di Laura Fortini
È così difficile scrivere di felicità in questi tempi tanto complessi e agitati che si può solo comprendere Rossana Rossanda quando all’incontro del Seminario Estivo della Società italiana delle letterate nel luglio 2006 a Frascati, in cui parlammo insieme de La ragazza del secolo scorso, disse che era felice di essere lì, invitata da quelle sorelle pazze del libro Movimenti di felicità, pubblicato da manifestolibri nel 2004.
Il seminario era dedicato a «Eccesso e misura. Al crocevia della scrittura» e molto discutemmo di che cosa significasse per ognuna l’eccesso e la misura della politica e della polis (l’incontro è stato poi pubblicato nel febbraio 2008 su Leggendaria e ricordato nelle pagine dedicate a Rossana Rossanda sempre da Leggendaria nel 2020). Rossanda vi partecipò con la consueta schietta e rigorosa generosità, grazie a Doriana Ricci che era con lei e l’accompagnò, come sempre. Nonostante si sia in quell’incontro parlato a lungo di molte questioni e al tema avessimo dedicato un seminario e poi un libro, la parola «felicità» non appare nel corso del dibattito se non in forma antifrastica, troppe altre questioni erano urgenti: il femminismo, il comunismo, il Sessantotto, il corpo, anche nella vecchiaia.
Eppure lei stessa aveva parlato e a lungo di felicità con Christa Wolf, mescolata però al capitalismo e la cosa non era più facile, anzi, come non lo è neanche adesso: chi ha partecipato all’incontro che si svolse a Roma il 21 marzo 1992 promosso dal Centro Culturale Virginia Woolf – Gruppo B con il titolo “Se la felicità… Per una critica al capitalismo a partire dall’essere donna” (pubblicato l’anno stesso dalle Edizioni del Centro e riproposto da VandA edizioni) ricorda benissimo il silenzio teso e concentrato di un numero imprevisto di donne che riempirono all’inverosimile il teatro Avila e che ascoltarono a lungo dialogare con la franchezza e sincerità dei pensieri acuminati due donne del calibro e della levatura di Christa Wolf, della quale erano state tradotte in Italia da Anita Raja per e/o Cassandra (1984), Guasto (1987), Recita estiva (1989), mentre Trama d’infanzia, del 1976, era stato appena pubblicato in Italia nel 1992, e ogni opera letta con attenzione, meditata, discussa nei gruppi femministi, e Rossana Rossanda, che gli editoriali fulminanti e le splendide recensioni, insieme alla successiva narrazione autobiografica, consegnano anche alla definizione di scrittrice, pure se molto altro è stata.
Il tema, lo ricorda Alessandra Bocchetti che coordinò l’incontro e ne ha scritto la premessa all’edizione VandA, è «la felicità delle donne come strumento per una rivoluzione contro il capitalismo»: «non la lotta di classe ma la felicità delle donne per cambiare veramente». Tema ardimentoso quant’altri mai, ma che al tempo stesso risuona vicino, vicinissimo ad ogni soggettività, perché è il desiderio a muovere le rivoluzioni: motore il bisogno di giustizia di contro all’ingiustizia sociale, certo, il bisogno di pane e lavoro ma anche delle rose, perché senza la vita non ha significato. Tutto questo allora agiva e tutt’oggi agisce sottotesto alla vita di ognuna e ognuno, anche se pandemia e capitalismo selvaggio – difficile dire dove inizia l’uno e finisce l’altro, spesso strettamente irrelati – pongono l’età presente sotto scacco.
Sullo sfondo allora la caduta del muro di Berlino, e un senso malcelato di malessere per un ideale e un’utopia – il sogno di un mondo migliore, comunista – che si erano mostrati vani e fallaci: se le prospettive erano allora opache, però, la capacità di analisi delle due donne non lo era affatto, sia nel confronto tra loro che nelle risposte alle domande nel corso del dibattito, la cui chiarezza risulta a oggi ancora sbalorditiva per la capacità di analisi e di prefigurazione di quello che è attualmente il presente.
A partire dalla definizione di Christa Wolf per la quale «essere viva con ogni fibra del mio corpo, della mia anima e della mia mente: questo è per me felicità», «agire, sentire, pensare, magari contemporaneamente»: quanto di questa definizione potremmo fare nostro oggi? Tutto, direi, tanto più in un periodo storico in cui agire, sentire, pensare contemporaneamente sembra quasi impossibile, ottusi come siamo dai dispositivi della fragilità e della vulnerabilità che non riescono a divenire forza creatrice tra le nostre mani. Vi è sì, lo riconoscono entrambe, una felicità nella scrittura, ma come non condividere quanto osserva Rossana Rossanda a proposito della libertà: «Libertà significa essere in condizioni di realizzare se stessi, di vivere con tutte le proprie fibre, e questo dipende molto, direi quasi esclusivamente, invece, dalle condizioni sociali, dai rapporti sociali che ci sono dati».
E prosegue «Questa è la ragione per la quale io continuo a fare politica: perché penso che ci sia un’illibertà diffusa e che questa illibertà per le donne sia ancora maggiore. Occorre molto sforzo, molta capacità di costituirsi in soggetto autonomo per dichiararsi libere, per volersi libere, per sentirsi libere».
Pesava la sconfitta del sogno di rivoluzione comunista allora nel 1992 e ancora nel 2022, a trenta e più anni di distanza da quell’incontro. Rossanda tornò poi nel corso del dialogo sulla questione, ponendo la domanda «Si può essere felici senza sapere?» a proposito di quando nel 1943 studiava al Castello Sforzesco di Milano e intravide una possibilità di felicità personale in quello che lei definisce «il luogo della mia quiete». Ma non della libertà, aggiunge, e l’osservazione che l’accompagna è ciò che meglio rende la motivazione all’impegno politico di tante e di tanti: «io non voglio essere quieta in un mondo di ingiustizie».
Vi è una politica delle donne e più ampiamente di tutte le soggettività che non chiede né cerca quiete, allora come oggi, che critica il capitalismo e che è soggetto politico in divenire. Ben chiaro, allora come oggi, che la questione non è quella della sola emancipazione ma di una critica al sistema capitalistico delle merci, rispetto al quale la subordinazione è degli uomini come delle donne e di tutte le soggettività che vedono nel patriarcato la forma archetipica del capitalismo.
Nel corso del dibattito, assai vivo e vivace, Rossanda osservò che «le donne, per essere state oggetto più di un uomo, merce più di un uomo, bene di scambio più di un uomo» possono essere più di altri ribelli all’idea di mercificazione totale; ma già allora notava come le algerine appena uscite di casa rischiavano di dover rimettere il velo e altrettanto lucidamente Christa Wolf si chiedeva se fosse possibile invertire l’andamento per il quale i paesi poveri divenivano sempre più poveri e che «certamente le masse affamate verranno a bussare alla porta dell’Europa occidentale! E che faremo? Li rispediremo a casa sulle navi? Li fucileremo? O che altro?». Sullo sfondo, non nominata ma incombente, la nave albanese Vlora che nel 1990 trasportò in Italia 20.000 albanesi, il più grande sbarco di migranti da un’unica nave. Sul tavolo le domande irrimandabili ancora e sempre: sono possibili altre economie di mercato? O occorrerà scardinare l’intera economia mondiale perché cessi il sistema di sfruttamento capitalistico?
In altre parole: è possibile l’utopia? Sulla possibilità di scrivere dell’utopia confidando che cessi di essere utopia e diventi – vogliamo dirlo? – rivoluzione (parola che però non si pronunciò), si chiuse allora l’incontro tra Rossanda Rossanda e Christa Wolf coordinato da Alessandra Bocchetti e le questioni sono e rimangono assai aperte, sia nelle forme delle conseguenze a quanto allora avvenne: la caduta del muro di Berlino e dei paesi del socialismo reale, le guerre su vari fronti del mondo con tutto quello che ne è venuto poi; la radicalità selvaggia del capitalismo e del sistema delle merci che certo non sono stati e non sono estranei a quanto sta avvenendo nel mondo.
Vale rileggere perciò quanto allora donne di tanto calibro si dissero – oggi sì utopia la partecipazione così affollata a un dibattito – per continuare a pensare utopia e farla diventare mondo reale: dati i tempi, impossibile morire per troppa felicità come accade alla protagonista del racconto omonimo di Alice Munro.
(il manifesto, 16 gennaio 2022)
E di come per secoli è stata considerata disdicevole e repressa, con un gran lavoro di medici, filosofi e teologi
di Giulia Siviero
La storica francese Sabine Melchior-Bonnet ha pubblicato Le rire des femmes. Une histoire sur le pouvoir, ed. Puf [La risata delle donne. Una storia di potere, Ndt], un saggio sulla risata femminile dall’antichità ai giorni nostri, argomentando come la storia di un gesto così comune nella specie umana sia sessuata: diversa, cioè, tra uomini e donne. Tale storia va di pari passo con la costruzione di un modello tradizionale di femminilità associato a un ruolo considerato a lungo giusto per la donna nella società e nel mondo, in quanto madre e angelo del focolare.
Per secoli, spiega Melchior-Bonnet, poeti, filosofi, retori, teologi e medici hanno cercato di spiegare e di stabilire, da un punto di vista biologico, morale e sociale, perché ridere non si addicesse a una donna. La storia della risata femminile è dunque anche la storia del lavoro meticoloso e costante per contenerla, reprimerla o tollerarla, ma a certe condizioni. Per lungo tempo, una donna che rideva ha violato le aspettative di genere della femminilità (che secondo alcuni stereotipi molto radicati hanno a che fare con grazia, virtù, modestia e pudicizia) e ha corso il rischio di apparire pazza, brutta, ignorante o lasciva. Guardando la storia dall’altra parte, la risata ha dunque avuto e conservato un grande potere sovversivo.
Frivolezze
Secondo un antichissimo luogo comune, le donne devono alla loro natura un’emotività che le porta a ridere spesso: non solo ridono più degli uomini, ma secondo questo stesso stereotipo passano anche senza soluzione di continuità dal riso al pianto, dall’allegria alla tristezza. È una questione di fisiologia, di umori e di organi, hanno detto i medici e i filosofi che nella storia hanno dissertato sulle cause dell’ilarità fin dai tempi antichi.
Secondo Aristotele, per il buon funzionamento di un corpo era fondamentale il calore naturale e la necessità che venissero mantenuti certi equilibri tra calore e umidità. Il medico greco Galeno, le cui teorie del II secolo d.C. hanno dominato la medicina occidentale fino al Rinascimento, sosteneva a sua volta che il sesso maschile godesse di una “temperatura” – la distinzione corretta tra calore e temperatura risale all’Ottocento – calda e secca, che invece era fredda e umida per quella femminile. Da questo temperamento a dominanza freddo-umida e dalla mancanza di calore, secondo questa teoria antica, derivavano la “tipica” irragionevolezza, incostanza, lussuria, loquacità, suggestionabilità e frivolezza della donna. La propensione al riso delle donne era insomma la conseguenza naturale di una sua lacuna strutturale: di una costituzione fisica imperfetta.
Difetti termici a parte, nella storia della filosofia e della “medicina” il disequilibrio delle donne ha trovato varie presunte spiegazioni: un minor numero di suture craniche, ad esempio, che non permettevano l’uscita dei vapori che salivano alla testa, secondo il teologo e filosofo tedesco del Medioevo Alberto Magno. Ma, su tutto, la potenza del suo sesso.
Platone descriveva l’utero come una bestia che si agitava nel corpo delle donne, che ostruiva i passaggi dell’aria e che poteva essere placata solamente quando “riempita” dal seme maschile.
Il corpo femminile e il suo benessere erano dunque strettamente collegati alle funzioni sociali: quella di moglie che aveva il dovere, anche per il suo bene, di unirsi al marito, e quella di procreatrice. Quando l’utero, vuoto, era invece lasciato libero di vagare poteva scatenare malattie, capricci, convulsioni, lacrime, crisi isteriche, e risate smodate. Ancora nel Cinquecento, il medico e chirurgo del re di Francia Laurent Joubert, nel suo Traité du Ris, citava la storia di due sorelle a cui era stato permesso di ridere così a lungo che il loro utero era salito fino alla gola rischiando di soffocarle.
Per secoli, un’alleanza tra medici e filosofi contribuì dunque a fondare su basi “scientifiche” l’interdizione per le donne al riso: la donna che se ne lasciava coinvolgere restava preda di un furore uterino molto pericoloso. Non ridere, per il sesso femminile, così come procreare era dunque e innanzitutto una questione di buona salute.
Sorridere invece che ridere
Nella sua Ars Amatoria, tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., il poeta latino Ovidio impartì molti insegnamenti per praticare l’arte della seduzione: agli uomini. E nella terza e ultima parte della sua opera fornì anche alle donne diverse indicazioni per essere amate. Alcune di queste avevano a che fare con la risata:
«Si apra moderatamente la bocca, e siano piccole le fossette delle guance, dall’una e dall’altra parte, e i bordi delle labbra coprano la parte più alta dei denti, e non stanchino i fianchi col ridere continuamente, ma il riso abbia sempre un non so che di delicato e femminile.
Vi è qualcuna che storce la bocca con risate scomposte; un’altra, quando ride allegramente, crederesti che pianga; quell’altra ride con un suono rauco e sgradevole; ride come dalla ruvida macina raglia una brutta asinella».
Da lì in poi, e fino al XIX secolo, queste poche righe hanno ispirato un intero genere letterario: i manuali e i trattati di buona educazione per “signore”, che hanno cercato di giustificare sia da un punto di vista morale che sociale perché ridere, per una donna, fosse sconveniente. Indicando canoni e precetti ben precisi a cui una donna pienamente donna si doveva attenere, come i trattati medici anche i manuali di comportamento avevano lo scopo di costruire il modello della moglie e della padrona di casa ideale: di stabilire il ruolo sociale della donna, ma anche e soprattutto quello di preservare l’ordine sociale.
Nel trattato composto nel 1318, Reggimento e costume di donna, Francesco da Barberino mise insieme un galateo femminile passando in rassegna tutti i comportamenti adeguati a una donna nelle varie situazioni della vita. Nella sua condotta pubblica, la fanciulla doveva imparare a non suscitare né invidia né desiderio né pietà, e il suo volto doveva esprimere un misto di paura, vergogna e pudore; doveva tenere gli occhi bassi e bandire il riso. Le era concesso di rilassarsi nel privato, continuando comunque a controllarsi: in nessun caso, quando provava gioia, doveva mostrare i denti.
I denti tornano spesso in questo genere di testi: nel suo manuale intitolato Mes Secrets pour plaire et pour être aimée (I miei segreti per piacere ad essere amata, del 1896) la baronessa Staffe – autrice di best seller e considerata, all’epoca, l’educatrice della donna per eccellenza – diceva che il riso era nemico della grazia femminile sia interiore che esteriore. Scegliendo di non ridere, scriveva, «il nostro spirito resterebbe più elevato, le linee del nostro viso conserverebbero meglio la loro nobiltà, e noi più intatta la nostra individualità». Ridere, per una donna, aveva poi molti inconvenienti:
«Non pensiamo mai abbastanza a tutti gli inconvenienti del ridere. Una donna che ha i denti brutti, porta la mano davanti alla bocca quando ride. Se la mano è bella, va ancora bene, ma se non lo è? L’imperatrice Joséphine, che aveva dei denti molto difettosi, aveva inventato la moda di eleganti fazzoletti da tenere in mano. Quando le veniva da ridere, ella copriva la sua bocca per mezzo del piccolo quadrato di batista e di pizzo. Sarebbe stato meglio abituarsi a non ridere, cosa che si addice, del resto, alle labbra di coloro che hanno passato la giovinezza».
Più che il riso, dunque, era raccomandato il sorriso: espressione di armonia interiore ed equilibrio mentale, di saggezza e amabilità: «La donna deve sorridere e non ridere: il sorriso è uno dei suoi più grandi fascini. Anche presso la più carina, il ridere non può che essere una convulsione o una smorfia».
Ridere andava contro l’etichetta: procurava fastidio agli altri perché era rumoroso, attirava su di sé l’attenzione e metteva in evidenza i difetti del corpo. Tali rigide regole erano valide in qualsiasi ambito, compreso quello della pittura. Il Cours de peinture par principes fu pubblicato a Parigi nel 1708 dal critico francese Roger de Piles: era una specie di compendio dei fondamenti della pittura e dei generi del ritratto e del paesaggio. Tra le regole vi era quella che il volto di una donna dovesse essere serio o leggermente sorridente, «di nobile semplicità e modesta giocosità».
Nell’agosto del 1787, la pittrice Vigée Le Brun presentò al Salon di Parigi, la principale vetrina artistica che si teneva ogni anno al Louvre, un autoritratto con la figlia Julie. L’artista intendeva esprimere la sua felicità di madre, ma lo fece dipingendosi con un sorriso che sconfinava nel riso e che metteva in mostra i denti, con risultati scandalosi.
La bocca come una vagina
C’erano molte buone ragioni per impedire alle donne di abbandonarsi al riso, ma la principale era l’associazione del riso alla sessualità. La risata, spiega Melchior-Bonnet, «apre il corpo», a differenza di un sorriso che lascia invece il corpo chiuso, composto e decoroso. E ancora una volta, le questioni morali e sociali trovarono nella fisiologia una loro alleata.
Per i medici ippocratici il corpo della donna era delimitato da due aperture: una inferiore (vagina-utero) e una superiore (bocca-narici), unite da un lunghissimo canale che passava attraverso gli intestini, lo stomaco e la gola. La donna che rideva manifestava dunque direttamente e pubblicamente il proprio piacere sessuale, apriva un varco, ed era di conseguenza sospettata di essere una prostituta, una cortigiana o una donna poco onesta e lussuriosa.
I Greci avevano una parola precisa per indicare la risata aperta e perturbante delle donne, che il padre della Chiesa Clemente Alessandrino riprese nel Pedagogo, un trattato pratico in tre libri il cui scopo era quello di addestrare il cristiano a una vita disciplinata. Ridere fa parte della natura umana, diceva, e dunque non può essere proibito totalmente. Ma il riso va usato con parsimonia: da tutti, ma soprattutto dalle donne poiché desta sospetto. «Principalmente nelle giovinette e nelle donne il riso è facile ad essere male interpretato» scriveva. E ancora:
«Lo spianare il volto in modo che le sue linee diventino armoniche come le corde di uno strumento, si dice sorridere, è questa un’espressione dolce che risplende nel volto, e questo è il riso dei saggi. Il rilassamento eccessivo del volto se avviene nelle donne è detto kichlismos, ed è un riso proprio delle meretrici».
Il legame bocca-vagina si rinforzò, storicamente, nel Medioevo: nell’ambito delle regole monastiche e del pensiero cristiano. Riprendendo la fisiologia che identificava il maschile con la parte superiore del corpo e il femminile con quella inferiore, il riso e la donna vennero associati al peccato. Una donna che rideva era dunque la peggior cosa a cui si potesse pensare. Come spiega Daniela Carpisassi, esperta in storia delle scritture femminili e saggista che si è a lungo occupata di riso e umorismo femminile, «se il riso e la donna sono incompatibili con la questione del controllo del corpo, il ridere da parte della donna è atto doppiamente peccaminoso, gesto della femme fatale, dannata e che conduce alla dannazione dell’uomo, atto di incontinenza che costituisce una duplice colpa».
Del resto, ricorda la studiosa, la parola latina culpa deriva dal greco kolpos che significa «utero», «vagina»: indica una «mancanza» e «un’azione che contravviene alla norma (etica e religiosa)»: «Lo schiudersi di labbra nel ridere richiama l’atto sessuale ed è considerato licenzioso e indecente in modo particolare per le donne, destinate a essere emblemi disincarnati della virtù e del pudore». Il riso femminile, in quest’ottica, compromette l’onestà, costituisce «un invito, una tentazione, un concedersi, un aprire la porta della/alla perdizione, un disserrare la bocca-chiavistello».
Brutta
Per secoli, una donna che rideva non correva solo il rischio di apparire poco onesta, ma anche di perdere la sua bellezza. La risata disarticola il corpo, lo fa sussultare, deforma il viso, lo fa contrarre in smorfie. E sono molte le dettagliate descrizioni del corpo femminile trasfigurato da una risata.
