di Nicoletta Tiliacos

Si intitola “Prenditi cura” (edizioni et al., 80 pagine, 9 euro), il piccolo e prezioso diario di viaggio della giornalista e saggista Letizia Paolozzi (femminista e fondatrice del sito donnealtri.it) tra e con coloro che da qualche anno riflettono, nelle situazioni più diverse, sul grande tema della “cura del vivere”. La stessa autrice spiega all’inizio che il suo libro (pubblicato dall’editore Sandro D’Alessandro, morto pochi giorni fa, nella collana “Due”, diretta da Liliana Rampello) vuole essere “il viaggio di una parola-chiave, sgomitolata con tonalità, colorazioni, vocaboli diversi dialogando con tante donne (e alcuni uomini) in un percorso e in molti spostamenti che mi hanno fatto muovere la mente”. All’origine del percorso – che conduce l’autrice, e noi con lei, a Napoli, a Livorno, a Reggio Emilia, a Correggio, a Torreglia (Padova), perché l’incontro e la discussione faccia a faccia è la pratica più logica e giusta, in epoca di rete fagocitante, per dare il giusto valore alle parole e alle relazioni – all’origine del percorso, si diceva, c’è la constatazione che “nell’altalena delle donne tra lavoro e vita c’è qualcosa in più. Un resto che socializzazione totale, servizi organizzati, personale a pagamento non bastano a cancellare. Non che siano inutili. Il punto è che c’è un resto – a cui attribuiamo il nome di cura – che né il welfare statale né il mercato possono dare”. Questo scriveva, nel settembre del 2011, il “Gruppo del mercoledì” (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini, oltre alla stessa Paolozzi), in un lungo documento che guardava con occhi nuovi ai temi dell’autodeterminazione, della dipendenza, del “rovesciamento di idea di cura” del quale si è resa consapevole protagonista in Italia almeno una parte del femminismo della differenza. “Ci piacerebbe discutere – oggi che la differenza sessuale è in campo – del perché le donne non hanno mai abbandonato questo lavoro di riproduzione della vita, questa manutenzione, (termine usato in ‘Immagina che il lavoro’ del gruppo del lavoro della Libreria delle donne)”. Anche l’emancipazionismo, come la cultura della sinistra, non hanno capito l’importanza e l’attaccamento, per tante donne, a quel “di più”, a quel “resto” incarnato dal fatto che “la complessità del mondo ha bisogno della dimensione della cura”. Che è anche “un collante, una garanzia affinché il mondo non si regga solo sulle relazioni di potere, ricchezza, sfruttamento, ma restituisca senso alla fragilità, al limite, alla responsabilità. Purché si distingua tra ‘cura’ e ‘lavoro di cura’. Purché si rifiuti la visione della cura come lavoro residuale. O servile”.

Così il documento del “Gruppo del mercoledì”. Letizia Paolozzi, nel raccontare di incontri, assemblee e appuntamenti in giro per l’Italia, mette a fuoco la necessità del progetto enunciato due anni fa, anche in rapporto all’esaurimento delle culture tradizionali del Novecento. Non bisogna pensare alla cura come “a una poco ambiziosa Ong”, scrive: “Abbiamo maneggiato la cura nel convincimento che possa tradursi in possibilità del buon vivere”, in un nuovo modello per la politica, nell’“aspirazione a sostituire il vecchio ordine con uno nuovo”. Nessun minimalismo, insomma, nessun “ritorno a casa”, nessuna mistica dell’oblatività, nessun “obbligo di natura” a carico delle sole donne: “La cura è caratteristica delle donne ed è innegabile che ci sia stato e ci sia un enorme sfruttamento della cura. Perciò spesso era stata considerata una negazione dell’autodeterminazione femminile. Oggi sempre più si riconosce l’indispensabilità della cura, che però non va trasformata in un nuovo welfare sulle spalle delle donne. Bisogna cambiare il modo di produrre e di vivere. Non è una via facile. La cura va intesa inevitabilmente in un orizzonte conflittuale. Ma, soprattutto, dare valore alla cura significa aprire una diversa considerazione del rapporto tra libertà e dipendenza. Dipendiamo da chi ci ha messi al mondo, da chi ci ha aiutato a crescere, dalla terra che ci accoglie. Insomma, cura come dipendenza? Anche. Il senso da dare alla libertà, come scrive Hannah Arendt, non equivale alla indipendenza da tutto e tutti”.

 

di Elena Stancanelli

 

«Amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo». Se parlassimo di un romanzo, lo chiameremmo incipit. E una frase così, con tutta la sua spudoratezza sentimentale, ci costringerebbero subito a prendere una decisione. Reggeremmo, daremmo all’ autore una chancee leggeremmo la sua storia, se si fosse presentato a noi con una frase del genere? Ma Il blu è un colore caldo, opera prima di Julie Maroh, non è un romanzo, non è soltanto un romanzo. È una storia raccontata per parole e immagini. Un fumetto, una graphic novel, una forma bastarda che ha un passato brevissimo. Una forma fanciulla dunque, ancora barbarica e innocente. Che per questa sua fanciullezza può permettersi spudoratezze impensabili in altri luoghi, e grazie alla sua bastardaggine, l’ originale incontro di testo e immagini, agisce con una doppia seduzione. Le prime tavole, quelle sopra le quali scorre la frase «amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo», sono a colori. C’ è una città, una ragazza triste, pioggia, alberi spogli. La ragazza scende da un autobus, entra in una casa, incontra una donna che le consegna una lettera. Che inizia con la frase «amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo». Questa dunque, è una storia che inizia dalla fine. Tutto è già accaduto, quando Emma entra nella casa natale di Clémentine, e si chiude nella sua stanza per leggere i suoi diari. E il centro di questa storia non è esattamente al centro, ma verso il fondo, subito prima del precipizio. In una scena che dovrebbe essere fatta di urla e concitazione, e invece si svolge tutta in silenzio, come un sogno. È una scena che occupa quattro pagine e due piani, su e giù per una scala. Al buio, nella casa di Clémentine. Quando il padre sorprende Emma nuda, e capisce che le due ragazze non sono amiche, ma amanti. E tutto il mondo che era, coi suoi segreti, si dissolve, mentre le ragazze vengono cacciate e inizia una vita nuova. Questa vita nuova, la vita adulta, Julie Maroh, la racconta a colori. Questa storia che inizia dalla fine, e ha il suo centro molto più avanti di quanto ti aspetteresti, è dunque un cerchio, all’ interno del quale è nascosta la vecchia esistenza di Clémentine. Malinconica e incomprensibile, disegnata soltanto in marrone, nera seppia. Clémentine è un’ adolescente normalmente infelice, con una famiglia normalmente greve (per esprimere la grevità del padre, l’ autrice gli fa cucinare pentolatee pentolate di spaghetti col sugo, particolare sul quale sarà il caso di non soffermarsi). È carina, piace ai maschi, ha molte amiche. Ma quel marrone, quel nero, la opprimono. Un giorno, mentre attraversa una piazza, incrocia una ragazza con i capelli blu. La notte successiva a questo incontro casuale, fa un sogno. Che le mani di lei, della ragazza coi capelli blu, la accarezzino, tingendo piano piano di blu tutta la sua vita. Da quel blu, come da una sorgente edenica della pittura, si generano tutti gli altri colori. La storia raccontata da Julie Maroh non ha un punto di equilibrio, non si ferma mai. Non trova mai un tempo della soddisfazione, del semplice andare delle cose. Precipita di continuo da un lato o dall’ altro. C’ è solo un istante ed è quello che precede la scena delle scale. Mentre Clémentine ed Emma fanno l’ amore nella stanzetta dove lei è cresciuta, nel letto piccolo dove è stata bambina l’ una placando il desiderio dentro il corpo dell’ altra. Il resto del tempo si tratta di combattere nemici, genitori, ex fidanzate, amiche rabbiose. E subito dopo, quando inizia la vita e le due ragazze vanno a vivere insieme, fare fronte alla frustrazione, il tradimento, la malattia. Il blu è un colore caldo è una storia d’ amore tra due donne, e non elude la battaglia contro i pregiudizi. Sembra quasi che l’ autrice ritenga il racconto delle difficoltà, più importante della storia d’ amore in sé. E per questo costruisce un contesto anche politico, l’ elezione di Sarkozy, le manifestazioni contro il piano Juppè che bloccarono Parigi per tre settimane. Capisco bene l’ irritazione che deve aver provato Julie Maroh nel vedere il bellissimo film che Abdellatif Kechiche, La vita di Adele, Palma d’ oro al Festival di Cannes, ha tratto dal suo fumetto. Perché il regista ha scelto la strada opposta. Piuttosto che pensare la diversità. ha preteso la normalità. Ha immaginato la protagonista, Clémentine, diventata Adele (dal nome della meravigliosa attrice che la interpreta), come una ragazza che diventa donna con l’ ambizione più semplice del mondo: essere maestra d’ asilo. L’ ha fatta vestire come mille altre ragazze, le ha dato una famiglia normale. Le ha condonato la malattia, e ha fatto persino sparire la precedente fidanzata di Emma per non crearle nessun casino. Abdellatif Kechiche ha spianato la strada a una storia d’ amore tra due donne che non combattono contro un mondo ostile, ma contro la loro confusione, le debolezze, le tentazioni che si portano dentro. Come facciamo tutti, ogni giorno. E in questo modo fa un film che spezza il cuore, con due protagoniste indimenticabili. Dove c’ è sesso, certo, ma il vero scandalo, per gli appassionati del turbamento, è tutto quell’ amore

