini Cattaneo
Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicate e altri scritti, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino. In omaggio il dvd Poesia che mi guardi di Marina Spada ( prodotto da Renata Tardani per Miro Film , Luca Sossella Editore, Bologna 2010). Euro 20,00
“Le mie parole sono le immagini , immagini per non sentirmi estranea, per darmi un motivo nel mondo. Leggo le parole dei poeti per capire il mio cuore e quello degli altri”.
Con questa frase di Antonia Pozzi, mentre scorrono immagini della Milano di oggi, si apre il film a lei dedicato dalla regista Marina Spada, ora in vendita abbinato ad un libro che comprende la più ampia raccolta di scritti di e su Antonia, finora pubblicati.
In queste brevi righe è possibile rintracciare il filo conduttore del lavoro della Spada che ha sfidato un’ affermazione del regista E.Rohmer, recentemente scomparso: “L’unica cosa che non è filmabile è la poesia”. Dopo tre anni di lavorazione ha infatti messo a punto una pregevole sintesi cinematografica di brani visivi e letterari per ricordare e far rivivere la poetessa lombarda nata a Milano nel 1912 e lì morta per sua mano nel 1938, a 26 anni. Una vita giovane che nel film è ricostruita e scoperta da quattro giovani veicolando immagini e poesie, servendosi di differenti mezzi comunicativi. Dai più tradizionali e vicini alla stessa Pozzi che amava fotografare e farsi riprendere in filmini amatoriali, alle più attuali pagine web e poi ai volantini, ai manifesti pubblicitari che circoleranno nell’intera città e, naturalmente, al cinema.
Nel lavoro della Spada il tema della comunicazione è centrale e sostenuto proprio dalla poesia, capace di superare barriere spazio-temporali e vincere i limiti delle tradizioni e delle mode. Antonia Pozzi, con la sua faticosa esperienza esistenziale visse fino in fondo questa scelta artistica soffrendo le molte incomprensioni della sua famiglia alto-borghese e, in parte, del gruppo di intellettuali che frequentava. Ovvero gli allievi del filosofo Antonio Banfi, docente di Storia della filosofia e di estetica presso la Regia Università di Milano e con il quale ella si laureò con una tesi su Flaubert.
Le sue scelte di vita e la sua scrittura furono poco accolte o addirittura negate da chi viveva accanto a lei in quegli anni e a fatica rinunciava a scelte espressive e culturali estranee al regime fascista. La sua linea comunicativa era invece diaristica, relazionale, inquieta e corporea. La Spada ho colto molto bene quest’ultima dimensione della poesia di Antonia Pozzi affidando ad uno studente universitario di Medicina,”contagiato” come gli altri protagonisti, dal “virus poetico”, tale affermazione: “Secondo me i medici hanno bisogno dell’aiuto dei poeti. In fondo il medico e il poeta fanno lo stesso lavoro, guardando al di là della superficie, sotto la pelle delle cose”. Anche sostando sulle fotografie della Pozzi che in parte scorrono nel film ( si veda anche il bel catalogo ANTONIA POZZI, Nelle immagini l’anima, Antologia fotografica a cura di L. Pellegatta e O.Dino, Ancora, Milano, 2007), è possibile rintracciare l’attenzione vivissima alle cose, ai corpi naturali, come le amatissime montagne, i paesaggi della Valsassina, i lavoratori e lavoratrici della terra, i bambini. Non fu solo la scuola di Banfi, studioso della fenomenologia husserliana , a farle apprezzare e descrivere le cose che sono. E’ infatti possibile scorgere nelle sue parole e nelle sue immagini il realismo della più ricca tradizione lombarda e la cura tutta femminile della corporeità. Graziella Bernabò nel suo saggio parla infatti della grande capacità letteraria della Pozzi di utilizzare il linguaggio metonimico vicino al sentire corporeo della donna e così di restituire l’immaginario femminile sia nella sua vena più malinconia sia nella fiera consapevolezza della sua identità. Con la Bernabò è suor Onorina Dino, responsabile dell’Archivio Antonia Pozzi di Pasturo a curare questa raccolta di poesie, pagine di diario e lettere di Antonia. A loro si deve anche la selezione di alcuni scritti critici e la bibliografia molto nutrita e in costante aggiornamento on line da Tiziana Altea sul sito www.antoniapozzi.it
Diverse voci di donne – la regista, la produttrice , le curatrici della raccolta letteraria e alcune firme dei saggi critici – e opere sotto un titolo solo-un verso della poetessa – idealmente unite a lei e a molte altre nella ricerca di immagini e di parole per darsi ” un motivo nel mondo”.
Viola Papetti
Non si può dire che la veste tipografica di questa antologia Corporea Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, con l’indispensabile prefazione di Liliana Borghi (Le Voci della Luna Poesia, Segni/4, pp. 204, € 12,00) sia vanitosa, e ostenti la patinata eleganza che sempre ricopre il femminile. Anzi, sono quasi irritanti nella loro ambiguità le immagini derivate da nove opere di Francesca Romana Pinzari: grigie, nere, rossastre parti di un corpo femminile seminudo, non si capisce se abbracciato o torturato, intercalate fra poesie, in inglese e in italiano, di scrittrici famose negli ultimi quarant’anni, da Margaret Atwood a Alice Walker.
Pagine dai margini ristretti, suppongo per economia, ma che danno anche un’idea di forzata costrizione entro gabbie, piccole carceri individuali da cui la scrittura fuoriesce come un urlo educato alla forma, uno strappo che però non lacera il foglio. Non rinunciano a prendere parola, per quanto il prezzo sia alto e lo sforzo al limite, come nel caso di Judith Wright, australiana, poco conosciuta da noi, qui con un’unica poesia “Naked girl and mirror / Ragazza nuda e specchio”.
il corpo delle donne è capace anche di scherzare, ma in genere si sente in fuga, tende a svincolarsi dalla proprietaria. “Questa non sono io. Una volta ero senza corpo” lamenta Wright, e con lei molte di noi. Anche Margie Piercy in “My Mother’s Body / il corpo di mia madre” dice l’estrema angoscia di non riconoscersi se non nel corpo di un’altra, inevitabile, ostile. La figlia è derubata dalla madre, la madre dalla figlia. Che sia il doppio culturale del sé femminile, o un doppio biologico, installato al principio e alla fine della vita della figlia (e alla fine di quello della madre) la minaccia è distruttiva. “Questo corpo è il tuo corpo, ceneri ora / e rose, ma vivo nei miei occhi, nei miei seni, / la mia gola, i miei fianchi. Tu fai scorrere in me / un sapore di sale negli affluenti del mio sangue, / / mi canti nella mente come vino. Ciò che / non hai osato in vita l’hai osato nella mia”.