Padre Le Moyne, esploratore francese del Seicento e poeta nel tempo libero, descrisse ad esempio con precisione gli effetti disastrosi di una risata sul volto di una donna:
«Toglie la proporzione della bocca, mette le guance fuori dalla loro posizione naturale, gonfia le vene e le fa sporgere fuori dal loro posto, spegne gli occhi e li annega, copre il viso di rughe e dona alla persona le smorfie degli indemoniati e le convulsioni degli epilettici».
Il riso, spiega ancora Carpisassi, «alterando i tratti distintivi della donna, ne stravolge la “giusta” forma, contravviene al canone della bellezza, lede la femminilità tout-court». Il riso era dunque considerato per una donna socialmente sconveniente, «non vantaggioso nella relazione privata tra i sessi, ovvero nell’ambito della seduzione strategicamente esercitata dalla donna nei confronti dell’uomo: quando ella ride, perdendo femminilità e bellezza, compromette la propria appetibilità e desiderabilità mettendo così a rischio la propria realizzazione sociale e l’istituzione “famiglia”».
Bruta
La risata femminile poteva tradire anche stoltezza e stupidità. Platone nel Teeteto fa narrare a Socrate un aneddoto relativo a Talete:
«Talete, mentre stava scrutando le stelle e guardava in alto, cadde in un pozzo. Allora una servetta di Tracia, garbata e graziosa, rise dicendogli che si dava un gran da fare a conoscere le cose del cielo, ma le cose che gli stavano dappresso, davanti ai piedi, gli rimanevano nascoste».
Una giovane donna, schiava, e che proviene dalla Tracia (fatto che, di per sé, era al tempo cifra di ignoranza e di scarsa intelligenza), ride di Talete, il primo filosofo. L’aneddoto di Platone, nel corso dei secoli, è stato ripreso e commentato per spiegare l’incomprensione della speculazione filosofica da parte della gente comune. Il riso della servetta, una donna dedita alle cose minute della vita e alla cura dei corpi, divenne cioè il paradigma dell’ottusità sempliciotta degli ignoranti nei confronti della theoria, ossia nei confronti della contemplazione della realtà superiore e del vero operata dal pensiero.
La risata sovversiva
Nell’interpretazione dell’aneddoto della servetta di Tracia, la filosofa femminista Adriana Cavarero sottolinea come la risata della donna abbia anche il potere di denunciare la pretesa verità e universalità dell’astrazione filosofica «che vorrebbe rimuovere in un’operazione, in fondo unica e coerente, le cose della terra e i corpi», cioè il femminile. Il riso porta dunque con sé una potente carica critica e dissacrante.
Fin dalle commedie di Aristofane, la risata delle donne è sovversione. È quando guidano la loro protesta e fanno uno sciopero del sesso che ridono: tra di loro e senza uomini. Lungo la storia della letteratura, dei miti e delle religioni, Melchior-Bonnet passa in rassegna diverse figure femminili che ridono e sovvertono, raccontando anche la lenta conquista del riso da parte delle donne.
Una delle prime a raccontare il ruolo emancipatorio della risata fu Virginia Woolf, scrittrice spesso superficialmente associata a malattia, depressione e suicidio. Nel 1905 Woolf pubblicò sul Guardian un breve saggio dal titolo Il valore della risata. La risata, «la pura, spontanea risata, quella che sentiamo provenire dalla bocca dei bambini e di sciocche donne», spiega Woolf, «è tenuta in discredito»: «si sostiene sia la voce della frivola stupidità, che non trae ispirazione né dal sapere né dall’emozione, che non offre messaggi, non comunica informazioni».
La risata porta invece con sé, dice Woolf, un grande sapere: mostra gli esseri umani per quello che sono e li mette a nudo. E i soggetti che più sono in grado di fare tutto questo sono i bambini e le donne:
«Tutti sanno che i bambini hanno una maggiore capacità, rispetto agli adulti, di conoscere gli uomini per quello che sono, e credo che il verdetto che le donne emettono sul carattere delle persone non sarà smentito il giorno del Giudizio. Le donne e i bambini, dunque, sono i principali rappresentanti dello spirito comico, perché non hanno gli occhi annebbiati dal sapere, né le menti ingombrate da teorie libresche, il che fa sì che uomini e cose preservino nitidamente i loro tratti originali. Tutte le odiose, soffocanti escrescenze che hanno ricoperto a dismisura la nostra vita moderna, le cerimonie pompose, le convenzioni, e le noiose celebrazioni solenni, niente temono di più del balenare di una risata, che, come un lampo, le inaridisce e le dissecca fino a lasciarne solo le ossa. È perché la loro risata possiede questa qualità che i bambini sono temuti dalle persone consapevoli della propria affettazione e falsità; ed è probabile che, per la stessa ragione, le donne siano guardate con tanta sospettosa disapprovazione nelle professioni dotte. Il pericolo è che possano ridere, come il bambino nella favola di Hans Andersen, che notava apertamente che il re era nudo, mentre gli adulti ne ammiravano lo splendido abbigliamento – che non esisteva».
Il riso, a partire da Virginia Woolf e poi per altre scrittrici del Novecento, ha permesso di svelare gli artifizi della società, di liberarsi dalle convenzioni e di smontare ruoli e stereotipi. La risata è stata rivendicata da quelle donne che hanno sfuggito la norma, che hanno sfidato l’ordine sociale e i giudizi morali, spiega la storica Melchior-Bonnet, ed è proprio per questa sua intrinseca minaccia che la risata delle donne è stata così a lungo negata, sorvegliata o tollerata purché nascosta dietro a un ventaglio. Ridendo le donne si sottraggono al loro ruolo, e «mettono di fatto in pericolo la virilità».
(Il Post, 12 gennaio 2022)
di Elena Fausta Gadeschi
Le prime pagine iniziò a scriverle all’età di cinque anni, ricopiando i racconti di Hemingway, ma Joan Didion cominciò a sentirsi una scrittrice solo dopo la pubblicazione del suo primo romanzo Run River nel 1963. Quasi sessant’anni dopo quel debutto è inevitabile interrogarsi sull’eredità artistica e umana di una donna che ha attraversato la letteratura di mezzo secolo rimanendo sempre fedele a se stessa e al suo stile narrativo atroce e affilato e che ieri ci ha lasciato all’età di 87 anni.
Giornalista, autrice e acuta osservatrice della politica e della cultura americana contemporanea, Joan Didion è scomparsa ieri nella sua casa di Manhattan, New York, per il morbo di Parkinson, che da anni non le dava tregua e che ne aveva assottigliato sempre di più corpo e voce. Tra gli autori più rappresentativi del New Journalism, uno stile giornalistico anticonvenzionale tipico degli Anni 60 e 70, capace di mescolare narrativa e saggistica, letteratura e verità, Didion è stata per lungo tempo in odore di Nobel, fin da quando nel 2005 vinse il National Book Award per la saggistica per il suo capolavoro L’anno del pensiero magico. Un riconoscimento tardivo arrivò dalle mani del presidente americano Barack Obama, che nel 2013 le conferì la National Humanities Medal, quando era già molto debilitata nel fisico.
Nata a Sacramento, in California, il 5 dicembre 1934, Joan Didion da bambina non frequentò le scuole regolarmente. A causa della professione del padre, membro delle United States Army Air Forces durante la Seconda Guerra Mondiale, era spesso costretta a continui trasferimenti con la famiglia e questo contribuì a fare di lei “un’eterna estranea” come poi scriverà nel suo memoir del 2003, Where I was from (Da dove vengo). Timida e riservata, trovò consolazione nei libri, specialmente nelle biografie per adulti per le quali si faceva rilasciare un permesso speciale dalla madre da esibire in biblioteca. Proprio il genere biografico diventò uno degli ingredienti principali della sua prosa, dove al resoconto giornalistico si univa la soggettività dell’autrice, che tra gli Anni 60 e 70 diventò la voce femminile più rappresentativa all’interno di un movimento maschile come il New Journalism, che annoverava autori quali Tom Wolfe, Truman Capote e Gay Talese.
Nel 1956 si laureò presso l’Università della California, Berkeley con un Bachelor of Arts in Lettere. Durante il secondo anno di studio a 21 anni vinse un concorso di saggistica sponsorizzato dal mensile di moda “Vogue” che le affidò un lavoro come assistente alla ricerca presso la rivista. In quegli anni lavorò prima come copywriter e poi come redattrice, mentre completava il suo primo romanzo, Run River, pubblicato nel 1963 (Il Saggiatore, 2016). Successivamente lasciò New York e nel 1964, dopo aver sposato lo scrittore, giornalista e sceneggiatore John Gregory Dunne, si trasferì in California. Nel 1968 pubblicò Verso Betlemme (Il Saggiatore, 2008), il suo primo lavoro di saggistica, costituito da una raccolta di articoli sulla propria esperienza in California, dove trascorrerà gran parte della sua vita. Il libro è un disincantato viaggio attraverso la promessa e la dissoluzione della controcultura californiana degli Anni 60, che tanto influenzerà la sua esperienza umana e professionale. «Un luogo – scrisse una volta – appartiene per sempre a chi lo rivendica più duramente, lo ricorda più ossessivamente, lo strappa da se stesso, lo modella, lo rende, lo ama così radicalmente da rifarlo a sua immagine».
Nel 1979 esce The White Album (L’album bianco), un’altra raccolta di articoli pubblicati in precedenza su riviste quali “Life”, “Esquire”, “The Saturday Evening Post”, “The New York Times” e “The New York Review of Books”. A quelle pagine appartiene una delle sue citazioni più famose: «Raccontiamo storie a noi stessi per vivere». Prendila così, ambientato a Hollywood, viene pubblicato nel 1970, a cui segue nel 1977 Diglielo da parte mia. Nel 1984 viene dato alle stampe un altro romanzo, Democracy, che narra la storia di un amore non corrisposto tra una ricca ereditiera e un uomo anziano, agente della Cia, sullo sfondo della Guerra Fredda e della Guerra del Vietnam.
A seguito della morte del marito, con il quale aveva lavorato fianco a fianco scrivendo molti soggetti per film come Qualcosa di personale, L’assoluzione, È nata una stella, Ma che razza di amici!, e della dura malattia della loro figlia adottiva Quintana, Joan Didion scrive L’anno del pensiero magico. Iniziato il 4 ottobre 2004, viene terminato 88 giorni dopo, il giorno della vigilia di Capodanno. La sua pubblicazione e il tour di promozione del libro, corredato da diverse letture pubbliche e interviste, tengono impegnata l’autrice, aiutandola a elaborare il lutto. «Ci siamo evoluti in una società in cui il lutto è totalmente nascosto. Non si svolge nella nostra famiglia. Non si svolge affatto», disse una volta all’Associated Press nel 2005. Dopo essersi ripresa da uno shock settico causatole da una polmonite, la figlia morì di pancreatite acuta il 26 agosto 2005, all’età di 39 anni. Per lei Didion scrisse nel 2011 alcune delle pagine più belle dedicate al dolore in Blue Nights.
Molto protettiva nei confronti del suo lavoro, Joan Didion non rivelava mai nemmeno agli amici intimi il nuovo argomento del suo libro fino a quando non era pronto per la pubblicazione. Faceva parte della serietà con cui interpretava il suo ruolo di acuta osservatrice e implacabile giudice. Preveggente e inaspettata, era la Cassandra del nostro secolo. E ci mancherà anche per questo.
(Elle, 24 dicembre 2021)
di Luca Martinelli
Nel 2021 è uscito uno di quei libri che il lettore dell’ExtraTerrestre dovrebbe tenere sempre a portata di mano, nella libreria o sul comodino. S’intitola Il profitto e la cura e lo ha scritto Cinzia Scaffidi per Slow Food Editore, con prefazione firmata da Luciana Castellina (208 pp., 16,50 euro).
La mia copia, quella che ho letto per preparare l’intervista, è piena di occhielli, tanti sono i rimandi a concetti-da-ricordare-assolutamente. Sono tante, tra questi, le citazioni da testi del passato scritti dalle «voci che non abbiamo ascoltato», come spiega il sottotitolo del libro di Scaffidi, che ha il merito di far dialogare tra loro la Bibbia e lo scrittore Italo Calvino, il poeta inglese William Wordworth e Don Lorenzo Milani con i suoi ragazzi di Barbiana, la Nobel per l’Economia Elinor Ostrom e Justus von Liebig, padre dei fertilizzanti e dell’agricoltura intensiva. Sono le voci di chi ha avviato e portato avanti riflessioni sulla sostenibilità, sul conflitto tra (ricerca del) profitto e (tensione alla) cura, senza riuscire a influenzare o impattare gli effetti avversi che modello capitalistico applicato all’agricoltura stava producendo, su tutti la perdita di fertilità del suolo, nonostante fossero palesi fin dall’Ottocento.
La figura di Liebig è importante, perché nel 1861, quindi centosessant’anni fa, riconobbe che le sue pratiche si sono rivelate dannosissime: «Confesso volentieri che l’impiego dei concimi chimici era fondato su supposizioni che non esistono nella realtà. Avevo peccato contro la saggezza del Creatore e ho ricevuto la dovuta punizione» scrive.
La sua “scoperta” aveva permesso di avviare un business con un margine di profitto pazzesco, perché la materia prima dei fertilizzanti è l’aria. Il profitto e la cura è nato a margine dei miei corsi all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo), a partire dall’idea di mettere a disposizione del lettore una mappa dei classici, dei punti di riferimento che si possono avere quando si ragiona intorno ai temi dell’agricoltura e della sostenibilità. Non è vero che le cose esistono nel momento in cui le scopriamo ed è importante conoscere gli argomenti facendo sempre riferimento a quanto si è detto e scritto su questi temi a partire da epoche ormai quasi completamente lasciate fuori dal discorso pubblico. Trovo eccezionale che mentre Alexander von Humboldt (che è vissuto tra 1769 e il 1859, ndr) stava parlando di cambiamento climatico nel 1802, ancora pochi anni fa c’era qualcuno che sosteneva che il fenomeno non esistesse e dopo 200 anni siamo riusciti a eleggere Donald Trump presidente degli Stati Uniti d’America. L’evoluzione della specie è troppo lenta.
Perché nel saggio ha scelto di far dialogare le voci di un passato più o meno lontano con quelle che ascoltiamo ancora nel presente, come Greta Thunberg, Carlin Petrini o Papa Francesco?
Oggi è il papa ad aver evidenziato che i problemi ecologici si abbattono innanzitutto sui più deboli e se non ne avesse parlato lui, il tema non sarebbe in agenda, tuttavia c’è stato un Alexander Langer che senz’altro ha avuto meno eco ma ha detto esattamente quelle cose lì e quasi esattamente con le stesse parole. Il mio obiettivo non è riconoscere la paternità di un pensiero, che non è mai il problema, ma far sapere che qualcuno ha iniziato a ragionare su queste cose tanto tempo prima dà il senso di come siano maturate. Il papa per sua stessa ammissione ci ha messo un po’ a capire questa situazione, in uno dei suoi dialoghi con Petrini afferma di non aver creduto nella Teologia della Liberazione, nella Chiesa sudamericana che a partire dagli anni Settanta aveva scelto l’opzione per i poveri.
In quali ambiti immagina che possa essere utilizzato «Il profitto e la cura»?
Credo che sia uno strumento di formazione, che potrebbe essere molto utile in ambienti nei quali queste riflessioni trasversali sui temi della sostenibilità non arrivano, come quello legato alla formazione dei docenti, che non sono preparati e non hanno testi di riferimento per presentare l’ecologia a scuola collegandola alle diverse materie. La divulgazione scientifica è un elemento chiave e anche nobile della scrittura, perché se vogliamo che le cose cambino attraverso i comportamenti dei cittadini non possiamo immaginare di raggiungerli solo con liste di “così si fa” e non con spunti di riflessione.
Tra le voci non ascoltate c’è quella di Laura Conti, partigiana, medico, parlamentare per una legislatura, tra i fondatori di Legambiente. Perché ha scelto di dedicarle tanta attenzione?
Anche se è morta meno di trent’anni fa, il suo pensiero non è più riconosciuto tra quelli che hanno ispirato l’ambientalismo italiano. Abbiamo scelto di riportare in quarta di copertina una sua frase: «L’intima logica del capitalismo confligge ormai apertamente con i limiti naturali che l’agricoltura non può valicare». Questo significa che il capitalismo non si cura del domani, ma anche che non è possibile scegliere tra profitto e cura, perché non sono due temi alternativi: il problema è qual è il tuo obiettivo, perché si può costruire un’impresa solida se l’obiettivo è la cura. Il contrario non vale: se cerchi il profitto, sei portato ad abbandonare la cura. La società è arrivata a pensare che chi mira al profitto è in qualche modo giustificato a non avere attenzioni verso l’ambiente. Che il mestiere dell’azienda sia l’utile. Questo però non è vero e preso non sarà più così nemmeno nella Costituzione, perché la modifica dell’articolo 41 (verrà votata in via definitiva entro la fine di gennaio, ndr) prevede che l’iniziativa economica non possa svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente e che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini ambientali. A quel punto non sarà più giustificato né giustificabile l’imprenditore che lavori senza ricercare un miglioramento per tutta la società.
L’autrice sottolinea che forse «questo libro non servirà agli esperti di ecologia e di sostenibilità», ma non è vero: non ne esistono altri capaci di tracciare in modo così evidente il filo rosso che lega riflessioni sviluppate in momenti storici diversi, da pensatori che mai hanno potuto dialogare tra loro. Tra le voci quasi dimenticate c’è quella di Sir Albert Howard, morto nel 1947, botanico, precursore e fondatore indiscusso del movimento dell’agricoltura biologica (nel 2021 Slow Food Editore ha ristampato il suo libro I diritti della terra, pubblicato per la prima volta nel 2005). «È commovente – conclude Scaffidi – leggere ciò che scrive negli anni Trenta del Novecento, quando dà per spacciata l’agricoltura industriale. È convinto che tutti abbiano capito che “quella cosa lì non funziona”, che ha fallito, ed è convinto che si andrà verso un’agricoltura sostenibile. Meno male non ha visto ciò che è successo dopo».
(ExtraTerrestre – il manifesto, 23 dicembre 2021)
Alcuni stralci dalla recensione di Nadia Lucchesi al libro María Milagros Rivera Garretas, Il piacere femminile è clitorideo, traduzione di Barbara Verzini, Edizione indipendente, Collana A mano, 4, Madrid e Verona 2021
Il testo integrale si trova in https://www.autricidicivilta.it/maria-milagros-rivera-garretas-il-piacere-femminile-e-clitorideo-nadia-lucchesi
[…]
Recuperare per la politica il vincolo millenario tra il sentire, l’anima e il piacere femminile: questo è lo scopo dichiarato del libro di María Milagros Rivera Garretas (p. 17), che dimostra come la sessualità femminile sia stata colonizzata attraverso l’invenzione perversa della vagina nel XVII secolo, tristemente famoso perché fu l’apice della caccia alle streghe, e dell’orgasmo vaginale, letteralmente progettato dal nulla dalla medicina maschile e dalla psicoanalisi dal XVIII secolo in poi. Lo scopo di questa “trovata” era legittimare la penetrazione, una pratica spesso pericolosa e rischiosa, che porta con sé gravidanze indesiderate, dunque aborti, infezioni e malattie mortali come la sifilide. […]
M.M. Rivera Garretas ha preso sul serio le parole di suor Juana Inés de la Cruz, senza curarsi di come sono state interpretate da altri, fidandosi invece solo del piacere, del godimento e della felicità che la lettura delle sue opere le suscitava. Questa donna portò al suo massimo sviluppo in America le tematiche della Querelle des femme. […]
M.M. Rivera Garretas ha conosciuto la figura e l’opera di suor Juana fin da quando era bambina e ne ha scritto una biografia, mossa solo da un piacere profondo di studiarla contemporaneamente studiando se stessa (p. 64) e facendone emergere un ritratto completamente diverso da quello del suorjuanismo accademico: il ritratto di una donna innamorata di un’altra donna, una donna che riconosce l’eccellenza femminile ed esalta il piacere di essere donna, scegliendo come oggetto di devozione l’Immacolata Concezione, colei che è capace di concepire corpi senza coito e concetti senza fallo (p. 86).
