“Fuochi. La cucina di Estia” raccoglie scritti e ricette: tramandare la sapienza delle madri

di Stefania Scateni

 

Che cosa ci fanno nella cucina del Circolo della rosa di Milano sei donne diverse, che non sono cuoche di professione? Cucinano, ovviamente, ma per chi? Per altre donne e uomini che amano quello che significa: una politica delle relazioni e della soggettività femminile libera. In questo contesto, c’è più gusto a cucinare e, cucinando, a parlare di sé e del mondo. Come mettersi intorno al focolare che scalda e cuoce, in un cerchio che si allarga. Il libro di cui parliamo in questa pagina nasce in nome di Estia, dea greca del focolare e del nutrimento, una dea zingara, felice dell’accoglienza che ogni città le riserva piuttosto che della statica presa di posto alla mensa degli dei dell’Olimpo.

Leggendo Fuochi, che raccoglie scritti e ricette di Ida Farè, Stefania Giannotti, Annamaria Rigoni, Clelia Pallotta, Rossella Bertolazzi e Ottavia Colabella, e curato da Liliana Rampello ci vien da pensare che alla dea, come scrive Stefania Giannotti, «piaccia la politica delle donne e il femminismo della differenza. Dopo aver viaggiato e viaggiato si è poi fermata a Milano, in Via Calvi 29 al Circolo della rosa». È infatti «Estia» il nome della piccola comunità delle cuoche varie che firmano questo libro di non molte pagine ma di grande sapienza non solo culinaria. «Chi leggerà queste pagine, miniera preziosa di ricette, memoirs, sapienza politica in rapporto alla propria esperienza, sapere nel

senso più ampio, ci dice la curatrice – c’è anche un delizioso glossario dei termini usati e indicazioni di lettura delle novità sul tema più interessanti – se non ha già gustato le cene al Circolo della Rosa del collettivo Estia è invitato a farlo al più presto: oltre a rallegrare la mente e lo stomaco potrà prendere parte in prima persona a «un’unica impresa politica e un’impresa politica unica».

Da qualche anno assistamo al boom del cibo e della cucina, decisamente invadenti su tutte le piattaforme televisive; al culmine della mania mangereccia, anche l’editoria ha sfornato libri che hanno scalato le classifiche dei libri più letti in Italia, non solo nella categoria «varia», ma anche in assoluto. E continuiamo ancora oggi a veder spuntare sulle vetrine e gli scaffali delle librerie titoli su titoli. Spesso la reazione è vagamente di disgusto, come se anche su carta il cibo provocasse una indigestione… Ma non è il caso di questo delizioso libro che parla sì di cibo, ma è anche una storia del cibo, delle tradizioni e di sentimenti, cultura, incontri, insomma della Vita con la maiuscola.

Una delle protagoniste, Ida Farè, ci racconta del loro desiderio di dar voce a un «sapere/potere chiuso nel segreto della cucina, fatica oscura e quotidiana che è stata da sempre il sale della Terra e che da che mondo è mondo garantisce la vita dei corpi». La relazione è il filo d’oro che unisce le cuoche in un vincolo tanto importante e riuscito quanto più è leggero, ed è la medesima relazione che lega, con chi è in cucina e con il luogo che li ospita, le donne e gli uomini che vanno a gustare. Un cibo che non nasce solo dai testi dei grandi autori che hanno fatto la storia della cucina, quali ad esempio Pellegrino Artusi e Ippolito Cavalcanti, con attenzione poi ai grandi innovatori stellati fino ai giorni nostri, ma da

un sapere esperienziale e relazionale, che inizia con una bambina che, magari in piedi su una panchetta, guarda sua madre o la nonna o un’altra donna, impegnata ai fornelli.

Cucina di relazione e di memoria, quindi, se per memoria intendiamo anche il tramandare il buon cibo alle nuove generazioni che rischiano di non trovarlo più sulle tavole e nei luoghi di ristorazione di un mondo sempre più globalizzato. Cucina come attività manuale e di pensiero che diventa arte, passione, fissazione.

«Fare autorevole e servizievole insieme senza riprodurre il rapporto servo-padrone, conclude Clelia Pallotta. A questo punto, però, non vogliamo lasciarvi a bocca asciutta!

Per voi, la ricetta della pastella per fritture: un uovo, 100 grammi di farina, un cucchiaio di olio,un cucchiaio di acquavite, un po’ di sale, acqua q.b. Spegnete la farina con l’acqua e gli altri ingredienti lasciando da parte l’albume dell’uovo, ma non fatene una pasta troppo molle. Lavoratela bene con un cucchiaio di legno e lasciatela riposare per diverse ore. Al momento dell’uso incorporate la chiara d’uovo montata a neve. Anche se i cuochi del giorno d’oggi dicono che non è necessario, la chiara montata a neve va sempre accorpata con delicatezza usando il cucchiaio di legno che girate

dall’alto in basso e non va mescolata in orizzontale come fosse una polenta.

 

(l’Unità, 12 agosto 2015)

di Leonetta Bentivoglio


“Mia madre vive nel Maine, la terra in cui sono nata”, riferisce la scrittrice statunitense Elizabeth Strout. “Si chiama Beverly Bean Strout e nel tempo è rimasta sempre identica, cioè non affettuosa dal punto di vista fisico e severamente critica verso gli altri. Penso che questa sua attitudine mi abbia condotta, per reazione, ad applicarmi alla scrittura tentando di non giudicare troppo me stessa. È stato l’influsso più determinante che ha avuto sul mio lavoro”. Mia madre. Esiste un “mia madre” per ciascuno di noi, e non c’è persona in grado di esaurire questo tema. Rimpianti, nostalgie, contraddizioni, sacche di non detto, rancori e nodi inestricabili, come ha capito Nanni Moretti, s’intrecciano senza scampo nel rapporto con chi ci ha messo al mondo, nel segno di un’ambivalenza che in misure diverse ci riguarda tutti.

Per una narratrice di estremo spessore introspettivo come Elizabeth Strout, la madre è stata il motore di partenza del viaggio. Anche in senso tecnico: “È probabile che io sia divenuta scrittrice grazie a lei, che m’incoraggiò sin dall’infanzia “, spiega l’autrice lanciata nel 2009 dal Premio Pulitzer vinto con Olive Kitteridge , suo terzo titolo. “Quand’ero bambina mi spingeva a buttare giù in forma scritta di giorno in giorno quel che mi succedeva. Per esempio, se andavamo a comprare un paio di scarpe, voleva che io annotassi con cura l’aspetto del venditore. Accumulavo quaderni di appunti, e così ho iniziato a coltivare una visione della realtà sviluppata in termini di frasi”.

Strout aveva già firmato i romanzi Amy e Isabelle e Resta con me prima di Olive Kitteridge , affresco psicologicamente acuto di vicende umane in apparenza minime ambientate in un’oppressiva cittadina del Maine, e collegate dal trait d’union di una solida e rude professoressa di matematica. Poi è stata la volta de I ragazzi Burgess , approdato in Italia due anni fa: una parabola magistrale sull’America post-11 settembre e sulla solitudine dell’individuo nel contesto familiare. Uscirà tra breve un suo nuovo libro, Mi chiamo Lucy Barton , basato su una relazione madre-figlia. Anzi, meglio, “sulla vita di una donna che ha una madre e che è madre lei stessa”, precisa la scrittrice, sottolineando che questa coppia femminile “è il centro del racconto, che però comprende anche molte altre cose”. Dopo un’accesa battaglia “al rialzo” per la sua acquisizione, l’opera segna il passaggio della Strout dall’editore Fazi a Einaudi, che ne annuncia la traduzione italiana in primavera. Considerata un’esponente tipica della cultura Wasp (bianca, anglosassone, protestante), Elizabeth è il frutto di un milieu che non esita a definire “puritano e rigoroso nel mettere al bando l’espressione delle sofferenze personali”.

Dalle figure di madri proposte nei suoi lavori si deduce che l’intransigenza e l’autocontrollo appartenessero anche a sua madre.
“Nessuna fra le madri dei miei plot corrisponde davvero alla mia. D’altra parte non conosco abbastanza in profondità mia madre per poterne scrivere in maniera diretta, né ho voglia di scriverne per come lei è”.

Com’è, appunto? O com’era?
“Era una donna che avrebbe desiderato molto fare la scrittrice, ma non ci riuscì. Sospetto che sia stata incapace di liberarsi dall’impaccio di un’eccessiva consapevolezza di sé, operazione necessaria per l’impresa. Insegnava scrittura nei licei e nelle università ed era dura con gli studenti: in molti ne parevano terrorizzati”.

Anche la sua Olive Kitteridge è una docente, per di più d’indole assai ruvida.
“In effetti Olive può mostrare qualche analogia con mia madre, ma semplicemente non è lei. Tra i miei personaggi di madri Olive è forse quello che le si avvicina di più. Comunque mi sembra pericoloso dirlo, dato che Olive non è affatto mia madre, capisce cosa intendo?”

Il sentimento che unisce Olive e suo figlio Christopher è denso e complicato per entrambi.
“Olive adorava il proprio padre e lo vorrebbe rivedere in Christopher, caricandolo quindi di un peso insostenibile. Credo che sia una buona madre, ma ha troppi bisogni e non ce la fa ad esserlo con un andamento costante. Sa dimostrare pietà solo se non si sente troppo vicina a qualcuno, come le accade quando s’imbatte in una ragazza anoressica o in un uomo che guida sulla costa intenzionato a suicidarsi. Si può permettere di aiutarli perché a loro non è legata, mentre al figlio sì”.

Sua madre era sicura della vocazione di scrittrice della figlia?
“Ne era assolutamente certa fin dai miei primi anni e mi trasmise con fermezza questa convinzione”.

La incitava alla lettura?
“Sì. Mi fece leggere prestissimo libri per adulti, da Il buio oltre la siepe , che affrontai a otto anni, fino a Piume di piccione di John Updike. Benché molte cose io non le capissi, da quelle pagine ricavavo una sensazione tipo: wow! Ecco come ragionano gli adulti! Molto eccitante. Poi sono passata al Giovane Holden e a tutto Hemingway, uno degli autori che mi sono tuttora più cari”.

Sua madre dichiara ammirazione per i suoi romanzi?
“Quando ho cominciato a pubblicare storie, l’idea che lei le leggesse mi dava imbarazzo. In principio non faceva commenti: riguardo a Amy e Isabelle si limitò a dirmi che le era piaciuto. Poi, ogni volta che usciva un mio libro, lo leggeva velocemente per due volte di seguito, e alla fine mi diceva sempre che era meraviglioso e superiore al precedente”.

Avete attraversato periodi conflittuali?
“Disapprovò il mio trasferimento a New York negli anni Ottanta, e tra noi ci sono stati a lungo rapporti tesi. Ma in certi momenti molto difficili, mia madre mi ha sorpreso sostenendomi in modo inaspettato. Però sapevo di non poterci contare. Ora vado spesso a trovarla nel Maine e lei sembra moderatamente contenta di vedermi”.

Vi somigliate?
“Non abbiamo molto in comune. Non nella fisionomia. Tuttavia mi pare di aver ereditato da lei un sostanzioso intuito per le faccende umane e una buona percezione in questo campo”.


(la Repubblica, 12/08/2015)

di Livia Manera

Suicidio, voglia di vivere, complicità nel romanzo lieve e feroce di Miriam Toews Radici Al capezzale di Elf, Yoli parla, scherza, e ricorda l’infanzia di una piccola comunità mannonita

È possibile scrivere un libro sul suicidio e intanto brindare alla vita fino all’ultima stilla? È possibile. Ma è un miracolo. E di questo miracolo si è incaricata la quarantenne scrittrice Miriam Toews (pronuncia «Teis»): «una rosa del Canada» capace di fiorire nei terreni più aridi come Alice Munro e Mavis Gallant. I miei piccoli dispiaceri (Marcos y Marcos), tradotto con magica sintonia da Maurizia Balmelli, è proprio questo: un romanzo tragicomico sulla depressione suicida di Elfrida, una giovane donna che avrebbe tutto per essere felice – bellezza, talento, amore del prossimo – scritto da Yolandi, la sorella sciamannata ma piena di vita e di senso dell’umorismo che cerca di salvarla con la tenerezza e la complicità. E quando proprio Yoli ha esaurito ogni risorsa, dopo aver gridato «Senti! Se c’è qualcuno che dovrebbe ammazzarsi, quella sono io», perché nella vita non ne ha imbroccata una – non ha un lavoro degno di questo nome, e ha una situazione famigliare disastrata – arriva per sfinimento a immaginare di paracadutare Elf «in un posto ostile e ignoto tipo Mogadiscio o Corea del Nord, dove sarebbe costretta a sopravvivere da sola e in modi del tutto inediti», strappandoci il più improbabile dei sorrisi con la sua cura da cavallo di realismo. Yoli, la sorella sana ma «svitata», voce narrante di questo romanzo bello, diseguale e molto autobiografico (Miriam Toews ha perso padre e sorella, entrambi suicidi), scrive libri per ragazzi e si definisce «Una specie di esperimento sociale. Scherzo. Una specie di fallimento sociale», perché è una fricchettona senza un soldo che ha due figli adolescenti da due uomini diversi, ed è separata da entrambi. Elf, invece, è una pianista di fama mondiale adorata dal marito e baciata da un talento tanto irresistibile quanto i suoi occhi verdi spaventati. Pur senza separarle, la vita ha portato le due sorelle su strade opposte. Elf vive in un mondo colto, agiato, internazionale. Yoli è una canadese della frontiera. «E tu cosa stai leggendo, Yoli?», le chiede una zia. « Viaggio al termine della notte di Céline», risponde lei. E si sente in dovere di aggiungere: «Uno scrittore francese, morto, non la cantante del Quebéc».Al capezzale di Elf, che non ne vuole sapere di vivere e prova di tutto – digiuno, rasoio, candeggina – per mettere fine alle proprie sofferenze, Yoli parla, scherza e ricorda la loro infanzia in una piccola e isolata comunità mennonita, la chiesa anabattista che predica modestia e povertà, dove una ragazza con un libro in mano costituiva un nemico pubblico e suonare il pianoforte era vietato perché evocativo di piaceri sfrenati. Inutile dire che in questo ambiente castrante dove si parla una lingua orale medievale che somiglia all’olandese, le donne sono castigate da una società ferocemente maschilista. E tuttavia persino gli inflessibili saggi della comunità non riescono a mettere le briglie a due spiriti liberi come Yoli e Elf, la quale in barba al divieto di sedersi al pianoforte vince sei borse di studio e mette in fuga i sacerdoti riuniti nel salotto dei genitori, suonando furiosamente Rachmaninoff sui tasti del suo pianoforte nascosto in camera da letto. «Nella cosmologia mennonita funziona così», scrive Yoli per spiegare la disparità di trattamento tra maschi e femmine, e ciò che ne consegue. «I figli ereditano la ricchezza e la tramandano ai loro figli e i figli ai figli e i figli dei figli ai figli, mentre le figlie se la prendono allegramente nel culo… comunque sia, noi discendenti della genealogia delle ragazze, non avremo forse sostanze né vere e proprie finestre nelle nostre spelonche, ma almeno abbiamo la rabbia, e con quella costruiremo imperi, signori miei». E così è. Non ha, forse, Miriam Toews, una ragazza sopravvissuta a quell’ambiente arcaico, scalato la classifica dei bestseller in Canada con il più improbabile dei libri, un romanzo quasi senza trama sulla depressione suicida come questo straordinario, persino esilarante, a tratti, I miei piccoli dispiaceri ? E tuttavia non è la rabbia a guidare la penna di questa giovane donna che ha al suo attivo già sei romanzi. Piuttosto, è la struggente, meravigliosa complicità che anche nella più drammatica delle situazioni, le fa dire della sorella adorata: «Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si amavano». Due lati della stessa medaglia: quella di una femminilità allegra e feroce e disperata e consapevole, perdente e vincente nella stessa, smagliante, maniera.

Manera Livia

 

di Miopia online

Si intitola Fa’ che non si perda tutto questo amore! il quaderno a cura di Adriana Sbrogiò, Tilde Silvestri e Maria Cristina Solari pubblicato nel giugno scorso in memoria di Maria Leporini, spentasi il 31 gennaio di quest’anno.

Il fascicolo comprende note biografiche su Maria e alcuni brevi scritti in cui lei stessa manifesta le proprie scelte di vita, come quella di “praticare la Libertà femminile possibile, tutta quella che posso vivere con le donne povere con cui sto in relazione”.

Seguono i testi letti nel corso di una celebrazione “essenziale” e senza rito eucaristico, come Maria aveva chiesto, e numerose testimonianze di donne e uomini, ragazze e ragazzi con cui Maria aveva lavorato in vari gruppi e laboratori in Tor Bella Monaca, nella periferia romana.

Il quaderno è corredato da un bel repertorio fotografico, in cui seguiamo il viso intenso di Maria in tante situazioni di lavoro o politiche e in compagnia delle persone che più le sono state care.

Maria Leporini aveva collaborato alla stesura del quaderno Può accadere il meglio con amore e libertà femminile – Le nuove beghine (aprile 2014), edito dall’Associazione Culturale Identità e differenza. Maria aveva inoltre curato insieme con Tilde Silvestri un altro quaderno, di particolare interesse documentario, intitolato Vocazione e coscienza – Desiderio Profondo – Il merito della libertà (maggio 2014), in cui sono pubblicate le articolate lettere di dimissioni dall’Ordine delle Stimmatine rese da Carla Dell’Aglio, Maria Leporini e Tilde Silvestri nel 2008–2009. Seguono note storiche su Anna Fiorelli (1809–1860), fondatrice dell’Ordine delle Stimmatine, nello spirito della quale si sono mosse le suore dissidenti che hanno scelto di restare a vivere e operare in mezzo alla gente povera della periferia romana. Una terza parte del quaderno ospita le “lettere di nutrimento condivisione e solidarietà” di tante donne e uomini. Alcune notizie su Maria Leporini si possono leggere in calce al Pensiero per Tilde con Maria da Adriana riportato in questo sito, Marzo 2015. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito di Identità e differenza.