Questa piccola antologia fa pensare a un arco teso per uno sforzo quasi impossibile, anche se necessario. Il percorso del pensiero femminista non è né facile né facilmente accessibile, e direi però che la poesia meglio di altri generi letterari può rendere i picchi improvvisi, e i ristagni paludosi. O un’estetica nuova ispirata da corpi che non obbediscono ai canoni correnti, vedi “Homage to My Hips / Tributo ai miei fianchi” di Lucille Clifton: “questi fianchi sono fianchi larghi / hanno bisogno di spazio per / andarsene in giro…”, e di Tania Rochelle “My Ass Says Hello / il mio culo saluta”: “da li dove, improvvisamente riempie tutto lo specchio. Vuole portarmi a comprare taglie comode, mi / prega di smetterla con il jogging, ‘Basta nat-chine / e lattughine!”. Negli interstizi della psiche angosciata la parola nuda della poesia penetra come una fredda lama, e scosta il groviglio delle emozioni. Si può parlare di acne, anoressia, bulimia, mastectomia, menarca, gravidanza, parto… con impudicizia. Sotto il titolo “Desiderio” c’è una scelta volutamente limitata di poesia erotica femminile perché già in parte tradotta in una antologia del 2006, Gatti come angeli (a cura di L. Magazzeni e A. Sirotti). Superfluo osservare che è una spiritosa, amabile, commedia a due, sia la coppia etero o omo, sia che si tratti di sedurre un architetto troppo impegnato nel suo lavoro ( Laux), o incastrarsi opportunamente per dormire abbracciati (Stevenson), o mantenere simbolicamente luminoso (qui l’altra assente è rappresentata dal suo giro di perle) il desiderio algido di lei (Duffyl). Sharon Olds, americana, è la più intima con la parola e con il racconto dell’eros, quella che fa sentire il respiro e la febbre e il grido dell’orgasmo anche se è così sofisticata da imitare la sillabazione fratturata e ansimante dell’Hopkins degli ultimi sonetti. Olds è una mistica di passioni e invasioni non divine, ma corporee. “The Factors / I vasai” rinnova il linguaggio erotico e la narrazione dell’atto. “Non si può chiamarla / pazienza, quando ti inginocchi, ti giri, / ti alzi, tirandolo, spingendolo fuori / l’amore prodotto in ognuno / metà d’un dio, che chiama / l’altra metà, dentro l’altro, / vieni, vieni, sì o mio tesoro, mio / carissimo, vieni”. In “When it comes / Quando arriva” si chiede cosa pensino gli uomini quando arriva il sangue mestruale: “… noi guardiamo il sangue versarsi lento dal nostro sesso, / come se la terra sospirasse lievemente, / e la sentissimo e la vedessimo, / come se la vita gemesse un poco, di meraviglia, e noi fossimo lei”. L’intelligenza del corpo che sa e produce meglio dello spirito è esaltata anche da Stevenson, Feinstein, Clanchy… a guardare bene in tutte. E da lì infatti muove il nuovo linguaggio delle donne. Che però si appanna quando deve parlare dei non nati, il loro “barlume” di moscerini, piccoli fantasmi dolorosi che si aggirano di notte nei sogni della non madre. Invece il colloquio con il proprio corpo diventa più abituale con la malattia e la vecchiaia. La poesia accenna un sorriso nel sonetto alla vagina di Joan Larkin, e nel giocoso, felice progetto covato da Jenny Joseph, di trasformarsi in vecchia stracciona. Diventa dura, prosastica, quando affronta il tema dello stupro, sfugge si direbbe. La ‘cosa’ in questione non si lascia facilmente mettere in bella forma. “Certi giorni quando ci baciamo / chiudiamo gli occhi. / Certi giorni quando chiudiamo gli occhi / ci baciamo. / Certi giorni non leggiamo il giornale” (Mary Dorcey, “A Woman in Another War / Una donna in un’altra guerra”. Ho tralasciato di parlare di due autrici ben note in Italia, Adrienne Rich e Margaret Atwood, per dare spazio ad altre poco o niente conosciute. Forse Carol Ann Duffy, di luminoso, scintillante wit, meriterebbe un libro in italiano tutto suo. Ottimo il lavoro delle traduttrici quasi sempre anche curatrici (Magazzeni, Mormile, Porster, Robustelli), a cui vorrei aggiungere un particolare apprezzamento per Elisa Biagini che da tempo e in più occasioni si è fatta traghettatrice di questa poesie.
Luca Sossella Editore 2010
Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicate e altri scritti, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino. In omaggio il dvd Poesia che mi guardi di Marina Spada ( prodotto da Renata Tardani per Miro Film , Luca Sossella Editore , Bologna 2010). Euro 20,00
“Le mie parole sono le immagini , immagini per non sentirmi estranea, per darmi un motivo nel mondo. Leggo le parole dei poeti per capire il mio cuore e quello degli altri”.
Con questa frase di Antonia Pozzi, mentre scorrono immagini della Milano di oggi, si apre il film a lei dedicato dalla regista Marina Spada, ora in vendita abbinato ad un libro che comprende la più ampia raccolta di scritti di e su Antonia, finora pubblicati.
In queste brevi righe è possibile rintracciare il filo conduttore del lavoro della Spada che ha sfidato un’ affermazione del regista E.Rohmer, recentemente scomparso: “L’unica cosa che non è filmabile è la poesia”. Dopo tre anni di lavorazione ha infatti messo a punto una pregevole sintesi cinematografica di brani visivi e letterari per ricordare e far rivivere la poetessa lombarda nata a Milano nel 1912 e lì morta per sua mano nel 1938, a 26 anni. Una vita giovane che nel film è ricostruita e scoperta da quattro giovani veicolando immagini e poesie, servendosi di differenti mezzi comunicativi. Dai più tradizionali e vicini alla stessa Pozzi che amava fotografare e farsi riprendere in filmini amatoriali, alle più attuali pagine web e poi ai volantini, ai manifesti pubblicitari che circoleranno nell’intera città e, naturalmente, al cinema.
Nel lavoro della Spada il tema della comunicazione è centrale e sostenuto proprio dalla poesia, capace di superare barriere spazio-temporali e vincere i limiti delle tradizioni e delle mode. Antonia Pozzi, con la sua faticosa esperienza esistenziale visse fino in fondo questa scelta artistica soffrendo le molte incomprensioni della sua famiglia alto-borghese e, in parte, del gruppo di intellettuali che frequentava. Ovvero gli allievi del filosofo Antonio Banfi, docente di Storia della filosofia e di estetica presso la Regia Università di Milano e con il quale ella si laureò con una tesi su Flaubert.
