È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2018 della
Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (182 pagine – 3,2 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it

(www.libreriadelledonne.it, 20 febbraio 2019)

di Vittoria Longoni

AAVV, La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi a cura della Comunità di storia vivente di Milano, Moretti&Vitali, 2019

Una copertina elegante e sobria, un bel titolo, una nuova frontiera del fare storia: ecco come si presenta il libro che raccoglie gli scritti della Comunità di storia vivente. Una modalità che non si pretende esaustiva, ma che consapevolmente affaccia alla ricerca storica (nell’accezione più ampia possibile) e alla comunicazione tra donne una prospettiva nuova: accanto e oltre il paradigma sociale, che non viene però accantonato. La spirale del tempo evoca subito la possibilità di una circolazione viva tra passato e presente, in cui schegge, figure, fatti, momenti e persone del passato si ripresentano, ogni volta rivisitati, resi nuovi, potenzialmente riscattati o ricompresi e riscritti. Leggiamo storie di donne che partono da un proprio nodo interiore per analizzarlo insieme e per riattraversare, mediante la relazione, la propria storia e quella del mondo. Sono spesso storie di un dolore che chiede di avere parola e significato, figure di madri e di nonne che aspettano di tornare viventi nella memoria e nel racconto per trasmettere messaggi alle figlie, per riproporre parti di sé e della propria vicenda che erano state accantonate e trascurate, prospettive lasciate fuori dallo sguardo e dall’emozione. La storia in tutte le sue accezioni torna a essere viva e si gioca nel presente, diventa elemento di trasformazione del passato e del presente perché si modifica lo sguardo, perché la relazione tra le donne la fa cambiare di segno e di senso nel momento stesso in cui viene riproposta. Accanto a questi passaggi di tipo “autobiografico” (ma il termine è inadeguato, è una pratica di autonarrazione e di autocoscienza che passa attraverso un metodo rigoroso di ascolto reciproco di sé e dell’altra) e inscindibilmente connessi con essi, troviamo nel libro momenti di riflessione teorica e metodologica: di Marirì Martinengo, di Laura Modini, di Laura Minguzzi, di Luciana Tavernini, di Marina Santini, di Marìa Milagros Rivera Garretas. Un modo nuovo di sentire e fare storia, e insieme un modo nuovo di scoprirsi e di dirsi. Ringrazio la mia cara amica Laura Minguzzi per avermi donato il libro e per avermi lasciato una narrazione di sé e della sua “casa interiore” che non mi era mai sembrata tanto intensa e ricca, e tanto connessa con le origini. E ringrazio tutta la Comunità per aver allargato in più dimensioni il mio modo di intendere, sentire e praticare la storia.

 

(www.libreriadelledonne.it, 14 febbraio 2019)

di Mira Furlani

 

Premetto che il libro qui recensito – Anna. Una differente trinità di Nadia Lucchesi (Luciana Tufani editrice) è stato scritto nel 2014. Ne sono venuta a conoscenza per caso (un intelligente regalo di Natale) e sono rimasta colpita dal titolo e dalla copertina che mostra un dipinto del Masaccio e Masolino da Panicale (1424-1425). Il quadro l’avevo già visto alla galleria degli Uffizi di Firenze. Il dipinto mostra una allegoria trinitaria in cui Anna abbraccia Maria la quale, più sotto, in misura più piccola, tiene in braccio Gesù bambino.

 

Ci voleva che qualcuna scrivesse un libro su Anna, madre di Maria madre di Gesù. Non so se esistono altri libri su questo tema, ma quello scritto da Nadia Lucchesi non è solo coraggioso, è rivoluzionario. In esso si chiarisce e si delinea una trinità che si fonda sulla fecondità della genealogia femminile (Anna, Maria, Gesù, ndr.), non sulla logica, di fatto subordinativa e inclusiva, del rapporto tra Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto declinato al maschile, nel segno di una universalistica omologazione (leggi in seconda di copertina).

Il libro di Nadia spazia in campo mitologico e archeologico, includendo storia, filosofia e teologia. Roba da far girare la testa, la mia intendo. Prende in considerazione non solo Antico e Nuovo Testamento (Bibbia), ma anche testi apocrifi e gnostici. Più precisamente, nel procedere della lettura, sono stata colpita dalla conoscenza che l’autrice possiede delle sacre scritture, canoniche, apocrife e gnostiche; in particolare il protovangelo di Giacomo, che io credevo di conoscere e che, invece, l’autrice mi ha insegnato a guardare con occhio libero dai pregiudizi.

Vado per punti, quelli che più degli altri mi sono rimasti impressi.

Molto precisa, bella e interessante la ricostruzione dell’annuncio dell’angelo che Anna, benché anziana, rimarrà incinta, ricevuto mentre si trova sotto un albero di alloro, il cui significato simbolico di sempreverde viene spiegato in modo affascinante.

Altro punto che mi ha attratta è l’instaurarsi della cultura patriarcale nel luogo di Delfi, ombelico del mondo, e il ruolo di Apollo, divinità degli invasori che occupa il santuario dove era venerata la Grande Madre, dea dei Pelasgi che vi abitavano. Io che ho viaggiato e che conosco abbastanza bene Delfi, attraverso il racconto del libro ho rivissuto, non senza emozione, i tempi delle mie scoperte che l’autrice racconta con chiarezza e precisione.

Il libro per me resta oggetto di studio, ignorante come sono di storia mitologica e archeologica; di quest’ultima però ho subito il fascino delle ricerche della famosa Maria Gimbutas. E nel libro si va oltre la Gimbutas: si mette in evidenza la figura della Grande Madre, attraversando con sguardo acuto L’Antico Testamento per arrivare al Nuovo Testamento, mostrando che dove troneggia Maria madre di Gesù, esiste anche e soprattutto Anna sua Madre, il cui ruolo nella storia della salvezza è primario pur se (volutamente?) ignorato. In questo senso, secondo me, è un libro rivoluzionario. I testi canonici cattolici hanno cancellato Anna, figura storica di potenza materna scomoda. Il libro la rimette al posto che le spetta, dando valore alla potenza materna generatrice di vita che corre dal paleolitico al neolitico, fino ai giorni nostri. Inoltre dimostra come nel popolo continui a persistere una forte devozione per la Anna, Madre di Maria, sia nell’arte che nei luoghi di culto.

Libro rivoluzionario, dicevo, soprattutto perché si pone alla base di una rivoluzione in atto, ancora silenziosa, ma potente come la potenza della verità quando preme per mostrarsi. Quale verità? Quella che la differenza sessuale e la potenza materna riguardano tutto, naturale e soprannaturale. E cominciano ad accorgersene anche i grandi teologi come Hans Küng (Hans Küng, 16 tesi sulla donna nella chiesa).

Ora proseguo solo con alcune note lampo per me molto importanti:

– dalla lettura del testo san Paolo non ne esce bene (pag. 116);

– la versione dell’Ave Maria approvata da papa Alessandro IV, salito al soglio nel 1254, in cui si recita: “…e benedetta Anna tua madre…” (pag. 116) è bellissima e la si dovrebbe rivalutare e diffondere come preghiera rivolta alla Madre Anna, alla figlia Maria madre di Gesù, la trinità differente, appunto.

– differenza e non fusionalità fra Anna e la figlia Maria (pag. 118);

– che cos’é la Grazia? (note: pag. 173);

– Anna si sente magnificata all’annuncio che sua figlia sarà una femmina (pag.119);

– in Teresa d’Avila il finito si annulla nell’infinito, l’immanente nel trascendente. Nella storia di Anna e Maria, invece, trascendenza e immanenza stanno insieme…

Chiudo con quest’ultima affermazione, che è anche il mio campo di battaglia.

 

(www.libreriadelledonne.it, 12 febbraio 2019)

di Alessandra Pigliaru

Poesia. «Matrilineare. Madri e figlie» nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi, un volume collettaneo pubblicato dalla casa editrice La Vita Felice

Grande arca, enorme noce di latte o forse farina, colore di smeraldo, si impone con l’aria del mattino e resta in una bolla. A scorrere le pagine di Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi (La Vita Felice, pp. 231, euro 18), si rimane affascinate dalla profondità sondata dalle tantissime poete che hanno indagato un tema tanto spinoso quanto inaggirabile. Molte le immagini utilizzate, molti i versi che sgranano l’impossibile restituzione di cosa sia una madre, di cosa sia una figlia. Di dove stia la relazione, punto medio o sottofondo. Le curatrici Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster e Anna Maria Robustelli, vanno a comporre una trama che sia plurale. E in questa tessitura è la scoperta: quale importanza abbia la relazione «madre-figlia» nella poesia italiana, arcipelago di storie, contesti e formazioni e che raccoglie voci poetiche tra le più acute del panorama nazionale. Da Nadia Agustoni ad Antonella Anedda, da Patrizia Cavalli a Mariangela Gualtieri, Mariapia Quintavalla, Anna Maria Farabbi, Jolanda Insana e poi ancora Elisa Biagini, Biancamaria Frabotta e numerose altre.

Fa bene Maria Teresa Carbone – nella prefazione al volume – a segnalare come la ricerca delle curatrici risponda a un progetto più ampio di riordino e postura critica militante che arriva da lontano. Altrettanto appropriato è appunto collocare questo volume all’interno di un percorso cominciato dieci anni fa (come collaborazione fra loro poiché, individualmente e insieme ad altre, lavorano con la scrittura da decenni). La collettanea del 2009 si intitolava Corporea (edita da un’altra lodevole casa editrice, Le Voci della Luna) e raccontava l’urgenza di saldare, di nome e di fatto, tutte le poesie di lingua inglese che ruotassero intorno al corpo, grande rimosso. Così è da intendere ciò che è arrivato dopo, non un esito ma un processo di significazione che, finemente, registra nella postfazione a Matrilineare Saveria Chemotti. Separazioni, spine, sguardi, contrappunti, malattie e morti; e poi ritratti di madri e di figlie, dialoghi a distanza; nelle quattro dense e articolate sezioni in cui è suddiviso il volume c’è un punto che accomuna. Non è quello di essere state figlie né di avere avuto una madre, ma è la costante ricerca di un Tu – originario, una dissennata e talvolta meditata interrogazione di come stiano le cose quando si arriva all’osso: il sapere di se stesse, insieme alla notizia che si vorrebbe avere del proprio caro bene.

 

(il manifesto, 2 febbraio 2019)

di Francesca Maffioli

Mondo in versi. Il numero 161 della rivista letteraria «Nuova Corrente» è dedicato alla figura, poco conosciuta, della poeta Fernanda Romagnoli

In un’intervista del febbraio del 1991, Attilio Bertolucci, interrogato sulla poesia contemporanea, scelse di citare tre poete: Alda Merini, Amelia Rosselli e Fernanda Romagnoli. Delle tre, l’ultima è certamente la meno conosciuta, nonostante le sue opere siano state editate da Guanda, Signorelli e Garzanti. Causa, forse, certo manierismo dal sapore dannunziano, oppure una non dichiarata ma fattuale indifferenza della critica nei confronti della poesia femminile.

A colmare questo vuoto, ci pensa ora il numero 161 della rivista letteraria Nuova Corrente (pp. 229, euro 22), che raccoglie dieci interventi dedicati all’opera di Fernanda Romagnoli (Roma, 1916-1986). Il volume, attraverso studi che si ancorano felicemente al dettato poetico dell’autrice, cerca di tracciare una parabola dell’opera omnia della poeta in relazione al panorama letterario italiano del XX secolo.

Come riporta Tatiana Bisanti nel suo saggio, dovremmo riflettere sulle parole usate nel 1943 dal critico Giuseppe Lipparini, nel tentativo di lodare Romagnoli. Descrivendo la sua lirica come «squisitamente femminile», accompagnava questa sua definizione con l’elogio dell’accuratezza formale della scrittura, nell’ambiguo sottointeso che le due caratteristiche fossero in contraddizione. E aggiungendo, a rincarare la dose già esagerata d’essenzialismo, che tale accuratezza fosse più istintiva che ricercata. Bisanti ha ragione nel dire che, invece, proprio tale ricercatezza può risultare manierata e che la maestria nella tessitura delle figure retoriche (in particolare l’allitterazione, ma anche l’anafora e la sinestesia) ci parla più d’artificiosità che d’istintività dell’espressione poetica.

Laura Toppan, nel suo saggio intitolato Povero corpo e sempre / sei campo di battaglia», Confiteor (1973) di Fernanda Romagnoli spiega la pregnanza della cifra tematica del corpo, nella più cruenta delle guerre, quella interiore e «civile» combattuta dal corpo contro sé stesso. Corpo come campo di battaglia delle proprie sofferenze: quelle relative biograficamente alla scoperta della malattia che minerà la salute fisica della poeta, ma anche quelle legate all’insistere dei conflitti familiari e dell’insofferenza al ruolo di casalinga. La rappresentazione della quotidianità si declina non solo nello svelamento dei rapporti interpersonali con i membri della propria famiglia – i genitori scomparsi, così come il marito e la figlia – ma anche nello straniamento provocato dall’orizzonte casalingo.

