di Alessandra Pigliaru 


A proposito di due recenti pubblicazioni, un romanzo della ecologista e un libro su di lei, editi da Fandango. «Una lepre dalla faccia di bambina», opera di narrativa del 1978 sul disastro di Seveso con la voce dei ragazzi. I «dialoghi possibili» di Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi immaginano che la scrittrice entri in conversazione con le giovani donne e femministe odierne. Morta nel 1993, era nata nel 1921. Comunista, medica, ambientalista tra le più convinte, il suo orientamento è prezioso ancora oggi

L’attenzione alla esistenza e alla intelligenza politica di Laura Conti è un segnale da salutare con fiducia verso il futuro. Per tutto quello che ha fatto, rappresentato e tribolato questa medica e scrittrice, partecipando alla Resistenza, partigiana arrestata e deportata nel lager di Bolzano, socialista poi dagli anni Cinquanta militante, spesso non convenzionale, del Pci, tra i fondatori della Lega per l’Ambiente, ecologista e amica della libertà femminile. Nelle foto che circolano è ritratta con un sorriso aperto e uno sguardo che sapeva vedere lontano, il vivente e le conseguenze dei disastri causati dal profitto e dalla violenza dell’umano, ecco alcune delle sue lezioni che potrebbero interrogarci ancora oggi.

Laura Conti è morta nel 1993 a Milano, aveva settantun anni e ci ha lasciato lavori importanti, sia saggistici che narrativi, contributi giornalistici da grande e acuta divulgatrice e osservatrice del presente quale è stata. Situato, il suo impegno politico nasceva da una saldatura tra prassi e teoria, un sapere critico e insieme un rigore della esperienza per cui le cose si fanno «per amore», non solo per sé stesse ma per un comune di tutte e tutti che abbia contezza di una «praticabilità della vita», come l’avrebbe definita Lucia Bertell, altra maestra di pensiero scomparsa troppo presto. 
Individuare allora un’attualità del pensiero e delle pratiche di Laura Conti, fuori da un certo strumentale ecologismo da pentimento del capitale, è un gesto politico con un senso preciso; lo ha pensato anche la casa editrice Fandango, con la sensibilità di Tiziana Triana, che ha raccolto in una operazione meritoria e radicale due libri: uno è la ripubblicazione del romanzo che Conti scrive nel 1978 Una lepre con la faccia di bambina (pp. 142, euro 13, con un’avvertenza di Marco Martorelli). Il secondo volume è a firma invece di Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi e si intitola Laura non c’è. Dialoghi possibili con Laura Conti (pp. 125, euro 12). Sono da leggere entrambi con gratitudine nei confronti di una figura certo conosciuta, centrale e circolante sia pure mai abbastanza. Mai come avrebbe dovuto – e dovrebbe ancora – dettare e governare, cioè capillarmente nelle scuole nelle università nelle piazze nei dibattiti, soprattutto a sinistra poterne riconoscere l’inaggirabile spinta e sapienza.

Una lepre con la faccia di bambina arriva dopo altri due testi narrativi: Cecilia e le streghe (1963) e La condizione sperimentale (1965); nel frattempo pubblica saggi sull’educazione sessuale, sul nesso tra capitale, lavoro e ambiente. È il 10 luglio del 1976 quando una nube tossica carica di diossina si sprigiona dallo stabilimento dell’Icmesa, industria chimica situata tra i comuni di Meda e Seveso, nell’hinterland milanese. Osservatrice di eccezionale lungimiranza, Laura Conti all’epoca è consigliera regionale del Pci e segretaria della Commissione Sanità ed Ecologia del Consiglio regionale della Lombardia (un contributo recente sulla sua parabola biografica è La via di Laura Conti di Valeria Fieramonte, intervistata nell’inserto del manifesto «Extraterrestre» da Serena Tarabini, 1/4/2021).

Conti segue in prima persona ogni passo relativo a quella catastrofe, insisterà per far comprendere la devastazione di una sostanza come la diossina, ne scriverà nel 1977 in un libro dal titolo Visto da Seveso e poi ecco che capisce a chi desidera rivolgersi, a differenza di tanto disprezzo contemporaneo riguardo le giovani generazioni tacciate un po’ di inutilità critica quando non sistematicamente abbandonate: l’interlocuzione di Una lepre con la faccia di bambina è con le ragazze e i ragazzi, quelli che negli anni del disastro industriale vivono nei territori colpiti e hanno diritto di essere informati con chiarezza su quanto sta capitando, che mondo gli adulti si stanno impegnando a lasciare loro. Voleva insomma essere un’opera di divulgazione scientifica ed è invece diventato un romanzo in cui si affrontano nodi storico-sociali di prima grandezza: le menzogne del progresso, la miseria simbolica di chi negava la realtà, il sacrificio di migliaia di animali avvelenati mandati a morire, non ultimo una comunità cattolica come quella di Seveso sconvolta da un veleno che contaminava e provocava malformazioni congenite e che si trovava a fare i conti con l’aborto, con una sessuofobia mista a un’angoscia irrazionale che spingeva alla rimozione. Marco e Sara, personaggi letterari del romanzo sono dodicenni, vivono ai margini di una Brianza culturalmente impoverita, possiedono una lingua italiana che la scrittrice, a lungo medica scolastica, definisce «coloniale», è un linguaggio che sottostima l’umano «nei confronti degli oggetti che lo sopraffanno». Ma allora questa scelta linguistica, si domanda Conti, utilizzata per raccontare e informare di un dramma, è forse linguaggio della decadenza o dell’aurora?

Marco e Sara sono alle prese con le meschinità del proprio tempo, quotidiane, materiali, semplici, mentre la storia grande procede per snobismi e frodi in una lontananza quasi incomprensibile, le loro sono le vere «innocenze folgorate», insieme a quelle della povera gente che – come dice a un certo punto la madre della ragazzina – «roba avvelenata deve mangiare». Da un orto silenzioso, si solleva lo sguardo di Marco e Sara che incontriamo nelle settimane successive al disastro, prima delle bonifiche ma già nella divisione territoriale in zone di gravità. Inconsapevoli cronisti, si accorgono di ogni dettaglio fino all’entità delle conseguenze sanitarie, sociali e ambientali. Sfollati insieme alle loro famiglie e trasferiti in un albergo, nel romanzo emerge la crudeltà giocata sui corpi dei bambini e su quelli delle donne che da un lato erano costrette ad ascoltare i monsignori e dall’altro non potevano ancora accedere liberamente alla interruzione volontaria della gravidanza.

Sta di fatto che Conti continua a parlarci, una centenaria con la mente vivacissima tanto da sentire quasi la sua voce ed è in questo desiderio potente di ridarle parola che Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi nel loro Laura non c’è ne resuscitano il rilievo teorico, costruendo delle conversazioni in cui la sorprendono a interagire con donne e ragazze che hanno scelto la sostenibilità, l’ambientalismo, il veganesimo, il femminismo e l’irriverenza generativa di immaginare un mondo possibile. Incontreremo e riconosceremo Rachel Carson, Alex Langer, Lyubov Sirotà, Marie Curie ma anche Giorgio Nebbia, Barry Commoner e tanti felini. Il Fondo, costituito dalla biblioteca di Laura Conti (circa seimila volumi) e dall’archivio di carte, si trova alla Fondazione Micheletti di Brescia, ed è proprio lì che Bonomi Romagnoli e Turi si sono recate più volte, per mesi immerse in letture e ricerche trovando infine connessioni originali e ironiche, dando all’incedere della scrittura l’ordito di una storia diversa in cui chi è arrivata prima di noi può avere un ruolo attivo nella memoria relazionale della politica delle donne. Fandango promette anche la riedizione degli altri libri scritti da Laura Conti, li aspettiamo come una bussola terrestre e amorosa per le creature del futuro.


(il manifesto, 8 maggio 2021)

di Nicole Janigro


«La pandemia ci ha fermati, un fermarsi che può dimostrarsi produttivo e fecondo. La pandemia è un effetto della crisi ecologica, ci invoca in questo agire dissennato e predatorio, in questa hýbris onnipotente, e ci riconsegna alla necessità del limite». A fine gennaio, in uno degli incontri che radio tre ha dedicato al tema della cura, Elena Pulcini intrecciava parole sorelle e concetti fratelli per descrivere l’esperienza globale di vulnerabilità e offuscamento, per sottolineare, ancora una volta, la sua idea di cura come disposizione affettiva e pratica, capacità quotidiana dell’impegno.

Una tematica che, insieme a quelle delle passioni e del dono, ha nutrito un percorso intellettuale di grande rilievo, anche sulla scena internazionale, condiviso nello scambio con allievi e colleghi, punteggiato da testi seguiti da un ampio pubblico di lettori, mosso da un’idea di spiritualità legata a una visione della comunità e a un sentimento religioso vicino in modo non formale all’insegnamento cristiano. Nella prospettiva di un mondo nuovo che azzarda l’utopico dove pratiche collettive e solidali non si danno senza un’esposizione personale.

Il nove di aprile il Covid si è portato via Elena Pulcini. Era nata a L’Aquila il 10 marzo 1950. Tutti quelli che hanno potuto hanno partecipato alla cerimonia funebre in suo ricordo che si è svolta a Firenze nella chiesa di San Miniato al Monte. E già in tanti torniamo alle riflessioni che la filosofa aveva sviluppato e, nell’ultimo anno, incessantemente puntualizzato.

Per la studiosa la cura è una parola matassa dalla quale sfilare temi che intersecano discipline diverse per perseguire una rifondazione dell’idea di soggetto. In un superamento di gerarchie valoriali, in una prospettiva che si propone di rovesciare il tradizionale dualismo tra ragione e passione, le emozioni diventano il vettore di un orientamento capace di trasformare l’isolamento sovrano dell’homo oeconomicus, la cui logica riduzionista ha messo in pericolo non solo l’ambiente naturale, ma la vita stessa dell’essere umano.

«Perché ci prendiamo cura anche quando non siamo legati da legami personali? Perché lottiamo per la giustizia anche quando non ci riguarda direttamente?» sono gli interrogativi che aprono Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale (Bollati Boringhieri, 2020), il suo testo più recente che sviluppa e approfondisce le considerazioni di La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (Bollati Boringhieri, 2009). Elena Pulcini sceglie un punto di vista originale, quello di una psicologia morale, per «affrontare il problema delle motivazioni affettive che stanno a fondamento sia della domanda di giustizia sia della disposizione alla cura». Il distinguere le molteplici declinazioni della vita emotiva la conduce a sottolineare la potenzialità etica delle emozioni che qui usa spesso come sinonimo di passioni. È un’etica della cura che, sovvertendo il codice egemonico degli ultimi secoli, mette al centro la vulnerabilità della condizione umana, indissolubile da una ferita che nutre anche le passioni, sia quelle positive che negative. In particolare all’invidia ha dedicato diversi testi, tra cui Invidia. La passione triste (il Mulino, 2011).

L’affettività della cura riparte dal pensiero delle donne, dalla costanza e continuità della pratica femminile: una forma di vita che può diventare scelta di vita (una sintesi molto efficace di questo aspetto decisivo del suo pensiero è Soggette alla cura o soggetti di cura? in Dare corpo prendere corpo: donne che creano, rivista di psicologia analitica, n. 87, 2013).

Questa cura, per non essere svalutata, come storicamente è avvenuto, richiede una teoria capace di integrare i diritti formali, libertà e uguaglianza, con il bisogno di un soggetto, sempre diverso, scosso dalla paura e dall’incertezza. Una condizione segnata inesorabilmente dal peso emotivo della dipendenza e dall’insormontabile del corpo. Nella quale non siamo soli. E che non si ferma, però, per l’autrice, alla metafora materna, all’immagine archetipica di un grande e di un piccolo. L’attenzione alla postura del soggetto proteso verso qualcosa che si trova fuori di sé, l’immagine di un soggetto inclinato, nella prospettiva di Adriana Cavarero nel suo Inclinazioni. Critica della rettitudine (Cortina, 2014). Per Elena Pulcini il “quadro” madre-figlio «rischia di congelare le due parti della relazione nei ruoli fissi del soggetto (inclinato) e dell’altro (vulnerabile)».

In Tra cura e giustizia propone una rappresentazione dove «la cura non è altruismo, ma un’attività cooperativa in cui gli interessi del caregiver e del care receiver sono interdipendenti». Difficile non pensare al modo in cui il virus ha inciso nel rapporto tra medico e paziente – anche chi cura può essere contagiato – l’esigenza della protezione in simultanea di se stessi e dell’altro. Un comportamento imposto, eppure capace di prefigurare la “nuova etica” delineata da Elena Pulcini. Dove diventa costitutiva la relazione tra cura e giustizia – e anche qui difficile non pensare al criterio di scelta della precedenza nelle vaccinazioni. L’autrice cerca di indicare una via per superare l’unilateralità di pubblico e privato, di un criterio astratto (maschile) e di un criterio attento al bisogno (femminile). Il paradigma razionalistico, che immagina i soggetti tutti uguali, liberi e indipendenti, non riconosce la realtà del bisogno. Il soggetto unico oggi non si basta più, rischia di autodistruggersi per gli effetti divenuti disfunzionali del modello liberale e contrattualistico.

È una pratica sociale che può rendere possibile l’integrazione di «un valore rimosso o comunque marginalizzato», come la cura, con una giustizia destituita dalla sua posizione dominante. Il punto di congiunzione tra le due etiche sta tutto e ancora nel concetto di vulnerabilità: condiviso dai filosofi dell’alterità (Lévinas, Ricœur, Jonas) e da voci anche molto diverse del pensiero femminista, «sembra assumere un ruolo fondativo nel proporre percorsi alternativi ai paradigmi mainstream della modernità, opponendo a un’ontologia individualista un’ontologia relazionale».

Interessante la vicinanza con diverse riflessioni della psicoanalisi contemporanea che invitano a un pensiero critico sulla condizione dell’individuo, mettendoci di fronte a una situazione di pericolo per l’Io-mondo, a partire dal concetto freudiano di Hilflosigkeit, l’esperienza originaria di impotenza che richiede l’intervento di un altro “essere prossimo”. Christopher Bollas parla di soggetticidio, arriva a prefigurare il rischio della scomparsa della specie, Anna Ferruta parla di una cura per «la sopravvivenza e lo sviluppo del vivente».

Elena Pulcini non condanna l’individualismo, e non parla di narcisismo, ma mette in guardia dal dilagare della passione dell’egoismo illimitato, dal desiderio “immunitario”, illusorio in un mondo globalizzato. Che può diventare «una società decente» se riuscirà a essere “civile” progredendo attraverso la cooperazione di un «soggetto emozionale che approda alla metamorfosi in quanto si lascia decentrare dalla dinamica relazionale delle passioni». Allora non a caso, pur ripercorrendo la storia novecentesca del concetto di empatia fino ai suoi approdi più attuali come quello dei neuroni specchio, l’autrice fa un passo indietro.

Torna alla simpatia, che presuppone la reciprocità e il benessere dell’altro, a partire dal pensiero illuminista di Hume e Smith e dalle scienze biologiche ed etologiche. Siamo così più vicini all’idea di sentimento morale, indispensabile per la rifondazione di una teoria della soggettività etica, che chiede azione e impegno per essere capaci di «coerenza tra la nostra vita emotiva e la nostra vita activa». Per appartenere a una comunità.

È la responsabilità che tutti abbiamo nei confronti dell’altro inteso, in questa paidéia delle emozioni, come l’Altro distante nello spazio (ovvio i migranti, ma non solo, tutti quelli che verrebbe da definire “loro”), e nel tempo, il non-ancora delle generazioni future. Per Elena Pulcini è una promessa: per affrontare l’incertezza del futuro, per renderlo possibile.


(Doppiozero, 27 aprile 2021)

di Luciana Tavernini


Recensione del libro di María-Milagros Rivera Garretas; a cura di Loredana Magazzeni e Luciana Tavernini, Emily Dickinson. Vita d’Amore e Poesia, VandAePublishing 2021.


Come svelare il non ancora detto che la vera poesia ci può far scoprire? Come comprendere le rivelazioni che le parole nell’uso corrente non riescono a dire?

Due traduttrici in relazione tra loro, Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, hanno messo a punto una modalità in cui, restando fedeli alla lettera del testo e dandosi tempo per far emergere situazioni concrete, hanno illuminato di senso quello che a una prima lettura appariva indecifrabile.

Invece di utilizzare la così detta “ideologia della traduzione”, che rende invisibile chi traduce e fluido, normalizzato il testo, con equivalenze linguistiche agevoli, per una decina d’anni, tra il 2005 e il 2015, hanno tradotto dall’inglese allo spagnolo le 1786 poesie di Emily Dickinson.[1]

Questa poeta, per poter rendere dicibile ciò che era necessario fosse detto, ha spiazzato le norme linguistiche, superando i limiti di punteggiatura, ortografia, sintassi e composizione del suo tempo, ha utilizzato e contribuito a mantenere viva la lingua materna. Una lingua materna che ha obbligato le due traduttrici a riappropriarsi della propria lingua e della loro esperienza di donne; ha permesso loro di esprimere esperienze femminili che non avevano ancora trovato parole per dirsi. Per poterci riuscire, come scrive Rivera Garretas nel suo approfondito saggio su questo lavoro di traduzione, [2] hanno cercato di sentire fisicamente l’effetto che ciascuna poesia produceva, dopo averla letta e riletta, finché non sentivano un vuoto tra le due lingue da cui nasceva quella tensione per tentare “di fare in modo che tutto quello che lei diceva nella sua poesia fosse traducibile, pur sapendo che non tutto lo è. […] Niente è rimasto volontariamente non tradotto, niente è stato cambiato con la pretesa di migliorarlo, di pacificarlo, di ordinarlo meglio, di farlo suonare più bello o di renderlo più comodo o digeribile per la lettrice o il lettore, niente è stato ritenuto antiquato o da scartare”. E Rivera Garretas continua: “Così, senza volerlo, ci siamo propiziate il momento in cui, nel vuoto di cui parlavo prima, nella tensione tipica del vuoto, una vede, in quella poesia, un’altra poesia: la assale letteralmente lo strato di significato più profondo e velato che lei in quel momento è capace di vedere.” Perché avvenga un salto simbolico è dunque necessaria la massima fedeltà alla lingua materna in particolare al genere grammaticale: tradurre al femminile quando si parla di esperienze femminili, di sé o di altre donne e anche nelle personificazioni, senza usare il preteso neutro universale maschile.

Da questa esperienza empatica, non di immedesimazione, ma di fedeltà alla lingua e di relazione tra le due traduttrici e con Emily Dickinson, sono venuti alla luce aspetti della vita della poeta che erano stati volutamente cancellati.

Proprio per l’intensità di queste scoperte María-Milagros Rivera Garretas è stata spinta a scrivere una breve e profonda biografia, dedicata soprattutto alle giovani, con una scelta di poesie a cui il testo fa riferimento.

In essa, dopo aver descritto la formazione di una bambina nella Nuova Inghilterra del secolo XIX, l’autrice mostra il momento della presa di coscienza delle atrocità della guerra da parte di Emily, nonostante la vittoria dei Nordisti, l’esercito che prima con fervore patriottico sosteneva.

Quindi presenta il dolore dell’incesto, subito da Emily nell’infanzia e nell’età adulta da parte del padre Edward Dickinson e del fratello Austin Dickinson, un delitto e i suoi “Confini di dolore”, rivelati attraverso diverse poesie che li mostrano per il senso di terrore e disagio che fanno sentire, prima ancora di poterli comprendere.

Per permettere di condividere l’importanza di ciò che hanno compreso, oltre a parlarne nella biografia, Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas hanno scelto ventitré poesie e le hanno raccolte in Ese Día sobrecogedor. Poemas del incesto, un’edizione bilingue che in Spagna ha avviato una riflessione politica sull’incesto, dove al centro non vi è più il violatore, ma la bambina e poi la donna che l’ha patito. Ciò ha permesso di ridefinire il tabù dell’incesto come il tabù a parlarne da parte delle donne, non solo da parte di quelle che l’hanno subito.[3]

La biografia parla di come Emily, attraverso la poesia, sia riuscita a salvarsi dall’indifferenza, dalla pietrificazione di fronte alla propria e altrui sofferenza e a trasformare il dolore in creatività, continuando ad avere fiducia nella possibilità delle parole di esprimere la propria esperienza. Un’esperienza che comprese l’innamoramento in corpo e anima per la sua compagna di studi, Susan H. Gilbert, poi divenuta sua cognata Susan H. Dickinson. Questa relazione fece percepire a Emily l’infinito e le permise un confronto costante sulle sue poesie, tra cui molte dedicate a Susan, la sua principale critica e corrispondente – anche dopo il matrimonio con Austin, che avrebbe dovuto permettere alle amiche di vivere vicine e che invece produsse separazione e dolore.

Nella biografia viene sviluppato anche il tema dell’ispirazione e dell’esperienza di esserne visitate, di come nasce il pensiero dell’esperienza che riesce a rivelare cose che interessano chi le dice, o scrive, e chi le ascolta, o legge. Emily creò questa modalità di fare poesia, e rivoluzionò le regole linguistiche e compositive, per poter dire ciò che veniva scoprendo ed era necessario che lei portasse nel mondo.

Nella parte finale del libro troviamo tutte quelle poesie, in inglese e tradotte, che Rivera Garretas ha citato e inserito nella biografia, permettendo a chi legge di far risuonare, in tutta la loro potenza, le parole di Emily e di interagire nel percorso creato dalla narrazione biografica.