Le sue scelte di vita e la sua scrittura furono poco accolte o addirittura negate da chi viveva accanto a lei in quegli anni e a fatica rinunciava a scelte espressive e culturali estranee al regime fascista. La sua linea comunicativa era invece diaristica, relazionale, inquieta e corporea. La Spada ho colto molto bene quest’ultima dimensione della poesia di Antonia Pozzi affidando ad uno studente universitario di Medicina,”contagiato” come gli altri protagonisti, dal “virus poetico”, tale affermazione: “Secondo me i medici hanno bisogno dell’aiuto dei poeti. In fondo il medico e il poeta fanno lo stesso lavoro, guardando al di là della superficie, sotto la pelle delle cose”. Anche sostando sulle fotografie della Pozzi che in parte scorrono nel film ( si veda anche il bel catalogo ANTONIA POZZI, Nelle immagini l’anima, Antologia fotografica a cura di L. Pellegatta e O.Dino, Ancora, Milano, 2007), è possibile rintracciare l’attenzione vivissima alle cose, ai corpi naturali, come le amatissime montagne, i paesaggi della Valsassina, i lavoratori e lavoratrici della terra, i bambini. Non fu solo la scuola di Banfi, studioso della fenomenologia husserliana , a farle apprezzare e descrivere le cose che sono. E’ infatti possibile scorgere nelle sue parole e nelle sue immagini il realismo della più ricca tradizione lombarda e la cura tutta femminile della corporeità. Graziella Bernabò nel suo saggio parla infatti della grande capacità letteraria della Pozzi di utilizzare il linguaggio metonimico vicino al sentire corporeo della donna e così di restituire l’immaginario femminile sia nella sua vena più malinconia sia nella fiera consapevolezza della sua identità. Con la Bernabò è suor Onorina Dino, responsabile dell’Archivio Antonia Pozzi di Pasturo a curare questa raccolta di poesie, pagine di diario e lettere di Antonia. A loro si deve anche la selezione di alcuni scritti critici e la bibliografia molto nutrita e in costante aggiornamento on line da Tiziana Altea sul sito www.antoniapozzi.it
Diverse voci di donne – la regista, la produttrice , le curatrici della raccolta letteraria e alcune firme dei saggi critici – e opere sotto un titolo solo-un verso della poetessa – idealmente unite a lei e a molte altre nella ricerca di immagini e di parole per darsi ” un motivo nel mondo”.
Susanna Nirenstein
Questa è una storia vera. Vera, poetica e sorprendente. Al centro, una ragazzina di umilissime origini con una smodata passione per la “caccia” ai fossili che in genere vende per aiutare la famiglia: siamo all’ inizio dell’ Ottocento, sulle coste del Sussex, e Mary Anning, questo è il suo nome, scopre sulle scogliere i resti preistorici di quelli che verranno chiamati ictosauri e plesiosauri, ossa pietrificate di grandi dinosauri che dimostreranno la teoria dell’ estinzione delle specie e, dunque, apriranno le porte al pensiero di Darwin.
I visitatori dei Musei della Scienza anglosassoni forse avranno visto il suo nome su qualche vetrina: riconoscimenti che furono difficili da ottenere perché nel mondo di allora le doti scientifiche femminili semplicemente non erano ammissibili. Mary è una piccola donna con un’ energia e un occhio speciale. Colpita da un fulmine quand’ era bambina, si aggira determinata per spiaggee rocce con un piglio selvaggio. L’ unica ad avvicinarla e a stringerci una salda amicizia è Elizabeth Philpot, educata trentenne di ottima famiglia già considerata zitella per sempre, invaghita come Mary Anning di quelle Strane creature, titolo del romanzo che Tracy Chevalier, la best seller della Ragazza con l’ orecchino di perla, le ha dedicato (Neri Pozza pagg. 288, euro 16,50).
Questa è la storia vera di un universo femminile dotato di una vita intellettuale anticonformista propria, che attraversa le classi, e nel romanzo non disdegna affatto uomini e amori (personaggi realmente esistiti) nonostante non possa, per consuetudine sociale, riceverne gioie e favori determinanti. Una storia con cui Tracy Chevalier, anche se ogni tanto si abbandona a un tono da fiaba, ha voluto ancora una volta rendere omaggio a eroine che vogliono sottrarsi al loro destino e spiccare in volo.
Mary Anning
Quando ha scelto di raccontare Mary Anning?
«Ho scoperto Mary in un piccolo museo di dinosauri dove ero andata con mio figlio. Non ne avevo mai sentito parlare, ma mi ha attratto immediatamente. Mi è piaciuto molto anche il fatto che fosse stata colpita da un fulmine da bambina. Lì, fin da subito, ho saputo che ne avrei scritto».
Quando si viene informati, alla fine del libro, che questa è una storia vera e non una favola, il romanzo diventa molto più coinvolgente. Perché non lo ha scritto all’ inizio?
«Avrei allontanato il pubblico dalla fiction, gli avrei fatto pensare di star leggendo una biografia. Non volevo distinguere così marcatamente realtà e racconto. Penso che la maggior parte dei romanzi siano simili- ti assorbono così tanto che il loro mondo immaginario finisce per esistere davvero. Ecco, vorrei che il lettore creasse quel nuovo universo dentro di sé, e poi, alla fine, scoprendo che Mary e Elizabeth sono esistite, semplicemente confermasse le sensazioni già avute».
Cosa l’ attraeva maggiormente in Mary? Che fosse una ragazza povera con una forte passione intellettuale? Che le sue scoperte abbiano provato la teoria dell’estinzione delle specie?
«Due elementi: era una donna e apparteneva alla classe operaia. Ero comunque affascinata anche dal fatto che fosse una figura femminile eccezionale e volesse un riconoscimento nel mondo degli uomini. Certo, l’ impatto del suo lavoro sul mondo scientifico fu fondamentale, tanto più che ancora oggi ci sono molti creazionisti (specie in America) che rifiutano Darwin».
Nel dibattito di allora che cosa l’ ha colpita?
«Nel XIX secolo i fossili trovati da Mery Anning costrinsero le persone a mettere in dubbio l’ assunto comune che il mondo fosse stato creato da Dio seimila anni fa, in sei giorni. Fecero capire che la Bibbia non poteva essere presa alla lettera, ma doveva essere interpretata: la terra era molto più vecchia, e tante specie si erano estinte».
Cambiamo argomento. Jane Austen ha scritto molto di donne povere, sole e coraggiose dell’ Ottocento. Ma alla fine le sue eroine si sposano sempre. Qui, invece, le protagoniste rimangono tutte zitelle. «Mary Anning e Elizabeth Philpot – l’ altro personaggio principale – furono donne che non si sposarono in una società che da loro si aspettava solo questo. Senza matrimonio non c’ era né sicurezza né autorità. Una zitella non era nessuno. Jane Austen dà ai lettori l’ happy end che desiderano; nella realtà, invece, molte – e la stessa Austen – restavano sole, senza denaro, completamente dipendenti dagli altri membri della famiglia. In un certo senso Strane creature analizza quel che succederebbe alle misses della Austen se non trovassero un uomo da sposare. Avrebbero altre opzioni? Credo che Mary e Elizabeth le abbiano trovate: i fossili, e se stesse, l’ una per l’ altra. La loro amicizia è molto importante nel romanzo».
Dall’ altra parte qui tratteggia uomini sempre lontani, chiusi, senza alcuna percezione dell’ altro. Li vede così?
«Non sempre, ma in questo libro sì. Questa è una storia sulle donne che devono trovare una propria strada: gli uomini rimangono ai margini».