Proprio gli oggetti domestici, elementi così significativamente presenti nella poesia di Romagnoli, fanno capolino a ricordare quanto ipnotica e straniante sia la loro influenza sulle vite delle donne: «Qui, fra i robot smaltati di cucina / il rosso vivo d’invernali frutti / sul tavolo – fra i gesti abituali / che mitemente vanno consumandoti / con le mani anche l’anima – distratta –: / mentre accendi un fiammifero e la fiamma / sprizza verde veleno all’improvviso, / ecco rinasci intatta una mattina / d’alberi e odori sopravvento, e fiori / sino al fiore del seno. Ah, la tua fuga / libera, a perdifiato, sotto i piedi / levando uccelli. La tua gioia, il sangue / senza briglie, innocente. Ah, sulla nuca / la risata d’Adamo che ti coglie / prima ancora d’abbatterti… – Su, donna: / hai sognato, risvegliati? Tu – Eva? / Tu – massaia dal dito bruciacchiato?».

Anche Giorgia Bongiorno, a proposito della raccolta Il tredicesimo invitato (Garzanti, 1980), spiega come, attraverso l’uso di caratteristiche stilistiche che ne confermano il dissidio, il destino dell’individuo sembri situarsi nello spazio dialettico che contempla gli oggetti della quotidianità nella loro tra dimensione corporea – l’umano – e nello spazio della tensione religiosa e metafisica, della ricerca disperata d’assoluto – il divino. Si noti che quando si parla di «divino» in Romagnoli si intende l’orizzonte semantico riguardante la sfera del sacro ma anche quella, più inconsueta, dello «spettrale», del rapporto con i propri defunti. Mentre la tensione tra la dimensione metafisica e quella fisica degli oggetti occupa quest’ultima raccolta di Romagnoli, nelle prime raccolte a dominare era invece il paesaggio, seguito poi dalla variante faunistica: gli animali. Essi emergono in quanto personaggi non passivi di un universo simbolico in cui sono portatori, come in un bestiario medievale, di significati ulteriori.

Gli ultimi articoli del volume ricostituiscono poi i rapporti della poeta con altri autori italiani suoi contemporanei. Nell’utilissimo articolo di Ambra Zorat è riportato il fitto carteggio conservato al Vieusseux di Firenze intrattenuto dalla poeta con Carlo Betocchi e Nicola Lisi, necessario alla comprensione della dimensione psico-biografica dell’autrice. Seguono poi saggi in cui emerge la prospera intertestualità dell’opera di Fernanda Romagnoli, che lega il suo lavoro a quello di poeti stranieri come Emily Dickinson o Konstantinos Kavafis.

In particolare, il saggio di Lucia Aiello ci dice come la relazione delle due poete cammini sulle sponde del linguaggio, per cui l’esperienza del sé attraverso la parola poetica aprirebbe a zone di «possibilità» in cui la tradizione poetica patriarcale potrebbe essere ridiscussa, alla luce dell’emersione di una nuova e diversa poetica.

 

Il manifesto, «L’ipnosi degli oggetti quotidiani», 2 febbraio 2019

di Luisa Muraro

Anni fa, nella campagna piemontese, un ragazzo di leva (la leva militare esisteva ancora) uccise una ragazza con la quale si era appartato a fare sesso. La massacrò con una bottiglia rotta trovata sul posto. Di lei non sappiamo niente tranne che era giovanissima e che era africana. «Perché lo hai fatto?» gli chiesero i carabinieri. «Perché quando lo ha visto si è messa a ridere».

La ragazza uccisa perché aveva riso della piccolezza del membro virile del suo “cliente”, evidentemente non aveva esperienza. E non sapeva, né avrà mai il tempo d’imparare, che cosa vogliono, al novanta per cento, gli uomini che pagano per fare sesso, da Berlusconi al più sprovveduto degli adolescenti: essere rassicurati al cento per cento che sono veri maschi.

Il resto è letteratura, come si dice. Ed è proprio così, perché la letteratura, anche quella grande, e il cinema, anche quello di qualità, raccontano tante storie di prostituzione femminile che sono fasulle. Storie fasulle ma autentico aiuto all’insicurezza sessuale degli uomini così come al bisogno sociale di fare finta che non è questo il problema.

Tra queste storie è nota quella di Pretty Woman, un film del 1990 con Richard Gere e Julia Roberts. Tento di farne un riassunto: racconta il caso di un miliardario annoiato che, per finire, s’innamora di una donna che, da lui presa al suo servizio 24 ore su 24 per una settimana, doveva fare finta di essere quella che non era… Se mi chiedete che cosa lei fosse e che cosa doveva fingere di essere, non saprei rispondere, sono i misteri della prostituzione femminile nell’immaginario maschile. Ma nella fiction la pretty woman se la cava benissimo e alla fine sarà una donna felice. Il film è stato un grande successo.

Il mito Pretty Woman s’intitola l’inchiesta condotta da Julie Bindel sul mercato del sesso ai nostri giorni. Sottotitolo: Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, editrice VandA per l’edizione italiana curata da Resistenza femminista.

Chi è Julie Bindel? Il libro dà qualche notizia, per esempio che è una giornalista britannica rinomata per le sue inchieste. Dalle sue parole risulta che è una femminista, sensibile al fatto di vivere in una civiltà che attribuisce agli uomini un potere sulle donne, potere che si esercita anche con la violenza. Secondo lei, pagare per avere a disposizione il corpo di un essere umano è una forma di violenza grave. Come Rachel Moran, pensa che la prostituzione sia uno stupro a pagamento.

Non scrive il libro per dimostrare queste cose, di cui è già convinta, così come lo sono, per l’essenziale, molte altre donne, fra cui la sottoscritta, e quegli uomini, quanti non so, che ci hanno riflettuto. Il libro è una grande inchiesta durata anni che Julie Bindel conduce per documentare quello che capita sul mercato del sesso in vari paesi del mondo. La sua attenzione è rivolta costantemente a valutare l’ordinamento giuridico del paese (proibizionista, pro-regolamentazione, anti-regolamentazione) alla luce dei vantaggi/danni/pericoli per le donne, la loro sicurezza e la loro libertà. Personalmente, lei sostiene il modello nordico creato nel 1999 dalla Svezia con una legge che non reprime la prostituzione in sé ma scoraggia il mercato del sesso reprimendo la domanda. Chiama abolizionista questa posizione.

Julie Bindel non conosce e quindi non discute l’ordinamento italiano basato sulla legge Merlin, che, al pari della legge svedese, non reprime la prostituzione in sé, ma che, diversamente da questa, non reprime neanche la domanda. E, per scoraggiare il mercato, ricorre alla repressione dei comportamenti di persone terze che si inseriscono nello scambio sesso-denaro avendo da questo qualche vantaggio, che si tratti dello sfruttatore o della padrona d’albergo. Legge geniale, messa in un delicato equilibrio, di cui c’è da temere che qualcuno voglia “migliorarla”. Con ciò non sono contraria al confronto con la legge svedese, anzi, purché fatto con cognizione di causa.

Il libro di Julie Bindel, in questo senso, è utile. Lo è ancor più in quanto esercita l’indispensabile funzione della carta stampata in un’epoca di enormi flussi d’informazione per via digitale, la funzione cioè di selezionare le notizie e di disegnare delle mappe di orientamento. Leggendo Il mito Pretty Woman ripensavo alle affascinanti battaglie di Anghiari dipinte da Vittoria Chierici (v. la rivista “Via Dogana” n. 68, marzo 2004). Al centro dei dipinti c’è una mischia: è la battaglia per lo stendardo, mi ha spiegato la pittrice. Anche nel libro della Bindel è riconoscibile in posizione centrale una battaglia, ed è quella della narrazione, secondo l’espressione che fa da titolo al testo di Lia Cigarini sull’ultimo Sottosopra.

Qui, nella Bindel, la battaglia è fra i banalizzatori da una parte, che dicono furbescamente: prostituirsi è un lavoro come tanti, anzi in certi casi è un servizio sociale. E, dall’altra, chi la sente invece come una grave ferita ai rapporti tra donne e uomini.

Questo tipo di battaglia, sempre più frequente nel regime del vero/falso del sec. XXI, è centrale nella politica del simbolico. Ma, perché valga la pena di combatterla e vincerla, c’è una condizione. Ed è che non affidiamo il suo esito soltanto a criteri esteriori. Il campo di battaglia non si riduce all’opinione pubblica e al conteggio dei voti o dei like, la vittoria nella battaglia della narrazione si raggiunge con parole che interpretano un sentire profondo e condiviso, quello di donne che desiderano il meglio per sé e di uomini che prendono coscienza.

Anche Julie Bindel cerca queste parole e offre a chi legge le conoscenze indispensabili non per schierarsi pro o contro ma per formulare le domande giuste nel modo giusto. Tra le domande, ne riporto una che sorge bruscamente nel capitolo intitolato «L’uomo invisibile». Dall’inchiesta di Bindel risulta che gli stessi compratori di sesso (i cosiddetti clienti) ammettono talvolta di avere (spesso?) comportamenti indegni o violenti con le donne. Domanda di lei: «Allora perché c’è così tanto sostegno nei confronti del compratore di sesso da parte della sinistra liberale?». Non è una domanda qualsiasi. Riguarda, infatti, una cultura politica di uomini, donne non escluse, che si è allontanata dal sentire comune per essere moderna, progressista, spregiudicata, all’avanguardia dei nuovi diritti. E si ritrova senza antenne per captare gli umori e i sentimenti di quelli che non fanno moda, tagliata fuori dalle sue risorse originali e, in definitiva, perdente. Sfogarsi sulla misoginia dell’avversario (o, tipica variante, sul suo razzismo) è inutile. Il partire da sé non è intimismo, è politica. Ma che sia un vero partire per andare verso l’aperto, e non un gingillarsi con le proprie buone ragioni.

(www.libreriadelledonne.it, 25 gennaio 2019)

di Elvia Franco

«L’ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria» a cura di Franca Marcomin e Laura Cima è un libro che va segnalato. Un libro che va letto. Un libro che rivela la ricchezza dell’ecofemminismo in Italia a partire dal 1985. Un libro che trabocca di “ragioni seminali” in grado di svilupparsi, fiorire e fare futuro. Perché non c’è futuro senza il coraggio dell’ecofemminismo sul territorio, negli ideali, nel mondo.

Il libro è una polifonia di voci che testimoniano il tempo di lavoro dei Verdi del Sole che ride, e di tutto l’arcipelago verde, un tempo di entusiasmo, di speranze in cui sembrava di poter cambiare vivacemente il mondo in senso ecologista, antinucleare, pacifista attraverso idee forti assertive e idee forti critiche. Critiche rispetto alla gestione patriarcale dell’esistente, che si prefigurava sempre di più come globalizzazione, (leggi imperialismo) da parte delle élites economico-finanziarie e neoliberiste e come pretesa della tecnoscienza di gestire ogni aspetto della vita umana, e non, nell’orizzonte del profitto e del prestigio, coniugati al maschile.

Le tante idee forti, allora e oggi, riguardano le proposte per un’agricoltura rispettosa della terra, un’agricoltura che tiene cari gli insegnamenti di Vandana Shiva, per una mobilità sostenibile, per una scuola attenta all’alterità e alla complessità, per la conversione ecologica dell’industria, per la difesa degli animali, per favorire il parto in casa, per il rispetto delle differenze, per la consapevolezza di essere donne capaci di gestire l’esistente che si trasforma, ecc. (se è permesso, questa è immagine e metafora del corpo gravido accogliente che consente sviluppo e trasformazione).

Tutte queste posizioni non stanno a sé, ma confluiscono a formare un’unica sinfonia: la sinfonia verde della speranza e della vita in cui anch’io, mischiata a tante donne, ho avuto la mia piccola parte.

Ora i Verdi in Italia hanno perso quella forza utopica-concreta che avevano quando Laura Cima era stata eletta deputata nel 1987 e, poco dopo, presidente di un direttivo di sole donne. Come a indicare che la vita, il pensiero, le pratiche sono stimolate e vivono quando si delinea un orizzonte di senso femminile che fa respirare ed è accogliente.

Alcuni maschi delle sinistre (demoproletari, radicali…) confluiti opportunisticamente nei Verdi hanno mortificato questa esperienza di guida femminile e sono tornati loro in primo piano. Hanno di nuovo vinto, comunque perdendo. Perché lo slancio e l’entusiasmo del movimento sono stati assorbiti dalla voracità organizzativa-piramidale maschile, questa sì davvero universale, ma sempre più impacciata e debole, perciò più violenta.

Quei semi di verde e di speranza, gettati allora, hanno creato una coscienza diffusa. Oggi c’è un maggior interesse per l’agricoltura biologica, un maggior rispetto per gli animali, un’attenzione per la raccolta differenziata, uno svilupparsi della bioarchitettura, una sensibilità per una mobilità ecologica…

Certamente questi sono frutti maturati in quella prodigiosa stagione (fine anni ’80, primi anni ’90) in cui i Verdi, più rosa che verdi, sono stati protagonisti della politica italiana.