(www.gasparastampa.es, luglio 2015)

 

 

di Alessandra Pigliaru

«L’amore estremo ha un appe­tito insa­zia­bile». In que­ste poche bat­tute com­pare il segno di Iris Mur­doch, per la pre­ci­sione di ciò che fa dichia­rare a uno dei suoi per­so­naggi let­te­rari, Mar­tin Lynch-Gibbon pro­ta­go­ni­sta del romanzo del 1961, A Seve­red Head, ora Una testa tagliata (Il Sag­gia­tore, pp. 251, euro 19) a cura di Cri­stina Tizian e tra­dotto da Gioia Guer­zoni. La cifra distin­tiva dell’agiato qua­ran­tenne lon­di­nese Mar­tin è, tut­ta­via, al cen­tro di una nar­ra­zione più obli­qua della furia amo­rosa e le sue cadute. È infatti nelle abi­tu­dini di Mur­doch intrec­ciare molte esi­stenze sin­go­lari, dare loro il carat­tere tor­men­toso e corale di chi si fa pun­go­lare dall’eventualità e dal desi­de­rio di com­pren­sione, rinun­ciando all’algidità del con­cetto per andare alla ricerca dei corpi e di ciò che accade tra loro.

Niente è casuale nella costru­zione dei rac­conti a cui ci ha abi­tuati l’autrice, nono­stante nella sua scrit­tura let­te­ra­ria vi sia espli­ci­ta­mente più leg­ge­rezza, libertà di movi­mento. È lei stessa a farlo intuire in una con­ver­sa­zione con Brian Magee (1978), quando afferma che la let­te­ra­tura intrat­tiene e fa molte cose, men­tre la filo­so­fia ne fa solo una. Nono­stante per tutta la vita le abbia pra­ti­cate e maneg­giate entrambe con sapienza, la filo­so­fia e la let­te­ra­tura sono state per Mur­doch i punti di un dop­pio passo che non ha inteso giu­sti­fi­care né risol­vere. Anche se è dif­fe­rente la dif­fi­coltà della mate­ria da cui par­tono, sia l’una che l’altra – lo ammette — hanno a che vedere con la verità. E in par­ti­co­lare la let­te­ra­tura quando si misura con la memo­ria e in alcuni casi rende addi­rit­tura felici, capace com’è di mostrarci il mondo. Ecco la qua­lità della scrit­tura che sa con­fron­tarsi con le con­trad­di­zioni coria­cee del reale, che abban­dona il rigore sil­lo­gi­stico per espli­ci­tare come si possa arri­vare a un pen­siero che sia incar­nato, e al con­tempo imperfetto.

Una sepa­ra­zione incarnata

Una testa tagliata è dotato di grande carica sim­bo­lica fin dal titolo, con­duce a domande imme­diate. Durante la let­tura veniamo subito a cono­scenza che il taglio e ciò che ne rimane cir­co­lano nelle con­ver­sa­zioni tra i pro­ta­go­ni­sti su più livelli. Cioè se di crani e teste moz­zate è san­gui­no­sa­mente colma la sto­ria – più o meno dal paleo­li­tico a oggi — il taglio che qui si illu­mina è una sepa­ra­zione, intanto nella con­sa­pe­vo­lezza che «certe per­sone sono più il loro corpo di altre» e che «la testa ci rap­pre­senta più di tutto il resto, è l’apice della nostra incar­na­zione», insieme alla con­se­guenza di con­si­de­rare ser­vi­bile una rela­zione con chi si priva di parti di sé. Dice infatti Mar­tin: «non credo che mi piac­cia molto, una testa senza il corpo (…) Mi sem­bra un van­tag­gio sleale, una rela­zione ille­cita e incompleta».

Nes­sun esito tru­cu­lento allora, è invece sull’orlo delle rela­zioni quo­ti­diane che si spa­lanca la sto­ria di Mar­tin, Honor, Anto­nia, Pal­mer, Geor­gie in cui l’unica pri­va­zione visi­bile è ciò che media­mente si mette in scena – affet­ti­va­mente ed ero­ti­ca­mente, attra­verso tra­di­menti, scambi, pre­va­ri­ca­zioni e lan­guori fuori tempo mas­simo. Seguendo i per­so­naggi e le per­so­nagge di Mur­doch può acca­dere di essere indul­genti verso le altrui e le pro­prie ambi­va­lenze, le distanze cal­co­late, le ambi­guità con­cesse come vie di fuga, fino ad arri­vare al punto impor­tante: il «filo d’intimità» di cui chiac­chie­rano i pro­ta­go­ni­sti quando viene scam­biato mala­mente con la familiarità.

Il nodo dell’intimità

D’altro canto, Mar­tin è in cerca di sal­vezza: «un amore potente e colos­sale, che non avevo mai cono­sciuto prima di allora». Un’insistenza tota­liz­zante, insomma, che attra­verso la vul­ne­ra­bi­lità di cui si è fatti si scon­tra con la ridda tumul­tuosa degli altri, pre­ve­dendo spesso «un brutto gar­bu­glio di inti­mità e amore». Allora nella resti­tu­zione del rituale tanto ben descritto da Mur­doch, per bocca della miste­riosa Honor si trova forse un’ulteriore let­tura: «Sono come una di quelle teste tagliate che usa­vano le tribù pri­mi­tive o gli alchi­mi­sti; le unge­vano d’olio, e met­te­vano una scheg­gia d’oro sulla lin­gua per­ché con­di­vi­des­sero le loro pro­fe­zie. E chissà, forse una lunga con­sue­tu­dine con una testa tagliata potrebbe por­tare a una cono­scenza dav­vero ano­mala delle cose. Ma tutto ciò è lon­tano dall’amore».

Che l’idea di inti­mità sia tan­gente a quella di amore è un dato che attra­versa la sto­ria del pen­siero e delle sue nume­rose rap­pre­sen­ta­zioni. Altret­tanto nota è la con­fu­sione che spesso viene a con­fi­gu­rarsi tra i due ter­mini — limi­trofi, sci­vo­lo­sa­mente con­ti­gui ma che a ben guar­dare non sono sino­nimi. Del resto «ci sono per­sone, com­prese quelle accop­piate o spo­sate, che mai, in tutta la loro vita, sono entrate in inti­mità». Hanno vis­suto per anni l’una accanto all’altra ma senza per que­sto imma­gi­nare di spor­gersi, anzi «non ne hanno nem­meno sospet­tato la pos­si­bi­lità; non hanno mai oltre­pas­sato que­sta soglia, non ci hanno nem­meno pen­sato (…) L’Altro è diven­tato un essere fami­liare ma non intimo». Con­cen­tran­dosi invece sull’intimità come risorsa, si può fare uno spo­sta­mento; di que­sto ci informa Fra­nçoise Jul­lien nel suo De l’intime. Loin du bruyant amour (Gras­set, 2013), fine­mente tra­dotto da Rosella Prezzo. Ideal­mente seconda parte del ragio­na­mento comin­ciato nel 2011 con Phi­lo­so­phie du vivre (Gal­li­mard 2011), il sag­gio di Jul­lien Sull’intimità. Lon­tano dal fra­stuono dell’amore (Raf­fello Cor­tina, pp. 191, euro 14) apre a una accu­rata disa­mina della que­stione, anzi­tutto pre­ci­sando che l’intimità è il con­tra­rio dell’intimistico. Ha piut­to­sto a che vedere con il para­dosso dell’accostarsi al limite. Accolta molto meno di quanto si imma­gi­ne­rebbe, nell’uso comune rap­pre­senta ciò che è celato, adden­sato all’interno delle cose e al fondo della sog­get­ti­vità, poi rin­trac­cia­bile anche in un fuori che deter­mina una rela­zione con altro da sé.

L’intimità è infatti una pros­si­mità con se stessi e con altri, deter­mi­nando secondo Jul­lien il dop­pio segno di rac­co­gli­mento — stando pro­fon­da­mente presso di sé – e di con­di­vi­sione – toc­cando altret­tanto pro­fon­da­mente l’altro da sé. Il pas­sag­gio ulte­riore sta­bi­li­sce l’implicazione di interno ed esterno, cioè quando si arriva al pro­prio intimo, al limite di un interno, si trova anche l’apertura verso gli altri, le altre.

Una morale indiziaria

Idea sug­ge­stiva, in molti hanno pro­vato a pen­sarla: «L’intimità non è tanto la feli­cità per­fetta quanto l’ultimo passo per arri­varci». Sten­d­hal nel suo De l’amour sem­bra esserne sicuro, un po’ meno Roland Bar­thes quando nei suoi famosi e bel­lis­simi Frag­ments cita l’intimità in rela­zione alla ferita nel cen­tro del corpo, più è aperta e «più il sog­getto diventa sog­getto»; tale, pro­se­gue, è la ferita d’amore che non rie­sce a richiu­dersi. Secondo Jul­lien più sem­pli­ce­mente «in un mondo che si rove­scia, in un totale ribal­ta­mento, l’intimità, a sua volta, si rove­scia e fa pre­ci­pi­tare». E quindi spesso viene scan­sata pro­vo­cando per­dita e mise­ria affet­tiva – che è sem­pre simbolica.

Per Jul­lien è così impor­tante porla all’attenzione che può essere addi­rit­tura con­si­de­rata l’inizio di una morale sep­pure indi­zia­ria, senza quindi un fon­da­mento neces­sa­rio ma aperta alla cate­go­ria della pos­si­bi­lità – e, come direbbe il filo­sofo, di vita­lità. Si chia­ri­sce meglio cosa Jul­lien intenda quando avverte che l’intimità non è un valore, né tanto meno una virtù, non si ammanta di nes­sun dover essere. E anche se non rimanda imme­dia­ta­mente a una respon­sa­bi­lità è pur vero che sce­glien­dola ci si impe­gna. Si può rispon­dere al suo appello, oppure no.

Forse è suf­fi­ciente dire che sia l’intimità che l’amore, espe­rienze entrambe, pos­sono acco­starsi peri­co­lo­sa­mente al fra­stuono se non se ne capi­scono i segnali; insieme a Lily Bri­scoe creata da Vir­gi­nia Woolf nel suo To the lighthouse, potremmo spin­gerci allora a con­si­de­rare che desi­de­rare l’intimità stessa è cono­scenza. Anche Iris Mur­doch e Fra­nçoise Jul­lien non potreb­bero che essere d’accordo. In fondo «Chi sa che cosa siamo? Che cosa pro­viamo? Chi sa, per­fino nel momento dell’intimità, que­sto è sapere?»


(il manifesto, 21/7/2015)

di Letizia Paolozzi

 

Sono nel Gruppo del mercoledì, quello che riflette sulla cura delle relazioni. Ci incontriamo più o meno ogni dieci giorni. Prevalentemente a casa mia, oppure di Elettra. Verso le otto di sera, dopo discussioni, appassionamenti sballati, un girare a vuoto e l’intuizione che finalmente balugina dai nostri discorsi, arrivano le “fiancheggiatrici” ovvero le relazioni inseparabili di ognuna di noi. Giacché abbiamo parlato o discusso o questionato fino a quel momento, la cena va preparata in anticipo: sugo per la pasta, verdura da ripassare, piatto che “basta scaldare nel forno”? Bisogna escludere l’aglio che sennò Fulvia diventa un vampiro; evitare la carne perché Bia è vegetariana. Quando arrivano gli apprezzamenti, anche la riunione acquista un sapore più buono. Ho pensato a questo legame tra cibo e politica ascoltando alla Cascina Triulza, appiccicata al Padiglione Corea dell’Expo, la presentazione di «Fuochi. La cucina di Estìa» della Libreria delle donne di Milano, con Liliana Rampello, Sabina Ciuffini, Rosaria Guacci e alcune tra le autrici che si firmano “Cuoche Varie”. Ma intanto, chi è Estìa? La dea del focolare. A lei si deve l’arte del costruire. Protegge i poveri e i mendicanti. Non prende parte alle guerre degli uomini e degli dei. Le piace viaggiare e fermarsi nelle città greche dove viene bene accolta. Tanto da aver lasciato a Dioniso il suo posto alla mensa degli dei. Le “cuoche varie” che compongono il gruppo di Estìa sono Ida Farè, Stefania Giannotti, Annamaria Rigoni, Clelia Pallotta, Rossella Bertolazzi, Ottavia Colabella. Varie nei mestieri: architetta, esperta in comunicazione, precaria, docente al Politecnico, formatrice, giornalista. Varie nel carattere: una lunatica, l’altra bizzarra; l’altra ancora dispotica, prepotente, mite, taciturna. Però tutte «legate da un piacere, un vizio, una passione, una mania, una fissazione comune: cucinare» scrive Liliana Rampello, che di questa varietà femminile ha incrociato i fili seguendone il tragitto. Un tragitto altalenante tra il fare e il donare dove bisognava tracciare «una circolarità tra l’alto e il basso, tra il mangiare, il pensare, il discutere». Diciamo così: bisognava mettere in parola la memoria attraverso una vera e propria strategia narrativa dei ricordi, dei lutti che ti assalgono all’improvviso, delle esperienze, delle conoscenze accumulate da sei donne. Che sono personaggi e sono protagoniste, capaci di comporre una storia comune, quella di un luogo del femminismo dove è cambiata la vita di tante. A partire dalla sua fondazione, nel 1975. La vita di tante è cambiata anche per via della cucina. Ora, a via Calvi 29, è spaziosa, con il tavolo d’acciaio al centro e fuori, nel cortile, persino un glicine. Una radio e un apparecchio permette alle “cuoche varie” di ascoltare gli incontri che si svolgono in sala. Verso le sette una di loro, il viso arrossato dal fuoco dei fornelli, con il grembiule, si presenta in sala e scandisce: gnocchi di semolino alla romana, gnocchetti di ricotta e spinaci, involtini di carne alla palermitana, insalata di finocchi e arance, Tarte Tatin. Chi si ferma? Alzi la mano. Prosegue il dibattito. Poi ci sarà la cena. Dalle parti del Circolo della Rosa – Libreria delle donne, la cucina custodisce i corpi e i pensieri, il gusto e l’intelligenza domestica, il necessario e l’amore materno. Operazione non semplice dal momento che «la cura in cucina si gioca tra competenza e affanno, curiosità e sicurezza, e soprattutto nell’incontro con l’imprevisto. Ma c’è un ultimo fattore, raccomandato dalla dea, che forse è il più importante, ed è la misura. La misura è una lotta tra il troppo e il troppo poco, che in cucina si esprime con il misterioso q.b.» osserva Ida Farè. Peraltro, se ci pensate bene, la cucina è nemica di qualsiasi ipotesi colorata di manicheismo: deve agglomerare, fondere, mescolare. Impedire che un sapore prevalga sull’altro ma imporre che ogni sapore (e odore, profumo) abbia la sua ragion d’essere. Prima dunque della cena, a turno oppure insieme “cuoche varie” sminuzzano, tagliano, impastano, friggono, montano le uova (con il frullino elettrico, con la frusta che batte a mano). Escogitano ma si piegano al ripetitivo e al quotidiano. Sovente si arrangiano perché «si cucina con quel che c’è» dice Annamaria Rigoni e racconta che oggi non esisterebbe «se i miei antenati, poveri montanari, non avessero potuto allevare mucche, pecore, capre, galline, che si nutrivano di ciò che c’era nei prati e davano loro carne, latte, uova. Erano anche un po’ coltivatori, seminavano l’unico cereale che a malapena giungeva a maturazione, il “formenton” (o grano saraceno), e un po’ di verdure nell’orto, ma non sarebbe certo stato sufficiente per consentire loro di vivere. Anche per la loro capacità di resistere in un ambiente ostile, ho scelto di mangiare “quel che c’è”, che la vita vegetariana è vita di pianura, dove il grano e le verdure crescono in abbondanza». Il gruppo di Estìa pesca dalle tradizioni, dai gesti che contengono un antico ordine del mondo. Quest’ordine non deve sparire. Assieme all’invenzione di un mondo nuovo che il libro ci consegna, con le ricette e un glossario finale. D’altronde, il cibo è un linguaggio. Annota Stefania Giannotti che «il cibo è percorso facile e abbreviato, per favorire la comunicazione. È un piacere da donare e condividere, per di più un piacere del corpo, quindi forte,ma anche praticabile e spendibile con leggerezza. Non ci sono altri modi per scambiare il piacere del corpo oltre al sesso, assai più problematico. In questo senso è oltre e di più del mero nutrimento e se ne va lontano dal ruolo e dall’accudimento. Entra nella gratuità della relazione». Provate a friggere le olive ascolane e vedete se continuate a versare lacrime sul fidanzato che vi ha lasciate. «Il fritto chiede concentrazione e leggerezza, il suo tempo e il tempo di farlo arrivare caldo a chi lo mangerà. Caldo e non tiepido e men che meno freddo. Friggere è una forma primaria del cucinare per me; ad Ascoli Piceno, la città da cui provengo, si frigge quasi tutto» si stupisce Clelia Pallotta che in cucina ci sta “in modo non servile ma servizievole”. Tutto questo è la “cucina relazionale” del gruppo di Estìa. A dimostrazione che gli scambi simbolici passano anche attraverso il senso che viene attribuito al far da mangiare.

di Alessandra Pigliaru


«Sarà una narrazione scivolosa, in un imperfetto continuo, assoluto, che divori via via il presente fino all’ultima immagine di una vita». Così chiosa Annie Ernaux, riferendosi al suo libro pubblicato in Francia nel 2008 e di recente tradotto da Lorenzo Flabbi per L’orma editore con il titolo Gli anni. Conclusa la lettura, un senso di gratitudine potrà pervadervi senza alcun preavviso. In questo splendido, sorprendente e a tratti commovente volume, Annie Ernaux restituisce infatti una scrittura, la sua, di impareggiabile eleganza e profonda competenza. Per sua stessa ammissione, si tratta di un’autobiografia impersonale, dando a questa accezione il carattere potentemente materiale di chi preferisce il noi collettivo a un io singolare, passando specularmente a un «lei», cioè a questo «continuamente altro».

