di Stefania Tarantino

Paul Vieille. Pubblicato di recente dalla casa editrice Geuthner, un articolato omaggio all’intellettuale francese. Con la prefazione di Alain Touraine e la postfazione di Edgar Morin, in ordine la sua genealogia critica. Personaggio chiave nella lettura che Foucault diede della rivoluzione iraniana tra il 1978 e il 1979.

Ci sono libri che hanno un effetto detonatore in chi li legge. Creano movimenti profondi da far uscire dal torpore di discorsi triti e ritriti, dall’opacità che impedisce di avere un’adeguata visione della realtà. Non solo di libri si tratta. Ci sono figure che, una volta incontrate, innescano il desiderio di nuove ricerche. Il libro Méditerranée, mondialisation, démocratisation. Hommage à Paul Vieille, a cura del gruppo di iniziativa Paul Vieille, con una prefazione di Alain Touraine e una postfazione di Edgar Morin, (pubblicato di recente in Francia dalla casa editrice Geuthner) ha reso questa esperienza possibile.

La vita e la ricerca di Paul Vieille sono state consacrate a una visione plurale del Mediterraneo. Socio-antropologo di fama mondiale, direttore di ricerca al Cnsr dal 1975 al 1988 e poi professore all’Università d’Illinois negli Stati Uniti, è stato il primo sociologo a concepire in Francia un progetto Mediterraneo ancorato alle capacità di quegli strati popolari e urbani che da millenni hanno condiviso una storia comune. Distante dalle teorie dominanti delle scienze sociali e dall’orientalismo che giudicava di ispirazione coloniale, fu un profondo conoscitore dell’Iran, paese in cui visse tra il 1959 e il 1968 svolgendo le sue ricerche sul campo presso l’istituto di studi di ricerche sociali dell’Università di Teheran. Nel suo soggiorno iraniano si trovò nel pieno della rivoluzione bianca dello Shah che fece passare il Paese da una società rurale e tribale a una società cittadina e mondializzata. Fu colpito dalle ingiustizie profonde che resistevano, si rese conto del bisogno di ridare visibilità al pensiero critico arabo sempre molto forte ma quasi invisibile e comunque taciuto dalle potenze occidentali.

Ha saputo affrontare il pensiero-mondo sulla vita concreta dei popoli mediterranei a partire dalle loro rappresentazioni e aspirazioni contro le iniquità della dominazione, lo sradicamento e la dipendenza.

L’importanza delle fonti orali, della cultura e delle religioni popolari, scoprivano nuove rappresentazioni del sociale. Formatosi sul pensiero di Louis Massignon e di Henry Corbin, condivideva con Edgar Morin i tre principi che dovrebbero essere alla base delle scienze umane: la trasdisciplinarietà, la trasnazionalità e la complessità. Nell’ottobre del 1977 fondò la rivista trimestrale Peuples Méditerranéens per colmare la lacuna degli scambi in scienze umane e sociali tra tutti i paesi che costeggiano le due rive del Mediterraneo. Il riferimento costante era a un mediterraneo plurale che si spingeva oltre i suoi confini fino ad arrivare all’Iran, all’Afghanistan, ai paesi della penisola arabica, al Sudan, all’Etiopia.

In una lettera indirizzata a Evelyne Accad, sua compagna di vita e depositaria della sua eredità intellettuale, Paul Vieille le scriveva che ciò che lo aveva sempre avvilito e portato a riflettere e agire è l’idea di giustizia. Per comprendere il mondo arabo e ciò che agli occhi degli occidentali sembra incomprensibile è necessario capire che per trasformare occorre trasformarsi. Sapeva bene di non essere diventato iraniano, ma di aver acquisito una doppia cultura. Era convinto che una mancata articolazione delle differenze ne comportava necessariamente la degradazione e la manipolazione.

Per lui l’immaginario è ovunque e non può essere distrutto dal potere. L’accesso all’immaginario è una questione di libertà, né lo sorprendeva il fatto che la potenzialità dell’arte, così presente in molte rivoluzioni, funziona come elemento catalizzatore delle trasformazioni sociali in atto.

Così ha praticato un percorso aprendo la strada alla riconoscenza del simbolico e della sua assoluta efficacia. Sensibile alla causa femminista, Paul Vieille riponeva molta fiducia nelle pratiche e nei gesti inattesi che le donne agiscono nel mondo trasformando le coordinate culturali dei sistemi patriarcali. Riconobbe l’esistenza di affinità esplicite e implicite tra le donne delle differenti rive del Mediterraneo. Vale la pena ricordare che fu un personaggio chiave nella lettura che Michel Foucault diede della rivoluzione iraniana tra il 1978 e il 1979.

Foucault non ha mai smesso di essere attento all’insurrezione dei saperi assoggettati e all’emergere di una spiritualità politica come desiderio di liberazione irriducibile a qualunque presa del potere. Paul Vieille non ha mai parlato di spiritualità politica in questi termini, ma ha colto quanto la soggettività sia decisiva nella piega degli avvenimenti. Entrambi hanno riposto molta fiducia nelle credenze delle persone e si rifiutarono di leggere la rivoluzione iraniana come un movimento antimoderno reazionario. Seppur su differenti interpretazioni della rivoluzione iraniana, abbiamo molto da apprendere, come nota Alain Touraine, sia dall’uno che dall’altro dal momento che entrambi hanno cercato di evitare una scelta doppiamente distruttrice tra un imperialismo neocoloniale e un comunitarismo religioso, autoritario e repressivo.

La postfazione che chiude il libro riprende un articolo di Edgar Morin pubblicato nel 1998 che ci dà elementi per ritrovare la vocazione storica del Mediterraneo nella sua aspirazione alla giustizia, alla pace e in direzione di un universalismo plurale. Insistere sul decentramento dell’Europa in rapporto alla sua posizione di centro nella storia del mondo, potrebbe portarci alla mediterraneizzazzione del nostro pensiero e, soprattutto, dell’Europa stessa.

Scrive Morin che il contrario delle nostre verità profonde sono sempre altre verità profonde. È da queste verità che per Paul Vieille il Mediterraneo è un luogo che interroga il mondo e spazio che offre nuove letture. Ritrovare l’essenza profana del Mediterraneo, la sua sostanza materna come paradigma relazionale che veicola una visione che ha al suo centro la «vita» in tutte le sue forme. Solo da questa realtà è possibile lasciarsi alle spalle la grande necropoli liquida che abbiamo creato e dire, con Paul Vieille, di essere di nuovo felici di andare verso il mare.

L’ITINERARIO DEL VOLUME

Sarebbe auspicabile una traduzione italiana degli articoli più significativi del volume «Méditerranée, Mondialisation, Démocratisation. Hommage à Paul Vieille» (1922-2010), che riunisce 37 autori e autrici originari di 8 paesi differenti. Il libro è diviso in 4 parti a loro volta divisi in capitoli 1) «Itinerario di Paul Vieille. Studi e testimonianze», saggi di C. Veauvy, E. Accad, B. Hourcade, L. Hurbon, D. Spieth, J. Jenny. 2) «Mediterraneo, Mediterraneità, Scienze Sociali» diviso in due sezioni. A) «Elaborare, editare, mettere on line la rivista» in «Popoli mediterranei», saggi di P. Eftékhari, G. Grandguillaume, R. Siebert, C. Fauré, K. Chachoua, E. Dupuy, B. Stafford. B) «Il Mediterraneo come luogo che interroga il mondo, spazio che si dà a leggere», saggi di E. Hooglund, H. Bresc, C. Veauvy, M. Marié, N. Abdi, E. Rota, A. Bayat, R. Sebaa, C.C. Hahn. 3) «Politica, Religione, Movimento sociale, guerra», saggi di B. Ghamari-Tabrizi, R. Naba’a, C. Brandabur, L. Pisano, B.M. Scarcia-Amoretti, F. Khosrokhavar, I. Sobhani, F. Zabbal, M. Cooke. 4) «Cultura, Globalizzazione, Convinzione, Libertà», saggi di A.H. Bani-Sadr, J. Ireland, J. Alagha, S. Dayan-Herzbrun, W. Dressler, L. Taghian Eftékhari, B. Lawrence. Postfazione di E. Morin (1998-1999), «Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero»

(il manifesto, 9 febbraio 2018)


È disponibile in formato .pdf la versione aggiornata al 2017 della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (175 pagine – 2,7 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it

(www.libreriadelledonne.it, 25 gennaio 2018)

di Marisa Rastellini

Nonne che muoiono davanti a bambine che imparano cos’è la vita; mogli annoiate in spiagge deserte, ricche signore sole. Nei Racconti ritrovati la voce di una grande scrittrice dimenticata.

Sfilano i luoghi che ha frequentato: Firenze, dove è nata, Roma dove sposa Roberto Longhi e dove fonderà assieme al marito la rivista Paragone. La sua fantasia ha il passo nobile di altre figure novecentesche da Anna Maria Ortese a Lalla Romano, da Elsa Morante a Fabrizia Ramondino.

Racconti ritrovati (La nave di Teseo) mette insieme 46 racconti di Anna Banti, appunto ritrovati lì dove lei, sbadata perché prolifica, distratta perché nobile, li ha dimenticati, nel corso degli anni, dal 1930, quando il suo primo racconto comparve sulle pagine del periodico La Tribuna, al 1985, anno della sua morte a Ronchi di Massa.

Essi sono raccolti da Fausta Garavini, che ne firma la curatela con rigore filologico ma anche con una lacrima nell’angolo degli occhi: la sua prefazione è un racconto nel racconto, è come si leggono le donne tra di loro. Apre e spiega, ma anche rappresenta, questa curatela, un modo affettuoso di custodire un’anima. Pare dire la Garavini in queste pagine: guardate che vi spiego da dove arrivano i racconti così che voi possiate capirli meglio e non profanarli. Prolifica Anna Banti, si diceva, ma soprattutto così impegnata a vivere e così consapevole della vita da non potersi certo permettere di dare importanza ai suoi scritti. Basta leggerne uno qualunque: Anna Banti delle donne, e quindi degli uomini, sa tutto. I suoi personaggi partono da se stessa, lei si usa, piccola Alice, come specchio per guardare la società: quella che le piace e quella che le fa ribrezzo.

Proietta il silenzio delle campagne nella sua vocazione monacale mai esperita, la lussuria dei lupanari diventa tutto il non detto, tutto il non vissuto, l’esperienza mancata.

Così gli opposti creano il senso e il senso dello scrivere racconti così copiosamente e poi dimenticarli nei cassetti è: la vita è troppo frammentata perché la si possa dire una volta sola e per tutte, l’esperienza della vita è la somma dei suoi frammenti. Ecco che quindi dalle pagine dei giornali, dalle prime edizioni di racconti che avrebbe ripreso in seguito, e dai luoghi in cui non ricordava più di aver messo quel tale manoscritto, fioriscono quarantasei nuovi quadri. Sono bambine che crescono e che devono compiere un rito iniziatico, e il passaggio è l’incontro con la morte, quella di una nonna: fu il suo primo racconto questo, inviato a un concorso che non vinse, e in cui, per non arrischiare il suo nome, Lucia Lopresti, usava per la prima volta lo pseudonimo Anna Banti («Del resto il nome ce lo facciamo noi. Non è detto che siamo tutta la vita il nome della nostra nascita», confesserà a Sandra Petrignani). Sono donne pigre che tramano su una spiaggia, in codici segreti agli occhi di chi le osserva, contro o per uomini che credono invece di essere padroni della loro vita. Sono donne annoiate della borghesia romana, o donne ciarliere a passeggio per via Condotti. Sono paesaggi di campagna, di periferia, ma periferie del tempo, come la fine dell’estate, il settembre dopo la villeggiatura, quando il mare si vela d’acqua e il sole non scotta più. Tutto è perfettamente chiaro, cristallino alla lettura e tutto pervaso però di un senso umbratile, che non consente di mettere per sempre a fuoco gli elementi: si muovono in controluce le “personagge” di Banti, così che sia possibile distinguerne le silhouette e mai i volti, perché forse sono età diverse e possibilità diverse del modo in cui si manifestano le donne alle scrittrici donne. È questo effetto a creare un riserbo nobile, un doppio livello di prossimità: ci si è vicini, alla protagonista, perché si conosce come la pensa fin nel midollo che le percorre la schiena, eppure ci si è lontani lontanissimi, perché Banti la fa muovere dietro un velatino che ottunde il boccascena, così da rivelarla solo a tratti. Ci siamo vicini, perché sappiamo cosa vuole dire, eppure ci siamo lontani perché la lingua così tagliata, la penna così sicura ci distanziano, ci dicono di una generazione di scrittrici che ha trovato – solo le donne ci riuscirono, nella seconda metà del Novecento – l’impossibile equilibrio tra il neorealismo e il surreale. I personaggi di Banti sono quasi tutte donne, quasi tutte – dice Garavini, formidabile – “sprecate”.

Che è il sentimento dominante della condizione femminile nel mondo. Intravedere che si potrebbe oltre e non poterlo raggiungere. Ma poi ci sono i luoghi dell’infanzia, della vita: Firenze, dove è nata, Roma dove conosce e sposa Longhi storico dell’arte, dove fonderà assieme al marito la rivista Paragone che diresse in alcune sue parti e, dopo la morte del marito, in toto. E c’è, soprattutto, nei Racconti ritrovati, la memoria della guerra. Il ricordo della fame, dell’abbrutimento, e delle figure che spiccano in mezzo alle altre perché non hanno paura. Qui il confronto con le lettere si fa serrato, e il filo della memoria che costruisce, che ripesca per ampliare diventa ordito con quello dell’autobiografia, innestando la propria storia sulla Storia. Lavorerà sempre così Banti, con la fantasia che comanda, distorce e cristallizza: è lo stesso passo nobile di Althenopis di Fabrizia Ramondino, è l’isola che si fa ragazzo di Elsa Morante, ed è L’Iguana di Anna Maria Ortese, ma sono anche i passi vividi de La villeggiante di Lalla Romano, e il salotto di Maria Bellonci.

Per quest’ultima, per la casa dei Parioli in cui Annamaria Rimoaldi la stava detronizzando, ci sono pagine di tenera gelosia. E una punta di disprezzo per gli Amici della Domenica (i votanti dello Strega), che ricorda Il silenzio della ragione di Ortese: e che rappresenta bene il conflitto dell’intellettuale, lì dove sente di aver bisogno di un pubblico d’élite – l’unico da cui si aspetta un attendibile spirito critico, l’unico di cui in qualche modo si fida davvero – e assieme lo rifugge, inquietandosi per quel punto di cerniera che esso ingaggia con la mondanità.

 

Repubblica, 18 gennaio 2018

di Mariangela Mianiti

INTERVISTA. Una conversazione con l’autrice del romanzo «La compagnia delle anime finte», edito da Neri Pozza. «Volevo coniugare uno sguardo fiabesco e violento nello stesso tempo perché amo raccontare gli opposti»

Ho conosciuto Wanda Marasco un pomeriggio dello scorso novembre. Alla libreria delle donne di Milano, Rosaria Guacci e Romana Petri presentano La compagnia delle anime finte (Neri Pozza), arrivato terzo allo Strega 2017. Wanda, che è diplomata in regia e recitazione all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico di Roma, legge alcuni passaggi con la sua voce roca da fumatrice e i protagonisti di questa storia incarnata in e con Napoli sbucano dalle pagine come se fossero lì. La scrittura di Wanda Marasco canta.
Di lei Giovanni Raboni disse: «È narratrice e cantastorie di una città in stretto rapporto con i suoi abitanti. Manifesta un’originalità e una profondità d’invenzione linguistica che purtroppo quasi mai troviamo nei romanzi contemporanei, da cui l’autrice si distacca in modo netto e violento».

Quel pomeriggio di novembre provai un desiderio: andare a trovarla dove i suoi romanzi nascono. Lei, che è donna generosa e curiosa, ha accettato mi intrufolassi nella sua intimità creativa che è inscindibile dalla città in cui vive.
Wanda Marasco abita in via Moiariello, a Capodimonte, dove è nata e cresciuta. In via Moiariello ha vissuto Vincenzo Gemito, il grande scultore protagonista de Il genio dell’abbandono, per un soffio non entrato in cinquina allo Strega 2015. A Capodimonte è ambientato La compagnia delle anime finte. La villa che si vede dalle sue finestre è appartenuta ai protagonisti del romanzo cui sta lavorando: Ferdinando Palasciano, medico filantropo precursore della Croce Rossa internazionale, e la moglie Olga Vavilova, principessa russa. Venire qui è come entrare nel magnete ispiratore della scrittrice.

Arrivo in via Moiariello all’ora di pranzo. Wanda, che è ottima cuoca, ha preparato pasta con carciofi e una sua specialità, parmigiana di melanzane alla napoletana. «Com’è?», mi chiede mentre traffica ai fornelli. Buona, e diversa. «Invece della mozzarella ci metto la provola affumicata».

