di Silvia Niccolai
Interpretare i «diritti riproduttivi» come possibilità di accesso a tecniche di procreazione artificiale può far dimenticare che in un’altra prospettiva l’espressione indica i «diritti di riproduzione delle minoranze etniche e delle donne del Sud del mondo, che non hanno a che vedere con sofisticate tecnologie ma con una più equa distribuzione delle ricchezze, con la sopravvivenza indigena, con la lotta contro il patriarcato, il razzismo e la globalizzazione neoliberista». La ricerca di Laura Corradi, Nel ventre di un’altra. Una critica femminista alle tecnologie riproduttive (Castelvecchi, pp. 93, euro 13.50) mostra le contraddizioni che intercorrono tra le due accezioni del lemma.
Nell’ambito della riproduzione corre una «divisione del lavoro» che vede «da una parte le non abbienti che vendono ovociti o «affittano» l’utero, dall’altra le benestanti che pagano, per problemi di salute, di infertilità, perché non vogliono sottoporsi a una gravidanza» o vogliono risparmiarsi l’iter di una fecondazione artificiale. Le «operaie della riproduzione» si sottopongono a procedimenti che «distruggono l’integrità della donna come persona umana e la riducono a una massa di materiale riproduttivo», messi a punto in laboratori strettamente «collegati al mondo degli affari». Tecniche «costose» diventano «accessibili» perché il loro prezzo è pagato da donne «localizzate altrove, geograficamente o socialmente, rispetto a chi le percepisce come un mezzo per ottenere un brandello di felicità».
Laura Corradi è una «sociologa del corpo» che guarda alla procreazione artificiale e alla surrogazione di maternità cosiddetta «gestazionale» (dove una donna si rende «portatrice» di un ovulo fecondato artificialmente, con l’impegno di rinunciare al bambino e consegnarlo ai committenti), tenendo presenti le femministe che negli anni Settanta seppero «condensare nel tema della salute delle donne diversi elementi di critica al capitalismo e al patriarcato», e, come ricordano Marina Santini e Luciana Tavernini in Mia madre femminista (Il poligrafo 2015), «ruppero il silenzio intorno al corpo femminile».
La sindrome da iper-stimolazione ovarica, rileva Corradi, è indagata ma sottostimata: così con la «donatrice» (spesso «seriale») di ovociti ci abituiamo a considerare «normale» che una persona sopporti rischi medici «senza alcun beneficio sanitario». Mentre mancano i finanziamenti per approfondire «i rischi di cancro e altre malattie associate ai trattamenti per la fecondazione artificiale», gli studi che individuano i rischi per i nascituri (in termini di percentuali maggiori, rispetto ai bambini concepiti naturalmente, di difetti alla nascita), e i cambiamenti nell’immunotolleranza dell’embrione il cui genoma non è concordante con quello della gestante non sono diffusi perché scoraggerebbero il mercato. I danni del taglio cesareo, normale in caso di surrogazione, il lavoro femminista sulla «gravidanza e il parto come momenti naturali da vivere nella pienezza delle sensazioni e delle emozioni» (ancora Santini e Tavernini), il diritto della donna e del neonato all’allattamento al seno sono rimossi. Non potrebbe essere altrimenti nel quadro di biotecnologie che, impegnate nella «messa a valore della vita sin dal suo concepimento», guardano al corpo femminile come al teatro inanimato di processi cui sono altri a dare senso e scopo.
Soffermandosi sulle candidate madri surroganti americane premiate dal giudizio di avere un «buon equilibrio mentale» perché capaci di capire «di essere solo il vettore del bambino», Corradi denuncia un mondo che vuole le donne, diremmo con parole di Luisa Muraro, «tanto necessarie, affinché si produca la traiettoria che va dall’embrione al genitore, e tanto dotate di capacità deliberativa, quanto prive di autorità» (Perché l’uomo? in Utero in affitto o gravidanza per altri?, a cura di Lidia Cirillo, edito da Franco Angeli nel 2017); la buona madre surrogante, osserva Laura, «deve essere obbediente e non avere pretese sul prodotto del suo lavoro riproduttivo». Questo il nodo politico.
Studiando con «lo sguardo rivolto a popolazioni e contesti diversi: indigene messicane, profughe dei campi palestinesi, contadine indiane», Laura ha visto che «di norma, le donne individuano abbastanza bene quali siano le decisioni da prendere per il benessere della comunità, perché da sempre hanno la responsabilità della riproduzione», siano o meno, come singole, madri.
Davanti alla portata espropriativa delle tecniche riproduttive occorre riprendere questa responsabilità, esercitarla a tutto campo: saper essere disobbedienti, e sapienti. Per Laura Corradi è urgente riaprire, nel femminismo, la «questione scientifica» come «critica femminista della scienza» e questione che riguarda tutti i campi del sapere.
«Il gergo medico non è mai stato un ostacolo per il movimento femminista» e le ormai tante donne scienziate possono essere stimolate a diventare «interlocutrici, in un rapporto dialettico, anche conflittuale». Per pensare «una forma differente di scienza, un sapere non alienato dai soggetti», possono esserci maestre le femministe di colore, le ricerche condotte in condizioni diverse e lontane, «troppo spesso ignorate», che riscoprono «forme non dicotomiche di sapere, saggezza e intelligenza», e le pratiche improntate a «relazioni fondate su reciprocità, azione per il bene comune e rispetto della natura», che rendono possibili «tecnologie utili nella prospettiva di una economia solidale».
Decostruire la «scienza del capitale, patriarcale e razzista», è un impegno al quale in Italia, osserva Corradi, il «fronte laico» ha in larga parte rinunciato sin dai tempi del referendum sulla fecondazione assistita. Le conseguenze si fanno sentire sul dibattito odierno. L’alternativa tra surrogazione gratuita e onerosa omette di considerare che «i problemi di salute per la donna sono indipendenti dal compenso o dalla gratuità»; il richiamo alla «libertà di scelta sul proprio corpo» ignora che ogni scelta avviene in «uno spettro di possibilità ristretto da interessi economici e politici». Il legame coi diritti dei gay, che tende a far bollare come politicamente scorretto il contrasto alla surrogazione, mentre fa dimenticare che «la stragrande maggioranza di coloro che vi fanno ricorso sono coppie eterosessuali» sposta l’attenzione dall’unico soggetto davvero centrale, la donna, e dal sostantivo portatore di interessi: la «potente lobby delle tecnologie riproduttive» che si legittima manipolando l’aspettativa di «un figlio a tutti i costi».
Il pur giusto rilievo secondo cui le tecniche riproduttive possono contribuire al superamento di un modello tradizionale di famiglia e di sessualità si risolve nella «delega del cambiamento politico e sociale alle tecnologie», quando non è associato alla ricerca delle condizioni di «una scienza controllata dal basso» ed è argomentato senza tener conto della differenza sessuale.
Da un punto di vista «post-coloniale e intersezionale», attento alla «critica eco-femminista della scienza» e che «riflette sul rapporto tra donne», Laura Corradi contribuisce al rinnovamento e alla maggiore apertura di una discussione qualche volta provinciale e dimentica che nei confronti del bio-potere («quello sì, contro-natura») che riduce la generazione della vita a fatto tecnico si possono muovere critiche che non originano «da considerazioni religiose o morali ma dall’interesse per la salute delle donne, e che si inseriscono nel contesto internazionale di un femminismo radicale critico e sonoro su questioni riguardanti scienza, salute, ambiente e politiche del corpo».
(il manifesto, 18 settembre 2018 )
a cura di Antonella De Gregorio
Lui è andato vicino al premio Nobel per la Fisica (2013) per aver partecipato alla scoperta del bosone di Higgs. Lei lo scorso anno ha sfiorato il «Nobel» degli insegnanti, il Global Teacher Prize, arrivando – unica italiana – nei 50 finalisti tra 40 mila candidati. Ma Guido Tonelli, fisico delle particelle, scienziato del Cern di Ginevra, docente all’Università di Pisa, e Lorella Carimali, che insegna matematica al Liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano, hanno molto altro in comune. Personalità, passione e metodo. La convinzione che la matematica sia un’impresa creativa e un’ostentazione di audacia. Oltre a una non comune capacità di innovare. «Anche se gli innovatori vivono periodi difficili e sono soli. Perché quando innovi, nella scuola italiana non c’è nessuno che ti sostiene», dice Carimali, che al palcoscenico di Dubai, tra i prof più meritevoli del mondo, è arrivata grazie al suo approccio pratico e creativo alla materia, fatto di lavori di gruppo, ipertesti, progetti multimediali, sceneggiature teatrali che sono i suoi studenti a scrivere, mettendo in scena la teoria della relatività o la geometria non euclidea.
Adesso, nel suo ruolo di «ambasciatrice» della matematica, pubblica un romanzo (La radice quadrata della vita, Rizzoli) che mette a confronto due generazioni di insegnanti, parla del lavoro instancabile dei docenti e della matematica: come tecnica per affrontare la vita attraverso il ragionamento ed espediente per trovarne gli aspetti positivi. Come la radice quadrata, appunto, che può esistere solo se il numero sotto radice è positivo. Un libro che punta a trasmettere a tutti la bellezza del pensiero matematico, in cui convivono libertà, armonia e rigore.
Anche per Tonelli la matematica insegna ad affrontare i problemi con razionalità ed efficacia. «Ma ha anche la capacità di portare in mondi sconosciuti e strabilianti. Quando immagini che cos’accade accanto a un buco nero, le deformazioni dello spazio-tempo legate alla massa e all’energia, e lo fai con espressioni semplici da scrivere alla lavagna anche se difficili da capire, lì vedi la potenza e la bellezza della matematica».
Com’è nato questo libro, professoressa Carimali? E cosa ci ritrova, professor Tonelli, della sua esperienza?
LORELLA CARIMALI – Volevo stimolare una riflessione sul significato della formazione e l’importanza della condivisione; raccontare un passaggio di consegne tra generazioni di maestri. E andare contro la scissione che resiste tra cultura umanistica e scientifica. Soprattutto, trasmettere l’idea che la scuola è un luogo di relazioni e che il futuro lo si costruisce insieme. Pensando matematicamente.
GUIDO TONELLI – Sì, tutto questo l’ho trovato. Assieme a una questione fondamentale: come esercitare la professione di docente, come farsi rispettare, come esercitare l’autorità. Leggendolo, ho rivissuto il breve periodo in cui insegnai alle superiori. Ricordo un ambiente duro, insegnavo elettronica ed elettrotecnica all’Istituto nautico di La Spezia. Mi stupì quanto rapido fu l’innamoramento dei ragazzi per quest’insegnante, pur giovane come loro, quando avvertirono carisma e passione. La supplente del libro, Bianca, è come un flashback: il primo ingresso in classe, il pregiudizio degli studenti, magari pluriripetenti, quasi coetanei.
Nel libro Donatella, docente esperta, spinge la giovane supplente a volare alto, a confrontarsi con problemi sempre più difficili. È così? L’istruzione offre sfide adeguate agli allievi?
GUIDO TONELLI – Non mi sembra. Ultimamente vedo piuttosto una tendenza a semplificare, come se trattassimo i ragazzi da incapaci. Bisogna invece metterli di fronte a difficoltà anche superiori rispetto a quelle che incontravamo noi dopo l’adolescenza, perché il mondo al quale si affacceranno loro sarà più complicato. Il ruolo della scuola è anche di trasmettere fiducia.
LORELLA CARIMALI – Se penso a ciò che faccio io di diverso in classe, è proprio questo: infondere fiducia, fare in modo che i ragazzi credano in sé stessi. Va liberata l’energia che hanno dentro.
GUIDO TONELLI – Sì, è vero, per certi versi è una generazione spaventata ma hanno dentro questa forza. Bisogna valorizzarla e allora il destino di tanti non sarà più quello di andarsene dall’Italia. Io ho il privilegio di lavorare circondato da giovani menti brillanti, selezionate nelle migliori università del mondo. Tra di loro, i nostri non sfigurano certo; anzi, corrono veloci come e più degli altri.
Qualche mese fa, in una lettera aperta su «la Lettura» alla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, professor Tonelli, ricordava uno dei suoi insegnanti, capace di coltivare negli allievi la logica e la capacità di superare gli ostacoli. E invitava la ministra a trovare e sostenere insegnanti così. Oggi riformulerebbe la richiesta al ministro Marco Bussetti?
GUIDO TONELLI – Certo, continuo a pensare che nelle scuole ci sia bisogno di persone appassionate del proprio mestiere oltre che competenti. Io giro centinaia di scuole per fare divulgazione e ne trovo tanti di insegnanti così. Magari anche guardati con diffidenza dai colleghi, perché spesso chi vuol fare qualcosa di nuovo trova ostacoli. L’istituzione dovrebbe «vedere» queste persone e riconoscerne il ruolo. Allora avevo usato provocatoriamente la questione dei soldi, proponendo retribuzioni adeguate e progressioni di carriera. Ma l’importante è riconoscere le punte di eccellenza e consentire loro di espandersi. Se diamo insegnanti bravi, i nostri ragazzi imparano cose incredibili. È questa la sfida.
LORELLA CARIMALI – I bravi insegnanti non mancano ma tante esperienze si perdono in una scuola che oggi paradossalmente è più indietro rispetto a dieci anni fa. Le lezioni frontali, le bocciature, le prove parallele per classi… che senso hanno? Sono d’accordo con il professor Tonelli, ovviamente: quando un insegnante fa innovazione va sostenuto. Ma penso anche che il rilancio della scuola debba passare attraverso il rilancio della figura dell’insegnante. Bisogna riportarlo al centro, come persona autorevole, di cui si ascoltano i pareri. Per farlo, quello che manca in Italia e che invece ho visto funzionare all’estero è proprio la progressione di carriera.
In che modo?
LORELLA CARIMALI – Si potrebbe pensare a un sistema che faccia diventare i professori che hanno maturato esperienze significative una risorsa anche per i colleghi. Per esempio tenendoli metà delle ore in classe e metà nelle università, distaccati nei corsi dove si formano i nuovi insegnanti. Nel periodo di distacco verrebbe riconosciuto quello che hanno fatto di nuovo, la loro produzione intellettuale.
In una società in cui i ruoli educativi sono sempre più articolati e segmentati, si trasmette ancora ai ragazzi il rispetto per l’istruzione e per gli insegnanti?
GUIDO TONELLI – Si andava un tempo al colloquio con gli insegnanti con timore e sussiego. Il professore aveva un prestigio sociale che nasceva non dallo stipendio ma dalla funzione. Guardando alla mia esperienza, io sono il primo non solo che si è laureato ma che ha preso un diploma nella mia famiglia: mi han fatto studiare non per diventare una persona importante o guadagnare, ma perché l’istruzione era considerata uno strumento in più per diventare persone libere. Questa cosa si è persa un po’ per motivi culturali, un po’ per azione politica che è mancata nei governi di tutti gli orientamenti. È rarissimo trovare ministri dell’Istruzione che siano persone di grande competenza e professionalità. Manca, nelle famiglie, a livello politico e di opinione pubblica, l’idea che l’innovazione e la conoscenza siano la cosa più importante per il futuro del nostro Paese. E se ne pagano prezzi altissimi.
Quali sono i vostri modelli, chi ha dato un imprinting al vostro lavoro?
GUIDO TONELLI – Il professor Tartaglione, di cui si parlava in quello scritto su «la Lettura», che ha fatto appassionare alla storia e alla filosofia tutta la classe. L’imprinting che ci ha dato, il rigore, la ricerca, la passione e il suo impegno intellettuale e civile sono stati decisivi per generazioni di studenti.
LORELLA CARIMALI – Per il mio stile di insegnamento il modello è stata forse un’anziana maestra delle elementari, rigorosa ma dolcissima, che dopo avermi dato un’insufficienza per un compito tutto corretto ma disordinato, tornò sui propri passi: la mia reazione di sconforto le fece capire che non aveva usato lo strumento giusto. Mi ha insegnato che dobbiamo guardare sempre chi abbiamo davanti. I miei studenti sentono che non li giudico e che sono lì per aiutarli a far uscire quello che hanno dentro.
Veniamo alla ricerca, grande ammalata del sistema Italia, dove gli investimenti sono tra i più bassi dei Paesi del G7. Di recente, professor Tonelli, ha fatto discutere la sua affermazione riguardo agli investimenti europei in ambito scientifico, inferiori di almeno tre volte rispetto agli Usa. Ma quando si arriva al tempio della ricerca, il Cern, si gode di giusta considerazione?
GUIDO TONELLI – Nel ranking internazionale la fisica delle alte energie occupa un ruolo di rilievo e si avverte meno la mancanza di investimenti. Ma è vero, non si è compreso a sufficienza a livello europeo e soprattutto in Italia che nel XXI secolo avranno da dire qualcosa nel mondo i Paesi che producono innovazione, tecnologia e cultura. In Italia, in particolare, gli investimenti sono discontinui, manca una visione strategica dell’innovazione e della ricerca. E sì che le condizioni di base ci sono: creatività accumulata, un’enorme tradizione, soprattutto nella fisica e nella matematica. Ma non c’è nessuna visione politica che metta al centro un serio potenziamento della ricerca.
Su cosa deve puntare l’istruzione per formare le giovani generazioni?
LORELLA CARIMALI – Molte ricerche oggi dicono che i lavori basati solo sulle conoscenze saranno in futuro sostituiti da robot, dunque una scuola che insegni solo nozioni è destinata a formare infelici senza possibilità di inserirsi nella vita. Dobbiamo invece impegnarci per costruire una scuola che formi alle «4C»: Critical Thinking, Comunicazione, Collaborazione e Creatività.
E che dia più spazio alle discipline Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica)?
GUIDO TONELLI – Non credo nell’eccessiva specializzazione: viviamo in una società tumultuosa in cui le cose cambiano rapidamente e dobbiamo aspettarci nuove rivoluzioni nei prossimi decenni, per le quali bisogna essere preparati. Serve una formazione di base molto solida, con la capacità di adattarsi alle novità. La creatività in fondo è capacità di risolvere problemi nuovi e a noi italiani viene particolarmente bene. Quando nelle grandi aziende internazionali ci si trova davanti a una crisi, a un oggetto tecnico che non funziona, spesso sono gli italiani, nel team, quelli che trovano le soluzioni. Forse perché la storia così complessa del nostro Paese ci ha permesso di selezionare, nel nostro Dna, la capacità di sopravvivere, di trovare la via d’uscita.
Che fare contro lo stereotipo che vuole le ragazze più brave nelle materie letterarie o creative che in matematica?
LORELLA CARIMALI – Che le ragazze «non siano portate per la matematica» è uno stereotipo molto italiano: va combattuto con convinzione. Così come il pregiudizio che la matematica sia una materia per pochi. Il pensiero matematico va allenato come ci si allena in palestra.
