È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2021 della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (190 pagine – 3,2 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it
(www.libreriadelledonne.it, 11 aprile 2022)
di Luciana Castellina
Il pacifismo, venuto alla ribalta già in occasione della prima guerra mondiale, e poi cresciuto e diventato addirittura «Seconda potenza mondiale» – come ebbe a titolare la sua prima pagina il New York Times a commento delle manifestazioni mondiali che il 15 febbraio del 2003 si tennero contro la seconda guerra all’Irak – è tornato alla ribalta. In Italia forse più che altrove per via delle più ridicole ossessive accuse ai pacifisti che stanno animando le trasmissioni delle nostre tv: quella di essere amici di Putin, i più indulgenti degli sprovveduti idealisti, infantili, incapaci di prender atto della realtà nuda e cruda. Realisti, e consapevoli di quanto accade, e perciò autorizzati a orientare il che fare, sarebbero invece quelli che invocano le armi per fermare la guerra.
Ma davvero pensano che si possa riportare la pace in Ucraina ed evitare una generale deflagrazione bellica aumentando la potenza distruttiva delle armi e coinvolgendo altri paesi nel conflitto militare? A sentirli parlare sembrerebbe siano restati indietro al vecchio ’900, ai tempi della bella Guerra fredda, quando l’esistenza stessa di due sole grandi potenze garantiva una qualche deterrenza e il nucleare era racchiuso in grandi bombe chiaramente situate sotto il comando unico dei capi di Stato. Così non è più: è vero che la terribile bomba è tutt’ora in possesso soprattutto di due grandi potenze, Russia e Stati Uniti, ma anche oramai – questo è quel che sfugge ai «realisti» – non solo a molti altri Stati, ma anche a forze militari ufficiali e a foreign fighters, volontari o assoldati.
Le nuove tecnologie, come era naturale, conquistano anche il florido settore delle armi e oggi sul mercato ce ne sono molte che contengono la mortale energia. Anche di piccolo taglio, tattiche, a medio raggio, inserita in ogni tipo di arma. A disposizione di chi vuole. È per questo che a cominciare dal Papa si è compreso che oggi le guerre non si possono più rischiare, nemmeno quando sono giuste (e quella dell’Ucraina contro la Russia che invade è più che giusta).
Solo i dinosauri potrebbero ritenere che con l’evolversi del tempo le guerre rimangano uguali a quelle della loro epoca; o che i nuovi eroi da sacrificare (i giovani ucraini che è naturale vogliano rispondere all’aggressore) possano essere come i famosi eroi del nostro Risorgimento, fra questi quelli che sbarcarono a Sapri per combattere i Borboni. Ma che, come recita il testo che tutti conosciamo dalle elementari, «eran trecento, erano giovani e forti, e sono morti». Oggi un qualsiasi conflitto potrebbe innescarne uno che di morti potrebbe farne miliardi.
Il pacifismo, del resto, non si caratterizza solo per dire no alle armi. È, e ha provato ad essere, un movimento che riflette su come oggi deve e può essere regolata la politica internazionale, come sia possibile non rinunciare a battersi quando si è aggrediti ma occorra farlo con strumenti più adatti, politici e non militari.
E però di cosa sia il pacifismo reale, di come in particolare sia diventato un grande movimento popolare negli anni ’80 affollando le piazze europee di giovani armati dello slogan «per un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali» – mai purtroppo diventato base della politica europea dopo la caduta del Muro –, si sa poco. Ed è per questo che è preziosa l’interessante pubblicazione da parte di Sbilanciamoci di un bel libretto collettivo che ne ricostruisce la fisionomia attraverso la voce di tanti, di ogni parte del mondo, che ne sono stati, e ne sono tutt’ora, protagonisti: I pacifisti e l’Ucraina. Le alternative alla guerra in Europa, curato da Martin Köhler (pacifista tedesco che a lungo si fermò a combattere con noi a Comiso), e Giulio Marcon (è un e-book che potete trovare sul sito sbilanciamoci.info, cui si può anche chiedere di averne un po’ di copie stampate).
Fra chi scrive, docenti della John Hopkins University, della City University di New York, della London School of Economics di Londra, del Quincy Institut di N.Y., della Scuola Normale Superiore di Firenze, della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, un deputato al Bundestag tedesco della Linke, il segretario del Movimento pacifista ucraino e un giornalista del New York Times.