La casa di Wanda parte dal primo piano di un palazzetto con torretta che si affaccia su un parco. Dentro, le stanze sono tutte passanti, persino il bagno, e disegnano un cerchio. Si sale di un piano e c’è il suo studio comunicante con un grande terrazzo, si sale di un altro piano e c’è un solarium. Il mare non si vede, ma se ne sente il profumo. Nello studio, al centro della scrivania affollata di carte e libri un po’ in ordine e un po’ alla rinfusa, spiccano gli autori che sta rileggendo (Puskin, Tolstoj), una rubrica stropicciatissima, gli occhiali appoggiati su fogli scritti con una grafia tempestosa, una Olivetti lettera 32 bianca e un po’ spelacchiata. «Ho un problema agli occhi, non riesco a lavorare al computer per cui scrivo a macchina, correggo a mano. Il mio metodo di lavoro è da contadina: scrivo, correggo, riscrivo fino a due o tre stesure. E poi la carta ridà in modo più veritiero che il video la forza espressiva del linguaggio».

Già, il suo linguaggio. Diverso in ogni romanzo, sa passare dal dialetto al letterario, sgusciare da un tempo verbale a un altro, inventare, come ne Il genio dell’abbandono, una terza lingua potente ed espressiva. Entra nella carne dei personaggi. «Prima ancora che dalla lettura degli scrittori napoletani, Basile, Eduardo, Viviani, Di Giacomo, Russo, mi ha influenzato la lingua complessa di Virgina Woolf, Thomas Mann, Herman Hesse. Penso che il primo personaggio debba essere proprio la lingua perché è mimesi, cioè si plasma, si adatta, si serve di ogni tipo di sfumatura. Costruendolo Il genio, per esempio, ho studiato la scrittura come una partitura musicale, ho pensato al contrappunto, alle voci della personalità scissa di Gemito come al richiamo tra famiglie strumentali che rappresentano tutti i temi presenti: famiglia, arte, follia. Anche nel nuovo romanzo sarà così. Ho già in mente l’inizio, Olga che sale le scale con il suo passo, claudicante a causa di un incidente subito nell’infanzia. Venne in Italia per farsi operare da Palasciano, si innamorarono e lei, per amore, finse di essere guarita. Con questa donna voglio dire verità profonde che riguardano l’universo femminile».

Per esempio?

I temi sono due, la claudicanza dell’umanità e il sentimento delle assenze. Il femminile ha sempre avuto delle assenze: l’uomo che non c’è o non è quello desiderato, la storia senza identità, la famiglia da recuperare, le passioni artistiche o scientifiche cui dare vita.

Ne «La compagnia» definisce le vicine di casa orche. Perché?

Volevo coniugare uno sguardo fiabesco e violento nello stesso tempo perché nulla mi piace di più che trattare gli opposti, e poi c’è la memoria del mio sguardo di bambina. Vedevo queste donne spesso grasse, il volto da vecchie già a quarant’anni, le tinte fatte in casa o da parrucchieri improvvisati, il nero corvino, i capelli stopposi da bambola vecchia, le gambe piene di varici, gonfie. Ero incuriosita dalla loro fisicità repulsiva e attrattiva, la stessa che Rosa sente nei confronti del degrado e della povertà perché sono comunque elementi di conoscenza. Questo aspetto a volte demoniaco me le ha fatte chiamare orche, ma anche con affetto, come fossero personaggi di fiabe che possono essere invadenti, tiranne, pettegole e nello stesso tempo capaci di dolcezza. Queste donne hanno tutte il progetto di amare e, insieme, l’avidità di divorare quello che amano. Si sostituiscono a Crono.

Come Vincenzina, la madre della protagonista, che per mantenere i figli diventa usuraia.
L’usura era una ragnuola diffusa a Napoli nel dopoguerra. In ogni vicolo c’erano piccole usuraie che prestavano soldi alla sorella, al parente, al vicino di casa. Ricordo benissimo anche quella di qui, donna Rinuccia. A lei mi sono ispirata. Dovevo costruire la metafora di Napoli.

Città così complessa che, dopo aver letto i suoi romanzi, se ne sospende il giudizio.
Napoli è ricchissima di fili rossi, cause della distruzione, valori, imprigionamento, preveggenza. Questa città è un serbatoio meraviglioso e terribile. E poi c’è il tema dell’assenza che qui si sente con una marca donchisciottesca. Se si segue la vita di uno scienziato o medico, matematico, artista, e penso a Mancini, Gemito, Palasciano, hanno sempre davanti un limite insormontabile, un’indifferenza della società, ideali smisurati, una tensione idealistica che arriva alla follia e che da metà Ottocento a metà Novecento è densissima. Scrivendo Gemito ho scoperto che Palasciano fu ricoverato a Villa Fleurent nel 1887 e che stettero insieme in manicomio. Queste congiunture fanno pensare a un tessuto storico che ha reso la creatura umana particolarmente sensibile di fronte, per esempio, all’uomo nuovo che si stava per creare, agli ideali della patria, dell’innocenza dell’arte, al valore dell’educazione. Questa città è fatta da storie fortemente simboliche, è un teatro del mondo.

Parliamo dello Strega. Secondo molti avrebbe dovuto vincerlo lei.
La prima volta, con Il genio, mi aspettavo di entrare in cinquina e ho sofferto parecchio quando non avvenne. Ho scoperto sulla mia pelle che il potere del mercato è una cosa tremenda, come la macchina editoriale. Tutto è un po’ deciso a priori tant’è che almeno da vent’anni non vince il libro migliore, ma la casa editrice più forte. Non è detto che la casa editrice potente non possa presentare libri notevoli, ma a volte, pur avendoli, non li fa concorrere per obbedienza alla domanda di mercato. La commissione centrale non ha ancora il potere di sganciarsi dai grandi gruppi editoriali e quindi c’è un’impasse terribile. Date queste premesse, quest’anno ero preparata e mi sono divertita con ironia osservando tutto ciò che si agitava nell’aria. Però che bello che il comitato centrale abbia votato all’unanimità La compagnia. In ogni caso lo Strega dà maggiore visibilità, porta editori stranieri e queste sono cose positivissime. Alla fine quello che conta non è avere il numero di lettori di Camilleri, ma raggiungerne di nuovi.

Lei ha insegnato per molti anni. Riusciva a scrivere allora?

Poco e per questo a volte entravo a scuola in lacrime. Il rapporto con i ragazzi è stato bello e molto mi hanno dato, ma mi sentivo sempre sottratta, volevo tornare alla stanza da sola.

Perché non ci riusciva?

C’era nella mia vita una difficoltà contingente dovuta in gran parte al fatto di essere donna. Una donna, quando ha figli, ha un senso di responsabilità enorme e non può dire «Me ne vado». Se poi ti capita un’unione dove l’atro non è precisamente un alleato, ma ha paura di perderti a causa delle cose che ami, spesso la vita si trasforma in una battaglia dolente. Tendi a salvare la sopravvivenza degli altri e di te stessa, di mantenere un po’ di dignità, rimandi nel tempo il progetto di te che, nel mio caso, è un demone che mi segue fin dall’infanzia. Ho corso in questa vita una sorta di cancellazione di me che mi ha dato non pochi problemi. Ora posso sorriderne, ma le piaghe ci sono state e la loro memoria oggi è da me considerata una ricchezza che torna non solo nei rapporti con gli altri, ma anche nella forza della scrittura. Ogni volta che ho avuto un problema, un dolore, ho combattuto come un soldato e con una forza deontologica che mi aspettava al varco. Solo dopo essere andata in pensione ho avuto davvero il tempo di dedicarmi alla scrittura.

(il manifesto, 7 gennaio 2018)

di Sarah Barberis

 ‘Gli uomini mi spiegano le cose’ è l’ultimo saggio della scrittrice femminista americana Rebecca Solnit: mentre Time sceglie come persona dell’anno il movimento #MeToo, questo libro illumina il continuum cha va dal mansplaining alla violenza e ai suoi effetti, tra i quali la paura e il silenzio. E ci dice però che non si deve rinunciare all’immaginazione e alla speranza, perché se questa è la malattia, tutte e tutti siamo responsabili della cura

Da piccola avevo ereditato da mia sorella un gioco che si chiamava “L’allegro chirurgo. Su una tavola di cartone era disegnato un ometto panciuto con una lampadina rossa al posto del naso che aveva il corpo costellato da piccoli vani a forma di organi come il pomo d’adamo, il cuore o la milza. Lo scopo era quello di estrarre dal vano l’organo senza toccare i bordi metallici con il bisturi altrimenti l’uomo “strillava” di dolore e il naso diventava rosso.

Quello che avevo ereditato dalla mia scatenata sorella era un po’ scassato e quindi tre o quattro organi non rilevavano il contatto neanche se ci battevi sopra con il bisturi. Mi era venuto il dubbio che forse quegli organi funzionassero in quel modo, nel silenzio, salvo poi ovviamente vedere altri Allegri chirurghi a casa di amiche che confermavano il malfunzionamento del mio sensore di rilevazione del dolore.

Per me affrontare testi di femminismo significa molto spesso accorgermi che il mio sistema di rilevazione sensibile ha qualche malfunzionamento e che non sento dolore dove sarebbe normale sentirlo: che non sento più rabbia se il dottore mi guarda troppo a lungo il seno, che non mi irrita quando mi chiamano “bimba” o “bellezza”, che non mi urta vedere antologie di saggi in cui 3/4 degli autori interpellati sono maschi, che non mi infastidisce vedere quasi sempre uomini nei ruoli esecutivi mentre le donne abitano con grazia dimessa i propri ruoli ancillari, ad ogni livello e in qualsiasi azienda, soprattutto in Italia, (non penso ci fosse bisogno di sottolinearlo eppure penso ci sia comunque bisogno di sottolinearlo, prima di perdere davvero ogni sensibilità rispetto al problema), che per insultare un politico lo si chiama ladro mentre una politica donna la si definisce puttana, che sinceramente poi non me ne frega più niente di cambiare le cose perché tanto “loro sono sempre gli stessi” e “nulla cambia” e quindi “carine e colorate le marce femministe ma oltre a fare amicizia non servono a nulla”.

Rebecca Solnit, scrittrice californiana, femminista, attivista, autrice di diversi testi di non-fiction letteraria tra cui Gli uomini mi spiegano le cose  mi direbbe che sono una cinica naive e che la disperazione è un lusso che non mi posso permettere.

Leggere Gli uomini mi spiegano le cose è stato come risvegliare alcuni vani del mio corpo fisico, emotivo e intellettuale che pensavo fossero ormai completamente desensibilizzati. Già il titolo tira una piccola scossa alla memoria personale, perché mi pone di fronte a certe domande: quante volte mi sono fatta spiegare dagli uomini delle cose senza neanche provare a darmi una spiegazione da sola? Quante volte ho ascoltato risposte per domande che non avevo posto? Quante volte ho posto domande o provato a dare risposte che non hanno ricevuto ascolto? Quante volte ho preferito astenermi dal domandare per paura di sentirmi stupida? Quante volte ho preferito tacere per non togliere al maschio il piacere di spiegarmi qualcosa o per paura di risultare isterica?

L’episodio che ispira il titolo si svolge nella casa di un “uomo importante” che, dopo aver saputo che Solnit ha scritto su Muybridge, un pioniere della fotografia in movimento, le suggerisce di leggere questo importantissimo saggio su Muybridge ed è talmente assorto nelle proprie parole da non rendersi conto che stanno provando ripetutamente a dirgli che è proprio Solnit autrice di quel saggio che lui, in ogni caso, non ha neanche letto.

Premetto che questo non è un libro preparato per far fare una figura meschina agli uomini, anche se ce la mettono davvero tutta per farla e Solnit non risparmia episodi e dati né prova a negare il fatto che la quasi totalità delle azioni criminali violente nel mondo è commessa dagli uomini. Ma lei stessa inizia e chiude questa raccolta di saggi ricordando che tra gli uomini ci sono preziosi alleati e che “gli uomini che comprendono il problema capiscono anche che il femminismo non è un complotto per defraudare i maschi, ma una campagna per la libertà di tutti”. Fatte le premesse però, si comincia sempre dal corpo delle donne, da questo “allegro paziente” assopito e assuefatto alle percosse.

Il richiamo alle cifre che la Solnit elenca nel secondo saggio con un ritmo implacabile è un risveglio brusco e spiacevole: 1 donna su 5 subisce una violenza sessuale nel corso della vita e il fatto che negli Stati Uniti si denunci uno stupro ogni sei minuti significa solo che in realtà la cifra effettiva è forse cinque volte maggiore, senza dimenticare che “le oltre 11.776 vittime di omicidi riconducibili a violenza domestica registrate tra l’11 settembre e il 2012 superano la somma del numero delle vittime di quel giorno e di tutti i soldati americani morti nella «guerra al terrore»”. Queste cifre ricordano che le donne sono in una guerra da cui non tornano mai a casa.

E ancora: “«In tutto il mondo le donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni hanno maggiori probabilità di morire o di restare menomate a causa della violenza maschile che non a causa della somma complessiva di tumori, malaria, guerra e incidenti stradali» scrive Nicholas D. Kristof, una delle poche figure di rilievo a occuparsi della questione con regolarità”.

Il riverbero della percossa e della violenza è la paura, quella che mi chiude in casa la sera, mi allunga la gonna, mi copre il décolleté, mi serra la bocca, mi fa fare corsi di autodifesa e mi fa passare troppo tempo a pensare a come difendermi dalla violenza piuttosto che a fare qualsiasi altra cosa. Così come succede al movimento femminista oggi che conta i morti, tampona le emergenze e prepara piani di difesa piuttosto che prendersi tempo per l’immaginazione e l’incertezza e usare questa rabbia per creare altri mondi e altre relazioni sociali. Solnit spiega meravigliosamente cosa sia questo tempo oscuro nel saggio L’oscurità in Virginia Woolf – Abbracciare l’inesplicabile dove descrive una discussione con Sontag in cui “lei sosteneva la tesi che bisogna resistere per principio, anche se potrebbe essere inutile. Io avevo appena iniziato a portare avanti l’idea della speranza nella scrittura, e controbattei che non si può sapere se le nostre azioni saranno inutili, che non si possiede memoria del futuro; che il futuro è davvero oscuro, il che tutto sommato è la cosa migliore che possa essere”, proprio come sapeva anche la Woolf che decenni prima “portava avanti le sue istanze per la liberazione femminile non perché le donne potessero fare alcune delle cose istituzionali che facevano gli uomini (e che oggi fanno anche le donne), ma perché avessero piena libertà di muoversi, sia in senso geografico che con l’immaginazione”.

Questo è il potere che voglio anche io. Il potere di dire non lo so cosa sia una società femminista, ma sono disposta a rischiare di immaginarla. A questo proposito non so dire cosa sia il patriarcato, ma uno dei pregi di Solnit sia in questo libro che nelle interviste (se capite l’inglese andate su youtube, Solnit è una straordinaria oratrice) è di prestare ascolto a tutte le modalità con cui il patriarcato, che non è semplicemente “il maschio sciovinista”, impedisce un reale progresso nella società: “La liberazione femminile è stata spesso descritta come un movimento determinato a usurpare o portare via agli uomini il potere e i privilegi, come se, in uno squallido gioco a somma zero, il potere e la libertà potessero appartenere di volta in volta solo all’uno o all’altro sesso. Ma o si è liberi e libere insieme, o si è schiavi e schiave insieme”. (…)

(ci siamo fermate qui perchè ci siamo fermate allo scoglio dell’intersezionalità n.d.r.)

(www.cultweek.com, 9 dicembre 2017)


È la relazione primaria con la madre che struttura la capacità di dare e di creare un mondo dove non prevalga la logica dello scambio, come dimostrano le società matriarcali. Alla Libreria delle donne di Milano l’incontro con la studiosa che per prima ha messo in evidenza il nesso che c’è tra la cura materna e il dono. Un modello sociale ed economico che può scardinare i pilastri del patriarcato.

di Luciana Tavernini

Genevieve Vaughan (a cura di), Le radici materne dell’economia del dono, con la collaborazione di Francesca Lulli, VandA.ePublishing, Milano 2017, pp. 347, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.

Capita a volte che una propria visione della realtà incroci una riflessione che la conferma, la rafforza, l’apre a orizzonti più vasti. Si prova la leggerezza del non camminare da sole, di trovare già illuminati aspetti che si intuivano e altri impensati che balzano in evidenza. Così è stato per me conoscere i lavori di Genevieve Vaughan e conoscere lei stessa, la coerenza tra i suoi scritti e il suo modo di agire.

Genevieve Vaughan è la maggiore studiosa dell’economia del dono e delle sue origini materne: dagli anni Ottanta mette in luce una complessa e articolata concezione del mondo, collegando ma anche confliggendo con scoperte e interpretazioni dell’economia, sociologia, politica, biologia, neuro-scienze, linguistica, filosofia, antropologia, come dimostra il convegno di Roma del 2015 Le radici materne dell’economia del dono, da cui è nato il libro dall’omonimo titolo.

Sono arrivata a scoprire la teoria del dono e a incontrare Genevieve grazie alla pratica della Storia Vivente che dal 2006 porto avanti con le amiche della Comunità omonima: come abbiamo mostrato nel convegno dello scorso 11 marzo a Milano presso la Libreria delle donne (http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/). Si tratta di una pratica che fa dell’indagine dei nodi nella vita della storica il metodo per individuare aspetti della storia ancora rimasti invisibili, un’invisibilità funzionale al patriarcato e a una storia che valorizza i rapporti di forza e di potere. Districare questi nodi libera la soggettività femminile e mostra altre possibilità di leggere il mondo.

