Il femminismo, come tutto ciò che è vivo, nasce e rinasce tante volte. È come un serpente che cambia pelle, si trasforma, nella ostinazione a creare e portare a maturazione gli squilibri, perché lì c’è emergenza di reale. Non ha mai teso a una differenza sessuale armonizzante. Gioca piuttosto nello scarto tra l’uno e il due, tra ricerca di sé e apertura all’altro, facendo leva sulle asimmetrie simboliche, non pacificanti, sul dissesto, come pertugio per cui può avvenire altro. È così che sa tracciare nuove vie. È un movimento che non viene realizzato da politiche definite, progetti a breve o lungo termine. È eccedente. Allo stesso tempo la scommessa femminista non può fare a meno della politica.

(Libreria delle Donne di Bologna, 25 gennaio 2017)

di Alessandra Pigliaru

SCAFFALE. «Emma la Rossa» di Max Leroy, edito da elèuthera

Di Emma Goldman, pensatrice, anarchica, femminista, immigrata e irriducibile rivoluzionaria, si è detto e scritto molto – con maggiore trasporto dagli anni Settanta in avanti. Eppure la figura di questa «piccola Giovanna D’Arco», come sovente veniva chiamata da qualche giornalista che ne aveva incrociato – e ne temeva anche un poco – la forza politica, abitava il terreno del mito fino dagli anni Trenta del Novecento. Fascinazione comprensibile, a percorrere la sua vita sembra di stare dentro un romanzo straordinario. Uno di quelli che ha come protagonista l’esistenza tempestosa di chi nasce già insorta, a cavallo tra due secoli, facendo parte della storia e scrivendola. La storia degli ultimi, degli operai e delle operaie con cui si confronta Emma Goldman, la storia che la trafigge anzitutto nella coscienza incarnata che la interroga sulla sessualità, sulla riproduzione e il controllo delle nascite, sul suffragio e tanto altro ancora.

La storia di cui ha fatto parte Emma Goldman è insomma quella che ha nutrito un pensiero anti-capitalistico e capace di raccontare cosa significa il fermento libertario, quali le sue genealogie, le sue scommesse, come l’anarchismo. E il suo incontro con il conflitto della classe operaia, l’antimilitarismo contro il fanatismo della prima guerra mondiale, la rivoluzione russa prima, la guerra civile spagnola poi. Forse una vita non basta per reggere tutto questo, quella di Emma sì.
Disfare l’affronto di essere nata donna per un padre ottuso e autoritario, è il modo in cui Goldman debutta nella decostruzione simbolica del già dato. Sceglie di rimettersi al mondo, lo fa numerose volte. La prima, come lei stessa scrive, è il 15 agosto del 1889 quando a vent’anni arriva a New York.
Da Kovno (l’odierna Kaunas), cittadina portuale della Lituania, se n’era già andata tempo prima per raggiungere la sorella Helena che abitava nel Connecticut. Lì Emma confeziona corsetti in una fabbrica e segue laboratori di cucito che poco dopo, oltre alla sopravvivenza, le avrebbero dato il senso della relazione con le lavoratrici del tessile.

Frequenta circoli radicali e di operai, studia, ascolta, scrive, legge moltissimo, stringe rapporti con alcuni esponenti del movimento anarchico. Trascorre qualche mese e la figura di questa giovane donna, dapprima misteriosamente comparsa su un carretto a Union Square a tenere un discorso e a resistere alle cariche della polizia, diviene centrale sia sui giornali che all’interno del movimento.
Proprio in quei primi comizi di piazza la si ricorda avvolta da una bandiera. Era rossa, da qui – insieme alla furia mostrata contro ogni potere costituito – la nominazione di Emma the Red. E proprio Emma la Rossa (eléuthera, pp. 223, euro 16, prefazione di Normand Baillargeon, traduzione di Carlo Milani) si intitola il volume di Max Leroy che ne ripercorre la parabola cominciando dal fulgore di quegli anni di apprendistato alla rivolta.

Appassionato e all’orlo di una festa del cuore verso chi ha speso la propria vita per la libertà e la giustizia, il libro di Leroy propone un ritratto puntuale, servendosi di un apparato bibliografico interessante che conduce lettori e lettrici sulle tracce di Goldman, di ciò che ha scritto – due le opere che si ricordano principalmente: My Disillusionment in Russia (1923) e Living My Life (1931), la sua autobiografia (si dica per inciso che entrambe sono state tradotte in Italia tra gli anni ’70 e ’80 da La salamandra. Di più recenti invece si segnalano Femminismo e anarchia, edito da Bfs con una splendida prefazione di Bruna Bianchi, e Anarchia e prigioni, edito da Ortica). Ulteriore pregio di Leroy è quello di aver tenuto conto della dedizione di biografi e in particolare biografe come Alice Wexler e Candace Falk (direttrice dell’Emma Goldman Papers Project che a Berkeley ha raccolto dal 1980 a oggi più di ventimila carte relative alla sua produzione e ai suoi scambi epistolari).

Se «lo Stato è un saccheggiatore al soldo del capitalismo», scrive convinta ripensando al suo arresto occorso all’età di 24 anni per incitamento alla sommossa, la maggiore oppressione viene inferta alle donne, ai bambini e alle bambine. Da quell’oppressione, gravida di nodi da sciogliere, e da alcune sue esperienze (non ultima quella di levatrice per cui segue un corso a Vienna), impara molto e si mette in cammino. Verso un femminismo che non la abbandonerà mai più; gli incontri più importanti sono due: quello con Voltairine de Cleyre, scrittrice e militante anarchica, e con Louise Michel, la «vergine rossa» deportata in Nuova Caledonia dopo la repressione della Comune di Parigi. Il resto è la lettura di Mary Wollstonecraft (così come nella sua formazione decisivi sono stati Henry David Thoreau e Michail Bakunin). Molti illustri esponenti del movimento anarchico la ammirano; da Johann Most, Edward Brady a Pëtr Kropotkin. A qualcuno concede di amarla.

In una lettera ad Aleksandr Berkman – compagno di lotte e presenza cruciale nella sua vita – nell’agosto del 1927, riesce a raccontare il tenore della sua differenza, quella in fondo che la sa consegnare alla gratitudine delle generazioni politiche successive: «Le sole teorie non sono sufficienti a smuovermi. Comprendere le nostre idee non è abbastanza. È necessario sentirle in ogni fibra come una fiamma, come una febbre divorante, una passione elementare».

(il manifesto, 20 gennaio 2017)

di Monica D’Ascenzo

Puntavano a raccogliere 40mila dollari, ad oggi hanno superato quota 675mila dollari. Elena Favilli e Francesca Cavallo, con la startup Timbuktu, hanno sbancato nel crowdfunding di idee editoriali lanciate su Kickstarter.

Il progetto è Good night stories for rebel girls, pensato per ispirare le bambine attraverso le biografie di 100 donne illustri, dalla regina Elisabetta I alla tennista Serena Williams, narrate come favole della buona notte. Alla composizione del libro parteciperanno 100 illustratrici da ogni parte del mondo. Nella stessa direzione era andata un’altra iniziativa editoriale, di tre anni prima, che potete trovare ancora nelle librerie: Cattive ragazze: 15 storie di donne audaci e creative, graphic novel scritta da Assia Petricelli e illustrata da Sergio Riccardi. «Le donne hanno scoperto, inventato, costruito, ma non sono state raccontate» sottolinea Assia. E non ha tutti i torti. Basta sfogliare i libri su cui studiano i ragazzi per rendersene conto. O girare per le strade delle città, generalmente tutte al maschile.

Come è nata l’idea del libro?

Le questioni di genere e la storia delle donne mi interessano da tempo, ma la scintilla che ha acceso l’idea di Cattive ragazze è nata per caso, da un incontro con Della Passarelli di Sinnos Editrice, all’epoca in cerca di progetti per una nuova collana di graphic novel per ragazzi. Sergio e io, che già lavoravamo insieme, non avevamo mai pensato a un fumetto per ragazzi, però ci piaceva quello che faceva la Sinnos e così abbiamo cominciato a ragionarci su ed è nata l’idea di raccontare biografie di donne realmente vissute che avessero messo in discussione ruoli e stereotipi femminili. Donne forti, ribelli, protagoniste delle proprie vite. E soprattutto donne che alla fine ce la fanno, che non sono vittime. Di storie così ce ne sono tante, ma sono poco conosciute. Basta sfogliare un manuale scolastico per farsi l’idea che per millenni il genere femminile non abbia fatto altro che accudire mariti, figli e case. Ma non è vero. Le donne hanno scoperto, inventato, costruito, ma non sono state raccontate. Con Cattive ragazze volevo rendere giustizia ad alcune di queste figure e offrire alle giovani di oggi delle narrazioni che le aiutassero ad acquisire fiducia in se stesse e nella possibilità di essere quelle che vogliono, al di là degli stereotipi. Per raggiungerle abbiamo scelto una forma che fosse il più possibile semplice e accattivante.

Come hai scelto le 15 storie da raccontare?

Il filo rosso che lega le 15 biografie è riassunto nel sottotitolo del libro, donne “audaci” e “creative”, capaci di inventare per se stesse e per le altre che sono venute dopo un ruolo diverso da quello che la cultura patriarcale imponeva loro. Sulla base di questa premessa mi sono messa a cercare e ho incontrato decine di storie fantastiche. Scegliere non è stato affatto facile. Ho privilegiato le vicende meno note e, anche quando ho incluse figure celebri, l’ho fatto perché mi interessavano alcuni aspetti non particolarmente conosciuti: ad esempio il modernissimo rapporto tra Marie Curie e suo marito Pierre. Inoltre ho prestato molta attenzione alla varietà, volevo restituire il senso di una ricchezza di possibilità, e così abbiamo l’artista, la giornalista, l’attivista politica e così via, ma anche una varietà di appartenenze culturali e geografiche. Non volevo cadere nella trappola di una narrazione troppo centrata sull’Occidente, che sarebbe stata menzognera e fuorviante: in particolare negli ultimi anni le donne del cosiddetto “Sud del mondo” sono state protagoniste di straordinari movimenti di liberazione. Infine ho inserito figure di donne che hanno partecipato a grandi processi collettivi, perché il mondo non si cambia da soli, ma sempre insieme ad altre e ad altri.

Il progetto ha avuto un seguito?

Da quando sono state pubblicate, le Cattive ragazze non si sono mai fermate. Hanno dato vita a uno spettacolo teatrale, a una mostra e sono state il motore di un progetto di ricerca e di educazione alle differenze che ha coinvolto studenti e studentesse dal Nord al Sud del paese. Se invece ti riferisci alla possibilità di realizzare un Cattive ragazze 2, per il momento non abbiamo questa intenzione; preferiamo che il nostro libro funga da stimolo affinché altri e altre vadano alla ricerca e raccontino le proprie cattive ragazze, è quello che facciamo nelle scuole. Noi ci riserviamo di tornare presto a parlare di donne, di identità e relazioni, ma con progetti nuovi e diversi da “Cattive ragazze”.

Cosa ti piacerebbe ne traessero le adolescenti di oggi?

La fiducia nelle proprie risorse e la forza per costruire se stesse e la propria storia senza farsela dettare da nessuno, così come hanno fatto le protagoniste del nostro libro. Se ci sono riuscite loro, possiamo farcela tutte.

(www.alleyoop.ilsole24ore.com, 18 gennaio 2017)

di Mariolina Bertini

“Da dove provengono le idee giuste?” si chiedeva il presidente Mao nell’incipit di un saggio filosofico molto popolare ai tempi della mia giovinezza. In campo editoriale, credo provengano dall’amore incondizionato per il libro; per il libro come oggetto globale, in cui, accanto alla scelta del titolo da pubblicare e all’eventuale traduzione, sono oggetto di scelte consapevoli anche la grafica, gli apparati e i risvolti. Due idee giuste che si sono materializzate in volumi che stanno ora uno accanto all’altro sul mio tavolo; due omaggi intelligenti alla grandezza di Virginia Woolf, che spicca sempre più evidente ai nostri occhi man mano che il XX secolo si allontana da noi e va assumendo in prospettiva un profilo un po’ più complesso e variegato di quello che suggerivano, nella sua seconda metà, gli imperativi e le poetiche del postmoderno.

La prima idea giusta è quella che è balenata alle edizioni Racconti: dedicare alla narrativa “breve” di Virginia Woolf un volume complessivo di grande eleganza (Virginia Woolf, Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, trad. di Adriana Bottini e Francesca Duranti, curatela, introduzione e note di Liliana Rampello, pp. 470, 19 €, Racconti, Roma, 2016). Un ritratto ascetico, assorto e misterioso della scrittrice ci saluta da uno dei risvolti: è opera di Franco Matticchio, come la copertina. Le belle traduzioni sono quelle di Adriana Bottini e Francesca Duranti che negli anni Ottanta, per le edizioni della Tartaruga, presentarono per la prima volta questi testi al pubblico italiano. La curatela è di Liliana Rampello, che ripercorre tutto l’arco cronologico della produzione “breve” di Woolf in uno splendido saggio introduttivo. La riflessione della curatrice scava nei rapporti tra romanzi e racconti, nella lunga genesi della poetica della scrittrice, nello sforzo, sotteso a tutta la sua opera, di “catturare la vita e rappresentarla nella verità del suo ‘momento di essere’, che balugina appena, avvolto com’è nell’‘ovatta’ del non-essere”. Il lavoro dell’artista, pensa Virginia, è “trasformare in linguaggio la propria intuizione del mondo”. “E forse” – scrive in margine alle sue parole Liliana Rampello – i racconti sono il punto di convergenza più intimo dello scambio tra visione ed espressione, immagine e frase, sguardo e parola, insomma il luogo dell’incontro amoroso fra le arti, risultato di un altro grande amore, quello per la sorella Vanessa e la sua arte, la pittura.”

Accanto a Oggetti solidi, l’altra idea giusta alla quale alludevo ha assunto la forma di due volumetti distinti, Anon e Leggere a caso (Virginia Woolf, Anon, a cura di Massimo Scotti, pp. 103, 11 €, Nuova Editrice Berti, Parma, 2015 e Leggere a caso, a cura di Massimo Scotti, pp. 92, 12 €, Nuova Editrice Giacomoverri in Recensioni 9 gennaio 201731 dicembre 2016 1,422 Words Berti, Parma, 2016), caratterizzati dalla grafica ben riconoscibile delle Nuove Edizioni Berti e dagli squisiti fregi, capilettera e disegni di Demetrio Costa, ispirati alla tradizione tipografica inglese e all’iconografia delle fiabe vittoriane. Il curatore, Massimo Scotti, ha intrapreso il compito delicato di rendere accessibile al pubblico italiano l’ultima opera di Woolf rimasta interrotta alla sua morte.

In un primo volumetto, Anon, ne ha presentato e tradotto la prima sezione, autonoma e quasi compiuta; il testo di questa parte era già stato tradotto presso l’editore Abramo nel 2001, ma si presenta in questa edizione integrato da molti materiali inediti. Il secondo volumetto, Leggere a caso, raccoglie con cura filologica quel che resta della seconda sezione, dedicata alla figura del lettore, e molti appunti, commoventi e suggestivi nella loro incompiutezza.

Se Oggetti solidi ci fa ripercorrere tutta la vita creativa dell’autrice di Gita al faro, Anon e Leggere a caso, invece, gettano una luce cruda e diretta sul suo ultimo anno di vita, ci fanno penetrare nel cuore di quell’intreccio di dolore insostenibile e di feconde intuizioni che costituisce la stagione estrema di Virginia, l’ultimo “volo della mente” spezzato dal terrore della follia, dall’orrore della guerra e finalmente dalla morte.

