di Elena Stancanelli
Scrive Luisa Muraro nell’introduzione a Esistenzialisti e mistici che l’autrice, Iris Murdoch, appartiene a un ristretto gruppo di intellettuali che la seconda guerra mondiale portò a un ripensamento della nostra civiltà. Una generazione formatasi «nel cuore drammatico del secolo», composta in prevalenza di donne, Etty Hillesum, Simone Weil, Anna Maria Ortese, che raccontò, sfiorandola, la crisi della modernità.
Nata a Dublino nel 1919, Murdoch studiò prima a Oxford e poi a Cambridge, dove fu allieva di Wittgenstein. Divenne professore di filosofia, e pubblicò saggi e opere di narrativa. Il suo modello, nel coniugare le due competenze, fu l’esistenzialismo. Simone de Beauvoir, Sartre, i filosofi narratori. Ma Murdoch — si può dire? — scrive meglio, la sua scrittura è vivacissima, sorprendente, la sua lingua è leggera. Shakespeare, più Austen, più Proust e un po’ di Virginia Woolf, «the darling, dangerous woman», come la definiva la stessa Murdoch. Insieme alla raccolta di scritti filosofici, Il Saggiatore ripubblica un romanzo, L’incantatore . Ottima scelta, che ribadisce una doppia vocazione di pari intensità. Spiega ancora Muraro nell’introduzione che Murdoch usava una formula per definire il suo pensiero: c’è più di questo. «Più di quello che possiamo constatare, più di quello che le filosofie del nostro tempo ci fanno vedere, ma anche, sullo sfondo, più di quello che possiamo dirne », scrive Muraro. «C’è più di questo» è una dichiarazione di poetica, che apre alla metafisica, a Platone, l’amore per la mistica. Murdoch si invaghisce del concetto di santità (e come non pensare a Ortese…) e osa riconoscere il valore cognitivo dell’amore. «Bisogna essere buoni, senza secondi fini », scrive, «per ragioni immediate e ovvie, perché qualcuno ha fame, o perché qualcuno sta piangendo». Ma «c’è più di questo» è anche il sintomo di una smania esistenziale, che si tradurrà in una vita piena e larga.
Nella conversazione con Bryan Magee che apre la raccolta Esistenzialisti e mistici (che fu trasmessa per la prima volta alla televisione nel 1977) la scrittrice affronta la questione della narrativa, parla della diffidenza morale dei romanzieri novecenteschi impegnati a confrontarsi con un mondo franto, che non offre più la possibilità di uno scontro leale. Niente più eroi, quindi, e una nuova bruciante passione per i personaggi mediocri. Oggi il giudizio è sempre incerto, siamo quello che resta dopo la dissoluzione della religione e delle gerarchie sociali. Il grande scrittore deve diventare un giudice giusto e intelligente, che non si lascia offuscare da ossessioni personali, ma ascolta e lavora, fa muovere la storia. Ma attenzione alla fantasia, perché «la fantasia è un’astuta e potente nemica dell’immaginazione». Murdoch prova a ripensare la civiltà, come scrive Muraro, ma partendo dall’individuo, battendosi contro quella bastarda vocazione alla minuscolaggine che ha afflitto il nostro secondo Novecento. Quella tensione a non esistere, a sottrarsi, a cancellare la propria vita esauriti in una tensione nervosa, divenuta presto l’unico materiale letterario possibile.
Murdoch si sposò molto giovane con un altro scrittore, John Bayley, che le rimase accanto tutta la vita. Ed è l’autore della sua biografia, Elegia per Iris , divenuta un bel film con Kate Winslet e Judy Dench che si alternano nel ruolo della scrittrice. Scrisse decine di romanzi, visse una vita apparentemente poco avventurosa, si ammalò di Alzheimer, morì nel 1999, prima di compiere ottant’anni. Ma chi la conobbe racconta che fu una donna, oltre che una scrittrice, di impressionante potenza. David Morgan, che fu suo allievo e amante, la descrive nel libro che raccoglie il loro carteggio, With Love and Rage. Lo dicono i suoi amori, sovrapposti al matrimonio, da Elias Canetti a Raymond Queneau, oltre all’amica/amante Philippa Foot, filosofa a sua volta, che l’ha accompagnata per sessant’anni. Visse, amò, insegnò ma fu soprattutto una vera romanziera, come dimostra la lettura de L’incantatore , che ha una prefazione di Peter Cameron.
L’“incantatore” è Mischa Fox, quello di cui tutti si innamorano e che guida i destini incrociandoli, arruffandoli. Che colpisce e scompare, lasciando il laido Calvin Blick a ricomporre i cocci o gettarli definitivamente. Come tutti i seduttori, Mischa Fox appare per ultimo nella storia, preceduto dalla sua fama un po’ fascinosa e un po’ sinistra. Nessuno sa dire cose precise della sua vita: quanti anni ha, da dove viene, dove è nato, che sangue scorre nelle sue vene. Anzi, dicono che se soltanto qualcuno cerca di immaginarlo rimane paralizzato, come chi guardi negli occhi Medusa. Siamo a Londra, nel dopoguerra, in una comunità di eccentrici nullafacenti: Annette che colleziona pietre preziosissime salvo poi liberarsene gettandole nel Tamigi senza alcuna vera ragione; Nina la sarta; Peter che studia la scrittura di una civiltà sepolta sperando di riuscire a decifrarla prima che qualcuno trovi una stele bilingue rendendo i suoi sforzi inutili; John Rainborough, un fastidioso dirigente di qualcosa che compie azioni sconsiderate una dopo l’altra; Hunter, a capo di “Artemis”, una rivista femminista, e sua sorella Rose che è l’amante di due brutali fratelli polacchi. Viviamo in un mondo che sta diventando assurdo come quello di Kafka, scrive Murdoch, ma noi, a differenza degli eroi di Kafka, «non siamo rassegnati all’assurdità e soltanto nel non rassegnarci risiede la nostra possibilità di salvezza».
(la Repubblica – 30/7/2014)
di Alessandra Pigliaru
Saggi. «Le virtù della resistenza» della studiosa statunitense Carol Gilligan per Moretti&Vitali. Un testo che tesse una fitta trama multidisciplinare per svelare la genesi femminista di una teoria radicale della resistenza al potere
È il 2009 quando Carol Gilligan, psicologa e ricercatrice statunitense nota grazie al suo fortunato libro del 1982, In a different voice (Con voce di donna), decide di riprendere alcuni temi ricorrenti della sua ricerca: anzitutto proseguire il lavoro cominciato più di vent’anni fa intorno all’etica femminista della cura. A riguardo, l’arcipelago di idee è piuttosto complesso: la voce, l’ascolto e il riconoscersi già e sempre in relazione, non l’hanno mai abbandonata e vanno a comporre il libro pubblicato nel 2011, Joining the resistance (Polity Press) appena tradotto in Italia da Marta Alberti e Silvia Zanolla con il titolo La virtù della resistenza (Moretti&Vitali, pp. 167, euro 16) e un’introduzione di Federica Giardini alla quale è allegata anche un’utile bibliografia ragionata.
Al centro della riflessione di Carol Gilligan ritorna dunque la voce, per significare al contempo un pensiero già incarnato e un conseguente rifiuto dell’astrattezza del sé – tanto caro alla psicologia. Il dato è dirimente giacché la voce di cui parla l’autrice non attiene solo al fenomeno fisico dell’emissione vocale, bensì alla parabola stessa della libertà e della autenticità delle relazioni.
C’è dunque una posta politica che passa per la voce e che diviene la tessitura del nostro stesso agire. La virtù della resistenza viene sottotitolato con tre punti nodali che corrispondono ad altrettante idee percorse da Gilligan. Resistere, prendersi cura, non cedere sono infatti la rappresentazione di dove la voce si sia depositata. Di dove si agiti il linguaggio e il suo corpo desiderante. Di dove si sia nascosta e da dove non intenda scomparire. Rispetto al tema della resistenza, Gilligan mostra l’ampiezza semantica del termine che risponde ad una plurale declinazione politica – quando quella voce dice la verità in faccia al potere -, e psicoanalitica – quando resistere significa riluttanza ad accogliere nella coscienza contenuti rimasti fuori di essa. È opportuno segnalare come la resistenza politica per Gilligan ha a che fare con la resistenza al disagio. In questo passaggio le esperienze riportate sono numerose: penso alle sue interviste alle adolescenti e alla scoperta di una reciprocità della relazione tra le insegnanti e le studenti che apre all’ipotesi di un’interrogazione profonda delle pratiche, anche politiche.
L’implicazione tra voce e resistenza comincia dall’emersione di alcune domande: «chi parla e a chi? In quale corpo? Raccontando quali relazioni? All’interno di quali strutture sociali e culturali?». In un orizzonte che non si lascia sclerotizzare dalla neutralità della psicologia classicamente intesa, si fa spazio la domanda sulla resistenza: resistere a che cosa e a chi, infine? Per comprendere le direzioni racchiuse in una questione simile, Gilligan studia la dissociazione, punto di rottura che risente della separazione tra pensiero ed emozione. Si colloca così in una soglia già contaminata da un sapere transdisciplinare e, senza alcuna esitazione, crea intersezioni tra psicologia, psicoanalisi, filosofia, letteratura, poesia, teatro insieme alle stesse vite di chi le si mostra dinanzi, compresa la propria. Sembra infatti che il punto più interessante stia proprio qui: quel che non si lascia categorizzare né controllare appartiene all’ascolto, allo scambio empatico in presenza. Ciò accade nella relazione politica, terapeutica, di orientamento didattico, di sondaggio conoscitivo o semplicemente tra donne e uomini; il progetto che spinge in avanti è l’ipotesi di non abdicare alla propria parte autentica in nome di una separazione gerarchica che fa il gioco patriarcale.
Nelle adolescenti, ricorda Gilligan, l’iniziazione al patriarcato è accolta come l’imporsi della rottura di relazioni significative in nome dell’onore, della norma sacrificante e dell’affermazione sociale. È proprio in questo rilievo che le ragazze custodiscono la voce più profonda di se stesse, spesso «sepolta ma non perduta»; resistono un momento prima di diventare donne – laddove donne ha la doppia accezione di guadagno trasformativo e di pericolo verso un’adesione alle regole imposte. Non si tratta tuttavia della mancata comprensione dell’ordine sociale che detta la crescita, bensì di un percorso che Gilligan intraprende per mettere in scena relazioni che contano, di qualità, e che hanno la forza di sottrarsi alla logica scadente del patriarcato — o forse dovremmo dire di ciò che di esso sopravvive. Come viene notato finemente da Alberti e Zanolla, la categoria del «genere» è trattata da Gilligan sia come dispositivo rinforzante i canoni identitari sia come qualcosa che corrisponde più alla differenza sessuale e incarnata di uomini e donne.
«In una cornice patriarcale la cura è un’etica femminile. In una cornice democratica la cura è un’etica dell’umano (…) Prendersi cura esige attenzione, empatia, ascolto, rispetto (…). È un’etica relazionale basata su una premessa di interdipendenza. Non è altruismo». L’etica femminista della cura occorre per liberare la democrazia dalla morsa del patriarcato, laddove quest’ultimo ha una stretta correlazione con la frammentazione della psiche e quindi con il trauma.
L’analisi degli albori della psicoanalisi serve a ravvisarne i cortocircuiti: per esempio quando Freud interrompe una certa forma di intimità psichica e di relazione con le sue pazienti per allinearsi alla cultura patriarcale come fatto naturale; quando cioè accetta l’equivalenza tra la voce del padre e l’autorità morale. In fondo, e non solo secondo Gilligan, Freud dopo essersi accecato da sé come Edipo, pretende che le sue figlie lo accompagnino nella sua cecità. Sofferenza e nevrosi sono ovviamente comprese nel prezzo da pagare. Tuttavia è pur vero che questa non è l’unica storia di cui possiamo avvantaggiarci oggi. Su questo punto, per esempio, come ricorda Federica Giardini nella sua introduzione «Il continente nero di cui la psicoanalisi – in modo analogo ai saperi basati sull’individuazione e la contrapposizione tra il sé e gli altri – non riusciva a dare conto è la relazione costitutiva tra madre e figlia. Una relazione che non può venire meno, pena la sofferenza psichica e fisica, e che non riesce a svilupparsi secondo le regole dell’identificazione maschile, il passaggio ciò dall’attaccamento fusionale alla madre alla separazione che avviene attraverso l’intervento del padre». La decostruzione svolta durante gli anni Settanta, soprattutto grazie al femminismo, ha mostrato che nonostante il nodo edipico esiste dunque qualcosa d’altro e che la frammentazione della psiche come specchio dominante non ha impedito di significare un’altra narrazione e pratica relazionale. Esiste appunto una scena differente illuminata da alcune autrici, da Luce Irigaray a Luisa Muraro, che simbolicamente è stata assunta anche nel lavoro di Carol Gilligan. Forse perché lei non ha ceduto? La domanda è: siamo disposte e disposti anche noi a non cedere?
il manifesto 16/07/2014
di Sthephanie Hanes
Nadine Gordimer, la scrittrice sudafricana vincitrice del premio Nobel la cui prosa intensa e intima ha aiutato a mostrare l’apartheid ai lettori di tutto il mondo, e che ha continuato a illuminare la bellezza e brutalità del suo paese ancora dopo la caduta del governo razzista, è morta il 13 luglio nella sua casa di Johannesburg. Aveva 90 anni. La sua famiglia ha annunciato la morte senza rivelarne le cause.
Gordimer, che era bianca, fu una precoce e attiva militante del partito dell’African National Congress, ma non partecipò alla scrittura dei suoi documenti politici. Il suo ruolo da autrice, diceva, era solo «scrivere a mio modo più onestamente che posso e profondamente quanto riesco della vita intorno a me».
I suoi personaggi dai nobili ideali avevamo spesso limiti personali; gli uomini d’affari razzisti e indifferenti avevano la stessa complessità e profondità dei combattenti per la libertà. Il conservatore, che vinse il Booker Prize nel 1994, racconta uno dei personaggi meglio definiti di Gordimer, un industriale bianco che ha acquistato una grande fattoria fuori Johannesburg, anche per usarlo come sede di appuntamenti con la sua amante sposata e politicamente radicale.