In questo lavoro avevo enucleato un nodo relativo al comportamento di mia madre che a volte mi irritava e infastidiva: lei mi pareva troppo generosa, non nascondeva però la nostra povertà ed era capace di esprimere giudizi senza infingimenti, senza bon ton. Leggendo questi comportamenti all’interno del sistema patriarcale e capitalistico li vedevo come dispendio, oblatività, rozzezza e non coglievo il nesso tra generosità e autorizzarsi a esprimere giudizi non condiscendenti. Quando, riflettendoci, nel 2010 scrissi per la rivista spagnola Duoda un saggio pubblicato l’anno successivo in DWF (“Gli oscuri grumi del disordine simbolico” in La pratica della storia vivente DWF, n.3 2012), individuai la categoria della munificenza, che non dipende dall’essere ricche o povere. Si può essere ricche e misere e invece povere e munifiche.

Avevo visto in mia madre e anche in mia nonna “modelli di autorità femminile per un altro modo di esserci”, come dice Chiara Zamboni (“La notte ci può aiutare” in a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, 2008), donne che non aspettano che il capitalismo finisca, ma qui e ora aprono altri spazi dove regna una sapienza femminile dei rapporti umani. Questa interpretazione mi rese capace di leggere diversamente anche comportamenti miei, di amiche, di mio marito e mio figlio, cosa che mi rese più libera e autorevole e spinse a cercare riflessioni simili anche in altri testi. Così da note nei libri, da siti internet (www.gift-economy.com e www.Economiadeldono.org) sono entrata in contatto con l’economia del dono di origine materna e con Genevieve Vaughan, l’autrice di Per-donare. Una critica femminista dello scambio (Meltemi, Roma 2005), di Homo donans. Per un’economia del materno (VandAePublishing, 2015), ma soprattutto ho avuto l’opportunità di invitarla alla Libreria delle donne di Milano per un confronto sul libro, frutto del convegno romano.

Nell’introduzione al libro Genevieve mostra la forza interpretativa della teoria da lei messa a punto e ricostruisce la rete internazionale che ha dato vita all’incontro e che dal 2001 ha sviluppato diverse iniziative in Norvegia, in Texas, nei World Social Forum d Porto Alegre, Nairobi, Bamako, Mumbai, ha partecipato a conferenze mondiali delle donne in diversi paesi, ha prodotto convegni specifici sull’economia del dono, ha intrecciato relazioni con i Moderni Studi Matriarcali, con le riflessioni di teorici della decrescita e con studiose di diverse discipline che, pur non essendo iscritte all’International Feminists for a Gift Economy, ne colgono l’importanza.

Vaughan nel suo saggio, che inaugura la prima parte intitolata Teoria, delinea sinteticamente il tema del dono. Non usa la parola munificenza ma economia del dono unilaterale di origine materna. Cogliendo il valore, anche economico, dell’esperienza, comune nei primi anni di vita a tutti gli esseri umani, del ricevere ciò che la madre, o chi per lei, dà, si può analizzare diversamente la società attuale. Si tratta di un’esperienza sottesa allo sviluppo delle prime capacità sociali: l’attenzione congiunta, la capacità di leggere le intenzioni altrui, le proto-conversazioni infantili universalmente diffuse. Il ricevere e dare a turno è all’origine ma anche struttura il linguaggio. Inoltre, come dimostrano gli studi di psico e neuro biologia, porta a riconoscersi e a sviluppare la propria soggettività in quanto connessi alla madre, vedendola “come me” e apprendendo dal suo comportamento ad agire nel mondo e a interagire con altre persone, interattività facilitata dai neuroni a specchio. È un’esperienza che struttura in tutti la capacità di donare, ma nella società attuale viene contraddetta dalla logica di mercato che impone uno spostamento di soggettività per i maschi. A partire dai 4 anni, essi imparano ad appartenere alla categoria opposta a quella della madre, dove l’opposizione viene intesa come non prendersi cura degli altri, dare solo per ricevere, e che le femmine devono adeguarsi a loro. Una situazione non naturale né inevitabile, dato che non avviene nelle società matriarcali, come riferiscono anche altri saggi nel libro.

Aver presente l’origine materna dell’economia del dono ci mostra che oggi sono presenti due economie e che quella di scambio è parassitaria della prima. Riconoscere il carattere economico della cura materna permette di individuare due paradigmi: quello di un materialismo maternalista di dono e quello dell’economia capitalista dello scambio e del mercato. Permette di cogliere ciò che mette in atto la logica dello scambio e che spesso non vediamo connesso: violenza e rappresaglia; attacco militare e contrattacco, giustizia come ripagare un crimine o vendetta; persino sentirsi in colpa è predisporsi a pagare un prezzo, solo per fare qualche esempio.

Il saggio è ricchissimo di spunti che mi hanno aiutato a liberare i miei comportamenti da letture svalutanti, dall’impiccio di cercare sempre un prezzo per dar valore a ciò che facevo, senza la libertà di far circolare il di più che avevo nelle relazioni, certa che ne può venire del meglio nel mondo in cui anch’io vivo.

Voglio accennarvi brevemente ad alcuni dei 27 interventi del libro sul convegno perché ciascuno amplia il discorso con prospettive inaspettate e un linguaggio che la necessità di sintetizzare ha reso chiaro e godibilissimo, mantenendo quasi sempre la vivacità dello scambio in presenza e nel contempo una scorrevolezza, dovuta all’attenta riscrittura dei testi da parte delle autrici ed anche all’accurato editing della casa editrice.

Nei saggi della prima parte dedicati alla Teoria, segnalo quello di Luciana Percovich, che molte di noi conoscono come femminista, saggista e curatrice della collana Le civette della casa editrice Venexia. Esso mette in luce, anche sulla scia delle ricerche pionieristiche di Marja Gimbutas, chiavi di lettura comuni per le sculture e pitture nelle grotte santuario del Paleolitico fino a giungere alle numerose Madonne del latte dipinte in Italia tra l’anno Mille e il Quattrocento. Ho trovato particolarmente interessanti quello di Francesca Brezzi, docente di Filosofia Morale all’università Roma 3, che ripercorre le teorie del dono ma soprattutto si sofferma sulla relazione placentare incrociando il pensiero di Luce Irigaray e le opere placentarie della fine degli anni Settanta della pittrice futurista Barbara; quello di Elena Pulcini, docente di Filosofia Sociale a Firenze, che, dialogando anche con altri teorici del dono, mostra come esso ci porti a una nuova concezione dell’essere, capace di accettare la costitutiva fragilità del soggetto e la necessità della relazione, una passione per l’altro da sé, proponendo dunque l’universalità della cura, facendo sì che le donne da soggette alla cura (e al dono) diventino soggetti di cura (e di dono); quello di Alberto Castagnola, ricercatore dello SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno) e dell’ISPE (Istituto di Studi per la Programmazione Economica), sui contributi del pensiero della decrescita alle teorie del dono.

Penso anche all’analisi che Daniela Falcioni, docente di Etica Sociale in Calabria, fa della struttura del dono a partire dal romanzo del 2005 Slow man di Coeetze, premio Nobel nel 2003; alla denuncia dei tentativi di eliminazione della madre operati dal neoliberismo con il concetto di parità del femminismo liberale dell’Unione europea, la medicalizzazione della maternità, le tecnologie riproduttive, l’espropriazione delle competenze materne, come fa la ricercatrice che si muove tra Austria e USA Mariam Irene Tazi Preve; al saggio di Susan Petrilli, docente di Semiotica a Bari, che sintetizza i principali aspetti della teoria del dono applicata al linguaggio, delineata nel libro della Vaughan, per ora solo in inglese, The Gift in the Heart of Language: The Maternal Source of Meaning (Mimesis 2015): dal come lo apprendiamo, alla costruzione del mondo attraverso di esso, alla relazione tra chi scrive e chi legge, alla pratica della traduzione.

Nella seconda parte, intitolata Pratica, mi hanno colpito gli esempi di odierne società matriarcali come l’eco-villaggio Nashira in Colombia, di cui parla Angela Dolmetch, giurista che ha studiato tra la Colombia e la Gran Bretagna, oppure come la Pagoda Community, costituita da donne lesbiche a St. Augustine in Florida dal 1976 alla fine degli anni Novanta, e il Michigan Women’s Music Festival dal 1975 al 2015, di cui ricostruisce le storie l’attivista statunitense Lyn Daniels. Soprattutto mi ha fatto riflettere l’esame di Kaarina Kailo, docente e politica finlandese, su come nel suo paese le politiche neoliberali stiano distruggendo quel tipo di stato sociale, le cui caratteristiche possono leggersi come espressione del dono. Lei lo fa con casi precisi, a volte raccapriccianti come l’introduzione di animali meccanici per anziani o lampade per ricordare ai malati di Alzheimer di mettere in forno il cibo surgelato, il tutto nel tentativo di ridurre i costi dell’assistenza. Esempi che insieme alle sue riflessioni teoriche ci permettono di cogliere quello che anche da noi si sta tentando di fare, collegandolo tra l’altro agli obiettivi del recente Trattato di Lisbona dell’Unione Europea.

Inoltre mi ha colpito la resistenza in Italia alla medicalizzazione della maternità e della nascita, di cui un esempio è la creazione di madri peer to peer, nell’intervento di Elena Skoko, fondatrice tra l’altro dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (ovoitalia.wordpress.com); il modo diverso di utilizzare internet da parte delle donne di cui parla Anna Cossetta della facoltà di Sociologia a Genova.

La terza parte, Pratica nelle realtà non occidentali, inizia con un breve saggio Heide Goettner-Abendroth, che con il suo lavoro quarantennale di ricerca sul campo, ma soprattutto di comparazione tra le ricerche, in particolare di studiose e studiosi nativi, ha fornito il paradigma delle società matriarcali fondando i Moderni Studi Matriarcali. Nel suo libro Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo (Venexia 2012) ne ha messo in luce le caratteristiche a 4 livelli, sociale, economico, politico, spirituale/culturale, consentendoci di cogliere elementi comuni strutturali nella diversità delle attuazioni legate alle condizioni specifiche. Un piccolo assaggio che invoglia ad approfondire.

Segue la comunicazione di Francesca Rosati Freeman che col suo libro Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso (XL edizioni 2010) e poi con il documentario Nu Guo. Nel nome della madre, girato con Pio D’Elia (Dharma production 2014) ci ha fatto conoscere il popolo Moso, un esempio vivente di società matriarcale. Sono circa 40.000 persone che vivono in Cina con un’organizzazione sociale matrilocale e matrilineare, dove figli e figlie vivono e producono nella casa e nella terra della madre, separando la vita familiare da quella amorosa: una ragazza giunta a maturità sessuale ha una stanza in cui accogliere il giovane scelto come amante, che il mattino successivo torna alla casa di sua madre.

Si pratica la maternità allargata per cui ogni componente della famiglia materna (madre, nonna, sorelle, fratelli, zie e zii materni) dona alla creatura le cure materne necessarie e alla genitrice libertà nel vivere la sua maternità. Le decisioni collettive vengono prese col metodo del consenso.

In questa società vi è assenza di violenza, di gelosia, non esiste abbandono di minori né di persone anziane. In questo saggio Freeman ci aggiorna su come il popolo Moso abbia organizzato i soccorsi per i villaggi colpiti dal terremoto del 2012 e su come nella situazione attuale sia in atto un attacco al modo tradizionale di vivere da parte di società e del governo cinese con quelle modalità capitalistiche che stanno diffondendosi in Cina, ma ci mostra anche come il popolo Moso abbia reagito, in modo pacifico senza rompere la solidarietà e salvaguardando la natura del lago Lugo, diventato zona turistica.

Ho dato più spazio ai lavori di Goettner-Abendroth e di Freeman perché ho potuto conoscerle personalmente e approfondire le loro scoperte, invitandole a Milano.

In questa parte segnalo anche il testo della scrittrice senegalese Coumba Toure sul tema dell’adozione in cui confronta le modalità occidentali con quelle di popoli dell’Africa Occidentale e quello dell’attivista canadese Diem Lafortune sulla compravendita di neonati di popolazioni native, mascherata da adozione.

Infine nell’ultima parte intitolata Spiritualità ho potuto constatare, grazie a Morena Luciani Russo fondatrice dell’Associazione Laima di Torino, il permanere di elementi matriarcali e di dono in riti praticati ancor oggi legati alla panificazione collettiva in Abruzzo, Campania e Sardegna. Mi ha colpito anche nel saggio della scrittrice statunitense Vicki Noble, che chiude il libro, la relazione tra la produzione naturale dell’ossitocina attraverso riti di guarigione contemporanei, soprattutto femminili, e le più recenti ricerche di neurobiologia che mostrano la funzione sociale e curativa di questo ormone.

Ho fatto questa carrellata personale e non esaustiva per darvi un’idea della ricchezza e dei legami internazionali legati all’economia del dono, infatti il libro offre molte indicazioni per piste di ricerca personali.

John Maxwell Coeetze, Slow man, trad. di M. Baiocchi, Einaudi, Torino 2006, pp.253, EURO 17,00.

Heide Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia 2013, pp. 710, Euro 28,00.

Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso, XL edizioni 2010, pp.183, euro 15,00.

Francesca Rosati Freeman e Pio D’Elia, Nu Guo. Nel nome della madre, Dharma production 2014, Giappone- Italia 56’.

Luciana Tavernini, “Gli oscuri grumi del disordine simbolico” in La pratica della storia vivente DWF, n.3 2012.

Genevieve Vaughan, Per-donare. Una critica femminista dello scambio, trad. Francesca Buffo, Meltemi, Roma 2005, pp.503, Euro 25,00, VandAePublishing, EPUB, EURO 4,99.

Genevieve Vaughan, Homo donans. Per un’economia del materno, trad. di Nicoleugenia Prezzavento, VandAePublishing, Milano 2015, pp. 418, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.

Genevieve Vaughan (a cura di), Le radici materne dell’economia del dono, con la collaborazione di Francesca Lulli, Genevieve Vaughan, Per-donare. Una critica femminista dello scambio, Milano 2017, pp. 347, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.

Genevieve Vaughan, The Gift in the Heart of Language: The Maternal Source of Meaning (Il Dono nel Cuore del Linguaggio: la Fonte Materna del Signficare), Mimesis, 2015, pp. 486, EURO 28,00, EPUB, EURO 6,99.

Chiara Zamboni, “La notte ci può aiutare” in a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, 2008, pp. 480, Euro 20,00

www.gift-economy.com

www.Economiadeldono.org

http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/


(Leggendaria n.226/2017 p.33-35)

Marina Santini | Luciana Tavernini
Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua
Il Poligrafo 2015


di Donatella Franchi

Il libro ci restituisce una grande energia creativa, non solo per la vivezza delle forme che via via prende il dialogo tra una madre e sua figlia sulle parole inventate dalle donne per dire la loro esperienza, sul corpo pensante, sui luoghi creati per rispondere ai propri bisogni e desideri e sul lavoro, ma anche per le quasi cento fotografie che ci restituiscono la vitalità di un’epoca e per la varietà delle testimonianze di 58 femministe.

Sono testimonianze nate nel passato, testimonianze di un’esperienza di trasformazione ricca di invenzione la cui energia ha lasciato in chi parla una impronta che dura nel presente.

Non sono memorie di un periodo finito, ma mostrano una storia che continua ancor oggi.

Dato il mio amore per l’arte visiva mi soffermo sulle testimonianze di Paola Mattioli e di Marcella Campagnano, oggi due fotografe riconosciute e affermate. Le loro testimonianze ci dimostrano che dalle esperienze delle artiste femministe di quegli anni deriva un nuovo modo di pensare l’arte oggi. Le pratiche artistiche delle donne hanno cambiato il panorama dell’arte. Infatti il femminismo è il movimento politico del ‘900 che più l’ha influenzata.

Quella che io chiamo “la novità fertile” che le donne hanno portato nel mondo dell’arte è il fare interagire l’energia della creazione con l’energia dei rapporti.

Marcella Campagnano esordisce dicendo “non sono una fotografa”, nelle sue fotografie sperimentali sui ruoli che le donne incarnavano e che le imprigionavano, quello che le importava era l’incontro con le donne, lo stare insieme in relazione, da cui scaturivano le fotografie sui travestimenti.

Preferisco usare il termine pratica artistica, esprime meglio il lavoro artistico come azione trasformativa che innesca processi vitali e crea spostamenti che mettono in circolo energie creative che tutte e tutti possiedono.

Il femminismo è stata una grande creazione che sento agire nel mio presente: mi ha permesso di formarmi un po’ alla volta un pensiero mio sull’arte.

Ho sempre utilizzato l’arte in modo relazionale, ma ne ho avuto coscienza solo attraverso il femminismo. Per me comunicare attraverso immagini, ha sempre significato “arricchire il vivere insieme”, come ha detto Carla Lonzi parlando delle Preziose nel suo testo rimasto incompiuto Armande sono io!

Infatti la rivoluzione femminista, portando la vita al centro della cultura e della politica, ha modificato profondamente anche il rapporto con l’arte. Il nostro presente continua a nutrirsi di questo cambiamento.