Ma anche in questo caso, non si può non fare un’amara e indignata constatazione.

La coscienza ecologista non maturava contemporaneamente insieme a una nuova e diffusa coscienza politica e la governance rimaneva, più forte di sempre, nelle mani delle élites neoliberiste che si gettarono a capofitto sulla coscienza “verde” delle persone per gestirla dal loro punto di vista. Per cui nonostante le piccole comunità laboriose, nonostante le piccole imprese ecologiste e rispettose della terra, le multinazionali capirono che avevano tra le mani una nuova occasione di profitto e non se la lasciarono scappare. Si potrebbe dire «Lasciamole fare, se fanno ecologia!». Ma non sarebbe da ingenui pensare che il motore del profitto, che ha fatto immensi disastri, sia anche quello che li risolve? Perché se fanno, per esempio, agricoltura bio qui, non la fanno forse anche sfruttando i migranti pagati in nero un niente, e con l’evasione fiscale conseguente? E magari anche con la distruzione di terre in altre aree del mondo, perché il profitto è il profitto e cinicamente si fa dove si può!

Oggi l’ecofemminismo è necessario più che mai. Oggi che si è posto il dramma delle migrazioni, l’inquietudine dei cambiamenti climatici, oggi che i viventi che abitano la Terra Madre sono oggetto di grandissimo interesse da parte della tecnoscienza che ambisce un po’ per volta a modificarli geneticamente, così come ambisce a completare del tutto l’espropriazione della donna dal processo riproduttivo con l’embrione ingegnerizzato e la costruzione prossima di grembi supertecnologici, proprio oggi le donne sono consapevoli della loro forza. E se il potere, ancora patriarcale, progetta anche di sostituire le relazioni vive con relazioni finte di robot come sorveglianti, amici, istruttori, mandando fuori campo gli affetti, la cura, la responsabilità di stare insieme solidali, le donne sono consapevoli che queste cose sono il loro modo di stare nel mondo e non staranno con le braccia conserte a guardare.

L’ecofemminismo è più necessario di sempre. È necessario che le donne prendano a governare il mondo che si trasforma e comincino a dare realtà all’intuizione femminile di un uomo caro, Alexander Langer, per cui i paradigmi dell’esistenza dovevano rovesciarsi da altius, citius, fortius, a lentius, profundius, suavius che sono i tempi della Madre Terra e della femminilità.

Il libro «L’ecofemminismo in Italia, radici di una rivoluzione necessaria» non solo è vivace, non solo è un concentrato di fermenti che attendono di fiorire, ma è anche, e soprattutto, utilissimo per riportare speranza, movimento e pratiche nuove a quest’epoca buia.

(L’ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria, a cura di Franca Marcomin e Laura Cima. Giugno 2017. Casa editrice Il Poligrafo, Padova)

(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2018)

di Donatella Franchi

Ancora con qualche reticenza riesco a dirmi vecchia. Forse perché la parola vecchiaia mi rimanda a qualcosa di concluso e compiuto, “ogni passione spesa”, mentre continuo a vivere in una perenne ricerca e divenire, ma voi mi suggerite che l’invenzione della vecchiaia è proprio questo, e questo mi piace.

Del vostro testo trovo molto significativo il titolo, appunto perché rimanda a qualcosa di dinamico e di creativo. La vecchiaia è l’ultima occasione che la vita ci offre, e la nostra generazione è chiamata a questo tipo di creazione.

Quello che trovo interessante nel testo è la sua struttura aperta e circolare, quella di una conversazione, una tessitura di pensieri, che invita a partecipare, che non è mai conclusa.

Mi pare che il tono che avete scelto sia quello della leggerezza, in un flusso di coscienza, di pensieri, dove il dramma dell’esistenza, l’angoscia di solitudine, la paura della malattia, sono tenute sullo sfondo, anche con coraggio.

C’è un desiderio di ricomposizione, di ricerca d’armonia e di equilibrio nel piacere dell’incontro e della condivisione.

Il sentimento e la pratica dell’amicizia ci salva, vi salva. E così ho pensato alla conversazione delle Preziose e alla Cartografia dei sentimenti di Madeleine de Scudéry, su cui ho lavorato, dove l’amicizia è l’unità di misura del territorio, del proprio mondo interiore. E anche in questo ho trovato risonanza.

AA. VV., L’invenzione della vecchiaia, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano, 2017.

(www.libreriadelledonne.it, 11 gennaio 2018)

di Antonietta Lelario (Circolo La Merlettaia di Foggia)

 

Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda è il titolo significativo dell’ultimo Sottosopra, discusso oggi 19 dicembre 2018 a Foggia, Parco San felice, ore 18.30. La proposta politica è introdotta da Katia Ricci e Gemma Pacella, presenti alcune delle donne che vi hanno scritto, nomi storici del femminismo italiano: Lia Cigarini, Giordana Masotto e Alessandra Bocchetti.

 

I Sottosopra

Dalla metà degli anni ’70 i fogli periodici con il titolo di SOTTOSOPRA, pubblicati dalla Libreria delle donne di Milano, ci hanno accompagnati per aiutare una lettura della Storia che svelasse la presenza femminile. Non solo la Storia passata, ma quella presente, la cui lettura è tanto più difficile perché vi siamo immersi ed è tanto più necessaria perché senza un’analisi condivisa del presente non si dà politica.

Cambio di civiltà

Quindi molte di noi, del circolo la Merlettaia ma non solo, abbiamo accolto con particolare piacere quest’ultimo numero del Sottosopra Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda del settembre 2018, che nasce dalla collaborazione di amiche della libreria di Milano e di Roma.

In questo numero c’è una rotazione dello sguardo che permette di vedere le cose più importanti in un’altra prospettiva. Vi si sostiene che non sono le donne ad aver bisogno di sfondare tetti di cristallo per farsi spazio, ma la società tutta ha bisogno delle donne per un cambio di civiltà. Essendo quella attuale a rischio di perdita di umanità.

È necessaria una svolta storica

In questo sottosopra Giordana Masotto invita le donne a non attardarsi più sullo scontro fra chi pensa che il patriarcato sia morto o vivo. Tutte verifichiamo che “è morente, ma pericoloso, ferito, ma trasformista e dunque rimane un campo di battaglia da cui non possiamo prescindere” e possiamo anche smetterla di dividerci fra quelle della parità e quelle della differenza. Possiamo invece far tesoro del fatto, dimostrato dal MeToo, che la parola delle donne ha credito e che la narrazione della realtà che le donne fanno può vincere su quella degli uomini. Piuttosto Lia Cigarini si chiede “se la pratica messa in campo dal MeToo possa avere efficacia anche nel lavoro e nella politica”. Questo è il desiderio che lei ci consegna nella consapevolezza che non è solo il suo. Ché anzi questa è la scommessa del nostro tempo.

Una visione femminista del mondo

Con slancio rinnovato questo sottosopra ci fa intravvedere il salto di civiltà a cui le donne stanno lavorando da anni. Perché “Le donne sono portatrici di un tale scardinamento dell’idea, della qualità e del senso del lavoro che non possiamo pensare di affrontare discriminazioni e segregazioni senza cambiare il punto di vista sul quadro generale. Le donne al lavoro ci vanno intere… il di più che portano chiede di ripensare il lavoro per tutti… perché il lavoro è tutto ‘quello necessario per vivere’, quello pagato per il mercato e quello di riproduzione sociale. Un insieme di denaro, tempo, senso, espressione di sé, relazioni”, aggiunge Giordana Masotto.

Quando presentammo alla CGIL il precedente Sottosopra dal titolo intrigante “Immagina che il lavoro” ci fu risposto che il problema è la carenza di lavoro, soprattutto al Sud. Avevano ragione se si rimane nelle logiche esistenti, altrettanta ragione se, nel leggere i mutamenti in corso, si vedono solo quelli determinati dal potere. Ma in questo modo contribuiamo anche noi a cancellare una seconda volta la soggettività femminile che invece nel frattempo ha posto sul piatto della bilancia le sue necessità e ha operato già importanti modificazioni. Occorre quella rotazione di sguardo per ricordare che non è scontato che esista l’attuale super sfruttamento né che venga ignorato il tempo necessario alla vita. La mancanza del tempo necessario per coltivare il senso di ciò che facciamo, per prenderci cura di coloro che amiamo, viene oggi considerata normale. È considerato normale dire che si possa andare al lavoro fino al nono mese di gravidanza. È considerato normale concedere 5 giorni all’anno ai padri per le necessità della crescita. Invece tutto questo normale non è, ma occorre che la narrazione femminile che conosce i tempi della cura, della crescita dei figli vinca sulla narrazione che vede il profitto come unico motore del lavoro, subordinandogli tutto il resto. È lo sguardo che deve allargarsi e riavvicinarsi alla vita! Questo sguardo ha bisogno delle donne perché ciò che è considerato secondario si riprenda invece il centro! Proprio l’attenzione ai corpi e al valore dell’esperienza fa riconoscere alle donne quell’annodamento di lavoro e cura che solo un pensiero astratto può illudersi di tenere separati. E, se lo fa, lo fa a patto di mutilare la realtà, e di separarsene irrimediabilmente.

Una verità incontrovertibile

Il presente ha bisogno delle donne anche per affermare un ruolo della tecnologia che appunto liberi tempo o protegga la salute o permetta quel meraviglioso miracolo avvenuto qualche giorno fa per cui in una donna con la sindrome di Mayer è stato trapiantato un utero donato da una donna morta ed è nata una bambina. La tecnologia deve essere al servizio della nostra umanità non stravolgerla, come sostiene nel Sottosopra Luisa Muraro. C’è un punto limite nel tradimento del corpo a cui rischia di giungere la società attuale. Dobbiamo saper dire “no”: il corpo gravido non è un contenitore del nuovo nato come se la creatura fosse un prodotto che può essere venduto o regalato.

In questi anni noi donne abbiamo conquistato ancora più coscienza, non solo di avere un corpo la cui integrità va rispettata, ma soprattutto di essere il nostro corpo nel quale sono iscritte le nostre relazioni, nel quale avviene il colloquio intimo con noi stesse, che ci accompagna sulla scena sociale, che attraverso l’agire quotidiano mostra ciò che pensiamo e sentiamo. “In ogni corpo c’è anche l’anima” dice Alessandra Bocchetti nel monologo, presente all’interno del Sottosopra, contro la prostituzione, ispirato al libro di Rachel Moran, Stupro a pagamento. Questa è per noi una verità incontrovertibile.

Naturale non significa banale

Al circolo La merlettaia abbiamo lavorato a lungo su questa concezione unitaria del corpo, In molte siamo insegnanti e sapevamo di aver portato il corpo a scuola e di esserci lasciate guidare nell’insegnamento da ciò che sentivamo, dal bisogno di dare possibilità di esistenza alle soggettività di ragazze e ragazzi, di aver introdotto una modalità di conoscenza che passa per i corpi e le esperienze, di aver voluto restituire spazio alle relazioni e all’imprevedibilità che esse portano con sé. Sapevamo che questa concezione unitaria del corpo è la bussola che ci ha permesso di agire e nello stesso tempo di immaginare un altro modo di lavorare. Questo sapere “naturale” che è di tante insegnanti, che rimette insieme ciò che era stato artificialmente separato intellettualizzando i saperi e considerando muto il corpo, ha ancora bisogno di essere narrato, sottratto al rischio di banalità, come si dice in questo Sottosopra.

Proprio il riferimento all’esperienza ci fa riconoscere quell’annodamento di lavoro professionale e cura che solo un pensiero astratto può illudersi di tenere separati. E su questo la narrazione femminile è appena cominciata, ha ragione Lia Cigarini.

Ora è il tempo

La grandezza di questo Sottosopra sta proprio nel far vedere i punti a nostro vantaggio da cui partiamo. Come si è detto intanto c’è il credito che le donne si sono conquistate e poi il modo in cui se lo stanno giocando, assumendosi la responsabilità di indicare una nuova civiltà per tutti. In una riunione di Libera poco tempo fa si denunciava il meccanismo del potere che funziona cooptando dall’alto i suoi simili e omologando ogni differenza, per cui l’apertura alle donne, anche quando c’è, non lo scalfisce. Molto opportuna ho trovato quindi la sottolineatura di Giordana Masotto: “gli uomini non possono più accontentarsi di fare spazio alle donne e alla loro differenza, ma devono farsi carico di un cambiamento che riguarda la natura stessa del potere”. C’è discrepanza fra ciò che è ormai maturo nella coscienza ed è una necessità per tutti, da una parte, e l’immobilismo sociale e politico dall’altra. Questo è causa di sofferenza, ma sta anche suscitando una potente presa di parola femminile.

