Parlano giovani donne invogliate ad intervenire dalla lettura di “Mia madre femminista”
Durante le presentazioni del libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova 2015) alcune giovani hanno partecipato con scritti, interventi introduttivi e dal pubblico, mostrando un modo originale di intendere e dare continuità all’essere femminista, un modo imprevisto e da noi desiderato.
Il testo di Gemma è la sua presentazione in occasione dell’incontro a Foggia il 3 dicembre 2015 ed è il terzo che pubblichiamo. Della parte finale dell’incontro esiste un filmato su Youtube https://www.youtube.com/watch?v=LZ-kMKbiCco
Luciana e Marina
di Gemma Pacella, studente universitaria.
C’è stato un prima e un dopo del mio rapporto con il libro Mia madre femminista. Un prima durante il quale, leggendo l’indice e i nomi di Luisa Muraro, Lea Melandri, Clara Jourdan, Lia Cigarini, Sara Gandini, Maria Grazia Campari, Marirì Martinengo, María Milagros Rivera Garretas e delle altre donne che hanno firmato alcune brillanti pagine del libro, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad un saggio, un genere con cui ero già abituata a confrontarmi.
Poi mi è sembrato un romanzo epistolare: il filo della narrazione è condotto attraverso due lettere scambiate tra una madre e una figlia, a cui si aggiungono le testimonianze di altre donne, più due uomini.
Ma ad esse s’intrecciano, come in un diario, foto, confidenze, racconti di giornate, emozioni. Chi legge si sente parte di un mondo, di una rivoluzione che ha segnato la vita di tante e cambiato la storia per sempre. Ricordo che anch’io, fino a pochi anni fa, passavo il mio diario alle mie compagne e loro ci appuntavano pensieri e racconti e s’inserivano nelle mie confidenze affiancandoci le loro. Era uno scambio: io ricevevo qualcosa da loro, e loro qualcosa da me. Lo stesso valeva per le foto, che non mancavano mai di arricchire quelle pagine.
Così, Mia madre femminista.
Uno scambio, un dono reciproco tra chi legge e chi scrive.
Basterebbe questa sensazione di stretta e intima confidenza per confermare quel dopo, quel momento in cui mi sono resa conto che il libro mi ha cambiata.
Mi spiego meglio: il titolo di questo libro è la dichiarazione della mia genealogia di ragazza ventiseienne che prova a dirsi femminista oggi, mentre ancora osserva e prova a relazionarsi con le pratiche di tante altre donne che nella mia città, Foggia, forgiano legami e creano stimoli culturali, artistici, politici. Penso alle amiche dell’Associazione Donne in rete, alle tante donne e uomini del Circolo La merlettaia, a Katia Ricci, mia indimenticabile professoressa del liceo, che ancora oggi ispira il mio modo di significarmi donna, ad Antonietta Lelario, che mi sta insegnando l’autenticità e l’onestà dei miei pensieri.
E in particolare penso a mia madre, Lina Appiano e al legame inscindibile e primario con tutto ciò che mi ha mostrato e al suo modo di agire nel mondo rompendo gli schemi maschili e patriarcali.
I loro preziosi doni hanno rappresentato un modo per chiarire a me stessa chi ero e da dove venivo, forse mi mancava il dove andavo.
Nonostante la mia giovane età, spesso, ho avuto la paradossale sensazione di sentirmi più simile alle madri che alle figlie. L’incontro con la loro differenza, prima ancora che dai libri l’ho appresa dall’esperienza che ha segnato la mia crescita e la mia consapevolezza di donna.
Però assumere il loro punto di vista, imparare la loro pratica e agire seguendo quel modello mi pareva, a volte, inaccessibile perché, di fatto, non mio.
Spesso ho provato un pizzico di gelosia per non aver vissuto gli eventi degli anni Settanta: l’autocoscienza, scendere in piazza per la depenalizzazione dell’aborto, formare i primi collettivi di ragazze e donne, come racconta la ricca documentazione del libro. Pensavo al coraggio di quelle giovani donne, all’enormità della loro rivoluzione e sentivo crescere un senso di soggezione.
Poi, è successo che, riflettendo sulle storie descritte nei capitoli Le parole per dirlo, Noi e il nostro corpo, Le tre ghinee, mi sono collocata da una prospettiva da cui io non mi ero mai guardata: sono figlia, come lo erano le donne che si sono confidate tra quelle pagine, che hanno espresso le loro paure, la loro passione nel creare spazi di relazioni per se stesse. Ho riconosciuto loro autorità e mi sono presa la mia autorità.
Scrive Liliana Rampello: «Una relazione di questo genere si fonda sul riconoscimento che l’altra è più grande di te (non sempre per generazione), sulla capacità di ammirarla perché il suo esserci apre la stessa possibilità anche a te»[1].
L’esserci delle ragazze di ieri ha significato la possibilità di creare il mio spazio ed entrare in autentica relazione con loro: io accetto il dono e scopro come posso utilizzarlo per me, per la mia libertà e perché io trovi il mio modo di pensarmi e di agire. Ritorna lo scambio, la traditio di cui beneficio. Realizzo che autorità non significa emulare e conformare il modo di agire alla pratica delle madri. Posso, invece, determinare il mio modo di essere e di significare me stessa e la mia differenza di donna, a partire da ciò che mi hanno mostrato, come hanno fatto loro. Il senso di soggezione si dissolve ed io mi sento parte della mia genealogia. Penso al rapporto saldo e all’intreccio ben stretto tra madri e figlie e mi viene in mente una porta scorrevole dell’architettura giapponese e il simbolo che rappresenta nel passaggio da una stanza all’altra di una casa. Un movimento di apertura e di chiusura non definitivo, come, invece, è il tira e spingi occidentale. Tra il femminismo delle madri e quello di noi figlie c’è un cambiamento, un passaggio, ma non brusco e soprattutto non interruttivo, bensì di accompagnamento.
Io non ho numeri o statistiche[2] per dire se le mie coetanee ventenni o trentenni riescano a significare la loro differenza di giovani donne[3], però vedo una luce negli occhi di tante, che si accende quando c’è bisogno di forgiare una solida trama di relazioni e una comune insistenza nelle cose, cioè assumere un atteggiamento, inserirsi in dibattito pubblico, prendere decisioni . Ricordo quando mia madre mi diceva guarda la luce nelle altre, negli altri e questo, per me è stata una rivelazione. Voglio dire non sempre siamo coscienti che il nostro agire di giovani donne sia un agire femminista, ma c’è sempre un momento in cui questo semplicemente si mostra. Quel momento è magico.
Ne parlavo con un’amica, qualche sera fa. Lei mi ha chiesto se io mi dichiarassi femminista. Lì per lì le ho risposto che non mi capita spesso.
Eppure quella domanda mi ha fatto riflettere: autodefinirsi è un primo passo, perché innanzitutto fa emergere la consapevolezza di collocarsi da una prospettiva, riconoscerla, negoziarla, mediarla nel rapporto con le altre e gli altri e, soprattutto, con me stessa. Mette in luce un desiderio prezioso, una volontà che va assecondata e interrogata, esplorata: «Lo so perché lo sono»[4], ha detto Luisa Muraro, in un altro contesto. Prendo in prestito le sue parole e dichiaro: io lo so che il femminismo c’è, perché lo sono, perché se mi tocco, lo sento dentro e fuori di me.
[1] Liliana. Rampello, L’altra che ti vede, in Mia madre femminista, p. 54.
[2] Al contrario, Antonella Cammarota ha realizzato delle interviste a ragazze e donne adulte, interrogandole su cosa significhi la parola femmina, donna e femminista, in Il femminismo e la ricerca di identità, in http://ww2.unime.it/donne.politica/materialedidattico/06giugno/1.%20CAMMAROTA_Femminismo%20e%20identità%20di%20genere.pdf.
[3] Si veda L’Espresso, Le donne hanno perso, 15 ottobre 2015. E sul Corriere della sera diversi articoli in tal senso di Maria Laura Rodotà e Susanna Tamaro.
[4] Luisa. Muraro, Lo so perché lo sono, Via Dogana, settembre 2010, p. 4.
di Cecilia D’Elia
Un’attiva presenza femminile nelle aule giudiziarie produce trasformazioni e aiuta a individuare ipotesi di procedure e norme più attente alle donne. Femminismo e processo penale (Ediesse, pp. 340, euro 16) di Ilaria Boiano non è solo il saggio di una giurista femminista, ma è il libro di un’avvocata impegnata a fianco delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza.
È un testo che nasce da un posizionamento dichiarato e rivendicato, che ambisce a mostrare il nesso tra norme penali ed esperienza concreta che le donne fanno della violenza. L’autrice scommette sull’utilità dei diritto per la trasformazione della vita delle donne. Conclusione che non è figlia di una lettura ingenua, né della violenza né del diritto.
Al contrario, Ilaria Boiano si fa forte dell’attraversamento critico che il femminismo ha fatto del diritto per mostrare l’uso efficace che di esso se ne può fare. Il punto di vista è quello delle giuriste che, in questi anni, hanno accompagnato e sostenuto le donne che decidevano di denunciare e che hanno cercato di utilizzare le norme per sostenere il loro percorso di fuoriuscita dalla violenza.
Questa esperienza è proposta come terzo modo di elaborare il rapporto tra femminismo e diritto. Definita come “ritorno alle pratiche”, si affianca a quello del “sopra la legge” (Cigarini) e della produzione di vuoti legislativi, e a quello che invece ha visto nella legge un terreno di negoziazione, con il rischio però di appiattire i conflitti politici nella sola dimensione giuridica. Seguendo Tamar Pitch, che firma anche una delle due introduzioni al testo, Boiano avverte però che la lettura delle divisioni all’interno del femminismo italiano sul diritto non attiene alla sua utilità, ma piuttosto agli obiettivi e alle pratiche.
A partire dalle vicende di cinquanta donne che si sono rivolte all’associazione Differenza Donna, l’esperienza del “ritorno alle pratiche”, la cui complessità è narrata anche nell’introduzione di Teresa Manente, viene raccontata mostrando come un’attiva presenza femminile nelle aule giudiziarie produca trasformazioni e aiuti a individuare concrete ipotesi di procedure e norme più attente alle donne. Tanto più necessarie alla luce della resistenza al cambiamento della cultura giuridica, del permanere tra gli operatori della giustizia di stereotipi e atteggiamenti culturali discriminatori nei confronti della vittima.
Questo approccio consente all’autrice di sostenere che politiche di empowerment delle donne e riconoscimento della loro condizione di vittime, all’interno di un procedimento di querela di un reato di violenza, non siano azioni contraddittorie. Distinguendo tra vittima e vittimismo sottolinea l’utilità di tale definizione per ricorrere alle risorse giuridiche a disposizione e meglio tutelare la donna che ha subito violenza. Mostra le diverse strategie messe in atto, restituisce la discussione che si è sviluppata attorno al nodo della violenza sessuale, in ambito nazionale e internazionale.
Riesamina così in tutto il suo spessore la vexata quaestio tra procedibilità d’ufficio o querela di parte, recentemente riproposta dalla temporanea irrevocabilità della denuncia per atti persecutori (legge n.119/2013). In gioco c’era la prevalenza dell’autodeterminazione delle donne in un sistema penale che ha contribuito a legittimare la violenza maschile nei loro confronti oppure la necessità di sancire la gravità del delitto e liberare in questo modo le donne dal ricatto. Eppure la prassi suggerisce che, a prescindere dal regime di procedibilità o meno, urgono altre questioni, come quella di assicurare l’esercizio del diritto alla difesa della donna offesa sin dall’inizio del procedimento. Rimane aperto il nodo della definizione della violenza contro le donne; il libro mostra il significato delle diverse locuzioni usate: violenza di genere, violenza maschile contro le donne, femminicidio.
Questa restituzione del pluralismo del discorso femminista sulla violenza, del modo in cui normative nazionali e internazionali la definiscono è uno dei pregi del libro. Tanto più prezioso oggi. Dopo il recepimento della Convenzione di Istanbul, infatti, stenta ad attivarsi una politica integrata e globale, efficace nel sostenere il cambiamento che le donne hanno prodotto e nell’interrogare il rapporto degli uomini con la violenza. Diventa così utile provare a nominare precisamente di cosa stiamo parlando in un momento in cui – per dirla con le parole di Patrizia Romito, richiamate dall’autrice – dal silenzio di un tempo si è passati al rumore di oggi. Il rumore, si sa, può stordire, ma soprattutto nasconde tanto quanto il silenzio.
(Pubblicato su Il Manifesto, 3 dicembre 2015)
Parlano giovani donne invogliate ad intervenire dalla lettura di “Mia madre femminista”.
Durante le presentazioni del libro “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo, Padova 2015) alcune giovani hanno partecipato con scritti, interventi introduttivi e dal pubblico, mostrando un modo originale di intendere e dare continuità all’essere femminista, un modo imprevisto e da noi desiderato.
Luciana e Marina
di Simona Lecchi, operaia e assistente alla poltrona.
Brescia 27 novembre 2015
In una paginetta riassumo la mia esperienza nel lavoro e nella vita quotidiana, esperienza che considero positiva: qui intendo trasmettere ciò che ho ricevuto.
Sono passati 14 anni dal mio primo giorno di lavoro in fabbrica.
Avevo 16 anni frequentavo le scuole superiori, avevo scelto l’indirizzo grafico pubblicitario, ma a metà anno decisi di non voler più continuare. Così, dopo aver affrontato il discorso a casa con i miei genitori, un pomeriggio mia mamma mi accompagnò per un colloquio di lavoro nella fabbrica dove lei lavorava da molti anni.
Dopo il colloquio mi assunsero con contratto a termine. Per me entrare in fabbrica voleva dire sentirmi più grande e indipendente, inoltre la figura di mia madre era rassicurante. Sentivo, dai suoi racconti, che stavo entrando in un luogo di lavoro importante dove essere operaia non significava fare un lavoro degradante o poco rispettato ma riconosciuto anche socialmente. In quella fabbrica sentivo che le persone contavano.
L’inserimento nel contesto della fabbrica fu piacevole, alcune donne le conoscevo già perché amiche di mia mamma. La cosa che mi ha colpito è che tutte loro conoscevano me: io ero la figlia di Rosa. Rosa Piantoni.
Trovai un ambiente tranquillo e sereno, le colleghe erano per la maggior parte coetanee, le univa il fatto di aver iniziato tutte da giovanissime nella stessa fabbrica.
Il lavoro in sé mi piaceva, a volte poteva essere un po’ monotono, a volte mi capitava di lavorare da sola, altre volte su macchine con 3 o 4 donne. Mi capitava, ma raramente, di lavorare in coppia con mia madre.
Sicuramente questa esperienza della fabbrica è stata positiva grazie alla presenza di mia madre, con lei presente mi sembrava tutto più semplice e andare al lavoro, anche facendo i turni non mi pesava, la sua presenza era importante anche per le altre operaie e infatti lei rappresentava il sindacato e quindi il punto di riferimento per i lavoratori e le lavoratrici.
