di Vittorio Lingiardi
La riflessione freudiana sull’autorità «ha luogo in un mondo esclusivamente maschile. La lotta per il potere si svolge tra padre e figlio; la donna non vi ha parte alcuna, se non come ricompensa o perché induce alla regressione, oppure come terzo vertice di un triangolo. Non c’è lotta tra uomo e donna in questa storia; anzi, la subordinazione della donna all’uomo è data per scontata, invisibile». Ma la teoria femminista «non può accontentarsi di conquistare per le donne il territorio degli uomini». Il femminismo, quando incontra la psicoanalisi, ha un compito più complesso: trascendere la contrapposizione. Perché questo avvenga è però necessario che la psicoanalisi rinunci a quelle certezze che, con mano maschile, ha scritto sul corpo delle donne. Rinunci alla polarizzazione di genere, «origine profonda del disagio della nostra civiltà». Apra la gabbia teorico-evolutiva della «scissione tra un padre simbolo di liberazione e una madre simbolo di dipendenza», perché per i bambini di entrambi i sessi tale scissione significa che «l’identificazione e l’intimità con la madre devono essere barattate con l’indipendenza» (e dunque «diventare soggetto di desiderio comporta il rifiuto del ruolo materno», se non della stessa identità femminile). Impari a pensare alla madre «come soggetto a pieno diritto» e non «semplice prolungamento di un bambino di due mesi». La vera madre non è semplicemente oggetto delle richieste del suo bambino, ma «è un altro soggetto il cui centro indipendente deve restare al di fuori del bambino se dovrà sapergli concedere il riconoscimento che cerca». Solo se la madre diventa soggetto, e non solo oggetto d’amore del bambino, prenderà vita quel reciproco riconoscersi che per tutta la vita nutrirà le relazioni d’amore.
È il 1988 e così scriveva Jessica Benjamin in Legami d’amore, il saggio psicoanalitico e femminista sui rapporti di potere nelle relazioni amorose che la rese famosa nel mondo. Tradotto a regola d’arte da Anna Nadotti per Rosenberg & Sellier, ma da tempo introvabile, il volume viene oggi riproposto da Raffaello Cortina, a conferma dell’interesse della sua casa editrice per un pensiero psicoanalitico d’eccellenza. La nuova edizione, un rosso cuore annodato in copertina, comprende una riflessione dell’autrice sull’attualità del suo saggio, e un testo introduttivo («Vivi in presenza di un altro uguale») a cura di chi scrive e di Nicola Carone.
«Come se avessimo bisogno di una qualche prova della persistenza del patriarcato – scrive Benjamin 25 anni dopo, cioè oggi – la passività e la sottomissione non hanno abbandonato il discorso del femminile». Ma anziché indagare il tema del sadomasochismo dal punto di vista dell’«indignazione morale», lo considera da quello della psicoanalisi e delle cicatrici psichiche prodotte dai percorsi obbligati del binarismo di genere. «In che modo il dominio è radicato nei cuori di coloro che vi si sottomettono?». Perché Cinquanta sfumature di grigio è diventato un bestseller per giovani madri e per donne manager? Le prime risposte di Benjamin (una delle quali è «perché queste donne vogliono arrendersi al controllo, vogliono perdersi») risalgono al 1967, quando Histoire d’O, letto dal mio gruppo poco dopo de Beauvoir, mi ha consentito di capire le molte permutazioni del desiderio che avrebbero trovato espressione culturale anni più tardi». Domande solo apparentemente pop che trovano risposte complesse nell’analisi della dinamica servo-padrone di hegeliana memoria, o nel concetto di «complementarità scissa», cioè un sistema dinamico in cui ciascuna incarnazione del partner (sadico, masochista; colui che agisce, colui che viene agito) «dipende dall’altro». Un’idea che diventerà centrale per la comprensione delle impasse cliniche, ma anche delle relazioni tra carnefice e vittima e di quelle «relazioni simmetriche nelle quali ciascuna persona si sente di subire, ciascuna persona sente di aver ragione, ciascuno ha paura di essere incolpato». Non stupisce che oggi Benjamin si stia dedicando al progetto politico-psicoanalitico di declinare la sua teoria del riconoscimento in una teoria della testimonianza. In The Discarded and the Dignified, ultimo scritto non ancora pubblicato, racconta la sua collaborazione, da cinque anni a questa parte, con il Community Mental Health Programme di Gaza. La scommessa è quella di costruire un dialogo con i professionisti della salute mentale israeliani e palestinesi. Di fronte ai traumi, dice, spesso reagiamo appellandoci al senso di «ciò che è giusto o sbagliato» e perdiamo la possibilità di avvicinarci in maniera autentica all’esperienza di chi soffre. Essere testimoni e non spettatori indignati rientra invece in un più ampio processo di umanizzazione di vittime e carnefici, in cui le prime non aspirino a una qualche fantasia di vendetta o, al contrario, di rassegnazione malinconica per rimediare alla perdita di persone care o alla violazione di parti di sé e le seconde prendano contatto con parti dolorose di sé dissociate.
Nato per fare luce sul perché spesso preferiamo «il dolore che accompagna la sottomissione» al «dolore che accompagna la libertà», Legami d’amore ha nei fatti inaugurato il progetto di una psicoanalisi relazionale e intersoggettiva. Il motivo per cui sono diventata psicoanalista, dice Benjamin, è stato «la ricerca di una guarigione e di un’integrazione personale». Come intellettuale, genitore, clinica, attivista politica, aggiunge, «cercherò di essere più integrata e di fare in modo che ciò che dico vada insieme a ciò che faccio per tutte quelle parti che non riguardano solo la mia guarigione personale, ma si estendono anche al lavoro e allo stare con gli altri». Creatura di confine, spigolosa e sincera, Benjamin riesce a far dialogare posizioni diverse e spesso in conflitto. «Per quanto mi riguarda – dice – sono arrivata alla convinzione che l’esperienza di essere spinta in più di una direzione nello stesso momento è una cosa fondamentale per la mia vita psichica».
(Il Sole 24 Ore, 22/02/2015)
di Alessandra Macci
Una versione parziale di questa recensione di Alessandra Macci è apparsa su “Il Mattino” (edizione nazionale) il 7 febbraio 2015. Qui la si propone nella sua versione completa.
άνευ µητρός/senza madre L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil (La scuola di Pitagora, Napoli 2014) di Stefania Tarantino, filosofa e musicista napoletana, è un libro di grande interesse che tiene insieme il pensiero delle donne dell’Europa del Novecento senza tralasciare quelle della propria città natale. Che cosa significa “senza madre” riferito all’Europa e perché è importante domandarsi cosa significa che l’Europa ha perduto l’anima? Queste le domande cui l’autrice cerca di dare una risposta. Lo fa percorrendo la storia dell’Europa a partire dal passaggio che ha luogo in Grecia dalla tradizione orfico-pitagorica a quella platonico-aristotelica. È noto che, nella prima tradizione, era prevalente il rapporto con il mistero della vita, con la physis, mentre, nella seconda, in particolare nel salto concettuale aristotelico, la Sostanza diventa l’Essere. In questo slittamento si perde il corpo e più specificamente si perde il corpo femminile che procreando dà vita alla vita stessa. Contrariamente il maschile, pensando, dà vita al concetto. Ed è tra la vita corporea e la vita filosofica, tra la genealogia femminile e la “maieutica” maschile che si gerarchizza la prevalenza della seconda sulla prima. Il Concetto produce un effetto di padronanza sulla realtà e rende l’uomo simile a Dio, mette in competizione la creatura con il creatore dando origine al processo storico che porta al dominio della Forza. La Forza deve sottomettere la natura al destino umano e così questo entra in competizione con Dio. La storia che ha vinto in Europa è la storia della Forza, della competizione, del conflitto tra gli uomini, ma, dice la Tarantino, un’altra Europa è possibile se ritorna il rimosso. Facendo leva sulla vita e sul pensiero delle donne si ritorna alla materia, al corpo, al materno che è vita e grazia. Per far tornare il rimosso serve un metodo, una strada, una via, tracce da ripercorrere, sentieri interrotti da riaprire, riattivare. All’azione rivolta al conseguimento dell’obiettivo, bisogna contrapporre l’azione/inazione, quell’azione cioè che si lascia vivere di inerzia, che si abbandona al destino, che ama il destino e che sa vivere di necessità. Un’azione che non vuole, che non ambisce a niente, che non ha scopo, che nella sottrazione e nel vuoto coglie il senso profondo del sacro. Esattamente ciò che fa Maria Zambrano, cui il testo si riferisce, ripercorrendo le tracce della migliore tradizione mistica spagnola da Seneca, il vero eroe della filosofia spagnola, a Giovanni della Croce, fino ai più profondi interpreti del misticismo spagnolo medioevale. Così come la Weil, l’altro grande faro cui guarda il libro della Tarantino, che orienta una diversa tradizione culturale europea. Per la Weil l’esperienza del sacrificio della vita è accompagnato ad una rigorosa destrutturazione della “persona”. La persona è il punto su cui convergono tutte le incorreggibili distorsioni delle eredità storiche europee. La persona come soggetto di diritto non è altro che il maschio-bianco-proprietario-occidentale, gli altri non sono persona, meno che mai lo è la donna, l’unica che sa fare del dovere una via. Il dovere è impersonale, anonimo, non chiede nulla. È nuda materia e si offre alle necessità del destino. La saggezza dell’impersonale recupera la profonda eredità della civiltà mediterranea prima di quella greco-romana. I romani hanno con il loro diritto imposto l’imperialismo della forza, della guerra, del dominio mentre il pensiero greco si collega al pensiero orientale, ben più profondo. Nel nostro tempo l’Europa farebbe bene a ritrovare queste radici guardando a Oriente, leggendo i testi sacri della Cina e dell’India che tracciano, insieme alle esperienze orfico-pitagoriche, la strada di una pratica vitale fatta di azioni non-azioni. Bisogna, dunque, essere coraggiosi per scendere negli inferi, nella profondità oscura della propria anima e lì incontrare il sacro che è contatto “intimo” con la materia.
Amica e figura mediatrice tra la pensatrice spagnola e la pensatrice francese fu la scrittrice e poetessa Cristina Campo. Traduttrice e lettrice attenta delle due filosofe, la Campo metterà in luce, tra l’altro, come, in un tempo in cui si è divorati da se stessi, dai propri e altrui personaggi, e da un sociale che continua a fare da specchio ai soli rapporti di forza che forse basterebbe iniziare a liberarsi dall’ossessione di sé per avere “la forza di accettare insieme l’ordine del mondo e ciò che di continuo lo supera”. Così la politica, quella per la quale vale la pena di spendere la propria vita, non può essere più solo tecnica, conquista, espansione ma poesia, religione, arte, mistica. La Tarantino, musicista-filosofa, richiama i versi della canzone di Fabrizio De André, “Il Testamento di Tito”: “Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”, dove si coglie pienamente il cuore del dolore del cristianesimo. Ascoltando questi versi, quante volte ci siamo chiesti perché Tito non prova dolore? Ma proprio quando questo si trova di fronte a qualcuno che ha sofferto per lui e che si è fatto carico delle sofferenze altrui per amore, solo allora, comprende e ci fa comprendere quel dolore, mai provato per il male che ha/abbiamo causato, e dice: “ho imparato l’amore”, ha imparato ad amare. Perché all’amore ci si educa. Nell’amare è insita la gratuità dell’atto, una grazia che può venire solo dall’azione educatrice semplice e tenera della madre, delle madri. E solo così un possibile “incipit vita nova” per l’Europa a venire.
(www.libreriadelledonne.it, 13/2/2015)
di Alessia Dro
Le trame del dialogo che Maria Luisa Boccia tesse con Carla Lonzi ancora una volta si dipanano con passione politica in fili che, da un’interlocuzione speciale durata una vita, ci portano ad affrontare con ravvivato coraggio i nodi cruciali del presente che viviamo, forse oggi più che mai. Dopo l’Io in Rivolta, pubblicato nel 1990 con la casa editrice Tartaruga e riproposto nel 2011 con una nuova prefazione, passano quasi trent’anni per la pubblicazione di Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, e scorgiamo le variazioni delle trame tessute nel tempo, scucite e ricucite con maestria, con l’esperienza data da chi ha vissuto e vive in rispondenza di una riflessione assidua e mai conclusa, a stretto contatto con l’incontro ininterrotto dei testi e con il proprio vissuto. “Non potrebbe esserci esito peggiore per me, di risultare una specialista lonziana” afferma Maria Luisa Boccia nelle prime pagine. Ho il ricordo vivo di un’altra sua precisazione, circa tre anni fa, quando invitata a Siena per tenere una relazione in seguito alla visione del documentario su Carla Lonzi Alzare il cielo (diretto da Gianna Mazzini, 2002), aveva affermato come Carla Lonzi disprezzasse parlare di sé come teorica femminista, e ci aveva raccontato come non amasse le interpreti e le intellettuali mimetiche del maschile, come fosse ingiusto qualsiasi tentativo di sistematizzazione del suo pensiero.