di Alessandra Pigliaru

Il compito di colei o colui che scrive sembra consistere nel «diventare vedenti». Così credeva Ingeborg Bachmann quando, nel corpo a corpo con il dolore dell’ingiustizia, considerava l’incontro con la verità dell’invisibile. Esiste però un territorio liminare, governato e complicato dalle piccole cose, in cui la scrittura è obbligata a farsi asciutta, puntuale e priva di pietà perché deve decostruire le menzogne costruite dalla Storia. Ciò che accade si sostanzia così in un fatto che si ha la responsabilità di raccontare così com’è – mondando l’elemento intimistico per renderlo il più rispondente alla veridicità degli eventi. È anche questa una strada per arrivare alla consapevolezza di «farsi vedenti», e infine dire «mi si sono aperti gli occhi».
Forse è così che Erika Mann scrive i dieci racconti contenuti nell’importante volume The Lights go down (Farrar & Rinehart, New York/Toronto 1940), ora finalmente pubblicato in Italia per le cure di Agnese Grieco con il titolo Quando si spengono le luci. Storie dal Terzo Reich (Il Saggiatore, pp. 272, euro 19,50). Raccontare la vicenda biografica e intellettuale di Erika Mann, scrittrice, performer e conferenziera di fama internazionale, equivale a percorrere gli anni bui di una storia ancora scottante: quella della follia nazista ma anche dell’impegno politico di numerosi intellettuali contro la tracotanza di un potere che, innervatosi nella società tedesca, aveva conosciuto numerose connivenze nel resto del mondo.
Tedesca di nascita, Erika ebbe come padre l’illustre – e ingombrante – Thomas. Proprio con lui e la famiglia – tra gli altri si ricorda il fratello Klaus, adorato – si trasferisce negli Stati Uniti. È il 1937 e dall’esilio scrive le storie raccontate in Quando si spengono le luci. Tutte realmente accadute, sono state segnalate alla scrittrice che ha modificato i nomi e alcuni dettagli per evitare ritorsioni nei confronti delle e dei protagonisti.
I racconti, tra il diario di viaggio e la cronaca, sono esemplari e si dipanano in una piccola cittadina bavarese tra il 1936 e il 1938. Spigolosi e a tratti cinicamente ironici, proprio come appare la stessa Erika in alcune fotografie che la ritraggono, i dieci racconti descrivono la vita quotidiana della classe media tedesca in relazione al Terzo Reich. Per stessa ammissione dell’autrice, non si tratta di tratteggiare le vicende di criminali efferati né di eroi buoni e puri di cuore. Erika Mann mantiene piuttosto il controllo di passioni e impulsi caotici e si fa regista di minute faccende senza voce. Come nota sapientemente Agnese Grieco, che cuce una postfazione tanto preziosa quanto generosa, la scrittura di Mann risente della sua formazione cinematografica e teatrale tesa alla costruzione di una vera e propria scena della visione. Come a dire che quella possibilità di spalancare gli occhi – per chi ha colto l’assurdità della sopraffazione – in Erika Mann diviene una lama lucida e calibrata che allestisce il senso dell’umana e fragile condizione.
La piena conduzione da parte dell’occhio registico-scrittorio è la modalità scelta per separarsi dall’eccesso affettivo, e trasformarsi in ospiti di un paese straniero che si guarda per la prima volta e senza pregiudizi. I protagonisti e le protagoniste delle storie non possono che essere gente comune: commercianti e aspiranti maestre, piccoli imprenditori, burocrati e sacerdoti, così come contadini, madri e professori. In ciascuna e ciascuno di loro la gratitudine nei confronti dello Stato tedesco è variamente presente e, al contempo, deflagra nell’incomprensibilità quando la si misura con la propria coscienza. Erika Mann divide e monda la narrazione per riconsegnare un ritratto reportagistico senza sconti. Si potrebbe parlare di banalità del male, se non fosse che quel male rappresentato dal totalitarismo si lega a una coazione pervasiva di ogni comune sentire. La paura, ma anche la tonalità di un consenso piegato alla propaganda, non conosce scampo. Se alcuni trovano il modo per salvarsi, fosse anche solo con l’uso della ragionevolezza, altri risultano affidarsi a una forma destinale vittimistica. Difficile uscirne vivi. «Solo in rari momenti di chiarezza che mutava in spavento si ponevano la domanda riguardo a chi avesse la responsabilità di tutto ciò. Perché, si chiedevano allora, perché seguiamo con cieca ubbidienza un destino chiamato Adolf Hitler? Perché noi tutti ubbidiamo?». L’ignavia ineluttabile fa il resto.
Ma di queste esistenze apparentemente ordinarie che non sempre hanno avuto parole per nominare l’orrore, la scrittrice racconta il passo a venire. Il Terzo Reich è così metafora dell’inerziale soggiogamento dinanzi al mostruoso che comunque non smette di interrogare il nucleo rivoltoso di se stessi. Sottolinea infatti Agnese Grieco, «alle spalle di tutte le figure narrate dalla Mann, la domanda che cosa fare? risuona centrale, ineludibile: un appello alla scelta di un atteggiamento responsabile».
Forse una risposta efficace una volta per tutte non può essere data, proprio per questo il monito sul che cosa fare? deve avere la forza del ritorno al presente, nell’attenzione costante. In special modo dinanzi a ogni forma di oppressione o semplicemente di fronte alla meschinità di uno Stato che pretenda di barattare il proprio bene con la libertà di uomini e donne.

di Maria Concetta Sala

Si può giungere al racconto della propria vita quotidiana sotto la spinta di un’inquietudine oppure perché lo impone un’ispirazione che detta dentro, oppure a causa dell’ingorgo delle emozioni e del groviglio dei fili dell’esistenza, per tutte queste ragioni insieme e per molte altre ancora… lo si fa comunque e quasi sempre perché incalza una necessità. È raro che tale necessità sia determinata dalla volontà e dal desiderio di offrire «un segno tangibile e duraturo della [propria] gratitudine» alle amiche e al marito, come dichiara Vita Cosentino alla fine del suo Tam tam (pubblicato con una nota di Luisa Muraro dalle Edizioni Nottetempo).

L’autrice di questo piccolo libro della gratitudine è una donna consapevole di essere donna, una ex insegnante che non solo ha innescato il movimento dell’autoriforma della scuola coniugando pedagogia della differenza e pratica politica e si è profusa nell’organizzazione di convegni e manifestazioni sulle realtà scolastiche italiane, ma ha anche scritto testi e curato raccolte che ancora oggi offrono a chi lavora nella scuola uno sguardo differente – ad esempio, il volume collettaneo Lingua bene comune (2006) e, con Maria Cristina Mecenero, Daniela Ughetta e Mauela Vigorita, il film “L’amore che non scordo. Quattro storie di maestre e di un maestro” (2008). Su “Via Dogana”, la rivista della Libreria delle donne di Milano, continua a tenere una rubrica intitolata “E in risposta i due punti”, un verso della poetessa polacca Wisława Szymborska che ai punti interrogativi della poesia come a quelli della vita risponde con un segno di interpunzione assunto non nella sua funzione esplicativa ma come pausa e apertura ad altro.

L’immagine dei due punti mi accompagna nella lettura del libro di Vita Cosentino, che è e non è autobiografia, che è e non è diario, che è e non è cronaca: il suo racconto in terza persona tenta di restituire un’esperienza del corpo e dell’anima della protagonista, esperienza avviatasi con «una lieve fitta alla schiena», sintomo di una malattia invalidante che le cambierà la vita e che insinuerà nel suo intimo l’ansia che quell’oscuro male possa colpirla ancora. Capita una disgrazia, il corpo non risponde più ai comandi: ci si può rassegnare o rimandare al futuro la vita; Vita Cosentino sceglie, anzi decide di vivere la vita «con tutto il godimento che [le] era possibile in quella situazione».

La protagonista del suo Tam tam racconta lo shock della violenta interruzione, la fatica della riabilitazione, il ritorno a casa segnato dallo spavento e poi dall’ascolto del corpo che le permette di conseguire piccoli miglioramenti «lentissimi ma inarrestabili», la ricerca di un buon centro per continuare la fisioterapia, l’impresa di accogliere un micio, il pellegrinaggio alla ricerca di cure alternative, il travaglio per riuscire ad accettare l’assunzione di un farmaco antidolorifico… La narrazione della via crucis scorre parallelamente al racconto della presenza preziosa del marito e delle amiche, che fin dall’inizio offrono quel sostegno umano che è la vera ricchezza di cui possiamo sempre disporre, purché donato liberamente e generosamente.

Questo piccolo libro risponde al dono con la gratitudine, sia l’uno che l’altra fondati su relazioni radicate in una pratica segnata dall’umano, non per chiudere con un punto fermo il racconto dell’esperienza, ma, a mio avviso, per fermarsi sulla sponda dei due punti e da lì permettere a chi legge di avvistare un territorio nel quale malattia e salute coesistono e di esperire per empatia che ogni inizio non è altro che un seguito, sia in poesia che nella vita, come suggerisce l’amata Szymborska.

Attraverso una scrittura fortemente tesa a trattenere ogni minimo cedimento, eppure dal respiro sintattico leggero, Tam tam registra il miracolo di un’invenzione, quella che la filosofa Luisa Muraro coglie con acume nella chiusa della sua nota: «La donna che racconta, e con il racconto si aiuta, inventa un’arte di vivere di cui non ho mai letto: lei lotta per rifarsi una vita salvando quella di prima, vale a dire per creare una continuità nella tremenda discontinuità del danno patito. […] Per trovare un corrispondente di quest’arte, si pensi alle città nate nel Medioevo […] un insieme ammirevole ispirato dall’accettazione della contingenza del nostro vivere e dal gusto della convivenza degli esseri umani».

di Clotilde Bertoni

Ce ne sono, lo sappiamo, di classici intramontabili, trasversali a gusti diversi, eternamente sotto i riflettori. Ma pochi casi sono eclatanti come l’opera di Jane Austen: così legata al suo tempo eppure di moda più che mai, oggetto di citazioni, trasposizioni, riecheggiamenti, ben installata nel canone ma continuamente trascinata nel kitsch da una mastodontica fanfiction che include adattamenti per ragazzi, sequels melensi, parodie brillanti (il primo Bridget Jones fa chiaramente il verso a Orgoglio e pregiudizio ), riscritture in chiave horror o noir pullulanti di zombie e delitti. La forza di quest’opera, del resto, sta proprio nella capacità di resistere agli snaturamenti, di superare in attualità le attualizzazioni, di oltrepassare se stessa: le sue trame catturano non solo con l’incanto sempreverde delle crinoline, delle uniformi, dei viaggi in carrozza e delle feste da ballo, ma anche con una rappresentazione delle trappole della socialità e delle contraddizioni dei sentimenti che valica ampiamente i limiti d’epoca; le sue conclusive immagini di conciliazione armonica tra le classi e di giudizioso appagamento dei desideri sono implicitamente incrinate dalle precedenti, problematiche messinscene del richiamo degli interessi, della tendenza alla manipolazione, della difficoltà di conoscere gli altri e se stessi; la voce narrante che si premura di rassicurare i lettori, seguita sornionamente a provocarli . Una provocazione che si fa al tempo stesso più nascosta e più affilata nel terzo romanzo pubblicato dalla scrittrice, Mansfield Park , ora riproposto da Einaudi in una nuova edizione (traduzione di Luca Lamberti, introduzione di Roberto Bertinetti, pp. XX-486, euro 12,00): uno dei suoi libri più interessanti e meno popolari (sebbene abbia avuto la sua dose di rifacimenti e di versioni per il grande e piccolo schermo); come Bertinetti ricorda, quello che più ha spaccato la critica, quello che lascia aperti più interrogativi. Come gli altri, si incentra su un microcosmo circoscritto, ma, anziché ruotare intorno a una singola protagonista, segue un’orchestrazione più corale, frantumata in svariati punti di vista; come gli altri, racconta il passaggio da uno scompiglio temporaneo a un nuovo equilibrio, ma rendendolo particolarmente ambiguo. Il microcosmo stavolta è quello dei Bertram, una famiglia dell’aristocrazia fondiaria che comprende un padre severo, Sir Thomas, una madre indolente, una zia detestabile, due figlie ambiziose, Maria e Julia, un figlio maggiore scavezzacollo, Tom, e uno cadetto irreprensibile, Edmund, e infine una nipote povera grata e obbediente, Fanny; e a questo nucleo si aggiungono, al principio della storia, due affascinanti e anticonvenzionali vicini di casa, i fratelli Henry e Mary Crawford. Una costellazione di caratteri fin troppo classica, che però dà vita a un incastro di rapporti sempre più complesso: la prolungata libertà di cui i giovani godono grazie a un’assenza di Sir Thomas – che va a Antigua per occuparsi di un suo possedimento in crisi – innesca una girandola di corteggiamenti, innamoramenti e rivalità, che è favorita dall’allestimento di una pièce teatrale (tipica valvola di sfogo di emozioni latenti o inconfessate), e che poi – provvisoriamente interrotta ma in effetti complicata dal ritorno del capofamiglia – precipita in un crescendo di rotture e scandali di un’audacia per Austen molto insolita (c’è anche una fuga dal tetto coniugale). Pure qui, però, l’ordine si ricompone e nel modo più categorico: l’autorità di Sir Thomas è ristabilita, i personaggi a essa sottomessi sono ricompensati, la morale e le gerarchie tradizionali sembrano trionfare. Il romanzo può quindi apparire (e a molti è apparso) una testimonianza ulteriore della prudenza e del conservatorismo dell’autrice, per giunta più marcata delle altre. Perché, come ha notato uno dei suoi interpreti più famosi, Edward Said, lo svolgimento raccolto dell’intreccio sottende vaste e inquietanti implicazioni storico-geografiche: il potere che Sir Thomas esercita nella tenuta di campagna che dà il titolo al libro, ha un puntello, appena adombrato ma basilare, in quello che rinsalda nel possedimento di Antigua, piantagione mandata avanti da schiavi; la supremazia domestica del pater familias riflette la supremazia imperiale dell’Inghilterra. A ben guardare, però, questa sottoscrizione delle logiche egemoniche (e del loro sottofondo colonialista) non è così energica né così limpida. Innanzitutto, è sostenuta da istanze scarsamente convincenti: l’autorità di Sir Thomas, reazionaria quanto fragile (incapace di affrontare le deviazioni dei figli); il rigido conformismo di Edmund; e l’inscalfibile virtù – consistente soprattutto in cocciuto attaccamento ai principi appresi – di Fanny, eroina positiva giudicata da più critici (Kingsley Amis, ad esempio) francamente detestabile, ricalcata su celebri prototipi (da Cenerentola alla Pamela di Richardson) ma priva della loro amabilità. Inoltre, se le metamorfosi incalzanti del costume e le altrettanto incalzanti pressioni dei sentimenti sono in conclusione represse o sconfitte, vengono messe in toccante risalto da diverse linee del racconto: la vicenda di Henry, come il Valmont delle Relazioni pericolose seduttore sedotto, che si innamora contro le sue stesse aspettative di Fanny; la raffigurazione ellittica ma intensa, fluttuante tra empatia e severità, dell’adulterio commesso da Maria, mosso da una passione doppiamente frustrata, sanzionata dal contesto e non veramente corrisposta; e la caratterizzazione di Mary, incarnazione dell’indipendenza di spirito secondo Sir Thomas nelle ragazze «sgradevole e ripugnante più di ogni altro difetto», consorella più disinibita dell’Elizabeth di Orgoglio e pregiudizio , definita da Virginia Woolf miscuglio di bene e male, schiettamente attenta al suo futuro economico, ma anche sensibile e generosa, legata a Edmund da un amore reciproco ma miniato da una totale divergenza di vedute – di tutte le scissioni tra ragione e sentimento concepite dall’autrice, la più lancinante e insanabile. Le tensioni aperte dalla trama sono chiuse nel finale con una sbrigatività non casuale o maldestra, ma probabilmente voluta. La celebrazione dell’ordine ripristinato è così veloce da sembrare un tributo obbligato, espressione, più che di condivisione autentica, di un rispetto persistente ma intriso di disagio. E d’altra parte, lo scarso spazio concesso alla sorte dei personaggi trasgressivi è significativamente evidenziato («Lasciamo che siano altre penne a indugiare su colpe e mestizie»): quasi a sottolineare da un lato la propria impossibilità di addentrarsi nelle dinamiche della ribellione e di opporsi radicalmente ai valori ufficiali, dall’altro la propria refrattarietà alle tinte accese e ai toni melodrammatici. Qui Austen disegna contrasti più estremi del solito tra la pervicacia del vecchio e l’insorgenza del nuovo, e tra i freni del buonsenso e l’indocilità delle passioni; mai però attraverso la chiarezza della polemica o l’incandescenza del pathos, bensì sempre mediante la sua tanto elogiata (ma a volte non valorizzata abbastanza) art of allusion , la furtiva ironia battezzata da Nabokov (proprio all’interno di una lettura, peraltro piuttosto riduttiva, di Mansfield Park ) la sua «fossetta speciale». Un’ironia che qui si fa insieme più impalpabile e più acuminata, e perciò più sollecitante; che invita a passare dalla lettura alla rilettura, e a dilatare il godimento del testo in prolungato affondo nei suoi sensi impliciti.