Mentre le poesie dell’incesto sono ancora in attesa di una traduzione[4] che ne riveli tutta la dirompenza e che dia la forza per squarciare il silenzio su questo delitto soprattutto contro bambine e donne che gli uomini patriarcali continuano, spesso impunemente, a perpetrare, la biografia permette alle giovani e ai giovani di avvicinarsi a una delle maggiori voci della poesia universale e a trarne energia creativa e capacità di dirsi.


María-Milagros Rivera Garretas, Emily Dickinson, Sabina editorial, Madrid 2016; trad. italiana dallo spagnolo (biografia) di Luciana Tavernini e dall’inglese (poesie) di Loredana Magazzeni, VandAePublishing, Milano 2021.


Note

[1] Emily Dickinson, Poemas 1–600. Fue – culpa – del Paraíso, prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2012, 940 pagine. + CD formato mp3.

Emily Dickinson, Poemas 601-1200. Soldar un Abismo con Aire , prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2013, 778 pagine. + CD formato mp3.

Emily Dickinson, Poemas 1201-1786. Nuestro Puerto un secreto, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, con la postfazione di MariaMilagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2015, 640 pagine + CD formato mp3.

[2] María-Milagros Rivera Garretas, Né inglese né spagnolo: tradurre la poesia di Emily Dickinson. 1 Farsi mediazione vivente tra due lingue, Per amore del mondo 15 (2017) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it

[3] Vedi Candela Valle Blanco, Dire l’indicibile. Ascoltare il vero, relazione presentata al XXX Seminario internacional de Duoda. El cuerpo se confiesa: el incesto, Universitat de Barcelona, 11 maggio 2019.  Il video dell’incontro si trova in https://youtu.be/_Gm_7Mk3LdM

[4] Emily Dickinson, Ese Día sobrecogedor. Poemas del incesto, Prologo de María-Milagros Rivera Garretas y Ana Mañeru Méndez, Sabina editorial, Madrid 2017.


(Per amore del mondo, 17/2020. Il testo in spagnolo è pubblicato in Duoda. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual, Universitat de Barcelona, N.57/2019, pp. 64-81).

di Barbara Notaro Dietrich


Su queste pagine Davide Barilli, subito dopo l’uscita del libro, ha scritto che «Organsa» di Mariangela Mianiti è un romanzo «vero e spietato, un roveto di straziata verità». E lo è perché l’autrice, nel raccontare in prima persona l’infanzia e l’adolescenza di Aurelia, non fa sconti a nessuno, neppure alla protagonista che cambierà la sua vita e non diventerà né come i nonni, né come i genitori, imprigionati chi nella loro cattiveria, chi nella loro incapacità di opporsi, tutti in un casone della Bassa parmigiana che è osteria, emporio, e punto di ritrovo della piccola comunità locale. 

Mianiti, che ha scritto questo libro più di dieci anni fa in cerca di editore poi arrivato, a riprova del fatto che i cosiddetti classici non hanno scadenza, definisce il suo stato di nomade affettiva – il marito in Svizzera, il lavoro a Milano: «Sì, mi divido tra la metropoli che è la mia passione e la città che ho scelto quando son andata via dalla provincia e questo posto fantastico vicino a Locarno in una casa a strapiombo su un fiume». 

La città come via di fuga dunque per lei e Aurelia?

«Dopo il diploma al conservatorio a Lucca, anche se per molti anni ho frequentato quello di Parma, mi proposero di insegnare a Parma ma dissi no: scelsi la grande città in cui non conoscevo nessuno ed era tutto da costruire, in cui ti puoi nascondere. Nel mio profondo c’è sempre stato il desiderio di essere invisibile, impalpabile ed essere ovunque contemporaneamente che per certi versi ho trasfuso nel romanzo quando parlo del rapporto di Aurelia con l’aria, l’altalena e la bicicletta ovvero con tutto quel che ti fa volare via e in alto».

Nel romanzo, chi più chi meno, son tutti maltrattati dalla vita e però incapaci di provare e mostrare tenerezza. La sofferenza non si trasforma in affetto. La madre di Aurelia vive per i suoi figli ma non li coccola.

«Questo aspetto fa parte di quella generazione e di quell’ambiente contadino dove sin da piccoli si era abituati alla durezza della vita e dunque niente carezze o abbracci o parole gentili, anzi

ci si abbaia addosso e i bambini devono essere curati per i loro bisogni primari. Era appunto il mondo contadino che aveva una sua ferocia anche con gli animali».

Il fratello di Aurelia però li cerca e li cura gli animali.

«È la legge del contrappasso. Così come Aurelia osserva questo mondo di cui vuole liberarsi attraverso la scuola, il fratello d’istinto reagisce facendo il contrario di quel che si fa in famiglia con gli animali: la nonna li ammazza, tutti li mangiano e lui invece li vuole salvare.

Aurelia e il fratello mostrano dentro sé il seme della salvezza».

Una salvezza che però nasce dal dolore di non aver salvato gli altri. O di essere stati perfino cattivi come quando Aurelia non accoglie la richiesta del padre di insegnargli a leggere.

«La consapevolezza di Aurelia è di avere davanti due scelte: o tu o gli altri. Se salvi te stesso poi forse potrai anche essere in grado di offrire uno spiraglio di salvezza per gli altri. Non si tratta di egoismo ma di necessità. Rispetto all’episodio del padre quel che pesa ad Aurelia è l’offerta di denaro da parte sua. E sì, sa di esser stata inutilmente cattiva come i nonni che hanno avvelenato la vita della madre».

Il suo romanzo ricorda «Il posto» di Annie Ernaux anche se in quel libro c’è soprattutto il senso di vergogna per la famiglia di origine.

«In Organsa non c’è tanto la vergogna quanto la consapevolezza della distanza: fin dal momento in cui comincia a guardare il mondo e a notare i primi segni del danno che scorre all’interno della sua famiglia, Aurelia si rende conto che per salvarsi dovrà fare altro e andarsene. Forse la vergogna verrà dopo, ma sarà più senso di inadeguatezza».

Il finale del libro è quasi surrealista con la madre che ha messo assieme cinque lavatrici.

«Tutti gli oggetti che madre accumula non sono solo lo specchio della sua vita negata, il poter finalmente decidere lei che cosa fare e come tenere il casone che è stata la sua prigione, ma c’è anche una ragione profonda, legata al figlio perso proprio per la mancanza di una lavatrice».


(Gazzetta di Parma, 21 aprile 2021)

di Alessandra Pigliaru


Un ritratto a partire dal libro della storica Anna Tonelli, «Nome di battaglia Estella» pubblicato da Le Monnier (2020). Nata nel 1900 nella Torino proletaria e operaia, la lotta di classe e il senso di giustizia contro sfruttamento e oppressione saranno con lei fino alla fine. Staffetta, emissaria, giornalista, deportata, dirigente di partito e madre costituente, ha raccontato il Novecento attraverso documenti, libri e romanzi. «Rivoluzionaria professionale», la sua autobiografia edita nel 1974, percorre una vita straordinaria.


Camilla Cederna l’ha definita «una specie di straordinaria moderna Odissea». E chiunque abbia avuto occasione di leggere Rivoluzionaria professionale, l’autobiografia di Teresa Noce – edita per la prima volta nel 1974 e di cui l’ultima riedizione è del 2016 per Red Star Press –, potrà facilmente convenire sulla intensità di una esistenza che ha attraversato il Novecento e che ne ha saputo raccontare le nervature, politiche, storiche ma anche sentimentali e di intrecci. Della intransigenza indocile di una protagonista di tale rilievo, si è scritto molto e la stessa Teresa Noce ci ha consegnato testi, discorsi, romanzi e documenti che testimoniano e descrivono la temperie di un secolo nel suo portato di libertà femminile e convinta militanza, senza reticenze sulle contraddizioni.

L’esperienza del comunismo, quando ventunenne prende la tessera – in seguito alla scissione livornese – del partito comunista d’Italia, vive in lei nel senso primigenio alla lotta di classe i cui bagliori si intravvedono già nei suoi lavori, come sarta apprendista, poi in una fabbrica di biscotti, dunque al tornio della Fiat Brevetti. Eppure la possiamo avvertire ancor prima, nella bambina precocemente ostinata e curiosa di conoscenza che cammina per le strade di Torino diretta a comprare i giornali per la propria madre, mentre si siede in una panchina e comincia a leggere i primi nomi del mondo intuendo di non essere sola. Proletario, operaio e sindacale, è un mondo che domanda, in quei primi anni del secolo scorso, giustizia e libertà. Camere del lavoro, leghe, i primi scioperi e moti del pane con il fascismo alle porte, lotte che contrassegnano la sua vita fin da ragazzina ancora lontana dalla guerra civile spagnola cui prenderà parte o dalla scuola leninista moscovita e ancora il massimo oltraggio della deportazione; la partigiana, madre costituente, deputata, dirigente di partito sempre al fianco delle lavoratrici, delle operaie, in particolare le tessili, è in quella giovanissima età una pretesa di riconoscimento inemendabile, per tutti e tutte.

Ancora non immagina cosa significhino strategie politiche complesse nella lunga strada della clandestinità o dentro la dirigenza di un partito ma in fabbrica protesta già per difendere le proprie compagne – molestate dai padroni. Lei che poi rientra a casa e l’acqua le si ghiaccia dentro il secchio, orfana di madre a 17 anni, un fratello aviatore che muore in guerra un anno dopo e un padre che non c’è mai stato. Legge silenziosa e studia avidamente nel pianerottolo dove la luce resiste più che nelle varie soffitte in cui è vissuta e da cui l’hanno sfrattata, ripetute volte. Emerge la rivolta rabbiosa di chi ha conosciuto l’esatto orlo della miseria e ha inteso sopravvivere con tutte le energie a disposizione, non si è mai rifugiata in altri mondi perché ha sempre saputo che è in questo unico e reale che bisogna giocarsi la scommessa vera.

A meno di dieci anni la scabbia è un ricordo lontano, non può più andare a scuola e comincia a consegnare il pane per contribuire al sostentamento della propria famiglia, si nutre delle croste che avanzano e intanto contratta con un bancarelliere l’affitto di due libri a settimana invece di uno solo. Ha una tale fame di amore e giustizia, quella bambina, da rimanerle attaccata anche da adulta, eppure possiede un profilo talmente complesso di imprese che ha fatto bene la storica Anna Tonelli a indicarne la complementarietà in un interessante e piccolo libro che la presenta, nella ricostruzione bibliografica e delle fonti. Nome di battaglia Estella. Teresa Noce, una donna comunista nel Novecento (Le Monnier, 2020, pp. 155, euro 13) è infatti diviso in due parti; Tonelli – docente di Storia contemporanea e dei partiti e dei movimenti politici all’università di Urbino – compone un testo che percorre i due rilievi di pubblico e privato, stimolando anche il desiderio di procurarsi ogni cosa scritta da Noce, diffonderne la parabola, poterne discutere ancora la voce e le parole per comprendere quanto sia di gran lunga più generativo il comunismo quando risiede nelle mani di una donna.

Nella prima parte si descrivono dunque le fasi principali della sua vita pubblica, mentre avanza l’offensiva fascista e comincia per Teresa Noce e per altri la lunga strada della clandestinità. Staffetta, giornalista, emissaria, organizzatrice, consigliera, agitatrice, dirigente, Tonelli ne sintetizza ruoli e luoghi, dalla prima esperienza con Luigi Longo nella redazione di Avanguardia (poi La voce) a quella carceraria a San Vittore, la prima di altre detenzioni. Sono anni tumultuosi, dalla clandestinità necessaria alla «traduzione di un ideale politico, economico ed esistenziale» che per lei è stata la scuola leninista moscovita. Eppure mai abbandona l’osservazione e l’interlocuzione delle operaie, come accade infatti con le tessili di Ramenskoye.

Francia, Italia poi Spagna accanto alle Brigate internazionali, gli anni Trenta sono andirivieni di impegno vivido per il partito e per la resistenza. Del resto, già quando sostiene lo sciopero delle mondine (del 1931 nel vercellese e novarese), Teresa è Estella, l’anonimato per proseguire spostamenti e il suo antifascismo, e anche «Madonna tempesta», per segnalare il suo carattere poco avvezzo ai compromessi. È un punto, questo della sua inclinazione al «dire di no», da sempre, che Tonelli tiene a precisare come costante puntellando le scelte autonome e il prezzo pagato anche interno al partito, fino alla vicenda personale con Luigi Longo, suo marito – almeno legalmente visto che il matrimonio si era sfaldato anni prima – fino al 1953, quando quest’ultimo ottiene l’annullamento a San Marino senza consultarla; Noce lo apprende mentre è alla Camera del Lavoro di Milano – impegnata nella stesura della legge sulla parità salariale tra uomo e donna – da un trafiletto del Corriere della Sera. Tonelli insiste sul punto perché la Teresa «pubblica» e quella «privata» sono molto più porose di quanto si immagini. E chi ha letto la sua autobiografia lo sa, quanto le contraddizioni sortiscano un disincanto radicale talvolta insanabile, oltre che ammalante.

A Noce, queste contraddizioni, hanno procurato anche l’estromissione dal Pci, indicativo l’aneddoto di lei che si rompe il menisco andando alla conferenza del Comitato centrale cui con tutta evidenza non voleva presenziare. E infatti torna indietro. Su quel ripudio da parte di Longo c’era intorno l’ostilità di molti dirigenti che fino a poco prima l’avevano non solo sostenuta ma lodata; basterebbe leggere ciò che le scrive Togliatti, dandole del voi e richiamandola all’ordine. 
Quando scrive a proposito di questa frattura, ne parla come di un dolore più grave della sua deportazione. La prima detenzione in un campo di internamento come prigioniera politica è a Rieucros. Nel 1943 viene arrestata nuovamente a Parigi dalla polizia francese, e trasferita al carcere femminile Petite Roquette, con disposizione della Gestapo viene deportata al forte di Romainville, arriva a Ravensbrück, viene in seguito internata anche a Holleischen.

Ne dà conto nel romanzo del 1952, Ma domani farà giorno (riedito per Harpo nel 2019 a cura di Graziella Falconi) in cui tramite l’alter-ego di Giovanna Pinelli – amava la letteratura e la sua capacità di costruzione del sé e presa di parola – racconta la disumanizzazione subita, insieme ad altre, nei campi di morte fino alla liberazione. Dice però anche altro, cioè una vicinanza e un lavoro comune, per sabotare le armi dei nazisti, sì, e anche per non restare oppresse sia pure nello sprofondo della Storia, bisogna restarsi accanto.

Anna Tonelli ne riconsegna la vicenda fino alla fine, ovvero il 22 gennaio 1980, splendono le parole attraverso i suoi incontri nelle scuole, dalle lettere ricevute da lettori compagni e compagne che non l’hanno mai abbandonata. Rivoluzionaria, è in quanto donna consapevole di se stessa e per le donne che ha lottato con più passione. Comunista e libera, che mai si è pensata sola o separata dagli ultimi della terra.


(il manifesto, 20 aprile 2021)

di Fulvia Bandoli


Duemilaventuno, anno di centenari illustri: quello del PCI, quello di Gianni Agnelli. Per me e per altre donne ambientaliste e femministe, quello di Laura Conti, medica, partigiana, comunista, deportata, ecologista, scrittrice e divulgatrice formidabile di conoscenza e scienza. Eppure per trovare notizia di questa ricorrenza bisogna spulciare con cura siti Internet, e si trovano soltanto alcuni articoli e qualche convegno. Nessun grande giornale, salvo uno, ha fatto inserti o pagine dedicate, nessuna trasmissione tv ha approfondito la figura di questa donna straordinaria. E pur essendo tornata molto di moda quella che lei, sempre diretta e trasgressiva, forse chiamerebbe «l’ecologia fatta di buone maniere», nessuno si interroga su quali siano le origini del pensiero ambientalista in Italia, dell’ambientalismo scientifico o dell’ecologismo razionale, come lo chiamava lei, con un’insistenza quasi maniacale. Si facesse questa ricerca, la prima persona che si incontrerebbe sarebbe proprio Laura Conti. Ma in questo buio, alcuni giorni fa, si è accesa una luce: grazie alla casa editrice Fandango è uscito un delizioso libro scritto da due femministe, Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi, dal titolo Laura non c’è. Ed è stato ristampato anche “La lepre con la faccia da bambina” che Laura Conti scrisse dopo la tragedia di Seveso. Mia madre me lo fece leggere, ma di persona la conobbi solo nel 1991 quando venne a Botteghe Oscure (lei parlamentare Pci, io responsabile nazionale Ambiente da un mese) e la prima cosa che mi disse brusca e diretta fu: «Io e te abbiamo subito una brutta grana da risolvere, fare una legge per regolare la caccia e avremo contro tutti, i cacciatori perché togliamo loro i privilegi e diamo regole stringenti, e i Verdi che invece vogliono abolirla». Ma io volevo parlare di Seveso, perché lei era stata la persona che aveva affrontato il primo grande disastro ambientale italiano in tutti i suoi aspetti. È il 10 luglio 1976. Brianza. Zona di mobilifici famosi ma nell’area c’è anche un’industria chimica svizzera, l’Icmesa. Il reattore A101 rileva un guasto, gli operai non riescono ad arginare il danno e uno dei più potenti e tossici componenti chimici, la diossina, fuoriesce nell’aria. L’impatto è micidiale. Muoiono 80.000 capi di bestiame, le abitazioni in zona A vengono abbattute e altre abbandonate. Sono gravi anche i danni alla salute dei cittadini. Vengono evacuate 700 persone. Alle donne in attesa di un figlio viene concesso, se temono malformazioni ai nascituri, di ricorrere alla interruzione di gravidanza; da quella vicenda parte una discussione difficile sull’aborto terapeutico e in generale sulla possibilità che sia una libera scelta della donna. Dopo due anni, nel 1978, l’Italia si doterà di una legge in materia. Una delle persone che starà accanto alle donne e alla popolazione di Seveso è Laura Conti, in quel momento consigliera regionale Pci in Lombardia, esperta anche di medicina del lavoro. Nel suo libro “Visto da Seveso” e negli articoli scritti in quei mesi elabora una metodologia di analisi e valutazione ambientale che sarà alla base della Direttiva Europea Seveso sulla prevenzione dei grandi rischi industriali. Direttiva ancora in vigore e tra le più avanzate mai scritte. E quando il mondo, nel 1986, dovette affrontare la catastrofe nucleare di Chernobyl, lei fu tra le più pronte, accanto al movimento femminista, a scendere in campo. Di scienza, potere e coscienza del limite scriveva già da parecchi anni. Per gli ambientalisti comunisti, da Seveso in poi, Laura Conti sarà una maestra per sempre. I Verdi arrivano dieci anni dopo. E anche Legambiente, che lei contribuirà a fondare con altre e altri, nascerà solo nel 1980. Peccato che la sua cultura ambientalista non sia mai stata veramente e convintamente assunta dai comunisti italiani, fosse accaduto avrebbero potuto affrontare la loro crisi con carte migliori. Nel libro di Marina Turi e Barbara Bonomi Romagnoli ci sono tutte le battaglie di Laura Conti e molto altro. La fantastica trovata delle autrici, di ricollocarla nel presente, centenaria, nella casa milanese, piena di gatte e di amiche com’era davvero, e di presentarla a chi non la conosce attraverso otto dialoghi possibili su temi attuali come il Covid, i pericoli degli allevamenti intensivi, il ruolo dell’agricoltura, fa rivivere Laura Conti nei nostri difficili giorni. E le parole che animano i dialoghi (tutte prese da suoi scritti o interviste) sono ancora di enorme attualità.


(Domani, 28 marzo 2021)

di Andrea Cortellessa


Sinora conoscevamo Mariangela Mianiti come una delle più brave giornaliste italiane. Con una doppia vocazione: da un lato le sue inchieste, come Quindici giorni da cameriera o Una notte da entraîneuse, sono state fra le prime ad applicare tra noi il “metodo Wallraff” (dagli anni Settanta Günter Wallraff conduce inchieste “sotto copertura”: celebre il suo Faccia da turco, in cui fingendosi appunto turco lavorò a lungo da McDonald e alla Thyssen per poi denunciare le condizioni dei Gastarbeiter nella Germania di allora). Dall’altro, il titolo della rubrica di Mianiti sul “manifesto” è Habemus corpus: col filo della percezione e dell’identità fisica, corporale, delle questioni d’ogni giorno (eloquente quanto ironico il titolo di un altro suo libro-inchiesta, La vita Viagra).

Rispetto a questa doppia attitudine, la sorprendente opera narrativa cui ha dato il titolo Organsa – pubblicata da una sigla, quella storica del “Verri”, per vocazione attenta alla sperimentazione linguistica e formale – pare per un verso una conferma, per l’altro un contrappasso. Un contrappasso perché, al di là di tutti i travestimenti, a colpire è qui l’intensità dell’investimento bio-grafico: non so quanto sia una storia d’invenzione, ma certo Organsa disattende ogni convenzione e tran-tran del package romanzesco. Le si obietterà, per esempio, che non ha un finale: non sono concluse le vite che il libro racconta, non è definito il loro esempio. Ma non necessariamente avrà un seguito; a Mianiti non interessa la vita di chi dice «io», «l’Aurelia», quanto quella del personaggio che le racconta la sua storia: sua madre Luisa, anzi «la Luisa».