Se è vero che siamo impastati dal tempo, è altrettanto vero che per Ernaux il mondo non finisce in una totalità di fatti e che la storia, avendo il coraggio di vedere cosa si agita alle proprie spalle, non è una sola catastrofe che accumula rovine. L’occhio di una scrittura sapiente sa che la lungimiranza è anche un’attitudine da applicare al tempo. Saper tessere corpi e memorie significa dunque non solo una mera passione antiquaria verso la ricostruzione, né la tentazione di trovare un inventario – seppur preciso – da condividere nostalgicamente. Imbastire un’autobiografia impersonale come quella di Ernaux risulta invece un gioco più crudele e azzardato, un transito terso di date e accadimenti affilati che dal dopoguerra arriva ai giorni nostri, una posta in gioco che spinge lontano dall’ineffabilità di un mondo intermittente e che invece viene convocato, ancora e ancora, per appropriarsi della realtà, della letteratura come «strumento di lotta», e della lingua con cui «contava di agire su ciò che la faceva ribellare».

Che la materialità dell’esistenza sia il punto di partenza di Annie Ernaux è un dato incontrovertibile. Lo ricorda appena possibile, commentando anche i suoi libri apparentemente più introspettivi – come Il posto, sulla morte del proprio padre – che invece confessano l’indiscutibile guadagno della sua formazione politica e culturale, del suo sentirsi transfuga da una classe sociale a un’altra, del suo aderire al femminismo materialista francese, del suo nomadismo dalla provincia alle periferie parigine. Gli anni acquista tuttavia maggiore scavo, il processo inesorabile a cui sottopone la propria memoria è il ritratto di una intera coscienza collettiva che dagli anni ’40 del post-liberazione arriva fino ai nostri giorni. Anni descritti perimetrando i molti mutamenti conosciuti: dalla lingua dell’infanzia, miscuglio di francese e patois ricordata come indissolubile dai familiari «corpi stretti» dalle tute da lavoro, fino al suo disconoscimento verso una lingua appresa in età scolare, estranea e al contempo rigenerante. Tutti elementi che vanno a costituire un lessico corrispondente alla contingenza: dapprima la funzione precisa degli oggetti, ogni cosa dotata di un preciso valore d’uso doveva infatti trovare una adeguata sistemazione in un’economia della scarsità, del mondo, delle spiegazioni, l’astuccio, il barattolo dei biscotti, i giornali, il collo delle camicie e i cappotti aggiustati in un sottofondo silenzioso che cercava nominazione, insieme al tempo che si aveva di «desiderare le cose. Possederle non deludeva mai». E quelle che invece non c’erano ma che venivano computate interiormente nel confronto con le altre e gli altri. Il rigore, che ancora non si era depurato dalla vergogna, per la propria coscienza sociale e il cruccio di metterlo in parola.

Gli anni Cinquanta si inanellano per Ernaux alla prima cognizione rispetto ciò che accade fuori di lei, una distanza siderale tra passato e presente di cui però avverte solo lo stridore della personale misura critica non ancora individuata. Aggirandosi come un Roquentin sartriano, racconta, con l’imbarazzo di non riuscire ad autorizzarsi verso l’opacità del reale, Ernaux sa che l’Europa è già tagliata in due e che l’Algeria è imbrattata di sangue. Comincia però a mutare il catalogo della cultura materiale anche se il progresso non ha ancora un aspetto tempestoso: se ne avevano i mezzi, «grazie alle cose le persone potevano contare su un’esistenza migliore». E quel «lei» della scrittura che prende il proprio corpo tra le mani e comincia a rivolgersi alla propria sessualità, al mercato matrimoniale che si faceva sempre più consistente, con ragazze in abito bianco che sei mesi dopo danno alla luce paffuti bambini rigorosamente prematuri. La lingua comincia a diventare il significante di un conflitto non agito e di lì a poco potentemente espresso, gli anni Cinquanta volgono al termine e anche se non si riesce ancora a dire che no, l’esistenza dei corpi non può essere data in pasto agli imperativi categorici e all’ontologia, la giovane Annie tocca finalmente la necessità del proprio di corpo, nonostante «da noi ci si aspettava che accettassimo con naturalezza il perpetuarsi delle cose. Messi di fronte a quel futuro prestabilito avevamo confusamente voglia di restare giovani a lungo».

È a quest’altezza il desiderio di una nuova grammatica che possa dire la materialità su un piano più stringente, di verità. Immanenza, cattiva coscienza e alienazione ma anche la pretesa di impadronirsi del mondo e rovesciarlo di segno. Un ribaltamento che da lì a poco, per la prima volta, non coinciderà più con uno straniamento singolare, le foto che ogni tanto inframezzano la narrazione – che sono poi foto di Ernaux che lentamente muta il proprio corpo, capelli e luminosità dello sguardo – improvvisamente e già coincidono brutalmente con il passaggio a un mondo lontano da quello operaio e del negozietto dei suoi genitori. È a questo punto, nell’irriducibile coscienza di sé e degli anni a venire, che si spezzetta il passato in una dislocazione di piani e ricordi. «Più ancora che un modo per affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà». È tuttavia ancora sicura di non avere una personalità ben delineata, «non c’è nessun rapporto tra la sua vita e la Storia, tuttavia le tracce di quest’ultima sono già strettamente collegate a sensazioni personali, il freddo grigiore di un mese di marzo – sciopero dei minatori -, l’umidità di un fine settimana di Pentecoste – la morte di Giovanni XXIII -, la frase di un amico Tra poco scoppia un’altra guerra mondiale – la crisi di Cuba».

Si ritrova madre prima di poter immaginare la decostruzione del meccanismo di riproduzione. Sposata e con un posto fisso, accoglie l’intelligenza di dire per la prima volta io, di sentirne il rintocco in un tempo che diventa abbacinante e che trasforma la repressione silenziosa in un’esaltazione collettiva. Le parole dei filosofi che si sono affrettati a interpretare il mondo non hanno capito che bisogna mutarlo. Rovesciare la dialettica e guardarla dal basso. «Il 1968 era il primo anno del mondo». Il Maggio francese arriva per Ernaux come un punto bruciante, da lì in poi agognato nella sua replica che non tornerà più. È tuttavia il momento più alto della nominazione del mondo, che continua a rimanere imperfetto rispetto tutto ciò che accade ma che si solleva potente come la rivoluzione a un soffio. La distanza tra passato e presente ora prende un’altra forma per lei, quella di una nuova e perversa domesticazione subita, in cui allo stridore di ciò che poteva significare una nascita inedita si affianca l’avvio di una narrazione degli anni Settanta all’insegna del rimosso, la lotta armata, le impiccagioni in carcere e quel desiderio costante di rivoluzione che solo a sperarla ancora «era diventato ignominioso». Compare un soggetto che deve misurarsi con la complessità di quel presente, dove «il tempo dei figli rimpiazzava il tempo dei morti».

Così Ernaux arriva a delle dense pagine sul passaggio alla cosiddetta crisi degli anni Ottanta, al cambio di segno cui sono state sottoposte le ideologie e alla «legge naturale» dell’impresa come possibilità di salvare il mondo. La complicanza della lingua ridotta a un vicolo cieco mentre «lo stupore si affievoliva». Quindi l’elezione di Mitterand e la rottura dopo le sue dichiarazioni di guerra contro Saddam, «saranno le armi a parlare», infine la difficoltà – anche nella prossemica -, spiegata in maniera magistrale, di confrontarsi con le proprie e i propri studenti rispetto un’esperienza di totalità impossibile da trasmettere e comunicare. Soprattutto la sua esperienza di donna, soprattutto i punti del già acquisito e sudato che puntellano un percorso di libertà, la contraccezione, l’aborto che usciva dalla clandestinità e una sessualità femminile urgente, inaggirabile.

Il lavoro letterario e politico svolto da Ernaux è talmente vasto che «la sua vita potrebbe essere raffigurata da due assi perpendicolari, su quello orizzontale tutto ciò che le è accaduto, ha visto, ascoltato in ogni istante, sul verticale soltanto qualche immagine, a sprofondare nella notte».

La dissoluzione delle categorie per leggere il contemporaneo non chiude Gli anni che invece resta aperto alla discussione e al dibattito come un lungo, ispirato e imperdibile documento sia politico che culturale, incarnato nella voce di una donna che non smette di tendere un filo verso se stessa. A questo proposito, è interessante come la lontananza dal centro di una politica svuotata di significazione, si presenti come contrappunto al ricordo della propria madre – a cui, si dica per inciso, Annie Ernaux dedica un libro di notevole bellezza, Une femme (trad. it Una vita di donna, 1988). La mente va in particolare agli ultimi anni vissuti con la propria madre, malata di alzheimer. In quelle frasi materne dettate dalla malattia riemerge alla memoria il corpo «per sempre appannaggio di un solo essere al mondo, sua madre». Non i consigli ritornanti ma comuni a molte altre, non le consuetudini di accudimento ma quelle specifiche frasi alterate rispetto la realtà codificata che tuttavia aprivano una breccia tra le due. E nella mancanza di linearità, nell’abbandono di una esigenza spiegatizia a tutti i costi, la curvatura del tempo fa uno strano giro e consente ad Ernaux di abbracciare nuovamente il mondo, e molto di più di ciò che si riesce a scucire e restituire: «forse un giorno saranno le cose e la loro denominazione a essere scollegate e lei non potrà più nominare la realtà, ci sarà soltanto un reale-dicibile (…), salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più».

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Annie Ernaux, Gli anni, L’orma editore, pp. 266, euro 16

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(www.societadelleletterate.it, 07/2015)

Un percorso nel volume Prospettive femministe (Caterina Botti, Espress Edizioni 2012) di Laura Colombo


Poche decine d’anni sono nulla in confronto ai millenni di egemonia nella storia del pensiero (e non solo) eppure le donne, in un soffio, sono riuscite a dare alla loro presenza il segno forte della consapevolezza e così il pensiero femminista oggi può dare un ricco contributo alla riflessione morale, “quando essa si articoli intorno ad alcune questioni che caratterizzano la nostra quotidianità”[1]. Questa la tesi che sottende il volume di Federica Botti Prospettive femministe, che si addentra nei temi classici della bioetica – aborto, pma, neonati estremamente prematuri, fine vita – orientandosi con l’elaborazione femminista per proporre una nuova visione. Il corpo femminile è stato il luogo di conflitto fra uomini e donne, la posta in gioco essendo il controllo del corpo fertile e il dominio maschile. “L’idea che le donne siano più prossime al mondo materiale, ai sensi, alla generazione, all’animalità, alla natura e lontane o prive di ragione e, in quanto tali, soggetti inferiori o più deboli o comunque da tutelare, resiste anche al variare dei paradigmi filosofici e delle interpretazioni di questi stessi termini, come anche ai cambiamenti sociali che avvengono nei secoli successivi”[2].

Tuttavia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la Storia è stata attraversata da forti passioni politiche, dalla ribellione dei giovani, dalla ricerca di culture alternative a quella occidentale e in questo clima prende avvio il movimento delle donne, o meglio, il femminismo della seconda ondata. Come spiega bene Caterina Botti nella prima parte del suo volume, si possono “distinguere due strategie femministe. La prima è quella cha ha per fine l’emancipazione (o liberazione) della donna da una condizione di oppressione e discriminazione. […] Venendo, invece, al femminismo radicale e poi a quello della differenza, lo scopo in questo caso è quello di conquistare la libertà (e non l’emancipazione o la liberazione) delle donne; soprattutto la libertà di rappresentare se stesse a partire da sé, non negandosi nella figura dell’androgino o dell’astratto «essere umano», né assimilandosi all’uomo né tantomeno rimanendo prigioniere della rappresentazione maschile della donna”[3]. A mio parere è precisamente questo il punto: in un clima politico attraversato dai movimenti, il femminismo della seconda ondata nasce distaccandosi dalle loro ideologie, dal loro linguaggio, dalle loro pratiche, nasce con il gesto della separazione dalla politica degli uomini per formare gruppi di sole donne. È stato un gesto pratico e simbolico di enorme portata: non era contro gli uomini ma per l’indipendenza da loro sguardo e dal loro giudizio, in altri termini era la fuoriuscita delle donne dall’ordine simbolico patriarcale. Per questo quella femminista è stata definita l’unica rivoluzione riuscita del Novecento, per aver incrinato un ordine che sembrava immutabile. È stata una rivoluzione dell’ordine simbolico: pensiamo al rapporto tra i sessi, cambiato completamente a causa del femminismo. La modificazione è stata rapidissima rispetto alla storia millenaria del patriarcato, che legittimava (nel senso di un’ovvietà insita nel rapporto stesso) il dominio maschile sul corpo femminile. Non sono finiti i soprusi e le violenze maschili, ma l’ordine simbolico che nella storia ha significato l’inferiorità femminile, la sottomissione delle donne e la loro costrizione in un destino già scritto è tramontato. Le femministe radicali non chiedono di essere incluse nella civiltà maschile. Invitano piuttosto ad approfittare dell’assenza dalla Storia, per ripensare la vita e il mondo.

Ritengo che la posizione radicale sia anche oggi essenziale, perché i temi bioetici hanno come fulcro il corpo femminile, corpo capace di generare, su cui continua il conflitto fra uomini e donne. Così Caterina Botti, facendo tesoro degli sviluppi del pensiero femminista che non si arrende al nichilismo o al relativismo morale, parte dall’importanza della virtù della cura per mettere al centro la virtù della consapevolezza. Si tratta di una virtù che ha a che fare con la capacità di sospendere i giudizi senza sospendere la cura, anzi di fare della sospensione del giudizio una forma di cura, una trasformazione di sé verso gli altri. Per Caterina Botti, dunque, il punto di partenza per scardinare l’universalismo della morale è l’etica della cura, che “pone al centro la capacità (data o da sviluppare, femminile o umana, a questo punto non è rilevante) di essere solleciti nei confronti dei bisogni degli altri individui nella loro particolarità e nella loro matrice relazionale. L’etica della cura dunque è una moralità dell’agente, più che dell’azione, centrata sull’attenzione alle relazioni e ai diversi contesti in cui gli individui interagiscono, più che su procedure razionali che astraggono dal contesto e dalle particolarità di ciascuno proprie invece delle morali universalistiche”[4]. Per il passaggio dalla virtù della cura a quella della consapevolezza Caterina Botti fa leva sulla possibilità di percepirsi immaginativamente. È, dico io, una posizione pratica che le donne sanno molto bene non a causa di una loro particolare essenza o natura, ma proprio per le invenzioni che hanno saputo trovare dentro a una condizione che le voleva mancanti, invenzioni che hanno portato alla scoperta della singolarità. Le donne hanno saputo fare della singolarità un microcosmo (che è un universo) fatto di materia e spirito insieme, superando la dicotomia patriarcale fra alto e basso, anima e corpo, natura e cultura. Di più, la scoperta della singolarità è già superamento dell’individualismo, per la capacità di percepirsi come essere umano in carne e ossa, già preso in una serie di relazioni. A partire da questa particolare posizione, quindi, è possibile spingersi oltre l’etica della cura e Caterina Botti pone “accanto alla virtù della cura o della sollecitudine, la centralità di una virtù della critica di sé, della consapevolezza dei propri limiti o dell’umiltà. […] Questa virtù dovrebbe rinviare alla consapevolezza che andare incontro agli altri vuol dire anche mettere in discussione ciò che si pensa di sé e di loro, cioè esporsi, ascoltarli e trasformarsi, pur non potendo nel fare questo uscire completamente e da sé e dai propri limiti”[5].

A partire da queste premesse l’autrice, nella seconda parte del suo libro, inizia a descrivere il contributo del pensiero femminista in bioetica, affrontando gli interrogativi morali posti dalle procedure mediche che hanno modificato la nascita, la riproduzione e la fine della vita. Ripercorrendo i punti di vista del femminismo, sottolinea come nell’applicazione ai casi della bioetica il paradigma morale della cura abbia riscosso particolare interesse. Recentemente su questo tema è uscito il libro di Letizia Paolozzi Prenditi cura (et al. 2013), che dà conto delle ultime riflessioni femministe in questo ambito, facendone materia politica, a partire da un documento di un gruppo della Casa Internazionale delle donne di Roma.
Caterina Botti fa riferimento a quella concezione della morale in cui è cruciale la capacità o la virtù di essere solleciti nei confronti dei concreti bisogni degli altri. Capacità o virtù che richiede l’ascolto, il dialogo e l’immaginazione. Quest’ultima ci mette in grado di rivedere e allargare il nostro punto di vista e sentire meglio ciò che è in gioco in una determinata situazione. A mio parere il discorso intorno al corpo diventa filosoficamente e politicamente interessante quando non è separato dalla pratica politica originaria del femminismo radicale, racchiusa nella famosa formula “il personale è politico”, proprio perché da qui può nascere una nuova politica e un nuovo pensiero. La stessa Federica Botti è familiare a questa pratica quando scrive. Possiamo citare, oltre a questo libro, anche il meno recente Madri cattive (il Saggiatore 2007) in cui, a partire dalla sua esperienza, si interroga coraggiosamente sui motivi del silenzio intorno alla gravidanza e sul perché il discorso pubblico eviti di riconoscere le donne come soggetti e agenti morali già in relazione, anche durante la gestazione.