GUIDO TONELLI – All’università ho visto cambiare drasticamente la situazione negli ultimi vent’anni: a Fisica più della metà degli studenti sono ragazze; a ingegneria informatica, dove si contavano sulle dita di una mano, ora sono almeno il 30%. E sono determinate e preparate spesso più dei colleghi maschi. Aumenta la presenza femminile ai piani alti delle istituzioni scientifiche. Nella fisica abbiamo visto un fiorire di personalità di rilievo: Fabiola Gianotti direttore del Cern produce effetti a valanga. Penso che l’Italia sia destinata a cambiare rapidamente.
LORELLA CARIMALI – Non sono così ottimista: ho fatto molte ricerche, da donna e da insegnante che vuole dare a tutti gli stessi strumenti e che vede la matematica come fondamentale per esercitare il proprio diritto di cittadinanza. Il gap tra maschi e femmine scompare solo in quei Paesi dove il lavoro di cura viene considerato al livello degli altri lavori.
(Corriere della sera-La lettura, 9 settembre 2018)
di Laura Minguzzi
Alex Martinis Roe, To Become Two. Propositions for Feminist Collective Practice, Published by Archive Books, 2018, pp.277, in collaborazione con ar/ge kunst; Casco-office for Art, Design and Theory; If I Can’t Dance, I Dont’t Want To Be Part Of Your Revolutin; and The Showroom
“Per diventare due” questo il titolo del libro, in lingua inglese, ricco di fotografie, illustrazioni e disegni, con cui l’autrice Alex Martinis Roe, che opera a Berlino dove si è trasferita dall’Australia, racconta con precisione, cura e fedeltà la sua ricerca di artista film maker femminista. Ricerca che ha avuto inizio da un incontro con Luce Irigaray nel 2012. In un susseguirsi di dialoghi, conversazioni, incontri alla Librairie des Femmes (Psychanalyse et Politique) di Parigi, alla Libreria delle donne di Milano, alla Ca la Dona di Barcellona, a Duoda Centre de recerca de dones dell’Università di Barcellona, all’Università di Utrecht, a Sydney al Feminist Film Workers and the Sydney Filmmakers Co-opewrative-as a practice of alliance ecc., l’autrice ha filmato, scritto e creato una storia della generazione genealogica del femminismo europeo intrecciandolo con le sue radici australiane. Il femminismo delle origini e la pratica relazionale con le sue invenzioni sono restituite vivificate dal desiderio di Alex di comprendere dove e come sono nate. Il libro è suddiviso in due distinte sezioni, precedute dall’introduzione dell’autrice.
Nella prima sezione, To Become Two, una serie di brevi saggi esplora la singolare genealogia di pratiche e teorie della differenza sessuale. L’autrice ha messo in relazione in uno scambio fertile le sue personali esperienze e riflessioni con le varie teorie e pratiche delle comunità femministe di cui ha voluto indagare le pratiche politiche.
Nella seconda sezione, Our Future Network, espone venti progetti-esperienze frutto di altrettanti workshops residenziali in diverse città europee. A Berlino in una grande casa ha riunito e sviluppato con un gruppo di artiste il progetto Propositions for Feminist Collective Practice. Essendo convinta dell’efficacia e dell’importanza cruciale della pratica di relazione inventata dalla Libreria delle donne di Milano, Alex Martinis Roe dichiara di avere coinvolto artiste attive in vari ambiti culturali specifici (danza, musica, letteratura, cinema) o attiviste in campo ambientale, economico, accademico, storico, istituzionale, abitativo per farle interagire con la pratica di relazione del femminismo della differenza e da questa interazione-scambio sono nate le Propositions di cui sopra. Il libro è utilmente leggibile o consultabile anche per la dettagliata bibliografia in varie lingue che fornisce e le biografie di tutte le collaboratrici che hanno contribuito alla realizzazione del lavoro e che l’autrice ringrazia.
(www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2018)
Recensione di Mira Furlani
Sulla scrittura delle donne in passato si è registrata una cancellazione che ha impedito di annoverarla nella cultura canonica, nascondendo così alle successive generazioni la creatività sorgiva di tanti testi femminili. Ma, afferma Luisa Muraro, l’inganno numero uno è un altro: si è voluto “far credere trattarsi di una semplice discriminazione antifemminile, vale a dire di una questione di diritti negati. Si tratta, invece, di una contraddizione riguardante il rapporto fra la scrittura e la tradizione: il senso della scrittura per una donna e la vita stessa del suo desiderio sono di una qualità che non si presta alla fissazione di un canone, e domandano un’altra tradizione”. E prosegue: “Finora molte studiose hanno lavorato sui testi di donne con l’intento di riparare ad un torto di dimenticanza o di discriminazione, e con l’obiettivo di iscriverli nella tradizione canonica. Ma quel fatto che dicevo, ora che è venuto alla luce e se la mia intuizione non è sbagliata, ci invita a lasciar perdere le illusioni progressiste e le rivendicazioni femministe, per interrogarci sulla scrittura femminile che resta fuori dai canoni della cultura ufficiale: se è vero che qualcosa la rende, di suo, non traducibile in quelle forme, CHE COS’È?” (Le amiche di Dio, 2001 pag. 205).
Nella mia ignoranza sono rimasta a lungo ferma su questa domanda: che cos’è? La risposta mi è arrivata poco tempo fa, dopo aver letto il recentissimo libro intitolato Dire Dio nella lingua materna.
Dire Dio nella lingua materna è un testo-intervista con domande che Lucia Vantini, giovane teologa e filosofa di Verona, rivolge a Luisa Muraro. Le domande (lo percepisce bene una donna come me che l’amore verso il Vangelo e una lunga pratica cristiana fuori dai canoni tradizionali, l’ha portata a un duro conflitto con il parroco di una comunità parrocchiale definita progressista), fanno affermazioni e considerazioni, a volte mostrando incertezze che complicano il ragionamento che poi le successive risposte di Luisa Muraro riescono a sgarbugliare, sciogliendo i nodi come neve al sole. Quasi un miracolo, mi sono detta più volte durante la lettura! Dire Dio nella lingua materna è così difficile? Sì e no. Per Giuliana di Norwich è facilissimo: nel suo Libro delle rivelazioni, che risale verso la fine del 1300, essa sviluppa una teologia della maternità di Dio scrivendo in lingua materna.
Dopo un’introduzione scritta dall’intervistatrice, il testo si snoda fra domande e risposte, ciascuna delle quali porta un titolo suo proprio. Tutte le risposte di Luisa Muraro dicono e aprono alla lingua materna fra verità soggettiva, cultura e sapienza che conducono, sia chi interroga che chi legge, verso una autocoscienza illuminante, dentro e fuori di sé.
Di seguito segnalo solo alcuni temi che mi hanno colpita e fatto riflettere, con l’unico scopo di mostrare la profondità degli argomenti trattati nel libro:
- Che cosa c’entra Dio con una donna che va al mercato senza farsi intimidire dai prezzi, spinta solo dal proprio desiderio? (pag. 50-51);
- Andare oltre la Sacra Scrittura, come tipica impresa del dio Spirito Santo (pag. 71-72);
- Credere nella felicità come fatto che può capitare, crederci per esperienza propria e come punto di partenza presente nelle rivelazioni mistiche (pag. 74). Per es. nel comunismo l’essenziale era sentirsi uguali, compagni, protagonisti: era il punto di partenza di tutto il resto. Che cosa viene a mostrarsi nelle “rivelazioni” scritte dalle mistiche? Il punto di partenza! (pag. 75);
- La mistica e poeta Hadewijck scrive: soffrire per amore è guadagnare (pag. 106). Com’è illuminante e controcorrente la sua visione rispetto la mentalità moderna e post-moderna del dominio e del possesso e quella di una società dei femminicidi e l’inumana alternativa del mors tua vita mea delle migrazioni respinte (pag. 69);
- Sostiene Luisa Muraro: Il desiderio non ha l’ultima parola (pag. 106). Infatti la beghina e mistica Margherita Porete, morta nel 1310 bruciata viva a Parigi a causa del suo libro Lo specchio delle anime semplici, parla di una morte del desiderio che porta il personaggio di Anima (Margherita stessa) in vista del paese della libertà (pag. 105-106): “…il non bastarmi, la mancanza, è quello che ho di più valido, perché se mi bastasse in quanto riesco io ad amare, sarei scadente tanto quanto poco ho di amore” (pag. 107).
Non dirò nulla sul finale, parole stupende di verità che sembrano, e forse lo sono, direttamente ispirate dal dio Spirito Santo.
Luisa Muraro con Lucia Vantini, Dire Dio nella lingua materna, editrice Il Margine, 2018, pp. 124, 12 euro.
Attualmente il libro è acquistabile solo alla Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29 Milano, e si può richiedere via e-mail a info@libreriadelledonne.it.
(www.libreriadelledonne.it, 6 settembre 2018)
di Lea Melandri
Tra le domande ricorrenti alle donne che scrivono (come scrivi?, perché scrivi?) ce n’é una particolarmente fastidiosa: esiste una scrittura «femminile» diversa da quella «maschile»? Il fastidio – scrive Maria Rosa Cutrufelli nelle prime pagine del suo ultimo libro Scrivere con l’inchiostro bianco (Iacobelli editore, pp. 161, euro 13) – è dovuto anzitutto al fatto che viene rivolta esclusivamente alle scrittrici: «come se la differenza sessuale fosse una faccenda di donne, dato che quella maschile non è una differenza: è la norma». Come già osservava Patrizia Violi (L’infinito singolare; Essedue, 1986), il linguaggio, come la cultura in genere, dà voce a un solo soggetto, apparentemente neutro e universale, in realtà maschile.
Se la parola delle donne è spesso così difficile – era la conclusione – non è dunque «perché le donne sono inadeguate al linguaggio, ma perché è il linguaggio inadeguato alle donne». Del resto, già all’inizio del ‘900, Sibilla Aleramo con la lucida intuizione di una coscienza femminile anticipatrice aveva scritto: «Io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo, aprioristicamente ammessa, poi compresa per virtù di analisi».
QUANTO TEMPO è passato prima che le donne potessero avere accesso a quella «città proibita» che è stata per loro l’invenzione letteraria, uscire dalla «notte linguistica della prudenza emotiva» – la segretezza di cuore, di carne e parola, che ci si attende da loro e che le madri stesse hanno imposto alle figlie con la forza di una legge? Quanto è costato in fatica, dolore, malattie e morti, «esporsi, mostrarsi agli altri senza veli», affrancarsi dalla soggezione della mente per illuminare il proprio mondo poetico, e farlo prima di scoprire di non essere sole e potersi specchiare nelle opere di altre donne? Quanta strada resta ancora da fare perché le donne da Muse ispiratrici del racconto dell’altro, «via di passaggio per la gloriosa genealogia maschile», possano, da soggetti di scrittura, riscrivere la storia non ancora narrata, fuori da canoni, pregiudizi, attese sociali, permessi e divieti?
SONO QUESTE le domande da cui parte il singolare libro di Maria Rosa Cutrufelli, scritto con «l’inchiostro bianco» proprio di chi ha saputo sottrarsi a contrapposizioni note – tra saggistica e poesia, vita letteratura e scrittura, finzione e realtà, autore e opera, Nord e Sud – e farne un felice, originale intreccio, quale dice essere stata la sua vita di «donna e meridionale». Femminista combattiva, capace di tenere di pari passo la scrittura e l’impegno sociale, Maria Rosa Cutrufelli sa che l’ostilità della «gente del Nord» per la sua Sicilia – vista come «terra di sangue e di miseria» – ha parentele con il sessismo, di cui le donne sono state vittime e forzatamente complici, costrette, nel momento in cui hanno tentato di far valere la loro presenza e la loro parola, a districarsi tra stereotipi di sesso e di razza, a dover scegliere tra paura, silenzi e «impudicizia», tra la paziente, faticosa ricerca di una individualità autonoma da modelli imposti e una «emancipazione nera», segnata dal machismo di padri, mariti, fratelli. A Manuela, la ragazza di mafia con le armi in pugno, emersa come una nuova Proserpina dal buio di un mondo femminile a lei sconosciuto, miscellando dati di realtà e fantasia, Maria Rosa offrirà il «colore di Tina», la protagonista del suo romanzo Canto nel deserto. Ma quando sarà aggredita da lei, come persona reale, alla presentazione del libro a Gela, riconoscerà di aver desiderato quell’incontro nella vita come nella scrittura. Di quel corpo a corpo tra due donne , appartenenti pur con destini diversi a una storia comune, dirà di aver visti «la stessa ansia di imprimere nel mondo il proprio marchio, la stessa brama di affermarsi».
I MITI, LE SCRITTURE degli uomini, raccontano di figlie strappate violentemente alle madri, costrette a vedersi riflesse dallo sguardo dell’uomo, come nel caso della «coppia sacra» di Demetra e Core, o piegate a un amore femminile, senza contropartita, di silenzio e sacrificio, come la ribelle Antigone di Sofocle riportata, forse non a caso, «sotto l’egida paterna» nell’Edipo a Colono. Figure doppie, contraddittorie, vissute per secoli nell’immaginazione e nei racconti dell’altro sesso, debitrici della loro grandezza al fatto di essere «figlie e spose di grandi», il corpo attraverso cui passa la memoria e la storia di altri. «Non c’è lirica, non c’è poema senza una donna che lo ispiri. Peccato che i ruoli non siano intercambiabili».
Ebbene, qualcuna ci ha provato a farsi cantora. È Madama Gasparina, la poetessa Gaspara Stampa, a cui il libro dedica alcune delle pagine più intense del libro. La sua scoperta «impudicizia» nel modo irriverente di apostrofare l’uomo amato non aveva impedito a tanti personaggi noti di cercare le sue lodi. Dispensatrice di gloria, le sue rime «imprudenti» erano rimaste al contrario consegnate al silenzio e la sua persona fatta oggetto di curiosità pettegola. Sarà la sorella Cassandra ad assicurare alla sua virtù poetica un riconoscimento postumo e tardivo.
Che cosa ha impedito alle donne – si chiede Cutrufelli – di dare parola alla storia che l’altro sesso ha cercato in tutti i modi di cancellare? Se non si può parlare di genere femminile della scrittura, è innegabile che l’essere sessuato «preme ai margini del testo», anche solo come esitazione a esporsi, bisogno di corrispondere a ciò che ci si attende da una donna, paura di perdere anche l’amore della propria simile.
COME POTEVANO le donne dare corso alla «storia non narrata», se non partendo da sé, da quella «libertà del cuore» anche solo intuita che avevano dovuto celare anche alle cure e ai pregiudizi di una madre? È toccato non a caso all’autobiografia, al memoir e alla scrittura di esperienza quella ricerca di sé che ha visto, in tempi più vicini a noi, «ri-nascere» singolarmente e collettivamente le donne con una visione propria del mondo, spingere la parola e la scrittura nelle zone di frontiera tra inconscio e coscienza, dove ancora si cela l’enigma di ogni dualismo, imparare la lingua del mondo interno e con quella scardinare i saperi e i linguaggi sociali.
Se l’autobiografia è stata un modo per uscire dalla prigione del privato, per dare un senso e una storia all’io femminile, la scrittura di esperienza – fa notare Maria Rosa – si pone come «scrittura del sé», passaggio attraverso i «frammenti dell’identità femminile», esplorazione di quell’impronta che lasciano nella memoria del corpo i vissuti e le passioni più elementari, a cominciare da quella che ha visto l’uomo appropriarsi e addomesticare la potenza del corpo che l’ha generato. Per risalire dall’Ade, liberarsi dei credi introiettati, richiede pazienza, amore di sé e delle proprie radici, è la chiusa del singolare «romanzo» lirico e riflessivo di Maria Rosa Cutrufelli.
di Arianna Di Genova
Un’intervista del 6/9/2017 con la scrittrice Helena Janeczek, che presentava il suo romanzo «La ragazza con la Leica», pubblicato da Guanda, allora appena uscito, oggi vincitore del premio Strega 2018.
All’inizio c’era la Reflex, che permetteva un’inquadratura più grande e una maggiore precisione di dettagli; poi, per la sua comodità «da viaggio», la fotocamera divenne quella mitica, la stessa con cui Gerda Taro passò alla storia. Così La ragazza con la Leica, a cui la scrittrice Helena Janeczek ha dedicato il suo ultimo romanzo (domani in uscita per Guanda, pp. 336, euro 18) prende le sembianze che conosciamo e rimane in acrobatico bilico tra il suo essersi trasformata in icona e la necessità di riappropriarsi di se stessa, di un passato a più dimensioni, attraverso il ricordo di chi c’era e le parole dell’autrice.
Prima di diventare la fotoreporter della Guerra civile spagnola insieme al compagno Robert Capa e al polacco Chim, prima ancora di volare di bocca in bocca come la fotografa che morì sul campo per testimoniare i propri ideali – era il 26 luglio del 1937 e lei, attaccata al predellino di una vettura che trasportava feriti, venne travolta da un carroarmato che sbandò nel caos di un mitragliamento tedesco dal cielo – Gerda Taro è stata una ragazza che ha vissuto al centro di una comitiva di giovani studenti politicizzati a Lipsia. E poi a Parigi, dove «si teneva a galla con la macchina da scrivere», conquistando pezzi di rivoluzione.
Helena Janeczek è partita proprio da qui per il suo libro, lavorandoci alacremente per sei anni, tra ricerche e diverse stesure.
È stato difficile restituire una memoria, che non sia un santino, a Gerda Taro?
In realtà, su di lei il materiale da consultare non manca: c’è il lavoro importantissimo della studiosa tedesca Irme Schaber, che pubblicò la sua prima biografia (qualche anno fa si trovava ancora in traduzione italiana da Deriveapprodi). Al principio, per me, ci fu anche la mostra su di lei transitata al Forma di Milano nel 2007. La biografia di Schaber non ricostruiva solo la vita ma anche il corpo fotografico, spesso confuso con quello di Capa e parzialmente con David Seymour (Chim). Con il ritrovamento e la riapertura della cosiddetta «valigia messicana» è stato fatto un salto di qualità: lì c’era un quantitativo notevolissimo di negativi di Gerda Taro, conservati come tali.
Cosa ci può dire riguardo le caratteristiche della sua personalità?
Una delle cose che più mi ha affascinato è stata proprio la sua personalità inqualificabile. Le stava stretta qualsiasi griglia mentale. Definizioni come «il grande amore» di Capa, o anche quella che la vuole spavalda e imperterrita pasionaria non la coprono completamente. Gerda Taro aveva una grandissima capacità di adattarsi e un forte desiderio di autonomia. Era emancipata in una maniera forse tipica per le ragazze degli anni ’30 nella Germania della Repubblica di Weimar. Donna minuta, era dotata di un fascino brillante, contagiosa nella sua vitalità e intelligenza.