Inoltre devono cambiare i presupposti della società moderna iscritti nel contratto sessuale, stipulato fra uomini per l’accesso al corpo femminile, basti pensare al rito del matrimonio in cui il padre conduce la sposa all’altare e la affida al futuro marito. Certo quel contratto sta già crollando, ma questo non basta, si sente la mancanza di una teoria della libertà femminile. Le donne l’hanno praticata e agita nell’impensabile, ma ora le loro vite e il loro racconto l’hanno resa pensabile e hanno reso possibile porla come limite inviolabile agli uomini. Quando una donna dice no, è no. La libertà inoltre non agisce solo come limite per l’altro, agisce anche come tensione per il di più che vogliamo. In questi anni, e in passato secondo ciò che ci dicono grandi figure di donne, la libertà femminile si è espressa mostrando un desiderio di altro che usciva dai contesti smarginandoli. Sia sull’ascolto del no femminile che su ciò che le donne desiderano la narrazione è appena cominciata. Manca una concezione diffusa della natura dell’Infinito a cui tende il desiderio delle donne È possibile dargli corpo senza una teologia della donna? Luisa Muraro ci pone di fronte a questa domanda. Punti di vista e di domanda è infatti il sottotitolo di questo Sottosopra. Sapremo esserne all’altezza tutte e tutti? L’incontro del 19 è una buona occasione per parlarne.

(L’Attacco, 19 dicembre 2018)

di Pinella Leocata

 

La maternità surrogata è una delle forme in cui si esprime la violenza maschile contro le donne. Legittimare la pratica della “gestazione per altri”, che cancella l’importanza e il significato profondo della gestazione e del parto, significa assumere un approccio maschile che nega e svaluta il ruolo della madre e la specificità della procreazione per la quale non può valere il principio della simmetria dei sessi. Una posizione, questa – condivisa da molte femministe – di cui si è discusso nei giorni scorsi a Catania nel corso di un incontro promosso dalle donne de La Ragna-Tela sul libro-ricerca Maternità. Surrogata? di Daniela Danna, docente di Scienze politiche alla Statale di Milano. Sottotitolo: Nel bazar della vita: il prezzo di un figlio? Trattabile (Asterios editore).

La ricerca condotta dalla prof. Danna in Usa, in India e in tanti Paesi in cui questa pratica è legittima le ha consentito di mettere a fuoco alcuni punti cruciali della questione, a partire da quello relativo alla salute della gestante e del nascituro. La donna che “offre” il proprio utero per la gestazione viene sottoposta, spesso senza essere avvertita, a pesanti “cure” in vista della fecondazione, procedure – debilitanti dal punto di vista fisico – che si traducono in gravidanze e parti difficili e in maggiori rischi per il bambino. Non solo. Durante la gestazione la donna è obbligata a essere controllata dal medico della coppia per cui genera e a seguire il tipo di vita che le viene imposto. Al parto, poi, il bambino le viene subito tolto, con i gravi danni che questo provoca emotivamente non solo alla madre, ma anche al neonato che per 9 mesi ha vissuto con lei, nutrendosi del suo sangue, delle sue emozioni, della sua voce, del suo odore. Non solo. In caso di gravidanze multiple, e sono frequenti visto che per sicurezza vengono impiantati più ovuli, è il committente a scegliere quanti e quali embrioni tenere e quanti e quali eliminare. La gestazione per altri, dunque, sconfina nell’eugenetica e considera la gestante come una macchina di produzione a disposizione del committente, negando alla maternità il significato profondo di relazione tra madre-figlio.

Ancora. Lì dove questa pratica è legale si è passati rapidamente dal “dono”, con divieto di pagamento per la gestazione, al rimborso spese e al contratto di pagamento; e dalla possibilità per la partoriente di scegliere di tenersi il bambino all’eliminazione di questo diritto. Una clausola capestro che non è data in nessun altro contratto di lavoro dal quale si può sempre retrocedere. E anche nei Paesi dove la legge non è scritta, in caso di conflitto, i tribunali finiscono per scegliere la situazione migliore per bambino, intesa sempre come la famiglia che ha più soldi.

Secondo il diritto romano “la madre è sempre certa”, cioè è colei che ha partorito, ed è questo che sancisce la filiazione. Regolare la maternità attraverso l’istituto giuridico del contratto, invece – denuncia la prof. Daniela Danna – significa non solo stabilire che la filiazione non passa dalla generazione ma dal contratto, ma anche mettere in piedi un mercato della filiazione di cui, come per tutti i mercati, lo Stato si fa regolatore. «E nel mercato entrano le dinamiche del potere economico, tant’è che la gestazione per altri è diffusa in India e nei Paesi poveri dove per alcune donne questo, insieme alla prostituzione, è considerato l’unico modo di guadagnare». Una realtà che si cerca di nascondere attraverso la neutralizzazione del linguaggio per cui si parla della gestante come di una “portatrice”, reificando così l’evento della maternità come se si trattasse di cose e non di relazioni.

«Non è vero che la gestazione per altri è un dono – sostiene Daniela Danna – tant’è che i committenti preferiscono pagare per assicurarsi il figlio e la libertà di imporre le proprie decisioni alla gestante. E questo parla di un’idea di figlio come possesso e come diritto. Un falso diritto perché un diritto presuppone che dall’altra parte ci sia qualcuno che abbia il dovere di dare».

Tra le tante questioni poste dalla pratica dell’utero in affitto c’è anche il tema della libertà della donna (ma di quale libertà parliamo?) e quello del “lavoro” che in questo caso viene declinato non certo come uno strumento di emancipazione, ma come mera possibilità di fare dei soldi. Ancora. Sostenere che la madre è colei cui appartiene l’ovocita significa fare prevalere il legame genetico con il figlio e, dunque, assumere una posizione maschile a discapito della relazione madre/figlio che è legata alla gestazione e al parto. E significa non tenere conto dei diritti del neonato, a partire dal diritto alla continuità familiare.

Alla luce di tutte queste considerazioni, Daniela Danna conclude che il movimento LGBT – di cui è stata alfiera – rivendicando il diritto alla gestazione per altri «rischia di essere la testa di ponte per una trasformazione della procreazione umana che iscriverà la disuguaglianza negli stessi corpi, con il ricorso crescente a tecniche di riproduzione assistita che non si distinguono dall’eugenetica».

(www.libreriadelledonne.it, 12 dicembre 2018)

L’11 dicembre verrà presentato alla Libreria delle donne di Milano il libro di Gisella Modica, Come voci in balìa del vento. Un viaggio nel tempo tra storia personale e storie collettive, Iacobellieditore, pp.208, 13 euro

«Come voci in balìa del vento», di Gisella Modica

di Claudia Bruno

Una ragazza alle prese con una figlia appena nata si appassiona al passato della sua terra e decide di lasciare la bambina a sua madre, alla ricerca della verità. Siamo nella Palermo degli anni Settanta e la ragazza racconta cosa è successo dopo. Una donna rientra nella casa di sua madre, a dieci anni dalla sua scomparsa, e trova abbandonato nel cassetto di un vecchio scrittoio un registratore. Siamo nella Palermo degli anni duemila e la donna racconta cosa è successo prima.
Come voci in balìa del vento (Iacobelli editore, pp. 224, euro 13) ha almeno due inizi e due fini, ma la donna in questione è sempre Gisella Modica, attivista, femminista, autrice del volume in cui racchiude una parte importante di sé. «Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive», scrive Maria Milagros Rivera Garretas. Ecco, il memoir di Gisella Modica è forse prima di ogni altra cosa un libro sulle asperità che comporta il voler raccontare una storia vera, tradurre in parole l’esperienza vissuta e trovarle una forma. Perché se c’è una cosa che una forma non ce l’ha quella è la vita, Modica lo sa bene, e in questa raccolta di frammenti fa una scelta precisa: invece che la narrazione di una storia, ci consegna il diario di una scrittura.
Un viaggio nel tempo tra la nascita di una figlia e la morte di una madre – tra la morte di una madre e il ritrovamento di una figlia – dove il vero protagonista è un registratore a nastro che è chiamato a incarnare il filo che ricuce, un filo in cui si può anche inciampare. Al centro, la Sicilia del dopoguerra, la lotta contadina per l’occupazione delle terre incolte e la ripartizione dei raccolti.
Che ruolo hanno avuto le donne in tutto questo? Modica inizia a chiederselo in mezzo al fumo delle sigarette di un raduno comunista. Ha appena partorito, ma la domanda le punge più di quello straniamento. E non trovando informazioni nei documenti d’archivio la domanda si fa ingombrante, invade tutto. Per questo Modica decide di partire, prende il registratore, un’agenda, e va a cercare la risposta nell’entroterra palermitano. Piana degli Albanesi, Prizzi, Polizzi, Valledolmo, San Cipirrello, San Giuseppe Jato, Bisaquino, Corleone, Castellana. È un itinerario attraverso i luoghi – crepe e ciuffi d’erba, campagne e caseggiati seccati dal sole – quello in cui l’autrice s’inoltra, un percorso a ritroso in una parte significativa della storia italiana, della questione meridionale. La riforma agraria seguita agli anni delle grandi guerre, la fame dei contadini e la ribellione per la mancata attuazione della legge Gullo che prevedeva una redistribuzione più equa, la politica come ancora di salvezza alternativa e a volte persino contigua alla religione, l’autodeterminazione delle donne prima del femminismo.
C’è sempre un’anziana pronta a lasciar entrare la ragazza con il registratore, sedersi a un tavolo, puntellare il nutrimento del racconto di gesti burberi e severi ammonimenti. «La vita della rivoluzionaria» dice Antonietta, la prima a indossare i pantaloni nel suo paese da ragazza «è andare dove c’è bisogno, buttare semi anche dove non c’è niente. Ma non basta. Bisogna stare attente a convincere prima se stesse per poi convincere gli altri». Eccole le voci in balia del vento di cui l’autrice custodirà per sempre l’eco. Sono voci che lungo quarant’anni di esistenza si trasformeranno, mescolandosi ai deliri e ai sogni e che solo a un certo punto si faranno pronte a diventare racconti. Dieci, raccolti nell’ultimo capitolo, dove ogni storia ha la sua forma che sa lasciarla andare.

(il manifesto, 06 giugno 2018)

di Luisa Cavaliere

Dolore, smarrimento, paura e, anche, un filo di felicità sono le emozioni contrastanti e tumultuose che ci assalgono (assalgono noi donne) quando scopriamo il “pregiudizio di genere”. Una lente deformante travestita in mille modi che si annida velenosa dappertutto. Nel linguaggio che la svela pervasiva. Nelle relazioni d’amore. In codificate abitudini trasformate dolosamente in leggi di natura. Nei processi di simbolizzazione che presiedono alle concezioni del mondo, agli stili di vita, alle gerarchie, alle regole morali, all’etica. Scopriamo ognuna a suo modo e, come tante volte pure è avvenuto, insieme alle altre (insieme al gruppo che ci associa intorno ad un desiderio, a un diritto da rivendicare, a un sopruso da contrastare) la verità che segnala quel pregiudizio come causa prima di differenti solitudini, di silenzi, di violenza, di odio che non arretra e si nutre della sua miseria che vuole l’altra addomesticata e silente. Una verità non dogmatica che si innerva nella storia della relazione uomo – donna e la impressiona, la pervade con i suoi frutti velenosi. Di questo tumulto che è anche timore, senso di colpa e che è certezza e, insieme, onda che porta dubbi e genera abbandoni di porti apparentemente sicuri, racconta la giudice Paola di Nicola nel suo utilissimo “La mia parola contro la sua”.

Paola Di Nicola racconta quel suo “venire alla luce” che la scoperta dell’inganno ha provocato. Una scoperta che le ha cambiato la vita, il rapporto con il lavoro, con la maternità, con l’altro. Gliel’ha resa più difficile, più faticosa ma, anche, più vicina ai suoi sentimenti, più capace di nominare il disagio, di raccontare l’inquietudine, di fare crescere la responsabilità che lo svelamento di un inganno così radicale impone. La responsabilità di trovare mediazioni efficaci per un conflitto che, lasciato a se stesso, sarebbe (è) distruttivo, impolitico. “La mia parola contro la sua” narra con sapienza e linguaggio pieno di passione questo percorso “iniziatico” dentro il mondo del diritto, della legge del padre, dei tribunali, delle motivazioni delle sentenze. Dentro quel dispositivo di rimozione politica che sono le parole che, con apparente innocenza, nascondono, negano, quella prima differenza, la più significativa, che sta alla base dell’umano. La scrittura, impietosa, avanza e svela contraddizioni, bugie, complicità, debolezze. Offre statistiche, cifre impressionanti, crudeli mistificazioni. “La mia parola contro la sua” è un libro importante che arriva in un momento inquieto del femminismo non solo italiano costellato di significativi passi avanti ma, anche, afflitto da continui attacchi qualunquistici volti a ridicolizzare e a rifiutare le risposte non ideologiche che esso offre. Per le donne, per noi, questa “messa in ordine”, questo smascheramento minuzioso dell’occultamento è utile come lo è un manuale per stare meglio al mondo. Agli uomini potrebbe servire per alzare lo sguardo vedere ciò che è tanto evidente e che pure non riescono a vedere. Un libro per costruire la mia parola e la sua. Per provare a generare sintesi provvisorie ma efficaci. Risposte che nascano dal reciproco ascolto di una lingua che tutti i giorni si modula come effetto dell’incontro e non più dell’occultamento. Per far venire al mondo ciò che oggi (e Paola Di Nicola sembra pensarlo) è impossibile.