Se si facesse, si cadrebbe in un modo preciso di fare teoria, criticato nell’introduzione al libro: “Di norma, quanto più il pensiero adotta i criteri dell’oggettività, parla un linguaggio neutro, disincarnato, tanto più merita credito «universale». È ritenuto espressione di verità, dunque valido per tutti e tutte. Opposto a questo è il criterio da adottare per Lonzi. Il suo testo ha la fecondità della parola incarnata […] Scrivere «con» Lonzi è il modo che ho scelto di parlare del mio femminismo”. (p.9) E nella sua presa di posizione, risuonano le parole scritte da Carla Lonzi in Mito della proposta culturale: “Scrivere è un atto pubblico. Si scrive per esprimersi e per dare risonanza, perchè un’altra possa esprimersi e dare risonanza” (M. Lonzi, A. Jaquinta, C. Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1978, p. 137). È nella natura esistenziale dell’agire e del pensare che viene mantenuto il rigore tra coscienza di sé e parola. Immaginiamo allora come gli effetti di rispondenza, generati dalla ricezione degli scritti, dislocata nello spazio e nel tempo, possano essere dei “moltiplicatori per differenti processi di soggettivazione, quando si vuol essere all’altezza di un universo senza risposte” (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel in La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1974, p. 18), quando la radicale rinuncia a una univoca Risposta, “frantuma la Domanda in una miriade di espressioni di coscienza che richiamano nel dialogo miriadi di rispondenze” (M. Lonzi, A. Jaquinta, C. Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1978, p. 148). C’è un forte nesso tra memoria storica, rispondenza e trasmissione: allaccio qui i fili alle considerazioni che Michela Pereira ha condiviso l’anno scorso a Pistoia, all’interno del seminario Anzi parliamo…dialoghi su Carla Lonzi. Proviamo infatti a esperire e a pensare alla scrittura come traccia del corpo che permette di impostare un lavoro nuovo sulla tradizione, allargandone lo spazio: qui la scrittura è corpo che si fa parola; è, attraverso la rispondenza di chi legge, un aprirsi al futuro. Il dono da parte di Lonzi “di una tessitura continua della sua presa di coscienza (p. 8)” fa sì che si possa continuare a scriverne.
Senza creare una traduzione concettuale o un facile compendio, Maria Luisa Boccia apre con chiarezza nuove inattuali questioni sul mito storico che viviamo, dialoga con Lonzi e, contemporaneamente, con noi. Sull’accento posto nei processi di soggettivazione, sui poteri e i meccanismi che strutturano l’ordine dominante, sul rifiuto della norma sociale, politica e sessuale, sulla critica all’identità, specie se imposta e funzionale, assoggettata alla governamentalità del mercato o sussunta e integrata a titolo di uguaglianza, Carla Lonzi, sembra riferirci Maria Luisa Boccia, apre non poche questioni, che ci possono parlare direttamente e differentemente.
Son più che profetiche in Sputiamo su Hegel le parole sul lavoro: “Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dell’egemonia dell’efficienza (p. 51)”. E pensiamo cosa può significare oggi, creare uno spostamento, nei confronti delle relazioni umane tutte, se viene messo in questione proprio il potere come loro necessario punto d’origine e d’appoggio. Sembra poi imprescindibile riflettere sulla critica operata da Lonzi sulle forme dell’agire politico, qualora queste siano basate sull’oggettivazione, sulla capacità di produrre mondo e sull’estricarsi nella realtà. La rivoluzione ontologica, che con Lonzi si fa rivolta in Rivolta Femminile, consiste nel mutare radicalmente modo d’essere del pensiero e della vita. Sono le relazioni fatte di desiderio, di piacere, ma anche di immensa fatica e di estrema sperimentazione che vanno modificate per cambiare la realtà, la società con le sue strutture, le sue regole, i suoi fini. E per arrivare a far questo per Carla Lonzi è stato necessario lasciare tutte le assunzioni certe, emancipatorie, e fare vuoto, mettendosi su un altro piano. Approfittando della differenza, fare tabula rasa, può richiamarci ancora oggi a fare un atto di incredulità. Che sia atto di critica e di decostruzione delle precomprensioni culturali assorbite, lontano da un processo ideologico o intellettuale, che faccia ristabilire il senso delle nostre vite su questo mondo, cercando nuovi sbocchi nella possibilità di trasformarlo.
Per Lonzi infatti fare vuoto non è solo una negativa decostruzione, è un atto positivo perchè indica i momenti della nostra appartenenza alla coscienza dell’umanità. Lontano da accuse d’intimismo, l’atto di incredulità si mostra come un processo di soggettivazione intrinsecamente relazionale che mette in risalto le imposizioni culturali contro la fedeltà a sé, in una dimensione esistenziale concreta. Domandiamoci quali siano le nostre parole guida, quelle che, con la promessa della loro efficacia, chiamiamo parole d’ordine. E riflettiamo sul fatto che la parola, in Lonzi, come ci spiega Maria Luisa Boccia, “può essere significativa solo se è frutto di una diversa pratica, se cioè viene modificata la funzione e non solo il significato della parola stessa (p.17)”.
Colpisce alla fine, la scelta dell’Appendice, staccata e tuttavia in continuità con il dialogo serrato dei sei capitoli che compongono il testo. Dedicata ai movimenti degli anni Settanta – intesi da Maria Luisa Boccia non solo come espressione di figure sociali vecchie o nuove ma come l’emersione di una differenza politica – sembra un invito rivolto alla lettrice o al lettore: l’invito a fare i conti in modo critico con il declino delle forme già note della politica, attraverso i nessi tra soggettività e relazioni e contesti di lotta. A capire come, per quanto alcune questioni sembrino rimaste invariate nel tempo, sono invece mutate radicalmente. Ancora, sembra un invito, diretto anche a noi, ad essere abitanti consapevoli del nostro tempo. Chi s’immerge nel libro scritto da Maria Luisa Boccia, con Carla Lonzi, può conoscere impreviste acquisizioni, lucide sensazioni di forza, l’esigenza di rigorosità, ma anche la voglia di osare verso spazi immaginativi impensati. E se attraverso i tagli netti con le forme del pensiero e dell’agire politico, attraverso lo sbarazzarsi continuo di ogni certezza, Carla Lonzi può aver reso difficile, in un’incontentabile ricerca di senso, in una critica alla conoscenza oggettiva a favore della relazione tra singoli e singole, un percorso di chiara comprensione dei suoi scritti agli occhi degli abitanti e delle abitanti del suo tempo, c’è, invece, oggi, un diffuso ritorno agli studi e alle riflessioni sul suo pensiero e sul suo vissuto. Penso all’Argentina, dove l’odierno recupero dei testi ha permesso riallacci creativi con la pratica dell’autocoscienza, tradotta e svolta, lì, durante gli anni della dittatura. E per Maria Luisa Boccia non si tratta di “un ritorno motivato da esigenze di ricostruzione storica. Ha piuttosto il segno di un ricominciamento, di una ripresa volta a trovare nuove vie, nuove soluzioni, nella consapevolezza di muoversi in una realtà radicalmente modificata (p. 11)”.
(Alessia Dro in DWF (102) Pensiero stupendo, 2014, 2)
di Raffaele Ibba
C’è un librino che vi serve.
Lo dovete assolutamente leggere.
Farà bene ai vostri 18 anni e non importa quante volte li avete già fatti.
Per esempio io i miei 18 anni li ho già fatti 3 volte e mezza, ma tutti e tre questi i miei diciotto anni sono contenti e si sono messi a giocare, e così pure i nove anni di avanzo lo sono, anche non hanno capito tutto.
Il librino si intitola «Non si può insegnare tutto».
L’ha raccontato Luisa Muraro parlando affettuosamente e rigorosamente con Riccardo Fanciullacci. Costui è un docente di filosofia morale a Venezia. E dev’essere bravo.
Luisa Muraro è, invece, una filosofa.
Dov’è la differenza?
Nel fatto che Luisa Muraro discute a cuore aperto, restando nelle realtà del mondo, e interpretando le sue vite – perché lei come ciascuna di noi ha molte vite. E lei l’ha fatto e lo fa con comunità e gruppi di pensiero e vita, come la Libreria delle donne a Milano o il gruppo filosofico Diotima.
Cioè Luisa Muraro si offre alla discussione perché è importante e bello che nelle sue vite si intreccino fili e discussioni – conflitti, tregue e paci – con altre vite e pensieri. Liberamente in ascolto.
di Pamela Marelli
Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista, apicoltrice, tra le ideatrici dello Sciopero delle donne, è l’autrice di Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio, prezioso testo che raccoglie le numerose esperienze delle femministe nate a partire dagli anni ’70, bambine all’epoca in cui molte donne diedero vita alla rivoluzione che ha segnato storicamente un punto di non ritorno.
Il libro nasce dalla raccolta di volantini, mail, documenti, ricordi, interviste, appunti, riguardanti quei contesti femministi che dal 2000 ad oggi «non hanno fatto notizia» nonostante la rilevanza dei temi toccati, e che, grazie allo sguardo ed alla partecipazione di Barbara, trovano ora la giusta visibilità.
L’autrice attraversa con curiosità e passione i diversi luoghi animati dalle donne con l’intento di farne patrimonio comune. Il testo si articola come l’archivio affettivo e politico di Barbara che prende chiara posizione contro certo femminismo moralizzatore, catalogante le donne in perbene e permale, a cui va ricordata l’importanza del liberatorio slogan «né puttane né madonne finalmente solo donne».
Bonomi Romagnoli inizia la sua narrazione dalle lotte del Comitato per i diritti civili delle prostitute: «la prostituzione è uno dei grandi nodi irrisolti del dibattito nei movimenti femministi e femminili» perché al centro pone il complesso legame tra l’uso del proprio corpo e lo scambio sessuale-economico. Per un confronto rispettoso delle differenze è necessario riconoscere che «l’autodeterminazione è soggettiva, non deve essere imposta dalle altre», ognuna è in grado di scegliere il percorso più autentico per sé.
La rete dei femminismi del nuovo millennio ha il suo inizio simbolico a Genova nel 2001, con il convegno «Punto G: genere e globalizzazione», dove in tante ci troviamo un mese prima del vertice dei G8, e «discutiamo dell’ordine sentimentale della globalizzazione, ossia di come gli intrecci economici, culturali, politici e tecnologici influenzano la vita quotidiana delle persone, le loro relazioni e le loro emozioni». Con che lungimiranza si parlò dell’allora futura crisi, di precarietà delle esistenze e della necessità di forme di resistenza collettiva.
Alcune delle «parole chiave dei femminismi, dall’autodeterminazione alla libertà di scelta, dal partire da sé e dai propri desideri al rispetto per le differenze» transitano da Genova al resto della penisola negli anni successivi. Si trovano nei collettivi e nei convegni che si occupano di tecnologia, laicità, riproduzione assistita, precarietà, migrazioni, sessualità, ecologia, comunicazione, queer, intercultura. Al centro di pratiche, riflessioni, mobilitazioni molto spesso c’è il corpo, «le sfumature dei corpi che abitiamo», la necessità di rompere gli schemi normativi e mercificanti, per liberare l’immaginario «che bisogna riconnettere alle infinite forme del desiderio» per dirla con le parole delle Sexyshock.
