di Luciana Castellina
2020-2021, un anno dopo. «Le altre» dopo quarant’anni. Torna ora per la manifestolibri il volume-raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – aveva affidato a Rossana Rossanda per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica. In questa edizione l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei in radio.
«Ci vuole una vita per capire cosa significa essere donna». «È tutto un lavoro, una prescrizione, un dubbio. Ti avvertono, te lo comandano». Sono frasi della Ragazza del secolo scorso, la ben conosciuta autobiografia di Rossana Rossanda.
In Le altre, il libro pubblicato più di quarant’anni fa come raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – le aveva affidato per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica non si disegna solo un quadro del dibattito che coinvolge il neonato movimento femminista italiano, si racconta, meglio di ogni altro scritto, il percorso compiuto da Rossana per capirsi come donna. Percorso politico e umano, perché per ogni donna la politica non può esser disgiunta dalla riflessione su sé stessa, è necessario ci metta il corpo; e l’anima.
Le altre torna ora con la manifestolibri – e proprio oggi, anniversario della scomparsa di Rossana – con l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei alle trasmissioni di Rai3. Una buona iniziativa perché ci aiuta molto a conoscere un suo pezzo di vita, via via diventato sempre più importante e tuttavia per molti della stessa area Manifesto-Pdup, poco conosciuto: il percorso attraverso il quale approda al femminismo.
Mi piacerebbe avere il modo di parlarne più in dettaglio, perché come lei stessa ricorda in queste pagine, molti dei momenti più difficili affrontati in quel viaggio accidentato li abbiamo vissuti assieme: tutte e due, per generazione, educate all’«emancipazione», vale a dire all’idea che fosse necessario assomigliare il più possibile al maschio per liberarsi dell’«handicap» cui il nostro sesso ci aveva condannato e così poter accedere alla cerchia di quelli cui era dato il diritto e il potere di occuparsi delle sorti del mondo. Io un po’ più disponibile verso il nuovo femminismo, perché per ragioni in gran parte fortuite nei tanti anni di milizia Pci ero finita a lavorare negli aborriti settori separati destinati alle donne – prima la sezione femminile diretta da Nilde Iotti, poi all’Udi – mentre Rossana era rimasta una delle pochissime donne ad esser esentata da questa «umiliazione».
La sua naturale autorevolezza l’aveva esonerata, ma certamente la privò – e spesso mi ha poi detto quanto se ne rammaricasse – di una presenza diretta nel travaglio che accompagnò la scoperta del femminismo che investì in pieno la storica Udi, le cui dirigenti ebbero il coraggio, negli anni ’80, di procedere al suo scioglimento nel movimento.
Anche da noi l’incontro non fu affatto indolore, sebbene il Manifesto sia stata la prima rivista di sinistra a pubblicare già nei suoi primi numeri uno scritto femminista (firmato Cigarini, Pellegrini, Rasi) e poi il solo gruppo della nuova sinistra ad appoggiare pienamente le loro prime manifestazioni, fino anche a cedere loro a Roma una delle nostre sedi, poi divenuta famosa: via Pomponazzi. Ciononostante, le femministe cominciarono ad andarsene dal Partito.
Nel ’76 sul giornale viene pubblicata una pagina intera scritta dal collettivo di Bologna, titolo Le femministe se ne vanno: annuncia che non restituiscono la tessera del partito perché «il Pdup è un buon partito e sembrerebbe un gesto polemico», ma non la rinnoveranno perché sono giunte alla convinzione che «la nostra pratica politica non è conciliabile con la vostra». Risponde Rossana scrivendo sulla stessa pagina: «Penso abbiate torto. Il rischio è che l’Italia diventi come il resto del mondo cancellando l’esistenza di un grande movimento di massa di donne che è stata l’esperienza italiana e che restino solo sussulti di coscienza separati dal movimento di classe».
In un seminario a Bellaria era previsto che uno dei gruppi di lavoro in cui avrebbe dovuto articolarsi fosse dedicato al femminismo. Avrei dovuto coordinarlo io, le donne presenti nel partito erano ancora molte. Ma all’appuntamento ci ritrovammo in 4: io e 3 uomini! Le femministe non si presentarono. Un modo per farci intendere che non erano interessate a discutere con noi «maschi», ma a capire sé stesse. E infatti i gruppi di autocoscienza in cui le compagne si riversarono si moltiplicarono, diventando un necessario momento di autoinchiesta.
Rossana, originariamente la più diffidente, ebbe l’intelligenza – e la curiosità – di impegnarsi a capirle e da allora lesse, scrisse, diede vita a non poche pubblicazioni di preziosa riflessione, con un femminismo che nel frattempo si era andato articolando in molteplici correnti. Lo ha fatto mettendosi in gioco, sottoponendosi lei stessa all’autocoscienza, che vuol dire scoperta del proprio corpo, del proprio sesso, di cosa significa. Senza mai perdere un suo costante punto di vista, quello che è rimasto fondante in tutta la sua elaborazione politica: la centralità della classe operaia, il suo ruolo anche in questo campo, anche se oggi così diversa a quella che era stata.
Perché Rossana ha continuato a porre il problema della ricomposizione di un’identità nuova ma comune, che implica ricostruire anche quella del maschio e le donne devono imparare a pensarlo, perché non possono imporgli la propria visione del mondo. Per cui ci vuole una rivoluzione comune, non due separate, quella che mette in discussione la struttura sociale, che non è secondaria per le donne, e quella che investe la persona.
Che però è molto più difficile: il «privato – ammette Rossana – non è così immediatamente politico, deve fare i conti con un potere invisibile e millenario che ha reso la donna proiezione del maschio, pensata solo attraverso la sua griglia»; e per questo nessuna rivoluzione, neppure quella più radicale dell’Ottobre ’17, ha smosso il potere dell’uomo sulla donna. Perché nella donna il personale ha una dimensione infinitamente più ampia e se non si investe in questo campo il rapporto fra i sessi non può modificarsi, «non si può sciogliere – scrive Rossana nel suo meraviglioso linguaggio – il groviglio di vipere che è stato annodato dalla nostra civiltà».
Sarebbe bello poterne discutere ancora con Rossana. Potremmo comunque almeno riflettere insieme fra noi sulle tante, ricchissime sue considerazioni su un femminismo che continua a cambiare e ogni giorno ripropone interrogativi. Io vorrei prevalesse finalmente la convinzione che fondamentale è contestare l’imbroglio dell’uguaglianza dei diritti, tutti ancorati a un soggetto neutro che non esiste, e che però, sia pure con tutti i distinguo, continua a imperare.
(il manifesto, 21 settembre 2021)
di Elvira Serra
Grazia Deledda, che nacque 150 anni fa in Sardegna, è sempre stata dominata da un desiderio formidabile di indipendenza e da una grande volontà
Quando il prete bussò alla porta della sua casa romana per impartirle l’estrema unzione fu lei stessa ad aprirgli. Dov’è la moribonda?, chiese. E lei, secca: sono io la moribonda. Poche ore dopo sarebbe morta. Era il 15 agosto 1936 ed è importante partire da qui, 150 anni dopo la sua nascita (il «compleanno» si celebra il 27 settembre), perché Grazia Deledda ha vissuto ogni giorno della sua vita, fino all’ultimo istante. La morte, parafrasando Marcello Marchesi, l’aveva trovata viva. Già questo sarebbe sufficiente a farne un esempio di resilienza. Ma c’è molto altro che rende un modello straordinario e modernissimo l’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura (con buona pace di Pirandello e degli altri che storsero il naso quando il massimo riconoscimento letterario venne assegnato a «una brava massaia sarda»). Intanto Grazia Maria Cosima Damiana Deledda ha creduto pervicacemente nelle sue capacità di scrittrice, quando forse non ci credeva nessun altro (e di certo non i suoi conterranei, che non furono generosi con lei). Ha fortissimamente voluto lasciare la Sardegna, per continuare a crescere. E ha scelto deliberatamente il marito che le avrebbe permesso di fare una cosa e l’altra, Palmiro Madesani, che dopo il matrimonio divenne il suo segretario e agente.
Grazia Deledda è sempre stata dominata da un desiderio formidabile di indipendenza. Il suo era un intimo, profondo, non negoziabile bisogno di libertà, di essere quello che sentiva di essere: una scrittrice. Aveva il fuoco dentro, lo sentiva bruciare e non era disposta a lasciarlo spegnere. Il suo successo non è stato un caso, ma il risultato di una disciplina ferrea: la mattina si occupava delle faccende domestiche, preparava lei stessa il pranzo e la cena, poi nel pomeriggio, dopo un breve riposo, si metteva a scrivere per due ore, tutti i giorni, anche nei festivi, nel suo studio arredato con mobili che aveva fatto arrivare apposta da Nuoro, la città natale. Riottosa alla mondanità, curava le pubbliche relazioni a modo suo, scrivendo lettere, tantissime, fin da ragazzina. Per il Corriere della Sera scrisse 169 racconti e articoli, l’ultimo due mesi prima di morire, Il paese natio, in cui si percepisce la nostalgia. Nello scalone d’onore di via Solferino 28 c’è una sua foto. Concedetemi un moto d’orgoglio ogni volta che ci passo accanto.
(Corriere della sera, 19 settembre 2021)
di Anna Toscano
Quando ero bambina mia madre mi diceva spesso, come gioco, «due rette parallele non si incontrano mai nel tempo e nello spazio», io le chiedevo cosa fossero due cose parallele, e lei mi rispondeva che erano come i binari su cui corre il treno. Le rare volte in cui aspettavamo un treno io guardavo le rotaie e tutto mi era chiaro, poi il treno partiva con noi sopra e dal finestrino vedevo l’intersecarsi di un gran numero di rotaie e rimettevo in discussione tutto. Quando lavoro sulla letteratura femminile, su alcune autrici, mi viene talvolta in mente mia madre e le rotaie: l’opera di alcune di loro sembrerebbe destinata a non incrociare mai il grande pubblico, a stare sempre parallelamente nel tempo e nello spazio alla letteratura conosciuta e acclamata. Sembrerebbe. Poi il treno parte, in un poi imprevedibile, e una gran quantità di binari si incrociano, si snodano, si raccordano. Penso a, tra le altre, Goliarda Sapienza, Fausta Cialente, Alba De Céspedes, Dolores Prato.
Per anni leggendo Piera Oppezzo, i cui libri trovavo nei vari mercatini in giro per il Paese, mi pareva di stare in quella meravigliosa linea ferroviaria che da Napoli giunge a Piedimonte Matese: per un lungo tratto un solo binario, a un certo punto due binari, null’altro, nessuna rotaia a intersecarne altre.
Poi, all’improvviso, per Piera Oppezzo uno snodo.
Nasce nel 1934 a Torino per poi trasferirsi, nei ’60, a Milano; donna dalle origini umili abbraccia all’arrivo nel capoluogo lombardo l’impegno politico e la militanza femminista. Vive di vari e disparati impieghi, praticando sempre la scrittura come forma di resistenza e di vita, una scrittura secca, nitida, poesie che vengono pubblicate in un paio di riviste. Notata in Einaudi a metà degli anni ’60, approda nella Collana Bianca con un volumetto dal titolo L’uomo qui presente. Una raccolta di versi tesi a dire qualcosa, a narrare dei fatti legati a dei ragionamenti, a raccogliere delle constatazioni, idee, versi che paiono non perdersi o disperdersi in una osservazione racchiusa in sé stessa, ma tesi in una costante opera documentaria del pensiero quotidiano.
L’abbozzo biografico
Al punto qualsiasi
in cui si scatenano le scelte obbligatorie
(sempre con sottofondo di non-senso)
e poi in seguito, raggruppate le possibilità,
ci si prepara involontariamente un abbozzo biografico
che espone per intero l’esperienza e il presente
già in pieno disagio con tutto il futuro.
La questione biografica, nell’ottica di cosa debba riempirsi, o svuotarsi, una vita, attraversa tutta l’opera di Piera, mettendo in luce il divario doloroso tra il non-senso de “le scelte obbligate” e il proprio desiderio di esistere in altra forma, con un altro quotidiano, esponendosi così a un inevitabile “disagio con tutto il futuro”. Di questa riflessione è intriso il romanzo breve pubblicato per La tartaruga nel 1978 con il titolo Minuto per minuto. Sotto la lente delle osservazioni di Oppezzo c’è la situazione oppressiva di una donna che lavora in un contesto di scelta obbligata. Il titolo allude, per nulla velatamente, alla vita che minuto per minuto il lavoro porta via alla protagonista: la scansione del tempo è data in ufficio dal rumore dei tasti della macchina da scrivere, dalle sigarette, dalle continue occhiate all’orologio per capire quanto manchi ancora alla libertà.
Il tempo libero, così agognato e scontornato, è scandito da amici, caffè, sigarette, case in coabitazione. Riporta alla memoria Quaderno proibito di Alba de Céspedes, del ’52, laddove il lavoro in ufficio per la donna era una scelta e una fuga da casa, un tempo altro di vita. Anche in de Céspedes, ventisei anni prima, la scrittura era una funzione di salvezza nel quotidiano.
In prosa, come in poesia, Oppezzo scandaglia il quotidiano, la luce del sole che passa sulle pareti a indicare da una parte il tempo che le è strappato e dall’altra il tempo che le è dovuto. È una donna, la protagonista, che siede e guarda al suo microcosmo con una potenza tale da far sentire tutte le donne dentro lo stesso stato di ribellione e da farsi sentire da tutte. L’ansia che ne traspare, il moto di rifiuto per le imposizioni, lo sguardo che vaga inquieto in una realtà che non permette di starci bene dentro, la tranquillità che sfuma come spicchi di sole sul muro:
«Tentò di aderire a questa sensazione. Di aderire totalmente. Era pretendere troppo. Sentirsi calmi, concreti, solidi. Bisognerebbe perdere di colpo la memoria. E poi non basterebbe. Non si tratta solo del passato. Si tratta del presente. Di tutto quello che ci ruota attorno. La girandola dell’orrore.»