Un altro romanzo famoso, La figlia di Burger, pubblicato nel 1979, segue le fatiche personali e politiche di Rosa Burger, figlia di un medico carismatico e attivista anti-apartheid afrikaner che morì in carcere. In un paese definito dalla propria intensità politica, Rosa conclude che «il vero significato della parola solitudine» è «vivere senza responsabilità sociali».
Il romanzo del 1981 Luglio racconta la storia di una famiglia bianca liberal che scappa da un’immaginaria rivoluzione violenta contro l’apartheid e finisce nel villaggio del suo ex-servitore, Luglio.
Dal romanzo del 1958 Un mondo di stranieri, che descrive i futili tentativi di un giovane uomo d’affari inglese di conservare dei legami tra i bianchi e i neri in Sudafrica, a Ora o mai più del 2012, che segue una coppia interrazziale che cerca di affrontare la problematica società post-apartheid, Nadine Gordimer ha sempre scritto senza risparmiarsi di razza, identità e luoghi, e di come sistemi politici repressivi incidono sulle vite e sulle relazioni delle persone.
«Sa rendere visibili le condizioni di vita terribilmente disumane ed estremamente complicate in un sistema di segregazione razziale», disse il segretario dell’Accademia Svedese Sture Allen nel consegnare a Gordimer il premio Nobel per la letteratura nel 1991. «In questo modo, si fondono arte ed etica». Stephen Clingman, professore all’università del Massachusetts ed esperto del lavoro di Gordimer, spiega che per Gordimer “la politica è carattere psicologico”. «Sapeva che se vuoi capire qualunque personaggio, bianco o nero, devi saper comprendere il modo in cui la politica entra nell’individuo».
Il governo segregazionista, che imponeva censure molto capricciose, vietò quattro dei suoi romanzi con differenti accuse di sovversione. Nel suo discorso per il Nobel, Gordimer disse: «Questa nostra impresa estetica diventa sovversiva quando i vergognosi segreti del nostro tempo sono esplorati in profondità, con l’integrità ribelle dell’artista nei confronti della vita attorno a sé. E allora i temi e personaggi dell’autore sono inevitabilmente formati dalle pressioni e distorsioni della società, così come la vita del pescatore è determinata dalla potenza del mare».
Nadine Gordimer era stata la fondatrice del Congress of South African Writers, a maggioranza nera, e aveva tra i suoi più intimi amici intellettuali come Edward Said e Susan Sontag. Per quanto leale amica e maestra di coloro che riteneva meritevoli della sua attenzione, era anche nota per la sua impazienza con chi trovava noioso. Era insofferente delle prudenti sensibilità dei “bianchi liberal” e preferiva definirsi una “radicale”, mostrandosi infastidita dalle ansiose attenzioni alle fatiche dei bianchi nel Sudafrica post-apartheid. Si era rifiutata di trasferirsi in un quartiere protetto di Johannesburg, anche dopo essere stata derubata con la forza del suo anello di nozze e chiusa in un ripostiglio durante una rapina nella sua casa nel 2006. Dopo ciò riconobbe la gravità del problema della criminalità nella sua città, ma espresse anche comprensione per i rapinatori. «Penso che dobbiamo guardare le ragioni del crimine», disse al Guardian: «Ci sono giovani che vivono in miseria e senza prospettive. Hanno bisogno di istruzione, formazione e lavoro».
Gordimer era alta un metro e cinquantacinque ma aveva quella che qualcuno definì “la fierezza attentamente curata di chi è fragile”. Malgrado la sua piccola statura, sapeva infliggere uno sguardo pungente e intimidatorio a chi suggeriva che i suoi libri parlassero di persone o eventi reali, ripetendo che le sue storie erano pura finzione, e che secondo lei proprio questo rendeva la sua scrittura più “vera”. Le storie, spiegava, danno sguardi più chiari sulle politiche e le scelte, e sul loro duraturo impatto sulle vite delle persone: più delle biografie o dei saggi giornalistici. «Ci faceva vedere cose della politica che la politica non avrebbe saputo descrivere», dice Clingman.
Nadine Gordimer era nata il 20 novembre 1923 fuori Johannesburg, nella città mineraria di Springs, un posto di “praterie bruciate, discariche minerarie e colline di carbone”, nelle sue parole. «Non un luogo romantico», disse durante una presentazione a Cape Town nel 1977, intitolata Cosa è per me il Sudafrica. «Non un panorama che gli europei riconoscerebbero come Africa. Ma è Africa. Per quanto lo trovi duro e brutto, e per quanto l’Africa per me sia diventata molte altre cose, quello è il mio primo impatto con la vita; tutto quello che ho visto e conosciuto dopo è cresciuto da lì».
I suoi genitori erano immigrati ebrei – sua madre inglese, suo padre lituano – non praticanti e, diceva lei, terribilmente borghesi. Da bambina prese lezioni di danza, frequentò la scuola di un convento e fu avvisata di stare attenta alle baracche dove vivevano i minatori neri, quando attraversava la prateria per andare a scuola. A 11 anni le fu scoperto quello che più tardi risultò un problema al cuore non grave. Ma sua madre – che lei descrisse come una donna energica ma annoiata dalla sua vita – la tolse da scuola e dalle sue amate lezioni di danza, e assunse un tutore tenendola “a riposo” per anni. «Di questo misterioso male ora posso parlare», disse in un’intervista del 1976: «Dopo essere cresciuta capii che aveva a che fare con l’atteggiamento di mia madre nei miei confronti, che lei allevò quello che probabilmente era una cosa passeggera e ne fece una lunga malattia, per tenermi a casa, per tenermi con sé».
Fu in questo strano isolamento forzato – sempre con gli adulti e passando i pomeriggi a leggere con sua madre – che Gordimer cominciò a scrivere. Pubblicò racconti nella sezione per ragazzi di un giornale locale e a 15 anni scrisse il suo primo articolo per un pubblico adulto. Catturata dall’idea di diventare una scrittrice, Gordimer si trasferì a Johannesburg. Frequentò corsi all’università per circa un anno ma imparò di più frequentando la scena artistica del multirazziale quartiere di Sophiatown. Antony Sampson, direttore della rivista per neri Drum, diventò uno dei suoi più stretti e fidati amici. C’è una seconda nascita che poteva accadere ai sudafricani, disse una volta Gordimer parlando all’università di Cape Town: la presa di coscienza che l’apartheid non è un ordine del mondo di natura divina, fisso e immutabile. Spiegò diversi momenti attraverso i quali lei aveva iniziato ad aprire gli occhi sulla terribile natura dell’apartheid: i disumani raid nell’alloggio della sua tata nera, dietro casa dei suoi genitori, e di fronte ai quali loro rimanevano impassibili e silenti; la scoperta che i minatori neri che frequentavano negozi gestiti da persone come suo padre non erano autorizzati neanche a toccare la merce prima di averla comperata; la sua amicizia con diversi scrittori neri, che lei considerava più bravi ma che non avevano le sue stesse possibilità di intraprendere la carriera da scrittori.
Gordimer pubblicò la sua prima collezione di storie brevi, Faccia a faccia, nel 1949. Poco dopo cominciò a collaborare con la sezione di narrativa del New Yorker. Il suo primo romanzo, I giorni della menzogna, fu pubblicato nel 1953 e racconta di Helen Shaw, figlia di genitori bianchi e borghesi che vivono in una città di miniere d’oro, che comincia a realizzare le condizioni di vita dei neri intorno a lei.
Col suo paese nei problemi del post-apartheid del nuovo millennio, le fu chiesto se la democrazia avrebbe tolto ispirazione alla letteratura sudafricana. «Al contrario», rispose: «siamo pieni di problemi». A chi le criticava un’esistenza privilegiata, accusandola di avere usato come musa le sofferenze del suo paese guardandole dal suo comodo quartiere bianco senza patirne le conseguenze, rispose dicendo che non capivano il suo lavoro: «La tensione tra assistere ed essere completamente coinvolti, è ciò che fa uno scrittore».
(il post – 15/7/2014)
Il gesto femminista
LA RIVOLTA DELLE DONNE: NEL CORPO, NEL LAVORO, NELL’ARTE
a cura di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna (Deriveapprodi 2014)
Se la storia del femminismo si lega a una pluralità di prospettive, teorie e azioni fortemente
eterogenee, il «gesto della vagina» ha rappresentato un simbolo nel quale i movimenti
delle donne si sono riconosciuti, nato dal bisogno di dare visibilità alla rimozione del genere femminile. A partire dalle molte fotografie di questo gesto, che hanno contribuito a formare l’iconografia e l’immaginario estetico del femminismo, il libro di DeriveApprodi (pp. 168, euro 20) ripercorre in modo trasversale alcune esperienze di un movimento che si è
configurato come la sfida più radicale alla cultura patriarcale delle società capitaliste. Testi di: Paola Agosti, Silvia Bordini, Ilaria Bussoni, Collettiva XXX, Stefania Consigliere, Laura Corradi, Anna Curcio, Agnese De Donato, Francesca Gallo, Claire Fontaine, Federica Giardini, Vanessa Martini, Alina Marazzi, Cristina Morini, Lelia Pisani, Letizia Paolozzi, Raffaella Perna.
(Alias – 21 giugno 2014)
di Cecilia D’Elia
Sopravvivere al proprio figlio è un dolore indicibile, sopravvivere al proprio figlio ammazzato toglie il fiato; sopravvivere al proprio figlio mentre il mondo costruisce un’immagine deformata di lui e fa il vuoto intorno a te è impresa impossibile. Ma accade. È successo a Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, che oggi lo racconta in uno struggente libro, scritto con Francesca Avon : Una sola stella nel firmamento. Io e mio figlio Federico Aldrovandi (Il saggiatore, pp. 184, euro 14,50). «Io e mio figlio», perché questa è una pagina della storia italiana che narra di un paese dove capita di morire ammazzato da chi dovrebbe tutelarti e difenderti. Patrizia Moretti sente di dover riconsegnare a suo figlio la dignità di una memoria veritiera, perché anche di questo è fatta la giustizia. Sa di dover ricomporre l’immagine infangata del figlio, quella del balordo che se l’è cercata. Si sente come la mamma scoiattolo della favola, che uscita a cercare cibo al ritorno trova la casa distrutta dall’oceano e cerca disperatamente i suoi figli. Così anche lei lotta contro l’oceano infinito.
Tutto comincia la mattina del 25 settembre 2005 a Ferrara. Federico ha 18 anni, torna a casa da una serata con gli amici a Bologna, ha scelto di fare l’ultima parte di strada a piedi. Morirà in via Ippodromo. Il suo decesso viene constatato alle 6.16. Patrizia Moretti ci riconsegna i pezzi di un puzzle che faticosamente negli anni ha cominciato a comporsi, ma all’epoca lei dovette aspettare le 11 per apprendere che il figlio era morto. Eppure da tre ore lei e il marito stavano tempestando di telefonate Questura e ospedali per avere notizie del loro ragazzo. In quelle tre ore, il suo corpo era rimasto a terra in via Ippodromo. Per la polizia Federico è morto per overdose ma lo zio, infermiere all’obitorio, ha visto il corpo del nipote ricoperto di ferite e «tutto storto». Una famiglia sconvolta e stordita dal dolore si ritrova in quei giorni sola di fronte alle autorità di polizia e alla stampa locale che raccontano di Federico morto per un malore. Il questore convoca i genitori per spiegare che Federico è morto da solo e prova a scoraggiarli dal nominare un avvocato.
Soli, a parte qualche amico, mentre la città si convince della versione offerta dalla polizia, aspettano i risultati della perizia tossicologica. Ci metteranno tre mesi ad arrivare. Nel sangue troveranno quantità insignificanti di sostanze: nulla che possa avallare la versione di un ragazzo in preda a una crisi d’abuso. Forze di polizia e autorità inquirenti collaborano a costruire una narrazione che non le compromettano. Nessuna redazione locale in quei giorni pubblica la foto di Federico massacrato. Eccolo l’oceano da sfidare. Non è la forza della natura come nella favola del castoro ma la violenza e l’omertà degli uomini.
A Natale, il primo senza Federico, Patrizia decide di raccontare in rete chi era suo figlio. Il 2 gennaio 2006 nasce il blog dedicato a Federico Aldrovandi. Arrivano migliaia di commenti. Liberazione e il manifesto iniziano a parlarne. Poi Repubblica e il Corriere, e Chi l’ha visto. Titti De Simone, allora parlamentare di Rifondazione, interroga il ministro Giovanardi che ammette l’uso violento dei manganelli, rotti a furia di percuotere, ma parla, come continuerà a ripetere, di un ragazzo eroinomane.
Il libro ripercorre le tappe dell’impegno di Patrizia, del padre Lino, del fratello Stefano per avere giustizia e ristabilire la verità; i concerti organizzati con gli amici di Federico, le canzoni a lui dedicate. Gli alleati più vari, come i tifosi della Spal e poi altre tifoserie. Infine quattro agenti vengono iscritti nel registro degli indagati, il questore viene trasferito e una donna di origini camerunensi dice quello che aveva visto e sentito la mattina in cui Federico fu ucciso.
Arriva il processo e la sofferenza dei racconti. La sentenza. Colpevoli. «È giusto che ci sia una condanna non sono neppure riuscita a sentire di quanti anni ma non è così importante». Anche se un pezzo continua a mancare, quei tre quarti d’ora da quando Federico ha lasciato gli amici a quando Annamaria Tsagueu l’ha visto. E quei poliziotti sono ancora poliziotti, pur essendo colpevoli. E ci sono anche degli irriducibili, come i poliziotti del Coisp che hanno manifestato sotto le finestre del Comune di Ferrara, dove lavora Patrizia, o il senatore Giovanardi che ancora contesta che la macchia sotto la testa di Federico sia sangue.
Il libro è anche la storia di Patrizia, del suo dolore privato e della sua presa di parola pubblica. Per reagire ha dovuto imbrigliare il furore che si porta dentro. Ma di Federico ha saputo ricomporre la memoria e l’immagine che lei stessa ha scelto, la foto che tutti conosciamo, uno sguardo che è «un rimprovero muto» di quel ragazzo che, nato prematuro, un giorno strappò il tubicino che lo aiutava a respirare per il desiderio di cominciare a vivere. La stessa della copertina del libro, Federico bellissimo che ti guarda negli occhi.