Le femministe del nuovo millennio non solo si incontrano alle arricchenti scuole estive, da Raccontar(si) alle Giacche lilla, non solo sperimentano identità sessuali liberate dal genere come ai laboratori delle Ladyfest, ma, quando ci vuole, scendono in piazza, rumorose, numerose, autoconvocate e con parole radicali. E’ accaduto a Roma il 24 novembre 2007, quando attraverso la rete Sommosse siamo scese in corteo a migliaia «per affermare senza giri di parole che la maggior parte delle violenze avviene in ambiti domestici e nelle relazioni di coppia, dove il rapporto di potere tra i sessi continua ad alimentare i paradigmi della cultura patriarcale. Per ricordare che la maggioranza delle aggressioni accade per mano di padri, fratelli, mariti, fidanzati, cugini o ex. Ripetendo fino alla noia che la violenza non ha confini e attraversa i continenti, le religioni, le etnie, e i generi». «L’assassino ha le chiavi di casa» è l’azzeccato slogan della manifestazione che sposta il problema della violenza dalla sfera privata a quella politica, ponendolo come urgenza sociale e rifiutando misure securitarie e razziste per fingere di risolverlo.
Tutte queste tematiche e mobilitazioni fanno parte degli emozionanti archivi femministi del presente che Barbara delinea con cura, tracciando una sorta di «autoritratto di gruppo» della nostra generazione di quarantatrentenni, che non intendono perdere «l’azzardo di osare, di continuare ad essere quel soggetto imprevisto che ha fatto irruzione nella solita Storia raccontata da altri e che non ha mai tenuto conto delle nostre storie, di donne irriverenti e libere».
[…]
(Mariana Yonusg Blanco, “Con te”)
Barbara Bonomi Romagnoli, Irriverenti e libere. Femminismi del nuovo millennio, Editori internazionali riuniti, 2014, 224 pagine, 16 euro
Ora anche in versione eBook
http://www.barbararomagnoli.info/irriverenti-e-libere-anche-in-ebook/
di Serena Fuart
Narrare la gioia e la serenità di una storia d’amore vissuta con passione da due ragazze che, sottraendosi a logiche maschili che le vorrebbero rivali e in competizione, sono invece innamorate l’una dell’altra, complici e strettamente legate, si rivela una mossa politica importante. Il racconto in L’altra parte di me, il nuovo libro di Cristina Obber, oltre a essere una lettura godibile e piacevole è quindi una mossa politica che mette in rilievo come l’amore tra due donne vissuto in modo profondo, con creatività ed entusiasmo, riesce a superare le difficoltà e l’omofobia delle famiglie delle due, delle amiche e del resto del mondo. Il tutto semplicemente vivendo con felicità, evitando reazioni violente e di contrapposizione diretta agli attacchi omofobi e maschilisti.
Un amore dolce, intenso, prima segreto, sussurrato, infine dichiarato. Bello ma con non poche difficoltà. Giulia e Francesca sono due adolescenti che si conoscono su internet, vivono in città lontane, Francesca al nord, Giulia al sud, eppure la passione, il desiderio e la reciproca fiducia e lealtà l’una verso l’altra permettono loro una storia tra le più belle che ho letto. Una storia che racconta l’amore tra donne che c’è, esiste, è pieno di tenerezza e magica complicità, proprio molto lontano da quello dei racconti dei maschi, ovvero che due donne stanno insieme per piacere di più agli uomini o perché non hanno ancora trovato il fidanzato giusto.
Il libro racconta con semplicità e emozione chi è Giulia, chi è Francesca e chi sono Giulia e Francesca insieme, coinvolgendo il lettore nella loro esperienza bella anche se con dei momenti difficili, in particolare quando Francesca dichiara alla famiglia che ha una fidanzata e non un fidanzato. La reazione dei genitori non è buona e Francesca vivrà la loro ostilità con un gran senso di solitudine e disorientamento. Ma i suoi guai non finiscono qui. Francesca deve accettarsi lesbica e farsi accettare non solo dalla famiglia ma dal mondo. Tutt’altro che facile. Ma in tutte le sue vicende Giulia che, seppur sia sua coetanea, ha più esperienza di lei, la guiderà teneramente.
Alla fine la loro perseveranza e il loro amore riesce a fare “miracoli”.
Ho letto il libro d’un fiato. Con passione. E il guadagno politico, non scontato, è che mi ha fatto guardare la realtà con occhi diversi da prima.
(serenafuart.over-blog.it, 20-12-2014)
di Clotilde Barbarulli
Quest’anno si comincia a colmare la grave lacuna culturale della mancanza di traduzione in italiano di libri di Audre Lorde: prima con Sorella outsider ora con l’autobiografia, apparsa nella collana àltera con una interessante cronologia comparata. L’autrice, «afro-caraibica-americana-lesbo-femminista» (1934-1992) con Zami – il cui nome a Carriacou denota le donne che lavorano insieme da amiche e da amanti – ci offre «una fiction costruita da molte fonti» con elementi «di biografia storia e mito» come spiega, una auto-bio-mitografia. Il libro viene pubblicato nel 1982, quando Lorde ha ottenuto la laurea in biblioteconomia ed ha già al suo attivo raccolte di poesie. Alla frammentata struttura della biografia legata a momenti particolari fa da collante il vivere la nerezza, «una mappa nascosta in piena vista», come la sessualità «e il rapporto con le donne che incontra e che perde», recuperandole nella scrittura del ricordo (Borghi). Ma Zami è soprattutto un raccontarsi per spiegare il suo percorso di formazione politica. Figlia di immigrati caraibici. Lorde nasce e cresce ad Harlem attraversata dalla “linea di colore” che richiede comportamenti appropriati: i genitori, cattolici, non parlano di razzismo, e, per orgoglio e dignità, insegnano ai figli non a resistere ma a passare indenni. Cresce così senza parole per le discriminazioni e questo determina difficoltà a scuola e insuccessi nel lavoro: i silenzi non la proteggono.
«Diventai nera come il mio bisogno di vita, di affermazione, d’amore – copiando da mia madre ciò che era in lei, irrealizzato […] Le parole di mia madre imparate dalla lingua dell’uomo bianco attraverso la bocca di suo padre, mi insegnavano ogni genere di astuzia e di diversivi per difendermi»: grazie a queste difese, dice, era sopravvissuta ma anche «un po’ morta». Così, anche se certi problemi non si potevano discutere in casa, ben presto scopre la durezza del colore, la linea che divide, come quando a Washington nel dopoguerra la famigliola viene invitata ad uscire da un bar perché può comprare il gelato ma non sedersi a gustarlo: i genitori,anche se offesi, non vogliono parlare di quella ingiustizia, perché è il loro modo di affrontare il razzismo americano, ma quel giorno, racconta Lorde, «in cui smisi di essere una bambina» tutto era bianco, dalla cameriera alla canicola, come il gelato che non poté mangiare. Al centro di Zami sta dunque il corpo nero come mediatore del ricordo di eventi.
Gli anni di contestazione a scuola, il suo stare con le altre amiche nere “marchiate”, una sorellanza ribelle (1946-49), i suoi primi amori lesbici con i relativi dolorosi distacchi, gli anni del maccartismo in cui protestare ed in più essere lesbica era un problema, il conseguente soggiorno in Messico, il rientro e i ritrovi lesbici, costituiscono momenti e esperienze che scorrono nel libro in una temporalità non lineare, ma discontinua tra fratture e scarti. Dall’affresco emergono le pagine sul lavoro in fabbrica negli anni ’50 come operatrice di una macchina a raggi X alla Keystone Electronics, dove nessuno diceva che il tetracloruro di carbonio distrugge il fegato e provoca il cancro ai reni, e dove lavoravano solo portoricani e neri.
«Ricordo come ci si sentiva a essere giovane e Nera e gay e sola»: da una parte il senso della verità e della ricchezza, dall’altra il vuoto, perché non c’erano né madri, né sorelle, né eroine. Negli anni ’50 con il ritorno in massa della donna americana al ruolo di dolce mogliettina, le sembrava che solo le gay nere e bianche fossero le uniche a parlarsi oltre la vuota retorica del patriottismo e dei movimenti. Si accorge tuttavia che le differenze permangono anche negli spazi alternativi del lesbismo bianco, e l’identità sessuale non cancella la razza, perciò l’incontro con Ketty/Afrekete reintegra Lorde nella comunità nera. Lorde non la vedrà più dopo la sua partenza ma afferma che la «sua impronta rimane sulla mia con la risonanza e la forza di un’emozione tatuata».
«Essere ragazze gay insieme non bastava. Eravamo diverse»: ma«“ci volle del tempo per capire che il nostro posto era proprio la casa della differenza piuttosto che la sicurezza di una particolare differenza», ci vollero anni – spiega – per capire che la paura non rende impotenti. Sono gli anni dei movimenti e Lorde sottolinea che le lesbiche nere dal ’63 hanno fatto parte di ogni lotta per la libertà. Anche nel femminismo bianco Lorde si dedicherà, come Adrienne Rich, a far emergere le richieste inascoltate delle Nere, «destrutturando modelli di monolitiche identità razziali e sessuali».
Come nota Borghi nella sua approfondita e attenta introduzione, in Zami Lorde racconta la sua assunzione di identità «come un processo instabile, in divenire», che la conduce al «lesbo-femminismo outsider dei ruggenti anni ’70-80 con il suo tentativo politico-culturale di superare il biologismo razziale e le normative di classe e genere».
Nel romanzo si vede in filigrana crescere il valore della rabbia per l’esclusione e per le “cecità razziali”, diventare consapevolezza in un sistema in cui razzismo e sessismo sono cardini primari, insieme alla convinzione che in un sistema di potere patriarcale bianco le trappole usate per neutralizzare le donne Nere e le bianche non sono le stesse e finiscono per dividerle. Quello che da adolescente e poi da giovane vive con disagio, con depressione, con rabbia – all’inizio senza trovare le parole – sarà poi teorizzato e organizzato politicamente, per cercare nuovi modelli di relazioni nella differenza, nelle sue modalità di vita, nei suoi scritti, in particolare nella poesia che rappresenta una necessità vitale per nominare ciò che è senza nome e intravedere un futuro di cambiamento. Una riflessione importante, quella di Lorde, per chi oggi s’interroga sul sociale storico, una lezione di vita e di pensiero critico per una rilettura anche dei femminismi tra memorie ed esperienze, emotive e politiche, dissonanti.
Audre Lorde, Zami. Così riscrivo il mio nome, traduzione di Grazia Dicanio. Introduzione e cura di Liana Borghi, edizioni ETS 2014, pp. 301, euro 19,00
Audre Lorde, Sorella outsider. Gli scritti politici di Audre Lorde, Traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida, Il dito e la luna 2014.
Rosanna Fiocchetto, Sorella outsider, LeggereDonna, n. 43, marzo aprile 1993.
Audre Lorde, da Harlem ai Caraibi, il manifesto, 8 marzo 2014.
di Mara Pace
Tempo di regali, e quindi anche di pacchi misteriosi e di sorprese. Una scatola gialla (trad. Laura Pignatti, Sinnos, 2014, 40 pagine, 11 euro, da 4 anni) di Pieter Gaudesaboos, autore e designer fiammingo, è un albo illustrato perfetto da leggere nell’attesa dei doni, per pregustare la magia dei pacchetti da scartare. La scatola gialla protagonista del racconto è una gigantesca scatola di legno. Che cosa ci sarà dentro? «Ci sarà un elefante» pensa il comandante, e con grande attenzione carica la scatola sulla sua nave. Durante il viaggio, però, il legno si spacca, svelando un’altra scatola identica, ma più piccola, dentro la quale il macchinista del treno immaginerà ci sia un rinoceronte. Il gioco si ripete fino a che il pacco non diventa piccolissimo e raggiunge la sua destinataria, una bambina. E sarà proprio lei a svelare il misterioso contenuto, minuscolo eppure capace di trasformare in realtà tutto ciò che si era soltanto immaginato. La lettura, oltre al gioco della sorpresa e all’incanto di un regalo davvero speciale, offre al lettore bambino una serie di personaggi, paesaggi e mezzi di trasporto – dall’aereo alla bicicletta – da esplorare con lo sguardo, illustrazione dopo illustrazione, guidati dal tratto preciso e ricco di dettagli di Gaudesaboos.
La rivista Andersen ha lanciato proprio in questi giorni la campagna #ilmiolibropernatale2014, e pensando ai doni da mettere sotto l’albero torna subito in mente L’uomo del camion (Corraini editore, 15,50 euro, da 5 anni) di Bruno Munari, dove si racconta il viaggio di un altro regalo: non una scatola gialla, ma un pacchetto ben incartato. Anche qui sono tanti i mezzi di trasporto utilizzati nel viaggio, dall’automobile ai piedi nudi. E a rendere ancora più speciale il libro, quasi una scatola a sorpresa, sono le scelte cartotecniche dell’autore, grande designer italiano e autore di indimenticabili libri per l’infanzia.