Di fronte all’Immacolata Concezione il pensiero del pensiero tace, la clitoridectomia simbolica si ferma, la violenza ermeneutica perde il suo potere. Juana seppe conservare la sua fedeltà al piacere originario, restando una donna “clitoridea”, che, come scriveva Carla Lonzi, «non ha nulla di essenziale da offrire all’uomo e non si aspetta da lui nulla di essenziale».
E tuttavia questo rifiuto di assoggettarsi alla vaginalità, fisica o simbolica che sia, e all’«ordine simbolico della spada» non allontana dall’esperienza della fusionalità amorosa, che la mistica, la poesia, l’arte femminili hanno sempre comprovato (p. 96).
Da Saffo a Margherita Porete, da Suor Juana e Teresa d’Avila a Emily Dickinson: in una ricerca compiuta sulle parole di queste straordinarie autrici, M.M. Rivera Garretas evidenzia la descrizione del “ratto”, del trasporto amoroso, che caratterizza l’orgasmo femminile. L’estasi che santa Teresa ha così magistralmente descritto si ritrova anche nel racconto di María Zambrano riguardo all’esperienza dell’azione vera, del piacere che si trova nella capacità di trasformare il mondo (p. 113).
Il trasporto amoroso ci colloca nella dimensione del cielo, ci mostra come sia possibile tenere insieme trascendenza e immanenza, il dentro e il fuori. Il piacere clitorideo ha un andamento spiraliforme, partendo da un centro si irradia alla matrice intera e a tutto il corpo, a tutta l’anima. Non è un caso se la spirale è uno dei simboli più antichi, la sua presenza si riscontra fin dal Neolitico (10000-3500 a.C.) e Marija Gimbutas l’ha collegata alla Dea, senza però associarla all’orgasmo femminile.
Un altro simbolo che lo richiama è la conchiglia, nella quale si trova la perla, uno dei nomi della clitoride. Suor Juana ne inviò una in regalo alla sua amata, Emily Dickinson propose che la perla e la conchiglia facessero epoca, periodizzassero la storia (p. 24) e le vite, come era accaduto a lei stessa. Entrambe, conchiglia e perla, sono associate all’acqua, che accompagna il piacere femminile puro. Anche la rosa è da sempre un nome della vulva e il rosario è frutto dell’amore per la rosa; la devozione al rosario, sottolinea Maria Milagros, è il culto alla vulva immacolata di Maria di Nazareth (p. 128).
Le donne hanno sempre coltivato la libertà amorosa e tra loro si sono sempre sviluppate relazioni molto forti, soprattutto nei monasteri medievali, dove si realizzava quella capacità mistica che è l’amore “platonico”, o meglio quello che Socrate ha imparato da Diotima, di cui quello carnale è solo una copia, come affermava María Zambrano (p. 137). Gli uomini non solo non hanno compreso questa forma d’amore, ma l’hanno temuta e svilita, condannandola e punendola duramente.
L’autrice ricorda in particolare il caso di suor Bartolomea Crivelli e di suor Benedetta Carlini che, dopo una condanna alla reclusione che si protrasse per 35 anni, morì senza tradire la fedeltà a se stessa e il popolo ne venerò le reliquie, senza tenere in alcun conto il giudizio espresso dagli inquisitori.
Se una donna mantiene la propria indipendenza simbolica, può concepire corpi senza coito (pp. 151-152), come è accaduto a Maria e a Elisabetta (ma anche ad Anna, aggiungo io), e concetti senza fallo, come sanno tutte le donne che pensano senza perdere il loro sentire originario, senza tralasciare il piacere e prescindendo dalla violenza ermeneutica maschile: Saffo, Roswitha di Gandersheim, santa Teresa di Gesù, suor Juana, Emily Dickinson, ne sono alcuni esempi di straordinario valore.
I misteri dell’Immacolata Concezione comprendono anche la rifondazione, da parte di Anna, la madre di Maria, della genealogia femminile matrilineare delle tre madri, che il Cristianesimo avrebbe, secondo María Milagros, troncato sostituendo il figlio alla figlia.
[…]
Nelle ultime pagine del suo libro M.M. Rivera Garretas confida di essere solo ora pienamente libera da ogni violenza ermeneutica e di sapersi connettere con il proprio piacere e sentire originari, che hanno radici con la lingua materna e con la relazione, l’abbraccio con la madre, quella reale che le è stata anche maestra e le ha indicato con chiarezza il proprio piacere, la propria allegria nello svolgimento del suo lavoro di docente. La madre le ha insegnato a toccare la quintessenza della materia, la tessitura e l’anima della parola e della sintassi, forse anche per questo l’autrice ha sviluppato una particolare attenzione per il lavoro delle tessitrici, per la loro capacità di “fare la lana”, quindi di creare qualcosa di nuovo, e di essere caste: qualità che appartengono alle donne clitoridee.
Mi fermo qui, consapevole che non è possibile riprodurre appieno la ricchezza di questo saggio: occorre leggerlo e seguire passo passo gli innumerevoli riferimenti alla poesia, all’arte figurativa, alla narrativa, alla saggistica.
Io ho imparato moltissimo e me ne sono veramente deliziata, anche se non tutte le affermazioni dell’autrice coincidono con le mie modalità di espressione e di percezione. Ad esempio, io interpreto la raffigurazione di Anna, Maria e Gesù in quella che chiamo la Trinità della gioia, non come una vittoria del pensiero dominante maschile, anche nel Cristianesimo, o della violenza ermeneutica, ma come una sua sconfitta. Benché Anna non compaia in nessuno dei testi canonici, benché Maria vi sia ridotta a una figura subordinata al figlio, gli uomini non sono riusciti a cancellare la consapevolezza che il figlio maschio è radicato nella genealogia femminile. La nonna e la mamma che lo abbracciano allontanano dalla nostra visione del mondo l’idea mortifera di un padre che mette in croce il proprio figlio, di un divino che si realizza pienamente solo attraverso il martirio. Sarà quel figlio cresciuto alla scuola dell’autorità femminile, della sua sovranità, a trasformare, quasi per effetto di quella che Mary Daly indicava come risonanza morfica, l’intero universo maschile e insegnerà la tenerezza e la gratitudine verso l’opera ininterrotta della Madre, come l’autrice stessa sa che sta già accadendo (p. 158).
È merito delle donne, di quelle che, come questo libro insegna, hanno saputo ritrovare la strada di casa, collegarsi con le loro radici più profonde, salvaguardare la loro anima, insieme ai loro corpi, e fermare la tracotanza di origine patriarcale, per riportare al mondo il piacere.
(Autrici di civiltà – Rivista Online, 6 dicembre 2021)
di Doranna Lupi
Alla Libreria delle donne di Milano
Vi inviamo il Testo Visitazioni frutto del lavoro di un gruppo di donne su mandato del Collegamento Nazionale delle donne CdB e Le molte altre.
In questo tempo di pandemia sono incredibilmente fiorite o rifiorite tante relazioni che in parte hanno attutito, a volte persino accorciato il peso della distanza. Abbiamo avuto l’occasione di conoscere tante donne con le quali difficilmente ci saremmo potute incontrare in presenza, né mai avremmo potuto intessere relazioni così intense e frequenti, dalle quali sono scaturite nuove esperienze, nuovi pensieri e grandi possibilità di scambio.
Da questa inattesa possibilità di incontro è scaturito il desiderio di raccontare il pluridecennale cammino della nostra esperienza di Gruppi di donne della Comunità di base e le molte altre.
Lo strumento è un testo che, attraverso la storia dei nostri gruppi, prova a narrare il confronto tra donne credenti e non credenti sulla spiritualità, sulla ricerca teologica femminista, sul divino e sul sacro e sul ruolo delle donne nella comunità di fede, l’intreccio delle relazioni con altre donne cattoliche, evangeliche, e di altre fedi religiose.
Sia la versione breve, una sorta di abstract che speriamo possa suscitare l’interesse ad approfondire la lettura della versione integrale, sia il testo più ampio e completo, corredato di fotografie e di immagini, sono pubblicati sul sito delle Cdb italiane, che gentilmente ci ospita (https://www.cdbitalia.it/gruppi-donne/visitazioni/).
Siamo contente, quindi, di poter mettere a disposizione in un incontro molto più vasto, le nostre relazioni, le nostre riflessioni, il nostro impegno, i nostri “talenti” e le nostre competenze, nella speranza di poterci incontrare e scoprire le strisce di futuro che potremmo aprire insieme.
Vorremmo organizzare un evento nel quale riprendere a più voci queste nostre Visitazioni, arricchite dalle vostre reazioni, critiche, desideri, abbracci, contributi e altre differenti fioriture!
È possibile che il nostro scritto vi sia giunto per altre vie, vorrete considerarlo non come un… doppione, ma come il frutto degli intrecci delle nostre relazioni.
Grazie per la vostra generosa attenzione. Restiamo in contatto.
Lupi Doranna per “Il gruppo comunicazione Visitazioni”
Pinerolo 29/09/2021
(www.libreriadelledonne.it, 29 settembre 2021)
di Laura Fortini
Vi è da chiedersi se abbia contributo il successo del fenomeno Ferrante nel mondo e in Italia a convincere Mondadori della necessità di ripubblicare Dalla parte di lei di Alba de Céspedes (1949, Mondadori 2021, introduzione di Melania Mazzucco, pp. 554, euro 15), di fatto scomparso insieme alle altre sue opere dal mercato editoriale ormai da moltissimi anni, introvabile anche il Meridiano in cui sono stati riproposti solo parte dei suoi romanzi nel 2011: introvabili anche nell’usato e finanche nelle librerie antiquarie al punto che mi ha chiesto una volta un libraio cosa diavolo fosse successo con i libri di de Céspedes, che tutte cercavano e nessuno trovava più.
Si può quindi solo salutare con entusiasmo la riedizione di Dalla parte di lei, che si spera sia pronuba alle altre notevoli opere di Alba de Céspedes, scrittrice che ha attraversato il Novecento con passo pieno e sovrano, affrontando volta per volta questioni che solo apparentemente possono essere collocate nell’ormai tramontata categoria della “scrittura femminile”, anche se ogni tanto anch’essa torna a fare capolino nella critica letteraria, più vetusta però.
La voce narrante di Alessandra, la protagonista di Dalla parte di lei, è la voce delle donne che attraversarono la seconda guerra mondiale e la resistenza acquisendo progressivamente forza del proprio sentire e del proprio vivere e arrivando così finalmente alla conquista del diritto al voto nel 1945, grazie alle donne che si batterono per esso nell’assemblea costituente: ed è quindi la voce di tutte le donne in tutte le guerre e resistenze al mondo. Ma ancora più è la voce delle donne che si congedano dal patriarcato con atti irremovibili e irredimibili quali quelli dell’assassinio simbolico del marito integerrimo e esemplare, ma colpevolmente ignaro di che cosa significhi il valore della differenza nel progetto di un mondo nuovo quale quello che le donne allora sognavano e che speravano dopo tanto patire: ovvero il rispetto e l’adozione di un alfabeto delle emozioni fatto di attenzione al mondo sì ma declinato sulla cura di sé e all’altra/o, un progetto di felicità personale e collettiva talmente rivoluzionario da arrivare fino ai giorni nostri. Quando Alessandra si accorge che il mondo nuovo nel quale ha sperato non vi sarà, se ne separa in modo definitivo perché sente in pericolo la propria vita, la propria integrità.
Si potrebbe parafrasare per questo romanzo il bellissimo saggio della antichista Nicole Loraux Come uccidere tragicamente una donna – tradotto in Italia da Laterza nel 1985 e anch’esso ormai introvabile –, che osserva come «è a causa degli uomini che le donne muoiono; per loro, molto spesso, si uccidono». L’Alessandra di Dalla parte di lei mette fine alle Anna Karenina della storia e con esse simbolicamente al patriarcato, uccidendo tragicamente un uomo e non un uomo cattivo e brutale, ma un uomo che non ha capito né voluto comprendere il valore delle donne.
Un libro bellissimo, da leggere e rileggere, che chiosa passo passo cosa significhi diventare una donna, ogni volta nuova e diversa da quante ci precedono e grazie anche a loro, a quante hanno scritto, pensato, riflettuto, agito. Alba de Céspedes è sicuramente tra queste: scrittrice, giornalista, direttrice dal 1944 della rivista “Mercurio” che accolse i primi scritti dell’Italia libera dalla dittatura e dalla lunga notte del fascismo, poeta delle filles de mai del Sessantotto, drammaturga e sceneggiatrice per il cinema, la Rai e la televisione, la sua vita ha caratteristiche di tale versatilità che sembra quasi riduttivo definirla solo un’intellettuale tale e tanta è stata la sua energia vitale, glielo scrive Maria Bellonci già in una lettera del 1948.
Vi è però da chiedersi come mai si sia scelto di riproporre l’edizione del 1994, che non ha la partizione dell’edizione che ha circolato in Italia dal 1949 al 1976, che ha venduto innumerevoli copie e che si è continuato a leggere fino ad oggi. Quella del 1994 ora riproposta è infatti la versione approntata da Alba de Céspedes per l’edizione statunitense, di ben 150 pagine in meno, confluita nel Meridiano che raccoglie parte dei romanzi della scrittrice, ma diversa e lontana da quel Dalla parte di lei che la tradizione di lettrici conosce bene. A partire dalla stessa Elena Ferrante che ne scrive nella Frantumaglia ponendo il romanzo in una sorta di proprio personale canone novecentesco, fatto di scrittrici, scrittori e libri come l’Adele di Tozzi, Dalla parte di lei di de Céspedes, Lettera all’Editore di Gianna Manzini, e poi Menzogna e sortilegio e l’Isola di Arturo di Elsa Morante e altri. Il libro che ha fatto buona compagnia a Elena Ferrante mentre scriveva le proprie opere è sicuramente il Dalla parte di lei in una delle molteplici edizioni che l’hanno proposto nella versione integrale, non nella redazione che de Céspedes sforbiciò per la traduzione statunitense del 1952, i cui tagli, come scrisse lei stessa in una lettera ad Arnoldo Mondadori del 21 novembre 1951, «sono stati fatti per assecondare la mentalità del semplicissimo pubblico americano» e non certo per il pubblico francese, ad esempio, come aveva già sottolineato in una lettera precedente.
De Céspedes predispose quindi per altri paesi una versione abbreviata del romanzo, non per l’Italia però, dove si è sempre letta l’edizione integrale, suddivisa in parti geograficamente e storicamente ripartite, secondo un’architettura dell’opera che de Céspedes abbastanza comprensibilmente voleva venisse letta dal pubblico italiano, che certo non riteneva semplicissimo come quello statunitense. Se è quindi comprensibile che l’editor Mondadori Antonio Franchini nel 1994 abbia pensato di proporre come una novità editoriale una nuova versione con i tagli allora effettuati, a oggi si tratta di una operazione poco comprensibile, che potrebbe corrispondere in parte forse all’ultima volontà dell’autrice, ma che poco corrisponde alla tradizione di lettura di uno dei libri più amati dalle lettrici italiane, il numero delle copie vendute sta lì a dimostrarlo.
Non va infatti sottovalutata l’importanza che le lettrici hanno avuto per le scrittrici tutte ma in particolare per Alba de Céspedes, pronta nel 1994, pur di ripubblicare dopo molti anni di circolazione delle sue opere già allora quasi clandestina, ad accettare sforbiciate a un’opera alla quale aveva lavorato fino all’ultimo momento ancora nel 1949, ma è stata la veste del 1949 – non quella del 1994 – che l’ha di fatto consegnata a un successo di pubblico senza precedenti: come del resto accaduto per molti altri classici, la lettura di un’opera letteraria fa parte della tradizione di un testo e sarebbe bene darle il giusto rilievo.
Chissà che comunque l’effetto Ferrante non porti alla riedizione (integrale, però) anche delle opere di Fabrizia Ramondino, data la contiguità evidente del ciclo de L’amica geniale con Un giorno e mezzo di Ramondino e al suo splendido teatro/oroscopo napoletano che conclude la pubblicazione del 1988, dal 2001 mai più in libreria come molte altre sue opere, nonostante Goffredo Fofi abbia ipotizzato a suo tempo che sotto il nome Elena Ferrante vi fosse Ramondino sotto mentite spoglie.
Si tratta di un discorso che può andare ben lontano, passando attraverso Paola Masino, di cui è stata riproposta recentemente solo Nascita e morte della massaia (2019) mentre mancano sostanzialmente all’appello i molti racconti (tranne Racconto grosso e altri riedito di recente), un romanzo importante come Periferia. E andando più oltre si arriva a Grazia Deledda, ormai relegata alla letteratura dell’Ottocento e alla Sardegna, il solo luogo dove si possano trovare le edizioni del Maestrale che insieme alle le ottime edizioni Ilisso hanno pubblicato volumi egregi con introduzioni e curatele eccellenti, come quelle di Giovanna Cerina ai numerosi volumi di racconti deleddiani, davvero notevoli. Ma occorre ancora ricordare che Grazia Deledda appartiene a pieno titolo al Novecento e che scrive fino al 1936, data di pubblicazione della bellissima autobiografia in terza persona Cosima, ancora oggi sostanzialmente reperibile in formato economico Oscar Mondadori con una introduzione di Vittorio Spinazzola del 1975? E che Deledda è la prima scrivere sempre nel 1936 ne La chiesa della solitudine cosa significhi per una donna scoprire di avere un cancro al seno, malattia di cui morì lei stessa? Le costellazioni delle scrittrici e delle lettrici hanno scie luminose fatte da tante luci e la loro forza è un vortice che potrebbe piegare anche gli editori più recalcitranti.
(il manifesto, 13 novembre 2021)
di Sara Manuela Cacioppo e Ivana Margarese
Proponiamo questa bella intervista ad Annie Ernaux in cui si inventa un genere per le sue opere: l’auto-sociobiographie. Già qualche anno fa in un’intervista pubblicata in Francia i lavori di questa scrittrice venivano definiti in negativo: non è autobiografia, non è storia, non è romanzo, non è… Con Luciana Tavernini allora avevamo detto: «È storia vivente». Un consiglio è quello di leggere i suoi libri seguendo l’ordine dell’elaborazione dell’autrice e non quelli della pubblicazione in italiano (Marina Santini per la Redazione del sito).
Annie Ernaux è una scrittrice coraggiosa e certamente un’innovatrice. Il suo stile intimo e analitico non lascia spazio alle mezze misure, ai coinvolgimenti tiepidi. Il lettore ne è comunque toccato. Ernaux ha il coraggio di raccontarsi, di aprire il baule della memoria e di raccontare senza sconti i minima moralia dell’esistenza. Ha dato voce e spazio a ciò che rischiava di passare inosservato sommerso da false credenze e ipocrisie. La lettura è capace di farci prendere coscienza delle cose che ci sono state sempre intorno pur non avendone avuto mai piena coscienza. In tutti i suoi libri, editi da Gallimard e da L’Orma in Italia, la Ernaux intreccia l’esperienza individuale a quella sociale e collettiva. Così se in “La Place” e “La Honte” descrive l’ascesa sociale dei suoi genitori, in “La Femme gelée” si concentra sul suo matrimonio, mentre in “Passion simple”, “Se perdre” e “L’Occupation” narra delle sue passioni amorose spesso tormentate, fino ad affrontare temi delicati e di grande impatto sociale come l’aborto in “L’Événement”, la morte della madre in “Une femme” o l’anoressia, la bulimia e le prime esperienze sessuali in “Mémoire de fille”.
Il suo stile rivendica una scrittura neutra, “plate”, «che non valorizzi né svaluti i fatti raccontati». L’ultima frase del libro “Les années” offre una sintesi della sua scrittura e delle sue ambizioni: Sauver quelque chose du temps où l’on ne sera plus jamais, sauver toutes les images qui disparaîtront [Salvare qualcosa del tempo in cui non ci si troverà mai più, salvare tutte le immagini che scompariranno, Ndr].
Infine l’opera letteraria della Ernaux è influenzata da un approccio sociologico, in particolare dalle teorie di Pierre Bourdieu. La scrittrice opera dunque una ridefinizione dell’autobiografia trasformandola in un genere del tutto nuovo, l’auto-sociobiographie, in cui l’esperienza reale è raccontata da un je collectif, fulcro del legame indissolubile tra l’intimo e il sociale.