Alla sua morte Giacometti scolpì la lapide, Neruda e Aragon lessero l’orazione funebre, eppure nel tempo è stata dimenticata…
Ha avuto una carriera brevissima come fotografa. Fin dai suoi primi reportage in Spagna aveva una posizione relativamente autonoma, nonostante vi fosse andata con Capa e spesso firmassero insieme le fotografie (o anche solo lui, quando questo garantiva un cachet e una visibilità migliore). Lei già lavorava per giornali importanti e si guadagnava copertine di riviste ad alta tiratura. Morì però giovanissima (a soli 26 anni) e restò del tutto legata a quel periodo, diventando un’appendice di Robert Capa. Nel suo oblio, aleggia anche una questione politica. Quando si cominciò a ricostruire una biografia ufficiale di Capa, vigeva ancora l’idea, non del tutto veritiera, che tra i due lui fosse quello interessato a fare foto, appassionato alla causa per idealismo giovanile e impegno antifascista, lei quella più strutturalmente militante e comunista. Capa morì nell’anno peggiore del maccartismo e la sua figura sollevò diversi problemi. Era comunque stato il grande fotografo di guerra che aveva scattato l’immagine dello sbarco degli dèi, un mito arci-americano. Probabilmente, fece comodo affibbiare a Gerda la patente della comunista rabbiosa. Eppure, lei non era neanche iscritta al partito, anzi si era formata a Lipsia in una cerchia di giovani tutti simpatizzanti o militanti fuoriusciti dal partito comunista, critici della linea stalinista. Sia lei che Capa in Spagna, però, volevano che quella guerra si vincesse e l’unico paese che la stava sostenendo militarmente era la Russia.
Gerda Taro, Folla dopo raid aereo a Valencia
Studiando le immagini per comporre il romanzo, ha dedotto qualcosa di particolare sullo stile di Gerda Taro come fotografa?
Sono una scrittrice e non una esperta di fotografia. Però avendo tra le mani molti scatti, ho potuto constatare quanto fosse vera per Capa la frase famosa «se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino». Gerda Taro, invece, era portata verso una composizione più equilibrata, geometrica ed estremamente felice nel quadro d’insieme. La differenza si nota moltissimo nelle non rare occasioni in cui i due fotografavano gli stessi soggetti. Di fronte ai profughi di Malaga arrivati a Almería lei crea un quadro rinascimentale, lui si concentra sullo sconforto, la nipotina attaccata alla gamba della nonna.
In «La ragazza con la Leica» si torna a Lipsia e scorre fra le pagine un passato sconosciuto della fotoreporter. Anzi, lo sguardo è quello dei suoi amici/fidanzati di allora…
Non volevo raccontare Gerda Taro come se la sua vita cominciasse con Capa, mi interessava invece molto narrare la Germania degli anni ’30, quella della crisi che precipita nel nazismo. E volevo mostrare la rete di relazioni molto forti fra ragazzi assai giovani. Lei era la più grande del gruppo e quel cambio di ambiente (dopo il trasloco della sua famiglia) la condusse verso una rapida politicizzazione. Nel giro di breve tempo, l’ascesa al potere dei nazisti costringerà tutti loro a fare le valigie in quattro e quattr’otto e ad andarsene altrove. Volevo che l’energia di Gerda rilucesse, ma far vedere come anche i suoi amici avessero voglia di reagire e divertirsi.
La Germania descritta nel suo romanzo sfodera molte somiglianze con la nostra attualità…
Il periodo in cui Taro è vissuta e operato ha purtroppo notevoli contatti con l’oggi. Ho iniziato a scrivere in un momento in cui nell’Europa soprattutto meridionale prendeva forma una politica di austerità, producendo qualcosa di non del tutto dissimile dall’austerità tedesca anni ’30: grande disoccupazione giovanile, negozi che chiudevano, sfiducia generalizzata. Naturalmente, lì c’era un antefatto molto più pesante, il paese era uscito dalla guerra mondiale, ma la botta finale arrivò con i tagli che mandarono alle stelle il numero dei disoccupati. Speravo che, più o meno, le analogie rimanessero circoscritte a tutto ciò, ma nel tempo sono cresciute. Il ritorno alla destra, l’ostilità nei confronti dei profughi e rifugiati. Anche Gerda Taro e i suoi compagni erano tali: vivevano in Francia lavorando al nero, sfruttati. E intorno, si espandeva una propaganda di destra che parlava di invasori e di ladri di lavoro ai danni dei francesi.
Poi, ancora, le foto delle guerrigliere spagnole… Se non fosse che le nuove immagini sono a colori, non si distinguerebbero dalle miliziane curde della Siria. Bisogna ricordarsi che in Spagna si sperimentò per la prima volta la distruzione della popolazione civile: è la matrice di tutte le guerre dove si cerchi di piegare il paese non militarmente ma con l’uso deliberato della violenza inflitta agli inermi, creando profughi e morti a non finire… Per contrasto, spero di poter comunicare qualcosa di positivo attraverso quei ragazzi – Gerda e i suoi amici – che non si sono lasciati imporre il destino dalla temperie storica. Erano capaci di stare vicini, di trovare in loro stessi le risorse per non sentirsi vittime, nullità di fronte agli eventi. Noi oggi facciamo parecchia fatica a immaginare che tutto ciò sia ancora possibile.
(il manifesto, 6 settembre 2017)
di Luisa Muraro
La storia del femminismo si racconta spesso per ondate. Io sono vecchia e ho perso il conto, per cui preferisco raccontarla per titoli, quelli dei grandi libri del femminismo. Il loro successo non era moda, infatti non passano, avanzano con noi, talvolta ci precedono. E ci fanno attraversare i confini e le generazioni, creando genealogie che durano.
Recentemente abbiamo visto arrivare in Italia Rachel Moran e il suo libro. S’intitola Stupro a pagamento. Sottotitolo: La verità sulla prostituzione. Tutto molto forte ed esplicito: sono passati quattro anni dalla prima edizione, Dublino 2013, e i titoli echeggiano le importanti conferme ricevute. Ne cito una per tutte, quella di Jane Fonda: “Questo è di sicuro il libro migliore, più personale, profondo e lucido che sia mai stato scritto sulla prostituzione”.
Il titolo originale inglese dice Paid for: pagata per, che ha l’impronta della lingua inglese, understatement compreso. Il sottotitolo, per contro, rispecchia il linguaggio femminista in ogni paese: My Journey Through Prostitution, il mio viaggio attraverso la prostituzione. C’é l’idea del movimento, il partire da sé e la traversata di una condizione che l’autrice ci farà conoscere con racconti e ragionamenti, una condizione di cui ci dimostrerà quanto sia dannosa e devastante.
Non ho la competenza ma ci sarebbe da commentare anche la parte grafica; l’immagine di copertina dell’edizione italiana mi piace molto, la firma Lucia Sinibaldi.
Man mano che andavo avanti con la lettura, in me ha preso forma un pensiero definitivo: questo libro segna la fine della prostituzione. Secoli di complicità tra uomini, di assoggettamento delle donne, di moralismo ingiusto, di cattiva letteratura e di assuefazione, hanno portato la società a non rendersi conto che la ferita inflitta all’umanità con la pratica della prostituzione, non è più accettabile. E non lo è mai stata. Non ci sono regole che tengano. Così com’è accaduto per i ricatti sessuali sul posto di lavoro da parte di quelli che hanno più potere, verrà il momento – ed è questo – in cui la non eliminabile vergogna della prostituzione, sempre rigettata sulle donne, tornerà alla sua vera causa, che è una concezione maschile degradata del desiderio e della corporeità.
La donna che ha scritto questo libro, ne ha patito gli effetti sul suo stesso corpo, tra i quindici e i ventidue anni. E poi, passo passo, in dieci anni di scavo e di ricerca, ha trovato le parole per dirlo. Le più impressionanti sono non tanto le parole della rivolta, del non più accettabile, per quanto importanti, ma quelle che spiegano il mai: mai si sarebbe dovuto accettare. Sono, precisamente, le parole che riassumono il danno da lei patito nei termini di quello che ha perduto. Perduta, per lei, lo dice più volte (specialmente nel cap. 18, The Losses of Prostitution), anche la capacità di entrare in contatto vivo e sensibile con il proprio sé, ed è la perdita più terribile perché irrimediabile. Lo dice calmamente, ma a chi legge viene da piangere. Per fortuna, andando avanti, si trovano le parole di un riscatto simbolico: parole sublimi, direbbe Freud. Le introduce una domanda: di quella che ero prima, che cosa mi rimane “dopo la carneficina mentale ed emotiva della prostituzione”? Non riesco a stabilirlo con sicurezza, risponde, “ma so per certo che questo libro, questo svisceramento dell’esperienza della prostituzione, scaturisce da un luogo dentro di me che rifiuta la prostituzione a un livello molto profondo, per me come per le altre; di conseguenza so che, qualsiasi cosa mi abbia spinto a scriverlo, è qualcosa che la prostituzione non è riuscita a distruggere”.
L’editore, a suo tempo, si dichiarò disposto a pubblicare il racconto del suo passato, purché fosse scritto senza tanto riflettere sulla prostituzione. Le memorie di un’ex prostituta sono un prodotto che si vende, ma non era il libro che Rachel Moran gli stava proponendo. In un’altra collana o un altro editore (e un altro tipo di autrice) avrebbe pensato in alternativa a un saggio sulla prostituzione… ma neanche questo era il libro di lei.
Che cos’è, dunque, questo libro? Adesso possiamo rispondere in tante. È un grande libro femminista e, per me, un capolavoro nella ricerca della verità soggettiva, che è più vera di quella oggettiva. Quest’idea filosofica sulla verità mi viene dalla pratica femminista dell’autocoscienza alla quale il libro di Rachel Moran porta un contributo di prim’ordine che fa nuova luce sul come idee vere per tutte e tutti possano generarsi dal racconto di esperienze particolari.
La rivoluzione femminista (chiamatela come volete) non è destinata a finire nei libri di storia, come mi ha detto uno per darle importanza: “lo so che voi finirete nei libri di storia”. Non ci finirà, perché saranno semmai i libri di storia a finire così come li abbiamo conosciuti finora: prodotti per riprodursi, che ha voluto dire anche: riprodurre, tutte o in parte, le condizioni della violenza e del privilegio. La rivoluzione femminista non finirà, è fatta per cominciare ancora e ancora. Comincia da dentro, quel dentro inesauribile dell’essere di ogni cosa che è, quando trova le parole per significarsi. Detto altrimenti, comincia ogni volta che una donna prende la parola per raccontare di sé alle altre, sapendo che sarà ascoltata e creduta, e va in profondità, fino a quella che Lea Melandri ha chiamato la memoria del corpo. “Amo le parole”, leggiamo verso la fine del libro, proprio così: I love words. Si sente che è vero e si capisce che lo dica nel capitolo dedicato a smascherare i tentativi di “normalizzare” la prostituzione.
Rachel Moran appartiene a quella minoranza di esseri umani che dicono cose mai dette prima e si fanno capire da tutte e tutti, perché, nell’esporre quello che hanno dentro, accendono anche la mente di chi ascolta e può così partecipare attivamente allo sviluppo del testo o del discorso. Su questa strada, la trasgressione non è contro questo o quello, è un oltrepassamento di limiti imposti e subiti che ha luogo dentro e fuori, come un passaggio che ha le caratteristiche congiunte di una rivelazione e di un ritrovamento. Il ragionamento contribuisce al passaggio ma senza processi di astrazione e generalizzazione, in quanto la parola narrante e ragionante, oltre a fare luce, disfa, grazie al contributo di chi la riceve, le barriere che impedirebbero il passaggio della luce stessa.
Il risultato non è un libro a tesi. Se l’esperienza della lettura non modifica lo sguardo e il sentire, come fa ogni presa di coscienza, il fatto di mettersi a discutere sui contenuti probabilmente sarebbe un esercizio inutile. Ragionare e discutere sì, io dico, ma come sanno fare le femministe e i ricercatori onesti.
In seguito allo scandalo Weinstein, che ha dato inizio al movimento del Me-too, ho commentato i fatti con un breve testo entusiasta che volevo intitolare “W le Americane!” e che poi ho intitolato La vendetta di Marilyn Monroe. Al che mi hanno fatto un’obiezione. Pare che Marilyn Monroe, ripetutamente abusata da uomini potenti nel mondo del cinema, abbia detto poi, in un’intervista, che lei non dava importanza alla cosa. Parlava così, in lei, il bisogno che aveva di difendersi, pubblicamente e intimamente. Ma se qualcuno non intuisce la mossa difensiva, serve mettersi a discutere? Quello che serve è imparare a conoscere la vita, cominciando magari da quella di Marilyn Monroe.
Rachel Moran conosce e nel suo libro spiega la mossa difensiva della persona innocente che si vergogna di essere ferita e lo nega. Il perno dell’intero suo libro è un tipo d’intelligenza che ha il senso medievale dell’intus legere (leggere dentro), da lei guadagnata a costo di un ragionare che non si esonera dalla sofferenza. Chi ha questa intelligenza capta gli effetti della prepotenza e non si lascia tentare dai mezzi pensieri.
Rachel Moran conosce anche i discorsi di un liberismo che, parlando di libertà e di libera impresa, promuove la disponibilità a pagamento del corpo femminile. E li sa giudicare, alla luce della sua esperienza personale e della realtà documentata, con parole taglienti e pensieri che vanno fino in fondo. Ai tempi di Lina Merlin, la senatrice socialista che in Italia ha messo fine ai bordelli di Stato con la legge che porta il suo nome, si facevano altri discorsi, come quello dell’igiene pubblica, ma la storia era la stessa, permettere all’uomo di violare a suo piacimento il corpo femminile, con il permesso degli altri uomini. E la sfida era molto simile: far coincidere il rigetto della prostituzione con un di più di stima e simpatia per le donne che la praticano; simile era anche l’impegno di trovare la misura giusta fra le parole da dire e quelle da non dire.
Notiamo la rispondenza profonda di questo libro con la legge Merlin proprio su quest’ultimo punto della misura che fa il taglio giusto: questo sì, questo no. Ci sono dei silenzi nella legge Merlin che parlano da sé in vista di un cambiamento che è la fine della prostituzione. (Ne hanno scritto Silvia Niccolai e Chiara Calori.) Come ha fatto la legge Merlin a suo tempo e nel suo ambito, così Stupro a pagamento ci porta fino al punto in cui, più avanti, c’è solo il fatto che gli uomini la finiscano con la prostituzione.
A coloro, donne comprese, che si fermano prima e s’illudono (o fanno finta) che la risposta si trovi nella regolamentazione, arriva da entrambe, la senatrice socialista e la scrittrice irlandese, un preciso avvertimento: non ci sono regole che tengano. La ragione di principio è stata formulata anni fa da alcune giuriste di Milano, è il principio dell’inviolabilità del corpo femminile, che ritorna con parole per i nostri tempi nello slogan coniato dalla giornalista Julie Bindel: l’interno del corpo femminile non è un posto di lavoro.
Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Nota di traduzione di Resistenza femminista, Round Robin Editrice, Roma 2017, euro 16.
(www.libreriadelledonne.it, 21 giugno 2018)
Consigli di lettura di Rosaria Guacci e Liliana Rampello
Naomi Alderman, Ragazze elettriche, Nottetempo, 2017, pp. 446, € 20,00
Romanzo visionario: cosa succede se le donne rese improvvisamente potenti da una scarica elettrica diventano capaci di ridurre gli uomini in semischiavitù? Cosa significa abusare del potere? Un tema affrontato con sapienza da un’“allieva” di Margaret Atwood.
Mia Alvar, Famiglie ombra, Racconti edizioni, 2017, pp. 453, € 18,00
Nove storie della diaspora filippina raccontano quello che non sappiamo, e non vogliamo sapere, di chi in esilio cerca di ricomporre la geografia dei propri sentimenti superando la distanza e i confini reali o solo immaginati. E deve convivere con il desiderio di tornare a casa.
Silvia Avallone, Da dove la vita è perfetta, Rizzoli, 2017, pp. 384, € 19,00
Dopo la Piombino di Acciaio e la pianura biellese di Marina Bellezza, Silvia Avallone cambia paesaggio: si va dalla Riccione dell’adolescenza alla Bologna dell’età più adulta. Altre le esperienze, altre le responsabilità: qui si parla di maternità, di una bambina non voluta ma che quando nasce ti prende corpo e anima, di rapporti ambivalenti. La scrittura dell’autrice in questa terza prova punta, più che alla forza e a una sua resa sanguigna, alla bellezza della parola, “rosa bianca” che può appartenere a tutti i personaggi del romanzo. Agli ultimi, quelli che come dice l’autrice «hanno più bisogno di essere raccontati», costretti a vivere rapporti difficili, ammassati in tristissime case popolari ma portatori sempre di respiro, movimento, desiderio di una vita migliore. L’autrice ha più volte dichiarato che uno scrittore non deve cambiare la società ma dare un’altra possibile idea del mondo. Che muta, e questo è il dono che arriva al lettore.
Emanuela Canepa, L’animale femmina, Einaudi Stile Libero, 2018, pp. 272, € 17,50
Rosita è una studentessa che vuole emanciparsi dalla famiglia per andare a studiare altrove. Ci riesce ma deve anche lavorare perché ha perso la borsa di studio che aveva guadagnato. Dopo tentativi fallimentari durati alcuni anni, a Padova, il luogo scelto per i suoi studi, incontra un maturo avvocato che si dichiara disposto ad aiutarla impiegandola nel suo ufficio. Professionista irreprensibile, affascinante e manipolatore quanto basta, riesce a nascondere la sua misoginia che, come scopriamo via via nel romanzo, ha radici profonde nel suo passato. L’uomo lavora sulla dipendenza di lei: sensibile e insicura, vorrebbe opporsi ai desideri di lui ma gli è legata da una sensualità di cui non ha piena coscienza. Una vittima perfetta. Un animale femmina, di quelli che tieni al laccio ma che nella cattività imparano a conquistare, con una strategia inaudita, la propria libertà.
Romanzo femminista nel senso migliore del termine, capace di raccontare con mano sicura i rapporti di potere che imprevedibilmente, nella passione, possono legare uomini e donne, L’animale femmina ha vinto all’unanimità il Premio Calvino 2018.
Emma Cline, Le ragazze, Einaudi, 2016, pp. 344, € 18,00
Evie ha quattordici anni, l’unica cosa che vuole è che qualcuno si accorga di lei. Leggete la prima pagina di questo romanzo e scoprirete in poche righe la profondità di una prosa esatta, di una lingua capace di dire il desiderio di un’adolescente, la sua realtà emotiva, sensoriale e mentale.
Elena Favilli e Francesca Cavallo, Storie della buona notte per bambine ribelli, Mondadori, 2017, pp. 224, € 19
Virginia Woolf è una ragazza timida ed emotiva che si sfoga con la scrittura, Margaret Thatcher, una donna “ammirevole”. Favilli e Cavallo, una sorta di bambine ribelli italiane trapiantate in America (la definizione è loro) – una giornalista fondatrice di Timbuktu, la prima rivista iPad realizzata per bambini, l’altra autrice e regista teatrale che con Elena ha fondato Timbuktu Labs, laboratorio mediatico per l’infanzia – raccontano in chiave del tutto personale la storia di cento donne famose e non di tutto il mondo. Ci sono come già detto Woolf e Thatcher e ancora la Regina Elisabetta, Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini, Serena Williams e via elencando; dalle piratesse alle esploratrici, dalle infermiere alle astronaute e alle tatuatrici. Tutte donne ribelli al destino femminile come lo può, o meglio lo poteva percepire un tempo, una bambina. Storie di donne che ce l’hanno fatta e la cui vita può essere raccontata come una bella favola della buonanotte. Con illustrazioni originali di sessanta illustratrici, alla fine c’è perfino una pagina bianca in cui la piccola lettrice può disegnare se stessa come si vede e si percepisce. Il libro, quasi un fumetto prezioso, è dedicato: «Alle bambine ribelli di tutto il mondo: sognate più in grande, puntate più in alto». È stato nella classifica dei bestseller 2017 e ha un recente sequel: Storie della buona notte per bambine ribelli 2.