Tornando alla storia che ha accompagnato la legislazione sull’aborto, vediamo come la politica istituzionale abbia dovuto (o avrebbe dovuto) confrontarsi con il discorso femminile sul corpo che proponeva la possibilità di depenalizzare, ovvero sottrarre all’intervento legislativo, un aspetto intimo della realtà umana femminile. Lo Stato sull’aborto non doveva legiferare, ma lasciare alla volontà, ai desideri e alla competenza delle donne la possibilità di risolvere la contraddizione posta da una gravidanza non desiderata, materia che esige il desiderio femminile. Sappiamo bene che il dibattito sulla depenalizzazione è ritornato attuale nel caso del referendum sulla procreazione assistita del 2005. Il punto politico forte del femminismo radicale è quindi, più in generale, che non si tratta di battersi per i diritti delle donne (dove lo Stato è la controparte), ma che lo Stato faccia un passo indietro quando si tratta del corpo delle donne, puntando sullo scambio tra donne, sulla misura e la capacità di autoregolarsi che deriva dalle relazioni e dalle pratiche tra donne. Quindi se guardiamo all’aborto, alle tecnologie riproduttive, alle questioni del fine-vita e in generale alla bioetica, la lotta politica del femminismo radicale è stata ed è la capacità di creare un vuoto di norma e di farne un luogo di effettiva libertà (non di pura licenza) per donne e uomini, con senso di viva responsabilità verso le persone più deboli. Caterina Botti, a partire da questo punto politico, propone una “ricostruzione della moralità […] che parta, in primo luogo, da una considerazione relazionale della condizione umana, che consideri cioè che gli individui nascono, si sviluppano e vivono in reti di relazioni […]; in secondo luogo, che consideri che la moralità o la virtù degli individui si caratterizzi nei termini del loro essere solleciti nei confronti degli altri con cui sono in relazione e abbia quindi a che fare con il saper gestire tali relazioni”[6]. In merito all’aborto, per esempio, Caterina Botti tenta di sciogliere il nodo della presunta colpa etica di chi abortisce, mettendo a tema la competenza morale delle donne. Il valore della scelta femminile, di fronte a una gravidanza o all’aborto, non va rivendicata sulla base di uno spazio vuoto di libertà, ma di uno spazio pieno di responsabilità, che emerge dalla peculiarità dell’esperienza stessa della gravidanza. “La donna è quindi sì libera di decidere, ma non lo fa come una persona qualsiasi, lo fa come colei che è in quella specifica relazione e se ne sente responsabile”[7]. I conflitti ci sono, in primis con l’altro sesso, ma sulla riproduzione la prima parola e l’ultima va lasciata alle donne e ciò non significa negare la parola agli uomini ma dare valore al conflitto, sia quello interno a sé che quello con l’altro, proprio perché vi è una forte asimmetria delle parti in causa che deve essere riconosciuta per creare lo spazio in cui la parola può darsi. Nella gravidanza il corpo femminile fa esperienza dell’essere due in una, posizione che scalza immediatamente quella dei diritti contrapposti (il diritto alla vita dell’embrione, quello della donna di abortire, quello dell’uomo di diventare padre): è dall’accettazione profonda da parte della donna della vita che ha dentro, dal consenso che intimamente lei dà, che può svilupparsi una relazione con la creatura che porta in grembo e una nuova vita umana. Per questo sull’aborto Caterina Botti riprende la posizione della depenalizzazione, per rimettere al centro la responsabilità delle donne. Dando valore alla loro scelta e competenza di diventare o meno madri, viene riconosciuta la responsabilità esercitata nelle relazioni, a partire da quella con l’embrione e poi quella con l’eventuale partner e gli altri significativi per sé.

Il tema della responsabilità, insieme a quello dell’asimmetria tra i sessi, ritorna anche quando si parla di procreazione assistita. Caterina Botti ci tiene però a ribadire che non c’è misura esterna che possa dire cosa è giusto fare, non c’è un ordine superiore, ma si tratta di fidarsi e di confidare nelle relazioni. L’unica cosa che, di nuovo, può fare ordine è il primato della soggettività femminile, con le sue competenze e il suo maggiore coinvolgimento, non solo mentale e immaginativo, ma anche fisico. “La mia tesi è che a causa della specialissima relazione che instaurano con il feto durante la gravidanza, le donne avvertono […] in modo più pressante la responsabilità della scelta e quindi decideranno con più attenzione e scrupolosità, ponderando in modo migliore le informazioni disponibili, ovverosia in modo responsabile”[8]. Passando dal livello morale al livello legale, ancora una volta queste considerazioni dovrebbero portare a scegliere impianti normativi leggeri. Speriamo che Botti in un futuro libro affronti in modo più approfondito le problematiche che riguardano la procreazione surrogata (la scelta della maternità per altri), qui solo accennate.

Anche riguardo al delicato tema del fine-vita e del testamento biologico, Caterina Botti parte dalla consapevolezza delle competenze delle donne, che da sempre si sono occupate non solo di nascite e bambini, ma anche di malati, anziani e moribondi. Ancora una volta, il principio morale della libertà (non disincarnata) e della responsabilità può offrire un orientamento, perché si basa sulla centralità della soggettività e della relazione con l’altra, l’altro. Così Caterina Botti presenta un ulteriore rovesciamento di prospettiva: partendo dai diritti dei malati arriva ad argomentare l’indifendibilità, da un punto di vista morale, di un medico che non tenga conto delle volontà del paziente. Certamente il discorso della soggettività e della scelta del paziente è più delicato e c’è forte disparità tra medico e paziente. Tuttavia, sulle relazioni “dispari” l’esperienza femminile del prendersi cura di una creatura piccola, totalmente dipendente, ha molto da dire. Quindi di nuovo assume una posizione di primo piano la relazione, l’unica dirimente: in questo caso si tratta della relazione medico-paziente, ma anche della relazione tra il paziente e la persona di fiducia scelta, se si tratta di un eventuale testamento biologico.

In conclusione, questo libro ci mostra che in questo momento storico a dir poco difficile, assumere come orientante il punto di vista soggettivo delle donne con le loro competenze relazionali, ci permette di ripensare la civiltà, tenendo insieme responsabilità e libertà.

[1] C. Botti, Prospettive Femministe, Espress Edizioni, Torino, 2012, p. 89

[2] Ivi, p. 20

[3] Ivi, p. 29

[4] Ivi, p. 47

[5] Ivi, p. 56

[6] Ivi, p. 109

[7] Ivi, p. 111

[8] Ivi, p. 163


(BIOETICA Rivista Interdisciplinare, Anno XXII n. 1-2, dicembre 2014)

di Gemma Pacella

Riflessioni sul libro La Grammatica la fa … la differenza!
Casa Editrice Mammeonline

 

Ho partecipato attivamente alla nascita del progetto che si è concluso con la redazione di questo libro.

La grammatica la fa… la differenza! non è solo un libro sul linguaggio sessuato, non prova a spiegare cos’è il linguaggio non sessista né tanto meno a dettare regole ottriate su come usarlo. Semplicemente lo pratica. Le filastrocche, le fiabe e i giochi sono stati scritti rispettando il genere grammaticale. E’ rivolto alle bambine e ai bambini di età scolare, negli anni in cui si apprendono le regole della grammatica. Vuole rinforzare la conoscenza della sintassi in relazione al sé, alla consapevolezza del sé sessuato. Raggiunge anche le loro e i loro insegnanti allo scopo di sciogliere alcuni dubbi e fornire loro uno strumento di orientamento pratico, per non scivolare in paradossi sessisti. Naturalmente, l’idea è quella di far emergere la radice sessuata degli aspetti non linguistici, la scelta politica del nominarsi, la cura delle parole, argomenti trattati nell’opuscolo collegato al libro.

L’idea iniziale è scaturita dal desiderio di raccontare del mio rapporto con il linguaggio sessuato. Indagare la mia relazione intima, profonda, cresciuta col tempo, con il linguaggio. L’incipit è stato: voglio significare la mia differenza con un linguaggio diverso.

Non ricordo quando, per la prima volta, ho scelto di utilizzare il linguaggio sessuato. So solo che inizia dal pensiero della differenza, madre del mio indagare. Il linguaggio sessuato è forma della differenza sessuale, una differenza che è corpo, fisico, materia, il cui pensiero si mostra proprio attraverso il linguaggio. La differenza sessuale vuole dirsi, desidera parlare, si vuole significare. E cosa può renderlo possibile se non il linguaggio? Spesso sento dire che il linguaggio sessuato è solo una questione di forma. Il ragionamento non regge di fronte al fatto che la lingua riflette un pensiero che a sua volta riflette il modo di essere, di viversi donna. Le parole indicano la differenza e le danno voce. Il punto è questo: che cosa vogliamo. Se la lingua è veicolo, canale della differenza di genere allora va utilizzata per dare un senso alle parole. Bisogna inventare parole diverse? A volte. Soprattutto è necessario prendere le distanze da quelle a cui siamo sempre state abituate/i, ovvero un linguaggio sessista, tendenzialmente neutrale (in realtà maschile) fatto da e per maschi, in cui, da donna non mi riconosco. Spesso, in passato, avvertivo un forte disagio nell’usare la lingua italiana. Avvertivo la sua estraneità. Col tempo ho capito che il linguaggio riflette un pensiero unico, patriarcale che si è appropriato della forma e del senso delle parole. Carla Lonzi afferma: “Il senso attribuito ad una cosa è sempre stato maschile, a tal punto che se io donna provavo ad attribuirvi il mio senso, paradossalmente la cosa dava ragione, obbediva a lui, al maschio. Perché è sempre stato così”. Il problema sta nell’abitudine, nell’aver subito nel tempo una lingua monca, fossilizzata su suoni, sensi, parole e aggettivi non rappresentativi di una cittadinanza femminile, soffocante anche per quella maschile. Una cittadinanza che è rimasta a lungo intrappolata, perché non la si diceva e nominava. Come insegnano le madri femministe, la conclusione è che ciò che non si dice non esiste. Il mondo ha bisogno di una lingua non più neutrale, non più accondiscendente agli schemi unicamente maschili, non riproduttiva di una gerarchia tra i sessi che non appartiene alle donne. Le madri femministe ancora una volta ci insegnano che le donne non hanno un equivalente della misoginia: non terrorizza il rapporto con il maschio, non si esclude la relazionalità con gli uomini. Allo stesso modo la lingua della differenza non riproduce la gerarchia e la subalternità che gli uomini hanno creato e fomentato nel tempo. Adriana Cavarero in Il potere tra i sessi, intervista Rai, ricorda: “Bianco diverso da nero uguale a bianco meglio del nero; ricco diverso dal povero uguale a ricco migliore del povero; uomo diverso da donna uguale a uomo migliore di una donna”. Ebbene, questa gerarchia non è contemplata in un linguaggio che si fa espressione della differenza sessuale. Un linguaggio non sessista non prevede l’esclusione di uno dei due sessi, non prevede l’ostracismo o l’olocausto di uno dei generi. Bensì li comprende, distinguendoli, entrambi. L’accento va posto sulla differenza. Una differenza che, in forza del suo nominarsi anche nel lessico, crea trasformazioni e civiltà. Il rapporto tra forma e sostanza (genere grammaticale e genere sessuale) è vivo, ricco di possibilità e negoziazioni.

Un’ulteriore conferma di quanto ho appena precisato sta nel fatto che questo volume è anche un libro che lavora sugli stereotipi legati ai ruoli, il che è un lavoro meraviglioso: è meraviglioso dire ad una bambina che da grande farà la medica, sicuramente non farà il medico. Maria Luisa Boccia in La differenza politica afferma che il linguaggio sessuato non significa solo mettere al centro la produzione di idee, la diffusa e crescente attività intellettuale, che pure c’è, né valorizzare le capacità femminili che pure sono pregevoli, ma il linguaggio e il pensiero della differenza può e deve manifestarsi ovunque, in modalità e su contenuti delle diverse discipline.

Ritornando al libro, non è facile utilizzare un linguaggio sessuato, proprio perché non è curato nelle scuole, nonostante l’opera meritevole di tante docenti.

La grammatica la fa… la differenza! non ha l’arroganza di porsi come una specie di bibbia, è uno strumento per poter parlare e lavorare assieme sul linguaggio sessuato. Se questa intenzione fosse rimasta solo un’idea, solo una bella idea senza la forza della condivisione non avrebbe avuto senso. Grazie ad un intreccio di relazioni tra donne e alla competenza indispensabile di Donatella Caione, con la sua casa editrice Mammeonline, questo libro è venuto al mondo e torna nel mondo. La forma (e la forza) del pensiero è diventata corpo, materia. A chi obietta che il linguaggio sessuato è cacofonico, che suona male, rispondo prendendo a prestito le parole di Lewis Carroll in Alice nel paese delle meraviglie: “Bada al senso che i suoni baderanno a se stessi”.

(libreriadelledonne.it 19 giuno 2015)

 

 

 

 

Luisa Muraro, Gugliema e Maifreda Storia di un’eresia femminista, La Tartaruga, 1985/2003

Edizione digitale della Libreria delle donne di Milano, 2015

Questo libro intenso e ormai introvabile nelle librerie torna a parlarci in digitale delle vicende di Guglielma Boema, di Maifreda da Pirovano e degli altri suoi seguaci.

Negli ultimi decenni del tredicesimo secolo fiorì a Milano un movimento religioso, relazionato con la vicina abbazia di Chiaravalle, cui presero parte donne (in maggioranza) e uomini, religiosi e laici, gente del popolo e membri di eminenti famiglie milanesi.

Figura centrale di questo gruppo eterogeneo e socialmente trasversale fu una donna laica, Guglielma, che giunse a Milano con un figlio tra il 1260 e il 1270. Non si sa quale potesse essere la meta del suo viaggio, comunque a Milano si stabilì. Secondo i suoi seguaci era di famiglia reale e proveniva dalla Boemia. In seguito fu nota come Guglielma Boema. Luisa Muraro argomenta a favore di quell’origine e discendenza (una questione su cui gli storiografi rimangono discordi).

Il gruppo di Guglielma privilegiava la terza persona della trinità cristiana, lo Spirito Santo, l’elemento dell’amore. Un punto, questo, comune a tanti altri movimenti religiosi di quell’epoca piena di tensioni e anche di ansia rinnovatrice. Gioacchino da Fiore, sul finire del secolo precedente, aveva profetizzato l’avvento di una nuova era, quella dello Spirito Santo, che sarebbe succeduta e avrebbe superato quella del Padre (Vecchio Testamento) e quella del Figlio (Nuovo Testamento). Gioacchino prefigurava inoltre una nuova comunità (Monasterium) in cui sarebbero confluite spiritualità diverse e di cui avrebbero fatto parte anche i laici sposati e le loro famiglie.

La grande singolarità del gruppo milanese stava nel fatto che Guglielma era considerata l’incarnazione attuale dello Spirito Santo, per lo meno nel pensiero dei suoi due principali seguaci, la suora Maifreda e il laico Andrea Saramita: Dio si era fatto donna in Guglielma come si era fatto uomo in Gesù.

Guglielma morì di morte naturale nel 1281 o nel 1282, e fu subito oggetto di ulteriore grande venerazione presso i suoi seguaci e nella stessa abbazia di Chiaravalle, dove le si dedicava un culto particolare e furono eseguite pitture che la raffiguravano con la Madonna o nelle sembianze di sante già canonizzate.

L’idea che in Guglielma fosse incarnato lo Spirito Santo non era gridata ai quattro venti, ma coltivata nell’ambito più ristretto del gruppo e non è dato sapere se e quanto gli stessi frati di Chiaravalle ne avessero sentore.

Il culto di Guglielma era espresso prevalentemente nelle forme tradizionali della devozione cattolica per figure di grande spiritualità, tanto che Guglielma sarebbe potuta diventare un’altra santa del popolato pantheon cattolico se non fossero giunte all’Inquisizione milanese voci o delazioni in relazione a pratiche e credenze non ortodosse dei guglielmiti.

Nell’anno 1300 fu celebrato un definitivo processo per eresia in cui, nel corso di vari mesi, furono interrogate molte persone del gruppo e loro parenti o conoscenti. Al termine del processo i principali inquisiti furono condannati al rogo. Ad altri, pentiti, furono comminate pene lievi. Con ogni evidenza fu messo al rogo anche il corpo di Guglielma, appositamente esumato dalla sua sepoltura in Chiaravalle.

Di quel processo, in Gugliema e Maifreda Luisa Muraro offre un resoconto ragionato basandosi in primo luogo sull’esame rigoroso dell’unico verbale superstite.

Muraro propone inoltre un’avvincente ricostruzione delle relazioni interne al gruppo prima e dopo la morte di Guglielma, interrogandosi in particolare sulla figura di Maifreda come “sostituta” di Guglielma.

Maifreda, dopo la morte di Guglielma, divenne la leader del gruppo, a capo di una sorta di chiesa parallela o alternativa fondata sul culto di Guglielma: risulta che, oltre ad amministrare sacramenti al pari di un sacerdote, avesse introdotto nel cerimoniale che la riguardava atti di venerazione che erano dovuti esclusivamente al Papa.

Fu, probabilmente, una delazione relativa a una messa celebrata da Maifreda nel giorno di Pasqua dell’anno 1300 a provocare un giro di vite nel processo inquisitorio già in corso.

Muraro sottolinea come il culto celebrato da Maifreda non fosse eterodosso nella forma, rimanendo nel solco della liturgia cattolica eccetto che per il fatto, questo sì scandalosamente eterodosso, che era condotto da una donna.

 

«Suor Maifreda disse messa – sono parole di Sibilla Malconzato – e aveva l’ostia e la elevò e fece tutte le cose che fanno gli altri sacerdoti per la messa». La conformità del rito metteva in risalto, per contrasto, l’elemento assolutamente nuovo rappresentato dal sesso del celebrante. Per quanto possa suonare paradossale, suor Maifreda non era un’eretica riformatrice, non aveva cioè in mente di rinnovare la Chiesa in senso morale o spirituale. Quello che pensava e voleva era un mutamento dello stato femminile […]

 

Una questione centrale affrontata nel libro è quale fosse stato il pensiero della stessa Guglielma sul tema dell’incarnazione. La questione, tra l’altro, era importante per gli inquisitori che cercavano, con il fine di poter stroncare il movimento guglielmita alla radice, qualcosa che dimostrasse che la stessa Guglielma era caduta nell’eresia prima di morire: un compito non facile, perché gli inquisiti facevano normalmente riferimento a cose che avevano sentito dire da Maifreda o da Andrea, non da Guglielma.

Gli inquisitori, osserva Muraro, non potevano comprendere appieno il mutamento simbolico implicito nella spiritualità di Guglielma, né sarebbero stati in grado di affrontarlo su un piano dottrinale complesso. E in ogni caso avevano tutto l’interesse a non parlarne:

 

La questione teologica che l’inquisitore vuole evitare è infatti quella della differenza sessuale in rapporto all’incarnazione di Dio. Del Dio incarnato in Gesù Cristo si insegna che lo ha voluto e che ha voluto essere ebreo ed essere povero e nascere a Betlemme e che ha voluto morire in croce. Ha voluto anche essere uomo piuttosto che donna? E che senso si deve dare a ciò? La ricerca spirituale di Guglielma riguardava questo tema.