Restai in fabbrica per circa 2 anni, con contratti a termine, poi a me ed altre ragazze non rinnovarono il contratto. Cercai un altro lavoro e dopo pochi mesi lo trovai presso uno studio dentistico dove facevo l’assistente alla poltrona, lavoro che faccio ancora anche se in un altro studio.
Ripensando alla mia esperienza lavorativa in fabbrica, mi considero fortunata, era una fabbrica sindacalizzata, vedevo all’opera l’altro aspetto di mia madre: quello di sindacalista. Ho potuto vedere e vivere a pieno l’agire sindacale: assemblee, scioperi, discussioni politiche, conflitti con l’azienda e, anche quando le situazioni erano tese, non si oltrepassavano mai certi limiti, prevaleva sempre il buon-senso e la discussione. Ho imparato a farmi rispettare, a far valere il lavoro che faccio con cura e attenzione, anche se dove sono ora non siamo organizzati sindacalmente, ho coscienza del fatto che tutto il lavoro politico e sindacale, fatto dalle donne, come mia madre, oggi permette a me e ad altre di godere di diritti politici e sociali importanti, che a volte, sbagliando, diamo per scontati.
Ho imparato ad apprezzare il “lavoro” perché fa parte della vita e non lo percepisco come un sacrificio e nemmeno lo riduco a una pura questione economica.
Anche il rispetto è importante e puoi farlo valere solo se a tua volta rispetti chi ti sta di fronte.
Non sono una femminista come mia madre, la mia lotta sindacale è stata breve e partecipativa non agita in prima persona, non vado di mia spontanea volontà a manifestazioni o altre iniziative, non frequento gli ambienti sindacali o di partiti. Non so perché ma per ora non ne sento il bisogno. Comunque so farmi rispettare, nel mio agire quotidiano cerco di essere rispettosa nei confronti dell’ambiente che mi circonda. I valori che mia madre mi ha trasmesso fin da piccola sono dentro di me, fanno parte della mia vita; l’onestà per poter andare a testa alta e guardare tutti negli occhi, la dignità, perché tutto ciò che si ha deve essere guadagnato onestamente per stare bene con se stesse e non essere ricattabili. Mia madre mi disse che non avrebbe mai chiesto alla Zucchi, la ditta dove lavoravamo, di assumermi. Era amareggiata per la mancata conferma del contratto a termine, ma mi ha spiegato cosa avrebbe significato per lei questa richiesta: perdere la sua libertà di agire nei confronti dell’azienda e la perdita di rispetto da parte delle e dei suoi colleghi di lavoro. A me dispiaceva lasciare la Zucchi, anche perché non sapevo che altro lavoro avrei potuto trovare, ma ho capito e apprezzato cosa intendeva mia madre. Anche il suo agire libero nei confronti di mio padre man mano che crescevo l’ho sentito sempre più fondamentale: ho imparato a non considerare gli uomini più liberi e più importanti di me, a non avere un atteggiamento di sottomissione ma a esigere il confronto anche aspro se necessario ma sempre rispettoso delle reciproche diversità e bisogni. Questo e molto altro ho ricevuto da mia madre e a mia volta cercherò di trasmetterlo.
Parlano giovani donne invogliate ad intervenire dalla lettura di “Mia madre femminista”.
Durante le presentazioni del libro “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo, Padova 2015) alcune giovani hanno partecipato con scritti, interventi introduttivi e dal pubblico, mostrando un modo originale di intendere e dare continuità all’essere femminista, un modo imprevisto e da noi desiderato.
Luciana e Marina
di Martina Giulietti, studente, 18 anni. Livorno 4 novembre 2015
Leggendo il libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, sono rimasta colpita e affascinata dalla frase che dice la figlia nell’ultima pagina dell’ultimo capitolo intitolato Immagina che il lavoro. La frase è una citazione da Marilyn Monroe: “Le donne che cercano di essere uguali agli uomini mancano di ambizione”. Per me Marilyn è sempre stata l’incarnazione della grandezza femminile e della difficoltà di essere donna in un mondo dominato dagli uomini. Per questo in terza media decisi di dedicarle la mia tesina! Io, come la figlia, mi reputo ambiziosa e mi sento libera, voglio la mia indipendenza economica e di pensiero e vivere la mia vita secondo i miei desideri.
L’esperienza che ho avuto con il femminismo non l’ho vissuta, purtroppo, in prima persona ma ne sono venuta a conoscenza attraverso i racconti di Giuliana, mia zia femminista, del video della Libreria delle Donne di Milano La politica del desiderio (L’altravista-Libreria delle donne, 74’, 2010) e di questo libro. Attraverso questa breve ma intensa esperienza, ho acquisito più forza nell’essere donna e la consapevolezza di essere diversa dall’uomo e mi sono resa conto che la libertà femminile non è un diritto, bensì una continua battaglia.
Pur non avendo una pratica politica del femminismo con altre donne, posso comunque dire che la condivisione delle mie esperienze con le mie amiche è fondamentale, perché credo che sia proprio il mettersi a nudo, ovvero rivelare quelle cose che ci spaventano, che creano dentro di noi dei disordini e ci ostacolano nel vivere liberamente il nostro essere donne, senza misure stabilite da altri, a creare l’intesa e a fortificare il rapporto. La relazione con le mie amiche e lo scambio con loro mi aiuta, mi dà forza e sicurezza.
di Bia Sarasini
«È stata una sensazione personale, diretta. Come se tutto il mondo in guerra avesse fatto irruzione dentro i confini della mia patria. Siria, Iran, Iraq sono entrati nelle nostre vite. Prima degli attentati a Parigi del 13 novembre scorso gli interventi francesi in Mali non sembravano riguardare i cittadini, ora invece sappiamo che li riguardano, eccome» dice Annie Ernaux, la signora delle lettere francesi, ospite importante della fiera della piccola e media editoria “Piu libri, più liberi” in corso a Roma fino a domani 8 dicembre con il suo libro culto “Gli anni” (L’Orma, 266 pagine, 16 euro). «Ho letto su un sito un’espressione che mi ha colpita: sono i nostri morti ma non è la nostra guerra. Io chioserei: sono i nostri morti ma non è la nostra politica». E aggiunge: «Non si deve mai vivere con la paura, anche se penso che ci saranno altri attentati. Non si poteva comunque andare avanti con la supremazia dei paesi occidentali che dimenticano l’altra parte del mondo». Quanto al suo libro, non ammette equivoci: «Ho scritto del passato, ma non c’è traccia di nostalgia», ha detto a un pubblico che l’ascoltata con attenzione, dopo essersi messo pazientemente in fila per vederla e farsi firmare il libro. «Direi anzi che non c’è proprio nessun sentimento. Il mio scopo è afferrare la realtà, il passaggio del tempo così come avviene. La nostalgia falsifica tutto». Ma di cosa parla “Gli anni”? «Non si tratta né di memoria né di ricordo. Si tratta di risalire il tempo. Trovare la bambina, la ragazza, la donna matura che sono e che sono stata, insieme alle tracce degli eventi, delle cose, dei fatti, dei cambiamenti che hanno fatto il corso del tempo. In altre parole, quello che fa, della mia vita, la mia vita dentro i fatti della mia generazione».
Annie Ernaux, che è nata a Lillebonne nel 1940, fa iniziare dal 1945 quella che si potrebbe definire una specie di registrazione, di documentazione ad uso di altri, oltre che per sé stessa. Comincia dal dopoguerra. «Il volto pieno di lacrime di Alida Valli mentre ballava con George Wilson nel film “L’inverno ti farà tornare”. Oppure, la foto virata seppia di un «neonato grassoccio».
Fatti, sentimenti, immagini, oggetti, frasi, pubblicità messi uni accanto agli altri, che insieme disegnano una striscia ininterrotta, un nastro senza fine proprio come la vita, che dal passato arrivano al presente. «Non c’è l’io, non c’è la prima persona» dice Ernaux «C’è il noi, il noi dei bambini, dei giovani che siamo stati. E c’è lei, la terza persona femminile, che sono io, insieme a tutti quei noi. E l’io non è più lo stesso io». È un’autobiografia di tutti, quella che mette insieme la scrittrice francese di cui a poco a poco la critica ha imparato a riconoscere la grandezza. Una scrittrice a cui spesso si attribuisce la maternità dell’autofiction, definizione che respinge: «Non c’è un grammo di fiction nella mia scrittura. Io cerco la realtà. Dico il cambiamento personale dentro il cambiamento della società, come in uno specchio». L’io e il noi, l’interiore e l’esteriore.
«Siamo dentro e fuori della società, in bilico. Spero che questo libro abbia un respiro europeo. Francia e Italia hanno storie simili: le classi contadine che si modernizzano nel dopoguerra, le lotte politiche». Non manca nulla, dalla ricostruzione del dopoguerra al ’68, dalla rivoluzione sessuale alla liberazione della donna. Sono interessanti anche le parole, che cambiano, con il tempo. «Sì, anche il linguaggio fa parte del tempo. Nella stessa maniera in cui si era detto ‘dopo Auschwitz’, ora si dice ‘dopo l’11 settembre’, un giorno speciale. Lì cominciava qualcosa, non sapevamo cosa. Anche il tempo si globalizzava, diventava unico». Non è un dettaglio da poco, per chi scrive per salvare il tempo di tutti. Come si conclude il libro: «Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più». Perché morte e vita non appartengono all’io, alla voce singola, sono di tutti.
(www.societadelleletterate.it, 7/12/2015)
LIBRI / le femministe odiano cucinare, vuole un vecchio cliché. Smentito da Fuochi, opera della Libreria delle donne di Milano
di Stefania Barzini
Faccio parte, per età anagrafica, di una generazione di donne che negli anni ’70 del secolo scorso un bel giorno si sono guardate allo specchio, hanno buttato nel secchio grembiule di cucina, padelle, mestoli e detersivi per i piatti, e sono scese in strada, per rivendicare il diritto ad una vita “altra”, che non ci vedesse legate ai fornelli, che non prevedesse un perenne sorriso e una tavola sempre pronta per il ritorno del guerriero.
Anche io sono scesa in piazza come tutte le mie amiche ma… una piccola differenza c’era. Il fatto è che io amo cucinare. Da sempre. E dunque per me lo sfaccendare intorno alla stufa non aveva nulla di avvilente, di frustrante, di umiliante. Al contrario. Per anni ho cercato di spiegare alle mie amiche, che in quegli anni si sentivano invase da furori creativi, dipingevano, cantavano, scrivevano, recitavano, di spiegare dunque che anche le padelle, se affrontate nel modo giusto potevano liberare cuore e mente. Fatica sprecata, la mia passione per pentole e casseruole infatti, in quel turbolento decennio, è stata vista con sospetto, segno di tradimento, un terribile segreto da nascondere nell’angolo più buio della casa. Per anni insomma ho dovuto cucinare di nascosto.
Ma i tempi (e meno male, aggiungo io) son cambiati e i segni del cambiamento sono ovunque. E’ da poco uscito in libreria “Fuochi- La cucina di Estia”, Estia dunque, dea del focolare. E’ un libro di pensieri e ricette. E fin qui nulla di nuovo, il mercato è inflazionato di libri simili, basta fare un giro in qualsiasi libreria del Regno per accorgersene. A scriverlo è un gruppo di donne, e anche qui, direte voi, nessuna novità. Però il libro, qui sta la sorpresa, è pubblicato dalla Libreria delle Donne di Milano e le signore in questione sono tutte femministe di peso, alcune di loro inventano palazzi, altre scrivono, altre curano le menti stanche, tutte fanno parte della mia generazione, tutte sono, allora, scese in piazza, tutte si occupano ancora di politiche femminili e tutte hanno un vizio, una passione, un piacere in comune: amano cucinare. Potete immaginare che gioia sia stata per me essere stata invitata da queste donne a presentare il loro libro. Finalmente il momento della rivalsa! Reso ancora più completo dall’uscita di un articolo, apparso sul sito “The Salt” a firma di Nina Martyris, dal titolo: “How Suffragists Used Cookbooks As A Recipe fo Subversion” ovvero “Come le suffragette usarono i libri di cucina come ricetta per la sovversione”, dove si racconta come le suffragette per finanziare le loro campagne, pubblicassero per l’appunto libri di cucina. Se dunque persino le suffragette usavano la cucina a scopi nobili, come quello del diritto al voto, forse è giunto il momento di fare un ulteriore passo in avanti. “Fuochi” va in questa direzione. Non è certo la prima volta che le donne scrivono di cibo, tante di noi lo fanno o lo hanno fatto, ma è sempre stato un cammino individuale, una scelta personale, vissuta anche, quantomeno dalle donne della mia generazione, con un certo senso di colpa, quasi che scrivere di fornelli fosse un’attività di cui vergognarsi. “Fuochi” è il primo libro però scritto da un gruppo di donne, e da un gruppo di donne femministe. Un libro liberatorio per chi, come me, ama pentole e padelle. E’ il segno che finalmente anche quegli strumenti che per anni sono stati visti come minacciosi, come il segno lampante del tentativo, da parte maschile, di imprigionarci, di tenerci recluse, segregate nelle case, quegli stessi strumenti adesso sono stati sdoganati, è il segno che il femminismo, le donne, che molti anni fa hanno riempito le piazze e svuotato le cucine, adesso si fermano a riflettere e a chiedersi se quelle prigioni che abbiamo abbandonato fossero davvero solo celle asfittiche, croci da sopportare, eterno calvario delle nostre esistenze. E se non sia invece possibile riscoprire un potere antico, se non si possa liberare la maga che c’è in ciascuna di noi, quella che preparava filtri, incantesimi, pozioni, che tramandava le sue magie di madre in figlia, di nonna in nipote, che nutriva, non solo il marito, i figli, la famiglia, gli amici, ma il mondo stesso. Rose Boycott, giornalista inglese e femminista storica, nel 1970 scriveva sul suo magazine “Spare Rib” contro ogni singolo istante passato ai fornelli, oggi ci ha ripensato e ammette sul “Guardian” che: “Per il nostro modo di pensare, cucinare era per persone frivole e dunque politicamente pericoloso. Ma ci sbagliavamo”. L’imperativo dell’oggi, quello che condiziona la nostra vita di donne è l’abusato slogan americano “Women can have it all”, “Le donne possono avere ogni cosa”, casa, carriera, figli, marito, amici, hobby. Uno degli imperativi più frustranti di questi ultimi anni, perché tutto nessuno riesce mai ad averlo. E allora non sarebbe invece liberatorio poter finalmente dire che no, non vogliamo affatto tutto, che vorremmo poter scegliere cosa debba o non debba far parte della nostra vita e farlo senza condizionamenti esterni? E alcune di noi magari sceglieranno i fornelli, prenderanno possesso della cucina, facendola diventare un luogo di azione e non più di reclusione, rivendicheranno un ruolo storico, sociale, politico, mai sufficientemente riconosciuto, quello di depositarie della memoria gustativa del nostro paese. Saremo noi allora, quelle donne, a scendere in piazza gridando a chi ci vuole ascoltare: Tremate, tremate, le cuoche son tornate!”