(il manifesto, 12.4.2014)
di Liliana Rampello
Con Almanacco del giorno prima (Einaudi 2014) Chiara Valerio ha scritto un libro di straordinaria energia. E tachigrafico.
Non racconterò nulla della trama di un romanzo così originale, non lo faccio mai, tanto meno in un caso come questo, in cui non è interessante la trama, ma l’andare al cuore del desiderio e della fascinazione, del desiderio della fascinazione. Continua, per tutto quanto sta in cielo e sulla terra, e può essere contato, che sia palpabile o impalpabile, reale o virtuale.
Desiderio dunque, e quindi non c’è un amore da raccontare, anche se si tratta di amore, forse. Forse, perché non sappiamo se c’è, se è inventato, se è corrisposto, se è immaginato dal nostro ragazzo e uomo, Alessio Medrano, la cui infanzia tra i numeri di due genitori matematici ci fa sorridere dall’inizio alla fine, con le sue tabelline, elenchi del telefono, numeri sfenici, triangolari, a somma pari, numeri perfetti, con la complice inesistenza del buio come dello zero assoluto. E poi i meravigliosi numeri di Fibonacci: non crediate che io abbia capito, non ha nessuna importanza non sapere niente di matematica, il gioco è molto più raffinato perché è una griglia che cattura tutta la nostra attenzione mentre la storia non inventa solo la sua trama ma soprattutto la sua architettura.
Che mi sembra la novità più importante della scrittura di Chiara Valerio, il vero salto felice, perché racchiude e sostiene una meditazione autobiografica in terza persona lungo 5 stazioni – Zero, Infanzia, Presente, Imperfetto, Domani accadrà – che nel cuore del Presente ha conficcato un dialogo di divertita e divertente intelligenza, in grado di far bruciare della stessa fiamma realtà e invenzione, lasciandoci con i piedi per terra e insieme con la testa fra le nuvole. Ai miei occhi una forma nuova di narrazione del mondo, che non è poca cosa.
Una struttura temporale per la geografia di uno spazio in cui far distendere l’esperienza. Quale esperienza se non c’è storia? Quella dello stare al presente (in presenza, al Presente), solo 1futuro possibile, in cui non accade niente perché non si racconta ciò che accade ma ciò che dicono le parole fra due persone che stanno una di fronte all’altra. Niente fatti o avvenimenti, parole che disegnano intelligenza di quella che è la realtà da raccontare dove ciò che non accade è il tutto che deve accadere. E accade.
E’ giovane la voce di Chiara Valerio, e per fortuna mai giovanilistica perché è con evidenza quella di una grande e appassionata lettrice, abituata a libere scorribande. E’ profonda la sua voce, ironica e triste; sa essere scanzonata per amore eterno.
O infinito come sa esserlo un numero?
di Elena Stancanelli
Élisabeth Gille, figlia della scrittrice, da bambina portò in salvo il testo di “Suite Francese”. Nel 1996 scrisse il sequel, che ora esce in Italia.
Devi scegliere: la tua bambola preferita, Bleuette, o quel quaderno pieno di parole scritte con una grafia minuscola, quasi illegibile. Non puoi portarli entrambi. Élisabeth, detta Babet, era una bambina speciale. Aveva solo cinque anni, il giorno in cui iniziò a scappare insieme alla sorella Denise. La prima notte le nascosero in un pensionato cattolico, nella provincia di Bordeaux.
Cachez votre nez! gridò la tata a Denise come ultimo avvertimento. Era l’autunno del 1942, e le due bambine si trascinavano dietro una valigia, contassegnata dalle iniziali I. N. Dentro c’era tutto quello che i genitori avrebbero voluto salvare. La tua bambola preferita o il quaderno? Babet prese la sua decisione: si congedò da Bleuette. Con questo enorme sacrificio salvò il manoscrittodi Suite Francese. Ma fu Denise, la sorella più grande, a scoprire nel 2004 tra le carte pigiate nella valigia il manoscritto. Fu lei a curarne l’edizione. Risvegliando l’amore dei lettori di tutto il mondo per questa scrittrice.
Irène Némirovsky aveva trentanove anni, quando, il 17 agosto 1942, morì ad Auschwitz. Era figlia di un ricco banchiere ucraino, una russa bianca. Quando si cominciò a capire cosa sarebbe accaduto, quando a lei e al marito Michel Epstein, nonostante si fossero convertiti, imposero di portare la croce gialla cucita sui vestiti, decise che non sarebbe scappata di nuovo. La Francia aveva fatto di lei una scrittrice famosa, e lei si fidava dei francesi, pensava che avrebbero fermato i tedeschi, che avrebbero protetto gli ebrei. La arrestarono. Il marito, incredulo, fece quanto era possibile: scrisse agli editori perché intercedessero. Cercò tra i romanzi di lei le pagine che potessero dimostrare l’odio per il regime bolscevico, la totale indifferenza per il giudaismo. Infine andò lui stesso a chiedere clemenza. Lo arrestarono. Deportato anche lui ad Auschwitz, morì pochi mesi dopo Irène.
Le bambine furono affidate a una tata, e negli anni che seguirono, poterono sempre contare su una rendita di tremila franchi al mese che l’editore della madre, Albin Michel, mise loro a disposizione. Con questo soldi, riuscirono a studiare. Finirono per occuparsi entrambe di libri. Babet prese il nome di Élisabeth Gille, e si appassionò di fantascienza, diresse una collana per la casa editrice Denoël, si occupò di letteratura straniera per Flammarion e dal 1989 fu direttore editoriale di Julliard. Tra gli scrittori, protesse e curò Françoise Sagan. Tradusse Ballard, Kate Millet e Patricia Highsmith; pubblicò, nel 1992, una biografia della madre: Mirador( Fazi editore). Fu Denise a ricopiare il manoscritto di Suite francese e consegnarlo agli editori, ma fu Babet a sacrificare la sua bambola. E quando nel 1996 scrisse il suo secondo romanzo che Marsilio traduce (lo fa Cinzia Bigliosi) inquestigiorni, Un paesag-gio di ceneri, Babetsenericordò.È così che nascono i libri, sbattendo l’uno contro l’altro ricordi, paure, desideri, sogni. Trasformati e deformati dalla memoria, piegati perché sorreggano scene, spingano avanti la trama.
Un paesaggio di ceneri inizia così, con la piccola Léa impegnata in una lotta a calci e strilli contro le suore che la vogliono spogliare, e mettere a letto. Tanto disperata che sembra quasi una scena di violenza. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Fin quando Bénédicte, che diventerà ovviamente la sua amica più cara, non riesce a distrarla facendo le ombre cinesi sul muro. Léa si calma. E anche noi: le suore sono buone, l’hanno accolta nonostante il pericolo. Ma per tenerla, dovranno cancellare il suo nome, il passato e ogni traccia, compresa la bambola che le sfilano dalle braccia appena si addormenta. «Quando ebbe alimentato a sufficienza il fuoco, vi gettò i vestiti e, senza esitazioni, la bambola, i cui capelli sfrigolarono e la testa, deformata dal calore, finì per fondere facendo delle smorfie. Gli occhi di vetro schizzarono uno dopo l’altro dalle orbite con un rumore di tappi che saltano e rimbalzarono contro le pareti. Li afferrò con le punte delle pinze e li seppellì in fondo alla spazzatura».
Di quanto dolore ha bisogno uno scrittore per scrivere una scena così? Il romanzo di Élisabeth Gille è discontinuo nello stile e un po’ impacciato nello svolgersi della trama. È un libro rabbioso, nascosto sotto uno strato sottile di buona educazione. Si muove, come l’esistenza di Léa, tra evidenza e segreti. L’evidenza del racconto – l’infanzia, l’adolescenza, la fine della guerra – e certe potentissimi immagini che vengono da una zona infera dell’essere. Rivelazioni, produzioni di un rimosso nerissimo. All’Hotel Lutetia, dove, finita la guerra, i revenantsvenivano accolti e i parenti li cercavano, Léa bambina apre una porta. Su un letto matrimoniale, di una stanza lussuosa, sono sdraiati un uomo e una donna. Sono morti. Léa apre altre porte: sono tutti morti. Che cosa sia successo davvero, cosa siano stati i campi e la shoah, Léa lo capisce piano piano. Nel disperato tentativo di sopravvivere in un mondo che, per sopravvivere a sua volta, ha dovuto forzare il confine tra colpevoli e innocenti. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?
Un paesaggio di ceneri
di Élisabeth Gille ( Marsilio, pagg. 176, euro 16,50)
di Alessandra Pigliaru
Filosofia. L’ultimo libro di Rosi Braidotti, «Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte», arriva in Italia tradotto da Derive e Approdi. Una riflessione profonda sul presente che muta, cancellando ogni rigurgito di umanesimo
«Una teoria della soggettività che sia al contempo materialista e relazionale, natural-culturale e capace di autorganizzazione è cruciale al fine di elaborare strumenti critici adatti alla complessità e alle contraddizioni del nostro tempo». Dichiarazione filosofica e politica che va presa seriamente, se a farla è una pensatrice tra le più originali e brillanti della contemporaneità: Rosi Braidotti. Non fosse altro che quell’esigenza intorno alla soggettività significa ribadire la cifra che da anni accompagna tutti i suoi scritti. Con le riflessioni intorno al nomadismo, Braidotti ci ha infatti suggerito più volte l’articolazione di un soggetto capace di tenere testa al consistente e multiforme scenario che ci circonda. Ha saputo così restituire la scommessa di un divenire con cui dover fare i conti, insieme a una serie di interconnessioni da illuminare, spesso frante da forze che eccedono in numerose direzioni.
Nel suo nuovo volume, The Posthuman (Polity Press, 2013), prosegue il suo progetto di interrogazione sfrondando alcuni malintesi attorno appunto alla condizione postumana. Ci è dunque preziosa la recentissima traduzione italiana a cura di Angela Balzano, perché Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (Derive Approdi, pp. 220, euro 17,00) risulta un contributo forte per confrontarsi con il presente. Ci si chiarirà meglio cosa si intende per postumano e si capirà che non si tratta di qualcosa meramente relegato alla lunga sequela di post, bensì a quell’oltre che riecheggia già nel sottotitolo.
Il postumano di cui intende occuparsi Braidotti non può che essere critico, lontano dal disfattismo relativista e nichilista ma anche dalla fede perniciosa verso l’individualismo. Nella costellazione genealogica della filosofa, continuano ad avere un posto prediletto la politica femminista della collocazione, il dibattito sull’Europa e dunque sulla cittadinanza flessibile, le posizioni postcoloniali e ovviamente i riferimenti a Foucault, Irigaray e Deleuze. Ciò detto, nelle cartografie proposte, l’assunto da cui si parte è una materia dotata di intelligenza, tradotta in un monismo che sistemi la differenza al di là dell’opposizione dialettica.
La riflessione è chiarita dalle prime pagine: la condizione postumana, carica spesso di posizioni difficili da conciliare, deve anzitutto tener conto del tramonto dell’umanesimo classicamente inteso al fine di discutere di una soggettività edificata sul materialismo vitalista, di chiara eredità spinozista, anche conosciuto come immanenza radicale o, come verrà precisato in seguito, realismo della materia. Si capisce bene come il taglio del postumano indichi anche un altro congedo: quello dall’antropocentrismo.
Tutto ciò attiene in qualche modo al tratto nomadico? Certo che sì. Il soggetto postumano di cui parla Braidotti non può che essere già nomade. E non unitario, relazionale, determinato nella e dalla molteplicità, responsabile e radicato. A questa altezza, la filosofa si confronta con alcuni aspetti specifici di un presente che muta repentinamente: dalla biogenetica alla necropolitica finanziaria e a una certa tanatologia dell’avanzamento capitalistico, fino alla mediazione tecnologica e informatica a volte sfrenate. Sono molte le eccedenze che il postumano fa emergere e che vanno dapprima scoperte e poi indagate. Colme di orizzonti da esplorare, non raccontano però solo dello sfascio che ci distingue ma della possibilità di situarci affermativamente attraverso una teoria critica e creativa, al tempo stesso capace di smarcarsi da approcci parziali; da quello reattivo che concerne la filosofia morale (Nussbaum) al più analitico che arriva dai science and technologies studies (Franklin, Lury e Stacey, ma anche Rose e Verbeek).
Braidotti sta invece dalla parte di una teoria che declini l’alfabeto della radicalità antiumanista, e che non patisca per la fine dell’Uomo come canone vitruviano di perfezione, o costrutto sociale universalista, violento e nello specifico eurocentrico. Perché è proprio in quel sollievo che alberga la speranza di non abbandonarsi alla deriva di qualche cosa che sì, dovrebbe proprio atterrirci: il disumano e le sue aberrazioni. Gli esempi offerti dalla filosofa sono molti ma citiamo per esempio la replicazione e appropriazione della morte, le torture manipolatorie e i cannibalismi inferti ai viventi – umani e non. Tanto per tracciare una prima mappa di orientazione. «Il sapere postumano – e i soggetti che ne sono portatori» sottolinea «sono caratterizzati da una aspirazione di fondo verso i principi che tengono unita la comunità, e tentano pertanto di evitare le trappole della nostalgia conservatrice e dell’euforia neoliberale».
In questo senso, la condizione postumana è intravista come un’occasione per trovare nuovi schemi di sapere e risorse di autorappresentazione diversi da quelli correnti. Fino al ripensamento delle stesse scienze umane, prossime all’estinzione se non saranno capaci di seguire un processo sostanziale di trasformazione che il presente chiede con il salto in una più efficace multiversità. Nel complesso processo di metamorfosi, Braidotti invita così ad attrezzarci di strumenti adeguati, dopo aver appreso che l’approssimarsi del soggetto alla zoe non può che essere postantropocentrico. Dunque incarnare un corpo di donna corrisponde ancora ad avvertirsi «generatrice del futuro»? In questo solco, lei stessa conferma: «Il divenire postumano si rivolge alla mia coscienza femminista, perché il mio sesso, storicamente parlando, non ha mai del tutto preso parte all’umanità, ecco perché la mia fedeltà a tale categoria resta negoziabile e mai data per scontata».
Certo, la disponibilità e la scelta di questo scenario andrebbero interrogate ancora. O forse si potrebbe concludere che in fondo, essendo «il risultato dei nostri sforzi congiunti e dell’immaginario collettivo, è semplicemente il migliore dei mondi postumani possibili».