(www.libreriadelledonne.it, 30 novembre 2018)

di Elvia Franco

Ho appena letto il libro «Tacita Muta» di Neria De Giovanni, edizioni Nemapress, 2018.

È un testo molto bello che parla nel profondo della differenza delle donne. Della violenza, reale e di pensiero, che sono costrette a subire e della determinazione a redimersi da sé. Con le loro forze.

Racconta della bellissima ninfa Lala, la cui voce era un gorgoglio squillante che inneggiava alla gioia della vita. Per proteggere la sorella che Zeus bramava e voleva violentare, fu lei fatta oggetto di brutale violenza da parte di Zeus con il taglio della lingua. Fu poi da lui consegnata ad Hermes perché la rinchiudesse nell’Ade. Hermes aggiunse violenza a violenza e la possedette contro la sua volontà. Sapendo che era muta, non esitò a soddisfare le sue voglie sul corpo di lei. E la ingravidò.

Muta e violentata, Lala, ora Tacita Muta, decise di tenere quei bambini innocenti a cui pose il nome di Lari. Erano due. Divennero i custodi delle soglie delle case, con la funzione di proteggere i loro abitanti da ogni forma di violenza. La madre non era stata protetta. Loro ora proteggevano chi abitava le case.

Lala, la bellissima ninfa, diventò Tacita Muta. Ma rifiutò di accettare la violenza subita e trasformò il suo silenzio in voce nuova. La voce del silenzio, appunto. Rivolse il suo sguardo all’interiorità e lì trovò nuove parole, un nuovo linguaggio, una nuova visione del mondo. Trovò la differenza. Stravolse la violenza della lingua tagliata in sapienza di lingua nuova. Lingua di Grande Madre, voce di Dea “simile al vento”. Lingua che permette ogni anno a Tacita Muta di ritornare Lala, rivedere Cibele, la sua Grande Madre, e «narrare ancora la gloria della vita, la felicità di eros, la potenza della Grande Madre».

In questo tempo di “lingue tagliate” e di mutismo di senso, circolante ovunque, solo nei recessi fecondi dell’interiorità si trovano i suggerimenti per una lingua nuova e le intuizioni, che dovranno diventare pensiero, di nuovi paradigmi di lettura del mondo.

Continuando ad usare i paradigmi di pensieri già fatti, cercando in essi scappatoie di senso, pensando di liberare l’esistente con chiavi arrugginite che non aprono più, dando consigli di redenzione a destra e a manca, come ahimè si fa, si finisce elegantemente di inaridire un pensiero già inaridito. Come si vede ogni giorno.

(www.libreriadelledonne.it, 9 novembre 2018)

di Luciana Tavernini

 

Jacinta Kerketta, Brace, traduzione e prefazione di Alessandra Consolaro, con testo hindi a fronte, Miraggi edizioni, Torino 2017, Euro 16,00

 

L’incontro con Jacinta Kerketta amplia il nostro sguardo non solo sulla complessa realtà dei popoli tribali dell’India dal punto di vista di una giovane donna, con una soggettività forte ma riesce a farci riflettere anche sulla nostra.

Conoscendo il suo lavoro e lei, come è avvenuto alla Libreria delle donne di Milano il 5 maggio 2018 durante il tour italiano che l’ha portata in varie università e librerie italiane (Venezia, Torino, Milano, Roma) ho capito da dove le proveniva questa forza e la capacità di muoversi in ambienti sempre più ampi. È una testimone in grado di mostrare non solo ciò che vede ma anche quello che non si vuol vedere e che lei sente, un sentire femminile fonte di conoscenza per tutte e tutti, alla maniera indicata dalla filosofa María Zambrano.

 

Ho scoperto attraverso la lettura delle sue poesie, pubblicate in Italia nel volume Brace, che Kerketta riconosce l’importanza del legame con la madre per una soggettività capace di trovare le parole che non nascondano ma illuminino la realtà e che aiutino a trasformarla, insomma per quello che il femminismo della libertà chiama politica del simbolico. Infatti fin dalla dedica, «A mia madre, Pushpa Anima Kerketta, fonte della mia ispirazione poetica», esprime riconoscenza pubblica verso sua madre, una donna che ha sostenuto il desiderio della figlia di diventare giornalista, con l’iscrizione alla facoltà di Mass Comunication di Ranchi, fatto che Jacinta ricorda nelle sue interviste.

La figura di una madre che, pur avendo sperimentato la violenza maschile e capitalistica, continua a lottare appare nella poesia Le armi nelle mie mani. Una madre che, anche se soccomberà, insegna alla figlia a portare avanti una lotta, in cui si tratta di salvare i sogni della madre, una lotta che va ben oltre la sola militanza.

 

La potenza immaginifica delle poesie di Kerketta è radicata nel suo essere donna e subito mi è venuto in mente il libro di Luisa Muraro, Non è da tutti, L’indicibile fortuna di nascere donna (Carocci, Roma 2011, p. 92 e seg) dove si sottolinea l’eccellenza femminile non come «superiorità relativa che richieda continui confronti […] ma che va riconosciuta per se stessa come un saper tenersi in presenza del mondo».

Ad esempio, nella poesia La lingua umana l’io poetante guarda «come il ramo di un albero/ fa cadere pian piano le foglie/ dal suo petto/ come una madre/ che toglie il proprio latte/ al bimbo che cresce» e questo permette alla sua anima di ascoltare «una conversazione che non si è mai potuta registrare/ in un documento storico.// e quelli che sono intenti a riempire documenti/ con mucchi di parole/ quelle parole non le possono capire./ perché l’umanità non riesce a capire/ proprio la lingua umana…?»

Mi viene in mente, come dice Zambrano, che la storia vera dovrebbe mostrare lo spessore invisibile dei fatti, trovando il linguaggio più adatto. Non a caso la filosofa spagnola, come Kerketta, rivaluta la poesia come fonte sia di una conoscenza più autentica sia della possibilità della sua comunicazione. Infatti nell’intervista di Daniela Bezzi (Dalla terra delle foreste. Incontro. Della scrittrice indiana Jacinta Kerketta esce in Italia «Brace», poesie dedicate al riscatto in Alias, supplemento de il manifesto, 5 maggio 2018, p.8-9 leggibile anche in http://www.libreriadelledonne.it/dalla-terra-delle-foreste-incontro-con-jacinta-kerketta/) racconta che «dopo essere stata testimone di tanti abusi nella totale disattenzione dei reporters locali, e sarebbe fuorviante parlare di corruzione, spesso si tratta solo di pigrizia» aveva deciso di diventare giornalista per «raccontare come stavano veramente le cose e sono stati anni straordinari, prima come apprendista, poi inviata di qua e di là». Avendo vinto premi importanti lasciò il quotidiano Prabhat Khabar, testata in lingua hindi con grande seguito per continuare come free lance. Ed «è stato in quel periodo di totale libertà che la poesia ha cominciato a guadagnare spazio, non in alternativa al giornalismo, semmai come trasmissione più immediata di ciò che mi stava a cuore, e dritto al cuore di chi mi leggeva. Ha influito in questo cambio di registro la consapevolezza che il giornalismo, a determinati livelli, ha le mani legate – difficile non ricevere pressioni nella regione ricchissima di risorse minerarie, dove vivo io… Il che ha reso ancor più semplice la mia ritirata dalla stampa. I socials mi hanno aiutato.»

 

Kerketta conosce il valore della lingua materna, di cui ci segnala l’amorosa cura perché essa sia linfa vitale che scorre tra le generazioni e ci segnala il rischio che le parole diventino solo belle parole. Le sue parole sono l’espressione del radicamento nella propria esperienza soggettiva che solo così si apre all’universale.

Ad esempio nella poesia «Esseri umani e parole», «all’alba la mamma con delicatezza/solleva il cestino colmo di parole/toglie la pula, le mette sul focolare/ fa marinare le parole/le avvolge in foglie di saraī/e poi le dà da mangiare ai suoi bambini».

Jacinta Kerketta ci mostra anche come in questo mondo globalizzato occorra essere capaci di destreggiarsi tra lingua madre e altre lingue, come e perché salvaguardare quelle delle minoranze. Lei scrive in hindi: questa è stata la sua prima lingua, benché appartenga all’etnia Oraon che parla il kuruk. I suoi genitori si spostarono dal villaggio di Khudpos alla cittadina, Manoharpur, dove il padre trovò lavoro nella polizia e la sua educazione fu in hindi e poi in inglese. Il kuruk l’ha imparato, quando ha cominciato a tenere corsi di scrittura creativa per le ragazzine del villaggio di Kacchabari, nella zona di Khunti. Lei nell’intervista la definisce: «Esperienza straordinaria, dalla quale ho ricevuto moltissimo, che mi ha messo a confronto con un mondo di cui sapevo ma di cui non immaginavo la felicità, per quella totale consonanza con la natura, e una natura che ovunque guardi letteralmente ti parla… e poi le feste, per ogni momento del ciclo agrario, con le danze, donne e uomini, tutti in circolo, al suono dei tamburi, fin dentro la notte, unica luce quella della luna che non hai idea quanto riesce a illuminare. Letteralmente una gioia scappare dalla città per sentirmi a casa lì, perché è lì che so di avere le mie radici…»

Dunque si passa da una lingua all’altra per amore delle relazioni, per radicarsi e poi comunicare le proprie scoperte.

Della sofferenza per la perdita della lingua materna «[…] imprigionata/ proprio dentro la bocca della mamma/» scrive in La morte della madrelingua, tradotta in inglese in Land of the Roots, Terra di Radici per l’editore tedesco Johannes Laping. La mamma «di fronte alle prospettive che mostravano/ sogni di pane per i propri figli/ lei ha serrato i denti/ e sotto i sogni di quei bocconi/ la madrelingua è rimasta stritolata.» Non è stata morte naturale anche se alla mamma sembra solo un incidente.

Ricordo quando insegnavo italiano, e non solo, a una scuola per mamme straniere come loro cercassero di parlarlo con le loro creature passando così una lingua sgrammaticata e incompleta e come invece, quando dicevo loro di parlare a casa la loro lingua, capivano subito che era la scelta giusta.

 

Kerketta è capace di osservare empaticamente ciò che la circonda e di sentire la natura in stretta relazione con gli esseri viventi, mostrando i legami tra microcosmo e macrocosmo.

Ad esempio nella poesia Una sera al villaggio scrive: la sera accende il fuoco/ nella stufa a legna del giardino/ dalla stufa esce fumo/ e la luna, sbirciando fra gli alberi, /si mette a tossire, /la ragazza accorre a dare un colpetto/ sulla schiena della luna.

Nelle poesie la personificazione non è una figura retorica, ma risponde a una concezione della natura e di quale rapporto gli esseri umani possono intrecciare.

Nell’incontro alla Libreria delle donne ha sottolineato il valore dell’essere donna nella cultura ancestrale ādivāsī e come cerchi di trasmetterla con le sue poesie. Si tratta di una cultura che rispetta gli alberi secolari, i campi ricavati disboscando solo alcune zone, perché gli esseri umani sanno viverci armonicamente, non considerandosi separati dalla natura. Nell’intervista ci propone una riflessione: «partecipe di quello stesso humus che continuamente si arricchisce proprio in virtù di quella infinitamente rinnovata convivenza, l’umanità dovrebbe capire che, nel profondo, we are all one, figli della stessa terra. La politica cercherà sempre di dividerci, per dominarci meglio: hindu contro mussulmani, dalit contro ādivāsī, e all’interno del mondo ādivāsī ecco che stanno fomentando il risentimento contro i cristiani. Anche la violenza contro le donne rientra in questa strategia: non è solo violenza di genere, è violenza istigata per dividere ancor meglio uomini di comunità diverse che fino a ieri riuscivano a convivere e oggi conviene che siano in guerra, perché in questo modo ci si appropria più facilmente di territori che magari fanno gola – ed ecco che anche il corpo delle donne diventa campo di battaglia.»

Con una potenza espressionista che ci scuote, in Fiumi rossi denuncia sia la distruzione delle foreste con i disboscamenti e con le piogge acide, sia la distruzione dei saperi ancestrali attraverso i modi moderni di intervenire nelle calamità naturali come in Tempeste e soccorsi, dove i soccorritori fanno «a brandelli la storia dei villaggi».

 

Vi è uno stretto rapporto tra le sue emozioni, ciò che testimonia e la sua scrittura come in Occhi inondati di lacrime dove racconta: «succede spesso che/ mentre scrivo una poesia/ chissà perché/ mi si riempiono gli occhi di lacrime.» Forse dovrebbe costruire una diga, ma le dighe sono anche quelle che provocano inondazioni e lacrime nelle popolazioni che lei conosce.

Non è una poesia intimistica: denuncia senza perdere la speranza perché conosce la forza della natura ma anche quella del linguaggio che rende coscienti e spinge alla lotta.

Ad esempio in Quando la fame diventa fuoco, se all’inizio «il corpo dell’inchiostro sembra sciogliersi/ perdendosi in una profonda apprensione», alla fine «una poesia canticchia/ mentre arrostisce al fuoco della fame/ e con lei si sollevano insieme/ i fuochi di molte case/ contro tutte le cause della fame.»