(Pagina99, 21/27 novembre 2015)
di Daniele Biaggi
Chirù ha 18 anni, vive a Cagliari e ha un profilo facebook. È un ragazzo pieno di vita, più di quella che ci si aspetterebbe da un personaggio fittizio. Chirù, infatti, è il protagonista del nuovo romanzo di Michela Murgia (Chirù, Einaudi Editore), scrittrice sarda vincitrice del premio Campiello 2010.
Murgia è una narratrice: lo è al punto tale da non riuscire a imprigionare le sue creature all’interno della pagina, permettendo loro di vivere una vita che superi lo spazio del racconto.
Quello che ha fatto è semplicissimo, tanto da chiedersi come mai nessuno ci avesse pensato prima: nelle settimane precedenti l’uscita del romanzo, ha donato una prima vita a Chirù, creandogli un profilo Facebook, un Tumblr e un account Spreaker. Non solo, non bastava: ha ingaggiato i suoi follower/futuri lettori, grazie a quella che potremmo definire una call to action letteraria, seminando oggetti dimenticati dal protagonista per la città, chiedendo di inviare libri che lo consolassero da ferite d’amore e postando continui aggiornamenti sui suoi spostamenti.
Ha rotto insomma un’incomunicabilità, intrinseca nella finzione letteraria, tra personaggi e lettore.
Tanto semplice l’idea, tanto complesse le implicazioni a livello letterario ed editoriale, che ci hanno spinto a contattarla per scambiare quattro chiacchiere riguardo la questione.
Innanzitutto, quando e come è nata l’idea?
A luglio scorso, il giorno dopo aver consegnato la stesura definitiva del romanzo, non avevo esaurito la spinta narrativa. Sentivo che la voce di Chirù diciottenne aveva un respiro proprio, ma che non erano le pagine del romanzo il posto in cui poteva esprimerla. Così ho aperto una pagina Fb e ho iniziato a scrivere dei post come se fosse lui medesimo a muoversi sulla bacheca. Poiché nessuno ne era a conoscenza, è rimasto senza amici fino alla prima settimana di ottobre.
Una delle regole auree della letteratura sancisce l’incomunicabilità tra lettore e personaggio, cosa che ha in un certo senso violato e che aumenta il livello di sospensione dell’incredulità. Come spiega il superamento di questa barriera?
La barriera in realtà è apparente, perché anche Facebook è uno spazio narrativo. La sequenza dei post degli utenti sulla bacheca si chiama timeline, ma se si chiamasse storyboard sarebbe ancora più chiaro che la scelta dei contenuti – testo, foto, video, emoticons – risponde a una volontà narrante. Sui social siamo tutti allo stesso tempo lettori, narratori e personaggi.
Il lettore viene a conoscenza di particolari successivi a un evento, prima di aver conosciuto l’evento stesso raccontato nel romanzo. È una rivoluzione letteraria a livello del patto narrativo con il lettore, ne è consapevole?
Che la storia non si esaurisca nella carta è una cosa vera da sempre, considerato che non è sulla carta che è cominciata. La narrazione comincia nel mondo dell’oralità, la carta è un’evoluzione molto tardiva e gli strumenti narrativi tecnologici raccolgono lo stesso testimone, lo stesso “c’era una volta” partito da un cerchio di persone intorno a un fuoco e a un trovatore centinaia di anni fa. Il patto non cambia: si espande.
Superato il limite, si potrebbe delegittimare il potere della carta stampata. È, in parte, il riconoscimento che nella società di oggi il libro non ha più un fascino sufficiente per certi lettori?
In un paese dove 6 italiani su 10 non leggono nemmeno un libro l’anno e dove il 46% è considerato analfabeta funzionale, la delegittimazione della carta è già certificata: chi scrive libri per mestiere è consapevole di farlo per un’élite in via di estinzione. La sfida dei narratori futuri è anche quella di capire come i nuovi sistemi di organizzazione del linguaggio e dei contenuti possono salvare le storie, anche se si perde la carta.
Possibile che una soluzione alla crisi di lettura in Italia si possa trovare proprio grazie a una narrazione crossmediale che coinvolga più mezzi di comunicazione?
L’informazione si è posta il problema molto prima e, pur non avendo smesso di uscire in edicola, si muove da tempo sulla rete nell’ottica del mobile first. Non riguarda la mia generazione, già vecchia, ma i millennial. I ventenni di domani hanno bisogno di storie quanto noi, ma i luoghi in cui le trovano somigliano ai nostri quanto un chicco di grano somiglia a una spiga, e non è detto che sia peggio. Gli spazi fortemente connettivi in cui loro si muovono con naturalezza ci dicono una verità che la retorica dello scrittore solitario ci aveva per anni indotti a negare: la narrazione è prima di tutto relazione.
Questo comporta una preparazione impartita dall’autore nei confronti dei suoi futuri lettori, creando un narratario ideale della storia. Per esempio, Chirù è appassionato di musica, lo si vede nei suoi post, e in questo modo i lettori avranno una maggiore consapevolezza. Possiamo definirla una facilitazione per l’autore?
Credo che l’autore si esponga al contrario a un rischio notevolissimo. Chi ha vissuto l’esperienza multimediale del prequel su Fb si approccerà al libro con un’idea del personaggio Chirù che il lettore tradizionale non avrà. Leggeranno due libri diversi, non solo perché tutti i lettori sono diversi, ma perché la partenza avviene da blocchi sfalsati. Per gli utenti di Facebook, Chirù non è un misterioso estraneo raccontato da una voce amica, ma un amico che incontra una misteriosa estranea. Al digital divide corrisponde in questo caso anche un divario letterario.
È una storia in fieri, potenzialmente infinita: se e quando si dice basta?
Dire basta spetta al lettore. Quando cessa la sua disponibilità alla relazione, la narrazione è finita. Non sono mai stata il tipo di autrice che scrive per se stessa”.
(www.wired.it, 12 novembre 2015)
Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua è il titolo del libro che, scritto a più mani e curato da Marina Santini e Luciana Tavernini della Comunità di storia vivente di Milano creata da Marirì Martinengo, racconta attraverso la voce delle protagoniste e il commento a tante foto inedite, quella straordinaria e unica rivoluzione simbolica e sociale, iniziata negli anni ’60, continuata negli anni ’70/80 del secolo scorso fino ad arrivare a oggi e che porta il nome di femminismo della libertà. Un lavoro quello delle curatrici durato sette anni, durante i quali – raccontano – «alcune ci hanno aperto le case, recuperando scatole di documenti dalle cantine e cominciando narrazioni fiume. Con altre ci sono state ripetuti scambi di mail. Molte ci hanno ringraziato perché abbiamo ripercorso tratti della loro e della nostra esperienza. A volte il racconto è partito da una fotografia, altre volte, invece, è stata cercata un’illustrazione. A noi interessava andare oltre l’immaginario riduttivo delle grandi manifestazioni» per raccontare quel femminismo che «non è possibile insegnare. Non è un oggetto di studio. Trasforma se ci si lascia toccare. Dopo il mondo non è più lo stesso». È quanto nel libro raccontano le tante donne, facendo rivivere l’atmosfera irripetibile di quegli anni, le emozioni, i sentimenti, i pensieri, gli episodi, le fatiche, le gioie, le scoperte, la creatività di una generazione di donne che ha cambiato la propria vita e il mondo intorno a sé. Perché raccontare? Per chi e a chi? Non per “censire il femminismo” – avvertono le curatrici – ma per «il desiderio di dialogo con le nuove generazioni», sollecitate dalle domande e dalla curiosità «delle allieve […] di un istituto linguistico, dopo aver visto la mostra sul movimento delle donne a Milano» e perché non se ne perda «la memoria e neppure che un’altra storia le venga soprapposta, facendone svanire il senso».
«Ma doveva proprio capitarmi una madre femminista?» è la provocazione di una figlia a sua madre, da cui il libro prende le mosse per raccontare. La madre reagisce scrivendo alla figlia una lunga lettera per aprire un dialogo con lei e spiegarle, raccontarle, la sua esperienza di femminista. È intorno a quel dialogo madre-figlia che si snodano i racconti delle altre donne, sempre a partire da sé, ripercorrendo cinquant’anni di storia italiana attraverso quattro parole, quattro capitoli: corpo, linguaggio, luoghi e lavoro. Pratica dell’autocoscienza, piccoli gruppi, collettivi, movimento delle donne, abbandono della politica della parità, abbandono di molte donne dei gruppi misti, pratica dell’inconscio e relazione tra donne, passando dalla riflessione sulla relazione con la madre; entrata in massa delle donne nelle scuole e scoperta della non neutralità del linguaggio e della cultura che lì si insegnava/insegna, e avvio negli anni ’80 della pedagogia della differenza. Centrale la ricerca di parole nuove «per raccontare le trasformazioni avvenute». «Attraverso la parola scambiata avveniva la presa di coscienza e si portava sulla scena pubblica materie private come la sessualità, la violenza, la maternità. Il personale divenne politico». Si organizzavano le 150 ore per le casalinghe, si scopriva il proprio corpo, la propria sessualità, si sperimentavano le autovisite con lo speculum di plastica e la contraccezione. Emma Bonino si autodenunciava con il Cisa per gli aborti clandestini, a Roma (1976) nasceva il primo centro antiviolenza e sulla Rai (1979) veniva trasmesso il documentario su un processo per stupro, si avviava l’esperienza degli asili autogestiti. Si sperimentava la pratica del fare e della creatività femminile, fondando librerie, case editrici, riviste, quotidiani di donne, festival di cinema, musica, teatro autogestiti. Quel femminismo non è morto, continua a vivere nelle tante donne di quella generazione che, ancora in vita, ne ha trasmesso l’“eredità” alle figlie. Il libro si chiude, infatti, con la consapevolezza della figlia – a partire dal suo desiderio del doppio sì, al lavoro e alla maternità – di essere cambiata anche lei. «Cara mamma ti sei accorta di come sono cambiata? Che ne dici? Sono forse diventata femminista?» Il libro si presta ad essere utilizzato come testo scolastico, non per insegnare il femminismo, ma per dare alle ragazze che frequentano le nostre scuole consapevolezza della propria storia e conoscenza delle origini del loro cambiamento, del loro essere “femministe”, anche se non lo sanno.
Mia madre femminista – Voci da una rivoluzione che continua, a cura di Marina Santini e Luciana Tavernini. Ed. Il Poligrafo, pagg.249, € 20,00
di Barbara Mapelli
La filosofa francese, figura centrale del femminismo, racconta uno dei tabù più diffusi e meno “pensati”, quello della pedofilia.
E indaga sul nesso tra bellezza, amore e violenza che caratterizza i nostri rapporti con i bambini e le bambine, soggetti – e oggetti – senza parola delle relazioni con il mondo adulto.
Non so se quanto scrivo si possa definire una recensione. Mi sembra che il mio desiderio sia soprattutto quello di parlare del testo Paedophilia, di Annie Leclerc, per condividere i contenuti di un libro che ha il coraggio di affrontare ciò di cui si parla poco e male, solo o prevalentemente a livello di notizie di cronaca, distorcendo i significati della parola, distorcendo, impoverendo e banalizzando i signficati di quel che accade e che risuona potentemente in tutti e tutte noi. Desidero condividere emozioni, per quanto possibile, e contenuti e il coraggio dell’autrice che tratta un tema oscuro, che suscita orrore, scavalcando i manierismi dei/delle benpensanti, di coloro che dividono il mondo con sicurezza in bene e male. E non c’è dubbio dove collochino se stessi/e. Scrivo, o almeno tento, un dialogo con l’autrice seguendo puntualmente le sue pagine, pur nella brevità obbligata delle mie di pagine, ma certamente non sono soltanto una cronista fedele di questo libro, né desidero esserlo, io ci sono nelle scelte delle parole, dei brani citati, delle sottolineature di contenuti che particolarmente mi hanno colpito.
C’è un lupo, scrive Annie Leclerc, che si è mangiato una parola – e proseguendo nella lettura ci abituiamo progressivamente al suo linguaggio, alle immagini che si susseguono, fioriscono in ogni pagina, compaiono e poi rapidamente spariscono, ma restano incise nel pensiero e nell’emozione di chi legge. Ma chi è il lupo, o i lupi? Qual’ è la parola?
La parola è paedophilia, il titolo stesso di questo piccolo libro, ed è una parola che viene usata spesso, anche se divorata nei suoi significati o meglio resa ambigua negli anni fino ad assumere il senso più negativo, quello che suscita orrore, che semina il terrore, il silenzio e la morte. Se il termine significa letteralmente amore per i bambini, diviene nel tempo qualcosa che evoca solo il male più grande. Eppure l’amore per i bambini è un sentimento che abbiamo tutti e tutte, è il sentimento della vita, della gioia, della fiducia e come e perché si trasformi, si sia trasformato è un pensiero su cui poco o nulla si è riflettuto.
Ovunque i bambini e le bambine inondano i cartelloni pubblicitari, le pubblicità in tv, sono i mezzi più sicuri per vendere di tutto, non solo prodotti per l’infanzia, vengono presentati e presentate come piccoli angioletti bonbon che ci vengono serviti in tutte le salse…Eppure, a fronte di tutto ciò sembra che ai pensatori dell’umanità tutto questo importi poco, e che si stenda un silenzio inspiegabile, forse indecente, sulla fascinazione irresistibile di un’infanzia che ci induce a comprare cibi surgelati, detersivi, carta igienica…e più i loro corpi piccini, il loro sorriso e i passi incerti vengono esposti, più l’amore, il desiderio per loro si espande, diviene sentimento diffuso e santificato nella sua apparente purezza, nella gioia senza ombre che offre. Al di là di questo inespresso ed edificante sentire collettivo domina il silenzio, rotto solo dalle denunce delle violenze, senza che vi sia alcun tentativo di mettere in comunicazione, di rompere la rigida divisione tra bene e male. Silenzio, come il silenzio del bambino, della bambina aggredita sessualmente. D’altronde, ricorda l’autrice, l’etimologia di infanzia, infans, è costituita dalla particella privativa in e fans, partcipio del verbo fari, parlare: l’infante è colui/colei che non parla (ancora). Eppure la bambina violata – e Annie Leclerc introduce ora direttamente la sua storia – vorrebbe parlare, rompere la solitudine in cui il silenzio la chiude, ma la sua è l’esperienza dell’indicibile, lei è preda prigioniera del segreto dell’altro. All’uomo del sentiero – colui che l’ha fermata e violata in un luogo a pochi passi da casa – non ha potuto dire nulla, ai genitori nemmeno perché non ci sono parole per quanto è accaduto. La bambina, Annie da piccola, non vuole (non può) intaccare la fiducia assoluta che accorda agli adulti…Non vuole pensare: è davvero cattivo, mi vuole fare del male (…) La benevolenza degli adulti per i bambini è tutt’uno per lei con l’ordine del mondo: è la legge. Vuole restare, qualunque sia il prezzo da pagare, annidata nella legge della benevolenza come un feto nel ventre di sua madre (…) assume su di sé l’affonto e non fiata. E poi parlarne rende la cosa reale, una volta detta non si può più cancellare o dimenticare, e così alla vergogna per ciò che è accaduto si aggiunge la vergogna del silenzio, che la rende complice del crimine abominevole.