Affrontati tutti i temi della vicenda attuale, anche raccontando le esperienze passate, e, inoltre, alcune – lucidissime – analisi dello stesso Kissinger su come sia facile entrare nelle guerre, ma quanto più difficile sia uscirne. «Io – dice l’ex potente sottosegretario del ministro Regan – nella mia carriera ne ho viste quattro e tutte sono terminate con ritiri unilaterali» (e ancora non aveva visto l’Afganistan). Un insegnamento per vinti e pseudovincitori.
(il manifesto, 6 aprile 2022)
di Martina Pala
Nel 1984 usciva per La Tartaruga Le signore della scrittura, opera prima di Sandra Petrignani. L’autrice si sarebbe affermata da lì in poi, tra le altre cose, come esperta di écriture féminine italiana del ventesimo secolo, dedicando la sua vita e la sua carriera a gettare luce su scrittrici più o meno note. Una missione, la sua, di cui ha sentito l’urgenza in tempi che oggi considereremmo non sospetti. Eppure, già nel 1984, Sandra Petrignani denunciava non solo un canone letterario monotono, unidimensionale e poco accogliente, ma metteva in guardia editoria, lettori e lettrici del pericolo tangente di dimenticare le poche eccezioni che fino a quel momento ne avevano fatto parte. Per questo decide, appunto, nel 1984, di pubblicare una raccolta di interviste ad autrici allora ancora viventi, tutte più che settantenni, con lo scopo di imporre e fissare le loro voci sempre più sbiadite.
Il fatto che a quasi quarant’anni di distanza La Tartaruga abbia deciso di ripubblicare questo volume, ormai diventato introvabile, rallegra e allarma allo stesso tempo. Scoraggia, infatti, che autrici «molto amate dai lettori (ma forse dovrei dire dalle lettrici, soprattutto)» come quelle qui intervistate, che tanto profondamente hanno segnato le sorti del loro secolo e di quella letteratura, debbano oggi essere riscoperte nonostante gli avvertimenti di Petrignani. Che la strada da percorrere fosse lunga nel 1984 e che lo sia ancora oggi, tanto da rendere queste interviste ancora più attuali, a tratti demoralizza. Non Petrignani, però, che negli anni ha continuato la sua battaglia letteraria (e politica) e torna a regalarci un cult della saggistica troppo poco conosciuto, e insieme, soprattutto, il coraggio di continuare il processo di riscoperta di autrici ingiustamente dimenticate.
Il suo lavoro dialoga con naturalezza con il ventunesimo secolo, come testimoniano molti passaggi del paratesto. Spiegando come, nel 1984, non abbia dovuto applicare nessuna selezione nella scelta delle autrici da intervistare, tante poche erano quelle che avevano potuto farsi strada fino a lì, Petrignani si unisce alla voce di Ferrante che nel suo ultimo volume, I margini e il dettato (e/o Edizioni, 2022), afferma provocatoriamente che ancora oggi non possiamo permetterci di lasciare al vento neanche un verso, quando si parla di écriture féminine: ennesima riprova che l’urgenza di allora è quella di oggi, e che questa ristampa è necessaria.
La nuova edizione di Le signore della scrittura non torna identica a se stessa, ma porta aggiunte preziose. A chiusura del volume troviamo, ora, una sezione bibliografica delle autrici intervistate, che sono ormai tutte scomparse; ad arricchire la sezione di Anna Maria Ortese c’è una lettera di Laura Lepetit (fondatrice della Tartaruga); una sezione dedicata a Natalia Ginzburg, esclusa nel 1984 perché non ultrasettantenne, è stata aggiunta.
La ristampa de Le signore della scrittura impone un confronto fecondissimo non solo tra le scrittrici intervistate a distanza di quarant’anni – chi è stata dimenticata? Dove e come si collocano le loro narrative oggi? Quali pensieri sono o meno ancora attuali? – ma anche, più in generale, tra il contesto contemporaneo e quello novecentesco. Se da una parte è innegabile che l’accesso delle donne alla scena letteraria sia oggi più facile e che, anzi, il mercato e il pubblico concedano una nuova e incuriosita attenzione alle scrittrici, dall’altra si tratta di un’attenzione spesso momentanea, che stenta a tradursi nella creazione di un canone scolastico e letterario autenticamente più eterogeneo. Il dibattito sull’argomento è acceso, e ci si muove consapevoli dell’arma a doppio taglio che rappresenta basarsi sul concetto novecentesco della differenza sessuale: a rileggere le interviste di autrici come Ginzburg o Morante (che pure sono tra le poche affermatesi indelebilmente) si percepisce forte il timore di essere isolate in un canone di sole autrici. Eppure, quello della riscoperta e della rivalutazione che Petrignani aveva iniziato e continua, è un passaggio obbligato, credo, nella speranza di imporre un processo più naturale di non esclusione di voci degne e segnanti della letteratura italiana.