Lei scrive spesso di incontri, amicizie, amori tra persone che appartengono a classi diverse. Penso anche a La ragazza con l’ orecchino di perla o a Quando cadono gli angeli.
«Non ci avevo mai pensato. Il fatto è che scrivo spesso di individui (in genere donne) che non sono felici della loro condizione sociale e cercano un’ altra vita. Un atteggiamento che comporta l’ attraversamento di frontiere sociali ed economiche».
Lei è rimasta per tutti l’ autrice dell’ Orecchino di perla. Le pesa? Paragona sempre i risultati dei suoi nuovi libri a quelli del romanzo su Vermeer? Ha capito quali furono le ragioni profonde di quel successo?
«È meraviglioso essere stata un best seller, ma sì, è anche un peso. Tutto quel che faccio viene confrontato all’ Orecchino di perla, e non solo da lettori e editori, ma da me stessa. Quanto ai motivi del successo, penso abbia qualcosa a che fare con l’ eccezionalità di Vermeer, come se il suo appeal si fosse riflesso sul mio libro».
Lei è americana, eppure ambienta tutti i suoi romanzi in Europa. Come mai?
«Ho vissuto in Inghilterra 25 anni, ma mi sento ancora americana. Credo mi piaccia il mio essere una outsider. Mi tengo da una parte e guardo quel che succede, senza sentirmi responsabile. È un’ ottima posizione per uno scrittore». Scriverà mai una storia contemporanea? «Ho pensato più volte di farlo, poi ho cambiato idea. Invece sto scrivendo un altro romanzo storico, ma questa volta, finalmente, si svolge in America! Parlerà di una famiglia quacchera del XIX secolo che aiuta degli schiavi a scappare dal Sud verso il Nord e la libertà».
Tracy Chevalier
Strane creature
Neri Pozza pagg. 288, euro 16,50
Nadia Fusini
Ho degli amici – uno scrittore, l’altra poeta – che scrivono, ma non leggono libri. Quelli degli altri, intendo. Dicono che a loro non interessa. Forse lo fanno per via di quella che Bloom chiama l’ansia dell’influenza. O forse, evitano così certi confronti. Sono tutte buone ragioni. Io però amo gli scrittori che leggono. Non immagino neanche che si possa vivere né scrivere senza leggere. Che è la stessa idea che muove a leggere e a scrivere Elisabetta Rasy, la quale ha raccolto in volume le sue letture. Letture che pratica da anni, essendo oltre che scrittrice, una avida lettrice. Lo ha fatto e lo fa anche per mestiere dalle pagine culturali di diversi giornali. Ma lo fa soprattutto come una pratica di meditazione: coltiva così non solo l’anima, la mente, il gusto, la coscienza. Anche lo stile.
Sotto il titolo di Memorie di una lettrice notturna, raccoglie alcuni suoi incontri con i libri che ha letto, osservando un solo criterio: che siano donne ad averli scritti. Include un breve cammeo di un’artista non della penna, ma del pennello, Frida Kahlo. E un solo uomo, Ovidio. Si doveva tale riguardo a chi ha scritto le Eroidi, “un perfetto esempio di scrittura femminile”, secondo Rasy. Dal che si deduce che la differenza sessuale non è qui giocata nel senso né biologico né ideologico. Ma si è disposti all’ascolto della medesima se e quando si manifesti nella parole.
Daniela Daniele
Incontro con la scrittrice italoamericana, che racconta il suo ultimo romanzo, Vivere un segreto, uscito per Mondadori. Concepito a ridosso dell’11 settembre, quando ogni velleità pacifista era destinata a restare frustrata, il libro è ambientato nel Midwest all’epoca di Reagan, e mette in scena la generazione dei reduci degli anni Settanta
In L. A. Girl, il libro con il quale si è fatta conoscere al pubblico italiano, Dana Spiotta raccontava il manierismo e le ipocrisie del mondo del cinema a partire da un ristorante alla moda dove, tra impeccabilità del catering e video porno, si consumava la decadenza di fine millennio. Alla sua seconda prova, l’autrice lascia il trionfo delle superfici hollywoodiane, dove spogliarsi davanti a una telecamera è più facile che mettere a nudo se stessi, per addentrarsi in contesti americani più periferici e irrapresentati, in quelle regioni della soggettività che sono esclusivo appannaggio della letteratura.
Eat the Document, uscito negli Stati Uniti nel 2006 e tradotto da Delfina Vezzoli per Mondadori col titolo Vivere un segreto, è la storia della generazione invisibile dei reduci degli anni Settanta, spersi nelle province del Midwest in una condizione di disperante isolamento, mentre continuano, a modo loro, una rivoluzione tradita. C’è Mary che, a dispetto delle amiche, si rifiuta di addossare al fidanzato la responsabilità dei suoi atti di sabotaggio, Nash che ospita nella sua libreria dell’usato le confuse riunioni di giovani cyberpunk coperti da borchie e tatuaggi, e la sofferta alienazione di Harry. I personaggi vengono ritratti negli anni reaganiani della crisi della controcultura, e danno vita a un libro che – come spiega l’autrice – è stato concepito dopo l’11 settembre, in un periodo frustrante anche per chi tentava di mantenere vivo l’impegno pacifista. Accanto al silenzio dei movimenti di protesta, il romanzo coglie, però, la curiosa pazienza con cui Jason, il figlio di Mary, ricompone – nel silenzio dell’assonnata cittadina del Midwest dove vive con la madre – la storia dei conflitti sociali in cui lei era stata coinvolta. Non è l’ideologia a ricollegarlo a quel turbolento passato, bensì la passione per vecchi vinili, pellicole graffiate e la musica di quegli anni perduti – il titolo originale del romanzo, Eat the Document, evoca il film underground tratto da una famosa tournée di Bob Dylan.
Spiotta lascia che sia la fascinosa obsolescenza di questi oggetti desueti a trasmettere la forza residuale di un’eredità politica e culturale che, anche nelle sue forme più estreme, riconduce alla storia del dissenso negli Stati Uniti. Non trovano giustificazione, invece, gli aspetti settari e intolleranti, quelli con cui per esempio tratteggia, in chiave satirica, la comune di «Mother Goose», dove – accanto a relazioni alternative – si sperimentano forme di separatismo radicale e di «franchising» della controcultura che, come aveva già prefigurato il trascendentalista Nathaniel Hawthorne nella Casa della gioia, in parte giustificano la disaffezione e il disincanto dei più giovani. «Sì, nel libro racconto delle comuni degli anni Settanta come parte di una lunga storia di utopie iniziata nella metà dell’Ottocento, utopie sulle quali il mio paese ha costruito la sua democrazia. Io non parteciperei mai a questi esperimenti comunitari: sono una italo-americana e la famiglia soddisfa ampiamente il mio bisogno di condivisione di spazi pubblici e privati; ma ne parlo perché vedo persistere il desiderio di costituire stili di vita e ambienti ispirati a una maggiore eguaglianza e progetti di economia no-profit ed eco-compatibile. Anch’io, per quanto resti legata a Los Angeles, dove ho lavorato anche come sceneggiatrice, a un certo punto mi sono trasferita in una città più piccola, lontana dai ritmi e dalle relazioni stressanti imposti dall’imperativo della produttività, alla ricerca ossessiva di scenari inediti e di novità assolute da consumare velocemente. Oggi, invece, l’America ha bisogno di riflettere sul suo passato, e sul modo in cui ha costruito, a partire da varie forme di dissenso, la sua democrazia. A Seattle, che è una città radicale molto importante nella mia formazione, ho fatto ricerche sulla storia perduta dei lavoratori, dei wobblies.