È molto attenta a ciò che accade alle donne e voglio terminare con qualche verso di Quando il tempo alzerà la voce? dove «una madre/ che conosce ogni cellula /dei suoi bambini,/ questa volta/ non riesce a capire/ come mai il bastone della sua vecchiaia/ non è altro che pelle e ossa.// Da molto tempo ormai/ il suo petto soffre di una spaventosa/ siccità di latte/ come un ciocco bagnato fumante/ lei si consuma all’interno/ bruciando di disperazione/ e continua a percepire/ fisso sulla sua porta/ lo sguardo di un avvoltoio.//»

Questo testo mi ricorda le battaglie di Lina Merlin per la situazione di miseria del nostro Polesine: in un suo intervento parlamentare del 1951 contro gli stanziamenti per armi raccontava di aver visto «una piccola creatura con gli occhi spenti, simile a tante altre che malamente vegetano nel Delta padano, e ciò perché i seni materni sono inariditi dalla fame» (Lina Merlin, La mia vita, a cura di Elena Marinucci, Giunti, Firenze 1989, p.174).

Come Lina ci incitava a lottare così Kerketta denuncia gli accaparratori di terre e si domanda quando inizierà il tempo della rivolta, così «le giovani ossa finora dormienti/ quando si leveranno in un boato/ e si metteranno a battere/ i nagāṛā come tamburi di guerra? /quando verrà il tempo/ di reclamare a gran voce/ i diritti che spettano come propri/ e di scacciare gli avvoltoi/ che si accalcano sulla soglia?»

Kerketta crea poesia per avere uno sguardo più profondo che diventa capace di trasformare anche il nostro.

 

(www.el-ghibli.org/brace, 5 novembre 2018)

di Valeria Palumbo

«Perché parlate degli schiaffi ricevuti da vostra figlia come di “alterchi” tra coniugi?»: la giudice Paola Di Nicola, in prima linea nella battaglia contro la violenza e le discriminazioni di genere, punta il dito anche contro i testimoni ai (pochi) processi per violenze sulle donne. Lo fa in occasione della presentazione del suo nuovo libro, La mia parola contro la sua (HarperCollins), alla Feltrinelli di Milano. Non per assolversi e assolvere la magistratura o le forze di polizia che sembrano tutelare così poco le vittime. Ma per sottolineare che è proprio il profondo radicamento, in ciascuno di noi, dei pregiudizi contro le donne a rendere difficile la lotta contro la violenza. Ogni forma di violenza. Lo ha ripetuto durante il suo intervento di cui, nel video qui sotto, riproduciamo una parte.
Il 50% dei processi per violenze finisce con l’assoluzione
Scrive Di Nicola ne La mia parola contro la sua: «Se in Italia – così come in Europa e nel mondo – la percentuale di donne vittime di violenza che denuncia quanto subisce è inferiore al 10 per cento, i magistrati dovrebbero interrogarsi sulle ragioni per le quali un fenomeno criminale e culturale di tale drammatica portata rimane ancora sotterraneo. A febbraio 2018 si sono chiusi i lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e sulla violenza contro le donne nel nostro paese ed è emerso che circa il 50 per cento dei processi per questo tipo di reati si conclude con l’assoluzione degli imputati e che il dato tiene conto delle enormi differenze tra i tribunali italiani, a dimostrazione di quanto la cultura e la preparazione dei singoli giudici siano il vero discrimine».
Gli stereotipi che le donne si portano dentro
Nel libro, che è anche molto intimo e che si rivolge direttamente agli uomini, Paola Di Nicola non fa sconti a nessuno. Tanto meno a se stessa. Scrive: «Ci ho messo oltre venti anni per accorgermi, sia come giudice che come persona, del pregiudizio collettivo che travolge le donne che subiscono violenza maschile. Se oggi lo osservo navigare di soppiatto e poi prendere intrepidamente le onde in tutta la sua cruda rozzezza è per due motivi: il primo è che ho sperimentato su di me e sul mio ruolo istituzionale lo stereotipo di genere, il secondo è che sono stata costretta ad affinare gli strumenti conoscitivi e culturali per togliermi di dosso quella familiare sensazione di insopportabile disagio».
La sentenza che ha conquistato la scena
Eppure ben pochi magistrati possono vantare una battaglia come la sua a favore delle donne, che si estesa anche all’uso del linguaggio (come ha dimostrato anche nel suo libro precedente, La giudice, edito da 881 nel 2012). E soprattutto a sentenze innovative come quella per cui è più conosciuta. Risale al 2016, ed è stata emessa al termine del processo contro uno dei clienti delle ragazze adolescenti che si prostituivano al quartiere Parioli, a Roma. Due anni di reclusione, come prima cosa. Ma, al posto dei 20mila euro richiesti dalla curatrice della ragazza, costituitasi parte civile, Di Nicola decise di far investire la somma in letteratura e cinema. La lettera del dispositivo recitava: «Libri e film sulla storia ed il pensiero delle donne, di letteratura femminile e sugli studi di genere». Non un’imposizione alla lettura, come ha precisato alla Feltrinelli, ma un invito. Affidato alla coscienza. Non soltanto della ragazza. Adesso quella sentenza sta per diventare spettacolo, Tutto quello che volevo: Cinzia Spanò, autrice e interprete, lo presenterà in anteprima a Bookcity (16-18 novembre, a Milano) e poi dal 2 al 19 maggio 2019 al Teatro Elfo Puccini.

(27esimaora.corriere.it, 2 novembre 2018)

di Alberto Asor Rosa

 

Sulla strada tracciata da Amelia Rosselli e Alda Merini, le raccolte di versi più interessanti degli ultimi anni sono di autrici. Donne capaci di costruire una lingua nuova e anticonformista. Ecco un vademecum per orientarsi

 

È assai notevole – come ho già rilevato più volte anche su queste pagine – il ruolo giocato dalle poesie scritte da donne nella storia della poesia italiana contemporanea. Alle cose già dette, vorrei aggiungere ora altre considerazioni, approfittando di alcune recenti, importanti pubblicazioni.

In una linea genealogica approssimativa, s’intende, ma penso, non del tutto incoerente, ci sono all’inizio di questa fase del discorso le autrici che, sia pure su di una scalarità generazionale non indifferente, sono di sicuro punti di riferimento per quanto è avvenuto dopo: parlo di Amelia Rosselli; Alda Merini; Patrizia Cavalli (da vedere Poesie, 1974-1992, Einaudi); Biancamaria Frabotta (da vedere ora il recentissimo Tutte le poesie, 1971-2017, uscito nella collana Lo specchio di Mondadori).

Giovanna Rosadini, nella prefazione a Nuovi poeti italiani, vol. 6 della serie della collana “bianca” einaudiana, che elenca e rappresenta poetesse delle generazioni successive (dal ’47 all’81 le date di nascita delle autrici presenti), si chiede esplicitamente: «Si può parlare di una specificità femminile in poesia?»; e risponde con una frase di Amelia Rosselli: «Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere». Spiega più avanti Rosadini: il «primo elemento che accomuna le scrittrici riunite in questo volume» è «la forte tensione conoscitiva che ne permea i versi».

Se dipendesse da me, specificherei. Se la tensione conoscitiva è effettivamente presente in quasi tutte le poetesse italiane conosciute, dalla Rosselli, appunto, in poi, questa tensione si fonda e si trasmette su di un’esperienza linguistica che si allontana per quanto è possibile – cioè, il più possibile, senza al tempo stesso sfiorare i confini dell’incomunicabilità – dai linguaggi della comunicazione quotidiana. Vale a dire: è un’invenzione linguistica pura; molto più di quanto, secondo me, non accada nei poeti italiani contemporanei di sesso maschile, che continuano a mirare, nonostante tutto, ad un livello più alto e più semplice della comunicazione.

L’introspezione, quanto più si fa profonda, tanto più richiede un linguaggio proprio. Cioè: la conoscenza è conoscenza, è fuor di dubbio; ma a me pare che la conoscenza, per così dire, non si esaurisca in questo caso nel conoscere, ma pretenda di creare un mondo nuovo e diverso, che soltanto un linguaggio nuovo e diverso ha la facoltà, se non di conoscere, per lo meno d’intravedere. Ammesso che queste considerazioni abbiano un minimo di senso, altri, – o altre, ovviamente – potranno meglio di me approfondirle, o contestarle. A me pare, tuttavia, che queste considerazioni di ordine generale trovino una conferma in due splendide raccolte, apparse molto recentemente nella collana bianca di Einaudi, opera di due poetesse, direi, della generazione di mezzo: Patrizia Valduga (1953), Poesie erotiche; e Antonella Anedda (1955), Historiae. Siamo di fronte a esperimenti che testimoniano di un permanente lavoro di scavo e di approfondimento, su premesse già chiaramente date in passato, degno di ammirazione.

Valduga è autrice notissima, che nella “bianca” einaudiana ha già pubblicato diversi volumi. Mi concentrerò qui su poche osservazioni, che rimandano principalmente, anche se non esclusivamente, all’ultimo volume citato in precedenza.

Valduga è una maestra della forma chiusa, in particolare della quartina a rime alternate. In passato: Cento quartine e altre storie d’amore (1993), Quartine. Seconda centuria (2009); ora, in Poesie erotiche, nelle ampie sezioni “Lezione di tenebre” e “Cento quartine”, ma forme chiuse, per esempio la terzina, sono sparse un po’ dappertutto. Questo non esclude misure più lunghe del discorso; ma la ricorrenza dei metri chiusi mi sembra degna di considerazione.

Che vuol dire? Vuol dire che il pensiero-canto di Valduga è trattenuto dentro una ferma misura espositiva, nella quale parla più e prima a se stessa che ai suoi interlocutori.

Questo è ancor più visibile quando il tema dominante, come in questo ultimo caso, è l’amore: l’amore di ogni tipo e natura, da quello sentimentale e appassionato a quello più libero e sfrenato, fino a essere sboccato. Qui evidentemente c’è un’interlocuzione… come potrebbe non esserci, se il tema è erotico? Ma l’interlocuzione, anche nelle sue punte di voluta, volutissima volgarità, è il frutto di un colloquio che in un certo senso prescinde dall’interlocutore – oggi ovviamente, “il lettore” – e si rivolge pressoché integralmente ad un essere che una volta molto concretamente c’era, e con il quale appunto s’interloquiva, ma che ora non c’è più. Solo cogliendo l’eco profonda di questo lontano rapporto, il lettore di oggi entra nel gioco e coglie l’interlocuzione profonda che anche a lui viene offerta.

Di tutt’altro registro è la poesia di Antonella Anedda. Si potrebbe dire che la poesia di Valduga è fieramente asseverativa, quella di Anedda profondamente discorsiva. Comporta cioè sempre l’ipotesi di un colloquio, magari solo ipotetico o potenziale, con qualcuno che sta appena al di là della parola scritta, e potrebbe essere (anche solo potenzialmente), ripeto, uno qualsiasi di noi. Farò due esempi.

Scrive Anedda nel componimento di esordio: «Ogni tanto uso una lingua mia / la invento impastandola al passato / non la consegno se non in traduzione». I tre versi si spiegano meglio se si tengono presenti i tre versi che precedono quelli che abbiamo appena citato, e che dunque aprono l’intera raccolta. Sono in lingua sarda, cioè la lingua originaria, archetipica, dell’autrice. Il gioco ritorna diverse volte nella raccolta: sta a significare che, per l’appunto, come dice con grande chiarezza la stessa autrice, si può inventare una lingua poetica solo dall’introiezione di un passato, che si è depositato sul fondo del proprio presente, e aiuta a rivelarlo.

L’altro esempio. Scrive in un altro componimento Anedda: «Succede a volte fino a che siamo vivi, / di provare una pace inspiegabile. Forse la letizia / di cui parlano i santi e che non chiede niente, / è solo attenta, premuta sulla terra, / distante dalle stelle…». «Premuta sulla terra,/ distante dalle stelle…»: potrebbe essere una autodefinizione della poesia di Antonella Anedda.

È «contro la terra», cercando di spremere il senso – anzi, i sensi – e di tradurlo in un linguaggio comprensibile e umano, ma non ovvio, e mai scontato, che il ragionamento-discorso di Anedda si dispiega. Ci fa pensare che sia ancora possibile immaginare una realtà che non sia tutta ridotta a polvere e scarto.

 

(la Repubblica, 15 ottobre 2018)

di Vittoria Longoni

 

È bello e fresco il libro appena pubblicato da Enciclopedia delle donne, 2018, a cura della Fondazione Badaracco, Ragazze nel ’68. Fresco perché non c’è modo migliore, per descrivere e narrare un anno cruciale di trasformazioni collettive e individuali, che dare voce diretta a chi ha avuto la fortuna di viverlo personalmente, quel periodo infuocato e creativo. La copertina, nei toni di un bel rosso scuro con un po’ di grigio, riproduce l’opera di Paola Mattioli, Case occupate al quartiere Gallaratese, Milano 1974. Case occupate, momenti di lotta: sul grigiore dei casermoni di periferia si levano astratte immagini di muri rossi, di percorsi paralleli e labirintici verso la luce del futuro, intravisto nell’opera al termine di una scalinata ascensionale.