 

Gli inquisitori si concentrarono piuttosto su questioni di dettaglio, chiedendo per esempio alle persone inquisite se ritenevano Guglielma superiore alla Madonna: una risposta affermativa sarebbe stata eretica in base a un punto ben definito della dottrina cattolica.

Alla fine trapelò comunque qualcosa di fondamentale riguardo a Guglielma e al suo coinvolgimento nell’eresia:

 

Guglielma stessa avrebbe insegnato che il suo corpo e quello di Cristo erano un medesimo corpo, quello dello Spirito Santo. E che di conseguenza era superato il regime della salvezza attraverso il sacrificio di Cristo.

Leggiamo le parole del verbale: Guglielma, quando viveva, disse che «dal 1262 in avanti non si sacrificava né consacrava il corpo di Cristo soltanto ma insieme al corpo dello Spirito Santo, che era la stessa Guglielma […] Perciò, continua il testo, Guglielma diceva che «a lei non interessava vedere il corpo di Cristo né il suo sacrificio, perché vedeva se stessa».

Guglielma parlava del suo corpo come luogo di una passione che si compie senza sacrifici cruenti ma semplicemente per il suo essere un corpo di donna. Si tratta dunque della passione della differenza sessuale.

 

Riguardo a ciò che veramente Guglielma abbia detto, insegnato, pensato, Muraro fa presente che noi conosciamo il pensiero di Guglielma solo indirettamente, attraverso le parole di altri e le idee elaborate da altri, oltretutto semplificate e schematizzate dalle procedure processuali.

Ciononostante, il libro riesce a restituire Guglielma come una figura di grande respiro, una donna che non si esprimeva in modo dottrinale ma sapienziale. Le affermazioni che le sono attribuite durante il processo non furono il contenuto di prediche pubbliche, bensì parole dette in situazioni concrete, personali, in una intimità di soggetti. Più di una volta qualcuna/o del gruppo chiese a Guglielma se era vero, come aveva sentito dire da altri, che lei era lo Spirito Santo. Guglielma negava incollerita dicendo che era una donna in carne ed ossa, nata da una donna e da un uomo ecc.: un atteggiamento che si può attribuire alla saggia volontà di proteggere il gruppo dei seguaci insieme con se stessa, ma anche al rifiuto di essere incasellata dentro una formula, una definizione teologica.

 

(www.gasparastampa.es, maggio 2015)

 

la politica e la poesia richiedono entrambe l’immaginare radicale del non-ancora, del se-soltanto”

In un’ intervista del 1991, Adrienne Rich critica il suo uso della metafora del taglio di diamanti in una poesia di 30 anni prima, The Diamond Cutters (I tagliatori di diamanti), in quanto a quel tempo non prendeva in considerazione la realtà della vita dei lavoratori sud-africani.
Alla domanda, ‘allora la scelta di una metafora comporta una responsabilità politica?’ Rich risponde con un ‘si’ risonante. Per Rich, la parola scritta non può che essere politica, perché non esiste cesura tra la nostra storia personale (my story) e quella condivisa con tutti gli altri che abitano e hanno abitato il nostro mondo (History). In risposta alla famosa frase del poeta W.H. Auden, “La poesia non fa succedere niente”, Rich risponde che la poesia non ha senso se non viene per cambiare qualcosa, se serve solo per conservare lo status quo in un paese invecchiato e depresso, guidato da presidenti collusi con “trafficanti / di gas nervino”, vergognosi rovesciamenti del Lincoln cantato da Whitman nel famoso “Capitano! mio Capitano!”. La poesia per Rich è la ricerca di un linguaggio comune (perché scrivere è ri-nominare), la creazione di un atlante per districarci in questo difficile mondo dove per sopravvivere è necessario creare legami tra il personale e il politico, tra la “mia” e la “tua” storia. Nei suoi testi in poesia e in prosa è in atto una re-visione, è data voce a chi è stato tradizionalmente zittito dalla storia, per capire che “questo modo di soffrire/è condiviso, non necessario/è politico” e che la politica non è qualcosa “là fuori ma qui dentro”.

Con i suoi sessanta anni di scrittura poetica e saggistica, Adrienne Rich ha profondamente segnato la scena letteraria e intellettuale americana per più di mezzo secolo. Nata a Baltimora di padre ebreo, professore di patologia alla John Hopkins, e di madre di buona famiglia protestante del sud, a Rich l’appartenenza ebraica viene negata, quasi nascosta: è persino battezzata metodista per motivi di convenienza. In seguito, riappropriarsi dell’appartenenza ebraica è il primo passo verso una ri-creazione, un allargamento, della propria identità che la porterà a riconoscersi lesbica dopo essere prima sposa e madre, come prevedeva il ruolo femminile degli anni ’50 (interessante qui ilconfronto con la contemporanea Silvia Plath).1 Da sempre studentessa brillante, la Rich si laurea al prestigioso Radcliffe College e pubblica la sua prima raccolta di poesie A Change of World nel 1951, che vince il prestigioso Yale Younger Poets Award. Come nella vita privata, anche nelle prime poesie Rich si conforma ai modelli dominanti – difatti, nella sua introduzione al libro, il poeta W.H. Auden loda la “grazia e la modestia di questa voce”. È della metà degli anni ’60 l’inizio del suo risveglio politico, intimamente intrecciato con quello personale (la protesta contro la guerra in Vietnam, il divorzio, il lesbismo) e il relativo cambiamento della sua poesia, che passa ad affrontare temi sociali attraverso il verso libero. La svolta è completa nella raccolta Diving into the Wreck del 1973, dove rivisita i parametri mitici del rapporto uomo-donna. Quando il libro riceve il prestigioso National Book Award, la Rich lo riceve, insieme alle altre vincitrici, le afro-americane Audre Lorde e Alice Walker, in nome di tutte le donne. Accanto alle poesie la Rich produce un rilevante corpus di opere in prosa, la cui influenza rischia in un certo senso di mettere in ombra la produzione poetica, in America ma ancor più in Italia. Di questo corpus ricordiamo qui solo Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution del 1976 (più volte ristampate in Italia dal Garzanti come Nato di Donna, ma oramai fuori commercio). Altrettanto importante, per l’influenza che ha avuto, è il suo lavoro come insegnante di scrittura creativa in numerose scuole e università in tutti gli Stati Uniti. Tantissime sono le raccolte poetiche (l’ultima, Tonight No Poetry will Serve: Poems 2007-2010 è del 2011). Purtroppo, di tutta questa vasta produzione le poche traduzioni in italiano sono attualmente fuori commercio, comprese le due belle antologie curate da Maria Luisa Vezzali per conto dell’editore Crocetti, Cartografie del silenzio del 2000 e la recente (ma già quasi introvabile) La guida nel labirinto (2011).

1 Della riappropriazione della sua identità ebraica parlerà in Split at the Root: an Essay on Jewish Identity (1982), pubblicata in Italia in 1985 con la traduzione di Liana Borghi, insieme alla raccolta ‘Sources’ e un’importante postfazione della curatrice. Mentre l’esperienza del matrimonio e della maternità è sviluppata nel saggio sul tema della condizione femminile e della scrittura, When We Dead Awake: Writing as Re-vision (1971), e ovviamente nel citato Of Woman Born.

Il testo presentato è quello scritto e letto il 18-03-2014 da Brenda PorsterIl testo presentato è quello scritto e letto il 18-03-2014 da Brenda Porster nell’ambito della rassegna fiorentina “Perchè poeti in tempo di libertà” nell’ambito della rassegna fiorentina “Perchè poeti in tempo di libertà”. Ringrazio Brenda a nome di tutta la redazione per il prezioso dono.

 

(poetarumsilva.com/2014/03/27/adrienne-rich-1929-2012-la-responsabilita-della-parola/, 26/5/2015)

di Luisa Muraro

Conoscete Séraphine de Senlis? È una pittrice francese nata da nullatenenti di campagna, nel 1864, quasi subito orfana e cresciuta in un collegio di suore, poi donna a ore nella città di Senlis, al nord della Francia, vissuta povera tranne alcuni anni di fortuna (grazie a Wilhelm Uhde, mercante d’arte), morta nel 1942 in un manicomio della Francia occupata (e chi conosce la storia sa che cosa ha voluto dire per tante e tanti: in uno stato di tragico abbandono).

Io sono una sua ammiratrice, ammiro l’opera e la persona. Di lei mi parlò Christiane Veauvy di Parigi, dandomi un catalogo da cui provengono le immagini pubblicate sul n. 65 di Via Dogana, dicembre 2010.

Nonostante la sorte avversa, con la sola cultura di saper appena leggere e scrivere, cui si aggiunse un’elementare formazione religiosa, in un ambiente sociale di provincia che non le fu ostile ma fatalmente vedeva in lei una lavoratrice manuale domestica, questa donna riconobbe presto in sé il desiderio di esprimersi, gli fu fedele e coltivò l’arte della pittura raggiungendo originalità e potenza, tanto che una parte dei suoi dipinti si salvò dalla dispersione per essere esposta e qualche quadro si trova conservato in musei importanti.

Perciò ho salutato con gioia il saggio di Katia Ricci, Séraphine de Senlis. Artista senza rivali, editrice Luciana Tufani, Ferrara 2015, ricco di notizie sull’artista, l’opera e la fortuna. E corredato da un prezioso apparato iconografico. Le ringrazio moltissimo e mi auguro che il loro impegno contribuisca ad accrescere la fama di Séraphine ripagandolo anche con le vendite.

Devo però formulare una critica. Nel risvolto di copertina, che vuole presentare la figura dell’artista, la trovo così etichettata: «Uno dei tanti esempi di donne il cui talento è stato troncato e che sono state dichiarate pazze perché non si uniformavano alle aspettative della società in cui sono vissute». Si tratta di un miscuglio di cose false e stereotipate che fa torto a Séraphine de Senlis, oltre che all’esattezza storica, ma anche all’autrice e all’editrice che le hanno dedicato questo saggio.

Non so chi abbia scritto questo falso e deprimente commento alla luminosa figura di Séraphine. E non m’interessa saperlo, perché so da dove proviene.

Proviene, in primo luogo, dal femminismo, noi comprese, quando smette di pensare e di cercare le parole, per mettersi a ripetere cose generiche che vanno bene a tutte (e a nessuna). Proviene da una storiografia a una dimensione, quella che confronta le donne agli uomini e le appiattisce. Proviene, al fondo, da una sempiterna richiesta di riconoscimento. Su questo tema mi sono soffermata recentemente parlando di un’antica maestra spirituale che ancor oggi può insegnarci ad amare e a combattere. Da questa, la beghina fiamminga Hadewijch, ricavo le parole per dire di Séraphine: ha saputo combattere tutta la notte, fino all’alba, senza arrendersi e perciò ha meritato di essere sconfitta (sottinteso: da Dio, non dagli uomini). 

(www.libreriadelledonne.it, 26 maggio 2015)

di Silvia Acierno

Nell’Amant Duras scrive che per lei è sempre stato troppo tardi. A trent’anni la sua vita era già piena di avvenimenti. C’erano stati i ritorni dalla Cocincina dove era nata, la guerra, la deportazione del marito Robert Antelme, la resistenza, i processi sommari ai collabó e l’euforia del dopoguerra. Poi la morte di un figlio appena nato, il figlio di Antelme, quel cadaverino che le suore non le avevano neanche lasciato vedere. La relazione con Dionys Mascolo, editor di Gallimard. E la pubblicazione del Barrage sur le Pacifique, quel romanzo che Marguerite aveva portato alla madre, forse anche per infliggerle una sottile sofferenza, e per il quale avevano rotto definitivamente.

 

C’è l’appartamento di rue Saint Benoit, al numero 5, quartiere Saint-Germain. È il classico appartamento parigino con i tetti alti, gli stucchi, i camini di marmo… Lei l’ha fatto suo con dei mobili comprati dai rigattieri, gli uncinetti, i fiori secchi, i suoi piatti vietnamiti, le riunioni con il circolo di amici riempite dalle sue risate rauche, i silenzi, le frasi, il suo desiderio di piacere, in un continuo gioco di seduzione e provocazione. Tutto sta per sgretolarsi di nuovo, come quando si era innamorata di Dyonis Mascolo e ci aveva fatto un figlio. Un nuovo bonheur è alle porte. La passione brutale per Jarlot, giornalista, don giovanni impenitente, roso dal desiderio di diventare romanziere. Con lui Duras conoscerà l’altra se stessa, o comincerà ad abbandonarsi davvero a se stessa, ad essere in balía di se stessa. Di quella se stessa che viene dalla strada di Ram. La strada polverosa, immersa nelle risaie e nelle maree che la ricoprono, la strada dove passano le cars dei cacciatori, la via d’uscita da quel dolce inferno.

Per le sue biografe (Adler, Petrignani) Nené, passerá ad essere Marguerite, poi la Duras, la caricatura di sé, a faire du Duras, du surduras… Assieme a Jarlot anche la scrittura cambierá, verrà stravolta.

Dopo Jarlot tutto si sgretolerà e ricomporrà di nuovo. Ancora dal bonheur al malheur, dalla vita alla morte. Perchè Marguerite è così, non conosce le mezze misure, le detesta, non sa che farsene. Poi sono venuti l’alcolismo e la solitudine, l’alcolismo e Yann Andreas, l’ultimo amante, un ventisettenne omosessuale, l’alcolismo e le disintossicazioni, il coma e le rinascite. L’alcolismo: quello che ti deforma il corpo, lo gonfia, lo strazia. Marguerite non si riconosce più. Ma continua a bere disperatamente. Con Jarlot beveva, beveva tanto per dominare quella relazione burrascosa, per domare il desiderio onnivoro di quell’uomo. Ma allora era una cinquantenne che si sentiva ancora giovane, desiderabile, desiderata. Con Yann è diverso. Quell’alcolismo si è fatto più disperato. Lo nutrono la solitudine, la perdita di tante persone amate. E la paura. E il desiderio di Yann, quel desiderio così sconveniente non riusciva a placare più niente. Faceva parte di quella solitudine, di quella paura.

Poi sono venuti la pubblicazione dell’Amante, il successo planetario, il premio Goncourt, una specie di euforia. E la scrittura, sempre la scrittura fino alla fine.

 

Duras scriverà per il teatro, comincierà a cedere i diritti cinematografici dei suoi romanzi, a comporre romanzi che sono come opere teatrali, a scarnificare il romanzo e ridurlo a dialogo teatrale (Detruire, dit-elle), a fare film, a scrivere romanzi con l’occhio del regista, a scrivere e a filmare allo stesso tempo (L’Amant de la Chine du Nord), a filmare la parola, a scrivere e a distruggere la scrittura, a scrivere e a distruggere se stessa, a salvare se stessa. Marguerite sperimenta con un genere ibrido, fa del minimalismo letterario, si ispira alla letteratura americana, fa del “nuovo romanzo” tanto che Robbe-Grillet se ne vuole appropiare, si vuole appropriare di Duras e Marguerite si lascia corteggiare per poi reclamare la propria indipendenza. Ma soprattutto Marguerite ci racconta la sua storia che solo può essere raccontata con la sua voce e il suo stile.

 

Cos’è la scrittura di Duras? È provocazione, abbandono, ossessione, cedimento. La scrittura è una visione, un momento di panico, un’emozione, un legame immerso in una storia a volte mal costruita. Quando scrive, Marguerite non si allontana mai dalla sua vita, anche quando i personaggi non sono sua madre, i fratelli, il cinese, Dyonis, lei… Anche quando i personaggi si sfibrano, non sono altro che un uomo, una donna, dei fantasmi, delle voci criptiche, indecifrabili. E tutto accade nella mente di Duras. Ed è tutto così claustrofobico. Marguerite evade dalla sua vita, dalla relazione d’amore, dalla coppia (bisessuale, omosessuale, madre-figlio, fratello-sorella), una coppia che non può congiungersi, che si evade continuamente. Però Marguerite la evade per naufragarci dentro, per perdersi dentro, nell’orgasmo della parola e del ricordo.

 

Dietro la scrittura c’è il desiderio, desiderio a cui Marguerite non può sottrarsi. Desiderio e un narcisimo drammatico. All’origine della scrittura c’è l’infanzia, o meglio una pubertà travestita d’infanzia, vergine e innocente. L’enfant del romanzo L’amant de la Chine du Nord. All’origine della scrittura c’è la memoria, una memoria che inganna se stessa. Memoria che nello sforzo brutale di rimemorare, di avvicinarsi sempre di più a quel pericoloso fantasma che ci portiamo dentro, di mostrare senza fronzoli l’inafferrabile che abbiamo dentro, si allontana dall’infanzia, mente, trasfigura e così facendo si avvicina a quello che siamo diventati. Disperatamente tesa tra quello che siamo stati e quello che siamo.

A quel qualcosa che in qualche modo è all’origine della scrittura di Duras si può dare un nome: possiamo chiamarlo Indocina. Ombra interna. L’Indocina è sempre là. È sempre stata là, tra lei e tutto il resto. Marguerite la custodisce. È il suo territorio. È il luogo del suo corpo, della distruzione del suo corpo per mezzo dell’alcolismo, è il luogo dell’amore, è il luogo della scrittura, eccitante e amara.

 

L’Indocina è la terra dell’innocenza e della perdita dell’innocenza. Marguerite, lei, l’innocenza l’ha perduta presto. L’Indocina è la terra della trasgressione. Marguerite ha quindici anni e mezzo. Porta quel famoso cappello di feltro da uomo, quel vestitino di seta sgualcito, stretto in vita da una cintura pesante, quelle assurde scarpe laminate da sera con i tacchi, le labbra carnose dipinte di rosso. Marguerite va con un cinese che non è né bello né brutto. Ma che importa! Il cinese ha la pelle color miele, lavata dalle piogge. Indossa un completo di tussor. Se ne sta timidamente nella suo Leon Bollé. Lei lo desidera perché lui la vuole, perché lui la desidera con forza e con paura. Marguerite desidera il desiderio dell’uomo di prenderla, di violare quel corpo minuto. Marguerite desidera l’ammirazione spietata che il cinese sente per lei.