Un altro confronto che sorge spontaneo è quello tra Petrignani autrice di allora e Petrignani oggi. La lucidità e la combattività, la consapevolezza e la tenacia, che traspaiono nella prima introduzione, si ritrovano identiche anche in questa nuova premessa al volume (nel quale l’introduzione del 1984 rimane così come era). È evidente l’imbarazzo pacato di una donna che si guarda teneramente quarant’anni dopo, capace di scorgere con sguardo severo errori (l’esclusione di Ginzburg per una rigidità di criteri tutta giovanile, per esempio) e cose che ora «cambierebbe. Ma va bene così». Di certo la prosa di Petrignani di oggi è più fluida e meno acerba, senza l’esigenza di dimostrare una certa poeticità, ma l’effetto complessivo, grazie alla struttura e al messaggio chiari, era vincente nel 1984 e lo è nel 2022. L’impressione è che al posto delle autrici, ancora in vita, che si preoccupavano di come la loro età anziana sarebbe apparsa in foto, ora c’è Petrignani, settantenne, più clemente, però, con se stessa, delle sue scrittrici.
Ma chi sono queste scrittrici?
Il volume si apre con Anna Banti, che pur avendo segnato profondamente ogni ambito da lei esplorato e tutto il suo secolo, oggi rimane un’autrice di nicchia, di cui si trova senza troppe difficoltà solo il capolavoro Artemisia e che, se torna ad essere ricordata, lo è quasi sempre come moglie di Roberto Longhi. Petrignani non riesce a prescindere da questa figura ingombrante, ma restituisce il ritratto di una autrice caparbia, controcorrente, severa, che si riconosce come emarginata in quanto scrittrice, ma che odia la definizione di femminista.
Quella femminista è una questione che il libro non poteva e non può evitare, e diventa infatti un tema ricorrente nelle interviste. Petrignani stessa, guardandosi indietro, si definisce «trentenne e femminista». Definizione che alcune delle sue autrici fanno fatica a digerire, o che allontanano con decisione. L’autrice della raccolta, nel suo paratesto, spiega lucidamente che queste scrittrici non sono e non possono essere femministe perché appartenenti a un’età che non contempla questa parola, anzi «se ne infastidiscono». E oggi? La nostra età la contempla? Le motivazioni che spingevano autrici di questo calibro ad allontanarsi dalla possibilità di essere inquadrate come femministe sono le stesse che nutrono lo scetticismo ancora contemporaneo nei confronti di un movimento sentito spesso come troppo radicale.
Il rischio che le parole di queste autrici avallino questo stato delle cose non è però da dare per scontato: c’è, indubbiamente; ma rimangono figlie del loro tempo, e soprattutto rimangono lucide osservatrici della realtà circostante. Il rifiuto del femminismo ufficiale non le esenta dal denunciare con estrema consapevolezza lo stato delle cose in cui vivono, il senso di esclusione e di ingiustizia che ammettono di soffrire e subire. Banti si riconosce al massimo in un femminismo umanista, perché «le donne sono cattive verso le altre donne»; eppure definisce come «un po’ femminista» il suo romanzo Lavinia fuggita, e ammette la sua contraddittorietà, messa in luce dall’intervistatrice, quando riconosce di vivere in una società che la svantaggia perché a misura di uomo.
Anche Natalia Ginzburg – di cui, dopo il successo della biografia La corsara (Neri Pozza, 2018), Petrignani torna a parlare in una finta intervista ricostruita a partire da tre colloqui diversi avuti nel 1982, 1986 e 1989 – che in articoli vari non si è mai spesa a favore dei movimenti femministi ufficiali, e la cui scrittura è stata spesso osannata da critici e colleghi perché abbastanza maschile, si ritrova a ragionare sulle componenti maschili o femminili del suo stile, e ad offrire personagge che sintetizzavano in modo aspro e spietato la loro condizione sociale. Eppure, la conclusione è la stessa che per Banti: un moderato umanesimo, che includa sì uno sguardo sulla madre, ma anche sul figlio.