(il manifesto, 18.2.2014)
di Giovanni Montanaro
Giovanni Montanaro legge in anteprima “Le nuvole di Picasso” di Alberta Basaglia (Feltrinelli 2014), in libreria a partire dal 12 febbraio.
“E io, con i miei buchi nel fondo degli occhi, se fossi nata da un’altra parte, in un altro tempo, a cosa sarei stata condannata?”
È il 1978. Alberta Basaglia, giovane studentessa di psicologia all’Università di Padova, è a Venezia, a san Clemente, il manicomio chiuso da pochi mesi per la legge 180, che porta il nome di suo padre Franco e, in fondo, anche di sua madre Franca. La sua tesi riguarderà una doppia emarginazione: i bambini nel manicomio dei grandi. L’ha deciso tempo addietro, a Gorizia, dove suo padre era stato mandato in “esilio” dalla clinica di Padova e dove cominciò la sua lotta per la liberazione dei malati di mente. Alberta Basaglia si trova alla prima festa del manicomio, con i matti liberi dalle catene, festeggiati, per la prima volta con la permanente, con la cravatta. È bambina, e si rifugia negli archivi, anche turbata da quei corpi invadenti, che si accorgono di esistere all’improvviso; è lì che scova la storia di Romana, nata a cavallo del secolo, censita a pochi mesi, finita chissà dove. A San Clemente, invece, legge di Gabriella C., epilettica dopo una mastoidite sinistra, a sei anni, sprofondata nella malattia, divenuta da “tranquilla e mite” a “manesca, indocile, esigente”, con un casco di gommapiuma in testa per non ferirsi. I danni che possono fare i medici, l’ignoranza, la mancanza d’amore. Alberta Basaglia non racconta una storia d’altri; si implica nel rischio di essere allontanati, lei e la sua “orbaggine” mai svelata prima, un Calaboma che la costringe a trovare un proprio modo di vedere le cose, le impedisce il Conservatorio, perché bisogna leggere troppo velocemente gli spartiti, e la Facoltà di Medicina, perché il microscopio inquadra troppo piccolo. E così, in quella domanda, “a cosa sarei stata condannata?” si nasconde forse il motivo di scrivere questo quaderno privato, frammentario, per immagini e colori, nitido, timido, condito da saporite parole di veneziano. Le nuvole di Picasso (scritto con Giulietta Raccanelli, Feltrinelli Editore) esce il 12 febbraio e avvicina l’epopea della riforma Basaglia, ma soprattutto la semplicità con cui all’interno di una famiglia si canta in macchina a squarciagola “Nessuno mi può giudicare” e, al tempo stesso, si cerca di cambiare il mondo senza retorica, per affetto.
È un libro che non dimentica il dolore (e la puzza) di Pierina, la donna liberata dal manicomio che non sa più dove andare, e si lamenta col “professor”. Ma è un libro che rivendica una scelta, la necessità di non dimenticare mai che «tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita». E allora la famiglia non è agiografia, ma tenerezza, normalità, scontri celati. Una famiglia come altre, in cui i figli aiutavano a fare i gomitoli, la mamma sa fare un maglione intero senza cuciture sulle spalle, e il papà viene sorpreso in interminabili contrattazioni tra robivecchi e sacrestie, o annoiato dopo pochi minuti al mare, sempre con le scarpe sulla sabbia. E, ancora, lo zio Alberto Ongaro, grande scrittore veneziano, custode anche delle prime parole di Alberta Basaglia. Per non parlare della nonna Cecilia, che si presenta alla Fenice in sottoveste e fa arrestare il figlio mentre scappa sui tetti nel 1944 perché è preoccupata che si faccia male cadendo. O di Enrico, il fratello grande quasi quanto Nembo Kid. C’è, soprattutto, Alberta Basaglia, il suo grembiule arancione tra gli altri bianchi, le sue battaglie con la madre per uno chemisier mezze maniche o per vedere la televisione, la sua stravagante amicizia con una capra. Una famiglia come le altre, diversa forse soltanto per considerare tutti uguali, dal signor Toni con cui bere un caffè al famoso Picasso a cui sarebbe ovvio mandare un disegno con le belle nuvole dipinte da Alberta, se non fosse per il cognome troppo lungo sulla busta: Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso. Qui, in questo affetto per la dignità di tutti i destini, c’è la radice di questi Basaglia; niente è impossibile, ma soprattutto non si capisce perché bisognerebbe pensarlo. E allora Alberta Basaglia racconta di avere cercato anche lei di non dimenticare nessuno, prima mettendosi dalla parte dei bambini, poi dalla parte delle donne che subiscono violenza. E se c’erano davvero, i manicomi, e nessuno pensava possibile chiuderli, perché un giorno non dovrebbero chiudere anche le carceri, i CPT o le case di riposo? In fondo, quel che resta di questa storia è una questione culturale; in ogni momento della vita chiunque può scegliere se liberare o rinchiudere, dare affetto o allontanare. Non perché sia semplice, ma perché è possibile.
(http://www.lavoroculturale.org/picasso-basaglia/, 10 febbraio 2014)
di Liliana Rampello
Non è facile incontrare un libro così bello, necessario.
Un libro scritto sull’orlo di un vulcano, di un cratere da cui salva uno sguardo, un gesto, una parola, una paura in meno.
La relazione fra Madre e Figlio, ritagliata nella potenza della sua sacralità quotidiana ed eterna; la madre e il figlio in una lingua di paese e arcaica, antica e eterna, tragica e biblica.
Tutto è avvolto nella cruda atmosfera della fiaba, l’Isola, il mare, la sabbia, i gradini il pianerottolo, pochi nomi e lui, Arturo, che tiene in sé ogni magia.
Quando il tema trova la sua forma senza nemmeno un interstizio per il nostro coltello che cerca dove sta una qualche mancanza, siamo davanti a scrittura pura, all’innalzarsi del sentimento nella sua terribile autenticità.
Il diritto guardato dal bisogno che lotta per non diventare questuanti.
La scuola nella sua bellezza povera di comunità vivente.
Padri madri di tutti i giorni, confusi e bravi, un pezzo di tutti noi.
L’umanità spiata ovunque viene negata.
Intervista a Paola Mattioli di Matteo Bergamini
Il pretesto per incontrarci e parlare, stavolta, è dato dal libro Mémoires d’Afrique. È l’ultima tappa di una serie di viaggi in Africa fatti da Paola Mattioli con Sarenco, negli scorsi anni, che sulla carta stampata (con prefazione di Achille Bonito Oliva) hanno trovato una nuova dimensione. Io diligentemente ho preparato una serie di domande, inviate prima alla fotografa, pensando che sarebbe potuto essere un modo semplice per seguire una traccia precisa. Quando arrivo in studio, invece, non solo trovo le risposte, ma un vero e proprio saggio (composto da numerosi frammenti di altri testi) che – come spesso accade – rappresentano per Mattioli quelle “note a margine” imprescindibili dai suoi scatti, dal suo modo di vedere la realtà. Ecco il risultato, decisamente originale, di un’intervista con tanti “Cfr”.
di Alessandra Pigliaru
Dopo il bell’esordio di Undici (2008), finalista al Premio Calvino del 2007, Mia figlia follia (2010) e Ogni madre (2012), tutti editi per le edizioni nuoresi Il Maestrale, adesso arriva un’ulteriore conferma: Savina Dolores Massa è una scrittrice molto brava e leggerla è un’esperienza di bellezza che ci si dovrebbe saper concedere. Il suo ultimo romanzo si intitola Cenere calda a mezzanotte (Il Maestrale, pp. 430, euro 18) ed è un canto maturo, pieno e commovente. A muoversi nelle folte pagine consegnateci dall’autrice oristanese sono personagge e personaggi dal carattere cocciuto e fiero che fanno della propria precarietà l’osservazione privilegiata del mondo, al dritto e al rovescio. Non temono giudizi, distinguono catastrofi dell’anima e del corpo e raccontano una storia che si svolge lungo quasi cento anni nella piccola comunità di Aristànis (nome in sardo di Oristano).
Il carattere di transitorietà contrassegna le descrizioni fatte da Massa, tuttavia la significazione esatta è quella che si gioca tra il raddoppiamento della realtà e la condizione materiale di vita. Se la prima non è mai una scappatoia bensì la capacità elettiva della scrittura di costruire mondi possibili, la seconda mostra come di quel desiderio di allontanamento non si possano tacere mai le metamorfosi corporee. La cenere non si sofferma qui solo alla finitudine ma diviene crocicchio tra realismo magico e poetica della vulnerabilità. E di storie esemplari, potremmo aggiungere, che cuciono l’atmosfera rarefatta e al contempo tangibile di donne e uomini comuni in costante combattimento.
La disciplina per resistere
Nella piccola comunità sarda che Savina Dolores Massa racconta a partire dagli inizi del Novecento, la cenere è infatti anche la pietas che viene meno quando i viventi cercano si sopraffare le proprie e i propri simili, fino a rappresentare le spoglie di un modo nuovo di stare nel mondo tra la necessità di fare comunità e la libertà di contravvenire alle regole prestabilite. Ma la cenere è altresì la stessa che Bonaria e Peppina utilizzano nel proprio lavoro in una casa padronale.
Nel registro ironicamente tagliente utilizzato dall’autrice, la confidenza con la propria fragilità è proporzionale alla forza del prendere parola. Un ordine del discorso che l’autrice disciplina politicamente in favore di chi resiste o ha resistito. Le voci inaddomesticate che non sanno nulla dell’avidità e alle quali «la vanità non serve», assumono nel romanzo una travolgente energia assertiva. Si deve dare retta a quel vociare perché in fondo è proprio questa la lezione di fuoco a cui il romanzo e l’interesse della scrittrice da sempre si appella. Si potranno scoprire i racconti di amore e di morte della famiglia Mammaiòni, cioè di quando Antonio perde la moglie Bonaria, creatura taciturna «che lasciava il calco di sé ovunque», in seguito a un incidente tanto piccolo quanto fatale. Nella decisione dell’uomo di farne durare il ricordo attraverso lo scambio con i propri tre figli ancora piccoli, prende avvio l’esercizio simbolico della riconoscenza. Soprattutto si imparerà la stoffa sociale e di affezione trasformativa che Savina Dolores Massa consegna a Chicchino, Giomaria, Angelo, Rebecca, Tommaso, Maria e a tutta la litania di donne e uomini che abitano le dense pagine di Cenere calda a mezzanotte. In un orizzonte privo di eroismi e risarcimenti dell’onore perduto, l’autrice converte il corpo della scrittura in una moltitudine che sa mettersi a repentaglio «anche quando in pancia si agitavano spade che ferivano, e non erano duelli tra cavalieri e cavalli (…) ma fame». Fino al gioco della memoria. O ancora fino al protagonismo di una intera comunità del desiderio che trafigge la storia dell’ingiustizia e del costante mancarsi e ritrovarsi.
I perimetri rivoltati
Nella sistemazione cangiante di generazioni che si dipanano in una tessitura relazionale sorprendente, Savina Dolores Massa si muove con maestria a tratteggiare un paesaggio — umano e naturale — parlante di attese e premonizioni, consapevole di una restituzione complessa tra lotta per la sopravvivenza ed eredità di chi ci ha preceduto. Su quest’ultimo tema, il congegno della scrittura raggiunge un compimento nella narrazione di luoghi paradigmatici di cui possiamo seguire il dettaglio nel tempo. Tra le tante, particolarmente importante è la storia di Petronilla e Luisetta, madre e figlia che scoprono la difficoltà di dirsi prossime nell’accoglienza di un corredo familiare pesante con cui non si finisce mai di fare i conti. Del resto l’interrogazione rimane aperta: «Perché questa sorte di nascere donna? E cosa volevi essere? Nuvola».
Ma il corpo a corpo non è solo quello con la propria madre, è bensì più ampio e controverso come ogni signora della scrittura sa presagire. È infatti nell’assunzione di responsabilità verso il futuro da parte della genealogia che l’autrice trova una sua specifica libertà di movimento. Intanto del suo stesso lavoro, giacché Cenere calda a mezzanotte è un libro che per rigore e dedizione riesce a comporre in via definitiva la costellazione di alcune letture capitali. Non stupiranno in questo senso diverse consonanze con le grandi scritture poetiche e letterarie novecentesche, tra tutte basti pensare a quelle con Anna Maria Ortese. In secondo luogo, nel suo lento rimembrare la storia di una terra che può essere la Sardegna come qualsiasi altra, perché a parlarne sono quelle e quelli che ne hanno saputo agitare e rivoltare i perimetri. E se la preferenza va alla quotidianità di allargati nuclei familiari che cercano di darsi giustizia, è vero che in questa cura per chi riesce a sopravvivere non c’è mai celebrazione della vittima. Piuttosto si reclama la prosecuzione di una resistenza visionaria che, ogni volta come fosse la prima, sceglie la narrazione esperienziale come metodo ineludibile e competente di dare parola al mondo.
(il manifesto, 8 gennaio 2014)
DAL SITO DI EINAUDI
Il tradizionale discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura si è tenuto, quest’anno, sabato 7 dicembre. Alice Munro non è salita sul palco dell’Accademia di Svezia, ma ha deciso di intervenire con una splendida intervista, che potrete leggere nella traduzione di Susanna Basso.
Una conversazione con Alice Munro
Ho cominciato a interessarmi alla lettura molto presto, quando qualcuno mi lesse una storia di Hans Christian Andersen: La Sirenetta; ora, non so se la ricorda, La Sirenetta, ma è una storia tristissima. La sirenetta si innamora di un principe, ma non lo può sposare, essendo una sirena. Guardi, è davvero triste, le risparmio i dettagli. In ogni caso, appena la storia finì, io corsi fuori e mi misi a girare intorno alla casa di mattoni dove abitavamo allora, e mi inventai una fiaba a lieto fine, perché mi pareva che glielo si dovesse, alla sirenetta, e chissà come non mi passò per la mente che la diversa storia che avevo creato era solo per me, non avrebbe mai circolato, ma a me pareva comunque di aver fatto del mio meglio, ero convinta che da allora in poi la sirenetta avrebbe sposato il principe, che sarebbero vissuti per sempre felici e contenti, e che lei se lo meritasse, dal momento che aveva fatto delle cose tremende perchè il principe potesse rientrare in possesso delle sue facoltà ed evitare turbamenti. Si era dovuta trasformare fisicamente, procurarsi arti come quelli delle persone normali, mettersi a camminare, ma ogni passo le costava atroci sofferenze. Ecco che cosa era stata disposta a fare per conquistare il principe. Perciò mi pareva che meritasse di più che una morte in acqua. E non mi preoccupavo del fatto che il resto del mondo non conoscesse mai la versione nuova, perché dopo averla pensata mi sembrava che esistesse comunque. Ecco. Ho cominciato presto a scrivere, come vede.