Dalla raccolta einaudiana scrive ancora in versi oltre che in prosa, la raccolta poetica scritta negli stessi anni di L’uomo qui presente viene pubblicata nel 1976 dalla casa editrice fondata da Adriano Spatola, Geiger: Sì a una reale interruzione. Nello stesso anno è presente nell’antologia Donne in poesia a cura di Biancamaria Frabotta. Da qui il silenzio inizia a calare su di lei, l’ondata di entusiasmo di lotta e di appartenenza al femminismo nella scrittrice inizia a scemare e si avvia la grande ritirata nel proprio microcosmo. Oltre a una apparizione in antologia – quella a cura di Maria Pia Quintavalla, nel 1988, Donne in poesia – nel 1989 esce il romanzo Racconta, per La Tartaruga, e nel 2003, per Manni, la raccolta poetica Andare qui.
La figura della Oppezzo svanisce dalle vicende editoriali, così come si era allontanata da quelle politiche dagli anni ’70, sparisce come persona, rintanata, rinchiusa in sé stessa, muore in una clinica nel 2009. Il silenzio su di lei diventa massiccio, sembra non essere mai esistita, e il suo modo di vivere l’ha agevolata in questo, prevalentemente in disparte, tra sé, nessun contatto editoriale recuperato o proseguito. Alla sua morte rimangono due scatoloni, null’altro di questa vita. Null’altro è molto, perché sono due scatoloni di libri, le riviste che l’avevano pubblicata, di scritti, di poesie, di ricordi. Tuttavia, chi l’ha conosciuta, incontrata, letta, chi le è stato o stata amico o amica continua a parlare di lei; qualcosa, molto, dei suoi pochi libri pubblicati, e per lo più introvabili, continua a parlare di lei, della sua scrittura. Ed ecco le voci si alzano, i binari aumentano e si intersecano, si snodano, si affiancano e nel 2016, per Interlinea e a cura di Luciano Martinengo, esce Una lucida disperazione, 196 pagine di poesie edite e inedite: degli anni torinesi, dal ’50 al ’65, dalla raccolta einaudiana; da Sì a una reale interruzione, dal ventennio 1970-1990 Le grandi speranze, dalla raccolta edita da Manni e successive, fino alle ultime, scritte dal 1999 al 2009 con il titolo La poesia, un’estetica di vita.
Questo volumetto porta testimonianza della produzione poetica, appunto, dagli anni ’50 al 2009, una produzione non tanto vasta quanto implacabile, continua, diffusa in tutto l’arco della vita. Ed era così, Oppezzo aveva fatto della scrittura una piena occupazione della propria esistenza, una imposizione quotidiana, una panacea e una condanna: «Nella vita, o si vive o si scrive» ebbe a dire. E questo manifesto lo portò a termine fino all’ultimo giorno. In una intervista, nel 1989, disse: «a suo tempo decisi che l’atto di scrivere è l’atto principale che ritengo di dover compiere».
Non si può dire che meramente non visse, ma visse scrivendo, chiudendo man mano il mondo fuori dalla sua stanza, come tante prima di lei avevano fatto, rendendosi non disponibile a molti contatti, chiudendo fuori gli altri dalla casa occupata dove viveva a Milano negli anni ’90 e in quella protetta negli ultimi due anni.
I suoi testi dei primi decenni, soprattutto quelli torinesi, hanno uno sguardo e una penna rivolti ancora al fuori, il fuori casa e oltre sé stessa. La strada, la luna, i gerani, il futuro, il tramonto, le lavandaie, compaiono già nei titoli intercalati al presentimento, all’isolamento, all’affanno. Sono poesie in bilico tra la voglia di vivere anche al di fuori della penna, nel mondo, e il desiderio, l’aspirazione a mollare.
Affannosamente
Affannosamente
Arruffiamo il presente
E prima dell’azione
Del movimento, delle parole
Il tempo ci manca già.
Passato.
Senza alcuna durata
Allora intuiamo
Che durare sarebbe convincente
Come inquietarsi
Come illuminare la nostra mente
Di una luce
Che spezza i pensieri
Li ricompone, li offre.
Nelle raccolte degli anni successivi trovano sempre più spazio in mezzo alle riflessioni l’ansia e l’angoscia, il timore sul disequilibrio, il non essere idonei e non essere chiari. È dagli anni ’70 che Oppezzo inizierà a parlare della sua paura, a spiegarcela e spiegarsela con i versi, come in Necessità della paura e La grande paura:
La grande paura
La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.
Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.
Nel 2019 esce nelle sale un documentario a lei dedicato prodotto da Luciano Martinengo, Il mondo in una stanza. Piera Oppezzo poeta: si tratta di cinquantadue minuti in cui le persone che l’hanno conosciuta, incontrata, amata, vista, con cui lei ha lavorato, la raccontano. Laura Lepetit ricorda la sua figura elegante e sobria; Maria Pia Quintavalla sottolinea l’importanza della partecipazione alla stagione del femminismo a Milano di Piera; Giancarlo Majorino ne legge delle poesie fermandosi di verso in verso a rimarcarne l’autenticità e l’impossibilità di accostarla a nessun altro; Bruno Gambarotta a elogiarne la bellezza e la distanza; Romano Madera ricorda la sua presenza al Gramsci ad ascoltare; Michelangelo Coviello sottolinea come ogni testo di Piera finisce senza finire, come per dire che la scrittura continua inarrestabile; Giulia Niccolai a ricordare il loro primo incontro per stampare il libro edito da Spatola. Ma sono solo alcune delle testimonianze. Una ricostruzione del mondo della Oppezzo, che spesso si ferma al mondo esterno, le case, le cose, le azioni, le parole, e si ferma all’inespugnabilità di una poetessa che aveva fatto di sé il suo mondo, del silenzio il suo osservare.
In questo mese è uscito Esercizi d’addio che raccoglie testi inediti scritti tra il 1952 e il 1965, per Interno Poesia, nella collana Interno Novecento, a cura ancora una volta di Luciano Martinengo. Sono testi sconosciuti scritti negli anni torinesi, che vanno a inserirsi nel grande quadro della scrittura della poetessa; un volume importante anche per la prefazione di Giovanna Rosadini e la postfazione di Gaia Carnevale, nonché per la bio-bibliografia di Oppezzo in coda al libro. Il libro racchiude circa una ottantina di poesie che nel loro dipanarsi srotolano la lessicografia e tematica oppezziana: sono liriche che seguono l’andamento delle stagioni, e dei mesi e del tempo meteorologico inframmezzate, tra una e l’altra, come tra un verso e l’altro, dalle cose osservate, gli oggetti del quotidiano che divengono correlativo oggettivo di una narrazione.
L’assenza di compiacimento e di autocompiacimento, il disinteresse per il lettore, il rifiuto ad assecondarlo o ad andargli incontro con un versificare semplice, il rifiuto del sentimentalismo, l’attenzione alla fetta di realtà da far entrare nella sua scrittura, con tutto il lessico e la sintassi che eleggeva per dire le cose, la tendenza a raccontare per concetti il quotidiano, in un continuo togliere al verso, quasi a scarnificarlo, sono operazioni che Oppezzo affila e lima negli anni, fino quasi a non far entrare più la luce, elemento del tempo, ma a lasciare gli oggetti a parlare avvolti dal fumo di una sigaretta, come «[…] Il quadro stanco della parete […]». In questa raccolta, più che in tutte le altre, si avverte un parallelismo, per poi divenire però coincidenza, con il romanzo Minuto per minuto: l’insofferenza per la vita occupata dal lavoro, l’insofferenza per un lavoro soffocante spicca tra i versi e nel romanzo. Ricorda molto alcuni versi della poeta operaia Nella Nobili, costretta alla fabbrica e alle sue luci, esausta di farsi saccheggiare la vita. Oppezzo scrive in La giornata lavorativa del ’64:
Lo scomodo andamento del tempo
avallato sulle panchine andandoci a consegnare
uno strato di mezz’ora, fra l’una e le due,
seduti al contrario con la fronte appoggiata allo schienale
il mattino del tutto stroncato,
una combustione nello stomaco
segnala l’insediamento del pomeriggio
ecc., ecc., ecc., ecc., la sera.
Oggi, Milo De Angelis mi parla di lei come di una «creatura lunare e segreta che mi aveva subito colpito negli anni sessanta con L’uomo qui presente, dove scoprivo un verso pensoso e meditato, lontano da ogni intimismo e da ogni confidenza. Nel periodo del liceo decisi di conoscerla di persona e le telefonai. Mi colpì anche il fatto che, pur essendosi già trasferita a Milano, volle vedermi a Torino, nella leggendaria via Po, tra le ombre di Nietzsche e Pavese, a riprova di un legame profondo con la sua città e con il suo carattere introverso e misterioso ma nello stesso tempo lucido e disincantato. Piera Oppezzo parlò pochissimo ma con un suo ruvido affetto, raccomandandomi – ero solo un ragazzo – di leggere unicamente poeti “seri” e di frequentare unicamente persone “serie”. La parola “serietà” sembrava ossessionarla e questo mi parve un buon segno. Poi ci siamo rivisti a Milano a casa di Giancarlo Majorino e ancora dopo in qualche riunione della rivista “Niebo”, da cui Piera Oppezzo si sentiva sicuramente lontana per tante ragioni di poetica e per il suo impegno militante di quegli anni. Ma forse “militante” non è la parola giusta per lei, così amara e silenziosa anche nella passione politica, con una frattura spirituale e un dolore antico che davano verità alle sue parole».
Con questo ultimo volume Oppezzo non sta più in rotaie parallele alla letteratura letta e amata, ma va a intersecarsi con infiniti altri binari, autrici, lettori, lettrici, critici, che ne snoderanno l’opera: gran parte della sua opera in versi ha rivisto la luce in questi ultimi cinque anni, un’opera che va dagli anni ’50 alla morte: 60 anni di scrittura. Una scrittura vissuta come doverosa, esiliante, inevitabile, come ebbe a dichiarare in una intervista a Paola Redaelli:
«[…] compio l’atto di scrivere che è l’atto principale che ritengo di dover compiere. Evidentemente a suo tempo ho deciso che era mio compito. Da allora ho questo impegno. Per cui non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia può avere un centro diverso nei diversi periodi, è comunque un centro che alimento e definisco – tolgo all’indistinto – scrivendo. E così posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico è un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali… Scrivo per decisione di scrivere… È darmi questo compito che è stata una ispirazione. Forse attingo da lì».
Doppiozero.it, 4 aprile 2021
di Lorenzo Coccoli
«2001. Un archivio», l’ultimo volume di Ida Dominijanni per manifestolibri. 11 settembre, la «war on terror», la caccia ai virus. Il libro è disponibile in e-book, sugli scaffali da sabato. L’inizio del terzo millennio che ha segnato la soglia tra un prima e un dopo, attraverso articoli e interviste. Materiali preziosi, cuciti con sapienza, mostrano quanto ancora siano efficaci nelle analisi che interrogano il presente della politica e dei suoi scenari, internazionali e simbolici. La presentazione domani alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Chiunque si sia cimentato in esercizi di storia dal basso conosce bene l’importanza cruciale degli archivi: è lì che bisogna andare a scavare se si vuole tentare di ridare corpo alle voci dei senza voce, è lì che bisogna indagare se si vuole sperare di sottrarre al rimosso le vies oubliées – il conio è di Arlette Farge, una che di archivi se ne intende – degli spossessati e degli sconfitti. Vero. E tuttavia, che cosa succede quando i rapporti si invertono? Quando gli sconfitti e i dimenticati di cui gli archivi ci parlano non sono gli altri ma siamo noi? È questa la prima, spiazzante sensazione che prende davanti al materiale che Ida Dominijanni, con montaggio sapiente, ha raccolto e orchestrato a partire dal suo repertorio di firma storica del manifesto. 2001. Un archivio (manifestolibri, pp. 280, euro 18, in ebook euro 9) è il titolo di questa operazione condotta sul filo sottile tra presente e passato. E l’odissea a cui ci invita è nel tempo più che nello spazio. Le lancette sono riportate indietro di vent’anni, a quell’inizio di terzo millennio che ha segnato – da qualunque lato la si voglia guardare, e ammesso che si abbia gli occhi per vedere – la soglia tra un prima e un dopo.
Colpisce il tempismo con cui l’autrice e i suoi interlocutori registrarono, quasi in presa diretta, il senso e le dimensioni di questo passaggio d’epoca. Colpisce il tesoro d’intelligenza politica che attorno agli eventi di quell’anno fatidico – Genova, le Twin Towers, e poi l’inizio della guerra globale infinita – si era venuto accumulando, nutrito dal pensiero e dalla pratica di un movimento che ancora affollava in massa le piazze. E colpisce però anche la coltre di stupidità sotto cui quel tesoro fu sepolto, il deserto di disinteresse in cui quell’intelligenza collettiva e preveggente chiamò inascoltata.
Leggete le venticinque interviste e gli svariati articoli che compongono il volume: non troverete una parola che non suoni straordinariamente profetica. Non c’è dubbio, avevamo ragione: gli accadimenti anche recentissimi di questo primo scorcio di secolo si sono incaricati di dimostrarlo. E nonostante questo, o anzi proprio per questo, tanto più dolorosa e disperante è la consapevolezza della sconfitta che ti assale quando, davanti a una Kabul in fiamme, senti commentatori e pundits ripetere un già detto vecchio di vent’anni, con identica stolida sicumera.
Intendiamoci però: un tesoro resta un tesoro, e un tesoro sepolto è lì solo perché un giorno, magari prossimo, possa essere ritrovato. 2001 disegna allora la mappa necessaria per mettersene in caccia, e la affida – leggiamo nella dedica – «a chi vent’anni fa non c’era ancora». A venire trasmessa, in questo simbolico passaggio di testimone, è innanzitutto una lezione di metodo, una pedagogia del sospetto. «Ambivalenza» è qui il termine chiave, la lente attraverso cui Dominijanni e le pensatrici e i pensatori da lei convocati (da Rosi Braidotti a Homi Bhabha e Slavoj Žižek, da Étienne Balibar a Judith Butler e Wendy Brown) scelgono di guardare allo scenario post-11 settembre. Leggere il vuoto tra le righe esibite del pieno, riconoscere l’impotenza dietro l’affermazione armata della superpotenza, scorgere la crisi delle categorie politiche classiche al di là della loro urlata e meccanica ripetizione: ecco la ginnastica a cui 2001 ci invita.