ANDERSEN è il mensile italiano di informazione sui libri per l’infanzia. La rivista promuove ogni anno il PREMIO ANDERSEN, assegnato alle migliori opere dell’annata editoriale, con un’attenzione particolare alle produzioni più innovative e originali.
8 Dicembre 2014
www.lastampa.it
di Guido Caldiron
Le semplici regole di scrittura che le avevano assicurato un successo costante e senza frontiere per più di quarant’anni, le aveva rivelate al grande pubblico solo di recente in Talking About Detective Fiction, tradotto nel nostro paese con il titolo di A proposito del giallo, e pubblicato lo scorso anno da Mondadori. il suo editore italiano. Quattro i punti presentati come «decisivi»: «Un mistero centrale da risolvere, quasi sempre un omicidio; una piccola cerchia di sospetti; un detective, improvvisato o professionale ma che possa incarnare simbolicamente una qualche giustizia; un percorso a testa bassa verso la ricerca della soluzione».
Phyllis Dorothy James, meglio conosciuta come P. D. James, scomparsa giovedi nella sua casa di Londra a 94 anni, era nata a Oxford nel 1920, si era presentata così, sfoggiando il biglietto da visita di quello stile che le era valso il titolo onorifico di «regina del crimine» e, a coronamento di una carriera scandita da oltre una ventina di romanzi, molti dei quali divenuti dei bestseller in Gran Bretagna, i paragoni della stampa londinese con alcune delle pioniere del giallo, come Margery Allingham e soprattutto Agatha Christie.
Protagonista indiscusso di alcuni dei più noti lavori della scrittrice, l’ispettore e poi comandante a Scotland Yard, Adam Dalgliesh, un uomo segnato per sempre dalla perdita del figlio e della moglie morta di parto, incarna perfettamente quella volontà di iscriversi nella tradizione dei classici del genere che questi romanzi esprimono fin nei dettagli. Al tempo stesso sbirro e poeta, cerebrale e sensibile, provocatore e paziente, Dalgliesh inizia spesso le sue indagini fissando intesamente il volto della vittima, promettendo di rendergli giustizia acciuffando il suo assassino.
Altra caratteristica delle storie di P. D. James, quella di muovere sempre da un luogo preciso e facilmente riconoscibile, una chiesa, un tribunale, una scuola o un museo e di condurre il lettore a soffermarsi su quei dettagli apparentemente insignificanti che celano però indizi decisivi per la soluzione del mistero. Il tutto, seguendo Dalgliesh passo dopo passo, senza lasciarlo mai. «Uno scrittore — aveva confessato in un’intervista apparsa su Le Monde nel 2009 -, è qualcuno che va a dormire alla stessa ora dei suoi personaggi, che si alza con loro e che ne conosce, quando non le condivide, tutte le piccole manie quotidiane. Qualcuno che sa anche dove hanno “nascosto” le chiavi della macchina che non riescono più a trovare…».
Avvicinatasi alla scrittura grazie all’amore per autori come Dorothy L. Sayers, Graham Greene e Evelyn Waugh, anche se aveva più volte ammesso che il suo principale modello era Jane Austen del cui Orgoglio e pregiudizio ha scritto anche una sorta di seguito poliziesco, Morte a Pemberley.
P.D. James aveva pubblicato il suo primo romanzo solo nel 1962, Copritele il volto, protagonista Adam Dalgliesh, dopo che era stata dapprima costretta ad interrompere gli studi a soli 16 per volontà del padre, ultraconservatore, che riteneva che una giovane donna non necessitasse di una particolare istruzione, e poi dovendo trovare un impiego nella pubblica amministrazione per mantenere le figlie e il marito, un medico della Royal Army, tornato traumatizzato dalla guerra in India e che non si sarebbe mai più ripreso.
Spesso contrapposta ai più recenti autori di noir, perché considerata poco interessata alle contraddizioni sociali, la scrittrice britannica aveva stupito tutti, spiegando — l’intervista è citata da Luca Crovi nel suo Noir, istruzioni per l’uso, Garzanti — come in realtà, considerasse il romanzo poliziesco come «il vero romanzo sociale dei giorni nostri. Anzi, lo è stato fin dai suoi esordi: era più facile farsi un’idea di come fosse l’Inghilterra di un certo periodo attraverso questa letteratura di genere che attraverso i romanzi mainstream».
Nominata baronessa di Holland Park dalla regina nel 1990, P. D. James era entrata alla Camera dei Lords dove sedeva sui banchi del Partito Conservatore. Faceva anche parte della Commissiome liturgia della Chiesa anglicana, istituzione che aveva per altro passato al setaccio per scrivere Morte in seminario un romanzo popolato di prelati perversi e di preti pedofili.
(il manifesto, 29 novembre 2014)
Ursula Le Guin
«A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti”.
Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.
Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Sviluppare materiale scritto per venire incontro a strategie di vendita con lo scopo di massimizzare il profitto di una società e la resa pubblicitaria non è la stessa cosa rispetto a scrivere e pubblicare libri in modo responsabile.
Io vedo il reparto vendita prendere il controllo su quello editoriale. Vedo i miei stessi editori, stupidamente nel panico dell’ignoranza e dell’ingordigia, chiedere alle biblioteche pubbliche sei o sette volte il prezzo praticato ai clienti normali per un e-book. Abbiamo appena visto un profittatore cercare di punire un editore per la sua disobbedienza, e gli scrittori minacciati da una fatwa corporativa. E vedo molti di noi, coloro che producono, che scrivono i libri e fanno i libri, accettare tutto questo. Lasciando che i profittatori commerciali ci vendano come deodoranti, e ci dicano cosa pubblicare e cosa scrivere.
I libri non sono merce. Gli scopi del mercato sono spesso in conflitto con gli scopi dell’arte. Viviamo nel capitalismo, e il suo potere sembra assoluto. ma attenzione, lo sembrava anche il diritto divino dei re. Gli esseri umani possono resistere e sfidare ogni potere umano. La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole.
Ho avuto una lunga carriera come scrittrice, una buona carriera e con una buona compagnia. Ora, alla fine di questa carriera, non voglio
vedere la letteratura americana essere svenduta. Noi che viviamo di scrittura e di editoria vogliamo e dobbiamo chiedere la nostra parte
della torta. Ma il nome di questo riconoscimento non è profitto. È libertà.»
(a seguito dell’uscita dell’ultimo libro Storia della bambina perduta)
di Giulia Calligaro
Cara Elena Ferrante, non le chiederò chi è, se ha avuto un’amica geniale o quanto c’è di autobiografico nella quadrilogia che ha tenuto in sospeso milioni di lettori in venti Paesi di tutto il mondo. Lei ha vinto, lasciandosi nel mistero: chi è Elena Ferrante? Non lo sappiamo. Sappiamo che si tratta di un nom de plume, ma il segreto regge da anni. Forse, svelarlo non aggiungerebbe nulla a quel che ci ha lasciato: la più bella storia dell’Italia dagli anni ’50 a oggi. Una storia osservata da un rione napoletano – violento quanto più è vero, volgare quando mostra il vestito a festa – attraverso l’amicizia di sangue, e quindi indissolubile ma anche scontrosa, tra Lena (Elena Greco), la figlia dell’usciere che studierà, si emanciperà e diventerà scrittrice, e Lila (Raffaella Cerullo), la figlia geniale dello scarparo che non accetta nessuna redenzione, ma brilla come la Dea di un epos rovesciato. Nella Storia della bambina perduta, l’ultimo volume appena uscito (tutti e/o editore), ci fa ritrovare le due amiche, ora trenta-quarantenni, a una rampa di scale di distanza: dopo che Lena, separata, ritorna a Napoli con le figlie. Entrambe partoriranno una bambina, ma quella di Lila si perderà e da lì avrà inizio la sua cancellazione. Fuori galoppano anni complessi, tra i ’70 e il 2010, e il lettore resta attaccato alle pagine come accade con rari libri in stato di grazia. Come si ottiene una storia così? E lei cosa ne sapeva quando ha l’ha iniziata? Ho pensato per anni ad alcuni fatti che mi stavano a cuore e che avrei voluto raccontare: la vicenda della bambina perduta, per esempio. Ma il racconto è nato scrivendo e non immaginavo che sarebbe stato così lungo. È la scrittura che dà alla luce una storia, che soffia vita nei materiali inerti custoditi nella memoria e li tira fuori dall’oblio. Se non si è messo a punto negli anni uno strumento espressivo adeguato, la storia non nasce, o nasce senza verità. L’ossessione al confronto tra Lila e Lena ci insegna che l’amicizia, pur affettuosa, tra donne è sempre antagonistica. Perché questa paura di arrivare seconde? L’amicizia femminile è stata lasciata senza regole. Non le sono state imposte nemmeno quelle maschili, ed è tuttora un territorio con codici fragili dove amare (la parola amicizia ha a che fare, nella nostra lingua, con amore) trascina con sé di tutto, sentimenti elevati e pulsioni ignobili. Di conseguenza ho raccontato un legame molto robusto che dura tutta una vita, e che è fatto di affetto ma anche di disordine, instabilità, incoerenza, subalternità, sopraffazione, cattivi umori. L’amore è il motore della storia. Ma le parti felici sono quelle che il lettore vive con più sospetto. Che cosa impedisce il lieto fine? L’amica geniale è un racconto concepito in modo che il rapporto più intenso, più duraturo, più felice e più devastante risulti essere quello tra Lila e Lena. Quel rapporto dura, mentre i rapporti con gli uomini nascono, crescono e deperiscono. Ci sono momenti in cui i legami d’amore tra donna e uomo sono felici, basterebbe interrompere lì e avremmo un happy ending. Ma il lieto fine ha a che fare con i trucchi della narrativa, non con la vita e nemmeno con l’amore che è un sentimento ingovernabile, mutevole, pieno di brutte sorprese estranee all’happy ending. Gli uomini sono inadeguati. Che cosa ostacola l’incontro tra i generi? Le lotte per la parità hanno aumentato la distanza? Le attese femminili sono diventate molto alte. I modelli comportamentali che rendevano reciprocamente riconoscibili i generi, meno male, si sono sdruciti e nessun rattoppo ha funzionato, né è stata possibile una ridefinizione radicale di reciproca soddisfazione. Il rischio più grande ora è il rimpianto femminile dei “veri uomini” di una volta. Se va combattuta ogni forma di violenza maschile, non va trascurata la voglia femminile di regresso. La folla di donne che adorano la sensibilità e l’energia sessuale del peggiore dei personaggi maschili dell’Amica geniale mette in scena questa tentazione. Lila e Lena “interpretano” il duello tra Natura e Storia. Lena pare “farcela”, ma in realtà tutti diventano quello che erano da sempre. Nulla può cambiare? E il rimescolamento sociale è ardua impresa? La spinta a modificare il proprio stato deve fare i conti con mille ostacoli. Sul condizionamento genetico si può agire, ma non ignorarlo. L’appartenenza di classe la si può camuffare, ma non cancellare. Il singolo, tutto sommato, è solo un campo di battaglia, nel suo corpo si affrontano ferocemente privilegi e svantaggi. Contano alla fine le generazioni nel loro collettivo fluire. Gli sforzi di un solo individuo sono, persino quando merito e fortuna si sommano, insoddisfacenti. Il rione è il laboratorio dove si rivela la fallibilità della Storia. Scrive: «il sogno di un progresso senza limiti è un incubo pieno di ferocia e di morte». Qual è l’alternativa? E Napoli è un luogo di verifica dei fatti nazionali? Per Lila e Lena, Napoli è la città dove la bellezza si rovescia in orrore, dove le buone maniere si mutano in pochi secondi in violenza, dove ogni Risanamento copre uno Sventramento. A Napoli si impara subito a non fidarsi, ridendo, sia della Natura che della Storia. A Napoli il progresso è sempre progresso di pochi a danno dei più. Ma come vede, di passaggio in passaggio, non stiamo più parlando di Napoli, ma del mondo. Ciò che chiamiamo progresso illimitato è il grande crudele scialo delle classi agiate dell’Occidente. Le cose forse andranno un po’ meglio quando gli preferiremo la cura dell’intero pianeta e di ogni suo abitante. Di Nino, amato da Lila e poi da Lena, dice: «Uno che cerca più di essere simpatico ai potenti che di difendere a ogni costo un’idea». Poi: «Ha la cattiveria peggiore, quella della superficialità ». Di Lila: «Si distingueva perché con naturalezza non si piegava a nessun addestramento, a nessun uso e a nessun fine». Due umanità opposte. Ce le commenta? I tratti di Nino oggi sono i più diffusi. Voler piacere a chiunque eserciti un qualche potere è una caratteristica del subalterno che vuole uscire dalla subalternità. Ma è anche un tratto dello spettacolo permanente in cui siamo immersi, che per sua natura si accompagna alla superficialità. La superficialità non è sinonimo di stupidità, ma esibizione della propria spoglia, godimento dell’apparenza, impermeabilità di fronte al guastafeste per eccellenza, il dolore degli altri. I tratti di Lila, invece, mi sembrano l’unica via possibile per chi vuole essere parte attiva di questo mondo senza subirlo. Lei ha un successo internazionale, fra lettori comuni e intellettuali. Ora negli Usa la paragonano a Elsa Morante: qual è il bersaglio che ha centrato dove siamo tutti uguali? Non so se ho centrato un qualche bersaglio. Io mi interesso a storie che mi riesce difficile raccontare. Il criterio da sempre è questo: più una storia mi causa disagio, più mi intestardisco a narrarla. Questa potrebbe essere la storia della cancellazione di Lila. Che cos’è per lei la cancellazione? Sottrarsi sistematicamente alle smanie del proprio ego, fino a farne un modo di vivere. Noi lettori non sappiamo come faremo: lei come farà senza Lila e Lenù? È stato bello e impegnativo vivere con loro per anni. Ora sento la necessità di passare ad altro, come succede quando un rapporto si esaurisce. Ma con la scrittura la regola è semplice: se non hai niente che valga la pena di scrivere, non scrivi più.