Il libro mantiene poi le sue promesse nelle voci dirette di diciannove donne che rievocano il loro Sessantotto, facendo perno proprio su quell’anno cruciale, anche se ci sono in ogni biografia pure dei momenti “prima” e “dopo”. Le minibiografie delle autrici s’intersecano con una premessa di Assunta Sarlo, con due intermezzi di Carlotta Cossutta e di Sveva Magaraggia, figlie di anni successivi, con un’introduzione (messa alla fine) a cura del Comitato Scientifico della Fondazione e con la biografia di Elvira Badaracco, scritta da Marina Zancan. Molte fotografie d’epoca, che raffigurano le nostre ragazze nel ’68 o dintorni, ritratte in momenti di lotta o di ricerca o di ribellione, accompagnano le testimonianze e riconducono efficacemente chi legge al sapore di quegli anni.

Molti fili rossi uniscono le diversissime testimonianze. Ragazze che hanno la fortuna di intersecare il loro percorso di emancipazione, liberazione, scoperta del mondo e dei propri desideri con un’esplosione collettiva e simultanea, a livello globale, di movimenti di giovani (e non solo) che contestano l’autoritarismo e le strutture oppressive, imperialistiche, consumistiche, militariste del potere contemporaneo. Figlie del “baby boom”, cresciute in un clima di espansione economica e sociale, si sentono in partenza forti, numerose e solidali nei loro conflitti con padri e madri, con autorità accademiche e culturali, con le istituzioni che la “lunga marcia” proposta da Rudi Dutschke intendeva attraversare, rovesciare, modificare profondamente. Nella stessa situazione e all’incirca negli stessi anni si sviluppano i collettivi e le forme di autocoscienza dei vari femminismi, in un intreccio fertile e spesso conflittuale. Le ragazze del ’68 vivono questa coincidenza, se ne lasciano attraversare con un’inquietudine produttiva e con un’appassionata ricerca del nuovo. Praticamente tutte diventano femministe, alla fine, e prolungano il loro impegno nei decenni successivi nelle varie forme nei movimenti delle donne, più duraturi della fiammata sessantottina.

Giustamente si rivendica il carattere profondamente innovativo e periodizzante di quell’anno, in cui molti percorsi di novità, di critica e di rivoluzione, prima percepibili ma un po’ sotterranei, si manifestano in modo strepitoso e inconfondibile. Il ’68 è un po’ come il mitico Quarantotto del secolo XIX per la simultaneità dei movimenti di lotta e di contestazione, ma si manifesta su una scala mondiale globale e interconnessa (sia pure solo tramite telefono, manifesti, giornali, viaggi e contatti personali, stampa e convegni ecc. e senza web).

Rileggendo oggi le testimonianze, ci si rende conto anche di ciò che da molto tempo covava sotto la cenere. La vicenda di parecchie di noi – studentesse universitarie che per gli studi lasciano la casa e spesso le città di origine – richiama per alcuni aspetti le storie di ragazze che, nel romanzo di Alba de Céspedes Nessuno torna indietro uscito nel lontano 1938, coltivavano solidarietà, trasgressioni e confidenze nel Collegio “Grimoldi”, diretto e gestito da suore. Percorsi di emancipazione e di liberazione s’intersecano. Finalmente le ragazze studiano, scelgono la propria facoltà, ne fanno un’occasione di cultura e di comunicazione profonda. Magari le famiglie d’origine sono rassicurate da questi collegi femminili a gestione benpensante e “ordinata”, in cui però maturano anche le premesse di nuove relazioni tra donne, di nuovi modelli, di ribellioni che traggono forza dalla condivisione di malesseri e di desideri.

Insomma, il nostro Sessantotto è stato “mitico”, ma dobbiamo essere riconoscenti a tutte le lotte delle donne delle generazioni precedenti, e a tutti i movimenti anteriori e contemporanei di protesta e di contestazione. Le parole che esprimono nel libro donne più giovani, come Carlotta Cossutta e Sveva Magaraggia, incoraggiano a pensare che la trasmissione di valori e di messaggi é ancora possibile. Il libro appena uscito è prezioso, in questa direzione. Perché, come diceva già nel romanzo di Alba de Céspedes proprio Xenia, la ragazza che non torna indietro, «Chi può dimenticare di essere stata padrona di se stessa?».

(www.casadonnemilano.it, 11 ottobre 2018)

di Vita Cosentino

 

È stata per me una fonte di sorpresa e gioia leggere Sessantotto, due generazioni di Francesca Socrate (Laterza euro 22,00). Mi sono ritrovata in pieno in quelle pagine, con le mie scelte di allora e i miei azzardi, con la differenza sostanziale di approccio al movimento che sentivo per esempio con mia sorella maggiore o con il suo compagno, di solo tre anni più grandi di me.

Ma andiamo con ordine.

L’autrice prende in considerazione, in Italia, il ’68 breve, quello che si riduce a un anno compreso tra l’autunno del ’67 e l’autunno successivo, ma non per farne la storia politica delle idee, delle azioni, dei passaggi. Lascia da parte anche l’esame delle conseguenze e dei lasciti, per concentrarsi sul piano concreto della sua realtà sociale e antropologica: ragazzi e ragazze con il loro passato, la cultura che avevano alle spalle e il mondo mentale che incarnavano. La stessa autrice fa parte di quella storia e lo dichiara all’inizio: «studentessa universitaria al primo anno e nel movimento dalla prima assemblea». Nel testo si avverte una negoziazione continua tra il suo punto di vista di storica e quello di una del ’68. Per lei l’unica possibilità di affrontare la questione è «l’esserne consapevole e che ne sia consapevole anche chi legge.» (XVI)

La ricerca di Francesca Socrate è basata su interviste raccolte nell’arco di quasi un decennio a uomini e donne che hanno partecipato al movimento nelle varie sedi universitarie italiane. Tutto il materiale raccolto è stato poi analizzato tramite la linguistica computazionale, che usa l’analisi automatica dei testi. Ammetto una mia iniziale diffidenza per la scelta di inserire automatismi nella sua ricerca. Ultimamente sono molto critica al riguardo, considerando, per esempio l’invasione degli algoritmi in ogni aspetto della nostra vita. In questo caso mi sono dovuta ricredere perché ha usato gli strumenti informatici con discernimento, per individuare piste di ricerca e non per determinare risultati. Come sostiene l’autrice, su un corpus di 63 interviste questo trattamento permette di evidenziare elementi linguistici spesso inaspettati che indirizzano la ricerca su strade diverse da quelle previste. Porta come esempio il fatto che nelle parole che hanno usato le donne ricorrono avrei e sarei quasi sempre come ausiliari di condizionali passati: “Se non avessi fatto il ’68 avrei… sarei…”. L’autrice è partita da qui, per chiedersi che significato avesse questo condizionale in prima persona nel racconto di ciascuna. E in due interviste in particolare, quelle di Maria Frieri (Torino) e Maria Sofia Cutolo (Napoli) con quella formulazione linguistica le intervistate delineano fin nei dettagli il percorso di vita prefissato – di mogli e di madri, possibilmente con un lavoro compatibile – che hanno schivato scegliendo il ’68.

La lettura del libro mi ha così intrigata perché sono due le differenze che la Socrate prende in esame e sviscera: quella generazionale e quella dell’essere donna. Ed entrambe mi riguardano.

La sua prima affermazione importante è che nel ’68 confluirono due generazioni sostanzialmente diverse per cultura politica, per atteggiamenti, per visione del mondo, sebbene siano separate da uno scarto minimo di età: la generazione della guerra nata fino al ’45 e la generazione del dopoguerra – a cui io appartengo – nata fino al ’50. La prima ha potuto ancora fare esperienza delle organizzazioni giovanili dei partiti, del loro declino, delle minoranze eretiche che ne sono scaturite, del fermento intorno a riviste e a nuove riflessioni, e sarà la generazione che più esprimerà i leader del movimento. La seconda è già al di là di tutto questo in una sorta di nomadismo politico che guarda più alla piazza come spazio pubblico. Infatti a cominciare dal ’62 con la crisi dei missili a Cuba compaiono nelle piazze masse di studenti a prescindere dalle forme organizzative della politica ufficiale, per culminare poi con la protesta contro la guerra in Vietnam nel ’67. È una generazione non più disposta a riconoscere la legittimità di gerarchie fondate sulla rappresentanza, «insomma quello che si andrà definendo di lì a poco come rifiuto della delega». (p. 23) È un’esperienza di politica diretta, di politica in prima persona, quella che più segna la seconda generazione, che andrà a costituire la massa del movimento. Nel libro questa tesi è argomentata a fondo sia con ricerche storiche sulle organizzazioni giovanili dei partiti, sia con l’analisi di ampli stralci di interviste rispetto al vissuto, alla memoria delle due generazioni e alle differenze sociali che le attraversano.

Francesca Socrate nel suo lavoro dedica molto spazio alla differenza di essere donna. È un’attenzione che percorre tutto il testo e che viene messa a tema nel capitolo Mai così tante. In precedenza non si era mai vista una così grande partecipazione spontanea di ragazze e con un tale grado di adesione. Certo poche intervenivano in assemblea, poche erano dirigenti, la loro presenza era più attiva nei controcorsi, nei seminari, nelle occupazioni, nello scambio quotidiano, nella vita in comune. Nel ’68 la leadership è e rimane sostanzialmente maschile. Lo sappiamo. Si è parlato di occasione mancata di incontro con il femminismo. Si è parlato di rivolta nella rivolta (Muraro) per definire quel gesto di separazione dai maschi che è il gesto inaugurale del femminismo, cominciato proprio in una università americana nel 1966.

Lo sa bene anche l’autrice, tuttavia le interessa indagare l’aspetto esistenziale che emerge dalle interviste e che la porta ad affermare che «partecipare al ’68 per le donne è stato uno strappo, una rottura profonda che mette in pericolo l’intera impalcatura del destino sociale scritto per loro». (p. 87) Rottura e non sono infatti le parole più ricorrenti nelle interviste femminili. Non lo è in assoluto, a segnare conflitti duri con l’autorità patriarcale, più duri di quelli affrontati dai maschi. Per le ragazze di allora, me compresa, da tempo erano già in atto conflitti in famiglia per l’autonomia delle scelte, per la libertà di muoversi, di leggere, di pensare, di vestirsi a proprio modo, in una parola di esistere. Nel ’68, con la forza della dimensione collettiva trovano il modo di esprimersi radicalmente. La rottura si traduce per lo più nell’andare via di casa a volte in modo drammatico, come nel mio caso, a volte in modo più conciliante. “Non mi comandi più” detto da una figlia al padre, è la frase che meglio la esprime.

Leggendo quella frase la verità che mi si è ripresentata davanti è che io ho fatto il ’68 e sono scappata di casa senza un soldo, per sfuggire al dominio paterno e avere un’esistenza libera. Fatto quel passo, penso che per me fosse quasi inevitabile diventare in seguito femminista.

(www.libreriadelledonne.it, 5 ottobre 2018)

di Laura Fortini

GENEALOGIE. A proposito di «Elena Ferrante. Parole chiave», di Tiziana De Rogatis. Una densa e articolata monografia sull’autrice della fortunata tetralogia dell’Amica geniale, edita da e/o. Il volume verrà presentato sabato alle 18 nell’ambito di «InQuiete, festival delle scrittrici a Roma»

Per il percorso compiuto da Elena Ferrante e le sue opere si potrebbe adoperare il titolo di un libro di Carol Lazzaro-Weis dedicato alle scrittrici italiane e intitolato From Margin to Mainstream, del 1993: Ferrante ancora non vi compare perché L’amore molesto è del 1992, ma vi sono già tutti i presupposti perché la sua opera, che si svilupperà nei decenni successivi, sia rappresentativa di quel lungo percorso compiuto da scrittrici e critica in Italia di spostamento progressivo ma inesorabile dai margini al centro, appunto.

Tiziana De Rogatis dedica un intenso e articolato volume a Elena Ferrante. Parole chiave (edizioni e/o, pp. 295, euro 18), soffermandosi soprattutto sulla tetralogia de L’amica geniale, i cui quattro volumi si sono succeduti uno l’anno a partire dal 2011, concludendosi con ritmo serrato nel 2014. Ma è interessante già nel titolo del volume di de Rogatis lo slittamento dalle opere all’autrice, la cui identità per altro è così tanto misterica e discussa anche troppo inopinatamente, e difesa nella sua discrezionalità assai giustamente da de Rogatis.

Si potrebbe però osservare che l’identità di Elena Ferrante scrittrice appartiene alla World Literature tanto quanto le sue opere, soprattutto a partire dal successo del ciclo de L’amica geniale, davvero mainstream, come ricorda Tiziana de Rogatis, che nota, anche, come le opere precedenti, da L’amore molesto a I giorni dell’abbandono, del 2002, fino a La figlia oscura, del 2006, non abbiano avuto i caratteri di centralità della tetralogia, mantenendosi piuttosto ai margini del dibattito critico.