Oggi continuo a pensare che fare arte significhi agire nella trasformazione in relazione.

(Nel libro vi è anche la testimonianza di Donatella Franchi “Un andirivieni necessario. Pratica artistica e vita quotidiana” in cui a partire dal un suo lavoro Progetto Clotilde, durato dieci anni, offre alcune riflessioni sul fare artistico.)

(www.libreriadelledonne.it, 7 dicembre 2017)

di Giuliana Giulietti

Avere tra le mani e sotto gli occhi la nuova edizione di Virginia Woolf e i suoi contemporanei pubblicata dal Saggiatore, a cura di Liliana Rampello e con la traduzione di Lucia Gunella, immergermi nella lettura, guardare le tante foto (di Virginia, dei suoi parenti, delle amiche e degli amici) di cui è arricchita, è per me un piacere squisito. Ventisette persone sono qui convocate per restituire un ricordo personale di lei  –Virginia zia, cognata, moglie, sorella, amica, editrice– anni dopo il suo suicidio. Quella morte –scrive Liliana Rampello nella sua bella introduzione– “che sembra aver steso sulla scrittrice e sull’opera un velo nero, cupo, che fa rivedere tutto alla disperata luce di quell’ultimo gesto”. Da qui l’immagine a lungo tramandata di una Virginia tormentata, depressa, infelice.

Ma la donna che ci viene incontro da queste pagine, con la sua risata beffarda, la sua lingua tagliente, il suo straordinario senso dell’umorismo, questa donna “curiosa della vita e forte, sensibile ma forte”, non ha nulla a che spartire con quella che l’amico e romanziere E.M.Forster chiama “la leggenda dell’invalida signora di Bloomsbury”. Sono dunque le persone che l’hanno conosciuta e che hanno condiviso con lei  lavoro, pranzi, feste, conversazioni, passeggiate, vacanze, viaggi, a sollevare il velo nero gettato sulla sua vita e a mostrarci “la vivacità varia e scintillate di un’altra verità”.

Certamente c’è verità anche nel dolore, nella malattia e nella morte di Virginia Woolf. Ma queste due verità –osserva Rampello– si tengono insieme nella sua vita “e poco si capisce se l’occhio ne illumina una sola, se non si guarda con fervore ammirato alla contrastante e continua tensione fra le due, alla relazione fra due poli uno dei quali si affaccia di continuo con la prepotenza del desiderio, il desiderio di vivere fino in fondo ogni attimo della quotidianità”. Ed è lì, nella profonda materialità del quotidiano che Virginia intravede il miracolo, la sacralità dell’esistenza.

Ogni esperienza umana era interessante per lei  – racconta Nigel Nicolson (figlio di Vita Sackville-West) –, la immagazzinava in fondo alla sua mente; poteva o non poteva saltare fuori anni dopo, in forma completamente diversa, da uno dei suoi dei suoi libri. “Le si dava un briciolo di informazione, opaco come un pezzo di piombo, e lei lo restituiva scintillante come un diamante”.
La scrittrice Elisabeth Bowen descrive Virginia come “una creatura di riso e movimento /…/ un riso contagioso, esagerato, come quello di un bimbo”.

In un saggio su Lewis Carroll, Virginia Woolf scrive che per ridere bisogna saper tornare bambini e stupirci di tutto e trovare ogni cosa talmente strana che niente ci sorprende. E lei – lo capiamo da alcune delle testimonianze che incontriamo leggendo – aveva quel dono. Sapeva tornare bambina, ridere, provocare, fantasticare e i suoi nipotini (Julian, Quentin, Angelica) e i figli di Vita (Nigel e Ben) l’adoravano. “Sta arrivando Virginia” –dicevano– “quanto ci divertiremo”.

Suo cognato, Clive Bell, la rievoca con affetto e ammirazione: “Per tornare a quella sciocca caricatura –Virginia la malinconica ipocondriaca– lasciatemi dire che era l’essere umano più allegro che abbia mai conosciuto e uno dei più amabili. Stavo per aggiungere, oltre ad essere un genio; ma di fatto queste qualità erano elementi del suo genio”. Del genio di Virginia parlano anche Janet Vaughan e Vita Sackville -West che, in una singolare coincidenza, ce ne offrono la medesima immagine. Un’immagine di coraggio e di audacia. Per Vaughan il genio di Virginia si esprimeva “nella qualità di saltare gli abissi” senza il bisogno di sostenersi a nulla. Saltava e via. “Ho sempre pensato” –dice Vita– “che il suo genio la portasse, attraverso qualche scorciatoia, a un punto essenziale che tutti gli altri avevano mancato. Non ci arrivava camminando: ci arrivava con un balzo”.

Scorrendo le pagine del libro ci imbattiamo ripetutamente nello spirito beffardo e canzonatorio di Virginia, nella sua lingua diabolica. Le piaceva prendere in giro le persone, costruire storie fantastiche su di loro, fare pettegolezzi.  “Si divertiva a spremere tutti, ricamando insistentemente su ciò che le avevano detto”–ricorda Rosamond Lehmann che di Virginia elogia la bellezza, i grandi occhi melanconici, le mani squisite, la natura completamente poetica.

Ancora più arrabbiata di Clive Bell e di Forster con chi costantemente appiccicava etichette a Virginia (Regina di Bloomsbury, Intellettuale languida e distruttiva), Vita Sackville-West, che dell’amica aveva una conoscenza intima e profonda, prende la penna in mano per raccontare la sua verità: Virginia era “autentica, integra, raffinata, sulfurea, pura”. Una qualità, la purezza, che in Virginia risplendeva e affascinava chiunque la incontrasse. “C’era in lei” –afferma la scrittrice Rebecca West, “qualcosa di insolitamente pulito, puro”. “Era come una corrente d’acqua adamantina, pura e scintillante” –racconta la nipote Angelica Garnett– “trasparente, gorgogliante, austera e che da’ la vita”.

Virginia Woolf e i suoi contemporanei ci restituisce dunque il ritratto di una donna che amava appassionatamente la vita, Londra e la campagna, il buon cibo e il vino, i parenti e le amiche e gli amici sebbene di tanto in tanto uno spiritello maligno la inducesse a canzonarli, a metterli in ridicolo. Ma nessuno perdeva le staffe con lei o se la prendeva più di tanto. Non c’era mai una reale malevolenza in Virginia. Era fatta così. “Era come il bambino che mette il dito nell’anemone per vedere se si chiude”.

Tra le ventisette persone qui convocate ce ne sono di famose (scrittrici e scrittori, poeti e pittori) o persone comuni come Louie Mayer, cuoca a Monk’s House (la casa di campagna di Virginia e Leonard Woolf) dal 1934 al 1969 (anno della morte di Leonard) la quale ci informa che in cucina Virginia sapeva fare meravigliosamente una cosa: un bel pane. “Noi ci siamo sempre fatti il nostro pane” –le diceva. E tutte queste persone, dal grande T.S.Eliot a Louie Mayer sapevano che Virginia era completamente felice solo quando scriveva. “Amava scrivere” –dice E.M.Forster– “con un’intensità che pochi altri scrittori hanno mai raggiunto o anche solo desiderato”.

Il 19 giugno 1923 mentre era impegnata nella stesura di Mrs. Dallowy, Virginia Woolf confidava al diario: “Ora che ho ripreso la narrativa sento la mia forza che emana, schietta e ardente, da me nella sua pienezza /…/ il libero uso delle nostre facoltà significa felicità. Ora sono una migliore compagna, un essere più umano”. Ma il suo spirito beffardo e il suo enorme senso del divertimento erano sempre in agguato. Barbara Bagenal racconta che quando sua figlia Judith era bambina incontrò la scrittrice nella High Street di Lewis e Virginia le disse: “ Vieni con me da Woolworth a comprare una grande gomma?. Voglio cancellare tutti i miei romanzi”.

Virginia Woolf e i suoi contemporanei
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Lucia Gunella
pag. 319 ill. col e b/n
brossura con bandelle
responsabilità grafica non indicata
tit. orig.: Recollections of Virginia Woolf by Her Contemporaries, Ohio University Press, Athens 1972
Il Saggiatore, Milano, 2017

di Franca Fortunato

 

La storica Anna Paola Moretti da anni, con l’Istituto di Storia Contemporanea della provincia di Pesaro e Urbino, si dedica alla storia e alla memoria delle deportazioni femminili, con tutto il rigore della ricerca storica che la contraddistingue e l’amore per le donne che la orienta e la mette in una posizione relazionale di ascolto dell’altra e di dialogo da donna a donna. È quello che fa anche nel suo ultimo libro Considerate che avevo quindici anniIl diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione dove una bambina, con le trecce nere e lo sguardo profondo, (ci) parla attraverso il suo diario, che scrisse nell’arco di un anno (1944/45) quando giovane partigiana, figlia e sorella di partigiani, il 23 luglio 1944 a Ripe (in provincia di Ancona) nelle Marche, venne arrestata dai tedeschi in ritirata e deportata nei lager di Norimberga e Bayreuth per lavorare nell’industria bellica della Siemens. Il diario è un documento preziosissimo perché apre una pagina poco conosciuta, poco indagata, poco ricercata dalla storiografia, quella della deportazione per lavoro coatto il cui “emergere può disegnare una nuova mappa storica e contribuire a ripensare la storia del Novecento, in quell’intreccio di memoria e storia”. Magda era consapevole del valore storico e umano di quello che stava capitando a lei e alle sue compagne e compagni e voleva lasciarne memoria. “Quando un giorno – scrive nel suo diario – ritorneremo, se ritorneremo (…) bisognerà raccontare la nostra Odissea” e più volte, con l’uso del voi, si era rivolta ai futuri lettori. Ma quando tornò dalla prigionia, per lunghissimi anni, non raccontò nulla né del diario né della sua esperienza. Moretti, nell’interrogarsi su quel silenzio, condiviso con tantissime donne e uomini sopravvissuti ai lager, ricostruisce il contesto storico del dopoguerra che impose quel silenzio. Magda si limitò a ricopiare il suo diario su un quaderno con la copertina nera dai bordi rossi, perché si stava deteriorando. Tuttavia non abbandonò mai dentro di sé il desiderio di fare arrivare a noi la sua storia. Desiderio profondo che, a 70 anni di distanza dagli eventi e a 37 dalla sua morte, Anna Paola Moretti ha riconosciuto nel gesto del figlio Giorgio che, fidandosi della storica e della donna, le ha affidato il diario della madre che glielo aveva dato poco prima di morire. Oggi anche noi, grazie a lei, possiamo leggerlo e conoscere la sua storia nei lager, come lei voleva. Una storia dolorosa, fatta di violenze, orrori, fame, angosce, paure, che la protagonista affida giorno dopo giorno alla scrittura del suo diario, suo amico e confidente, su minuscoli blocchetti di ricevute scadute, trovate per caso. Pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, Magda ci porta dentro il viaggio della sua deportazione, nell’inferno delle fabbriche, nel degrado degli alloggiamenti comuni, sotto i bombardamenti e ci rende partecipi dei suoi sentimenti di solitudine, nostalgia, sconforto e dolore per il distacco e poi la morte del fratello, Giorgio, che si era fatto deportare per starle accanto. Nel buio della tragedia, personale e collettiva che si stava consumando nel cuore dell’Europa, vediamo splendere il desiderio di Magda di sopravvivenza, scopriamo con ammirazione nelle pagine del suo diario, la forza e il coraggio di una ragazzina di quindici anni – la stessa età di Anna Frank – costretta a crescere troppo in fretta. Una costante guida e un conforto fu per lei – come scrive nella prefazione Luciana Tavernini della “Comunità di Storia Vivente” di Milano – l’amore di e per la madre e il pensiero della nonna e delle amiche, che la tennero al riparo dalla disumanizzazione del mondo dei lager e le permisero di aprirsi a nuove relazione e alla speranza del ritorno. Un libro prezioso, bello, utile, imponente, puntuale nella ricostruzione della biografia di Magda e delle vicende storiche che l’hanno accompagnata, dall’8 settembre 1943 fino agli anni Cinquanta, in un intreccio tra memoria e ricerca storica, che ha il pregio di fare conoscere una delle tante vite femminili oscure e sconosciute che Virginia Woolf chiedeva di portare alla luce. Un libro da leggere e studiare in tutte le scuole.

Anna Paola Moretti, Considerate che avevo quindici anni – Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche, Ed. affinità elettive, pp.313, € 18,00.

(www.spettacoliamo.it, 22 novembre 2017)

di Giuliana Giulietti

Il discredito della parola femminile, la cultura dello stupro e la rivoluzione femminista sono i temi affrontati da Rebecca Solnit nella raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose. Saggio sulla sopraffazione maschile. Come Cassandra, la giovane donna che diceva la verità e non veniva mai creduta (questo in conseguenza di una maledizione che le aveva lanciato il dio Apollo perché si era rifiutata di fare sesso con lui) ed era considerata dalla sua famiglia pazza e bugiarda, così generazioni di donne «sono state bersagliate di accuse: di essere deliranti, confuse, manipolatorie, maligne, delle intriganti, di avere una innata tendenza alla disonestà». Ogni qual volta una donna mette in discussione un uomo – scrive Solnit – in particolare un uomo potente, specialmente se ha qualcosa a che fare con il sesso, l’uomo si difende gettando discredito su di lei e sul suo racconto. Da mezza svitata, ipocrita e sgualdrina fu trattata nel 1991 Anita Hill che di fronte alla commissione di giustizia del Senato americano riportò una serie di episodi in cui Clarence Thomas (nominato giudice della Corte Suprema da Bush senior e allora suo superiore) l’aveva costretta ad ascoltarlo mentre descriveva dei porno da lui visionati e le sue fantasie sessuali. Il medesimo schema denigratorio fu utilizzato contro Nafissatou Diallo, la cameriera nera, immigrata, che nel 2011 accusò uno degli uomini più potenti del mondo, il presidente del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, di averla violentata nella stanza di un lussuoso albergo a Manhattan. Strauss-Kahn indusse i suoi avvocati a diffamare Diallo che fu raffigurata come una bugiarda e una prostituta. Ragionando su alcuni dei molti scandali sessuali scoppiati negli USA e su altri innumerevoli casi di abusi e stupri, ciò che Solnit porta a evidenza è la stretta parentela che intercorre tra violazione del corpo delle donne e delegittimazione della parola femminile. La pretesa maschile di spiegare le cose alle donne, indipendentemente dal fatto che sappiano o no di cosa stanno parlando, non è che una delle forme usate per zittirle. «Un uomo – osserva Solnit – agisce sulla base della convinzione che tu non hai diritto di parlare e che non riuscirai a descrivere ciò che ti sta accadendo. Ciò può significare che verrai interrotta mentre dici la tua a una cena o a un convegno; potrebbe anche voler dire che ti verrà detto di stare zitta, o che sarai minacciata se aprirai bocca, o che verrai picchiata perché hai parlato, o che verrai ammazzata per farti tacere per sempre». Nel 1963 Betty Friedan pubblicò La Mistica della Femminilità, un libro che per Solnit rappresenta una pietra miliare nella lotta delle donne con gli uomini che ti spiegano le cose e che vogliono, con le buone o con le cattive, ridurti al silenzio. Il manifesto di Friedan fu il primo segnale del profondo malessere che serpeggiava tra le donne americane e che è all’origine della rivolta femminista negli anni Settanta del Novecento. La presa di parola delle donne sulla scena pubblica fece saltare il confine fra pubblico e privato; assestò un colpo al dominio maschile sulla sessualità, sulle scelte procreative femminili e portò allo scoperto i maltrattamenti e le violenze dando loro un nome. L’espressione “sexual harassment” (molestie sessuali) – ad esempio – fu coniata negli anni Settanta, usata per la prima volta nel sistema giuridico negli anni Ottanta, ottenendo status giuridico da parte della Corte Suprema nel 1986. Oggi lo stupro, la violenza sessuale coniugale, le molestie sessuali sono reati penalmente perseguibili, ma di certo non scomparsi dalla faccia della terra. La violenza sulle donne ha radici profonde, attecchisce in quasi tutte le culture del mondo, in moltissime istituzioni, nella maggior parte delle famiglie del pianeta. Ma Solnit non si scoraggia. Fedele al motto “sperare nel buio” perché l’azione senza la speranza è impossibile, lei ci invita a considerare i sorprendenti cambiamenti ottenuti nel giro di quattro o cinque decenni. Quando Rebecca è nata, nel 1961, le donne erano prive di diritti basilari e le violenze domestiche erano faccende private. Il fatto che non tutto sia cambiato in maniera permanente, definitiva, irrevocabile non è un fallimento.