Certo, nella guerra al terrore la logica amico/nemico, noi contro di loro, sembra trovare una spettacolare (e spettacolarizzata) conferma: ma, ricorda ad esempio Carlo Galli, la verità è che qui abbiamo a che fare con un nemico invisibile, deterritorializzato, interno e non esterno alle frontiere dello Stato – ammesso poi che parlare di «interno» ed «esterno», nello spazio globalizzato senza più un fuori, abbia ancora senso. E del resto, che farsene di Hobbes e Schmitt quando, come scrive Dominijanni, «la pratica suicida dei kamikaze fa saltare il dispositivo della deterrenza che da sempre regola la convivenza» e spinge alla nascita del patto sociale? Certo, nell’ostentazione muscolare dell’era Bush, l’imperialismo americano sembra aver raggiunto il suo apice: ma, segnala Toni Negri, non si tratta a ben vedere che di «un colpo di reni contrario e regressivo» rispetto alle tendenze di formazione dell’Impero, del tentativo disperato di riaffermare una centralità perduta in un mondo irreversibilmente multipolare (con quale successo ce lo dicono oggi, di nuovo, le cronache dall’Afghanistan).
Certo, l’unione sacra stretta all’indomani degli attentati attorno alle vecchie parole d’ordine identitarie di Dio, patria e famiglia sembra certificare la vittoria della secolare alleanza di fondamentalismo, nazionalismo e patriarcato: ma proprio la carica di violenza con cui quelle parole si è cercato di imporle – da ambo i lati del presunto conflitto di civiltà – non è che il sintomo del delirio panico scatenato dai processi di profanizzazione del sacro (si legga quanto dice qui Mario Tronti), di ibridazione e meticciamento delle identità (lo sottolineano con acume, tra gli altri, Jeffrey Schnapp e Paul Gilroy), di implosione del dominio maschile sotto i colpi della parola femminile e della rivoluzione femminista (si veda il bel dialogo con Carol Gilligan, e il denso saggio conclusivo di Dominijanni).
Si badi bene: scoprire il trucco, svelare la dimensione spettrale dei revenants identitari non significa negarne la formidabile efficacia. 2001 torna anzi a più riprese sul potere dei fantasmi. Che realtà e immagine, verità e finzione non possono essere separati con un colpo occamiano di rasoio – tanto più dopo che, con l’attacco alle Torri trasmesso in diretta tv su scala globale, l’immaginario pare essersi definitivamente installato «nella cabina di regia dell’evento»; che ogni accadimento gioca sempre una partita su più campi, non solo sul piano del reale ma anche su quello del simbolico; che il riduzionismo economicista fa un cattivo servizio al materialismo se pensa di poter tagliar fuori dall’explanans le economie morali consce e, soprattutto, inconsce: ecco una lezione evidentemente utilissima a chiunque voglia provare a comprendere qualcosa di questa nostra complicata congiuntura.
Perché una cosa è certa: se non mettessimo nell’equazione la forza terribile degli spettri identitari e delle reazioni d’ordine, nulla capiremmo del momento populista che abbiamo attraversato e stiamo forse ancora attraversando; se non tenessimo in considerazione il fatto che il virus (l’Aids e l’antrace ieri, il Covid-19 oggi) è sempre anche una metafora, saremmo infinitamente più sguarniti nel registrare gli effetti sociali e simbolici che la crisi pandemica ha avuto e continuerà ad avere.
Ed eccoci così di nuovo proiettati sul presente. Pur nella sua tremenda letteralità – il punto è decisivo, come sottolinea Dominijanni nell’introduzione al libro – il coronavirus ha toccato un nervo della teoria politica scoperto già vent’anni fa dal virus allegorico del terrorismo. Venne a galla all’epoca, e con palmare evidenza, l’insufficienza di un’ontologia e di un’antropologia fondate tutte sul pilastro della sovranità – individuale o collettiva, poco importa; e insieme la necessità – avvertita soprattutto, e non a caso, nel campo femminista – di un loro ripensamento nei termini di un soggetto relazionale, interdipendente, vulnerabile. A distanza di vent’anni siamo ancora lì: il vecchio mondo è morto, ma continua a pesare come un incubo (come un fantasma) sul cervello dei vivi.
Quello che ci manca non è, scrive Dominijanni, «la finezza del concetto: manca il referente della pratica, la fiducia che davvero su questa base possa nascere qualcosa che si possa chiamare “politica”, l’individuazione di una figura antropologica nuova in grado di metterla al mondo e di farla camminare». E tuttavia, questo archivio è lì a ricordarcelo, nulla che nasca nasce mai da zero.
(il manifesto, 9 settembre 2021)
di Antonella Nappi
Il libro di Laura Lepetit è tranquillizzante per me che sono anziana e ho paura della vecchiaia. Ci mostra che la vita compiace comunque, non è il caso di spaventarsi del vuoto e della solitudine, si può godere dell’esserci nel contesto e guardar fuori: è un fare che ci può accompagnare finché si vive. Ma di più ancora: «In natura ci sono molto vuoto e molta attesa. Se tocca anche a noi vuol dire che stiamo partecipando a un modo naturale di vivere» (pag. 34). Quando poi viviamo piccole burrasche si può aspettare che passino, perché passano.
Per chi voglia guardarsi dentro, come a me piace, narrarsi invece di deperire (pagg. 120-121) è proprio ciò che può accompagnarmi a vedere e a capire, a occuparmi e a fare funzionare il cervello.
È un libro utile anche politicamente, nel tormentone teorico delle donne, nell’assenza teorica di altre donne, nell’inventiva un poco allucinata di altre ancora, Laura dà indicazioni preziose. Come togliere energia all’animosità, con il perdono – con la comprensione dico io –, con un poco di allontanamento, non creare sentimenti di vendetta. Questo è il massimo, secondo me, placarsi o placare è un esercizio fantastico. Questo bastare a se stessi nel conflitto con gli interlocutori è un esercizio che permette l’ascolto. L’hanno fatto quegli ebrei che non hanno più necessità di essere le uniche vittime e sanno vederne altre, lo fanno quelle donne che agli uomini insegnano o li ascoltano soltanto per quel che loro conviene.
L’umiliazione delle donne lascia correre alla guerra, lo spiega in poche righe (pag. 112-113), «Quante cose si potrebbero risolvere con le chiacchiere invece di fabbricare armi mortali!»
Le importanti riflessioni sulla depressione delle casalinghe le troviamo documentate da testi, che in tutto il libro percorrono i suoi incontri letterari e danno indicazione di che cosa leggere per arricchirsi.
Nel testo ho finalmente trovato una donna che come me parla con ammirazione di Leni Riefenstahl, l’inventrice del cinema – con pochissimi altri –. L’antinazismo godette nell’identificare il Nazismo in una donna invece di studiare quanto fosse maschile e ancora oggi la depreda delle sue opere. La cultura che opprimeva le donne negli anni delle nostre madri, e a cui per età Laura è appena sfuggita, era una tenaglia per le donne intelligenti: le spingeva a esistere controcorrente e nel contempo a adeguarsi ai ruoli femminili introiettati e anche richiesti per sopravvivere nella società. Molte sono state lacerate nella capacità di intendersi sane e valide per questa doppia identità che finalmente il femminismo ha dissolto permettendo di sapersi e dirsi e agirsi donne con i propri occhi, i propri sentimenti, le proprie ambizioni. Laura è stata capace di disvelare per sé e per tutte che l’identità potente femminile è una sola per ciascuna, la propria.
Segnalo la pag. 71: che cosa vogliono le donne? Il piacere sessuale. L’attrazione per gli uomini è il limite all’indifferenza delle donne verso gli uomini; è una ragione del continuare ad animare il conflitto con loro per non rinunciare al proprio piacere in favore di quello dell’altro. «L’ambiguo favore» che non assegna agli uomini un limite intrapsichico va combattuto da entrambi i sessi.
(www.libreriadelledonne.it, 31 agosto 2021)
di Stefania Bonacina
Cresciuta in una famiglia protagonista delle lotte sociali, trovò il modo di finire in carcere per “rinascere”. Legatissima alla madre e molto libera, fu l’outsider della letteratura italiana, in anticipo sui tempi. A 25 anni dalla morte è ora di riscoprirla
Il 5 ottobre 1980 le pagine di cronaca romana riportano la notizia dell’arresto di un’elegante signora ultracinquantenne, tale Goliarda Sapienza. La scrittrice ed ex attrice di qualche fama viene definita, impropriamente, moglie di un regista famoso e accusata di ricettazione di preziosi. La sua fedina penale è immacolata, e anzi ha combattuto con i gradi di sottotenente durante la Resistenza. Del suo reato dirà, anni dopo: «Mi ha preso una corda pazza, come capita a noi siciliani». Il furto di gioielli ai danni di un’amica, perpetrato mentre era sua ospite in una villa ai Parioli, fa acqua da tutte le parti e, quando le fanno notare che sul documento falso ha lasciato una traccia evidente, il nome della protagonista di un suo romanzo, ammette: «Un po’ volevo andarci, in carcere. Mi ero troppo imborghesita, infragilita. Troppo lavoro intellettuale, troppo cavilli […] A Rebibbia sono rinata […] per alcuni aspetti ho rivissuto la mia infanzia».
La cultura viene prima del pane
Un’infanzia tutt’altro che ordinaria, a cominciare dal palcoscenico che l’accoglie. Goliarda nasce il 10 maggio 1924 in una Catania fiera e brutale, quella dei vicoli malfamati di San Berillo. La madre, Maria Giudice, è una figura di spicco del sindacalismo lombardo. Entra ed esce di continuo dal carcere a causa della sua attività politica, dirige riviste e, prima donna in Italia, una Camera di Commercio. A quarant’anni viene inviata dal Partito Socialista Italiano in Sicilia per organizzare la lotta dei braccianti. Viaggia con i sette figli avuti more uxorio dall’anarchico Carlo Civardi, morto sul fronte della grande guerra. A Palermo conosce l’avvocato e fine costituzionalista Giuseppe Sapienza, vedovo con tre figli (di cui uno morirà prima della nascita di Goliarda). Entrambi non più giovanissimi, uniscono passione, impegno civile e figliolanza per dare vita a una famiglia più che allargata. Goliarda, la loro unica figlia naturale, sarà l’ultima di dieci fratelli, il più giovane dei quali è maggiore di lei di 16 anni. Della sua formazione anarco-socialista, Iuzza, come la chiamano in famiglia, racconterà che i suoi genitori, oltre a essere comprensibilmente più interessati al bene comune che a crescere una neonata, le avevano tolto Dio – «il che non è poco» – offrendole in cambio la cultura («veniva prima del pane») e il loro marxismo primitivo. Viene ritirata dalla scuola pubblica fascista affinché non diventi una «piccola cretina italiana»; saranno i fratelli maggiori a insegnarle musica, arte, storia, grammatica. Il padre la coinvolge nella sua passione per il teatro.
La previsione che si autoavvera
Nel secondo dopoguerra, Goliarda calca i palcoscenici di Roma, città dove si era trasferita con la madre a diciassette anni per studiare recitazione alla Silvio D’Amico, e si fa notare come interprete di personaggi pirandelliani. Un giovanissimo Citto Maselli, osservandola sera dopo sera dal fondo della platea, s’innamora della sua gestualità, elegante e ferina; il sodalizio amoroso e intellettuale con il famoso regista durerà diciott’anni. Per tutti gli anni ’50, Goliarda frequenta i neorealisti, ottiene vari ruoli a Cinecittà (amica di Visconti, reciterà in Senso), collabora alla stesura di sceneggiature e alla produzione di documentari e progetti cinematografici firmati dal suo compagno, con cui non si sposerà mai. Ama definirsi una “cinematografara” e sostiene di aver imparato a scrivere dal grande schermo per quanto sottolinei, ogni volta che ne ha l’occasione, che non avrebbe mai voluto fare la scrittrice: «Lo consideravo una follia. Da piccola vedevo girare per casa questi scrittori che sono sui libri di testo; facevano tutti la fame. E infatti, questo mi è successo!».
La dedizione alla scrittura grava sulla sua precaria condizione economica al punto da spingerla, a settant’anni compiuti, ad accettare d’insegnare recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia, su invito di Lina Wertmüller.
La perfetta solitudine
Ancestrale, la sua prima raccolta di poesie nasce di getto nel 1953, nel tentativo di superare il lutto per la perdita dell’amatissima madre. Nel 1967 sfiora il Premio Strega con Lettera Aperta, il suo primo romanzo, autobiografico, che racconta quanto le è accaduto tra le due pubblicazioni; la separazione da Citto Maselli, due tentativi di suicidio e un lungo percorso psicoanalitico per fare finalmente i conti con il sentimento di abbandono instillatole dalla sua “ingombrante” madre. Chiuso questo doloroso capitolo, si regala una parentesi di pura gioia: lei, che avrebbe voluto innumerevoli figli, ma non ne può avere per una malformazione congenita, partorisce il personaggio femminile più carnale, indomito e astuto della letteratura italiana del ventesimo secolo e lo battezza, con sprezzante ironia, Modesta. Far crescere la sua protagonista le impegna la vita, maniacalmente e quotidianamente, dal 1968 al 1976. Un periodo di “perfetta e felicissima solitudine” intervallato solo dalle tante serate conviviali con gli amici e, come racconterà con esilarante schiettezza, da due fallimentari tentativi di praticare il sesso libero, su insistenza delle amiche femministe. Si definisce «un organismo pre-industriale, che non trae giovamento da una carnalità priva d’amore». Quando nel 1975 si accorge di essersi innamorata di Angelo Pellegrino, un professore di lettere di 22 anni più giovane, scoppia in lacrime: «Temevo di non riuscire più a finire il mio romanzo».