E, ci dica, quando ha imparato a raccontare storie, a scriverle?
Inventavo storie in continuazione. Andavo a piedi a scuola, ed era lontano, e di solito durante il tragitto inventavo una storia. Sempre più spesso, crescendo, le mie storie parlavano di me che ne ero l’eroina in situazioni diverse; non mi importava che non venissero subito pubblicate, anzi, non so neppure se al tempo avessi in mente che altri le dovessero conoscere o leggere. Il punto era il racconto in sé, di solito molto appagante dal mio punto di vista, animato dall’idea di fondo della sirenetta, e cioè che lei era temeraria, intelligente, capace in senso lato di costruire un mondo migliore con la sua sola presenza, in quanto dotata di poteri magici e cose simili.
Era importante il fatto che la vicenda sarebbe stata narrata da una prospettiva femminile?
Non ho mai pensato che fosse importante, ma d’altra parte non ho mai pensato a me stessa se non come a una donna, e di buone storie che parlavano donne e bambine ce n’erano parecchie. Con l’arrivo dell’adolescenza l’equilibrio si sbilancia a favore della collaborazione da offrire all’uomo per aiutarlo a realizzare i suoi traguardi e così via, ma da bambina non mi sentivo affatto inferiore in quanto femmina. Forse perché abitavo in una zona dell’Ontario dove a leggere e raccontare storie erano soprattutto le donne, mentre gli uomini erano impegnati a fare le cose importanti e non si occupavano di sicuro delle storie. Perciò mi sentivo piuttosto a mio agio.
In che modo l’ambiente l’ha ispirata?
Sa, non credo di averne avuto bisogno. Ritenevo le storie essenziali per il mondo e volevo contribuire con qualcuna di mia, era questo che desideravo fare e la cosa non aveva niente a che vedere con gli altri, non era necessario che lo dicessi a nessuno. È stato solo molto più tardi che mi sono resa conto di quanto sarebbe stato bello se anche uno solo di quei racconti avesse raggiunto un pubblico più vasto.
Che cosa è importante per lei in una storia?
Beh, all’inizio naturalmente la cosa importante era il lieto fine, non tolleravo che una storia finisse male, almeno non per le mie eroine. Poi ho cominciato a leggere libri come Cime tempestose, che finivano malissimo, e a quel punto ho cambiato radicalmente idea e mi sono appassionata al tragico.
Che cosa c’è di interessante nella descrizione della vita della provincia canadese?
Basta viverci per saperlo. Sono dell’avviso che qualsiasi vita e qualsiasi posto possano essere interessanti. E poi non credo che sarei stata altrettanto coraggiosa se fossi vissuta in città, in competizione con altri a un livello culturalmente più alto. Con questo non ho dovuto misurarmi. Ero la sola persona di mia conoscenza che scrivesse racconti, anche se non li raccontavo a nessuno, e per quanto ne sapessi, almeno per qualche tempo, ero la sola persona al mondo che fosse capace di farlo.
È sempre stata così sicura della sua scrittura?
Lo sono stata a lungo, ma crescendo e incontrando altre persone che scrivevano, sono diventata al contrario molto insicura. È stato allora che ho capito che era un mestiere un po’ più difficile di quanto mi aspettassi. Ma non ho mai rinunciato; scrivere era una delle cose che facevo.
Quando inizia una storia, ha già in mente la struttura narrativa?
Sì, ma poi spesso si modifica. Parto da un intreccio e ci lavoro e magari mi accorgo che va da un’altra parte e che le cose succedono mentre scrivo, però devo comunque partire da un’idea abbastanza chiara sul contenuto della storia.
Quanto la assorbe l’attività di scrittura?
Oh, moltissimo. Comunque le mie figlie hanno sempre mangiato lo stesso, dico bene? Come casalinga ho imparato a scrivere nei ritagli di tempo e credo di non averci mai rinunciato, nonostante i periodi di scoraggiamento, quando mi rendevo conto che le mie storie non erano abbastanza buone, che avevo ancora tanto da imparare e che sarebbe stata molto più dura del previsto. Ma non mi sono fermata, credo di non averlo mai fatto.
Qual è la parte più difficile quando si scrive una storia?
Credo sia la rilettura, quando capisci che non funziona. Si parte dall’euforia, si approda a una soddisfazione discreta e poi, una mattina, prendi in mano il testo e pensi «che stupidaggine», ed è allora che ti ci devi proprio impegnare. A me è sempre sembrato che fosse la cosa giusta; se qualcosa non funzionava era colpa mia, non della storia.
Ma come la modifica se non è soddisfatta?
Ci lavoro, parecchio. Aspetti però, cerco di spiegarmi meglio. Potrebbero esserci dei personaggi che sono stati trascurati: bisogna riflettere su di loro e trasformarli. Una volta tendevo a concedermi una prosa molto fiorita, ma a poco a poco ho imparato a limarla al massimo. Quel che si fa è semplicemente concentrarsi sulla storia e scoprire di che cosa parla davvero. Magari credevi di saperlo sin dall’inizio e invece avevi ancora tanto da imparare.
Quante storie ha buttato via?
Ah, da giovane le buttavo via tutte. Non saprei, ma di recente non mi succede più spesso; di solito so che cosa occorre fare per renderle vive. Anche se trovo ancora, sempre, un errore qua e là, e mi rendo conto che è un errore, ma che lo devo lasciar andare.
Rimpiange le storie che butta via?
Non direi, perché quando succede mi ci sono già arrovellata abbastanza da sapere che non funzionava alla radice. Ma, come dico, ormai non succede più molto spesso.
Come cambia la scrittura, col passare degli anni?
Oh, beh, direi in modo molto prevedibile. Si comincia a scrivere di giovani principesse bellissime, poi si passa alle massaie con figli e ancora più avanti alle vecchie e così via, senza che occorra opporre resistenza. Perché cambia la visione della vita.
Crede di essere stata importante per altre scrittrici, in quanto madre di famiglia capace di far coesistere il lavoro di casa con la scrittura?
Davvero non saprei, spero di sì. Da giovane in effetti mi rivolgevo ad altre scrittrici, erano fonte di grande sostegno per me, ma non so dirle se lo sono stata anch’io. Credo che per le donne sia diventato, non voglio dire molto più facile, ma di sicuro più accettabile dedicarsi a qualcosa di impegnativo e non solo concedersi il proprio piccolo svago, quando sono tutti usciti di casa; fare sul serio con la scrittura, insomma, come fanno gli uomini.
Che impatto crede di avere su chi legge i suoi racconti, specie se donna?
Beh, vorrei che le mie storie emozionassero i lettori, non mi importa se uomini, donne o bambini. Voglio che parlino di vita, che non facciano solo pensare «sì, ecco, è proprio vero», ma che offrano una specie di ricompensa attraverso la scrittura, il che non significa che debbano essere a lieto fine, ma piuttosto che quello di cui si legge tocchi il lettore tanto da farlo sentire un po’ cambiato, alla fine.
“Chi ti credi di essere?” Che cosa ha significato per lei questa espressione?
Beh, sono cresciuta in campagna, in un ambiente di origine perlopiù scozzese e irlandese nel quale l’idea di non dover apparire né ritenersi troppo in gamba era molto diffusa. Anche quello era un ritornello ricorrente “Ah, ti credi in gamba tu”. E per dedicarsi a un’attività come la scrittura per molto tempo si ritenne necessario credersi in gamba, ma io ero solo un po’ stravagante.
È stata una femminista ante litteram?
Non conoscevo neppure la parola, ma sono stata femminista naturalmente, perché sono cresciuta in una zona del Canada dove dedicarsi alla scrittura era più facile per una donna che per un uomo. I grandi scrittori, quelli importanti, erano uomini, ovviamente, ma scoprire che una donna scriveva racconti la screditava meno di quanto avrebbe screditato un uomo. Scrivere non era roba da uomini. Comunque, le cose andavano così quando io ero giovane; adesso è tutto cambiato.
Crede che la sua scrittura sarebbe stata diversa, se avesse concluso gli studi?
È probabile, in effetti. Sarei stata molto più prudente e molto più spaventata all’idea di essere uno scrittore, dal momento che più scoprivo che cosa avevano fatto altri e più mi intimidivo. Forse avrei pensato di non essere all’altezza, ma non credo che avrei rinunciato, comunque. Forse per un po’, ma il desiderio di scrivere era talmente forte in me che ci avrei provato lo stesso.
Crede che la scrittura per lei sia stata un dono?
Le persone che mi circondavano probabilmente l’avrebbero definita così, ma a me non è mai sembrata un dono; mi sembrava solo una cosa che sapevo fare, se mi ci impegnavo molto. Perciò, se di dono si è trattato, di sicuro non ha reso le cose facili, almeno non dopo La Sirenetta.
Ha mai avuto delle esitazioni, ha mai pensato di non essere abbastanza brava?
Continuamente, continuamente! Ho buttato via più di quanto abbia mai spedito agli editori o abbia portato a termine, almeno fino quasi ai trent’anni. Ma non ho mai smesso di imparare a scrivere come volevo. Perciò, no, non posso dire che sia stato facile.
Che ruolo ha avuto la figura di sua madre?
Oh, il rapporto con mia madre è stato sempre molto complicato, perché lei era malata di Parkinson e aveva bisogno di costante aiuto, aveva difficoltà di parola, la gente non la capiva quando parlava eppure lei amava essere in compagnia, stare in mezzo agli altri, ma naturalmente il suo problema glielo impediva. Perciò la sua persona mi metteva in imbarazzo; le volevo bene ma per certi versi non volevo essere identificata con lei, detestavo espormi ripetendo le cose che voleva farmi dire al posto suo; è stato difficile, come sarebbe per qualsiasi adolescente interagire con un genitore o una persona in qualche modo menomata. A quell’età si vorrebbe essere completamente liberi da problemi simili.
Sua madre è stata anche una fonte di ispirazione?
Probabilmente sì, ma non in modi che potessi individuare e comprendere. Non ricordo un tempo della vita nel quale io non abbia scritto storie, se non proprio sulla carta, raccontato, e non a lei, ma a chiunque. Eppure, il fatto che mia madre leggesse, e così pure mio padre…Credo che mia madre si sarebbe mostrata più accogliente nei confronti di qualcuno che volesse diventare scrittore. L’avrebbe giudicata un’attività ammirevole, ma le persone che mi circondavano non sapevano che io volessi fare lo scrittore, perché non permettevo a nessuno di scoprirlo; alla maggior parte di loro sarebbe sembrato ridicolo. Molte delle persone che conoscevo non avevano l’abitudine di leggere, perciò affrontavano le cose in modo molto pratico e io sentivo di dover proteggere la mia visione della vita.
È stato difficile raccontare una storia vera da una prospettiva femminile?
No, niente affatto, essendo la mia, non mi ha mai dato problemi. Sa, uno dei fenomeni particolari per chi è cresciuto in un ambiente come il mio è che se qualcuno leggeva, erano le donne, se qualcuno studiava, spesso era una donna, magari per diventare maestra di scuola, o qualcosa del genere; lungi dall’essere interdetto alle donne, il mondo dei libri e della scrittura si rivolgeva più a loro che agli uomini, impegnati in campagna o in altri mestieri.
Lei è cresciuta in una famiglia proletaria?
Sì.
E anche le sue storie sono nate lì.
Sì. Non perché volessi scrivere storie proletarie. Mi guardavo intorno e scrivevo di quello che vedevo.
E le stava bene di dover scrivere a orari fissi, secondo una tabella di marcia dettata dai figli e dalla cena da mettere in tavola?
Beh, scrivevo appena potevo, e il mio primo marito mi sosteneva moltissimo; per lui scrivere era un’attività lodevole. Non lo giudicava un mestiere inadatto a una donna, come molti degli uomini che ho conosciuto in seguito. Per lui era importante che lo facessi e non ha mai cambiato idea.
***
In libreria
Fu molto divertente al principio, perché ci trasferimmo qui, decisi ad aprire una libreria, e tutti pensavano che fossimo impazziti e che avremmo fatto la fame, ma non è stato così. Lavoravamo parecchio.
Quanto contava la libreria per voi due, all’inizio?
Era la nostra vita. Tutto ciò che avevamo. L’unica fonte di reddito. Il giorno dell’inaugurazione incassammo 175 dollari. Ci parvero molti. E avevamo ragione, perché ci volle parecchio tempo prima che riuscissimo a guadagnarne di nuovo altrettanti.
Io stavo dietro al banco, cercavo i libri per i clienti, le cose che si fanno in una libreria, insomma, generalmente da sola, e la gente entrava e si metteva a parlare di libri. Era soprattutto un punto d’incontro, prima ancora che un posto dove si andava a comprare, specie la sera, quando io ero in negozio da sola e certe persone passavano regolarmente per parlare del più e del meno; era bellissimo, mi divertivo. Fino a quel momento ero stata una casalinga, chiusa in casa tutto il giorno. È vero che intanto scrivevo, ma quella fu una grande occasione di conoscere il mondo. Non credo che guadagnassimo molto; forse chiacchieravo un po’ troppo, anziché promuovere gli acquisti, ma è stato un periodo stupendo.
Un cliente in libreria.: – I suoi libri mi ricordano casa mia. Sa, io abito poco sotto Amsterdam. Grazie infinite, buongiorno.
Ma ci pensa? Non sa quanto mi fa piacere quando qualcuno si avvicina in questo modo, non solo per un autografo, ma per spiegarti come mai lo vuole.
***
Lei desidera che i suoi libri siano fonte di ispirazione per le giovani donne e le incoraggino a scrivere?
A me importa solo che amino leggerli. Preferisco di gran lunga che la gente si diverta con i miei libri, più che trovarli fonte di ispirazione. È solo questo che voglio: che si divertano, che li sentano vicini alle loro vite in qualche modo. Il resto è meno importante. Quel che voglio dire è che non mi sento, non credo di avere intenti politici.