Come si diviene quindi un classico della contemporaneità? Riscrivendo il grande romanzo delle origini, definizione tratta da La frantumaglia di Ferrante (nella nuova edizione del 2016), che Tiziana de Rogatis fa propria: il che significa giocare con generi e sottogeneri, dal romanzo storico di manzoniana memoria al melò e addirittura il fotoromanzo, perché no, con caratteri di pastiche innovativi che per altro sembrano essere una delle marche distintive delle scrittrici tutte, italiane e di altre lingue madri.

Il pensiero va ad esempio ad Antonia Byatt, autrice di un’altra altrettanto importante tetralogia dedicata alla meravigliosa storia della vita di Frederica Potter, al punto che i volumi de La Vergine nel giardino del 1978, Natura morta del 1985, La torre di Babele del 1996, Una donna che fischia del 2002 (tutti pubblicati in Italia da Einaudi) vanno sotto il titolo di The Frederica Quartet Series, e il cui dialogare con i generi e sottogeneri letterari è una delle tracce distintive di una scrittura che si può definire classicamente contemporanea., anche senza necessariamente tirare in ballo il postmoderno e con esso tutto quello che comporta.

Molte le parole chiave individuate da Tiziana de Rogatis, il cui libro ha innanzitutto il pregio godibile di effettuare una efficace rilettura e un riattraversamento complessivo delle opere di Ferrante con un dialogo serrato in cui sovente si adopera La frantumaglia come documento di poetica e una sorta di auto-bio-grafia implicita, anche se potrebbe essere letto e analizzato come opera a sé stante con caratteri di finzione e architettura compositi e complessi proprio come i romanzi. Napoli, le due lingue (quella italiana e quella regionale), la violenza raccontata dalle donne, la Storia e le storie, sono alcuni dei nessi forti presi in esame, ma soprattutto la smarginatura della trama e la frantumaglia del vivere sono due parole chiave distintamente individuate da de Rogatis come proprie della World Literature cui appartiene Ferrante autrice e scrittrice. Che si colloca tra Ortese e Morante, entrambe sicuramente sue antecedenti come in modo esplicito ricordato da Ferrante stessa: romanzo genealogico perciò del conflitto e del riconoscimento – altre due parole chiave individuate da de Rogatis – anche con le scrittrici che la precedono, come de Céspedes e Ginzburg, ricordate per il loro Discorso sulle donne del 1949, ma si potrebbero rievocare le due amiche protagoniste di Prima e dopo di Alba de Céspedes, a riprova di una letteratura che sulle relazioni amicali tra donne, a partire da Veronica Gambara e Vittoria Colonna, ha ancora molto da dare per ciò che riguarda quanto irrapresentato dalla scrittura a firma di uomini della tradizione.

E se le Lila e Lenù dei quattro volumi de L’amica geniale sono due nomadi in cerca della loro Heimat, come scrive efficacemente de Rogatis, altrettanto nomade è il loro oscillare tra emancipazione e liberazione, tra personale e politico come da nesso forte del pensiero e delle pratiche femministe degli anni Settanta, evidente sottotesto di Ferrante che non a caso ricorda ne L’amica geniale Carla Lonzi e il suo Sputiamo su Hegel.

Come altrettanto evidente, pur se nel complesso e magistrale viluppo perturbante della narrazione, è il riferimento all’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro.

Figlie quindi di molte madri, le Lila e Lenù di Elena Ferrante: dalla Didone emblema dell’amore tra polis e passione e rispetto alla sua complessa figura il riferimento è agli studi su Il mito di Didone di Paola Bono e Maria Vittoria Tessitore (Bruno Mondadori editore, 1998), di cui Ferrante costituisce ulteriore tessera da aggiungere alle sue avventure di una regina tra secoli e culture; fino alla Modesta di Goliarda Sapienza, molte sono le personagge che si possono rievocare come antecedenti e genealogicamente precursore. E che rappresentano l’elemento di forza e di equilibrio di una ormai costituenda per non dire costituita a tutti gli effetti tradizione di scrittrici in lingua italiana e in altre lingue, rispetto a quella che de Rogatis individua come una genealogia femminile della svalutazione al punto di definirla una «genealogia obliqua».

Lila e Lenù nel loro complesso attraversare il Novecento – proprio come Modesta e molte altre – sono oltre che figlie del padre così come da definizione di Maria Serena Sapegno, anche figlie di madri. Padri violenti e madri altrettanto violente nel plot narrativo, padri autorevoli come Lewis Carrol per la sua Alice, madri altrettanto autorevoli anche quando matrigne come Napoli città e la sua letteratura, o madri simboliche come le scrittrici italiane tutte del Novecento alle quali la critica a firma di donne rende oggi omaggio in molti modi, tra i quali quello di Tiziana de Rogatis a Elena Ferrante, appassionato e ricco per determinazione critica e complessità degli elementi in gioco.

Ma Lila e Lenù sono anche precursore di quanto focalizzato nella contemporaneità da geniacci della sceneggiatura come Shonda Rhimes, che in Grey’s Anatomy mette al centro della narrazione non solo la voce di Meredith Grey ma anche la relazionalità amicale in cui si è l’una la persona dell’altra, senza infingimenti, veli di sorta né occultamenti, anche in virtù dell’invidia reciproca, dei furti non poi tanto prometeici, dei cambiamenti al limite della rispettiva irriconoscibilità, proprio come nel caso di Lila e Lenù che dall’infanzia e dal loro essere bambine arrivano alle soglie della vecchiaia. E quindi figlie e al tempo stesso già antenate di quante verranno poi, questo fa di loro e di Ferrante già un classico della contemporaneità.

*

Prende il via oggi la seconda edizione di InQuiete, il festival delle scrittrici che a Roma lo scorso anno si è distinto in un panorama cittadino e nazionale come una delle manifestazioni più sorprendenti e attese. Anche quest’anno il progetto della Libreria delle donne Tuba e dell’Associazione MIA luccica di ospiti di rilievo, da Luciana Castellina (che presenterà il suo libro «Amori comunisti» domenica alle 17, presso il palco biblioteca) a Vivian Lamarque, da Jhumpa Lahiri, Chiara Ingrao, Ritanna Armeni (che presenterà il suo libro in dialogo con Daniela Preziosi), Maria Rosa Cutrufelli a Michela Murgia, Chiara Valerio e molte altre; come lo scorso anno, focus su alcuni ritratti di scrittrici: da Sylvia Plath a Natalia Ginzburg passando per Laudomia Bonanni e altre. Novità riguardo gli esordi in una sezione (che si svolgerà domenica) a cura della Società Italiana delle Letterate; alle 15, Carla Fiorentino presenta «Cosa fanno i cucù nelle mezz’ore» e Carolina Orlandi presenta «Se tu potessi vedermi ora». Alle 20 invece sarà la volta di Giorgia Tribuiani che presenta «Guasti» e Sara Gamberini con «Maestoso è l’abbandono» (Introduce Laura Marzi).

Il programma completo: http://www.inquietefestival.it/

(il manifesto, 4 ottobre 2018)

di Tanina Cordaro

Chiedere a una vittima di violenza come era vestita. O a una donna picchiata perché aveva fatto arrabbiare il marito. Gli stereotipi di genere contenuti nelle sentenze nel libro La mia parola contro la sua.

Giudice penale, nominata Wo-Men Inspiring Europe 2014 dall’EIGE (European Institute for Gender Equality), Paola Di Nicola è ricordata per la sua sentenza rivoluzionaria nel processo sulla prostituzione di due minorenni della Roma bene, quando sostituì il risarcimento in denaro con libri sul pensiero delle donne. Il 4 ottobre edito da HarperCollins esce il suo nuovo libro La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio, dove la giudice svela il pregiudizio che si nasconde anche nelle aule dei tribunali e nelle sentenze. «L’impressionante estensione del fenomeno della violenza contro le donne impone di chiedersi se ci sia o meno un’incapacità della magistratura e, prima ancora, delle forze di polizia nel perseguire efficacemente questi crimini», spiega l’autrice. Paola Di Nicola ha spiegato a LetteraDonna perché nessuno può dirsi sicuro di essere libero dai propri pregiudizi, neanche chi giudica.

DOMANDA: Qual è secondo lei il peggior pregiudizio giudiziario nel nostro Paese?

RISPOSTA: Che le donne che denunciano esagerano o, peggio, potrebbero mentire quando subiscono dai loro compagni violenza domestica. Una violenza spesso tradotta inspiegabilmente in termini inoffensivi come «liti familiari, incomprensioni, alterchi».

Gli stereotipi di genere contenuti nelle sentenze possono contribuire a creare un clima di sfiducia nella giustizia da parte delle donne che hanno subito violenza. In che modo avvocati e giudici possono estirparli dalle decisioni che prendono nei processi?

Hanno un ruolo determinante perché, attraverso le domande che pongono alle vittime e agli imputati dei reati di violenza maschile o di violenza sessuale, rischiano di replicare stereotipi che indirizzano la risposta, contengono un giudizio di valore o morale.

Può farci un esempio?

Se l’avvocato, il pm o il giudice chiede alla donna vittima di violenza sessuale come fosse vestita o perché avesse reagito in un modo piuttosto che in un altro, appare evidente che il pregiudizio inquinante che entra nel processo è che la vittima abbia una qualche forma di responsabilità. Non è un caso che a una vittima di rapina questa domanda non venga mai posta.

Oppure?

Chiedere a una donna massacrata di botte dal marito perché avesse assunto un certo comportamento (come uscire con le amiche o restare a lavoro fino a tardi), pur prevedendo che avrebbe potuto scatenare quella furia violenta: questo determina l’immediata convinzione, anche nella vittima oltre che nell’imputato, di essere stata la prima la vera causa della commissione del reato.

Lei si definisce una giudice. Perché in Italia la declinazione al femminile delle professioni di potere è ancora così osteggiato?

Perché la lingua è lo spazio più importante di rappresentazione ed esercizio del potere, infatti chi non è nominato non esiste, mentre chi lo è c’è e ci sarà sempre. Le donne si escludono dai luoghi di potere anche non nominandole quando vi si trovano e vi sono arrivate dopo durissime battaglie di chi le ha precedute. Dovrebbe essere chiesto a chi usa il femminile solo per parrucchiera perché non riesce ad usarlo per ingegnera o per ministra visto che la grammatica italiana ce lo imporrebbe, come scrive l’Accademia della Crusca.

Quali altre conseguenze comporta la declinazione esclusiva al maschile?

Quella di dimenticare donne straordinarie, coraggiose e competenti. Come Alma Sabatini che nel lontano 1987 riuscì a scrivere, su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’epoca, le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Raccomandazioni a cui ci dovremmo istituzionalmente attenere. E io mi chiedo: questo lavoro culturale e simbolico enorme che fine fa se le donne si nominano al maschile proprio nei luoghi di potere in cui quelle donne le hanno portate?

Nel suo libro si legge che per i mafiosi l’unica donna veramente importante è e deve essere la madre dei suoi figli. Le altre sono tutte «puttane». Questa idea però è comune anche agli uomini non mafiosi. Secondo lei chi può «educare» questi uomini a un maggiore rispetto delle donne?

Ognuno di noi, donne e uomini, nessuno escluso.

Tre sono le «fimmini ribelli» che ritrae nel suo libro (Rita Atria, Carmela Iuculano e Maria Concetta Cacciola), donne che hanno avuto la forza di sradicare gli stereotipi all’interno della cultura mafiosa. Oggi chi è la fimmina più ribelle?

Non ce n’è una sola per fortuna, sono ribelli tutte le donne che vivono libere dagli stereotipi che vengono loro affibbiati dal giorno della nascita fino a quello della loro morte. Per farlo ci vogliono consapevolezza e tanto tanto coraggio.

Qual è secondo lei il prossimo passo che dovrebbero compiere le donne del movimento #MeToo?

Dare una forma anche teorica a questa straordinaria rivoluzione non violenta e creare una nuova forma di gestione del potere, non fondata sulla sopraffazione, per donne e uomini liberi.

Il 30 novembre arriva su Netflix una delle serie tv più attese, Baby, ispirata al caso delle baby-squillo della Roma bene. Il caso, scoppiato nel 2013, aveva coinvolto anche lei in veste di giudice. Cosa spera di vedere in questa serie e cosa si augura di non trovare?

Mi auguro di non vedere replicata l’idea, a suo tempo proposta da molti giornali, fondata solo sull’ignoranza del fenomeno, che le ragazzine che si prostituiscono sono libere e smaliziate, sono arrampicatrici sociali che cercano solo denaro e che la prostituzione è una scelta glamour e inoffensiva. Mi auguro che quegli uomini adulti che comprano l’adolescenza e talvolta persino l’infanzia, per pochi o tanti soldi, vengano chiamati con il loro nome, quello che è dato loro dalla legge italiana e dalle Convenzioni internazionali: pedofili.

(www.letteradonna.it, 4 ottobre 2018