Trent’anni senza editore
Pellegrino, che sposerà alcuni anni dopo, sarà invece la chiave per traghettare la sua opera nel canone letterario del Novecento. Dopo la morte improvvisa di Goliarda il 30 agosto del 1996, il marito decide di far stampare a sue spese un migliaio di copie de L’arte della Gioia, un romanzo in cerca di un editore da più di vent’anni perché giudicato scomodo e complesso, stilisticamente barocco e sperimentale e, soprattutto, con una protagonista che ha il vizio, inviso a ogni parte politica e culturale, dell’assoluta libertà. Il romanzo viene notato da un’agente letteraria tedesca che lo descrive a un’editrice francese come «un po’ bizzarro, 600 pagine che costeranno una fortuna in traduzione […] una meraviglia». Mentre in Italia gli editori continuano a ignorala, la storia di Modesta trionfa in Francia e il suo tardivo successo oltralpe convince Einaudi a dare alle stampe la prima edizione de L’arte della gioia a trent’anni dalla sua stesura.
Goliarda era «troppo lucida, troppo tagliente, troppo in anticipo sui tempi e su noi altri» confesserà un’amica letterata, ricordando anche quanto la scrittrice catanese amasse annotare sul suo taccuino le storie che si faceva raccontare da ogni persona che incontrava, abile nel sollecitare loro quasi una confessione. A Gaeta, dove trascorreva lunghi soggiorni estivi, e dove è seppellita, si sedeva spesso ai tavolini di un bar dove scriveva e sorrideva tra l’andirivieni della gente. «Quando rideva», la ritrae Guttuso, «la sua bocca aveva l’allegrezza di una fetta d’anguria».
Il legame, anche letterario, con Rebibbia
A Goliarda Sapienza è intitolato il premio letterario Racconti dal Carcere (raccontidalcarcere.it) che promuove gli scritti di detenuti italiani e stranieri nelle nostre carceri. «Il proprio Paese si conosce solo frequentandone le carceri, gli ospedali ed il manicomio» le ripeteva spesso la madre, socialista. Quando Goliarda frequenta L’università di Rebibbia, titolo che riassume la sua esperienza del carcere, ribadirà spesso come quel “bagno di verità” l’abbia aiutata a riscoprire un senso di comunità, di sorellanza e persino un linguaggio più aderente alla realtà. Un senso di appartenenza che, come accade alle due protagoniste de Le certezze del dubbio, l’altro suo romanzo-testimonianza della vita in prigione, può venire meno quando si viene riammessi nella società libera ma spesso più feroce, competitiva e respingente di una cella.
(Io Donna – Corriere della Sera, 28 agosto 2021)
di Marco Carminati
Quest’anno si commemora il 150° della morte Cristina Trivulzio di Belgiojoso, «Grande Dame» del Risorgimento o, volendo citare il celebre contemporaneo Carlo Cattaneo, «prima donna d’Italia», scomparsa a Milano il 5 luglio 1871. In consonanza con l’anniversario, su questa figura avvincente della storia non solo italiana dell’Ottocento esce la monografia di Karoline Rörig Cristina Trivulzio di Belgiojoso (Milano 1808 – Milano 1871). Storiografia e politica nel Risorgimento che lo storico Marino Viganò presenta ai lettori della Domenica del Sole 24 Ore.
Celebre per le avventure sentimentali – con la nascita della figlia fuori del matrimonio –, per episodi al limite dello scandalo di una vita libera oltre le convenzioni e per la caparbietà nel condursi, della vera Cristina Trivulzio scopriamo di sapere assai meno di quanto si reputi, specie dell’influsso culturale sulle idee e l’azione politica del tempo. Autentica, prima intellectual biography, questa pubblicazione esplora della Belgiojoso – donna straordinaria, la cui vita movimentata, emozionante come l’impegno incessante nel e per il movimento nazionale italiano affascinano – molto di quanto sinora tralasciato. Il suo fascino intrigante ha in effetti troppo distratto dall’opera di una combattente instancabile, autrice nel corso della pur breve esistenza (63 anni) di un profluvio di libri, opuscoli, articoli destinati alla stampa italiana e internazionale, oggetto al tempo anche di accesi dibattiti e polemiche, che ora Karoline Rörig ha rintracciato e analizzato in modo sistematico (opere e inediti), tenendo conto del contesto e superando la mera rievocazione, per cogliere i tratti più autentici e multiformi del suo pensiero e operato.
Cristina Trivulzio di Belgiojoso inizia gli studi e l’azione sull’Italia facilitata dalla prestigiosa cerchia di amici dell’esilio a Parigi, nella quale spiccano storici, politici, intellettuali influenti da Augustin Thierry a François Mignet e François Guizot, Victor Cousin o Victor Considérant. Ma poi, gradualmente, sa dirigerli da sé, in costante dialogo coi contemporanei e le condizioni politiche d’Europa, su ideali e programmi concreti, mirati a formare lo stato nazionale italiano unitario. E se sinora pensiero e programma non sono stati colti a fondo, qui Karoline Rörig dà il maggior contributo, indagando passo passo le tappe e individuando il suo «modello a tre fasi», basato su educazione politica e riforme, inteso a coinvolgere le componenti tutte della società in un itinerario sì moderato, ma affatto escludendo, ultima ratio, un saldo impegno rivoluzionario. È in effetti non per caso nel 1848 che Belgiojoso agisce, guidando il corpo di volontari detto «Divisione Belgiojoso» da Napoli a Milano, dove fonda il giornale «Il Crociato» – un nome, un programma –, battendosi poi nella Repubblica romana del 1849 accanto a Mazzini e Garibaldi. Paladina dell’iniziativa «a tre fasi», autrice, pubblicista, fondatrice e direttrice di riviste e fogli, riformatrice, rivoluzionaria, Belgiojoso dalle pagine di Rörig esce donna concreta: non teorica astratta ma soggetto pragmatico, con vocazione a lanciare moniti validi per i contemporanei come pure per l’Italia d’oggi.
(Domenica – Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2021)
Maria Teresa Carbone
Vecchia storia: le lettrici leggono libri di scrittrici e scrittori, i lettori intendendo qui solo i lettori pronti a definirsi uomini, cioè maschi, senza troppe esitazioni fanno di tutto per evitare i volumi che portano in copertina il nome di una donna. Lo si è detto tante volte e lo scrive adesso, appoggiandosi su indagini recenti, M.A. Sieghart sul Guardian (per inciso, sembrano ancora mancare dati accurati sulle predilezioni di coloro che non si riconoscono in una identità binaria, ma se la lista di titoli consigliati da Penguin Random House per il Pride Month ha un fondamento, i testi preferiti dalla galassia Lgbtq+ nascono all’interno della galassia Lgbtq+).
Dietro le iniziali puntate di Sieghart c’è in effetti una Mary Ann che fin dall’incipit svela l’inganno: niente nome per esteso, scrive, perché «voglio che anche gli uomini leggano questo articolo». Un espediente al quale prima di lei hanno fatto ricorso in tante, da George Eliot giù giù fino a J.K. Rowling, ma che evidentemente continua ad avere una certa utilità.
Per il suo libro The Authority Gap, appena uscito da Penguin, Sieghart che è una giornalista e commentatrice politica piuttosto nota nel Regno Unito ha commissionato a Nielsen una ricerca sulle letture abituali di donne e di uomini: «Volevo sapere se le autrici non solo erano considerate meno autorevoli degli uomini, ma se venivano lette dagli uomini. E i risultati hanno confermato il mio sospetto: è estremamente improbabile che gli uomini arrivino addirittura ad aprire un libro di una donna».
E infatti: per le prime dieci autrici più vendute (parliamo di bestselleriste seriali come Danielle Steel, ma anche di protagoniste della letteratura mondiale, da Jane Austen a Margaret Atwood) la spaccatura è nettissima: 19% lettori, 81% lettrici. Mentre per i primi dieci autori (uomini) in cima alle classifiche dei libri più venduti (tra loro Dickens, Tolkien e Stephen King), la divisione è molto più uniforme: 55% uomini e 45% donne.
Lo studio commissionato da Sieghart rivela però altri dati interessanti e meno scontati: per esempio, che i pochi maschi coraggiosi capaci di non arretrare quando si trovano di fronte ai testi delle scrittrici, non restano delusi, anzi li preferiscono, sia pure marginalmente. Infatti, secondo i dati di Goodreads, il più popoloso social dedicato alla lettura, in media gli uomini danno una valutazione di 3,9 su 5 ai libri delle autrici e di 3,8 ai libri degli autori.
E ancora, la ricerca Nielsen mostra che il divario di genere fra lettrici e lettori di saggistica è meno netto rispetto alla narrativa (65 % contro 35 %). Forse in questo ambito gli uomini hanno vedute meno chiuse? Purtroppo no: semplicemente nella non-fiction le donne hanno una tendenza più spiccata a leggere testi di autrici.
Appurato che i suoi sospetti erano fondati, Sieghart ci spiega perché le cose vanno cambiate: «Se gli uomini non leggono libri di e sulle donne, non riusciranno a capire la nostra psiche e la nostra
esperienza vissuta. E una visione così ristretta influenzerà le nostre relazioni con loro come colleghi, amici, partner. Ma questa situazione impoverisce anche le scrittrici, il cui lavoro, se è consumato perlopiù da donne, viene considerato di nicchia e non mainstream. Di conseguenza godranno di meno rispetto, meno status e meno soldi».
Ammesso tutto questo sia vero, cosa fare per costringere gli uomini a leggere i libri delle autrici? Seguire l’esempio di Sieghart e limitarsi alle iniziali o ricorrere addirittura a pseudonimi maschili? Imporre agli scrittori (uomini) una moratoria di un paio d’anni? Trovare l’equivalente libresco della «cura Ludovico»*? Ogni suggerimento è benvenuto.
*In Arancia meccanica, romanzo e film, la cura per la “redenzione” di malfattori abituali per “tendenza innata” (Ndr).
(il manifesto, 15 luglio 2021)
recensione di Vittoria Longoni
Chiara Zamboni, Sentire e scrivere la natura, Mimesis 2020
Una scrittura intensa, filosofica e a tratti poetica, esplora in questo libro il rapporto tra il soggetto (in particolare un soggetto femminile) e il complesso vivente della natura in cui siamo immerse/i, che ci avvolge e che avvolgiamo.
Per questo la relazione con la natura viene prima della dicotomia soggetto/oggetto: ne facciamo parte, ne siamo nutrite/i e ne possiamo parlare, unendo il sentire e il pensare.
Il tema del rapporto con la natura è stato posto con evidenza dalle catastrofi ambientali e dai movimenti ecologisti, che hanno rivolto a tutta l’umanità critiche e domande non più eludibili.
È un terreno che comporta riflessione in vari campi e impegno nel mondo, e invita a rinnovare la filosofia.
Sentire ed esprimere – in parole dette o scritte, o in opere d’arte – la natura: in questo processo metamorfico sono incluse sensazioni ed esperienze, forme di sessualità e lavoro sul linguaggio. In questa direzione aprono e mostrano la strada soprattutto Anna Maria Ortese, con le sue opere in cui si fondono riflessione e invenzione narrativa; poete come Ingeborg Bachmann; pensatrici come Maria Zambrano e pensatori come Maurice Merleau-Ponty.
Il sentire si radica nell’inconscio; ogni sensazione nasce già impregnata di vissuti passati.
Dalla conclusione del libro: “Ciascuno è un individuo, un soggetto, cioè quasi tutto per sé e quasi nulla per l’universo, un frammento infimo e malato dell’antroposfera; ma qualcosa di simile a un istinto inserisce ciò che di più intimo c’è nella mia soggettività all’interno di questa antroposfera, mi lega cioè al destino dell’umanità… Noi partecipiamo a questo insondabile, a questo incompiuto così fortemente intessuto di sogni, di dolore, di gioia e d’incertezza, che è in noi come noi siamo in esso…”.
Chiara Zamboni è docente di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Verona e fa parte da decenni della comunità filosofica Diotima. Ha pubblicato molti testi, tra cui Parole non consumate: donne e uomini nel linguaggio (2001), Pensare in presenza: conversazioni, luoghi, improvvisazioni (2009), Il male in Simone Weil e Hannah Arendt (2017). Frutti di un’intensa e innovativa ricerca filosofica, connotata al femminile.
(https://www.casadonnemilano.it/ 13 luglio 2021)
di Viola Papetti
«Eccola, arriva / – l’insonnia delle 3.15 – / … Mi piacerebbe una vita semplice. / Invece tutta notte ripongo / poesie in una scatolona. / È la mia scatola dell’immortalità, / il mio piano rateale, / la mia bara. / Tutta la notte ali cupe / sbattono nel mio cuore. / Ognuna un uccello ambizione». Con questa poesia, «L’uccello ambizione», apre Il libro della follia che Anne Sexton diede alle stampe due anni prima del suicidio nel 1974, anno del divorzio dal marito. Prima traduzione integrale in italiano, pubblicata da La nave di Teseo per la cura e l’ottima traduzione di Rosaria Lo Russo (collana «i Venti», testo inglese a fronte, pp. 212, € 18,00), Il libro della follia accoglie materiale disuguale, diviso in tre sezioni: «Trenta poesie», «Tre storie (in prosa)», «Carte di Gesù».
Non ha lo straordinario impatto di Poesie d’amore (Le Lettere 1996, ristampa riveduta e corretta 2021, cura e traduzione di Rosaria Lo Russo, pp. 184, € 17,00), né di Vivi o muori che le fece vincere il Pulitzer nel 1966 e aumentò notevolmente i suoi guadagni di eccezionale performer, di rosso vestita. «Sono uscita, strega invasata, / a infestare le tenebre, più audace di notte; / sognando malefici, ho fatto i miei incantesimi» («Come lei»). Ogni performance seguiva un rituale fisso: «…completamente sbronza saliva sul palco, si toglieva le scarpe scagliandole via, accendeva una sigaretta e con meravigliosa sensuale voce gutturale elegantemente impostata, dava inizio alla fascinazione magica della Strega; la reazione del pubblico oscillava fra i due poli opposti dell’adorazione fanatica e del totale disgusto» (Lo Russo). Era nato il Poeta Pop, il Poeta Rock, il Poeta Femmina che parlava direttamente al cuore, alla testa, all’utero delle donne. «Tutto in me è uccello, / frullio d’ali. / Volevano asportarti / ma non lo faranno. / Hanno detto che eri smisuratamente vuoto / ma non è vero. / Hanno detto che eri affetto da malattia mortale / ma si sbagliavano. / Canti come una ragazzina. / Non sei ferito («In celebrazione del mio utero»).