Appartengono, originariamente, a uno stesso progetto, che agli inizi – ci racconta Massimo Scotti – ha quasi i tratti di un divertissement. È infatti “divertendosi ad ogni pagina”, come annota nel suo diario, che Virginia comincia, nel 1940, a prendere appunti in vista di un’opera che ha per destinatario uno dei suoi più vecchi amici, il pittore Duncan Grant: una sorta di storia antiaccademica della tradizione letteraria inglese, concepita per farla amare a Grant, per vincerne le prevenzioni e le resistenze. Il primo titolo scelto da Virginia è Reading at Random, poi sostituito da Turning the Page. La forma a cui la scrittrice vuole ricorrere per realizzarla è una forma libera, come libera dev’essere quella lettura random, a caso, che si propone di sostituire alla lettura sistematica, costrittiva degli specialisti. La prima sezione del progetto si chiamerà Anon, abbreviazione di Anonymous, perché “Anonimo” sarà il suo eroe: l’autore senza nome della prima letteratura inglese che incarna – come scrive Massimo Scotti – “l’essenza stessa dell’oralità e il suo mistero.” In Anon Virginia celebra gioiosamente un’Inghilterra che trascolora nel mito: “A Natale i giullari recitavano la vecchia commedia di Anon: i ragazzi intonavano la sua canzone durante i brindisi. La strada portava alle tombe antiche, alle pietre su cui in passato gli inglesi avevano compiuto i sacrifici. I contadini andavano ancora per istinto in quella direzione, in estate e in autunno e in inverno. I vecchi Dei si celavano dietro le sembianze dei nuovi. Erano quelli che

adoravano ancora, indotti da Anon, i contadini vestiti di foglie verdi, con le spade in mano, danzando fra le case, recitando le parti di un tempo. Fu l’invenzione della stampa a uccidere infine Anon…”

Si respira, nelle pagine di Anon, un’euforia che viene meno nella sezione successiva, Leggere a caso. Ne spiega molto bene le ragioni Massimo Scotti nella sua introduzione: Virginia vive sotto due minacce, quella personale, delle crisi di follia, e quella, che concerne tutti gli inglesi, dei bombardamenti e della temuta invasione nazista. In questo clima angoscioso, l’amore per le antiche tradizioni inglesi si fa più struggente e disperato, perché è l’amore per una realtà che potrebbe sparire per sempre. Con un’intuizione tutta sua, Virginia collega la nascita del lettore moderno – così diverso dal pubblico del cantore Anon – alla pubblicazione dell’Anatomia della malinconia di Burton: “È lì che troviamo lo scrittore perfettamente consapevole del suo rapporto con il lettore (…). Lui vede attraverso mille ombre verdi ciò che gli sta proprio di fronte: l’infelicità del cuore umano. Le riflessioni servono a rendere screziato e variopinto lo spettacolo che ha davanti agli occhi, dai libri ha tratto quel senso di indulgenza che gli fa capire ciò che siamo, non figure singole ma replicate all’infinito.”

Il testo si interrompe in un momento cruciale, quando Virginia sta per affrontare la figura di Shakespeare. È qui che compare la più straordinaria pagina autobiografica, quasi testamentaria, del libro: il racconto di un vagabondaggio londinese sui luoghi dove sorgeva il teatro di Shakespeare, il Globe, alla ricerca di ispirazione. Il tram numero 18 porta la scrittrice verso il London Bridge, fra strade “tutte piuttosto grigie.” “C’è uno strato di fango lucente ai piedi dei magazzini: la cattedrale di Saint-Paul si erge lontana fra la nebbia. I gabbiani si lanciano in picchiata. Qualche ragazzino gioca con i sassi. Nel cielo si affollano strisce di porpora. Pensiamo ancora ai drammi, perché è qui che sorgeva il teatro del Globe. Possiamo dar spazio all’immaginazione: il caos e il frastuono; il cigolìo delle ruote (…). Andando verso il fiume, perdendo la strada fra i vicoli, nasce lo strano desiderio senza nome di esprimersi.”

Nella ricca, bellissima introduzione di Massimo Scotti a Leggere a caso è analizzato un racconto scritto da Woolf proprio alla vigilia della sua morte, The Symbol. È la storia di una vecchia signora che scrive una lettera, seduta alla terrazza di un albergo alpino. Mentre scrive, segue di lontano la scalata di alcuni giovani alpinisti. A un certo punto però le loro figure scompaiono, il lettore capisce che la scalata è finita in tragedia, e una goccia d’inchiostro macchia la lettera interrotta della spettatrice. “La goccia che cade e gli scalatori che precipitano – scrive Massimo Scotti – sono uniti in un’analogia fulminea e trasparente, uno di quei “momenti di visione” che percorrono costantemente la scrittura di Virginia Woolf.” Ho sentito il bisogno, dopo aver letto queste righe, di riprendere in mano The Symbol, e l’ho trovato in Oggetti solidi: è il penultimo racconto della raccolta. Complementari, e segretamente complici, Leggere a caso e Oggetti solidi dialogano così tra loro sulla mia scrivania, testimonianze indipendenti e solidali di un’amorosa attenzione per il lavoro di Woolf e di una concezione rigorosa e appassionata del lavoro editoriale.

(https://giacomoverri.wordpress.com, 9 gennaio 2017)

Giuseppina Vitale

Un libro autobiografico racconta la storia di Mira Furlani. Una preziosa testimonianza di vita comunitaria nella Chiesa fiorentina degli anni Settanta, ma soprattutto una confessione del rapporto fra il femminile e l’autorità religiosa, rappresentata dal “prete”.

La nascita delle comunità di base, avvenuta tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, può certamente rappresentare il più esplicito segno dell’aspirazione democratica del Concilio Vaticano II. L’opera di Mira Furlani, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, delinea non soltanto una testimonianza di vita comunitaria nella Chiesa fiorentina degli anni Settanta, ma pure (e soprattutto) una confessione di ciò che realmente è stato il suo rapporto con il maschile nella Chiesa: il prete.

A partire dai primi anni Ottanta è avvenuto gradatamente un vero e proprio esodo femminile dalle comunità di base, concretizzatosi nel Seminario nazionale delle Comunità cristiane di base intitolato Le scomode figlie di Eva (Brescia, 23/25 aprile 1988). L’intento, sin dagli esordi, fu il desiderio di auto-realizzazione femminile espresso con particolare impeto da alcune donne che erano state protagoniste della stagione di contestazione cattolica esplosa in Italia a partire dalla fine degli anni Sessanta. Il seminario di Brescia vide le donne impegnate a rimettere in discussione paradigmi culturali nella prospettiva dell’affermazione della diversità di genere come valore portante dell’eguaglianza tra uomo e donna, nella società e nella Chiesa[1].

Dalla bella prefazione curata da Doranna Lupi e Carla Galetto (Comunità cristiana di Pinerolo) emerge tutta la volontà e l’impegno mostrato in tutti questi anni nell’alimentare una pratica politica di autocoscienza maschile in grado di rompere la scala gerarchica del potere assoluto del padre.

Il rapporto tra la donna (l’autrice) e il prete (don Enzo Mazzi), è sintomatico a riguardo, perché, oltretutto, «tra le donne e i preti, si sa, c’è qualcosa che attrae e qualcosa che respinge» (p. 9).

Mira Furlani fu attratta da quella «spinta interiore che allora mosse molte donne e uomini, diversi fra loro, ad abbracciarsi per la necessità di capirsi e creare una comunità (la comunità dell’Isolotto di Firenze, ndr), non solo civile, anche religiosa, partendo a mani nude» (p. 22). Ma allo stesso tempo, sperimentò un senso di «inadeguatezza e di impotenza» (p. 62) concretizzatosi, soprattutto, nel rapporto conflittuale e critico con l’autorità religiosa.

L’opera è una confessione a cuore aperto e a mente lucida. Un racconto autobiografico senza toni retorici e memorialistici, narrato da una prospettiva inedita, con gli occhi di una donna che, nonostante le delusioni, non ha mai smesso di credere nel Vangelo e di lottare per affermare la propria libertà di essere e di pensiero.

La vicenda di Mira Furlani tratta uno spaccato di storia cattolica italiana: dai primi passi della comunità dell’Isolotto, alle lotte operaie e i contrasti con la Curia fiorentina, fino al processo penale in Tribunale che vide incriminati (e assolti) una decina di imputati per istigazione a delinquere e impedimento di funzione religiosa, in seguito ai fatti che riguardarono direttamente, oltre don Mazzi, tutta la comunità dell’Isolotto[2]. L’autrice racconta la sua esperienza, non senza criticarne alcune aspetti, di “madre per vocazione” vissuta nelle case-famiglie per bimbi orfani e abbandonati, lasciandosi, così, alle spalle il tema della democratizzazione ecclesiale e aprendo spiragli di discussione sulla maternità e sul ruolo (attivo) della donna nella Chiesa, argomenti di indiscussa attualità.

Mira Furlani, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, San Pietro in Cariano, Gabrielli Editori, 2016, pp. 109.

(In edicola MicroMega 9/2016)

Nel 1931, a 26 anni, un’impertinente dattilografa e attrice, incoraggiata da Alfred Döblin a dedicarsi alla scrittura, irrompe nella letteratura tedesca come una ventata d’aria fresca. Il suo graffiante romanzo d’esordio vende in pochi mesi trentamila copie, finendo

nei chioschi dei giornali e nelle stazioni di tutta la Germania (e poi d’Europa). Si chiama Irmgard Keun ed è cresciuta a Colonia, come la protagonista del suo libro, Gilgi, una di noi. Il titolo chiarisce che il romanzo è il ritratto dell’eroina eponima, ma anche di una generazione. Gilgi rappresenta infatti la “donna nuova”, che negli anni ‘20 impone al mondo un nuovo modello femminile: rifiuta la gretta morale borghese della generazione precedente e il ruolo subalterno previsto per lei, lavora, indipendente, padrona del suo corpo e dei suoi sentimenti. La prima frase recita, programmaticamente: «La tiene stretta nelle mani, Gilgi, la sua piccola vita».

Ma essere davvero libere non è mai semplice: a 21 anni Gilgi scopre di non essere quella che crede, e la vita che si illude di controllare rischia di sfuggirle. L’amore e la convivenza con il fascinoso scrittore Martin la fanno deragliare. Gilgi perde tutto, o quasi. Ma saprà fare la scelta giusta, e ritrovarsi. Ironico, leggero, talvolta scanzonato, Gilgi è però un vero romanzo di formazione. Un apprendistato alla libertà di godere, di abortire, di decidere. E a differenza di altri romanzi di scrittrici contemporanee (Christa Winsloe, Anna Seghers, Vicki Baum, Annemarie Schwarzenbach), è ottimista. Gli amici di Gilgi, Olga e Martin, sanno opporre al proprio “tempo maledetto” solo la loro indolente non collaborazione, il socialista Pit si limita a teorizzare le sue critiche al sistema, Hans e Hertha si immolano con le loro bambine alla crisi economica che deprime la Germania: Gilgi invece non si lamenta del proprio tempo, né vi si rassegna — e balza sul treno per Berlino con la vitalità della sua giovinezza e del futuro che porta in grembo.

Con stile frizzante e una scrittura franta e modernista (descrizioni, dialoghi e monologhi interiori si alternano a sincopato ritmo jazz), Gilgi evita tutte le trappole della trama, e ribalta sempre le attese dei lettori. Gilgi si ritrova ad avere tre madri, e a non volerne nessuna. E a essere madre a sua volta, sola, perché non si accontenta di un uomo che non la migliora. Eppure il romanzo ha un retrogusto amaro. Perché è anche la cronaca della fine di un’epoca: «in un paese triste», «dove tutti sono infelici e si lamentano», le ombre del nazismo si allungano sulla libertà della protagonista e di tutti.

La postfazione del volume, appena pubblicato da L’Orma per la traduzione di Annalisa Pelizzola, ricorda che questa è la prima edizione integrale italiana, poiché la versione Mondadori del 1934, anno XII dell’Era Fascista, venne brutalmente censurata. Tace però sulla vita ulteriore di Irmgard Keun. Che fu invece emblematica. Nel 1932 riuscì a cogliere un altro successo col romanzo La ragazza di seta artificiale. Ma nel 1933, dopo l’avvento di Hitler, i suoi libri vennero ritirati dal commercio perché nocivi. Osò fare causa per danni al Reich, guadagnandoci un interrogatorio della Gestapo e l’arresto. Quindi prese la via dell’esilio, peregrinando tra Belgio, Francia, Lituania, Austria e Olanda, nel 1936-38 insieme al suo compagno Joseph Roth. Si racconta che scrissero al tavolino dello stesso caffè due tra i libri migliori della diaspora germanica: lui La cripta dei Cappuccini, lei Dopo mezzanotte.

Klaus Mann, ammirato dalla lucidità con cui la giovane scrittrice descriveva la sinistra banalità della vita quotidiana sotto il fascismo, lo pubblicò per la sua casa editrice di Amsterdam. Poi il “vulcano” esplose, e la comunità degli esuli si disintegrò. Nel 1941 Irmgard Keun fu pianta per morta: come Benjamin, Toller e tanti altri, vittima dell’epidemia di suicidi che decimava gli espatriati dopo la disintegrazione dell’Europa. Invece era stata lei stessa a fabbricare la notizia del suo suicidio: rientrata in Germania sotto falso nome, sopravvisse nascosta fino al 1945. Ma non riuscì più a uscire dall’anonimato in cui aveva cercato rifugio. Siccome la letteratura precede la vita e la inventa, nel 1951, come Gilgi, a 46 anni divenne anche lei una madre single. I libri che scrisse in seguito non bucarono l’indifferenza. Finì alcolista, poi in clinica psichiatrica per sei anni: provata ma ancora capace di sorriso, come rivelano le sue fotografie estreme, ne riemerse appena in tempo per godersi la ristampa delle sue opere: negli anni ‘80 il femminismo la riscopriva come antesignana.

Oggi Gilgi colpisce ancora per l’acume dell’autrice nel raccontare il proprio tempo (i costumi, le idee, i pregiudizi, i sogni), senza moralismo né retorica, solo con gli strumenti della letteratura: la lingua, i caratteri, la storia. Così, conoscendo il destino di Keun, giunti all’ultima pagina non si teme per il futuro della figlia di Gilgi. Ce la farà. È una di noi.

(27 dicembre 2016)

IL LIBRO

Irmgard Keun,

Gilgi, una di noi

(L’orma, traduzione di Annalisa Pelizzola, pagg. 240, euro 16)



Sabato 3 dicembre, durante la trasmissione Sabato libri di Radio popolare, Rosaria Guacci ha intervistato Liliana Rampello sull’ultimo libro che ha curato: Virginia Woolf,  Oggetti solidi, tutti i racconti e altre prose.


L’intervista a Lilli Rampello inizia al minuto 35.




Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura

10 novembre, ore 17.45, Sala del Maggior Consiglio

Ragione e sentimento
di Jane Austen

Liliana Rampello

Ragione e sentimento, pubblicato nel 1811 anonimo, by a Lady, è uno dei sei magnifici romanzi con cui Jane Austen ha segnato il suo tempo, a cavallo fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Un romanzo in grado di intercettare e anticipare, con lingua poetica, alcuni dei maggiori temi filosofici dell’epoca, identità e persona, individuo e felicità, contratto sociale e sessuale, soggettività e libertà. Ironia travolgente, intelligenza lucida e realismo spietato fanno di questa scrittrice un’interprete magistrale della libertà femminile.

Liliana Rampello, si è laureata con Luciano Anceschi e dal 1972 al 2007 ha insegnato Estetica all’Università di Bologna, privilegiando in particolare la Teoria della Letteratura e le poetiche del romanzo europeo fra Settecento e Novecento. Attualmente è collocata a riposo ed è consulente editoriale. Critica letteraria e saggista si è occupata principalmente di Walter Benjamin, Marcel Proust, Virginia Woolf, Jane Austen.