Già questo modo di chiamare i personaggi richiama l’altro e principale aspetto che conquista, di questo libro: la fragranza dell’oralità che lo intesse da cima a fondo. E che conferma a pieno, stavolta, la vocazione “corporale” di Mianiti. I personaggi sono definiti dal loro modo di parlare; memorabile, per esempio, il lessico famigliare e “transgenico” del padre: «Sercavo la Aurelia. Grasie e la mi scusi abòta se l’ho disturbéda. Grasie anmò e che la mi staga bene, veh». Questo veh «è un vezzo che la gente mette a ogni fine di frase per dire guarda un po’, stai attento, ricordati, veh».

È l’energia dell’errore ad animare il racconto. Che prende il titolo da una cliente della Luisa, la cui vocazione all’alta sartoria è stata conculcata, ma testarda propone i suoi estri anche a quella gente priva di vezzi: «Luisa g’ho da andare a un matrimonio. Ci ho portato questa organsa qui che mi piace abòta il colore. Guardi guardi che bel rosso». «Ma Gemma, l’organza rossa allarga molto». «E va ben, mo a me mi piase dli stesso». L’organsa è il tessuto di questa lingua straripante di umori: «un caos arduo da governare, ma pieno di colori e sorprese, come un fuoco d’artificio». Ed è questa, con rara costanza, la materia che incarna il “mondo sensibile” della narrazione: un po’, si parva licet, come quella di Proust secondo un maestro dimenticato della critica, Jean-Pierre Richard.

Siamo in un tempo imprecisato, a cavallo del Sessanta, ma in un territorio assai preciso: un minuscolo borgo della bassa parmigiana che ristagna quasi ancestrale. Volendo citare un talento paragonabile a quello di Mianiti, nella riproduzione dell’oralità, bisognerebbe tirare in ballo la scuola emiliana, appunto, dei Cornia e dei Nori; ma il suo mondo, a differenza del loro, non ha niente di simpaticamente stralunato, niente di umoristico. Nessun Eden pasoliniano, neppure; nessuna “umile Italia” fiera delle radici. È un piccolo mondo soffocante e crudele, invece, disegnato con precisione altrettanto crudele («Sono piccola, ma vedo tutto, anche quello che non dovrei vedere»: le descrizioni – come quelle à la Federigo Tozzi del macello del maiale o della castrazione del cappone – sono di un virtuosismo quasi da école du regard). La Luisa, che sarebbe curiosa del mondo (a parte sua figlia, solo lei non si esprime in dialetto), viene risucchiata indietro, dalla città e dalla modernità, da genitori tanto gretti quanto egoisti, da suo marito loro succube, dalle ripetute gravidanze. E così resta prigioniera dell’osteria che deve gestire e del “casone” annesso, prigione-labirinto dove si accumula tutto quello che, chi sa mai, magari un giorno le darà la libertà che la terrorizza (finirà per collezionare cinque lavatrici).

Da questa vita strozzata fantastica di salvarla sua figlia: «Vorrei essere ricca per regalarle le cure che non ha mai potuto concedersi, i viaggi e le vacanze che non ha mai fatto. E invece scappo». Alla fine scapperà davvero, l’Aurelia, “tradendo” insieme sua madre e le proprie viscere linguistiche: si guadagnerà da vivere scrivendo – ovviamente in perfetto italiano. Ma sarà proprio questa lingua a consentirle, a posteriori, di redimere l’esistenza della donna che a quella lingua-corpo ha dato la luce.


(Un abito di organza rossa allarga molto ma alla cliente della Luisa “piase dli stesso”, La Stampa – TuttoLibri, 27 marzo 2021)

di Daniela Monti


Rebecca Solnit scherza e dice di vivere in lockdown dal 1988, «da quando ho lasciato la redazione per cui scrivevo, per poi perdere un altro posto e diventare un’autrice indipendente. Pensavo che mi sarei trovata un nuovo lavoro, ma non ne ho ancora avuto il tempo. Per scrivere non-fiction bisogna uscire e fare ricerca, ma per la maggior parte del tempo si sta da soli a casa propria. Lavorando in un bell’appartamento, con un reddito abbastanza fisso e senza bambini in giro, per me è stato tutto molto semplice durante la pandemia, e sono consapevole che la mia situazione è ben diversa da quella di tante altre persone che hanno dovuto affrontare ogni genere di problema».

La stampa americana, in questo ultimo difficile anno, l’ha ribattezzata “la voce della resistenza”: sessant’anni a giugno, scrittrice e attivista, i suoi lavori sulla politica, il femminismo, l’ambiente sono una ricerca (o un auspicio) di visioni del mondo più complesse, varie, audaci, forse pazienti. Un tentativo di dare un valore a ciò che sembra non averne, di riconoscere le rotte indirette degli uomini e della storia, e le loro conseguenze a lungo termine. Di contrastare la disperazione con la speranza. Una ricerca sull’importanza di non chiudere la porta all’incertezza e alla sorpresa. Di rivalutare il lavoro lento che getta le basi di ciò che sembra accadere improvvisamente, con una svolta o una rivoluzione sociale. Di superare l’idea dell’eroe solitario e imparare ad apprezzare i direttori di coro che permettono a gruppi interi di esprimere il proprio potenziale eroico. Ha dato spessore a neologismi come mansplaining, spiegazione non richiesta e paternalistica fatta da uomini a donne che non ne hanno bisogno (Gli uomini mi spiegano le cose, raccolta di saggi pubblicata nel 2014, è fra i suoi libri più noti e divertenti). Un neologismo fortunato, padre di molti figli: l’ultimo è whitesplaining, i bianchi mi spiegano le cose.

«Sì — dice dalla sua casa di San Francisco, intrecciando la Storia e le storie, l’attualità e il desiderio di fare una lunga passeggiata fin sulle colline dietro Berkeley — ho l’impressione che la pandemia rappresenti un evento epocale, come un muro che ci separa da chi eravamo e da come vivevamo». Racconta di essere stata molto colpita dal modo in cui le persone si sono adattate a una vita improvvisamente molto più “locale”. «Ma uno degli aspetti interessanti di questa pandemia e che non ritroviamo, per esempio, in un terremoto o in altri disastri, è il fatto che le persone hanno fatto esperienze diverse: gli infermieri hanno lavorato perfino di più, mentre musicisti e camerieri sono rimasti del tutto fermi; chi vive da solo potrebbe essersi sentito terribilmente abbandonato, mentre nelle famiglie numerose ci sarà stato chi sognava un po’ di tempo con sé stesso. La pandemia ha rovinato finanziariamente tante persone, che negli Stati Uniti sono divenute pressoché invisibili: sarà soltanto tra qualche anno che capiremo meglio questi effetti». Da attivista per il clima, dice che il coronavirus ha spazzato via le due scuse normalmente addotte per non agire contro la catastrofe climatica: l’impossibilità di cambiare dall’oggi al domani il nostro modo di vivere e, per i governi, di destinare in breve tempo enormi somme di denaro per affrontare specifici problemi. «Lo vedete? Abbiamo appena fatto entrambe queste cose. Tuttavia, molto di ciò che accadrà dopo la pandemia dipenderà da quale narrativa noi ne faremo. Chi eravamo? Cosa abbiamo imparato? Cosa vogliamo portarci dietro della vita radicalmente diversa che abbiamo condotto? Chi è stato trattato in modo ingiusto e cosa possiamo fare per cambiare tutto ciò?».

I piedi piantati nella speranza

Ora che in Italia esce la biografia Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie), Solnit fa il punto del suo lavoro. Che ha una particolarità: l’effetto straniante di preveggenza. La riflessione sulla speranza, per esempio: Hope in the Dark, il libro uscito nel 2004 dopo che i movimenti contro la guerra non erano riusciti a fermare il conflitto in Iraq — suffragando apparentemente l’idea che darsi tanto da fare non serve a nulla, le armi e il potere vincono sempre — è fra i suoi testi più riletti proprio oggi che la speranza, il bisogno di motivazione oltre la paura, è elevata a «strumento di salute pubblica», come ha scritto il New York Times commentando i discorsi di Biden, strumento ben più potente del pessimismo e dell’ottimismo, che hanno prodotto entrambi parecchi danni nella gestione della pandemia. Quello che dobbiamo fare, dice Solnit, è piantare i piedi nella speranza, che non è buon senso e neppure “andrà tutto bene”. È resistenza e sfida, vedere il mondo com’è e come potrebbe essere, mettendoci in moto in prima persona perché il cambiamento avvenga. Luogo della lotta e della gioia della lotta. «Se assumete una prospettiva di lungo periodo», dice, «vedrete come sorprendentemente, inaspettatamente ma regolarmente le cose cambiano. La disperazione spesso viene fuori da questa amnesia, dal dimenticarsi che tutto è in movimento».

«Fin da quando avevo 15 anni, sono stata affascinata da come la gente risorge dai disastri», scriveva in Hope in the Dark, anticipando il tema di un altro suo lavoro importante, A Paradise Built in Hell,

Un Paradiso all’inferno. Il disastro come momento, drammatico e magico insieme, in cui avviene qualcosa. La speranza è la chiave per superare questa pandemia?

«I disastri di cui ho scritto in Un paradiso allinferno erano perlopiù di carattere fisico (un terremoto, l’uragano Katrina che ha devastato New Orleans)» risponde, «e si abbattevano all’improvviso, mentre la pandemia non ha dato segni diretti, solo un lento progredire da una persona all’altra che non si è ancora fermato e continua a mutare. La sospensione della quotidianità e la necessità di improvvisare una risposta hanno messo alla prova le istituzioni e la società civile producendo, a mio avviso, sia le migliori sia le peggiori reazioni alla crisi e alla catastrofe. Tra i migliori esempi, le tante persone che hanno semplicemente continuato a fare il proprio mestiere, anche se questo era divenuto all’improvviso più difficile e pericoloso. Alcuni hanno messo in atto nuovi modi di raggiungere e aiutare chi aveva bisogno. La mia amica Wendy McNaughton ha iniziato a dare lezioni di disegno online ai bambini e anche io ora faccio parte dell’Auntie Sewing Squad, un gruppo che conta diverse centinaia di membri, formato perlopiù da donne di colore e di origini asiatiche, che da casa cuciono mascherine in tessuto per le persone più vulnerabili e meno assistite. Abbiamo distribuito oltre 250 mila mascherine e collaboriamo con le comunità di immigrati, nativi americani e altri gruppi sociali. Questa può essere definita una “disaster community” in quanto ha dato vita a relazioni tra singole persone e nuove strutture sociali, facendo emergere nuove capacità».

Solnit ha definito un’«emozione più seria della felicità» la sensazione di speranza che pervade le comunità nel momento in cui l’ordine crolla e bisogna rimboccarsi le maniche per tirarsi fuori dai guai. Ma perché non riusciamo a stare, come gocce granitiche, dentro quell’emozione, trattenendo viva nel tempo la speranza? Perché, passata l’ondata, passati i primi tempi in cui in Italia si cantava dai balconi, queste “disaster communities” perdono la loro forza, collassando? «Quando la città crolla, la terra trema o la tempesta imperversa, ti risvegli dalle distrazioni dorate di ogni giorno e dall’egocentrismo, e vedi con occhi nuovi la gente attorno a te, capisci quanto le cose dipendano le une dalle altre, come possono cambiare e cosa è davvero importante o, ancora, ti diventa chiaro che persona puoi essere e trovi un senso di immediatezza e, spesso, di intrepidezza e connessione. Nella maggior parte delle società, questi cittadini “risvegliati” minacciano lo status quo perché si sentono forti, mettono passione nel prendersi a cuore le situazioni, cambiano le cose e mettono in discussione quelle autorità che nella crisi hanno fallito, per indifferenza o incompetenza». E poi? «Succede qualcosa per cui queste persone vogliono rimettersi a dormire: i loro risultati e il loro potere non vengono riconosciuti, viene detto loro di fidarsi delle autorità e delle decisioni che vengono prese, o si sentono raccontare storie più elaborate sul capitalismo e il consumismo in base a cui niente è collegato e ognuno è al mondo per occuparsi unicamente della propria felicità come singolo, e non della collettività, dell’umanità o del pianeta».

Costruire il futuro

Sperare dunque è restare svegli? «A volte penso che il mio concetto di speranza sia un misto di impegno e consapevolezza della profonda incertezza del futuro», riprende la saggista. «Qui negli Stati Uniti sento molti parlare del futuro come di un oggetto lontano, già completamente formato, che diventa più grande man mano che ci si avvicina. Quello che io, invece, voglio far capire è che il futuro lo costruiamo oggi, con le nostre azioni, indolenze, scelte e priorità. E poi che abbiamo un grande potere, non sempre come singoli ma spesso come collettività». La clinica aperta a New Orleans poco dopo Katrina, racconta Solnit, è ancora attiva. Dal disastro economico che ha innescato la contestazione Occupy Wall Street è nato un movimento contro gli abusi del sistema del debito statunitense che ha raggiunto molti traguardi in termini di delegittimazione del sistema e conquiste concrete. E prosegue con un altro esempio per dare corpo alla sua idea di speranza e dimostrare che «la storia non smette mai di stupirci» anche se a volte le cose cambiano a passi talmente piccoli che è difficile riconoscere in quei passi la causa di cambiamenti immensi. All’interno del movimento per l’abolizione della schiavitù nell’impero britannico e negli Stati Uniti, racconta, è nato nel 1840 il primo movimento abolizionista femminile, quando le donne si resero conto che non sarebbero state ammesse alla grande conferenza antischiavista di Londra. Sessant’anni più tardi, le suffragette della Gran Bretagna ispirarono il Mahatma Gandhi a tornare in Sudafrica e avviare la sua prima campagna non violenta: proprio da queste tattiche e ideali scaturirono non solo la liberazione dell’India dal colonialismo, ma anche una marcata influenza su Martin Luther King e sul movimento americano per i diritti civili, che tuttora rappresenta nel mondo un modello per altri movimenti di liberazione e per i diritti. Ecco dunque che quanto avvenuto nel 1840 a un congresso a Londra riecheggia ancora…

La speranza, allora, ha bisogno di pazienza: quella del contadino che pianta un albero e sa che servirà tempo per assaggiarne i frutti. Ma sappiamo ancora aspettare? Cosa rispondere a chi dice: voglio vedere i risultati! «Qualche anno fa Maria Popova, scrittrice bulgara trapiantata negli Stati Uniti, ha detto che “il pensiero critico senza la speranza è cinismo, ma la speranza senza il pensiero critico è ingenuità”. Adoro il fatto che abbiate scelto una metafora agricola: gli alberi piantati, i mesi dell’attesa… Siamo spinti, credo, a vedere tutto come una fabbrica in cui “non sta accadendo nulla” se, in qualsiasi momento, non vediamo cumuli di prodotti uscire dalla linea di assemblaggio. Come possiamo fare per metterci in testa che chi oggi sviluppa un vaccino, quarant’anni fa era l’allievo di un maestro paziente? O che i milioni di maestri che insegnano a leggere a decine di milioni di bambini stanno tutti svolgendo un compito dal valore immenso? Siamo affetti come da un’amnesia che ci impedisce di vedere quali sono le cause e le conseguenze di “ciò che è successo oggi”».

Chi insegna a non sperare

La speranza che sconfigge la paura Solnit ha cercato di insegnarla attraverso i suoi racconti. Storie di come funziona il cambiamento, dei suoi effetti indiretti e a lungo termine e di come gente comune abbia migliorato il mondo. «Credo che la mancanza di speranza venga insegnata attivamente da numerosi e potenti protagonisti della vita pubblica: lo spettacolo, la pubblicità diretta al consumatore e il governo. Ci insegnano che siamo al mondo per perseguire i nostri interessi egoistici, che non si deve per forza dare valore a ciò che non si può possedere o utilizzare, che noi stessi (in particolare le donne) siamo merce a cui dare un prezzo di mercato e che la politica compete a qualcun altro, incoraggiandoci a pensare a cose frivole e senza spessore. Credo che l’egoismo porti all’isolamento e l’isolamento alla disperazione. È una visione tristemente riduttiva di ciò che significa essere umani». Solnit invita a «lasciare aperta la porta all’ignoto, la porta all’oscurità» perché è quando ci si perde che si trovano le cose importanti (e quindi rivendica come «davvero politico» anche la sua Storia del camminare, saggio che indaga tutte le possibilità racchiuse nel semplice gesto di muoversi a piedi). Ma questa pandemia ci ha tolto la possibilità dell’imprevisto, di un incontro fortuito. Si può vivere rinunciando all’imprevisto? «Quando le nostre vite e le società hanno cambiato forma da un momento all’altro, credo che tutti ci siamo trovati di fronte all’inatteso, e nell’improvvisazione abbiamo trovato la possibilità di fare le cose diversamente. Credo anche che l’imprevisto abbia già rischiato di uscire dalle nostre vite e i giovani che vedo qui all’ombra della Silicon Valley sono stati particolarmente colpiti. Non andare mai da nessuna parte senza lo smartphone, seguire pedissequamente le sue indicazioni senza improvvisare o esplorare quasi fino a perdersi. Essere sempre in contatto con le persone che già si conoscono e strutturare in anticipo e con attenzione tutta la propria vita sociale con sms e WhatsApp: i giovani hanno già in gran parte abolito spontaneità e casualità».

Tutto ciò che facciamo è un atto politico

Gli intellettuali restano svegli? Essere “impegnati” è oggi la sola opzione possibile? «Non soltanto scrittori e intellettuali, ma ciascuno di noi è tenuto a essere parte di qualcosa di più grande, a comportarsi da cittadino, ad accettare che tutto ciò che facciamo (e non facciamo) è un atto politico in quanto porta a delle conseguenze. Pensando a chi ha modo di far sentire la propria voce: se non portate avanti un impegno, cosa vi rimane da dire? Ci sono — o, meglio, c’erano — tanti scrittori americani (eterosessuali bianchi) che paiono credere all’esistenza di una realtà apolitica in cui possono sollazzarsi. Questo però significa non voler vedere che la politica ridisegna le nostre vite in modi diversi a seconda che siamo ricchi o poveri, che apparteniamo a un gruppo oppresso o privilegiato e abbiamo o meno accesso all’istruzione». E racconta di aver portato a termine da poco un libro su George Orwell, che nel romanzo distopico 1984 scriveva: «Il Partito vi diceva che non dovevate credere né ai vostri occhi né alle vostre orecchie. Era, questa, l’ingiunzione essenziale e definitiva». «Se ribaltiamo questa affermazione» dice «vediamo che basta fare affidamento sui nostri occhi e le nostre orecchie per compiere un atto di resistenza, che è importante tenere ogni giorno alta la guardia e vivi l’impegno e l’indipendenza di pensiero, e che tutto questo può essere portato avanti in modo apparentemente non politico, per prepararsi a quando si presenterà una situazione politica».

Giocando con il titolo della sua biografia intellettuale, Ricordi della mia inesistenza, la sua personale “inesistenza” è solo un ricordo del passato oppure quella sensazione vivida di inadeguatezza, di inconsistenza, di non essere ascoltata in quanto donna in un mondo dominato da uomini, che lei racconta così bene nel libro, si riaffaccia anche oggi? «Sì, l’inesistenza riguarda il passato, ma subirò sempre l’influenza di quegli anni. La mia esperienza, estremamente comune, è stata trovarmi da ragazza a fare i conti con il fatto che tanti uomini avrebbero voluto farmi del male e il fatto che la società ignorasse la questione o pensasse fosse normale. Quindi non solo ho vissuto una costante minaccia, ma anche quando confidavo a qualcuno di essere seguita per strada o di subire maltrattamenti sul lavoro, venivo considerata delirante, iperemotiva. Alla fine sono riuscita a farmi sentire, sono diventata una scrittrice. Quello che mi è rimasto però è la poca fiducia nel fatto che gli altri mi credano, quel lottare, sempre, per essere ascoltata».


(7 – Corriere della Sera, 26 marzo 2021)

a cura di Davide Frattini


L’irlandese Colum McCann scrive un romanzo in 1.001 pezzi, come le storie di Sherazade, in cui due genitori raccontano le figlie uccise a Gerusalemme e in Cisgiordania per farle vivere. Ne parla con Manuela Dviri, che nelle guerre del Medio Oriente ha perso un figlio.

(Colum McCann, Apeirogon, trad. Marinella Magri, Feltrinelli, p.519, € 22)


Due padri, quattro madri. Genitori che provano a sopravvivere alla perdita di un figlio. Donne e uomini. Un solo dolore, modi diversi di affrontarlo. Israeliani e palestinesi. Distinti eppure indivisibili.

Dopo la morte di Yoni durante un’operazione militare in Libano, Manuela Dviri Vitali Norsa si unisce al movimento delle Quattro Madri. Colum McCann racconta il lutto di due padri: per Smadar ammazzata in un attentato suicida a Gerusalemme, per Abir uccisa da un proiettile di gomma durante un raid dell’esercito israeliano a Beit Jalla, in Cisgiordania. Distinti eppure indivisibili. Manuela si collega da Tel Aviv, dove abita da oltre mezzo secolo. Colum, nato e cresciuto in Irlanda, vive e lavora negli Stati Uniti. Scrittori migranti come gli stormi di uccelli descritti in Apeirogon, testimoni che si muovono insieme nel cielo sopra al conflitto.

Qual è stato il primo incontro con queste terre?