La strada è lunga – dice – forse mille miglia, e la donna che la percorre non ha coperto neanche il primo miglio. Ma so che, nonostante tutto, non tornerà indietro. Ci vuole tempo, la strada è fatta di tappe intermedie, e sono in tante oggi a percorrerla, chi arriva prima, chi si ferma e poi riprende. «Accade nella vita di ognuno di noi: arretriamo, falliamo, insistiamo, ritentiamo […] e certe volte facciamo un grande balzo, troviamo cose che non sapevamo di cercare». Soltanto mezzo secolo fa le donne non avevano una lingua per articolare l’esperienza femminile del mondo. E neppure genealogie femminili cui riferirsi. La narrazione del patriarcato si è infatti costruita sulla cancellazione e l’esclusione delle discendenze matrilineari (bisnonne, nonne, madri, figlie). Un argomento che Solnit affronta nel bellissimo capitolo La nonna ragno. La storia del femminismo è sempre stata e ancora è una lotta per dare un nome alle cose, per parlare ed essere ascoltate. Anita Hill è stata la prima, negli Stati Uniti, a uscire dal silenzio e a inaugurare la battaglia contro le molestie sessuali nell’ambiente di lavoro. È stata offesa, derisa, ma ha aperto la via. E oggi – osserva Solnit commentando in una intervista il caso Weinstein – sono tante le donne che parlano, che danno del filo da torcere agli uomini di potere e a quelli comuni, affrontando a testa alta i feroci attacchi della misoginia maschile e femminile ai quali rispondono colpo su colpo. Ma ci sono anche uomini – precisa Solnit – che si lasciano coinvolgere nel femminismo perché hanno capito che lì la posta in gioco è la libertà di tutte e di tutti. E non è un caso, mi viene da pensare, che negli Usa (in particolare dopo la vittoria di Trump) siano le donne, femministe o no, a guidare i grandi movimenti (pacifista, ambientalista, antirazzista, per i diritti delle lesbiche, dei gay, delle persone transgender) in cui sono attive. Quando non abbiamo le parole per un fenomeno, un’emozione o una situazione non se ne può parlare, il che significa che oltre a non riuscire a riferirci a quella cosa, non riusciremo neppure a cambiarla. Per questo e in perfetta sintonia con la sua scrittrice più amata, Virginia Woolf, alla quale dedica uno dei saggi contenuti nel libro, Rebecca Solnit dice: le parole sono le nostre armi.

(www.libreriadelledonne.it, 17 novembre 2017)

di Livia Turco

«Al lavoro e alla lotta», il libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli: il glossario è una «lezione vivente», per ricordare che il discorso politico non si riduce a un tweet

Raccontare un grande partito come fu il Pci facendo «un glossario» delle parole che usava per definire la sua strategia e la sua pratica politica: è l’idea geniale che hanno avuto Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli e che hanno concretizzata in un libro originale, bello, coinvolgente, utile, che si legge tutto d’un fiato: Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci (Harpo editore, pp. 240, euro 16).

Scrivono le autrici: «Questo lavoro nasce da un idea di Franca, per lei le parole sono sempre state importanti. E dal 2004, quando, si fa per dire, è andata sotto un treno, sono diventate essenziali. Ma anche Fulvia, avendo scelto la politica, ha lavorato molto con le parole. Abbiamo cominciato per gioco a far rivivere il lessico del Pci cercandone le parole più in uso, quelle che ci piacevano e quelle no, quelle che ancora ci parlano e quelle che invece non significano nulla oppure indicano tutt’altro nel presente. Le abbiamo scritte in ordine alfabetico e confrontate con amiche e amici (pochi) e a un certo punto ci siamo rese conto che questo piccolo glossario poteva avere un senso e persino raccontare un pezzetto della storia di quello che, secondo noi, è stato ’il partito comunista più bello dell’Europa Occidentale’» .

AVERE A CUORE la memoria. Così il lavoro si è fatto più serio. Mentre il linguaggio della politica diventa sempre più scarno e freddo abbiamo capito che noi continuiamo a preferire un «discorso politico» che non si riduca a un tweet».

Al «glossario» seguono dieci interviste a protagoniste e protagonisti di quella storia, con domande che partono dal vissuto personale – perché ti sei iscritto, su quali libri ti sei formato – per scandagliare sulla base dei ricordi la pratica politica di quel partito, la sua dimensione umana oltreché politica. Franca e Fulvia anticipano la critica che può essere loro rivolta – «siete nostalgiche» – e mentre rivendicano il valore di questo sentimento dichiarano con grande schiettezza il punto di vista politico e culturale che orienta la loro ricerca. «Una storia è finita. Ma anche le mummie quando le abbiamo ritrovate ci hanno detto cose che non sapevamo e che ci sono servite».

DUNQUE, ATTRAVERSO il glossario e le interviste le autrici ci propongono di ricercare se nella «mummia» del Pci ci sia qualcosa che non solo va conosciuto – perché la memoria storica è fondamentale per non essere fragili ramoscelli – ma se per caso in quella storia non vi risieda «una vivente lezione» importante e utile per questo nostro tempo. Seguo pertanto il punto di vista proposto da Franca e Fulvia e leggo i materiali contenuti in questo libro per capire se la «mummia» Pci ha qualcosa da dire che non sapevamo e, soprattutto, se ha qualcosa da dire alla società di questo nostro tempo, ai suoi giovani in particolare.

Il glossario inizia con una parola che non conoscevo, l’unica, «abatino» e si conclude con «vigilanza». Abatino, «piccolo abate, il dirigente della Fgci che decideva di restare nell’organizzazione giovanile anche quando aveva superato i 25/30 anni rinviando al più tardi possibile il suo passaggio al partito. Rispetto all’organizzazione giovanile il partito era percepito come più rigido, meno divertente e piuttosto diffidente verso i giovani».

LA VIGILANZA era invece un luogo speciale del Pci e le autrici lo descrivono in modo molto efficace. Io, come loro, lo ricordo come il luogo di cui non potevi fare a meno. Erano un gruppo di compagni molto affiatati tra di loro. Quando entravi al Bottegone ti guardavano dalla testa ai piedi per essere sicuri che tutto era a posto, se eri accompagnato, per cortesia , dovevi lasciare loro in modo accurato le generalità della persona che ti stava accanto, ti passavano con gentilezza le telefonate, ti accompagnavano nei viaggi a volte lunghi, erano sempre discreti e affettuosi. Con loro a volte parlavo di politica, mi veniva ogni tanto di sfogare le mie arrabbiature ma lo facevo con discrezione per timore che riferissero ad altri i miei pensieri.

Ricordo una mattina, ero da poco arrivata a Roma da Torino e non avevo famigliarità con il Bottegone. Dovevo andare a prendere un treno, avevo prenotato un passaggio alla stazione. Il treno partiva alle 9 arrivai alle Botteghe Oscure alle 6! Che ci fai a quest’ora qui? Mi sembrava che fosse un po’ buio, ma l’ansia di arrivare in ritardo e di ricevere il rimbrotto di quegli uomini così rigorosi mi incuteva soggezione. Quando glielo confessai si fecero una grande risata, mi accolsero nella loro stanza e mi coccolarono con caffè e biscotti.

LA LETTURA DEL GLOSSARIO di Franca e Fulvia racconta la storia del Pci dall’inizio alla fine. Molte parole, scritte in modo accurato, si riferiscono alla strategia politica: alleanze, alternativa, compromesso storico, austerità, ceti medi, classe sociale, classe operaia, doppiezza, egemonia, eurocomunismo, miglioristi, solidarietà nazionale, scissione, svolta, Bolognina, Cosa 1 Cosa 2, Quarta Mozione, ecc.

Ma le parole più intriganti sono quelle che si riferiscono alla vita concreta del partito, al modo con cui i militanti vivevano e facevano la politica. Sono intriganti perché non sono usuali, esprimono l’appartenenza a un «corpo» che si sentiva diverso ma che aveva l’ambizione di «aderire a tutte le pieghe della società», di rendere protagonista il suo popolo.

«ASSEMBLEA, AGIBILITÀ, al lavoro e alla lotta, allestimento, amici e compagni, attacchinaggio, battaglia delle idee, campagna di massa, casa per casa, comizio, comizio volante, compagno di strada, corteo, forme di lotta, fraterno, il corpo del partito, magliette a striscia, militanza, musica del Pci, passione, politica della fontanella, popolo, radicamento sociale, qui e ora, rivoluzionario di professione, scuola di partito, sensibilizzare, sezioni, servizio d’ordine, spirito di servizio, territorio, tessera, ufficio elettorale nazionale, vigilanza, Unità».

Sono parole intriganti perché raccontano il modo di fare politica, il modo con cui si sprigionava la passione politica di un popolo che era plurale. Tra gerarchie, rituali fortemente codificati e sperimentazione di cose e parole nuove, apertura a nuovi soggetti. Ciò che rivelano quelle parole è la ricerca da parte di quel «corpo» formato da dirigenti e militanti di un rapporto con le persone per renderle protagoniste.

L’ambizione di coniugare l’idea di società, la società socialista con il «qui e ora» per risolvere subito i problemi delle persone. La ricerca del legame umano, l’essere compagni significava anche volersi bene, essere amici, stare bene insieme. Di qui, l’attenzione a quelle che sembravano attività minori come l’attacchinaggio, i comizi volanti, l’allestimento degli eventi sapendo riconoscere le singole autorità nelle varie materie, come il mitico compagno Zucconelli che riusciva a rendere qualunque evento del partito bello e ben organizzato. Quella Politica delle Fontanelle in cui tutti dovevano fare lavoro manuale e insieme studiare, avere pensieri lunghi e nello stesso tempo preoccuparsi di rendere più belle e umane le nostre comunità «partendo dal mondo e arrivando alle fontanelle».

ll senso, il valore e la passione per quella politica popolare è sintetizzata in modo drammatico nelle ultime parole di Enrico Berlinguer nel giugno del 1984 sul palco di Padova quando sta per cadere: «E ora, compagne e compagni, impegniamoci tutti, lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini». Un testamento, ma anche l’esplicitazione e la conferma di quella che era l’essenza del Pci.

QUELLA CHE HA LASCIATO nel cuore di migliaia di militanti e iscritti, e dei suoi dirigenti i ricordi più belli come testimoniano le interviste a protagonisti e protagoniste di quella storia contenute nel libro. Diversi tra loro per estrazione sociale, formazione – a conferma che il Pci era realmente un partito di massa e plurale – le dieci personalità che si raccontano nella loro militanza politica e nella loro vita nel partito fanno tutti, non casualmente, riferimento alla sezione quale luogo in cui si viveva la politica autentica perché, come scrive Lia Cigarini, «ricordo che le sezioni del Pci erano un luogo di incontro di diversa provenienza sociale, di diversa generazione e, infine, di donne e di uomini.

Ad esempio, nella mia sezione nel Centro storico di Milano c’era l’ambulante e il primo violino della Scala, la portinaia, l’intellettuale, l’artigiano e il bancario. Cioè luoghi di relazione e di amicizia».

Oppure Emanuele Macaluso: «Penso che la migliore pratica fosse quella che si faceva sul campo, nelle sezioni, nelle fabbriche, nei quartieri. Ritengo un fatto enorme che quel partito abbia dato modo a tanti giovani, uomini e donne di ogni classe sociale, di fare esperienza nel sindacato, nei consigli comunali, nelle cooperative, nelle sue riviste e giornali».

Luciana Castellina ci racconta il suo lavoro politico con le ragazze delle borgate romane, dove tante volte per convincerle a uscire di casa costruiva un’alleanza con le mamme condividendo le incombenze quotidiane del lavoro famigliare, compreso lavare insieme i piatti.

Le parole del Glossario e quelle delle interviste mi confermano che la «mummia Pci» ci lascia una vivente lezione, non solo attuale, ma necessaria per far rinascere la democrazia e ridare senso alla sinistra: la necessità di una moderna politica popolare.

(il manifesto, 29 ottobre 2017)

di Paola Mammani

Nell’introduzione all’edizione del 1990 di Flying, In volo, Kate Millett scrive:

«…C’è un’intera generazione di giovani donne nelle cui mani voglio affidare questo libro…». E più avanti: «In effetti, In volo ha segnato il momento più divertente della mia attività di scrittrice – questo libro è la mia gioventù: trentacinquenne non avevo ancora scritto col mio registro. La politica del sesso era stata una tesi di dottorato, redatta con un linguaggio ufficiale e asettico, così da accattivarmi una commissione formata da professori di Letteratura inglese…».

Non ho notizia di come le giovani statunitensi degli anni ’90 del secolo scorso abbiano accolto la nuova edizione di Flying, il fitto racconto di anni ribollenti di ricerca, di sperimentazione di nuovi rapporti, di convivenze, di amori coniugali ed extraconiugali, etero e omosessuali. So che in Italia molte donne negli anni settanta e nei decenni successivi hanno letto voracemente le molte centinaia di pagine di quel testo, alla ricerca di esperienze, di parole per mettere in forma un nuovo modo di essere donna.

Forse ancora più numerose, però, furono quelle rimaste avvinte da Sexual Politics, La politica del sesso, trattenute da quel linguaggio solo apparentemente ufficiale e asettico che sembra invece imbrigliare a stento una forza quasi incontenibile e una dissacrante ironia.

È Millett che squaderna l’universo mondo e chiama a raccolta tutto quanto ha capito, tutto quanto ha studiato per dare forza e tenuta a ciò che ha “visto” bene, accuratamente e fino in fondo: il dominio del patriarcato sulle donne, sul loro corpo, sulla loro sessualità, sulla loro capacità riproduttiva.

Convoca tutte e tutti quelli che conosce, da Hannah Arendt a Virginia Woolf, a Charlotte Brontë, a Margaret Mead e Melanie Klein, e poi John Stuart Mill, Marx, Engels, Freud, Bachofen, Malinowski e decine d’altri, evocati dal passato più lontano fino ai suoi contemporanei, per portarli a testimoniare a suo favore o per metterli alla gogna.

Vuole mostrare minutamente e poderosamente gli effetti di oppressione, di schiacciamento, di proterva prevaricazione sessuale e culturale che il patriarcato esercita sulle donne, infilzando ad una ad una le categorie della classe, della razza, della minoranza oppressa, eccetera, a dimostrazione che al fondo e prima di tutto è in gioco il potere dell’uomo sulla donna.

Non è possibile dare l’idea, in breve, dell’enorme quantità di piani, di tematiche, di scenari storici che Millett affronta nel suo immenso affresco. Né pare rilevante annotare se e quando alcune sue interpretazioni appaiono forzate o parziali, perfino fuorvianti. È forse il caso di alcuni giudizi sulla psicoanalisi, sul ruolo della famiglia o della funzione materna.

Quel che è certo è che il suo testo ha rappresentato per moltissime donne una potente chiamata alla lotta, una grande spinta a sottrarsi al dominio maschile, l’innesco di un’esplosiva consapevolezza che il personale è politico, e ha determinato per molte una convinta adesione al movimento delle donne, ai temi che alcune chiamarono della liberazione sessuale.

Per molte è passata di lì la strada che ha portato poi ad intendere il valore della libertà, a saper ascoltare la voce di quelle che già avevano colto il senso della grandezza femminile, da sempre mai del tutto cancellata dalla storia.

In Italia La politica del sesso, il frutto pieno del pensiero e dello studio di una donna, non è disponibile sul mercato librario. È una mancanza che oggi si avverte più viva. Una riedizione de La politica del sesso potrebbe essere un degno atto di omaggio a Kate Millett, che è morta a Parigi lo scorso settembre, all’età di 83 anni.

(www.libreriadelledonne.it, 13 ottobre 2017)

di Alessandra Pigliaru

Novecento. Torna alla luce dopo settant’anni, grazie al lavoro storico di Anna Paola Moretti, il diario della giovane partigiana di Chiaravalle Magda Minciotti, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth

Lunghe e ordinate trecce corvine circondano un viso di ragazza, assorto verso un punto imprecisato. Ha circa quindici anni e i lineamenti, ingenui e perturbati, potrebbero somigliare a quelli di molte sue coetanee, trafitte di sogni davanti al mondo che si sta schiudendo. Sul volto di Magda Minciotti non aleggia però alcuna levità adolescente, piuttosto una postura adulta acquisita tra il 1944 e il ’45, nel periodo della sua prigionia in mano alle SS.

DELLA GIOVANE PARTIGIANA di Chiaravalle, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth, conosciamo il tratto biografico più doloroso grazie al diario di quei mesi pubblicato in un ottimo volume a cura di Anna Paola Moretti. Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione (Edizioni affinità elettive, pp. 314, euro 18 – collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche) è una testimonianza rara e accorata, sistemata da Moretti che va a confermarsi una delle più attente osservatrici sui temi della storia e memoria delle deportazioni femminili. Come nei volumi precedenti (per esempio La guerra di Mariulì, bambina negli anni Quaranta), al metodo rigoroso l’autrice affianca ipotesi e nessi originali di fonti e contesti, ponendosi non solo nell’ottica della ricostruzione meticolosa bensì della relazione responsabile e generosa di colloquiare con le esistenze scoperte. Non è un caso che la prefazione a questo ultimo contributo sia firmata da Luciana Tavernini che fa parte insieme a Marirì Martinengo, Laura Minguzzi e Marina Santini, della «Comunità di storia vivente» (fondata a Milano dieci anni fa proprio «a partire dall’affermazione di Marirì Martinengo» secondo cui c’è una storia vivente dentro ciascuno ciascuna di noi, i materiali sono consultabili nella sezione Approfondimenti del sito della Libreria delle donne di Milano – nel marzo scorso si è svolto un importante convegn).