Scrive Ginevra Bompiani a proposito degli incontri raccolti nel suo libro Mela zeta (edizioni nottetempo): “sono incontri che non ho tanto l’impressione di aver vissuto, quanto di aver mancato”. Lo stesso titolo evoca la combinazione di tasti del computer che cancella l’azione fatta; applicandolo alla propria vita quand’è che ci si fermerebbe? Cos’è che non si vorrebbe rifare un po’ meglio, un po’ diversamente? Al fondo di  Mela zeta c’è un sentimento di irrequietezza, una vigile insoddisfazione. Giorgio Manganelli e la bravura con cui insultava, l’esoticità di Elsa Morante, le bizze di Anna Maria Ortese, i ritardi di Ingeborg Bachmann, ma anche l’uomo incrociato in barella che si dichiara sereno e tranquillo e la donna che in una lingua incomprensibile enumera le sue disgrazie in Bosnia animano i capitoli di questo singolare memoir, volto a individuare le proprie falle e a incasellare i ricordi sotto categorie generali  passando dal massimo dell’astrattezza (L’emozione) al massimo della concretezza (Il paesaggio). Su tutto incombe l’ombra del più delicato dei passaggi, quello dalla maturità alla vecchiaia “un’avventura molta importante, l’ultima avventura”.

Abbiamo incontrato Ginevra Bompiani nella sua casa romana e con lei abbiamo parlato dei temi e della struttura del suo libro.

Ginevra Bompiani è nata a Milano e vive a Roma. Editrice, scrittrice, traduttrice, saggista, ha insegnato per molti anni all’Università di Siena e ha fondato nel 2002 la casa editrice nottetempo. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: La stazione termale (Sellerio 2012) e La neve (et al. 2013),  L’ultima apparizione di Josè Bergamin (nottetempo). Dal 2015 cura per nottetempo la collana Luce Mediterranea.

di Luciana Castellina

Lea l’abbiamo conosciuta assieme – Rossana Rossanda e io – e così, per qualche ragione che in seguito ci fu più chiara, si instaurò fra di noi un rapporto particolare. Voglio dire: una relazione a parte rispetto a quella derivata dal fatto che avevamo tutte e tre in vario modo a che fare con lo stesso giornale. Si potrebbe dire che fra noi, come spesso capita in un luogo di lavoro, s’era aggiunta un’amicizia personale. E però non è tanto vero, perché un’amicizia presuppone una frequentazione attiva, che in realtà non c’è mai stata per via delle distanze geografiche e dei rispettivi affanni. Così come non c’è stata, almeno per me ma penso anche per Rossana che pure proveniva dagli studi dell’arte, un dialogo «professionale». Io anche venivo da quel «settore», perché fino a quando non mi sono imbattuta nel Pci facevo ( o meglio, tentavo di fare ) il pittore. E invece no, perché le scoperte artistiche di Lea erano talmente lontane dal mio orizzonte dall’impedirmi anche solo di aprire un discorso. Credo che anche per Rossana la «body art», con cui Lea aveva allora appena appitonato il dibattito culturale, non fosse cosa che la appassionava. O forse no, sono io che non lo so. E però vorrà pur dire qualcosa che di questo assieme non abbiamo mai parlato.

IN EFFETTI FU LUIGI – come Lea scrive in questa intervista-biografia appena uscita (L’arte non è faccenda di persone perbene, conversazione con Chiara Gatti, Rizzoli, pp. 144, euro 18) – ad avere la straordinaria idea di chiederle – il manifesto quotidiano stava per uscire – se avesse avuto voglia di collaborare. Una proposta che meravigliò molto Lea: ma come, un foglio di battaglia politica così militante, si interessava all’arte contemporanea? Sì, se ne interessava. Per fortuna, e questa è la ragione per cui il giornale ha avuto sempre della politica un’idea meno meschina di quello che correntemente si pensa sia la politica.
Lea non era comunque affatto estranea all’avventura complessiva del giornale. C’era stata subito affinità con la nostra battaglia e poi – scrive – «mi piaceva far parte della macchina». E infatti racconta con affetto e nostalgia le stanzette di via Tomacelli e chi le abitava, l’hotel Plaza, elegante e demodé, subito al di là del Corso, nella cui grande hall andavamo a prendere un tè quando dovevamo parlare con un po’ di riservatezza. Era anzi così coinvolta nelle sorti della nostra impresa che una volta, preoccupata, venne a dire a me e Rossana che aveva deciso di scrivere nel suo testamento che i suoi beni dovevano andare al manifesto.

Più straordinario fu però che abbia accettato di scrivere sulle nostre pagine; e che abbia continuato a farlo per mezzo secolo. Una bella stravaganza, perché contemporaneamente lei scriveva sulle più sofisticate riviste di critica d’arte, cosi’ come su quotidiani di ben maggiore tiratura. Perchè Lea Vergine è stata, ed è tutt’ora, una delle più autorevoli critiche d’arte, e – non capita sempre a chi si occupa di questa materia – anche una delle più lette. Il libro sulla body art che la lanciò nel 1974 – Il corpo come linguaggio – fu quasi un best seller internazionale. Era accaduto perché Lea era riuscita a far capire che quanto era sembrato solo un pretenzioso scandalismo era in realtà un modo per cercare di creare un rapporto fra l’arte e il proprio corpo seguendo il ritmo del tempo, un modo «di rimettersi al mondo presentandosi al pubblico attraverso il corpo». Una nuova maniera di creare sculture, queste viventi.
Non era – non è – facile rimettere a fuoco lo sguardo di un fruitore di quadri dopo che da sempre è stato abituato a vedere in altri modi.
La storia dell’arte dai Bizantini a Giotto e poi dai naturalisti agli impressionisti, agli espressionisti, i cubisti, agli astrattisti, è scandita da questi salti traumatici. In questa ultima stagione a cavallo del secolo il salto è stato ancora più spericolato.

SE LEA È RIUSCITA a farsi seguire – il libro che ora ha scritto consente di capirlo anche meglio – è perché lei stessa ogni volta vive su di sé lo stravolgimento di quella «emozione quasi dolorosa», «disorganizzante», quel «terremoto» che l’arte può farti sentire quando di fronte a dei segni o dei segnali vieni «posseduto da qualcosa di ineffabile e intangibile». Accade quando l’arte produce un «rivolgimento interiore», quando ti costringe «a confrontarti con il tuo lato oscuro».
In questo suo libro non c’è in realtà molto di critica d’arte. C’è anche molto altro. Molto. Intanto un racconto della Milano che tutti abbiamo amato, quella di quando questa città divenne davvero il centro culturale e politico fondamentale della modernità italiana, come provano del resto i nomi di tutti, tantissimi, gli intellettuali che Lea vi incontra ( e che cita quasi meticolosamente) quando approda nella capitale del nord, ancora giovanissima, bellissima, intelligentissima. Sono pagine preziose per ricostruire quell’epoca. Aihmè poi tramontata.

MA IN QUESTA AUTOBIOGRAFIA in forma di intervista c’è sopratutto la storia della sua infanzia ed adolescenza napoletana. Privilegiata ma in realtà durissima, per via di come le strutture di classe si sono incrociate con le passioni, di come l’abbiano privata di una formazione normale, e anzi ferita per via delle contraddizioni che hanno segnato gli affetti. Ne conoscevo solo schegge, e mi appare anche più un miracolo che lei sia venuta fuori così.
Una sola cosa rimprovero a Lea per questo suo libro. Di Enzo Mari, suo marito, scrive una sola riga: «Una pietra. Indispensabile». Capisco che è una frase lapidaria. Ma siccome so – lo si vede, anzi lo si palpa anche adesso che hanno 80 anni – che fra loro c’è stato e c’è un grandissimo amore, avrei voluto saperne di più.
Devo a questo punto ancora spiegare come mai sia durato il rapporto personale che ha legato me e Rossana a Lea attraverso questo mezzo secolo in cui in realtà ci siamo viste poco (e però se capito a Milano mi piace andarla a trovare. Non per abitudine sociale, ma perché mi piace davvero parlare – di me e di lei oltreché del mondo). Se leggete questo libro che spiega come è Lea, credo capirete il perché.


(il manifesto, 6/12/2016)

di Antonietta Lelario (Circolo culturale La merlettaia di Foggia)

La Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana di don Milani scoppiò nel ’67 come una bomba scuotendo l’opinione pubblica, denunciando e mostrando come la selezione che avveniva nella scuola pubblica italiana fosse “di classe”, cioè colpisse chi partiva svantaggiato dal punto di vista economico sociale, chi scriveva l’aradio, perché la lingua italiana era per lui una lingua straniera. E di ciò la professoressa chiamata in questione non si preoccupava. Era indifferente.

La bomba colpì nel segno perché era il risultato di un’esperienza pratica e toccava un nodo centrale nel conflitto fra le classi sociali: l’importanza di avere il possesso della lingua per difendersi e contrastare il potere. Don Milani riapriva così il gioco fra la scuola e il suo tempo storico.

Di lì a poco sarebbe fiorito il ’68 che avrebbe trovato nelle scuole e nelle università la sua culla e avrebbe fatto di questo testo una bandiera. Quello che don Milani, indirizzando la sua lettera a una insegnante donna, non aveva visto era che le donne non rappresentavano affatto la scuola istituzionale dove approdavano come ospiti impreviste. Anzi sarebbero state una componente fondamentale di quel ’68, delle lotte operaie, dei movimenti degli studenti e dei docenti e, per fare spazio al femminile nuovo che emergeva, li avrebbero riempiti di nuovo senso. Non avrebbero poi esitato a sperimentare il separatismo dei collettivi femministi. Poi, con una capacità più unica che rara di rigenerarsi, avrebbero aperto librerie, università cittadine, centri documentazione e circoli. Infine, sarebbero tornate a scommettere di nuovo sulla possibilità di relazionarsi con gli uomini inseriti anche loro in un percorso di cambiamento.

A 50 anni dalla pubblicazione della Lettera a una professoressa, una insegnante, Vita Cosentino, una femminista che con passione ha fatto del suo lavoro il luogo di un impegno culturale e politico, mostra a tutti/e noi il cammino fatto in un libro Scuola: sembra ieri è già domani (Ed. Moretti&Vitali) che si interroga e ci interroga sulle pratiche di insegnamento e sull’agire femminile, sul senso che hanno se solo le sottraiamo al silenzio che spesso le copre. Lei si chiede: “Occorre scendere in piazza, riempire le pagine dei giornali per poter parlare di movimento politico?” (pag. 51). E citando Chiara Zamboni sostiene che c’è un’altra politica: “È la vita quotidiana il luogo pubblico del contendere per dare spazio ad un presente vivo” (pag. 12).

“Molte (docenti) portano con sé un modo diverso di stare nelle relazioni, un’attenzione alla soggettività, al tessuto umano tutto intero di corpo emozioni e parole che tende a trasformare la scuola da come l’hanno trovata” (pag. 14, Vita Cosentino, Alessio Miceli e Marina Santini nell’introduzione).

Il suo è un racconto autobiografico, ma anche paradigmatico, tanto da essere rintracciabile nella vita di tante di noi, nella stessa vita della nostra città e in tante iniziative del nostro tempo che agiscono su un piano apparentemente invisibile perché ciò che cambia sono le aspettative, le urgenze, le speranze, per “non perdere il contatto con le cose e così sentirle e saperle” (pag. 13).

Non è un racconto nostalgico. Vita Cosentino sa la differenza fra oggi e ieri, sa i cambiamenti avvenuti in questi 50 anni, sa che l’apertura al tempo storico nell’istituzione scolastica è avvenuta nella forma dell’ossequio ai criteri aziendali e alle logiche competitive, ignorando l’altro che c’è e che chiede risposte. Sa che proprio in quell’ascolto all’altro che c’è si evidenzia il meglio dell’esperienza delle docenti donne e di alcuni uomini. Sa che lì si annida il piacere e la possibilità stessa di insegnare: «Negli anni ’70 il dibattito si è polarizzato sul promuovere o bocciare, mentre la vera scommessa è riuscire davvero ad insegnare» (pag. 50).

Non vuole che il sapere conquistato con un’avventura di carattere esistenziale, culturale, politica, sia buttato a mare. È per il desiderio di confrontare e far circolare quel sapere che ha affrontato la fatica di scrivere.

Lo stesso desiderio, che la parola e l’esperienza femminile non cadano nell’irrilevanza, che non siano percepite con indifferenza, perché attraverso di loro si vedono aspetti e possibilità del reale che altrimenti non si vedrebbero e che invece lo cambiano radicalmente ci spinge a ritornare su quale scuola e quale università vogliamo, non come utopia lontana, ma come speranza presente perché: «La scuola è e rimane il luogo privilegiato di incontro tra le generazioni. È il luogo in cui, tutti i giorni, esseri umani in carne ed ossa sono in relazione e si parlano, è il luogo in cui si può essere in gioco con la propria umanità» (pag. 12).

«Il libro rimane frammentato, non va a costruire una teoria, l’ennesima sulla scuola o sulla politica. Rimane sul bordo: tra racconto e idee che ne nascono. Aperto agli scambi con il pensiero di altre, di altri, autorizza a pensare in proprio. Chiama quindi ad aggiungere piuttosto che a ripetere» (pag. 13).

È una pratica che caratterizza il movimento di autoriforma della scuola e dell’università, così come io l’ho conosciuto e frequentato e del quale l’autrice di questo libro è stata anima e riferimento essenziale.

Non è una scelta di comodo o un modo per sfuggire a responsabilità più grandi, cosa di cui spesso è accusata la politica delle donne, è un modo per tenere aperto il passaggio con il cambiamento epocale che stiamo vivendo. Citando Alain Touraine l’autrice vede una società marcata dall’opposizione di due principi non sociali: la globalizzazione da una parte e il soggetto personale dall’altra parte e: «Nel ribaltamento che ci transita da una civiltà di conquistatori del mondo a quella della costruzione del sé, la società degli uomini è sostituita da quella delle donne» (citazione a pag. 19).

L’autrice non manca di fare ulteriori precisazioni sulla differenza fra soggettività e individualismo come l’abbiamo sperimentata nel movimento delle donne, e fra individualismo e singolarità, tanto da autorizzarmi a pensare che questo libro è prezioso per chi lavora nella scuola e nell’università, ma non è solo un libro sulla scuola e sull’università.

(Comune-info.net, 3 novembre 2016)

di Liliana Rampello

Virginia Woolf. Quando la scrittrice inglese si confrontò con le prose brevi. Da oggi in libreria «Oggetti solidi». Un’anticipazione di parte dell’introduzione al volume. Dal 1906 al 1941, seguono la pubblicazione inglese curata da Susan Dick. Ora per Racconti edizioni

C’è sempre qualcosa di meraviglioso ed eccitante nel leggere o rileggere Virginia Woolf. Da qualsiasi pagina si parta, improvvisamente si scoperchia tutto un mondo, e tutto è legato, e lei è così intera, integra, così sempre se stessa, quando scrive, quando pensa, quando legge, quando cammina, quando viaggia, quando conversa, quando ride, scherza, gioca, e quando ci viene incontro con la sua mente luminosa, che non importa se è la prima o l’ennesima volta che abbiamo in mano un suo libro, ecco: la cosa che non avevamo ancora visto, che non avevamo mai capito, tanto è immensa, tanto è vera, è lì, ancora capace di abbagliarci dopo un secolo. Di questo suo variato immaginare sono notevole e sorprendente espressione tutti i racconti raccolti ora in Oggetti solidi, accompagnati da qualche breve prosa, schizzi che si proponeva eventualmente di riprendere, riscrivendoli più e più volte, quando ne avesse avuto voglia o bisogno.