Sara Manuela Cacioppo: Nelle sue interviste così come nelle sue opere fa riferimento all’ambizione di agire sul pensiero tramite la scrittura. La sua écriture engagée contribuisce a correggere le ingiustizie sociali, a partire dalle differenze di genere e sessualità. In “La Femme gelée” [La donna gelata], trasforma l’inconfessabile repulsione e orrore per la propria vita-prigione in un percorso di liberazione e dolorosa presa di coscienza.
Elle a trente ans, elle est professeur, mariée à un « cadre », mère de deux enfants. Elle habite un appartement agréable. Pourtant, c’est une femme gelée. C’est-à-dire que, comme des milliers d’autres femmes, elle a senti l’élan, la curiosité, toute une force heureuse présente en elle se figer au fil des jours entre les courses, le dîner à préparer, le bain des enfants, son travail d’enseignante. Tout ce que l’on dit être la condition « normale » d’une femme [Ha trent’anni, è professoressa, spostata a un “quadro”, madre di due figli. Abita in un appartamento gradevole. Eppure, è una donna gelata. Vale a dire che, come migliaia di altre donne, ha sentito slancio, curiosità, tutta una forza felice presente in lei immobilizzarsi con lo scorrere dei giorni tra la spesa, la cena da preparare, il bagno dei bambini, il suo lavoro di insegnante. Tutto ciò che si definisce la condizione “normale” di una donna, Ndt].
Crede nel «potere politico» della letteratura?
Sì, cos’è la politica se non la voglia di cambiare le cose affinché non restino fisse, immutabili nel tempo che scorre? Vede, nella mia scrittura, anzi nel mio desiderio di scrivere c’è una speranza di poter cambiare, di poter migliorare il presente così come il futuro. Il cambiamento non sarà di certo globale né accadrà nell’immediato, ma sono convinta che toccherà il singolo, che le mie parole agiranno sulle coscienze individuali. L’accettazione del cambiamento da parte del lettore dipende anche dal rapporto che istaura con il libro che ha fra le mani. La lettura è capace di farci prendere coscienza delle cose che ci sono state sempre intorno pur non avendone avuto mai piena coscienza.
Quindi alla sua domanda rispondo sì, credo che i libri possano agire sul modo, credo che l’io di qualcuno possa agire su quello di un altro. Tuttavia, è necessario che i libri non siano solo riflesso dell’intimo, ma anche della società. È con questa convinzione che nel 1981 ho scritto “La Femme gelée” (La donna gelata), in cui, come lei ha efficacemente spiegato, denuncio l’ingiustizia secondo cui le donne, a causa del loro sesso di nascita, siano obbligate a occuparsi delle faccende domestiche e dei bambini. Quando il librò uscì fece scalpore perché a quell’epoca non era abituale parlare di tali questioni liberamente come oggi. Pertanto ha ragione, l’ho scritto con la speranza di cambiare la società, di pretendere giustizia per le donne.
Sara Manuela Cacioppo: Lei rivendica uno stile di scrittura “reale” senza metafore o “espressioni eleganti”, quasi una forma di scrittura “documentaria”. Per andare oltre le gerarchie sociali e letterarie, mescola temi e registri linguistici, raccontando il mondo in un modo che è allo stesso tempo storico e individuale. “Fotografa” l’esperienza umana rivelandone le cangianti e talora oscure sfaccettature. La sua scrittura è un vero e proprio esperimento sia sul piano formale che contenutistico. Essa rifiuta l’autofiction a favore della verità, dell’esperienza intima del singolo che diventa “parola-confessione” e poi universalità. Pensa di aver inventato nuove “immagini” in letteratura?
Sono parolone importanti, eh! Però è vero, le ho usate anch’io riferendomi al mio modo di scrivere. Ripercorrendo nella mente il mio percorso letterario, penso di avere portato qualcosa di nuovo in letteratura, soprattutto nel ripensare la scrittura autobiografica, rendendola una scrittura non solo dell’intimità ma del sociale, una scrittura capace di evocare anche la sfera politica in cui è calato il mondo in cui viviamo. Questo mélange fra intimo e sociale non esisteva nella letteratura degli anni ottanta e novanta del secolo scorso. Posso rivelarle che in effetti ho sempre voluto cercare una forma adatta al pensiero che volevo esprimere, che sentivo il bisogno di comunicare. Questa ricerca stilistica continua mi ha permesso di rivoluzionare non solo il contenuto ma anche la forma tradizionale del testo letterario. La mia scrittura è ricerca del reale, del reale sociale, del reale collettivo, del reale delle donne. Quindi, in un certo senso, sì ho cercato di portare nuove immagini in letteratura, ho cercato di cambiare la letteratura, apportando il mio contributo nella grande rivoluzione delle forme letterarie cominciata molti anni fa.
Sara Manuela Cacioppo: Lei ha affermato che «i libri danno spesso una visione maschile del mondo». In che modo le sue opere si impegnano a contrastare questa manipolazione invisibile?
Sono assolutamente convinta che viviamo assoggettati a una visione maschile del mondo, viviamo sotto l’egemonia dello sguardo maschile, quello che gli inglesi chiamano the male gaze. Lotto da sempre, con tutte le forze, per annientare questa visione dominante con il potere della scrittura. Tutti i miei libri sono pervasi da questo desiderio di rivalsa, ed è per questo che sono raccontati dallo sguardo di una donna, dagli occhi con cui una donna vede il mondo. Fin da subito il mio obiettivo è stato quello di mettere in luce una visione del mondo tutta al femminile, così ho raccontato le esperienze delle donne, le loro sofferenze, passioni, sensazioni. L’ho fatto già a partire dal primissimo libro che parlava di aborto, un tema importante su cui sono ritornata più tardi nel libro “L’événement” [L’evento]. Invece il motivo che mi ha spinta a scrivere “Les années” [Gli anni] non era quello di lottare contro l’imposizione dello sguardo maschile, ma di mostrare come lo scorrere del tempo fosse percepito dalle donne in modo del tutto diverso rispetto agli uomini. Racconto la storia della Francia dagli anni quaranta fino ai giorni nostri, filtrata dalla sensibilità femminile: se lo avessi scritto secondo la visione maschile, di sicuro il risultato finale del libro sarebbe stato molto diverso. In “Les années” insisto sulle metamorfosi che le donne hanno subito, sugli eventi che le hanno cambiate: ripenso alle donne degli anni cinquanta, ripenso a mia madre paragonandola alla donna che sono oggi, alla donna del tutto diversa dal passato che sono diventata. Al centro del libro infatti vi è proprio questa evoluzione della donna nel tempo, in un confronto inesauribile fra ciò che era e ciò che è, fra il passato e il presente.
Sara Manuela Cacioppo : Ammiro la sua capacità di descrivere la sessualità femminile senza reticenze né pudicizie. In “Mémoire de fille” [Memoria di ragazza] racconta la sua prima notte di sesso con un uomo alla colonia di S. nell’Orne. L’esperienza sessuale si diffonde ferocemente attraverso il suo corpo, intaccando ogni parte di lei, persino il suo futuro. La penetrazione del corpo e dello “spirito” risuona nella sua memoria, producendo immagini indelebili, di dolore e annientamento del sé.
La scrittura infatti rende possibile la decostruzione dell’io martoriato e al contempo la sua ricostruzione. Il processo di rimemorazione intrappola nella scrittura il ricordo, la sofferenza, tutto resta immobile nelle parole. L’esperienza personale trova il suo compimento fra le pagine, ed è lì che deve essere “abbandonata” per andare avanti. Tale trasformazione e rinascita per mezzo dell’atto di scrittura, richiede una coraggiosa rinuncia al dolore, alla falsità, all’ipocrisia verso se stessi, in un continuo conflitto tra accettazione e resa. In «Mémoire de fille » scrive: J’ai voulu l’oublier aussi cette fille. L’oublier vraiment, c’est-à-dire ne plus avoir envie d’écrire sur elle [L’ho voluta dimenticare anch’io quella ragazza. Dimenticarla veramente, cioè non aver più voglia di scrivere su di lei]. Eppure non l’ha dimenticata, non è così? Quella ragazza è intrappolata nel libro, ma non l’ha dimenticata.
No, mai. Non posso dimenticare la ragazza che sono stata, non si può dimenticare un trauma subito, soprattutto quando accade qualcosa che intacca l’essere nella sua completezza. Quando si subisce un trauma talmente grande da avere un impatto sia sulla tua intera giovinezza che sul tuo rapporto con gli uomini, la vita ne è condizionata per sempre. Traumi del genere non possono essere cancellati dalla memoria. Non posso dimenticare chi sono stata.
Per riallacciarmi anche al discorso di prima: non so se conosce lo scrittore francese, Serge Doubrovsky, morto qualche anno fa. Lui, in uno dei suoi libri scritto circa negli anni novanta, prova a ricordarsi della prima ragazza con cui ha fatto l’amore, scrive, scrive, cerca di ricordare, ma mentre le pagine si susseguono il ricordo non emerge. Ecco, vede? Questo per me è assurdo, oserei dire scandaloso. Questo esempio che le ho fatto mostra la profonda differenza, non solo fisica ma ontologica, fra l’essere maschile e femminile: io non potrei mai dimenticare un’esperienza importante della mia vita o se la dimenticassi per sfortunati eventi che non dipendono dalla mia volontà, cercherei un modo per recuperarla.
Sara Manuela Cacioppo: Nel romanzo “L’Occupation” ritrae una gelosia ossessiva, una passion noire che infesta letteralmente il suo immaginario. Cos’è per lei la gelosia? Chi è l’être occupé [l’essere occupato]?
Partiamo dal presupposto che i miei libri provengono sempre da qualcosa che ho vissuto.
Infatti anche questo libro è una storia vera…
Lo è assolutamente… Io penso che sia naturale, che nella scrittura ci siano sempre “segni di verità”. Per rispondere alla sua domanda, la gelosia è il contrario della passione ma è passione essa stessa, una passione oscura. Il termine occupé descrive la sensazione di essere riempiti completamente da qualcun altro, riempiti nella mente e nel corpo. L’être occupé vive appunto una passion noire, cioè una passione negativa che implica due persone: la persona di cui vorrebbe possedere l’amore in maniera completa, totalizzante, e l’altra persona che ha preso il suo posto accanto all’uomo che amava e che rivorrebbe con sé. L’occupante principale diventa allora non l’uomo di cui è innamorata, ma l’altra, colei che l’ha sostituta. L’occupazione è la scomparsa di sé stessi a causa dell’altro, è un déplacement, uno spostamento dell’oggetto amato. Come può capire, è un’esperienza estremamente interessante, ma estremamente dolorosa.
Sara Manuela Cacioppo: In un’intervista rilasciata a Fréderic-Yves Jeannet (L’Écriture comme un couteau, 2011), ha dichiarato: «Non mi considero un’entità singola, io sono una somma di esperienze, di determinazioni sociali, storiche, sessuali e di linguaggi continuamente in dialogo con il mondo. L’esperienza forma necessariamente una soggettività unica, ma io uso tale soggettività per trovare e rivelare meccanismi o fenomeni più generali e collettivi». L’influenza dell’approccio sociologico è evidente nei suoi scritti, possiamo parlare in effetti di auto-sociobiographie. Dunque nelle storie che racconta l’intimo è sempre legato al sociale?
Certamente. Noi siamo “esseri sociali”. Siamo individui immersi in un ambiente sociale definito, non esseri fluttuanti. Abbiamo, è ovvio, una psicologia soggettiva, ma anche quest’ultima in quanto formatasi in una collettività è sempre condizionata dalla storia e dall’ambiente sociale in cui siamo nati e cresciuti. È per questo che nei miei libri intreccio l’intimo al sociale, sono quasi imprescindibili. In essi troverete sempre una dimensione che definirei sessuata e sociale.
Ivana Margarese: In Una donna riporta in epigrafe un’affermazione di Hegel secondo cui la contraddizione, che sembrerebbe impossibile da pensare, è nel dolore di chi vive qualcosa di reale. Allo stesso modo leggere libri è un’appassionante maniera di voler comprendere il mondo, che deve arrestarsi tuttavia nell’ammettere che il modo in cui ci guardano gli altri rimane comunque più potente di qualsiasi libro. La cultura non può proteggere da tutto. C’è in effetti nella sua scrittura, a mio parere, un esercizio ossimorico nella tessitura continua di parti lacerate, nella tensione tra ciò che soffoca e ciò che apre ad altro e nel coniugare insieme ironia e entusiasmo.
La mia scrittura è una continua riflessione. Quando mi metto a scrivere infatti rifletto su ogni affermazione, su tutto ciò che quell’affermazione può significare, su tutto ciò che può essere vero così come su ciò che può non esserlo. Cerco di spiegarmi. Quello che intendo è che ogni scrittura è sempre un interrogarsi sulle cose del reale. E questo è uno dei motivi per cui ho inserito la frase di Hegel in epigrafe nel libro “Una donna”. Tutto quello che dico su mia madre in questo libro, lo potrei dire in un altro modo. So bene che ci sono cose di lei che non conosco, quello che scrivo del resto è solo il mio punto di vista.
Ivana Margarese: Vorrei fare una domanda sul rapporto col materno e sul valore simbolico e culturale della figura della madre a cominciare dall’esempio della Vergine Maria e del suo essere immacolata, senza macchia, ombre e egoismi. Il ritratto che offre di sua madre nei suoi libri è tutt’altro che piatto e rassicurante. Emerge sia una vitalità, una capacità di condividere il desiderio, sia una durezza che deriva anche dalla frustrazione di quello stesso desiderio. Per me, come figlia e forse come madre in futuro, è fondamentale riconoscere e accettare l’ambivalenza del rapporto con la madre, il senso di accettazione che coesiste con quello di paura e la capacità di riconoscere entrambi. Qual è la sua opinione sull’argomento?
Penso che la relazione che intercorre fra una madre e sua figlia sia sempre molto ambigua, nel senso che è difficile sia da percepire con lucidità, che da raccontare o da cogliere nelle sue sfumature complesse. È un rapporto che evolve con gli anni, non è fisso o immutabile e come tale deve essere compreso e interiorizzato. Tornando al libro citato in precedenza, “Una donna”, le posso dire che se lo scrivessi da capo, non potrei scriverlo uguale perché il tempo è passato. Se oggi riscrivessi quel libro su mia madre, magari lo scriverei in modo diverso.
Ivana Margarese: Ha dei particolari riti di scrittura?
Diciamo di sì. Scrivo al mattino, ma devo essere sola, non posso scrivere se ci sono persone intorno o dei familiari in casa. Questi sono i miei riti abituali, per il resto scrivo tanto al computer che a mano.
Ivana Margarese: Vorrei parlare di una questione complessa: l’aborto. In Italia, dove la legge 194 dovrebbe essere un diritto acquisito da più di quarant’anni, forse per la forte influenza cattolica il numero di obiettori di coscienza ha raggiunto cifre inaudite. L’aborto è ancora un argomento poco discusso, associato al senso di colpa e al rimpianto. Lei invece ha avuto il coraggio di parlare dell’aborto, dando voce a molte donne attraverso la sua esperienza. Cosa pensa che si possa imparare e trasmettere attraverso il dialogo su questa esperienza?
Tempo fa non era possibile scrivere sull’aborto in modo esplicito poiché quest’ultimo era formalmente proibito in Francia a causa della legge del 1920, che è stata abolita, pensi, solo nel 1975. Prima non si poteva scrivere di aborto se non sotto forma di allusione, mai con estrema chiarezza o completezza nel riportare i fatti. Inoltre parlando di aborto non si poteva scrivere in prima persona e mai in modo autobiografico. Quando si è potuto trattare l’argomento in maniera schietta, era già passato del tempo e quell’esperienza sembrava un ricordo conservato nella memoria, ma fissato sulla carta. Ecco, penso che la letteratura possa avere un ruolo importante in tal senso: nel fissare l’esperienza del singolo e al contempo della collettività di cui egli fa parte.
Ciò che conta per me è descrivere le mentalità, le evoluzioni della società e i suoi diversi aspetti e problematiche, così come i modi di vivere, le novità che fanno andare avanti il mondo, i cambiamenti storici della società francese.
Ivana Margarese: Uno dei compiti della filosofia è la ricerca della verità, la comprensione della realtà senza pretese. La sua scrittura è anche una ricerca della verità. Mi piacerebbe poter tracciare una possibile genealogia dei “filosofi” che hanno segnato il suo modo di pensare e di scrivere.
Di sicuro Simone de Beauvoir, i suoi scritti hanno influenzato la mia vita, il mio modo di pensare, ma prima di lei ricordo Jean-Paul Sartre: leggere La nausée [La nausea] da ragazza è stato per me un vero e proprio shock. In ambito letterario invece potrei elencare molti autori che mi hanno profondamente segnata, ad esempio i grandi scrittori americani, in particolare ricordo il libro Les Racines de la colère [The Grapes of Wrath] di Steinbeck, e poi sicuramente Virginia Woolf, l’ho letta quando avevo venticinque anni, l’ho amata molto e l’amo ancora.
Ivana Margarese: Sta già scrivendo il prossimo libro?
Sì, lo sto scrivendo, è un libro importante in termini di “estensione temporale” nel senso che copre parecchi anni personali, ma li racconta in modo diverso rispetto al libro che ho già pubblicato, “Les années”.
Biografia
Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Finora L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia, Memoria di ragazza, Una donna, vincitore del Premio Gregor von Rezzori 2019, La vergogna, L’evento e La donna gelata.
(Traduzione di Sara Manuela Cacioppo, https://www.vocidallisola.it/2021/11/12/annie-ernaux-lintervista, 12 novembre 2021)
di Franca Fortunato
Varcare la soglia dei settant’anni, quando il passato è più del futuro, andare in pensione, fare bilanci, tirare le fila di una vita, trasferire i ricordi dalla memoria alla scrittura, è quello che fa Ilda Boccassini nel suo libro “La stanza numero 30 – Cronache di una vita” (Feltrinelli), ripercorrendo indietro nel tempo 40 anni di gioie e dolori, sprazzi di felicità e momenti di abisso. Da quella stanza, al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano, dove arrivò giovanissima dalla sua Napoli con un figlio piccolo, ha portato avanti le sue indagini, celebrato processi, diventando incubo e bersaglio per mafiosi, corrotti e corruttori, politici potenti come Silvio Berlusconi e Cesare Previti, magistrati sedotti dalle lusinghe del potere e del denaro. Quarant’anni di battaglie, di delusioni e sofferenze ma anche di conferme, soddisfazioni e solidarietà di tante donne e uomini. Sempre pronta, dalla medesima stanza, a respingere insulti, minacce di morte e di stupro, insinuazioni, false accuse, attacchi feroci, tentativi di delegittimazione, di rimozione, da parte di un potere politico economico e massmediale bestiale, che fa di tutto per “difendersi dal processo” fino a piegare il Parlamento agli interessi di una sola persona, Silvio Berlusconi, e a ricorrere a iniziative eversive come l’irruzione di 100 parlamentari del Popolo delle Libertà nel palazzo di giustizia durante il primo processo “Ruby”, al grido “persecuzione giudiziaria”. Il libro ha il grande merito, attraverso una delle protagoniste, di restituire alla memoria e alla coscienza collettiva un pezzo di storia del nostro presente e il clima di intimidazioni e di paura verso quei magistrati, come Ilda, colpevoli di non essere scesi, come altri, a compromessi con il potere. Quanta spregiudicatezza nella proposta di Berlusconi al Quirinale! È “Ilda la rossa”, dal colore dei suoi folti riccioli, “la selvaggia”, “l’indomita”, “l’inavvicinabile”, “l’incorruttibile”, la femminista dalle collane vistose, un modo “per spezzare la tristezza” e dire: “Se pensate di piegarmi, di spegnermi, vi sbagliate”. È Ilda, la donna bella e coraggiosa, fedele a se stessa che sfida i pregiudizi sulle donne in magistratura, che porta sempre gli occhiali da sole come difesa “prima da un ambiente che non conosceva” e “poi da una malvagità” che aveva “imparato a conoscere” insieme a gelosie, odio, invidie di chi cerca di colpevolizzarla quando lascia i figli a Milano per trasferirsi in Sicilia e indagare sulla strage di Capaci, come aveva promesso in quel freddo obitorio a Giovanni Falcone, il magistrato avversato in vita e glorificato da morto. Davanti a quel corpo straziato giurò a se stessa e a lui che avrebbe “fatto qualsiasi cosa perché il suo lavoro non andasse perduto”, che avrebbe “protetto la sua memoria”, che avrebbe “sempre agito in un modo che lo avrebbe reso orgoglioso” di lei. E così è stato, in nome di quell’amore “dell’anima” fatto di affetto sincero e profondo, di amicizia vera, stima e ammirazione smisurata, che la legava a lui da vivo e da morto. Un amore che commuove, di cui racconta con grande rispetto di sé e di Falcone, e con delicatezza per i morti e per i vivi. Ne scrive dopo trent’anni da quella morte per liberarsi “dai demoni” e potersi aprire alla vita che le resta da vivere, e così, pacificata con se stessa, può lasciarlo andare a riposare accanto a colei che la morte ha unito per l’eternità. Un libro bello, utile, che dedica «alle donne dell’Afghanistan e alla loro lotta per la libertà». A lei un grazie per la magistrata che è stata e per la donna che è ed è sempre stata.