Nel romanzo lei si è ispirata a Katherine Ann Power, una attivista vicina alle Pantere nere che si è consegnata alla giustizia dopo più di vent’anni anni di clandestinità. Durante la campagna elettorale, Obama è stato accusato di aver collaborato a Chicago con militanti che nel ’68 erano stati coinvolti in atti di sabotaggio contro banche e multinazionali, costruendo una rete internazionalista che apparentemente offrì anche aiuti materili per aiutare Cuba a consolidare le condizioni della sua indipendenza. Lei che ne dice?
Obama ha potuto facilmente difendersi dall’accusa di connivenza con il terrorismo degli anni Settanta perché generazionalmente estraneo a quelle forme distruttive di attivismo, ma mi pare importante che sia stato il primo presidente ad avere saputo collaborare con un mondo underground erroneamente identificato con la violenza politica. E che ha dato, invece, un forte contributo al volontariato e a estendere il diritto all’istruzione. Credo che la storia dell’underground dovrebbe riportare alla luce questi aspetti positivi e solidali della nostra storia politica, perché fanno parte di un patrimonio che la sinistra non deve dimenticare, se non vuole rifare gli errori del passato. Oggi come ieri, questi movimenti ci parlano del Vietnam e di altre guerre sbagliate, e delle persone che hanno fatto di tutto per fermarle, pagando per questo il prezzo dell’isolamento e della morte sociale. Addossare a loro tutte le responsabilità politiche di una sconfitta culturale significa, per la sinistra, persistere nei propri limiti, e perpetuare una chiusura difensiva che arriva a forme di ostruzionismo moralista e a nuove forme di integralismo.
La critica del «New York Times» Michico Kakutami l’ha definita l’erede di DeLillo, un autore al quale lei spesso allude, fino a parafrasarlo, nella sua narrativa.
DeLillo resta per me un modello, è riuscito a resistere alla tendenza dell’industria culturale di trasformare gli scrittori in prodotti di consumo. Diversamente da Pynchon, fermamente determinato a non concedersi al di fuori della veste editoriale, DeLillo ha raggiunto un equilibrio invidiabile tra il bisogno di difendere la solitudine che gli è necessaria per scrivere e quello di comunicare in pubblico le proprie idee, mostrando che, anche in una fase di forte mercificazione della cultura, lo scrittore americano può continuare ad esprimere i suoi dubbi sul presente e sui limiti della politica, senza lasciarsi sommergere dalla vulgata.
Nel romanzo si avverte la difficoltà, da parte della sinistra, di trasmettere i propri valori alle nuove generazioni: il figlio della militante vicina alle Black Panthers non pare condividere l’estremismo della madre, per esempio. E mi pare che questa mancata condivisione possa anche funzionare come un commento sulla diversa natura dei movimenti odierni, che mostrano meno tolleranza verso la violenza e più dimestichezza con le tecnologie.
I figli dei militanti degli anni Sessanta riscoprono la storia dei loro padri su Internet e attraverso i prodotti della controcultura. Nel romanzo, Jason ricostruisce il vero nome della madre grazie a un film underground che la ritrae sorridente durante un concerto. È come se le nuove generazioni, tecnicamente molto avvertite, recuperassero i valori del passato attraverso il culto feticista di oggetti e tecniche spesso oscuri e rudimentali.
Nel romanzo, la disgiunzione del punto di vista della madre da quello del figlio sottolinea la loro appartenenza a due diverse stagioni politiche, come se a legarli fosse una dialettica sotterranea, segnata da una distanza ideologica e culturale.
Il mio intento era quello di raccontare l’inevitabile silenzio che divide una madre dal proprio figlio, dal momento che, per forza di cose, gli anni che non hanno condiviso automaticamente escludono il figlio da una parte consistente della vita della madre, spesso destinata a rimanere un segreto per lui. Nel racconto, il silenzio tra i due è accentuato dal fatto che gli scenari a cui il figlio è anagraficamente estraneo coincidono con gli anni vissuti in clandestinità dalla madre, per cui la dimensione privata degli affetti diventa per lei uno spazio che paradossalmente l’aiuta ad affrancarsi dagli errori del passato. È come se la maternità la proteggesse dalla parte di sé che non si esprime nel rapporto col figlio, accentuando un silenzio di cui, però, alla fine, lui la incolperà.
Natalia Aspesi
Con il massimo tempismo, Cesare Lombroso torna tra noi: la nuova casa editrice, “et al.”, ripubblica il suo celebre e funereo La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, scritto assieme al giovane Guglielmo Ferrero (assatanato disprezzatore delle donne, che poi divenne suo genero sposando la figlia Gina), testo fondamentale e monumentale (640 pagine, euro 32) della misoginia positivista, uscito per la prima volta e con gran successo internazionale nel 1893 dall´editore torinese Roux. Sarebbe esagerato dire, data la quantità di bizzarrie, e offese e deliri che accumula occupandosi delle donne, che pare scritto oggi, ma insomma… Oggi, il tempo delle volgarità verso le donne non asservite, delle escort invitate in politica, delle minorenni in carriera orizzontale, dell´esposizione mediatica dei corpi femminili, del favore erotico dei potenti verso le donne destinate al loro servizio, della sudditanza adorante di molte al maschio-padrone, del consolidarsi di un muro maschile che non sa più indignarsi e reagire al dileggio, alle provocazioni, al disprezzo verso le donne: come se la maschera civile e democratica stesse cadendo e finalmente si potesse tornare a quel convulso e arcigno ordine patriarcale che tra fine Ottocento e primi del Novecento riuscì, con gran sollievo maschile a sancire scientificamente e quindi inappellabilmente, (allora) l´inferiorità delle donne.
Questa nuova e integrale edizione italiana è arricchita dalla dottissima prefazione della storica Mary Gibson e della criminologa Nicole Hahn Rafter tradotta dal testo pubblicato dalla Duke University Press. Rallegra subito qualche simpatica contumelia verso le donne che, non essendo apertamente criminali e nemmeno prostitute (in questo caso doppiamente criminali, tenendo conto anche che l´adultera è una specie di prostituta), vengono definite “normali”. Anche in questo caso però, la donna che si immagina sposa e madre esemplare «ha molti caratteri che l´avvicinano al selvaggio, al fanciullo, e quindi al criminale: irosità, vendetta, gelosia, vanità». La sua atavica perversità anche se inavvertibile, si accentua in certi periodi: «Durante le mestruazioni nulla è più frequente che la menzogna, unita con la cattiveria e l´astuzia, le sleali maldicenze, le delazioni calunniose, le trame perfide, l´invenzione di favole (citato da Icard)».