Ne fanno fede, certo in modo obliquo, i suoi primi racconti, che mettono in scena molte tematiche che le saranno sempre care, e che si svilupperanno nella più ampia tessitura dei romanzi o ritroveremo imbullonate nell’intelaiatura dei suoi saggi, così come questi e quelli illumineranno a loro volta i movimenti di un racconto o dell’altro, movimenti che càpita di scoprire a volte solo per via di un lampo improvviso.
Phyllis e Rosamond, per esempio, nasconde nel buio della sua ovatta molti semi vivi che riguarderanno l’interesse costante di Virginia Woolf per le vite comuni, di donne «ordinarie», le vite «degli oscuri», «degli eccentrici», di quelle ragazze che, sorde alle sirene dell’emancipazione che le renderebbe banalmente simili ai loro fratelli, hanno come luogo di lavoro il salotto, il luogo della conversazione e del mercato matrimoniale, poiché è lì che imparano a conoscere il desiderio e i suoi limiti, l’illibertà e la dipendenza, la paura e l’automoderazione […]
Ma è ora di passare al secondo gruppo di racconti (1917-1921), che merita una diversa riflessione. Siamo di fronte a un mutamento profondo, a una maturità che comincia a esplorare con coraggiosa consapevolezza la forza del proprio stile e lo appoggia definitivamente sul ritmo: lei, come Marcel Proust, sa che lo stile non è mai questione di tecnica, ma di visione, che «lo stile è una cosa molto semplice; è solo ritmo» e che la sua essenza «è arcana e va in profondità assai più delle parole».

Qualcosa è successo. Qualcosa comincia a farle credere che ci sia una via formale, stilistica, per attraversare la contraddizione che da sempre la ossessiona: «La vita, insomma, è molto solida o molto instabile?»; e la sua mente vira veloce, spontaneamente, verso la poesia e la pittura. Le parole dovranno aprire lo spazio al tempo dell’immagine verbale, il qui e ora di un presente assoluto.
Il segno sul muro rapisce e imprigiona chi legge dentro allo sguardo e alla mente narrante, che vaga e divaga da un pensiero all’altro, scandendo quel ritmo interiore che ridisegna ogni volta la macchia in modo diverso: «non è questo», «non è questo»… ciò che si vede porta a espressione la realtà strappandola all’irrealtà, lo sguardo non descrive, il pensiero è impreciso, il piacere più intimo è adorare il mondo «impersonale» che non dipende da noi, che si rivela nella sua verità inaspettata, teatrale, solo nell’ultima riga.

Kew Gardens, secondo Katherine Mansfield, fin dal primo paragrafo ci fa consapevoli di un senso di pace: «la sua storia vi è immersa come in una luce calma e immobile, tutto è sospeso, sì, sospeso. Qualunque cosa può accadere, il suo mondo è come in punta di piedi». Un romanzo non scritto spalanca di colpo il futuro della forma. Basta lo scompartimento di un treno, non per non scrivere un romanzo, ma per scriverne cento, basta guardare Minnie Marsh per guardare la vita, perché «la vita è quello che si vede negli occhi della gente». È questa la materia inafferrabile che, d’ora in poi, chiede quella forma che la Woolf sa con certezza dover essere un ritmo che non strutturi, ma accompagni il volo della mente. Ritmo come poesia capace di fermare il tempo nello spazio dell’immagine, saturandolo, e di rendere tutto impersonale, disincarnato: «Ma quando l’io parla all’io, chi è che parla?». Mostrare la vita così com’è, il segreto nascosto: «Non è precisamente la bellezza che intendo. È che la cosa basta in se stessa: pacificamente compiuta». Solo questo oltre la cosa in sé è reale, diventa reale quando affiorando nello squarcio del tessuto invisibile dell’esperienza quotidiana sotto forma di choc, di scossa, di «momento d’essere», ci restituisce nell’attimo il senso vero e unico, puntuale, dell’intero del tempo e della vita, purché sia messo in parola, purché l’estasi della visione trovi la forma della sua espressione […]

Tra il 1922 e il 1925 il piano delle prose brevi mostra il volto familiare di due fiabe e quello concentratissimo della scrittura di Mrs Dalloway. È la mente allegra e disponibile di zia Virginia che intravediamo dietro alla Vedova e il pappagallo. Anche Le tendine di Tata Lugton è scritto per la nipote Ann, e dispiega le meraviglie senza freni della woolfiana immaginazione animale.
Ben sette dei racconti di questi anni invece si radunano attorno alla «coscienza della festa», secondo quanto lei stessa scrive in vari momenti del suo diario. I temi, investiti di una vera e propria esplorazione psicologica, sono quelli che hanno turbato la Woolf fin da ragazza con la loro ambiguità (gioiva delle uscite in società più prima che durante): il senso di inferiorità e inadeguatezza, l’incertezza mista a noncuranza sull’abbigliamento, la solitudine, la conversazione come forma di conoscenza primitiva e quasi intuitiva, in cui una sola parola o un solo gesto possono riassumere comportamenti di tutta una vita, l’io profondo e la superficie degli obblighi mondani, il ripresentarsi dei ricordi di infanzia, l’amore per gli altri e i suoi camuffamenti, il giardino e il salotto, sfondo di diverse visioni […]

L’ultima manciata di racconti si mescola a brevi schizzi, abbozzi, scene che accompagnano la scrittrice tra il 1926 e il 1941, anno della sua morte. Benché tutti abbaglianti di bellezza, per concludere scelgo solo tre racconti di questo gruppo. La signora nello specchio perché il suo primo spunto, trasparente, e per questo esemplare di un metodo e di un’abitudine, si trova nelle righe del diario del 20 settembre 1927: «Quante storielle mi girano per la testa! Per esempio: Ethel Sands che non legge le sue lettere. Ciò che implica questo. Si potrebbe scrivere un libro di scene isolate, brevi e significative. Ella non apriva le sue lettere».
Un libro, un racconto, una scena, non importa, quell’immagine comincia a lavorare e finisce per narrare milioni di cose. Fra le prime, l’importanza di due elementi spesso ricorrenti in ogni registro della sua scrittura, lo specchio e la finestra, oggetti solidi o metafore: del riflesso, della rifrazione, del mutevole/immobile, del dentro/fuori, interno/esterno, superficie/fondo, verità/miraggio? E ancora e infine della metamorfosi cui l’immaginazione sottopone la realtà, caricandola di simboli che la traducono trascendendola. Il lascito, poi, con al centro il diario di Angela Clandon, chiude il grande cerchio aperto con uno dei suoi primi racconti:

«Quindici piccoli volumi, rilegati in pelle verde», eredità di un silenzio che sarà la straordinaria miccia con cui Virginia Wolf racconta l’esplosione della vita di una coppia. Il narcisismo di un marito, irriso con sarcasmo feroce, la vita segreta di una moglie, il suo coraggio di vivere e morire oltre il destino che le è stato assegnato. È uno dei molti momenti in cui la Woolf mette in scena uomini e donne e l’eterno conflitto che li divide quando l’uomo è confinato, felice prigioniero, di un patriarcato che lo acceca e gli impedisce di capire dov’è la vita che vale vivere. Un finale terribile, stupendo, secco.
Spesso la perfezione di un grande scrittore si mostra anche nella sua capacità di farci vivere dentro a una speciale atmosfera, e l’incandescente grandezza di Virginia Woolf è quella di saper creare in molti di questi suoi racconti un’atmosfera che accoglie, insieme alla bellezza del mondo, la guerra, la morte, le grida, i colpi di pistola inattesi, i suicidi, la paura, la frustrazione, e di riuscire a immetterli tutti nel flusso della vita stessa, che è sempre più forte, che è sempre esperienza palpitante di emozioni; la morte con lei, per lei, non è mai mortifera. Per questo i suoi «gomitoli di spago» sanno raccontare l’unica verità possibile, «la vita nuda come un osso».

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A MONZA, UN FESTIVAL TUTTO PER LEI

Tra scrittura, poesia, romanzi e commedie, dal 25 al 27 novembre si svolgerà a Monza «Il faro in una stanza», festival letterario dedicato a Virginia Woolf e organizzato da Elisa Bolchi, Raffaella Musicò e Liliana Rampello. tra i numerosi appuntamenti: lo spettacolo teatrale a cura dell’«Associazione Sguardo» e tratta dalla commedia woolfiana «Freshwater»; un incontro con Sandra Petrignani sulla casa e l’intimità della scrittura. E ancora: Sara Sullam converserà con Elisa Bolchi a proposito dei romanzi e Liliana Rampello con Bianca Tarozzi. Per informazioni  raffaella.musico@gmail.com, tel. 039 2276483. fb: Il faro in una stanza

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PAROLE D’AUTRICE
TAVISTOCK SQUARE E IL GIARDINO PERDUTO

Penso alla lettera che stamattina scrivevo nella mia mente alla signora Woolf.
Questo momento percepito. I nostri brevi sé.
…una sera, sette anni fa, probabilmente l’ho seguita
per le vie di Londra…
Ricordo che la luna era alta nel cielo e che quando ho attraversato Tavistock Square
i giardini erano inondati di luce. Non mi sono accorta subito dell’alta, scura figura di donna, che camminava davanti a me, passando attraverso i giardini della piazza. Ma quando l’ho scorsa, è stato come se vedessi ogni cosa per la prima volta

[questo passaggio tratto da “Il giardino perduto” di Helen Humphreys è stato scelto da Liliana Rampello, curatrice del volume di Virginia Woolf, Oggetti solidi, come apertura]

 

(il manifesto, 10 novembre 2016)

di Sara De Simone

Contributo di Sara De Simone, dottoranda della Normale di Pisa, al ciclo “Riletture”, 11 ottobre 2016, ideato da Alessandra Bocchetti per la Casa Int. delle donne di Roma.

 

«Se dovessi fare un posto a questo capolavoro

nelle graduatorie della grande letteratura politica,

lo metterei vicino al Principe di Machiavelli» 

(Luisa Muraro)

 

DEAR FELLOW OUTSIDER

di Sara De Simone

 

Ho voluto intitolare questo mio breve intervento “Dear Fellow Outsider”, riprendendo l’intestazione di una lettera che Virginia Woolf ricevette da una delle lettrici di Le Tre Ghinee, alcuni mesi dopo la pubblicazione del libro.

“Cara compagna estranea” – le aveva scritto questa donna, Constance Cheke – “io non faccio parte della Sua stessa classe sociale, ho dovuto attendere che Smiths (era una catena di librerie) ne riducesse il prezzo da 6 a 2 sterline per comprarlo. Ciò detto, credo che Le Tre Ghinee dovrebbe essere letto in tutte le scuole, in tutti i college, in tutti i seminari.”

Furono molte le donne che, dopo l’uscita del pamphlet della Woolf, presero l’iniziativa di scriverle. Le arrivarono lettere da tutta l’Inghilterra, ma anche da California, Michigan, New York. Le scrissero donne impegnate nell’educazione femminile, donne intellettuali, femministe, ma anche impiegate, operaie, e poi alcuni lettori uomini: un libraio – che le assicurò che avrebbe fatto di tutto per suggerirlo ai suoi clienti – e perfino un autista di autobus, che – le confessò – aveva faticato tanto a trovare il suo libro ma era ben lieto di esserci riuscito.

Non mancarono le lettere di dissenso, ma ce ne sono poche nel fondo della Woolf. Forse perché trovarono subito, una volta lette, la via del cestino? O forse perché chi si prende la briga di scrivere una lettera privata a un autore è, nella maggior parte dei casi, chi si è sentito veramente coinvolto dalle sue parole e sente il bisogno di comunicarglielo.

Quel che è certo è che invece sulla stampa e tra gli amici intellettuali si scatenò un bel putiferio.

In pochi apprezzarono Le Tre Ghinee. Non piacque ai critici, non piacque agli amici. Maynard Keynes, l’illustre economista, appartenente come Virginia al gruppo di Bloomsbury, ne era stato irritato. Quella di Le Tre Ghinee – disse – “era una tesi sciocca e nemmeno ben scritta”; lo scrittore E.M. Forster, anche lui frequentatore del gruppo, lo definì un libro “bisbetico, risentito e pieno di lamentele”. Leonard, il marito, reagì tiepidamente alla lettura del manoscritto. Il libro non piacque nemmeno a Vita Sackville West.

I recensori accusavano la Woolf di essere politicamente naïf, niente di cui stupirsi visto che era fin troppo una “lady” – dicevano – una signora borghese immersa nel suo reame etereo. C’è chi, maligno, sul giornale Spectator ironizzava: “a volte risulta difficile credere che la Signora Woolf non sia il personaggio di un racconto inventato da Forster”. E continuava: “C’è qualcosa in lei un po’ vecchio stile, un po’ provinciale… forse anche un po’ stridulo?”.

Dal canto suo Virginia, che era stata tanto ostinata e coraggiosa da scriverlo, quel libro, non si fece fiaccare certo dalle critiche che ne derivarono. Anzi prima ancora di pubblicarlo, come ricorda Nadia Fusini in Possiedo la mia anima (p. 257), aveva “profeticamente annunciato” a sua sorella Vanessa: “Non mi rimarrà un amico, dopo che sarà pubblicato il libro”.

Ma che cosa fece irritare così tanto critici e amici? Cosa infastidì? Cosa non piacque?

Molti non tollerarono che Virginia, in un momento tragico come quello, con la guerra alle porte, si mettesse a parlare di diritti delle donne. Insomma, c’era ben altro a cui pensare.

E poi, quel legame che lei aveva voluto vedere tra patriarcato, fascismo e nazismo loro non lo vedevano… o, se lo vedevano, gli sembrava esile, tenue. E i consigli di Virginia su come evitare la guerra? Erano del tutto inadeguati.

Doveva, in effetti, essere molto difficile per un inglese digerire, ad esempio, righe come quelle in cui la Woolf, rivolgendosi all’avvocato antifascista suo interlocutore, proponeva, implacabile, una tale corrispondenza:

“Le femministe in realtà furono le antesignane del Suo stesso movimento. Combattevano il medesimo nemico per i medesimi motivi. Combattevano contro l’oppressione di uno stato patriarcale come voi combattete contro l’oppressione di uno stato fascista. Ma ora, la Sua lettera ci garantisce che oggi voi combattete al nostro fianco, non contro di noi. È una circostanza così straordinaria […]. Ora voi provate sulla vostra persona quello che hanno provato le vostre madri quando furono escluse, quando furono imprigionate perché erano donne. Ora voi siete esclusi, ora voi siete imprigionati, perché siete ebrei, perché siete democratici, per ragioni razziali, per ragioni religiose. Non è una fotografia quella che vi sta davanti, siete voi stessi, che arrancate in fila. Allora tutto cambia. Ora vi appare evidente in tutto il suo orrore l’iniquità della dittatura, non importa dove […], non importa con chi […]. Ma oggi lottiamo fianco a fianco. Si tratta di un fatto così esaltante che se questa ghinea potesse essere moltiplicata un milione di volte, un milione di ghinee sarebbe tutto per voi” (p. 140).

 

Una logica così inoppugnabile e uno humor così tagliente dovevano aver fatto saltare i nervi a parecchi fra quelli che leggevano.

Voi combattete il fascismo e il nazismo – parafraso io – che sono in Italia e in Germania ma non vi accorgete del fascismo e del nazismo che è in tutti i vostri privilegi, in tutte le vostre pompose cerimonie, in tutte le esclusioni, le repressioni, che fate a casa vostra ogni giorno?

E siccome Viginia portava a sua testimonianza fatti concreti (da anni, dal 1931 stava raccogliendo a tale scopo articoli di giornale, fotografie, ritagli di riviste, citazioni da biografie e memoriali) ecco che individua il germe del dittatore in patria in una dichiarazione qualunque sul britannicissimo Daily Telegraph del Gennaio ’36:

“Sono sicuro di esprimere l’opinione di migliaia di giovani dicendo che se fossero gli uomini a occupare i posti occupati da migliaia di giovani donne, essi sarebbero in grado di mantenere in modo onorevole quelle stesse donne. Il posto della donna è in casa, mentre oggi essa obbliga l’uomo all’ozio forzato. Sarebbe ora che il Governo facesse pressioni sui datori di lavoro perché assumessero più uomini…” (p. 79).