Ma Annie Leclerc si spinge ancora più in là ed è in questo coraggio ‘scandaloso’ che consiste, a mio parere, il merito maggiore del tuo testo.
Perché, lei afferma, davanti a un mondo adulto che si erge con grande sicurezza come giudice del crimine abominevole, e decide senza esitazione dove sia il bene, dove sia il male e si schiera in modo così risoluto contro il Male, il bambino già abusato da un adulto può, al posto dell’aperta antipatia davanti al suo carnefice che ci si aspetta da lui, al posto di questa dichiarazione di ostilità a cui è chiamato, riavvicinarsi al boia, all’ombra della vergogna dei deboli, in una solidarietà molto inquietante e insidiosa con ciò che conosce troppo bene: la solitudine di un inconfessabile segreto, la minaccia atroce della vergogna portata alla luce, questo stesso destino di terrore intimo e quotidiano…
L’indignazione e l’orrore adulto non crea solo distanza tra bene e male, crea barriere invalicabili, crea impossibilità di varchi, indicibilità e non volontà di cercare veramente di penetrare il segreto, i mille segreti della pedofilia ‘delicata’ racchiusi in ciascuno.
La divisione appare e viene dichiarata con sicurezza come netta e insormontabile tra una pedofilia gentile, attenta, amorosa, vale a dire pedagogica, e la volgare brutalità dei violentatori sanguinari, c’è una distanza infinita, insuperabile e indicibile. Il giorno e la notte. La bontà e la cattiveria. La grazia e la bestialità.
Ciò che ci si rifiuta di considerare è che l’amore stesso per i bambini e le bambine, il significato originario della parola pedofilia, può essere all’origine del disastro, della violenza. Porre barriere mette al sicuro l’indignato benpensante all’interno del recinto rassicurante della bontà, della tenerezza, della commozione innocente nei confronti del miracolo seducente dell’infanzia. Ma impedisce ogni sforzo di comprensione. E a questo punto la denuncia dell’autrice è precisa e netta.
Se non si cerca di capire cosa può accadere a coloro la cui sessualità si realizza a scapito dei bambini, se non ci preoccupiamo d’altro che di metterli in prigione, e di impedire con qualche coercizione originale che possano nuocere ancora una volta, non solo non si va al cuore del problema, ma lo si mantiene in vita. L’impensabile genera l’indicibile. L’indicibile allarga ulteriormente lo spazio del segreto in cui agisce il pedofilo. I mezzi per pensare l’impensabile li abbiamo: la comune passione per i bambini, il desiderio sessuale, ma anche qualche traccia in noi stessi, incancellabile, di infanzia oltraggiata: ferita segreta di sé, vergogna ridotta al silenzio senza la quale il pedofilo non avrebbe trovato la sua pastura.
Quanto Annie Leclerc scrive dunque su questo tema ‘lascia senza parole’, come annota Lea Melandri nella sua bella prefazione al volume, e lascia senza parole ‘dover ammettere che vita e morte, tenerezza e violenza, così come le abbiamo conosciute finora, si danno inspiegabilmente intrecciate’. Eppure l’autrice afferma, in una delle ultime pagine del libro, di non credere all’ineluttabilità della violenza, alla naturalità dell’homo homini lupus, una favola triste, dolente e oscura, aggiungo io, inventata dagli uomini cui anche noi donne abbiamo in parte creduto e abbiamo in parte soggiaciuto. Questa presunta naturalità è il frutto di una cultura antica, ma non originaria, su cui si può dunque riflettere e agire per trasformare.
Con le parole di Annie Leclerc. Che si sappia soltanto che non credo in effetti ad alcun impulso primario nell’uomo di aggredire, di nuocere, di stuprare e di uccidere. Penso che non abbiamo altra passione che quella di vivere – portare a compimento la vita fino alla sua fine che a ciascun passo l’assedia, vale a dire fino alla morte – e che la violenza, l’omicidio, la guerra sono delle passioni rivolte contro la vita.
Annie Leclerc, Della paedophilia e altri sentimenti, prefazione di Lea Melandri, traduzione di Luciana Piddiu e Giovanna Stancanelli, ed. Malcor D’, Catania 2015
(Leggendaria. Libri letture linguaggi – n. 111- maggio 2015)
di Bia Sarasini
È un grande piacere leggere Sei romanzi perfetti, il bel libro che Liliana Rampello ha dedicato a Jane Austen. Lo stesso piacere che si prova a leggere i sei testi in questione, da Ragione e sentimento a Persuasione, da Orgoglio e pregiudizio a Mansfield Park, per finire con Emma e L’abbazia di Northanger. Rampello trova, nell’accostarne l’opera, lo stesso tono lieve e leggero che ne caratterizza la scrittura, una speciale forma di sintonia, che fa sì che nel trascorrere dal commento critico alle numerose citazioni che intessono il ragionamento, non si avverta un salto. Insomma il libro si legge come un romanzo, per usare una formula abusata eppure efficace. Il disvelamento di alcune strutture narrative, la messa a fuoco delle caratteristiche peculiari di personaggi e personagge, ha l’andamento della scoperta di un segreto, si struttura come un plot in cui è piacevole immergersi.
E cosa dice Liliana Rampello di una scrittrice così nota, così letta, così amata? Un’autrice che dall’angolo di campagna inglese in cui ha vissuto e che ha raccontato tra il Settecento e l’Ottocento, è arrivata fresca e intatta fino a noi, mentre i suoi romanzi vengono letti e riletti, si moltiplicano gli adattamenti, le versioni cinematografiche d’epoca e moderne, i fan club. L’obiettivo non è svelare ancora una volta il segreto di una scrittura essenziale, calibrata, attenta ai particolari e mai leziosa, equilibrata nello svolgimento e feroce nei dettagli. Rampello pone all’attenzione soprattutto il chi e il come Jane Austen racconta.
Insomma, a interessare Rampello non è la mirabile osservatrice di trame sociali, quella qualità che anche i più ingenerosi dei critici sono stati costretti a riconoscerle, per esempio Vladimir Nabokov, che seppure definisce Mansfield Park “l’opera di una signora”, le attribuisce “una vena di genio”. Anche se parte da questa notazione: «Acuta e silenziosa osservatrice, la scrittrice posa sugli uomini uno sguardo impavido, poco tradizionale, anzi molto moderno, perché interno non alla logica ma alla complementarietà dei sessi, ma quella dello scambio».
Impavida narratrice, la signorina Austen mette in scena una storia inedita, mai raccontata, che non si ispira a nessuna precedente tradizione. La storia delle relazioni tra donne e uomini, ragazzi e ragazze anzi, «nell’età più lieve e di massima responsabilità: forse è per questo che parla ancora ai giovani di quell’età, cui oggi non sono date più né leggerezza né responsabilità, e a chi, con un passato alle spalle, sa che tutto in effetti è capitato allora».
Il gioco massimamente serio che passa tra quelle ragazze e quei ragazzi è ovviamente quello del matrimonio. Che non ha nulla a che fare con il sogno d’amore, con la trappola che imprigiona le donne, quella è una narrazione successiva. Il matrimonio, nella prospettiva di Jane Austen, è realtà concreta, fatta di relazioni, sentimenti, ragionamenti. E patrimoni.
Il denaro ha una parte centrale. Per questo queste ragazze, queste donne sono libere. Perché scelgono, pensano, ragionano per quanto possibile, sul loro destino. Non lo subiscono. E forse è questo il segreto che possono condividere con le ragazze di oggi, che hanno tra le mani un sogno d’amore in frantumi, e non hanno chiaro come comporre il loro futuro.
Rimane un punto da vedere, per comprendere come le personagge di Austen agiscono, cosa effettivamente raccontano, nell’«invenzione della narrazione del mondo, scoppiettante riga dopo riga fino all’esplosione finale, che non è il matrimonio, ma la felicità».
E questo è il punto centrale dell’interpretazione di Liliana Rampello. I romanzi di Jane sono romanzi non di formazione di un io definito come è nelle storie maschili, ma di trasformazione di sé. E il dialogo, la conversazione sono l’azione necessaria e sufficiente perché la trasformazione avvenga. Sembra semplice, è un passaggio essenziale, che apre una nuova finestra nella ricerca sulla narrazione da parte delle donne.
Ogni romanzo viene riletto alla luce di questa chiave critica, che apre nuove porte per ogni singolo testo. Chiudo questo viaggio nel racconto del libro che racconta Jane Austen, con la chiusura del libro, dedicata alle passioni, alla “straordinaria libertà interiore” regalata dall’autrice alle sue eroine.
«Le immagini che abbiamo della cultura materiale e immateriale dei due secoli, della loro temperie morale e culturale, sono attraversate da lei con il leggero e miracoloso equilibrio di chi conosce e accetta le proprie radici senza paura dell’autenticità complessa della natura umana e degli inevitabili cambiamenti umani e sociali. Perché tra le sue mani Jane Austen tiene stretto il desiderio di felicità di una donna».
Liliana Rampello, Sei romanzi perfetti, Il Saggiatore, pp. 200, euro 18
SIL – Società Italiana delle Letterate (http://www.societadelleletterate.it/ 9/10/2015)
Che cosa ci fanno nella cucina del Circolo della rosa di Milano sei donne diverse, che non sono cuoche di professione? Cucinano, ovviamente, ma per chi? per altre donne e uomini che frequentano la Libreria delle donne e amano quello che significa: una politica delle relazioni e della soggettività femminile libera. In questo contesto, c’è più gusto a cucinare e, cucinando, a parlare di sé e del mondo. Come mettersi intorno al focolare che scalda e cuoce, in un cerchio che si allarga. Estia era l’antica dea del focolare. Preparato con passione e arte, il cibo dalla cucina passa tra i tavoli a nutrire la buona conversazione, creando cultura condivisa. Affiora così il legame tra convivenza civile e preparazione del cibo, che è uno dei grandi contributi delle donne alla civiltà. Loro, le sei signore della cucina, la chiamano cucina relazionale. In questo piccolo libro, Fuochi, hanno riposto alcuni dei loro segreti e dei loro vissuti. Sono racconti, pensieri, fatti e naturalmente… ricette.
24 luglio 2014: Bella intervista di Bruna Miorelli a Stefania Giannotti su Radio Popolare
Ecco alcune recensioni, già pubblicate sul sito, uscite in questi mesi:
di Luciana Tavernini
Come si può spiegare l’interesse in costante crescita per l’opera complessiva e l’esperienza di vita di Antonia Pozzi, poeta e fotografa milanese degli anni Trenta, morta suicida a soli ventisei anni?
Infatti intorno a lei si stanno moltiplicando le tesi e i convegni universitari, gli spettacoli teatrali e i film, la pubblicazione di edizioni sempre più accresciute dei suoi scritti – poesie, diari, lettere –, gli interventi critici che ne mettono in luce l’originalità e ne riscoprono la vicenda esistenziale.
Eppure, da viva, aveva visto pubblicato solo un saggio su Aldous Huxley e nel 1939, l’anno dopo la sua morte, il padre curò un’edizione ridotta ed epurata delle poesie dal titolo Parole. Successivamente da Garzanti apparve la tesi di laurea sulla formazione letteraria di Flaubert, con la prefazione di Antonio Banfi, il filosofo razionalista, suo professore, che l’aveva però scoraggiata rispetto al fare poetico.
Nel 1943 uscì per Mondadori un’edizione più cospicua del corpus poetico, curata dall’amico Vittorio Sereni. La recensione di Montale che, nel dicembre 1945, ne metteva in luce il valore letterario sul “Mondo “ di Firenze divenne la base per l’introduzione a un volume più ampio, inserito nella prestigiosa collana “Lo Specchio” nel 1948 e poi nel 1964. Montale riconobbe ad Antonia Pozzi la capacità di “ridurre al minimo il peso delle parole”, la “purezza del suono e la nettezza dell’immagine” e notò che i suoi testi suscitano in chi li legge una sorta di “fuoco”, ma ricollegò la sua esperienza a quella di Ungaretti e dei poeti ermetici del verso libero.
A metà degli anni Ottanta iniziò, invece, una vera e propria riscoperta, dovuta soprattutto a Onorina Dino, curatrice dell’Archivio di Antonia a Pasturo, e ad Alessandra Cenni, che con attenta ricerca filologica ripristinarono le versioni originali delle poesie, liberandole dalle censure e dagli interventi paterni, e cominciarono anche la pubblicazione di lettere e diari, facendola così conoscere a un pubblico più vasto.
Ma in particolare negli ultimi dieci anni è progressivamente cresciuto l’interesse verso di lei, a partire dalla biografia critica di Graziella Bernabò Per troppa vita che ho nel sangue, dove appare inscindibile il nesso tra arte e vita, tanto caro alla Pozzi. Si tratta di un lavoro che ricostruisce con una rigorosa attenzione alle fonti e attraverso il dialogo con numerosi testimoni la vicenda esistenziale e l’impegno artistico di Antonia, illuminando attraverso di lei la situazione storica degli anni Trenta. È un modo di scrivere la biografia di una donna che utilizza un’attenzione empatica del tutto differente dalla facile immedesimazione, riuscendo a mostrare le difficoltà e le possibilità di un protagonismo al di fuori degli stereotipi femminili e dell’omologazione al maschile. Un metodo fruttuoso che Bernabò ha replicato nella complessa biografia di Elsa Morante, La fiaba estrema, ma che possiamo riconoscere anche nell’avvincente lavoro di Martina Corgnati, Afferrare la vita per la coda, sulla vita e le opere dell’artista Meret Oppenheim.
Da allora si sono moltiplicate le iniziative. Ne accennerò solo alcune: il sito, curato da Tiziana Altea, http://www.antoniapozzi.it/ , ricchissimo di informazioni e con una bibliografia aggiornata, a cui rimando anche per alcuni testi qui accennati e ormai introvabili; il grande convegno del 2008, nel settantesimo della morte, all’Università degli Studi di Milano, dove Antonia si era laureata, seguito dalla pubblicazione degli atti; le numerose tesi universitarie (ormai superano la ventina); i diversi spettacoli teatrali, tra cui L’infinita speranza di un ritorno con la drammaturgia e l’interpretazione di Elisabetta Vergani per la regia di Maurizio Schmidt, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita nel 2012; il film di Marina Spada, Poesia che mi guardi, presentato al festival di Venezia nel 2009, che, attraverso una narrazione originale, immagini nitide e pregnanti, documenti d’archivio inediti, ha saputo rendere il valore che l’opera poetica e fotografica di Antonia Pozzi acquista oggi, soprattutto per le giovani generazioni; il documentario del 2014 di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa. Antonia Pozzi (1912-1938), che ci restituisce la capacità, veramente straordinaria in Antonia, di introspezione e di relazione; la lettura di testi poetici e in prosa Tra arte e vita: Antonia Pozzi poeta (1912-1938), che costituisce una sorta di biografia, curata dal gruppo della web radio http://www.donnediparola.eu/.