di Gabriella Musetti
Un sogno è sempre un sogno, e quando si realizza stenti a credere che sia stato possibile. Cominci a pensare alle congiunture favorevoli, ai segni del destino disseminati nelle vicende quotidiane, alle casualità – se vuoi essere assolutamente razionale. Fatto sta che quanto avevamo vivamente sperato e finache desiderato, pur nelle congiunture così drammatiche del presente, sembra avere un suo esito positivo. La Casa editrice Vita Activa, alla quale abbiamo lavorato per diversi mesi, ha preso una sua forma di vita, è nata. E’ sicuramente un atto di coraggio, di azzardo, di lungimiranza, solo il tempo futuro, come si suol dire, potrà dare una risposta.
Intanto il desiderio di alcune donne ha preso una sua chiara direzione concreta. Amiamo i libri, li conosciamo, sono parte importante della nostra vita: perché non provare a produrli, curarli, metterli in circolazione, valorizzando soprattutto il percorso e le scritture delle donne del passato e del presente?
Con questi intendimenti è nata la Casa editrice Vita Activa di ACID (Associazione Casa Internazionale Donne Trieste), a seguito della delibera del Consiglio Direttivo, in data 7 novembre 2013, con attività prevalentemente senza fini di lucro ma anche marginalmente commerciale. Il progetto culturale si richiama alle parole di Hannah Arendt: “Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni essere umano è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità”, (Vita Activa. La condizione umana). Proprio il lavoro umano, l’opera e l’agire consentono la vita sociale, che è anche condizione politica di esistenza di una pluralità di individui in relazione tra di loro, che si realizza nella sfera pubblica. Questa idea incarna bene il desiderio delle donne di prendere posizione e di agire nel mondo, di cui la Casa editrice si fa interprete.
La Casa editrice intende conquistare un pubblico attento e desideroso di fare nuove scoperte. Cerca di raggiungere i suoi obiettivi con l’appoggio di chi ama la lettura di qualità e pensa che anche le piccole realtà possono fare grandi cose se lavorano in sinergia e in rete con altre associazioni ed enti.
Quali sono gli obiettivi che la nuova Casa editrice si prefigge?
Il progetto si propone di valorizzare e diffondere la produzione culturale delle donne, di sostenere e perseguire una cultura non discriminante nei confronti di ogni differenza. Riscopre e ripropone opere di donne autorevoli del passato, spesso dimenticate o trascurate, a fianco di autrici contemporanee di talento: in questo modo l’Editrice si pone l’obiettivo di dare attenzione ai contenuti di valore, e mette molta cura anche nel campo della formazione, fondamentale per la trasmissione della cultura, l’orientamento etico e civile, la diffusione di nuove conoscenze e saperi.
La Casa editrice si muove su due direttrici. Da una parte interviene nelle lacune del mercato editoriale valorizzando autrici dimenticate o non più in circolazione, con una attenzione particolare al territorio regionale per poi allargarsi a una dimensione più ampia, al fine di riproporre opere importanti e far conoscere la produzione culturale delle donne. Mettere in circolazione le parole delle donne, uno dei fini politici nei quali ci riconosciamo, consapevoli che il mondo si cambia con una cura nell’azione e nel pensiero che deve partire da noi.
Esplorare inoltre esperienze contemporanee nazionali e internazionali nel campo della narrativa e della saggistica, per sottoporre al pubblico italiano testi non ancora in circolazione in Italia.
Dall’altra parte legge tutto ciò che viene inviato e accoglie progetti significativi di pubblicazione, premiando la qualità e garantendo la realizzazione di un prodotto finemente curato. A tal fine affianca le autrici in ogni fase del processo di pubblicazione e promozionale, per dare visibilità e valore alla produzione contemporanea delle donne.
I libri sono editi a seguito di progetti presentati esclusivamente da socie o soci che, sottoposti alla valutazione di un comitato di lettura interno, risultino consoni agli scopi perseguiti dall’Associazione Casa Internazionale delle Donne di Trieste e senza un utile economico (l’utile viene reinvestito).
Si parte con un progetto ambizioso dispiegato in diverse Collane:
Trame. Collana di narrativa contemporanea. Direttrice Marina Giovannelli.
Exempla. Saggistica. Direttrice Melita Richter. Comitato scientifico: Sergia Adamo, Lourdes Gonzales Pietrosemoli, Sanja Roic.
Presenze. Collana del Concorso Elca Ruzzier – una donna da non dimenticare. Direttrice Bettina Todisco.
Memorie. Collana di autrici dell’Ottocento e Novecento, dimenticate o non più ristampate. Direttrice Mariella Grande.
Spazi. Collana di testi in between: tra biografie e storie, antologie, appunti di viaggio. Direttrice Helen Brunner.
Isole. Collana per bambine e bambini. Direttrice Martina Bigotto.
Gemme. Collana di testi brevi di studi e progetti delle donne. Direttrice Gabriella Taddeo.
Consulenti: Sergia Adamo (Univ. Trieste), Sanja Roic (Univ. Zagabria), Lourdes Gonzales Pietrosemoli, Università delle Ande (Mérida- Venezuela).
Come si vede subito dall’elenco sopra scritto, molte socie SIL, oltre alla scrivente, hanno dato vita e si sono impegnate nella nuova Editrice. Questo è certamente un valore aggiunto, che dà un passo in più a tutta la costruzione, nel senso di un progetto che viene dalla scuola culturale e politica della SIL nella quale tutte ci riconosciamo.
Tre sono i primi libri in cantiere per questo ultimo scorcio dell’anno: la riedizione della Guida sentimentale di Trieste, andata esaurita in poco tempo e di cui abbiamo preso i diritti. Una Guida scritta da donne che attraversano gli spazi della città con le loro storie e i loro corpi, dando tuttavia una panoramica complessiva ed esauriente di Trieste, raccontata con passione, fuori dalla consueta retorica per restituirne una immagine viva e contemporanea. Non a caso la Guida sentimentale ha avuto un discreto successo anche fuori Trieste e ha dato l’avvio a una serie di scritture sulla città da parte delle donne, come ad esempio la Guida di Bologna o di Sasso Marconi, che si richiamano esplicitamente a quel modello.
Una antologia di racconti su donne da non dimenticare, frutto del Concorso letterario intolato a Elca Ruzzier – una donna da non dimenticare. Figure di donne significative nei contesti nei quali hanno vissuto o vivono, donne reali che si sono distinte nelle loro attività o negli ambiti familiari o nei luoghi di appartenza, divenendo un punto di riferimento per altre e altri. Non tanto donne famose o importanti, quanto quelle donne che sanno reggere situazioni complesse e di cui non vorremmo perdere la memoria.
Infine un libro per bambine e bambini, ma anche per adulti disposti a lasciarsi attrarre dall’avventura e dal mondo magico: la traduzione di alcune fiabe appartenenti al patrimonio popolare iraniano – tradotte con grande umorismo da Mahya Karbalaii, dottora in matematica all’Università di Trieste, e da Donatella Gratton, che ha prodotto filastrocche e lievi versi, illustrate magnificamente dalla sorella di Mahya che vive a Teheran.
per informazioni: info.vitaactiva@gmail.com
associazione@casainternazionaledonnetrieste.org
www.casainternazionaledonnetrieste.org
di Paola d’Agostino
Dalla città dei diari tracciata in mezzo all’Appennino tosco-emiliano, quello della Linea Gotica, per intenderci, cancellata dai bombardamenti e poi riscritta, sono tornata in aereo con le mani letteralmente aggrappate alla copertina di un libro, che poi libro non è. Gnanca na busia, neanche una bugia, si chiamava il lenzuolo-diario che Clelia Marchi, contadina del mantovano, regalò nel 1986 a Saverio Tutino, fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano. Poi la Fondazione Mondadori trascrisse il lenzuolo in un libro, ripubblicato in seguito dal Saggiatore con il titolo Il tuo nome sulla neve. Dove l’autrice ricostruisce la propria biografia di nascite e morti e lavoro duro e padroni avari, e amore e frutta e altra materia. Materia. Nella cultura contadina tutto ciò che è valido deve essere materia. E perciò Clelia nel suo diario-lenzuolo dice: “Venitemi à trovare che ò: 15.chili di carta scritta che ò incominciato nel .1972.a scrivere doppo la morte di mio marito! Più sono triste più mi viene di scrivere; anche male”.
Male, sì, perché Clelia era semi-analfabeta, la scrittura le si era disegnata dentro come necessità di raccontare, ma regole ne conosceva poche: “non offendeteVi; che sono andata à scquola, solo in 2a elementare […] si sa che quando poco a scquola poco si va; poco si sa!”
In copertina due mani anziane, incrociate, riposano su una trama fitta di parole distese all’incontrario, come se fosse il tessuto poggiato sulle gambe della ricamatrice, Clelia o qualunque altra. Per questo non riuscivo a togliere le mie, di mani, da quella copertina. Era come se toccando quelle dita con le mie riuscissi a stabilire un contatto con le donne di altre generazioni, quelle che un tempo ricamarono per noi cifre e disegni su lenzuola di lino che ancora oggi ci portiamo a letto distrattamente.
In principio erano le cifre, pensavo. Le iniziali che si ricamavano sui baveri delle lenzuola a personalizzare la notte. Così a Clelia in una notte insonne deve essere venuto in mente di usare quelle cifre, lettere sempre ben disegnate, per comporre una storia intera sul lenzuolo migliore, che ormai era inutilizzato, inutile, perché suo marito era morto.
Perché è vero che quelle lenzuola lì, quelle del corredo, la madre o la nonna le preparavano alle ragazze in previsione delle nozze, e quindi erano in qualche modo destinate (anche o soprattutto) all’uomo che le avrebbe condivise. Erano custodite in bauli che attendevano pazienti la prima notte e poi tutte le altre notti maritate. E a usare quelle lenzuola in letti solitari doveva parer di infrangere un sacro rituale, un po’ come profanare l’altare dei Penati, commettendo empietà contro il candore ormai anacronistico di quelle mani che ricamavano i giorni, i pomeriggi d’inverno, o l’estate su spiagge divise per genere da una rete.
Oggi, che non ci si sposa quasi più, a casa a ricamare non ci restiamo, ce ne andiamo in giro ovunque come le cattive bambine degli slogan femministi, e il nostro modo di incidere un senso ai giorni è la scrittura, il nostro spettro intimo da disegnare. Figli quasi non ne facciamo, ma se proprio dovessimo averne uno, il corredo è l’ultimo degli scampoli di civiltà che ci verrebbe di trasmettergli, al massimo gli pieghiamo in valigia un lenzuolo low-cost su cui la scrittura probabilmente farebbe fatica a fissarsi, perché quel tessuto industriale è una trama plastificata come tutto il resto.