Chimamanda Ngozi Adichie, Quella cosa intorno al collo, Einaudi, 2017, pp. 224, € 19,00
Dodici racconti, tra Nigeria e Stati Uniti, due mondi in conflitto e da attraversare con il carico di tutti i sentimenti, anche i più contrastanti. “Quella cosa intorno al collo” è il senso profondo della solitudine, di non appartenenza di Akunna. Ma lei non è la sola interprete del dolore di chi è smarrito, ma deve vivere.
Rossella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, 2017, pp. 285, € 17,00
Come rivela una nota finale del romanzo, durante la guerra, nel quartiere generale di Hitler fu assunta un’assaggiatrice, Margot Wölk, per evitare che il cibo del Führer venisse avvelenato. Nel romanzo, Rosa Sauer, la protagonista, ne assume le sembianze: ha fame, una fame nera e per saziarla è disposta a tutto. Comincia così il romanzo di Rossella Postorino. Rosa non è la sola ad avere quell’ingaggio; tra le altre donne convocate allo stesso scopo, incontra l’ostile Elfriede il cui fascino la soggioga e il tenente nazista Ziegler.
«Mi ero fidata di un tenente nazista, lo stesso che io avevo amato. Non ho mai detto nulla e non lo dirò. Tutto quello che ho imparato è sopravvivere… Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.», dice Rosa, alter ego dell’autrice nel romanzo. Il rapporto con Ziegler la porterà in territori inesplorati: così come inesplorato è l’animo umano e gli orrori che può ordire. Già autrice di Corpo docile e L’estate che perdemmo Dio (romanzi di spessore editi anch’essi da Einaudi). Le assaggiatrici è finalista al Premio Campiello 2018.
Monica Romano, Gender (R)evolution, Mursia, 2017, pp. 222, € 16,00
Monica Romano, già autrice di Trans. Storie di ragazze XY, ha firmato sempre per Mursia, nel 2017, Gender (R)evolution. Tra memoir e romanzo, Gender (R)evolution racconta frammenti di vita e percorsi dell’autrice e di altre attiviste del movimento trans internazionale. Come Romano ha dichiarato in un’intervista sul web, il suo è stato un lavoro in cui ha cercato di amalgamare rigore e distacco sul piano della narrazione storica, ma anche l’amore, l’ammirazione e la gratitudine che prova per “queste combattenti”. Le combattenti sono le attiviste che da Stonewall, passando per figure come quella di Renée Richards, icona sportiva degli anni ’70 ed altre ancora, arrivano ad Hande Kader, uccisa in modo orribile a Istanbul pochi giorni dopo il Gay Pride che l’aveva vista sfidare con fermezza gli attacchi della polizia. Che il tema sia più o meno congeniale, che lo si ascriva all’ideologia lgbt o che si aderisca con cuore e mente alla narrazione, l’autrice, giovane donna trans, tiene viva l’attenzione di chi prende in mano il libro. Legato a un’attualità politica battente.
Sally Rooney, Parlarne tra amici, Einaudi, 2018, pp. 304, € 20,00
Intelligenza, autocontrollo, freddezza: tutto questo sarà utile a Francis per imparare a trovare il senso delle relazioni? Amore, tradimento, temi classici sotto la lente di un’esordiente che scrive con notevole sensibilità una storia contemporanea.
(www.libreriadelledonne.it, 21 giugno 2018)
Numero 15
La lingua delle donne taglia e cuce
Il diavolo affila la lingua delle donne. Uno dei motivi più presenti nelle “Panjske končnice”, arnie per le api decorate con scene popolari, diffuse in Slovenia.
http://www.diotimafilosofe.it/edizione/numero-15-2018/
La Rivista di Diotima in rete
ISSN 2384-8944
INDICE
PER COMINCIARE
La lingua delle donne taglia e cuce
PER AMORE DEL MONDO
www.diotimafilosofe.it
Audre Lorde Litania per la sopravvivenza
INTRODUZIONE
Diana Sartori La lingua delle donne taglia e cuce
LA RIVOLTA LINGUISTICA (Grande Seminario 2017)
Sara Bigardi Breve cronaca del Grande Seminario
Wanda Tommasi Parla come mangi
Elisabeth Jankowski La nostra brutta bella lingua
Maria Livia Alga Per la libera circolazione delle lingue
María José Gil Mendoza La lingua che non scordo
María Milagros Rivera Garretas Né inglese né spagnolo. Tradurre la poesia di Emily Dickinson
Federica Giardini Ripensare il materialismo
Anna Simone Il linguaggio neoliberista e la trasformazione della società
LINGUA MATERNA
Ursula K. Le Guin sulla lingua materna. Una silloge
a cura di Diana Sartori
SU FEMMINISMO FUORI SESTO
Nadia Setti Il libro aperto del femminismo
María Milagros Rivera Garretas Feminismo sin fiel
Dorothee Markert Gedanken zum Diotima-Buch Femminismo fuori sesto
Fina Birulés ¿Tiempo de feminismo? Un movimento che non può fermarsi
Delfina Lusiardi L’energia del serpente
Sara De Falco Femminismo o transfemminismo
PAROLE SANTE
Parola di donna
La lingua delle donne taglia e cuce
www.diotimafilosofe.it
DI BOCCA IN BOCCA
Laura Bellin Il nutrimento che non passa
VIOLENZA MASCHILE
Anna Maria Piussi Per un’altra civiltà di rapporti
Barbara Verzini Passione
ALTRI MONDI AL MONDO
Mariateresa Muraca Come un seme nella terra. La mistica del Movimento di Donne Contadine (Brasile)
SCRITTURE
Francesca Riccardi Far esperienza dello straordinario nell’ordinario
SU ADATEORIAFEMMINISTA
Chiara Zamboni La teoria non è un ombrello
VISIONI
Barbara Verzini Introduzione a Riparare le relazioni
Donatella Franchi Riparare le relazioni
HO LETTO
Chiara Zamboni Due voci vicine e diverse sul pensiero di Etty Hillesum: Giancarlo Gaeta e Antonella Fimiani
Sara Bigardi “La penombra toccata di allegria”: leggere la storia per orientare la vita con la politica. Una lettura del testo “Esperienza, politica e antropologia in Maria Zambrano” di Sara Del Bello
Giulia Testi Leggere l’io sul piano dell’esperienza, per una metamorfosi in rapporto alla natura. Un confronto tra Rocco Ronchi e Rosi Braidotti
Caterina Diotto La ragazza che ero, la riconosco. Schegge di autobiografie femministe
Antonietta Potente In amicizia con Simone Weil. Su Gloria Zanardo, Un’apertura di Infinito nel Finito
TESI DI LAUREA
Anastasia Rossato Genealogie femminili: ereditare nel femminismo
Angelica Paroli Nancy Fraser: una lettura neo-polanyiana della crisi capitalista
di Alessandra Pigliaru
Tempi presenti. Conosciuta e amata da milioni di lettori grazie al suo «Amabili resti», un incontro con la scrittrice statunitense a partire dal memoir «Lucky» in cui racconta il suo stupro del 1981
«La dimostrazione più impressionante di quanto fossi innocente era che a diciott’anni credevo ancora in un mondo giusto». Difficile immaginare qualcosa di più lieve di una ragazza che, in piena adolescenza, si sporge con fiducia incrollabile verso il futuro. Sembra quasi che la felicità del circostante possa essere convocata per il solo desiderio di somigliarle.
Siamo nel 1981, anni di poesia letta e scritta, quando la giovane Alice Sebold, percorre la galleria sotterranea in cui viene violentata. Altri diciotto anni trascorrono prima della pubblicazione del suo libro che racconta quella terribile esperienza. Anche per questo, Lucky (e/o, pp. 333, euro 9,90, traduzione di Claudia Valeria Letizia) è un memoir coraggioso e straordinario. Dopo la prima uscita statunitense nel 1999 (e una prima traduzione italiana nel 2002), è questa recente una riedizione che arriva in un momento storico e politico importante. Sia per la potenza di un testo che percorre una tra le vicende più orribili che possono abbattersi nella vita di una donna, sia perché Alice Sebold, nella introduzione aggiornata al gennaio 2017, colloca il processo culturale entro cui si muove il fenomeno della violenza nella amara presa d’atto della elezione di un «molestatore seriale nonché palpeggiatore di figa, eletto quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti».
Occhi e incarnato chiari, oggi incontriamo all’età di 54 anni Alice Sebold, il volto di chi ha cercato di non cedere all’inferno che l’ha attraversata. Di questo laborioso rifiuto in cui non conta la retorica sciocca e inutile di chi immagina che le disgrazie ci rendano più sensati e saggi, la scrittrice (nota al grande pubblico con il suo indimenticabile Amabili resti) – è piuttosto sicura: «Può succedere che qualcuno, dopo un grande trauma, si senta più forte ma temo che perlopiù vi sia l’esigenza di raccontarlo a se stessi. Qualcun altro dice di essere contento che gli o le sia capitato perché altrimenti non sarebbe la persona che è. È un’affermazione comune tra i sopravvissuti a una guerra, al cancro, tra coloro che sono rimasti orfani dopo una calamità naturale o paralizzati a causa di un incidente d’auto. E, per molto tempo, l’ho ripetuta anch’io. Ma poi ho smesso, perché se avessi la possibilità di cancellare quanto mi è capitato lo farei senza indugio e in mancanza di una gomma che me lo consenta ho trovato, con grande fatica, una strada possibile solo nella scrittura».
Nonostante da bambina abbia dovuto lottare con la dislessia, cresciuta in mezzo ai libri, è la lettura ad averla educata allo scrivere. «Eppure Lucky non lenisce il dolore, anzi. Non ho scritto il libro per me stessa né come atto di guarigione. Se avessi voluto guarire avrei potuto scrivere poesie o altro, non raccontare quanto mi è capitato. Invece è stato più qualcosa di prossimo alla responsabilità verso un pubblico. I libri sono dei doni, quando poi l’argomento è così crudo l’effetto di quel dono deve poter essere controllabile».
Gesticola lievemente, mentre ci racconta con fermezza quanto faccia la differenza dare il nome esatto alle cose: «Durante la prima presentazione pubblica di Lucky, diciotto anni fa, sono stata introdotta come l’autrice di un testo basato su una vicenda terribile. Quando mi è stata data la parola ho subito detto “stupro” perché prima di qualsiasi altra cosa viene la nominazione, capace di innescare un processo all’interno della cultura. Solo dopo arriva il resto. Compresi i malintesi, le battute o tutto ciò che non si capisce né si vuole spesso accettare intorno allo stupro. Ma prima bisogna dire la parola, indicarla. È un punto di partenza irrinunciabile».
Se la protagonista di Amabili resti è una ragazzina uccisa, in Lucky il tratto autobiografico è segnato dalla sopravvivenza a una violenza sessuale. L’arco non è solo dettato da variazioni letterarie di circostanza, conduce invece a un nodo – anzitutto politico – che la scrittrice statunitense segnala con chiarezza: «Nella parola stupro c’è una minaccia di fondo. Morire o rimanere in vita dopo un simile evento è qualcosa che condiziona la pubblica opinione. Quando una donna viene assassinata se è stata anche stuprata la sua fine diventa ancora più dolorosa, è come una doppia rapina. Se infatti nel comune sentire essere violate significa perdere la propria purezza, con la morte si espia quella perdita. Quando invece si sopravvive a qualcosa di così enorme non c’è un giudizio netto. Una ragazzina morta fa concentrare sul colpevole. Quando si sopravvive a un’aggressione c’è qualcosa che – di contro – fa attribuire la colpa ai vivi, che divide spesso ambiguamente quella colpa». La morte «libera» così dai fraintendimenti perché «più onorevole rispetto l’ardire del rimanere – nonostante tutto – vive».
Il testo segue il passo di una fortuna capovolta, di un paradosso incomprensibile e al contempo schiacciato sulla necessità di quanto successo. «La polizia disse che ero stata appunto fortunata perché non mi avevano uccisa; mio padre disse che era contento fosse successo a me e non a mia sorella perché io ero più forte. Il rovescio della fortuna – precisa poi l’autrice – restituisce anche la cifra dell’ironia, la più amara e drammatica ma pur sempre l’ironia con cui cerco di guardare le cose».
È tuttavia il «lavoro costante con le donne che hanno subito violenza ciò che di cruciale va fatto. Ho avuto la mia personale autorizzazione quando ho conosciuto le prime che venivano a seguire i miei reading. Da allora, ogni anno, ne incontro tantissime. Ciò che è fondamentale, ancora più delle parole, è la presenza, essere insieme». Ecco perché osserva il movimento #metoo con interesse, perché c’è un tratto di esperienza personale che racconta una storia complessa – non solo rivelazione da parte di chi è stata abusata ma anche il baratro che si cela dietro chi ha agito la molestia. «Intravvedo una speranza nell’apertura di una discussione pubblica. Perché credo vi sia una forma di empatia tra chi ha subito un trauma e chi no. Con Trump abbiamo a che fare con la prepotenza, con l’onnipotenza della cultura machista. Mi auguro possa essere questa una occasione di comunanza contro qualcosa da rigettare. Si potrebbe cominciare con il contrapporre alla onnipotenza la risorsa della vulnerabilità, per esempio».
Da ascoltare, oltre che da leggere, con cura e attenzione, Sebold ci tiene a specificare come il suo non sia stato un atto di denuncia, né il tentativo di comporre un trattato sociologico sulla violenza maschile contro le donne. «Diffido degli approcci troppo teorici, senza dati di esperienza rischiano di non arrivare a tutte e tutti. Ho inteso scrivere qualcosa che non risultasse pesante, chi avrebbe letto si sarebbe fidato. Ho desiderato questa fiducia totale. Non ho condannato il genere maschile, la restituzione da parte dei lettori è stata infatti corrispondente alle mie intenzioni. Certo non sollevo nessuno ma nemmeno vorrei fare analisi generaliste e grossolane».
Ed è qui che si intuisce la ragione per cui, oltre al ritratto impietoso del suo stupratore – condannato a pagare penalmente – l’autrice di Lucky sceglie di raccontare le sue successive relazioni con altri uomini. Non si arrende a una visione «prestazionale» che, dice, «prevede una reazione attiva verso la violenza sessuale subita; quindi palestra, impegni costanti e molto sesso fin da subito». A schiudersi per lei è invece la scoperta, dopo molto patimento durato più di un anno, di una quiete, cioè l’imprevisto di una intimità ritrovata.
Sceglie così l’amore disarmante per sigillare e cambiare di segno la prostrazione. Dice sì alla prossimità di un uomo caro invece dell’odio sterminatore. Solo in questo modo la rabbia può restare intatta e generativa. Quella di Alice Sebold, di rabbia, ha un sorriso impareggiabile e stretto come la linea degli occhi. Si impara molto da certi precipizi del volto altrui. A quel graffio della voce, che a capofitto arriva fino al cuore, a quella impercettibile intermittenza oculare mentre tiene con sé il peso di quanto vissuto, tantissime donne – e altrettanti uomini – possono dire grazie.
(il manifesto, 31 maggio 2018)
di Anna Paola Moretti
Qualche tempo fa, in occasione della presentazione del libro Leda. La memoria che resta, col quale nonostante la scarsità delle tracce documentali avevo ricostruito la vita della diciottenne partigiana fanese Leda Antinori, Barbara Montesi, una giovane storica dell’Università di Urbino, aveva accostato quel lavoro alle modalità di ricerca utilizzate da Natalie Zemon Davies, suscitando la mia curiosità. Per conoscere Natalie Zemon Davis ho scelto di leggere La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, in cui lei dà conto della sua lunga esperienza. È un nome celebre, associato anche al volume Storia delle donne. Dal Rinascimento all’età moderna. È stata una pioniera; all’epoca in cui iniziò, oggi ha quasi novanta anni, c’erano pochissime storiche e alcune studiose di letteratura. Negli anni Cinquanta della Guerra Fredda ha attraversato l’ostracismo anticomunista del maccartismo americano, senza lasciarsi condizionare da risentimento o amarezza. I suoi interessi si sono rivolti prevalentemente al XVI e XVII secolo in area francese, scegliendo protagoniste e protagonisti rimasti ai margini della storiografia. Dice di aver fatto storia delle donne per via indiretta, per esempio, in occasione del suo studio sul dono, osservando i differenti comportamenti tra donne e uomini nelle diverse dinamiche tra dono e scambio.
Mi rendo conto di quanto definizioni categorizzanti, che la indicano come storica sociale o della microstoria, possano rivelarsi riduttive e fuorvianti. Dalle sue parole scopro infatti che non si è interessata solo alla condizione delle donne, ma alla soggettività di ciascuna a cui ha rivolto la sua attenzione. Nei confronti di Maria Sybilla Merian dice di voler “vedere quello che lei avrebbe visto”, riguardo a Glikl bas Yehudah Leib vuole “salvare questa donna, ridare valore a questa donna, restituirla a lei stessa”; mentre di una schiava nel Suriname del XVIII secolo, scrive: “Cerco la sua voce, le sue speranze, i suoi pensieri”. Della ricerca su quest’ultima, ancora in corso al momento dell’intervista, non ho trovato indicazioni di successiva pubblicazione, solo qualche segnalazione in interviste o conferenze.
Natalie Zemon Davies ha scritto di vite in cui donne o uomini hanno conservato la loro dignità malgrado sofferenze e delusioni; è il senso di quelle vite che vuole non vada perduto: frammenti di umanità, risposte umane a situazioni di vincolo, la capacità di elaborare soluzioni ai problemi da fronteggiare, di cavarsela con accorgimenti, astuzie, strategie per sopravvivere “tra”: “un’arte di vivere”. Dice tuttavia di non scrivere delle biografie, che mirano piuttosto all’esaustività, lei invece concentra la sua attenzione su alcuni aspetti per ottenere un’apertura sulla società, per rendere visibile la natura delle pressioni, delle risorse e delle possibilità che entrano in gioco in una vita individuale.
Lavora con empatia sulle fonti, mettendo in gioco la sua personale esperienza e il dialogo che ne scaturisce diventa dono e ricompensa di un lavoro continuo di apprendistato e riapprendistato, un esercizio di responsabilità. La ricerca sulle storiche vissute in Europa prima della Rivoluzione francese era stata “anche un modo per riflettere sulla mia situazione”, su “cosa significa essere una donna che scrive di un argomento storico”. Nel Prologo, sviluppato come scena teatrale, a Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, aveva convocato a una immaginaria conversazione con lei Glik bas Yehudah Leib, Maria Sibylla Merian, Marie de l’Incarnation, tre donne europee che in contesti diversi avevano scritto nel XVII secolo, dicendo loro: “Vi ho messo insieme perché volevo imparare dalle vostre somiglianze e differenze”.