Dopo settant’anni di silenzio sulla scrittura che l’ha accompagnata per lunghi mesi negli Arbeitslager nazisti, Magda Minciotti – poco prima della sua scomparsa – consegna i suoi appunti al figlio. Invitata a occuparsene, Anna Paola Moretti consulta quella sessantina di foglietti, il retro di ricevute scadute utilizzate dalla ragazza per cominciare il proprio diario, ricopiato in un quaderno dopo la sua liberazione.

SI APRE UNA VICENDA che cuce lo strazio spaesante della guerra a una strana speranza interiore che l’ha sostenuta. E il pensiero si fa subito grande, anche nello spazio angusto di una condizione di prigionia. A espandersi è un desiderio di sopravvivenza, preghiera terrena e ostinata contro l’ingiustizia e lo sfruttamento disumanizzante. L’ulteriore apparato critico e l’approfondimento delle altre carte private della partigiana danno il senso di una rappresentazione densa e inequivocabile che va a completare un passaggio novecentesco cruciale.

Da Ripe (in provincia di Ancona) quel 23 luglio del 1944, a sole due settimane di distanza dal suo arresto, Magda esordisce domandandosi che cosa ne sarà dei suoi sogni, convocando il destino «questa ruota implacabile che gira senza chiedere mai – Sei contenta? Soddisfatta del mio lavoro?». Quindi i viaggi per raggiungere la Germania, giorni di veglie frenetiche. E poi ancora i bombardamenti che arrivano a strattonare Karolinenstrasse nelle notti di una terra poco amata, insieme all’attaccamento per una minuta fenomenologia del quotidiano a ricordare quanto si possano trovare forme di conforto anche nello sfinimento. Come sottolinea Tavernini, centrale è «la scrittura di una ragazza che illumina l’esperienza della deportazione per lavoro coatto e nello stesso tempo le forme di resilienza femminile a situazioni di sradicamento». Da Norimberga a Bayreuth – dove arriva il primo febbraio del 1945 quando la Siemens sceglie di dislocare manodopera e macchinari in zone meno esposte – i racconti si dipanano tra le ennesime strategie di adattamento e la difficoltà del lavoro condiviso con altre donne provenienti da altri paesi. Infine il dispiacere per la morte di suo fratello Giorgio internato allo Stalag di cui però apprendiamo informazioni non dal diario (il secondo blocchetto di fogli è andato perduto) ma dalle testimonianze di altri compagni di detenzione.

IN QUESTA DIREZIONEConsiderate che avevo quindici anni restituisce un’esperienza che ha funestato l’Europa e al contempo è resoconto di una nuova intermittenza che da oggi non può più essere ignorata o rimossa. È il volto serio di Magda, lunghe e ordinate trecce corvine di ragazza davanti al mondo fuori di sesto.

(il manifesto, 17 agosto 2017)

di Marisa Caramella

In libreria, Tutti i racconti, di Flannery O’Connor pubblicati da Bompiani. Vi proponiamo un estratto della prefazione curata da Marisa Caramella, ringraziando l’editore per la gentile concessione.

Oltre che cattolica ortodossa, Flannery O’Connor è anche originaria del Sud degli Stati Uniti. Metto di proposito la questione in questi termini, come se avesse un connotato negativo, perché questa, della “scrittrice del Sud” è, tra le etichette che la critica ha appiccicato alla O’Connor, quella che più la irritava.

«La prima necessità con cui [lo scrittore] si trova a dover fare i conti è quella di dire cosa non sta cercando di fare, perché anche se oggi non esistono vere e proprie scuole letterarie in America, c’è sempre qualche critico che ne ha appena inventata una ed è pronto a infilarci le tue opere. Se sei uno scrittore del Sud, questa etichetta, e tutti gli equivoci che la accompagnano, ti viene immediatamente appiccicata addosso, e tocca a te disfartene come meglio puoi. Ho scoperto che non importa con quali scopi peculiari alle tue specifiche necessità drammatiche usi la scena del Sud, il lettore generico continuerà a pensare che tu stia scrivendo sul Sud, e a giudicarti in base alla fedeltà della tua prosa alla vita tipica di questa parte del paese.»

E tradizione letteraria del Sud significa “Southern Gothic”, significa “School of Southern Degeneracy”, altre etichette che la O’Connor definisce “entità mitiche”, e che tenta di staccarsi di dosso in più di uno dei saggi che scrive, facendo spesso uso proprio di quella qualità di ironia, di quella predilezione per il paradosso, che le viene rimproverata come eccessiva:

«Quando consideriamo buona parte della narrativa moderna seria, e particolarmente quella del Sud, vi troviamo una qualità che viene generalmente descritta, in senso peggiorativo, come grottesca. Naturalmente, ho scoperto che tutto quello che arriva dal Sud viene chiamato grottesco dal lettore del Nord, a meno che sia davvero grottesco, nel qual caso viene chiamato realistico.»

La scrittrice procede poi a spiegare come il suo sia il genere di letteratura che può essere chiamata “grottesca” a ragione, perché è tale nell’intenzione. La O’Connor usa un miscuglio di comicità e di orrore per rompere l’ostinazione dei suoi personaggi a considerare il mondo in modo convenzionale. La tecnica che adopera nei suoi racconti, per rendere visibile, oltre il livello superficiale (dell’azione), quello più profondo (del mistero), è la tecnica dello shock, della brutalità, della violenza. E tutto questo ha poco a che vedere con il fatto di essere una scrittrice del Sud. Le sue non sono rappresentazioni realistiche della scena sociale in cui è nata e vissuta, ma rappresentazioni del divino come appare a chi abbia una visione antropocentrica del mondo: i suoi personaggi lo vivono come una violenza, un’offesa, un intervento distruttivo che sconvolge l’equilibrio del mondo umano. A tal punto che la visione religiosa che si ricava dai racconti è spesso opprimente. Però, un secondo livello – quello che rispecchia il punto di vista della scrittrice – morte, sofferenza, disordine, sono invece i mezzi attraverso i quali un personaggio passa da una comprensione meschina, superficiale, dell’esistenza al mistero nel quale l’uomo vive e muore.
Ci sono moltissimi esempi di questa tecnica nei racconti della prima raccolta, nei quali è anche sempre presente l’elemento religioso della Redenzione, della figura di Cristo, rappresentato con immagini che sono spesso quelle della simbologia cristiana (il pavone, per esempio, che è il simbolo del Cristo Redentore).  “Ciò che io vedo nel mondo,” dice la O’Connor, “lo vedo nella sua relazione a questo”, e cioè al fatto che il significato della vita è centrato nella Redenzione.
Nei racconti della seconda raccolta, di dieci anni posteriore alla prima, Everything That Rises Must Converge (tradotta in italiano insieme alla prima in un unico volume dal titolo La vita che salvi può essere la tua, Einaudi, 1965), la tematica della O’Connor si evolve verso una concezione teologica più complessa: al dualismo sempre presente nelle storie precedenti, e risolto da epiloghi di morte-redenzione deipersonaggi-chiave, la scrittrice cerca una forma di risoluzione più sofisticata. Come fa intendere il titolo originale, una frase di Teilhard de Chardin, la O’Connor ipotizza, insieme al filosofo cattolico, che l’evoluzione umana non si fermi alla forma che conosciamo, ma tenda a progredire verso livelli di coscienza più alti, e che l’ultimo stadio di questo processo evolutivo sia la pura coscienza, l’Essere, Dio stesso, il punto di convergenza di ogni contraddizione e dualismo, individuali e sociali: quello che Teilhard de Chardin chiama il Punto Omega, il titolo italiano, per l’appunto, del primo dei racconti di questa seconda raccolta.

“Punto Omega” è la storia di Julian e di sua madre, in conflitto tra di loro e, ciascuno a modo suo, con il resto del mondo. La madre si ritiene superiore ai suoi simili, soprattutto a quelli di colore, per via della sua nobile ascendenza. Julian, intellettuale e progressista, la disprezza per questo atteggiamento, professa l’uguaglianza di bianchi e neri, ma la sua massima aspirazione è vivere in un aureo, orgoglioso isolamento. Sarà un episodio banale, il fatto che una donna di colore salga col suo bambino sull’autobus dove si trovano già madre e figlio, con in testa un cappello identico a quello indossato dalla signora bianca decaduta, a far precipitare la situazione. Julian osserva con un sorriso sardonico la madre trattare la donna e il bambino alla stregua di inferiori. L’offerta di una moneta, fatta al piccolo per ingraziarselo, scatena l’ira della donna nera, che colpisce quella bianca con una grossa borsa. Julian scende dall’autobus con la madre, la rimprovera con rabbia, e assiste stupefatto alla sua morte improvvisa. Sarà lo shock di questa morte a portare i due personaggi alla “convergenza”, tra di loro e con l’“altro”. La madre morente vede passare davanti agli occhi l’immagine dimenticata di una donna di colore che l’ha allevata, e si riempie di amore e nostalgia, nonostante il rifiuto ad accettare l’integrazione sociale con i neri. Julian sente rinascere dentro di sé, sconvolgente, accompagnato da un indicibile rimorso, l’amore sepolto per la madre. La presa di coscienza, la rivelazione improvvisa e traumatica della verità su se stessi: è qui il punto di partenza verso la convergenza auspicata da Teilhard de Chardin.

É stato detto, di questo racconto, che più che di una storia a sostegno della teoria del Punto Omega, si tratta della presa in giro dello stesso concetto da parte dell’autrice. E in realtà la O’Connor conduce il racconto sul filo di una pesante ironia, non perdendo occasione per sottolineare la cecità e l’ostinazione dei personaggi a considerarsi separati dal resto del mondo. Ma il finale, con la lancinante fitta di amore e rimorso di Julian davanti alla madre morta, e con la rivelazione dell’amore della morente per uno degli esseri che ha sempre considerato alla stregua di “scimmie”, segna senz’altro un momento cruciale nel processo di evoluzione dei due personaggi verso un modo di essere superiore.
E per una scrittrice tutt’altro che ottimista e facile come la O’Connor, questo è già molto.

Si è a lungo dibattuto sul fatto che dalle opere di narrativa della O’Connor traspaia in realtà un atteggiamento di più o meno conscio pessimismo riguardo alla possibilità di salvezza dell’uomo: atteggiamento che contrasta con le dichiarazioni di cui sono costellate lettere e saggi dell’autrice. E sovente, a spiegazione di questa contraddizione, è stato portato l’argomento della malattia ereditaria e incurabile che ha afflitto la scrittrice per gran parte della vita adulta, limitandone i movimenti e le possibilità e costringendola a fare i conti con la morte in età prematura.
Senza dubbio la malattia spiega i connotati sovente ossessivi della preoccupazione religiosa della O’Connor, la sua fede ortodossa professata con tanta sicurezza, e anche, in parte, la visione non certo idilliaca del mondo che la circonda. Ma è più difficile sostenere che dai suoi racconti e romanzi siano assenti la fede e la speranza che la scrittrice professa altrove. È semmai presente un’implacabile decisione a mostrare quanto difficile sia trovare la via della salvezza in un mondo dominato dal Male.
Ma l’affermazione della O’Connor sembra essere quella che proprio lo scatenarsi delle passioni umane, più che non il tentativo di controllarle per mezzo della ragione, porti su questa via. È vero che ci sono molti peccatori e pochi santi, nei suoi racconti, che nemmeno i bambini sono innocenti e che i vecchi sono spesso un concentrato di peccati capitali invece che di virtù cardinali, ma è altrettanto vero che proprio questi personaggi, la cui mente non è ancora, o non è più, dominata dalla ragione, sono quelli di cui si serve la grazia divina per manifestarsi e squarciare con lampi rivelatori la realtà superficiale, facendo intravedere la possibilità della salvezza, oltre che della dannazione eterna.

(www.osservatoriocattedrale.com, 21 settembre 2017)

di Alessandra Pigliaru

«Io non conoscevo nessuna fame e abitavo come una straniera tra gli affamati». A distanza di circa vent’anni la voce narrante dell’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio racconta la propria speciale vicenda: quella di essere, come recita il titolo del libro, L’Arminuta (Einaudi, pp. 176, euro 17,50) ovvero, nella lingua della comunità che la battezza, la ritornata. Da dove è presto detto. Nata alla metà degli anni Sessanta nella miseria, a sei mesi viene data dalla propria madre a una cugina benestante e senza figli che ne aveva fatto esplicita richiesta per poi restituirla alla famiglia di origine.

LA RAGIONE di questa riconsegna la si svela del tutto solo alla fine del romanzo, nel frattempo si assiste al tragitto di una ragazzina di 13 anni che vive in terra d’Abruzzo, arrivata al mondo senza averlo chiesto, nella condizione di una ricomparsa scompigliante. La nidiata sembra non la stesse aspettando, né desiderando. In effetti nessuno la attende, nessuno la pensa, questo almeno nella sua rappresentazione fatta di fantasticherie infantili sulla malattia della donna che l’ha allevata e perciò si è liberata di lei, sul nodo di una madre che si moltiplica e che solo così arriva a essere sufficientemente buona.

Nel guasto di interezza si scoprono notti insonni, percorse da feroci incubi di soppressione. Se è vero che chi ama non dorme, L’Arminuta è un romanzo di passioni tempestose proprio verso il luogo più sparuto e altrettanto caro che è la propria madre. Donatella Di Pietrantonio, al suo terzo romanzo, scandaglia ancora il nodo relazionale primario che abbiamo potuto incontrare anche nei suoi lavori precedenti: l’ottimo esordio di Mia madre è un fiume e Bella mia.

NEI PARAGGI dello sconquasso definitivo, chi ci mette al mondo non necessariamente aderisce alla figura di cura, per diverse e umane ragioni che però rimangono nel piano imperscrutabile dei «grandi» che decidono, dispongono, emettono sentenze di vita e di morte, fanno progetti capricciosi e astrusi. È nella ricerca di quel particolare cortocircuito filiale che Di Pietrantonio capisce si debba stare, di cui non ci si può disfare ma che chiede di essere guarito.

E UN GIORNO, nella distrazione di un ricordo puntuto, arriva la tregua: non esiste nessuna onnipotenza, bensì ciascuna e ciascuno fa quello che può nella più autentica imperfezione di sé. E sembra abbastanza per trasformarsi. Come una infinita domanda che non smette di ottenere risposte incomplete, su un piano di realtà, e che ciò nonostante è l’unico accesso alla felicità, ci si scopre indigenti d’amore e attenzione, insieme all’Arminuta, e il varco al simbolico che pone in relazione con se stesse, le altre e infine con il mondo, si schiude misteriosamente a un improvviso baratro di perdono e gratitudine.

LEI TRASCORRERÀ un anno intero ostinata intorno all’abbandono, a studiare per nutrire la propria intelligenza adamantina, nel fuoco di una determinazione che le è propria, è sua, e di cui nessuno intende privarla. Indesiderata eppure indimenticabile, come altre figure che compongono il romanzo: Adriana – la sorella minore – con cui si può costruire l’attaccamento ripagato da una fedeltà rara; Vincenzo – il fratello maggiore – che le fa sentire per la prima volta lo sguardo maschile. Infine la professoressa Perilli, algida e luccicante di ametiste brasiliane.

NON CONOSCEREMO MAI il nome della ragazzina, insieme a lei non ce l’ha né suo padre né la donna che l’ha messa al mondo. Gli altri sono governabili, loro invece percorrono solchi già sperimentati da altre scritture precedenti che, dietro l’apparente anonimato delle mere funzioni, consentono ben più viscerali mancanze e massime evocazioni. Ce lo ho hanno insegnato, per esempio, Paola Masino con la sua straordinaria e ineguagliabile massaia bambina e poi adulta, altrettanto Alice Ceresa e Dolores Prato.
Di Pietrantonio accoglie l’immaginario popolare, e contadino, tanto famigliare quanto attento ai dettagli della grande letteratura italiana scritta da donne per segnare l’orlo ambivalente di uno sconcerto, dove il linguaggio delle madri ha la sapienza di dialogare con le creature piccole.
Che siano arrivate per la prima volta, o che siano ritornate da un rimosso lontanissimo per dire che l’unico rimedio alla propria vulnerabilità è il desiderio di riconoscere quella altrui.

 

DAL 22 AL 24 AL PIGNETO PER IL PRIMO FESTIVAL DEDICATO ALLE SCRITTRICI

A Roma, al Pigneto, da venerdì a domenica si svolgerà «inQuiete», primo festival delle scrittrici nato dal desiderio di Barbara Leda Kenny, Viola Lo Moro, Francesca Mancini, Barbara Piccolo e Maddalena Vianello intorno all’esperienza di Tuba, libreria delle donne che da 10 anni è crocevia di progetti. Realizzata grazie all’associazione Mia, il programma è dedicato alla letteratura che sa tenere in quiete, dopo la fatica. Tra le ospiti: Liliana Rampello, Milena Agus, Donatella Di Pietrantonio, Maria Rosa Cutrufelli, Helena Janeczek, Rosa Mordenti e tante altre. Reading, presentazioni e cene con le autrici, tra i focus: Virginia Woolf, Joan Didion, Elena Ferrante, Anna Banti, Mary Shelley, Jane Austen (per maggiori informazioni http://www.inquietefestival.it). «InQuiete» ha nel titolo la complessità del presente, la corposità delle parole e del lavorio incessante di chi scrive. E a firma di donne si possono leggere oggi tra le cose più significative, a livello locale e internazionale. Un senso di festa che è, e rimane, la scoperta avviata dal movimento delle donne dipanandosi in quasi altri 40 anni di critica letteraria femminista. Se le scrittrici oggi godono di ottima salute, collocate con signoria fuori da un canone a cui non chiedere il permesso di agire l’esistenza, lo si deve soprattutto alla tessitura di alcuni spazi (la Società Italiana delle Letterate, riviste come Leggendaria, online LetterateMagazine e altre realtà tra librerie, biblioteche, collettivi e archivi). Ma ciò che è più importante è il desiderio politico che sa rinnovarsi, e quale migliore occasione dunque per incontrarsi al Pigneto? Inquiete e libere.