Quest’importanza crescente che ha assunto la figura della Pozzi in ambito non solo europeo ha avuto possibilità di dispiegarsi grazie alla costante attenzione di Onorina Dino per l’Archivio Pozzi, da lei non soltanto attentamente curato, ma creato e accresciuto nel tempo, e consegnato nel 2014, già ordinato con una prima classificazione, al Centro Internazionale Insubrico di Varese. Certamente la ripubblicazione in varie edizioni, anche se a volte parziali, non solo delle poesie, ma anche delle fotografie, dei diari e delle lettere, le traduzioni in diverse lingue, i molti saggi critici hanno permesso l’ampliarsi della conoscenza di Antonia Pozzi da parte di un pubblico non specialistico, generando una vera e propria passione verso di lei..
Ma perché questo è accaduto, e perché soprattutto le donne, le maggiori lettrici oggi, vogliono incontrarla sempre più direttamente?
Quando una donna riesce a mantenere viva la sua voce originale e riesce a farla udire, andando oltre i canoni letterari e artistici del suo tempo, anche a costo di morirne, suscita in noi la voglia non solo di attingere alla sua opera ma di indagarne la vicenda umana. Aspiriamo infatti a “comprendere quelle vite femminili che contemplano il rischio e il desiderio di una realizzazione personale del mondo insieme a, o al posto di, un amore coniugale”, come diceva Carolyn Heilbrun (Amanda Cross), già nel 1988, nel suo libro Come scrivere la vita di una donna (p. 56).
Nella poesia della Pozzi, infatti, troviamo immagini e parole che ci restituiscono un sentire che tiene conto della corporeità; una poesia che sa essere vicina alle persone nella pienezza della loro umanità, sapendone cogliere la singolarità nei momenti quotidiani, tragici e gioiosi, dell’esistenza, magari solo attraverso un gesto, un elemento del vestire, un’emozione. Antonia sa essere vicina anche agli animali e alle cose, di cui vuole “rubare l’anima”, e dunque riesce a comunicare la forza dei luoghi: le montagne che amava scalare, le città di cui coglie la musica, la campagna lombarda e la periferia milanese, luoghi in cui lei stessa è presenza viva. Infatti lei “vive della poesia come le vene vivono del sangue” (lettera, 29 gennaio 1933), sa che nella scrittura è “necessario non recidere il legame vitale che intercorre tra problema di vita e problema d’arte” e che dunque “la risoluzione di un problema letterario […] rappresenta di per se stessa la risoluzione vivente di un problema di vita”.(Flaubert negli anni della sua formazione letteraria, pp. 8-9). Per questo nei suoi testi opera un cambiamento del simbolico, come il femminismo radicale chiama il mettere in parole, che la significhino fedelmente, l’esperienza umana, in particolare quella delle donne. Questo suo impegno – non capito dall’ambiente alto borghese in cui era nata e nemmeno dagli amici intellettuali del gruppo di Banfi, critici verso il fascismo ma incapaci di aprirsi alla differenza femminile – ora viene invece apprezzato e sentiamo che Antonia con le sue parole apre la strada a un senso nuovo dell’esistere.
La Pozzi è dunque un esempio di inestricabile intreccio di vita e opere, emblematico di alcuni percorsi, non certo facili, per mantenere la propria autenticità, che ancor oggi come donne siamo interessate a riconoscere. Per questo la pubblicazione dell’epistolario nel bel volume Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938 ci offre la possibilità di avere una fonte diretta sul suo modo di sentire, creare e relazionarsi. Sono testi che si leggono come un romanzo, per la bellezza, la vivacità e, via via, la maggiore intensità della scrittura, in cui vediamo innanzi tutto emergere la “virtù della resistenza” come Carol Gillligan chiama lo sforzo che le giovani compiono per non cedere alle deformazioni che l’ordine patriarcale vorrebbe imporre loro. Possiamo cogliere ciò che la rafforza, come la profonda relazione con alcune amiche, con cui in alcuni momenti condividere quella splendida energia che viene generata dallo svolgimento con altre di un’attività nella sfera pubblica, penso all’amicizia tra Antonia Pozzi, Elvira Gandini e Lucia Bozzi, a cui sono dedicate delle poesie e indirizzate lettere sincere e toccanti che mostrano anche come sia difficile destreggiarsi tra l’amore dei e verso i genitori (pensiamo alla figura affettuosa e fragile della madre di Antonia e a quella generosa ma autoritaria del padre) e l’essere fedele al proprio sentire. Su consiglio delle amiche Lucia ed Elvira, conosciute alla biblioteca Braidense, la Pozzi si era iscritta all’indirizzo di Filologia Moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia della Regia Università di Milano (la “Statale”) ed Elvira l’aveva introdotta ai seminari del giovedì di Giuseppe Antonio Borgese, docente di Estetica. Con lei aveva condiviso anche un campeggio CAI a Breil nell’estate 1933 e discuteva del lavoro poetico e del dispiacere che le aveva provocato il giudizio negativo su di esso di Banfi. La “Cia”, Lucia Bozzi, fu la prima ad apprezzarne la vocazione poetica e la sostenne in momenti difficili. Interessante è anche il rapporto con Elisa Buzzoni di cui Antonia parla con Sereni in una lettera dove rivela un’acuta sensibilità nell’accettare tranquillamente di provare moti di sensualità per un’amica. Certo queste amicizie non si configurano come una società femminile, al cui interno si viene elaborando una consapevole e condivisa visione del mondo, ma furono ugualmente importanti perché consentirono ad Antonia di continuare il lavoro di sperimentazione su una parola autenticamente legata alla sua esperienza di vita. Anche con gli uomini l’amicizia è sentita da lei come scambio e confronto su comuni passioni – in questo caso la poesia e la letteratura – come con il suo grande amico Vittorio Sereni e in particolare con il poeta Tullio Gadenz, con il quale intrattenne un ricco scambio epistolare in cui rivela la complessità della sua poetica.
Nelle lettere ai familiari, scritte con una prosa vivace, possiamo seguire l’educazione cosmopolita di una giovane emancipata, i viaggi in Inghilterra e in varie località italiane, la pratica sportiva, dallo sci al tennis all’arrampicata, le letture colte, le visite ai musei, l’assiduità ai concerti e all’opera lirica presso la Scala e il Conservatorio di Milano, che rivelano come possa essere affascinante il nuovo modo di imprigionare una figlia amata in un ruolo più sottilmente convenzionale.
Come per molte scrittrici la concezione dell’amore e del rapporto con l’uomo era basata su un dialogo aperto: non vi era in lei il desiderio di conquistare, ma di essere compresa nella sua interezza. Per prima Antonia si innamorò di Antonio Maria Cervi, il suo ex insegnante del liceo di diciotto anni più vecchio di lei. Lo si capisce dalle lettere in cui la giovane passionale trascina l’uomo in questo rapporto, ostacolato dal padre di lei. Se Antonia ne ammirava la nobiltà d’animo e ne rispettava le convinzioni, tuttavia non accettava finzioni per compiacerlo. Ad esempio, riguardo ai tentativi di lui di accostarla al cristianesimo, mentre lei era volta a una ricerca di Dio al di fuori di ogni schema confessionale, dice che “sarebbe disonesto verso la mia coscienza il fingermi un dovere che non comprendo e non sento” (lettera 1° marzo 1932). Se di fronte al rifiuto del padre Antonia era disposta a combattere e se dalle sue lettere, a volte struggenti, sentiamo emergere un desiderio di superare le convenzioni sociali, Cervi invece cedette e le accettò.
Anche agli altri uomini con cui ebbe legami amorosi, Remo Cantoni e Dino Formaggio, Antonia propose un confronto serrato sulle sue aspirazioni intellettuali, sul lavoro di ricerca per la tesi su Flaubert, su scritti e progetti di scrittura, sul rapporto tra vita e poesia (un tema tanto sentito in ambiente banfiano, ispirato dal Tonio Kröger di Thomas Mann), sul lavoro fotografico, sulla frequentazione della periferia milanese, in particolare della zona di piazzale Corvetto. Purtroppo questa modalità di rapporto, intenso e insieme intimo, fuori dagli schemi del rapporto di coppia tradizionale, non venne corrisposto: nelle sue lettere appare evidente l’apertura all’altro, propria dell’intelligenza d’amore di molte donne, che tuttavia subisce lo scacco di un maschile che pretende di essere universale.
Dunque in queste lettere, ordinate cronologicamente, e nelle fotografie che le accompagnano vediamo svolgersi la vita di una donna di talento che ha lottato perché non fosse messa a tacere la sua autentica voce. E noi, continuando a leggere e osservare le sue opere, possiamo dire che c’è riuscita.
(Leggendaria, N.111, maggio 2015, pp. 37-39)
Antonia Pozzi, Flaubert negli anni della sua formazione letteraria, Premessa di Antonio Banfi, a cura di Matteo Mario Vecchio, Ananke, Torino 2013, 362 pagine, 24 euro.
Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima: antologia fotografica, a cura di Ludovica Pellegatta e Onorina Dino, Àncora, Milano 2007, 112 pagine, 22 euro.
Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicata e altri scritti. A cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, con approfondimenti critici di Fulvio Papi, Dino Formaggio, Gabriele Scaramuzza, Eugenio Borgna, Giovanna Calvenzi, Goffredo Fofi e un intervento di Roberta De Monticelli, con dvd del film di Marina Spada, Poesia che mi guardi (2009, 50′, Italia, Miro Film), Luca Sossella Editore, Bologna 2010, 650 pagine, 20 euro.
Antonia Pozzi, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo: lettere 1919-1938, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, con un contributo di Marco Dalla Torre; Postfazione di Tiziana Altea, Àncora, Milano 2014, 390 pagine, 26 euro.
Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue: Antonia Pozzi e la sua poesia, Viennepierre, Milano 2004. Ora riedito, con stesso titolo e prefazione di Onorina Dino, Àncora, Milano 2012, 340 pagine, 24 euro.
Graziella Bernabò, Onorina Dino, Silvia Morgana, Gabriele Scaramuzza (a cura di), … e di cantare non può più finire…: Antonia Pozzi (1912-1938), atti del convegno, Milano 24-26 novembre 2008, Università degli Studi – Dipartimento di Filologia Moderna – Dipartimento di Filosofia; a cura di, Viennepierre, Milano 2009, 433 pagine, 30 euro.
Graziella Bernabò, La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura, Carocci, Roma 2012, 340 pagine, 24 euro.
Martina Corgnati, Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda, Johan &Levi editore, Monza 2014, 540 pagine, 35 euro.
Carol Gilligan, La virtù della resistenza. Resistere, prendersi cura, non cedere, Moretti & Vitali, Bergamo 2014, 167 pagine, 16 euro.
Carolyn Heilbrun Come scrivere la vita di una donna, La Tartaruga, Milano 1990, 172 pagine.
Sabrina Bonaiti e Marco Ongania, Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa. Antonia Pozzi (1912-1938), (2014, Italia, Emofilm in collaborazione con Acel Service e Comune di Pasturo).
Marina Spada, Poesia che mi guardi (2009, 50′, Italia, Miro Film).
Carissime Luciana e Marina,
ho appena finito di leggere il libro da voi curato Mia madre femminista. Storia da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova 2015) e vorrei comunicarvi, a caldo e con semplicità, le impressioni che mi ha suscitato.
Prima di tutto mi ha lasciato un senso di contentezza, anzi di benessere.
Certamente questo è dipeso in buona misura dal mio interesse per l’argomento trattato: il mondo delle donne negli ultimi cinquant’anni circa, partendo dal Sessantotto. Aggiungo poi che l’ottica della differenza, chiaramente privilegiata nel libro rispetto a quella dell’emancipazione, mi trova da tempo consenziente e, quindi, mi comunica un senso di appartenenza positiva. Ma le mie impressioni sono derivate anche da altri elementi. Il vostro libro è estremamente ricco e, in larga misura, esaustivo, però non è né un tradizionale resoconto storico né, tantomeno, un semplice repertorio. Al dialogo vivo tra una madre e una figlia che fa da cornice si intrecciano infatti costantemente le testimonianze di donne che, in campi diversi, hanno avuto nel movimento un ruolo importante e che, nel loro racconto, vanno al cuore delle vicende cruciali che le hanno viste protagoniste, restituendole con molta vivezza e con una forte consapevolezza della loro importanza per il presente. Il tono che ne deriva non è perciò di nostalgia ma di forza. A maggior ragione perché le testimonianze riguardano anche donne più giovani che mostrano di non aver disperso l’eredità delle loro madri simboliche, così come mostra di comprenderlo, strada facendo, la figlia a cui la madre indirizza il proprio racconto, rendendosi conto a più riprese dei vantaggi che le specifiche lotte delle donne nei campi più vari, e soprattutto le pratiche con cui hanno portato avanti le loro lotte (in particolare l’autocoscienza e l’affidamento con riconoscimento dell’autorità femminile), hanno determinato, per la propria generazione come per quelle successive, in termini di libertà, di agio e di vera grandezza femminile. La stessa rete di testimonianze, fondamentale nella struttura dell’opera, rimanda a una pratica viva di relazioni, riguardante sia le molte testimoni sia voi stesse nella relazione diretta o indiretta con loro. Da qui il tono fermo, ma caldo e cordiale, e il senso di apertura alla molteplicità delle esperienze che sta alla base dell’intero libro e che non poco contribuisce a creare, nel corso della lettura, una sensazione positiva.
Infine mi è sembrato molto giusto l’inserimento, nel titolo, del richiamo letterale al femminismo. Molte donne infatti, pur libere e apparentemente aperte, si sottraggono assurdamente a questa parola, non rendendosi conto che anche l’emancipazione individuale può essere un guscio vuoto, se scissa dal rapporto consapevole con le altre e dalla gratitudine per ciò che esse, in vari campi, hanno fatto nel passato, o che fanno nel presente, non solo per una difesa dei diritti tradizionali, ma anche e soprattutto per il nostro esistere nel mondo a partire veramente da noi stesse.
In questo senso il vostro lavoro potrà essere prezioso, in termini di consapevolezza, per tante donne, e soprattutto per le giovani. In ogni caso è stato molto importante per me.
Graziella Bernabò
di E. C.