(Il Quotidiano del Sud, 12 novembre 2021)
di Federico Gurgone
È in libreria, edito da Giunti, La preistoria è donna (pp. 300, euro 20) della storica francese Marylène Patou-Mathis, direttrice di ricerca presso il Cnrs e specialista nel comportamento dei Neanderthal. Come evidenzia l’eloquente sottotitolo – Una storia dell’invisibilità delle donne – il saggio chiarisce quel che sciaguratamente appare ancora necessario chiarire: le donne preistoriche non trascorrevano le giornate spazzando le grotte; la metà maschile della popolazione non può vantare alcuna esclusività nel contributo offerto all’evoluzione tecnica e culturale dell’umanità originaria. Ne discutiamo con l’autrice.
C’è una motivazione particolare che l’ha indotta a scrivere questo libro proprio in questo momento storico?
Per combattere luoghi comuni sulla preistoria che persistono nei testi scolastici, figuriamoci in un immaginario collettivo alimentato dalle superficiali ricostruzioni del modo di vivere dei nostri antenati divulgata dalle illustrazioni, dai film e dalla letteratura. La società occidentale è fortemente impregnata di patriarcato e la gender archaeology, diffusa nei paesi anglosassoni, è stata a malapena recepita dai colleghi europei.
Nel corso della mia carriera sono inciampata in pregiudizi metodologici viziati da presupposti sessisti. Dalla metà dell’Ottocento agli anni Ottanta del secolo scorso mai nessuno si è preso la briga di mettere in discussione un assioma: gli artefici delle innovazioni capaci di segnare il progresso sono maschi. Il controllo del fuoco, la grande caccia, l’arte rupestre? Merito loro. E basta.
Come è nato il postulato dell’inferiorità delle donne in quei contesti?
È stato a fatica costruito nei secoli, prima teorizzando una divisione dei compiti sulla base del genere, presumendo la diversa capacità dei sessi di svolgere una determinata attività, quindi gerarchizzando i compiti stessi, infine dando per scontati i risultati di tale elaborazione. La caccia, ritenuta tipicamente maschile, è stata considerata più nobile della raccolta, ovviamente femminile. L’educazione dei bambini e le mansioni domestiche richiedendo competenze sottovalutate, non potevano che interessare le sole donne. Seguendo questa falsariga gli uomini finirono progressivamente per confinarle nella sfera familiare, riservandosi la facoltà di gestire ogni affare connesso alla vita sociale, politica e culturale. In principio fu la religione a scolpire nella pietra il dogma della subordinazione delle donne, in seguito ci pensarono i medici, da Ippocrate a Cabanis, a decretare un’inferiorità femminile «per natura».
La scienza può forse aiutarci a ritrovare una giusta prospettiva?
La bio-geochimica permette, grazie all’analisi degli elementi contenuti nel collagene conservato nelle ossa, di conoscere la dieta di un individuo del Paleolitico. Non sono state riscontrate differenze nelle abitudini nutrizionali tra uomini e donne, per cui potremmo dedurne che i loro status sociali si equivalessero.
A conclusioni simili ci porta lo studio dei traumi presenti sulle ossa, indizio della ripetizione continuativa di una specifica azione dovuta alle occupazioni lavorative. Il Dna, inoltre, ha smascherato le attribuzioni di numerosi fossili che, nel dubbio, erano giudicati maschili. Il cosiddetto Uomo di Mentone, rinvenuto nel 1872 in una delle grotte dei Balzi Rossi, presso Ventimiglia, è stato giustamente ribattezzato la Donna del Caviglione.
Con nitidezza sempre maggiore si palesa l’incapacità dell’archeologia, qualora volesse, di mettere in relazione la professione con il genere.
Lo ribadisce la recente scoperta della tomba di una cacciatrice vissuta novemila anni fa sulle Ande peruviane. Nel continente americano – si è poi capito – le donne avrebbero costituito dal 30 al 50% del totale dei cacciatori. Ciò dimostra come la nozione di genere, binaria nel mondo occidentale contemporaneo, non fosse identica in quell’epoca e in quel luogo, per i quali possiamo benissimo immaginare una distribuzione degli incarichi in base all’abilità e all’esperienza. Magari cacciava e dipingeva semplicemente chi ne era capace. L’arte paleolitica raffigura principalmente animali. Quando troviamo figure umane, quasi al 90% sono femminili, a partire dalle famose Veneri. Senonché l’interpretazione delle statuette è stata appannaggio di studiosi uomini, i quali evidentemente hanno preferito far risalire a se stessi la loro creazione. Prove? Nessuna. Anzi, se esaminiamo le molteplici rappresentazioni di donne incinte e l’alta mortalità durante i parti, ci viene naturale ipotizzare che almeno una parte delle statuette sia stata scolpita da donne per altre donne, per esempio con la funzione di amuleti protettivi. E ormai è certo che molte delle impronte di mani in negativo sulle pareti delle grotte sono state apposte da donne. Forse i dipinti vicini sono stati realizzati da loro.
Sembra ovvio. Anche tra gli aborigeni d’Australia, se cercassimo confronti, incontreremmo un buon numero di riproduzioni pittoriche realizzate da artiste.
Ecco, l’etnoarcheologia. Di nuovo studiosi maschi: avendo notato un ruolo di genere nelle società occidentali prese in esame, dove sono gli uomini a cacciare, hanno dedotto per la preistoria una situazione analoga. Senza nemmeno tenere a mente che si può cambiare: se l’economia dei cacciatori-raccoglitori si è perpetuata, ciò non vale necessariamente anche per le strutture sociali, il modo di pensare, la cosmogonia e la percezione di genere.
Conosciamo il Paleolitico soprattutto da scavi effettuati in Europa e nel Vicino oriente. Il resto del mondo ha però ancora tanto da insegnare. In Africa il sistema matrilineare è stato per lungo tempo più frequente di quello patriarcale; lo stesso potrebbe essere accaduto in alcune società preistoriche.
Una rilettura della preistoria può favorire la costruzione di un futuro prossimo migliore?
Deve. A volte, nostro malgrado, abbiamo sentito l’urgenza di gerarchizzare popoli, sessi, culture, epoche. Tuttavia, se siamo qui è perché sia le donne sia gli uomini preistorici hanno saputo adattarsi al loro ambiente e risolvere i loro problemi. Sarebbe sufficiente cambiare i criteri con cui osserviamo il passato per accettare che patriarcato e violenza potrebbero non aver sempre convissuto con l’umanità. La speranza nasce da una constatazione: la storia non è fissa e nulla è immutabile. Il patriarcato è solo un fenomeno contingente: deve e può essere sostituito da una visione egualitaria.
(Alias-il manifesto, 6 novembre 2021)
di Arianna Di Genova
Un giorno, era ancora una bambina, Barbara Mazzolai, nel prendersi cura dell’orto di famiglia, si accorse che le zucchine prendevano strade misteriose e procedevano tenendosi vicine, senza sbagliare un colpo. Erano in grado di orientarsi. Fu quella sapienza a ritornarle in mente quando, ormai grande e biologa, si incaponì per studiare ancora e diventare ingegnera. Voleva costruire un robot in grado di studiare il suolo. Nacque così il suo «plantoide»: un dispositivo che utilizzava le strategie del mondo vegetale per scrutare «quel che abbiamo sotto i piedi». Non fu subito accettato dalla platea degli scienziati (perlopiù maschi), ma presto gli scettici si dovettero ricredere. Le piante interagiscono e mettono in atto un sistema complesso di comunicazione fra loro e così il plantoide poteva agire magnificamente anche «da fermo»: serviva solo un finanziamento per la sua nascita. Che un giorno arrivò per email.
Nel libro Ragazze per l’ambiente, pubblicato da Editorialescienza, scritto da Vichi De Marchi e Roberta Fulci, con le illustrazioni di Giulia Sagramola (pp. 140, euro 16,90), che segue il precedente Ragazze con i numeri, sfilano dieci storie di altrettante scienziate che stavolta hanno dedicato tutti i loro sforzi e la loro intelligenza al nostro pianeta, adoperandosi per arrestare le diverse catastrofi che incombono. Dai pesticidi all’estinzione di specie animali fino al consumo indiscriminato delle risorse, ognuna si è applicata in un campo dell’ecologia. Non di rado, hanno avuto vita difficile in un parterre tutto di uomini, poco propenso ad accettare la scienza declinata al femminile. Come è accaduto a Anne Innis Dagg, la giraffologa, anzi colei che ha scritto la «Bibbia delle giraffe», che andò a pedinare gli esemplari in libertà nel Sudafrica degli anni Cinquanta sfidando le convenzioni sociali e poi, una volta rientrata in Canada, non riuscì mai a conquistare un posto fisso all’università, continuando a finanziarsi progetti e ricerche da sola, senza mai desistere. Caitlin O’Connell, invece, andò in Africa negli anni Novanta. I tempi erano cambiati e per lei e Tim fu meno avventuroso occuparsi della loro passione: gli elefanti. Caitlin, nascosta in un bunker mentre registrava i movimenti dei pachidermi, ebbe l’intuizione giusta. Gli elefanti, come gli insetti, comunicano con piccolissime vibrazioni che trasmettono attraverso il terreno, onde sismiche per noi impercettibili. Sono animali meravigliosi, messi a rischio per il valore commerciale dell’avorio delle loro zanne e lei e il marito Tim sono diventati negli anni dei paladini che combattono al loro fianco contro il bracconaggio e anche per evitare i conflitti con i contadini per lo «sfrutttamento» del territorio che condividono.
Maria Klenova fu un’altra scienziata coraggiosissima. In un’epoca di guerra civile, agli inizi del Novecento, raggiunse Mosca per continuare l’università. Fu la mossa giusta, nonostante ancora si combattesse per le strade tra rivoluzionari e non. Poté così imbarcarsi sulla nave Perseo, che navigava nelle acque gelide del Mar di Barents. La sua era una missione scientifica e all’equipaggio sembrava assai strano avere a bordo una donna.
Maria Klenova voleva mappare i fondali oceanici, le fosse, le pianure, i dossi di quel pezzo di mare Artico dal fascino mitologico. Ci riuscì e nel 1933 consegnò la sua speciale «cartina» che poi le permise di scrivere manuali di geologia marina. Come donna però dovette da principio rinunciare all’Antartide: domanda rifiutata. Poi, ci furono solo paesaggi di ghiacci per lei. Uno particolarmente alto, in Antartide, porta oggi addirittura il suo nome.
Non temeva il freddo neanche Susan Salomon. Il suo obiettivo era quello di sensibilizzare sui cambiamenti climatici analizzando il «buco nell’ozono». Il Polo sud era il banco di prova perfetto per i suoi esperimenti e lei andò lì, fra i pinguini e le nuvole polari stratosferiche. Capì il meccanismo e lo spiegò. In fondo, ha vinto: nel 1987 venne siglato il protocollo di Montréal «grazie alle nostre acrobazie nel gelo della base McMurdo», come spiega Susan alla giovane Sofia avida di sapere. E dal 2016 quel buco ha cominciato a richiudersi. C’è una speranza di rimedio alla follia umana, allora.
(Extraterrestre-il manifesto, 21 ottobre 2021)
di Silvia Baratella
Quando un’idea è radicata nella propria verità soggettiva offre un guadagno a tutte. Ne ho avuto conferma una volta di più leggendo da femminista eterosessuale Noi le lesbiche – Preferenza femminile e critica al transfemminismo [autrici varie, ed. Il dito e la luna. 93 pagine, 12 euro].
Fedeli alla loro esperienza, le cinque autrici – Flavia Franceschini, Lucia Giansiracusa, Cristina Gramolini, Stella Zaltieri Pirola, Sabina Zenobi, tutte attiviste di Arcilesbica Zami – prendono parola per darne conto, a partire da sé e dalla preferenza per le donne. «La parola che secondo noi ci definisce e definisce tutte le donne che amano le donne e che preferiscono le donne è “lesbica”» (Prefazione). La scelta del verbo “preferire” mi ha colpita. Amare non esaurisce tutto, “preferire” è qualcosa di più, c’è un’assunzione di responsabilità verso i propri sentimenti, c’è un’intenzione politica. “Preferire” rimanda al piacere della scelta, alla soddisfazione di averla fatta, al riconoscimento della forza che ci è voluta per farla.
«Cos’hanno dunque in comune le lesbiche? Siamo nate femmine e abbiamo tutte saputo immaginare l’impensabile amore con un’altra donna; tutte abbiamo saputo disobbedire al divieto e fatto esperienza di un rapporto bello e imprevisto, quello della preferenza amorosa tra due donne, tutte singolarmente abbiamo avuto una grande forza.» (cap. 2.1 – Esseri umani di sesso femminile)
La preferenza vissuta per un’altra donna smentisce l’irrilevanza del sesso cosiddetto “biologico” e non si lascia includere in altre esperienze. Marca un’irriducibile asimmetria e ne fa fonte di libertà:
«Siamo esterne al campo del desiderio maschile, mentre non lo sono gay, trans, bisessuali, gender fluid ed eterosessuali. […] Non essendo accessibili al godimento maschile, […] osiamo smascherare le pretese maschili. Non siamo al servizio di piani altrui, il senso della vita di una donna non è essere al servizio di piani altrui – il senso di nessuno è di essere al servizio di piani altrui.»
Da qui un punto di vista autonomo messo liberamente in gioco, a partire da una felice consapevolezza di sé, che si inscrive nella genealogia femminile: «Siamo esseri umani, il nostro sesso è femminile, come quello della madre che ci ha fatto nascere. Siamo diventate lesbiche e abbiamo scelto di accettarlo […]» (cap. 2.1). Una scelta vissuta con una gioia che anima anche la polemica delle autrici contro certi imperativi di “fluidità” che vorrebbero liberare tutti e tutte dagli schemi tradizionali, ma al contrario rischiano di produrre ancor più norme e normalizzazione.
Alla parte più teorica si intrecciano narrazioni e considerazioni personali (vd. cap. 5 – Il senso attuale della politica lesbica) e il libro si conclude con un respiro di prospettiva (cap. 6 – Le ragazze continuano a innamorarsi e 7 – Cosa vogliamo?), che abbraccia il mondo e non resta confinato al confezionamento di “diritti” su misura.
La scrittura è attenta a chi non conosce la storia e le parole affrontate nel libro: nulla è dato per scontato e tutto è definito con precisione. Leggere Noi le lesbiche è un piacere, come per le autrici è un piacere preferire le donne.
(www.libreriadelledonne.it, 14 ottobre 2021)
di Marirì Martinengo
Papirus. L’infinito in un giunco è il titolo del libro di Irene Vallejo, filologa dell’Università di Saragozza, tradotto in italiano da Monica Badana, per Bompiani (pagine 561 euro 24).
Una storia, mai narrata prima, del desiderio umano, sorto e sviluppatosi lentamente nei millenni, di trovare il modo di dire e trasmettere l’esperienza vissuta, attraverso la parola, l’oralità, e poi di fissarla tramite la scrittura, infine la sua conservazione in appositi luoghi, le biblioteche e più tardi le librerie, in Europa, Medioriente. India, Cina.
Una storia che avrei voluto conoscere negli anni del liceo e dell’università, al posto degli elenchi, aridi e tediosi, di battaglie, sconfitte, vittorie, nomi di generali, re e imperatori…
Un libro sulla memoria, su questa pulsione umana che esprime il superamento della morte, dell’oblio, inteso anticamente come omaggio alle Muse, figlie della Memoria.
Il non omnis moriar, che ha fatto nascere, fra gli altri intenti, la nostra Libreria e ha spinto me e molte altre, a scrivere.
L’autrice, filologa ricercatrice dell’Università di Saragozza, tesse il suo racconto in bilico fra ricostruzione scrupolosa delle origini dell’oralità, della scrittura e l’avventuroso e il romanzesco; indugia nella narrazione anche a riportare aneddoti attribuiti a personaggi famosi e a ricordi autobiografici: da questo sapiente, variegato amalgama il lungo racconto risulta vivace e avvincente.
Nel libro si narra come in origine quanto si riteneva memorabile fosse trasmesso a voce, da cantori, gli aedi, e che solo più tardi trovò posto nella scrittura.
Il papiro, un giunco che cresce sulle rive del Nilo rese agevole la scrittura, affidata in precedenza a tavolette di pietra o di terracotta; i caratteri erano impressi con uno stilo, munito di spatola, per le correzioni; il papiro rese possibile la stesura di lunghi testi, la loro conservazione in rotoli e infine la sistemazione in ripiani di legno. In Egitto fiorì una vera e propria industria per la coltivazione, la raccolta, l’esportazione del papiro, in tutto il mondo allora conosciuto. La pianta del papiro, sapientemente conciata dagli Egizi, garantì la secolare durata della biblioteca di Alessandria, delle sue emule, distribuite in Occidente e in Oriente e, soprattutto, servì da modello alle biblioteche future fino ai nostri giorni.
Il libro comunque per tutta l’antichità, sia in tavolette o in papiro o in pergamena, fino all’invenzione della stampa, avvenuta in Europa, nel XV secolo, restò un prodotto artigianale: le tavolette potevano essere legate fra di loro da una cordicella inserita in un foro, i testi su papiro o su pergamena, ricopiati a mano, erano avvolti in rotoli; va detto però che la lettura, o meglio, la decifrazione, ne era comunque resa ardua dal fatto che le parole si susseguivano senza interruzione fra di loro e la punteggiatura rimase a lungo sconosciuta.
Si dà rilievo all’importantissimo passaggio dalle scritture basate su segni convenzionali e ideogrammi all’alfabeto, strumento conciso, pratico, agile, universalizzabile, creato dai mercanti fenici, adottato e adattato da Greci e Romani.
Grande parte del volume è dedicata all’espansione dell’Ellenismo, sulle sue ricadute positive per la diffusione della cultura e della lingua greca e soprattutto della fondazione della biblioteca di Alessandria, simbolo della fusione fra Oriente e Occidente, custode per secoli, del sapere di tutti i territori limitrofi. A proposito dell’ecclettismo della fondazione, l’autrice interpreta in modo originale il mito di Europa, che simboleggia il rapimento della cultura orientale perpetrato dall’Occidente.
All’interno della biblioteca, personale specializzato si occupava delle traduzioni dei testi stranieri; tutti i documenti, non solo venivano conservati in rotoli di papiro, ma anche sistemati in ambienti e scaffali a misura e catalogati, per facilitarne il reperimento. Trovarono posto al suo interno scuole di alto livello, in cui confluivano i sapienti dell’epoca, sui quali Irena Vallejo indugia per menzionarne il pensiero, le opere, l’influenza.
La biblioteca era sostenuta e finanziata dai Tolomei, sovrani d’Egitto, eredi di Alessandro.
L’autrice scredita il resoconto di Plutarco a proposito dell’incendio che avrebbe distrutto la famosa istituzione, nel primo secolo a. C.; sostiene invece che in quel tempo ad andare a fuoco furono i rotoli di papiro, ammassati sulle imbarcazioni, pronti per l’esportazione.
Comunque, la biblioteca, un tempo faro di luce, subì un lento declino, alcuni incendi, saccheggi e devastazioni, ma perì soprattutto perché, con la sempre maggiore potenza di Roma, il centro del mondo era diventata quella città.