Come Ginzburg in vita ha spesso ribadito di non voler essere chiamata scrittrice, così fa Elsa Morante nella sua pseudo-intervista – finzionale, infatti, è anche questo colloquio dal momento che la scrittrice già allora non concedeva più dichiarazioni. Anche il caso della romanziera italiana per eccellenza è tanto contraddittorio quanto interessante, e Petrignani riesce e restituirne tutto il fascino. Che la si chiami scrittore! D’altra parte «poche sono le donne veramente intelligenti», ma solo perché «scimmiottano l’uomo», spregiando «le loro grandi qualità femminili». E prendendone le distanze non significa, però, per Morante stessa ‘spregiarle’? La sua narrativa ci risponde: Ida, Nunziatella, Aracoeli, Santina, Mariuccia, Elisa e i loro ritratti mai stereotipati, le loro voci represse ma acute, le genealogie di livelli autoriali tutti femminili che creano sono la prova che Morante, nonostante tutto e nella pratica, non spreca le sue «grandi qualità femminili», ammesso che ne esistano di maschili o femminili. Insomma, la questione spinosa del (anti)femminismo è un fil rouge interessantissimo che conferisce unitarietà alla raccolta, che non impedisce alle autrici, anche le più contrariate, di denunciare la loro condizione svantaggiata di scrittrici e di donne in generale, e che fa dialogare posizioni diversissime.
Dopo un esordio letterario, incensato da Montale tra gli altri, Laudomia Bonanni fu completamente dimenticata, e solo molto di recente è stata riscoperta grazie agli interventi editoriali di Cliquot (che ha ripubblicato Il bambino di pietra) e Textus (che sta per ripubblicare Il fosso e La rappresaglia). Già Petrignani denunciava nel 1984 come i suoi libri fossero introvabili, e ne restituisce il profilo irriverente. Nel suo epistolario sono ricorrenti le polemiche nei confronti di una critica che la ignorava ingiustamente – scrive a giornalisti e critici per lamentarsene e richiede indietro libri mandati loro e ignorati – ma soprattutto riconosce in questo atteggiamento «una levata di scudi contro le donne». Neanche Bonanni si è mai definita femminista, eppure nei suoi romanzi riesce a mettere in crisi l’istituzione borghese della famiglia, il ruolo preconfezionato e imposto di madre e moglie, e a ‘narrativizzare’ nevrosi esclusivamente femminili. E tutto questo è perfettamente sintetizzato nella sezione che Petrignani le dedica.
Meno scettica nei confronti del femminismo è sicuramente Alba de Céspedes, il cui capolavoro Dalla parte di lei è stato ristampato solo l’anno scorso da Mondadori, dopo decenni di silenzio scandaloso. Petrignani la ritrae nella sua forza proverbiale, piena delle sue consapevolezze politiche, meno restia delle altre a schierarsi e a definirsi. D’altra parte, ha iniziato a scrivere a sei anni «una poesia dedicata alle donne che lavorano e che soffrono»: un inizio profetico della sua narrativa successiva, dedicata alle amicizie femminili, così poco raccontate prima del recente successo ferrantiano, e all’importanza che questo tipo di alleanza privata può avere su un piano pubblico. Il dialogo amicale, pacato, ma che poneva su due piani diversi Ginzburg e de Céspedes quando nel 1948 parlarono su «Mercurio» del ‘vizio’ femminile di cadere in un «pozzo» di torpore e malinconia – portando solitudine per Ginzburg e solidarietà per de Céspedes – si ripresenta anche attraverso queste interviste, così efficaci nel ritrarre posizioni sì diverse, ma in dialogo costante.
Una consapevolezza altrettanto lucida, e che porta ad esiti simili a quelli di de Céspedes e alla sua interpretazione del ‘pozzo’, è anche quella che Petrignani riesce ad inquadrare nell’intervista a Livia De Stefani, che parla di «storia comune delle donne». De Stefani spiega come le sue velleità prima e il suo mestiere di scrittrice poi non siano mai stati presi sul serio, non poteva che essere un «capriccio» il suo. Forse per questo conveniva pretendere di essere considerate scrittori? Maria Bellonci, che nella sua intervista si spertica nel celebrare gli effetti terapeutici che la scrittura ha avuto nella sua vita e nella sua persona, è accostabile a queste ultime due autrici perché lei stessa, fondatrice insieme al marito del Premio Strega, non solo crea un salotto letterario di amici della domenica che ha modellato e dettato le tendenze letterarie e commerciali del ventesimo secolo italiano, ma per sua stessa ammissione ha dato vita a un «gineceo letterario» di cui tutte le autrici ricordate da Petrignani hanno fatto parte in un qualche momento della loro vita.