Quanto all´aspetto tendente alla degenerazione anche nella donna onesta, «sopra 560 donne in un pubblico passeggio, io ne rinvenni: 37 con nei e barba, 34 con mandibole voluminose, 9 con il tipo completo degenerativo». E così per un terzo dell´elefantiaco studio, più tutto il resto dedicato alle criminali e alle prostitute-nate o occasionali, con una mole immensa di citazioni, parametri, scoperte, riferimenti antropometrici, vaneggiamenti. Prima di tutto basta guardarle e misurarle, questa mascalzone, del resto come i maschi nella sua precedente opera L´uomo delinquente (1876): per esempio il pelo. «In 234 prostitute trovammo la distribuzione virile del pelo nel 15%, mentre nel normale era il 6% e nelle criminali il 5%. Viceversa la peluria che va al 6% nelle prostitute russe e nel 2% nelle omicide, manca nelle oneste e nelle ladre».
Cesare Lombroso, medico, psichiatra, antropologo, criminologo, cosmopolita e colto, nato a Verona da famiglia ebrea nel 1835, era cresciuto nel fervore del Risorgimento, da giovane si era arruolato volontario nella seconda guerra d´Indipendenza, in opposizione alla chiesa cattolica era un fervente sostenitore dell´evoluzionismo darwiniano, si era battuto per alleviare la spaventosa miseria del proletariato meridionale, aveva aderito al socialismo. Mentre stava scrivendo La donna delinquente, quasi tutte le sera, a Torino, Lombroso e la famiglia cenavano con la rivoluzionaria e femminista russa Anna Kuliscioff. Era quindi un progressista sincero, purché il progresso non si applicasse alle donne, arrivando anche a sostenere la tesi che, se la criminalità femminile è molto meno diffusa di quella maschile, dipende dal fatto che le donne sono più deboli e stupide degli uomini. La donna criminale ebbe un immediato successo anche all´estero. Proprio in quegli anni la violenza misogina si era fatta impressionante e praticamente tutte le forme della scienza, compresa la nuova sessuologia, parevano impegnate a stabilire l´inferiorità e la pericolosità delle donne, che avevano cominciato a reclamare diritti, istruzione, voto, parità giuridica, lavoro. I testi in questo senso sono montagne: e non sono pochi gli studiosi ad arrivare a conclusioni queste sì criminali, come Paul Adam che in un articolo pubblicato nel 1895 sulla Revue Blanche scrive che l´erotismo della donna è già evidente nel comportamento della bambina. Infatti le bambine tra gli 8 e i 13 anni «provano un perverso piacere mentre per pochi centesimi guardano uomini di mezza età che mostrano le loro nudità».
La paura da parte di Lombroso e dei tanti maschi col potere di far passare per scienza i loro incubi socio-sessuali, si stava spostando dalla prostituta nata, creatura aberrante e criminale, alle donne che smettevano di essere “normali” per sovvertire ogni ordine civile con le rivendicazioni femministe. Può sembrare strano che nei decenni successivi L´uomo delinquente dopo essere stato contestato e sbeffeggiato, scomparve quasi del tutto, mentre La donna delinquente continuò ad essere apprezzato e diffuso nelle università. Il fascismo se ne servì, con i suoi nuovi scienziati, per ribadire l´inferiorità della donna, il suo ruolo esclusivamente familiare e per escluderla dalla vita pubblica e dal lavoro fuori casa. Dagli anni ‘70 le studiose femministe della criminalità femminile, scelsero di ignorare Lombroso, se non per l´uso che ancora dominava nelle aule di giustizia, tra periti, avvocati e giudici. E oggi? Ci resta a conforto la fisiognomica: guardare in televisione certe facce, certi zigomi, certe calvizie, certi lobi dell´orecchio, certi deformazioni craniche, fa venire i brividi, ma può servire a metterci in guardia.
Maurizio Bono
C’è un complotto internazionale, il rapimento su suolo norvegese, durante una visita di Stato, del presidente degli Stati Uniti. Ma dietro c’è il giallo delle ragioni private che concorrono a rendere possibile l’atto terroristico. E infine, a tenere insieme le scene in esterno da spy story e le ombre tutte interiori di vittime, investigatori e sicari, un po’ di fantapolitica appena distopica: il presidente Usa è una donna (un personaggio scherza: “Avrei scommesso che ci sarebbe stato prima un presidente nero”). Scelta necessaria, perché il centro del terzo romanzo di Anne Holt, a sua volta donna un po’ speciale (è stata anche ministro), è l’idea che femminile è la dimestichezza con sensi di colpa e segreti, quasi sempre legati ai bambini: amati o disamati, annientati o protetti fino all’annientamento degli altri. Di donne speciali vive il romanzo: con madam the President, Joanne Vik (metà forte della coppia con l’investigatore Stubo) e Hanne Wilhelmsen, ex detective ora in sedia a rotelle felicemente sposata con una donna (siamo in Norvegia, anche Holt lo è). Intorno, molti uomini si danno da fare abbastanza inutilmente. Recitando intanto uno scontro di civiltà che non potrebbe che avvenire a Oslo: agenti Fbi palestrati e armati contro riflessivi ma testardi locali, fieri di un paese in cui alla festa nazionale (tutto inizia il 17 maggio) non sfila l’esercima ma una folla di bimbi in costume.
Ritorna «I loro occhi guardavano Dio» di Zora Neale Hurston. L’autrice, paladina delle battaglie femministe e dei diritti dei neri, fu paradossalmente accusata di razzismo proprio dalla comunità afroamericana – Tacciata di descrivere gli uomini di colore simili agli stereotipi dei bianchi, la protagonista cercava libertà, non facili ideologie
Elisabetta Rasy
Nel 1973 Alice Walker, che non era ancora l’autrice del bestseller Il colore viola ma una poetessa e giornalista militante per i diritti delle donne e degli afroamericani, comprò una lapide per una tomba anonima e abbandonata del cimitero di Fort Pierce in Florida e ci scrisse un nome: Zora Neale Hurston. Cominciò così la resurrezione di questa scrittrice che dopo essere stata la prima allieva nera del sofisticato Barnard College, una figura di spicco del movimento della «Harlem Renaissance» negli anni Venti, un’ importante antropologa della scuola di Franz Boas e un’autrice di successo, nel 1960 era morta povera e sola nell’ospizio dove era ricoverata, già in parte sprofondata in quell’oblio che divenne assoluto dopo la sua fine.
Quando poi Walker nel ’75 pubblicò un saggio su di lei, Zora divenne un punto di riferimento per Toni Morrison e le altre scrittrici afroamericane degli ultimi decenni del Novecento: le furono dedicate biografie, saggi, film e fu inclusa nella lista dei cento neri più importanti del secolo.