Ecco, commenta Virginia, in queste parole “troviamo in embrione l’insetto che riconosciamo sotto altri nomi in altri paesi. Là sta racchiuso allo stato embrionale l’essere che, quando è italiano o tedesco, chiamiamo Dittatore. […] Uno è scritto in inglese, l’altro in tedesco. Ma che differenza c’è? Non dicono la stessa cosa? Non sono l’uno e l’altro le voci di due dittatori, anche se l’uno parla la lingua inglese e l’altro la tedesca, e non ci troviamo tutti d’accordo nel ritenere che i Dittatori, quando li si incontrano all’estero, sono animali pericolosissimi, oltre che molto brutti? […] Eccone uno qui, in mezzo a noi; è ancora piccolo, arrotolato su se stesso come un bruco su una foglia, ma è qui, nel cuore dell’Inghilterra” (p. 81).

 

Ci vuole molta, spietata, lucidità per scrivere parole come queste. Ci vuole anche la rabbia, concedersi di provare quello che Luisa Muraro in Dio è violent definisce il sano “colpo di rabbia che è la degna e giusta risposta umana all’invasione e alla prepotenza” (p. 59). Ci vuole, in definitiva, un grande coraggio, anche nel senso etimologico della parola, dal latino coraticum, ci vuole molto cuore, bisogna avere il cuore di scrivere parole come queste. Di mettere in fila esempi su esempi, fatti, notizie, dichiarazioni, uno dopo l’altro a riprova del fatto che la culla della democrazia, l’evoluta Inghilterra, aveva dimostrato, in un numero infinito di occasioni, di non essere affatto immune dalla prepotenza sistematica, dalla retorica viriloide, dalla pratica della sopraffazione che tanto indignava e allarmava, a vederla dal di fuori, a vederla da lontano.

Prepotenza e sopraffazione come quando, racconta la Woolf, dopo la fondazione dei primi due colleges femminili di Newhnam e di Girton, le direttrici di quei colleges chiesero al Senato accademico se le proprie allieve, una volta laureate, potevano anteporre al loro nome e cognome il titolo di “Dott.”, proprio come facevano i loro colleghi laureati uomini, dato che la cosa le avrebbe molto aiutate a trovare lavoro, e – apriti cielo – alla votazione si presentarono in massa anche i consiglieri che non erano legati direttamente a quella Università per votare “no”, così da vincere con una schiacciante maggioranza di 1707 contro 661. Allora gli studenti, esaltati dal risultato, si diressero davanti ad uno dei colleges femminili e ne presero a calci e bastonate i cancelli di bronzo, rovinandoli.

O come quando, davanti alla Scuola Reale di Chirurgia di Edimburgo, duecento studentesse i cancelli se li videro sbattere in faccia dai loro colleghi maschi. Le chiusero fuori, e poi schiamazzarono, resero impossibili le lezioni, arrivano a portare una pecora in aula per protestare, perché quella scuola era stata fondata per gli uomini, e solo loro avevano diritto a goderne.

 

È difficile non indignarsi, anche oggi, leggendo questi episodi. È estremamente spiacevole anzi, dovrei dire, è doloroso. E sebbene la lotta per le lauree di Cambridge sia molto lontana, così come le prepotenze alla Scuola di Chirurgia, questi due fatti storici, nel momento in cui li ho letti, mi hanno dato una fitta, e subito dopo una scossa su per la colonna vertebrale. È una sensazione che mi capita spesso di trovare, quando mi ritrovo davanti a fatti di una storia lontana, che però mi riguarda. E ogni volta, tutte le volte, mi accorgo che parlano, in qualche modo, anche di me. Parlano ‘a’ me.

Mi sono chiesta, mentre leggevo, davanti a quali cancelli chiusi devo aver provato qualcosa di simile a quello che provarono le studentesse della Reale Scuola di Chirurgia.

Mi sembra di vedere le loro facce, la loro espressione amaramente stupefatta. Qualcuna prova vergogna, qualcun’altra trema di rabbia. Qualcuna ha il sorriso obliquo di chi sorride per difesa, e rassicura le altre : “non l’avranno vinta”.

Quali sono oggi i cancelli – più simbolici che pratici, evidentemente – che mi hanno lasciato fuori mentre io ero sicura che sarei entrata dentro?

Non è per niente facile rispondere a questa domanda. Si tratta di meccanismi complicati, di dinamiche così subdole e insidiose, spesso si tratta più di atmosfere che di situazioni precise. È talmente tanta la libertà che abbiamo raggiunto – almeno su un piano del discorso enunciato – che è diventato così difficile riconoscere e isolare le situazioni in cui non siamo libere. È un terreno scivoloso, e poi c’è sempre qualcuno pronto a rispondermi: “Fai un confronto con le tue antenate, anche solo di 40-50 anni fa. Non ti sembra di aver fatto incredibili passi avanti? Non ti sembra che sia tutto superato?”.

Agli occhi di chi fa queste obiezioni un testo come questo della Woolf potrebbe apparire datato. Si limiterebbe a registrare i benefici che ha portato, le conquiste che ha ispirato. Ma per il resto… le donne, la guerra, il fascismo? Pratica archiviata.

Invece devo dire che io, se fossi nella condizione di poter inviare la mia lettera personale a Virginia Woolf, e se non temessi di peccare di presunzione, la comincerei proprio con l’intestazione di Constance Cheke, “Dear Fellow Outsider”. E poi, scriverei la stessa frase che le scrisse tale Geraldine Ostle, segretaria, nel 1938: “Nessuno è riuscito ad esprimere le nostre difficoltà nell’affrontare la vita meglio di Lei”.

Dico questo ben consapevole del fatto che, pur usando la stessa frase di Geraldine, le mie difficoltà e la mia vita sono completamente diverse dalle sue. Eppure, anche simili. Molte cose sono cambiate, qualcosa invece ha solo mutato aspetto, qualcos’altro si perpetua, identico, qualcosa si è aggiunto.

Quello che è certo è che Le Tre Ghinee continua a parlare, a interrogare, a suggerire, a provocare, a muovere.

E che il suo tesoro, il tesoro della differenza, è un tesoro anche per me. Un vivo richiamo, un pungolo insistente, una fatica, a volte, ingrata, una necessità incontestabile.

Credo che anche oggi valga la pena, eccome, di domandarsi: ho voglia di unirmi al corteo degli uomini? E a quali condizioni dovrei unirmi ad esso? E poi, dove mi condurrebbe?

Virginia Woolf rifiuta di unirsi all’associazione dell’avvocato “perché così facendo annegheremo la nostra identità nella vostra; entreremo, riproducendoli e rendendoli ancora più profondi, dentro i vecchi slabbrati solchi della società […] Cancelleremmo la visione che la nostra esperienza ci ha aiutate a intravedere” (p. 143). Mentre invece, scrive in un’altra pagina la Woolf, è proprio “da quella differenza che può venirvi l’aiuto, se aiutarvi possiamo, per difendere la libertà, per prevenire la guerra. Ma se firmiamo il modulo che ci impegna a diventare membri attivi della Sua associazione, sarebbe come perdere quella differenza e quindi sacrificare la possibilità di aiutarvi” (p. 141).

 

Mi sembra che quasi tutto, oggi, concorra a volermi far perdere la mia differenza. Che si parli sempre più frequentemente solo in termini di uguaglianza. Spesso le mie coetanee, ma ancor più le più giovani, universitarie o addirittura liceali, fanno riferimento in maniera del tutto naturale, direi distrattamente naturale, al fatto che non ci sono più differenze tra loro e il sesso maschile.

Non dimenticherò mai le interviste fatte l’anno scorso a un campione casuale di studenti e studentesse de La Sapienza per un inchiesta promossa dal “Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone – Sguardi sulle differenze”, che è interno alla facoltà di Lettere e Filosofia, proprio sul termine “femminista”. Quasi nessuna ragazza si sentiva di dichiararsi tale. Molte rispondevano che era assolutamente anacronistico. Ma la cosa che più mi colpì è che si evidenziava quasi mai la benché minima differenza nelle risposte delle ragazze e dei ragazzi: gli studenti di entrambi i sessi ripetevano la stessa formula, quasi fosse imparata a memoria (cito testualmente): “siamo tutti uguali; ormai non c’è più bisogno del femminismo; oggi le differenze sono state appianate”.

Io e le tre colleghe responsabili di questa inchiesta tornammo a casa con un senso di sconforto e di prostrazione profondissime.

Che ingenue, qualcuno commenterà. Ma come, nel nostro laboratorio di pensiero e di scambio non ci eravamo accorte che, qualche aula più in là, qualche metro distante, sulla stessa scalinata su cui salivamo e scendevamo, le opinioni più comuni erano queste? C’era da rimanere così stupite?

 

Non era che non mi aspettassi quelle risposte. Mi era capitato così tante volte di sentire affermazioni di quel tipo. Ma ascoltarle a viva voce, una dopo l’altra, consecutivamente, mi aveva spossata. Continuai a rimuginare. Era stata una giornata sfortunata? Non avevamo incontrato nessuna che volesse, anche in semplicità, mettere in parola il suo essere “diversa da”? Forse avevano ragione loro, forse noi con quei questionari inopportuni, da privilegiate, ci ostinavamo a porci un falso problema. Ma no, no, mi rispondevo, rivoltandomi un po’ nella rabbia, un po’ nell’incapacità, un po’ nel terrore di avere davvero assistito ad un reiterato annegamento: l’annegamento di un’identità nell’altra, il collasso delle differenze, il trionfo della “differenza non saputa”, quella che si può solo subire e non si può pensare.

Siamo dunque condannate all’inefficacia, davanti alla normalizzazione, allo sdoganamento, ingannevole, di tutte le libertà, davanti all’“illusione della simmetria” che ha preso il sopravvento?

 

Il potere che livella, che appiattisce, che svuota dall’interno le istanze rivoluzionarie succhiandone l’energia vitale e risputandone il baccello, come se fosse integro, ha tutto da guadagnare dall’indifferenziato, lo sappiamo bene.

È lo stesso potere che spesso ci fa sentire necessarie, che ci consulta e vuole il nostro contributo di donne quando serve, e che ci ignora completamente quando non serve; lo stesso che molte volte utilizza le candidature femminili come fiore all’occhiello; lo stesso che dunque fagocita e rende inoffensivo l’altro sguardo, quello da cui potrebbe essere arricchito ma che sceglie di ignorare e anzi, se possibile, di includere per disinnescare.

Ma non voglio, ora, parlare ancora del Potere, il potere che ruba tutti i desideri, facendo finta di offrircene un ventaglio infinito; il potere del giogo della tristitia di spinoziana memoria, che deprime, disgrega, rende prigionieri e impotenti; il potere dell’indifferenziato, che nella promessa dell’uguaglianza ha la pretesa di annullare tutte le differenze, anche quelle irriducibili e che, proprio perché irriducibili, mentre vengono sottratte al piano della consapevolezza, continuano ad agire sotterraneamente senza però poter essere pensate, senza avere più parole per essere espresse, né possibilità di essere sapute.

 

Vorrei parlare adesso di quello che io sento di potere fare. Di quello che un libro come Le Tre Ghinee mi dà le ragioni e gli incentivi e il coraticum, il coraggio del cuore, di voler fare.

Credo che ancora oggi abbia senso parlare di una Society of Outsiders. Non potrebbe e non dovrebbe, certo, essere l’organizzazione segreta di estranee alla guerra, alle armi, di indifferenti al combattimento, di senza patria – perché in quanto donne la loro patria è il mondo intero – di cui parlava la Woolf. Ma è giusto e necessario e fa bene pensare che le donne, alcune donne, anche molto giovani, consapevoli della propria diversità, vogliano e possano “approfittare della differenza”, per usare un’indimenticabile espressione di Carla Lonzi.

Per parte mia, io vorrei poter approfittare della storia differente di coloro che sono venute prima di me, vorrei poter approfittare delle mie antenate, così come della mia esperienza altra, dell’altro sguardo… anche, dunque, di tutti gli svantaggi che la Storia ha comportato nel tempo, molti dei quali sono stati superati, mentre altri sono rimasti, e altri ancora sono mutati, ma di cui posso approfittare volgendoli in positivo, non in maniera consolatoria, ma come un autentico slancio di indipendenza.

 

Dico vorrei perché non so se sarò in grado di fare tutto questo. Tradirsi è dietro l’angolo, bisogna saperlo. È così faticoso essere fedeli a se stesse, così tante donne mi è parso di vedere mentre si mettevano in fila per essere ammesse al corteo degli uomini, che un giorno per stanchezza, per economia, per sfiducia, potrebbe capitare anche me. Spero in quel caso ci sia una voce così amica da poter essere sufficientemente spietata nel ricordarmi qual è il prezzo da pagare, quali sono le condizioni a cui stare, quali sono le mancanze del potere con cui io, dando la mia adesione senza portarmi dietro la mia differenza, colluderei.

A volte ho la sensazione che non siamo abbastanza amiche da essere spietate con quelle donne che ci pare scendano a compromessi…e che avrebbero bisogno, parlo soprattutto di quelle che scelgono di essere dentro le istituzioni, di un sostegno autentico, di sentire dietro di sé la pressione e l’energia della Società delle Outsiders.

 

Mentre iniziavo a preparare questo intervento e sfogliavo alcune pagine sulla Woolf mi ha fatto sorridere ritrovare una definizione che suo marito, Leonard, aveva scritto nella sua biografia riguardo al rapporto di Virginia con la politica: aveva scritto “Virginia era l’animale meno politico mai comparso sulla terra da quando Aristotele aveva inventato la definizione”.

Certo, lui si riferiva al fatto che Virginia non era, come lui, così politicamente impegnata, coinvolta, competente. Faceva spesso confusione tra uno schieramento e un altro. Non era un’esperta, come lui sentiva di essere e come lei stessa riconosceva lui fosse. Eppure… l’animale meno politico mai comparso sulla Terra sta all’origine della politica delle donne.

C’è un segreto in quel meno che forse Leonard non coglieva. Un meno che proprio nella sua inadeguatezza, nel suo non fare parte e non mettersi in fila per fare parte di quel “politico” che era sempre esistito, fin dai tempi di Aristotele, trova le ragioni e le esperienze per crearne uno nuovo. Per “non ripetere – dice la Woolf dice nella conclusione di Tre Ghinee – le vostre parole e i vostri metodi, ma trovare nuove parole e inventare nuovi metodi”.

 

Vado a concludere.

Essere fuori dal cancello può essere utile per guardare meglio. Le cose si vedono in una prospettiva diversa. Essere out-siders, rimanere fuori dal centro, mantenersi eccentriche, permette una visione binoculare che chi è dentro non sempre riesce ad avere.

Accettare di essere incongruenti, difendere la propria differenza senza cedere all’inclusione nell’indifferenziato, comporta una non indifferente fatica.

Significa riconoscere di essere straniere, e volerlo restare.

Ma come scrive Hannah Arendt, nella sua biografia di Rahel Vernagen, una donna, e un’ebrea, “Fremdsein ist gut” (p. 85):

“‘Essere stranieri’ fa bene; immergersi, […] e sperimentare, tentare quello che procura piacere; non lasciarsi aggredire, essere senza pretese, perdersi in tutte le cose belle del mondo. Di tante cose ci si può innamorare; di un bel vaso, del bel tempo, di persone belle. Tutte le cose belle hanno il loro potere, ogni cosa del mondo ha un suo volto e può essere bella”.

Per tutto questo e per molto altro, cara compagna outsider, essere fuori, non essere a casa, certe volte, oltre che una cosa faticosa e necessaria, mi pare anche una cosa bella.