 

L’Indocina è anche la terra dell’incesto, sfiorato, sussurrato, forse realizzato, forse non realizzato mai completamente. La notte scorre nei corridoi della scuola di cui la madre di Marguerite è direttrice. Marguerite si stringe al corpo del fratello minore, le petit-frère, Paulo. È un abbraccio materno. Lei lo vuole proteggere dalle angherie e dai soprusi del fratello maggiore, l’ainé, Pierre. Forse lei ha già perso la verginità con il cinese. Forse questo abbraccio è accaduto prima. Lei e Paulo si stringono nella paura del fratello più grande. La paura paralizzante e traumatizzante di Paulo. La paura di Marguerite della paura di Paulo. La paura di Marguerite che Pierre possa ammazzare Paulo. La paura di Marguerite che la madre lasci che Pierre ammazzi Paulo. Si stringono, lei e Paulo, nella paura e nella gelosia di quel fratello maggiore. Pierre la pecora nera della famiglia, un buono a nulla. Pierre che passa il tempo e butta i risparmi della madre nelle fumerie di oppio e nei postriboli. Pierre che ha preso il posto del padre, morto quando Marguerite aveva quattro anni. Pierre che li batte. Pierre che manipola la madre, le ruba soldi e gioielli. Pierre il figlio amato da Marie Donnadieu. Di un amore che è come una corrente oceanica che travolge tutto, tutto il resto.

Marguerite e Paulo si stringono nella juissance, in una parola censurata, in una parola che conoscono senza poterla pronunciare, in una parola che poi Marguerite scriverà. Coppia vulnerabile e disarmata. O armata solo del potere distruttivo di un erotismo vietato.

 

L’Indocina è anche un paesaggio che rinasce inarrestabile dappertutto, altrove. Nelle acque stagnanti di un fiume. Quel fiume è il Mekong. Nel caldo torrido di una estate. Quel caldo è quello in cui sprofonda la terra delle risaie sul bordo dell’oceano Pacifico. In un lamento terrificante. Quel lamento è la nénia di una mendicante che è arrivata a piedi nudi fino alla scuola della madre, con le piaghe ai piedi, per affidarle un neonato che non sopravviverà. Nel gorgoglío della vegetazione, dei profumi, il gorgoglío delle parole che verranno, della musica di Duras. La sua parola erotica, sensuale e il piacere di quella parola. È un paesaggio interiore che Marguerite rievoca nei romanzi e ricostruisce spartanamente nei suoi film, girati nella casa di campagna comprata a Neauphle le Chateau.

 

L’Indocina è la madre, Marie Donnadieu. La fortuna tentata dalla madre quando, giovane paesana, figlia di commercianti, decide di seguire il primo marito che è direttore di una scuola in Indocina. La solitudine e l’amarezza della madre quando resta vedova per la seconda volta con tre figli da sfamare. L’emarginazione dalla comunità bianca della colonia. L’emarginazione a cui Marie sbatte in faccia la solidarietà con gli indigeni, quando si rifugia nel bungalow di Prey Nop dove impiega tutti i risparmi di una vita per farsi dare in concessione quel terreno incoltivabile invaso per una parte dell’anno dalle maree del Pacifico. L’emarginazione a cui Marie sbatte in faccia quei suoi figli disgraziati: Pierre un mezzo criminale, Paulo, il ragazzo diverso, Marguerite la mezza prostituta. L’emarginazione a cui Marie sbatte in faccia quel suo aspetto trasandato, i capelli raccolti in una treccia indigena, i sacchi di cui si veste, la sua severità. L’emarginazione e l’umiliazione che rivivono nel desiderio di Marguerite per le luci di rue Catinat, dove si divertono i bianchi, per quello che brilla fuori mentre lei si nasconde nel buio del cinema Eden, nel desiderio avido dello sfarzo di una languida signora bianca, Anne Marie Stretter, apparizione in un ballo a cui Marguerite non parteciperà mai, o parteciperà solo senza mai esserci davvero, come Lol V. Stein, sonnambula, nascosta dietro le piante.

L’Indocina è la madre. La fatica di questa donna collassata nella chaise longue, quasi senza vita, senza voglia di vivere, abbandonata alla sua depressione. Poi l’improvviso scoppio di allegria. Pierre non c’è, è stato allontanato, rimpatriato in Francia. Le secchiate d’acqua per sciaquare i pavimenti della casa. Marie al piano. Marie che vede come per la prima volta quel famoso cappello di feltro da uomo. Una specie di sguardo complice scambiato con la figlia. La fatica e la follia annidata in quei repentini cambiamenti d’umore. La madre è anche la violenza, le botte con cui Marie si scaraventa sopra Marguerite perchè Pierre grida che se le merita altrimenti finirà come una puttana. Le botte che la madre le infligge per evitare che sia Piarre a picchiarla a morte, per calmare Pierre, la sua furia, per salvarla da Pierre e dannarla per sempre.

Di tutto questo, di questa madre, Marguerite si vendica quando la abbrutisce, mente su di lei, la dipinge come una folle, violenta, depressiva, una donna che spinge la figlia minorenne a sedurre gli uomini per farsi sposare, che prostituisce la figlia per farsi pagare i debiti di Pierre, ostinata a costruire dighe sul Pacifico che non terranno all’incalzare delle maree, una donna che nella finzione del romanzo si rovinerà in quell’impresa assurda.

Marguerite si vendica ma mai del tutto. Nello spiraglio si affaccia una donna una Marie più giovane, più bella, forse un po’ vanitosa, più mondana, una sconosciuta, quella che aveva sedotto il padre di Marguerite, suscitando l’invidia e le calunnie della comunità di maestri e istitutori venuti dalla Francia, quella che lo aveva amato alla follia, e che era ammattita dal dolore alla sua morte. Quella Marie la cui risata scoppia e crepita nelle labbra di Marguerite.

Contro questa donna e per lei Duras erige la sua scrittura.

(www.libreriadelledonne.it 29/04/2015)

TUTTA SALUTE!

Resistenze (trans)femministe e queer

In questo numero ospitiamo le riflessioni sulla salute, sul concetto di benessere, sulla medicalizzazione e sull’autodeterminazione dei corpi nella prospettiva (trans)femminista proposta da Beatrice Busi e Olivia Fiorilli, cui abbiamo affidato la cura della sezione Materia.

Nella sezione Poliedra, oltre all’intervista a Fabrizia Di Stefano, pensatrice queer con la quale DWF ha una relazione politica già avviata, pubblichiamo  in anteprima un articolo di Rosi Braidotti, «Il post-umano nella teoria femminista», che rintraccia le genealogie non lineari e le radici molteplici del post-umano come prospettiva di una nuova generazione di studiose femministe. Chiude una lunga intervista di Stefania Voli a Lea Meandri, nata da una ricerca sulla storia del
pensiero e delle pratiche politiche delle donne in Italia nel passaggio tra Novecento e Duemila.

Con questo numero DWF cambia veste con un nuovo progetto grafico firmato da Bernadette Moens, cui avevamo affidato la realizzazione del manifesto “albero di parole” che racconta la storia di DWF nel Numero Cento della rivista.

di Natalia Milan


Il testo di Natalia Milan è lungo e potrebbe apparire troppo lungo e quasi superfluo a chi non ha voglia di tornare su questioni già discusse che considera risolte. Non a chi vuole ripensare i punti meno solidi e più controversi (o semplicemente meno capiti) del pensiero della differenza. Oltre a questo lavoro di riflessione, fatto da una che conosce la materia, Natalia Milan porta di nuovo e d’importante  un punto di vista e un linguaggio che anni fa non avevamo e che di conseguenza sono lavoro di una mediazione necessaria.

La Redazione del Sito

La polemica sorta intorno all’intervista di Giovanna Pezzuoli a Luisa Muraro «Noi femministe distanti dalle donne» (quella in cui si annuncia la chiusura di Via Dogana) mi ha in un primo momento destato inquietudine perché in diversi testi ho visto un’asprezza di toni e una perentorietà di affermazioni associate a corposi e diffusi fraintendimenti nella lettura dell’intervista a Muraro[1].

Muraro è netta nelle sue affermazioni. Anche a me aveva fatto effetto, per esempio, il suo passaggio su Tina Anselmi e Nilde Iotti, però a rileggerlo mi è stato subito evidente che il riferimento era non alle militanti o alle “giovani”, ma a sottosegretarie e ministre quando esprimono posizioni di solo consenso rispetto al potere, posizioni rispetto alle quali è importante trovare strumenti di critica lucida ed efficace.

Il fraintendimento diffuso di una affermazione abbastanza chiara nel testo mi ha colpito e interrogato e, per capire, ho riletto con attenzione il testo di Pezzuoli, le risposte polemiche che ne sono seguite e la successiva risposta di Muraro.

Penso che nell’interpretazione abbiano pesato – agendo come pregiudizi – fattori maturati in precedenza: la storia delle relazioni tra i soggetti in questione o delle mancate relazioni tra di essi etc.

Qualche considerazione sui contenuti.

 

Grazie

Premetto un ringraziamento al blog Abbatto i muri che in quei giorni, all’interno di un pezzo dal titolo Per le femministe della differenza: ci avete prolassato l’utero!, ha ospitato un intervento di Irene Chias in cui Chias in modo vivace e polemico evidenzia temi molto attuali e pieni di interesse: la versione “naturale” della differenza tra maschi e femmine incontrata in un dibattito in cui una femminista presentava la “differenza” riproponendo cumuli di stereotipi sugli uomini e sulle donne, la sempre presente idealizzazione delle donne tanto congeniale alla mentalità patriarcale, il peso dei ruoli, le esistenze di chi presenta caratteri non univocamente riconducibili a caratteristiche maschili o femminili, il corpo, il chiamare in causa la biologia.

Con Irene Chias abbiamo avuto uno scambio chiaro e aperto sul blog e concordo con lei quando riscontra e avversa la versione semplicistica della differenza tra maschi e femmine per cui è come se essere maschi o essere femmine determinasse in modo meccanico e uguale per tutti o tutte degli esiti univoci e definiti: nelle storie singole, nei caratteri, nei comportamenti, peggio ancora nella bontà o cattiveria dei soggetti. Scrive Chias: «Quello che del pensiero della differenza rischia di arrivare a chi non lo studia nella sua complessità – e quindi anche a me – è proprio il suo utilizzo strumentale per il ritorno a un’idea di ‘Natura’ costrittiva e inequivocabile e di un determinismo biologico che però è anche tradimento della verità del corpo (il sangue di “noi donne” nelle pubblicità degli assorbenti per “quei giorni” è ancora blu)».

Sono grata a Irene per l’attenzione con cui ha pensato i termini della questione e per la chiarezza con cui li ha esposti: concordo completamente con lei quando denuncia quanto sia diffuso e pericoloso l’uso reazionario del pensiero della differenza sessuale. Conclude scrivendo: «Non so come possa il pensiero della differenza, quello ricco e quello serio, non prestare il fianco a questo uso reazionario. Ma se un modo per smarcarsi ci fosse, bisognerebbe ragionarci su, perché ho l’impressione che quello che sta succedendo sia un male per tutti».

Condivido con Irene questa preoccupazione e questo coinvolgimento in una impresa politica e culturale in cui possiamo tutti e tutte essere più felici.

Tornando alla polemica che ho citato, c’è molto da pensare e ci sarebbe molto da precisare su quanto è stato scritto; raccolgo qui alcune considerazioni, raggruppandole intorno a qualche idea.

 

Autorità, arroganza, desiderio e sessualità

«Siamo andate troppo avanti»: Luisa Muraro cita, riguardo all’esperienza politica di Via Dogana, questa frase di Lia Cigarini. Da qui partono molte delle polemiche e molte interpretazioni.

Che cosa significa «Siamo andate troppo avanti»?

Da un lato questo esprime un dato del reale: cioè un essere avanti delle idee e pratiche del femminismo rispetto a una diffusa condivisione sociale e a una certa diffusa consapevolezza (che spesso mancano, soprattutto se guardiamo all’Italia) di quanto è avvenuto sul piano storico e sociale e delle possibilità politiche di questo.

Dall’altro lato, questa affermazione esprime l’orgoglio del lavoro fatto. Dal mio punto di vista giustamente lo esprime, il che non ci toglie la lucidità per cogliere i limiti di questo stesso lavoro.

Una prima considerazione: le donne che dicono di essere andate troppo avanti come le donne che mettono al centro il tema della sessualità e mettono in atto pratiche politiche che vi si confrontano, le femministe della differenza sessuale come le femministe che, da qualche anno ormai, parlano di post-porno e di prostituzione sono tutte corpi politici scomodi. Utilizzo per tutte, in questo distaccandomi da lei, questa bella espressione che usa Barbara Bonomi Romagnoli; lei la riferisce alle femministe “del nuovo millennio”, a quelle che fanno politica fuori dai partiti e dalle istituzioni, a quelle «allergiche al politicamente corretto ma anche alle pratiche del maternage, dell’affidamento e delle madri simboliche».

Corpi politici scomodi definisco sia le donne che affermano con forza e danno conto del pensiero della differenza sessuale, sia le femministe che parlano di post-porno e sessualità, perché altrettanto indigeribili sono, per la mentalità e l’ordine patriarcale, il loro protagonismo politico e intellettuale e la loro ricerca di libertà.

Sono non previste nell’ordine patriarcale e post-patriarcale le loro azioni politiche e il loro pensiero. Che rimangono molto difficili da digerire sia nei movimenti politici sia nel corpo sociale in generale.

Come peraltro sono non previste, ad un livello più superficiale ma anche più pervasivo, e vengono stigmatizzate alcune caratteristiche quando riscontrate nelle donne: pensiamo agli epiteti e alle critiche rivolte alle donne arroganti, alle donne sicure di sé, alle donne assertive, libere, aggressive, alle donne che dicono di avere desideri sessuali e che ne parlano, alle donne ambiziose etc.

Con tutto questo materiale “indigeribile” dobbiamo confrontarci perché può venirne per tutte e per tutti un di più di libertà.

 

Donne non per natura

Come scrivevo in apertura, l’idea che esista una natura femminile, o delle donne, idea già diffusa nel senso comune, aleggia a volte nei dibattiti con le femministe. La questione non è facile da pensare, quindi sicuramente spesso si scivola in semplificazioni. Qui non faccio una difesa d’ufficio del pensiero della differenza sessuale, ma va detto che esso ha provato a pensare la differenza sessuale e così ha reso disponibili per tutti e per tutte strumenti per pensarla al di là delle visioni stereotipate (e presunte naturali) di quello che è e deve essere un uomo o una donna: la tradizione culturale occidentale, a partire dai Greci, ci ha tramandato un “Uomo” che include tutta l’umanità e pure le donne, ma che in realtà ricalca un profilo maschile e ha le caratteristiche che quella società attribuiva ai maschi.

In anni di pratica politica e personale, migliaia di donne e alcuni uomini hanno esplorato, messo alla prova, criticato i concetti di “uomini” e “donne” – con letture, discussioni e conflitti – in una varietà di contesti: dai saperi alle pratiche politiche, dalla letteratura alla scienza, dalla storia alla sociologia, dalla teoria della politica alle riunioni di gruppi informali o agli incontri pubblici con le istituzioni. I termini di “uomini” e “donne” abbiamo provato ad utilizzarli in modo significativo, ma non con i significati tradizionali. Abbiamo provato a “pensarli” e a praticare l’uso dei termini e dei concetti in un modo diverso da quello “ingessato” che ci è stato tramandato.

Proprio la pratica politica, fatta di confronto e anche di conflitti, dà a chi la vive la dimensione che non esiste “la donna” o il femminile, ma le donne, con tantissime differenze tra loro (il che – è ovvio – vale anche per gli uomini). E questo ancor prima delle letture del pensiero della differenza sessuale, dove mai ho letto qualcosa a proposito della “Donna”.

Per dire quanto, nel pensiero della differenza sessuale, non siano monolitici o predefiniti nelle proprie caratteristiche i concetti e i termini di “uomini” e “donne”, cito, a proposito del nascere maschi o femmine, la prima espressione che mi viene in mente: questo nascere maschi e femmine “si offre alla significazione”, cioè è qualcosa che si presta all’attribuzione di significati. Questo è per me un insegnamento del pensiero della differenza sessuale; penso che l’espressione sia testuale in Luisa Muraro, ma non sono riuscita a rintracciare il testo in cui l’ho trovata.

Il nascere con caratteri riconducibili al maschile o al femminile si offre, si presta all’attribuzione di significati: così è stato nella storia delle culture (con i ruoli sociali etc.) ed è nella vita dei singoli quando nasce un bambino o una bambina (e aggiungo: è così, in modo costrittivo, anche verso chi nasce di un terzo sesso).

Il pensiero della differenza sessuale così legge e disvela la realtà della società e della cultura, svelando insieme possibilità trasformative del reale.

In questo spazio della possibile trasformazione – lo spazio del pensiero, della parola e della politica – ogni caratteristica che si presuma appartenere a qualcuno “per natura” non è significativa di per sé: né l’essere donne o uomini, né l’essere giovani, vecchi o vecchie, lesbiche, omosessuali o eterosessuali. Perché il significato squisitamente politico in questo passaggio è il modo in cui di quelle condizioni noi ci facciamo carico, nel senso evidenziato da Hannah Arendt:

«Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale»[2].

Centrale è per il pensiero della differenza sessuale questo spazio della politica e del pensiero, non la natura o la biologia[3].

Il fulcro della questione mi pare che si collochi nell’ambito dell’elaborazione culturale di ciò che appare come naturale; sottolineo: in un gioco dinamico, in cui considerare naturale qualcosa è già un dato di cultura.

Quindi, e per me questa è un’altra lezione del pensiero della differenza sessuale, c’è un uso dei termini “donne” e “uomini” con cui indichiamo qualcosa non sul piano della natura o della biologia, ma della “realtà” nel senso in cui la intende una lunga tradizione filosofica che considera il reale non come l’ambito dei fatti «nudi e crudi», ma come l’ordine simbolico che il pensiero attribuisce al mondo[4]. Per pensiero si intende qui linguaggio, cultura e codice sociale (letteratura, miti, teorie scientifiche, codici legislativi, etc.).