 

(il Manifesto, 10 agosto 2013)

recensione di Luisa Muraro

 

Era nata nel 1920 da genitori ebrei ucraini in fuga verso l’America attraverso un’Europa che si stava riprendendo dalla follia della Grande guerra e non sapeva di andare incontro a peggiori tragedie, ma sulla strada dei fuggiaschi un mostro era già appostato, l’antisemitismo. Arrivarono vivi in Brasile, i genitori e le tre figlie. Clarice, la minore, tornerà in Europa alla fine della seconda guerra mondiale (nel 44-46 la troviamo a Napoli), sposa di un diplomatico che la portò anche negli Usa, una vita che non le piaceva e cui pose fine con il divorzio. Tornò a vivere a Rio con i suoi due bambini, e riprese la sua strada che era di scrivere. “Non potrei vivere senza scrivere”, dirà. Il suo primo romanzo era apparso nel 1943. Di sé confidò pubblicamente: “Come nacqui? Per un quasi. Potrei essere un’altra. Potrei essere un uomo. Fortunatamente sono nata donna. E vanitosa. A un elogio sul giornale, preferisco che esca una mia buona foto”. Come mostra l’immagine di copertina di Le passioni e i legami, Clarice Lispector era una donna bella che nelle foto sorride raramente. Scrivendo, sempre tra fine notte e prima mattina, aveva l’abitudine di fumare; l’alba del 15 settembre 1966, nel suo appartamento di Rio de Janeiro, si addormentò con la sigaretta accesa e scoppiò un incendio che, dopo mesi di ospedale e sofferenze, le lasciò la mano destra e le gambe offese. Morì di cancro nel 1977, aveva cinquantasette anni.

Ma tutto questo che ho detto e il tanto altro che si può dire di lei, diventa superfluo in presenza della sua opera. Devo spiegare come. Nella sua opera c’è il molto e il tanto altro di ogni esistenza umana, tra gli estremi coincidenti del silenzio e del reale, ma è tutto preso nel processo del suo diventare impersonale: “io ho l’impersonale dentro di me e non è corrotto né corruttibile dal personale che talvolta mi inganna: ma mi asciugo al sole e sono un impersonale dal nocciolo secco e germinativo” (Acqua viva, Sellerio 1997, p. 27). In altre parole, la sua materia prima è il vivere e il sentire che per forza di cose sono il suo proprio vivere e sentire, che lei disfa perché si veda di che cosa sono fatti. La parola è l’agente di questa operazione, che lei, Clarice, asseconda.

Il fascino della sua scrittura è grande e strano, difficilmente analizzabile; una componente ne è il senso di liberazione che dà a chi legge, per una silenziosa decantazione dell’anima dalle cose che ingombrano, ma senza che niente di essenziale sia perduto, anzi: quello che era andato perduto ora è ritrovato e salvo.

I letterati del suo paese non hanno tardato a percepire la potenza innovatrice della sua scrittura, accostandola ai grandi della letteratura occidentale. Lei, che aveva fatto studi giuridici, obiettò con semplicità: io non li ho letti.

Davanti a un autore, qui un’autrice, di prima grandezza, tutti i commenti vanno bene e nessuno va bene. Conta la lettura.

Perciò facciamo festa al librone recentemente pubblicato da Feltrinelli che raccoglie i titoli maggiori dell’opera di Lispector, a cominciare da La passione secondo G.H. a L’ora della stella passando per La mela nel buio e L’apprendistato, oltre a un buon numero di racconti, in traduzioni di qualità, autrici Adelina Aletti e Renata Cusmai Belardinelli. Dico librone perché si tratta di ottocento pagine e quaranta euro, costoso per le persone scarse di soldi, scomodo da maneggiare per tutti. Credo di aver trovato un senso a questa operazione editoriale: la vedo come un ritorno in forze, dopo che i singoli libri di Lispector, immessi uno per uno nel mercato, non avevano ricevuto la risposta che meritavano. Con questo investimento massiccio, l’editore dice al mercato: io ci credo.

Non ripasserò la storia che ho visto dall’osservatorio della Libreria delle donne di Milano, aperta poco prima che la scrittrice brasiliana arrivasse in Italia grazie a La Rosa di Torino che pubblicò Un apprendistato (1981) e La passione secondo G.H. (1982). Preferisco cercare il perché della finora inadeguata ricezione italiana. Un motivo sta nella scarsa o nessuna sinergia tra pensiero femminista e cultura intellettuale, in Italia. Feltrinelli, per esempio, ha pubblicato di preferenza le femministe Usa di successo, ignorando il pensiero femminista italiano. Lispector, che non è mai stata femminista, è molta più vicina al femminismo “latino”, che rivendica la fortuna di nascere donna, che a quello nordico della gender theory.

Un altro, diverso, motivo sta nella mancata percezione dell’attrito tra lei e la cultura cosiddetta postmoderna. Le parentele tra Lispector e le avanguardie letterarie del Novecento sono innegabili ma sono superficiali. Lei pratica consapevolmente la decostruzione della fiction narrativa e ne rende partecipe la lettrice o il lettore, ma lo fa per l’esigenza di rendere dicibile il vero e non per approdare alla sua insensatezza. Lo dice il finale della Passione secondo G.H., che consideriamo il suo capolavoro, e meglio ancora lo dice l’impianto dell’Ora della stella. Qui, in una forma altamente godibile, l’autrice spoglia sé stessa e la sua opera dalle maschere che inventa per riuscire a vincere l’interdetto che colpisce la verità, e lo fa davanti a noi, ma non è uno spogliarello di relativismo postmoderno. Lo fa perché a noi che leggiamo, almeno a noi, arrivi quel vero la cui esigenza la spinge a scrivere. “Finché avrò domande e non avrò risposte continuerò a scrivere”, dichiara Rodrigo S.M, il suo alter-ego.

(Luisa Muraro, “Alfabeta2” n. 31, luglio-agosto 2013)

 

– intervista Luce Irigaray

 

 

Luce Irigaray “Elogio del toccare” – il Melangolo pp. 80, € 7

 

Un pamphlet della filosofa elogia il “toccare”

“Dobbiamo restituire all’altro la nostra pelle,

fino a raggiungere un’intima comunione”

 

L’ultimo saggio di Luce Irigaray, la pensatrice belga che negli Anni Settanta infiammò la scena filosofica e psicanalitica con Speculum e la teoria della differenza, è un libro piccolo e densissimo appena tradotto in Italia dal Melangolo.

 

Signora Irigaray, nell’«Elogio del toccare» lei denuncia la perdita di significato del tatto nella cultura occidentale, dominata dal «logos» maschile: secondo lei, siamo dunque una grande testa che continua a pensare ma che ha dimenticato la pelle?

 

«E’ così. Il fatto che l’uomo abbia costruito la propria cultura attraverso la dominazione della propria origine naturale e della prima relazione con la madre gli ha impedito di coltivare la dimensione sensibile dell’identità umana. E dunque il tatto non è stato considerato un modo di entrare umanamente in comunicazione con l’altro(a), di restituire all’altro(a) la propria pelle attraverso le carezze, di avvicinarsi l’uno(a) all’altro fino a un’intima comunione grazie al tocco delle mucose».

 

Poi sono arrivati i computer, le macchine che si frappongono ai corpi. Ci si guarda attraverso gli schermi e ci si relaziona in modo virtuale. Eppure, i modelli più richiesti di tablet e cellulare si definiscono proprio «touch» e mettono l’accento sulle proprie qualità tattili. Non lo trova paradossale?

 

«L’industria lo fa per motivi commerciali, per dare l’idea di un contatto da lontano immediato e permanente. Certo il privilegio della vista nell’elaborazione della cultura occidentale non ha contribuito a una coltivazione del tatto. E l’uso della tecnica per dominare la natura ha trascinato con sé lo sviluppo di tutte le tecnologie che ci allontanano sempre più dal toccarci reciprocamente».

 

Che cosa è successo quando, per i postumi di un incidente, ha cominciato a fare yoga?