In riferimento ancora ad Alessandria, l’autrice riferisce le lotte feroci fra pagani e cristiani nel secondo e nel terzo secolo d.C. e l’ultimo guizzo fulgido della sua splendida cultura: Ipazia.
Attenzione per le donne
Ad Atene, come si sa, le donne delle famiglie agiate vivevano segregate nei ginecei, dedite alla tessitura e all’allevamento della prole, ma l’autrice non manca di riferire che il primo nome in assoluto segnalato in poesia è quello di una donna, Eneduana, di famiglia nobile, vissuta nel 1500 a.C., seguita poi da Cleobulina.
A proposito della segregazione delle Ateniesi, l’autrice avanza un’ipotesi creativa: nell’Atene del V secolo potrebbe essersi verificato un movimento di donne insofferenti della loro situazione, inclini all’insubordinazione; sarebbe palese nelle parole di Medea, protagonista della tragedia omonima di Eschilo e delle donne del coro: parole forti di denuncia di uno stato non più tollerabile di esclusione; sempre secondo la convincente supposizione dell’autrice, anima del movimento sarebbe stata Aspasia. A sostegno di ciò Irene Vallejo afferma che il teatro in Grecia era portavoce degli umori dell’agorà. Accanto ad Aspasia avrebbero figurato Antigone, Bassamora, Lisistrata e altre.
La raffinata civiltà ateniese, di cui Vallejo è sconfinata ammiratrice, creò, ad opera del drammaturgo Eschilo, di cui ricorda anche I Persiani, e dello storico Erodoto, la capacità di “mettersi nei panni di altre e altri”. In riferimento alle donne, riferisce le curiose affermazioni contradditorie di Platone, secondo cui gli uomini indegni sarebbero rinati donne e che non esistono, nel governo della Repubblica differenti attitudini o disposizioni fra donne e uomini.
Due donne frequentarono l’Accademia del filosofo.
La scaltra studiosa sorvola sulla tanto decantata democrazia ateniese, che in realtà considerava cittadini a pieno titolo e candidati al governo della res publica solo i maschi adulti con esclusione delle donne, degli stranieri, degli schiavi.
Sia nelle zone di influenza greca come poi in quelle di influenza romana erano tenuta in grande considerazione l’epica e la tragedia, mentre il riso e la commedia non godevano di stima (dei numerosi comici si conservò solo Aristofane); a questo punto Irene Vallejo cita Il nome della rosa, l’enigma della metà perduta del libro di Aristotele, quella dedicata al riso, nella sinistra biblioteca dei monaci visitata da Guglielmo di Baskerville. L’abbandonarsi al riso era considerato disdicevole e pericoloso per il potere sia civile sia religioso.
Per quel che concerne lo sguardo e i riferimenti alla storia, grande risalto viene dato ad Eschilo che ne I Persiani, nemici giurati della Grecia, si astiene dal giudicarli negativamente e si mette nei loro panni e allo storico Erodoto che si fa raccontare la storia della propria patria dagli altri.
L’entusiasmo dell’autrice scema visibilmente quando, nella seconda parte del libro, passa a trattare della civiltà e cultura romane, cui però riconosce l’ammirazione per il modello greco, l’invenzione del libro nel formato agile e maneggevole che usiamo ancora adesso, nella fondazione, a partire dal I secolo a. C, di biblioteche pubbliche, numerosissime, alcune delle quali sistemate perfino presso le terme per facilitarne la frequentazione anche al grande pubblico; riconosce la maggiore libertà di cui godevano le romane nell’accesso alla lettura, alla cultura in genere, la loro presenza ai banchetti, agli spettacoli, alle manifestazioni religiose e sportivi.
La fitta rete stradale romana collegava fra loro e con i centri maggiori città e cittadine, tutte dotate di vie ad angolo retto, acquedotti, fognature, teatri, templi, fori, scuole fino ai più alti livelli, biblioteche, le une e le altre frequentate da donne e uomini.
Ce ne è rimasta a testimonianza, la biblioteca di un patrizio, Pisone, situata in una lussuosa villa ad Ercolano, salvata, per modo di dire, dalla lava della famosa eruzione del 79 d. C, e riportata alla luce in questi ultimi tempi. La raccolta contava centinaia di volumi, alcuni dei quali di pregio, decorati con miniature, lettere a caratteri dorati.
Alcuni imperatori, a cominciare da Augusto, avviarono percorsi di censura su libri ritenuti insidiosi per la stabilità politica e sociale, per la morale consolidata: Il poeta Ovidio fu esiliato a vita, a causa dei suoi versi e forse di un malinteso o equivoco: Ovidio stesso ascrisse la propria condanna a carmen et error. Va detto che nell’Ars amandi, oltre alla gioiosa esaltazione dell’amore in tutte le sue forme, il poeta cantava la pienezza dell’amore raggiunta quando anche la donna prova piacere.
I primi cristiani, per ben altri motivi, per sfuggire alla censura, dovettero tenere a lungo nascosti i loro preziosi testi sacri.
Numerosissimi i nomi di donne romane dedite alla scrittura, filtrati attraverso gli scritti altrui, ma delle quali l’opera è andata perduta, a parte qualche frammento giuntoci a mezzo citazioni; ci è pervenuta viceversa una poesia d’amore e altri frammenti di Sulpicia, che si sono salvati perché integrata in un’antologia di poeti appartenenti al Circolo di Tibullo, frequentato probabilmente anche da lei. Sulpicia, di nobile e ricca famiglia, scrisse appassionati e audaci versi d’amore per un certo Cirinto.
Sono sopravvissuti al tempo, all’incuria, alle devastazioni alcuni scritti di Agrippina, la madre di Nerone, e di Cornelia, la madre di Caio e Tiberio Gracco, le lettere di Tullia a suo padre Cicerone.
Roma riuscì a omogeneizzare, grazie alla lingua e alla cultura diffuse dai libri, l’Europa, l’Africa settentrionale, parte dell’Asia, fino all’India. Anche nei luoghi più periferici e lontani dai centri maggiori vi erano persone colte e ricche che incaricavano i propri schiavi istruiti di copiare i libri che, sulle strade di Roma, mettevano in circolazione un sapere tratto da un’unica tradizione, globalizzando – per usare un termine attuale – il mondo allora conosciuto. L’imperatore Caracalla nel III secolo d.C. si spinse al punto di promulgare una legge che estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero.
Successivamente, con il sopravvenire di popolazioni altre nei territori dell’impero, si spezzò e frantumò quella cultura e quella civiltà e dobbiamo gratitudine a quelle donne e a quegli uomini che, con coraggio, grandi sforzi e indomita volontà, riuscirono a conservarci quanto ancora abbiamo.
Il libro di Irena Vallejo termina con il racconto delle forti e determinate donne che, a dorso di mule, con pesanti carichi sulle spalle, percorrono ogni giorni gli impervi sentieri dei monti Appalachi, per portare dei libri negli sperduti villaggi delle dirupate montagne; questo episodio ci serve per non dimenticare che un’infinità di donne e uomini, nel corso della storia, anonime e anonimi, hanno dedicato passione e lavoro al libro – fabbricazione, scrittura, copiatura, conservazione, divulgazione – strumento ineguagliabile di cultura, civiltà, svago.
(www.libreriadelledonne.it, 14 ottobre 2021)
di Rosaria Guacci
Che cosa lega assieme scrittrici come Ursula Le Guin e J. K. Rowling, o Laura Pugno e Nicoletta Vallorani? E che c’entra Mary Shelley con Viola Di Grado? Per scoprirlo è necessario considerare la narrativa fantastica delle scrittrici, un fenomeno culturale che nel suo insieme ha contribuito a spostare l’immaginario sul ruolo e il posto delle donne nella nostra società, recita la quarta di copertina del saggio.
Il libro indaga i percorsi del fantastico italiano degli ultimi venti anni. Purtroppo questo genere letterario, considerato di serie B, non viene accettato dalla critica accademica. Per smontare il pregiudizio basterebbe citare “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood. «Negli ultimi vent’anni», scrive Giuliana Misserville, «il fantastico in Italia sta emergendo dai confini della letteratura di genere». Nelle autrici prese in esame c’è comunanza di visione e d’intenti e un tentativo di decostruire lo sguardo conformista maschile imputato, appunto dall’Accademia, a questo genere letterario (come già scritto, Atwood docet). L’analisi dell’autrice non si limita al nostro Paese. La ricerca è quindi «di un’idea di letteratura differente, radicale e nuova». Senza confini.
(www.libreriadelledonne.it, 6 ottobre 2021)
di Luciana Tavernini
È uscita finalmente in italiano la biografia Emily Dickinson. Vita d’Amore e Poesia, scritta soprattutto per le giovani da María-Milagros Rivera Garretas, arricchita con sette delicate e originali illustrazioni a colori dell’artista Maria Vittoria Sesta e pubblicata da VandA.edizioni, casa editrice che ci sorprende per il sempre più ricco catalogo di libri e traduzioni che dal femminismo aprono prospettive per tutte e tutti.
L’autrice, ora docente emerita dell’Università di Barcellona in cui ha insegnato per decenni, cofondarice nello stesso ateneo dal 1982 del Centre de Recerca de Dones Duoda e poi della rivista Duoda, è autrice di decine di saggi e libri, tradotti anche in catalano, inglese, italiano e tedesco. Ha creato forti legami tra il femminismo italiano, spagnolo e latino americano con moltissime iniziative, di cui si può avere idea visitando la sua pagina web: www.mariamilagrosrivera.com
Conoscevo il lavoro suo e di Ana Mañeru Méndez di traduzione in spagnolo di tutte le poesie di Emily Dickinson e il CD con la loro lettura, pubblicato in tre raffinati volumi.1 Conoscevo l’originale riflessione sulle loro modalità di traduzione, presentate nel saggio pubblicato dalla rivista delle filosofe di Diotima Né inglese né spagnolo: tradurre la poesia di Emily Dickinson. (“Per amore del mondo” N. 15, 2017).
Dunque ho accolto con fiducia e piacere, e ho voluto tradurre, la biografia che mi ha aperto strade di accesso anche alle poesie più misteriose.
Questo piccolo libro introduce a un itinerario di scoperta di sé attraverso la narrazione della vita di Emily Dickinson e di alcune sue poesie di cui possiamo leggere il testo tratto dall’edizione critica di Franklin. Offre delle linee di lettura che aprono alla comprensione di come in ogni poesia ne siano stratificate altre. Milagros, grazie alla sua grande cultura che spazia in vari ambiti e tempi, collega le vicende della vita di Emily a riflessioni di filosofe come Simone Weil e María Zambrano, a figure storiche come quelle delle murate medievali, a diverse immagini artistiche come la Transverberazione del Bernini e lo fa con un linguaggio che unisce delicatezza e precisione.
Attraverso il libro le giovani hanno la possibilità di incontrare una selezione di poesie, sia nel testo originale sia tradotte dalla poeta e traduttrice Loredana Magazzeni. Come lei stessa racconta nella presentazione del libro alla Libreria delle donne visibile su youtube, ha seguito il metodo di Rivera Garretas, con cui si è confrontata, che «ha avuto come presupposto proprio l’allontanamento da qualunque tentativo di addomesticare quanto di selvaggio, rivoluzionario, anticonformista e misterico risiedesse nella scrittura di Emily, depotenziando ogni sforzo di razionalizzazione e imbellettamento della traduzione a favore di un potenziamento, invece, della libertà nel dire, anche quando questo sfugge alla logica più tradizionale del verso».
Delle poesie viene suggerita un’interpretazione che incoraggia a trovare la propria forma espressiva perché tutto possa essere detto, incoraggiamento necessario proprio in quell’età dove si corre il rischio di ridurre al silenzio la propria voce più autentica.
Sulla generazione del libro ho intervistato l’autrice che con le sue riflessioni arricchisce la nostra esperienza come lettrici.
Dopo aver tradotto in spagnolo per dieci anni con Ana Mañeru Méndez tutte le poesie di Emily Dickinson, hai scritto questa intensa ed essenziale biografia, dove apri alla comprensione di alcune poesie insieme a momenti cruciali della vita della poeta con un modo al tempo sicuro e colloquiale. Qual è stato il percorso che ti ha portato a questa scrittura?
La prima cosa che ho dovuto fare per scrivere questa biografia è stata ignorare uno dei più grandi divieti della violenza ermeneutica universitaria, che è la proibizione di tenere insieme vita e scrittura, esperienza vissuta e le parole per dirla, mie e dell’autrice studiata. Il che non vuol dire che altre non l’abbiano fatto prima di me, ma che bisogna decidere ogni volta se farlo o fare invece pensiero del pensiero. La violenza ermeneutica divide, separa, classifica; la lingua materna tiene insieme tutto, senza mescolarlo, perché il vissuto e la scrittura sono due cose diverse, non coincidono mai. L’una illumina l’altro, sì, ma sempre in tensione e in perdita. Nella scrittura di questo libro, sostenere questa tensione, la tensione creatrice, è stato particolarmente difficile. Perché tanto la vita quanto la scrittura di Emily Dickinson, tanto il piacere più eminente quanto il dolore che annienta, tanto le poesie quanto le lettere, dislocano tutto, da ciò che è più piccolo a ciò che è più grande, dall’insopportabile che lei sopportò per Amore, amore di una donna, all’impensabile che lei riesce sempre a dire, e dire in bellezza e perfezione. Per me, nella tensione creatrice, la guida è stata la sintassi, l’umile sintassi, garante del senso, che nella scrittura di Emily Dickinson non si perde mai, persino se non capisci, persino nei suoi famosi spasimi, “scrittura spasmodica” l’hanno chiamata i suoi critici, ammiratori controvoglia che probabilmente non hanno avuto mai un vero spasimo nella loro vita.
Dopodiché ho dovuto praticare la passività: la passività che concepisce, che può concepire grazia. Voglio dire lasciarmi dare da lei, dalle sue poesie, dalla sua non punteggiatura o punteggiatura in altro modo, senza pormi domande, senza propositi, senza rigore, senza politica, senza princìpi, pronta a sperimentare la sensazione che quelle parole e quella sintassi ti possono fare scoppiare la testa. Niente di eroico, niente, sapere soltanto che dovevo adeguare me alla sua comprensione, non la sua comprensione alle mie capacità. Mi hanno aiutato le esperienze vissute nei rapporti con le mie nipotine e anche alcuni film per ragazze. E soprattutto mi ha aiutato la fedeltà, la fedeltà totale alle sue parole; penso che la fedeltà, la dedizione, siano spesso assenti nelle interpretazioni della vita e della scrittura di Emily Dickinson ancora oggi, o forse ancora di più proprio oggi.
Nella biografia scrivi del dolore dell’incesto, un delitto e i suoi “Confini di dolore”, che hai scoperto attraverso diverse poesie, ventitré delle quali con Ana hai tradotto e raccolto nel libro Ese Día sobrecogedor. Poemas del incesto (Sabina editorial, Madrid 2017), il cui titolo è tratto dal verso “Since that appalling Day”, da quel Giorno terrificante, spaventoso, della poesia 331 “The only Ghost I ever saw”. Sono poesie che come dici nell’introduzione a quel libro, mostrano i confini di dolore per il senso di terrore e disagio che fanno sentire, prima ancora di poterli comprendere. Del resto in una lettera a Higginson del gennaio1874 Emily scrive del Terrore a cui andava incontro a casa, “ma il Terrore era preferibile al nulla”.
Tu in questa biografia riesci a rivelare l’incesto con la delicatezza con cui si può farlo con ogni ragazza o ragazzo in modo che non si facciano pietrificare dal dolore attraverso l’indifferenza ma mantengano il contatto col loro sentire, continuando ad avere fiducia nella possibilità delle parole di esprimere la propria esperienza. Come hai potuto parlarne e perché si ha paura a parlarne, anche se ultimamente in diversi paesi sempre più donne prendono la parola pubblicamente e ne scrivono, come sta accadendo in Francia con il #MeTooInceste?
Gli studiosi non nominano quasi mai l’incesto del padre e del fratello, sofferto da Emily Dickinson e da sua sorella Lavinia.
Non lo nominano perché non vogliono.
Non è compito loro far finire il patriarcato, non è compito loro portare alla fine se stessi e il proprio modo di vita, fondato sul contratto sessuale.
Le studiose non nominano quasi mai l’incesto perchè non possono. Candela Valle Blanco, nel saggio “Dire l’indicibile. Ascoltare il vero”, ora disponibile in italiano nell’ultimo numero della rivista delle filosofe di Diotima (http://www.diotimafilosofe.it/larivista/dire-lindicibile-ascoltare-il-vero1/), ha scritto che la responsabilità dell’incesto è indirettamente della madre, perché spetta a lei la cura e la protezione della figlia: l’incesto è responsabilità femminile. Se in quanto donne non ci prendiamo questa responsabilità, facendo a meno, per esempio, della vaginalità, nel senso anticipato mezzo secolo fa da Carla Lonzi, poco o niente resta da dire: leggi, pena capitale o meno, discorsi, morale, urla, non servono a niente. Stiamo irresponsabilmente zitte.
Perciò un capitolo del libro è dedicato a questa grande sofferenza, forse la più grande nella vita di Emily Dickinson. Ho cercato di scrivere questo capitolo quasi con tenerezza, come mia madre ci insegnava a riconoscere, e fuggire, dai pedofili che avremmo trovato per strada andando a scuola da sole, e non sbagliò, anzi. O come insegna la stessa Emily Dickinson: ho tentato di dire la verità, ma di dirla obliqua, slant.
Ma l’incesto va detto, senza tregua, sempre, e va sempre creduto. Emily Dickinson lo fa. Grida in una delle poesie più oscure, la 673, My Message – must be told –, Il mio Messaggio – deve essere detto –. E lei lo dice dice fra sperperi d’Oro masiccio, Diamanti e Pietre Preziose, perché la bambina che ha patito l’incesto va guarita solo con sperperi d’Amore, d’Oro, Diamanti e Pietre Preziose, sprechi che riapriranno il suo sentire originario e la sua anima corporea alla purezza e al bianco dove lei era stata messa al mondo nell’abbondanza. Per questa ragione sul libro l’unica poesia dedicata all’incesto, la 307, parla del bianco, il colore della redenzione della sofferenza e del piacere clitorideo, piacere puro, casto, senza penetrazione, senza dolore.
Dedichi un capitolo all’amore tra Emily e Susan che diventerà sua cognata, la sua maggiore corripondente per ben 36 anni a cui Emily dedicò per quanto conosciamo 276 poesie e a cui scrisse moltissime lettere pubblicate in Open me Carefully. Emily Dickinson’s Intimate Letters to Sue Huntington Dickinson, da Ellen Louise Hart e Martha Nell Smith (Paris Press, 1998). Sue fu l’amica a cui riferirsi, quella che permette di trovare il tu incarnato femminile a cui offrirsi e da cui ricevere misura, smentendo l’idea della genialità solipsistica. Tu riesci a dare l’idea della ricchezza di questa relazione in cui l’anima corporea di entrambe fu coinvolta. Puoi parlarcene?
Emily Dickinson fu una donna clitoridea, lo sapeva e lo diceva. Io non conosco nessun’altra creatrice che abbia inventato tantissimi modi di dire e di far sentire l’amore fra donne e il piacere clitorideo, in se stesso e senza limiti. Si potrebbe nominare Georgia O’Keeffe fra le pittrici, senz’altro, però in verità no, a mio parere. Emily Dickinson riesce a ispirare in te quello che non sapevi né avresti imparato altrove, non si limita a trovare la bellezza somma per quello che bene o male già conosci. Lei fu in realtà una scrittrice mistica, cosa finalmente dicibile apertamente oggi perché noi donne non confondiamo più la mistica con le religioni monoteiste; sapiamo invece che mistica è Amore, è politica, è Mistero; e Amore è sempre piacere, piacere clitorideo (non ho mai sentito parlare di mistica associata con la penetrazione, al massimo si parlava di “erotica del potere”). Emily Dickinson concepisce concetti senza fallo, senza confini né contorni, senza macchia; ogni sensualità concreta, un Emisfero, e la donna concreta, Signora della Casa, hera, l’hera prepatriarcale e non-patriarcale nel patriarcato. In questo senso è mistica: fu capace di concepire grazia. Come Susan Dickinson concepì corpi, fu madre, senza coito. L’hera è letteralmente la Signora della Casa e, dalla casa, del Mondo: la donna che sa che la sua indipendenza simbolica non dipende dagli uomini né da antinomie sociali come pubblico / privato, ma da Amore, dalla libertà femminile e dalla frequentazione del Mistero.