Si situa simultaneamente al centro e al margine, muovendosi continuamente dall’una all’altra visuale, usa un doppio registro di partecipazione e di rigore: “questa storia richiede l’empatia e la distanza”; come lei lo crede anche Graziella Bernabò. Quando le fonti sono scarse, cosa frequente soprattutto per le vite delle donne, con uno sguardo ravvicinato Zemon esplora i contorni e i dintorni, per evocare ciò che è noto della mentalità relativa a un contesto analogo. E usa l’immaginazione.
L’immaginazione non genera prove, ma possibilità, è una facoltà conoscitiva con ancoraggio al reale, in grado di aprire varchi che restituiscono al reale la sua complessità, come ci ricorda Wanda Tommasi, filosofa di Diotima. Tuttavia la storica ha la responsabilità di indicare in ogni momento quanto di quello che afferma è documentato e allora Natalie Zemon Davis segnala puntualmente i passaggi tra realtà provata e possibile ricorrendo al condizionale o a segni di espressione: “forse”, “è certo”, “probabilmente”. Afferma con consapevolezza: “io scompiglio la frontiera tra poesia e storia così come è stata fissata da Aristotele tanto tempo fa. […] ricorro al possibile in ragione dei silenzi delle fonti”. Il superamento della divaricazione indotta anche tra poesia e filosofia ha impegnato la riflessione di María Zambrano, per la quale esiste un momento iniziale in cui sentire e capire non sono separati.
Zemon ribadisce con forza a Crouzet, suo interlocutore, che non si tratta di operare una proiezione o di scivolare in un’identificazione: “Voglio fare i miei salti di immaginazione a partire da un trampolino di dati” e con riferimento alle storiche antecedenti il XIX secolo dice: “per ciascuna potevo attestare l’universo mentale nel quale avevano scritto e ciò che i lettori maschi si aspettavano da loro”.
L’importanza di questa metodologia era stata colta e sottolineata da Carlo Ginzburg: “La ricerca (e la narrazione) della Davis non s’impernia sulla contrapposizione tra ‘vero’ e ‘inventato’ ma sull’interpretazione, sempre segnalata puntualmente, di ‘realtà’ e ‘possibilità’ (al plurale). […] il margine di incertezza […] innesca un approfondimento dell’indagine, che lega il caso specifico al contesto, inteso qui come luogo di possibilità storicamente determinate. […] ‘Vero’ e ‘verosimile’, ‘prove’ e ‘possibilità’ s’intrecciano, pur rimanendo rigorosamente distinti”. Aggiungeva: “Una maggiore consapevolezza della dimensione narrativa non implica un’attenuazione delle possibilità conoscitive della storiografia ma, al contrario, una loro intensificazione”. Ginzburg richiamava anche le riflessioni maturate dal Manzoni successivamente alla pubblicazione del suo romanzo storico I promessi sposi: “Non sarà fuor di proposito l’osservare che, anche del verosimile la storia si può qualche volta servire […] distinguendolo così dal reale. […] Infatti, per poter riconoscere quella relazione tra il positivo raccontato e il verosimile proposto, è appunto una condizione necessaria, che questi compariscano distinti. Fa, a un di presso, come chi, disegnando la pianta di una città, ci aggiunge, in diverso colore, strade, piazze, edifizi progettati; e col presentar distinte dalle parti che sono, quelle che potrebbero essere, fa che si veda la ragione di pensarle riunite. La storia, dico, abbandona allora il racconto, ma per accostarsi, nella sola maniera possibile, a ciò che è lo scopo del racconto. Congetturando come raccontando, mira sempre al reale: lì è la sua unità”.
Anche Monica Martinat, preoccupata dell’indebolirsi dei confini tra storia e fiction veicolato dai media e dal mercato editoriale, riconosce a Zemon Davis una modalità magistrale, purtroppo a suo dire non troppo seguita dagli storici: “L’accettazione della parzialità del documento storico, del limite, dell’incertezza, diventa una fonte di possibilità cognitive interessanti”. “Io abito nella Possibilità” (I dwell in Possibility, [657]), scriveva Emily Dickinson.
Non sono tanto gli oggetti su cui ha scelto di lavorare Zemon Davis a destare il mio interesse, ma il suo sguardo.
Uno sguardo simile era arrivato a me per altra via e mi aveva sostenuto nella ricerca su Leda. Lo avevo scoperto in Marirì Martinengo che, nella sua appassionata e rigorosa ricerca sulla nonna paterna ne La voce del silenzio, scriveva: “è a partire dalla mancanza apparente o carenza o trascuratezza o interpretazione lacunosa dell’esistente che voglio ‘fare storia’”; “si può ‘fare storia’ anche in assenza o in penuria di documenti certi e attestati, facendo ricorso alle testimonianze o agli scritti dei contemporanei”; “Ho imparato da tempo a decifrare il linguaggio dell’assenza”; “L’area della non scrittura non è né muta né meno significante delle altre”. Lei mi aveva mostrato una storia che “non respinge l’immaginazione” rimanendo sempre ancorata a “pietre autentiche”, come diceva con le parole di Marguerite Yourcenar. In più aveva interrogato se stessa come documento vivente, depositaria di un nodo irrisolto che, sciolto, aveva aperto a nuove categorie interpretative dei fatti vissuti; la nuova pratica di storia vivente, sviluppata nel gruppo che lavora con lei da oltre vent’anni, già raccontata sulla rivista DWF (n.3/2012) e sul sito della Libreria delle donne di Milano, è stata oggetto di un convegno a Milano nel marzo 2017.
Natalie Zemon Davis mantiene la ricerca storica legata a un impegno politico. È conscia della tragicità della storia umana, ad esempio la spirale di violenza religiosa che ha insanguinato il Cinquecento europeo conosciuta coi suoi studi, o la Shoah che la tocca come ebrea. Nonostante “la guerra che continua ancora e sempre”, pensa che la storia possa trasmettere anche altro dalla violenza, poiché in ogni sistema esistono degli interstizi in cui si può definire una forma di libertà. “Voglio che la gente di oggi sia capace di collegarsi al passato guardando le tragedie e le sofferenze, le crudeltà gli odii, la speranza e la bellezza. Gli uomini del passato cercavano di dominare l’uno sull’altro, ma si aiutavano anche. Facevano cose sia per amore che per paura, questo è il mio messaggio. Soprattutto voglio mostrare che le cose potevano essere diverse, che erano diverse e che vi sono alternative. […] Voglio essere una storica della speranza”, poiché rivelare “i possibili del passato ci fa pensare i possibili per il presente e il futuro. Per me questi possibili del passato invitano all’impegno umano e suggeriscono un barlume di speranza per l’avvenire.”
Come non avvicinare queste parole a quelle di filosofe che ho imparato ad amare come pensatrici della differenza sessuale? Mi richiamano nuovamente María Zambrano e la sua analisi sulla storia tragica e sacrificale, per umanizzare la quale è necessario recuperare il proprio passato, mettere allo scoperto le piaghe nascoste, sciogliere le amarezze contenute nella memoria; ciò che è rimasto presenza muta riaffiora e si protende verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita; aurora che si ripete continuamente, così che le cose “si mostrano a noi come sempre nascenti”.
Mi ricordano anche la recente scelta di occuparsi del sangue risparmiato fatta da Anna Bravo, che scrive: “[…] tra gli storici c’è un’implicita accettazione dell’idea che siano la violenza e la guerra che fanno la storia. In realtà, come diceva Gandhi, se fosse stata egemone la guerra noi non saremmo vivi. Quindi, la domanda vera, anche da una prospettiva storiografica, è chi abbia risparmiato il sangue nelle grandi vicende storiche e come abbia fatto. Le storie di sangue risparmiato bisogna saperle riconoscere, bisogna saperle vedere”..
Accade che donne distanti, provenienti da formazioni diverse, dotate di capacità di ascolto e di interrogazione, diano vita a pensieri che risuonano densi di convergenze e di elementi in comune.
Tessere il filo per rendere visibili i nessi possibili, ponendo a interprete la nostra soggettività, è creare genealogia femminile, espressa da Mary Daly con la metafora delle radici invisibili che si collegano sotto terra a formare un reticolo da cui attingere energia. Quel nutrimento aiuta a dire le urgenze che fanno parte della nostra consapevolezza di oggi: “qualcosa che il mio presente richiede che sia detto proprio da me in dialogo fedele con le fonti che ho scelto di cercare e il caso mi ha portato a trovare”, come ha scritto María-Milagros Rivera Garretas. Le sue parole, che a Roma nel 2006, al convegno “Il pensiero dell’esperienza”, mi avevano sorpreso tanto da invitarla poco dopo a Pesaro per un incontro seminariale, ci sollecitano a rinnovare costantemente il proprio mettersi in gioco nella scrittura femminile della storia.
Nota. Mi sono confrontata più volte con Luciana Tavernini che ringrazio.
Riferimenti bibliografici
Graziella Bernabò, Scrivere biografie di donne, in «DWF» n.3, 2012; cfr. anche l’intervista a lei di Marina Santini e Luciana Tavernini, Parlare con onestà alle persone oneste, in«Via Dogana» . 88 marzo 2009
Anna Bravo, “Sangue risparmiato”, in «Gli asini», n. 19 gennaio/febbraio 2014; cfr. anche La conta dei salvati. dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato”, Laterza, Bari 2013
Mary Daly, Quintessence: il viaggio metapatriarcale di Rabbia e Speranza, a cura di Luciana Percovich, Libera Università delle donne, Milano 2003
Emily Dickinson, Poesie e lettere, traduzione di Margherita Guidacci, Sansoni, Firenze 1961
Carlo Ginzburg, Prove e possibilità. (Postfazione a Natalie Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, 1984), in Id Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce.Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006
Monica Martinat, La frontiera tra vero e finto, seminario Università di Padova 11/11/2013 in https://www.youtube.com/watch?v=URqXrAERFEU; cfr. anche Monica Martinat, Tra storia e fiction. Il racconto della realtà nel mondo contemporaneo, Milano: Et al, nonché il resoconto dell’incontro del 9/11/2013 al Circolo della rosa a Milano in http://www.libreriadelledonne.it/tra-storia-e-fiction-il-racconto-della-realta-nel-mondo-contemporaneo-et-al-edizioni-2012.
Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”. Ricordi, immagini, documenti, ECIG, Genova 2005. Vedi anche http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/
María-Milagros Rivera Garretas, La storia vivente: una storia più vera. I guadagni di una relazione che non ha fine, in «DWF» n. 3, 2012
Anna Paola Moretti, Maria Grazia Battistoni, Leda. La memoria che resta, Anpi Fano, 2015
Wanda Tommasi, Introduzione a Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009
María Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000
María Zambrano, Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna 2010
Intervista a Natalie Zamon Davis, in «Memoria. Rivista di storia delle donne», n.9/1983
Natalie Zemon Davis, Arlette Farge ( a cura di) Storia delle donne Dal Rinascimento all’età moderna, in Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne in occidente Laterza, Bari 1991.
Natalie Zemon Davis, Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, Laterza Bari 1996
Natalie Zemon Davis, La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, a cura di Angiolina Arru e Sofia Boesch Gajano, Viella, Roma 2007
https://bukubooks.wordpress.com/jews/mattheus/, http://www.skript-ht.nl/vervolg-interview-natalie-zemon-davis/
(Duoda, n. 54, 2018)
di Daniela Bezzi
«Fin da bambina, era come se nel mio intimo ci fosse un tizzone di brace ardente. Crescendo, fui testimone della violenza domestica su mia madre e già in giovane età questa brace prese la forma di poesie…» Così si presenta Jacinta Kerketta nell’incipit alla sua prima raccolta di poesie dal titolo Angor, appena pubblicata dalla Miraggi Edizioni di Torino, con il titolo appunto Brace. Una quarantina di poems vibranti di tensione per quel continuo stupro di terre (oltre che di corpi) del quale è stata testimone fin da bambina nelle zone tribali del sud Jharkhand, in cui è nata. Land grabbing, sfollamenti, regolamento di conti tra minatori e caporali, dispute regolarmente risolte in favore del più forte, foreste teatro di ogni genere di saccheggio – e poi la fame, “che diventa fuoco”; campi impunemente sacrificati, magari a una diga. E la città che avanza, annulla/rimescola ogni identità: questi i temi che ricorrono nel lavoro di Jacinta, fortemente intriso di determinazione al riscatto e impegno a tutto campo, come animatrice di workshop di scrittura creativa nei villaggi, come role model per tante donne (e anche maschi) più giovani di lei, come esploratrice di quell’infinito field work che è il personale/politico – e quindi appunto scrittrice.
In questi giorni Jacinta è in Italia, protagonista di un lancio degno di una star: ieri era alla Ca’ Foscari di Venezia, per una lecture dal titolo quanto mai intrigante, Voices of Nature, Voices of Human Beings. Milano la vedrà oggi ospite della Libreria delle Donne, e lunedì dell’Università Statale; e poi Torino, Roma (tutti i dettagli nel Box) «e senza alcun bisogno di crowdfunding, perché ci sono situazioni, come questa che siamo riusciti a mettere in moto, dove bastano e avanzano le relazioni» commenta il suo editore/agente/amico Johannes Laping, che da anni frequenta quelle zone in rivolta in cui lei è nata, come attivista della piccola Adivasi Koordination che ha contribuito a fondare in Germania nel 1993 – quando le popolazioni indigene dell’India non se le filava nessuno…
Quel che segue è il succo di una lunga chiacchierata telefonica con Jacinta Kerketta qualche giorno fa, in attesa di incontrarla di persona.
Il tuo CV racconta di uno strepitoso debutto professionale come giornalista: borse di studio, premi, promettente carriera da inviata nelle zone calde del centro India, che poi interrompi per darti alla poesia…
Avevo deciso di diventare giornalista, iscrivendomi alla Facoltà di Mass Communication di Ranchi (e per questo devo ringraziare mia madre), dopo essere stata testimone di tanti abusi nella totale disattenzione dei reporters locali, e sarebbe fuorviante parlare di corruzione, spesso si tratta solo di pigrizia. Avevo voglia di raccontare come stavano veramente le cose e sono stati anni straordinari, prima come apprendista, poi inviata di qua e di là, e poi i Premi, alcuni importanti… al punto da farmi decidere a un certo punto di lasciare il quotidiano Prabhat Khabar (testata in lingua hindi con enorme seguito, ndr) e continuare come free lance. Una gioia alzarmi presto la mattina, fiondarmi dove mi pareva a bordo del mio scooter, il pomeriggio tutto per me, pubblicare quel che volevo, magari solo sulla mia pagina Facebook – ed è stato in quel periodo di totale libertà che la poesia ha cominciato a guadagnare spazio, non in alternativa al giornalismo, semmai come trasmissione più immediata di ciò che mi stava a cuore, e dritto al cuore di chi mi leggeva. Ha influito in questo cambio di registro la consapevolezza che il giornalismo, a determinati livelli, ha le mani legate – difficile non ricevere pressioni nella regione ricchissima di risorse minerarie, dove vivo io… Il che ha reso ancor più semplice la mia ritirata dalla stampa. I socials mi hanno aiutato.
Ho dato uno sguardo alla tua pagina FB: non c’è componimento che non registri centinaia di condivisioni, ti ho visto nominata “ambasciatrice della causa adivasi fuori dal Jharkhand”…
Sorprendente anche per me. L’unica spiegazione è che la poesia risuona con un’intimità speciale, in immediata sintonia con la musicalità rapsodica della gente per cui scrivo, che magari è inurbata da due generazioni ma nel suo intimo non ha perso il ricordo di ciò che nutre anche il mio scrivere: e parlo del sarna, quello che voi tradurreste come animismo, e che per noi è proprio un sentirsi dentro, ritrovarsi nella propria essenza dentro il creato, immaginare ciò che certi alberi o pietre hanno visto, in dialogo con il profilo delle colline, con la voce dei fiumi… un senso di viscerale appartenenza che nei miei versi si intreccia a fatti di inaudita brutalità, di cui tutti ormai sanno (grazie ai social networks) senza bisogno dei giornali. L’ultimo è di pochi giorni fa: decine di morti ammazzati, contadini innocenti, nell’ennesima battuta di caccia contro i naxaliti, in Bastar. Una guerra di cui nessuno parla da voi e che ha di nuovo traumatizzato quella terra di foreste da cui provengo.
Di tutto questo scrivi in hindi, che non sarebbe la tua lingua madre…
Ti sorprenderà sapere che l’hindi è la mia prima lingua, benché io appartenga all’etnia Oraon la cui lingua sarebbe il kuruk. Ero piccola quando i miei genitori si spostarono dal villaggio di Khudpos alla più vicina cittadina, Manoharpur. Mio padre era entrato nei ranghi della polizia (un sogno per un giovane adivasi di allora, come per tanti giovani di oggi, ahimè) e la mia educazione fu in hindi e poi in inglese, neppure a casa si parlava il kuruk. L’ho dovuto quasi imparare, quando ho cominciato a tenere i miei corsi di scrittura creativa per le ragazzine del villaggio di Kacchabari, nella zona di Khunti. Esperienza straordinaria, dalla quale ho ricevuto moltissimo, che mi ha messo a confronto con un mondo di cui sapevo ma di cui non immaginavo la felicità, per quella totale consonanza con la natura, e una natura che ovunque guardi letteralmente ti parla… e poi le feste, per ogni momento del ciclo agrario, con le danze, donne e uomini, tutti in circolo, al suono dei tamburi, fin dentro la notte, unica luce quella della luna che non hai idea quanto riesce a illuminare. Letteralmente una gioia scappare dalla città per sentirmi a casa lì, perché è lì che so di avere le mie radici…
Su questo tema è appena uscita infatti la tua seconda raccolta poetica, Land of the Roots, Terra di Radici, che presenterai in Germania subito dopo questo tour italiano.
Importanti le radici, questo ho scoperto rivivendomi nella mia identità più ancestrale di donna adivasi – questo cerco di trasmettere con le mie poesie. Esattamente come per quegli alberi secolari, quei campi che sono stati ricavati disboscando solo alcune zone, quegli esseri che armonicamente ci vivono dentro, partecipi di quello stesso humus che continuamente si arricchisce proprio in virtù di quella infinitamente rinnovata convivenza, l’umanità dovrebbe capire che, nel profondo, we are all one, figli della stessa terra. La politica cercherà sempre di dividerci, per dominarci meglio: hindu contro mussulmani, dalits contro adivasi, e all’interno del mondo adivasi ecco che stanno fomentando il risentimento contro i cristiani. Anche la violenza contro le donne rientra in questa strategia: non è solo violenza di genere, è violenza istigata per dividere ancor meglio uomini di comunità diverse che fino a ieri riuscivano a convivere e oggi conviene che siano in guerra, perché in questo modo ci si appropria più facilmente di territori che magari fanno gola – ed ecco che anche il corpo delle donne diventa campo di battaglia. Ma come dimostrano i corpi rimasti sul terreno nel massacro di pochi giorni in Bastar, questa è una guerra che non risparmia nessuno.