 

«Lo yoga e le tradizioni orientali mi hanno riportato ad abitare il corpo da cui la tradizione occidentale mi aveva invece esiliata, sia riducendomi a una semplice naturalità a disposizione di una cultura al maschile sia attraverso la sottomissione della mia energia corporea a valori soprasensibili. La pratica dello yoga, specialmente la cura del respiro, mi ha aiutata a superare a poco a poco la scissione fra corpo e mente, corpo e anima, dalla quale si è elaborata la tradizione occidentale. Il respiro è ciò che ci permette di passare da una vitalità soltanto naturale a una vitalità e perfino a una possibile condivisione spirituali, che restano radicate nel corpo e lo trasformano in un corpo spirituale che può fare da mediatore tra di noi. La pratica dello yoga mi ha perfino portata a un’interpretazione del messaggio cristiano dell’incarnazione che non mi era stata insegnata, benché sia fedele a parole del Vangelo. Ho in parte reinterpretato in questo modo l’evento dell’Annunciazione nel piccolo libro Il mistero di Maria (ed. Paoline 2010). Ma già in Amante Marina alludo all’importanza della fedeltà alla natura e del toccare nella vita del Cristo stesso, il mediatore fra appartenenza naturale e appartenenza divina».

 

La salvezza sta ancora nel desiderio?

 

«Il desiderio è una fonte di energia naturale di cui il nostro corpo ha bisogno per crescere e fiorire. E’ come un sole interiore che si manifesta e si irradia attraverso il nostro corpo: per mantenere e portare a compimento la nostra vita dobbiamo coltivarlo, anche prendendoci cura della nostra bellezza naturale».

 

Come lei scrive, «trasformare il proprio corpo in un’opera d’arte, non con voluttà narcisistica, ma per rendere possibile un’umana condivisione di bellezza con l’altro». Eppure lei, che tanto ama la cultura greca e che si è addirittura identificata nella figura di Antigone, conclude che coltivare la propria differenza coincide con un destino tragico.

 

«Rispettare la propria appartenenza sessuata implica sempre una parte di tragedia perché ognuno di noi deve assumerla e coltivarla nella solitudine. Per di più il desiderio aspira all’infinito e all’assoluto, mentre dobbiamo incarnarci in un mondo e una storia che sono finiti. Inoltre, dobbiamo rinunciare alla soddisfazione immediata del nostro desiderio per rispettare la differenza tra le nostre identità sessuate, e anche opporci alla riduzione della nostra identità sessuata all’universalità di un individuo neutro. Sono le due chiavi del tragico insegnamento di Antigone, che come ricordo nel libro All’inizio, lei era, appena uscito da Bollati Boringhieri, prima di unirsi al fidanzato Emone deve dare sepoltura al fratello Polinice. Obbedendo a un ordine più alto, a leggi non scritte che il nuovo ordine rappresentato da Creonte intende abolire. Ma forse l’attuale nostalgia di un ritorno alla cultura greca significa un voler tornare al nostro sé, un sé da cui la nostra tradizione ci ha sempre di più esiliati(e). Si tratta allora di tornare a un’autoaffezione di cui l’età d’oro della Grecia ci aveva già privati(e) sottoponendo il nostro essere globale a una dominazione del mentale. Ora l’autoaffezione ci è necessaria come il pane, perché è la prima condizione della dignità umana».

13/06/2013 La Stampa – Tuttolibri

di Valerio Magrelli

“La morte del padre”, il romanzo di esordio nel ’78 di Alice Ceresa.

Una famiglia borghese è alle prese con qualcosa d’ingestibile come la sepoltura di un patriarca. Quattro gli attori, madre, figlio, figlia maggiore e figlia minore (il personaggio autobiografico dell’autrice). Sette le sezioni, che esaminano il modo in cui ciascuno di loro vive la scomparsa del capofamiglia. Così, nell’introdurre La morte del padre di Alice Ceresa (et al./edizioni), Patrizia Zappa Mulas descrive la “radiografia poetica” di un funerale degno delle figure maciullate di Bacon. Uscito nel ’78, il libro fu accolto da un Alfredo Giuliani entusiasta: «Mirabile: c’è una pacata visionarietà che fa pensare a certi racconti magici e fantasmatici di Kipling e di Henry James».

Nata nel 1923 a Basilea, la Ceresa abbandonò la casa paterna a sedici anni, spostandosi tra il Sud della Francia e Zurigo. Qui strinse amicizia con molti fuoriusciti, tra cui Comencini, Fortini e Silone, che nel ’50 l’avrebbe chiamata a Roma come redattrice di Tempo presente. Solo due i suoi titoli pubblicati, oltre a quello già citato: La Figlia prodiga, 1967, e Bambine, 1990. L’esordio fu esplosivo. Coronato dal Pre- mio Viareggio, il volume fu apprezzato da Parise, Vittorini, Calvino e in particolare Manganelli: «Alcuni, e io tra questi, lo trovarono un libro affascinante, per certi versi unico».

All’origine di tanto successo, stava la qualità del suo stile di “emigrata”. Dopo aver vagabondato fra tedesco e francese, questa lettrice e traduttrice coltissima scelse infatti un italiano del tutto personale, «che ha un inconscio fondo germanico » (Zappa Mulas). Inversioni sintattiche, interruzioni, rallentamenti ritmici, disposizioni abnormi di articoli, avverbi e digressioni, producono una prosa scandita, notava Manganelli, quasi in versetti. Quanto al tema della sue opere, è presto detto: l’unica cosa che la interessava, era mettere in luce l’ineguaglianza femminile, analizzarne l’inesorabile sviluppo. Infatti, è ancora Giuliani a osservarlo, la Ceresa «sembra la più dotata e insieme la più trascendentale esploratrice di quel fenomeno che è il disastro di crescere».

Il disastro di crescere e di morire, viene da aggiungere di fronte al libro appena ripubblicato, poiché anche la scomparsa assume qui un aspetto speciale. Secondo la curatrice, il colpo di genio del racconto consisterebbe nell’intuizione che la morte non sia un distacco istantaneo, bensì un lento processo. Ecco perché il defunto, “impossibilitato a ogni personale intervento nel procedimento altrove svolto intorno alla sua persona, si trova finalmente indifeso alla mercé dei vivi”. Così, se nella sua prima notte di morto il padre vaga ancora «nei meandri del suo proprio corpo alla ricerca di una impossibile uscita», nella seconda, egli abbandonerà anche l’ultima occupazione di sé per venir meno «come entità munita di un proprio io». La morte, insomma, sopravviene «come una glaciazione », una ritrazione e una sparizione definitiva.

Le immagini si susseguono, stupefacenti: «Adesso la figura del padre stranamente inizia una sua lunga serie di metamorfosi molto simili alle laboriose spoliazioni di certi rettili della famiglia degli anellidi». Il suo corpo, cioè, emigrerà per sempre, travasato nel ricordo altrui. Di più: l’elaborazione del lutto corrisponderà a una vera e propria operazione cannibalesca: «Il padre viene così incorporato un poco per volta senza che sia possibile, poiché effettivamente di una specie di materiale pasto si tratta, evitare macinanti movimenti della mascella e perfino schioccare di labbra, nonché successivamente appunto le pigre e impartecipi pause di quella che senz’altro si dovrebbe chiamare l’invisibile e personalissima digestione».

Nella scrittura di Alice Ceresa l’intensità è proporzionale alla brevità. Forse ciò spiega perché il suo modello letterario fosse un pittore, Paul Klee, che fece della concentrazione un’arte dello sguardo.

di Virginia Woolf*

Sono le parole le vere colpevoli. Sono tra le cose più indisciplinate, più libere, più irresponsabili e più riluttanti a lasciarsi insegnare. Certo, possiamo sempre prenderle, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari; vivono nella mente. Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggiore emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando più ne avreste bisogno. Eppure il dizionario esiste; e lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. Consultate il dizionario. Lì, senza alcun dubbio, si trovano drammi più splendidi di Antonio e Cleopatra; poesie più belle dell’Ode dell’usignolo; romanzi al cui confronto Orgoglio e pregiudizio e Davide Copperfield non sono altro che rozzi esercizi da dilettante. La questione è solo quella di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, ma nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani e svariati, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. E’ indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo. Di fatto, quanto meno indaghiamo nel passato della nostra cara madrelingua inglese, tanto meglio sarà per la reputazione di quella Signora. Perché è diventata una di quelle donne che passano di continuo da una persona all’altra.

 

Per questo, imporre regole a tali impedimenti vagabondi è del tutto inutile. Le poche regole di grammatica e di ortografia esistenti sono le uniche restrizioni che potremmo imporre loro. Al massimo possiamo dire loro – man mano che le spiamo dal profondo limite della caverna scura e male illuminata in cui vivono – che sembrano preferire la gente che sente e pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso. Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio. Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità. Se fondate un’Associazione a favore dell’Inglese Puro, esse mostreranno il loro disappunto fondandone un’altra a sostegno dell’Inglese Impuro – da cui deriva l’innaturale violenza di molti discorsi moderni; che altro non vuole essere se non una protesta contro i puritani. Le parole sono anche molto democratiche; pensano che una parola sia buona come un’altra; che le parole rozze valgano quanto quelle educate; che quelle incolte siano uguali a quelle colte; non esistono classi o titoli di merito nella loro società. E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila. Odiano essere utili; odiano dover far soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze. In breve, odiano qualsiasi cosa imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura.

 

E forse è proprio questa la loro caratteristica più sorprendente: il loro bisogno di cambiare. Perché la verità che cercano di affermare ha tante facce; e proprio perché loro stesse sono molto sfaccettate riescono a comunicarla, illuminando ora un volto, ora un altro. Per questo possono significare una cosa per una persona e un’altra cosa per un’altra; per questo risultano incomprensibili a una generazione e del tutto scontate per quella successiva. Ed è proprio grazie a questa loro complessità che esse sopravvivono. Allora, forse uno dei motivi per cui oggi non abbiamo grandi poeti, grandi romanzieri, o grandi critici è che neghiamo alle parole la loro libertà. Le inchiodiamo a un unico significato, al loro significato utile; a quello che ci fa prendere un treno e che ci fa superare gli esami. E quando le parole vengono inchiodate a un unico significato, ripiegano le loro ali e muoiono. In conclusione, e con più veemenza, come noi stessi, le parole, per vivere a loro agio, hanno bisogno di agire per conto proprio. Senza dubbio a loro fa piacere che noi sentiamo e pensiamo prima di usarle; ma vogliono anche che ci concediamo una pausa; che diventiamo incoscienti. Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce… Quella pausa è stata fatta, quel velo d’oscurità è stato calato per indurre le parole a unirsi in uno di quei matrimoni veloci che si traducono in immagini perfette e producono bellezza eterna. Eppure stasera niente di tutto questo accadrà. Quelle monelle sono adirate; scortesi; disobbedienti; mute. Cosa staranno confabulando?

 

«Il tempo è scaduto! Silenzio!»