Lei è un’intellettuale?
Forse sì. Non so bene che cosa significhi, ma credo di sì.
Sembra avere una visione molto semplice delle cose.
Ah, sì? Bene.
Beh, ho letto da qualche parte che a lei interessa che le cose si spieghino semplicemente.
Sì, è vero. Ma non penso mai di volerle spiegare in modo più semplice; questo è solo il mio modo di scrivere. Credo di scrivere naturalmente così, senza dover pensare di rendere il mondo più semplice.
Le sono mai capitati periodi in cui non riusciva più a scrivere?
Sì. Beh, ho anche smesso di scrivere, quando è stato? circa un anno fa. Ma quella è stata una decisione, più un non voler scrivere che non riuscirci; avevo deciso di vivere come il resto del mondo. Perché quando si scrive si fa una cosa di cui gli altri non sanno niente, e non se ne può parlare, si torna di continuo al proprio mondo segreto per poi fare cose diverse nella vita normale. E questo mi ha un po’ stancata; l’ho fatto sempre, per tutta la vita. Quando mi capitava di incontrare scrittori diciamo più accademici, mi agitavo perché sapevo che non avrei mai potuto scrivere come loro, non avevo quel dono.
Immagino si tratti di un modo diverso di raccontare una storia.
Sì, ma io non ho mai lavorato alle storie in modo, come dire, consapevole, o meglio, naturalmente sono consapevole, ma lavoro più secondo il mio bisogno e il mio gusto che seguendo un’idea.
Aveva mai pensato di vincere il Premio Nobel?
Oh, no, mai! Una donna! D’accordo, qualche donna l’ha avuto. Insomma, questo onore mi fa felice, molto, ma non ci avevo mai pensato, forse perché gli scrittori tendono a sottovalutare il proprio lavoro, specie a cose fatte. Comunque non si va in giro a dire agli amici, sai, forse vincerò il Premio Nobel. Si tende a non farlo.
Le capita ultimamente di tornare a leggere uno dei suoi vecchi libri?
No! No! Mi spaventa. È probabile che proverei un bisogno irrefrenabile di cambiare una cosetta qua e una là; l’ho anche fatto, su certe copie tirate fuori dalla libreria, ma poi mi rendevo conto che non serviva a niente, perché le copie in circolazione restavano uguali.
C’è qualcosa che vorrebbe dire ai membri dell’Accademia di Stoccolma?
Oh, voglio dire che sono estremamente grata di questo grande onore e che niente, niente al mondo poteva rendermi più felice. Grazie!
***
Intervista di Stefan Åsberg.
Produzione: Swedish Educational Broadcasting Company and Swedish Television.
Registrata il 12 e 13 novembre 2013, in Canada.
©Swedish Academy, Swedish Educational Broadcasting Company and Swedish Television.
di Gianluca Briguglia
Christine de Pizan, al termine del Medioevo, in un libro che non smette di stupire, immaginava una città costruita secondo i suggerimenti di Ragione, Rettitudine e Giustizia, una città fortificata chiamata la città delle dame, la città delle donne. Ripensare il mondo dalla prospettiva femminile è per Christine possibile e necessario, ne va delle donne e ne va degli uomini. Può sembrare un paradosso, ma forse è la lettura di Boccaccio – fonte certa – che le ispira un progetto di città delle donne che va molto al di là delle sue fonti. Non il Boccaccio misogino di una certa fase della sua produzione, ma il raccontatore dell’apporto femminile alla civiltà umana: dee, regine, poetesse, figure femminili storiche, sovrane. Certo in Boccaccio, e anche in Christine, alcune di loro sono descritte come virtuose in un senso maschile, ma molte altre sono figure della cura, della relazione, della generazione.
Il cammino delle sovrane, cioè di un pensiero di fondazione alternativa della convivenza, è un cammino lungo ma costante.
Annarosa Buttarelli, nel libro Sovrane. L’autorità femminile al governo, non cita Christine e forse scarterebbe Boccaccio, ma riprende quel filo e quel cammino di sovranità. Se c’è una via diversa per ripensare e rifondare la politica, questa via passa attraverso il pensiero dell’autorità femminile. È questo uno degli assunti del libro, un assunto carico di implicazioni e conseguenze. La prima è la necessità di decostruire il meccanismo della sovranità e quello della democrazia così come si sono formati nella tradizione occidentale.
Buttarelli ne mostra la strada sempre tenendosi in dialogo con pensatrici come María Zambrano, Simone Weil, Nicole Loraux, Carole Pateman. Il mito di fondazione della democrazia occidentale moderna, quello del contratto sociale, nasconderebbe e proteggerebbe un rimosso, quello del «contratto sessuale», come ritiro dell’intervento femminile (e del suo pensiero) nella sfera privata e come soggezione ai maschi in quanto tali. Sarebbe dunque questa soggezione non naturale a rendere possibile il contratto sociale moderno, che dà vita a una società civile di individui liberi, allo spazio del pubblico, «maschile», e all’oblio del privato femminile (e al paradossale spostamento del privato nel mondo civile attraverso l’impresa capitalistica). Questa subordinazione originaria rimane il modello e l’antecedente della subordinazione dell’individuo alle relazioni in ambito pubblico. D’altra parte lo stesso atto di fondazione della democrazia ateniese, archetipo di ogni pensiero democratico successivo, come uscita da una condizione di guerra civile, non sarebbe altro che il riconoscimento tra uomini, tra fratelli – in quanto figli della stessa città –, che si sono armati gli uni contro gli altri. La violenza inventa la democrazia e ne rimane paradossalmente garante.
Sono forse questi i due atti fondativi che bloccano permanentemente democrazia e sovranità, mentre la riflessione di Buttarelli fa affiorare possibili linee differenti di pensiero. L’autorità femminile è improntata alla relazione, è generatrice di relazione. Per questo la finzione dell’individuo e la nozione di rappresentanza, che da essa scaturisce, escluderebbero l’esperienza femminile dal modello politico della nostra tradizione. La rappresentanza di fatto oscura le pratiche delle relazioni, modellizza l’esperienza politica e del potere su una base non femminile. Proprio come il «popolo», termine che resiste all’individualismo politico, che resiste alla gerarchizzazione e al comando, le donne indicano con la loro esperienza l’orientamento al relazionale. E proprio gli elementi che relegavano l’esperienza femminile al privato, al non pubblico, al non politico – Buttarellii sulla scorta della Zambrano evoca l’intimo, il contestuale, il domestico – diventano la sostanza di un ripensamento dell’autorità nella sua radice femminile. Se la sovranità è ciò che sta sopra, nell’esperienza femminile essa si manifesta come la anarché di Antigone, come il senza-principio, il «da sempre», che è uno stare sopra la legge e non contro, una relazionalità che precede la legge. Quello femminile, discendente da questa concezione di sovranità, è dunque un governo delle relazioni e del loro spazio simbolico, non della rappresentanza come sostituzione, come rappresentazione fittizia di individui.
Un rovesciamento simile è operato dalla Buttarelli anche come accesso alle pratiche economiche. L’amore per il superfluo, che a detta dell’autrice caratterizza le donne, consente di pensare l’economico in modo diverso, «saltando l’utile», cioè cercando di sfuggire alle morse antropologiche di un capitalismo che dà all’accumulazione e alla moltiplicazione di denaro il valore simbolico portante. Ciò a cui pensa Buttarelli è invece un’economia del «soprammercato», uno spazio simbolico che mette in valore ciò che essenziale e ciò che è superfluo, che dialogano tra loro sfuggendo alla logica dell’utile, criterio guida di una certa cultura economica contemporanea.
Le emergenze storiche o testuali di queste linee di sovranità e autorità femminili sono per Buttarelli rintracciabili in concrete esperienze di vita o di scrittura, a cui il libro dedica un capitolo: la badessa del XII secolo Ildegarda di Bingen, che fa del discernimento l’accesso a una razionalità che è la vera regalità; o Elisabetta I d’Inghilterra, che si proclama Vergine a significare il suo essere svincolata da qualsiasi soggezione; o anche Elisabetta del Palatinato, che in un carteggio con Cartesio sulle passioni dell’anima lo richiama alla concretezza dell’esperienza e della vita; o Anna Maria Ortese e la sua cosmologia politica, le Preziose e Carla Lonzi.
È con loro, per Buttarelli, che si possono trovare varchi di comprensione di una differente e praticata esperienza di sovranità, come è in esperienze contemporanee – come quella delle operaie tessili di Brescia tra anni ’80 e ’90 che in un delicato frangente di crisi rendono la relazione nel lavoro e il valore della cura e della qualità un’opzione praticabile di organizzazione – che il governo femminile mostra la sua autorità. Il libro di Annarosa Buttarelli è ricco e complesso, non privo di tensioni interne, che certamente stimola approfondimenti, richiede discussione, provoca obiezioni (il relazionale è solo ed eminentemente femminile? Non è la finzione individualista una trappola senza genere, per così dire?). È però anche un libro profetico, quando propone il progetto di un’alleanza tra donne e uomini per ripensare la sovranità e organizzare diversamente la nostra convivenza, ascoltando le leggi della vita e della relazione. Che sia giunto il tempo di farsi guidare dall’autorità femminile e dal suo governo?
(Il Sole 24 ore, domenica 1° dicembre 2013)
Annarosa Buttarelli, Sovrane. L’autorità femminile al governo, Il Saggiatore, Milano, pagg. 238, € 18
di Anna Maria Crispino
Quando nel 2007 le fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura – riconoscimento atteso da anni, sin dalla pubblicazione de Il taccuino d’oro (1962) – alcuni commentatori sostennero che il Premio arrivava troppo tardi: non solo perché Doris Lessing aveva 88 anni, ma perché le “tematiche femminili” che trattava erano ormai superate. Anche quell’anno i pronostici più autorevoli indicavano tra i favoriti Philip Roth, come in questa edizione 2013 in cui il Nobel è andato a Alice Munro sollevando identici mugugni. Ma per Doris Lessing il valore di quel Premio va ben al di là della motivazione della giuria di Stoccolma, e il tempo lo ha dimostrato. Lei non è stata infatti solo “la cantatrice epica delle esperienze femminili” ma una formidabile anticipatrice delle domande e delle inquietudini sui nodi problematici che il tormentato Novecento ha lasciato in eredità alle generazioni del terzo millennio: domande sull’identità, l’appartenenza e il rapporto con l’Altro – lei, nata nell’allora Persia, cresciuta fino a trent’anni nell’allora Rhodesia -, sulla sinistra e sulla violenza, sulle relazioni tra donne e uomini, sul rapporto tra le generazioni indagato con il bisturi di precisione della scrittura nel farsi dello suo “stile tardo” (vedi Passaggi d’età, a cura di Crispino e Luongo, Iacobelli editore 2013). Basta scorrere l’elenco dei titoli delle sue oltre 50 opere, dall’autobiografia ai romanzi di ambientazione africana, dal ciclo di Martha Quest ai romanzi scritti sotto lo pseudonimo di Jane Somers, fino ai saggi raccolti in Le prigioni che abbiamo dentro. Cinque lezioni sulla libertà (minimum fax 2003). Il suo sguardo sul mondo è lucido fino alla spietatezza, la sua capacità introspettiva e retrospettiva, quella capacità che in altri campi abbiamo chiamato “partire da sé”, dall’esperienza di stare ben salda nel trascorrere del suo tempo ma di ricorrere alla memoria e a volte di proiettarsi in un futuro fantascientifico, “incarnano” la sua scrittura ad alto tasso di letterarietà.
Doris Lessing non parla “di donne”, parla “da donna” del mondo. E se la stampa rendendole omaggio certamente non mancherà di sottolineare la sua riluttanza a definirsi “femminista” – per l’ormai radicata cattiva abitudine denigratoria che i media esercitano nell’usare il termine – non c’è dubbio che la sua opera rappresenti un monumento proprio alla profonda consapevolezza dell’essere donna e del parlare (scrivere) e agire con l’assoluta libertà che questa consapevolezza comporta. E che si chiama femminismo. Non a caso, nel recensire il primo volume della sua autobiografia (Under my skin 1994, Sotto la pelle Feltrinelli 1998) Antonia Byatt scriveva: “Doris Lessing è la grande cronista della nostra storia di gruppo” (in Leggendaria, n. 66/2007), intendendo per “gruppo” sia la generazione adulta nel secondo dopoguerra sia le donne, scrittrici e non.
di Anna Maria Crispino
“Due occhi neri penetranti e indagatori incastonati in un volto sereno, i capelli grigi strettamente raccolti in due bande dietro la nuca”: così la descrive Maria Antonietta Saracino, eccellente traduttrice di molte sue opere. Ed era proprio così quando la incontrai una prima volta negli anni Ottanta, a Milano, a casa di Laura Lepetit , sua editora per L’erba canta e Gatti molto speciali: parlammo a lungo, in quella occasione, ma forse mi favorì solo perché ero tra le poche presenti a parlare correntemente l’inglese. Ne ho un ricordo vago, ero distratta dalla disinvoltura con cui indossava una maglia piena di patacche, mentre mangiava con gusto i piccoli rustici del buffet allestito in suo onore. Ero davanti ad una leggenda vivente e mi concentravo su quelle macchie e sulla pettinatura così antiquata, sulle rughe scavate del volto e l’assoluta mancanza di trucco e di civetteria. Forse ero intimorita, l’ascoltai più che interrogarla, e lei mi raccontò del viaggio, della sua impressione su Milano e dei suoi gatti. Di scrittura, di letteratura non volle parlare. Ebbi la sgradevole sensazione che fosse stata un’occasione persa, imperdonabile per una giornalista.