(il manifesto, 5 maggio 2018)
Il libro di Jacinta Kerketta, Brace (Miraggi Edizioni, Torino 2018), con testo a fronte in hindi, è in vendita presso la Libreria delle donne di Milano.
di Cinzia Colajanni
Di Leda Antinori, staffetta partigiana, si è parlato a Catania il 18 aprile 2018, in preparazione della festa della Liberazione. Per iniziativa de La Ragna-Tela, Le Città vicine e Catania Libri è stato, infatti, presentato il libro “Leda. La memoria che resta” di Anna Paola Moretti e Maria Grazia Battistoni, che hanno fatto un eccellente lavoro di ricerca per recuperare la memoria di questa giovane partigiana. “La sua storia è un’occasione per ‘riguardare’ la presenza delle donne nella Resistenza, che fu partecipazione di massa, silenziosa, anonima, collettiva, ricercando le parole delle protagoniste e il senso che diedero alle loro azioni”. Con questo spirito, si sono confrontati con le autrici Domenico Stimolo e Sara Crescimone, dopo un’introduzione di Anna Di Salvo che ha sottolineato la figura di questa donna “molto giovane ma capace di scelte determinate, che ha qualcosa di significativo da dire a donne e uomini non solo sulla ricerca di libertà dall’occupazione straniera e dall’ideologia fascista, ma anche sulla ricerca di una misura per sé, senza dover corrispondere a modelli imposti, neppure a quelli emancipativi”. Cinzia Colajanni, componente della rete La Ragna-Tela, ci ha inviato una sintesi del dibattito, che volentieri pubblichiamo.
La vita di Leda può essere considerata una rappresentazione del rapporto donna-Resistenza. Leda mette a repentaglio la vita non solo per dare il proprio contributo alla liberazione degli italiani dall’ideologia fascista e dall’occupazione nazista ma anche per un bisogno di riscatto personale. Come lei, le donne della Resistenza decisero di agire per una libertà futura, declinabile perché già presente in ciascuna di esse.
La mentalità patriarcale e maschilista, presente anche nelle menti dei partigiani, sopita durante il periodo della lotta armata, riaffiorerà in tutta la sua virulenza quando, al ritorno alla normalità, dovendo ripristinare gli atavici ruoli degli uomini e delle donne, si celebrerà la Resistenza come guerra di uomini, “supportati amorevolmente” dalle cure di madri, mogli e figlie.
A poco servirà, per il riconoscimento della eroicità di Leda, avere perso la vita, perché oltre al suo essere donna un altro elemento metterà in ombra il suo sacrificio, l’avere combattuto senza armi.
Si dovrà attendere la fine del Novecento perché si affermi il concetto di Resistenza civile. Solo allora si darà importanza a chi ha messo a repentaglio la propria vita non con gesti che comunemente gli uomini considerano eroici ma con gesti per così dire semplici ma assolutamente necessari per la sopravvivenza di chi si trovava in prima linea, nelle montagne o nei luoghi di preparazione delle azioni di guerriglia; necessari anche per le azioni di ribellione della cittadinanza, che era il principale bersaglio di quella guerra, azioni di cui soprattutto le donne si erano rese protagoniste. “Le staffette sapevano che, se catturate, avrebbero dovuto affrontare carcere e interrogatori, il rischio delle torture e degli stupri, anche la deportazione, come è stato in alcuni casi. Non era una mansione che si potesse compiere inconsapevolmente. La loro azione era pericolosissima e il loro ruolo non residuale; in un esercito regolare queste mansioni erano compiute da ufficiali di collegamento”. Scrive ancora Pietro Secchia “Le staffette costituivano un ingranaggio importante della complessa macchina dell’esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone”. È ormai riconosciuto, numeri alla mano, che l’esercito di liberazione, considerando le forze combattenti e le forze d’appoggio, era composto in maggioranza da donne e che senza esse non sarebbe stata possibile alcuna azione militare. Non generico contributo alla lotta quindi ma condizione indispensabile per lo sviluppo della Resistenza.
A febbraio del 1945 (due mesi prima della sua morte) Leda prova a scrivere un diario perché vuole fare conoscere la sua storia smentendo il luogo comune sulla “modestia” delle donne che non avrebbero voluto riconoscimenti.
Uomini hanno deciso che le donne che avevano partecipato alla Resistenza volevano l’anonimato. Le autrici ricordano che in una pubblicazione per “l’anno internazionale della donna”, nel 1975, la Presidenza del Consiglio dei Ministri scriveva: “Ci siamo astenuti da citare i nomi di queste eroine perché abbiamo ritenuto doveroso rispettare il carattere che le donne italiane hanno voluto dare alla loro generosa ed eroica partecipazione. Le donne italiane della Resistenza vollero infatti partecipare alla lotta per la libertà in modo collettivo e anonimo”.
In realtà le donne non chiesero riconoscimenti perché pensavano che ciò che avevano fatto fosse semplicemente doveroso, anche se alcune non volevano rendere noto ciò che avevano fatto per ragioni di prudenza.
Le condizioni eccezionali scaturite dalla guerra permisero di sorvolare su un comportamento pubblico che non fu considerato possibile mantenere, per donne rispettabili, in un paese ormai pacificato. Sembrò naturale rinchiudere nuovamente le donne in casa ed esse trovarono impossibile tradurre, nella mutata situazione, l’esperienza vissuta.
Le donne, partecipando alla guerra, avevano cominciato a ripensare il mondo e a rifondare valori. Non si sentivano più madri o figlie ma persone. La loro partecipazione ebbe quindi un carattere politico, anche se l’occultamento di questo carattere politico fece sì che le donne della Resistenza fossero rappresentate come figure secondarie di cui, nei documenti e nelle ricorrenze pubbliche, si poteva anche non dirne il nome.
Così tante figure di rilievo sono state a lungo ignorate.
Uomini e donne ebbero comunque un diverso modo di vivere la Resistenza, anche quando le donne combatterono con le armi. La diversa identità sessuale le porta infatti a percepire il mondo in termini di vita e di creazione e non di morte e distruzione.
E questa pratica orientata alla vita spiega la richiesta finale avanzata alla famiglia da Leda: non fare vendette, anche se si conoscevano i nomi dei suoi delatori.
(www.argocatania.org, 3 maggio 2018)
di Stefania Tarantino
Presento questo libro alla luce di tre esperienze che ho vissuto recentemente. La prima. Qualche giorno fa ho avuto un incontro raro. Ero impegnata nei lavori di pulizia di una casa appena ristrutturata nel Cilento. Ho sentito un canto di uccelli che non avevo mai sentito prima. Incuriosita da quel canto, ho lasciato ciò che stavo facendo e mi sono precipitata fuori. Ciò che mi è apparso davanti mi ha lasciato senza fiato e mi ha riempito di stupore. Una ventina di coloratissimi gruccioni, conosciuti scientificamente come Merops apiaster, volteggiavano in una danza emettendo trilli continui. Devo dire che ho scoperto solo dopo che si trattava di gruccioni. Quando li ho visti non sapevo che tipo di uccelli fossero e quei colori intensi che andavano dal blu al giallo, dal rosso al verde, e quelle ampie ali appuntite mi avevano fatto pensare che fossero una specie di pappagalli, ma la cosa era davvero un po’ strana. Che cosa ci facevano i pappagalli nel Cilento? No, non era possibile. Così, cercando le specie di uccelli migratori che passano per le coste cilentane e scandagliando un po’ di immagini, ho capito che si trattava dei gruccioni. Questo incontro mi sembra perfetto per introdurre e invitare alla lettura dell’ultimo libro di Antonietta Potente, Come il pesce che sta nel mare (ed. Paoline, Milano 2017), in cui c’è una parte dedicata proprio al nome e al canto degli uccelli. Ho compreso meglio che cosa l’autrice ci indica con il sottotitolo: la mistica luogo dell’incontro. Infatti, questo suo libro che non è una storia della mistica in senso stretto né la descrizione degli stati estatici vissuti nell’esperienza mistica è la storia di tutti quegli incontri inaspettati che hanno il potere di trasformare la nostra vita. Ma c’è di più: è anche un invito a non stancarsi mai di osservare ciò che ci circonda nella sua evidenza. Imparare a fare spazio a ciò che percepiamo nella sua misteriosità e inesprimibilità. Nelle differenti testimonianze che emergono sul senso della mistica e attingendo a fonti cristiane, ebraiche e islamiche, l’autrice parla della mistica come asse trasversale che sottende i nostri movimenti, come esperienza di un accadimento indescrivibile che fa parte di un percorso assolutamente umano e naturale. È proprio nel mistero delle cose che ci accadono e che ci circondano che, secondo l’autrice, c’è disvelamento della realtà più reale. E ciò accade non in momenti straordinari, ma nella vita di tutti i giorni. Antonietta Potente fa notare come una delle vie mistiche di radice antichissima sia proprio la lingua degli uccelli che troviamo nei miti, nelle fiabe, nei racconti popolari, nei cantici e nei modi di dire delle tradizioni orali popolari. Il corpo ha un suono e il corpo alato e sonoro degli uccelli ha sempre assunto, nelle variegate e differenti civiltà, un ruolo spirituale molto importante, sia rivelatore che ammonitore. Non esiste una mistica senza il coinvolgimento del corpo e il corpo è possibilità di unione, di condivisione, di scambio. Il suono risveglia forze interiori, energie misconosciute e assopite che, se solo vi prestiamo attenzione, ci mostrano un legame indissolubile. Da qui la domanda: che cosa ne facciamo di tutti quei bellissimi cantici di una divina presenza che lascia scie di luce al suo passaggio? La risposta la potremmo trovare se solo iniziassimo a pensare che più che di nozioni è di ali che abbiamo bisogno.
La seconda esperienza riguarda una mia recente visita a Palazzo Steri di Palermo, dove ho visto per la prima volta i graffiti e le scritte lasciate da tutti quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto nell’infernale macchina dell’Inquisizione. Si tratta di mura che, nonostante lo scorrere del tempo, trasudano dolore e sofferenza. Parole e disegni che testimoniano di torture indescrivibili, di disumani isolamenti, di corpi in cui è stato spento qualsiasi barlume di scintilla interiore. Antonietta Potente ci spiega come la mistica sia ricucitrice di ferite, spostamento in ogni direzione, sbilanciamento dal limite del corpo, trasformazione per l’indicibilità di ciò che si sente e si vede. Ed è anche ciò che ritorna sempre poiché, lo spirito degli uomini e delle donne libere, ritorna anche quando li bruci, li torturi o li allontani. La mistica è ciò che sottende alla vita come il rizoma lo è per le piante.
La terza esperienza riguarda il sapere nella sua forma più generale. Se la nostra conoscenza non ci apre le porte della nostra interiorità, se non smuove qualcosa nel profondo di noi stessi, tutto ciò che diciamo e facciamo resta miseramente sterile. Non a caso, in questo libro, la ragione deve diventare porta maestra dell’amore. La porta è un altro significante importante della mistica a Oriente come a Occidente e indica il superamento di ciò che pensiamo separato chiudendo così qualsiasi possibilità di incontro. Qui la forza politica trasformante del messaggio mistico, come cammino di ricerca che apre spazi, riunifica le vite, riporta alla sorgente delle cose nella loro semplicità. La sapienza cui la mistica allude nasce dalla sete e ha il tono di un’invocazione che travalica gli stretti confini della razionalità che, anche nel suo massimo dispiegamento, non ha impedito gli orrori ed errori della storia. È necessario guardare e guardarsi dentro perché è solo nella profondità che possiamo vedere il principio. Il libro è cosparso di citazioni che provengono dal mondo mistico dell’Islam. È in quel mondo che l’autrice vede l’origine di quella pura luce che dobbiamo lasciare entrare negli interstizi più oscuri. Un’immensa sete di sapere, di giustizia, di bene, ha accomunato da sempre spiriti lontani e diversi. Unire la propria sete a quella degli altri, capire che ciò che dà significato vero alle nostre vite ci proviene dal di fuori di noi stessi, oltre ai perimetri su cui abbiamo tracciato i nostri confini sempre più tristi e mortiferi. L’accumulazione, la guerra, la privatizzazione, tutto ciò ci fa perdere la gioia dell’incontro, di qualsiasi natura sia. Non si tratta di essere credenti o meno. Questo libro ci domanda quali sono oggi le pratiche politiche che possiamo mettere in campo per imparare nuovamente a leggere la realtà e per uscire da questa storia che distrugge tutto e separa ogni cosa. E ci domanda anche di rivolgerci a quelle dimensioni che si intersecano e si legano tra loro poiché, come scrive l’autrice, ci deve essere un luogo in comune, uno spazio, un cuore dove viviamo, nella verità della differenza, questa bellissima appartenenza gli uni agli altri, le une alle altre.
La composizione del libro
“Come il pesce che sta nel mare” riprende una frase presente all’interno del Dialogo della divina provvidenza di Caterina da Siena. L’autrice ne riprende anche la forma dialogica. Si tratta, infatti, di sei lettere indirizzate ad amici e amiche che condividono con lei percorsi sperimentali di vita e di saperi. Il libro si apre con un’introduzione cui l’autrice dà, significativamente, il titolo di una lettera di San Paolo ai Corinzi: La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Il primo dialogo s’interroga sul senso della mistica ed è una lettera indirizzata a un suo fratello boliviano. Il secondo dialogo traccia un cammino interiore ed è una lettera indirizzata a un’amica musulmana. Il terzo dialogo tratta del nome e del linguaggio degli uccelli ed è una lettera indirizzata a una sua sorella boliviana. Il quarto dialogo approfondisce il significato della questione mistica e del fatto che se anche Dio non fosse, ci sarebbero comunque i corpi con la loro sete ed è una lettera indirizzata a una sua amica veronese. Il quinto dialogo riguarda una riflessione sulla quotidianità della mistica ed è una lettera indirizzata a un’altra sua amica veronese. Il sesto dialogo si occupa del significato attuale delle pratiche mistiche ed è una lettera a una sua amica veneziana. Le conclusioni sono fatte come se dovessimo concludere.
Il libro sarà presentato all’Istituto Italiano per gli studi filosofici di Napoli (Via Monte di Dio, 14) da Stefania Tarantino il 7 maggio 2018 alle ore 17 alla presenza dell’autrice.
(www.libreriadelledonne.it, 1 maggio 2018)
di Annalena Benini
Che sollievo rileggere Luisa Muraro tutte le volte che prende una rabbia o anche solo una confusione
Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure, ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso… E non piace niente quando si rincorrono in un pulviscolo di titoli, cariche, carriere, promozioni; vedere fra loro delle donne è imbarazzante. Il privilegio di essere donna dà una grandezza d’altro tipo, che viene incontro fra le cose ordinarie della vita e arriva fino alle più straordinarie.
Questo libro è uscito parecchi anni fa, ma tutte le volte che mi prende una rabbia, o anche solo una confusione, io sento il sollievo di rileggerlo. Luisa Muraro è un filosofa, socia fondatrice della Libreria delle Donne di Milano, e le sue parole danno forma ai pensieri confusi, danno pace quando si sente venire vicina la guerra, per il potere, per la rivalsa, per l’affermazione di un’uguaglianza fra uomini e donne che però non deve mai cancellare la differenza fra uomini e donne. La differenza è importante, importantissima: noi siamo diverse dagli uomini, e non significa che gli uomini siano nemici. Non significa nemmeno che gli uomini non siano grandi, o non possano diventare grandi, ma nelle donne, scrive Luisa Muraro, «la grandezza c’era da prima, era sua da prima, non appariscente, come un’avventura segreta, come un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino».
Partendo da questo presupposto, un privilegio di nascita, una potenza nascosta, è tutto più semplice, e si può usare creativamente, pacificamente, l’energia che deriva dalla differenza, e capire, come giovanissima ha capito Simone Weil, prima di arrivare a sentire la giustizia «è necessario avere sentito fino a che punto essa non esiste». Giustizia di comportamento, giustizia di trattamento, giustizia di un’esistenza giusta. «Quando c’entra la differenza sessuale (e in questo senso dico: fra donne e uomini come anche fra donna e donna), si gioca una partita che oltrepassa le misure della giustizia, con effetti di tensione e conflitti che finora sono stati malamente capiti e peggio ancora risolti». Essere donne è una fortuna per l’umanità, ma non è facile per noi, non è semplice, e si rischia di fare ingiustizia nel nome della giustizia, o di cedere al rancore, anche perché l’idea di un’eccellenza femminile non chiude la partita, non basta, anzi la riapre. Però ecco, c’è, «nelle donne per sé stesse, che siano madri o no, qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa di incomparabile. Un teologo, Pierangelo Sequeri, commentando la creazione di Eva nell’arte cristiana, lo ha espresso bene con parole sue: la donna e Dio hanno un segreto di cui Adamo (raffigurato dormiente) non verrà mai a capo».
Le donne dovrebbero dirselo più spesso, gli uomini dovrebbero riconoscerlo in un modo più esplicito, anche per liberarsi dal narcisismo. Ma è difficile, e succede quasi solo segretamente, però Luisa Muraro consiglia una mossa benefica, quando tutto diventa insopportabile e finto, la mossa dello schivare: «Si tratta di uscire di colpo, con un salto di essere, dalla traiettoria del sempre più potere che ti si para davanti o ti prende di mira da dietro, dove i predatori saranno prede. E darsi invece a vivere nel mondo reale con il semplice potere che è un poter essere e un far essere, e con le capacità ricevute insieme alla vita di godere, soffrire, desiderare e, in caso, amare». Non significa non desiderare tutto, non avere tutto. Significa stare sul crinale, vivere come il surfista, sulla cresta dell’onda, e del surfista avere l’umore felice.
(Il Foglio, 7 aprile 2018)
di Antonella Cilento e Rosaria Guacci
Le storie hanno una potenza inesauribile, prevedono tenacia, dedizione al dire, capacità di ascoltare. Possono salvarci la vita, come sapeva bene Sherazade, l’eroina delle Mille e una notte: pagina dopo pagina, notte per notte, lei non smette di narrare per essere risparmiata dal sultano che, esigente, pende dalle sue labbra. Il nostro moderno sultano è il tempo: narrare significa andare a patti con questo assoluto padrone delle nostre vite. Davvero, parafrasando il titolo di un indimenticato libro di Alberto Savinio, noi, donne e uomini, dovremmo essere obbligati a narrare le nostre storie per avere più vita. O ancor meglio, per essere restituiti a una sorta di esistenza più piena di quella che temiamo sia resa grama dalla quotidianità. Di questo sì è parlato in Libreria delle donne sabato 24 marzo durante la presentazione di Morfisa o l’acqua che dorme di Antonella Cilento.
Un po’ di trama e le ragioni del romanzo:
«Non siamo soli se per noi brilla di notte la lanterna del faro che Stevenson guardava, da bambino, immaginando sfrenatamente storie.