In Italia dal 1989 al 2010 si sono succedute ben otto raccolte di sue poesie ancor prima che fosse pubblicata l’edizione completa (Complete Poems, 1999), a cura dell’amica e poetessa Maxine Kumin. Va ricordata anche l’ottima scelta curata da Cristina Gamberi, La zavorra dell’eterno, ordinata cronologicamente (Crocetti 2016). Un ritratto di Anne Sexton tra lampi e fulgori lo ha elegantemente rifinito Caterina Ricciardi nel 2017 su «AliasD» (ora in: Novecento poetico americano, Edizioni di Storia e Letteratura 2021), e conviene tenerlo presente. Ricciardi ricerca la Sexton più segreta, più tragica «…nella coazione del lutto che è ciò che fa convergere parole sotto il segno della mutazione, spingendo all’evoluzione in altra entità, essenza, coscienza … E quale figura più liberatoria per tali rivoluzioni dell’anima se non un uccello?». Da Il libro della follia: l’ultimo volo dell’uccello metafisico nell’ultimo distico «Vuole morire cambiandosi d’abito / e sfrecciare verso il sole come un diamante» (autoironica?). Ma anche una poesia politica: «Noi siamo l’America. / Siamo i riempitori di bare. / Siamo i bottegai della morte. / Noi li imballiamo come casse di cavolfiori» («I bombaroli»). Presaga? «Mamma uccisa da uno sparo / e di me che ne sarà, che ne sarà di me? / Quando mi affiderò a uno sparo / come un pesce suicida all’amo?» («La Danza delle Figlie del Buffone»). Mistica? «Gesù dormiva immobile come un giocattolo / e in sogno desiderò Maria. / Il Suo pene ululava come un cane / ed Egli si rivoltò bruscamente da quella posa, / come una porta che sbatte. / Quella porta Gli spaccò il cuore / perché il Suo era un bisogno dolente. / Del Suo bisogno Egli fece una statua. / Col Suo pene per scalpello / scolpì la Pietà» («Gesù dormiente»).
Non stupisce che ci fossero delle resistenze da parte di accademici americani e italiani. «La pubblicazione di Life Studies di Robert Lowell nel 1959 si situa come capovolgimento imprevisto nella poesia formalista e impersonale degli anni cinquanta – scrive Bianca Tarozzi in Poesia e regressione: Anne Sexton («Annali di Ca’ Foscari», 1973). Sexton e Plath avevano seguito il suo corso alla Boston University nel 1957. Nel 1959 esce la prima raccolta della Plath, Colossus, Sexton segue nell’anno successivo con Bedlam and Part Way Back, che il maestro aveva già letto, e il 1° dicembre 1961 le scrive: «Diverse poesie replicano grosso modo lo stile del mio Life Studies; il metodo e le emozioni (questo dipende non da imitazione ma da una esperienza simile – penso spesso e sento così, anche se scrivo altrimenti) mi sono familiari, e ora quasi ti invidio […] Quando qualcuno sa chi è, come hai fatto tu, e si denuda con questa profondità, è assurdo sottolineare i piccoli difetti […] Penso che il tuo prossimo libro costituirà un ulteriore passo avanti […] Stai cavalcando la marea e sei sola» (corsivo mio).
Per conoscere meglio Anne Sexton e certa psicoanalisi degli anni cinquanta e sessanta è consigliabile leggere An Accident of Hope di Dawn M. Storczewski, che ha trascritto parte delle sedute di Sexton e del dottor Martin Horne che le ha rese disponibili. Dopo la nascita della seconda figlia, Sexton in preda a depressione post-partum aveva iniziato quegli incontri che dureranno quasi otto anni: tre volte alla settimana, e telefonate negli intervalli – ventotto anni lei, ventinove lui. A quella ricca casalinga, bella, intelligentissima, con modesta cultura, il dottore consigliò di scrivere poesie per occupare il tempo mentre cercava di farle accettare la normalità del suo destino di moglie e madre. Dopo sei mesi lei gli portò ben sessanta poesie. Il dottore non credeva alla poesia, e non si accorse di aver messo la sua impavida paziente non su una strada verso la normalità – la realtà «così com’è» secondo la sua definizione –, ma una strada ben più allettante e pericolosa. Benché nato a Vienna, da madre anche lei analista, non aveva letto Schopenhauer. «Non appena scendiamo in noi stessi e, drizzando la conoscenza verso il nostro interno, vogliamo renderci di noi consci appieno, ci perdiamo in un vuoto senza fondo, simile a cava sfera di vetro dal cui vuoto parli una voce, della quale non è possibile trovar nella sfera una causa; e mentre facciamo per ghermire noi stessi, rabbrividendo non afferriamo che un vuoto fantasma» (Il mondo come volontà e rappresentazione, citato da Remo Bodei, Sovrapposizioni, 2016). Lowell aveva avvertito il pericolo, e si era arrestato in tempo.
Se in pieno Romanticismo un poeta assoluto come Keats ancora invocava Mnemosine come dispensatrice della divina Poesia, per cui era disposto a pagare con la vita stessa, non stupisce che nelle frange neo-romantiche un poeta naïf come Sexton ne ripeta la parabola, assegnando all’analista, l’amato dottor Orne, un ruolo che lui sempre rifiutò. Con voce drammaticamente impostata, lei affrontava i ripetuti mugolii di lui, non proprio silenzio, ma forse peggio. «Buffo che a lei non importi di me come poeta. Ma lei mi ha creato poeta. Lei si prendeva cura di me. Allora lei, io, creammo il poeta». Aveva coniato l’orribile termine «concreazione» per convincerlo. Ma fu del tutto inutile, e il dottor Orne partì per Boston, appena sposato.
Ormai Anne Sexton appartiene alla genealogia eletta che nel Novecento ha ricalcato le orme della prodigiosa Emily Dickinson, insieme a Sylvia Plath, Amelia Rosselli… Aggiungerei Alda Merini, benché non suicida, che componeva poesie come un flusso senza argine di sorta. Ricoverata più volte in manicomio, subì l’elettrochoc, amò molto, e liberata finalmente dal suo utero, a tarda età si inventò affascinante performer accompagnandosi al piano mentre recitava le sue poesie, in un bar dei Navigli.
(Alias – il manifesto, 27 giugno 2021)
inviata da Antonella Doria
Una signora anziana
capelli corti e grigi come i miei,
giacca e pantaloni, niente di trasandato
(sono più malmessa io), un’intellettuale, direi, un volto
da “Libreria delle donne”, entra
nel vagone della Metropolitana
dove sono seduta, estrae dalla tasca
un’armonica a bocca, suona
Oh Susanna!, Jingle Bells e chiede
l’elemosina, lasciandomi basita.
A me piace dare sempre qualcosa
senza giudicare: a questo sì, a questo no.
da Frisbees nel metro
Un abbraccio a Giulia con tutto il nostro amore!
Ciao Ciao
Antonella Doria
(www.libreriadelledonne.it, 26 giugno 2021)
di Laura Marzi
La ricerca Il lavoro che usura. Migrazioni femminili e salute occupazionale condotta da Veronica Redini, Francesca Alice Vianello e Federica Zaccagnini edita da FrancoAngeli (pp. 144, euro 19) verte sulla condizione di salute delle donne che migrano in Italia. In particolare le intervistate sono moldave che in Veneto per la maggior parte lavorano come assistenti familiari (badanti). Questo studio, quindi, analizza il lavoro di cura, a partire da una domanda particolarmente interessante: come stanno le donne che in Italia si occupano degli anziani e delle persone malate?
La cura è un dispositivo critico interdisciplinare che può quindi essere esplorato a partire da diverse prospettive di analisi, per questo nell’introduzione le autrici specificano che: «il libro presenta i risultati di una ricerca pilota multi-metodo e multi-disciplinare», condotta a partire da riflessioni teoriche, analisi qualitative e quantitative.
La tematica intorno alla quale ruota questa indagine estremamente innovativa sulla condizione di salute delle care-givers viene affrontata in primo luogo a partire dalla «femminilizzazione delle migrazioni». La catena migratoria ha subito infatti una trasformazione fondamentale negli ultimi trent’anni: «la letteratura ha in generale fatto emergere come le donne, migrando, siano riuscite a declinare al femminile le responsabilità di bread-winner».
Si concentra poi sulle caratteristiche del lavoro che svolgono le donne moldave emigrate a Padova, target principale di questo studio. Emerge prima di tutto un esubero del monte orario, anche rispetto a ciò che è indicato nel Ccnl, che per le assistenti familiari prevede 54 ore di lavoro settimanali.
Nella realtà, le donne che svolgono il lavoro di assistenti familiari, spesso risiedendo nella casa della persona di cui si occupano, non hanno vere e proprie pause e la loro paga, stando ai grafici molto chiari contenuti nel volume, nella maggior parte dei casi non arriva ai 5 euro all’ora. In questa condizione di disponibilità costante e necessaria, che spazio può avere la fragilità delle care-workers? «Nel caso delle assistenti familiari, queste riportano la necessità di dover lavorare anche in caso di malattia. Più di una lavoratrice ha raccontato che in caso di malattia o durante il periodo di ferie, lei stessa si occupava di trovare e pagare una persona che la sostituisse». Considerata la stringente necessità che le famiglie italiane hanno del lavoro di queste donne, tale bisogno non prevede comprensione quando si tratta della vulnerabilità o delle esigenze delle lavoratrici.
Dal punto di vista medico, quando arrivano in Italia le donne moldave sono tendenzialmente più sane delle italiane: «vi è la conferma di una migliore salute rispetto alla popolazione nativa che però si deteriora tra coloro che risiedono da più tempo nel paese di immigrazione».
I medici intervistati, a proposito delle donne straniere che hanno in cura, sottolineano una differenza significativa tra la salute delle «donne dell’est» e quella delle donne dell’Africa subsahariana, che sarebbe decisamente peggiore, anche perché queste hanno maggiori difficoltà a usufruire dei servizi del sistema sanitario italiano. Nessuno dei medici intervistati fa riferimento alla salute psicologica di queste lavoratrici, anche se: «solo il 2% delle donne intervistate soffriva di depressione, mentre dopo la migrazione il dato sale al 13%». E neanche viene fatta menzione da parte dei medici della «sindrome Italia», che indica «la sofferenza psichica delle donne migranti che viene indissolubilmente associata a quella dei loro figli rimasti a casa». Ovviamente le analisi effettuate non riguardano le derive, ancora sconosciute, generate dalla pandemia di Covid-19.
La ricerca ha il merito non solo di porre una domanda tanto ovvia quanto ignorata: come stanno le donne straniere che si occupano di noi? Quanto riusciamo a prenderci cura di loro? Lo fa a partire dalle voci e dalle esperienze delle lavoratrici, senza sovrapposizioni o travisamenti.
(il manifesto, 19 giugno 2021)
di Daniela Morandi
In estate un capo d’organza ci sta. E anche tenere in borsa Organsa, il libro di Mariangela Mianiti, vincitore della trentasettesima edizione del Premio nazionale di narrativa Bergamo. E se lo merita. È un libro che leggi d’un fiato. La sua storia ti scivola tra le dita come un bel tessuto.
La scrittrice è figlia di una brava sarta, che ha cercato di tramandarle il mestiere: Mianiti sa giusto fare gli orli, ma ha cucita addosso la campagna emiliana fin dalle vestine confezionate su misura dalla madre quando lei era bambina. Al lettore ritorna quell’atmosfera di provincia, che supera ogni regionalismo. È catturato da voli in altalena, pedalate in bicicletta, che per chi è nato nella bassa padana, fatta di nebbia e afa, è una religione.
In Organsa rivedi un pezzo d’Italia rurale, ritratti di un album di famiglia, relazioni che si intrecciano, sfilacciano, svelano. La scrittura è fitta ma distesa, come la pianura. Il paesaggio emiliano, naturale e umano, nel libro è vivo. Tradizione e relazioni tra padre e madre, genitori e figli si annodano per tessere il filo conduttore della storia: il racconto spietato di una famiglia e di un microcosmo, delle resistenze sempre bastonate di Luisa, madre che non riesce a battersi per se stessa ma per i figli. Premio meritato con 43 voti.
Un po’ meno meritato il quarto posto di Antonio Franchini, dalla solida scrittura, figlia di un uomo che sin da ragazzino si è immerso nella lettura e letteratura per immergersi nella vita. Il suo Il vecchio lottatore stava bene a pari merito con Splendi come vita di Mariagrazia Calandrone, posizionata al secondo posto con 30 voti. Le sue parole splendono come vita o fanno capire che la vita splende, ma è una consapevolezza che affiora dopo una sedimentazione.
Al terzo posto Nel nome del diavolo di Lorenzo Alunni, antropologo che rintraccia nella «letteratura una torcia per raggiungere certi abissi dell’umano», come dice, ma la sua scrittura a tratti è ancora acerba. A chiudere la cinquina le ossessioni e la parodia di un’emancipazione de I pellicani di Sergio La Chiusa. La cerimonia di premiazione, tenutasi ieri sotto i portici del palazzo della Ragione in piazza Vecchia, è stata una celebrazione della parola, del suo peso e potere seduttivo. Nei saluti dell’assessora alla Cultura Nadia Ghisalberti, del rettore Remo Morzenti Pellegrini, del presidente di Confesercenti Antonio Terzi, in quelli di Dario Zoppetti della Fondazione della Comunità bergamasca torna la bellezza del ritrovarsi, del leggere, dell’assaporare il gusto delle parole. Torna la promozione della lettura e letteratura. Operazione che passa anche dalla Vanoncini Spa, dove è partita l’esperienza del «Book club dei muratori», per incentivare la lettura come fattore aggregante fra i dipendenti: per ogni libro letto e raccontato agli altri, il lettore riceve un buono libri. L’invito del presidente del premio Massimo Rocchi è quello «come dice Pessoa, di diminuire il contatto con la realtà e aumentare l’analisi di quel contatto…».