Questa indagine sulle donne che vivono da sole illumina una condizione tanto diffusa quanto poco conosciuta e raccontata. La presentazione dei risultati della ricerca, svolta secondo i criteri della sociologia, è preceduta da un’ampia parte di analisi su dimensioni e cause dell’aumento di famiglie formate da una sola persona, fenomeno in crescita in tutto il mondo e non solo nei paesi occidentali, come spiega l’autrice: negli Stati Uniti «le famiglie composte da una sola persona rappresentano ormai la più diffusa forma di organizzazione sociale, ben più comune della famiglia nucleare e della famiglia stessa», mentre in Giappone, Cina, India e Brasile la crescita del fenomeno appare «vertiginosa». Una metamorfosi alla quale linguaggio e immaginario non hanno ancora avuto tempo di adeguarsi, tanto che un capitolo del libro è dedicato ad approfondire il disallineamento culturale e politico tra la realtà e la sua rappresentazione.
Sono milanesi, italiane native e hanno già compiuto 45 anni le 250 donne che hanno risposto al questionario diffuso da Graziella Civenti con l’intento principale di «comprendere quali siano le risorse relazionali a cui il campione di donne intervistate può fare riferimento nella quotidianità e quale tipo di sostegno queste siano in grado di garantire».
Milano offre un osservatorio privilegiato perché qui, come in tutte le aree urbane, si anticipano modelli di
comportamento, e perché i mutamenti demografici avvenuti negli ultimi decenni si esprimono con evidenza qui più che in altre città italiane. A Milano il 52% dei nuclei familiari è costituito da una sola persona, la media italiana è del 31% (dato del 2011). A Milano ci si sposa meno e più tardi, si formano più frequentemente nuove coppie e più che altrove con partner stranieri, le unioni civili sono addirittura il doppio del valore nazionale e così le nascite fuori dal matrimonio e la natalità di coppie in cui la mamma o il papà è straniero.
Perché solo donne? È proprio nel mutamento della condizione femminile che si trova il motore delle trasformazioni della famiglia italiana negli ultimi 60 anni. Non a caso l’autrice si è trovata di fronte a due generazioni diverse, quella indicativamente tra i 45 e i 65 anni e quella che ne ha più di 65, con la differente collocazione generazionale rispetto allo spartiacque degli anni Settanta, in cui si è manifestata la crisi dei modelli familiari tradizionali.
Crisi e rinnovamento delle strutture sociali tradizionali che hanno portato allo scenario attuale, in cui ancora e sempre domina la “matrimoniomania” a dispetto del fatto che il matrimonio o la convivenza di lunga durata sia un evento sempre più raro. Forme di convivenza alternative alla coppia non si sono diffuse, almeno per ora. E così molte, moltissime donne si trovano a fare i conti con vantaggi e svantaggi della condizione di single, termine generico e impreciso per dire di una grande varietà di casi: la vedova, la divorziata, la nubile, chi ha un o una amante che vive altrove, chi non ne ha e non ne vuole, chi è madre e chi non lo è. L’autrice si muove attraverso le loro parole e nel costruire percorsi di senso attinge sia dalla sociologia che dalla letteratura.
Scopriamo così le molte facce del vivere sola. Tra queste, certo, la dimensione della solitudine, nella sua doppia valenza di pieno e vuoto, di gratificazione e di disagio. La dimensione dell’intimità, goduta o perduta. La dimensione della disponibilità, di sé a sé, a progetti, a una molteplicità di relazioni. E la dimensione del bisogno, che apre sul grande e dolente nodo del welfare: come dovrebbe cambiare la cura della non-autosufficienza nel nuovo e sconosciuto mondo della singolitudine? Come, e se, si sta muovendo la politica? Quali possibili soluzioni concrete?
Una casa tutta per sé. Indagine sulle donne che vivono da sole di Graziella Civenti, ed. Franco Angeli, 2015, 205p.; 26 euro.
(unionefemminile.it; 18 settembre 2015)
Il potere è rifiutato, in quanto slegato dai corpi, dai bisogni, dalle esperienze e luogo di alienazione delle soggettività e, con esso, viene rifiutata l’idea di un’uguaglianza tra i sessi
di Federica Castelli
Le lotte e le esperienze portate avanti dalle donne del movimento femminista sperimentano pienamente le caratteristiche del gesto di rivolta: fuori dal dispositivo simbolico della Sovranità, della cittadinanza e dell’istituzione della rappresentanza, il femminismo offre l’occasione per poter pensare quanto finora elaborato solo a livello teorico nel suo intreccio con l’esperienza. Va anche detto che i tumulti che popolano gli scenari politici attuali sperimentano pratiche e forme di lotta a cui il taglio femminista ha dato spazio, elementi di rottura e innovazione a cui le donne hanno dato corpo e voce: il partire da sé, dove il soggetto è inteso come corpo, esperienza, vissuto, relazioni, e lo spostamento rispetto al piano della presa del potere a vantaggio della costruzione di orizzonti simbolici e di pratiche alternativi.
Pubblichiamo un estratto da Corpi in rivolta (Mimesis, 2015)
Negli anni Settanta, numerose pratiche e riflessioni di donne hanno portato ad esperienze e a contesti in cui la contraddizione crescente tra rivolta e spirito di rivoluzione, ingabbiato nelle maglie della logica sovrana, del potere, e dei suoi corollari violenti, apodittici e ideologici, è divenuta oggetto di discussione e spostamento, inaugurando una vera e propria rivolta sessuata al cuore del concetto di rivoluzione. Gli scritti di Rivolta Femminile e le riflessioni di Carla Lonzi, così come tutta l’esperienza del femminismo in Italia, sono elementi essenziali ai fini di una esaustiva comprensione della rivolta nel suo esser altro dalla rivoluzione e dalle logiche del potere sovrano. Le pratiche di rivolta sessuata portate avanti dalle donne durante il femminismo degli anni ’70 portano alla rottura con un’intera tradizione simbolica di potere, sia fuoriuscendo dalla logica dell’Uno a garanzia del corpo politico, aprendo alla differenza e alla molteplicità, sia sottraendosi al procedimento dialettico che incastra il processo rivoluzionario nelle pesanti contraddizioni che abbiamo visto.
Il fatto che nella tradizione occidentale il femminile sia stato l’escluso del discorso, normato e riammesso nello pseudo-concetto di neutralità universale, offre l’occasione di uno spostamento: da sempre esclusa dalla narrazione del patto sociale, l’esperienza politica delle donne diviene il luogo per poter pensare la rivolta fuoriuscendo, attraverso il rifiuto delle pratiche politiche tradizionali e neutralizzanti, dalle contraddizioni che inficiano l’atto rivoluzionario. L’irruzione della donna scompagina il discorso del potere e sposta i termini del conflitto altrove, in altre pratiche, in altre narrazioni, che nascono dal sé e dalla politica delle relazioni, dell’agire di concerto e dello spazio politico condiviso, anche quando è conflittuale. Il femminismo, soprattutto quello italiano, ha rimesso in discussione i termini del simbolico politico tradizionale nel suo porsi rivoluzionario e violento, in un gesto di schivata che ricorda quello di Pentesilea, regina delle Amazzoni, figlia di Ares, che spostandosi rispetto al piano della violenza maschile e della mera riproposizione di un modello di scontro politico frontale, non obbedisce agli ordini di Priamo e ripensa la forza e il conflitto a partire dal proprio essere donna, inaugurando così un nuovo modo di porre lo scontro. Fuoriuscendo dalla logica dello scontro binario, che sembra contraddistinguere il Politico fin dalle sue origini, le donne, come Pentesilea, si sottraggono all’opposizione frontale con il potere; aprono nuovi spazi e nuove pratiche percorrendo i bordi del discorso sovrano; si muovono sui confini, in posizione decentrata, lontane dal rischio di lasciarsi assorbire dalle istituzioni costituite. Come Pentesilea, le donne del femminismo hanno dislocato i termini del conflitto, rompendo tutti i codici dello scontro frontale tradizionale che caratterizza la logica dicotomica della rivoluzione come scontro fra poteri. Fuori dalla logica del potere, della sovranità statuale, il femminismo intacca anche le regole della lotta contro il potere già costituito.
Il posizionamento sessuato apre alle donne la possibilità di fuoriuscire dai canali tradizionali della presa di parola in politica, che prevede per le donne l’emancipazione come declinazione di un canone neutro (maschile), che sommerge il differenziale di esperienza, sapere e pensiero che la differenza sessuale porta sulla scena. Il potere è rifiutato, in quanto slegato dai corpi, dai bisogni, dalle esperienze e luogo di alienazione delle soggettività e, con esso, viene rifiutata l’idea di un’uguaglianza tra i sessi. Il Politico, si è visto, esclude e reintegra il femminile normandolo secondo dei canoni già dati, corrispondenti ad una autorappresentazione del corpo politico come spazio neutro e omogeneo, razionale e non conflittuale. Tale narrazione chiude il femminile nel già detto, nel già previsto della politica, ed è funzionale alle gerarchie e alle tassonomie sociali su cui la società si struttura. In un contesto simile la presa di parola delle donne, lungi dall’essere momento di maggiore libertà, non fa che rafforzare la realtà preesistente. L’ideologia dell’uguaglianza è rifiutata e smascherata nei suoi esiti omologanti, violenti, politicamente improduttivi. Fare vuoto, operare tagli, discontinuità e reiterate rotture: ciò che distingue le donne degli anni Settanta dal femminismo dell’emancipazione e dei diritti è proprio il togliersi da una posizione già attribuita, sottraendosi a valori e misure eteronomi partendo da sé, dal proprio corpo, dalla propria esperienza, per elaborare una pratica politica radicata nelle vite e che tiene conto della differenza sessuale.
Una politica che è radicalmente altro rispetto al potere che invece, crescendo ed espandendosi, tende a sradicarsi dai corpi, passando sopra le singolarità e le differenze, imponendo il proprio registro narrativo e la sua nuda logica. Contro tale unificazione, il femminismo pensa la pluralità dei poteri e delle pratiche del partire da sé. Il femminismo opera questi spostamenti giocando sulla propria asimmetria rispetto al Politico. Non vi è scontro con il potere, dal momento che non vi è confronto. Il femminismo non si pone come alternativa politica antagonista al sistema già dato, ma come ordine altro rispetto al simbolico politico tradizionale. Le logiche della Sovranità vengono messe in discussione alla radice e con esse l’idea che personale e politico, pubblico e privato siano distinzioni di riferimento; esse sono invece distinzioni eteronome e imposte dalla forza di legge, che producono legge a loro volta.
La differenza sessuale è un posizionamento qualitativo non rappresentabile attraverso i modi classici della democrazia
Per le donne del movimento femminista dire che il personale è politico non significa ridurre tutto al discorso politico, né che tutto è politica; significa, però, che ogni aspetto dell’esistenza può diventarlo. La divisione classica tra pubblico e privato non aderisce all’effettiva esperienza che una donna fa della realtà, in cui cultura, relazioni, lavoro, tutto è intriso di politicità ed è stato politicamente normato. Il corpo sessuato viene riportato nella polis, rendendo l’esperienza del femminismo inedita rispetto a tutte le rivoluzioni precedenti. Legato alle soggettività incarnate, il femminismo porta sulla scena il senso politico del corpo, sia come luogo di potere – poiché da sempre il corpo femminile è stato il luogo di applicazione di tassonomie e dispositivi di potere – sia come punto di leva per scardinare le logiche di potere astratte, ideologiche e fallologocentriche nelle loro accezioni più pervasive.
Cade l’idea che la politica si riduca esclusivamente a ciò che avviene all’interno e per mezzo delle istituzioni e viene meno l’idea della necessità di una rappresentanza femminile: le donne, infatti, non sono un gruppo sociale omogeneo e compatto come altre realtà socialmente oppresse; le donne hanno posizionamenti differenti, progetti individuali e collettivi diversi, laddove non dichiaratamente in contrasto. La differenza sessuale è un posizionamento qualitativo non rappresentabile attraverso i modi classici della democrazia, quantitativi, numerici. La politica delle donne è una politica che si costruisce nelle pratiche di ogni donna assieme alle altre donne, giorno per giorno; non può darsi una volta per tutte. Per questo, il femminismo non può cristallizzarsi in idee, punti, ideologie già date.
Rifiuto di chiudersi in un organismo e di sottomettersi ad un linguaggio unico; impianto antiautoritario, libertario, incentrato sul corpo, sull’esperienza di ogni singola: chiudersi in forme organizzative tradizionali è impossibile. Anziché formalizzarsi in un’organizzazione data, con richieste e obiettivi specifici, la politica sessuata si basa su pratiche radicate nella concretezza dei soggetti. La rivolta femminista è dunque un movimento che si pone sul piano del simbolico e delle pratiche di vita che a questo si legano.
Il continuo radicamento a sé e al pensiero dell’esperienza rende il movimento femminista più radicale rispetto al movimento antiautoritario del 1968, cui pure si avvicina per alcuni punti, come la lotta per la partecipazione e la democrazia diretta e il rifiuto della delega politica. Alcuni dei primi gruppi femministi nascono in Italia proprio nel contesto delle occupazioni e del movimento studentesco che però, per quanto antiautoritario e in lotta contro lo sfruttamento e l’alienazione, misconosce la forma prima e più antica di ogni rapporto di potere, quella dell’uomo sulla donna, e non tiene in considerazione l’alienazione profonda che il dispositivo di identificazione di donna, corporeità, funzione riproduttiva e oíkos – di contro all’associazione uomo-razionalità-libertà-politica – mette in atto. La rottura portata avanti dal femminismo in Italia durante gli anni Settanta, non solo pone il rifiuto del potere costituito e delle istituzioni governative tradizionali ma, scagliandosi contro l’intero simbolico politico neutralizzante e patriarcale, entra in collisione con gli stessi gruppi politici rivoluzionari.
Nell’iniziale slancio antiautoritario del movimento studentesco le donne sanno intuire gli esiti più burocraticizzati e alienanti della settarizzazione che aspetta il movimento: la nascita dei partiti marxisti-leninisti e la riproduzione all’interno dell’organizzazione degli stessi meccanismi di dominio e passività, così come la ricerca di un leader, che riconducono ai vecchi schemi e ai vecchi giochi di potere. Ponendosi come soggetti radicati, incarnati e legati alle pratiche di relazione politica, le donne entrano in netto ed immediato contrasto con la logica dell’organizzazione partitica e movimentista tradizionale e si pongono in rotta di collisione con l’idea stessa di rivoluzione; in virtù delle loro pratiche e del loro posizionamento, esprimono una forte critica al “rivoluzionario” a partire dal suo stesso bagaglio teorico e ideologico.
La logica rivoluzionaria, incentrata sulla dialettica servo-padrone, è per le donne muta ed alienante Le donne rifiutano la rivoluzione ipotetica del marxismo, che le ha vendute e sacrificate al domani, riconoscendo come ogni rivoluzione popolare, in cui la donna combatte a fianco degli uomini, si concluda infine con una messa da parte delle donne e un ripristino camuffato delle vecchie gerarchie e tassonomie sociali. «Permetteremo quello che di continuo si ripete al termine di ogni rivoluzione popolare quando la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi?». Il movimento femminista denuncia le contraddizioni che l’azione rivoluzionaria porta con sé. La lotta di classe esclude la donna, come molte altre teorie rivoluzionarie che, mirando alla presa di potere, non possono agire sul piano della liberazione delle donne.