Colum McCann – Sono venuto con un gruppo di artisti e attivisti dell’organizzazione Narrative4, che ho fondato: l’obiettivo è spingere i giovani a mettersi nei panni gli uni degli altri. Abbiamo visitato la Cisgiordania, Israele, incontrato molte persone interessanti. Il penultimo giorno siamo andati a Beit Jalla ed è lì che tutto – stavo per dire – «è crollato per me», ma forse è più corretto: il mio cuore si è spalancato alle storie di Rami e Bassam. Era il novembre del 2015.

Manuela Dviri – Sono arrivata in Israele 52 anni fa. Sono nata in Italia, mio padre aveva sempre sognato di immigrare, non c’è mai riuscito, così l’ho fatto io. Durante il viaggio in nave ho incontrato l’uomo che sarebbe diventato mio marito, un giovane israeliano, stiamo insieme da allora. Il Paese che trovai era molto diverso da oggi, non c’era quasi nulla in confronto all’Italia del boom economico. Venire qui era la scelta più naturale dopo quello che i miei genitori avevano subito con le persecuzioni razziali, volevo essere parte di questa nazione, di quello che stava diventando e di quello che è adesso. Ho pagato un prezzo molto alto, ma sono contenta di quella decisione.

Madri e padri: esiste un modo diverso di reagire alla morte di un figlio?

Colum McCann – Rami e Bassam continuano a ripetere le storie delle figlie per tentare di mantenerle in vita, lo considero un gesto alla Sherazade, così ho costruito il libro attorno a mille e uno capitoli come nel classico arabo. Il dolore delle mogli, almeno in questa situazione, è molto più privato, trattengono a sé le bambine in una sorta di abbraccio nell’utero. Non intendo dire che il lutto degli uomini sia più potente, di sicuro è più pubblico.

Manuela Dviri – Non nel mio caso. Il tuo libro mi ha aiutata a capire mio marito: era un soldato come Rami, ha combattuto nella guerra dei Sei Giorni, in quella di Yom Kippur e in quelle in Libano. Pensava che il suo dovere fosse proteggere la famiglia, proteggere i suoi figli. Non avrebbe mai immaginato che un figlio sarebbe morto per proteggere lui. Ci sono stati momenti in cui credevo non sarebbe sopravvissuto, molti padri colpiti da queste perdite si suicidano. Mio figlio Yoni era un soldato, questo rende la mia storia completamente diversa da quella di Rami e Bassam. Quando sono venuti a suonare alla porta per annunciarmi che era stato ucciso in Libano, ho saputo da subito che dovevo reagire, organizzare qualcosa. Ho deciso di fare quello che avrebbe fatto lui, avesse continuato a vivere: aiutare gli altri. Mai e poi mai avrei detto ai miei figli di non prestare il servizio militare, ho due nipoti sotto le armi in questi mesi. Ma ero contraria alla nostra presenza in Libano, così abbiamo creato le Quattro Madri per dimostrare che per proteggere il Paese non c’era bisogno di invaderne un altro. Quando le truppe israeliane si sono ritirate dal Libano è stato un momento dolceamaro: che cosa perseguirò da adesso in avanti? Così è partito il progetto Saving Children che negli anni ha curato 13 mila bambini palestinesi in ospedali israeliani. Ho incontrato una donna di Betlemme, più o meno della mia età: eravamo travolti dalla seconda intifada e per la prima volta nella mia vita ho guardato alla realtà da punti di vista diversi. Un po’ come Bassam e Rami, ma noi siamo donne. Una donna è consapevole, in qualche modo lo percepisce nel Dna, che non tutti i figli sopravviveranno, la mia bisnonna ne ha avuti 11, allora era normale che qualcuno non ce la facesse. Ho scelto di vivere, di essere felice, di avere dei figli e dei nipoti felici. Sono una madre terribile? Come Sherazade non voglio raccontare il finale della storia. A nessuno. In questo modo posso continuare.

Colum McCann – Sono profondamente commosso da quello che dici, dalla capacità di accedere all’immaginazione maschile. Mi sembra che questo sia il lavoro che dobbiamo portare avanti: provare a capire che cosa significhi andare oltre noi stessi. Per te è anche una missione pratica, organizzare programmi medici e aiutare i bambini palestinesi. Per me è raccontare una storia e lasciare che altri ne facciano la loro storia. Ho sempre saputo di non voler insegnare che cosa pensare, sono stanco di chi mi impone le sue opinioni. La situazione tra israeliani e palestinesi è così complicata: uno Stato, due Stati, otto… Federazione, cooperazione… Non so niente. Conosco il paesaggio umano ed emotivo: ascoltandoti vedo la storia estendersi in direzioni differenti, diventa anche la tua storia e la storia di tuo figlio, di tuo marito. Questo è il lavoro della letteratura: negoziare uno spazio comune, non in maniera didattica.

L’Apeirogon del titolo è un poligono con un numero infinitamente numerabile di lati. I lettori possono aprirsi con Colum a illimitati punti vista. Allo stesso tempo Jorge Luis Borges è più volte citato, nei suoi labirinti ci si può perdere come nelle opzioni inesauribili.

Colum McCann – L’Apeirogon è infinito ma possiamo scegliere un punto finito in cui collocarci. Ammettere la mia confusione era fondamentale: sono cresciuto in Irlanda, mia madre era di Derry (nell’Ulster, parte del Regno Unito, ndr), mio padre di Dublino, c’era una guerra, ho visto persone morire, ho studiato il processo di pace, ho ascoltato donne e uomini, ho assorbito punti di vista molteplici. Sapete una cosa? Sono ancora confuso. Riguardo a Israele e Palestina per me era necessario scombussolare il lettore. Così l’inizio del libro è bum, bum, bum, bum. Tutte quelle informazioni e descrizioni tecniche degli uccelli migratori, al punto che uno si chiede: ma cos’è questo? L’obiettivo era portare il lettore ad arrendersi alla confusione e dire: va bene essere confusi, non è un problema, è una risorsa. Perché oggi uno dei temi più importanti politicamente è riconoscere lo scompiglio in cui siamo immersi e provare a ricostruire da lì. Troppo spesso – come Manuela sa bene – la gente sbatte la porta, si chiude dentro, tira le tende, dichiara: le mie idee sono le uniche idee, voglio solo parlare con chi assomiglia a me, vive come me. Ed è un disastro. Quello che dobbiamo tentare come scrittori, giornalisti, studenti, insegnanti è ammettere quanto disorientanti queste vicende possano essere, qualche volta meravigliosamente disorientanti. Dal punto di vista della confusione possiamo capire che cosa sia essenziale: per me era il dolore di Rami e Bassam, ma anche la speranza. Manuela ha appena detto di voler essere felice, ha preso la decisione di proclamare «è tutto così complicato, non mi lascio ridurre alle semplificazioni. Per continuare a vivere devo abbracciare gli aspetti molteplici di questa situazione».

Nella prima pagina la parola «confusa» ricorre tre volte. Quanto si sente confusa Manuela dopo 52 anni da queste parti?

Manuela Dviri – Non lo sono. Sono arrabbiata, molto arrabbiata. Vedo solo uomini dappertutto: in politica in Israele, in politica in Palestina. Qualche volta donne che vogliono comportarsi come gli uomini. Sono d’accordo, la confusione è grande per chi viene da fuori e capisco la scelta di Colum. Sono stanca di quel che succede qui, è diventato come le stagioni che non puoi evitare, prima l’inverno poi l’estate. Abbiamo vissuto così da sempre, la destra promette qualcosa, la sinistra qualcos’altro. Nessuno discute di come risolvere la questione palestinese: non a Gerusalemme e neppure a Gaza o a Ramallah. Sempre gli stessi politici. Quando mio figlio è stato ucciso nel 1998, Benjamin Netanyahu era primo ministro. Ventitré anni dopo, Netanyahu è primo ministro, martedì 23 marzo si vota di nuovo e Netanyahu è ancora candidato. Uguale per i palestinesi. Sono infuriata perché è il mio futuro, dei miei figli e dei miei nipoti. Questo virus ci sta mostrando quanto siamo piccoli, ci vuole insegnare che dovremmo essere un po’ più intelligenti e lavorare insieme perché siamo condannati a vivere insieme.

Colum McCann – Stiamo parlando di persone abbastanza coraggiose da tentare di conoscere le altre, da rischiare le umiliazioni, da esporre se stessi, per provare a comprendere qualcuno con il quale – come hai detto – si è condannati a convivere. Rami e Bassam lo sanno, tu Manuela lo sai. Noi? Noi dobbiamo ascoltare e riascoltare queste storie. Antonio Gramsci scriveva di essere «un pessimista dell’intelligenza, ma un ottimista della volontà». Così quando dici «sono arrabbiata», lo capisco, perché vedi la realtà attorno a te e diventi una pessimista dell’intelligenza. Un ottimista della volontà è qualcuno che riconosce «è un disastro, è buio», ma dobbiamo trovare un modo di uscirne. I politici sono uomini piccini e – hai ragione – per il 99 per cento sono uomini. Servono se stessi, i loro ego, i loro portafogli, impediscono alle persone di incontrarsi l’un l’altra. Non dobbiamo amarci l’un l’altro…

Manuela Dviri – Assolutamente no.

Colum McCann – …Ma dobbiamo compiere un balzo di empatia per capire che cosa significhi vivere a Betlemme, a Beit Jalla, a Tel Aviv. A questo punto serve il coraggio, e gli scrittori devono continuare a ripeterlo, perché un giorno qualcosa succederà o qualcuno succederà.

Manuela Dviri – Ho lavorato con Shimon Peres fino a quando è morto nel 2016 e ripeteva sempre: l’ottimista e il pessimista moriranno allo stesso modo, ma almeno l’ottimista avrà vissuto bene. Credo valga la pena di essere ottimisti ed è l’unico modo di affrontare questa realtà, in tutto il pianeta, non solo qui.

Colum McCann – Lasciami dire: per essere un buon ottimista devi prima essere un buon cinico. I cinici vedono che il mondo è spacciato, ma sono loro i sentimentali, non reagiscono. L’ottimista interviene: e allora? Facciamo qualcosa.

Negli anni in carcere Bassam decide di imparare l’ebraico perché si ripete «conosci il nemico, conosci te stesso». Sarà poi il dolore a spingerlo ad abbracciare il nemico. Conoscere, anche per tattica, è comunque un primo passo. È ancora possibile? Non solo tra israeliani e palestinesi. Superare le differenze, la distanza, la sordità alle opinioni degli altri, le contrapposizioni politiche senza compromesso.

Colum McCann – Credo di sì e la mia non è una visione ingenua. Succederà dal basso, non per volontà dei politici, dei poteri economici e neppure degli artisti. Arriverà a sorpresa e sarà sostenuto dalla gente, un processo che si autocorregge come uno stormo: un uccello migratore è intelligente, l’insieme degli uccelli migratori è super-intelligente. Da dove partirà questo movimento? Dalla scuola. I custodi della nostra democrazia, delle nostre anime, sono gli insegnanti e sono malpagati, trascurati. È necessaria una riforma profonda del sistema educativo, perché è nelle classi che la democrazia opera, è nelle classi che i ragazzi e le ragazze sono in qualche modo forzati a stare insieme, a parlarsi, a frantumare gli stereotipi. Il movimento emergerà dagli studenti. Non so se sapete che negli Stati Uniti una norma permette ai militari in servizio attivo di salire sugli aerei di linea per primi. Non ho niente in contrario, mi sta bene. Un giorno davvero fantastico sarà quello in cui concederemo questo privilegio agli insegnanti.

Manuela Dviri – Sei davvero un ottimista. Sono stata un’insegnante, sono sottopagati e credo ci vorrà molto tempo per arrivare a realizzare le tue speranze. Anche la tecnologia potrà aiutare perché già adesso sta costruendo ponti e favorisce la cooperazione economica: se una startup israeliana ha bisogno di un bravo ingegnere che vive a Ramallah e costa un po’ meno, perché non assumerlo? Questi strumenti ci possono permettere di non rimanere impantanati nel passato. Dobbiamo riuscire a venirne fuori, altrimenti ho paura che qualcosa di terribile possa succedere.

Colum McCann – L’impossibile qualche volta può accadere. Bassam mi ha parlato dell’idea che in Irlanda non abbiamo avuto la pace per 800 anni e all’improvviso proprio nel 1998 abbiamo siglato un accordo. Vedi Manuela, il nostro processo di pace è vecchio quanto il giorno in cui hai perso tuo figlio e nessuno pensava che sarebbe potuto compiersi.

Manuela Dviri – Nessuno avrebbe pensato di poter volare da Tel Aviv agli Emirati Arabi e invece sono stata a Dubai qualche mese fa. Ho vissuto qui gli anni degli accordi con l’Egitto e la Giordania: non sono perfetti, ma ci sono e funzionano. I palestinesi potrebbero diventare i nostri migliori alleati, perché siamo così vicini, legati come gemelli siamesi. Il problema più grande da risolvere è Gaza.

Pochi mesi fa la deejay Sama Abdulhadi è stata arrestata dalla polizia palestinese per aver organizzato uno spettacolo vicino a una moschea. La comunità Lgbt è perseguitata nei territori, spesso anche dalle famiglie. A volte la sinistra israeliana e quella europea, per non incrinare la lotta contro l’occupazione, sorvolano sulla questione dei diritti civili tra i palestinesi.

Colum McCann – È molto preoccupante che la sinistra stessa – e qui torniamo all’inizio della nostra conversazione –  non abbia il coraggio di dire: tutto questo è complicato, contraddittorio, incasinato. La sinistra pretende di avere una sola prospettiva. Questo mi rattrista, la mia propensione è di essere dalla sua parte e di pensare che sia nel giusto. Ma questa correttezza si trasforma in manette. Non possiamo essere un po’ più traboccanti, generosi, indulgenti? La gente dirà «non possiamo parlare di queste vicende perché il vero problema è l’occupazione» ma in questo modo ci autoparalizziamo, ci tagliamo la lingua da soli.

Manuela Dviri – Non sono parte della sinistra internazionale, partecipo solo a quello che succede qui e sto per tornare a votare. Non so quale partito scegliere perché la sinistra in Israele quasi non esiste più e molto probabilmente indicherò l’unica donna accettabile. Come per i palestinesi anche per noi l’occupazione definisce tutto: da un lato nessun politico durante la campagna elettorale ha presentato un piano per arrivare a un accordo di pace, dall’altro finché dura l’occupazione non si affrontano gli altri problemi, quelli interni a Israele. Su questo punto non so se sono un’ottimista o una pessimista, ma di sicuro cinica: ho la sensazione terribile che solo una tragedia porterà un cambiamento, altrimenti i leader continueranno a rinviare.

Nel libro ritorna più volte l’immagine del dirigibile bianco in volo sopra Gerusalemme, attrezzato con le telecamere di controllo israeliane. È uno strumento di sorveglianza, il vocabolario indica tra i sinonimi «vigilanza». Eppure sembrano avere significati diversi: la sorveglianza è un controllo sugli altri, la vigilanza è quella di Rami o Bassam, necessaria per proteggere le loro famiglie circondate dalla violenza. Un’attitudine che ti può mangiare da dentro, chiudere rispetto al mondo: tutto si trasforma in preoccupazione e dubbi sulla sicurezza.

Colum McCann – La sorveglianza è insidiosa, lavora a tutti i livelli e dobbiamo rimanerne vigili, appunto. Allo stesso tempo la vigilanza nella vita di tutti i giorni va indirizzata via dalla paura, dobbiamo imparare un modo diverso di stare all’erta: non solo riguardo a noi stessi ma anche a quello che succede agli altri. Perché vigilanza suggerisce che siamo individui singoli, c’è molto di più però, siamo una molteplicità. Con il libro volevo esprimere l’idea che questa è una storia italiana, sudafricana, irlandese… Per questa ragione ho inserito gli uccelli che passano sopra Israele e la Palestina seguendo i loro percorsi migratori: quello che succede là in parte tocca tutto il mondo, è il punto di congiunzione delle tre religioni monoteiste e di tre continenti. Se potesse nascere in questa regione un nuovo modo di pensare a noi stessi, si diffonderebbe ovunque.

Manuela Dviri – Sono d’accordo. Soprattutto a Gerusalemme si percepisce qualcosa di magnetico e in questa parte del mondo c’è un’energia incredibile. Sono andata per la prima volta al ristorante dopo sei mesi, sembrava la fine della Seconda guerra mondiale: di sicuro in questo posto le cose succedono e se riusciamo a trovare una soluzione qui, questa onda raggiungerà anche altre nazioni. I numeri e le coincidenze mi danno speranza: mio figlio è stato ammazzato il 26 febbraio e quattro dei miei nipoti sono nati in quella stessa data. L’ultima ha 10 anni, è arrivata alla mezzanotte e diciotto minuti del 26 febbraio. Diciotto nella numerologia ebraica significa vita.


(Corriere della Sera – La Lettura, 21 marzo 2021)

di Paolo Di Paolo


Confesso che è stata una scoperta. Il suo romanzo Una lepre con la faccia di bambina, appena ripubblicato da Fandango, racconta – come una distopia dal vero – il disastro di Seveso. Era il 10 luglio 1976, e la nube di diossina sprigionata dal reattore di un’industria chimica segnò la vita (la salute) di centinaia di persone. Per raccontare la vicenda, un paio di anni dopo l’evento, Laura Conti, che di lì a poco sarebbe stata fra i fondatori di Legambiente, si mette nei panni di un ragazzino brianzolo. Marco, «in cerca delle verità del mondo e in cerca delle verità del proprio corpo», prova a vedere chiaro in quella nube tossica, e a distinguere i fatti dalle bugie. In fondo, dice Conti, è la vecchia storia del giovane che si perde nel bosco e deve trovare la strada. Una fiaba più che vera, in cui i polli e i conigli muoiono, i gatti barcollano e respirano a fatica, e forse è colpa della «nuvola velenosa», ma c’è chi non ci crede.

È una assolata, interminabile estate italiana degli anni Settanta. I calzoncini corti, i fumetti, le scarpe da calcio, l’afa, le mosche. Però quelle bestie morte e i pomodori avvelenati ne infiltrano la spensieratezza, un mistero tutt’altro che buffo, ma cupo e inquietante. I genitori si sono decisi a spedire Marco a Rapallo dalla zia Irma; meglio essere prudenti. Ma zia Irma fa finta di niente: «Come se il veleno era una cosa indecente, che non si poteva parlarne davanti ai ragazzi». Ma Marco insiste, fa domande, vuole sapere, vuole capire. Tende le orecchie quando la televisione parla delle famiglie con i bambini all’ospedale, della diossina che va dappertutto, delle assistenti sanitarie con le borse piene di carte che domandano alla gente se ha prurito, macchie sulla pelle. È stufo di sentirsi trattare da bambino, sente che le verità pubbliche e le verità private non coincidono. D’altra parte, nella sua introduzione, Laura Conti insiste su come la comunità colpita abbia reagito in modo irrazionale: «Negò tutto. Negò che ci fosse diossina. Negò che la diossina fosse uscita dal reattore dell’Icmesa. Negò che la diossina fosse tossica».

Una lepre con la faccia di bambina è il romanzo – lucido e appassionato – di una grande attivista. Che conosceva il potere della narrativa: in Cecilia e le streghe, con cui debuttò nel ’63 e vinse un riconoscimento nella cui giuria c’erano Vittorini e Soldati, il Premio Pozzale, sviluppa una sorta di noir sentimentale ispirato a un episodio della sua vita di medico. Udinese di nascita – oggi avrebbe cento anni – ma milanese fin da bambina, partigiana (fu deportata nel lager di Bolzano), comunista impegnata nell’amministrazione pubblica, parlamentare attenta ai diritti e all’ambiente, Conti ha vissuto un’esistenza coraggiosa e appassionata. Ne ricostruisce, in modo eccentrico, la parabola un piccolo libro dal titolo Laura non c’è (Fandango). Le autrici, Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi, proseguono il dialogo con Laura, in sua assenza. Le raccontano dell’oggi, e lei, dal suo altrove, sembra consapevole di essere «caduta nel dimenticatoio». Ma le sue parole arrivano nette e vitali, audaci anche nelle contraddizioni. E così la sua testimonianza: gli anni dei collettivi, dei dibattiti, il sodalizio intellettuale con compagne e compagni. Ma anche la solitudine quando prese posizione sulla caccia, in chiave non abolizionista; o quando insisteva sulla necessità di politiche ambientali ed ecologiste in un’Italia poco sensibile alla questione. La scelta ecologica, dice, è una scelta d’amore, amore per il sistema vivente: «Ho iniziato a studiare e trattare le scienze biologiche e l’ecologia quando le questioni ambientali non erano presenti nelle agende politiche istituzionali. Quando non si era ancora abituati a parlare di sostenibilità ambientale e sociale delle scelte economiche e industriali. Quando parlavo della relazione primaria fra politica e ricerca tecnologica e scientifica, strabuzzavano gli occhi, perché in pochi allora avevamo questo approccio. A me, che ero donna e comunista, mi trattavano come una bizzarra affabulatrice e una eccentrica visionaria».