(Corriere della sera – Cronaca di Bergamo, 19 giugno 2021)
di Alessandra Pigliaru
Torino Spiritualità. Da oggi a domenica un festival di appuntamenti e incontri sotto il segno di «Desideranti. Slanci, brame, mancanze». Intervista con la poeta sabato al Teatro Carignano per il reading «Nostalgia delle cose impossibili». «La gratitudine è alla base di ecologia o ecosofia, da essa si genera l’energia per ricucire il dissestato mondo. L’altro sta assumendo connotati sempre più larghi. Dobbiamo cominciare a pensare alle altre specie, alle altre forme di vita che ci tengono in vita, come prolungamento di noi stessi»
Il desiderio nomina il nostro stare nel mondo, sostanziandolo. Essendo parola in stretto contatto con la materialità delle vite, oltre che con l’oralità, è prossima anche alla poesia. Messo a tema in particolare dalle scritture delle donne e dal femminismo, il suo significato è sovente riferito al luogo della «mancanza». Meglio sarebbe augurarsi di fare l’esperienza potente e somma del desiderare, non accade di necessità in ogni esistenza e può orientare quanto pieno incarnato ci sia nel convocarlo e covarlo.
«Desideranti» è il tema con cui si apre oggi la nuova edizione di Torino Spiritualità, indovinando ciò che più occorrerebbe al presente, dopo oltre un anno di totale spossessamento, fare ritorno al desiderio diviene quasi una pratica sovversiva. «Siamo noi i desideranti, noi viventi», suggerisce Mariangela Gualtieri: ospite sabato al Teatro Carignano (ore 15. 30) farà una lettura pensata per il Festival torinese. «Il desiderio – prosegue la poeta – è energia che ci sostenta e ci muove in una direzione o in un’altra, senza mai trovare compimento».
Il reading di sabato è intitolato «Nostalgia delle cose impossibili». Quali sono?
È un verso di Beppe Salvia, poeta che amo. Non ho mai pensato a un elenco preciso di cose, quanto piuttosto a una scia di entità grandiose e lontanissime che dobbiamo avere abitato, delle quali resta in noi una nostalgia imprecisata e dalle quali a volte sembra di essere precipitati giù. Del resto la nostalgia, come desiderio del ritorno, resta in poesia un movimento radicato e sempre presente.
Per introdurre il suo incontro scrive che ci sono desideri che sono quasi nati con lei e sempre sono rimasti con una così forte intensità, come «massa di energia ardente». Si tratta di una risorsa antica e inaddomesticata cui attingere?
Sì, non si può addomesticare perché non pare di questo mondo e dunque non ha casa qui. Innato è qualcosa che pare avere origine altrove, appartenente ad un altrove.
Forse questi desideri, questa massa di energia ardente, è ciò che determina il nostro essere fatti così, il nostro cesello, il nostro destino, la legge di ognuno di noi e nel migliore dei casi la nostra vocazione, come punto in cui il desiderio diviene un ordine che non si discute. O, potremmo dire, connota il nostro daimon.
Nei suoi versi aleggiano spesso i segni del desiderio, vuoti, mancanze, commozioni, visioni, pienezze; poi c’è un luogo simbolico raro, soprattutto in questo tempo miseramente autocentrato: il desiderio di gratitudine.
Quando ho cominciato a scrivere la lunga lista di grazie ispirata dalla Poesia dei doni di Borges, ho provato grande leggerezza e anche l’impressione di un compimento, come se tutto fosse in attesa di un nostro grazie, la terra, l’acqua, gli animali, l’erba. Penso che la gratitudine sia alla base di qualunque ecologia o ecosofia e che da essa si generi l’energia per ricucire il dissestato mondo.
«Essere amato./ Quanto l’ho voluto./ Quanto ho fatto per questo./ Ho dato tutto di me. Quanto l’ho desiderato/ essere amato». Nel pensiero espresso da «Caino» (Einaudi, 2011) che poi si manifesta nel suo contrario, nella morte, c’è una universale richiesta d’amore tutta umana?
Senza amore l’essere umano non può sopravvivere, si ammala, o «diventa bruttissimo dentro», come recita la Fatina nel nostro ultimo spettacolo. È un ingrediente indispensabile per ogni mammifero, credo, al pari di aria, acqua e cibo. Ma anche le piante, l’acqua o il sole, tutto sembra vivere di una espansione amorosa. Tutta umana è invece la nostra razionalità che finge a volte di poter fare a meno dell’amore.
Un mese fa, con il Teatro Valdoca e per la regia di Cesare Ronconi, avete debuttato con lo spettacolo «Enigma. Requiem per Pinocchio». Ci avete lavorato due anni e i testi sono suoi. A un certo punto scrive: «Ci sono lumache pazientissime. Si può imparare da loro. Non sei migliore. È antico ingegnere spaziale, ciò che chiami lumaca. Sa il segreto delle galassie. Apriamo il tuo orecchio alla lingua sua siderale». In che modo il suo Pinocchio (interpretato da Silvia Calderoni) impara a osservare e sentire le altre lingue?
Pinocchio è legno che desidera farsi carne, fare un salto di regni, e apre così un lungo interrogativo su cosa ci renda umani. Il tema della comprensione all’altro da noi, a questo punto della nostra storia di specie, mi sembra centrale.
L’altro sta assumendo connotati sempre più larghi, non è solo l’altro umano: dobbiamo cominciare a pensare alle altre specie, alle altre forme di vita che ci tengono in vita, come prolungamento di noi stessi.
Tra i suoi ultimi riti sonori, insieme a «Voce che apre» – e a esso strettamente collegato – c’è «Il quotidiano innamoramento», che riprende la raccolta «Quando non morivo» (Einaudi, 2019). Parte dall’incanto fonico di Amelia Rosselli e l’innamoramento possiede improvvisamente tutti i suoni del mondo. A chi si è voluta rivolgere?
Il canto esce urgente e si intona a tutto ciò che ha incontrato con intensità e attenzione.
Non mi rivolgo a nessuno in particolare. Solo vorrei che la poesia radicasse dentro le nostre vite, a celebrarle, negli innumerevoli istanti che attraversiamo, dalle semplici cose, ai più alti e complessi pensieri.
(il manifesto, 17 giugno 2021)
di Paolo Lambruschi
Torna dal remoto passato coloniale una storia di brutalità e oppressione che l’Italia ha dimenticato, seppellendola nell’oblio da 75 anni, anche edulcorandola con la menzogna. Il re ombra, affresco epico e corale dipinto magistralmente da Maaza Mengiste ed edito da Einaudi (pagine 440, euro 21,00) restituisce nomi e volti ai protagonisti dimenticati della guerra d’Etiopia, le donne guerriere che combatterono contro i “talian” cancellate dalla memoria storica, i ragazzini e le famiglie gasati con l’iprite e un sosia del Negus, da cui viene il titolo, che sprona il popolo a resistere a un nemico molto meglio armato. Un romanzo dalla parte degli oppressi, gli etiopi, a fronte di oppressori e invasori, noi italiani “brava gente”, portati dal fascismo a conquistare l’Etiopia ad ogni costo per costruire l’impero e vendicare l’umiliante sconfitta di 40 anni prima ad Adua, la Caporetto africana. La trama si svolge su due piani temporali paralleli, dall’autunno del 1935 fino alla primavera del 1936 e nel 1974, durante la rivoluzione dei colonnelli filo sovietici che rovesciarono la monarchia feudale del Negus. Il romanzo è risultato, ieri, il vincitore della XV edizione del premio “Gregor Von Rezzori – Città di Firenze” e consacra una grande narratrice, Maaza Mengiste, etiope-americana e docente di letteratura a New York, fuggita all’estero con la famiglia proprio nel 1974, a quattro anni, e molto legata al nostro Paese, nonostante tutto: «Ho vissuto a Roma nel 2010 per quasi un anno con una borsa di studio per la ricerca da cui è nato questo libro. Ho studiato l’italiano per essere autonoma, ero prevenuta perché la guerra ha ucciso un fratello di mio padre e alcuni suoi cugini. Invece lo storico dell’Africa Sandro Triulzi e sua moglie, la traduttrice Paola Splendore, che mi hanno ospitato, sono diventati la mia famiglia. Quando sono arrivata in Italia ero piena di rabbia, volevo scoprire di più sulla brutalità e sulla crudeltà degli italiani. Ma più ho conosciuto il vostro popolo, più vi ho voluto bene e più mi sono aperta a capire la complessità della storia. Ho imparato il significato del perdono, mi sono messa in cammino tra passato e presente per cercare di dare un senso a quel che è successo».
Cosa ha cambiato il suo giudizio? Soprattutto l’incontro con i figli dei caduti in Etiopia. A Firenze, alla fine di una presentazione, un signore anziano mi è venuto incontro con un giornale del 1936 per mostrarmi l’annuncio del funerale di suo padre, sepolto in Etiopia.
Mi ha detto: ecco questo è mio papà, se torni laggiù salutamelo. Quell’incontro ha cambiato me e il mio libro. Non puoi vivere arrabbiato, quella guerra ha distrutto famiglie etiopi e italiane. Il dolore ci ha accomunati.
Perché ha scelto come protagoniste Hirut, la serva ragazzina, e Aster, la moglie del padrone, due combattenti?
In realtà avevo cominciato a scrivere una storia con protagonisti maschili, poi sono venuta a conoscenza dell’esistenza delle donne soldato, ho visto le foto ed è stata una grande sorpresa. Loro le rappresentano. Quando stavo terminando il romanzo ho scoperto che la mia bisnonna aveva combattuto con l’esercito etiope. La scrittura è stata un viaggio anche nella mia storia familiare.
In Italia c’è scarsa conoscenza della storia coloniale e della campagna d’Africa. Quali sofferenze hanno inferto gli italiani all’Etiopia?
Quella guerra è stata molto brutale. Per capire cosa sia successo al mio popolo ho cercato di studiare cos’era successo qualche anno prima in Libia, il terre- no su cui l’esercito italiano e i fascisti si sono allenati. L’uso di gas, i campi di concentramento e l’esecuzione sommaria dei prigionieri o di sospetti nemici sono stati sperimentati prima in Libia e poi portati avanti su vasta scala durante l’invasione e l’occupazione dell’Etiopia. Quando si cancella la storia, si commette un grave errore, anzitutto si manca di rispetto ai caduti che non possono venire più ricordati dai propri cari. Anche i combattenti tornati in Italia sono stati traditi dal loro Paese perché sono stati trattati come nazisti mentre molti hanno combattuto con i partigiani. Perdere questa memoria è un’amputazione della storia italiana.
Cosa rappresentano i due personaggi italiani Ettore Navarra, fotografo ebreo, e l’u!iciale fascista Carlo Fucelli?
Fucelli è ispirato alla figura del fascista Rodolfo Graziani [spietato viceré, ndr]. Questa guerra è stata portata avanti da uomini crudeli come lui e volevo capire la natura di questa crudeltà. Navarra è il suo opposto, è di famiglia ebraica e il padre gli ha insegnato ad essere un uomo libero, ma più va avanti la guerra e più diventa complice delle atrocità. Un essere umano contiene tante creature, qualcosa ci porta a comportarci come
macchine e volevo esplorarne i meccanismi. Carlo Fucelli, brutale e crudele, cerca di proteggere Ettore Navarra e in fondo ha una sua etica, mentre Ettore la perde. Le sue foto sono un’arma di guerra utilizzata dai colonialisti per la narrazione della presunta di!erenza tra le persone che giustifica la violenza, l’invasione e la crudeltà.
Perché a un certo punto appare il “re ombra”?
Per spiegare la natura della leadership e del potere. Volevo riflettere sull’altra faccia di un uomo come Hailé Selassié, una leggenda, un mito che fugge. Mi sono chiesta come mai un contadino vestito come lui possa aver spinto la gente a combattere e a morire mentre il vero imperatore era in esilio.
E poi è tornato nel 1941, nel 1974 è stato ucciso. E l’Etiopia è ancora senza pace.
È vero, oggi c’è la guerra nel Tigrai e altri conflitti, ci sono povertà e divisioni. Però durante l’invasione italiana il mio popolo seppe trovare unità e difendere la propria indipendenza. Senza quella lotta avremmo vissuto da schiavi.
(avvenire.it, 6 giugno 2021)
di Antonietta Lelario
Ho letto questo saggio come un romanzo grazie all’appassionato amore per la libertà di Donatella Di Cesare, che traspare da ogni pagina, ma anche perché lì ho trovato ciò che in fondo si cerca nei romanzi: capire la realtà in cui siamo immessi, orientarci meglio nel nostro tempo. Credo che questo di capire di più sia un bisogno diffuso che non trova risposta nei mass media i quali non lasciano più spazio a domande vere, perché saldati strettamente a una politica chiamata solo a gestire e amministrare il dettato dei mercati. Tutto si consuma in un cerchio chiuso, salvo a cercare personalmente e con fatica i varchi per un altro tipo di comunicazione. Questo saggio su Il tempo della rivolta di Donatella Di Cesare è uno di quei varchi.
Il libro è una miniera di informazioni sulle molte rivolte che hanno costellato il nostro tempo: dalle primavere arabe a Occupy Wall Street, dalle rivolte delle banlieue parigine ai movimenti ecologisti, dai cortei di donne ad Anonimous, dalle manifestazioni dei neri alle performance artistico politiche, agli attraversamenti di confine dei migranti, ai gesti di chi li accompagna. Leggerlo mi ha continuamente richiamato alla memoria il respiro che ho provato ogni volta che ho visto questi sussulti della storia anche se avvengono in Spagna o a New York o nelle strade dei paesi latini, dove le donne gridano allo Stato: “Lo stupratore sei tu!”.