Petrignani eredita, in parte, questo onere di mettere insieme e in dialogo voci così diverse, ma che tanto condividono anche solo in quanto scrittrici. In dialogo, infatti, possono essere lette anche le interviste a Ginzburg e Lalla Romano: se alla prima non piace parlare di sé, la seconda rifugge l’autobiografia, di cui pure, puntualmente, le due sembrano non poter fare a meno, a patto di ibridizzarla. E di nuovo, Petrignani ci offre lo spunto per riflettere sulle modalità e sulle motivazioni dietro questa ritrosia nei confronti di un genere e un modo di scrivere affibbiati tradizionalmente alle donne, che per non vedersi emarginate finiscono per esprimere l’urgenza repressa di parlare di sé attraverso una frammentazione della loro soggettività in diversi personaggi e personagge. Il rischio di una etichetta che peserebbe e le emarginerebbe è sempre tenuto in considerazione con ansia e maestria. La stessa Romano racconta a Petrignani di come sia lei che Ginzburg (rispettivamente con La penombra e Lessico famigliare) furono «liquidate […] (anche da lettori fini e intelligenti quali Alberto Arbasino) come scrittrici di confessioni». Possiamo quindi biasimare la scelta di voler essere considerate scrittori?
Lo stesso senso di estraneità ed esclusione è reso dal titolo dell’intervista a Fausta Cialente, che si sente «straniera dappertutto». Il riferimento questa volta è ai suoi continui spostamenti in giro per l’Italia e per il mondo, ma anche la sua intervista denuncia un certo pregiudizio nei confronti di questa autrice (e delle autrici, in generale), che si è vista censurare Natalia per lesbismo. Sebbene sia poi riuscita a ristampare questo titolo, oggi anche lei, come altre sue colleghe qui celebrate, subisce oblio immeritato.
Tra i modelli letterari che le scrittrici intervistate citano non vi sono mai donne (quali poi, se loro stesse sono state estromesse dal canone?). Eppure, il dialogo costante tra le interviste avviene anche grazie al fatto che le autrici intervistate si citano in continuazione, come visto prima con Romano e Ginzburg, o come succede con Paola Masino e Anna Maria Ortese. La prima, nella sua spietata filippica contro la letteratura contemporanea italiana, cita la seconda come esempio di scrittrice che ha scelto «silenzio, povertà e oscurità», perché incapace di reggere il peso del dovere di creare legami e amicizie artistici e di come lei invece non possa farne a meno. Un dialogo oppositivo ma non unidirezionale se Anna Maria Ortese, nella terza intervista finzionale della raccolta (costruita a partire da uno scambio epistolare e che diventa un vero e proprio saggio filosofico) conferma inconsapevolmente quanto affermato da Masino quando denuncia il bisogno e la mancanza di «solitudine, silenzio e ombra». E anzi è impressionante l’esattezza dei termini che tornano quasi identici.
Ritratti così diversi, personalità così contraddittorie e antitetiche sono riuniti dalla maestria e dalle conoscenze di Petrignani in un’opera solo apparentemente frammentata, che cela un’omogeneità inaspettata, costruita su rimandi e domande ricorrenti. Perché se l’identità femminile stessa non può che essere fluida e frammentata in assenza di un modello universale che le includa e rappresenti, è condivisa però l’impressione che la condizione di «essere donna […] pesa ancora molto».
Sandra Petrignani, Le signore della scrittura (nuova edizione), Milano, La Tartaruga, 2022, pp. 144, € 17.