 

Sara De Simone si è laureata in Filologia romanza all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente è dottoranda in Letterature comparate alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si occupa, tra l’altro, della narrativa modernista di Virginia Woolf, Katherine Mansfield e Clarice Lispector. Ha fatto parte dell’esperienza di Se non ora quando?, confluendo poi nel gruppo Snoq Factory. Partecipa da anni al Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone – Sguardi sulle differenze con cui ha realizzato diverse video-inchieste (Di questa donna e delle altre, Chi dice donna dice danno, La parola femminista) e curato alcuni numeri di DWF.

 

(www.libreriadelledonne.it, 6 novembre 2016)

 

 

 


Il libro di Luisa Pogliana, Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende

Responsabilizzazione e autonomia diffusa, lavoro collaborativo, patti di fiducia reciproca, far emergere le capacità ignorate, governare il tempo… Sono alcuni temi di questo libro di management e di donne, che parte da un assunto: aziende e lavoro sono drasticamente cambiati, occorre un altro management. Serve per questo guardare ad alcune esperienze di donne, che appaiono anticipatrici di questo modo nuovo. È la proposta dell’autrice, che inquadra in un pensiero organizzato politiche di donne manager che hanno portato coraggiose novità, con effetti positivi per le persone e per l’organizzazione ma che spesso non vengono valorizzate proprio perché non trovano corrispondenza nei modelli consolidati di management.

Ma perché queste innovazioni vengono oggi più da donne che da uomini? Il libro non ne fa una questione di maschile-femminile. Succede piuttosto che le donne, entrate nel management in tempi recenti, hanno portato una visione diversa, perché vivono una vita diversa e guardano le cose da un altro punto di vista. Hanno un’idea del potere come possibilità, del management come responsabilità verso l’azienda e tutti i soggetti che la compongono. E nel loro complessivo sguardo sul mondo collocano il lavoro dentro la vita, non come un mondo separato. È questo che allarga gli orizzonti manageriali.

L’autrice – tenendo insieme le esperienze e le riflessioni che suscitano – propone un preciso percorso: dalla pratica emergono criteri che indicano una via, oltre le pratiche consuete, là dove sono inadeguate o controproducenti. Ragionando su politiche effettivamente realizzate, ne mette a fuoco orientamenti e metodi frutto di ciò che si è fatto, che può essere capitalizzato, trasmesso e usato altrove. Non definisce un nuovo modello di management e tanto meno di management “femminile”, ma una proposta che viene dalle donne con vantaggio per tutti. Delle donne, per diventare più consapevoli della portata di quello che fanno e per farlo valorizzare. Degli uomini, che non accettano più di misurarsi con modelli manageriali impositivi. Delle aziende, che in pratiche di discontinuità scoprono il terreno per risultati imprevisti.

Seguendo queste donne si respira una felice aria di libertà: chi è manager ha uno spazio di autonomia che può usare per fare cose che abbiano un senso. Emerge così un management orientato a non credere che sia impossibile cambiare, disposto a spostare i confini del noto. Non per cercare risposte immediate, ma piuttosto per esplorare cosa può succedere.

 

Luisa Pogliana, Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende (Guerini e Associati, settembre 2016, pagg 142, euro 17,00)

Luisa Pogliana, per molti anni responsabile della direzione ricerche di mercato in un grande gruppo editoriale italiano, poi consulente di ricerche sui mercati internazionali, ha coperto ruoli in enti internazionali e nella European Commission. Sui temi relativi al management femminile ha scritto per Guerini Donne senza guscio (2009) e Le donne il management la differenza (2012). Ha fondato – con Isabella Covili, Anna Deambrosis, Patrizia Di Pietro, Pina Grimaldi – l’associazione Donnesenzaguscio (www.donnesenzaguscio.it), luogo di incontro tra donne manager per ragionare sul proprio ruolo e valorizzare pensieri e pratiche di cambiamento delle donne nelle aziende. Questo libro è frutto di un progetto comune.

(www.noidonne.org, 26 ottobre 2016)

Sabato 5 novembre 2016 alle 18 Luisa Pogliana sarà in Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano, a discutere con Giordana Masotto e Maria Cristina Origlia di come è possibile cambiare un mondo in trasformazione tra potere e differenza.

di Alex Clark, The Guardian

Emma Cline
Le ragazze
Einaudi, 344 pagine, 18 euro

Il primo romanzo di Emma Cline è ispirato a uno dei criminali più famigerati della seconda metà del novecento, Charles Manson, la cui setta, The family, nell’agosto del 1969 assassinò brutalmente l’attrice Sharon Tate, suo figlio non ancora nato, alcuni amici suoi e del marito Roman Polanski. Quella notte, Manson aveva istruito e diretto un gruppo di ragazze per portare a termine il massacro. E la notte successiva le accompagnò a commettere un’altra serie di delitti. Dire che la folle figura di Charles Manson è entrata a far parte del nostro immaginario collettivo è riduttivo. Il Manson di Cline – qui è un altro vagabondo egomaniaco e mitomane di nome Russell Hadrick – aleggia ai margini del romanzo, e il lettore lo percepisce soprattutto per mezzo delle occulte ondate di approvazione o di rabbia che indirizza alle sue seguaci. In primo piano ci sono “le ragazze”, e in particolare Suzanne, la loro lea der di fatto, che adesca e seduce la narratrice, la quattordicenne Evie. A spasso nelle periferie californiane, in attesa di entrare nel collegio dove i genitori divorziati l’hanno mandata per risolvere i suoi indeiniti problemi, Evie non aspetta altro che essere dirottata verso una vita di ribellione. Nel ranch di Hadrick accelera la sua emersione dalla crisalide dell’adolescenza; può anche vendicarsi di sua madre, impegnata in varie attività di autoaiuto tipiche degli anni sessanta e al tempo stesso in cerca di un nuovo compagno, e di suo padre, comodamente sistemato in un appartamento di lusso con una donna molto più giovane. La forza del romanzo sta nella capacità di Cline di evocare l’atmosfera di quella dolorosa età di transizione, segnata dalla ricerca disperata di colmare un enorme vuoto emotivo. Una delle trasgressioni preferite della Family di Manson, qui ripresa, era entrare nelle case quando i proprietari erano fuori, non tanto per rubare quanto per provocare uno shock psichico tramite piccoli cambiamenti nello spazio domestico. Emma Cline riesce a catturare lo spaesamento e a seguire le piccole e grandi faglie che percorrono il nostro precario senso di stabilità. Le ragazze è un romanzo tutt’altro che perfetto, ma Evie è una potente interprete delle spinte emotive più ambigue e delle direzioni catastroiche verso cui possono spingerci.

(Internazionale, 30 settembre 2016)

di Hilary Mantel

Gli splendidi e sottovalutati romanzi di Elizabeth Jane Howard sono stati sempre messi in ombra dalla sua turbolenta vita privata. Ma il vero motivo per cui sono sottovalutati è che sono considerati libri “sulle donne, scritti da una donna”?

Negli ultimi anni Elizabeth Jane Howard, meglio nota come Jane, è divenuta famosa per una serie di quattro romanzi conosciuta come La saga dei Cazalet, che prende spunto dalla sua storia familiare ed è stata adattata sia per la radio che per la televisione. Tracciando le sorti di una famiglia alto-borghese, la saga prende le mosse nel 1937 e si dispiega nel corso di una decade. Un quinto romanzo, All Change, compie un salto in avanti portandoci al 1956. I romanzi di Jane Howard sono panoramici, vasti, intriganti quanto può esserlo la storia sociale, e generosi nel dispensare racconti. Sono il prodotto dell’esperienza di una vita e nascono da una scrittrice che aveva ben chiaro il proprio obiettivo e possedeva le forze e le capacità tecniche per raggiungerlo. Sarebbe bello se i lettori che hanno apprezzato la saga fossero attratti anche da quanto l’autrice ha scritto in età giovanile, quando il suo talento era così effervescente e inarrestabile che sembrava impossibile predire dove l’avrebbe portata. Fin dall’inizio Howard ha richiamato a sé aggettivi superlativi, più per lo splendore della sua prosa che per la stravaganza emotiva dei suoi personaggi. Certo le loro risate sono oltraggiose, i loro pianti contagiosi, le loro storie d’amore spericolate. Non c’è, tuttavia, nulla di casuale negli effetti creati dalla scrittrice, che, fin dall’inizio, ha dimostrato di essere un’abile artigiana.

Il primo romanzo di Howard, The Beautiful Visit, ha vinto il John Llewellyn Rhys Memorial Prize. L’idea che Il lungo sguardo, un testo così compiuto, così tecnicamente magistrale, sia stato soltanto il suo secondo libro è in qualche modo spaventosa. Il romanzo si apre nel 1950 e lentamente ripercorre a ritroso la vita di Antonia Fleming fino al 1926, quando la incontriamo da giovane sul punto di essere teneramente ingannata, confusa e costretta al matrimonio.

Nonostante il premio vinto così precocemente e l’attenzione ricevuta fino ad allora, fu difficile per l’autrice guadagnarsi da vivere. Proveniva da un ambiente in cui la necessità non era molto presa in considerazione. Ne Il lungo sguardo il passaporto della signora Fleming riporta alla voce occupazione “donna sposata”. In quel mondo gli uomini non erano tenuti a spiegarsi o a dare conto di sé. Dovevano essere sempre arginati, sembravano eternamente mossi dal desiderio di trasformare una donna in una moglie soddisfacente, se non perfetta. Conrad Fleming cerca di trasformare Antonia. È un uomo d’incontaminata superbia, d’immacolato egoismo. Le giovani lettrici di oggigiorno lo guardano incredule, ma non dovrebbero. Perché Conrad Fleming non è altro che una fedele riproduzione. È la voce dell’altro ieri, e delle epoche passate.

Elizabeth Jane Howard nacque nel 1923 in una famiglia facoltosa, ben inserita nella società, e infelice. Suo padre e suo fratello erano i direttori dell’azienda familiare di legname. Tuttavia non dirigevano granché, «se la spassavano allegramente», diceva lei. E se l’erano guadagnata. Suo padre si era arruolato a diciassette anni, era sopravvissuto alla Grande Guerra sul fronte occidentale e aveva portato a casa una croce militare. Era un padre caloroso, ma infedele e inaffidabile. L’intreccio di paura e attrazione che Jane Howard provava per lui alimentò i romanzi della saga dei Cazalet, che sono meno casalinghi di quanto appaiano. Il matrimonio dei suoi genitori e le loro successive relazioni, sommate a quelle della scrittrice stessa, offrono un modello disfunzionale per quasi tutte le storie che ha scritto. «Esistono solo due tipi di persone», riflette Conrad ne Il lungo sguardo: «quelli che vivono vite diverse con lo stesso partner e quelli che vivono la stessa vita con diversi partner…». Questa è una delle tante, amare osservazioni disseminate nel romanzo, laconicamente formulate e dolorosamente puntuali.

Kit, la madre dell’autrice, era una ballerina frustrata che aveva rinunciato alla carriera per il matrimonio. Il mondo della danza, tuttavia, è così duro e brutale che è difficile dire se tale scelta fosse stata influenzata dal dubbio di non essere all’altezza o meno. I giovani di sesso maschile, non esattamente brillanti, si trasferivano all’estero con i curricula bollati dall’acronimo filth: Fallito a Londra, Trasferito a Hong Kong. Le donne che rinunciavano al proprio potenziale potevano scegliere invece l’esilio in patria del matrimonio, e i risultati erano spesso assai squallidi. A quanto pare, Kit non amava la figlia, forse era gelosa di lei. Jane Howard era una ragazza di una bellezza spettacolare. Più volte, nei suoi romanzi, gli adulti guardano con un misto d’invidia e ammirazione la persona che men che mai potrebbe essere invidiata, un’adolescente che non è altro che un groviglio d’insicurezze. Howard ricevette poca istruzione formale, ma era un’avida lettrice. Il suo insegnante di pianoforte, poi, le impartì una lezione di grande valore: «Come si fa a imparare? Sbattere la testa contro qualcosa e continuare a farlo».

In breve, Jane divenne un’attrice, ma la seconda guerra mondiale fece naufragare le sue speranze di carriera. Come la signora Fleming, vide «il valore delle vite schizzare alle stelle e crollare rovinosamente come i titoli di un folle mercato azionario». In un’atmosfera simile le decisioni venivano prese velocemente, non c’era tempo per visioni a lungo termine. Jane aveva diciannove anni quando sposò lo studioso di scienze naturali, allora ufficiale di marina, Peter Scott, di anni trentadue. La notte prima del matrimonio la madre le chiese cosa sapesse in materia di sesso, descrivendolo come «il lato sporco» del matrimonio. La figlia, Nicola, nacque nel corso di un attacco aereo. Fu un’esperienza orribile che Jane seppe conservare e utilizzare in seguito. Una volta finita la guerra, la scrittrice abbandonò figlia e marito, una cosa che il mondo non perdona facilmente, e si trasferì in un lurido appartamento in Baker Street: «Una squallida lampadina che pendeva dal soffitto e un odioso pavimento di legno pieno di perfidi chiodi… l’unica cosa che sapevo era che volevo scrivere».

Ci fu un altro, breve matrimonio con un compagno di scrittura, poi Jane Howard divenne la seconda moglie di Kingsley Amis, un acclamato scrittore alla moda. Jane cercava l’amore, sia fisico che di altro tipo; questo fu ciò che affermò per tutta la vita, ed era coraggiosa a dirlo perché tale ricerca è sempre vista come un’ammissione di debolezza. I primi anni del matrimonio degli Amis trascorsero felici, e loro furono dei buoni compagni. C’è una foto che ritrae la coppia mentre lavora, una macchina da scrivere accanto all’altra. La fotografia, tuttavia, non rappresenta correttamente la vera natura di quello scambio. Howard, infatti, era ingabbiata in un paradosso. Cercava l’intimità, ma la scrittura era un atto solitario. Voleva essere riconosciuta, e gli scrittori spesso non lo erano. Il loro ménage familiare era intenso e bohémien. Jane si occupava della casa e cucinava per gli ospiti, alcuni dei quali erano piuttosto esigenti, altri si stabilivano da loro per lunghi periodi. Jane rappresentava la gentile e ammirevole madre adottiva dei tre figli di Amis. Il loro matrimonio, come amava ripetere Martin Amis, era “dinamico” ma il lavoro del marito era sicuramente privilegiato rispetto al suo, che era invece considerato come qualcosa di incidentale, da subordinare ai naturali obblighi domestici di una moglie.

Nel corso di quegli anni Jane Howard scrisse una serie di romanzi arguti, incentrati sui piaceri della vita, mentre lei stessa pativa una profonda miseria. Il marito faceva soldi, collezionava plausi ma lei continuava ad avere fede nel proprio talento. La gente per bene non si lamenta e non fa baccano, le aveva detto la madre, neanche quando partorisce. Questa era la via per la morte emotiva, non certo per la crescita creativa. Tuttavia, se si è capaci di sopravvivere al dolore, questo può essere incanalato e trasformato in creatività. Nei suoi romanzi Howard descrisse l’illusione e l’autoillusione. Sommando il prezzo della bugia a quello della verità. Osservò danni inflitti e danni riflessi o ricevuti. Imparò più da Jane Austen che dalla madre. La commedia non nasce dalla penna di chi siede alla scrivania pensando “ora sarò divertente” ma da chi striscia verso la scrivania, trasudando vergogna e disperazione, e lentamente si accinge a descrivere in maniera fedele lo stato delle cose. Si prova un certo piacere nell’essere fedeli ai dettagli della miseria. Quanto più feroci, tanto meglio: con lentezza, infatti, e con riluttanza, la commedia comincia a trapelare.