Qualche anno dopo la rincontrai una seconda volta, in una sede molto più formale. Avevo avuto il privilegio di essere invitata al seminario annuale del British Council a Cambridge sui Contemporary British Writers, un’iniziativa per mettere in contatto giornalisti di diversi paesi con scrittrici e scrittori, tra conferenze, chiacchiere e drinks. Lei era lì e questa volta le chiesi un’intervista. Se mi riconobbe, non lo diede a vedere. Ci appartammo, con il piccolo registratore tra noi due su un tavolino. La interrogai su Jane Somers, sull’incredibile scherzo che aveva fatto all’intero establishment editoriale mandando il romanzo agli editori sotto pseudonimo, sulla protagonista di quello straordinario romanzo che ritrae una cinquantenne che improvvisamente si accorge della vecchiaia incombente. Ma quando insistetti sulla relazione tra la protagonista, la vecchia che accudisce e la nipote – tre generazioni di donne colte nel loro divenire – mi rimproverò perché le facevo domande “femministe”: lei non era femminista, disse, le femministe pensano di poter fare a meno degli uomini, mentre il problema è la società, l’insufficienza dei servizi sociali che abbandonano i vecchi e i poveri, la mancanza di cura e di amore. Mi irritai. Pensai che forse era di cattivo umore, o forse aveva un brutto carattere, oppure che avessi sbagliato il modo di porle le domande. Ma, pensandoci a mente fredda nei giorni seguenti, la verità è che non tollerava l’essere etichettata – e negli anni Ottanta della signora Thatcher quell’etichetta di femminista era diventata molto pesante da portare. Ma che, soprattutto, come per molte altri scrittrici e molti altri scrittori, c’è spesso uno scarto tra le intenzioni dichiarate di un’opera e ciò che essa in realtà rivela alla lettura. Uno scarto che è un di più, una ricchezza. Ed è questo il bello – o meglio “il dono”, come sostiene Saracino – della letteratura.
di Marisa Bulgheroni
New York, 1959
(Il Mondo, 22 dicembre 1959)
C’è una fotografia di Carson McCullers fatta dodici anni fa da Cartier-Bresson: con la frangetta, le calze di lana bianca al ginocchio, le scarpe basse, una sigaretta in mano, il viso chiuso in una interrogazione che è anche una sfida, la scrittrice, a trent’anni, fa pensare alle adolescenti dei suoi libri, dure e sensibili. Come loro è diversa dalle infinite ragazze americane pettinate e vestite allo stesso modo; basta il suo fastidio per il fotografo, la sua impazienza di andarsene dallo sfondo di bianchi e neri – il balcone di legno della casa alle sue spalle, l’ombra del portico – per distruggere ogni sospetto di artificio.
A quel tempo Carson McCullers viveva già a Nyack, presso New York, ma spiritualmente non si era allontanata dal Sud: durava intorno a lei la fama di fanciulla prodigio che aveva raggiunto all’improvviso col suo primo romanzo, Il cuore è un cacciatore solitario. In questa bizzarra storia di un sordomuto, di una ragazzina che sogna di studiare musica, di un barista, di un anarchico, di un medico negro, la giovane scrittrice aveva voluto esprimere la sua precoce coscienza della solitudine umana. Ogni personaggio è solo nella piccola città meridionale, dove pure è impossibile non incontrarsi, solo dentro il proprio cuore, solo della solitudine delle stelle che appaiono vicine e sono infinitamente lontane.
Oggi la ragazza di Cartier-Bresson è una donna stanca e ammalata che vive chiusa nella casa di Nyack, lavorando a un romanzo cominciato qualche anno fa, sul tema della morte, aspettando i ritorni quotidiani della sorella che lavora a New York. Da quando suo marito è morto, tragicamente, non vede quasi nessuno. La governante negra la difende con tanto calore dagli estranei che chi cerca di vederla si scoraggia. La sua voce stessa, al telefono, può essere dura e lontana, come se parlasse da oltre una porta chiusa. Quando riuscii a convincerla che mi sarei trattenuta soltanto la mezz’ora tra l’arrivo e la partenza dell’autobus, mi pareva di essere già stata sconfitta da quella voce, che non valesse neppure la pena di andare.
Era una di quelle giornate piovose in cui gli orizzonti di una grande città si chiudono, e Nyack, che pure è a un’ora da New York, si perdeva nella distanza: la immaginavo come una grigia cittadina quasi industriale e non come un grande giardino stillante di pioggia sotto un cielo chiaro. La casa, nel verde dei grandi alberi piumati, aveva la grazia nordica del legno verniciato, del tetto spiovente, delle finestre a piccoli riquadri, ma ispirava anche un vago senso di abbandono, come le case del Sud.
La governante negra, con il suo sorriso infinitamente comprensivo e la sua segreta allegria, non poteva non essere del Sud. E dentro la casa c’era il silenzio, il grande silenzio delle scale di quercia, dei mobili antichi, delle porcellane preziose, delle tende di mussola, il silenzio magico delle vere case, fatte di lunghe accumulazioni di pensieri, di ore vuote, di voci familiari, di orologi che battono all’improvviso. Carson McCullers indossava con noncuranza una vestaglia di seta grigia; nel suo viso sciupato i grandi occhi castani erano fieramente giovani. Si scusò con calore di essere molto stanca, aveva riposato qualche ora dopo aver finito un articolo per Esquire, che le era costato una grande fatica. Sedemmo di fronte alla finestra; la pioggia rigava i vetri appannati con una furia primaverile. Carson McCullers disse: «Non mi intervisti, la prego, non posso sopportare questo genere di cose, e odio rispondere alle domande». La governante ci servì il caffè come in un salotto dell’Ottocento, con ricami, argento, lieve tintinnio. Non avrei neppure saputo rivolgerle domande che non mi suonassero, in quell’atmosfera, inutili, non c’erano tecniche possibili per rompere l’esclusività del suo isolamento. Così sedemmo in silenzio. Sapevo che Carson McCullers era una persona difficile, ma in un paese come l’America, dove l’educazione alla cordialità è nell’aria, anche se qualche volta tutto finisce lì, quel silenzio era soltanto singolare, come essere capitati in un paesaggio nuovo. Poi parlammo affrettatamente; mi raccontò delle sue estati nella Georgia, dove è nata, di come le occorsero due anni per scrivere l’inizio del romanzo breve Invito di nozze che si svolge durante una di quelle estati, di come ora scrivere le costi fatica, con un braccio paralizzato, non può lavorare mai più di due o tre ore al giorno. Mentre parlava i suoi occhi si accendevano di una bella luce scura per spegnersi subito se le parole la riportavano dentro di sé: il suo viso, allora, si chiudeva, come se la stanchezza, il fastidio che esistano gli altri la inaridissero. Quel viso aveva ceduto da tempo al dolore, alla paura della morte, all’angoscia della solitudine; l’amore per la poesia resisteva soltanto negli occhi.
Il nuovo silenzio fu più lieve, come se la distanza iniziale fosse diminuita. D’improvviso mi chiese che cosa facevo io veramente in America, se non avevo nostalgia di casa. Il pendolo suonò le sei, l’autobus sarebbe ripartito tra pochi minuti, e ora si sentiva l’ombra invadere gli angoli della grande casa, con il primo freddo della sera. Ci alzammo. Sulla porta mi abbracciò e mi baciò sulle guance, con un’ansiosa gentilezza. Mi augurò buon viaggio con la voce di chi vede un viaggio anche nello svoltare l’angolo della propria casa.
Non avevamo quasi parlato, eppure mi pareva di aver capito tutto quello che da lontano ero stata curiosa di sapere. Se ci fosse un limite di artificio nei suoi libri, se l’estrema grazia dello stile non fosse un gioco raffinato. Invece la sua vita, in quello strano angolo di Sud vicino a New York, era nuda: il silenzio della casa e il suo chiudevano un universo poetico più che un mondo romanzesco. Era un poco come aver fatto visita a Emily Dickinson vestita di bianco nel suo giardino di Amherst. Donne capaci, a questo modo, di solitudine, di infelicità senza essere patetiche, non sembrano appartenere alla stessa razza delle garrule studentesse, delle solerti frequentatrici dei circoli femminili, delle attive matriarche la cui socialità si esprime con violenza, nel trucco come nei fiori sul cappello. Pure – pensavo, mentre l’autobus correva nel tramonto verso New York, verso le ore meccaniche – le donne come Carson McCullers non sono forse che l’altra faccia della femminilità americana, la forza dei pionieri sottratta volontariamente alla società, ostinatamente conservata per la poesia.
Di Carson McCullers in libreria:
Il cuore è un cacciatore solitario, Einaudi
Riflessi in un occhio d’oro, Einaudi
La ballata del caffè triste, Einaudi
La vicenda di Adam Krug, filosofo impolitico di grande fama che si ritrova ostaggio di una rozza dottrina egualitaria, detta «Ekwilism»
di VALENTINA PARISI
In un immaginario atlante della letteratura russa anche le pozzanghere – ignorate dai cartografi per la loro indubbia transitorietà – potrebbero vantare una posizione di rilievo accanto a specchi d’acqua più blasonati, almeno da quando Nikolaj Gogol’ decise di elevare ironicamente a segno
distintivo della città ucraina di Mirgorod quella gigantesca quanto inestinguibile pozza che ne occupava quasi tutta la piazza principale: «Meravigliosa pozzanghera! Case e casette, che da lontano si possono scambiare per biche di fieno, la circondano, e stupiscono della sua venustà». Capace di riflettere l’universo intero a partire dalle catapecchie sbilenche che la cingevano, l’iperbolica pozzanghera di Mirgorod sarebbe riaffiorata in forma assai più frammentaria
sui marciapiedi berlinesi invariabilmente lucidi calcati negli anni Venti dall’esule Vladimir Nabokov, diventando – insieme a specchi, vetrine e occhiali – ricettacolo privilegiato
degli sdoppiamenti sperimentati dai suoi protagonisti. Ma se in Gogol’ il rovescio speculare del mondo era popolato, in ossequio alla tradizione, da creature fantasmatiche quali ondine e coboldi, nelle opere mature di Nabokov il tema quasi ossessivo dell’inversione ottica, pur continuando a essere fonte inesauribile di illusioni grottesche, assume un significato endoletterario sempre più evidente, elevandosi a metafora dei rapporti tra autore e personaggio. Ne è una prova Bend sinister, primo romanzo scritto da Nabokov sul suolo americano tra il 1942 e il 1946, e ora proposto da Adelphi con il titolo Un mondo sinistro (traduzione di Franca Pece, pp. 259, €18,00) dopo che I bastardi, l’edizione curata per Rizzoli da Bruno Oddera, non era stata più ristampata da decenni. Già la varietà di soluzioni escogitate per rendere il titolo dà un’idea della densità semantica di questo congegno narrativo in sé perfettamente concluso, nitido e al tempo stesso ineffabile, che ricorda i cerchi concentrici in rapido dissolvimento prodotti da un sasso gettato in una pozzanghera. Immagine questa che, appena turbata dalla caduta di un paio di foglie, compare nell’incipit per poi riaffacciarsi puntualmente alla fine, quando il demiurgo Nabokov esce alla ribalta onde richiamare gli attori – come egli stesso preannuncia nell’introduzione – ossia per congedare i propri personaggi e disperdere così la finzione fabulare testé orchestrata.
Tra le due apparizione di questa enigmatica pozzanghera, «foro spatoliforme attraverso il quale si vedono gli inferi del cielo», si snoda la vicenda del povero Adam Krug, filosofo di fama mondiale, nonché individuo sommamente apolitico, ostaggio suo malgrado del grottesco regime autoritario instaurato dall’ex compagno di scuola Paduk, soprannominato confidenzialmente il Rospo, in nome di una rozza dottrina egualitaria, detta per l’appunto «Ekwilism». Da qui l’interpretazione in chiave distopica attribuita al romanzo e alimentata in parte dallo stesso Nabokov, là dove a guisa di ironico omaggio ai due massimi stati di polizia del Ventesimo secolo (e a fini chiaramente stranianti) impone ai suoi personaggi di parlare a sprazzi vuoi in russo, vuoi in tedesco, lingue che stravolge fino a ottenere un idioma totalitario alquanto incomprensibile. Tuttavia qualsiasi eventuale accostamento a Orwell viene respinto – ancor più che dall’arcigno commento dell’autore nella prefazione – dal tono di straordinaria leggerezza che Nabokov conferisce alla sua narrazione. L’unico registro in grado di mettere alla berlina il regime da operetta di Padukgrad, smascherando la sua irrimediabile, gogoliana poslost’ (banalità). Se è facile immaginare come all’inizio Krug
non avesse ostentato altro che indifferenza verso l’irresistibile ascesa al potere dell’ottuso Paduk,
la perdita dell’amatissima moglie Ol’ga lo rende indifeso di fronte alle richieste di collaborazione
che il nuovo governo gli avanza con insistenza sempre maggiore. Benché il protagonista sfoderi una impenetrabilità tetragona rifiuta di firmare una supplica del rettore che scongiura il Rospo di non chiudere l’università cittadina, fondata su «Scienza e Amministrazione »), da lì a breve gli emissari di Paduk riusciranno a individuare quel lato della sua personalità su cui far leva – o, meglio, recuperando il sottile gioco di parole andato perduto nella traduzione, a scorgere quell’«impugnatura» nascosta che trasforma il filosofo da un inespugnabile «cerchio» (questo il significato del suo cognome in russo) in un ben più maneggevole «boccale» (secondo la lettura tedesca dello stesso termine Krug). Questa leva è l’adorato figlio David, incantevole monello
di otto anni, cui Nabokov attribuisce tratti di capricciosa spensieratezza altrove riferiti al proprio rampollo, Dmitrij. A momenti idillici di fuga nel passato (su tutti lo splendido capitolo nono, dedicato all’incontro mancato con la futura moglie) si alternano attimi in cui il protagonista si sente in dovere di risvegliarsi dall’incubo in cui crede di essere intrappolato, poiché le guardie rivoluzionarie di Paduk si dimostrano «quanto mai convenzionali» e arrestano uno dopo l’altro tutti i suoi amici. In realtà, solo l’intervento compassionevole del deux ex machina autorialemetterà
fine allo strazio del filosofo, consegnato alla follia dalla consapevolezza di non essere stato in grado di proteggere il figlio e di aver decisamente sopravvalutato la propria intangibilità
di uomo apolitico.