L’ombra in cui le donne vengono relegate dalla rivoluzione non segna semplicemente un limite che rende mute e inefficaci le politiche dei partiti e i processi rivoluzionari tradizionali, ma riflette una più generale inadeguatezza della politica istituzionale nei confronti della complessità dell’esperienza. Il femminismo mantiene la radicalità dell’asimmetria tra i sessi, rifiutando il neutro e la sintesi dialettica; mantiene la centralità dell’esperienza e il partire da sé contro la stessa militanza, che in linea con il politico tradizionale, sposta il proprio oggetto fuori di sé, su un soggetto a venire, un’idea da inverare. Viene messa in discussione la tensione progettuale del rivoluzionario che, spostando in un lontano futuro gli esiti del proprio agire, finisce per schiacciare i corpi e le esistenze che ne abitano il presente. Non vi è un fine dato verso cui orientarsi, né un un futuro in virtù del quale sacrificarsi: vi sono i corpi, di ognuna, di ognuno, e le relazioni politiche che costruiscono alleanze, conflitti, orizzonte politico.
La politica è creare un senso nuovo della realtà
Occorre premunirsi contro le derive ideologiche, rifiutando il cristallizzarsi di pratiche, le personalità di riferimento, così come l’idea di una identità collettiva. Le donne del femminismo rifiutano la solidarietà ideologica per preservare come distinta ogni singola coscienza e si sottraggono al ricatto implicito alla pretesa di unità, che mitizza anziché demitizzare. Si cerca l’autenticità del gesto di rivolta, del taglio e della cesura, senza sacrificio all’organizzazione e all’Idea. Così, il femminismo intraprende un percorso di liberazione senza modalità fisse che viene definito dalle stesse donne come non scontato, non uniforme, non edificante, non rivoluzionario.
Quello che viene messo in campo nel “tra donne” del femminismo, è qualcosa che va oltre e non rappresenta la versione “di genere” della dialettica rivoluzionaria, piuttosto il suo scompaginamento. Rifiutando la scissione tra mezzi e fini, il femminismo si centra sulle pratiche e sulle relazioni politiche, allontanandosi in modo netto dalle contraddizioni che la dialettica rivoluzionaria incontra sul proprio cammino.
La politica è creare un senso nuovo della realtà, creazione di simbolico: lontano dai modi tradizionali della mobilitazione generale e dell’assemblea, il femminismo pone al centro il soggetto incarnato, colto nel suo essere innanzi tutto sessuato, complicando così col desiderio la pretesa di razionalità che il Politico da sempre si attribuisce. In questo spostamento radicale, uno dei momenti fondamentali è stato quello della pratica separatista: sottraendosi all’idea di un rapporto dialettico tra i sessi, rifiutata rivendicando un altro piano di pensiero e di esperienza, si è creato uno spazio politico e di relazione tra donne, in base alla necessità di ripensare e regolare i propri rapporti in assenza del maschile e della tradizione che esso porta con sé, elaborando delle mediazioni femminili che il sistema dei rapporti sociali tradizionale non dispone.
La parola, legata ai corpi e alle esperienze diviene pilastro di quel movimento che caratterizza la pratica politica delle donne
La pratica del separatismo femminista, non porta con sé l’idea di una spartizione del mondo, di un’incomunicabilità tra i sessi o una chiusura del femminismo ai rapporti con gli uomini. L’idea di parzialità, infatti, richiama quella della complementarietà, che il femminismo rifiuta. Il separatismo fu per le donne l’occasione di una messa a tema della propria libertà, facendo leva sulle contraddizioni della società, che ognuna viveva in sé senza che ne fosse nominata la valenza politica Contro la politica dell’organizzazione e del proselitismo, le donne avviano la pratica delle riunioni in piccoli gruppi. Il gruppo di autocoscienza diviene l’unità di misura elementare, in cui le donne possono operare una centratura sulla propria esperienza e sulle contraddizioni che vivono individualmente e collettivamente all’interno della società. Punto di partenza: la consapevolezza che la mancanza di comunicazione tra donne nel contesto contemporaneo non è imputabile a difficoltà personali nell’interazione con l’altra, ma ha una radice culturale nei modelli eteronomi che da sempre gravano sulla soggettività femminile.
La parola, legata ai corpi, alle esperienze e alla materialità delle esistenze in gioco, diviene pilastro di quel movimento tra dentro e fuori, interiorità e mondanità che caratterizza la pratica politica delle donne. Partire da sé non è raccontare un vissuto, ma definirsi in un contesto; così l’autocoscienza non è un ripiegarsi su se stesse, sulla propria esperienza individuale o di piccolo gruppo, ma è un movimento ininterrotto che porta ognuna a partire da sé per poi separarsene e andare altrove. Non conduce a nessuna verità ultima, univoca, apodittica; la verità del partire da sé nasce dalla contingenza e ad essa si lega, mostrandola in modo sapiente e consapevole. Il femminismo porta avanti in modo sessuato quel taglio radicale che la rivolta disegna, marcando decisamente la propria distanza dall’esperienza rivoluzionaria e dalle sue contraddizioni e ambivalenze. È pura esperienza dello slancio di rivolta che non paga il prezzo dell’immissione nel percorso storico e si mantiene fuori dalla logica del potere, delle istituzioni, del partito e dell’Idea, senza per questo perdersi nel dissipamento delle forze e del desiderio.
Questo è possibile grazie allo spostamento rispetto al simbolico politico tradizionale e alla centratura sulle pratiche relazionali in cui la soggettività è mantenuta viva, radicata al proprio essere, alla propria esperienza, in relazioni politiche radicate e vissute. Autenticità, condizioni materiali e personali, produzione delle condizioni della propria esperienza sono il modo in cui le donne del femminismo allontanano l’ideologia, la gerarchia, la sclerotizzazione dell’organizzazione.
(www.che-fare.com, 16/09/2015)
Festivaletteratura di Mantova. Jana Simon, nipote di Christa Wolf e oggi brillante giornalista, presenta il suo libro nato dalle conversazioni, ad alta densità politica e letteraria, con i suoi due nonni molto speciali
di Alessandra Pigliaru
«Cara Jana, questo regalo di Natale è forse un po’ egoista. Ma penso che tu sia (quasi) cresciuta e da tempo avresti dovuto prendere confidenza con la mia scrittura». È il 1988 e una ragazzina di sedici anni riceve in dono undici volumi, tra romanzi e racconti. Insieme al disorientamento provato all’epoca per la mole delle letture che la attendevano, in quel suggerimento severo e affettuoso vi era il privilegio di avere una nonna d’eccezione: Christa Wolf.
Jana Simon oggi è una giornalista brillante, collabora dal 2004 con il settimanale Die Zeit, è autrice di numerose inchieste, reportage e interviste, scrive libri ma, soprattutto, in questi anni non ha mai smesso di stare in relazione con Christa e Gerhard Wolf.
Un legame certamente facilitato da ragioni familiari ma anche dal costante scambio tra loro. «Lei e mio nonno hanno sempre seguito la mia formazione, abbiamo discusso molto di politica, letteratura, scrittura. Mi manca ancora oggi soprattutto il dialogo con lei».
Quest’anno c’è anche Jana Simon al Festivaletteratura di Mantova, partecipa al focus dedicato a Christa Wolf. Pensato da Annarosa Buttarelli con la presenza fondamentale di Anita Raja, traduttrice italiana e amica di Wolf, Anna Chiarloni, tra le massime autorità italiane in germanistica, e e letture dell’attrice Anna Bonaiuto. L’occasione è fornita da due recenti traduzioni inedite della scrittrice tedesca, Parla, così ti vediamo (recensito su questo giornale il 25/3/2015) ed Epitaffio per i vivi. La fuga (recensito il 30/04/2015), entrambe edite da e/o.
Quando Jana Simon si rende conto di non avere strumenti adeguati per codificare lo stravolgimento politico e culturale che, alla fine degli anni Ottanta, investe la Germania, comincia dunque a riflettere sull’importanza di domandare a chi, per scelte letterarie ma soprattutto politiche, quel tumulto prima e quel passaggio storico poi, ha avuto il coraggio di metterlo in parola. Così, ultimati gli studi tra Londra e Berlino, dal 1998 – mentre già lavorava presso la redazione del quotidiano Tagesspiegel – comincia a incontrare sistematicamente Christa e Gerhard Wolf. Iniziano dieci anni densissimi, colmi di colloqui su temi tra i più diversi, dall’amicizia all’amore, dal nazionalsocialismo alla vita nella Ddr e nella Germania dopo la caduta del Muro.
È in questo modo che prende forma il volume Sei dennoch unverzagt (Ullstein, 2013), in cui Jana Simon ha raccolto e ordinato cinque lunghe conversazioni intrattenute con i nonni dal 1998 al 2012. Le prime quattro fino al maggio del 2008 e l’ultima nel 2012 – quindi solo con Gerhard Wolf, un anno dopo la morte della sua adorata moglie.
Il titolo scelto è un verso del poeta tedesco Paul Fleming che non a caso esorta a rimanere impavidi. «Sono stati molti i momenti in cui hanno dimostrato audacia e coraggio», sottolinea Jana Simon che risponde a qualche nostra domanda. «Per esempio penso all’undicesimo Plenum del comitato centrale della Sed nel dicembre 1965. In quell’occasione, che viene ricordata come il Plenum-del-Disboscamento, mia nonna è stata l’unica a intervenire con forza contro la linea ostile verso l’arte proposta dall’apparato burocratico del partito. Per lei era irricevibile la messa al bando di film e del lavoro di molto scrittori e intellettuali».
Nel frattempo i libri della nonna li aveva letti tutti, certo, ma senza conoscerne profondamente i conflitti, le lotte, ciò che aveva contraddistinto l’esistenza di chi l’aveva preceduta. In quel momento Jana Simon, ventiseienne, ha pensato che se un giorno avesse avuto un figlio avrebbe desiderato parlargli della propria provenienza.
I temi trattati nel volume Sei dennoch unverzagt sono molti, alcuni più controversi di altri. Cominciano dall’infanzia sotto la guerra, la vita di un tempo scuro e inizialmente indecifrabile, «sicuramente tutto ciò non è stato vano. Come non può essere vano affinare contemporaneamente lo sguardo su ciò che chiamiamo presente».
È tuttavia il ruolo della politica che innerva tutte le conversazioni. La vita nella Ddr, l’ingresso nel partito comunista, l’entusiasmo di sentirsi parte di un progetto anti-fascista e di giustizia sociale.
Politica, amore e sodalizi irripetibili, così come l’incontro tra Christa e Gerhard Wolf, poco più che ventenni, la prima gravidanza e la nascita nel 1952 della prima figlia Annette, madre di Jana. Sembra quasi di sentirla ancora quella irrequietudine anche se a riferirne sono due settantenni che a Woserin in un pomeriggio assolato riannodano i fili di un’unione speciale per raccontarli alla propria nipote.
È la seconda conversazione, seguita da una lunga pausa. Solo nel 2008 si sono svolti e intensificati gli ulteriori colloqui, tutti documenti storico-politici che percorrono l’arco di più di quarant’anni di storia tedesca ed europea.
La generazione di cui fa parte Simon è stata definita da Christa e Gerhard «non politica». È lei stessa ad ammetterlo. «Credo che per un lungo periodo di tempo questo sia stato vero nel senso della mancanza di attivismo come lo hanno sempre interpretato loro, in questa totale aderenza tra vita, affetti, scelte culturali e politiche. Anche su questo aspetto però mi hanno insegnato molto: lo scenario attuale è talmente complesso e ingarbugliato che non si può non avere uno sguardo politico, bisogna cercare di capire. E agire. Ora ho una bambina di sette anni, Nora. Questo libro l’ho immaginato anche per lei».
Ricette condite di ricordi in un volume nato nelle cucine della Libreria delle donne di Milano
di Nicoletta Melone
Antipasto: Virginia Woolf. «Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è cenato bene». Con un dubbio di contorno. E se quella famosa «stanza tutta per sé» fosse una cucina? Magari assediata da un’ondata di chef vagamente maschilisti, sicuramente narcisisti, affamati di gloria e di potere? Una domanda che si spande, insinuante come il profumo di una torta sotto una porta, dalle pagine di un ricettario esile e colto, sfornato dalla Libreria delle donne di Milano: Fuochi – La cucina di Estia. Il nome della dea greca del focolare. Ma anche di un gruppo di inedite cuoche – sì, ma non soltanto – impegnate a nutrire «sia il corpo sia la tradizione del pensiero femminile» nella cucina del Circolo della Rosa, appendice cultural-gastronomica della libreria. Un luogo simbolo che affonda le radici negli anni Settanta della Milano in piazza con gli zoccoli. Tra slogan, impegno e sorellanza. «Il salotto più comodo del femminismo più scomodo». Ma il cammino è stato lungo. Accomodatevi ragazze che mangiamo qualcosa. Lo firmano, collettivamente come in altri tempi, con la sigla «cuoche varie», sei donne variamente impegnate, diverse q.b., ma comunque unite in un protettivo cerchio magico intorno al profilo di un piatto, di un tegame che ribolle. Da Rossella Bertolazzi a Ottavia Colabella, da Ida Farè a Clelia Pallotta e Annamaria Rigoni. Signore e storie assai assortite tenute insieme dal collante di un’impresa – politica e gastronomica – che non ha paura delle facili etichette, ugualmente distante dagli angeli del ciclostile e da quelli del focolare. Una passione comune, srotolata tra ricette e aneddoti, con divertita misura. Capace di avvolgere, dolce e consolatoria, il dolore di una madre che perde un figlio («Ho creduto – scrive Ida Farè – che il calore dei fuochi potesse sciogliere un poco il gelo dell’anima»). E impastata, sempre, di amicizie «nutrienti e nutrite senza secondi fini», come racconta Clelia Pallotta tra un patè e un bianco mangiare. Un gran fare, uno «strano sentire» buono per l’anima. Fresco come l’eco di un gruppo di giovani in costume che ride e giura, su uno scoglio, la bocca piena di focaccia: «Diventeremo grasse e intelligenti». Profumo di grandi promesse nell’aria, sullo sfondo il fumo – di sigarette e di tegami – di una combattiva cucina autogestita che soffrigge sogni in un sottoscala. «Dalle braci alle padelle». E pazienza se poi la vita cambia menu senza avvisarti.
(Corriere della sera, 11/9/2015)
di Graziella Pulce
Fitto di intrecci inaspettati e di colpi di scena, il quinto romanzo che Iris Murdoch pubblicò nel 1961 e dal quale trasse una pièce teatrale nel ’64, esce in una nuova traduzione (di Gioia Guerzoni, a cura di Cristina Tizian, Il Saggiatore, pp. 251, euro 19,00). Una testa tagliata è una storia policentrica che si sottrae a interpretazioni univoche e semplificatrici ed esige una lettura circostanziata, lungo le traiettorie imprevedibili dei personaggi assediati dalla nebbia di Londra. Protagonista Martin, quarantenne commerciante di vino, sposato con Antonia che tradisce con la giovanissima Georgie.