La giornalista Angela Lambert si chiede perché Il lungo sguardo non sia considerato uno dei grandi romanzi del ventesimo secolo. A questo punto ci si potrebbe chiedere perché l’intera opera di Jane Howard non goda di maggiore considerazione. È vero, le sue ambientazioni sociali sono piuttosto circoscritte, ma altrettanto lo sono quelle di Jane Austen. Ed esattamente come i romanzi di Austen, i suoi romanzi sono permeati dal vivo torrente sotterraneo dell’inquietudine che si agita sotto la superficie di vite agiate minacciando di venire a galla. L’inquietudine relativa alle proprie risorse. Ho abbastanza? Abbastanza denaro in borsa? Abbastanza credito con il mondo? In numerose storie i personaggi di Jane Howard vacillano sul baratro dell’indigenza mentre altrove il denaro fluisce da sorgenti misteriose. I suoi personaggi, tuttavia, non hanno il controllo di tali sorgenti, né le comprendono. Le sue vulnerabili eroine vivono alla giornata, sia emotivamente che economicamente e, anche se hanno abbastanza, non sanno abbastanza.

Quell’essere così disarmate, quella vulnerabilità, vale loro giudizi severissimi. Perché dovrebbe importarmi, potrebbe chiedersi qualche lettore, delle tribolazioni dei ricchi? Chi non prova compassione per il benestante, tuttavia, non è capace di provarla nemmeno per l’indigente. I romanzi di Jane Howard trovano probabilmente resistenza in chi vede solo la superficie e la giudica borghese. I suoi romanzi potrebbero trovare resistenza in chi non ama il cibo, i gatti, i bambini, i fantasmi o il piacere dell’impeccabile accuratezza con cui la scrittrice osserva il mondo naturale e artificiale: in coloro, in sostanza, che snobbano il passato recente. Sono apprezzati, invece, da chi sa cedere al loro fascino, alla loro intelligenza, al loro humor, da chi sa ascoltare i messaggi provenienti da un mondo diverso dal proprio.

Il vero motivo per cui i suoi libri sono sottovalutati, per dirla senza peli sulla lingua, è che sono stati scritti da una donna. Fino a poco tempo fa esisteva una categoria di libri “per donne, scritti da donne”, una categoria ovviamente ufficiosa, perché indifendibile. Accanto a prodotti di genere con poche possibilità di sopravvivenza, la categoria includeva opere scritte con grande bravura ma in chiave minore, romanzi che in sostanza si occupavano della vita privata e non pubblica. Romanzi di questo tipo raramente cercano di turbare o di provocare il lettore. Al contrario, sebbene la trama sia ingegnosamente architettata, s’impegnano con tutte le proprie forze in modo da far sentire il lettore a proprio agio. Una letteratura sottotono, ordinata, che non tende a ciò che Walter Scott definiva the big bow-wow, il grande clamore. Nel recensire e ammirare Jane Austen, infatti, Scott si rese conto del problema: come si può valutare un’opera del genere sulla base di criteri pensati per produzioni ben più rumorose? A partire dal diciottesimo secolo questi romanzi erano stati il piacere proibito di numerosi lettori e critici – erano goduti, ma rinnegati. Esiste una gerarchia di tematiche. Bisogna concedere più spazio alla guerra che al mettere al mondo un bambino, sebbene siano entrambi due atti sanguinosi. Bruciare corpi occupa un posto più in alto in classifica che bruciare torte. Se una donna si interessa di tematiche “maschili”, la cosa non la salva dall’essere banalizzata. Se un uomo si abbassa a questioni domestiche scrivendo copiosamente di amore, matrimonio e bambini, è lodato per la sua empatia, per il suo equilibrio. È elogiato, considerato intrepido, come se si fosse avventurato tra i selvaggi alla ricerca di una sapienza segreta. A volte la perfezione stessa invita alla svalutazione: un testo è impeccabile, perché non corre rischi. La sua opera splende perché è così piccola. «Lavoro su quattro centimetri di avorio», amava dire ironicamente Jane Austen: tanta limatura e piccolo effetto.

Il tempo ha santificato Jane Austen, anche se esistono ancora molte persone che non ne capiscono il motivo. L’aiutò il fatto di essere una brava ragazza che ebbe il tatto di morire giovane, senza nulla da dire sulla propria vita privata e con il cuore immune a ogni possibile esame. I critici furono, così, costretti a osservare i suoi testi. Le donne di oggi hanno carriere meno ordinate. Quando Jane Howard morì nel 2014, all’età di novant’anni, il necrologio del «Daily Telegraph» la descriveva come «ben nota per la turbolenta vita amorosa». Altri “tributi” si soffermarono sulle sue “fallimentari” storie d’amore. Negli scrittori di sesso maschile, i flirt testimoniano una virilità inarrestabile, nelle donne, al contrario sono presi a indicare una fallace capacità di giudizio. Cecil Day-Lewis, Cyril Connolly, Arthur Koestler, Laurie Lee e Kenneth Tynan sono annoverati tra le sue conquiste, sebbene il mondo ovviamente pensasse che furono loro a conquistare lei. Divorzi e separazioni possono certamente addolorare lo scrittore, tali segni tuttavia sono letti come ferite di battaglia, la sua condotta dichiaratamente libertina può essere indice di stupidità o lussuria, ma si presume che, a qualche livello segreto, egli agisca in tale modo per servire la propria arte. Per quanto riguarda una donna, invece, si crede che questa agisca incautamente, perché non può farne a meno. Coglie ogni occasione perché non sa fare di meglio. Viene giudicata e commiserata, o giudicata e condannata. E il giudizio sulla vita di qualcuno non può che contaminare il giudizio sul suo lavoro.

Sebbene autrici come Virginia Woolf e Katherine Mansfield avessero aperto un nuovo modo di contemplare il mondo, buoni libri scritti da donne continuavano a non essere pubblicati e cadevano nell’oblio: non solo perché, come nel caso di scrittori di sesso maschile, non erano più di moda, ma perché non erano mai stati valutati adeguatamente fin dal principio. Negli anni Ottanta la stampa femminista li riportò sugli scaffali. Dopo essere stata a lungo ignorata, Elizabeth Taylor ritornò di moda. Barbara Pym fu dimenticata, riscoperta ed etichettata come eccentrica. A volte uno scrittore contemporaneo ci mette davanti a uno specchio. Abbiamo imparato a leggere Elizabeth Bowen attraverso il prisma dell’ammirazione che Sarah Waters provava per lei. Il difficile destino di Anita Brookner ci dimostra che è possibile vincere un premio prestigioso, essere ampiamente letti e nonostante ciò essere sottovalutati. A causa del suo successo postumo, e forse proprio per questo, l’opera di Jane Howard è stata mal interpretata. Le sue virtù sono la costruzione impeccabile, l’osservazione acuta, la tecnica persuasiva ma inesorabile. I suoi romanzi probabilmente non scuotono il mondo ma ogni scrittore potrebbe imparare da lei. Insegnando io stessa scrittura, non esiste autore che abbia consigliato più spesso, o almeno che abbia consigliato proprio per disorientare i miei studenti. Leggila, era il mio consiglio, e leggi i libri che leggeva lei. Scomponi quei piccoli miracoli che sono Il lungo sguardo e After Julius. Falli a pezzi e cerca di capire come sono stati costruiti.

Non ricordo esattamente che giorno fosse quando conobbi Jane. Fu alla Royal Society of Literature, nei tardi anni Ottanta, durante uno degli incontri agli Hyde Park Gardens. Oggi la Royal Society of Literature ha sede altrove, ma allora i loro uffici desolati – ci fu un taglio dei fondi – sembravano dimenticati dal mondo. Ben conoscendo sia i polverosi e decrepiti piani superiori che i gelidi e vuoti piani interrati, non avevo tutta questa voglia di scoprire le dimenticate sale da ricevimento, né gli altrettanto dimenticati soci onorari che guardavano fuori, verso la terrazza.

A volte, quando ammiri uno scrittore, non hai voglia di sapere molto su di lui. Di sicuro avevo visto alcune fotografie di Jane, ma le avevo ignorate. La mia immagine mentale era quella di una creatura minuta e sinuosa, con un taglio di capelli à la garçonne e i grandi occhi da lince, quella di una persona che parla sussurrando a voce roca, se parla. La realtà invece era piuttosto diversa. Jane era alta e maestosa, e aveva una voce profonda e all’antica, da attrice. Possedeva quella qualità felina che avevo immaginato ma era leonina, fulva, dominante, non furtiva o sfuggente. Se avesse fatto le fusa, avrebbe fatto tremare le pareti. Era una donna imponente e forte.

Durante la nostra conversazione, tuttavia, mi accorsi che era gentile e alla mano. Nella sua opera non dimenticò mai cosa significa essere una giovane ragazza, e conservava uno spirito ingenuo in un corpo saggio e navigato. Sembrava consapevole dell’effetto che faceva e desiderosa non di rimuoverlo ma di tenerlo sotto controllo e di modificarlo in modo da mettere gli altri a proprio agio. Se l’altro non si sentiva a proprio agio, lei non poteva mostrarsi per quello che era, e di quell’incontro non le sarebbe rimasto nulla. Le interessavano le persone, ma non alla maniera maliziosa e predatoria propria degli scrittori. Quando accettò la rogna di diventare mia amica, divenne amica anche di mio marito, che non è né un artista né uno scrittore. Ha dedicato a entrambi gli ultimi libri che ha pubblicato. A noi è parso troppo. Mi aveva donato anni di gioia e ispirazione e io avevo la sensazione di non averla ripagata. Durante quegli anni ero a corto di energie per quanto riguarda l’amicizia, tuttavia Jane doveva aver compreso che non mi mancavano le potenzialità. I nostri lavori non avevano molto in comune, e ci mostrammo in pubblico insieme solo una volta, nel corso di un evento in una piccola libreria dove Jane tenne una splendida lettura. Emersero il suo training professionale, la voce potente, le pause calcolate al microsecondo, ma lesse in maniera non affettata, sorridendo, con il piacere di dare gioia al pubblico. Fui felice del fatto che La saga dei Cazalet le procurò nuovi fan. Ammiravo la sua tenacia, proprio come il suo stile. Stava scrivendo quando morì: un libro intitolato Human Error. Mi sarebbe piaciuto chiederle quale, tra l’ampia gamma, avesse scelto come focus.

Senz’ombra di dubbio le migliori conversazioni sono quelle che purtroppo non sono mai realmente avvenute. Ho sempre avuto la sensazione che entrambe vivessimo nella speranza. Ho sempre avuto la sensazione che avrei dovuto chiederle qualcosa, o che lei desiderasse chiedere qualcosa a me. La mattina dopo la sua morte, fui una delle molte persone a essere intervistate e invitate a parlare di lei in radio. All’epoca lavoravo a Stratford-upon-Avon, così ci servimmo dei locali della Royal Shakespeare Company. Si trattò di un evento dell’ultimo minuto e io avevo appena appreso la notizia della sua morte, quindi, probabilmente, non fui brillante. Ma vidi molto chiaramente il suo volto mentre parlavo. Da ragazza Jane faceva l’attrice a Stratford, e le sarebbe piaciuto ciò che quella giornata aveva da offrire. Il fiume scuro e gelido, i cigni che vi scivolavano sopra, e dietro le finestre rigate dalla pioggia nuovi drammi in formazione: ombre umane, che fluttuavano e bisbigliavano nell’oscurità sperando – nel variare e ripetere i propri errori – di avvicinarsi, finalmente, a fare la cosa giusta. Nei romanzi di Jane, i timidi perdono il copione, gli sfrontati dimenticano le battute ma, in qualche modo, si riesce a mettere insieme una performance. A testa alta e col cuore a pezzi, i suoi personaggi affrontano il bagliore delle circostanze. Ogni frase è improvvisata e ogni respiro è un rischio. Lo spettacolo racconta la ricerca della felicità, la ricerca dell’amore. Una standing ovation attende i coraggiosi.

Traduzione di Madeira Giacci

(Stoner, 24 aprile 2016)

di Lara Ricci


La giuria popolare del Premio Campiello ha trasformato in realtà lo slogan contenuto nel nome di Simona Vinci, che si è aggiudicata ieri sera il riconoscimento letterario conquistando 79 voti su 280 validi. Una cinquina, questa della 54esima edizione, connotata da un forte impegno civile e, per 4 dei 5 romanzi, da uno stretto legame con fatti storici del secolo passato. Sono firmati da autrici e parlano di amore tra donne, sullo sfondo dell’orrore, i due primi classificati: La prima verità (Einaudi) della Vinci e anche Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy (Rizzoli, 64 voti).

La prima verità è ambientato in parte a Leros, in Grecia, dove le caserme della base militare italiana furono trasformate in un enorme ospedale psichiatrico per gli “incurabili” di tutto il Paese. Qui, rinchiusi in condizioni più che disumane: incredibili, sopravvivevano più di quattromila pazienti, ridotti nel tempo per far spazio ai dissidenti politici della dittatura dei colonnelli (al loro posto oggi dormono i migranti). Il romanzo diventa più intenso e prende il volo nella quarta parte, quando Vinci descrive la sua esperienza con i mali della psiche, più diffusi, sfumati e sfuggenti prima di tutto a noi stessi di quanto vogliamo credere, perché dentro la mente «tutto è vero, anche quando non lo è».

Elisabetta Rasy, dopo essersi lungamente documentata sulle corrispondenze delle donne che partirono volontarie per assistere i feriti della prima guerra mondiale, racconta la vita di due di loro: Maria Rosa, aristocratica napoletana in fuga dalla famiglia e da un ambiente sociale che le imponeva un futuro di moglie, ed Eugenia, arruolatasi per dimostrare al padre la sua vocazione di medico e potersi così iscrivere all’università. Feriti senza nome né storia arrivano a frotte, smembrati, irriconoscibili, deliranti e muoiono perlopiù senza che si sia potuto nemmeno tentare di salvarli. L’insensatezza della guerra, l’oscenità della morte sembrano non lasciare più spazio alla vita. Ma sulle macerie di tutto quel che credevano di conoscere le due ragazze sperimentano una fragilità e una pienezza mai sospettata: si innamorano, tra loro. Per Elisabetta Rasy è l’occasione di far conoscere il ruolo che le donne ebbero nel primo conflitto mondiale quando andarono al fronte o anche in fabbrica, a fianco o al posto degli uomini, tra la derisione e la diffidenza di questi ultimi. Iniziò così un lento, mai terminato, processo di emancipazione. E anche l’occasione per riportare l’attenzione su tema ancora tabù, a giudicare dallo sconcertante clamore che tuttora suscitano film e vicende che nulla hanno di provocatorio, come La vita di Adele (2013), di Abdellatif Kechiche, racconto romantico e delicato della passione tra due ragazze.

(…)


(http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2016-09-10/campiello-simona-vinci-e-all-amore-femminile-sfondo-dell-orrore-224745.shtml?uuid=ADO8eUIB&refresh_ce=1)

di Laura Colombo

Alla fine del 2015 è uscito un libro agile che ha un titolo significativo, Sguardi stranieri sulla nostra città (Battei, Parma 2015). Curato da Marco Deriu, sociologo all’Università di Parma, è un viaggio nella geografia interiore di patimenti, speranze, delusioni e conquiste di chi migra da paesi lontani e approda a Parma, un’agiata cittadina del Centro-Nord. Attraverso gli occhi di chi arriva, vediamo questo angolo di mondo e possiamo ricostruire la mappa degli spazi esteriori e interiori che appartengono a chi straniero non è.