Emily Dickinson riesce a esprimersi così, a concepire grazia con le parole, perché -sostengo io – conobbe il segreto della mistica beghina medievale, l’unione mistica nel piacere che cercavano nelle loro celle vicine al cielo le murate dell’Europa feudale. Emily conosceva il mistero e il piacere intenso de le Loingprès, la Lungiprossima, la Divina Presenza, Amore, Lontana e Vicina alla distanza opportuna. Nel suo caso, la distanza opportuna fu segnata, rispetto alla lontananza, da un sentiero, una siepe, un gradino di lava e la porta sochiusa che separavano la casa di Emily, chiamata The Homestead, dalla casa di Susan, chiamata The Evergreens; e rispetto alla vicinanza, fu segnata dalla passione e dalla sorellanza che le univa, e dal difficile patto a tre fra Susan, Emily e il fratello Austin.
Nella biografia sviluppi il tema dell’ispirazione e dell’esperienza di essere visitate da lei, di come nasce il pensiero dell’esperienza, riuscendo a rivelare cose che interessano chi le dice o scrive e chi le ascolta o legge. Sottolinei la modalità di fare poesia che rivoluzionò le regole linguistiche e compositive della sua epoca perché lei potesse scrivere ciò che veniva scoprendo ed era necessario che lei portasse nel mondo. Perché hai dato così tanta importanza a questo tema in un libro dedicato soprattutto alle e ai giovani?
Nel libro ho tentato anche d’insegnare un po’ alle ragazze la scrittura, la scrittura femminile come ispirazione e come mestiere. A scuola e all’università si insegna a scrivere al maschile o al neutro, valutando la verità oggettiva, verità, secondo la scuola e l’università, che in realtà non esiste. Una ragazza o una donna che ama la scrittura soffre in modo particolare questa contraddizione sulla verità propria della violenza ermeneutica universitaria. Perché la scrittura femminile è in primo luogo, secondo me, scrittura ispirata, che parte da sé e si conette col prima di sé, con la genealogia materna della Trinità Femminile delle Tre Madri e delle Tre Marie, con le loro voci ascoltate come vera profezia, di fili sondati nel profondo, di parole e frasi letteralmente dettate se una sa e desidera ascoltare. Emily Dickinson insegna a farlo, ad ascoltare fedelmente. Lei scriveva sopratutto di notte, fra mezzanotte e l’alba, tempo di contemplazione, di silenzio, senza interruzioni, non soltanto perché aveva molto da fare di giorno – nelle lettere si lamenta del lavoro domestico, che non le piaceva – ma sopratutto per essere pronta alla Visita, se arrivava, dell’ispirazione, del Mistero. Forse una delle poesie meno capite e più impattante se capita, efficace e indimenticabile, è la 764, My Life had stood – a Loaded Gun –. Insegna alla scrittrice o apprendista scrittrice a riconoscere l’ispirazione poetica quando arriva, ad attenderla, ad affidarsi a lei, a guardare, trovare e custodire dentro di sé le parole per dire quello che va detto da lei e non è stato mai detto prima: a proseguire senza paura, indifferente ai mandati o alle regole degli uomini e della cultura. Senza nostalgia del dolore del patriarcato.
María-Milagros Rivera Garretas, Emily Dickinson. Vita d’Amore e Poesia, trad. dallo spagnolo di Luciana Tavernini, trad. delle poesie dall’inglese di Loredana Magazzeni, illustrazioni di Maria Vittoria Sesta, VandA.edizioni, Milano 2021, pp. 120, E. 13,00
(Leggere donna, N. 192/ luglio-agosto-settembre 2021, pp. 34-38)
1 Emily Dickinson, Poemas 1-600. Fue – culpa – del Paraíso, prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2012, 940 pagine. + CD formato mp3; Emily Dickinson, Poemas 601-1200. Soldar un Abismo con Aire – , prefazione, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2013, 778 pagine. + CD formato mp3; Emily Dickinson, Poemas 1201-1786. Nuestro Puerto un secreto, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, con la postfazione di MariaMilagros Rivera Garretas, Madrid, Sabina editorial, 2015, 640 pagine + CD formato mp3.
di Daniele Piccini
Piera Oppezzo appartiene al numero dei poeti sommersi del Novecento: lei nata a Torino nel 1934, vissuta dal ’66 a Milano e scomparsa, in solitudine, nel 2009 (lo stesso anno in cui moriva Alda Merini). Il secolo che attraversò non l’ha inserita negli elenchi dei nomi da ricordare. Tuttavia un gruppo di cultori lavora per riportare qualche traccia del suo lavoro all’attenzione di nuovi lettori. È così che, dopo la ricca antologia Una lucida disperazione (Interlinea, 2016), vede la luce la raccolta Esercizi d’addio. Poesie inedite 19521965. Sono testi che non sono mai usciti in volume (semmai sparsi in rivista) e che arrivano fino all’anno subito precedente al prestigioso esordio poetico di Oppezzo, avvenuto da Einaudi nel 1966 (L’uomo qui presente).
Subito il lettore si accorge della diversità degli inediti rispetto alla raccolta einaudiana: quella è già inscritta in una poetica astratta, concettuale, mentre gli Esercizi d’addio rivelano un retroterra che definiremmo esistenzialista. C’è, è vero, un punto di contatto. Nella quarta di copertina del libro di Einaudi si parla di una «riduzione del linguaggio», di un «preciso concetto di economia verbale». Su questo terreno si muovono anche gli Esercizi, ma con maggiore sospensione evocativa.
Esercizi d’addio è un titolo parlante: non riguarda vicende affettive, ma il continuo, occhieggiante motivo del congedo dalla vita. Ecco, dunque, il sottofondo esistenzialista: questa prima e più potente poesia di Oppezzo fronteggia il disagio di una condizione umana vissuta come prigionia, attesa, dolore della ripetizione. Nel primo testo della raccolta, la chiusa recita: «Pure, tu, cerchi voci morte/ ed io sogno il tuo sogno/ nell’ora già breve e disciolta». In una ferrea sottrazione, la poetessa lascia in evidenza pochi segni ed emblemi di una vita incerta, presa tra l’iterazione, l’obbligo e l’estinzione.
È in questo spazio minacciato e ristretto che la poesia dell’autrice cerca la sua autenticità, citando a più riprese il grigiore dei giorni, le stagioni fredde, la morte di questa o quella figura come evento naturale inscritto nell’ordine. Non sentimentale ma riflessiva, questa poesia si concentra sull’enigma dell’io, sul suo scarso e ingannevole consistere: «Staccati ognuno di noi da noi/ per chi morire?/ E svegliarmi,/ vedere, patire la luce…// Ho forse giurato/ a una fede?/ Ma una legge di dolore/ ci comanda./ E ormai, per sempre,/ io sono e sarò io».
C’è forse qualcosa, un lontano riflesso, dell’angoscia esistenziale di Pavese. Sembra inutile (come ne Lo steddazzu pavesiano) che il lungo giorno si levi, in tanta solitudine e stanchezza. Ecco allora l’antidoto oraziano di un singolare carpe diem: «In molte sere/ ho sofferto del giorno/ che sarebbe venuto.// Eppure nulla di più facile// che vivere un giorno,/ se posso crederlo unico» (Alla giornata).
È da tale angoscia dell’obbligo naturale e sociale, da tale dover essere, che anche la seguente ricerca di Oppezzo, in verso ed in prosa, si svilupperà, forse con meno presa che in queste prime, radicali parole di inquietudine, come dette tra uomini e donne senza incanto.
(La Lettura – Corriere della Sera, 4 aprile 2021)
di Luciana Castellina
2020-2021, un anno dopo. «Le altre» dopo quarant’anni. Torna ora per la manifestolibri il volume-raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – aveva affidato a Rossana Rossanda per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica. In questa edizione l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei in radio.
«Ci vuole una vita per capire cosa significa essere donna». «È tutto un lavoro, una prescrizione, un dubbio. Ti avvertono, te lo comandano». Sono frasi della Ragazza del secolo scorso, la ben conosciuta autobiografia di Rossana Rossanda.
In Le altre, il libro pubblicato più di quarant’anni fa come raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – le aveva affidato per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica non si disegna solo un quadro del dibattito che coinvolge il neonato movimento femminista italiano, si racconta, meglio di ogni altro scritto, il percorso compiuto da Rossana per capirsi come donna. Percorso politico e umano, perché per ogni donna la politica non può esser disgiunta dalla riflessione su sé stessa, è necessario ci metta il corpo; e l’anima.
Le altre torna ora con la manifestolibri – e proprio oggi, anniversario della scomparsa di Rossana – con l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei alle trasmissioni di Rai3. Una buona iniziativa perché ci aiuta molto a conoscere un suo pezzo di vita, via via diventato sempre più importante e tuttavia per molti della stessa area Manifesto-Pdup, poco conosciuto: il percorso attraverso il quale approda al femminismo.
Mi piacerebbe avere il modo di parlarne più in dettaglio, perché come lei stessa ricorda in queste pagine, molti dei momenti più difficili affrontati in quel viaggio accidentato li abbiamo vissuti assieme: tutte e due, per generazione, educate all’«emancipazione», vale a dire all’idea che fosse necessario assomigliare il più possibile al maschio per liberarsi dell’«handicap» cui il nostro sesso ci aveva condannato e così poter accedere alla cerchia di quelli cui era dato il diritto e il potere di occuparsi delle sorti del mondo. Io un po’ più disponibile verso il nuovo femminismo, perché per ragioni in gran parte fortuite nei tanti anni di milizia Pci ero finita a lavorare negli aborriti settori separati destinati alle donne – prima la sezione femminile diretta da Nilde Iotti, poi all’Udi – mentre Rossana era rimasta una delle pochissime donne ad esser esentata da questa «umiliazione».
La sua naturale autorevolezza l’aveva esonerata, ma certamente la privò – e spesso mi ha poi detto quanto se ne rammaricasse – di una presenza diretta nel travaglio che accompagnò la scoperta del femminismo che investì in pieno la storica Udi, le cui dirigenti ebbero il coraggio, negli anni ’80, di procedere al suo scioglimento nel movimento.
Anche da noi l’incontro non fu affatto indolore, sebbene il Manifesto sia stata la prima rivista di sinistra a pubblicare già nei suoi primi numeri uno scritto femminista (firmato Cigarini, Pellegrini, Rasi) e poi il solo gruppo della nuova sinistra ad appoggiare pienamente le loro prime manifestazioni, fino anche a cedere loro a Roma una delle nostre sedi, poi divenuta famosa: via Pomponazzi. Ciononostante, le femministe cominciarono ad andarsene dal Partito.
Nel ’76 sul giornale viene pubblicata una pagina intera scritta dal collettivo di Bologna, titolo Le femministe se ne vanno: annuncia che non restituiscono la tessera del partito perché «il Pdup è un buon partito e sembrerebbe un gesto polemico», ma non la rinnoveranno perché sono giunte alla convinzione che «la nostra pratica politica non è conciliabile con la vostra». Risponde Rossana scrivendo sulla stessa pagina: «Penso abbiate torto. Il rischio è che l’Italia diventi come il resto del mondo cancellando l’esistenza di un grande movimento di massa di donne che è stata l’esperienza italiana e che restino solo sussulti di coscienza separati dal movimento di classe».
In un seminario a Bellaria era previsto che uno dei gruppi di lavoro in cui avrebbe dovuto articolarsi fosse dedicato al femminismo. Avrei dovuto coordinarlo io, le donne presenti nel partito erano ancora molte. Ma all’appuntamento ci ritrovammo in 4: io e 3 uomini! Le femministe non si presentarono. Un modo per farci intendere che non erano interessate a discutere con noi «maschi», ma a capire sé stesse. E infatti i gruppi di autocoscienza in cui le compagne si riversarono si moltiplicarono, diventando un necessario momento di autoinchiesta.
Rossana, originariamente la più diffidente, ebbe l’intelligenza – e la curiosità – di impegnarsi a capirle e da allora lesse, scrisse, diede vita a non poche pubblicazioni di preziosa riflessione, con un femminismo che nel frattempo si era andato articolando in molteplici correnti. Lo ha fatto mettendosi in gioco, sottoponendosi lei stessa all’autocoscienza, che vuol dire scoperta del proprio corpo, del proprio sesso, di cosa significa. Senza mai perdere un suo costante punto di vista, quello che è rimasto fondante in tutta la sua elaborazione politica: la centralità della classe operaia, il suo ruolo anche in questo campo, anche se oggi così diversa a quella che era stata.
Perché Rossana ha continuato a porre il problema della ricomposizione di un’identità nuova ma comune, che implica ricostruire anche quella del maschio e le donne devono imparare a pensarlo, perché non possono imporgli la propria visione del mondo. Per cui ci vuole una rivoluzione comune, non due separate, quella che mette in discussione la struttura sociale, che non è secondaria per le donne, e quella che investe la persona.
Che però è molto più difficile: il «privato – ammette Rossana – non è così immediatamente politico, deve fare i conti con un potere invisibile e millenario che ha reso la donna proiezione del maschio, pensata solo attraverso la sua griglia»; e per questo nessuna rivoluzione, neppure quella più radicale dell’Ottobre ’17, ha smosso il potere dell’uomo sulla donna. Perché nella donna il personale ha una dimensione infinitamente più ampia e se non si investe in questo campo il rapporto fra i sessi non può modificarsi, «non si può sciogliere – scrive Rossana nel suo meraviglioso linguaggio – il groviglio di vipere che è stato annodato dalla nostra civiltà».
Sarebbe bello poterne discutere ancora con Rossana. Potremmo comunque almeno riflettere insieme fra noi sulle tante, ricchissime sue considerazioni su un femminismo che continua a cambiare e ogni giorno ripropone interrogativi. Io vorrei prevalesse finalmente la convinzione che fondamentale è contestare l’imbroglio dell’uguaglianza dei diritti, tutti ancorati a un soggetto neutro che non esiste, e che però, sia pure con tutti i distinguo, continua a imperare.
(il manifesto, 21 settembre 2021)
di Elvira Serra
Grazia Deledda, che nacque 150 anni fa in Sardegna, è sempre stata dominata da un desiderio formidabile di indipendenza e da una grande volontà
Quando il prete bussò alla porta della sua casa romana per impartirle l’estrema unzione fu lei stessa ad aprirgli. Dov’è la moribonda?, chiese. E lei, secca: sono io la moribonda. Poche ore dopo sarebbe morta. Era il 15 agosto 1936 ed è importante partire da qui, 150 anni dopo la sua nascita (il «compleanno» si celebra il 27 settembre), perché Grazia Deledda ha vissuto ogni giorno della sua vita, fino all’ultimo istante. La morte, parafrasando Marcello Marchesi, l’aveva trovata viva. Già questo sarebbe sufficiente a farne un esempio di resilienza. Ma c’è molto altro che rende un modello straordinario e modernissimo l’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura (con buona pace di Pirandello e degli altri che storsero il naso quando il massimo riconoscimento letterario venne assegnato a «una brava massaia sarda»). Intanto Grazia Maria Cosima Damiana Deledda ha creduto pervicacemente nelle sue capacità di scrittrice, quando forse non ci credeva nessun altro (e di certo non i suoi conterranei, che non furono generosi con lei). Ha fortissimamente voluto lasciare la Sardegna, per continuare a crescere. E ha scelto deliberatamente il marito che le avrebbe permesso di fare una cosa e l’altra, Palmiro Madesani, che dopo il matrimonio divenne il suo segretario e agente.
Grazia Deledda è sempre stata dominata da un desiderio formidabile di indipendenza. Il suo era un intimo, profondo, non negoziabile bisogno di libertà, di essere quello che sentiva di essere: una scrittrice. Aveva il fuoco dentro, lo sentiva bruciare e non era disposta a lasciarlo spegnere. Il suo successo non è stato un caso, ma il risultato di una disciplina ferrea: la mattina si occupava delle faccende domestiche, preparava lei stessa il pranzo e la cena, poi nel pomeriggio, dopo un breve riposo, si metteva a scrivere per due ore, tutti i giorni, anche nei festivi, nel suo studio arredato con mobili che aveva fatto arrivare apposta da Nuoro, la città natale. Riottosa alla mondanità, curava le pubbliche relazioni a modo suo, scrivendo lettere, tantissime, fin da ragazzina. Per il Corriere della Sera scrisse 169 racconti e articoli, l’ultimo due mesi prima di morire, Il paese natio, in cui si percepisce la nostalgia. Nello scalone d’onore di via Solferino 28 c’è una sua foto. Concedetemi un moto d’orgoglio ogni volta che ci passo accanto.
(Corriere della sera, 19 settembre 2021)
di Anna Toscano
Quando ero bambina mia madre mi diceva spesso, come gioco, «due rette parallele non si incontrano mai nel tempo e nello spazio», io le chiedevo cosa fossero due cose parallele, e lei mi rispondeva che erano come i binari su cui corre il treno. Le rare volte in cui aspettavamo un treno io guardavo le rotaie e tutto mi era chiaro, poi il treno partiva con noi sopra e dal finestrino vedevo l’intersecarsi di un gran numero di rotaie e rimettevo in discussione tutto. Quando lavoro sulla letteratura femminile, su alcune autrici, mi viene talvolta in mente mia madre e le rotaie: l’opera di alcune di loro sembrerebbe destinata a non incrociare mai il grande pubblico, a stare sempre parallelamente nel tempo e nello spazio alla letteratura conosciuta e acclamata. Sembrerebbe. Poi il treno parte, in un poi imprevedibile, e una gran quantità di binari si incrociano, si snodano, si raccordano. Penso a, tra le altre, Goliarda Sapienza, Fausta Cialente, Alba De Céspedes, Dolores Prato.
Per anni leggendo Piera Oppezzo, i cui libri trovavo nei vari mercatini in giro per il Paese, mi pareva di stare in quella meravigliosa linea ferroviaria che da Napoli giunge a Piedimonte Matese: per un lungo tratto un solo binario, a un certo punto due binari, null’altro, nessuna rotaia a intersecarne altre.
Poi, all’improvviso, per Piera Oppezzo uno snodo.
Nasce nel 1934 a Torino per poi trasferirsi, nei ’60, a Milano; donna dalle origini umili abbraccia all’arrivo nel capoluogo lombardo l’impegno politico e la militanza femminista. Vive di vari e disparati impieghi, praticando sempre la scrittura come forma di resistenza e di vita, una scrittura secca, nitida, poesie che vengono pubblicate in un paio di riviste. Notata in Einaudi a metà degli anni ’60, approda nella Collana Bianca con un volumetto dal titolo L’uomo qui presente. Una raccolta di versi tesi a dire qualcosa, a narrare dei fatti legati a dei ragionamenti, a raccogliere delle constatazioni, idee, versi che paiono non perdersi o disperdersi in una osservazione racchiusa in sé stessa, ma tesi in una costante opera documentaria del pensiero quotidiano.
L’abbozzo biografico
Al punto qualsiasi
in cui si scatenano le scelte obbligatorie
(sempre con sottofondo di non-senso)
e poi in seguito, raggruppate le possibilità,
ci si prepara involontariamente un abbozzo biografico
che espone per intero l’esperienza e il presente
già in pieno disagio con tutto il futuro.
La questione biografica, nell’ottica di cosa debba riempirsi, o svuotarsi, una vita, attraversa tutta l’opera di Piera, mettendo in luce il divario doloroso tra il non-senso de “le scelte obbligate” e il proprio desiderio di esistere in altra forma, con un altro quotidiano, esponendosi così a un inevitabile “disagio con tutto il futuro”. Di questa riflessione è intriso il romanzo breve pubblicato per La tartaruga nel 1978 con il titolo Minuto per minuto. Sotto la lente delle osservazioni di Oppezzo c’è la situazione oppressiva di una donna che lavora in un contesto di scelta obbligata. Il titolo allude, per nulla velatamente, alla vita che minuto per minuto il lavoro porta via alla protagonista: la scansione del tempo è data in ufficio dal rumore dei tasti della macchina da scrivere, dalle sigarette, dalle continue occhiate all’orologio per capire quanto manchi ancora alla libertà.