Avere figli o non averne, del resto, è stato lo spartiacque tra due modi di scrivere un’autobiografia al femminile. E il diario di Clelia è anche un diario di quello spartiacque, di quel momento in cui ogni donna si interrogava sulla possibilità di scegliere in che modo cullare la materia del proprio corpo. Clelia, come molte donne del suo tempo, non ammetteva l’idea dell’aborto: “ma cose questo andamento di vita, vogliono divertirsi niente figli sarebbe comoda la vita; ma volere abbordire per me: è come uccidere una persona”. Era l’84, quando Clelia ricamava le sue considerazioni sull’amore coniugale e filiale: venti anni dopo i Comizi d’amore di Pasolini l’Italia interna era ancorata a se stessa cercando di difendere una tradizione cattolica dura a scomparire.
Intanto, nel 1978 Ermanno Olmi aveva filmato L’albero degli zoccoli con la nostalgia con cui si evoca un mondo perduto. E come nella cascina di Olmi nelle notti difficili a passare ci si riuniva a raccontare storie per lenire l’ansia, così la ricamatrice vedova in un buio particolarmente denso di ricordi decide di prendere in mano il lenzuolo e condividere quelle memorie. Il film lo aveva visto di sicuro, se a un certo punto del suo diario scrive al centro di una riga, incidentale come tra parentesi “<Questo è il vero albero degli zoccoli vero sincero>”. E abbandona così la tradizione orale, ma lo fa portandosi dietro un’altra tradizione, tutta femminile, che è quella del ricamo. Ecco perché presenta i suoi scritti ad un lettore ideale come una ricamatrice mostrerebbe l’ultimo disegno ad un’amica.
Nelle righe 128 e 129 del lenzuolo dice così: “ Leggetelo pure quello che c è scritto su questo: <Libro Lenzuolo> anche se è scritto male; l’ò scritto di notte come o detto; non dormo: e non che mi viene in mente tante cose della mia, ò nostra vita le scrivo; certo che per tante che ne scrivi ne rimane in dietro: ma cosa serva a scrivere se nessuno li guarda, ò li legge;”.
Lo sguardo viene prima della lettura. Per Clelia, di sicuro. Le parole sono materia ricamata su una trama bianca. Come una città è un disegno inciso lungo le linee verdi dell’Appennino. Sembra di arrivare così al punto luminoso in cui comincia la scrittura.
Dicono che i diari siano la forma meno codificata della scrittura, la più istintiva, la più ingenua. Ma non è vero, e non lo è soprattutto guardando l’arazzo di parole che ospita Gnanca na Busia. Secondo la versione ufficiale, quando la carta era finita Clelia aveva deciso di usare come supporto il lenzuolo. Ma io non ci credo.
Dopo aver scritto “15 chili” di diari con copertine che lei stessa aveva rivestito all’uncinetto, Clelia decide, secondo me, di scrivere il libro-lenzuolo nella totale consapevolezza di star componendo un ricamo di parole, ed è probabilmente per questo che le righe sono numerate, perché doveva trascriverle da un disegno precedentemente appurato.
La superficie del lenzuolo è divisa tra corpo del ricamo scritto in 185 righe orizzontali che occupano l’intera larghezza del lenzuolo – la lunga storia in prosa – e 9 poesie su altrettante colonne verticali parallele che disegnano a mo’ di merletto il bordo inferiore – come l’orlo ricamato all’uncinetto che all’estremità di un lenzuolo ne segna il limite. Come se la poesia fosse il lato decorativo della storia, la verità della materia abbellita da trine e merletti.
E dunque prima di iniziare a comporre l’arazzo, Clelia ha avuto in mente il quadro d’insieme, il disegno complessivo di quel ricamo che ha scritto in forma di diario, autobiografia incisa, dando alla scrittura l’essenza magica e concreta che hanno certe opere di artigianato e che certa scrittura sembra aver perso.
Poi bisognerebbe parlare di Jung, della scrittura dell’inconscio, e di altre esperienze simili in Brasile, per esempio, o nei tappeti delle donne africane. Ma per oggi mi fermo qui. Posiziono l’ago del cursore sotto l’ultimo carattere digitato, come un punto, e chiudo il rigo, lo ripongo.
di Valentina Parisi,
«Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo», Bompiani. Origliando dalla viva voce dei protagonisti, e assemblando come in un collage, storie minime di «socialismo domestico», Svetlana Aleksievic prova a guardare l’Urss da una nuova prospettiva
Mosca, casa comune per il Narkomfin realizzata nel 1930 da Moisej Ginzburg e Ignatij Milinis, da «L’Avanguardia perduta», fotografie di Richard Pare, Jaca Book, 2007
(Alias, 12 ottobre 2014)
di Letizia Paolozzi
Immaginate un critico letterario che si sia messo in testa di scrivere – oggi – intorno a capolavori assoluti di ieri. Sarebbe una fatica improba la sua, dal momento che quei capolavori sono stati già rigirati come un calzino. Che altro c’è da aggiungere, che non sia già stato detto o scritto? Eppure Liliana Rampello in Sei romanzi perfetti. Su Jane Austen 2014, il Saggiatore, euro 18,00 (e prima nel Canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura quindi in: Virginia Woolf, Voltando pagina. Saggi 1904-1941) ha deciso una esplorazione dell’architettura narrativa della Austen con una scelta di folgorante semplicità: dare conto di ciò che il pensiero delle donne ha messo in luce: la “differenza” dei due sessi. Anche, ma non soltanto, alle frontiere della letteratura. Una scelta capace di cambiare la prospettiva, facendo saltare i catenacci e i chiavistelli che imprigionano la critica letteraria. Ci previene infatti Rampello che nei romanzi di formazione femminile della Austen (Ragione e sentimento; Orgoglio e pregiudizio; Mansfield Park, Emma, L’abbazia di Northanger e Persuasione) viene abbandonata “l’avventura dell’io” della tradizione maschile, sostituita con una “trasformazione di sé” in relazione con l’altra e l’altro. E’ un annuncio serio, importante. Capace di allargare la dimensione della scrittura e arricchire l’immagine che i vari personaggi – maschili e femminili – trasmettono di sé. Non solo nel rapporto tra i sessi, ma nella fitta rete relazionale e nella concezione di uno spazio teatrale, concentrato in un giardino, in un salotto, dove si addensano sfumature, segni, leitmotiv austeniani. Siamo a cavallo tra Sette e Ottocento. Tuttavia la scrittrice non rimane indietro, agganciata al passato. Dalla sua finestra vede il salto nella modernità. E le colonie, il commercio, gli schiavi. Sull’amore non si sbaglia. Declina scientificamente l’importanza del denaro, in particolare per le ragazze da marito. “Le donne sole, scriverà Austen alla nipote Fanny nel 1817, hanno una spaventosa tendenza a essere povere. Fortissimo argomento a favore del matrimonio”. Eppure, sfortunate rispetto alla collocazione nella scala sociale, queste donne sole godono di una “straordinaria libertà interiore”, tale da renderle “artefici del proprio destino”. Sono assennate, pacate: attente alle regole del mondo e però non subalterne. Quasi sempre non possiedono vitalizi, sterline, ghinee, rendite, terre. Senonché, osserva Rampello con grande sottigliezza, coltivano un obiettivo più grande: il desiderio di felicità. Un desiderio nuovo nell’Inghilterra patriarcale e di classe tra XVIII e XIX. Quanto agli uomini, bé ne incontriamo di sterili, saccenti, arroganti, volubili, tediosi, palloni gonfiati. Ma anche di leali, spontanei, coraggiosi, capaci di fedeltà. Comunque, quell’Inghilterra lì non è la zavorra che Austen vorrebbe buttare a mare. Non le passa per la testa e d’altronde possiede strumenti linguistici capaci di trasfigurare il passato, di andare oltre pur restando agganciata al tempo e al tempo storico. Uno di questi strumenti, importantissimo, consiste nella conversazione, il dialogo che tira i fili della vita dei personaggi. L’altro è l’ironia. Quella “fossetta speciale” che Nabokov rintraccia in Mansfield Park e che fornisce alla scrittrice un ancoraggio contro l’eccesso stilistico e psicologico. Naturalmente, conosciamo lettori dei Sei romanzi perfetti che faticano ad apprezzare il richiamo al decoro, alle convenzioni e lo considerano quasi fosse un invito a danzare la gavotta in un rave-party. Siamo pure al corrente della “ parziale incomprensione maschile”, di quei critici che non mostrano alcun interesse per la presenza, la voce, la mente, il pensiero femminile nell’opera della Austen. Ma proprio per questo il lavoro di Rampello ha tanta importanza. Perché ci dice che la scrittrice va maneggiata con cura. Sempre che vogliamo capire qualcosa degli uomini e delle donne.
Ringraziando la testata, pubblichiamo la versione integrale di un’intervista che Andrea Cirolla ha fatto alla scrittrice vietnamita Kim Thúy sulle pagine del Corriere della Sera, edizione di Milano, in occasione dell’uscita in Italia del suo secondo romanzo «Nidi di rondine». In coda, una nota a margine della presentazione milanese del 24 settembre.
di Andrea Cirolla
«Scrivo perché amo le parole. Sono sempre alla ricerca del sentimento “amoroso” in ogni cosa, nella bellezza fragile di un fiore selvatico sul bordo dell’autostrada come nel movimento di un battito di ciglia. Amo amare».
Alle parole, a certe parole, Kim Thúy – nata a Saigon nel 1968, emigrata in Canada dieci anni dopo – ha dedicato il suo ultimo libro, tradotto da Cinzia Poli per Nottetempo. In forma di sillabario, «Nidi di rondine» racconta la storia di Mãn, una donna che sembra somigliarle molto, per trascorsi e inattese svolte della vita. Lo stesso accadeva rispetto alla storia di Nguyễn An Tịnh, raccontata in Riva, il suo primo libro, un grande successo di critica e pubblico uscito in Italia nel 2010 sempre per Nottetempo (e tradotto con altrettanta grazia da Cinzia Poli). In entrambi i casi non regge invece l’analogia tra i caratteri, ma piuttosto una complementarietà di voci, quando si cerca di ritrovare in quella donna minuta, e insieme florida, e stupendamente comunicativa, le protagoniste dei suoi romanzi. Mãn conduce una vita silenziosa, senza rumori e quasi anche senza voce. Lavora a Montréal nella cucina del ristorante di suo marito, immigrato vietnamita che l’ha portata via con sé da Saigon ottenendola in sposa dalla «terza madre» – «la Mamma» –, dalla quale dopo una «prima madre» – perduta – e una «seconda madre» – fuggita – lei venne salvata. Il silenzio e il ritegno separano Mãn dal mondo dentro il mondo; finché non arrivano Julie, Philippe, Luc, tre personaggi che sono tre rivoluzioni – nell’amicizia, in cucina, nell’amore – e le insegnano la fiducia, e forse a comprendere che si può smettere di difendersi dal mondo, che il mondo stesso è capace di proteggere. Nidi di rondine racconta una maturazione, una fioritura, una delicata riscoperta dei sensi e delle sensazioni, con tutto ciò che questo comporta anche interiormente.
«Amicizia», «Errori», «Ricamare», «Frrr!» sono alcune tra quelle di Mãn. Ma se dovesse scegliere una sola parola che rappresenti la storia di Kim, cioè la Sua storia, che parola sarebbe?
«La parola sarebbe “Innamorata”. Ho scritto delle storie perché mi sono innamorata di un soggetto, oppure ho avuto un colpo di fulmine per un oggetto, o perché un luogo mi ha affascinata. Il sentimento amoroso è sempre la prima motivazione».
Il Suo libro insegna che la liberazione può passare dalle parole.