 

(il manifesto, 21/09/2017)

di Manuela De Leonardis

«Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa» una densa monografia di Cristina Casero

«Imboccare, agitare, frullare, solarizzare»: quando l’angelo del focolare fa la fotografa di professione versa il fissativo nella vaschetta, nella camera oscura, osserva attentamente i provini, tira fuori la carta fotografica emulsionata, però deve fare i conti anche con l’altra faccia della quotidianità. C’è da cucinare, apparecchiare la tavola, imboccare la figlia e magari tenerla in braccio, mentre la piccola socializza con la macchina fotografica con il suo dito grassottello.

IN QUESTI SCATTI in bianco e nero realizzati da Carla Cerati nel 1974 (Professione fotografa), conservati presso il CSAC, Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma, la protagonista è Paola Mattioli (Milano, 1948) che fin dai tempi dell’università (studia filosofia con Enzo Paci laureandosi con una tesi sul linguaggio fotografico) si appassiona all’analisi dell’utilizzo del mezzo fotografico in chiave fenomenologica «sulla scorta del pensiero di Benjamin, di Sartre e soprattutto di Merleau-Ponty», come scrive l’autrice Cristina Casero nelle prime pagine della monografia Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa (Postmedia Books, pp. 128, euro 16).

TEORIA E PRATICA – tanto più che per Mattioli fotografare è un atto critico, terreno di riflessioni e interrogazioni sul visibile (frutto anche degli stimoli nati dalla frequentazione, giovanissima, dello studio di Nini e Ugo Mulas), nonché presa di coscienza rispetto al contesto socio-culturale e politico più che rappresentazione di una presunta realtà – percorrono strade parallele.
Di questa interprete che si allontana dalla sudditanza all’unicità dell’attimo, del singolo episodio, che saprà adeguarsi ai tempi fotografando con la stessa disinvoltura sia con l’Hasselblad che con lo smartphone, sottolineando – piuttosto – l’importanza della sintesi (ne sono un esempio gli scatti che ritraggono Giuseppe Ungaretti, prima esperienza professionale rilevante per Paola Mattioli – il poeta nel 1970 aveva 82 anni e la fotografa 22 – che restituiscono «la variazione continua di una permanenza. È allegria e senso di morte») non sfugge la coerenza nel cogliere il dettaglio assecondandone il valore simbolico. È così già dai tempi di Immagini del no, realizzate con Anna Candiani ed esposte alla galleria «Il Diaframma» nel novembre 1974, che traducono visivamente l’inquietudine che attraversava la società civile nella Milano pre-referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio.

Una narrazione «polifonica» per Arturo Carlo Quintavalle, autore di testo nel volume pubblicato da Scheiwiller che Martin Parr ha selezionato e rieditato nel cofanetto The protest box (Steidl, 2011). Ma tra i tanti momenti che attraversano il lavoro della fotografa, interprete innovativa anche della fotografia di moda e ritrattista di grande sensibilità (intensi i dittici dedicati alla scultrice senegalese Seni Camara dove il volto è associato alle sculture, così come quelli delle bellissime eredi delle Signares del periodo coloniale, oggetto anche del libro Mémoires d’Afrique, ultima tappa di una serie di viaggi in Africa fatti insieme a Sarenco) sicuramente il capitolo più entusiasmante è quello della sua militanza femminista.

NELL’INQUADRARE e ripercorrere la nascita e affermazione dei movimenti femministi (vengono citati Carla Lonzi, il gruppo Demau, Rivolta Femminile, Anne-Marie Sauzeau Boetti, Romana Loda e altre artiste come Marcella Campagnano, Valentina Berardinone, Elisabeth Scherffig e quelle del Gruppo del mercoledì: Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Esperanza Núñez e Silvia Truppi) è centrale la ricerca di un gruppo di fotografe (con Mattioli ci sono Anna Candiani, Carla Cerati e Giovanna Nuvoletti) che sarà oggetto della mostra milanese Dietro la facciata.
Paola Mattioli fotografa una donna di spalle, in cucina, mentre allunga il braccio per mettere il piatto nello scola piatti: «il suo volto riflesso nello specchio che diventa il punctum dell’immagine», scrive Cristina Casero, «Questo oggetto vezzoso diventa un segno e libera la donna – attraverso l’apparire della sua individualità determinata dalla specificità del viso – dalla categoria sociale della casalinga, che la imprigiona. Un riflesso, quindi, che apre una breccia nella superficie del reale».

(il manifesto, 26 agosto 2017)

di Alessandra Pigliaru

A partire da «Donna di parola», un saggio di Antonella Fimiani sulla scrittrice olandese

«Sono affidata a me stessa e dovrò cavarmela da sola. L’unica norma che hai sei tu stessa, lo ripeto sempre. E l’unica responsabilità che puoi assumerti nella vita è la tua. Ma devi assumertela pienamente». Quel 21 di ottobre del 1941 Etty Hillesum annotava in poche righe una delle grandi lezioni che avrebbe consegnato al Novecento, nell’Europa flagellata dal nazismo che da lì a poco più di due anni l’avrebbe condotta alla morte in un campo di sterminio. Di quell’affidamento a se stessa, lei che se n’è andata sulla soglia dei trent’anni, conosceva ogni singolo interstizio insieme a tutti i pericoli. Nonostante la solitudine sperimentata nei recessi materiali e spirituali di cui la condizione umana è provvista, sono state grandi e nitide le genealogie della scrittrice olandese, ebrea e poeta rara, che ha vissuto e perlustrato l’umano fin dentro la profondità del suo guscio fragile e sensuale, di bene e male.

MOLTO ERA IL MALE, conosciuto prima nell’anno a Westerbork e poi ad Auschwitz, esiziale l’odio e la furia assassina con cui – ne aveva piena contezza – da lì a poco si sarebbe consumata l’ecatombe. Eppure a leggere i suoi Diari(insieme alle Lettere sono editi da Adelphi), scritti nei tre anni precedenti il congedo definitivo dalla desolazione terrestre, a sollevarsi è una parabola del bene. Per niente paradossale, né un’apologia della bontà, questa fame di bene poggia su una forza instancabile di parole luminose, sull’istante abbacinante dell’aver pacificato il tormento di sé, a scansare il lutto di un «mondo inospitale». Senza riparo per il disastro, il compito a cui si autorizza Etty Hillesum è di raccontarne la realtà fenomenica per arrivare alla parte umbratile, meno visibile. Questo il centro della scrittura come tentativo supremo di mettere ordine anzitutto in se stessa e nel mondo che la frastornava.
Un’ostinazione lancinante, la sua; poi il corpo a corpo con la pratica della preghiera su un tappeto di cocco, insieme ai baci e alla breve nausea che la coglieva quando non riusciva a esprimere ciò che intendeva fermare sul foglio. Donna di parola. Etty Hillesum e la scrittura che dà origine al mondo (Apeiron, pp. 159, euro 12) di Antonella Fimiani è un interessante modo per fare ritorno a quel potente apprendistato. Con ferma dedizione, Fimiani consegna in cinque agili capitoli i temi principali della parabola di Hillesum.

L’AMORE, l’audacia di pensare il proprio tempo, la cova silenziosa di un indicibile che va tuttavia registrato e testimoniato. Da Dostoevskij a Rilke e Hannah Arendt, il corredo di colloqui era architettura di chi accetta il dolore eppure non vi si sa rassegnare. È in questo solco che incontriamo «la scoperta di un dio non relegato nella solitudine ma tracciato dalla relazione concreta con l’umano».
Così la scrittura «è un altro modo di possedere, di attirare le cose a sé con parole e immagini». Una questione di insaziabilità, non di altruismo, in cui arriva l’assunzione piena della responsabilità. Magistero semplice, dettato dall’intuizione formidabile che senza sporgersi verso gli altri e le altre si rimane nella cecità di un io autocentrato, drammaticamente inutile. È fame di bene il divenire «un cuore pensante» in un’epoca scellerata, complessa traiettoria resa da un’altura – prima ontologica che etica – per molte e molti irraggiungibile.

SCOPRIRSI VEDENTI nella ineluttabilità di una sorte, svettarne i confini materiali, toccarli tutti per tenere l’umano con sé e ammettere uno statuto ulteriore che quella realtà sia in grado di espandere; si potrebbero chiamare strategie di sopravvivenza, per Etty Hillesum erano la stoffa stessa del suo stare nel mondo.
Non c’è bisogno di superare se stessi, basterebbe accogliere ciò che si è, con grazia spiega anche questo Antonella Fimiani, seguendo il tragitto della scrittrice.
L’attaccamento primordiale alla relazione è il primo tassello ineludibile.

PRIMA DI CAPIRE l’impossibilità di amare un solo uomo, la mano di Julius Spier era ciò che le sosteneva le giornate. Grande e generosa, la sua mano non era solo un secondo volto – come prometteva la chirologia di cui si occupava il bizzarro psicologo junghiano – quando le carezzava i capelli o la stringeva a sé, era l’abbraccio di chi aveva deciso di crederle, certo meno ipnotico della bocca indisponente eppure esperta nel tessere i sogni di una donna della metà dei suoi anni. Come dalla mano di Dio da cui Etty immaginava di «rotolare melodiosamente», anche la mano dell’amante era sapientemente mobile. Disegnava giravolte e proiezioni, infinite e perturbanti; Spier, (S., così nominato nei Diari), era in fondo l’altra parte di Dio, perfetto congiungimento in un mondo altrettanto vulnerabile.

«E ORA CHE NON VOGLIO più possedere nulla e che sono libera – ammette, risolta – ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa». Un’interiorità così carnale che è difficile non cadere innamorati o perlomeno commossi, dalla prima all’ultima parola della giovane scrittrice olandese, stando davanti allo specchio in frantumi di un Novecento che custodisce tra i nomi più scintillanti quello di Etty Hillesum.

(il manifesto, 24 agosto 2017)

di Carlotta Cossutta

«Pensare, pensare dobbiamo. In ufficio, in automobile, mentre tra la folla osserviamo l’incoronazione, mentre passiamo accanto al monumento dei caduti, mentre percorriamo Whitewall, mentre sediamo nella tribuna riservata al pubblico della Camera dei comuni, dei tribunali, ai battesimi, ai matrimoni, ai funerali. Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere? Cosa significano queste cerimonie e perché dovremmo prendervi parte? Cosa sono queste professioni e perché dovremmo diventare ricche esercitandole?».
Queste righe de Le tre ghinee di Virginia Woolf, citate da Tristana Dini in La materiale vita, potrebbero segnare il tono di tutto il ricchissimo testo, che invita a pensare e ripensare agli intrecci tra biopolitica e differenza sessuale.
Questo libro prende le mosse – e il titolo – da un progetto iniziato da Tristana Dini con Angela Putino, che purtroppo non ha avuto il tempo di svilupparsi, ma di cui restano tracce importanti nell’impostazione del discorso e nell’approccio ai temi trattati.
Il centro del progetto è quello di analizzare insieme biopolitica e femminismo in un duplice senso: da un lato, infatti, si tratta di osservare la biopolitica con le lenti del femminismo, per metterne in luce aspetti che altrimenti rimarrebbero in ombra, dall’altro, viceversa, si osserva il femminismo a partire dalla biopolitica, per indagarne reazioni, resistenze e complicità.
Entrambi i termini che pervadono questo testo – femminismo e biopolitica – sono carichi di storia e di significati diversi. È bene precisare, perciò, che Dini utilizza femminismo con la consapevolezza della varietà di teorie e prospettive a cui rimanda, ma sceglie di fare riferimento soprattutto al “pensiero delle donne” e al “pensiero della differenza sessuale” che usa quasi come sinonimi per riferirsi alla libertà femminile che si inaugura asserendo che «ogni donna pensa», pur nell’unicità delle teorie e delle posizioni che scaturiscono da questo pensare.
Allo stesso modo anche biopolitica è ormai un termine saturo: nell’ultimo decennio si è affermato nel dibattito pubblico perdendo alcuni caratteri di specificità e finendo per indicare ogni momento in cui vita e politica si incontrano. Questo testo, però, affronta il tema della biopolitica a partire da un punto di vista molto preciso, che separa nettamente biopotere e potere sovrano, vedendo nella loro unificazione uno sguardo maschile che, non riconoscendo una frattura, rafforza il potere patriarcale. Al contrario, secondo Putino e Dini, la biopolitica sarebbe in relazione con una forma di potere materno, oblativo e di cura, di cui enfatizza e perverte molti dei tratti: «in questa chiave, della biopolitica in quanto cura, è possibile fornirne una lettura come derivazione dalla sfera delle competenze materne in opposizione al potere sovrano che rientra nell’ambito dell’ordine simbolico del padre (e si realizza nella sfera del diritto)» (p. 77).
La consapevolezza di questa derivazione materna del biopotere è un pensiero perturbante per il femminismo, ma proprio per questo è anche necessario indagarne a fondo le implicazioni.
Dini sviluppa questa indagine suddividendo il testo in tre parti: la prima intitolata La differenza bio-politica, la seconda Vita sacra e la terza Per una politica della vita materiale. La prima parte prende in esame la concezione della biopolitica di un’uguaglianza intesa come appartenenza dell’essere umano ad una specie; intesa in questo modo essa può essere vista come l’affermazione del sociale, in cui gioca un ruolo fondamentale più la norma che la legge. In questo quadro il femminismo svela l’astrattezza dell’universalismo e dell’uguaglianza che ne consegue: le donne mostrano la loro esclusione e tentano di sovvertirla, facendo dei tratti che le condannano ad essere fuori dalla scena politica degli elementi di valorizzazione – si pensi all’enfasi sulla maternità come ruolo politico che pervade le prese di parola delle donne nel XIX secolo. Questa strategia impiglia le donne in un paradosso doloroso – rivendicare l’inclusione proprio attraverso le forme grazie a cui si viene escluse – che viene scardinato dal femminismo della seconda ondata, capace, secondo Dini, di uscire da queste strette maglie grazie al pensiero della differenza.
Per mostrare questo movimento Dini sottolinea come la differenza sessuale sia da sempre presente nel pensiero occidentale: dapprima nella “retorica” della misoginia, poi come “metafora” utilizzata da tutti quei filosofi della differenza (vengono citati Derrida, Deleuze e Nancy) che fanno dell’essere donna un sinonimo del processo di decostruzione del logocentrismo.
Dini sottolinea come queste concezioni siano il cuore polemico della sovversione femminista, ribadendo che, al contrario, la differenza di cui parla il femminismo sia una differenza ancora tutta da realizzare e che emerge in diverse critiche mosse all’ordine simbolico del padre e al suo fondamento edipico. Inoltre, nel testo si mette in luce come questo gesto anti-edipico costituisca anche il punto di partenza per le teorie queer, quasi a suggerire un’alleanza con il femminismo della differenza spesso ritenuta impossibile nel dibattito italiano. Il pensiero della differenza femminista si caratterizza, in questo senso, per la consapevolezza della sessualità come di un luogo primario di potere spesso invisibile. Questa concezione, però, si intreccia con l’attenzione alla sessualità che caratterizza la biopolitica e che modifica la concezione della differenza in chiave biologica, mantenendo le differenze, ma nascondendone la dimensione di inclusione ed esclusione sotto una presunta naturalità. Proprio qui si mostra uno dei nodi del testo, che si interroga su come il femminismo possa reagire alla biopolitica pur condividendone alcuni luoghi: «in questa chiave Putino legge l’evento della libertà femminile all’epoca della biopolitica: sul piano propriamente biologico-politico, in cui la differenza funziona come segmentazione del continuum biologico e la differenza sessuale, insieme a quella etnica, dà corso a nuove gerarchie, impone funzioni, produce identità, si può sottrarre la teoria evoluzionista alle maglie del governo della specie e restituirla al rango di gai savoir» (p. 52).
La seconda parte del testo prende in esame il legame tra vita, sacro e politica, mostrando come una maggiore sacralità della vita corrisponda anche ad una sua maggiore esposizione ai rischi di morte: la tanatopolitica, infatti, non sarebbe altro che il reciproco della biopolitica. Dini passa in rassegna le teorie di Agamben, che legano biopolitica e sovranità, e quelle di Esposito, che enfatizzano la dimensione della comunità, per evidenziare come in entrambi si perda una specificità attribuita da Foucault alla biopolitica: la coimplicazione di questa con l’emergere della biologia come scienza, una convergenza non solo temporale, ma anche strutturale. Il testo poi analizza le riflessioni di Kristeva, Weil, Butler e Cavarero per mostrare modi diversi di illuminare aspetti diversi della nuda vita, del malheur o della vulnerabilità che caratterizzano il vivente e che possono ottenere come reazione due forme differenti di potere: quello sovrano basato sull’uccidibilità e il biopotere basato sulla cura. Ed è qui che si inseriscono le riflessioni di Putino sulla contiguità tra femminismo isterico e biopolitica a cui rispondere con la capacità di rimettere al centro il desiderio e l’eros, che permette una via d’uscita dall’amore come cura per aprire a pratiche differenti.
Questa invocazione a Eros ci introduce alla terza parte del libro, che approfondisce questo tema mettendo in luce come la biopolitica si caratterizzi per una forma di governo della specie che agisce tramite il desiderio e non attraverso la coercizione. In questo senso il femminismo è un luogo privilegiato, poiché allo stesso tempo spazio di possibile cattura, ma anche terreno di resistenza, grazie alla centralità che accorda al linguaggio, alla sessualità e al simbolico nella pratica e nella teoria politica. Ma perché la contiguità si trasformi in resistenza bisogna tenere presente che «nel momento in cui la governamentalità neoliberale espone il femminismo ad un pericolo insidioso perché, avendone assunto alcune istanze, rischia di neutralizzarne le pratiche e la presa teorica sul presente, occorre ritornare ai punti non assorbibili, non assimilabili, non addomesticabili del femminismo per rilanciarlo, e per smarcarsi in maniera chiara dalla convergenza con la traiettoria neoliberale» (p. 106).
Emerge, qui, un’ulteriore rischio: quello che il femminismo diventi strumento del neoliberismo, che si caratterizza per una costante valorizzazione delle soggettività e delle loro differenze.
Per scongiurare questo pericolo, Dini suggerisce di ripartire dalle zone d’ombra del neoliberismo, dal godimento che sfugge ad ogni logica prestazionale. Il testo riconosce la progressiva scomparsa della sessualità dal femminismo italiano, un movimento che troverebbe origine nella precauzione di non far coincidere politica delle donne e identità sessuale. Questa scomparsa, però, tende a rendere il femminismo stesso – forse sarebbe più corretto dire: una parte del femminismo – incapace di leggere in profondità l’attuale nesso tra potere e sessualità. Per reagire a questa incapacità La materiale vita ci spinge a tornare a domandarci cosa desideriamo, intendendo il desiderio come eccedenza e non come imperativo neoliberale al godimento. Si tratta, quindi, di un desiderio che non rimanda ad un’autenticità, ma ad una creatività del sé, ad una capacità di fare dell’etica una pratica.
Se il femminismo, quindi, può essere letto come una critica alla distinzione tra bios e zoè, che passa dalla messa in discussione della distinzione tra natura e cultura, Dini propone di stare nella contraddizione tra i due termini: una postura che potrebbe permettere di evitare le maglie strette dell’adesione totale alla tecnica o ai richiami arcaici all’autenticità. Alla fine del ricco viaggio che il testo propone, capace di una lucida analisi dei limiti del pensiero della differenza, rimane la consapevolezza che il femminismo non solo possa ancora essere un motore di resistenza, ma anzi, proprio per le sue contiguità con le forme di potere presenti, si riveli una pratica in grado di sovvertirne i meccanismi, mettendo al centro i corpi come luogo dell’inaspettato che sfugge le norme biopolitiche. Perché, però, questo sia possibile è necessario guardare ancora e di nuovo nell’abisso in cui si intrecciano tra femminismo e biopolitica: un gesto che ha poco di rassicurante ma può aprire a nuovi e imprevisti orizzonti.