Sempre riguardo al termine “donne”, un’ambiguità nel suo uso che riscontro anche nel pensiero della differenza sessuale – e che invece manterrei perché mi sembra produttiva di pensiero e di cambiamenti politici – è quella per cui “donne” significa a volte persone con caratteristiche riconoscibili come femminili, altre volte significa donne che di questa condizione della nascita si sono fatte carico in un modo politico, cioè le donne del movimento delle donne.

 

Mancate relazioni.

Scrive Barbara Bonomi Romagnoli: «Molto è stato fatto dalle donne arrivate prima di me, nata nel 1974, e molto altro lo stanno facendo le mie coetanee e quelle più giovani. Solo che non si sa, lo si racconta poco o male, e soprattutto c’è molta resistenza da parte di molte delle donne che hanno fatto le lotte degli anni Settanta a voler riconoscere autorevolezza, posizionamento politico e spazi di visibilità a chi è venuta dopo di loro».

Anche Luisa Muraro nella risposta a Bonomi Romagnoli, considerando la questione, scrive e ammette di non essere a conoscenza (lei e il sito della Libreria delle donne) di alcune di queste imprese delle donne, come la mappatura dei femminismi in Italia di Bonomi Romagnoli o il convegno nazionale di Firenze da lei citato, pur essendo p.es. questa notizia riportata dal Manifesto.

Aggiungo che mi è capitato alcune volte di sentir dire da donne impegnate in politica adesso e che hanno un’età intorno ai trenta o ai quarant’anni che con il femminismo, che pure avevano conosciuto e apprezzato, spesso non c’erano rapporti. E lo dicevano con dispiacere.

È un dato di fatto che tra gruppi politici in generale, e anche tra gruppi di femministe, a volte non vi siano contatti: come tale secondo me questo fenomeno va preso e interrogato per comprenderlo prima che per esprimere giudizi negativi su uno o un altro gruppo.

Queste mancate relazioni sono determinate da varie cause legate alle condizioni di sviluppo del pensiero e delle pratiche politiche: differenti dislocazioni territoriali, ambiti d’azione differenti, interessi differenti, pratiche e impostazioni generali differenti, fino ai contrasti personali e alle antipatie etc. etc..

Alle volte quindi quello che emerge è semplicemente un fatto: la relazione per un motivo o per un altro non si crea.

Credo che, nel caso dei gruppi femministi, questi motivi casuali o legati alle condizioni incidano molto, perché la politica delle donne in Italia si è molto sviluppata sulle relazioni tra singole e gruppi e non c’è mai stato un femminismo di stato centralizzato con sedi e incontri ufficiali in cui obbligatoriamente confrontarsi (per fortuna!).

Le relazioni, in più, richiedono tempo e dunque a volte non è possibile seguire le attività e le proposte, pur interessanti, di cui si viene a conoscenza, non è possibile parteciparvi. Questo è un limite di cui molte donne femministe hanno una accesa consapevolezza; e la politica dei partiti e dei notabili giramondo e gira-convegni dovrebbe imparare da questo senso del limite: non si può andare a tutti i convegni e a tutti gli incontri, somministrare il proprio intervento e andare via subito senza ascoltare.

In più direi che, rispetto a questo non essere di fatto in relazione tra gruppi e singole, la libertà della non relazione è da garantire: la relazione ci attraversa e ci possono essere mille motivi per cui noi non siamo libere o capaci o disponibili o desiderose di stare in relazione con qualcuno/a in un certo momento. È vero che noi siamo quello che siamo nelle relazioni in cui siamo, ma essere in relazione con qualcuno/a in particolare non è un obbligo morale o politico di per sé.

E il fatto di poter non essere in relazione fa anch’esso parte della libertà ed è una libertà per cui lottare.

Sulle conseguenze poi del non essere in relazione tra gruppi di femministe, una cosa dobbiamo dirla: l’attuale conformismo e moralismo, la battuta d’arresto nella possibilità di vivere la libertà delle donne (e degli uomini e dei soggetti che in queste definizioni non si riconoscono) viene da molti fattori sociali e storici e non è attribuibile semplicisticamente ad uno o ad un altro gruppo politico o femminista. In particolare sarebbe veramente sottovalutare la complessità di questi fenomeni darne la responsabilità alle femministe che sono tali sin dagli anni Settanta o a quelle che tali si dicono negli ultimi decenni.

Considero molto importante la politica svolta da questi gruppi, ma non nel senso che essa possa determinare esiti di questo tipo.

 

Mollare l’osso: potere e difetto d’amore. Autorità. Libertà e conflitto.

Veniamo a un altro punto nodale: Bonomi Romagnoli, prendendo come rivolta alle “nuove” femministe la critica che Muraro rivolge invece a ministre e sottosegretarie di essere “eterne seconde” rispetto alla politica post-patriarcale che le coopta, scrive: «Ammesso e non concesso che siamo “eterne seconde”, lo siamo perché le “eterne prime” non mollano l’osso, non provano a fare neanche un passo laterale».

Il passaggio è aspro ma denso e gustoso dal punto di vista delle implicazioni, e infatti lo coglie e discute Luisa Muraro (Che cosa significa quell’osso? Tre ipotesi, http://www.libreriadelledonne.it/che-cosa-significa-quellosso-tre-ipotesi/) che, giustamente secondo me, legge questo passaggio polemico come non personale.

Allora che significa mollare l’osso?

Non credo che sia l’appartenenza a una particolare generazione perché non credo all’esistenza di generazioni fortunate; penso che ogni generazione trovi criticità e imprese politiche possibili.

Mi interessano invece le altre ipotesi che Muraro fa e le trovo stimolanti su questioni che rimangono aperte.

 

Potere e responsabilità

La seconda ipotesi, scrive Muraro, è che la contesa per l’osso nasca da una responsabilità politica non assolta dalle femministe che, negli anni Settanta e Ottanta, hanno vissuto un’esperienza di felicità però non trasmettendola o non sapendo trasmetterla. Per avarizia? Si chiede Muraro. O per insipienza?

Effettivamente Muraro e il gruppo di Diotima hanno dato un segno, che può essere visto come un limite se lo si considera dal punto di vista del potere trasformativo di un pensiero, di non tramandare, non lasciare tradizione, cattedre universitarie o giornali (vedi la chiusura di Via Dogana appunto). Io la considero una scelta e una responsabilità di cui ci si assume pro e contro, e conseguenze. Non la considero una colpa, per capirci, ma sicuramente è una scelta politica di peso di cui parlare e discutere.

Una considerazione però rispetto al problema di riconoscere chi viene “dopo”: questo è un problema che spesso è tipico di chi “gestisce” qualcosa, dalle aziende di famiglia ai governi dei paesi e dei partiti nazionali. A un certo punto si pone il problema del “delfino”, del successore, dell’erede politico che deve amministrare quello che gli si lascia e che deve prendere in mano le redini del potere che fu il proprio.

Ora si può discuterla come scelta politica e riscontrarvi un limite o contestarne le modalità di attuazione, ma Luisa Muraro anche nell’intervista con Giovanna Pezzuoli cita il principio di sempre: «massima autorità con minimo di potere».

Allora se non si gestisce (o non prioritariamente e non prepotentemente) un qualsivoglia potere, che osso si può mollare? Che significa fare un passo laterale? Rispetto all’impresa personale e politica di vivere un’esistenza libera in un mondo più libero per tutti e per tutte, non può esserci una questione di un osso da mollare. Non è un’impresa che si lascia, né lasciandola si aiuta qualcun altro a realizzarla meglio.

Però, se un problema c’è, può essere un problema di potere? Cioè: un’occupazione di posizioni di potere da parte di queste femministe della differenza sessuale?

Se guardo al panorama che conosco (Palermo, la mia città, e quanto so della situazione italiana), le femministe della differenza sessuale che ho incontrato le ho incontrate a guadagnare lo spazio per ciò che dicevano con la capacità di dar conto, teoricamente e politicamente, di ciò che affermano e con il loro impegno quotidiano.

Non ne ho mai trovate in posizioni di potere costituito e, nelle parentesi di impegno nei partiti o nelle istituzioni, quelle che ho conosciuto sono state spesso “infedeli” rispetto alla linea e pronte a scartare rispetto alle lusinghe delle cariche e dei riconoscimenti.

Trovo che questo impegno e capacità di dare conto delle proprie posizioni con forza renda più forti anche la ricerca di libertà delle altre e degli altri, anche di chi non condivide i contenuti di queste battaglie. Come ho già detto, allo stesso modo in cui è un presidio per la libertà di tutte e tutti il lavoro di chi parla di sessualità, desiderio, post-porno, anche per chi non sente l’esigenza di queste lotte di liberazione. Come è un contributo alla libertà di tutte e tutti la presenza di un movimento di lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali, anche per chi non ne condivide le battaglie. Perché, per il fatto stesso di esserci e condurre quelle battaglie sul piano pubblico, queste attiviste e attivisti offrono l’esempio di esistenze e movimenti impegnati nella ricerca della libertà e offrono vie di elaborazione politica e comune dei vissuti.

Credo che il problema non sia l’essere dopo, ma l’essere insieme, nello stesso tempo e spazio politico; Bonomi Romagnoli dice a proposito dell’incontro di Firenze: «A Firenze in questi giorni ho imparato a non accentuare il conflitto generazionale, perché è vero che i nuovi femminismi sono abitati anche dalle donne delle generazioni precedenti». E i “vecchi” femminismi, aggiungo, sono abitati anche dalle nuove generazioni. E tutti questi diversi femminismi convivono.

 

Difetto d’amore e autorità. E ancora sul potere.

Andiamo alla terza ipotesi di Muraro su che cosa sia l’osso da mollare: ciò in cui ha mancato il femminismo di quella generazione nata tra il 1935 e il 1955 sarebbe l’amore inteso non come amore sentimentale ma come componente della passione politica, una mancanza di amore per le imprese delle altre donne.

Essere riconosciute/i dalle altre e dagli altri per quello che siamo e facciamo è sia un desiderio profondo sia un bisogno, ma in modo diverso.

La mia pratica politica in gruppi misti e femministi è iniziata poco dopo il 1992. Allora e dopo ho incontrato donne “degli anni settanta” molto diverse tra loro. Alcune hanno riconosciuto le mie capacità, mi hanno aiutato nel coltivare interessi e desideri, altre no, non ci siamo riconosciute.

Che alcune di loro riconoscessero le mie qualità l’ho molto desiderato, in alcuni casi è avvenuto, in altri, nonostante il mio impegno, no.

La differenza tra il desiderio e il bisogno di riconoscimento è che il desiderio era rivolto a persone ben precise, quindi soggetto alla frustrazione del non incontrarsi, il bisogno, per quanto più stringente, poteva essere soddisfatto da altre/altri.

Ribadisco quanto dicevo: che in generale le femministe del pensiero della differenza sessuale (penso a Muraro e a Diotima) non occupano posti di potere, ma non voglio passare sotto silenzio il fatto che, pur non rivestendone, la stima di cui godono, una certa attenzione da parte di alcuni giornalisti e giornaliste, i rapporti col mondo delle lettrici e dei lettori, nonché dell’editoria, dell’università etc. configurano rispetto alle giovani studiose o ai gruppi politici meno conosciuti una posizione di rilievo e “di potere”, nel senso di una maggiore evidenza e della possibilità privilegiata di accesso al pubblico. È naturalmente una scelta libera, ma anche politicamente significativa, se utilizzare questa possibilità anche per far conoscere e presentare gruppi ed esperienze politiche o di studio non nate all’interno del pensiero della differenza sessuale.

Ognuno si assume le sue responsabilità. Non ci sono risposte precostituite o obbligate. E fare delle scelte implica anche fare delle valutazioni di merito sul lavoro politico e teorico altrui.

La relazione tra gruppi e singole non è obbligatoria, non può essere pretesa. E ogni scelta ha pro e contro.

Però è solo nella relazione – che non sempre è quella personale e diretta, può essere quella con un pensiero, un’autrice, un autore – che accade ciò che a me ha insegnato il femminismo: il riconoscimento dell’autorità a una donna o a un uomo.

Il fulcro e il potere trasformativo dell’autorità è in chi riconosce autorità: alicui auctorem esse, cioè essere un’autorità per qualcuno. Quando sono in questa condizione, quando riconosco il di più di sapere di un’altra o di un altro, posso cambiare me stessa, migliorarmi, cambiare una parte di mondo. Se riconosco questo di più di sapere, mi sono già messa nella condizione di confrontarmi con ciò che non mi è familiare, che mi è estraneo, che è nuovo. Sono nella posizione per imparare, apprendere, fare esperienza.

Tutti e tutte abbiamo bisogno di imparare da chi sa più di noi, di avere maestre e maestri. Ma non si hanno maestri e maestre che ci insegnano tutto; ci insegnano quello che sanno più di noi, non saranno nostre maestre e maestri per sempre e non in tutte le occasioni.

 

Libertà e conflitto

Non mi spiego alcune accuse di autoritarismo e autoreferenzialità fatte ad autorevoli pensatrici e pensatori, se non in un gioco in cui l’autoritarismo e l’autoreferenzialità corrispondono ad una richiesta di autorizzazione non concessa. Ma questa è l’autorità dell’ipse dixit, non quella proposta dal pensiero della differenza sessuale. Se elaboro un pensiero e se riconosco autorità a te, devo impegnarmi a capire il tuo pensiero e a relazionarmi ad esso e capirò anche che ci sono istanze, pensieri che mi sono indispensabili e che tu (filosofa, pensatrice, autorità per me) non puoi pensare al posto mio; sarà questa la mia impresa di pensiero, in cui proverò a fare tesoro delle altre esperienze di pensiero.

D’altro canto sarebbe triste se una grande pensatrice o un grande pensatore non riconoscessero nella realtà presente nessuna/o da cui imparare qualcosa, nessuna maestra/o. Sarebbe triste perché il suo pensiero sarebbe statico, ma è possibile, come non è un obbligo la relazione.

E d’altro canto si è autorevoli per qualcuno quando si è in relazione, pur rimanendo la relazione una scelta libera.

Questi gruppi di femministe possono anche non essere in relazione tra loro, e non ne hanno alcun obbligo, ma vorrei che fosse chiaro a tutte e a tutti che nessuno di questi femminismi è nemico per l’altro. Se c’è un nemico è la società post-patriarcale che ingabbia donne, uomini, singole e singoli.

Un’attenzione politica che invece ci dobbiamo è riconoscere le differenze tra femministe e, dove necessario, esprimere e agire il conflitto, riconoscendo però, pur nel conflitto, che queste femministe e attiviste, quando sono corpi politici scomodi, siano quelle del pensiero della differenza sessuale o quelle del post-porno, quando cercano con le loro azioni e pratiche di affermare la loro libertà, contribuiscono alla mia e quella di tutte e tutti.

Da questo punto di vista e nelle questioni di libertà non c’è e non può esserci questione di osso da mollare: di libertà o ce n’è per tutte e tutti o non ce n’è abbastanza. Coltivare l’amore e il rispetto delle imprese delle altre è un tassello importante. Per cambiare noi stesse prima che i rapporti di potere nel mondo.

 

 

 

Riferimenti:

Noi femministe distanti dalle donne, di Giovanna Pezzuoli

http://archiviostorico.corriere.it/2014/dicembre/07/Noi_distanti_dalle_donne__co_0_20141207_59af9f5c-7ddd-11e4-ba8e-9177c3a4f3ef.shtml

 

http://27esimaora.corriere.it/articolo/noi-femministe-distanti-dalle-donne/

Tra i commenti quello di Barbara Bonomi Romagnoli, Un muro di gomma

 

Smettiamo di pensare che siamo «altre» (e quindi «meglio») per natura

di redazione La27ora

http://27esimaora.corriere.it/articolo/smettiamo-di-pensare-che-siamo-altree-quindi-meglio-per-natura/

Interventi di Luisa Pronzato, Cara Muraro, la forza delle donne è la libertà di idee anche distanti

Elena Tebano, Il pensiero della differenza? Non sono sicura che ci aiuti a essere più libere

 

Abbatto i muri

https://abbattoimuri.wordpress.com/2014/12/08/per-le-femministe-della-differenza-ci-avete-prolassato-lutero/

Per le femministe della differenza: ci avete prolassato l’utero! Con l’intervento di Irene Chias.

 

Che cosa significa quell’osso? Tre ipotesi

di Luisa Muraro

http://www.libreriadelledonne.it/che-cosa-significa-quellosso-tre-ipotesi/

 

[1] In coda a questo testo sono riportati i link agli interventi e agli articoli che hanno animato la polemica.

[2] H. Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani, 1998, p. 128, nel paragrafo Il rivelarsi dell’agente nel discorso e nell’azione (pp. 127-132).

[3] Cfr. Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991, p. 75: «L’opposizione fra ciò che in noi è innato e ciò che è acquisito, fra il biologico e il culturale, il naturale e lo storico, e altre imparentate a queste, hanno una validità limitata. Non valgono dal punto di vista del venire alla vita e al mondo; da questo punto di vista tutto è innato e tutto è acquisito. […] Ebbene, qualcosa di simile è sostenibile anche per l’opposizione fra logico e fattuale. C’è un punto di vista in cui necessità logica e fattuale cessano di opporsi e sono una stessa necessità. […] Dicendo questo non intendo cancellare la distinzione fra logica e realtà di fatto, sarebbe assurdo; voglio piuttosto mettere un ponte fra le due».

[4] Cfr. A. Cavarero, Dire la nascita, in AA.VV., Diotima. Mettere al mondo il mondo. Oggetto e oggettività alla luce della differenza sessuale, Milano, La Tartaruga, 1990, p. 93.


(www.libreriadelledonne.it;15 aprile 2015)

di Valentina Sonzini


Il valore del DWF 102 sta nel proporre una riattualizzazione o, meglio, nell’interrogare un certo pensiero femminista sul presente.

Judith Butler, Rosi Braidotti e Donna Haraway riempiono, dilatano, quest’ultima fatica della redazione DWF, che non si stanca di farci rintracciare sempre un valido motivo per non mettere in soffitta il femminismo.

Il fil rouge che conduce la narrazione ci fa tenere il fiato sospeso fra l’intervista a Butler di Federica Castelli e la traduzione del saggio di Athena Athanasiou.