* Questo magnifico testo è la trascrizione di una trasmissione radiofonica del 20 aprile 1937. Ed è contenuto in un libricino piccolo piccolo, edito da La Tartaruga nel 1996, insieme con tre saggi della nostra maestra Virginia Woolf. Sono: Come si legge un libro?, apparso su Yale Review nell’ottobre 1926; Lo scrittore e la vita (New York Herald Tribune, novembre 1926) e L’arte della narrativa (New York Herald Tribune, 1927). La traduzione è di Daniela Daniele. Ogni singola parola di quello libretto sarebbe da imparare a memoria. (Paola Ciccioli)

Niente ci fu, di Beatrice Monroy, è una storia siciliana avvenuta nel 1965. La protagonista è Franca Viola, diciassettene, rapita e violentata che disse no al matrimonio riparatore


di Mirella Mascellino

 

 

Niente ci fu, di Beatrice Monroy, è una storia siciliana dolorosa ed emblematica, avvenuta nel 1965. La protagonista è Franca Viola, all’epoca una ragazza diciassettenne, di Alcamo, paese mafioso in provincia di Trapani, dove come in altri paesi siciliani era comune la pratica di rapire le donne che rifiutavano i pretendenti e dopo il ratto, secondo l’articolo 544 del Codice Rocco, il matrimonio riparatore premiava il rapitore, senza chiedere l’opinione della preda. Franca Viola fu la prima donna che ha detto “no” al matrimonio col carnefice Filippo Melodia, malacarne di famiglia mafiosa, che per otto giorni la rapì e violentò, in una casa di campagna. Dalla sua parte Franca ebbe i genitori forti e determinati, Bernardo e Vita. Benché semplici, si opposero al matrimonio riparatore e con “Niente ci fu”, espressione tipicamente siciliana per indicare un nonnulla, incoraggiarono la figlia a rifiutare le nozze riparatrici che per il Codice penale fascista perdonava lo stupratore. La Monroy, da brillante narratrice quale è, fa si che Franca Viola, attraverso il suo No di libertà, dia voce alle tante donne sopraffatte dal dolore della violenza, nel silenzio e nella vergogna senza resistervi, soccombendo talvolta e rimanendo ferite a vita. Un racconto tra il mito e la realtà, la storia della Sicilia di cinquant’anni fa, fra le voci di Danilo Dolci, Leonardo Sciascia e Lodovico Corrao, deputato e avvocato di Franca Viola, le pagine del quotidiano L’Ora con la cronaca dei tempi, lo stupro durante la guerra in Kossovo e l’attualità della violenza contro le donne. Franca diventa un’eroina, Melodia, condannato a undici anni di carcere con sentenza senza precedenti, finirà la sua vita ammazzato. Nel 1968, la Viola si sposerà in abito bianco con un uomo che ama, vivendo, tuttora, in riservatezza, consapevole della rivoluzione, cui è legata la sua vita, che cambiò la Sicilia, l’Italia e la storia di noi donne.

Beatrice Monroy, Niente ci fu, Ed La Meridiana, pagg 110, euro 13,50

di Liliana Rampello

 

Nota al libro di Nadia Fusini, Hannah e le altre, Einaudi 2013, pp.160

 

Questa è un semplice, breve nota che segnala un libro che ho letto in questi giorni con vera emozione.

 

Non entro nei contenuti, nei numerosi temi e problemi che si sollevano più densi o più leggeri e che meritano un’attenzione più lunga di queste righe, ma voglio raccontarvi alcuni motivi di una lettura che suggerisce molti pensieri, riflessioni, rilanci perché nasce da molti pensieri, riflessioni, rilanci. Una conversazione fra l’autrice, Nadia Fusini, e tre “stelle di prima grandezza”, Simone Weil, Rachel Bespaloff, Hannah Arendt, collocate in una stessa costellazione, il perimetro aperto di molte altre amicizie con poeti e scrittori (i vivi e i morti) che sembrano tutti sedersi intorno allo stesso desco, che altro non è che il cuore dell’intelligenza del mondo, della necessità di pensarlo, “per amore”. (“Che il pensiero sviluppi in conversazione lo capiscono perfettamente i poeti”.)

 

Legate da temi, problemi, coincidenze di lettura (Simone e Rachel leggono e scrivono dell’Iliade, il poema della forza, negli stessi mesi e anni, quasi contemporaneamente Hannah tenta di tagliare con il bisturi della sua ragione l’intricato nodo che stringe insieme potere e politica), queste pagine mostrano l’andamento della vita e del pensiero, gli scarti, le sorprese, gli incontri, lo sradicamento e molto altro in una forma di scrittura che mi sembra la forma trovata per una biografia pensante della relazione.

 

E infatti questo libro dentro di me ha funzionato come un detonatore di più ampia comprensione di tutto un tempo, il Novecento di allora e il nostro ora, e di desiderio di lettura e rilettura delle voci di queste  amiche “stellari”, perché la luce del loro pensiero è ancora e ancora necessaria. Al centro di tutto la lingua, la scrittura nel suo ruolo di “triangolazione centrale”, cui l’autrice corrisponde con la propria, netta, colta, precisa, pulita e brillante, quella che lei stessa ha imparato dalla sua “madre e maestra di ascolto”, Virginia Woolf.

 

Queste “antenate indimenticabili”, il loro ritratto nudo, a sbalzo, gli amici e le amiche che tessono la trama di tutto un tempo “presente”, sono ora esposte nuovamente al nostro pensiero e l’appuntamento mi pare inevitabile. Perché qui a pensare e a scrivere è la differenza di essere donna.

 

di Luisa Muraro

 

Che dolore, che forza, che intelligenza e, per finire, che brave a scrivere! Sono donne nate intorno agli anni Settanta, tutte italiane, con radici nel Sud, fra loro molte appassionate di filosofia, che si confrontano con l’eredità del femminismo e il loro presente, riunite in un libro dal titolo parlante: Contro versa. Genealogie impreviste di nate negli anni ’70 e dintorni.

Anche la casa editrice merita attenzione: sabbiarossa ED, in maggioranza donne, è nata in Calabria; ha sede a Roma e a Reggio Calabria; ha un sito www.sabbiarossa.it ; ha tre collane. La più recente si chiama Genealogie e affronta tematiche femminili, il primo libro, appena uscito, è proprio questo che segnaliamo, con una pregevole copertina (dell’artista Caterina Luciano) e una grafica accurata, prezzo € 15.

La prima parte di Contro versa si apre con un testo dedicato a Lea Garofalo, La figura rimane. A ricordare lei, donna indomita, e sua figlia, la coraggiosa Denise, è Marisa Garofalo, sorella di Lea, che affida i suoi ricordi a Doriana Righini, la ideatrice della collana.

È un libro da leggere, sono nomi da ricordare. (L.M.)

di Luisa Muraro

Se avessi a disposizione due o tre campanili e più ancora, farei suonare le campane a festa. Finalmente l’editore Feltrinelli si è deciso a pubblicare La passione secondo G.H. che è il capolavoro di Clarice Lispector (1920-1977), una scrittrice che nella letteratura del Brasile è come il monte Bianco nelle Alpi.

Le campane suonano perché, tolte donne come Margherita Porete o Teresa d’Avila, nessuno e nessuna come lei ha saputo narrare l’esperienza femminile del prendere coscienza di sé che quando attinge il fondo, non trova più il sé ma lo sconfinamento puro: “Ed ero adesso così grande che non mi vedevo ormai più”. Sono tra le ultime parole di G.H., protagonista di una vicenda mistica e politica insieme in cui possiamo rispecchiarci per giorni e giorni. O mesi, o anni.

Le campane suonano perché nessuna come lei conosce e sa trasmettere nella scrittura il terremoto sotterraneo della violenza trattenuta che le donne ben sanno. Nel convegno a lei dedicato (Lectures Lispectoriennes entre Europe et Amériques, Parigi, 12-14 maggio 2011) una femminista del Brasile ha reso questa testimonianza: “Clarice non fu femminista ma in Brasile il movimento femminista si è subito riconosciuto in lei e da lei ha preso forza”. Non soltanto in Brasile, aggiungo io.

Le più vecchie di noi probabilmente ricordano La passione secondo G.H. apparsa a Torino nel 1982, nell’ottima traduzione di Adelina Aletti, con una nota di Angelo Morino, presso la piccola casa editrice La Rosa, fondata da Edda Melon. Erano gli anni d’oro del movimento femminista, tra i cui meriti c’è anche l’aver incoraggiato gli editori a pubblicare libri scritti da donne.

I diritti della Passione furono poi presi da Feltrinelli che ha lasciato passare un sacco di anni, ma ora finalmente la ripubblica nella traduzione della Aletti, giustamente. Ma non in un volume separato. Per ragioni che non so giudicare, La passione ritorna all’interno di un grosso volume contenente i racconti e i romanzi principali di Lispector. Sono esattamente ottocento pagine, con un titolo di fantasia: Le passioni e i legami e una prefazione di Emanuele Trevi.

Alla raccolta mancano parecchi titoli, fra cui segnalo Acqua viva (Sellerio), La scoperta del mondo (La Tartaruga) e le lettere scelte pubblicate da Archinto: La vita che non si ferma.

Il volume di Feltrinelli è inevitabilmente costoso, quaranta euro, però mi sento di dire che il libro li vale e non soltanto per il capolavoro, anche per gli altri titoli. Penso specialmente ai racconti, onirici e realistici insieme, stupefacenti, tutto guadagnato con la scrittura, senza ricerca di effetti letterari. Penso soprattutto all’ultimo romanzo, postumo, L’ora della stella, che ha come protagonista una miserrima creatura di nome Macabea, uno di quei diamanti grezzi della specie umana che solo i sommi – Dostoevskij – sanno “tagliare” con tanta perfezione.

Non sto certo rubando il mestiere alla critica letteraria, riferisco i pensieri di una lettrice.

Che dire della Prefazione di Emanuele Trevi? Per cominciare, sa che la nascita dell’autrice si colloca verso la fine del 1920. Non è un dettaglio, continua infatti a circolare una data sbagliata, purtroppo compare anche nel risvolto di copertina di Le passioni e i legami.

Però Trevi sbaglia sul riferimento biografico fondamentale. Non è il libro di Benjamin Moser che lui dà in nota. Lo precedono in ogni senso le ricerche biografiche di Nadia Battella Gotlib: Clarice. Uma vida que se conta  (Sao Paulo, Atica 1995) e la veramente magnifica Clarice Fotobiografia (EDUSP 2008). Moser ha inoltre il difetto di caricare le tinte, per esempio sulle circostanze della malattia di Marieta, madre di Clarice, che non sono accertate.

Nell’insieme la prefazione di Trevi è degna e porta l’attenzione su aspetto importanti dell’arte di Lispector: la qualità mistica della sua scrittura, il rapporto tra vita e coscienza, l’impronta di Spinoza… Procede un po’ tentoni, ma con Clarice Lispector è pressoché inevitabile. Per l’essenziale, infatti, lei resta inafferrabile: lo sarà meno con la lettura, l’amore e lo studio? Forse. Però, pur inafferrabile, è godibile da chi accetta che il godimento venga come vuole, di colpo oppure a poco a poco. (Luisa Muraro)

 

Il nuovo libro di Nadia Fusini racconta gli intrecci tra Arendt, Weil e Bespaloff.

 

Apochi mesi di distanza, nel 1939, due donne in fuga dall’uragano nazista, Simone Weil e Rachel Bespa-loff, si trovano al museo di Arte e storia di Ginevra, davanti alle opere di Goya, salvate per un soffio nella Madrid assediata dalle falangi franchiste. Esse guardano, probabilmente, la stesa tela, quella che rappresenta la fucilazione di alcuni patrioti spagnoli da parte delle truppe napoleoniche. Lo sguardo trascorre dal cranio spappolato di un uomo a terra, immerso nel proprio sangue, alla ottusa sincronia dei fucilieri allineati in procinto di sparare. Ma l’attenzione delle due donne sarà stata catturata dagli occhi spalancati del prigioniero in camicia bianca, braccia allargate a croce, che sta per essere colpito. Cosa grida quello sguardo allucinato fisso nel vuoto? Come vive gli ultimi attimi la vittima inerme di una violenza destinata a tramutarla in un grumo di carne senza vita? Quale enigma custodisce l’ultima vibrazione di un corpo che sta per diventare cosa? Intorno a tali domande ruota la straordinaria trama attraverso cui Nadia Fusini interroga la relazione “stellare” che unisce, a distanza, il destino di tre donne senza le quali il Novecento non sarebbe tutto ciò che è stato.