Quella lanterna brilla tutta la vita, a letto con la febbre, dalle finestre di scuola, lungo le strade, nel buio e nella luce. Brucia anche col sole. Chiudiamo gli occhi e c’è, luminosa finché viviamo.
“Mi conosco, dunque invento. Mi conosco, dunque creo.”» È a questa logica che risponde il romanzo Morfisa o l’acqua che dorme scritto da Antonella Cilento per Mondadori. Morfisa è l’ultimo romanzo di questa scrittrice feconda (a quarantasette anni ha scritto quindici romanzi) e non appartiene alle cosiddette narrazioni mainstream, quelle oggi di moda: «non è un’autofiction, non è una “non fiction novel”, cioè un romanzo che finge, denunzia o solletica i buoni sentimenti. Appartiene piuttosto a un’antica tradizione, messa a lato, almeno per ora, dall’ansia di realismo di un Paese che non sa più distinguere la finzione dalla realtà.»
Morfisa è la storia di una bambina nera, la giovanissima figlia del duca Giovanni – per questo è chiamata ducissa – che regge il Ducato filo-bizantino di Napoli nell’Anno Mille. La piccola non può camminare ma miracolosamente entra nei sogni di tutti. È il “monstrum vel prodigium” prediletto dagli autori greci e latini: una creatura meravigliosa che fa ogni genere di prodigi, risana i malati, ne lenisce le pene del corpo e dell’anima. I napoletani la venerano come la loro “Marunnella” nera o Theotókos, la Madre di Dio che al solo tocco o al tono della voce li può salvare. Soprattutto è polimorfa, come l’etimologia del suo nome suggerisce: può mutarsi in ciò che vuole – balena, aquila, cinghiale, atleta che, come l’Atalanta del mito, vince tutte le gare e si impone sui segni e sui sogni che chi in sonno la rievoca produce. Al posto della sorella maggiore Crisorroè, morta in un naufragio, va condotta a Bisanzio come sposa dell’imperatore Costantino dal poeta Teofanès Arghili, inviato a questo scopo a Napoli dalle due imperatrici bizantine Teodora e Zoe, per ricucire l’alleanza tra Bisanzio e Napoli.
In che situazione è la Napoli dell’undicesimo secolo in cui il romanzo ha inizio? Sono molti i pretendenti che la desiderano: i longobardi l’hanno persa, i salernitani la odiano, gli amalfitani la contendono, i mori la pretendono, i normanni l’occuperanno, il papa non la vorrà sotto il suo protettorato perché «i napoletani sono più greci che cristiani»: l’avventura, insomma si complica.
«Teofanès scoprirà che Napoli è rimasta pagana e che le donne, per quanto vittime di stupri e incesti, sono depositarie di antichi saperi e poteri» (se li contendono le Sangennare, le seguaci della tradizione, e le Virgiliane, donne più libere discendenti dal poeta Virgilio qui addirittura assurto a santo protettore della città). Tornando a Morfisa, lei possiede, fra i suoi molti doni, l’arte che manca all’incapace Teofanès, quella di raccontare storie. «Mentre il romanzo del poeta non va avanti di un rigo, Morfisa conosce invece le trame di tutte le storie raccontate e da raccontarsi (persino la versione sumera di “Orgoglio e pregiudizio” o quella bizantina di Peter Ibbetson – ricordate il film Sogno di prigioniero? – Ha le sue personali versioni di Cervantes, Kafka, Saramago e altri ancora.)»
La trama da qui in poi si fa sempre più intricata e popolata ma la interrompiamo. Qualcosa l’abbiamo già anticipata: essa affonda i suoi piedi in pezzi di storia autentica. «Napoli, per oltre sei secoli Ducato autonomo di pertinenza bizantina, di fatto nell’Anno Mille è del tutto indipendente. È l’unica epoca in cui non è colonia, vittima o regno straniero e pochi e complicati a leggersi sono i documenti di un periodo pur così lungo, favoleggiato da Benedetto Croce e dagli storici risorgimentali come l’epoca felice dell’indipendenza cittadina. Insomma, fino all’anno Mille, all’XI secolo del romanzo, Napoli città piccola (molto più piccola della grande città angioina e della megalopoli spagnola che è l’antenata della città odierna) ma fornita di un grande esercito e di navi competitive, salva spesso Roma; però è destinata ad esser presa dai Normanni e a finire nell’orbita occidentale, perdendo la sua fortissima radice greca. Che resta altresì nella lingua, nella filosofia, nell’immaginario letterario e nelle sue leggende.» Potente, sapiente e libera come lo sono le protagoniste della narrazione, donne che conoscono ciò che a pochi è noto, e amministrano il mistero della creazione – il segreto dell’Acqua che nel romanzo avvolge la città come un manto e che può stare ferma e muoversi freneticamente nel corso dei secoli. Non importa che a interrogarla e muoverla siano mercantesse disinibite, ducisse decapitate, “marunnelle” dai piedi monchi, imperatrici viziate, monache volanti, atlete in corsa, immani balene. Qui le donne sono potenti: il romanzo mette in scena il Girl-Power, come si dice in linguaggio più corrente. Da tempo Antonella Cilento pensava che questa epoca andasse narrata in un romanzo, «specie considerando che noi abitiamo in pieno romanzo bizantino», lei suggerisce nel testo; «quest’antesignano del romanzo moderno, notissimo a Boccaccio o ad Ariosto, è oggi, come la gloriosa storia dell’Impero d’Oriente, relegato negli studi specialistici, mentre se lo leggessimo ci accorgeremmo che Beautiful, Sentieri, Il trono di spade, House of Cards e qualunque narrazione seriale, qualunque telenovela e qualunque romanzo vengono da lì. Siamo abituati a vedere personaggi che inopinatamente muoiono e risorgono? Bene, è quel che accade nel romanzo bizantino. Siamo abituati a vedere matrimoni incrociati? Anche questo accade. E la forma era già così consumata che Boccaccio nella novella del Decamerone intitolata “Alatiel” la prende in giro: Alatiel, stuprata in ogni porto del Mediterraneo, arriva infine al matrimonio, vergine.»
I riferimenti letterari (le madri)
Per finire, alcuni cenni agli antecedenti letterari di questo romanzo, alle scrittrici e agli scrittori che l’hanno nutrito. L’Anna Maria Ortese del racconto Un paio di occhiali (in Il mare non bagna Napoli), non fosse altro perché a dieci anni, era il 1980, come Antonella ha raccontato in un’intervista, quella raccolta fu il suo libro di lettura a scuola. Alla piccola Eugenia nel racconto «mettono gli occhiali da vista, e da “cecata” di colpo il mondo le appare molto diverso: la Napoli a lei più prossima, quella dei genitori, dei nonni, volta il dito verso di lei: “de te fabula narratur”. Non si trattava più di divertirsi, di viaggiare in mondi lontani e immaginarsi storie diverse, moltiplicate in pirati e piratesse, ragazzi che fuggono nella brughiera, principesse (non solo Salgari, Verne, Stevenson e tutte le letture che si facevano a quei tempi e si dovrebbero sempre fare) ma si tratta di lei»: per colpa di quel racconto l’autrice cominciò a scrivere.
Un altro libro-guida tre anni dopo lo ricevette in dono dal padre, i Racconti italiani del Novecento curati da Enzo Siciliano. «Fra molti altri, Anna Banti narrava in Tela e cenere di un Caravaggio maledetto (una Negazione di San Pietro) che continua a passare, secolo dopo secolo, di mano in mano portando una terribile sfortuna», così come l’uovo magico di Morfisa, quello che la tradizione napoletana vuole custodito a Castel dell’Ovo in una brocca d’acqua, capace di ispirare le storie – uovo che come il magico anello del Signore degli anelli fa impazzire dal desiderio ma danna chi lo possiede. E ancora di Ortese va ricordata L’infanta sepolta, «il bellissimo racconto in cui una madonna nera (la relazione con Morfisa è evidente) chiusa in una teca di cristallo, poco visitata, buia, fa venire in mente a una ragazza che va a vederla in chiesa ogni giorno che la madonna possa essere viva; sia una vera donna chiusa dietro il vetro e che tutti lo sappiano, specie i preti, e che lei muova una mano e chieda notizie del mondo esterno, “urgenti notizie della notte”». E questo è il titolo che avrebbe dovuto avere Lisario, o l’infinito piacere delle donne, penultimo romanzo di Cilento, incluso nella Cinquina del Premio Strega 2014. «Come Lisario che cade in catalessi e viene esposta a mo’ di miracolo vivente, nel romanzo del 2014, e Morfisa esposta nella grotta sopra la Crypta Neapolitana perché fa miracoli, l’ostensione del corpo femminile, il suo uso fraudolento, è evidente. Ma sia Lisario che Morfisa non sono soggetti passivi, sono due inaffondabili bambine o ragazzine potenti della loro intatta infanzia spirituale, nonostante le violenze subite e da subirsi.»
E se dentro Antonella Cilento si agitano il fantasma potente di Stevenson e quello inarrestabile di Bulgakov, è innegabile, però, il debito di questa scrittura col padre della letteratura napoletana, Giambattista Basile, l’autore de Lo cunto de li cunti, «coi suoi orchi che fanno puzze capaci di generare alberi (orchi perseguitati dagli umani, come capita al popolo napoletano perseguitato dagli Spagnoli); coi corridoi di cristallo sotterranei che percorrono gli innamorati, e i piedi tagliati e insanguinati della Gatta Cenerentola.
Un’idea barocca di lingua (che non significa inutilmente complicata, anzi piana ma carica di immagini) e una fantasia barocca che trasfigura di continuo la realtà sono frutto sicuro delle letture infantili e ripetute di Basile e dei novellieri antichi», che arrivavano in casa di Antonella – racconta ancora lei nell’intervista già citata – «sotto forma di bellissimi libri illustrati, in particolare da un genio pittorico come Adelchi Galloni. Galloni che nelle sue piccole selve popolate di salsicce e gatti, nei balconcini dei paesi e dei castelli, portava con sé Carpaccio e Dürer, gli olandesi, i lombardi e gli italiani, le selve dell’Appenino e il mare carico di vele e nuvole che s’intrecciava con le nuvole del grande Miyazaki.»
I debiti di Cilento sono poi con tante altre scrittrici e scrittori, ne nominiamo, tra gli altri, la più vicina nel tempo, Fabrizia Ramondino, almeno per quel capolavoro che è Althénopis. «Infine ricordiamo i due esergo di Morfisa: Lighea di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che è racconto notissimo ma necessario per dare una sia pur vaga idea di cosa significhi essere davvero meridionali, napoletani come siciliani. Lo studente immerso nello studio del dialetto ionico che si ritira su una spiaggia e vede, nei fumi dei classici e delle declinazioni, una vera sirena, che parla fluentemente la lingua che lui a fatica studia (la lingua morta che incontra la viva) e che con la sua grecità finisce con il mangiare e fare l’amore, commuove. La sirena, la nostra vera identità feroce e antica, abita in noi da sempre, non solo nei vocabolari che abbiamo faticosamente compulsato a scuola.
L’altro esergo viene da La pazza di casa di Rosa Montero, che è libro bellissimo, in Italia assai noto grazie al Premio Grinzane: la pazza di casa è la nostra fantasia, la nostra immaginazione che trattiamo come fosse la parente matta o povera, la pecora nera, che abita nell’ultima stanza della nostra casa e mai vogliamo mostrare agli ospiti. In questo libro, Rosa Montero narra della sua personale danza con la scrittura e c’è un capitolo su tutti, bellissimo, in cui Montero va a vedere le balene nell’oceano e osservando l’improvvisa, fulminea apparizione della balena che, data la mole, si vede sempre e solo per dettagli, capisce che è così che ci vengono le idee. Improvvise apparizioni, illuminazioni che ci dicono che oggi, proprio oggi, immagineremo di scrivere l’inizio di un romanzo che cambierà la letteratura del nostro tempo. Poi, così come l’immagine è apparsa, scompare, rubata dal suono del telefono, dalla lavatrice da attaccare, dal tempo che ci sfugge e che ci sembra sempre insufficiente. Se non siamo veloci ad arpionare le idee, se non siamo sempre presenti alla nostra immaginazione, tutto ci sfugge e può capitarci, come lei narra in un altro capitolo, di esserci riservati una giornata per scrivere e di averla sprecata in risposte alle mail. Perché? Perché, dice Montero, abbiamo paura di rovinare ciò che abbiamo perfetto in mente ma che, sulla carta, dovrà confrontarsi con i nostri limiti tecnici, con la nostra voce stonata.»
In Morfisa l’ultima parte del romanzo, La coda della balena, è ispirata a Montero. «Laddove l’incrocio fra le locali leggende sul “pistrice immane” e le balene immaginarie (Moby Dick, quella di Pinocchio, i grandi pesci di Hemingway, ecc…) producono la potenza inesauribile che anima Morfisa. Che, mutandosi nell’atleta che corre, si dice potente: quella forza che anima le cose tutte scorre in lei, quando immagina, quando ama», quando concepisce fecondata in sogno un suo bambino e un nuovo uovo, in sostituzione dell’originale andato distrutto, ispiratore di altrettante inesauribili storie. La letteratura può fare anche questo.
(www.libreriadelledonne.it, 29 marzo 2018)
di Laura Fortini
NARRAZIONI DIFFERENTI. Un percorso a partire da «Ritratti di donne da vecchie», di Luisa Ricaldone pubblicato da Iacobelli Editore. Sabato 24 marzo nell’ambito di Book Pride, l’autrice discuterà del volume e delle sue tematiche. Da Veronica Gambara a Goliarda Sapienza, il discorso sull’età che avanza percorre epoche e storie. Coraggiosamente scandalose e spesso sul filo della reprensione pubblica perché reputate indegne, sarebbe inutile parlarne attraverso retoriche sentimentali. Altro accade in luoghi e contesti diversi da dove il prolungarsi della vita è dovuto a un benessere economico che solo a un certo Occidente pertiene
A significare che qualcosa di sostanziale è cambiato vi è la nota immagine di Louise Bourgeois, ritratta a 71 anni da Robert Mattlethorpe nel 1982, all’indomani degli anni Settanta, con un enorme fallo sotto braccio e il volto pieno di rughe, sorridente in una bella e elegante giacchetta pelosa: guarda l’obiettivo e noi sorridiamo con lei di tanta serena disinvoltura nel rappresentare la fine dell’ordine simbolico patriarcale da una postazione di indubbio coraggio quale la sua età.
NONOSTANTE CIÒ, e sicuramente meno nota, risulta sostanzialmente dello stesso tenore la lettera che nel 1542, all’età di cinquantasette anni, la poeta e scrittrice Veronica Gambara scrisse a Pietro Bembo, ormai cardinale e intellettuale illustre. Lei, donna savia e sapiente dell’arte del governo di una pur piccola città come Correggio oltre che di letteratura e cultura, annota che «io sono in questo istante, quella stessa che era già tant’anni, e benché abbia cangiato il pelo, non ho però cangiato voglia».
Si tratta della voglia e del desiderio di comunicare con il proprio interlocutore nonostante i capelli ormai bianchi, nonostante i quaranta anni passati dalle loro prime missive, nonostante tutto quello che è accaduto alla vita di ognuno, sentendosi sempre la stessa, desiderosa di parlare e scrivere di letteratura e poesia.
È possibile abitare il tempo biologico, fisico e corporeo dell’età avanzata senza sentirsi spossessate di sé? Quanto scritto da donne appartenenti anche a periodi storici assai diversi, da Veronica Gambara fino alle scrittrici dell’età contemporanea, aiuta a comprendere come affrontare un’età tutta ancora da inventare sotto il profilo dell’elaborazione collettiva ma non certo letteraria, al punto che le sono stati dedicati saggi che sono andati a costituire, soprattutto in area statunitense, gli Age Studies e che hanno tratto ispirazione e fondamento daLa vieillesse di Simone de Beauvoir, del 1970, da Marguerite Duras, e più oltre da Vita Sackville-West, fino ad arrivare alla pittrice e scrittrice Leonora Carrington che nel 1976 pubblica l’esilarante e acuminato Il cornetto acustico, ambientato in un ospizio.
Alla rappresentazione e all’autorappresentazione della vecchiaia a firma di donne è dedicato il bel libro di Luisa Ricaldone intitolato Ritratti di donne da vecchie (Iacobelli Editore, pp. 136, euro 12). Studiosa di letteratura italiana contemporanea, l’autrice riflette da tempo sulla rappresentazione letteraria della vecchiaia femminile: insieme a Edda Melon, Luisa Passerini e Luciana Spina nel 2012 ha curato Vecchie allo specchio, e-book del Cirsde (scaricabile gratuitamente dall’archivio on line del Cirsde, acronimo per Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle donne e di genere dell’università di Torino), e si è soffermata sullo stile tardo di Said nel volume Passaggi d’età (a cura di Anna Maria Crispino e Monica Luongo, Iacobelli Editore 2013).
VOLUTAMENTE e in modo dichiarato Ricaldone non adotta giri di parole per parlare delle vecchie, coraggiosamente scandalose e sul filo della reprensione pubblica perché reputate indegne: come non ricordare le immagini video di Doris Lessing che a 88 anni, nel 2007, riceve la notizia del Nobel per la letteratura tornando a casa dalla spesa, trasandata e quasi indegna di tanto riconoscimento e proprio per questo scandalosamente grande nel suo esercizio di confortante quotidianità? La stessa Doris Lessing che ha scritto il bellissimo Diario di Jane Somers, pubblicato nel 1983, dedicato proprio al rapporto tra una donna che, nel pieno della propria vita adulta e all’apice della sua carriera, incontra una donna vecchia, di cui, in modo che sorprende anche lei stessa, si prende cura, affezionandosi e volendole bene.
LA VICINANZA al tempo scandito dal corpo a partire dalla cadenza mensile delle mestruazioni fa sì che lo sguardo sulla decadenza fisica, anche la propria, possa avere caratteri di comprensione dell’umano che ne fanno occasione di vivere quest’età in modo pieno e inatteso. Sorprendente che Maria Bellonci abbia iniziato a scrivere Rinascimento privato a 81 anni, nel 1983, e lo abbia terminato nel 1985, un anno prima di morire, ripercorrendo in esso la vita di Isabella d’Este dai suoi 59 anni in poi; altrettanto che Anna Banti scriva quella sorta di autobiografia in terza persona che è Un grido lacerante a 86 anni, nel 1981.
Sorprende e fa pensare a un divenire in continua mutazione e modulazione nell’elaborazione di scrittura che costituì scommessa di vita e di pensiero per ognuna di queste signore, e il pensiero va anche a Grazia Deledda e a Sibilla Aleramo, che scrissero fino alla morte, entrambe, così come Goliarda Sapienza, che scrive pagine memorabili sull’eros da vecchi nella sua Arte della gioia,pubblicata postuma nel 1998.
STIAMO PERÒ PARLANDO delle vecchiaie delle donne bianche occidentali, lo ricorda con fermezza Ricaldone, perché altro sarebbe il discorso in luoghi e storie diversi dall’Occidente e da un prolungarsi della vita dovuto a un benessere economico che solo all’Occidente – e a un certo Occidente – pertiene.