Non possiamo, nell’additare il patriarcato, sottrarci ad un esame impietoso e tragico del capitalismo che sta sottraendo vita alle vite.

Nello sfacelo del neoliberismo e delle politiche depredatorie delle multinazionali appoggiate da lobby che rappresentano poco più che se stesse, Butler si chiede, e ci chiede, se il femminismo ha «gli strumenti concettuali necessari a comprendere cosa sta accadendo oggi».

Sono troppo affezionata alla Butler che cerca di dimostrarci che si può e si deve vivere una vita giusta, pur in un mondo eticamente e moralmente ingiusto, per non apprezzare l’intervista di Castelli. Le riflessioni che ne emergono aprono uno spiraglio, gettano uno sguardo di speranza e risoluzione, rimarcando la necessità di costruire alleanze, di reinventarsi.

Il ribadire il proprio esserci, il proprio esistere davanti all’annientamento che questo sistema produttivo ci impone, è la risposta unica e possibile, direi rivoluzionaria, per esprimere una nuova resistenza che sia espansione della propria rete di solidarietà.

Butler sembra suggerire che, se non si guarda all’altro, si diventa parte del sistema nel quale fatichiamo a trovare un senso, una rappresentazione credibile di noi.

Il senso di comunità dunque, che si traduce in un contro-potere, in una serie di relazioni di sostegno, pone nuovamente il corpo al centro della politica.

Basta l’apertura suggerita dalla filosofa per farci scorgere una rigenerazione del femminismo, che si narra, crea genealogie, ma ripensa il suo stare in relazione con il contesto. Sceglie nuove parole, si stacca dalla tradizione, per tradursi in una semantica volta ad interpretazioni innovative. Guardare alle cose ponendosi domande non scontate, non ovvie, che destrutturano e rimodellano la questione, è il compito di un femminismo di apertura, inclusivo, che si riflette nell’altro con il potere che l’individualismo neoliberista ha tentato di sottrarre al sociale: la cura della relazione, nella relazione.

Il femminismo ci serve ancora per guardare a noi stesse acquisendo la capacità di generarci come donne, ma è anche la chiave interpretativa di cui abbisogniamo per comprendere l’evoluzione dei generi, vedere il corpo non come «dato biologico, ma [come] un campo di iscrizioni di codici neo-culturali» (Rosy Braidotti). E ancora, è il mezzo per contrastare lo stigma “donna, schiavo, immigrato” (genere, classe, razza) che categorizza corpi marcati, che sono altro dal maschile che tutto definisce e modella.

La crisi che viviamo, che Athanasiou legge nel suo saggio in chiave greca, ha avuto il pregio di farci evidenziare, dicendoli a voce alta, i nomi propri delle cause.

Nessuno può infatti più sostenere che il patriarcato sia scisso dal capitalismo, e che questo porta con sé un conservatorismo oscurantista che deprime i singoli, li depaupera e svilisce per renderli merce, pura merce di scambio e di acquisto.

A tutto questo, un femminismo di apertura oppone un senso del mondo che riproduce attenzione all’altro e cura; che crea responsabilità e riempie di senso la cittadinanza (due fra le modalità di stare nella società civile delle quali oggi sentiamo un disperato bisogno di ridefinizione).

Quando non si è più responsabili di nulla, non si sente neanche più l’esigenza di abitare con consapevolezza la società in cui si vive.

Il femminismo può dare molto a chi sta rintracciando la strada per la riappropriazione del sé e per la costruzione di comunità solidali.


(www.laboratoriodonnae.wordpress.com, marzo 2015)

di SILVANA MAZZOCCHI

Mentre i lettori adulti diminuiscono, a sorpresa aumentano i piccoli fruitori di libri, almeno negli ultimi tre anni e secondo uno degli ultimi studi sulla media di chi legge in Italia. Il dato fa senz’altro ben sperare per il futuro ma, a questa tendenza, si aggiunge il merito di emanare, finalmente, una nuova e positiva luce sulla letteratura infantile, un genere, relegato nei secoli, a una sorta di emarginazione immobile e, per certi versi, contraddittoria. In un momento in cui educazione, scuola e formazione sono tornate in primo piano, interessante e densa di spunti sull’argomento, esce l’antologia Scrittrici d’Infanzia (Progedit), raccolta di saggi  che spazia “dai libri per bambini ai romanzi per giovinette” a cura di Barbara De Serio, insegnante di Storia dei processi educativi e formativi all’Università di Foggia. Un libro che descrive personaggi e contesti, rileva diverse correnti interpretative e ricorda come, a partire dal ‘700, il grande fiorire di autrici di libri destinati ai bambini e ai ragazzi, ha fatto nascere fino al XX secolo una letteratura per l’infanzia che, se da una parte veniva chiusa nel recinto dell'”invisibilità socio-culturale” e relegata in serie B in quanto scritta e destinata a soggetti “deboli” come donne e bambini, dall’altra servì a far nascere e a consolidare un settore di grande valenza educativa.

Scrittrici d’infanzia mostra quel percorso accidentato, ma ricco di stimoli che ha funzionato come un laboratorio di temi pedagogici strettamente legati al lavoro di cura mirato alla crescita infantile. E racconta come siano cambiati, nel tempo, i rapporti tra generi e come le donne abbiano sempre considerato la formazione delle nuove generazioni un trampolino per l’emancipazione sociale. Numerosi i ritratti di pedagoghe e scrittrici, esponenti della letteratura per ragazzi,, da Anna Vertua Gentile, a Maria Messina. Dalla “Contessa Lara” ad Astrid Lindgren, la creatrice della bambina protagonista, “rivoluzionaria ” (per l’epoca), Pippi Calzelunghe.

Infine è utile sottolineare quanto accennato nella prefazione. Che, secondo un’altra corrente di pensiero, la scrittura per l’infanzia non nacque per “emarginazione”, ma sia stata invece una scelta libera e consapevole, in quanto mezzo ideale “per parlare agli adulti e ai bambini che sono stati”. Probabilmente ai nostri giorni è vera questa seconda considerazione. Se il numero di lettori adulti è più basso di quello rilevato tra i più piccoli, potrebbe essere necessario, oltre che utile, rilanciare e potenziare la letteratura infantile attraverso libri che parlano “dell’infanzia” e non solo “all’infanzia”. Volano auspicabile per un futuro migliore di grandi e piccini.

Perché un libro sulle scrittrici e l’infanzia?
“La storia racconta di scrittrici d’infanzia che hanno vissuto una duplice emarginazione connessa, da un lato, alla secolare svalutazione delle donne, legittimata dall’appartenenza al genere femminile, e dall’altro lato alla scelta di scrivere per i bambini, comune a molte scrittrici, con particolare riferimento a quelle che per prime hanno coraggiosamente fatto della penna la loro ragione di vita. Individuare nell’infanzia un pubblico privilegiato ha dunque accentuato la condizione di isolamento socio-culturale del genere femminile. Ad accomunare le donne e i bambini è infatti un destino di invisibilità sociale, che ha naturalmente indotto a cogliere nelle pratiche educative loro riservate, tra cui la lettura, veri e propri dispositivi formativi per imporre rigide condotte e per tramandare un sapere stabilito, controllato e regolato sui criteri maschili di interpretazione simbolica del reale. La scelta di ripercorrere la biografia di alcune scrittrici è in questo caso legata alla volontà di valorizzare i saperi di cura, che hanno contribuito a conferire alla letteratura una dimensione formativa più accentuata. Nel binomio “scrittrici e infanzia” è infatti possibile cogliere un’opportunità per promuovere nuove e più approfondite riflessioni sui rapporti di genere, che le scritture femminili hanno inteso dischiudere, moltiplicando le occasioni di incontro e confronto per rivedere la relazione uomo-donna nell’ottica di una complementarietà. Una formazione creativa, che intende puntare sulle competenze femminili per valorizzare le differenze, di cui le donne possono farsi portavoce, e che trova nella prima età il suo destinatario principale”.

Quanto leggono oggi le bambine e i bambini?
“Le ricerche più recenti in questo settore sembrano abbastanza confortanti perché descrivono una situazione straordinariamente migliorata rispetto al passato per quanto riguarda l’attitudine dei bambini a leggere, a collezionare libri e a frequentare librerie, biblioteche e altri luoghi preposti alla promozione della lettura. Da uno degli ultimi studi relativo all’analisi della media dei lettori italiani – bambini e adulti – negli ultimi tre anni risulta che più è bassa l’età, maggiore è il consumo di libri. In altri termini sembra che i bambini leggano molto più degli adulti, contribuendo ad aumentare il numero medio dei lettori. Questi dati conferiscono un elevato valore pedagogico ai numerosi progetti di promozione della lettura avviati nel corso degli anni e orientati a sottolineare le valenze cognitive ed emotive della lettura e della narrazione sin dalla primissima età, soprattutto ai fini di un corretto sviluppo relazionale dell’individuo. Ciò che lascia perplessi è invece il basso numero di lettori adulti, che evidentemente incide sul rapporto dei bambini con la lettura. Occorrerebbe dunque moltiplicare le occasioni di incontro dei bambini con il libro a partire dalla primissima età e dall’ambito familiare. Si pensi all’utilizzo dei “libri giocattolo”, che consentono anche ai più piccoli di leggere attraverso l’uso dei sensi. Un approccio dalla forte carica emotiva, lo stesso sul quale bisogna puntare per favorire la “lettura di pancia” negli adulti. E’ chiaro il riferimento metaforico alla maternità, che non esclude la necessità di avviare percorsi di promozione della lettura già in età prenatale, attraverso la collaborazione delle madri, che dovrebbero diventare le principali mediatrici dell’incontro dei giovani lettori con la “buona” letteratura”.

Donne e linguaggio. Esiste una scrittura al femminile?
“Esiste una scrittura al femminile, quella del cuore, delle emozioni, delle “stanze tutte per sé”, della cura degli altri, ed esiste una scrittura delle donne, quella “che ha fatto la storia”, che ha speso tempo ed energie per riappropriarsi di un’identità e per conferire un nuovo senso alla realtà, che è riuscita ad affrontare l’invisibilità socio-culturale del genere femminile e ha puntato sulla capacità di mediazione, da sempre caratteristica principale del pensiero delle donne, per riflettere su alcuni valori radicali – la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà – e per costruire un nuovo rapporto con il genere maschile, fondato sulla valorizzazione della differenza, della pluralità di idee, di pensieri, di visioni del mondo. Scrittura di tras-formazioni, di costruzioni del sé e della propria identità storica e sociale; storia di denunce, di cambiamenti, di emancipazioni, che ha contribuito a conferire un carattere nuovo anche alla letteratura, con particolare riferimento alle scritture per l’infanzia. Proprio grazie ai saperi femminili la letteratura per l’infanzia si è infatti arricchita di una varietà e creatività di forme e contenuti, più capaci di educare menti critiche e plurali, libere e trasgressive, impertinenti e ribelli. Sono le menti delle giovani donne, che rivendicano con fermezza il diritto di pensare in modo autonomo, che rifiutano di rivestire ruoli sociali stereotipati e che appaiono indignate nei confronti di sistemi culturali che tendono a inibire la libertà di espressione e le molteplici possibilità di realizzazione, della donna come dell’uomo”.

Scrittrici d’Infanzia
A cura di Barbara De Serio
Progedit
Pagg.186, euro 20

 

di Anna Simone

Era il gennaio del 1996, quando un numero del «Sottosopra», storica rivista della Libreria delle donne di Milano, annunciava la fine del patriarcato attraverso un testo lungo e appassionato che provava a trarre le somme del lavoro politico fatto dal pensiero della differenza in Italia. Un pensiero e un annuncio che turbò e fece discutere non poco.

A distanza di molti anni è uscito un libro, «Post-patriarcato», scritto da Irene Strazzeri, sociologa presso l’Università di Foggia e femminista legata allo stesso pensiero della differenza, che comincia così: «Il titolo di questo libro non è un annuncio. Non siamo di fronte ad una nuova era e non si è conclusa quella precedente. Possiamo, tuttavia, percepire i sintomi del declino di un ordine sociale e simbolico, quello patriarcale. Sono i sintomi di un’agonia» (Post-patriarcato. L’agonia di un ordine simbolico, pp. 129, € 10, Aracne/donne nel Novecento, con una bella introduzione di Elettra Deiana).

In questo paziente lavoro di traduzione dei sintomi di un’agonia, la stessa “fine del patriarcato”, già evocata anni fa, diventa qualcosa di più complicato. Intanto, se parliamo di un ordine in agonia non possiamo dire che sia del tutto scomparso, in secondo luogo la sua risignificazione, compiuta attraverso la complessa narrazione di una condizione definita dall’autrice «crisi delle crisi» – intesa come pericolo e opportunità insieme – può e deve tracciare ponti tra l’analisi della profonda mutazione antropologica e sociale in cui siamo immersi nel neoliberismo, la genealogia del pensiero femminista italiano e internazionale e la teoria sociale. La parola dell’autrice qui si muove con intelligenza, perché non teme di “incepparsi”, attraversa molti ambiti, ma non traduce nulla in uno slogan.

Il primo gesto di Strazzeri, infatti, non è quello di elevare il “post-” a condizione paradigmatica che getta alle ortiche ciò che è stato per collocarsi solo sul presente – come spesso accade quando si usa il prefisso nelle scienze umane e sociali – ma cerca di considerare il prefisso stesso come un “campo” di analisi, per usare un termine caro alla sociologia di Bourdieu, in cui giocano sullo stesso piano andate e ritorni, contraddizioni, discontinuità, sintomi e sfide, posizionamenti e conflitti. Cosicché il post-patriarcato, nonostante corrisponda ad un ordine in agonia, nonostante corrisponda alla “crisi delle crisi”, può anche essere passibile di ritorni improvvisi, sotto altre vesti, di rovesci inattesi che, appunto, inceppano lo spazio liscio degli slogan, come il “paternalismo” dell’inclusione differenziale che paradossalmente genera forme di “sessismo democratico” o come “neo-patriarcato”, illusorio, performativo, prestazionale, segno e sintomo di un vuoto da riempire (un esempio fra tutti è il ritorno delle destre fasciste nella crisi).

I sintomi di questa crisi del maschile, che è anche crisi di un modello di ordine sociale e simbolico, di una misura che il mondo si era dato attraverso il lavoro e i diritti sociali conquistati con le lotte, le pratiche di riconoscimento dell’altra/altro si danno – secondo l’autrice – in vuoti non ancora sostituiti, in transizioni mai compiute, oppure in rovesci violenti. Tuttavia, questi sintomi ci mettono anche dinanzi a nuove sfide in grado di superare l’impasse e riaprire il campo delle politiche trasformative.

Difficile stabilire cosa viene prima o dopo, cosa cambia e cosa resta, perché al fondo è lo stesso neoliberismo ad essere un pensiero senza capo né coda, eppure con un unico e solo obiettivo che si articola su tre piani: scomporre tutto, includere ogni potenza trasformativa delle soggettività indocili per azzerarle, fare del capitalismo una vera antropologia universale, definitivamente sganciata dai contenimenti, dalle regolazioni e dalle misure che hanno caratterizzato il Novecento, nel bene e nel male, per tradurre tutto in marketing, in saperi e politica-spettacolo, in parola performativa.

Molto interessanti sono i passaggi in cui l’autrice analizza i rovesci della “femminilizzazione”; così come le sue analisi sulla scomposizione del lavoro, l’inclusione, la de-soggettivazione che ne deriva, il reddito di auto-determinazione come superamento di questa stessa condizione; il gioco permanente e conflittuale tra l’essere cittadine, nel senso universale del termine ed essere al contempo differenti; l’analisi della violenza maschile contro le donne letta non solo come crisi del maschile, ma anche e soprattutto come patologia sociale, come rovescio; l’analisi dell’identità e dei posizionamenti di tante differenze, non solo di quella legata alla norma eterosessuale; l’approccio critico al vuoto di parola, da parte di un pezzo del femminismo italiano, sul capitalismo contemporaneo e sulla sua crudeltà senza precedenti. Ma qual è la vera novità di questo libro, oltre a quella dell’aver messo insieme questo enorme mutamento sociale, diviso in tanti pezzi, sotto l’egida di un paradigma che possiamo convenzionalmente chiamare post-patriarcato?

Per me è la capacità, ben tradotta in parola da Irene Strazzeri, di aver scomposto e ricomposto il pensiero di femministe statunitensi come Nancy Fraser, molto legate ad una forma di eguaglianza basata sul ripristino della giustizia sociale e dei dispositivi di redistribuzione della ricchezza, nonché come gesto minimo delle politiche votate al “riconoscimento” con il pensiero della differenza italiano. La necessità di recuperare un desiderio votato al recupero dell’autorevolezza, in questo libro, cammina in parallelo con un’idea ancora più grande: quella secondo cui la potenza trasformativa che le donne possono mettere in campo dandosi e dando autorevolezza deve anche saper attraversare il piano della rivendicazione e della “restituzione”, se vogliamo, per tutte e tutti, per sé e per il mondo. Non solo un “al di qua”, quindi, ma anche una presa in carico del conflitto che occorre mettere in campo per cambiare il mondo, così come si presenta oggi ai nostri occhi.

Due le immagini trasformative che mi sono venute alla mente dopo aver letto questo testo. La prima rimanda alle rovine che, in quanto tali, ci parlano di qualcosa che non c’è più, che possiamo conservare perché facenti parte della nostra storia, ma su cui non possiamo attivare un controllo totale: è proprio dalle rovine che nascono le piante più durature e selvagge, indocili come il femminismo. La seconda è profondamente legata al pensiero di Jacques Lacan. Sì, il post-patriarcato non è del tutto un nuovo inizio, il fantasma del pater può sempre tornare e manifestarsi come «oggetto = x». Ed è, ancora una volta, la parola femminista che può fare la differenza. Non importa se a metterla in gioco, siano le donne o gli uomini.

 

Irene Strazzeri

Post-patriarcato. L’agonia di un ordine simbolico
Introduzione Elettra Deiana
Aracne (2014) Collana Donne nel Novecento
pp. 129, € 10,00

 

(alfapiù,3 marzo 2015)

È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2014 (163 pagine – 2,5 MB) della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it