 

La terza protagonista, il cui nome dà il titolo al libro – Hannah e le altre, appena edito da Einaudi – è Hannah Arendt. A collegarle in una catena di corrispondenze sorprendenti non sono solo alcuni luoghi in cui i loro destini si incrociano – Parigi, Ginevra, New York – , ma anche amicizie comuni, come quella con Jean Wahl, vero “mediatore” delle loro esperienze e, soprattutto, testi decisivi che calamitano la loro scrittura. In particolare l’Iliade, cui Simone Weil e Rachel Bespaloff – ebrea di origine ucraina, la cui biografia spirituale è ricostruita da Laura Sanò ( Un pensiero in esilio. La filosofia di Rachel Bespaloff, introdotto da Remo Bodei e pubblicato dall’Istituto italiano per gli studi filosofici) – hanno dedicato due scritti di rara intensità. In entrambi, la forza «appare la suprema realtà e la suprema illusione dell’esistenza», come scrive la Bespaloff (il suo testo è ora riedito da Castelvecchi). Suprema realtà, perché onnipresente – la forza lacera, penetra, schiaccia senza remissione, come sperimentano gli uomini travolti dalla guerra di Troia e da tutte le altre che l’hanno seguita. Ma anche suprema illusione perché, come ogni cosa umana, a sua volta destinata a essere annientata da una potenza ancora maggiore cui nessuno può sfuggire. «Su questa terra non c’è altra forza che la forza. Questo potrebbe essere un assioma. – così Simone sembra rispondere, dalla più prossima delle lontananze, a Rachel – In quanto alla forza che non è di questa terra, il contatto con essa si paga a prezzo di un transito attraverso qualcosa che somiglia alla morte» ( La prima radice).

 

Se l’Iliade sembra stringere in un unico destino l’ebrea francese, morta per denutrizione nel ’43, e l’ebrea ucraina, morta suicida nel ’49, Kafka è l’autore che le mette entrambe in rapporto ad Hannah. Certo diversa – assai più solare è la esperienza di questa, rispetto alle prime due. Come diversi sono il suo aspetto e il suo atteggiamento. Con la postura un po’ “marziana” – anche nel senso guerriero del termine – di Simone e la bellezza sfuggente di Rachel, contrasta il piglio, sicuro e sfrontato, di Hannah, pronta, sigaretta tra le dita, ad affrontare, scandalizzandolo, chiunque attivasse luoghi comuni. Al malheur che sembra perseguitare come una cattiva stella le prime due, risponde la fortuna della terza – salva per miracolo dai nazisti, amata dagli uomini, circondata, ancora viva, da una fama non attutita dalle pole- miche innescate dalle sue opere, come il famoso reportage sul processo Eichmann. Ma non si tratta che del versante luminoso di una consapevolezza assai tesa del male da cui il secolo è stato preso alla gola. Di tale precipizio il Castello di Kafka porta, inscritte, tutte le cicatrici, come il corpo suppliziato del suo racconto Nella Colonia penale. Cosa altro rappresenta l’incantesimo che incatena K. a una necessità inesplicabile, se non la prefigurazione della peste bruna che sarebbe penetrata di lì a poco nelle vene della civiltà europea?

 

In questo gioco di specchi incrociati Nadia Fusini entra con un’intelligenza e una forza di scrittura non inferiore a quella delle “sue” donne. Non solo Hannah, Rachel e Simone, ma anche Virginia Woolf e Irène Némirovsky, morta nel campo di Birkenau nell’estate del ’42, e, prima ancora, Katherine Mansfield e Rahel Levin, protagonista della biografia arendtiana. Non troppo, e a volte poco, lega le loro vite, e le loro morti, singolari come quella di ciascuno. Ma c’è qualcosa che Nadia definisce «the woman’s angle» , l’angolo della donna, che appartiene a tutte loro. Si tratta di un asse prospettico, obliquo e profondo, capace di vedere qualcosa che di regola gli uomini non colgono nella violenza. Perché ne sono spesso i soggetti, prima o più che oggetti. Essi non guardano alle vittime dal punto di vista di queste. Perciò non riescono a leggere il messaggio, muto eppure vibrante, che libera lo sguardo stravolto del prigioniero fucilato di Goya. È esso che sa fissare, invece, senza indietreggiare, insieme alle sue donne, Nadia Fusini.

di Antonio Monda

Intervista a Karen Russell, autrice dalla raccolta “Un vampiro tra i limoni”.

 

New York È un anno estremamente interessante per la narrativa americana: alcuni dei libri migliori tra quelli usciti in questi ultimi mesi sono raccolte di racconti brevi (George Saunders e Don DeLillo), hanno ambientazioni assolutamente anomale come la Corea del Nord (Adam Johnson) o rifuggono il realismo, sconfinando nella letteratura di genere. È il caso di Karen Russell, che con Un vampiro tra i limoni (Elliot, traduzione di Veronica La Peccerella) conferma di essere uno dei talenti più interessanti tra gli scrittori venuti alla ribalta negli ultimi anni.

 

Trentaduenne, nativa di Miami, si è messa in luce con una prima raccolta di racconti intitolata St. Lucy’s Home for Girls Raised by Wolves a cui ha fatto seguito il romanzo Swamplandia, uno dei tre libri finalisti al Pulitzer lo scorso anno, edizione in cui non venne assegnato il premio. I suoi racconti sono pubblicati regolarmente dal New Yorker e da Granta ed è già diventata un punto di riferimento per l’originalità del linguaggio, la fantasia visionaria e la dimensione spirituale controcorrente. Un vampiro tra i limoni, definito dalla New York Review of Books «un libro di primissimo livello scritto da un’autrice dall’enorme talento», raccoglie otto racconti che sconfinano spesso nel paranormale, ma sin dalle prime righe è evidente che per questa giovane scrittrice la fantasia è un modo di rappresentare la realtà per rivelarne la verità più intima: non è un caso che tra gli autori di riferimento citi Kafka ed Edgar Allan Poe. «Ma se dovessi fare la lista degli scrittori che amo e mi hanno formato rimarremmo a parlare due giorni», racconta nel suo studio al Bard College, «e dovrei aggiungere Borges, Calvino, Carson Mc-Cullers e Denis Johnson. Tuttavia forse, più di ogni altra, voglio citare Flannery O’Connor. Ma ho paura a nominarla».

 

Perché?

«Ho paura che mi venga a tirare i piedi la notte perché ho osato paragonarmi a lei: è una grandissima autrice che dovrebbe conoscere non solo ogni lettore, ma soprattutto ogni scrittore».

 

In cosa le è debitrice?

«Nel cercare in ogni cosa, in ogni persona, la presenza del bene che può superare quello del male. Nel cercare di vedere la grazia e la redenzione, nel non aver paura dei sentimenti senza essere sentimentale. Lei ci è certamente riuscita, io non so. Ammiro enormemente che una scrittrice con una fede così profonda abbia il coraggio di non proporre il lieto fine, ma anzi sia spesso brusca e spiazzante: i suoi libri sono esperienze di trasformazione».

 

Nei racconti che ha appena pubblicato la dimensione paranormale si fonda con quella morale e religiosa. È così?

«Io amo considerarli racconti realistici, come considero realistico Kafka: raccontava quello che provava sulla propria pelle, ed è stato in grado di vederlo e poi rappresentarlo con la lucidità visionaria dell’arte. Leggendolo, molti hanno compreso di provare gli stessi spasmi, ed è uno dei motivi della sua grandezza. Per quanto riguarda la religione sono di educazione cattolica e nonostante non sia praticante il mio mondo è quello. Una volta ebbi una discussione con mia madre, la quale mi chiese da dove venissero tutti i mostri che racconto nelle mie storie. Io le ho risposto che lei invece ogni domenica beve il sangue del suo Dio. Poi mi sono chiesta se non fossero due modi di vedere una stessa verità: penso che la spiritualità non sia mai separata dalla realtà. E ritorniamo ancora una volta a Flannery O’- Connor».

 

Le piacciono gli scrittori realistici?

«Certo, ammiro ad esempio Jonathan Franzen, ma se chiede per chi mi batte il cuore penso subito al suo amico e rivale David Foster Wallace, non solo per il suo sguardo, ma anche per la sua distanza da ogni moralismo. E come quest’ultimo appezzo molto gli scrittori popolari, come ad esempio Stephen King».

 

Da dove nasce il suo sguardo sulla realtà?

«Oltre alla formazione religiosa, uno degli elementi è certamente dovuto al fatto di essere originaria della Florida: chi conosce il mio Stato sa che è un luogo primitivo e sublime, magico e noioso, terrorizzante e volgare. Ed è un luogo che ha l’oceano, che affaccia sul mondo, ma anche l’interno paludoso e stagnante».

 

Un suo racconto ha per protagonisti veterani del Vietnam. Perché?

«Mio padre ha combattuto in Vietnam e questo certamente mi ha influenzato. Ma ho cercato di raccontare come la storia si possa manipolare, e persino la guerra possa essere scatenata da pretesti e menzogne: senza andare troppo indietro nel tempo penso alle armi di distruzione di massa».

 

Il racconto che dà il titolo al libro è ambientato a Sorrento.

«Sono stata a Sorrento e me ne sono innamorata. Ma il ricordo più forte che ho è quello di mia sorella che si sentì male, e in quel posto meraviglioso cercammo di darle un po’ di sollievo con del succo di limone. Poi la fantasia mi ha portato altrove, ma credo che anche in questo caso si possa parlare della ricerca della grazia e della redenzione offerta dal dolore. E a questo punto dovrei citare nuovamente O’Connor, ma continuo ad aver paura».

di Graziella Pulce

«Dritta, alta, porta occhiali dalla montatura severa, di altri tempi… saluta con antica gentilezza.» Così Giorgio Boatti presentava Madre Ignazia Angelini, badessa del monastero benedettino di Viboldone, centro di spiritualità e di lavoro e una delle prime tappe del percorso che aveva portato lo scrittore appunto Sulle strade del silenzio. E Madre Angelini aggiunge ora questo Mentre vi guardo La badessa del monastero di Viboldone racconta (a cura di P. Pozzi, Einaudi, pp. 119, € 14,50) ai precedenti suoi testi di meditazione. La voce è limpida e perentoria: sul solco dell’esempio e della regola di Benedetto da Norcia l’autrice mette a tema l’imperfezione, condizione non accidentale ma costitutiva dell’essere umano. Il linguaggio è essenziale, privo di qualsiasi indugio retorico o letterario, rapido nella sintassi e preciso nei riferimenti, teso a escludere ogni forma di blandizie e di elusione.

Anche quando scrive, la badessa di Viboldone produce un effetto di operosità serena e fattiva: la scrittura, come ogni altra opera, è obbedienza e risposta a un imperativo categorico. Tra i riferimenti, oltre quelli numerosi al santo fondatore, altri meno scontati, come Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil, Fëdor Dostoevskij, Elizabeth Jennings. Il monastero di Viboldone è celebre per gli affreschi di scuola giottesca e per l’alta specializzazione delle monache nel restauro di manoscritti, libri antichi e pergamene, ma il senso del monastero non si identifica con l’arte, né con il pur prezioso lavoro di restauro: le monache, che non sono isolate dal mondo e non hanno operato tale scelta per fuggire dalla realtà, sono le custodi della sacralità dei luoghi, dei silenzi e del sistema agricolo-economico nel quale sono radicate. La comunità rivela infatti una personalità di ferro quando si tratta di territorio, protezione dei luoghi di arte e di fede e senza incertezze si è opposta alla costruzione di residence di lusso nella zona. Queste monache laboriose e inflessibili, cui non interessano il denaro o il potere e perfettamente in linea con il precetto benedettino della Xeniteia, il «farsi estraneo ai costumi del mondo», sono per l’accoglienza e l’ascolto, in particolar modo del giovane e dello straniero.