Affabulatrice e visionaria. In fondo, un modo diverso per dire cos’è l’essere politici. Alla sua morte, il 25 maggio del 1993, su queste colonne fu messo l’accento sulla battaglia anti-nucleare. Nella dichiarazione di voto che fece alla Camera nell’agosto del 1987 a favore del referendum contro le centrali nucleari parlò a nome degli ambientalisti. Che – disse, con toni da vera narratrice – «si sono sempre sentiti dire che, se non si costruissero altre centrali nucleari, dovremmo passare le serate d’inverno nel calore animale delle stalle, a lume di candela, raccontandoci a voce le storie dei reali di Francia». La lezione di Chernobyl, il rifiuto del cinismo, la lungimiranza, la coscienza del limite. In un articolo scritto per l’Unità in quello stesso anno, dal titolo eloquente «Sempre più radioattivi», spiegava con il nitore della divulgatrice d’eccezione i rischi della contaminazione nella catena alimentare. E qualche anno dopo, allargando la prospettiva, metteva in guardia dal rischio che comporta «continuarsi a muovere nell’ideologia della crescita continua, e del continuo aumento della produttività del lavoro, ottenuta sempre a prezzo dell’accelerazione del degrado entropico, e di una crescente patologia dei rapporti interumani». Titolo? «Anche la ricchezza della natura ha un limite». Come quel ragazzino brianzolo a cui dava voce nel romanzo del ’78, Laura Conti non smetteva di farsi domande, di cercare la strada giusta nel bosco delle verità di comodo, delle verità parziali e contraddittorie. E soprattutto – come il suo personaggio – non fingeva mai di non sapere.


(Robinson – La Repubblica, 20 marzo 2021)


Nota della redazione: ricordiamo anche la recente biografia di Laura Conti scritta da Valeria Fieramonte, La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia, Enciclopedia delle Donne 2021, p. 336, € 19.


È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2020 della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (187 pagine – 3,2 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it


(www.libreriadelledonne.it, 18 marzo 2021)

di Vita Cosentino


Ho avuto la fortuna di partecipare al convegno da cui trae origine questo volume collettivo, in quanto la rivista online Via Dogana 3, di cui sono una delle redattrici, aveva appena chiuso un numero dal titolo L’inconscio, ingrediente segreto. Eravamo all’università di Verona, alla fine di un settembre ancora estivo, e ricordo che uscii da quelle due giornate densissime con il sentimento che fosse capitato qualcosa di importante, che andava tenuto come un punto fermo a cui tornare e ritornare.

Ora che ho letto il libro, si è ripresentato ancora quel sentire. È un testo da leggere e rileggere, perché si può rivelare uno strumento straordinario in un tempo in cui una pandemia che non passa ha reso troppo di superficie quegli approcci che tengono in conto solo la razionalità, che isolano un aspetto, vivisezionando gli esseri umani.

La pandemia con irruenza ha portato “il ritorno dei corpi” come ha scritto il collettivo Malgré Tout nel Piccolo Manifesto in tempi di pandemia, reperibile in rete: “Eccoli diventati da un giorno all’altro i principali soggetti della situazione e delle politiche messe in campo. I corpi ‘si ricordano di noi’, dopo che negli ultimi quarant’anni, nel dominio incontrastato del sistema neoliberista, l’obiettivo è stato quello di “deterritorializzarli, virtualizzarli, facendone una materia prima manipolabile, un ‘capitale umano’ da utilizzare a proprio piacimento nei circuiti del mercato.”

I corpi sono tornati con tutto il loro spessore umano, chiedono di essere ascoltati anche nelle loro parti invisibili, pongono innumerevoli domande. Sono quindi benvenute analisi politiche e pratiche più fini, quali quelle che emergono da questo volume che tratta dell’intensa prossimità del femminismo della differenza con il metodo psicanalitico e la dimensione dell’inconscio. (Dominijanni)

Sebbene svariati testi, con accenti diversi, ricostruiscano il rapporto tra femminismo e psicanalisi negli ultimi cinquanta anni – e questo è uno dei pregi del libro – l’intento non è storico e neppure teorico, bensì politico: l’attualizzazione di questo rapporto al presente, per capire “in quali forme nuove questa questione spariglia le carte della politica e del pensiero in un contesto profondamente mutato anche grazie al femminismo stesso”. (Zamboni)

Il titolo, La carta coperta, a me richiama l’azzardo e la capacità di scompigliare il gioco, l’apertura all’imprevisto e a un in più rispetto all’ordinario. Un grande riconoscimento va alla curatrice, Chiara Zamboni, e alla sua infaticabile passione nel tenere vivo il dibattito sull’inconscio e sulla sua politicità. Oltre a questo libro ne ricordo almeno un altro, che lo precede, con la stessa casa editrice, cronologicamente e logicamente, L’inconscio può pensare?

Al cuore del volume c’è il dare parola al cambiamento intercorso tra gli anni ’70 del secolo scorso e oggi e, di conseguenza, dare conto dell’inconscio nel presente. Sono soprattutto i testi di Ida Dominijanni e di Cristina Faccincani a mettere a fuoco il passaggio dall’economia “nevrotica”, di epoca patriarcale, a quella postpatriarcale “perversa”, laddove questo termine indica solamente un tipo di posizione psichica.

Negli anni ’70, tutte le scoperte politiche fatte dal femminismo mettendosi all’ascolto dell’inconscio, si sono poste all’interno di un’economia psichica “nevrotica” – centrale la figura dell’isterica – “basata sul rapporto tra desiderio e legge (del padre), sulla rimozione, sull’elaborazione linguistica del sintomo”. (Dominijanni)

E a tanti anni di distanza, in un tempo in cui c’è presenza pubblica femminile con crescente autorità, è più facile vedere come il femminile e la genealogia materna fossero il rimosso della cultura occidentale: da ogni ambito del sapere, che fosse psicanalitico, filosofico oppure scientifico o altro, agli assetti politici e sociali. Allora ci hanno accompagnato letture di riferimento come Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, I sessi sono due di Antoinette Fouque, Speculum e Etica della differenza sessuale di Luce Irigaray.

Nella attuale struttura psichica “perversa” non c’è, come in quella precedente, netta separazione tra inconscio e coscienza, per cui le irruzioni dell’inconscio nella vita quotidiana muovono il desiderio e la differenza. C’è invece la compenetrazione tra fantasma e realtà: «L’io espanso narcisisticamente come Io Ideale con la sua compattezza ovoidale, sostituisce il rapporto tra l’Io e i suoi Ideali, centrato sulla differenza e sulla distanza». (Faccincani)

È un tutto pieno e la totale saturazione priva il soggetto dello spazio necessario perché ci sia il movimento del desiderio e la differenza. Il rischio è «la cancellazione della differenza sessuale per un ritorno del tutto nuovo e imprevisto – postpatriarcale – al neutro». (Zamboni)

Il saggio di Dominijanni ha almeno altri due meriti (in realtà sono molti di più): colloca la questione della sostituzione della posizione “nevrotica” con quella “perversa” all’interno dell’attuale dibattito nell’ambito della psicanalisi soprattutto di matrice lacaniana; amplia l’orizzonte sviluppando i passaggi per cui «non si tratta di dinamiche circoscritte al teatro intimo della psiche individuale, bensì di processi che innervano il legame sociale.» Passando, infatti, all’analisi politica del neoliberalismo, si ritrova al centro di nuovo un individuo narcisista e autoreferenziale, assoggettato all’autoimprenditorialità e all’imperativo del godimento immediato.

Uno degli intenti del libro è richiamare “gli inizi”, perché la memoria dell’inizio aiuta a trovare una strada per l’oggi. Due autrici in particolare li ricordano e li analizzano nel loro portato politico a partire dalla loro esperienza viva: Lia Cigarini che richiama “la pratica dell’inconscio” e Manuela Fraire che riflette sulla “pratica dell’autocoscienza”. Ai tempi queste due pratiche sono state nettamente distinte, se non in parziale contraddizione, come ricorda la stessa Fraire nel suo contributo, ma a riguardarle oggi ciò che più emerge è la loro carica sovversiva e il fatto che entrambe restino in rapporto con l’inconscio. Come si sa, l’autocoscienza è stata la pratica più diffusa. È una pratica di parola nel piccolo gruppo, introdotta in Italia da Carla Lonzi e di cui Fraire mette in evidenza il fatto che non coincide, come spesso si intende, con il racconto del vissuto: «È stata piuttosto una testimonianza della disposizione psichica di chi la praticava nei confronti degli affetti che attraversavano la vita del corpo e quella della mente». Fraire utilizza l’après coup come invenzione creativa del presente che risignifica il passato. Secondo l’autrice, anche se oggi le donne sono dappertutto, l’autocoscienza è ancora attuale e necessaria perché è un’inesauribile ricerca di senso: «quando si fa strada un vuoto di senso relativo al rapporto tra lavoro e vita, cosa che avviene anche nella politica, sorge spontaneamente il bisogno di dare voce e parola alla propria insoddisfazione e offrirla all’ascolto delle altre».

Lia Cigarini si concentra invece sulla “pratica dell’inconscio”. Racconta con ricchezza di particolari e affondi teorici l’incontro con Antoinette Fouque, fondatrice di Psychanalyse et Politique, e della conseguente formazione di gruppi Analisi in Italia. La pratica dell’inconscio ai tempi ebbe un seguito limitato e durò poco. Tuttavia «è il nocciolo originario che sta all’origine del femminismo della differenza» (Cigarini). In effetti è stata “la matrice generativa” di tutte le invenzioni politiche di quegli anni: dal partire da sé, alla relazione, alla madre simbolica, all’autorità femminile. La pratica più dirompente allora, e che può esserlo ancora oggi, è la relazione duale di affidamento «che le donne hanno sperimentato per rafforzare il proprio desiderio e trovare dei riferimenti simbolici offerti da altre donne». (Cigarini)

L’idea stessa della relazione come forma politica è mutuata dal setting analitico. Nell’introduzione agli scritti di Simone Weil su Oppressione e Libertà, Luisa Muraro e Lia Cigarini definiscono la politica scoperta in quegli anni «un processo di sottrazione di sé all’ordine del discorso dominante e di conquista dell’indipendenza simbolica». Nasce così un femminismo che «concepisce e pratica una politica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività che si sottrae allo schiacciamento dell’organizzazione sociale» (Orthotes, 2016). In questa scoperta il fulcro sta nella soggettività e la politica coincide con le pratiche. Non c’è una teoria che precede. La teoria viene pensata man mano interrogando le pratiche che si stanno facendo e che vengono messe in circolazione tramite il loro racconto ragionato.

In questa storia che mi coinvolge di persona, devo dire che l’autocoscienza e il movimento delle donne degli anni ’70 sono stati importanti nella mia vita, ma ancora di più lo è stata la politica del partire da sé e delle relazioni, che mi ha permesso di esserci nel mondo come soggettività femminile libera e pensante. Dagli anni ’80 in poi, ho vissuto le esperienze più feconde e politicamente creative e ancora oggi amo questa politica perché libera da tutte le pastoie dell’organizzazione, come partiti, comitati e organismi di ogni genere.

Oggi poi è diventata rispondente al nostro tormentato presente e attraente anche per gli uomini, come testimonia nel volume Riccardo Fanciullacci. Con il suo saggio, appoggiandosi a tutto ciò che sulla politica ha elaborato il femminismo della differenza, apre un dialogo sulla politica possibile con la maggiore scuola psicanalitica lacaniana. La questione inizia nel 2017 quando la scuola fondata da Miller, erede di Lacan, nelle elezioni ha preso apertamente posizione contro Marine Le Pen e il “partito dell’odio”, e ha compiuto successivamente una svolta legata al tentativo di «far esistere la psicanalisi nel campo politico».

Le autrici che appartengono a generazioni successive a quella degli anni ’70, come Chiara Zamboni, Annarosa Buttarelli, Wanda Tommasi, nei loro scritti sono consapevoli di non avere sperimentato, per ragioni di età, né l’autocoscienza né la pratica dell’inconscio, quanto piuttosto la pratica di relazione: «pratiche di libero scambio tra donne a partire da sé, ma anche interrogando filosoficamente temi socio-simbolici, politici e culturali» (Tommasi). Nella loro esperienza la relazione è stata la via maestra per stare in rapporto con l’inconscio.

Questo è molto evidente nel saggio di Tommasi, che racconta di come sia riuscita con la scrittura a dare voce a suoi vissuti molto difficili, tramite relazioni duali profonde che hanno viaggiato in parallelo: quella con la sua psicoterapeuta e quella con alcune amiche di Diotima, che l’hanno sostenuta in questa sua scommessa. Celebra «la grazia di avere delle interlocutrici» ed è consapevole dell’opera di civiltà che fanno queste scritture che mescolano vissuti dolorosi e pezzi di esperienza a riflessioni filosofiche, letterarie e psicanalitiche: creano «uno spazio transizionale in cui anche altre e altri si possono riconoscere, ritrovando così un pezzetto di sé, forse uno scarto altrimenti inassimilabile».

Anche Annarosa Buttarelli approfondisce la via della relazione a partire dall’esperienza di cinque anni del Master “Filosofia come via di trasformazione”, tenuta all’università di Verona. È interessante seguirla nel come fa interagire il femminismo con la filosofia e la psicanalisi, aprendo un’area di confronto tra pratiche politiche – soprattutto autorità e disparità – pratiche filosofiche e pratiche psicanalitiche.

Da ultimo, ma non certo per importanza, lo scritto sul sentire di Chiara Zamboni che va letto insieme a quello di Antonella Moscati che lo completa, approfondendo l’analisi delle pulsioni nell’opera di Freud.

Zamboni apre all’ascolto dell’inconscio nel presente con un azzardo politico: se allora, negli anni ’70, il punto focale è stato il rimosso, oggi invece lo è l’imminenza. A sostegno di questa sua importante tesi convoca alcune psicanaliste, come Françoise Dolto per la rivalutazione delle pulsioni passive, derivata dalla sua pratica analitica con le creature piccole, oppure come Lou Salomé per la sua concezione del narcisismo originario come totale apertura al mondo. Questi riferimenti permettono a Zamboni di dire che «il punto essenziale è che nel sentire avvertiamo una verità imminente di cui non conosciamo i contorni, ma che si sporge su qualcosa a venire», perché «il sentire, nel suo essere soglia tra conscio e inconscio, è passivo e contemporaneamente aperto non solo a ciò che avviene, ma anche a ciò che sta per avvenire».

A sviluppo della sua tesi, Zamboni approfondisce il tema dell’esperienza come sede in cui affiora l’inconscio, e di conseguenza confuta le obiezioni, per esempio di Michel Foucault e di Judith Butler, per cui il racconto di esperienza non ha credito. Ribadisce che il punto di leva del femminismo è stato proprio legarsi all’esperienza che «significa scoprire il nucleo di verità che non è solo soggettivo, ma riguarda, con le giuste mediazioni, la verità del mondo in cui viviamo».

Trovo questa ricerca di Chiara Zamboni molto vicina alle posizioni di Luisa Muraro quando afferma che «la verità soggettiva è più vera di quella oggettiva». E per concludere, parlando ancora delle pratiche possibili in tempo di pandemia, richiamo di nuovo Muraro, che di recente ha avanzato una proposta di pratica politica incentrata proprio sulla verità soggettiva da ricercare, tra sé e sé e con il contributo di altre o altri. Interrogandosi su come si fa a dirla, scrive: «il come preciso non lo so, ma cerchiamola praticamente nelle cose che facciamo (o non facciamo), combattendo l’inganno e l’auto-inganno».  (VD3 25 maggio 2020)

Ecco, la lettura di questo libro ci può accompagnare nel nostro attuale cammino. 


La carta coperta, l’inconscio nelle pratiche femministe, a cura di Chiara Zamboni (Moretti & Vitali 2019)


(Per amore del mondo – La rivista, n. 17, 19 marzo 2021)


di Francesca Maffioli


L’esperienza della Comune di Parigi, pur nell’intervallo di tempo limitato in cui ha espresso la sua carica trasformativa, ha saputo anticipare alcune – non poche, in realtà – misure rivoluzionarie che saranno riprese negli anni a venire. Secondo lo storico francese Jacques Rougerie, una delle misure a cui il controgoverno della Comune avrebbe potuto aprirsi – e se non lo fece non fu solo a causa di questioni legate alle circostanze di un tempo troppo breve – sarebbe potuta essere quella che consentiva il voto alle donne. 
Non può tuttavia il solo accesso al voto (la cui rivendicazione fu presente anche se non prioritaria) a determinare il valore radicalmente trasformativo delle battaglie delle communardes. Lo furono la lotta per il diritto all’istruzione, al lavoro, all’uguaglianza salariale, al riconoscimento dei figli e delle compagne «non legittime». Ma anche la lotta per la cessazione dell’«incapacità civile» delle donne sposate – lo smarcamento dal dovere d’obbedienza della moglie nei confronti del marito (che si ottenne più di sessant’anni dopo, nel 1938). 
Vinzia Fiorino, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, membra della Società italiana delle storiche e del centro interuniversitario di storia culturale, ha recentemente pubblicato presso Viella un volume intitolato Il genere della cittadinanza (recensito su queste pagine il 14 gennaio scorso) in cui analizza la realtà transalpina dal 1789 al 1915. Nel suo testo l’esperienza della Commune si rivela grazie alla bella ragnatela costituita dai vissuti di militanza delle donne che hanno partecipato alla Comune di Parigi, ma anche di quelle che l’hanno anticipata o seguita.

Durante la Comune di Parigi non ci fu modo di instaurare il suffragio femminile. Quali furono le priorità? 
No e non solo per la breve durata di tutta l’esperienza, compresa, come è noto, tra il marzo e il maggio del 1871. Ci sono dei momenti nella storia francese in cui alcune strutture culturali profonde si traducono autenticamente e immediatamente in atti politici. Con la rivoluzione del 1848 si approva subito il suffragio universale maschile perché esso dava corpo allo spirito repubblicano; con la Comune si attivano immediatamente almeno due figure profonde dell’immaginario politico ottocentesco: il cittadino (maschio) che in armi difende il proprio territorio e infatti è la Guardia Nazionale – da cui le donne erano escluse fin dall’89 – a assumere il controllo dell’amministrazione pubblica e a detenere il potere governativo. In secondo luogo, tutti i rappresentanti sono controllabili, revocabili e riconoscibili: in questo gioco di identificazione/rispecchiamento tra elettori ed eletti, il genere non può che essere un elemento costitutivo. Insomma, ancora una volta un patto tra soli veri uomini. Si farà in tempo, però, ad approvare alcune misure rivoluzionarie: vengono rese pubbliche le fabbriche abbandonate e viene introdotta una sostanziale eguaglianza salariale.

Louise Michel è una delle figure emblematiche della Comune, ma anche antesignana del femminismo europeo. Scriveva: «Il nostro posto nellumanità non deve essere mendicato, ma preso»… 
Intanto, ricordo che il movimento delle donne si organizza in varie direzioni: nella difesa armata della Parigi insorta, nei club, nelle associazioni per le lavoratrici, nei giornali o ancora, nell’impegno come infermiere e in altre attività di supporto; in ogni caso, è sempre dominante il significato politico di queste attività, non già l’ancoraggio ai ruoli oblativi tradizionali. La disuguaglianza economica sulla base del genere diviene centrale come dimostra l’esperienza dell’Union des femmes – diretta dalla rivoluzionaria russa Élisabeth Dmitrieff. In questo quadro spicca la figura poliedrica e versatile di Louise Michel, tra le protagoniste più originali dell’intera stagione comunarda: armata per difendere il quartiere nevralgico di Montmartre, organizza i gruppi di lotta contro le truppe «regolari» di Thiers ma è soprattutto una scrittrice prolifica di ispirazione libertaria. La citazione, pregnante, è in continuità con una certa tradizione del femminismo francese che va alle origini del problema delle asimmetrie di genere e per il quale la presa di parola – il processo di soggettivazione – è fondamentale per rivendicare i diritti e offrire un proprio sguardo sul mondo.

Nel suo libro torna spesso Paule Minck. In seguito allesperienza della Comune, Minck cercò di coniugare istanze femministe a quelle del socialismo rivoluzionario. Perché fu una pioniera? 
Paule Minck, attiva già durante il Secondo Impero, è un personaggio interessante in quanto, come altre teoriche, ha cercato un punto di congiunzione tra femminismo e socialismo. In questo caso però, ecco la nota originale, la sua critica è rivolta alle infinite forme di autoritarismo e di coercizione sociale insite sia nelle relazioni private, sia in quelle politiche. Si candiderà provocatoriamente alle elezioni, ma non riceverà alcun sostegno dal partito socialista. Lei continuerà a rivendicare la specificità del suo essere e della sua libera visione politica fuori dai partiti.

La figura della «troleuse» risente tuttoggi di un immaginario caricaturale per cui gli accenti di rivolta delle donne rimano con esaltazione e follia. Può darcene conto? 
Le donne sulla scena politica, anche durante la Comune, suscitano un sentimento di ostracismo; restano un «fuori luogo». Nel conflitto, acerrimo, che pone fine all’esperienza comunarda prende corpo una figura immaginaria, la troleuse: una donna non più giovane che appicca incendi in ogni dove, in preda a una pulsione di violenza politica incontrollabile. L’iconografica al riguardo è notevole, i passaggi semantici altrettanto: una nuova scienza positivista si esercita nella codificazione di soggetti parossistici e depravati, come le donne che osano far politica e rilegge le protagoniste del passato, Olympe de Gouges ad esempio, come in preda a isteria rivoluzionaria; una nuova patologia!

Tra le «communardes» si ricordano Victorine Gorget, Eulalie Papavoine, Hortense David e altre. In quanto storica, come ricostruire e dare voce alla storia delle loro esistenze? 
Penso che sia sempre interessante soffermarsi sul pensiero e sulle elaborazioni di coloro che nel passato hanno preso la parola per i molteplici punti di vista che ci offrono. È anche politicamente importante che lo/a storico/a possa restituire gli sguardi, anche i più personali, dei soggetti che non hanno ricoperto ruoli e posizioni di primo piano ma che hanno offerto riflessioni originali sul loro tempo vissuto. Tutto questo affinché la storia non torni a essere il racconto dei grandi eventi e dei «grandi uomini». Le loro riflessioni ci interrogano sulla Comune come esperienza di democrazia che ha tentato di «inventare l’ignoto», per citare la bella espressione di Daniel Bensaïd, ma che ha mostrato anche robuste resistenze.