Il tempo libero, così agognato e scontornato, è scandito da amici, caffè, sigarette, case in coabitazione. Riporta alla memoria Quaderno proibito di Alba de Céspedes, del ’52, laddove il lavoro in ufficio per la donna era una scelta e una fuga da casa, un tempo altro di vita. Anche in de Céspedes, ventisei anni prima, la scrittura era una funzione di salvezza nel quotidiano.
In prosa, come in poesia, Oppezzo scandaglia il quotidiano, la luce del sole che passa sulle pareti a indicare da una parte il tempo che le è strappato e dall’altra il tempo che le è dovuto. È una donna, la protagonista, che siede e guarda al suo microcosmo con una potenza tale da far sentire tutte le donne dentro lo stesso stato di ribellione e da farsi sentire da tutte. L’ansia che ne traspare, il moto di rifiuto per le imposizioni, lo sguardo che vaga inquieto in una realtà che non permette di starci bene dentro, la tranquillità che sfuma come spicchi di sole sul muro:
«Tentò di aderire a questa sensazione. Di aderire totalmente. Era pretendere troppo. Sentirsi calmi, concreti, solidi. Bisognerebbe perdere di colpo la memoria. E poi non basterebbe. Non si tratta solo del passato. Si tratta del presente. Di tutto quello che ci ruota attorno. La girandola dell’orrore.»
Dalla raccolta einaudiana scrive ancora in versi oltre che in prosa, la raccolta poetica scritta negli stessi anni di L’uomo qui presente viene pubblicata nel 1976 dalla casa editrice fondata da Adriano Spatola, Geiger: Sì a una reale interruzione. Nello stesso anno è presente nell’antologia Donne in poesia a cura di Biancamaria Frabotta. Da qui il silenzio inizia a calare su di lei, l’ondata di entusiasmo di lotta e di appartenenza al femminismo nella scrittrice inizia a scemare e si avvia la grande ritirata nel proprio microcosmo. Oltre a una apparizione in antologia – quella a cura di Maria Pia Quintavalla, nel 1988, Donne in poesia – nel 1989 esce il romanzo Racconta, per La Tartaruga, e nel 2003, per Manni, la raccolta poetica Andare qui.
La figura della Oppezzo svanisce dalle vicende editoriali, così come si era allontanata da quelle politiche dagli anni ’70, sparisce come persona, rintanata, rinchiusa in sé stessa, muore in una clinica nel 2009. Il silenzio su di lei diventa massiccio, sembra non essere mai esistita, e il suo modo di vivere l’ha agevolata in questo, prevalentemente in disparte, tra sé, nessun contatto editoriale recuperato o proseguito. Alla sua morte rimangono due scatoloni, null’altro di questa vita. Null’altro è molto, perché sono due scatoloni di libri, le riviste che l’avevano pubblicata, di scritti, di poesie, di ricordi. Tuttavia, chi l’ha conosciuta, incontrata, letta, chi le è stato o stata amico o amica continua a parlare di lei; qualcosa, molto, dei suoi pochi libri pubblicati, e per lo più introvabili, continua a parlare di lei, della sua scrittura. Ed ecco le voci si alzano, i binari aumentano e si intersecano, si snodano, si affiancano e nel 2016, per Interlinea e a cura di Luciano Martinengo, esce Una lucida disperazione, 196 pagine di poesie edite e inedite: degli anni torinesi, dal ’50 al ’65, dalla raccolta einaudiana; da Sì a una reale interruzione, dal ventennio 1970-1990 Le grandi speranze, dalla raccolta edita da Manni e successive, fino alle ultime, scritte dal 1999 al 2009 con il titolo La poesia, un’estetica di vita.
Questo volumetto porta testimonianza della produzione poetica, appunto, dagli anni ’50 al 2009, una produzione non tanto vasta quanto implacabile, continua, diffusa in tutto l’arco della vita. Ed era così, Oppezzo aveva fatto della scrittura una piena occupazione della propria esistenza, una imposizione quotidiana, una panacea e una condanna: «Nella vita, o si vive o si scrive» ebbe a dire. E questo manifesto lo portò a termine fino all’ultimo giorno. In una intervista, nel 1989, disse: «a suo tempo decisi che l’atto di scrivere è l’atto principale che ritengo di dover compiere».
Non si può dire che meramente non visse, ma visse scrivendo, chiudendo man mano il mondo fuori dalla sua stanza, come tante prima di lei avevano fatto, rendendosi non disponibile a molti contatti, chiudendo fuori gli altri dalla casa occupata dove viveva a Milano negli anni ’90 e in quella protetta negli ultimi due anni.
I suoi testi dei primi decenni, soprattutto quelli torinesi, hanno uno sguardo e una penna rivolti ancora al fuori, il fuori casa e oltre sé stessa. La strada, la luna, i gerani, il futuro, il tramonto, le lavandaie, compaiono già nei titoli intercalati al presentimento, all’isolamento, all’affanno. Sono poesie in bilico tra la voglia di vivere anche al di fuori della penna, nel mondo, e il desiderio, l’aspirazione a mollare.
Affannosamente
Affannosamente
Arruffiamo il presente
E prima dell’azione
Del movimento, delle parole
Il tempo ci manca già.
Passato.
Senza alcuna durata
Allora intuiamo
Che durare sarebbe convincente
Come inquietarsi
Come illuminare la nostra mente
Di una luce
Che spezza i pensieri
Li ricompone, li offre.
Nelle raccolte degli anni successivi trovano sempre più spazio in mezzo alle riflessioni l’ansia e l’angoscia, il timore sul disequilibrio, il non essere idonei e non essere chiari. È dagli anni ’70 che Oppezzo inizierà a parlare della sua paura, a spiegarcela e spiegarsela con i versi, come in Necessità della paura e La grande paura:
La grande paura
La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.
Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.
Nel 2019 esce nelle sale un documentario a lei dedicato prodotto da Luciano Martinengo, Il mondo in una stanza. Piera Oppezzo poeta: si tratta di cinquantadue minuti in cui le persone che l’hanno conosciuta, incontrata, amata, vista, con cui lei ha lavorato, la raccontano. Laura Lepetit ricorda la sua figura elegante e sobria; Maria Pia Quintavalla sottolinea l’importanza della partecipazione alla stagione del femminismo a Milano di Piera; Giancarlo Majorino ne legge delle poesie fermandosi di verso in verso a rimarcarne l’autenticità e l’impossibilità di accostarla a nessun altro; Bruno Gambarotta a elogiarne la bellezza e la distanza; Romano Madera ricorda la sua presenza al Gramsci ad ascoltare; Michelangelo Coviello sottolinea come ogni testo di Piera finisce senza finire, come per dire che la scrittura continua inarrestabile; Giulia Niccolai a ricordare il loro primo incontro per stampare il libro edito da Spatola. Ma sono solo alcune delle testimonianze. Una ricostruzione del mondo della Oppezzo, che spesso si ferma al mondo esterno, le case, le cose, le azioni, le parole, e si ferma all’inespugnabilità di una poetessa che aveva fatto di sé il suo mondo, del silenzio il suo osservare.
In questo mese è uscito Esercizi d’addio che raccoglie testi inediti scritti tra il 1952 e il 1965, per Interno Poesia, nella collana Interno Novecento, a cura ancora una volta di Luciano Martinengo. Sono testi sconosciuti scritti negli anni torinesi, che vanno a inserirsi nel grande quadro della scrittura della poetessa; un volume importante anche per la prefazione di Giovanna Rosadini e la postfazione di Gaia Carnevale, nonché per la bio-bibliografia di Oppezzo in coda al libro. Il libro racchiude circa una ottantina di poesie che nel loro dipanarsi srotolano la lessicografia e tematica oppezziana: sono liriche che seguono l’andamento delle stagioni, e dei mesi e del tempo meteorologico inframmezzate, tra una e l’altra, come tra un verso e l’altro, dalle cose osservate, gli oggetti del quotidiano che divengono correlativo oggettivo di una narrazione.
L’assenza di compiacimento e di autocompiacimento, il disinteresse per il lettore, il rifiuto ad assecondarlo o ad andargli incontro con un versificare semplice, il rifiuto del sentimentalismo, l’attenzione alla fetta di realtà da far entrare nella sua scrittura, con tutto il lessico e la sintassi che eleggeva per dire le cose, la tendenza a raccontare per concetti il quotidiano, in un continuo togliere al verso, quasi a scarnificarlo, sono operazioni che Oppezzo affila e lima negli anni, fino quasi a non far entrare più la luce, elemento del tempo, ma a lasciare gli oggetti a parlare avvolti dal fumo di una sigaretta, come «[…] Il quadro stanco della parete […]». In questa raccolta, più che in tutte le altre, si avverte un parallelismo, per poi divenire però coincidenza, con il romanzo Minuto per minuto: l’insofferenza per la vita occupata dal lavoro, l’insofferenza per un lavoro soffocante spicca tra i versi e nel romanzo. Ricorda molto alcuni versi della poeta operaia Nella Nobili, costretta alla fabbrica e alle sue luci, esausta di farsi saccheggiare la vita. Oppezzo scrive in La giornata lavorativa del ’64:
Lo scomodo andamento del tempo
avallato sulle panchine andandoci a consegnare
uno strato di mezz’ora, fra l’una e le due,
seduti al contrario con la fronte appoggiata allo schienale
il mattino del tutto stroncato,
una combustione nello stomaco
segnala l’insediamento del pomeriggio
ecc., ecc., ecc., ecc., la sera.
Oggi, Milo De Angelis mi parla di lei come di una «creatura lunare e segreta che mi aveva subito colpito negli anni sessanta con L’uomo qui presente, dove scoprivo un verso pensoso e meditato, lontano da ogni intimismo e da ogni confidenza. Nel periodo del liceo decisi di conoscerla di persona e le telefonai. Mi colpì anche il fatto che, pur essendosi già trasferita a Milano, volle vedermi a Torino, nella leggendaria via Po, tra le ombre di Nietzsche e Pavese, a riprova di un legame profondo con la sua città e con il suo carattere introverso e misterioso ma nello stesso tempo lucido e disincantato. Piera Oppezzo parlò pochissimo ma con un suo ruvido affetto, raccomandandomi – ero solo un ragazzo – di leggere unicamente poeti “seri” e di frequentare unicamente persone “serie”. La parola “serietà” sembrava ossessionarla e questo mi parve un buon segno. Poi ci siamo rivisti a Milano a casa di Giancarlo Majorino e ancora dopo in qualche riunione della rivista “Niebo”, da cui Piera Oppezzo si sentiva sicuramente lontana per tante ragioni di poetica e per il suo impegno militante di quegli anni. Ma forse “militante” non è la parola giusta per lei, così amara e silenziosa anche nella passione politica, con una frattura spirituale e un dolore antico che davano verità alle sue parole».
Con questo ultimo volume Oppezzo non sta più in rotaie parallele alla letteratura letta e amata, ma va a intersecarsi con infiniti altri binari, autrici, lettori, lettrici, critici, che ne snoderanno l’opera: gran parte della sua opera in versi ha rivisto la luce in questi ultimi cinque anni, un’opera che va dagli anni ’50 alla morte: 60 anni di scrittura. Una scrittura vissuta come doverosa, esiliante, inevitabile, come ebbe a dichiarare in una intervista a Paola Redaelli:
«[…] compio l’atto di scrivere che è l’atto principale che ritengo di dover compiere. Evidentemente a suo tempo ho deciso che era mio compito. Da allora ho questo impegno. Per cui non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia può avere un centro diverso nei diversi periodi, è comunque un centro che alimento e definisco – tolgo all’indistinto – scrivendo. E così posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico è un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali… Scrivo per decisione di scrivere… È darmi questo compito che è stata una ispirazione. Forse attingo da lì».
Doppiozero.it, 4 aprile 2021
di Lorenzo Coccoli
«2001. Un archivio», l’ultimo volume di Ida Dominijanni per manifestolibri. 11 settembre, la «war on terror», la caccia ai virus. Il libro è disponibile in e-book, sugli scaffali da sabato. L’inizio del terzo millennio che ha segnato la soglia tra un prima e un dopo, attraverso articoli e interviste. Materiali preziosi, cuciti con sapienza, mostrano quanto ancora siano efficaci nelle analisi che interrogano il presente della politica e dei suoi scenari, internazionali e simbolici. La presentazione domani alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Chiunque si sia cimentato in esercizi di storia dal basso conosce bene l’importanza cruciale degli archivi: è lì che bisogna andare a scavare se si vuole tentare di ridare corpo alle voci dei senza voce, è lì che bisogna indagare se si vuole sperare di sottrarre al rimosso le vies oubliées – il conio è di Arlette Farge, una che di archivi se ne intende – degli spossessati e degli sconfitti. Vero. E tuttavia, che cosa succede quando i rapporti si invertono? Quando gli sconfitti e i dimenticati di cui gli archivi ci parlano non sono gli altri ma siamo noi? È questa la prima, spiazzante sensazione che prende davanti al materiale che Ida Dominijanni, con montaggio sapiente, ha raccolto e orchestrato a partire dal suo repertorio di firma storica del manifesto. 2001. Un archivio (manifestolibri, pp. 280, euro 18, in ebook euro 9) è il titolo di questa operazione condotta sul filo sottile tra presente e passato. E l’odissea a cui ci invita è nel tempo più che nello spazio. Le lancette sono riportate indietro di vent’anni, a quell’inizio di terzo millennio che ha segnato – da qualunque lato la si voglia guardare, e ammesso che si abbia gli occhi per vedere – la soglia tra un prima e un dopo.
Colpisce il tempismo con cui l’autrice e i suoi interlocutori registrarono, quasi in presa diretta, il senso e le dimensioni di questo passaggio d’epoca. Colpisce il tesoro d’intelligenza politica che attorno agli eventi di quell’anno fatidico – Genova, le Twin Towers, e poi l’inizio della guerra globale infinita – si era venuto accumulando, nutrito dal pensiero e dalla pratica di un movimento che ancora affollava in massa le piazze. E colpisce però anche la coltre di stupidità sotto cui quel tesoro fu sepolto, il deserto di disinteresse in cui quell’intelligenza collettiva e preveggente chiamò inascoltata.
Leggete le venticinque interviste e gli svariati articoli che compongono il volume: non troverete una parola che non suoni straordinariamente profetica. Non c’è dubbio, avevamo ragione: gli accadimenti anche recentissimi di questo primo scorcio di secolo si sono incaricati di dimostrarlo. E nonostante questo, o anzi proprio per questo, tanto più dolorosa e disperante è la consapevolezza della sconfitta che ti assale quando, davanti a una Kabul in fiamme, senti commentatori e pundits ripetere un già detto vecchio di vent’anni, con identica stolida sicumera.
Intendiamoci però: un tesoro resta un tesoro, e un tesoro sepolto è lì solo perché un giorno, magari prossimo, possa essere ritrovato. 2001 disegna allora la mappa necessaria per mettersene in caccia, e la affida – leggiamo nella dedica – «a chi vent’anni fa non c’era ancora». A venire trasmessa, in questo simbolico passaggio di testimone, è innanzitutto una lezione di metodo, una pedagogia del sospetto. «Ambivalenza» è qui il termine chiave, la lente attraverso cui Dominijanni e le pensatrici e i pensatori da lei convocati (da Rosi Braidotti a Homi Bhabha e Slavoj Žižek, da Étienne Balibar a Judith Butler e Wendy Brown) scelgono di guardare allo scenario post-11 settembre. Leggere il vuoto tra le righe esibite del pieno, riconoscere l’impotenza dietro l’affermazione armata della superpotenza, scorgere la crisi delle categorie politiche classiche al di là della loro urlata e meccanica ripetizione: ecco la ginnastica a cui 2001 ci invita.
Certo, nella guerra al terrore la logica amico/nemico, noi contro di loro, sembra trovare una spettacolare (e spettacolarizzata) conferma: ma, ricorda ad esempio Carlo Galli, la verità è che qui abbiamo a che fare con un nemico invisibile, deterritorializzato, interno e non esterno alle frontiere dello Stato – ammesso poi che parlare di «interno» ed «esterno», nello spazio globalizzato senza più un fuori, abbia ancora senso. E del resto, che farsene di Hobbes e Schmitt quando, come scrive Dominijanni, «la pratica suicida dei kamikaze fa saltare il dispositivo della deterrenza che da sempre regola la convivenza» e spinge alla nascita del patto sociale? Certo, nell’ostentazione muscolare dell’era Bush, l’imperialismo americano sembra aver raggiunto il suo apice: ma, segnala Toni Negri, non si tratta a ben vedere che di «un colpo di reni contrario e regressivo» rispetto alle tendenze di formazione dell’Impero, del tentativo disperato di riaffermare una centralità perduta in un mondo irreversibilmente multipolare (con quale successo ce lo dicono oggi, di nuovo, le cronache dall’Afghanistan).
Certo, l’unione sacra stretta all’indomani degli attentati attorno alle vecchie parole d’ordine identitarie di Dio, patria e famiglia sembra certificare la vittoria della secolare alleanza di fondamentalismo, nazionalismo e patriarcato: ma proprio la carica di violenza con cui quelle parole si è cercato di imporle – da ambo i lati del presunto conflitto di civiltà – non è che il sintomo del delirio panico scatenato dai processi di profanizzazione del sacro (si legga quanto dice qui Mario Tronti), di ibridazione e meticciamento delle identità (lo sottolineano con acume, tra gli altri, Jeffrey Schnapp e Paul Gilroy), di implosione del dominio maschile sotto i colpi della parola femminile e della rivoluzione femminista (si veda il bel dialogo con Carol Gilligan, e il denso saggio conclusivo di Dominijanni).
Si badi bene: scoprire il trucco, svelare la dimensione spettrale dei revenants identitari non significa negarne la formidabile efficacia. 2001 torna anzi a più riprese sul potere dei fantasmi. Che realtà e immagine, verità e finzione non possono essere separati con un colpo occamiano di rasoio – tanto più dopo che, con l’attacco alle Torri trasmesso in diretta tv su scala globale, l’immaginario pare essersi definitivamente installato «nella cabina di regia dell’evento»; che ogni accadimento gioca sempre una partita su più campi, non solo sul piano del reale ma anche su quello del simbolico; che il riduzionismo economicista fa un cattivo servizio al materialismo se pensa di poter tagliar fuori dall’explanans le economie morali consce e, soprattutto, inconsce: ecco una lezione evidentemente utilissima a chiunque voglia provare a comprendere qualcosa di questa nostra complicata congiuntura.
Perché una cosa è certa: se non mettessimo nell’equazione la forza terribile degli spettri identitari e delle reazioni d’ordine, nulla capiremmo del momento populista che abbiamo attraversato e stiamo forse ancora attraversando; se non tenessimo in considerazione il fatto che il virus (l’Aids e l’antrace ieri, il Covid-19 oggi) è sempre anche una metafora, saremmo infinitamente più sguarniti nel registrare gli effetti sociali e simbolici che la crisi pandemica ha avuto e continuerà ad avere.
Ed eccoci così di nuovo proiettati sul presente. Pur nella sua tremenda letteralità – il punto è decisivo, come sottolinea Dominijanni nell’introduzione al libro – il coronavirus ha toccato un nervo della teoria politica scoperto già vent’anni fa dal virus allegorico del terrorismo. Venne a galla all’epoca, e con palmare evidenza, l’insufficienza di un’ontologia e di un’antropologia fondate tutte sul pilastro della sovranità – individuale o collettiva, poco importa; e insieme la necessità – avvertita soprattutto, e non a caso, nel campo femminista – di un loro ripensamento nei termini di un soggetto relazionale, interdipendente, vulnerabile. A distanza di vent’anni siamo ancora lì: il vecchio mondo è morto, ma continua a pesare come un incubo (come un fantasma) sul cervello dei vivi.
Quello che ci manca non è, scrive Dominijanni, «la finezza del concetto: manca il referente della pratica, la fiducia che davvero su questa base possa nascere qualcosa che si possa chiamare “politica”, l’individuazione di una figura antropologica nuova in grado di metterla al mondo e di farla camminare». E tuttavia, questo archivio è lì a ricordarcelo, nulla che nasca nasce mai da zero.
(il manifesto, 9 settembre 2021)