«La scrittura ci permette di attraversare le frontiere, di saltare oltre le recinzioni, di passare attraverso le sbarre. In «Ru» ho reso omaggio a un prigioniero vietnamita che, durante la sua prigionia, non ha potuto avere che un solo piccolo pezzo di carta e una matita. Egli ha scritto pagine e pagine su questo piccolo foglio, una parola accanto all’altra, una parola sopra l’altra. Questo foglio, questa scrittura, l’ha salvato, lo ha mantenuto sano e soprattutto l’ha aiutato a non perdere la speranza: un sentimento fragile e facilmente distruttibile. Anche Nelson Mandela ha scritto il suo libro in carcere. Mi chiedo se questa scrittura non lo abbia allo stesso modo aiutato a rimanere in piedi. Così come la scrittura ci libera, la lettura ci trasporta. Il potere delle parole scritte è così grande che durante le rivoluzioni, molto spesso, si distruggono i libri. Si può imprigionare, isolare un popolo privandolo della lettura. Nel mio caso, tutti i libri furono confiscati col cambiamento di regime politico del 1975 in Vietnam. In breve, credo che le parole ci liberino perché ci danno il potere di riflettere e la possibilità di sognare».
Mãn è una chef, come lo è stata Lei. Che valore attribuisce alla cucina?
«I piatti, i cibi, portano con sé una grande carica emotiva nel momento in cui evocano spontaneamente dei ricordi. Amiamo un cibo più di un altro non solo per il suo gusto in quanto tale, ma anche per l’emozione che ci offre».
Prima di incontrare Julie e Luc, Mãn sembra vivere perennemente in un distacco, come se fosse sotto anestesia. È qualcosa che si riflette nel Suo stile letterario, nella Sua lingua, così disciplinata. Forse proprio per questo, nei brevi momenti in cui sulla pagina Lei si concede al sentimento della meraviglia, per contrasto la Sua voce acquisisce un volume sbalorditivo, e cresce l’emozione sulla pagina così come dentro il lettore. Insomma, avviene la poesia. Riconosce questa analogia tra il carattere di Mãn e la Sua scrittura?
«Lei è la prima persona che mi ha posto questa meravigliosa domanda! Ha visto giusto. In effetti, c’è un forte senso di distacco. Probabilmente è questa impressione d’essere anestetizzata che genera una scrittura estremamente silenziosa. Non ho mai sentito la voce dei miei personaggi. Sono “muti”… o se non altro io ho l’impressione che i miei libri siano vecchi film in bianco e nero, senza suono… come Mãn. Lei ha ragione: Mãn ha la personalità della mia scrittura. O è la mia scrittura che somiglia alla personalità di Mãn…».
***
L’insegnamento di vedere, ascoltare, sentire Kim Thúy. La sua allegria, contagiosa; il suo entusiasmo; ma soprattutto la sua meraviglia spontanea per ogni fenomeno che il mondo produce e le sottopone, per ogni accadimento. Ieri sera, alla Libreria Coop Statale di via Festa del Perdono, in margine alla presentazione di Nidi di rondine, Kim Thúy s’è messa a parlare delle verdure preparatele da Roberta, un’amica; poi ha raccontato della polenta con schie mangiata a Venezia con Andrea, della casa editrice Nottetempo. In entrambi i casi, la descrizione dei piatti si è presto eclissata dietro il senso di gratitudine per quelle verdure così accuratamente tagliate e presentate, per quei gamberetti minuscoli sgusciati uno per uno (“quante ore di lavoro ci saranno volute!”). Dentro una portata, insieme col risultato, con la resa estetica del piatto, Kim Thúy sembra vedere l’intera genesi, il lavoro dedicato. Non ovviamente nel senso del dettaglio, non ha poteri di sensitiva che le permettano di documentare a posteriori la preparazione, né ci arriva con l’immaginazione; semplicemente non trascura la dedizione che ogni piatto, e a maggior ragione un piatto cucinato con passione (o addirittura con amore), comporta; e sa capire che ogni cibo è in fondo un simbolo, un indicatore, forse una sorta di deittico? comunque qualcosa che non tanto dice quanto mostra l’energia, anzi la forza che ha mosso il cuoco o la cuoca dentro la cucina. Kim guarda quei piccolissimi gamberetti grigi e si meraviglia. La grandezza del dono che ogni cibo – anche se pagato, dentro un ristorante – non smette mai di essere quasi la imbarazza, o se non altro la ammutolisce. È questa sensibilità per ciò di cui il mondo è rivelatore che sbalordisce, ascoltandola. Leggendo il suo libro, annotavo sul mio taccuino qualcosa di analogo, e cioè che la lingua letteraria di Kim Thúy non dice le emozioni, perché questo vorrebbe dire disinnescarle, ma mostra il luogo in cui esse sorgono, così che il lettore possa arrivarci trovandole ogni volta intatte, sempre di nuovo completamente da vivere. Questa è una pratica, e le viene dalla capacità naturale di intuire, nelle espressioni del mondo – ossia nelle cose, in ogni cosa; nelle persone, in ogni persona –, la loro genesi, nel senso che dicevo prima. L’esteriorità delle cose e delle persone è ciò che il mondo offre alla visione; altro è ciò che il mondo rivela o può rivelare. Lei guarda e insieme osserva; e osserva sempre, per così dire, in controluce. Sullo sfondo, senza che la superficie scompaia alla vista, le appare insieme, sincronicamente, il “cuore” delle cose. O così almeno è come io mi immagino che accada. Allo stesso modo, nelle sue storie, il passato remoto (il Vietnam) e il passato prossimo (il Canada, lo stesso luogo del suo presente) fluttuano – «oscillano» è il verbo che torna in entrambe le quarte di copertina dei suoi due libri nell’edizione italiana – fluttuano verso uno stesso punto disciplinati dall’ordine di una dimensione che non è temporale né spaziale, ma è quella delle parole.
di Mara B
È confortante sapere che, oltre a un catalizzatore di clamorose passioni, facili entusiasmi e manifestazioni idolatriche, Jane Austen è ancora il soggetto di una felice e ben riuscita analisi critico-letteraria.
Leggere Sei romanzi perfetti di Liliana Rampello (Il Saggiatore, 2014) mi ha restituito quello che io ritengo il valore più puro e autentico dell’amore per questa scrittrice, ovvero il riconoscimento del suo talento narrativo e stilistico e della perfezione della sua scelta linguistica.
Il saggio, strutturato con estremo ordine, percorre con grande concentrazione le trame del corpus canonico di Austen, ma allo stesso tempo si dedica ad analisi puntuali di un ricchissimo sottotesto teorico. Le citazioni da grandi critici come Auerbach, Moretti, Praz, Steiner, Watt, Woolf e tanti altri, lungi dallo spaventare o allontanare il lettore appassionato, lo attirano verso il discorso aprendogli dimensioni di comprensione forse mai sperimentate prima.
I grandi temi che questo saggio affronta sono importanti per il loro relazionarsi con i romanzi di Austen ma anche per la loro valenza universale: sono la libertà, la parola e il dialogo, la formazione individuale e la coscienza del sé, la convivenza tra uomini e donne nel contesto sociale, il conflitto e l’evoluzione storica delle classi, il rapporto tra evento narrato e luogo della narrazione (il microcosmo della scena e il macrocosmo dello “stato-nazione” europeo). In nome di queste amplissime categorie Liliana Rampello si propone di conoscere, riconoscere e ripresentare i personaggi (soprattutto femminili) di Jane Austen; e le sue argomentazioni, ricche e chiare, si soffermano a illuminare aspetti di Elizabeth, Emma, Anne, Fanny, Mary, Marianne ed Elinor che stimolano le riflessioni anche del lettore austeniano più esperto.
La trattazione più affascinante (perché questo saggio, oltre a essere preciso e competente, è anche “bello” da leggere) è stata per me quella di Persuasione. In Anne Elliot Liliana Rampello vede la personificazione di una “donna nuova” che innanzitutto è il nostro unico veicolo di conoscenza della storia che la vede protagonista, e in secondo luogo è il simbolo dell’affermazione di un’autocoscienza individuale e sociale – quella della “donna” da un lato e quella della nuova classe dominante dall’altro (la borghesia delle “professioni” cui appartiene il Capitano Wentworth, che Anne preferisce a un’aristocrazia ormai esausta).
In conclusione, Sei romanzi perfetti è una lettura decisamente consigliabile, perché ha la virtù di saper accontentare tutti i tipi di lettori: sia coloro che conoscono molto bene Jane Austen sia coloro che l’hanno letta solo raramente; sia chi si lascia avvincere dalla bellezza immediata dei suoi romanzi sia chi vi ricerchi strati più profondi di significato.
da ipsalegit.blogspot.it, 26.09.2014
di Giorgia Serughetti
Ha fatto parlare di sé per la sua ultima trovata: donare il prossimo romanzo a Future Library, un’antologia virtuale di libri che rimarranno inediti fino al 2114. Ma il pubblico italiano non dovrà attendere altrettanto per ritrovare Margaret Atwood nelle librerie. È appena uscito L’altro inizio (Ponte Alle Grazie), volume che conclude la trilogia post-apocalittica di Adamo Pazzo inaugurata nel 2003 con L’ultimo degli uomini, seguito poi da L’anno del diluvio (2009).
L’autrice sarà a Roma al Teatro Argentina il 17 settembre per il Festival delle Letterature e poi a Pordenone il 20 nell’ambito di Pordenone Legge. Con i suoi 75 anni d’età e un record di oltre 25 libri tra romanzi, racconti e poesie, Margaret Atwood, nata a Ottawa nel 1939, è un’autrice poliedrica, più volte candidata al Nobel per la letteratura, femminista e ambientalista, maestra di commistioni tra i generi e di variazioni di stile. Il suo primo libro, Double Persephone, è del 1961, mentre già dagli anni ’50 si conosce il suo impegno a favore della liberazione delle donne, in anticipo rispetto alla “seconda ondata” del femminismo.
In occasione di questo che è il suo primo (seppure tardivo) tour in Italia l’editore Ponte Alle Grazie ripubblica il capolavoro vincitore del Booker Prize 2000, L’assassino cieco: un romanzo costruito attraverso l’intersezione di diversi piani narrativi, in equilibrio tra saga familiare al femminile, thriller e racconto fantastico. Ma la novità più attesa è L’altro inizio, che conclude un brillante ciclo di fantascienza ambientato tra le macerie di una civiltà futura, dominata dallo strapotere delle aziende di biotecnologie.
Nel futuro immaginato da Atwood i poteri economici hanno esautorato la politica, la polizia è al loro servizio, i ricchi delle corporation vivono in “recinti” protetti e intorno si estendono le “plebopoli” dove si svolge ogni altro genere di attività criminale, dal traffico d’organi ai cambi di identità clandestini.
Un giovane cervellone, animato da fantasie palingenetiche (quel Crake che dà il titolo al primo volume della trilogia in inglese, Oryx and Crake), fa piazza pulita di questa degenerazione, mettendo al mondo al suo posto una specie umana transgenica (quella dei craker, naturalmente) di imbarazzante perfezione, a cui sono ignote violenza e fame, che si accoppia solo a scopi riproduttivi e vive in armonia cantando e brucando erbe selvatiche.
Non tutti gli umani del passato, però, sono scomparsi. Tra i sopravvissuti ci sono vari esponenti dei Giardinieri di Dio, ecologisti un po’ fanatici (e per questo bersaglio della caratteristica ironia dell’autrice) che si preparavano da tempo al “diluvio senz’acqua”. E ci sono i cattivissimi Painballer, criminali sopravvissuti all’ultima evoluzione dell’istituto carcerario, il Painball, un campo di battaglia in cui è consentita – anzi auspicata – l’eliminazione reciproca (ed è subito reality show di intrattenimento per i potenti).
Come spesso nei libri della Atwood sono le donne i personaggi che tessono la storia. Se il famoso Racconto dell’ancella del 1985 le vedeva vittime di un potere totalitario deciso ad annullare ogni loro libertà riducendole a contenitori riproduttivi (una distopia che ricorda fin troppo da vicino ciò che avviene realmente in molte parti del mondo, per esempio sotto le bandiere dello Stato islamico), nella trilogia le donne, pur subendo insensate violenze, diventano le pioniere della nuova era e le principali depositarie di ciò che resta della civiltà umana, in particolare la scrittura e la capacità di memoria.