(il manifesto, 18 marzo 2021)

di Viola Papetti


Tra Londra e Costantinopoli. Il Settecento offrì alle donne possibilità nuove: viaggiare, lèggere, scrivere… La storia di Lady Mary, «influencer» anti-vaiolo, nel racconto di Maria Teresa Giaveri, Lady Montagu e il dragomanno. Viaggio avventuroso alle origini dei vaccini (Neri Pozza, pp. 157, € 17,00).


«Quando apriamo qualche vecchio libro di ricordi o di lettere siamo fin troppo pronti a abbandonarlo con lo stesso sorpreso disgusto che ci prende quando contempliamo fotografie ingiallite di trent’anni fa» – scrive quell’impareggiabile saggista che fu Lytton Strachey. Prima di iniziare il suo ritratto di Lady Mary Wortley Montagu nel 1907 fa una ulteriore drammatica premessa. Il suo secolo, il Novecento appena iniziato, ha messo di moda l’umanità, ed è difficile riconoscere quelle che chiama le fredde nobiltà del tempo antico. I doveri di una generazione diventano le tentazioni di quella successiva. Tuttavia, se vogliamo esplorare «il famoso Regno dei Morti» occorre lasciarci alle spalle la nostra insularità. «Dovremmo scendere nudi nelle loro dimore, per un incontro di boxe con la Morte». (Biographical Essays).

Strachey si calò nel Settecento, il secolo più civile, inventivo, moderno della storia inglese, e incontrò Lady Mary con la sua prorompente vitalità: i tormentosi amori italiani, l’intraprendenza, l’impulsività, la naturalezza di una scrittura suggerita dalla conversazione e che alla conversazione ritorna, come cronaca, chiacchiera, confessione. Le sue famose Turkish Letters (1716-1718), lette ad alta voce nei salotti londinesi, misero fine all’Oriente moralisé dei contemporanei e diedero inizio alla grande voga pittorica dell’Orientalismo. Accolta in un hammam femminile, Lady Mary ammira stupita le donne completamente nude che la invitano graziosamente a bere un caffè, che non bisbigliano maliziose alle sue spalle, che non maltrattano le belle schiave. «Qui mi sono convinta della verità di una riflessione che avevo fatto spesso; che se la moda imponesse di andare nudi, non si guarderebbero più i visi. Le signore con la pelle più bella e le forme più delicate riscuotevano la mia grande ammirazione, anche se avevano un viso meno bello delle compagne». A ragione Ingres teneva quella lettera sotto gli occhi mentre dipingeva tonde odalische. Ma Strachey, ancora immerso nel perbenismo vittoriano, si sottrae al fascino di un egotismo tanto spinto, a una spavalderia così femminile. «Lei era, come il suo tempo, fredda e dura; infinitamente non romantica; spesso cinica, e qualche volta volgare». Il Settecento, così congeniale a Lady Mary, offriva alle donne (ricche) possibilità impensate: leggere, viaggiare, scrivere tante lettere ad amici e amanti – favorite da un instancabile servizio postale. Erano le eroine di romanzi famosi che anche nel titolo ostentavano il nome di lei: Pamela, Moll Flanders, Roxana, Clarissa.

Un’egloga sulla sua malattia

La produzione epistolare di Lady Mary si può suddividere in quattro gruppi che corrispondono a quattro periodi della sua vita: le lettere al futuro marito Edward Wortley – non due normali fidanzati, ma «due gladiatori intellettuali» che si fronteggiano prima dello scontro (ancora Strachey); poi le straordinarie lettere da Costantinopoli in cui era giunta al seguito del marito nominato ambasciatore presso la Sublime Porta; gli scritti londinesi, quando entra in contatto con gli intellettuali più in vista (Pope, Addison, Francesco Algarotti, Lord Hervey, l’abbé Conti); le ultime lettere dalla Francia e dall’Italia, indirizzate alla figlia Lady Bute. Due sono i punti in cui l’imprevedibile Lady Mary, emergendo dal suo secolo, tocca il tempo a venire: il contatto con una civiltà tanto diversa sperimentata nell’hammam e quella prova dolorosamente personale della malattia che l’aveva deformata: il vaiolo che aveva ucciso il fratello tredicenne, e per sempre butterato il volto di lei, i suoi begli occhi ormai senza ciglia. Il celebre «Wortley eye», come lo chiamarono gli amici.

Nel 1716 sulla sua triste esperienza scrisse una Town Eglogue, ossia un’egloga moderna, «The Small Pox» (Il vaiolo). «La povera Flavia nel suo letto reclina, / così lamentava l’angoscia d’un animo ferito. / Uno specchio rovesciato nella destra reggeva; / ora evita la faccia che prima cercava. / Quanto sono cambiata! Ahimè, sono diventata / uno spettro spaventoso a me stessa ignoto!». Il lamento va avanti per un centinaio di distici eroici e conclude: «Adieu voi Parchi, in qualche oscuro recesso, / dove acque gentili piangeranno la mia disgrazia, / dove un falso amico non parteciperà al mio dolore, e lamenterà il mio disastro con la gioia nel cuore, / ch’io viva in qualche luogo deserto, / là nasconderò questo volto distrutto inglorioso / Voi Opere, Feste, mai più dovrò vedervi! / alla mia Toilette, ai miei nei, a tutto il mondo Adieu!».

Nel 1765 il Parini compose «L’innesto del vaiolo» contro quella che fino alla fine del secolo fu una malefica pandemia: «Tutti i sudor son vani / Quando il morbo nemico è su la porta». Maria Teresa Giaveri ricostruisce la storia di questa drammatica pagina della medicina, puntando sul ruolo che vi ebbe Lady Mary fra quanti tentarono di trovarne un rimedio: Lady Montagu e il dragomanno Viaggio avventuroso alle origini dei vaccini (Neri Pozza «I colibrì», pp. 157, € 17,00). La tecnica della ‘variolizzazione’ o ‘inoculazione’ o ‘innesto’ è descritta in una lettera di Lady Mary da Adrianopoli (Edirne) dell’aprile 1717: «Il vaiolo, così fatale e così frequente da noi, è qui reso completamente inoffensivo dall’invenzione della inoculazione, come viene chiamata». Una vecchia esperta punge con un grosso ago e introduce la materia vaiolosa con una piccola ferita in quattro o cinque vene. «Non si conoscono persone che ne siano morte; e l’esperienza pare abbastanza inoffensiva da farmi decidere di tentarla sul mio caro bambino. Sono abbastanza patriottica da darmi la pena di mettere di moda in Inghilterra questa utile scoperta; e non mancherò di darne tutti i particolari per iscritto a quei nostri medici – se ne conoscessi – che fossero abbastanza virtuosi da far scomparire una parte considerevole dei loro introiti per il bene dell’umanità».

Mode, opinioni, diari

Mantenne la parola. Fece vaccinare il piccolo Edward, e tornata a Londra adoperò la sua influenza a corte – era una brava influencer – presso la noiosa corte degli Hannover. La coppia dei Wortley era assistita da un medico scozzese, il dott. Charles Maitland – la peste il pericolo più temuto – e da un «primo dragomanno», ossia un segretario speciale con vari e importanti compiti, in servizio presso l’ambasciata. Emanuel Timoni, turco di origini genovesi, vantava competenze mediche, letterarie e scientifiche. Nel dicembre 1713 Timoni mandò un lunga lettera in latino sulla pratica dell’inoculazione, tradotta poi e pubblicata nelle «Philosophical Transactions» della Royal Society di Londra. Lady Mary di certo la lesse. Studente della famosa Università di Pavia come Timoni, Jacopo Pilarino, console a Smirne, nel 1715 spedì a Venezia un resoconto sull’inoculazione. Di loro, scomparsi nel 1718, non si faceva menzione, ma in Italia già alla metà del secolo la loro proposta circolava tra medici e scrittori (il dottor Gatti di Pisa, Verri, Parini…). Giaveri disegna un eccentrico quadro storico, pubblico e privato, di mode e opinioni, di viaggiatori e diaristi, di liberi pensatori, quei «cittadini di Europa», come scrisse Voltaire a proposito di Francesco Algarotti, l’uomo che Lady Mary, innamorata, sperava vanamente di rincontrare in Italia. Quasi presaga, scriveva dalla Turchia: «A prestar fede alle donne di questo Paese, esiste una maniera di farsi amare sicura quanto quella di farsi bella (che è il metodo usato da noi)… Non pretendono di aver commercio con il diavolo, ma solo di ispirare l’amore con certi filtri. Se ne potessimo esportarne un carico, faremmo subito fortuna».

Lady Mary, la «splendida cometa» che aveva riempito i cieli della prima metà del secolo, si spegneva a Londra tra l’incomprensione e l’impazienza di parenti e amici. Il suo biografo alla fine le riconosce l’onore delle armi: intelligenza e coraggio.


(il manifesto – Alias domenica, 7 marzo 2021)


Nota redazione: Finalmente in tempi di virus e vaccini, si ricorda Lady Montagu che ha introdotto il concetto di vaccino in Europa e non si è dimenticata di ringraziare le donne turche da cui ha imparato.

C’è una pecca nell’articolo: si cita il Parini, ma non si dice che lo scrittore fa un elogio a Lady Montagu, alla sua tenacia.


Dall’Ode del Parini, L’innesto del vaiuolo, il frammento:

[…]

O Montegù. Qual peregrina nave,

barbare terre misurando e mari,  
e di popoli varj 
diseppellendo antiqui regni e vasti, 
e a noi tornando grave 
di strana gemma e d’auro 
portò sì gran tesauro, 
che a pareggiare non che a vincer basti 
quel, che tu dall’Eussino a noi recasti?

Rise l’Anglia la Francia Italia rise 
al rammentar del favoloso innesto: 
e il giudizio molesto 
de la falsa ragione incontro alzosse. 
In van l’effetto arrise 
a le imprese tentate; 
ché la falsa pietate 
contro al suo bene e contro al ver si mosse, 
e di lamento femminile armosse. 

[…] 
 

In italiano sono pubblicati:

Lady Mary Wortley Montagu, Tra le donne turche. Lettere 1716-1718, Archinto, 1993

Lady Mary Wortley Montagu, Cara bambina. Lettere dall’Italia alla figlia, a cura di Masolino D’Amico, Adelphi, 2014

di Lia Tagliacozzo


Tempi presenti. Esce per La nave di Teseo «Il pane perduto». Un racconto di sé che indaga le ombre del Novecento, dove la scrittura si impone «per necessità, per respirare». Del suo essere testimone della Shoah ha raccontato in molti altri libri. Queste pagine sono diverse: un bilancio del percorso che dall’Ungheria l’ha condotta ad oggi, novantenne a Roma.

Il pane perduto, l’ultimo libro di Edith Bruck (La nave di Teseo, pp. 128, euro 16), offre pagine di intensità struggente, di una lingua piegata alle vite vissute, scritture plurali nel tempo e nello spazio eppure straordinaria espressione di una vita unica, sofferta e vivida. Un regalo doloroso e commovente come la vita di cui racconta: non un libro sui campi di sterminio, un libro sulla vita. Anche se comincia con «tanto tempo fa» non è una favola quella delle pagine d’inizio: «c’era una bambina che, al sole della primavera, con le sue treccine bionde sballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida. Nel villaggio dove abitava, che si chiamava Sei Case, c’era chi la salutava e chi no». Essere ebrei ed essere poveri era il motivo di quei mancati saluti ma il racconto di quel periodo si tinge di una vaga serenità.

Nata in un povero villaggio dell’Ungheria, ultima di sei figli “vivi” Bruck con un solo aggettivo apre uno spiraglio su un mondo di miseria dove i figli si nutrono a storie perché non c’è cibo da mettere in tavola. Storie di «una terra del latte e del miele» raccontata dalla madre, terra che darà pane e dignità in un futuro che è invece travolto dalle croci frecciate, delle leggi antiebraiche, dalle deportazioni e dai campi di sterminio. Gli ungheresi furono gli ultimi ebrei d’Europa ad essere deportati nei campi nazisti.

È solo quando racconta della salita sul treno che la porterà con la famiglia nel ghetto che il racconto si muta alla prima persona. Lasciato Sei Case il libro abbandona infatti l’esordio favolistico e Bruck scrive una lingua precisa di fatti, emozioni, paure. Della vita che l’ha resa testimone della Shoah Edith Bruck ha raccontato in molti altri libri destinati a adulti ed anche ad un pubblico giovane ma queste pagine sono diverse: sono un bilancio, una tessitura di vita che dal villaggio Sei Case l’ha condotta ad oggi, novantenne esile e determinata, nel centro di Roma.

Prima però ci sono stati i campi di sterminio e la «marcia della morte», sempre accanto – salvifica – la sorella Judit: «La marcia infinita continuava e anche la semina dei cadaveri. Dalle finestre, anche se aprivano, non cadeva più la manna. Gli abitanti, appena ci vedevano, fuggivano come fossimo appestate. Non restava che nutrirci di rifiuti, bucce avare di patate, foglie e torsoli di cavoli, scorze degli alberi». Con parole piane, paradossalmente misurate, Bruck ricorda a questo occidente obeso e goloso il significato della parola fame. E, dopo i campi di sterminio, racconta il lungo «dopo» di una vita intera.

L’incerto ritorno, la cauta ripresa di peso, gli incontri sulla via del ritorno in un continente distrutto dalla guerra e attraversato da centinaia di migliaia di persone che cercavano un luogo dove tornare o da cui scappare per non tornarvi mai più. Budapest «città ovunque ferita, ovunque macerie, grigiore, distruzione anche umana: negozi vuoti, tristezza, teste basse, corpi rattrappiti e volti chiusi». L’accoglienza della sorella Miriam: «Niente pianti! Niente parole! Avanti!». Un imperativo violento in cui si sono imbattuti tanti reduci dai campi. «Cosa stava succedendo? – scrive Bruck riportando un dialogo muto con la sorella Judit – Il nostro avanzo di vita non era che un peso, mentre ci aspettavamo un mondo che ci attendesse, che si inginocchiasse». «Ma in che mondo siamo tornate? – riprende poche pagine più avanti – Perché abbiamo lottato tanto per la nostra sopravvivenza? Perché? Perché?».

Eppure vince l’ingiunzione al silenzio che è durata decenni. In Italia, tra i primi a romperlo, è stato Primo Levi: lui ha parlato e scritto per tutti, «fratelli e sorelle di lager» dicevano loro e dice lei. Poi lui se ne è andato e molti di loro si sono fatti carico del dovere e del dolore del racconto.

Gonfia di parole e «scomoda nella propria pelle» Bruck raddoppia il proprio peso, da quaranta a quasi ottanta chili, e racconta il tentativo di tornare nel villaggio trovando la propria casetta vandalizzata dai vicini in segno di spregio, le foto di famiglia raccolte «tra il letame che debordava nella stalla vicina». E allora che la scrittura si impone «per necessità, per respirare». La scrittura la accompagna nel viaggio attraverso l’Europa fino a Marsiglia – «dove ho visto per la prima volta il mare» – lì si imbarca per Israele nelle settimane di poco successive all’indipendenza. Arrivata lì la realtà si impone oltre i racconti materni di una terra del latte e del miele. Torna a scrivere «più di prima, le parole da dire stanno aumentando, se fossero bambini concepiti ne partorirei tanti quanti ne sono stati annientati». La consapevolezza, oltre l’amore e il matrimonio: «Forse è colpa mia, non mi trovo più bene da nessuna parte, non mi piace il mondo e non posso cambiarlo».

Il rifiuto di prendere le armi in un paese in guerra dove doveva nascere «l’ebreo nuovo» che non doveva strisciare sui muri dei ghetti ma che a Edith Bruck non piace – poi la scelta di andarsene in una compagnia di danzatori: Atene, Istambul, Zurigo e poi l’approdo, in Italia, a Napoli: a insegnarle a contare, mentre ballano, è Ugo Tognazzi. L’arrivo a Roma, «la città mi parve maestosa». Il primo lavoro come direttrice di un istituto di bellezza a via dei Condotti, la scrittura relegata ad occupazione domenicale ma presenza comunque costante e compagna. Poi l’incontro con Nelo Risi – poeta e regista – compagno di una vita (il matrimonio è celebrato da Francesco Fausto Nitti, fondatore di Giustizia e Libertà): «Sessanta anni di gioia, di passione, di sofferenza, di tenerezza, di pazienza, dolore, amandoci in salute e malattia fino al suo ultimo fiato tra le mie braccia». A lui, alla loro storia, alla convivenza con l’Alzheimer che lo ha colpito Bruck ha dedicato La rondine sul termosifone, edito anch’esso da La nave di Teseo (2017).

Poi la consulenza con Gillo Pontecorvo per Kapò, le altre collaborazioni con il cinema e i giornali, la scrittura per il teatro e la regia. La scrittura continua ad esserle compagna costante ed è sempre in italiano, lingua di accoglienza e di distanza necessaria per poter raccontare la Shoah. Una famiglia sparsa per il mondo tra Israele, Argentina e Brooklyn, affetti e generazioni che tessono e riempiono la vita. «Da figlia adottiva dell’Italia, che mi ha dato molto di più del pane quotidiano, e non posso che essergliene grata, oggi sono molto turbata per il Paese e per l’Europa, dove soffia un vento inquinato da nuovi fascismi, razzismi, nazionalismi, antisemitismi, che io sento doppiamente: piante velenose che non sono mai state sradicate e buttano nuovi rami, foglie che il popolo imboccato mangia, ascoltando le voci grosse nel suo nome, affamato com’è di identità forte, urlata, e italianità pura, bianca; che tristezza, che pericolo».

Anche per questo racconto dell’oggi Il pane perduto non è un libro sulla Shoah, è un libro che racconta cosa era un angolo di Europa prima della guerra e dello sterminio e cosa sia diventata oggi. È un libro che racconta una vita e che si conclude con una lettera scritta finalmente a Dio dopo averla solo pensata per una vita intera: «Forse mi urge mettere sulle pagine ciò che ho accumulato nella mente perché il destino mi sta privando della vista… il tempo stringe. Sto constatando che ogni parola e ogni riga tende verso l’alto sempre di più e chi può sapere se non arrivi fino a Te, sempre che tu ci sia… a te ho pensato ogni sera della mia vita. Ti interrogavo su tante cose ma non ho mai udito la Tua voce». Al Creatore Edith Bruck, chiede tempo: ha ancora da dire, da scrivere, da testimoniare.


(il manifesto, 3 marzo 2021)

di Marco Missiroli


Rachel Cusk ha rivoluzionato la scrittura contemporanea attraverso l’utilizzo di una prima persona singolare nuova. In Resoconto, Transiti e Onori – i tre libri di una trilogia che l’hanno resa celebre – descrive la realtà senza esporre direttamente la voce narrante, mimetizzandola nel mondo raccontato. Oltre alla trilogia, ha scritto opere che sfuggono all’autobiografia e al memoir ma non del tutto: trattano la ferita del divorzio e della maternità, come ne Il lavoro di una vita, che esce ora in Italia in una nuova edizione.

Cusk è nata in Canada, ha vissuto a Los Angeles e da tempo si è trasferita in Gran Bretagna, tra Norfolk e Londra. C’è un’espressione che la rivela, ed è lei stessa a usarla: «Rovesciare una storia come un guanto», indicando il suo incessante tentativo di rivoltare la vita fino a trovare la voce per rappresentarla. Quasi una scomposizione di ciò che ci circonda, nella sua trama più nitida e quotidiana.

Rispetto a questa devozione verso l’ordinario diventa necessaria un’espressione di Simone Weil: «L’umiltà è soprattutto una qualità dell’attenzione». Dove per attenzione si intende il sacro sguardo verso gli altri. Questa sacralità lo è doppiamente per lei.

«Sì, Simone Weil. È interessante, perché io sento profondamente la questione dell’attenzione, della qualità percettiva che si presta, e di quale forza essa riversi nel mondo. A volte, però, questa visione mi dà l’impressione di essere inconsistente, intangibile. Mentre altre volte è potenza pura. Dare attenzione, in questo tempo di isolamento, è un atto di santità in sé perché in un certo senso allena la propria energia morale su un oggetto, conferendogli sentimento. Ed è davvero la mia questione fondante: per tutta la vita di scrittrice non sono mai riuscita a esimermi dal conferire anima attraverso lo sguardo, portando reazioni di ascolto o di sdegno in chi mi legge. Alla fine mi trovo in una posizione di esilio dove sono costretta ad arroccarmi e tentare di mantenere quest’attenzione incrollabile, come in parte fece Simone Weil».

Esilio o egocentrismo?

«Direi che mi appare sempre più chiaro, via via che invecchio, che il mio lavoro sia stato un perpetuo sacrificare il mio ego. A volte mi è sembrato addirittura di non avere un ego, e altre volte invece che il mio ego volesse certe cose e che io dovessi affamarlo di quelle cose. Quindi direi che l’esilio, o il sentimento di esilio, fa parte integrante dell’uso di sé stessi per amore del mondo: ma questa sembra proprio la definizione di autofiction, mentre invece per me non lo è. È, come dire, una posizione morale a partire dalla quale io navigo, e che essenzialmente consiste nel considerare l’io come neutrale, o come oggettivo, o quasi come un nulla, ed è per questo che si possono vedere le cose che gli succedono. Così, essere fuori dall’egotismo a volte mi fa l’effetto di un posto vuoto, altre volte mi dà molto piacere, quasi un piacere sacro».