Quando Antonia gli annuncia la sua relazione con Palmer, il suo psicoanalista e grande amico di Martin, l’uomo vede crollare in un attimo quel mondo ordinato che credeva di poter tenere saldamente sotto controllo. Altre rivelazioni seguiranno e i sette personaggi (tre uomini e quattro donne) che compaiono nel romanzo saranno coinvolti in un succedersi di mutamenti repentini quanto immotivati. Ciascuno muta aspetto, direzione, volontà come se un dio potente, cui nessuna forma può essere preclusa, scegliesse gli esseri umani e li gestisse a proprio piacimento come marionette.
La vicenda prende inizio dalla decisione di Antonia di rompere con il marito, e una delle chiavi del romanzo può trovarsi nel gioco delle coppie che si formano e si scompongono continuamente sotto i nostri occhi. Molto rilievo è stato dato alla figura enigmatica e sinistra di Honor, sorella di Palmer, che incombe come una divinità capace di rimettere in moto ogni situazione. Ma Honor, con il suo autocontrollo e la sua consapevolezza, è semplicemente la figura antipodale di Martin, che narra in prima persona e filtra dunque l’insieme degli eventi dalla sua prospettiva, così che il lettore crede di conoscerne pensieri, esitazioni e gesti. È un essere moralmente fluttuante, immerso in una sorta di nebbia che non è solo quella tipica della metropoli londinese, ma che si eleva a elemento simbolico della incapacità di vedere e di comprendere. Martin non riesce a imparare dall’esperienza. Di Honor non si sa nulla se non che ha tratti ebraici e manifesta la durezza di un angelo vendicatore, un angelo provvisto di spada. Quando lei compare qualcosa di irreparabile sempre accade.
Una testa tagliata è una commedia che sfiora con disinvoltura temi classici: l’amore, l’amicizia, la lealtà, la libertà, temi tuttavia attraversati in maniera del tutto irriflessa dalla maggior parte dei personaggi, segnati da un’evidente immaturità. «L’amore è la capacità di cogliere l’individuale. Amore significa comprendere», ha scritto Iris Murdoch in uno dei suoi saggi. Elemento cruciale nella narrativa e nella filosofia dell’autrice, l’amore è infatti la condizione che consente di uscire da sé, l’unica che permette di prendere coscienza di ciò che non è io e di instaurare con questa realtà esterna una relazione produttiva. Amore e conoscenza, eros e sapienza non risultano mai tanto prossimi come in Iris Murdoch, che ha scritto di sé: «Sono oscura a me stessa, non coincido con la mia vita», e ha dedicato la propria opera filosofica e narrativa allo spazio che intercorre tra l’accidentalità dell’esistenza, governata da strutture dure come divinità pagane, e la pienezza della vita e delle sue innumerevoli potenzialità.
Eppure questa è una commedia: si susseguono scoperte e colpi di scena che disattendono ogni aspettativa, si cambia casa o partner con leggerezza e facilità, gli amanti vengono abbandonati quando si ritengono all’apice della loro fortuna, si scoprono verità amare, ma nulla di drammatico accade, perché ognuno viene subito assorbito nel gioco di seduzione e di potere di un altro personaggio. Il vento delle passioni soffia dove vuole senza discernimento, e ben presto tutto diventa comico perché nulla ha maggiore durata di una sbronza o di un sogno. Joyce Carol Oates ha osservato che con la sua sequenza di delusioni e i suoi personaggi pasticcioni, la cosmologia di Iris Murdoch presenta una vita dopo tutto comica, per nulla tragica. Anche Una testa tagliata conferma che l’esistenza è nient’altro che una somma di pensieri e di atti ridicoli. «Non riuscivo ad immaginare che esistesse un essere onnipotente e senziente tanto crudele da aver creato il mondo in cui viviamo», riflette Martin che infatti si aggira senza meta in una realtà priva di fondamenti morali. Quando si trova alle strette sa solo vagheggiare il ritorno agli amati studi storici su Wallenstein e Gustavo di Svezia, e questo particolare costituisce un indizio significativo, per un verso comico vista la debolezza e la pochezza di Martin, per l’altro verso simbolico: perché allude alla violenza e agli intrighi delle battaglie che hanno luogo tra i personaggi del romanzo.
«La nostra immaginazione è immediatamente e continuamente al lavoro sulla nostra esperienza»: la nota risale al ’47 e aiuta a considerare con maggiore attenzione il sorprendente titolo del romanzo, che si riferisce alle teste che Alexander, lo scultore fratello di Martin, realizza prendendo come modelli familiari e amici. Di lui non conosciamo molto ma sappiamo che ottiene quello che vuole senza sforzi e le sue ‘teste’ rivelano la loro natura di elemento arcaico del potere. Mascherato dalle regole della civiltà, il primitivo agisce fino ad oggi e l’artista come un guerriero esibisce ciò che ha conquistato: in questo caso, una donna. Sebbene l’autrice presenti il personaggio dello scultore in una posizione defilata, proprio su di lui potrebbe convergere l’insieme delle storie, perché Alexander si rivela ben capace di muovere fili invisibili per far cadere la preda nella sua rete: un tema prossimo a quello dell’Incantatore.
Le storie di Iris Murdoch si sottraggono a una sistematizzazione ultimativa e anche questa resta di fatto incompleta e in gran parte inspiegata, a dimostrazione del fatto che la conoscenza razionale non arriva mai a cogliere per intero gli accadimenti della vita. Filosofia e letteratura tendono alla conquista della verità, che passa sempre attraverso il tessuto dell’esperienza, elemento decisivo su cui ha richiamato l’attenzione Luisa Muraro, quando – analizzando gli scritti filosofici di Iris Murdoch – ha dimostrato come per lei l’esperienza resti centrale e diventi autentica quando arriva a investire il piano simbolico e dunque ad accogliere l’impensato. Non possiamo infatti trascurare il fatto che i due personaggi cui spetta un ruolo cruciale, Honor e Alexander, sono gli unici a esibire il frutto della loro esperienza, e del loro potere, concentrandolo in un oggetto: la spada giapponese che Honor maneggia con perizia davanti a Martin, e la testa tagliata scolpita da Alexander: tramite questi due oggetti il lettore saprà che chi li possiede non ha vissuto invano e nel cuore della vita ha riportato un segno tangibile di vittoria.
Nell’ultima pagina del romanzo Honor evoca la storia di Candaule e Gige, riferita da Erodoto, misteriosa e truculenta nella sproporzione tra l’errore – mostrare la nudità della propria moglie a un estraneo – e le sue conseguenze, che sono la morte di Candaule e la conquista di un regno da parte di Gige. Tanto alta dunque la posta in gioco della sfida lanciata da Honor a Martin, a conferma del fatto che un’esperienza cruciale può comportare violenze non riparabili e, insieme, acquisizione e possesso. Solidarność
(Alias – il manifesto, 6/9/2015)
di Marina Terragni
La cucina per le donne è stata luogo di detenzione –in certi posti del mondo lo è ancora- e ad un tempo luogo di relazione e di creazione (quanti uomini hanno raccontato di se stessi bambini nascosti sotto il tavolo a spiare il segreto del mondo altro delle donne).
In Toscana si dice crudelmente “donna da acquaio” per indicare quella prigionia. Ma la sapienza delle cuciniere -economia, buon uso delle risorse, amore, bellezza, salute- portata fuori di lì saprebbe riaggiustare le cose storte del mondo.
“Fuochi- La cucina di Estia”, scritto da Cuoche Varie e pubblicato dalla Libreria delle Donne di Milano, racconta il cucinare come gesto politico praticato in un luogo (la Libreria) di libertà femminile.
Si comincia un bel po’ di anni fa, per fermarsi a cena dopo una riunione e un dibattito e scivolare in una convivialità felice, fatta di buon cibo e buone conversazioni. Nel nome di Estia, piccola dea dimenticata: l’emancipazione le ha sempre preferito Atena, messa al mondo direttamente dal padre saltando la genealogia femminile.
Nei resoconti di Ida, Stefania, Clelia, Rossella e delle altre che si alternano nella cucina-backstage-antro alchemico della Libreria, i racconti di vita non si separano dall’intento politico e dal dono di ricette antiche, eredità di madri e zie (amatriciana comme il faut) o innovative (Bliny con salmone marinato all’aneto e panna acida).
Sempre attente alle indicazioni di Estia, spesso ignorate dagli chef-star: avere cura, “stabilire relazioni e risolvere conflitti”, saper rimediare e trovare la misura, “lotta tra il troppo e il troppo poco che in cucina si esprime con il misterioso q.b.”.
(Io donna, 29/8/2015)
di Leonetta Bentivoglio
Con generoso narcisismo, la scrittrice belga Amélie Nothomb ama narrare tutto di sé. Eppure sembra che occulti più o meno tutto. Nei suoi vendutissimi romanzi, che ogni anno in Francia volano ai vertici delle classifiche ( tra un paio di settimane uscirà il prossimo, “Le crime du comte Neville”, atteso in Italia a fine febbraio, ed edito come gli altri da Voland), non smette mai di esporre lembi della propria vita.
I suoi numerosi fan conoscono sua madre (che nella realtà si chiama Danièle Scheyven, ed è moglie del barone Patrick Nothomb), la sua ossessione per il corpo (sensibilità dolorante, edonismo iperbolico, reiterati autolesionismi), il suo culto del Giappone (sfrenatamente disegnato in Stupori e tremori e in Metafisica dei tubi ) e le sue varie manie (l’esigenza di scrivere ogni giorno all’alba e a digiuno, il tè nero fortissimo che beve mentre lavora, gli assurdi e imponenti cappelli, i look neri da star del pop o della moda grunge, le esibizioni solipsistiche da nerd di successo).
Letteratura ed esistenza, per Amélie Nothomb, paiono correre sul medesimo binario. Malgrado ciò ha una volatilità che la rende inaccessibile. È come se, nel suo perenne denudarsi (inAntichrista le due protagoniste, che compongono una sorta di Amélie sdoppiata, lo facevano con ostinazione davanti allo specchio), stimolasse il lettore a osservare la superficie per non mostrargli il fondo. Nelle sue storie nitide e feroci, talvolta surreali, spesso sanguinose, inaspettatamente esilaranti, tende a non dargli l’anima. Comunica inafferrabilità e leggerezza. Gioca le proprie carte nella distanza tra la persona vera e il suo personaggio di scrivente.
Anche quest’intervista sulla madre, figura dominante nei suoi racconti, si svolge all’insegna di un andamento impalpabile. Amélie accetta di parlarne per lettera, e dopo aver ricevuto le domande manda le risposte scritte a mano. La calligrafia è inviolabile e ben curata, con delle sinuosità di parvenza quasi ideogrammatica. Le frasi sono corte ed essenziali, e le sviluppa a partire da una premessa: “Non ho vaste teorie sul tema, ma sono sicura che essere amati o no dalla propria madre sia il fattore più determinante di ogni destino. Dalla mia mi sono sempre sentita amata: posso dire di essere nata con questo privilegio, sfociato in una fame d’amore ancora più grande, che mi ha fatto diventare ciò che sono”.
C’è quindi un rapporto esplicito tra sua madre e il suo estro letterario?
“Mi sono innamorata di mia madre quando lei mi portava nella pancia. A nove anni, di fronte alla mia eccessiva richiesta d’amore, mi ha detto: “Seducimi”. E io, per farlo, sono diventata una scrittrice. L’operazione ha funzionato. Mia madre è una donna di bellezza sovrana, e lo sa. Oltre a essere una dea, è l’incarnazione della gioia e dell’entusiasmo”.
E’ stata gelosa della relazione tra sua madre e sua sorella Juliette, la quale riceveva le lodi materne in quanto leggeva Gautier e dimostrava gusti “colti”? Dai suoi libri emerge un rischioso triangolo sentimentale.
“A dire il vero nel nostro triangolo amoroso non c’era gelosia, poiché io ero innamorata anche di Juliette che era un po’ una copia di mia madre in piccolo. Seducendo mia madre, sono riuscita a sedurre anche mia sorella. Se mia madre è una regina, Juliette è una fata”.
Ha riferito di aver attraversato fasi di anoressia durante l’adolescenza, e ha affrontato a più riprese l’argomento, soprattutto in “Biografia della fame”. Il legame con sua madre è connesso a questo passato?
“Certo. Ma il rapporto era anche o soprattutto con mia sorella: entrambe a un certo punto abbiamo smesso di mangiare per non uscire dall’infanzia. Restare bambine voleva dire rimanere insieme. Restare bambine significava rimanere per sempre le creature di mia madre”.
Si ha l’impressione che i personaggi femminili che la riflettono, nei suoi libri, non siano in grado di accettare il corpo, percepito come proiezione della madre.
“Sì, è possibile. Mia madre era la mia divinità. Avere un corpo sublime come il suo, un corpo di donna che lei ha portato sempre con fierezza, sarebbe stato come invadere un territorio sacro. Non voglio dire che lei abbia impedito quest’invasione. Sono stata io a decidere di non addentrarmi”.
Ne “La nostalgia felice”, uscito in Italia l’anno scorso, lei parla della sua tata giapponese come di una seconda madre.
“Lo è stata. Sono nata a Kobe, in Giappone, e ho trascorso i miei primi anni in vari paesi asiatici, seguendo i trasferimenti di mio padre diplomatico. A Kobe la mia adorata tata Nishio-san mi chiamava Amélie-chan e mi lasciava mangiare dal suo piatto. Quando tornai in Giappone, qualche tempo fa, in occasione del cortometraggio sulla mia vita realizzato da Laureline Amanieux e Luca Chiari, Une vie entre deux eaux, l’ho potuta rincontrare dopo decenni. Era ottantenne ed è stato troppo emozionante “.
Troppo?
“Prima di ritrovarla credevo che quest’esperienza sconvolgente avrebbe dovuto essermi proibita. Ma dopo averla abbracciata ho pensato che dovrebbero esserlo anche le separazioni. Nishio-san e io tremavamo come reattori. Lei diceva di vergognarsi e io pure. Mi sono sorpresa a pensare di voler essere altrove.
Quando avevo cinque anni ero più forte di così. Poi ho stretto a me la donna sacrosanta e me ne sono andata. Insomma, ci siamo riviste, le ho detto ciò che andava detto, ho lasciato che tra lei e me circolasse un amore terribile e siamo sopravvissute”.
Lei è stata sempre una lettrice compulsiva. Quali madri letterarie l’hanno affascinata o ispirata di più?
“Alcune di queste madri erano uomini, che però non erano padri, ma proprio figure materne: la Comtesse de Ségur, Proust, Madame de La Fayette, Henry de Montherlant e Oscar Wilde”.
Amélie Nothomb è la madre dei suoi romanzi?
“Sono, in effetti, emanazioni di me stessa. Non ho mai voluto creare esseri umani, neanche da piccola. Mai avuto fantasie del genere. Tutta la mia energia materna è stata convogliata nella produzione letteraria”