Tristana Dini, La materiale vita. Biopolitica, vita sacra, differenza sessuale,
Mimesis, Milano, 2016, pp. 156

da About Gender Vol. 6 N° 11

di Maria Giovanna Piano

Negli antichi poemi epici, quelli che abbiamo studiato a scuola, viene sempre il momento in cui l’eroe è invitato a raccontare la propria travagliata storia. Lo fa davanti alla mensa imbandita in suo onore, l’onore che si rende all’ospite, allo straniero, anche quando nulla si sa di lui. Così Ulisse ad Alcinoo, così Enea a Didone: iubes renovare dolorem.

Anche Stefania Giannotti nel suo straordinario libro Troppo sale, un addio con ricette, edito da Feltrinelli, miscela cibo e doloroso racconto.

In questo caso però, a dispetto dei precedenti letterari che l’autorizzerebbero tutt’al più a piangere e raccontare insieme, lei racconta e insieme cucina.

Lo aveva già fatto in un saggio precedente: “La cucina è una fissazione”, in cui si allude a una storia che attende di essere narrata: “…dormivo con le foto sotto il cuscino di una mia pena che non racconto nei dettagli, perché ancora non ho trovato il modo” (Cuoche varie, Fuochi. La cucina di Estia, a cura di Liliana Rampello, Libreria delle donne, Milano 2014).

Un’attesa durata 25 anni, tanto ha preteso quella pena incommensurabile e incomunicabile che fin da subito trova nell’obbedienza che si deve all’irrimediabile, il suo senso profondo e, nel conseguente cammino, le parole per dirlo.

Un percorso sui generis, senza riverbero di retorica, che abbraccia d’istinto tutto ciò che dà misura.

C’è un coro di donne nella tragedia raccontata, e non è chiamato a dare consolazione, ma a salvare la vita. Primum vivere, mai risuona così irresistibile come in presenza della morte. E allora nessun corpo a corpo con il dolore, più semplicemente occorre non smarrirlo né perderlo di vista per troppa vicinanza. Serve una mediazione che restituisca la distanza giusta, una passione creativa, una cucina relazionale che si apra alla politica, una cucina della memoria, capace di fare spola mantenendo sempre lo stesso fuoco: il fuoco di Estia, attorno al quale è bello dissertare insieme “talvolta in accordo talvolta in disaccordo”.

Le portate espresse in 80 ricette sono la sosta utile al respiro di ogni sequenza narrativa, sono la stazione che ripara ciò che il ricordo potrebbe, per insostenibile lucidità, lacerare ancora. Per tenere insieme dolore della perdita e cibo bisogna avere una profonda cultura della trasformazione che riproponga nei gesti di una stessa esperienza i riti delle relazioni, soprattutto femminili, il passaggio antropologico dal crudo al cotto, la variazione delle combinazioni, e quel ripetuto portare alla bocca di ciò che ci attraverserà il corpo, diventando per decisiva alchimia, vita pura. È questa vita che abbiamo in sovrabbondanza, più di quanto possiamo sopportarne si potrebbe dire parafrasando Marilynne Robinson, è questa vita che deve vedersela con la perdita più dolorosa, quella che rischia di trascinarti giù giù e ancora giù nello stesso punto dell’abisso che ha crudelmente inghiottito la creatura amata. Cara agli dei, più cara alla madre.

Il titolo va preso alla lettera: Troppo sale. Troppo è quando qualcosa su cui non abbiamo potere si avventa su di noi, lasciandoci inermi, ferite/i, e sarebbe a morte se non fosse per la vita stessa. Da un 25 Agosto ormai lontano, ci arriva l’ansia di corpi bagnati di mare e l’immagine dell’adolescente deposto tra le braccia della madre ci restituisce per un istante una deposizione destinata chissà a immobilizzare per sempre quell’abbraccio in un unico blocco di sale. Troppo sale… sulla ferita, ma proprio dai cristalli di quel sale viene la scrittura perfetta, nitida e intensa che senza nulla concedere al lirismo, scansiona la vita in versi mostrando ciò che si può fare del dolore quando non si fugge il ricordo né lo si trasforma in simulacro.

Stefania Giannotti ci mostra per tutto il libro che è possibile riposizionare la morte nel luogo più soleggiato ossia più esposto alla vita, e che una donna può avere sufficiente forza e competenza di civiltà per sciogliere quel blocco e far rivivere ciò che rischiava di rimanere pietrificato. Lei del condimento conosce la giusta misura, che per il sale, come per la vita, è quanto basta.

(Facebook, 18 aprile 2017)

Consigli di lettura di Rosaria Guacci e Liliana Rampello

Itinerario nella nostra lingua madre (leggere fa bene)

di Rosaria Guacci

Molte delle migliori autrici italiane presenti oggi nel mercato librario mostrano una chiara filiazione rispetto ad alcune grandi scrittici del nostro recente passato letterario. Sopra tutte, fanno da modello per trame, stile, ispirazione, anche invenzioni Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Madri riconosciute, vengono prima – sono venute prima – e il legame con loro istituisce una genealogia. Di Morante e di Ortese e delle eredi letterarie più prossime, da Donatella Di Pietrantonio, Wanda Marasco e altre ancora, passando da Fabrizia Ramondino per arrivare a Elena Ferrante, il breve scritto a seguire traccia una bibliografia essenziale. Sarà possibile nel mese di luglio acquistare alla Libreria delle donne i loro libri, non facilmente trovabili altrove, con lo sconto del 10%.

 

Due fra i maggiori premi letterari italiani, il Campiello e lo Strega, ci segnalano che cinque scrittrici, finalmente, ce l’hanno fatta. I loro romanzi vengono messi a conoscenza dei lettori più attenti e segnalati come i migliori tra i pubblicati dell’ultima stagione letteraria. Teresa Ciabatti (La più amata, Mondadori) e Wanda Marasco (La compagnia delle anime finte, Neri Pozza) sono state selezionate nella cinquina che corre per il Premio Strega; Alessandra Sarchi (La notte ha la mia voce, Einaudi), Laura Pugno (La ragazza selvaggia, Marsilio) e Donatella Di Pietrantonio (L’arminuta, Einaudi), in quella del Campiello. Da tempo si sa che all’interno di un pubblico di lettori scarno come quello italiano sono le donne le lettrici più forti. Così come sono sempre le donne che scrivono a essere le più acquistate, ma nel rush finale mancavano, o quantomeno scarseggiavano, i premi a pregiarle. Ora, con buona evidenza la tendenza è cambiata. Come libraie della Libreria delle donne di Milano non possiamo che essere contente di questo risultato che ha un valore simbolico e un altro ben concreto. Significa aumento di visibilità anche nei termini di vendita e acquisto: ne beneficiano sperabilmente i libri delle donne in generale per l’aumentata circolazione di interesse. E torno a tre delle scrittrici che ho nominato. Ciabatti, Moresco, Di Pietrantonio, in compagnia di altre ancora tra le migliori del panorama letterario italiano, mostrano una chiara filiazione rispetto a madri eccellenti. Un riconoscimento presente nelle trame dei testi, nello stile, senz’altro nell’ispirazione, alle opere di alcune grandi di metà Novecento. Quelle che sono venute prima; sopra tutte Elsa Morante e Anna Maria Ortese.

In Morante la lotta fra immaginario e il reale è un tema chiave; l’altro presente in entrambe, in ognuna declinata a suo modo, è la passione per il mito. Con in più, in Ortese, la presenza di un territorio d’origine misterioso e fatale che influenza, con la sua oscura necessità, i personaggi. La storia di Edipo, la cui nascita è avvolta nel segreto, ci racconta che, uomo fatto, potrà conoscersi solo tornando alla sue prime radici: il futuro ripercorre le orme del passato e il tempo del mito è il tempo ciclico della ripetizione. È questo il meccanismo narrativo di L’isola di Arturo, Aracoeli, L’Iguana, riproposto anche in La più amata di Teresa Ciabatti. Chi sei tu, padre, e come posso afferrarti sottraendoti al mistero che ti avvolge? La domanda battente dell’io narrante, una giovane donna, che è poi il vero pregio del testo, avvicina il romanzo al morantiano L’isola di Arturo (ma qui siamo a Orbetello, e non a Procida) e volendo tener buona l’analogia troveremmo lo stesso ansioso interrogativo del bambino Arturo sull’identità paterna.

Donatella Di Pietrantonio introduce una variante del mito e la centra sulla figura materna; qui, del mito, muta la classica rappresentazione ma non la potenza. Cambia anche il paesaggio che è quello del mare e dei monti d’Abruzzo. Nel romanzo l’enigma dell’identità sconvolge la vita a una ragazzina di tredici anni, riconsegnata senza un chiaro motivo dalla famiglia adottiva alle sue miserabili origini. Stesso scenario, ugualmente violento, nella Compagnia delle anime finte di Wanda Marasco. Qui la storia s’incentra sul legame tra una figlia e una madre detentrice di una grande potenza immaginaria in contrasto con la sua miseria reale. L’ambiente è quello guasto e disperatissimo di Napoli, descritto col dialetto dei suoi “bassi” che è una lingua con leggi sue proprie. Siamo di nuovo in presenza dei temi forti di Morante e Ortese: la mezz’ombra tra ciò che si sogna e ciò che è vero, la narrazione dell’infanzia, la capacità di agganciare la propria vicenda personale alle sorti collettive. Si dovrebbero rileggere queste due grandi apripista ricostruendo i nessi che conducono dall’una all’altra, e da entrambe forse al meglio della letteratura italiana femminile. Su questa strada incontriamo Fabrizia Ramondino arrivando fino a Elena Ferrante. Un pensiero, e la necessaria citazione, vanno ancora alle grandi dimenticate dal canone letterario del nostro Novecento italiano: «scrittrici del calibro di Paola Masino, Alba de Céspedes, Anna Banti, Gianna Manzini, Dolores Prato» come ricorda sull’Huff Post del 22/7/2016 l’italianista Annalisa Andreoni. «E bisognerebbe scrivere, finalmente, una storia del romanzo italiano del secondo Novecento che segua le fila dei percorsi narrativi femminili in una prospettiva d’insieme e definisca il ruolo dell’ottima letteratura che le donne hanno dato all’Italia.» Di queste e molte altre autrici abbiamo in Libreria i romanzi difficili da trovare altrove. Nel mese di luglio potrete acquistarli con lo sconto del 10/%. Ne do qui una bibliografia essenziale. (Rosaria Guacci)

Bibliografia:

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori

Wanda Marasco, Anime finte, Neri Pozza

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi

Laura Pugno, La ragazza selvaggia, Marsilio

Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce, Einaudi

Elsa Morante, L’isola di Arturo, Einaudi

-, Menzogna e sortilegio, Einaudi

-, Aracoeli, Einaudi

-, Il mondo salvato dai ragazzini, Einaudi

-, Lo scialle andaluso, Einaudi

-, La storia, Einaudi

-, Pro e contro la bomba atomica, Adelphi

-, Menzogna e sortilegio, Einaudi

Anna Maria Ortese, L’Iguana, Adelphi

-, Alonso e i visionari, Adelphi

-, Il Cardillo addolorato, Adelphi

-, Il porto di Toledo, Adelphi

-, L’infanta sepolta, Adelphi

-, Il mare non bagna Napoli, Adelphi

-, Poveri e semplici, Vallecchi

-, La lente scura, Adelphi

Fabrizia Ramondino, Storie di patio, Einaudi

-, Althenopis, Einaudi

-, Passaggio a Trieste, Einaudi

-, Taccuino tedesco, Nottetempo

Elena Ferrante, L’amica geniale, quadrilogia, e/o

-, L’amore molesto, e/o

-, I giorni dell’abbandono, e/o

-, La frantumaglia, e/o

Anna Banti, Artemisia, Se Studio editore

-, Quando le donne si misero a dipingere, Abscondita

AA.VV., Alba De Cespedes, Il Saggiatore

Gianna Manzini, Autoritratto involontario, La Tartaruga

-, Cielo di Pistoia, Via del Vento

Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, Quodlibet

-, Sogni, Quodlibet

-, Scottature, Quodlibet.

 

Breve itinerario americano

di Liliana Rampello

Per l’estate propongo questo itinerario fra le scrittrici americane, romanzi e racconti di ottima scrittura, di diverso stile, di tempi e di aree geografiche che molto ci fanno intendere delle differenze e dei contrasti di questo grande paese, e ci aiutano a capire, attraverso le loro atmosfere e i loro personaggi, anche il clima culturale attuale.

 

Flannery ‘O Connor, Tutti i racconti

-, Il cielo è dei violenti

Josephine Johnson, Ora che è novembre

Eudora Welty, Una coltre di verde

Carson McCullers, La ballata del caffè triste

-, Riflessi in un occhio d’oro

Vivian Gornick, Legami feroci

Willa Cather, I racconti di Pittsburgh

-, Il mio nemico mortale

-, La mia Antonia

Mavis Gallant, Piccoli naufragi

-, Al di là del ponte e altri racconti

-, Varietà di esilio

Susan Glaspell, Una giuria di sole donne

Joan Didion, Prendila così

-, Run river

-, Miami

Joyce Carol Oates, Il giardino delle delizie

-, Una famiglia americana

Alice McDermott, Il nostro caro Billy

-, Qualcuno

Sara Taylor, Tutto il nostro sangue

Siri Hustvedt, Quello che ho amato

-, L’estate senza uomini

  1. M. Homes, Jack

-, Musica per un incendio

-, Los Angeles

Marylinne Robinson,  Le cure domestiche

-, Lila

Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti

Emma Cline, Le ragazze

Anne Tyler, Elizabeth Strout, Alice Munro… qualsiasi cosa.

 

(www.libreriadelledonne.it, 1° luglio 2017)