Nessuna meraviglia che comunità come queste siano guardate con circospezione dai vertici (maschili) della gerarchia, dai «signori di curia». Non sono quelle di Madre Angelini parole sommesse di pace facile, di vita comoda al riparo dai problemi del momento storico presente, e queste pagine non sono il prodotto di una mente individuale, ma ingiunzioni pressanti di un’entità collettiva, corale. Dunque il libro costituisce il richiamo autorevole a una modalità alternativa di vita sociale e religiosa, a un progetto e un processo di ricerca e di esperienza che necessita di un impegno quotidiano fortemente combattivo e condiviso.

Mentre vi guardo suona perciò come preghiera e come profezia, nell’imminenza di tempi che si annunciano bui e difficili, da affrontare dando corso compiuto agli auspici del Concilio Vaticano II. Non mancano infatti nette prese di distanza con chi all’interno della Chiesa, la «Chiesa santa e peccatrice» cui si riferisce la badessa, è abbagliato e condizionato dal denaro e dal potere e senza giri di parole l’autrice indica specificamente le comunità monastiche femminili quali modelli di vita autentica, capace di rispondere alle domande dell’umanità oggi come ieri. E agli occhi di chi legge il richiamo esplicito a considerare le analogie riscontrabili tra la situazione attuale e quella del IV-V secolo di Benedetto suona come un allerta e coinvolge oltre i valori della fede anche quelli più terreni delle oscillazioni di borsa, dei tassi di occupazione e dei salari. Il testo prende maggiore forza dal fatto che il soggetto è realmente ecclesiale, collettivo, che vive e propone modelli alternativi di fede e lo fa da un luogo remoto, intenzionalmente decentrato e lontano dai crocevia del potere. Le benedettine di Viboldone, libere perché non hanno bisogno di nulla, si inscrivono nella storia della spiritualità femminile ricca di esempi luminosi e di testimonianze scritte che hanno segnato percorsi nuovi tanto in teologia quanto nella letteratura.

Basta pensare a Caterina da Siena per comprendere quanto donne come queste siano in grado di esercitare quel magistero che la chiesa ufficiale sembra avere smarrito.

Elena Stancanelli

“My own darling Child”, lo chiama Jane Austen in una lettera alla sorella Cassandra. Sono passati duecento anni da quando, il 29 gennaio 1813, Thomas Egerton pubblica Orgoglio e pregiudizio. Andrà bene, esaurirà la tiratura, verrà tradotto in francese. Il più prestigioso editore londinese, Thomas Cadell, al quale la scrittrice si era rivolta per primo, lo aveva rifiutato. Ma è l’unico insuccesso con cui la scrittrice dovrà fare i conti. Morirà nel 1817 amata dai lettori e dalla critica. I suoi sei romanzi verranno accolti tutti con entusiasmo, Walter Scott ne riconoscerà l’immenso talento, e dopo di lui molti altri scrittori guarderanno al suo lavoro con rispetto e devozione. Farà in tempo a godersi la soddisfazione di essere stimata dai colleghi, privilegio che in pochi possono vantare, ma non potrà immaginare che anno dopo anno, secolo dopo secolo, i suoi libri diventeranno un punto di riferimento imprescindibile. Quanto saranno considerati un miracolo di esattezza, per stile e contenuti, quanto saccheggiati, copiati, idolatrati.

Non potrà immaginare, perché inimmaginabile, il fanatismo, che in questi giorni prende la forma delle celebrazioni che in tutto il mondo impazzano per il bicentenario. Quale artista che dal silenzio della sua stanza mette al mondo creaturine arbitrarie e parziali può prevedere che il suo lavoro saprà parlare a persone tanto diverse, in tempi che non si somigliano, dentro culture con riferimenti incomparabili? Da duecento anni Austen è padrona dei nostri cuori, maestra di seduzione, imbattibile palleggiatrice di parole e sentimenti.

Feroce e affilata, ha inventato donne la cui intelligenza ci sembra di non riuscire a doppiare, la cui coscienza è ben al di là da essere raggiunta. Le nostre storie d’amore sono quasi sempre lagne di ragazzine, esperimenti di pornografia emotiva se confrontate a quel laboratorio di antropologia sociale che Austen elabora romanzo dopo romanzo.

Io lavoro «con un pennello sottilissimo su un pezzettino d’avorio, producendo poco effetto dopo molta fatica», scrive al nipote Edward. Questa sua abilità di decifrare il mondo a partire dal minuscolo frammento di un io qualsiasi, da un pezzettino d’avorio, è il suo segreto. Uno dei tanti, che fanno di lei uno degli scrittori più letti, e riletti. Quasi un oggetto di culto, più che un classico. Nei nostri zoppicanti programmi scolastici non è prevista, né i suoi romanzi scalano facilmente le classifiche degli imprescindibili. Se ne può fare una questione di genere – gli uomini non la leggerebbero con lo stesso nostro entusiasmo – provare a immaginare che quello che le manca per entrare nell’empireo sono gli sfondi, la grande Storia che preme alle spalle dei personaggi, l’epica. Poco male, Austen se ne può fregare e cedere il podio, dal momento che può vantare un credito inestimabile: i suoi libri fanno bene. Intendo che, dati per inoppugnabili stile brillantezza trame scintillio dei dialoghi…, se continuiamo a tornare alle sue pagine è perché li consideriamo, anche, dei libri di selfhelp ante-litteram. Luoghi dove razzolare alla ricerca di sentenze definitive sul senso e il dissenso, l’amore e il disamore.

Tra quei due sostantivi perfettissimi, falsi ossimori che titolano i suoi capolavori, Austen infila tutto ciò che servea un’esistenza sana e vigorosa. Impariamo da lei il gusto dell’intelligenza, la capacità di non arretrare, il divertimento di costruire un’identità, il piacere dell’amicizia. Persino a considerare il denaro non solo come parte integrante e non volgare della vita, ma come uno degli elementi del discorso amoroso. «Le donne sole», scrive Austen alla nipote Fanny, «hanno una spaventosa tendenza a essere povere – fortissimo argomento in favore del matrimonio».

Una visione economica dell’esistenza, l’abilità di svelare il doppio movimento dell’ascesa/discesa sociale, è un dono di pochi scrittori: Dickens, Balzac, Austen.

Anche questo li rende eterni. È uscito da poco un saggio di un economista, Branko Milanovic, che analizza Orgoglio e pregiudizio come fosse un trattato sulla ricchezza. In Chi ha e chi non ha, storie di diseguaglianze (il Mulino), spiega che il reddito della famiglia di Elizabeth Bennet, protagonista del romanzo, è di circa tremila sterline l’anno, quello di Darcy di diecimila. Inoltre, se il padre di Elizabeth fosse morto senza un erede maschio, i suoi beni sarebbero finiti nelle mani del viscido cugino, il reverendo William Collins. Ora, cosa fa Elizabeth? Primo rifiuta, abbastanza ragionevolmente, l’orrendo cugino. Ma subito dopo rifiuta anche il fighissimo Darcy, solo perché la sua prima impressione su di lui era stata pessima ( First Impression era il titolo della prima versione di Orgoglio e pregiudizio ). Sempre secondo l’economista Milanovic, il rapporto tra i due scenari, Elizabeth nubile o sposa di Darcy, è di cento a uno. Il romanzo, quindi, potrebbe essere letto come la storia di una donna che impiega tutta la sua intelligenza a far rientrare l’uomo che, per motivi economici deve proprio sposare, dentro i parametri complicatissimi ma ineludibili delle sue convinzioni.

Ma, e lo dico con tutto il laicismo necessario, non è forse questo un insegnamento fondamentale? Che lo sforzo per ridurre alla perfezione un uomo dovrebbe essere commisurato alla sua possibilità di far passare la nostra vita da uno a cento, di qualunque valore questa misura sia indice? I libri di Austen sono stati tradotti, manipolati, trasformati.

Soltanto di Orgoglioe pregiudizio sono state fatte decine di riduzioni televisive e cinematografiche, oltre a quella della Bbc con Colin Firth divenuta oggetto di culto.

La scena nella quale Colin Firth/Darcy usciva dal lago con la camicia bianca bagnata i capelli spettinati, pantaloni e stivali e l’andatura decisa portata deliziosamente sul sorriso timidoe lo sguardo assassino, fu un caso nazionale. Tutte le donne inglesi davanti al televisore persero completamente la testa. Compresa Helen Fielding, l’autrice de Il diario di Bridget Jones, che dopo aver battezzato Darcy il suo protagonista, un avvocato serio e scontroso, impacciato ma bellissimo, volle a tutti i costi che nella versione cinematografica fosse interpretato da Colin Firth. Greer Garson Keira Knightley, persino Virna Lisi in uno sceneggiato italiano degli anni cinquanta sono state Elizabeth Bennet. E poi ci sono i fumetti, i sequel e i prequel letterari di ogni tipo. Orgoglio e pregiudizio e zombie, di Seth Grahame-Smith, Death Comes to Pemberley di P. D. James, la giallista inglese, Jane Austen Book C lub di Karen Joy Fowler… e vai e vai. Eppure nei romanzi di Austen non c’è niente di apparentemente archetipico, niente che possa essere declinato verticalmente. I suoi personaggi, le sue storie non hanno la potenza mitopoietica di tanta letteratura. Non si stagliano, non giganteggiano, non sono eroi. Sono geroglifici, minuziose calligrafie. Ancora più di Shakespeare, suo evidentissimo maestro, Austen elude lo strepito e il furore. Ma forse è proprio per questo che la amiamo, e che le sue parole sono così feconde.

Forse, se da duecento anni leggiamo e rileggiamo i suoi libri, è anche perché in quel presepe sgangherato e affettuoso, sembra esserci sempre un posto per noi. Quei salotti, quelle feste, quelle campagne ci accolgono come ospiti.E nel dialogo con loro ci acquietiamo perché, specie nei momenti di crisi, è molto piacevole condividere l’illusione che un comportamento ragionevole, se sufficientemente ostinato, conduce al riparo dal disastro.

Donatella Massara

Il nucleo originario del nuovo libro Lavalledelledonnelupo (Einaudi, 2011) di Laura Pariani è la leggenda del prato delle balenghe di cui la nonna le parlava. L’ha dichiarato anche nell’intervista-commento e lettura del libro che è in rete sulla nostra web radio Donne di parola. La leggenda raccontata nelle valli della bergamasca dice che in un certo prato venivano sotterrate le donne che erano state diverse per il comportamento o per qualche segno esteriore di non conformità che le indicava come ‘balenghe’, cioè non conciliate con l’esistente, ovviamente, quello pensato dagli uomini, padri reali, mariti, padri della chiesa o della patria. La parola ‘balenga’ appartiene ai dialetti del nord. So che è usato nella zona del varesotto, ma fa parte anche dei miei ricordi di bambina vissuta fra Torino, Biella e Vercelli. Balenga/balengo erano una donna o un uomo che avevano un comportamento stonato, non lineare, non ortodosso, anche poco gentile perchè originato dalla discontinuità di umore. Era usato in tempi recenti anche in modo più morbido, mio padre diceva “oggi mi sento balengo” e noi donne della famiglia intendevamo che quel giorno era malfermo, gli girava la testa, forse voleva dire che non si sentiva perfettamente in sintonia con il mondo intorno.

 

Nel romanzo di Laura Pariani le balenghe sono donne che si sono ribellate al comportamento dominante. L’isolamento della sepoltura poteva anche derivare dall’essere zoppe, rosse di capelli, strabiche e ovviamente ‘streghe’ o comunque donne che praticavano ‘la fisica’, cioè che curavano con le conoscenze della medicina popolare, con le erbe, ma anche con la magia. Dal punto di vista della storia delle donne il ricordo che è una notizia di tipo storico, culturale ma che è anche di politica prima mi colpisce molto e ho visto chiaramente, leggendo, come il senso del libro parte da lì. Mi è ritornata con particolare urgenza, chiarezza e evidenza, la convinzione che c’è una storia nascosta nella storia più conosciuta.