Sacralità della prima persona singolare. In «Resoconto», «Transiti», «Onori» avviene una mutazione della letteratura contemporanea rispetto al punto di vista che si racconta. Mi svela quando ha assorbito questa naturalezza nel dire «Io» attraverso gli altri?

«Penso che la questione dell’arrivare a una nuova, sconosciuta tradizione narrativa, abbia a che vedere con il concetto di autorità in letteratura. Che cos’è l’autorità letteraria? Chi ce l’ha? E come si acquisisce? E tutto questo come si insinua nella vita di una donna? L’autorità letteraria è il fulcro che ho cercato di esaminare attraverso posizioni molto diverse — questo mio libro sulla maternità, il mio libro sul divorzio, libri che parlano del tentativo di trovare un rapporto con le modalità istituzionalizzate di essere e di narrare per una donna. Penso che la storia che le mie opere raccontano riguardi proprio l’essere stata privata inizialmente di quei ruoli riconosciuti come autoritari. Così la posizione alla quale sono arrivata l’ho raggiunta attraverso l’espulsione di uno status per raggiungerne un altro totalmente nuovo: un deserto inedito, un posto vuoto e mai esplorato, una condizione dove nessuno era mai stato prima e dove non c’era nulla. La lingua scaturita da questa rottura è stata quella di Resoconto».

Forse quell’autorità infranta e reinventata c’era già prima di «Resoconto». Forse era già presente nel doloroso interrogativo de «Il lavoro di una vita»: sono ancora io, quando metto al mondo un figlio? A differenza di «Resoconto», però, qui le viscere di chi racconta sono esposte.

«Sono sempre stata consapevole di quanto fossero l’io narrativo e il posto che esso occupa a determinare la scrittura. Dicendo “Io”, il lettore rischia di pensare subito a un’autobiografia, quasi a un diario, attribuendo colpa, causalità, dolore allo scrittore e ai suoi personaggi, come avviene spesso nel memoir dove le viscere sono esposte in modo semplicistico. Ecco che allora il mio lavoro è stato quello di usare la lingua nel modo più preciso, affinché siano le parole a raccontare la vita. Non solo il punto di vista, non solo le viscere, dunque, ma le parole. È una piccola rivoluzione che fa la differenza. Perché costringe chi legge ad ascoltare e a prendere posizione rispetto all’esistenza. Così molte persone hanno assorbito Il lavoro di una vita nella comprensione, altre nell’indignazione. Il risultato finale credo sia questo: il racconto della voce di una madre, di un genitore in difficoltà, per ciò che sente e per la difficoltà oggettiva della condizione genitoriale».

Da genitore alle prime armi vorrei far mia una frase del libro: «Per essere una madre devo ignorare le telefonate, lasciare il lavoro a metà, venire meno agli impegni presi. Per essere me stessa devo lasciar piangere mia figlia, anticipare le sue poppate, abbandonarla per uscire la sera, dimenticarla per pensare ad altro. Riuscire a essere l’una significa fallire nell’essere l’altra».

«Durerà un paio di decenni, penso».

Grazie per l’incoraggiamento. Ma il punto è proprio questo: il conflitto che si prova nel mettere al mondo i figli. Conflitto che alla fine significa dichiarazione di umanità.

«Una delle reazioni incredibili suscitate da Il lavoro di una vita, quando uscì nel 2003 nel Regno Unito, è stata che molte delle donne che l’hanno recensito ci hanno visto l’opera di una cattiva madre. Secondo loro, il mio libro era troppo intellettuale: “Se fosse stata una buona madre, sarebbe stata troppo stanca per pensare in questo modo e per scrivere queste frasi così complesse: non ne avrebbe avuto l’energia mentale…”. Insomma, ciò che ho sentito io a quel tempo, direi, è stato proprio l’inverso di un contesto di umanità. Forse non eravamo ancora pronti, forse l’intellettualismo era una scusa ancora buona per nascondere certi sentimenti».

E come si sente ora, rispetto alla maternità e a «Il lavoro di una vita»?

«Come ci si può sentire quando si riesce a scalare l’Everest e una volta in vetta si costruiscono pure dei monumenti. Intendo dire, sono sbalordita di aver trovato la forza di testimoniare, di dare la mia versione dei fatti, perché sono accadimenti molto nascosti nella storia delle donne, nelle vite delle donne. Adesso i maschi avvertono una maggiore aderenza della genitorialità: di colpo sono diventati più disponibili, più aperti. Ma è stato soltanto quando ho avuto una seconda figlia che ho pensato, ritornando in quello stesso posto: “Oh mio Dio! Questo è quel posto lì, io lo conosco, ci sono già stata eme l’ero dimenticato, quindi adesso devo scrivere, devo mettere tutto per iscritto”. Avevo raddoppiato l’altezza dell’Everest aggiungendo un’altra figlia e decidendo di dare la mia rappresentazione, di costruire il mio monumento in quella nuova condizione. Ho sentito ciò che sento adesso: che il lavoro, che lo sforzo che a quel tempo sembrava tanto legato al dover plasmare e aver cura di quella nuova anima umana, in realtà mi sembra sia lo sforzo di restare attaccata alla verità di ciò che è stato e alla verità della sua rappresentazione».

A proposito di verità, e di maschi. C’è una scena nel libro in cui la protagonista legge due articoli scritti da uomini che tentano un’analisi della condizione faticosa di paternità, senza citare mai la condizione femminile. Dedica a questi due signori pagine di sottile indignazione che non diventano mai collera o rivalsa. Diventano un occhio ancora più umano sul mondo.

«Una delle questioni di cui mi sono resa conto quando ho cominciato a entrare in quelle acque materne – dove ero spesso aperta alla possibilità di esser presa dal panico, di arrabbiarmi, di aver voglia di urlare in faccia alla gente, di voler combattere – è stata comprendere che cominciavo a guardare il linguaggio come un mondo molto più simile a uno spartito, dove le cose accadono in tonalità maggiore o minore, con un moto oscillante e interessantissimo. Non c’era solo bianco e nero, c’erano tonalità emotive mutevoli da rappresentare verbalmente. Da qui lo studio di una nuova scrittura. Ma non era solo questo ad aver cambiato la mia visione narrativa. C’era qualcosa che aveva a che fare con la mia libertà, con la possibilità di liberarmi dai miei sentimenti personali di rabbia o altro, di tornare a risolvermi senza posa. Essere senza posa: cercavo proprio questo, approdando a un’armonia dove, essenzialmente, non c’è guerra».

Che genere di guerra?

«Beh, penso che quando cominci – se sei me – a guardare com’è fatto il mondo, e che posto viene fatto nel mondo per una come me, o per un’altra donna, puoi avere l’impressione che ciò che dovrai fare sarà combattere una serie di battaglie. E io ho sempre avuto difficoltà con questa questione del conflitto, ritenendola, direi, necessaria: se si deve difendere la verità, allora devi combattere. Devi batterti contro persone che vogliono che tu non dica la verità, ma che invece finga che tutto vada bene, che con tua figlia tutto vada a meraviglia, che in qualsiasi parte della vita ti trovi, tutto fili liscio come l’olio. E così, scrivere nel modo in cui scrivo io è un percorso di conflitto, e lo è sempre stato».

Nel conflitto spesso si annida il coraggio.

«La faccenda del coraggio e dell’onorabilità della pace, di non fare il proprio dovere, mi ha sempre tormentato. Voglio dire, la persona che non si lagna di quanto sia duro occuparsi di una neonata… quella persona in un certo senso è degna di onore, è molto devota, matura. Ma ogni lavoro ha i suoi doveri di coraggio e la scrittura non ammette menzogne o nascondigli. Quindi l’ho detto: “No no no, per quanto mi riguarda diventare madri non è tutto liscio, è durissimo, e questi sono i sentimenti che provo”. Dunque, direi, essere riuscita a far parte di quel combattimento e allo stesso tempo a non perdere l’autocontrollo nel raccontarlo, a non arrabbiarmi, a non sfogarmi e basta, è stato molto molto difficile. Probabilmente è stato la cosa più difficile da raggiungere in tutta la mia carriera di scrittrice. Questo, e cercare di rappresentare la vita così com’è».

Sulla rappresentazione della vita così com’è, Mario Monicelli ribadì un imperativo: nessuna scena madre, solo scene figlie.

«Ancora una volta vanno sacrificate le madri! Scherzi a parte, la rappresentazione naturale del mondo – l’ordinario – è uno spazio che ho impiegato molto tempo a raggiungere e non so perché ci ho messo tanto ad arrivarci. So solo che è uno spazio che ho raggiunto attraversando molti altri spazi. E se posso aggiungere ancora una cosa, credo di essermi resa conto, facendo queste considerazioni, che forse la maggior parte degli artisti procederebbe nella direzione opposta, cioè cercherebbero di allontanarsi dalla normalità».

Ci si allontana per stupire o per rivelare. E anche per timore di annoiare, credo.

«Io non ho mai timore di annoiare».

Ma so che a un certo punto ha avuto paura di non scrivere più. Come Clarice Lispector, che disse di essere stata salvata dal vuoto creativo grazie a una pianta che amava moltissimo. Si era data l’obiettivo di annaffiarla solo dopo ogni tot di pagine scritte. Lei ha piante da annaffiare o altre liturgie?

«La crudeltà verso me stessa. Direi che faccio affidamento sull’aritmetica, sui calcoli: quante pagine o paragrafi ho portato a termine, quanto tempo ho impiegato, quanti giorni continuativi. Quando scrivo ho un modo di trattarmi molto irreggimentato, feroce e non molto divertente. E poi un tempo fumavo moltissimo: l’unico piccolo piacere che mi consentivo era quel po’ di autodistruzione. Adesso ho smesso con le sigarette tradizionali e uso quelle elettroniche che non perdo occasione di pubblicizzare. E poi c’è questo fatto correlato: da sempre immagino di essere una top manager molto potente, magari l’amministratore delegato di una colossale impresa petrolifera globale, con tanto di valigetta 24ore e uno di quei tailleur con enormi spalline imbottite… insomma, fantastico di avere un potere immediatamente tangibile. Ma questa fantasia si indebolisce davanti al mio lavoro reale: la scrittura è il potere. Sulla realtà, sulla verità e su me stessa. E finché la penserò in questo modo, sarà impossibile mollare».

Cosa legge e rilegge, Rachel Cusk?

«Beh, leggere mi ha accompagnato tutta la vita. La mia ancora di salvezza. Come nel caso del personaggio mitologico che riesce a uscire dalla caverna del Minotauro grazie a un filo. Per me la lettura è stato il modo di trovare la mia strada. Ma non so mai esattamente in che modo una storia mi cambierà, anche se so che una storia può cambiare sempre: ci sono letture che producono cambiamento esattamente quanto la vita. Questa esperienza adesso è diventata abbastanza rara: quando ero giovane era frequente e decisiva. Ma sono come un animale che va in cerca di cibo, io mi aggiro sempre alla ricerca di qualche cosa di potente da leggere. Questa ricerca è una mia occupazione incessante».

Non mi ha fatto un solo nome di autori o titoli.

«La mia politica è non fare nomi».

Mi sembra il motto che le attribuii quando lessi «Resoconto». Leggevo e pensavo: ma dove vuole arrivare, questa voce? Perché si insinua nelle cose, nelle anime, nella vita, senza mai nominarsi? Poi ho capito: sparire per raccontarsi.

«È un po’ come accadde con la maternità, no? Si sparisce come individui per essere genitori. Poi si impara a essere singoli e genitori. A volte si torna a essere solo individui. C’entra con il periodo in cui diventai madre: all’inizio, nei primi anni, le mie figlie appartenevano solo a me perché dipendevano da me e avevano bisogno di me, colludendo con il mio lavoro, con il mio compito morale e artistico. Ero costretta a scrivere per loro, anche. Che è una forma di libertà rispetto a scrivere per altri scopi a pensarci bene. Obbligo e libertà coincidevano, ed è strano. Ora appartengono pienamente a loro stesse e questo cambia anche il mio lavoro: posso prestare attenzione a cose diverse, posso giocare di più. E sa un’altra cosa riguardo alla libertà? Ora mi sento libera di non scrivere. Ora mi sento libera di restarmene a letto tutto il giorno».


(La Lettura – Corriere della Sera, 21 febbraio 2021)

di Massimiliano Virgilio


Dallo scorso 8 febbraio è nelle librerie italiane La donna gelata di Annie Ernaux (L’orma editore), romanzo del 1981 dell’acclamata scrittrice francese che analizza in maniera profonda e impietosa la vita matrimoniale di una giovane coppia. Dopo quarant’anni i lettori italiani possono finalmente leggere questo libro, scoprendone una forza letteraria e politica ancora intatta. Ne abbiamo discusso con l’autrice de Il posto e de Gli anni.

Ne La donna gelata parla delle donne della sua infanzia come “donne da esterni”, non abituate a stare al chiuso e da sempre avvezze “a sgobbare”, donne forti, lavoratrici. Qual è stata la sua esperienza del mondo femminile prima del matrimonio?

È un’esperienza fatta di donne che non si sono mai lasciate dominare, «donne da esterni» come scrivevo, donne attive che si preoccupano delle faccende domestiche soltanto il minimo indispensabile, perché non hanno tempo da dedicare alla casa. In un ambiente contadino, soprattutto a quell’epoca, le abitazioni erano abbastanza spartane, spoglie, come immagino fossero anche in Italia a quei tempi. Fuori dagli appartamenti borghesi non c’erano tappeti da sbattere o soprammobili da spolverare tutti i giorni. Sono queste le donne che ricordo, donne che lavorano quanto gli uomini, e non tra le pareti domestiche, ma spesso nei campi, oppure in fabbrica: di conseguenza sono donne che hanno diritto di parola perché guadagnano del denaro, e questo è già un fattore molto importante. Durante la mia infanzia nella mia famiglia c’era soltanto una donna che aveva molti figli – nel libro parlo anche di lei. Di fatto, era la più sottomessa al volere del marito, perché non poteva lavorare, solo occuparsi dei bambini.

Leggendo il libro ho compreso (o almeno, lo spero) alcuni paradossi che da bambino non riuscivo a spiegarmi del rapporto tra i miei genitori (hanno tutti e due più o meno la sua età). In particolare, rispetto al tema delle libertà. È come se per le donne della sua generazione la libertà fosse qualcosa di faticoso e di scomodo. Mentre per gli uomini di ogni epoca la libertà presenta sempre meno svantaggi. Cosa ne pensa?

È davvero una grande questione, perché la libertà degli uomini della mia generazione – e credo il discorso sia ancora attuale ai giorni nostri – è un dato di fatto che non viene mai messo in discussione, ed è così fin dalla nascita. Pensando a un bambino si immagina abbia la possibilità di fare tutto. E quando dico “tutto” intendo sia la libertà di andare ovunque sia quella di scegliere il proprio percorso professionale. Per le donne invece – vale per le bambine cresciute in un contesto tradizionale ma ritengo sia così ancora oggi – questa libertà non è data una volta per tutte, non è scontata. Sappiamo benissimo che la libertà di andare dove si vuole è spesso condizionata da minacce di ogni tipo che, in effetti, nella maggior parte dei casi sono rappresentate dagli uomini. Ai miei tempi la libertà era qualcosa che dovevamo conquistare, e che in qualche modo non abbiamo mai raggiunto pienamente. Credo che a tutt’oggi debba ancora essere raggiunta. Certo, ci sono forti distinzioni a seconda del luogo in cui si vive. E nemmeno per gli uomini parliamo davvero di una libertà totale. Quello che conta però è che maschi e femmine non hanno ancora davanti a sé un futuro ugualmente libero.

Forse il punto è che la libertà delle donne è ancora percepita come una minaccia. È stato molto evidente, ad esempio, durante il movimento del metoo, del quale si è detto: «Adesso state proprio esagerando!». Che in parole povere significa mettere in discussione, senza dirlo apertamente, la libertà di denunciare che siamo state molestate e non vogliamo che accada di nuovo. La libertà delle donne è sempre stata un problema per la società. A partire dagli anni Settanta abbiamo scardinato alcuni dei meccanismi che opprimevano le donne. Ma quella rivoluzione non è ancora compiuta.

La donna gelata è stata scritta quarantanni fa, quando immagino fosse molto più difficile affermare certe idee con una tale veemenza.

All’epoca (parliamo del 1981) sono stata molto contestata, e il libro criticato. Criticato perché si pensava fosse del tutto normale che una donna lavoratrice si sobbarcasse comunque tutte le faccende domestiche, la cura dei figli, la gestione della cucina. C’era la convinzione diffusa che a livello sociale l’emancipazione femminile fosse ormai completamente raggiunta, perché avevamo ottenuto il diritto alla contraccezione, quello all’aborto, e il partito socialista era alla guida del Paese. Al governo c’era anche un’importantissima esponente del movimento femminista: Gisèle Halimi. Così ci si illudeva che la questione femminile fosse risolta una volta per tutte. Durante una trasmissione televisiva, fui coinvolta in una discussione molto accesa su questo tema. Mi chiesero: «Ma così non si finisce per dimenticarsi dell’amore?». L’amore veniva sempre brandito come un’arma per sviare il discorso e negare che ci fossero disuguaglianze nella ripartizione dei compiti.

A sostenere certe idee, cè il rischio di passare per madri degeneri.

Sì, sono stata subito accusata di essere una cattiva madre perché non vivevo la maternità come se fosse il mio unico obiettivo di realizzazione personale, se così si può dire.

Diversi anni fa in unintervista ha dichiarato: «Non mi abituerò mai a una visione maschile del mondo». Crede che nel frattempo la società si sia abituata ad avere una visione più femminile di se stessa?

Credo che stiamo attraversando un periodo di grandi progressi, di cambiamenti originati dalla volontà e dalle azioni delle donne. È inutile aspettarsi che gli uomini si convertano da soli a una visione del mondo diversa da quella che gli è stata trasmessa. C’è stata un’evoluzione in tal senso, ed è tuttora in atto, ma quella maschile resta una concezione del mondo in cui il privilegio gioca un ruolo fondamentale. Un privilegio garantito sempre da altri uomini. Si tratta di una visione interiorizzata, ovviamente, sulla quale si riflette poco e della quale si parla ancora più di rado. Ma gli uomini occupano quasi tutte le posizioni di potere, in politica, in campo artistico, letterario… Basti pensare che ci sono scrittrici e scrittori in egual numero, ma le donne ricevono molti meno riconoscimenti. Ed è difficile che i loro colleghi maschi lo ammettano o ne parlino. È una situazione pesante, e c’è ancora molta strada da fare. Ciò detto, il grado di consapevolezza delle donne è cresciuto enormemente, dal 2000 in poi, su questo non c’è dubbio. Abbiamo assistito, specie negli ultimi anni, a un aumento della loro influenza nel dibattito pubblico, per sostenere valori di uguaglianza e libertà.

Ho letto che successivamente alla pubblicazione de La donna gelata, negli anni Ottanta, ha chiesto a Gallimard di rimuovere dalla copertina di tutti i suoi libri qualsiasi riferimento a uno specifico genere letterario. Mi può dire cosa lha spinta a farlo?

Sì, è stata una mia decisione. Sulla copertina dei miei primi tre libri, compreso La donna gelata, una scritta recitava «romanzo». In seguito ho abbandonato l’io finzionale e ho fatto eliminare la dicitura «romanzo», perché sono definitivamente passata al mio io reale, autobiografico. Mi sono resa conto che i miei libri precedenti erano già al 95% autobiografici, fatta eccezione per dettagli legati ai nomi dei personaggi, o a eventi di minima importanza.

Si tratta di un modo per sottrarsi a ogni classificazione, o al contrario c’è unetichetta specifica che utilizzerebbe per i suoi libri?

Ho rifiutato l’etichetta romanzo per scrupolo di autenticità, per non dover più indossare una maschera o adeguarmi ai canoni di un genere letterario che non era il mio. Preferisco non indirizzare a monte il lettore in una sola direzione attraverso l’etichetta del genere letterario, voglio che sia chi legge a decidere.

Dunque ha deciso di buttare giù la maschera con il lettore e dire apertamente che si trattava di lei ne Il posto.

Sì, il progetto di quel libro presupponeva che non ci fosse distanza tra personaggio e voce narrante: l’io de Il posto è davvero Annie Ernaux. E l’uomo di cui parlo è davvero mio padre. Non volevo che ci fosse alcun dubbio. Questa decisione ha cambiato radicalmente la mia scrittura, che ha perso quella forma di leggerezza ancora presente ne La donna gelata, dove ci sono dei passaggi ironici, in cui mi prendo in giro.

Se ne Il posto uno dei temi è il tradimento che lascesa sociale comporta, anche ne La donna gelata c’è lidea di un tradimento, rappresentato dal matrimonio e dalla vita familiare. Un tradimento senza infedeli. Come se il peccato fosse presente nella nostra struttura sociale, ancor prima che nei suoi interpreti…

Lei parla di tradimento, e certo, ha ragione. Per quanto mi riguarda, non avrei mai pensato di tradire a quel modo le mie ambizioni, quelle che nutrivo prima del matrimonio: superare gli esami da insegnante, lavorare a scuola e scrivere. Avevo un programma preciso che si è rivelato del tutto irrealizzabile, fin da subito. Credo che molte donne della mia generazione abbiano sperimentato questo tradimento di se stesse, del quale però non sono state le vere artefici: sono le condizioni della vita, della famiglia che le hanno costrette ad abbandonare i propri sogni.