Quando ha accettato di partecipare al progetto Future Library, la scrittrice canadese ha dichiarato: «Sono veramente onorata e felice di prendere parte a questa impresa. Almeno il progetto ha fiducia che tra cento anni ci saranno ancora esseri umani in circolazione!». Se così sarà, possiamo stare certi, sarà merito delle donne. Almeno, se vogliamo credere alle narrazioni visionarie di Margaret Atwood.
di Alessandra Pigliaru,
Sei romanzi perfetti. Saggio su Jane Austen, verrà discusso in presenza della sua autrice Liliana Rampello al Festivaletteratura di Mantova oggi, alle 17.15, presso il cortile dell’Archivio di Stato, all’interno di una serata intitolata «Riscrivere la vita di una scrittrice famosa». Parteciperanno Sandra Petrignani, che racconterà di Marguerite Duras, e Anita Raja, traduttrice italiana di Christa Wolf. L’introduzione sarà a cura di Annarosa Buttarelli.
In che senso lei sostiene che Jane Austen tiene tra le sue mani il desiderio di felicità di una donna?
La felicità mi è sembrato il tema centrale di tutte le narrazioni di Austen perché lei ha in mente di raccontare le forme che può prendere la libertà femminile in un contesto di necessità. La sua scrittura ha la forza che nasce dal racconto della materialità delle vite senza che mai questa sia un condizionamento definitivo. E lo fa a partire da sé. È una scrittrice non della emancipazione ma della libertà: scrive sapendo che a fare la differenza non è la «condizione patita», ma la posizione che come autrice sceglie. E la libertà che regala a se stessa è la medesima che regala alle sue protagoniste e a noi che leggiamo, dandoci la possibilità di interrogare anche il nostro presente.
Mi ha sempre appassionato la sua straordinaria modernità, la capacità di aver capito il suo tempo, quel mercato matrimoniale che nasconde una verità profonda: ovvero come alla base del contratto sociale ci sia il contratto sessuale. In questa intuizione è chiaro come lei abbia capito i meccanismi generali del mercato in sé, ovvero che si contratta da ciò che si ha e da ciò che si è; ed è solo imparando a conoscere questo meccanismo che le sue ragazze riescono a diventare protagoniste del proprio destino. Benché sia stata spesso considerata come una scrittrice indifferente alla grande Storia, in realtà ha colto l’essenza di una società divisa in classi e dominata dal patriarcato. Ma aggiungerei anche che la libertà di una donna, la sua ricerca di felicità, il riconoscimento del desiderio come movimento verso l’altro e verso il mondo, la capacità di scelta, il buonsenso come esercizio dell’intelligenza, la possibilità dell’errore, sono tutti segni della sua grandezza ancora oggi.
Nel suo libro lei spiega il passaggio da un’apparente «economia domestica» a una più ampia economia delle relazioni…
Nel momento in cui ho pensato che Jane Austen stesse scrivendo un romanzo di formazione femminile mi sono resa conto che questo avveniva perché solo attraverso una vera e propria presa di coscienza, e accompagnata da un’altra donna, la sua protagonista può acquisire la capacità di giudizio sufficiente a scegliere liberamente un buon marito ed evitare la «sventura». Questo passaggio, se da un lato contrasta fortemente ogni sentimentalismo e fantasticheria femminile, dall’altro indica con altrettanta chiarezza la capacità di Austen di mettere al centro del mondo le relazioni che legano le donne fra loro e le donne con gli uomini. Qui ci sono il piacere, il desiderio, la sensualità, l’erotismo e la sessualità: insomma le passioni, una straordinaria comprensione di tutti i sentimenti che legano i due sessi in amore e in conflitto.
Allora è proprio leggendo i suoi romanzi che possiamo conoscere Jane Austen?
La sua vita è stata molto comune, nessun elemento di eccezionalità, nessun eroismo. Non c’è nulla di nuovo dal punto di vista della sua biografia; c’è piuttosto da far vedere quanto tutti i suoi temi siano una vera e propria autobiografia. È lì che noi troviamo la sua lingua (di donna molto ironica), il suo sguardo (di donna acuta e spietata osservatrice), la sua intelligenza (di donna di buonsenso e allegra), la sua capacità di giudizio (inflessibile, sicuro, spregiudicato nel disegno preciso di una società senza dubbio patriarcale e divisa in classi).
Lei si è occupata lungamente di Virginia Woolf. La continuità simbolica tra Woolf e Austen la possiamo riconoscere per via della genealogia femminile e di una tradizione di scrittrici precedenti, sia per lo stesso interesse che muove Woolf verso Austen in più di un’occasione…
Credo ci siano delle comunanze tra le due: la più importante è che entrambe non sono scrittrici dell’emancipazione ma della libertà femminile. Pensiamo solo a come la passeggiata solitaria che non manca mai per ogni protagonista dei romanzi austeniani, e nasce subito con Marianne in Ragione e sentimento, sia di fatto un antecedente di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, perché è utile a far pensare con la propria testa quando si è confuse, quando si ha bisogno di solitudine, quando si ha bisogno di consistere in sé. Passeggiata e stanza sono vere e proprie invenzioni simboliche.
La centralità della conversazione permea tutte le narrazioni austeniane. Cosa prende forma attraverso questi magnifici dialoghi?
Innanzitutto, attraverso la conversazione lei si presenta a noi come una vera e propria erede di Shakespeare, nell’uso magistrale dei dialoghi, nel tempo delle battute e nel ritmo della lingua. Ma ancora più importanti mi sembrano altre questioni. Nei suoi romanzi non esiste conversazione se non in presenza di una donna. La conversazione fa progredire la trama come fosse un’azione vera e propria, per la formazione di una donna non c’è qualcosa da «fare» chissà quando e chissà dove nel mondo, ma qualcosa da «dire», che va detto, esattamente in quel tempo, che sono i giorni, e in quel luogo, salotto, giardino o stradina di campagna che sia. Questo uso della lingua mostra una maestria politica impareggiabile, in scena ci sono due soggetti differenti, entrambi attivi nello scambio, entrambi parlanti, e così muore ogni pretesa monologante e fonologica del maschile universale.
In che senso si riconosce a Jane Austen «la stessa condizione nella quale scriveva Shakespeare», ovvero «senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche»?
Questa constatazione è stata fatta da Virginia Woolf in La stanza tutta per sé, dopo aver affermato che, in Jane Austen, genio e condizioni di vita «si accordavano completamente», esattamente come in Shakespeare. È un’affermazione condivisibile se pensiamo che anche Jane Austen trascende la propria condizione materiale nello slancio di una mente «androgina» che vuole guardare l’infinito della sua libertà, ovvero non dimentica di essere una donna, ma trascende il suo sesso facendone la leva di una libera interpretazione del mondo.
Come viene accolto un volume di critica letteraria in Italia oggi?
Non mi sembra ci sia una grande attenzione. Sicuramente, ha a che vedere anche con la trasformazione dei programmi scolastici e universitari e delle stesse discipline. Questo incide sullo studio della letteratura che, a mio avviso, è uno dei più importanti ambiti in cui si possono conoscere e studiare le relazioni umane. L’indifferenza verso lo sviluppo di uno strumento come quello della critica letteraria riduce la possibilità di capire la straordinaria ricchezza dei linguaggi della narrazione, con la loro capacità di interpretare la realtà che ci circonda. In realtà sarebbe un momento necessario di ogni percorso di conoscenza.
(il manifesto, 6 settembre 2014)
Di Monica Giachino
Cifra e pregio di questo esile e solido volumetto, racconto autobiografico di una malattia
che colpisce all’improvviso e invalida e spezza lo scorrere dell’esistenza, è la brevitas che nella forma e nella sostanza nulla concede all’ornato.
Nelle poche righe del Prologo, quasi citazione posta in esergo, una donna cerca compulsivamente la sequenza di un film che continua a tornarle alla mente, perché sa che in qualche modo la riguarda. Quello che le interessa sono due battute del dialogo tra un adulto e un ragazzo che ha tentato di morire. Le trova e le trascrive, per non dimenticarle. Dice l’adulto: «Io credo che ci sia una specie di velo tra le persone e la morte. A volte succede che questo velo si tolga all’improvviso… e così vediamo la morte. Per un attimo la vediamo chiaramente. Poi questo velo si rimette in posizione e torna tutto a posto. Riprendiamo a vivere». Risponde il ragazzo: «Tu credi?».
Intorno alla domanda «Tu credi?», e soprattutto intorno alla difficile risposta, si organizza
per venti capitoletti la storia di due anni: la malattia che colpisce in un giorno qualunque,
fitto di impegni come di consueto («lei stramazzata nel pieno della sua vita attiva»); il ricovero e la diagnosi; i mesi di degenza ospedaliera e la difficile riabilitazione; il rientro
a casa e il ritorno ad una vita normale che normale non riesce ad essere perché è necessario imparare nuovi gesti, convivere con i limiti di un corpo che imprigiona, reinventare un’esistenza possibile.
Tam tam è insieme biografia di sé e di tanti, scrittura come terapia, certo, ma soprattutto
come testimonianza. In tale direzione vanno la scelta efficace di raccontare l’“io” in terza persona e la rinuncia alla valenza identitaria dei nomi propri. C’è una “Lei”, c’è un “Lui”, un ma rito che resta accanto. C’è una folla di persone, appartenenti al prima o al dopo, tutte ritratte per cenni, per segmenti minimi e incisivi che si compongono in uno stilizzato mosaico di figure e di storie: i compagni d’ospedale, quelli incontrati durante la lunga riabilitazione, le infermiere, i terapisti. Ci sono soprattutto le amiche, inaspettatamente tante: «l’amica che per lei è come una sorella», «la compagna di cinema», quella che è «la donna più buona che c’è», l’«amica dei tempi della militanza», quella con «la macchina vintage e un fiocco rosso sull’antenna». Amiche capaci di far risuonare lo strumento
antico di comunicazione e di chiamata a raccolta che dà il titolo al libro, il tam tam appunto, e di confermare una rete salvifica di solidali affetti.
Vita Cosentino racconta una vicenda di dolore fisico e intellettuale («il corpo è così ingombrante che le toglie anche le energie mentali […]. I progetti non hanno gambe per camminare e non ne vede più il senso») ma anche una storia di coraggio nell’affrontarli e nell’opporsi con «un’ansia di vivere prepotente, quasi provocatoria» al «tempo scandito dai rituali della malattia, tempo di azioni ripetute sempre uguali, tempo schiacciato sul presente, tempo vuoto», tempo che è necessario ritrovare, ricalibrato.
In un saggio sulla comunicazione linguistica nell’età presente Vita Cosentino aveva parlato
della «rinuncia a dire tutto, per dire “qualcosa”, che faccia corpo vivo con la propria vita, con la propria esperienza, con il proprio sentire emozionale» (Lettera a una professoressa riletta da una professoressa). Questa regola presiede alla scrittura di Tam tam. Il racconto procede per sottrazioni: non c’è un “io” invadente, non ci sono nomi, l’aggettivazione è selezionata con rigore. La prosa privilegia la paratassi ed è tesa a nulla concedere al patetico o all’effusione sentimentale. Gli squarci lirici sono sorvegliati con attenzione e prontamente chiusi da una nota ironica o da una cruda sferzata. Un esempio, l’inattesa fioritura di papaveri che accoglie la protagonista nel giorno del primo anniversario della malattia: «Abita in quella casa da ventisette anni, è passata vicino a quel campo migliaia di volte e non aveva mai visto un papavero. Quel 16 maggio invece è tutto un occhieggiare di bottoni rossi, ora aggrumati, ora più radi. Lei non ne aveva mai visti tanti tutti insieme, neanche da bambina. […] Adesso ha voglia di ridere e di abbracciare l’amica che l’ha portata fuori di casa». Immagine immediatamente smorzata dal commento che segue e sigilla il capitolo: «Il 16 maggio puntualmente torna dopo dodici mesi, ma di papaveri in quel campo neanche l’ombra».
Alla vita andata in frantumi e alla fatica di rimettere insieme pezzo su pezzo fa riscontro la
sapiente e simbolica circolarità della struttura narrativa. Sul risveglio la mattina del primo anniversario della malattia si apre il libro. Su un risveglio notturno, un altro anno è passato, il libro si chiude. La notte ha portato in sogno la figura della madre da giovane. La sequenza riprende simmetrica quella del campo di papaveri delle prime pagine, con un affine cambio di registro in clausola: la madre ha accanto a sé «un cespuglio di piante umili: ogni stelo sulla sommità si divide e ripiega in tre cimette fiorite. […] le indica e dice: “Ci sono ancora piccoli fiori bianchi che devono sbocciare”. / Fine del sogno. / Si alza con la sua stampella e va in bagno».
Pubblicato sulla rivista l’immaginazione” n. 282 – Luglio-agosto 2014 (Manni editore)