Al netto della propria innata freddezza, Nabokov sembra nutrire una particolare pietas nei confronti di Krug, cui elargisce dettagli inequivocabili della propria biografia, non fosse altro perché negli anni Quaranta all’autore trincerato a studiare farfalle nel «paradiso» per lepidotterologhi
allestito nel museo zoologico di Harvard doveva di tanto in tanto profilarsi l’interrogativo circa cosa sarebbe stato di lui, se non fosse riuscito ad abbandonare prima la Russia sovietica, poi la Germania nazista con tanto di moglie ebrea al seguito e, infine, nel maggio 1940 Parigi, in procinto di
cadere in mano ai tedeschi. Il fascino di questo testo impeccabile risiede d’altronde dell’inestricabilità tra Dichtung e Wahrheit, divenute ormai indistinguibili in virtù di un
rigoroso procedimento alchemico. Sicché al filosofo in crisi viene «prestata » l’immagine della vita umana sospesa come in una culla tra l’abisso immemore che precede la nascita e quello post mortem, non meno misterioso, che, guarda caso, apre l’autobiografia Conclusive Evidence, iniziata
proprio nel 1946. E, ancora, Pietroburgo, città natale dell’autore, si riflette specularmente nel doppio onirico e grottesco di Padlukgrad, dove la casa dei Nabokov a due passi dalla «cattedrale dalla cupola bronzea» di Sant’Isacco viene proiettata sulla mappa urbana a nord anziché a sud,
così come pure l’imponente residenza del Rospo, «ridipinta» in una tonalità rosa opposta nello spettro al verde caratteristico del palazzo d’Inverno (suo prototipo). D’altro canto, la poetica del rispecchiamento pervade tutta l’opera a partire dalla scena in cui Krug, dopo la morte della moglie, percorre avanti e indietro il ponte sul fiume Kurche taglia in due la città, finché non ottiene un salvacondotto a nome di un certo Gurk (il suo stesso cognome letto al contrario).
Ogni personaggio letterario – questo il suggerimento di Nabokov – vive di una vita riflessa, prigioniero di quel peculiare rovescio della realtà circoscritto dalla superficie riflettente
di una pozzanghera o dalla macchia similmente oblunga del Bend sinister, in araldica la tipologia di stemma in cui la sbarra trasversale corre dall’estremità superiore sinistra a quella inferiore destra, come a denotare un rapporto di filiazione bastarda in opposizione al risvolto «corretto» del bend dexter. Ma agli eroi prediletti – e Krug è certamente tra questi – è concessa la possibilità di intravvedere, in attimi di singolare chiaroveggenza, il proprio «osservatore interno », «la mente che sta dietro lo specchio », la mano dell’autore-burattinaio. Mentre ai lettori non si chiede
altro che di stare, ammirati e riconoscenti, al gioco.
di Alessandra Pigliaru
Ho cominciato a leggere Tam tam, l’ultimo libro di Vita Cosentino, e non me ne sono più potuta separare. Mentre leggevo infatti, una serie di immagini di gratitudine affastellava la mia mente ed è stato semplice restituire all’autrice l’attenzione che la sua storia e la sua scrittura meritano. Certe cose non vanno rimandate – mi sono detta – vanno accolte intere in una lettura che non può essere interrotta. Tam tam, dice Luisa Muraro nel suo scritto che precede il testo di Cosentino, è la storia di un combattimento. Sono d’accordo e aggiungo poetico, fiducioso e pieno di grazia. Non per questo meno forte, anzi. È proprio nella forma di questo corpo a corpo che Vita Cosentino scampa al disastro e acquista la forza che le è propria, perché ha una fiducia incrollabile che la guida nell’impreciso confine tra sé e il mondo. Il libro racconta di una circostanza specifica: una donna, che poi è la stessa autrice, si ammala improvvisamente di qualcosa che inizialmente le diagnosticano come paraplegia incompleta ma che in effetti non verrà mai ben distinta ulteriormente. Se apparentemente si tratta di un caso irrisolto, gli effetti sul corpo e sull’anima sono puntuali, dolorosi e del tutto inaspettati. Il lungo racconto rappresenta così un rinnovato apprendistato alla vita, un sì di amore che l’autrice – lo si avverte nettamente – ha già detto più volte nel corso della sua esistenza e che ora tuttavia sa di riconquistare. Questo attaccamento alla vita, di cui anche Muraro sostiene l’eccezionalità, ha qualcosa di alto. È un tragitto consapevole e autentico di una donna che rimette in discussione il proprio campo d’azione, i propri movimenti nello spazio che fino a un minuto prima riusciva a governare. Quella stessa donna calibra e valuta con pazienza la confidenza con il proprio corpo insieme a quella – che qui sembra più preziosa – con il tempo; lo trasforma di una qualità nuova, con la grande risorsa, dalla sua parte, delle relazioni. Raccontare i dettagli delle amicizie significa per Vita Cosentino ricomporre la mappa emozionale e politica di se stessa e delle sue età. Ciò che si agita in Tam tam è infatti una moltitudine di smarrimento e riappropriazione; una marea che non lascia mai inadeguate allo sguardo, al contrario è un frangersi di onde impetuose eppure indulgenti a cui si reclama di assistere. Certo che si ha paura di perdere il controllo e anche di non farcela ma la protagonista del libro non teme di misurarsi con le proprie istanze interiori, tutte luminose a puntellare la volta stellata di un’anima che si interroga. È così che i ricordi bambini si mescolano per sollecitare inattesi presagi. Allo stesso modo le certezze della maturità le consentono di sistemarli per fare ordine – uno nuovo o che forse c’è sempre stato. Vero è anche che c’è una nuova scansione temporale, un prima e un dopo. Una rinnovata attenzione per il circostante, come quel campo di papaveri che tutte le primavere rifiorisce accanto a casa sua e una generosità di gesti piccoli, minuti e resistenti che trovano dimora in chi ha già avuto la possibilità di gioirne. Se è la malattia a fare da spartiacque nella durata, Vita Cosentino insegna che non vi è un’interruzione ma un riadattarsi amoroso – seppur dolente – alle cose stesse. Ci sono poi istanti – simili alle foto che guarda ripetutamente – che raccontano qualcosa che svetta, che ripara dall’imponderabile e che ogni volta, come fosse la prima, entra nel piano di realtà per ridisegnarne il senso: l’amicizia e l’amore circolante di chi ha saputo starle accanto. Lo sguardo e le parole per lei, erodono l’abbandono e la solitudine e mettono al mondo un tra-noi che eccede dalla stessa scrittura ed è difficile da dire. È così che ho sentito Tam tam, proprio come un ritmo incessante e imprevedibile che mette in gioco ogni giorno lo scandire della vita di tutte e tutti, come fosse il desiderio che bussa alla porta per avvertire che dopo il combattimento arriva il tempo del sentirsi insieme – ancora – nella relazione. È a quest’ultima che il libro è rivolto e dedicato ed è per questo commovente esercizio di tenacia poetica e politica che vorrei ringraziare anch’io, tenendomi negli occhi l’immagine onirica di quei fiori bianchi che appaiono alla fine del libro. Piccoli e ripiegati in fascette umili. Ne sbocceranno di nuovi e saranno forse fragili – esattamente come l’umana condizione. Perciò i più forti e veritieri mai incontrati.
di Teresa Di Martino
E’ difficile recensire l’ultimo libro di Vita Cosentino, è difficile dire di un racconto così personale e quotidiano, di quello che accade dopo uno scontro violento tra una “lei” e un avversario invisibile, come lo definisce Luisa Muraro. Tam tam è la storia della protagonista, l’autrice, narrata in terza persona. Ma è una storia breve, gli ultimi due anni di vita, una vita del tutto nuova, che non è una nascita bensì una lotta per rimanere viva. E’ la storia di Vita dopo la malattia invalidante che l’ha colpita. Un racconto che vede protagonista lei, il marito e le sue amiche, compagne di vita e di militanza, ma che mette in primo piano il corpo, un corpo pesante, così ingombrante che le toglie anche le energie mentali: “Fatica a concentrarsi, comincia a leggere un libro e poi un altro e li lascia a metà. I progetti non hanno gambe per camminare e non ne vede più il senso” (p. 85). Partire da sè in questo caso non può ridursi a uno slogan femminista, si tratta non solo di ri-partire dal proprio corpo, ma anche di conoscerne i limiti e di prenderne le misure. Il problema non è solo non poter fare la vita di sempre – costantemente in giro, tra una riunione e l’altra, a quel convegno, a quell’assemblea, alla Libreria, a Verona – ma anche stare in piedi ai fornelli, andare a fare la spesa, un cinema, una mostra. Tutto diventa complicato: camminare, trovare luoghi senza barriere architettoniche, parcheggi coperti. Un limite che è anche una scoperta: Vita scopre il piacere di sedersi sulla panchina sotto casa e salutare il vicinato, la soddisfazione di lavorare con le mani (come da bambina), di sentirsi a casa in un bar dove la riconoscono. E’ come se questa faticosa ricerca di una misura nuova le aprisse un nuovo mondo, le svelasse anche i limiti di quel mondo che aveva sempre abitato. “Ha passato tanti anni in quella casa sempre correndo da un’altra parte […] La casa era in una specie di terra di nessuno. Così almeno la sentiva lei…” (pp. 97-98). Risuona. E mi chiedo: è davvero necessario che il corpo si fermi? Nelle riflessioni politiche con le mie compagne c’è sempre il desiderio di riappropriarsi di spazi e tempi che diano ascolto ad un corpo troppo spesso dimenticato, messo a tacere, trasportato di qua e di là. Lavoro, tempi frenetici, politica militante. Sì, ma c’è dell’altro. “Era sempre alla ricerca di qualcosa. Sì, ma cosa?” (p. 98). Una domanda a cui l’autrice non risponde, forse perché una risposta non c’è, forse perché ognuna ha la sua. Tam tam – un ritmo evocato e raccontato nel quotidiano – è una storia che destabilizza. Non è il racconto di un dolore – anche se se ne legge molto – ma è piuttosto la storia, semplice e complessa allo stesso tempo, di una lenta e paziente ricerca di sé, di un sé fatto di passato e presente, che prende le misure per “rifarsi una vita salvando quella di prima” (p. 11), lasciando spazio ai miracoli del quotidiano e alle scoperte di un nuovo modo di stare al mondo.
È scrittrice amatissima in Italia, Elisabeth Strout, da quando lettori e lettrici italiane l’hanno scoperta all’uscita di Olive Kitteridge , con cui ha vinto il Premio Pulitzer nel 2009. Nata nel Maine, stato statunitense del New England dove i suoi antenati approdarono nel 1603, vive tra New York e la sua terra, che è la sua vera fonte di ispirazione. Con il suo quarto libro, I ragazzi Burgess, assume sempre di più il profilo di autrice “classica”. Con una scrittura scarna e profonda indaga la vita quotidiana di una piccola città, l’incrocio terribile e inaspettato con i drammi del mondo contemporaneo e globale.
La storia del suo ultimo romanzo parte da un ragazzo che getta una testa di maiale dentro una moschea della sua città, dove da poco si è insediata una comunità di somali musulmani. Dove ha trovato l’ispirazione?
«La notizia letta anni fa su un giornale ha catturato la mia immaginazione. I fratelli Burgess proprio non so da dove vengano. I personaggi si impongono alla mia attenzione, a poco a poco diventano sempre più reali»
Ricordo che per Olive Kitteridge lei parlò di qualche somiglianza con alcune vecchie zie.
«È vero, in Olive ci sono alcuni aspetti di vari parenti. Ma per i fratelli Burgess non ho avuto modelli, anche se naturalmente mi è capitato di osservare interazioni tra fratelli. Devo dire che è stato straziante portarseli dietro tutto il tempo che ci è voluto a scrivere il libro, sono personaggi difficili. Molto faticoso, proprio in senso fisico. Come se mi mangiassero da dentro»
Pur con un personaggio centrale e ricorrente, “Olive Kitterige” era una raccolta di racconti. Perché ora ha scelto il romanzo?
«Mi sembrava che l’ampiezza delle emozioni, della geografia, dei temi richiedesse una struttura più grande. Ci si sposta tra il Maine, l’Arkansas, l’Arizona, nel conflitto tra città e campagna, questioni esplosive come il razzismo. Ci volevano le spalle ampie del romanzo»
Che ne pensa del premio Nobel assegnato a Alice Munro?
«È fantastico. Sono veramente contenta, è una grande scrittrice, che mi affascina. Negli anni lei è riuscita a creare un genere suo, una forma stilistica molto particolare a cui è rimasta fedele negli anni. E racconta la vita quotidiana di un microcosmo»
A proposito di microcosmo, il razzismo che lei racconta in un piccolo mondo, risulta esplosivo.
«Come si dice, il personale è politico. Ho indagato cosa succede quando temi così dirompenti, non sono fatti lontani, che avvengono altrove, ma entrano nella esperienza della vita quotidiana di tutti. In una piccola comunità. Le idee che uno può avere ne risultano sconvolte. Tutto cambia quando lo straniero è vicino a te, le proprie reazioni possono sorprendere»
Qual è il segreto della sua scrittura così luminosa?
«Scrivo e riscrivo. La prima stesura è a mano, mi sembra che corrisponda di più al ritmo dell’immaginazione. Poi correggo e riporto tutto al computer. Poi riscrivo ancora. Ci metto anni a scrivere un libro. Voglio raggiungere la coerenza tra il modo in cui è scritto e quello che racconta. E per questo ci vuole tempo»
Anche chi come me non è mai stato nel Maine, sente nei suoi libri la presenza molto forte di quel luogo, quello spazio. Quasi come se il Maine fosse un personaggio. Per lei questo ha senso?
«Sono l’erede di una lunga tradizione. Non solo la mia famiglia vive nel Maine da secoli, ma sia mia nonna che mia madre sono state delle grandi contastorie. Le ascoltavo. Ascoltavo mia madre, la sua voce molto asciutta, il suo stile molto minimalista, l’ho interiorizzata. Sì, penso che ci sia una voce del Maine nel mio raccontare»
Pensa che nello scrivere essere donna abbia un significato?
«Certo, sono una donna, penso come una donna e immagino che si veda anche nel mio modo di scrivere. Ma non è una cosa per cui mi scaldo molto. Non scrivo di questioni delle donne o cose del genere. Non mi interessa. Anche se questo fa arrabbiare molte mie amiche».
Come è arrivata a scegliere di scrivere?
«Per via di mia madre. Mi ha spinto lei. Lei desiderava profondamente diventare una scrittrice, e non c’è riuscita. Era in ogni caso una formidabile storyteller. Mi ha comunicato il suo desiderio, la sua passione».
Elisabeth Strout:
I ragazzi Burgess, traduzione di Silvia Castoldi, Fazi Roma 2013, 447 pagine, 18,50 euro
Olive Kitteridge, traduzione di Silvia Castoldi, Fazi Roma 2009, 18,50 euro