Ma Hurston non era stata sempre ammirata e apprezzata dagli intellettuali con cui aveva diviso il cammino, e la sua vita era stata segnata da polemiche e scomuniche. Soprattutto il suo romanzo più importante, I loro occhi guardavano Dio (che ora viene riproposto nella accurata versione italiana di Adriana Bottini) fu accusato di scandalosa scorrettezza razziale.
Era nata nel 1891 in Alabama, figlia di un contadino- predicatore che poi si trasferì con la famiglia in Florida. Si era guadagnata non senza fatica un’istruzione superiore, arrivando persino a togliersi tutti insieme dieci anni d’età nel 1920 per ottenere una borsa di studio all’università di Baltimora. Il suo però non è il profilo di un’accademica né di una integrata soddisfatta, e neanche quello di un’edificante progressista in lotta per i suoi fratelli perseguitati. Zora ama il jazz e il folclore nero, cui dedica le sue ricerche e di cui teme si perda l’eredità, viaggia in continuazione tra i Caraibi e l’America del Sud mentre scrive saggi e racconti per «Fire!!», la rivista di Langston Hughes, è moglie per qualche anno di un jazzista, poi, quasi cinquantenne, per qualche mese di un ragazzo di ventitré anni, e sa addentare le complicazioni della vita senza perdere il suo smagliante sorriso.
Ma quando nel 1937 esce I loro occhi guardavano Dio, un protagonista del movimento afroamericano di quegli anni, lo scrittore Richard Wright, l’attacca senza esclusione di colpi: il libro di Zora Neale Hurston tradisce le regole dell’impegno, i suoi neri somigliano troppo alla versione che ne danno i bianchi, la loro lingua è troppo pittoresca, soprattutto troppo spesso non collimano con l’immagine che la correttezza politica richiede, perché non sono solo dei derelitti sfruttati né degli eroici combattenti per i propri diritti.
Richard Wright aveva ragione, i personaggi della Hurston non sono né miserabili né militanti, ed è proprio per questo che a settant’anni dalla nascita il suo romanzo continua ad affascinare, non ha perso intensità e non è invecchiato. E soprattutto non è invecchiata la protagonista Janie che, come scrive Zadie Smith nella prefazione all’attuale edizione italiana, è assai diversa non solo dagli stereotipi più antichi delle figure femminili nere, ma anche da quelli contemporanei: «Oggigiorno le protagoniste di colore sono sin troppo spesso infallibilmente forti e sentimentali; sono sessualmente voraci e prive di paura; prendono le sembianze irreali di madri della terra, regine africane, dive, spiriti della storia; sfilano maestose e imponenti attraverso le pagine di romanzi intrisi di un lirismo da biglietto di auguri.
Hanno poco della complessità, dei difetti e delle indecisioni, della profondità e della bellezza di Janie e del romanzo della Hurston».
La Janie de I loro occhi guardavano Dio non è impegnata, non ha ideologie, la sua naturale ribellione nasce da un’umile fame di felicità. È figlia di un bianco che ha violentato una schiava nera, ma entrambi sono svaniti nel grande buco del passato e sua nonna la alleva con un unico obiettivo: farle sposare un marito abbiente.
Janie di matrimoni ne farà tre, non per potersi sedere su una sedia a dondolo nel portico come un tempo facevano solo le padrone bianche, ma perché è convinta che ci sono due cose essenziali che ognuno deve fare nella propria esistenza: «avvicinarsi a Dio e scoprire cos’è la vita». Con il suo terzo uomo, un ragazzo che ha la metà dei suoi anni e non possiede nulla salvo la gioia di vivere, Janie toccherà il suo orizzonte, in un crescendo che culmina nel grande uragano con il quale si conclude, anche simbolicamente, la vicenda. Ed è spostandosi nelle regioni del femminile che Zora Neale Hurston disegna pionieristicamente una comunità nera complessa anziché compatta e cambia le carte sul tavolo della lotta al razzismo: perché le donne nere, come spiega la nonna a Janie, sono i muli del mondo, sotto i bianchi ma anche sotto gli uomini neri, e non basta la politica a redimerle: sta al loro coraggio e alla loro intraprendenza, in altre parole al loro spirito più profondo e più singolare, lottare per non soccombere.
Zora Neale Hurston, «I loro occhi guardavano Dio», traduzione di Adriana Bottini, introduzione di Zadie Smith, postfazione di Goffredo Fofi, Cargo, Roma-Napoli, pagg. 266, € 17,50.
Elena Del Drago
Nel 1923 la ormai quasi centenaria artista francese cominciò a tenere un diario, che presto si affiancò al disegno e poi alla scultura. Finalmente tradotto dalla Quodlibet Distruzione del Padre Ricostruzione del padre, Scritti e interviste 1923 – 2000, è un immane corpo di pensieri, notazioni, persino proverbi, tutti generati da ossessioni e immagini familiari, mai metabolizzati. In questi giorni, Louise Bourgeois è anche presente al Castello di Ama con un’opera in marmo RICAPITOLAZIONI PER UN TRAUMA REMOTO
Un secolo di vita e di arte, di pulsioni, di moti di fastidio alternati a grandi passioni e altrettanti odi passano nella produzione teorica e letteraria di una delle più grandi artiste viventi, Louise Borgeois, finalmente tradotta in italiano da Quodlibet con il titolo Distruzione del Padre Ricostruzione del padre, Scritti e interviste 1923 – 2000, (traduzione di Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini, pp. 442, euro 32,00). La pubblicazione puntuale di questo libro suona come una manifestazione di ottimismo, tanto più significativa in quanto l’editoria artistica italiana pecca solitamente di pigrizia nelle traduzioni di testi anche fondamentali. Gli scritti si succedono in ordine cronologico e cominciano molto presto, nel 1923, quando Louise Bourgeois inizia a tenere un diario personale, dove segna i suoi pensieri, i suoi appuntamenti, i fatti quotidiani: una pratica che l’accompagnerà durante il corso della vita intera.
È un immane corpo di pensieri quello che si offre al lettore, plasmato a partire da quando, poco più che adolescente, Louise Borgeois cominciò il suo viaggio nella scrittura (nel libro vengono riprodotte anche alcune pagine scritte con una grafia ancora infantile) e approdato al testo intitolato I cinque ebbene, pubblicato in occasione della grande retrospettiva alla Tate Modern nel 2000.
La parabola di una entusiasta
I primi scritti ci addentrano nell’entusiasmo giovanile dell’artista, testimoniando dei suoi slanci per uno stile definito, che si esprime in ambito ancora tutto pittorico. Soprattutto attraverso il carteggio con l’amica artista Colette Richarme filtrano i dubbi e la tristezza legate all’abbandono dell’Europa e della famiglia nell’imminente scoppio della seconda guerra: poco prima, infatti, Louise aveva incontrato Robert Goldwater, il celebre storico dell’arte americano con cui aveva scelto di trasferirsi a New York. È qui che ha inizio la vita adulta dell’artista, ed è qui che si avvia quella «decostruzione e ricostruzione del Padre» intorno alla quale ruota il suo intero percorso.
«Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 24 Dicembre a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant’anni, tutti miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma». Grazie alla sua capacità analitica e sintetica al tempo stesso, Louise Borgeois individua, dunque, nei primi anni familiari quella fascinazione e quel trauma per esorcizzare i quali lavorerà una intera vita: tutto sembra nascere da un tradimento, e dal conseguente senso di colpa. L’amatissimo padre comincia a interessarsi di altre donne, poi stabilisce una relazione speciale con la tata assunta proprio per allevare Louise e i suoi fratelli. La madre, vera anima dell’attività familiare che consisteva nel restauro degli arazzi, secondo le migliori convenzioni borghesi fa finta di niente, avallando così un ménage familiare doloroso, soprattutto per Louise che non perdonò mai suo padre né se stessa per quella rottura dell’incanto infantile. Nel 1982, in un progetto per Artforum intitolato Child Abuse l’artista rivelava il tarlo responsabile del suo lungo percorso attorno al corpo, alla sessualità, agli organi genitali trasformati in totem simbolici di una paura sempre presente, di una ferita rivelatasi come irreparabile.
Nell’impaginazione riprodotta nel volume della Quodlibet si vedono due fotografie speculari: in quella a sinistra Louise Bourgeois bambina è con la tata, amante del padre; in quella a destra, che ha per sfondo il medesimo paesaggio, è con il padre. Molto chiare le parole che accompagnano le immagini: «Qualcuno di noi è ossessionato a tal punto dal passato che ne muore. È l’atteggiamento del poeta che non trova mai il paradiso perduto, ed è proprio la situazione degli artisti che lavorano per una ragione che nessuno capisce fino in fondo. …Tutto quello che faccio è ispirato dai primi anni di vita. La donna in bianco è L’Amante. Fece ingresso in famiglia come precettrice, ma andava a letto con mio padre ed è rimasta con noi dieci anni». Dunque, la distruzione e ricostruzione del padre diventa un passaggio necessario per liberarsi dal trauma che peraltro non si fa rimuovere se non attraverso l’esercizio della scrittura e del disegno prima e poi della scultura, che condensa riflessioni ed emozioni in una forma rivelatoria. Il passato domina il pensiero di Louise Bourgeois scritto dopo scritto, intervista dopo intervista.
Con l’occhio alle spalle
L’Album del 1944, edito nella versione originale da Peter Blum, finisce così: «Ogni giorno bisogna abbandonare il proprio passato. E accettarlo. E se non si riesce ad accettarlo, allora bisogna fare lo scultore! In qualche modo bisogna provvedere. Se rifiutate di abbandonare il vostro passato allora dovete ricrearlo. È ciò che faccio da sempre.» Ruotano dunque intorno a una sorta di peccato originale tanto la produzione teorica di Louise Bourgeois quanto quella scultorea: ogni lavoro, ogni installazione ambientale – dal celeberrimo, monumentale, ragno intitolato Maman, alla Femme Couteau, affilata e pericolosa, a Fillette, il pene con il quale volle farsi ritrarre da Robert Mappelthorpe, fino agli antropomorfici Cumuls – tappe che si propongono come momenti di un percorso all’indietro, capace di ricongiungersi a situazioni familiari terribilmente dolorose e altrettanto formative. Sono opere che rimandano anche alla incomunicabilità e a quella solitudine che gli scritti di tanto in tanto quasi rivendicano: se comunicare fino in fondo si rivela impossibile, tanto vale rinunciarvi in partenza. Ma il libro non si limita a proporre e dare forma al solo universo privato di Louise Bourgeois, perchè sono molti i grandi artisti che lo attraversano, e che lei si trovò, suo malgrado, a frequentare quando era a New York: tra questi Marcel Duchamp e Andrè Breton, troppo presi da se stessi per devolvere la loro attenzione al lavoro di una artista che non intendeva accreditarsi attraverso le armi abusate della femminilità.
Louise Bourgeois non esita a dichiararlo in diverse interviste: il suo non è un femminismo ideologico, è piuttosto la coscienza della difficoltà che le donne devono affrontare per trovare un proprio equilibrio, che il passaggio da compiere sia quello della maternità o che sia la necessità di dividersi tra affettività e autorealizzazione. Ma proprio l’esperienza della maternità funziona da motore centrale per la riflessione e l’esperienza che dell’arte fa Louise Bourgeois: a un tempo costrizione e rifugio, bozzolo di dolore e massima espressione di sé, è il più fondamentale dei passaggi esperenziali, il paradigma della specificità femminile. L’artista ci torna su a più riprese, mostrando un desiderio di essere madre assoluto eppure frustrato dalla paura di non essere fertile: così forte questa paura da spingerla, appena sposata, ad adottare, con immani difficoltà, un bambino. Ma più tardi, due figli le nasceranno da gravidanze che Borgeois esaminerà in opere di una forza straordinaria e con materiali molto espressivi: in The Woven Child, per esempio, viene materializzata attraverso il cucito e dunque il ricordo, la forza viscerale dei potere/dovere di generare. Quella di Louise Bourgeois è una maternità sempre legata al senso di abbandono, altro sentimento protagonista del libro, che riaffiora qua e là nel corso della sua intera esistenza, prima stimolato dallo scoppio della guerra, poi dalla morte della madre. E c’è poi quella impossibilità di credere fino in fondo in se stessa: «Ho sempre avuto dei complessi di colpa nel promuovere la mia arte, al punto che prima di ogni mostra avevo sempre qualche tipo di malore, così decisi che era meglio lasciar perdere. In fondo mi pareva che la scena artistica appartenesse agli uomini e che in qualche modo invadessi il loro dominio. Perciò il lavoro, una volta finito, veniva nascosto… D’altra parte non distruggevo niente. Conservavo ogni frammento».
Verso il vivere comune
Sono parole che permettono, tra l’altro, di comprendere l’accumulo impressionante di materiali artistici elaborato su svariatissimi supporti, e la produzione smisurata di una scrittura che soltanto di recente ha trovato una sua organizzazione. Con il passare degli anni, infatti, gli scritti di Bourgeois sembrano lasciare le pastoie della quotidianità, ma anche il risentimento per un vissuto infantile sempre più lontano, e passano a raccontare con grande profondità di sentimenti il vivere comune.
Un testo scritto nel 2000 per accompagnare la grande installazione della Turbine Hall e intitolato I do, I Undo, I Redo, il gigantesco ragno con il quale Luoise Bourgeois è diventata in qualche modo popolare, sottolinea, per esempio, in cosa consista per lei il concetto del fare: «Fare è uno stato attivo. È un’affermazione positiva. Ho il pieno controllo e procedo verso uno scopo, una speranza o un desiderio. Non c’è paura. Nei termini di una relazione, va tutto bene, tutto è tranquillo. Sono la buona madre. Sono generosa e premurosa – sono colei che dà, colei che provvede. È il “Ti amo”, qualunque cosa accada.»