Questo saggio cerca un ordine, senza lasciarsi intimidire dai molti volti che le rivolte assumono. E come si fa a cercare un ordine senza voler classificare, irregimentare, irrigidire? Cercando tracce nascoste di senso, avventurandosi sul piano simbolico!
Il saggio è quindi anche un esercizio di lettura simbolica che cerca collegamenti inediti e osa smascherare la nudità del re.
Donatella Di Cesare dice: “Le migrazioni e l’aiuto che i migranti trovano nelle ONG e in tante associazioni fanno affiorare un’altra visione che non è solo extra-istituzionale, ma mette in discussione tutto l’apparato concettuale della modernità: dal tema della sovranità a quello del contratto, dall’idea di nazione a quella di cittadinanza e di frontiera statuale … Carola Rackete e i nuovi disobbedienti sono fuorilegge o cittadini esemplari? Minacciano l’ordine pubblico o consentono alla legge di ritrovare il senso perduto della giustizia?”. L’autrice intercetta le domande che ci siamo fatti pensando a queste azioni, alle scelte di Mimmo Lucano o alla lettera rivolta all’Europa della ex sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, ai gesti di Lorena Fornasir e Gianandrea Franchi con la loro associazione Linea d’Ombra. È vero! Sono gesti che “fanno appello al bisogno di giustizia mortificato, ma non ucciso all’interno della comunità”. E mostrano delle possibilità. Per cui il nostro tempo appare attraverso lo sguardo dell’autrice un tempo di possibilità.
Queste possibilità irrompono come lampi nel cielo della notte per smentire la vulgata postmoderna che proclama la fine della storia e vorrebbe condannarci a un eterno presente. Ma per vedere il sentiero che questi lampi illuminano solo per breve tempo bisogna allenare lo sguardo.
Noi donne siamo abituate a questa Storia che rompe la linearità del tempo perché i segni della libertà femminile sono sempre stati presenti ma in modo discontinuo, nel passato, in donne che hanno fatto apparire l’impensabile per il loro tempo, penso alle mistiche, ma anche a Olimpia de Gouges, alle scrittrici, alle scienziate che hanno ripensato il rapporto con la natura, o che, anche oggi, introducono elementi nuovi nel metodo scientifico o nell’economia, nella gestione dei Beni Comuni, e, nel pensiero, attraverso l’attenzione alla differenza sessuale. Questo modo di abitare il tempo mi è congeniale.
Quindi accolgo con gioia l’invito dell’autrice che, avvalendosi anche dell’autorità di Benjamin, invita a superare una concezione del tempo secondo cui il prima deve preparare per forza un dopo, a ogni causa deve seguire un effetto come se si trattasse di un ragionamento astratto e non della vita con la sua imprevedibilità, con i suoi inciampi, con le sue improvvise aperture all’imprevisto, con i suoi ritorni. A strade indicate e non ancora percorse?
Forse il modo femminile di rapportarsi alla Storia oggi può essere utile a tutti, ho pensato mentre leggevo.
E così con gioia ho accolto, in un momento storico in cui il termine identità la fa da padrone in ogni salsa, la polemica che l’autrice apre con Schmitt a questo proposito contrapponendo alla politica identitaria la vastità anarchica del mare che si sottrae alla legge del confine e facendo l’occhiolino alle donne che in quei confini non si riconoscono. “E perché poi, dovrebbero?”, lei dice. E a me è venuto in mente la torsione che noi donne abbiamo dato al vecchio slogan Donna non si nasce, si diventa, affermando invece Donne si nasce e si diventa che è stato il nostro modo di uscire dalla trappola identitaria, ricongiungendo natura e cultura, essere e divenire, radicamento e tensione verso l’infinito.
Infine, ma ci sarebbe tanto altro da dire, Donatella Di Cesare ci fa vedere come queste rivolte assecondino dei cambiamenti storici e delle trasformazioni nella forma del potere, infatti il passaggio dalla fabbrica alla piazza ha mostrato che non è più solo il lavoro al centro della contesa, ma l’insieme delle condizioni di esistenza perché il potere oltre a controllare lo spazio pubblico, decidendo ciò che è visibile e ciò che è dicibile, disciplina i corpi e invade le coscienze. Mi viene da pensare che nel passaggio alla piazza l’alleanza fra operai e studenti degli anni ’70 si allarghi alla grande marea femminista, facendo spazio ad anziani e giovani, a vecchi e nuovi esclusi.
Ma oggi è in corso un terzo passaggio di fondamentale importanza, ci dice l’autrice. Le nuove rivolte ruotano intorno alla questione dell’abitare intesa non come possesso dell’abitazione, ma “come rapporto politico esistenziale a sé, agli altri, alla terra” e sfidano la politica ad affrontare questo terreno: “come risiedere? come coabitare?”
Questo saggio si legge come un romanzo e come un romanzo chiede la collaborazione di chi legge e, come in tanti romanzi, il suo finale è aperto. La continuazione è affidata a noi, al nostro anelito ad una politica differente che sappia “liberare le forme di vita”, e qui di nuovo torna l’insegnamento femminile.
(www.bonculture.it, 4 giugno 2021)
di Davide Piacenza
“Se sentite l’urgenza cocente di scrivere o dipingere, limitatevi semplicemente a mangiare qualcosa di dolce: vedrete che la sensazione svanirà. La storia della vostra vita non è materiale per un buon libro. Non ci provate nemmeno”. Quando scriveva queste parole a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta forse non immaginava una populistizzazione coatta della produzione culturale ancora di là da venire, ma Fran Lebowitz, elitista impenitente, aveva già fatto della schiettezza il suo tratto distintivo: era una “socialite” disincantata e beffarda, lavorava per la rivista Interview di Andy Warhol (con cui non andava d’accordo, ma “è andata meglio dopo la sua morte”, tiene a precisare) e si occupava di tutto ciò che i suoi colleghi dell’intellighenzia impegnata aborrivano, dal risparmio sulle spese di proprietà sugli immobili all’insondabile legame fra bel tempo e quartieri ricchi. Oggi i suoi scritti umoristici raccolti in Metropolitan Life e Social Studies (titoli datati rispettivamente 1978 e 1981, e gli ultimi veri libri che ha scritto: evidentemente sono stati quarant’anni pieni di dolci) escono per la prima volta in italiano, tradotti nel volume La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire (Bompiani).
Di Fran, settantenne che parla di sé dicendo “of course I’m still a very young woman” (ovviamete sono ancora una giovane donna), ci eravamo innamorati anche a queste latitudini grazie al documentario dedicatole dal suo amico Martin Scorsese, Pretend It’s A City, una piccola gemma di idiosincrasia e ironia affilata che cela appena un rifiuto garbato della contemporaneità. Fran Lebowitz, ebrea newyorkese, lesbica, mai laureatasi e sempre in bolletta, non vuole saperne delle battaglie identitarie che contraddistinguono quest’epoca: a un altro suo amico, l’editorialista Frank Rich ha detto “non sono contraria ai diritti gay, ovviamente: solo credo non siano il problema centrale. Voglio dire, guarda all’energia che abbiamo messo nei matrimoni omosessuali. Se nella vita reale ci fossero tante persone gay quante ce ne sono in televisione, staremmo discutendo di matrimonio eterosessuale”.
La prima indiscussa qualità di Lebowitz, in ogni caso, è la sentenziosità: in una riga o una battuta, Fran riesce a condensare mondi, spesso con più efficacia intellettuale dei colleghi impegnati di cui poco sopra. Parlando dei suoi viaggi nell’Italia di quarant’anni fa, l’umorista spiega che a Milano “ci sono due categorie di persone: quelli che lavorano per i vari Vogue e gli altri”; “le persone che incontro sono quasi tutte comuniste, in particolare i ricchi” e ancora “a Milano lavorano tutti, e se piove danno la colpa a Roma”. Anche la capitale è fotografata con una precisione che ha dello scientifico, nella pagina seguente: “La gente passa la maggior parte del tempo a pranzare. Roma è senza dubbio la capitale mondiale del pranzo”.
In tempi di cancellazioni, lo spirito anticonformista e antimoralistico di Fran Lebowitz è merce rara: quando racconta al suo sodale Scorsese (che ha difeso dalle accuse di sottorappresentazione femminile nei suoi film, spiegando che l’importante è quante donne registe ci sono, non quante donne nei film di un singolo regista) di non credere che “ci siano persone come me nelle generazioni più giovani. Perché non gli sarebbe permesso essere come me. Non che la mia vita sia stata tutta rose e fiori, non che la gente adori come sono fatta, ma o sono assurdamente critiche, in modo abbastanza folle – tipo «detesto come tieni i capelli, devi morire» – o incredibilmente esagerate nelle lodi”, centra un punto importante. Rifiuta orgogliosamente di arrendersi a smartphone e social network (e quando nei salotti che frequenta glieli si mostra come per educarla, si inalbera: “Non è che non ho queste cose perché non le conosco: non ce le ho perché so esattamente cosa sono”), ama i bambini perché sono “i migliori avversari che si possano desiderare a Scarabeo” e non tollera la mania per le piante da appartamento ed eccentricità altoborghesi come il succo di lime sulle patate gratinate.
Da più di cinquant’anni la accusano di connivenza con le élite, un altro penchant che la vede seduta dalla parte con meno posti occupati della storia, ma lei metteva in chiaro le cose già al compagno di pranzi e cene nei ristoranti di Manhattan, Frank Rich: “Quando la gente dice che odia le élite, vorrei che intendessero i ricchi. Ma non è così: odiano le persone intelligenti. Il paese adora la gente ricca. Vorrei vedere un po’ di lotta di classe, l’unico tipo di guerra detestato dai repubblicani”. Anche gli intellettuali meno impegnati, nel loro piccolo, s’incazzano.
(Wired.it, 3 giugno 2021)
di Eleonora Negrisoli
«Ma io ero pietra, / ero gelo o fiamma, / febbre o abbandono, / ma non ero ancora…». A scrivere è Piera Oppezzo: donna algida e silenziosa, decisa e solitaria, poeta sconosciuta ai più, si è mossa nei sentieri della poesia lasciando dietro di sé poche, ma indelebili, tracce. Di lei rimangono soltanto le testimonianze di coloro che l’hanno incontrata e due scatole di cartone con “le sue cose”, affidate all’amico Luciano Martinengo poco prima di morire.
Piera Oppezzo nasce a Torino il 2 agosto 1934, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che la circonderà di «quei boati fra le valli / che mi toglievano all’infanzia». La sua famiglia proviene da un ambiente umile, e lei è costretta dalla necessità a lavorare; è così che, ancora bambina, prende impiego come aiuto sarta, frequentando soltanto la scuola domenicale.
Cambiando i più disparati impieghi, Piera continua a lavorare, o meglio: a lavorare per sopravvivere, ma a vivere per scrivere. Infatti, Oppezzo comincia a scrivere molto presto (quando non si sa, ma nei famosi scatoloni sono rimaste poesie che risalgono al 1952). In questi versi, inediti fino a quest’anno, c’è la quotidianità di una giovane donna, il cui «dolce amore per la vita è snervante e imperfetto». Piera si lascia incantare, a volte dall’amore, a volte dal jazz, altre dal «Verde e azzurro / intorno», eppure soffre spesso, sopraffatta da uno «scattante dolore / puntuale presente quotidiano».
Altro tema che compare in questi suoi primi versi è quello del lavoro, sempre visto – in perfetta linea con quello che sarà il pensiero dei movimenti rivoluzionari negli anni Settanta – come costrizione e alienazione: «I poveri giorni / in cui si crede veramente / di essere la persona / che compie il lavoro quotidiano». Eppure, è proprio in un contesto lavorativo – in quel momento Oppezzo era dattilografa in Rai – che vengono scoperte le sue poesie. I suoi versi cominciano ad essere pubblicati in diverse riviste, per poi approdare nel 1966, con L’uomo qui presente, nella prestigiosissima Collana Bianca Einaudi (e pensare che l’unico altro poeta italiano pubblicato dalla casa editrice in quello stesso anno fu l’inestimabile Cesare Pavese!).
“L’uomo qui presente” è l’essere umano contemporaneo, costretto in un «Mondo attualmente esaurito figurativamente / su scatole tubetti risvolti / interno d’autobus cantieri», e, per dirla sempre con i suoi versi, «nell’attuale mondo confezionato / con qualità d’apparenza altamente reclamizzate / ovvero un falso autentico rispetto alla natura / e più stipato di fatti e oggetti». Continua dunque l’oggettiva denuncia della realtà, che di rado lascia spazio a sentimenti (e a sentimentalismi tanto meno). Nella poesia, così come nella vita, di Piera non c’è tanto spazio per le relazioni, spesso vissute con evasività e distanza, come ci raccontano le persone che l’hanno conosciuta.
Il Sessantotto è alle porte e la poeta, lasciandosi alle spalle il clima culturale torinese nel quale ormai si era inserita, si trasferisce a Milano. Sono gli anni dell’attivismo femminista e dell’impegno politico nella sinistra extraparlamentare, della grande speranza che nutre la scrittura di “1967 Sì a una reale interruzione” (intensa plaquette pubblicata, dopo la chiusura con Einaudi, nelle Edizioni Geiger solo nel 1976). Qui la poesia di Oppezzo, contro ogni stereotipo sulla scrittura femminile, si fa totalmente concettuale, quasi militante. Attraverso un linguaggio duro e scarnificato la poeta si fa portatrice delle «CONTESTAZIONI TOTALI CONTINUE» che in quel momento guidavano i movimenti rivoluzionari, a Milano e in gran parte del mondo.
Dunque, il primo periodo milanese è rigoglioso per la poeta, che finalmente può riemergere da quel dolore così profondamente annidato in lei: «E adesso, tra le rovine del mio essere, / qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire». Quella sua decisione di mutare il mondo per un momento la spinge oltre sé stessa, le dà la forza di «scavalcarsi, finalmente»; ma svaniti i fumi del Sessantotto, la sofferenza di Piera sembra riaffiorare inesorabilmente. Torna la necessità della solitudine, dell’austero isolamento – «L’astro freddo ci affascina», aveva scritto un po’ di anni prima.