Insomma, o si tradisce se stessi o si tradiscono le proprie origini…

Nel mio caso sono avvenute entrambe le cose, perché si trattava di un matrimonio borghese, che sanciva il mio ingresso in un mondo borghese che non conoscevo e non capivo. Credo che ne La donna gelata si senta questa differenza di origine sociale, di habitus. Ed è in nome di una certa idea di cosa può o non può fare un uomo che mio marito si rifiutava, per esempio, di sbucciare le verdure. O che ironizzava: «No, ma scusa, mi ci vedi con il grembiule?». Nei primi anni di matrimonio, non provavo ancora un senso di colpa al riguardo. Poi, alla morte di mio padre, per me è cambiato tutto. So bene che la convivenza è impossibile senza scendere a compromessi, ma nel mio caso ero sempre e solo io a cedere terreno all’interno della coppia.

Perché lo accettava?

Perché si tende a rassegnarsi quando la discussione diventa troppo faticosa da portare avanti, quando si ha l’impressione di stare sempre lì a cavillare su tutto. Si teme di incarnare il triste stereotipo della donna petulante che non fa che lamentarsi, che accampare pretese. Che non si accontenta mai. Ne sentivo parlare spesso. A un certo punto de La donna gelata faccio questo paragone: si tratta dello stesso meccanismo oppressivo usato dai padroni quando dicono che gli operai non sono mai contenti di quello che gli viene dato. I dominati non sono mai contenti… È uno dei modi in cui si sancisce il rapporto di potere e si spinge l’altro alla rassegnazione. Può sembrare una forzatura, ma la vita delle donne è spesso costellata di situazioni in cui ci si rassegna, perché è estenuante dover sempre rivendicare i propri diritti. Ed è ancora più difficile in un rapporto il cui presupposto è l’amore. Quell’amore in nome del quale si dovrebbe accettare tutto. E invece come si manifesta più spesso il dominio dell’uomo sulla donna, quest’egemonia tanto diffusa e accettata a livello sociale? In maniera diluita, apparentemente innocua, in tutte quelle situazioni che si pensa afferiscano soltanto alla sfera privata, sentimentale, quando in realtà sono un problema sociale.

E spesso la situazione si ritorce contro chi evidenzia il problema, vero?

Esatto. Ma senza mai riconoscere a chi si lamenta, a chi protesta, la sua condizione di donna all’interno di una società iniqua. Come se il problema non fosse la società, ma tu in quanto individuo. O, al massimo, tuo marito, il tuo compagno, che sono sempre casi isolati, del tutto irrelati dal resto degli uomini. Troppo spesso ci si dimentica completamente del fatto che i rapporti tra uomini e donne sono sempre politici, e riguardano tutti noi.

Rilegge i suoi libri? Io non riesco a farlo. In generale gli scrittori con cui discuto affermano di non riuscirci per mancanza di tempo o pigrizia. Eppure io credo che abbia a che fare anche con un pizzico di senso di colpa. Se rileggessi, temo che scoprirei di essere stato ingiusto con qualcuno di molto importante nella mia vita. Che rapporto ha con i suoi libri passati?

No, neanche a me piace farlo. Mi sono sforzata un po’ più del solito proprio con La donna gelata, ma ne ho riletto solo i passaggi salienti. In più, sono sempre proiettata verso il libro che sto scrivendo, o che ho intenzione di scrivere. Jean-Paul Sartre descriveva i libri che aveva già scritto con la parola «pratico-inerte». Una volta che il libro è scritto, diventa un residuo inerte della scrittura. Se sono obbligata a rileggermi – per esempio in occasione di una nuova traduzione, o per rispondere a un’intervista come questa – nella stragrande maggioranza dei casi mi dico che non avrei potuto scrivere quel libro altrimenti, che quella è la verità; solo di rado mi dico che avrei qualcosa da aggiungere, o mi viene voglia di cambiare qualcosa. Però no, non mi capita mai di pensare di aver danneggiato qualcuno. Mi dico che sono eventi del passato, lontani, storia vecchia, anche quando sono passati solo un paio d’anni. Per quanto possa sembrare strano, dato che parlo tanto della memoria e della sua importanza, in realtà io vivo immersa nel presente e nel futuro. In definitiva non mi pento di nulla, né per quanto concerne la scrittura, né per quel che riguarda i contenuti o le persone che li hanno ispirati.

Il presidente Macron ha risposto alla sua lettera di qualche mese fa? Secondo lei è cambiato qualcosa in questi mesi di pandemia, rispetto alla considerazione di cui godono infermieri, insegnanti, postini, o verso coloro che svuotano la spazzatura o lavorano alle casse dei supermercati?

No, e in realtà non mi aspettavo che rispondesse. In un certo senso preferisco questa distanza, tra noi, tra i nostri ruoli. Per quel che riguarda la percezione del personale sanitario purtroppo non mi pare che sia cambiato granché. Ho come la sensazione che capiremo davvero la situazione che stiamo vivendo soltanto quando la pandemia sarà sotto controllo e potremo riprendere una vita normale. Non sarà la vita per come ce la ricordiamo, ovviamente, ma per il momento non ci sono indizi su come sarà. Anche gli insegnanti, che siano alle scuole materne o all’università, stanno affrontando quotidianamente difficoltà enormi. E chi lavora in ospedale, ovviamente. Ma non so fino a che punto il resto della popolazione ne sia consapevole. Eppure sono convinta che avremo bisogno di una resa dei conti, alla fine della pandemia. Bisognerà interrogarsi. E rendere il giusto merito a tutti quelli che hanno tenuto in piedi la nostra società in questi tempi difficili.


(fanpage.it, 14/2/2021)

di Guido Caldiron


Parla lautrice di «Heartland», da oggi in libreria per Black Coffee. Un memoir che racconta tre generazioni di agricoltori del Kansas tra crisi economica e sconfitte domestiche. «Quando privilegio razziale e svantaggio economico vanno insieme, il problema si pone in termini di classe. Qualcosa che nel mio Paese si è sempre cercato di negare o mettere a tacere»


«Il sogno americano sembra più un fantasma che perseguita i nostri pensieri piuttosto che un contratto sacro che vale la pena firmare per mettere in cassaforte il futuro». Non è facile scoprire quanto rapidamente la promessa di felicità sancita fin dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti possa tradursi in un bluff, in una vita difficile e priva di qualunque traccia di miglioramento anche solo all’orizzonte. Ed è ancora meno facile se a fare questa scoperta è una ragazzina che cresce in una famiglia di agricoltori nel bel mezzo delle campagne del Kansas.

L’essere bianchi non basta, come la retorica razziale sulla quale si è costruito il Paese ha invece sempre affermato, perché nell’equazione della propria biografia essere poveri ha un ruolo di gran lunga più importante. Oltre il «mito» di una working class che costruisce le proprie fortune grazie all’abnegazione e al duro lavoro, emergono le frontiere di classe, le limitazioni economiche, le tante derive personali che in una società dove la sconfitta e la miseria sono spesso vissute come colpe lasciano ferite profonde e incancellabili: dalle violenze domestiche agli abusi, dall’alcolismo alla dipendenza da medicinali e da ogni sorta di oppiacei.

Con un coraggio e una forza eccezionali, è questo che ha scelto di raccontare Sarah Smarsh in Heartland (Black Coffee pp. 284, euro 18, traduzione di Federica Principi) un memoir dolente e straordinario che ha la forza dell’inchiesta e il timbro del romanzo dove si descrivono le vicende di una famiglia di agricoltori di origine tedesca del Midwest, attraverso diverse generazioni e un sguardo particolarmente affettuoso rivolto a nonne, madri e figlie. Quarantuno anni, giornalista economica affermata, Smarsh descrive il mondo nel quale è cresciuta e dal quale si è almeno in parte allontanata, ma lo fa con il calore che si riserva a ciò che si ama e senza perdere né la speranza né la tenerezza.

La vicenda che racconta è segnata profondamente dalla paura, per sé come per i propri cari, a cominciare dai suoi genitori che ha sempre sentito di dover in qualche modo proteggere. È questo il sentimento che ha dominato la sua infanzia più della difficoltà di immaginare un futuro? 
Gli aspetti pericolosi della vita della mia famiglia – i pericoli fisici insiti nel lavoro nei campi, quelli psicologici frutto dei modelli costanti di abuso che abbiamo ereditato di generazione in generazione, quelli sociali derivanti dal fatto di essere troppo poveri per accedere anche soltanto all’assistenza sanitaria – erano così «normali» per me che non percepivo le altre paure che provano di solito i bambini. Vivevo piuttosto immersa in uno stato costante di vigilanza per proteggere sia me stessa che il resto della mia famiglia.

Le pianure del Kansas in cui è cresciuta sono considerate «il granaio dAmerica», una zona presentata come «il cuore» del Paese e celebrata con grande retorica. Eppure la storia di molte famiglie come la sua racconta di un totale abbandono da parte delle istituzioni e del potere economico che ha condotto a un impoverimento crescente e a decine di milioni di poveri. Come è stato possibile? 
Per metà del XX secolo la politica federale degli Stati Uniti è stata intenzionalmente progettata per spremere le piccole fattorie e favorire l’agricoltura industriale basata sulle grandi aziende. Di conseguenza, già nel corso degli anni Ottanta, quando ero bambina, molte aree rurali come quella in cui vivevo venivano definite «morenti», mentre la gente di campagna fuggiva nelle città per cercare di sopravvivere. E non si tratta di un caso isolato: le leggi adottate via via hanno creato intenzionalmente uno svantaggio per gli afroamericani, le donne e altri gruppi minoritari. Del resto, per un Paese così ricco avere un numero di cittadini in difficoltà talmente elevato non è certo un caso. È tutto tranne che una fatalità.

È comune pensare alla povertà e allemarginazione nelle grandi metropoli, allo sfruttamento dei migranti ispanici o al razzismo nei confronti degli afroamericani, ma cosa significa essere bianchi e poveri negli Stati Uniti? 
La storia del mio Paese è intrisa di riferimenti alla supremazia bianca, il che significa che i neri hanno statisticamente maggiori probabilità di essere poveri rispetto ai bianchi. Tuttavia, in virtù delle percentuali delle diverse comunità che formano la popolazione totale, è anche vero che ci sono più bianchi poveri di qualsiasi altra razza. E in effetti abbiamo difficoltà a discuterne pubblicamente perché si tratta di qualcosa che smentisce il modo in cui il Paese è abituato a pensarsi. Significa infatti che privilegio razziale e svantaggio economico – e, nel caso dei poveri bianchi delle campagne, anche su base geografica – possono convivere. Il che equivale implicitamente porre il problema in termini di classe, qualcosa che nel Paese si è sempre cercato di negare o mettere a tacere.

In un celebre saggio di alcuni anni fa «Whats the Matter with Kansas?» (2004) il giornalista e politologo Thomas Frank parlava proprio dello Stato in cui è nata per dimostrare come i bianchi poveri siano stati spinti a lungo a votare contro i propri interessi dalla propaganda della destra. È un tema tornato dattualità con Trump. Lei come vede le cose? 
Non mi piace l’espressione secondo cui le persone «votano contro i propri interessi», come conclude Frank, perché implica che si tratti di gente un po’ stupida. Ciò nonostante è assolutamente vero che la propaganda della destra ha preso di mira per decenni, e con successo, ambienti e regioni specifiche del Paese, come le chiese evangeliche o le aree rurali, concentrandosi su questioni controverse come l’aborto che hanno orientato il voto più dei temi legati alla vita quotidiana di queste persone. E si tratta di una tendenza che non ha fatto che rafforzarsi negli ultimi anni anche attraverso i social media.

Nel suo libro racconta che da ragazza non aveva neppure mai sentito nominare la Carhartt il famoso brand che si ispira allabbigliamento da lavoro e dei cowboy, ndr -. Quanto è distante la costruzione «pop» e stereotipata dellimmagine del lavoratore bianco dalla realtà concreta di chi vive e lavora nei campi? 
Secondo questa immagine costruita a tavolino, una famiglia di contadini bianchi come la mia si sposta su grandi pickup di marche americane e indossa stivali e cappelli da cowboy. Nella realtà, qualche volta è così, molte altre no. Così a me è successo di seguire gli animali o lavorare nei campi con indosso le scarpe da tennis comprate da WalMart o di guidare per anni una piccola macchina giapponese a gas per risparmiare sui lunghi tragitti che ero costretta a fare per raggiungere la scuola o il supermercato più vicino. Allo stesso modo, anche l’immagine politica di chi vive nelle campagne che viene offerta d’abitudine è troppo semplicistica. Conosco molti bianchi della classe operaia provenienti da ambienti agricoli, inclusa la mia famiglia, che disprezzano Trump e difendono con forza le idee progressiste. In passato a casa mia si è votato per Carter come per Reagan.

Lei viene da una famiglia nella quale ci sono almeno tre generazioni di madri adolescenti, le cui vite sono state decise da queste gravidanze in giovane età. Un contesto che è allorigine della sua scelta di non avere figli da giovane. Nelle zone rurali sono le donne, per quanto coraggio e determinazione possiedano, a pagare il prezzo maggiore? 
Senza dubbio. Per la mia esperienza, in questo ambiente essere donne e essere povere ha sempre rappresentato un doppio svantaggio. E lo è ancor di più per chi è madre già a 15 o 16 anni. Per le risorse di tempo e denaro che i bambini richiedono. Sono sfide che si intrecciano e rendono la vita ancor più precaria di quanto già non lo sia in queste famiglie: essere poveri rende la maternità più difficile e essere madre rende più difficile la povertà.

Un altro suo libro è dedicato a Dolly Parton, cresciuta in una fattoria di agricoltori poveri del Tennessee e che ha cantato le vite difficili di molte donne bianche della classe lavoratrice. Ai suoi occhi Parton sembra incarnare un volto inedito del femminismo. Vale a dire? 
Sono stata allevata da donne che, proprio come Dolly Parton sono intelligenti e forti ma non hanno ricevuto molta educazione formale. Spesso la nostra discussione sul femminismo è accademica ed esclusiva, incentrata sulle donne istruite e attiviste. Ma negli Stati Uniti le strutture economiche sono così soffocanti che le donne della mia famiglia non potrebbero permettersi di partecipare ad una manifestazione anche se lo volessero. Devono lavorare o non hanno assistenza per i loro figli, qualcuno che le possa sostituire. Eppure, quelle donne della working class sono in qualche modo delle femministe esemplari per il modo in cui vivono le loro vite, lottando ogni giorno per la propria indipendenza e rivendicando le proprie scelte. Allo stesso modo, Dolly Parton non fa dichiarazioni politiche esplicite, ma incarna fino in fondo i principi del femminismo imponendo il proprio punto di vista, la propria autonomia e l’autorevolezza del proprio percorso.


(il manifesto, 18 febbraio 2021)

di Valeria Fieramonte


Proponiamo la testimonianza di Valeria Fieramonte su Laura Conti (1921-1993), pubblicata in Marina Santini e Luciana Tavernini (a cura di), Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova, 2015, p. 100). Valeria Fieramonte, giornalista scientifica che ha conosciuto profondamente Laura Conti, ha appena pubblicato La via di Laura Conti. Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia (Società per l’enciclopedia delle donne, Milano, 2021), una biografia amorosa in cui ne narra la vita dall’infanzia al campo di concentramento di Bolzano, dall’impegno politico alle scoperte e al lavoro di medica e divulgatrice. Una biografia che dà ampio spazio ai contributi scientifici di Laura, confrontandoli con i più recenti studi. (Ndr)


Ho conosciuto Laura Conti alla fine degli anni Sessanta in una sezione del Partito Comunista Italiano: era la prima volta che mi capitava di ascoltare, in una sede politica, un approccio ai problemi basato sulla curiosità scientifica e su una grande massa di dati.

Mi lasciò subito un’impressione indelebile, rafforzata dal fatto che era circondata da un’aura di prestigio e stima palpabili: nel PCI di quegli anni non era ancora andata persa la memoria emotiva del periodo di guerra e lei era portata in palmo di mano come tutte le partigiane. Era molto bella coi suoi capelli biondo ramati e gli occhi azzurri e, forse per questo, durante la Resistenza, le avevano assegnato il compito di “adescare” repubblichini per convincerli a disertare dalla Repubblica di Salò.

Era molto umana, caustica, anticonformista, anticipatrice. È stata una scienziata atipica: al ritorno dal campo di concentramento di Bolzano ha fatto dell’impegno politico la sua principale scelta di vita. Era capace di opporsi, da sola, a mozioni di interi consigli regionali perché infarcite di errori scientifici, come avvenne per Seveso, ma ben lontana dal mitizzare gli ambienti scientifici e fortemente critica dei legami tra scienza e potere. Prima di altri ha saputo intuire l’importanza delle tematiche ambientali, tanto da fondare la Lega per l’Ambiente, oggi Legambiente, senza tuttavia indulgere a estremismi. Una volta gli animalisti minacciarono di assaltarle la casa per i suoi “reati di opinione”.

Laura divenne nota al grande pubblico dopo lo scoppio dell’ICMESA, il 10 luglio del 1976. La sua fu una battaglia appassionata e senza tregua, su come esperti, autorità politiche e militari avrebbero dovuto trattare i disastri ambientali. Il suo libro Visto da Seveso è un “discorso sul metodo”, un tentativo, rimasto largamente inascoltato. Come faceva sempre, ai saggi politici o scientifici accompagnava romanzi, dove poteva meglio mostrare le emozioni e la sua grande ricchezza percettiva. Nel caso di Seveso il romanzo è Una lepre con la faccia di bambina. La metafora della lepre è legata al labbro leporino, la più evidente malformazione da diossina. All’epoca il romanzo ebbe molto successo, e lo meritava.

Fondamentale fu la sua polemica con la Commissione Medico Epidemiologica. Il documento sulla valutazione del rischio da diossina in gravidanza non considerava il danno della diossina al fegato e ai reni della madre, come se una donna gravida fosse soltanto un’incubatrice e non una persona con la salute da salvaguardare, una fattrice che impazzisce se il prodotto del concepimento non riesce bene, ma indifferente ai propri rischi. Per Laura Conti ogni regolamentazione legislativa che non riconosca la facoltà delle donne di decidere in merito all’accettazione della maternità, crea situazioni drammatiche e talvolta indecorose.

Laura non era soltanto una divulgatrice, rielaborava costantemente e studiava tematiche biologiche, apportando un suo contributo originale di grandissima lungimiranza. Era a tutti gli effetti anche una biologa teorica e aveva capito già allora l’importanza fondamentale del contrasto all’inquinamento dell’aria.

È morta nel 1993.


(www.libreriadelledonne.it,11 febbraio 2021)

di Vittoria Longoni


Una nuova frontiera del fare storia tra e per le donne, e in fondo un allargamento di prospettiva per tutti, si affaccia con questo libro, col suo bel titolo e una copertina elegante e sobria.

Una modalità di indagine e di relazione che non si pretende esaustiva, ma consapevolmente propone alla ricerca storica (nell’accezione più ampia possibile) e alla comunicazione tra donne una prospettiva nuova; accanto e oltre il paradigma sociale, che non viene però accantonato.

La spirale del tempo evoca fin dal titolo la possibilità di una circolazione viva tra passato e presente: schegge, figure, fatti, momenti e persone del passato si ripresentano, ogni volta rivisitati, resi nuovi, potenzialmente riscattati o ricompresi e riscritti.

Leggiamo storie di donne che partono da un proprio nodo interiore per analizzarlo insieme e per riattraversare, mediante la relazione, la propria storia e contemporaneamente quella del mondo. Sono spesso storie di un dolore che chiede di avere parola e significato, figure di madri e di nonne che aspettano di tornare viventi nella memoria e nel racconto per trasmettere messaggi a figlie e nipoti, per riproporre parti di sé e della propria vicenda che erano state taciute e trascurate, prospettive lasciate fuori dallo sguardo e dall’emozione.

La storia in tutte le sue accezioni torna a essere viva e si gioca nel presente; diventa elemento di trasformazione del passato e del presente perché si modifica lo sguardo, perché la relazione tra le donne la fa cambiare di segno e di senso nl momento stesso in cui viene riproposta.

Vi leggiamo passaggi di tipo “autobiografico”, ma il termine risulta molto inadeguato, perché questo libro propone una pratica di autonarrazione e di autocoscienza che passa attraverso un metodo rigoroso di ascolto reciproco di sé e dell’altra.

Accanto a questi temi, e inscindibilmente connessi con essi, troviamo nel libro momenti di riflessione teorica e metodologica: di Marirì Martinengo, di Laura Minguzzi, di Luciana Tavernini, di Marina Santini, di María Milagros Rivera Garretas.

Un modo nuovo di sentire e fare storia, e insieme un modo nuovo di scoprirsi e di dirsi.

Accogliamo con piacere la nuova esperienza della Comunità di storia vivente di Milano, che si è già diffusa in parecchie città con gruppi analoghi e ha dato vita a incontri e momenti di ascolto reciproco.

Esse allargano in più dimensioni il nostro modo di intendere, sentire e praticare la storia.


Ps. Il libro è in vendita alla Libreria delle donne


(www.casadonnemilano.it, 5 febbraio 2021).