Essa non può semplicemente essere identificata con la storia delle donne, ormai ampiamente accettata. Le donne importanti sono state riconosciute, filosofe, scienziate, politiche, scrittrici, e grazie al grande lavoro svolto dalle donne medesime. La partecipazione femminile alla storia politica sta avendo sempre più notorietà. L’importanza della presenza femminile nel processo di unificazione italiana ha avuto libri, riconoscimenti, incontri. E’ la storia nascosta, quella che ha agito nelle popolazioni, congiungendo non sempre in annodamenti di razionale evidenza l’immaginario, le nozioni correnti e i fatti documentati, che ancora è sottaciuta. La leggenda del prato delle balenghe ha questo contesto. Ha avuto però un’ospitalità di alto livello nell’immaginazione della scrittrice, dando, a noi che leggiamo il romanzo, la percezione del filo rosso che lavora nella storia. E’ un filo che congiunge i fatti ma anche li dissocia o li fa implodere nell’inafferrabilità. Il rischio è che nel momento in cui dai un segno positivo a questi fatti essi si allineino, escludendone altri così che nella rete dell’immaginazione si assommano all’infinito, mentre nella storia propriamente detta diventano pezzi selezionati, delimitati e fissati in una memoria che non ha conseguenza nella vita delle donne. Per spiegarmi su questa storia nascosta sono obbligata a pensare alla mitologia femminile confusa nei secoli con i simboli della religione cristiana. Il culto della dea fa parte di questa storia nascosta. E’ quella che racconta bene Luisella Veroli, amabilmente definita da Silvia Vegetti Finzi, “un’archeologa dell’immaginario”. E’ attraverso i suoi insegnamenti che ho imparato a vederne i segni nell’arte. La promiscuità di immagini femminili derivate da diverse religioni ha una lunga resistenza fra le classi popolari e finisce per essere estromessa dalla chiesa, dal potere politico e dagli stessi credenti. Penso alla confusione che per secoli c’è stata fra Iside e la Madonna. Come è noto esistono delle statue che sono più la raffigurazione della prima che della seconda. Più correntemente è facile imbattersi in statue popolari della Madonna rappresentata come Iside con il bambino tenuto in piedi, con un accenno di corona in testa e il nodo isideo sulla cintura della veste. Il culto della dea resiste. A Oropa la chiesa dove è custodita la statua della Madonna nera è costruita su un pietrone considerato un santuario sacro di origine pre-cristiana dove le donne andavano a strofinarsi per ottenere la fertilità. Sono le ricerche di Marija Gimbutas che hanno messo insieme una copiosa raccolta di testimonianze e hanno legittimata la presenza del culto della dea in tutti i continenti. E’ questa una parte della storia nascosta a cui mi riferisco . Essa è però molto più intricata e raggiunge   risvolti  terribili come quelli, all’alba della modernità, della caccia alle streghe. Una storia che Laura Pariani aveva già raccontato in Lasignoradeiporci (Rizzoli, 1999.) Il folclore nei riti, nelle feste, nei simboli ne conserva qualche traccia. Laura Pariani va oltre, però. Gli studi sul folclore hanno irrigidito i segni di una tradizione controllata, con le varie feste sulla befana, per la gibigianna, per i passaggi di stagione, sono culti spesso misogini, allusivi della sessualità maschile e che mistificano cosa queste cerimonie significassero originariamente. Quello che ho visto invece nel romanzo di Laura Pariani è una rielaborazione di quella storia che parla della sconfitta (o della vittoria, in definitiva) dei culti femminili. Raccontata in una forma verosimile la storia della Fenisia, una donna anziana delle valli dell’alto Piemonte, che ha attraversato più di ottantanni del nostro tempo, impone la possibilità di una storia nascosta, e senza avere la pretesa di renderla autenticamente vera, lavora sull’immaginario per farla diventare narrabile. Prendendosi la libertà di esistere arriva all’agire politico delle donne del presente e ci apre all’idea che oltre a una società tutta sottomessa agli uomini contro cui le donne si scontrarono, esista la storia sotterranea delle donne che contendono e contesero il potere agli uomini e che è da questa lotta che esce la nostra storia. Essa è così da subito, attraverso i percorrimenti non lineari del nostro immaginario, storia dei due sessi. Lavalledelledonnelupo è un libro impegnativo che ci insegna come la letteratura, la storia, la politica delle cose prime lavorino bene insieme e attraverso la scrittura impongano una maniera diversa di pensare, di acquisire idee e allargare la nostra mente, una prerogativa che, quando è forte, non è indifferente per l’agire.

Franca Fortunato

“La Signora del Monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba”, è il titolo dell’ultimo libro di Marirì Martinengo, in cui l’autrice, femminista storica del pensiero della differenza, porta a compimento la strada da lei aperta di un “fare storia” femminile che rivoluziona la storiografia tradizionale che, in nome di una “falsa oggettività”, ha permesso che la storia diventasse «una disciplina arida, mutilata delle relazioni, dei sentimenti, dell’emotività, aspetti ritenuti di pertinenza esclusiva del romanzo». Nel libro descrizione, narrazione e documentazione si intrecciano con le passioni, i sentimenti, la vita dell’autrice e delle donne e degli uomini con cui entra in relazione, in un rapporto col tempo che assume un significato diverso a seconda dell’età e di chi narra e interpreta la storia. Nel libro Marirì, con dovizia di documenti, di rimembranze e ricordi, tra memoriale e storiografia, narra, in modo appassionante e appassionato, poetico in alcuni momenti, dieci anni della sua infanzia, dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Quaranta del Novecento. La memoria di esperienze personali e familiari si intreccia, nel libro, con una puntuale e documentata ricerca storica sui luoghi e le persone di Monforte, con il risultato di descrivere, narrare, e documentare la storia personale e familiare intrecciata con quella di una intera comunità. I luoghi, le strade, le case, le piazze, strappate all’oblio del tempo, si ripopolano attraverso la scrittura e la vita torna a pulsare nelle reti di relazioni tra vicine, nei sentimenti, nelle emozioni, negli amori, nelle passioni, nelle scelte delle donne e degli uomini che Marirì ha incontrato negli anni della sua permanenza a Monforte. Gli anni della guerra, dello sfollamento dalle città, della resistenza e del dopoguerra rivivono nel libro attraverso le vicende personali e familiari dell’autrice, e si intrecciano con la storia di una delle comunità delle Langhe piemontesi, che si resero protagoniste della lotta partigiana. Nel raccontare e ricordare la storia di Monforte d’Alba, l’autrice guarda alla genealogia femminile. Dalla Signora del Monte, la contessa, feudataria, che difese la roccaforte dall’assalto dei feudatari e dei vescovi e che fu condannata dalla chiesa al rogo per aver difeso e aderito al movimento cataro, a Elisabetta, regina d’Ungheria, che protesse Monforte, fino alle “infinite vite” di donne comuni che l’autrice conobbe nella sua infanzia e di cui narra la “storia”, per non lasciare che il tempo le seppellisca. Il libro si inserisce nel percorso politico e di ricerca storica di Marirì, con cui dimostra, ancora una volta, come scrivere la storia delle donne non vuol dire aggiungere un capitolo a un manuale scolastico per tutto il resto tradizionale, ma vuol dire ripensare e riscrivere tutta la storia, per fare entrare quello che è stato tenuto fuori dalla storiografia tradizionale, in primis le relazioni tra donne e tra donne e uomini. Un libro da fare leggere alle ragazze e ai ragazzi a scuola.

La Signora del Monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba, Neso Edizioni, 2011, pagg. 165, € 14,00

di Bia Sarasini

Cattura subito questa seconda puntata de L’amica geniale, la storia di Lila e Lelù, le due amiche cresciute a Napoli in un quartiere dove non si vede il mare. Epopea scritta da Elena Ferrante, l’autrice che preferisce far parlare i suoi libri e non dice nulla di sé, neppure il proprio vero nome.

Storia del nuovo cognome, questo il titolo, riprende esattamente lì dove si era interrotto il primo volume. Sull’inquadratura in primo piano, agghiacciante come se fosse una sequenza-chiave di un film di Hitchcock, delle scarpe che mai avrebbero dovuto essere calzate da Marcello Solara, il nemico di Lila. Le scarpe che Stefano Carracci, il giovane salumaio neo-marito della sedicenne Lila, aveva giurato di conservare come la cosa più preziosa. L’impegno d’amore che le aveva fatto pensare che lui era la scelta migliore.

Il tuffo nella vicenda è vertiginoso, è lo snodo del destino. Tra Lila, che ha scelto di diventare ricca, come si era ripromessa fin da piccola, con l’unica strada che le si presentava, il matrimonio precoce, e Lenù, che invece continua a studiare, mai ben sicura di avere fatto la scelta vincente.

Cattura talmente, questa pagina scritta, che non la si può lasciare. E non ci si accorge nemmeno, e lo dico con ammirazione profonda, di quel trucco portatore di felicità – come quel «filo di felicità» che a un certo punto compare – buttato lì nelle prime pagine: i quaderni che Lila a un certo punto consegna a Lenù, e che lei, dopo averli letti fino a impararli a memoria, a Pisa butta da un ponte nell’Arno. Così chi scrive la storia, cioè la stessa Lenù, può raccontare dall’interno l’amica amata e odiata. E, come non succede nei feuilleton da cui sono stati rubati di peso, quegli stessi quaderni le permettono riflessioni ricorrenti su sé stessa, la sua amica, il loro rapporto.

Non è facile la vita delle due ragazze, che si fanno strada nella vita nei “favolosi” anni sessanta, costrette a fare i conti con il dominio maschile – brutale, anche quando si vuole amoroso – con le limitate possibilità di autonomia per una donna. Non si potrebbe vedere Lila, sposa sedicenne, come un’eco della casalinga inquieta dei suburbia americana che abita le pagine della Mistica della femminilità di Betty Friedan, all’incirca in quegli anni? Troppo intelligente, troppo “desiderante” rispetto alla vita banale e soprattutto umiliata che le si apre davanti?

Perché questa è la voce profonda del romanzo, insieme realistico e concettuale, romanzesco nel succedersi dei colpi di scena fino a percorrere le tracce di un fotoromanzo o una soap-opera, eppure sofisticato, quasi sperimentale negli innesti di soggettività pensante, di punti di vista che stravolgono i contesti e cambiano quello che si credeva di conoscere già.

La voce della ricerca delle origini intime, del tutto interiori, di un desiderio profondo che cambia la vita, non accetta i limiti delle regole date: «Non possedevo quella potenza emotiva che aveva spinto Lila a fare di tutto per godersi quella giornata e quella nottata. Restavo indietro, in attesa. Lei invece si prendeva le cose, le voleva davvero…». Cosa vuole una donna? È la forza del desiderio, che Lila e Lenù si scambiano, si rubano, si restituiscono in un gioco continuo di rimandi, rispecchiamenti, protese entrambe a costruirsi una vita a loro misura, una misura tutta da inventare.

Il merito, la forza della narrazione è in una scrittura unica, che taglia e illumina senza esitazioni: «…era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra».

Si ricorderà che nel primo volume Lila è scomparsa, a sessantasei anni. In questa seconda parte la narrazione copre più o meno dieci anni, fino ai venticinque circa delle ragazze. Riuscirà il prossimo volume a chiudere la storia? Sarebbe bello pensare di no.

Elena Ferrante Storia del nuovo cognome. L’amica geniale edizioni e/o 476 pagine 19,50 euro