Si trasferisce da sola in un appartamento della nota casa occupata di via Morigi 8, sempre a Milano. Quando non lavora, passa le ore davanti alla sua macchina da scrivere, nella piccola cucina di casa, una stanza luminosa, dove «il soffitto è la palpebra», sempre aperta all’universo altro della creazione poetica. Ogni tanto scende nel cortile comune, sempre in fermento culturale: ascolta con attenzione, parla ogni tanto – e quando parla, “la Piera”, non si può fare a meno di lasciarsi incantare. Ma Casa Morigi viene sgomberata e Oppezzo è costretta a trasferirsi in una casa “protetta” del Comune; poi un incidente domestico la costringe a una sofferta convalescenza presso l’Eremo di Miazzina, dove muore in solitudine il 19 dicembre 2009.
La figura di questa donna rimane avvolta nel mistero e la sua poesia resta indicibile, incollocabile, radicalmente fuori da ogni canone. Eppure, forse, è semplicemente come Piera Oppezzo avrebbe voluto: restare in disparte e affascinare da lontano, disfarsi nell’ombra per rifarsi in quel tanto ricercato assoluto, «perfetto / come il volo / della tua tristezza».
SENTIMENTO AD UN UOMO
Come un ramo di pesco fiorito
la tua testa curva e sospesa;
alte colline, in primavera
pareti d’erba, ti custodiscono.
Nel pulviscolo e il vento
solo la tua armonia sola
mi sta aperta nel cuore
fino a domani e domani.
Ancora – sento il mio dolore
Durare in me come sogno.
(aprile 1955)
DISEQUILIBRIO
(da L’uomo qui presente, 1966)
La nostra vita
nel tempo trema tutta
di scompensi e previsioni,
di atti impersonali e indomabili
nella loro astratta espansione.
Ogni giorno
circoscritto dal tempo.
Un tempo presente, esterno
che noi seguiamo incapaci,
un po’ distrutti nello spirito
per tendenza naturale
e conseguenza logica.
L’AZIONE
(Da 1967 Sì a una reale interruzione, 1976)
reale impotenza
non impassibili tuttavia fermi
finché non inserito nel comportamento privato
sempre sconnesso nel suo insieme
un concetto di intervento
davanti a torture
o altra violenza organizzata
azioni dovrebbero inserirsi molto presto
perché il ritmo giornaliero
perda l’andatura di un genocidio
e la massa di astrazioni
cessi di consentire un tipo di morte
che per inerzia richiami morti successive
contro la coesistenza
troncare partecipazione indiscriminata
a valori fissati da vittorie precedenti
e gerarchie morali ridotti
per restituire a idee e azioni
la PERICOLOSITÀ PERDUTA
creando uno svolgimento
che rifiuti modelli
in tattica o strategia agire
per colpire realtà stabilite dal nemico
che esercita un ricatto sull’umanità
con preliminari molto reali
spogliare la realtà del privilegio dell’inaccessibilità
una nuova formulazione dei problemi creando
come forma di controllo
INVENZIONE CONTINUA
distruzione definitiva suppellettili
confortanti la non-libertà
CONTESTAZIONI TOTALI CONTINUE proponendo
impadroniti di tensione propria verso
realizzazione dell’uomo
è possibile tentare un livello di festa
anche ora dopo ora quotidianamente
situati male ubicati mentalmente
tuttavia quasi rilassati non troppo lontani
da uno splendore di superficie in alcuni casi
fra torture e altre dimenticanze
certo diminuiti emozionalmente
NON PROSEGUIRE introdurre cose
distribuzione parola d’ordine
cioè passare a UNA REALE INTERRUZIONE
impadroniti di tensione propria verso
realizzazione dell’uomo.
COME UNA SCIARPA TROPPO LUNGA
Per me poesia è qualcosa da dire
di molto confuso e parziale
che da tempo circola fuori e dentro.
A un certo punto mi trovo
come con una sciarpa troppo lunga
che stringe il collo
si aggancia al tacco dello stivaletto.
Mi chino e mi do da fare
per tirarla via prima che mi costringa
a camminare con una gamba sola
Quando una poesia è scritta c’è.
Prima ronzava invisibile
formicolava nella testa e nello stomaco,
in ogni caso una poesia
me la porto sul tram
le faccio vedere come tutto si muove
che c’è il sole e arriva il caldo
e le assicuro che anche lei arriverà
– parziale e precisa –
anche se rimando sempre l’ora
e preferisco lavarmi i capelli
fare qualcosa di più vago, disperdermi,
fare qualcosa dove lei ancora non c’è
ma potrebbe benissimo esserci.
(aprile 1977)
VIVENTE AL RISVEGLIO
(Da Andare qui, 2003)
Quali sono. Le cose che ci stanno a cuore.
Vivente solleva il peso di questa domanda.
Avvia la mente verso il cuore e l’opposto.
La domanda subisce scontri. Crolla più volte.
Vivente appoggia la fronte alla finestra.
Vuole traslocare all’esterno l’argomento.
Si provvede di attenzione. Fa questo lavoro.
Cerca di svegliarsi si può dire.
Dopo qualche accorgimento. Aspetta.
Passioni nuove? Solo toni giusti per nominare.
Toni neutri. Per ripetere senza sfarzo.
Al viavai dei corpi in strada ormeggia.
Per le cose a suo nome trova il la poco più in là.
La domanda affolla facce di risposta.
Linee. Lineamenti in montaggio sovrapposto.
A vivente esplodono importanze che non sapeva.
1991-92-98
Fonti: P. Oppezzo, Una lucida disperazione, Interlinea, 2016; P. Oppezzo, Esercizi d’addio, Interno Poesia, 2021; L. Martinengo, Il mondo in una stanza. Piera Oppezzo poeta, 2018.
NOTA – POETA O POETESSA?
In generale, spiega Vera Gheno in Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole, i linguisti consigliano di non utilizzare il suffisso -essa, in quanto storicamente usato per designare “la moglie di”, oppure per conferire una connotazione dispregiativa. È anche vero che è rischioso intervenire sui termini che sono già pacificamente nell’uso, come poetessa, appunto. In ultimo, tra poeta o poetessa, Alba Sabatini consiglia di utilizzare poeta (accompagnato dall’articolo femminile), in quanto foneticamente legato al genere femminile sin dalla sua origine latina, e in quanto associabile per analogia ad altri nomi femminili o epiceni (es: atleta). Si veda Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, estratto da Il sessismo nella lingua italiana a cura di Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, 1987. La questione non ha una risposta univoca, importante è utilizzare queste parole consapevolmente.
(editorialedomani.it, 28 maggio 2021)
di Serena Tarabini
Nel 2015 tutti i paesi che appartengono alle Nazioni Unite hanno sottoscritto l’Agenda 2030, una linea guida per i governi, le istituzioni, le aziende, le scuole e per tutte le cittadine e i cittadini del mondo. Dall’energia pulita alla lotta alla povertà, dalla parità di genere al contrasto del cambiamento climatico, l’Agenda raggruppa 17 obiettivi da perseguire per non distruggere il mondo.
Queste buone intenzioni istituzionali non servirebbero a nulla se non ci fossero a sollecitarle e sostenerle le azioni concrete di uomini e donne che di quegli obiettivi hanno fatto una missione; un fronte politico e sociale che allo stato attuale, fatto inedito nella storia del pianeta, vede come componente più visibile e interconnessa un fronte di giovani e giovanissimi, dove le donne hanno uno speciale e naturale protagonismo. Green girls. Storie vere di ragazze dalla parte del pianeta (Giunti Editore) è un libro uscito in occasione della giornata mondiale del pianeta, che fa il giro del mondo per raccontarci di una quantità enorme di attiviste per l’ambiente, donne piene di tenerezza, entusiasmo, generosità, invenzione e di quella pietas per il vivente non umano di cui questa società ha un disperato bisogno per cambiare.
Forse perché molte di loro sono ancora delle bambine, nate nel secolo ventuno e non hanno intenzione di perdere quella capacità di stupirsi e innamorarsi della natura che ci circonda e questo può rappresentare una speranza per il futuro. Il libro è pensato per giovani lettori e lettrici dai dieci anni in su, reso un caleidoscopio colorato dalle bellissime illustrazioni di Susanna Rumiz, ma le storie che l’autrice, la giornalista e scrittrice Christiana Ruggeri ha voluto raccontarci, devono essere conosciute da tutti e tutte. Alcune arrivano da angoli remoti e del mondo, come la Nuova Zelanda dove India Logan-Riley, la «maori bianca», con uno squalo bianco, simbolo di determinazione, tatuato sul braccio, prende parola, crea reti, stringe relazioni per combattere i cambiamenti climatici, tutelare la biodiversità, superare le disparità sociali.
Altre sono storie con eventi drammatici, come il tifone Yolanda che ha colpito le Filippine e spinto l’adolescente figlia di un pescatore Marinel Sumook Ubaldo, che in quella tragedia ha perso parte della sua famiglia, a denunciare l’ingiustizia climatica, che fa sì che siano i luoghi più poveri della terra a pagare per le attività che provengono dai luoghi più ricchi. Molte di queste giovani attiviste appartengono a minoranze, come Autumn Peltier, nativa canadese, che a soli quindici anni diventa il capo della Commissione acqua di un gruppo di popoli indigeni del nord-est dell’Ontario. Molte altre sono straordinariamente giovani: c’è la pasionaria di Denver, Haven Coleman, che a dodici anni trascina in piazza migliaia di giovani per lo sciopero del venerdì, la britannica Nadia Sparkes che nel 2017, prima dell’esplosione del fenomeno Greta Thumberg, comincia una battaglia solitaria e silenziosa pulendo l’ambiente dai rifiuti e a tredici anni diventa un’icona, ma anche vittima di atti di bullismo. La più giovane in assoluto è Lilly Platt, olandese, che a soli nove anni dichiara guerra alla plastica, diffondendo i video delle sue azioni di raccolta che diventano virali e viene scelta come testimonial da molte associazioni ambientaliste. Altre storie provengono da luoghi devastati da guerre, povertà, terrorismo, crisi umanitarie, ciononostante, nonostante i rischi e le limitazioni, delle giovanissime donne si sono attivate trascinando altre persone, come la nigeriana Adenike Titilope che a cominciare dal prosciugamento dell’immenso e vitale lago Chad, denuncia al mondo le conseguenze della crisi climatica.
Quello delle Green girls è un movimento senza frontiere, che attraversa i continenti e sfrutta nel migliore dei mondi l’attrattività e pervasività dei social; molte di loro erano attive da prima che i Fridays For Futures le proiettassero sullo scenario mondiale. E a chi le osserva in maniera paternalistica e scettica si dovrebbero far leggere le parole di Alice Imbastari, fra le più giovani attiviste italiane: «Si deve sempre proteggere la terra, in qualunque condizione, a tutte le età. Ci dicono che siamo troppo piccole, io dico che siete troppo grandi per non aver fatto ancora qualcosa».
(il manifesto – L’Extraterrestre, 27 maggio 2021)
di Paola Caridi
Se invece volete saperne di più delle cosiddette “mere questioni immobiliari” a Gerusalemme, vi consiglio un libro per ragazzi, Gerusalemme. La storia dell’Altro. Sì, un libro per ragazzi. Perché quello che succede a Gerusalemme, in questi giorni, mostra ancora una volta la necessità di conoscere nei dettagli la grammatica di una città. Compresa la grammatica delle mappe catastali. È un libro che non a caso ruota tutto attorno a una casa. Un immobile a Musrara, un quartiere nato negli stessi anni in cui nasceva, proprio accanto, il quartiere di Sheikh Jarrah. Si era a cavallo tra il XIX e il XX secolo, c’era ancora l’Impero ottomano. Di lì a poco ci sarebbe stata una guerra mondiale e il cambio al potere, con il Mandato internazionale e i britannici a governare sulla Palestina storica.
La piccola storia di Musrara ruota tutta attorno a una casa. Costruita dai palestinesi, che fuggono nel 1948 e che a casa loro non possono tornare perché gli israeliani ora occupano quelle case che si trovano a occidente della linea dell’armistizio. La Linea Verde. E poi perché Israele ha varato una legge, la legge dei proprietari assenti del 1950: non possiedi più quella casa se in quella casa non ti trovavi nel periodo della prima guerra arabo-israeliana. Così, da quella casa sei stato costretto a fuggire, in quella casa non puoi rientrare perché te li impediscono, e di quella casa non puoi rientrare in possesso anche se hai tutti i documenti. Questa è Gerusalemme.
Come dice Gad Lerner, «lo sfratto di quattro case abitate da palestinesi nel quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme, giustificato come restituzione perché 73 anni fa avevano proprietari ebrei, è un caso di pulizia etnica. In base a questo principio, quante case andrebbero restituite ai palestinesi?»
La bella villa di Musrara era della famiglia palestinese dei Dajani. È stata trasformata in un palazzetto di quattro piani, suddivisa tra diversi proprietari israeliani. Ci ho vissuto per dieci anni, da affittuaria. Ne ho scoperto pian pianino la storia, aiutata da chi – alla fine degli anni Trenta del Novecento – era stato il mio “virtuale” vicino di casa. Quando la casa dei Dajani era la casa dei Dajani, che vivevano all’ombra dei cipressi e dei gelsi che sono rimasti gli unici testimoni, guarda caso non-umani, di quello che succede ogni giorno nella piccola strada che sale verso il municipio di Gerusalemme.
Dunque, di chi è la casa? Di chi l’ha costruita con fatica? Oppure di chi ci vive, ci è nato, la abita da oltre settant’anni? I coloni israeliani hanno aperto a Sheikh Jarrah il vaso di Pandora immobiliare. Sanno che la legge (israeliana), costruita come un bel vestito dalla Knesset, li difende e li protegge. Ma sanno che dentro quel vaso di Pandora c’è l’essenza stessa della questione israelo-palestinese?
Di chi è la casa?
(www.invisiblearabs.com, 11 maggio 2021)