Donne bianche occidentali e femministe, che arrivate all’età della vecchiaia interrogano quest’età proprio come hanno interrogato le età precedenti a partire da sé e facendone materia di narrazione, da Luisa Passerini che ne La fontana della giovinezza, pubblicato nel 1999, scrive in terza persona una sorta di esame in pubblico del divenire – e sentirsi – vecchia, fino a Rossana Rossanda che ne La ragazza del secolo scorso, del 2005, riattraversa la propria vita a partire da una posizione di vecchiaia, senza però mai interloquire con la propria età presente, ma tutta protesa sull’esercizio della memoria autobiografica e collettiva.
Signore del tempo si vorrebbe definirle, pensando alla bellezza della scrittrice Toni Morrison, che nelle interviste video a ottanta e più anni parla avvolta dalla sua vecchiaia e dei colori vivaci del suo scialle in modo regale. E riprendendo il titolo di un intervento del 2012 di Marirì Martinengo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano, in cui si considera la vecchiaia un’occasione, un’invenzione da non perdere, riecheggiando così il titolo di un libro di Betty Friedan sulla vecchiaia, L’età da inventare, pubblicato da Frassinelli nel 1993, che insieme al volume di Germaine Greer del 1992, dedicato a La seconda metà della vita. Come cambiano le donne negli anni della maturità, sono stati antesignani della riflessione sui cambiamenti delle età e sulla possibilità di viverle altrimenti.
CERTO È BENE non avere retoriche sentimentali, al proposito, però: se la letteratura di vecchiaia è ormai un genere, questo non vuol dire che essa si sostanzi solo di caratteri positivi, ma ciò potrebbe dirsi di qualsiasi età. Si è però di fronte a una letteratura di compimento e della fine, a volte anche della smemoratezza della fine che si appresta e che ha le parole di altri perché vi sia narrazione, come nel caso della demenza senile e dell’Alzheimer, cui è dedicato l’ultimo, toccante capitolo del volume.
Ricaldone ricostruisce con attenzione e delicatezza fili di narrazione che attraverso racconti di figli e figlie, mariti e amiche, cercano di guardare in volto la perdita di memoria delle persone care, perturbante come poche altre cose perché significa affacciarsi sull’orlo della perdita di senso di sé e della propria vita e, insieme, però, possibile di altre forme di articolazione dell’amore e dell’affetto, la cui narrazione diviene altra forma di memoria, per sé e per le persone cui si è accanto.
«Quando sarò vecchia mi vestirò di viola» ha scritto Jenny Joseph nel 1961 e molto si vorrebbe fare proprio di quel viola, dissacrante, bizzarro e birbone, ma soprattutto assai libero. Si tratta di un esercizio che va oltre l’età della vecchiaia ma che quando praticato dalle vecchie diviene scandaloso: è ora e tempo di andare a passeggio con un fallo sotto il braccio, è ora e tempo di desiderare, ci dicono Veronica Gambara, Louise Bourgeois, Goliarda Sapienza e le molte altre, basta solo seguirle.
(il manifesto, 22 marzo 2018)
Pubblichiamo con interesse questo articolo di Christian Raimo che propone un quadro dei testi femministi presenti o assenti sul mercato editoriale. Molti di questi in realtà, e per fortuna, si possono acquistare presso la Libreria delle donne di Milano. Per esempio quelli di Carla Lonzi e di Luisa Muraro.9
Di Christian Raimo
La questione femminista è una questione anche di spazi culturali, e quindi editoriali. Me ne rendevo conto leggendo Perché non sono femminista (libro notevolissimo) di Jessa Crispin, appena edito da Sur, che s’incentra sul riconoscimento di autrici praticamente inedite in Italia, come Andrea Dworkin (il suo Intercourse è del 1987, mai tradotto) o Germaine Greer (Il suo classico L’eunuco femmina edito da Bompiani nel 1970 non si trova da anni).
Nell’ultimo anno, sull’onda del #metoo, qualcosa viene tradotto. Ponte alle grazie ha ripubblicato un classico narrativo come Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, che è del 1985. Un libro che era citato nell’incipit di Libere tutte di Giorgia Serughetti e Cecilia D’Elia, che oltre tante importantissime cose è anche un tentativo di ricognizione del panorama editoriale femminista. Sempre Ponte alle grazie per esempio ha tradotto Gli uomini mi spiegano le cose (che era uscito nel 2014), di Rebecca Solnit, di cui è praticamente quasi tutto inedito in Italia; dieci anni fa probabilmente grazie a Tiziana Triana, Fandango aveva pubblicato due suoi bellissimi testi, Un paradiso all’inferno e Speranza nel buio. Sempre Fandango ha pubblicato nel 2015 il libro cardinale di Paul B. Preciado, Testo tossico, che era del 2008. Edizione Alegre ha appena pubblicato Donne, razza, classe di Angela Davis, un testo del 1981. Di Judith Butler sono disponibili i testi di Laterza, come Soggetti del desiderio e Questioni di genere, ma mancano da anni il suo testo fondamentale che aveva tradotto Meltemi, ossia La disfatta del genere (lo rifarà Mimesis, che ha ripreso parte del catalogo Meltemi?), e Critica della violenza etica, che Feltrinelli aveva tradotto nel 2006. Di Susan Faludi, Isbn aveva tradotto Il sesso del terrore (oggi non si trova nemmeno sulle bancarelle), ma è ancora non tradotto un libro imprescindibile del 1991, Backlash.
Un buco enorme in libreria è il femminismo storico italiano. I testi di Luisa Muraro non sono ripubblicati da anni, o vengono ristampati da piccole case editrici: per esempio L’ordine simbolico della madre è stato sì ripreso da Editori Riuniti nel 2006 ma non più ristampato; la maggior parte dei suoi testi non esiste in libreria, dove si trova solo – e raramente – il suo pamphlet del 2012 Dio è violent (pubblicato da Nottetempo). Adriana Cavarero è ugualmente assente in liberia, si trova qualcosa su Amazon, ma testi importanti, come Corpo in figure o Tu che parli, tu che mi racconti, non sono disponibili nemmeno su ordinazione, e il suo Filosofie femministe (scritto con Franco Restaino) è un libro praticamente introvabile e del 1999, andrebbe aggiornato. Di Carla Lonzi ogni tanto compare in modo quasi carbonaro in libreria il suo Manifesto di rivolta femminile e il suo Sputiamo su Hegel: il suo Autoritratto e i suoi Scritti sull’arte sono pubblicati da Et.Al, ma in modo quasi clandestino. Lea Melandri? Il suo libro, Amore e violenza, entusiasmante per l’intelligenza, un piccolo classico contemporaneo sul femminismo, in libreria non c’è, in rete si può ordinare ma ci vuole un settimana. Rosi Braidotti è un oggetto non identificato in libreria, qualcosa – non molto – è reperibile online. Persino Il trucco di Ida Dominjianni che è un libro cruciale, del 2014, ricomincia a circolare sul passaparola soltanto oggi, dopo le mobilitazioni del #metoo. E potremmo andare avanti a lungo.
Insomma, va benissimo, è giusto e bello che Le storie della buonanotte delle bambine ribelli stia già al sequel; ma sarebbe molto auspicabile che del pensiero femminista non si rimuovesse l’articolazione, l’importanza storica, la radicalità.
(www.minimaetmoralia.it, 9 marzo 2018)
di Sara Gandini
Dai femminielli di Napoli al travestitismo, dalle “favolose” alla prostituzione trans, dalle lotte per la legge che ha permesso il cambiamento del sesso anagrafico (n.164/1982) al rischio di sparire nella normalità. Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit (Movimento identità trans), racconta come è cambiato il movimento trans, storicamente e politicamente, un movimento poco conosciuto ma che porta con sé una radicalità rivoluzionaria.
Si ride e si pensa leggendo L’aurora delle trans cattive (ed. Alegre, 2018), l’ultimo libro di Porpora Marcasciano, che sa mostrare la potenza e la radicalità della politica del simbolico e del suo legame con l’immaginario, col desiderio, con il linguaggio, con il corpo, nell’epoca in cui «si cominciò a rivendicare, prima che i diritti, il diritto di esistere».
Provocazioni e contraddizioni si rincorrono in questo libro ben scritto e coinvolgente, in cui l’autrice si mette in gioco personalmente.
Il libro nasce in un’epoca storica in cui esorcizzare lo stigma della prostituzione sembra divenuta la priorità assoluta e il movimento trans attuale sembra volersi sbarazzare del passato perché imbarazzante. Ma la sacrosanta ricerca di serenità può portare con sé quella «rimozione storica e culturale che fa sparire tutto ciò che è spurio, scarto, non funzionale, cancellando vite e esperienze non assimilabili perché ritenute degenerate, ibride, bastarde, pericolose».
Nel linguaggio di Porpora si ripetono aggettivi come leggendarie, favolose, spettacolari in una accezione fondamentalmente politica perché il truccarsi diventa entrare nella scena del mondo, finalmente esserci e significare la propria presenza nel mondo: «se il mio corpo era il calco del mondo, di riflesso esso diventava la mia impronta nell’universo.» Plasmano il loro corpo perché diventi «un corpo produttivo di senso e significato».
Porpora Marcasciano da una parte provoca il movimento trans, esplicitando le contraddizioni attuali, e dall’altra apre conflitti con quel femminismo che le accusa di «scimmiottare e creare parossismi che nulla hanno a che fare con la pratica femminista» e spiega che il trucco, gli abiti, la chirurgia erano esagerati per rimarcare la decostruzione di genere, la presa di distanza dal patriarcato: «le trans entrano in scena con i colori della guerra».
Allo stesso tempo scrive: «Nonostante ripetessimo all’infinito, a noi stesse e al mondo di essere donne rivendicandone l’appartenenza, in cuor nostro percepivamo il limite di quella dichiarazione che per quanto mi riguarda, restava profondamente simbolica, quindi fondamentalmente politica».
Porpora declina tutto al femminile, prima di tutto per un motivo politico, e si esprime in questi termini: l’utilizzo del femminile è uno «straordinario metodo di sconvolgimento semantico nel leggere e definire il mondo, anzi la monda!».
Anche per molte femministe accettare di essere identificate come donne è una vera e propria decisione politica, e per me ha coinciso con l’impegno per un senso libero della differenza sessuale, che non è qualcosa che sta tra donne e uomini e spartisce l’umanità in due. Le trans nella storia hanno pagato duramente e tuttora vengono umiliate per questa scelta. Chi più delle trans può essere testimone che la differenza sessuale non è una invenzione e che non si può ridurre tutto solo ad anatomia e biologia o solo a cultura, stereotipi e costruzione del genere? Mi riferisco a quella differenza che ci impedisce di identificarci con noi stesse e che ci mette in relazione con quello che non siamo: “Non c’è un’identità sicura e stabile nell’essere chiamata donna, e in questo si comincia finalmente a vedere un pregio”, scrive Luisa Muraro in un articolo sul manifesto dal titolo Il pensiero della differenza va capito. Il libro di Porpora ci dà la possibile di riflettere sui rischi della cancellazione della differenza sessuale e il valore simbolico e quindi politico di definirsi donna.
In questo libro infatti emerge chiaramente che se la storia trans è stata marginalizzata, assorbita, neutralizzata sono responsabili anche i loro compagni di viaggio, quelli del movimento gay. Prendere la parola e raccontare in prima persona la propria esperienza diventa quindi fondamentale perchè il registro narrativo non sia diretto esclusivamente dagli omosessuali maschi, avverte Porpora.
Interessanti anche i vari percorsi che l’autrice racconta per arrivare alla legge 164 che le ha liberate da una situazione in cui erano considerate soggetti pericolosi per l’ordine pubblico, e quindi private di passaporto, patente, diritto al voto o spedite in galera perché giravano truccate. Un ruolo importante in parlamento l’ha avuto il sostegno e le strategie di Rosa Russo Iervolino, ma anche la solidarietà di donne come Tina Anselmi e Roberta Tatafiore.
Se da una parte quindi la legge 164 ha cambiato letteralemente la loro vita, dall’altra Porpora avverte che il rischio attuale è di attraversare spazi e luoghi «rimanendo inosservate, senza peso, diafane». Si tratta di un contrasto interiore e di una contraddizione interna al movimento trans: la politica dei diritti è legata a filo stretto con il desiderio di essere integrate e “normalizzate” in una società che andrebbe invece rivoluzionata. E quindi Porpora riafferma con orgoglio il desiderio di definirsi non normali e specifica «Eviterei anche la parola diversi, perché essa presuppone l’altro da sé, quello non diverso, quindi uguale, quindi normale. Sarebbe come svilire, privare di senso le tantissime meravigliose creature che negli anni ho incontrato, svuotandole della loro splendente dignità.»
La necessità di questo libro nasce qui. Porpora rimesta nella memoria per riportare al mondo quella costellazione di trans cattive che hanno fatto una vera e propria rivoluzione. Il rimettere in scena queste figure ha a che fare con quello che fanno «i miti e le favole in cui la fantasia trova spazio e forma infiniti e diventa lo spettacolo come nutrimento di umanità».
(libreriadelledonne.it, 04/03/2018)
Consigliamo di leggere questo splendido articolo dopo aver letto il libro.
La redazione del sito
di Benedetto Vecchi
Noir. L’ultimo romanzo della scrittrice francese Fred Vargas, «Il morso della reclusa» (edito da Einaudi), indaga la guerra degli uomini contro le donne.
La tanto desiderata vacanza interrotta dall’ordine di rientro per motivi di lavoro. È l’avvio del nuovo romanzo di Fred Vargas, la nota scrittrice francese di noir che ha ormai un pubblico fedele nel tempo ma a geografia variabile.
DOPO CHE LE VENDITE sono cresciute nel suo paese di origine, i titoli dei suoi romanzi hanno cominciato a campeggiare nelle classifiche dei libri più venduti anche fuori dai confini nazionali. Il titolo del nuovo noir – Il morso della reclusa (Einaudi, pp. 431, euro 20) – è allusivo di una condizione dove la privazione della libertà non sempre coincide con le sbarre di una prigione, visto che le recluse erano, nel mondo contadino, donne che sceglievano di segregarsi da sole dalla società. Ma reclusa è anche chiamato un tipo di ragno che vive sempre nascosto in qualche anfratto perché pauroso come pochi altri aracnidi; ha inoltre un morso innocuo se unico, ma letale se il veleno inoculato in un corpo umano è quello di venti ragni.
Da diversi anni, il protagonista indiscusso dei libri di Vargas è il commissario Adamsberg, capo carismatico e tuttavia più che discusso della squadra anticrimine del 13 arrondissement parigino. Il commissario, considerato un eccentrico e poco produttivo cacciatore di nuvole per l’aria svagata e distratta che lo contraddistingue, è in vacanza in Islanda, l’isola dove si è svolto il precedente romanzo. È però richiamato a Parigi per risolvere un caso di omicidio, la cui vittima è una donna. Il colpevole è indicato in un uomo di origine arabe che conduce tuttavia una vita al confine tra inclusione e esclusione sociale: è una figura che, in un clima di xenofobia diffusa e razzismo di stato, è ideale per spegnere la paura e il risentimento della maggioranza non più silenziosa.
IL CUORE DEL ROMANZO non riguarda tanto l’omicidio di quella donna, rapidamente risolto da Adamsberg. Quell’assassinio si è soliti chiamarlo, a ragione, femminicidio, perché episodio della feroce guerra che molti maschi conducono contro la libertà femminile. È infatti attorno a questa guerra che ruota il romanzo.
I maschi, è noto, misurano il proprio potere nella società attraverso una estenuante competizione su chi è più bravo. Adamsberg apprenderà che anche nella sua squadra la battaglia per la supremazia è cosa di tutti i giorni.
LA LOTTA PER STABILIRE la gerarchia di potere nella squadra anticrimine è condotta secondo modalità urbane, borghesi, propedeutiche a una soluzione «politica» che salvaguardi la dignità di tutti i componenti della squadra. Ma, altrove, la lotta su chi ce l’ha più lungo – la triste passione che anima molti maschi – si combatte con altri mezzi.
Alcuni anziani signori muoiono e si scopre che sono stati uccisi con il veleno del ragno chiamato la reclusa. Impazzano le discussioni sui social network sulla possibilità o meno che i mutamenti climatici e l’inquinamento ambientale abbiano provocato mutazioni nei ragni. Ma i flame della Rete sono nulla rispetto a quanto emerge dalle indagini.
Gli anziani morti facevano parte di una banda formatasi in un orfanotrofio e che quello stesso gruppo di bambini aveva usato i morsi della reclusa nelle sue sadiche scorribande contro altri bambini. E che proprio quella banda era diventata – durante e dopo l’adolescenza dei suoi componenti – una gang di stupratori seriali.
La seconda parte del romanzo è una discesa negli inferi della brutale guerra alle donne condotta da maschi incapaci di stabilire relazioni con i propri simili e con il genere femminile. Adamsberg conosce le sopravvissute a stupri e una vecchia usanza che vedeva donne che sceglievano di diventare recluse ai margini di piccoli paesi dopo essere state violentate. Nel romanzo vengono squadernate le cifre della guerra contro le donne: sono migliaia gli stupri compiuti da uomini senza volto e senza nome; e altrettanti i comportamenti riduttivi della polizia che, al primo vicolo cieco delle indagini, archivia i casi.
ADAMSBERG SI SCHIERA con le donne, ma sa che anche il suo maschile è intriso dal veleno del machismo. L’antidoto sta nel mettere a nudo la propria fragilità senza il timore di apparire debole, rompendo la gabbia del ruolo che rende reclusi anche i maschi. Chissà non sia questa la strada per praticare un liberatorio partire da sé, declinato al maschile. Ma le morti continuano. Il cacciatore di nuvole ipotizza che dietro le morti ci sia la volontà di vendetta di una donna stuprata o una vittima del bullismo della banda dei «bacarozzi», così l’aggettivo affibbiato ai ragazzi di un tempo. Manifesta empatia verso questo desiderio di vendetta, ma non ama la giustizia fai da te, anche se fa esplodere il suo furore quando si imbatte in uno stupro, un femminicidio, una molestia sessuale. Ma è pur sempre un servo dello Stato. Obbligato al rispetto della legge.
Romanzo amaro e bellissimo questo di Fred Vargas. Come i precedenti, racconta storie intrecciate, tematicamente collegate: l’affresco finale mette in evidenza una società violenta, in cui la divisione in classi è opacizzata dal grigio scorrere della vita quotidiana. Dove la violenza sulle donne non è però prerogativa di dinamiche arcaiche che la modernità ha sterilizzato, come molta pubblicistica afferma per ridimensionare la guerra a bassa intensità condotta contro le donne. Nella postmoderna Francia o Italia, Germania, Inghilterra il femminicidio, le molestie e la violenza sessuali sembrano infatti scandire il divenire di un maschile incapace di misurarsi con la libertà femminile. È questo il filo rosso che il noir riavvolge. Con ironia certo, ma anche con doloroso disincanto.
(il manifesto 21/02/2018)