La scrittura è a più mani, Marco Deriu collabora con le volontarie dell’associazione Parma per gli Altri per elaborare il materiale raccolto dalla viva voce di donne e uomini migranti, che da tempo abitano in città. Tutte e tutti si misurano con la propria storia. Innanzi tutto con la necessità di partire dal paese d’origine, per mancanza di prospettive o per necessità di fuggire da guerre e soprusi. “Stavo lasciando un lavoro, la mia terra. Poi ho ragionato: in Senegal è dura e impossibile, in Italia è dura, ma possibile” (pag. 24). Si misurano con le conseguenze della loro partenza, quel fardello pesante fatto di bisogni e aspettative di chi resta e obbligo di farcela per chi se ne va. “Mi hanno detto di andare per proteggere la mia famiglia, per portarle aiuto. Hanno speso un sacco di soldi per farmi arrivare qua. Ci sono delle persone da noi che per mandare i figli fuori dal paese vendono anche la terra. Ma se uno ha venduto la sua terra, e qua non trova niente, non può fare nulla, e anche la sua famiglia sta male, perché non ha più nulla, è sulla strada” (pag. 28). Tutte e tutti si misurano anche con ciò che trovano una volta arrivati qui, lo straniamento dell’impatto con la nuova realtà, le perle preziose dell’accoglienza, i piccoli grandi gesti che riscaldano il cuore e danno un orientamento nell’ignoto, l’incontro con cultura e valori spesso distanti da ciò che si sente nel profondo.

È questo il punto che mostra la maggior ricchezza del libro: l’immigrazione, per il tramite delle parole di donne e uomini migranti, diventa il soggetto che parla di noi, non l’oggetto del discorso, il tema scottante su cui intervenire, e invita chi legge a una messa in discussione di verità e pregiudizi attraverso lo specchio dell’altro.

“Qui la gente ti lascia tranquillo. Nessuno ti guarda, puoi fare quello che vuoi, basta che non dai fastidio a nessuno. E questa è una cosa bellissima. Sei più libero” (pag. 11 e 104). L’invisibilità è per Hamed patimento e insieme fonte di piacere, perché, come sottolinea Faisal, in Africa “non sei mai solo, neppure di notte e a volte si sente il bisogno di vivere momenti di riflessione” (pag. 94). Come in uno specchio, qui possiamo scorgere la nostra indifferenza, la diffidenza, la paura del contatto, il senso del possesso. “Qui devi star sicuro, devi star ricco, devi fare l’assicurazione. Devi mettere anche una pistola in casa. Tutto questo nel caso arrivi qualche problema. Ma arriva lo stesso, anche se metti un militare con te a casa; se arriva, arriva” (pag. 15). Emerge in modo chiaro il nostro stile relazionale, sbilanciato sulla strumentalità e sull’apparenza. “Da noi condividi quello che sei. Da voi si cerca di dare un’immagine migliore” (pag. 39). Non sono verità assolute, frasi di lapidaria condanna. La complessità dei vissuti e delle esperienze è presente nelle parole che riconoscono la gentilezza, l’amore caritatevole, il rispetto umano di chi accoglie. Sono tuttavia sguardi che toccano contraddizioni vive, tanto più per quelli di “noi” che fanno solidarietà, se il movimento del dono cela un senso di superiorità, che deriva dalla distanza tra chi dà e chi riceve. Ogni tassello del mosaico che compone il libro, ci interroga attraverso lo sguardo dello straniero prossimo a noi: casa, educazione, lavoro, lingua, bambini, anziani, corpi, morte, comunità, cibo, feste, diventano pezzi di un paesaggio che, forse, possiamo iniziare a comporre davvero insieme. Perché “l’intercultura non è là dove la si vorrebbe trovare, non è dove vorremmo portare i nostri articoli o i nostri doni. Non nei convegni sull’intercultura, ma nelle panchine sotto casa” (pag. 21).

(“Autogestione e politica prima” Agosto 2016)

Intervista alla scrittrice SUAD AMIRY

di Emanuele Valenti

 

«La mia vita è sempre stata con me, i ricordi della mia vita mi hanno sempre accompagnata, ma ho deciso di raccontarla adesso perché sentivo la necessità di fare un omaggio a Damasco e a tutta la Siria, ormai in buona parte distrutta. Il mio racconto è un omaggio ai cittadini siriani, anche ai rifugiati, per ricordargli la bellezza del loro Paese in un momento così difficile». È questa la motivazione che ha spinto Suad Amiry a scrivere il suo ultimo libro, Damasco (edito da Feltrinelli).

Dopo aver ambientato i suoi precedenti romanzi in Palestina Suad Amiry ha deciso di allargare la prospettiva a quella che un tempo era La Grande Siria (Siria, Libano, Giordania, Palestina) dove si muovono i personaggi, tutti reali, che sono stati i protagonisti della storia della sua stessa famiglia.

«Questo è un libro sulla bellezza, sulla cultura, sul cibo, sulla musica», ci racconta Suad Amiry, ospite nell’Auditorium di Radio Popolare. «In un Medio Oriente attraversato da così tante crisi capita spesso di pensare che le nostre siano state vite sprecate e che i nostri luoghi di origine non ci appartengano più. Ecco, scrivere della propria famiglia, una delle cose più intime che si possano fare, è un ottimo modo per recuperare fiducia e per riappropriarsi di quei luoghi e della propria vita».

Damasco racconta la storia della famiglia allargata di Suad Amiry e della casa di suo nonno materno nel pieno centro della capitale siriana. Una storia che va dalla metà del diciannovesimo secolo fino ai giorni nostri, anche se il libro si ferma praticamente alla fine degli anni ’60, in concomitanza con l’arrivo al potere della famiglia Assad.

Una vera e propria “saga familiare”, come la definisce la stessa autrice, ben ancorata alla storia di quella regione. Sullo sfondo delle dispute familiari c’è la fine dell’impero ottomano, «un periodo – osserva quasi stupita Suad Amiry – durante il quale c’era almeno la libertà di movimento. Pensate, mio nonno poteva andare da Amman a Beirut e da Damasco a Istanbul senza alcun problema. Oggi è impossibile, pensate a tutti i confini e a tutti i muri che ci sono in Medio Oreinte».

Come in tutte le famiglie ci sono cose buone e cose cattive. Suad Amiry dipinge anche i ritratti di personaggi difficili, che nella storia della famiglia Baroudi sono i personaggi più negativi. «A un certo punto temevo che molti parenti non mi avrebbero più parlato, ma poi mi sono resa conto che tutti vogliono essere citati. Tutti sono contenti di essere parte di un libro».

Le protagoniste indiscusse della storia della famiglia Baroudi sono le donne, come succede in molti luoghi del Medio Oriente. Suad Amiry è cresciuta all’ombra di donne molto forti, che sono tra le protagoniste del suo libro Damasco. «Mia zia Laila, per esempio, ha comandato la famiglia per molti anni, e anche mia madre aveva un carattere piuttosto forte. Di solito sottovalutiamo quelle che definiamo ‘società tradizionali’. Molte volte chi parla delle donne in Medio Oriente o nel mondo arabo non si rende conto della forza che hanno lì le donne, del ruolo fondamentale che ricoprono. Mia zia Laila, nonostante ci fossero molti uomini in famiglia, era quella che comandava, con fare dittatoriale, l’intera comunità».

Nel 2016 un libro intitolato Damasco non può non portarci alla guerra di questi anni.

Suad Amiry, che oggi vive a Ramallah, nei territori palestinesi, non ama parlare della situazione politica in Siria, ma non può fuggire dalle sue stesse origini. «La Siria è sempre stata la mia ancora di salvezza. Da bambina sono andata più volte dai nonni a Damasco quando la situazione familiare o quella intorno a noi si complicava. E la stessa Damasco era anche la mia ancora dell’abbondanza. Porto sempre con me le immagini, i suoni, gli odori dei bazar e dei suq. Quando penso alla guerra di oggi, quando penso a una città come Aleppo completamente distrutta temo che la mia ancora non esista più. Anche per questo era importante scrivere questo libro. Per ricordare a me e alle nuove generazioni che c’era un’altra Siria».

Suad Amiry nasce come architetta e come architetta lavora a Ramallah, dove ha fondato il Riwaq Center for Architectural Conservation. In Damasco racconta della nonna che alla fine del diciannovesimo secolo provava a immaginarsi la bellezza di Istanbul. Nonostante la guerra e le tantissime vittime Suad Amiry riesce ancora a immaginare la Siria di domani. «In Medio Oriente possiamo solo sopravvivere con la speranza. Se penso all’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale mi convinco che anche noi saremo capaci di ricostruire il nostro paese. Non possiamo mica vivere perennemente in guerra. Non vedrò più il Medio Oriente della mia infanzia ma anche questa guerra finirà».

Il ritratto di Damasco e di casa Baroudi, persino le dinamiche dei fastosi pranzi del venerdì, ci raccontano molto della Siria di oggi. La lettura dell’ultimo libro di Suad Amiry è quindi consigliata a tutti coloro che vogliono capire qualcosa di più della crisi in Medio Oriente.

(http://www.radiopopolare.it/2016/09/suad-amiry-damasco-presenta-il-libro-a-radio-popolare-siria/)

di Alessandra Pigliaru

 

Era un piccolo cinema il Venice di Manhattan, fino ai primi anni Quaranta lo si poteva trovare al 207 di Park Row, tra la Bowery e Chinatown. Alla biglietteria stava Mazie Phillips, donna prorompente, qualcuno direbbe forse ingombrante, capelli biondo platino, voce gracchiante e occhi di un una lucidità tutta alcolica. Quando l’8 giugno del 1964 muore al Lenox Hill Hospital, le viene dedicato un articolo dal New York Times in cui a essere ricordata è la «Regina della Bowery». Così infatti era conosciuta Mazie che, finito il lavoro al Venice, si avviava nelle strade desolate, tra gli ultimi. E parlava con loro. A volte se le cose finivano male chiamava un’ambulanza, altrimenti bastavano due chiacchiere, spesso un sorso in compagnia. Tormentata generosità ciò che spinge una giovane donna a trascorrere le proprie notti come una sonnambula, alla ricerca di un contatto con l’altrui afflizione – forse anche la propria. Niente istituzioni, niente tentativi di proselitismo e redenzione, bensì desiderio autentico di dare consistenza a una realtà fuori sesto. Sullo sfondo della Grande Depressione e del proibizionismo, l’esistenza di Mazie Phillips si trasforma così in una insorgenza difficile da trattenere. Un anno fa, la sua storia ha ispirato un romanzo bello e appassionato scritto da Jami Attenberg che si intitola Santa Mazie, ora arrivato anche in Italia grazie alle edizioni Giuntina (traduzione di Paola Buscaglione Candela, pp. 300, euro 16,50).

Ha saputo dell’esistenza di Mazie Phillips grazie al bel ritratto che di lei ha composto Joseph Mitchell nel suo «Up in the Old Hotel» (comprendente articoli apparsi sul «New Yorker» dal 1943 al 1963). Com’era questa sua regalità senza corona?

Sono stata subito affascinata dalla sua compassione per gli altri meno fortunati di lei, e sono rimasta colpita dal suo impegno verso la comunità a cui credeva di appartenere. Per decenni, Mazie Phillips ha aiutato migliaia di uomini e donne senzatetto semplicemente perché le importava, si preoccupava della loro salute e della loro felicità. Insomma, aveva un grande cuore. Straordinaria è stata la sua profonda umanità, esorbitante in tutti i sensi: beveva, fumava, era irascibile, eccessiva. Tutti questi elementi insieme mi hanno incuriosita, ispirata e quasi subito ho pensato di scrivere un libro su di lei.

L’autobiografia immaginaria che ha composto è come un diario per immagini. Visivo a tal punto che sembra essere stato pensato come un documentario, con alcuni personaggi che interrompono la voce della protagonista per descrivere il suo carattere. In che modo ha lavorato?

In sostanza ho iniziato a scrivere il libro come un memoir di finzione. Avevo in mente un paio di domande a cui volevo trovare risposte. Per esempio mi interessava come una donna ebrea del Lower East Side nel 1920 si è potuta interessare alla fede cattolica al punto di cominciare a diventare praticante. E mi sono chiesta perché ha pensato di entrare in contatto soprattutto con gli uomini senza una casa e le donne che meno spesso vivevano per strada. Perché non si era mai sposata e la ragione di tutta quella incandescenza, le sue imperfezioni, i suoi eccessi nel bere alcolici, le sue tendenze violente.

Tuttavia, quando ho cominciato a scrivere il libro in questi termini ho sentito una sorta di rimosso che proveniva da una voce che mi ostinavo a catturare. Mi sono accorta che non avrei mai conosciuto la vera Mazie e non avevo a disposizione documentazione sufficiente a parte il saggio di Mitchell. Ho iniziato allora a pensare che se avessi potuto ne avrei voluto parlare con chi l’aveva davvero incontrata e, nell’impossibilità di farlo, ho capito che potevo solo inventare quei personaggi. Da lì il documentario, un collage che si è composto nel modo in cui le sue parti si facevano avanti.

Quali testi storici ha pensato di consultare?

Mi sono dedicata anche alle ricerche storiche. Ho visitato il Tenement Museum di New York City, dove sono stata in grado di visualizzare gli appartamenti delle case popolari anguste del periodo in cui è vissuta Mazie. E ho letto libri, inclusa una storia di Coney Island, Amusing the Million: Coney Island at the Turn of the Century. Poi anche Only Yesterday, una storia degli anni ’20 del Novecento redatta una decina di anni dopo. Infine Low Life, un ritratto di New York City a cavallo tra il 1800 e i primi del Novecento. Ho guardato documentari, filmati, ho ascoltato musica. E ho fantasticato su di lei, ho camminato a lungo di notte intorno a Manhattan, sulle strade di ciottoli che lei stessa aveva percorso. Ho meditato su di lei. Probabilmente ho messo anche un po’ di me in lei, e un po’ anche l’ho assimilata ad altre donne forti, coraggiose. Credo che questo tipo di furto sia inevitabile.

Mazie è diventata così una miscela di un sacco di cose, ma è anche se stessa. Mi ci sono voluti circa due anni per completare il libro.

Nel suo romanzo, «I Middlestein» (Giuntina, 2014), sulla forma che può assumere la vita coniugale, al centro c’è Edie, la protagonista femminile, e i suoi eccessi in particolare con il cibo. Edie e Mazie hanno qualche punto di comunanza riguardo la stessa fame. Di cosa?

In proposito mi ha colpita una critica che hanno attribuito ai miei personaggi. Parlava di un edonismo e senso di colpa e inizialmente ho pensato che fosse appropriato. Non credo abbiano una fame di desiderio, per esempio poiché mi pare che il desiderio esista già dentro di loro. Sono però creature voraci, sia Edie che Mazie. E mi domando se non sia questo un modo divertente, luminoso per esistere.

Alla domanda «Non vorresti un innamorato?» Mazie risponde «Il mondo intero è il mio innamorato». Ha raccontato una storia di libertà femminile in cui l’amore è essenziale o c’è dell’altro?

La vera Mazie si sentiva molto moderna secondo me. Non credo di aver intuito o connesso caratteristiche contrarie riguardo il suo conto, o almeno non era questo che volevo fare. Anzi ho potuto imparare da lei, ho voluto sapere ciò che sapeva. Così ho scritto di una donna forte che abbraccia liberamente la sua sessualità e la sua libertà, perché volevo vedere quel personaggio esistere nel mondo. L’ho desiderato. A un certo punto diventano come dei modelli, quando pensiamo di averne bisogno. In fondo cerco sempre di riferirmi a forti protagonismi di donne. Questo è un atto femminista, un atto politico per me.

Uno dei personaggi del suo libro si chiama Elio Ferrante, un docente esperto della storia di Brooklyn. L’omaggio è a Elena Ferrante, c’è qualcosa in particolare che ama delle sue narrazioni?

Mi piace la complessa rugosità e l’umanità dei libri di Elena Ferrante. C’è una qualità intensa e febbrile che ammiro. E lei è una femminista, una mente politica. Dal punto di vista della scrittura, ha la capacità di costruire molto lentamente i suoi personaggi, ne segue la tensione fino al punto di rottura che si presenta come un sollievo, anche se le azioni intraprese nel momento culminante sono violente, oscure. Assistiamo cioè alla costruzione minuziosa di questa oscurità fino a essere confortati quando se ne comprende l’esito. In questo senso, i suoi libri li ho letti come un risultato ed è importante studiare il modo in cui lei lavora.

(Il manifesto, 7/09/2016)