(labalenabianca.com, 1° aprile 2022)
di Daniela Pizzagalli
È il fratello maggiore il titolare del nuovo romanzo di Yasmina Reza Serge (Adelphi, pagine 186, euro 19,00) ma a raccontare è Jean, «quello di mezzo», che per destino e per vocazione fa da tramite fra «lo spericolato primogenito» e «Nana, la Cocca di mamma e papà». Quale dei tre fratelli Popper ha ideato per primo? Chiediamo all’autrice, arrivata in Italia per la presentazione del libro. «Il primo è stato Serge, ma ho subito pensato di affidare la voce narrante a un fratello, una soluzione più empatica rispetto al distacco dell’autore-narratore». La capacità d’immedesimazione appartiene profondamente a Yasmina Reza, la scrittrice parigina d’origine ebraica, figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese, che si è affermata come drammaturga prima di cimentarsi nella narrativa. A soli ventiquattro anni, già attrice di teatro, nel 1983 ha esordito con la pièce Conversation après un enterrement vincendo il premio Molière, e ha poi collezionato premi per la drammaturgia a livello internazionale, con Art del 1994, rappresentato anche a Brodway, e con Il dio del massacro del 2007 portato sullo schermo da Roman Polanski nel 2011, col titolo Carnage. «Non pensavo alla narrativa – ci racconta – però scrivevo per me delle paginette di osservazioni su persone che conoscevo, o sui miei figli, cose brevi, quasi come fotografie scritte, e quando il mio editore nel 1997 mi ha chiesto se avevo qualcosa nel cassetto gliele ho date, non prevedendo il suo entusiasmo e l’immediata pubblicazione di Hammerklavier, un titolo musicale per il mio primo libro di racconti, non più disponibile in italiano, ma che Adelphi pubblicherà presto». Dopo il felice esordio nella narrativa, ha alternato ai drammi anche vari romanzi come Una desolazione del 1999, fino ai recenti Felici i felici del 2013 e Babilonia del 2016. L’avvenimento centrale di Serge è un viaggio ad Auschwitz compiuto dai tre fratelli per accontentare la ventenne Joséphine, figlia di Serge, attirata da un turismo della memoria sulle tracce dei nonni ungheresi, mai conosciuti, vittime della Shoa. «Auschwitz – afferma Reza – è diventata ormai una meta turistica, l’omologazione del turismo tende ad annullare le differenze. L’idea del romanzo mi è venuta pensando a una famiglia ebrea la cui gita ad Auschwitz viene messa in crisi dalla deflagrazione di un litigio e da un conflitto generazionale». A suscitare il dramma familiare è il dirompente Serge, «il re delle attività nebulose», che ha procacciato al nipote Victor, aspirante chef, uno stage in un albergo svizzero, e quando Victor gli scrive di non gradire l’offerta, s’infuria a tal punto da provocare una rottura in famiglia. Yasmina Reza crea sempre personaggi dalle mille sfaccettature, sa essere feroce e compassionevole nello stesso tempo: «Serge ha buone intenzioni, ama sentirsi utile – ci dice – ma non fa nessuno sforzo per capire le esigenze altrui, anche quando cerca un appartamento per Joséphine vuole imporre quello che piace a lui». Il malumore di Serge è anche un segnale dell’età che avanza: «Sai che la vecchiaia arriva da un giorno all’altro? – dice a Jean – Un giorno ti svegli e non riesci più a rimetterti in sesto, la vecchiaia ti salta alla gola…». La vecchiaia, la malattia e la morte sono i temi di fondo del romanzo, temi ultimi, temi seri che l’autrice riesce a rendere con calibrata iro- e rispettosa leggerezza, come avviene nel personaggio di Maurice, il cugino quasi centenario, ex bon vivant relegato a letto ma che non rinuncia al suo «champagnino». Nel romanzo Maurice è l’araldo di questi tre temi, con cui anche i fratelli dovranno poi misurarsi. «Anche a me piace molto Maurice e come si confronta con la vecchiaia, la malattia e la morte. Sono i temi ricorrenti in tutte le mie opere, a partire dal mio primo dramma, Conversazione dopo un funerale, in quel caso sulla morte del padre». Anche in Serge sono i rapporti familiari a fare da argine contro l’incombere della fine: «Accettiamo che la vita sia una faccenda di solitudine – dice Jean – fintanto che c’è un futuro». E sarà lui a far riavvicinare Serge e Nana, nonostante i due lo accusino di essere «il paladino di insulsi valori familiari». Jean accetta le critiche dei fratelli, addirittura dà ragione a Nana che lo definisce «uno sfigato», eppure è la colonna portante della famiglia. «È Jean che si denigra, ma io non lo vedo così. Jean non ha stima di sé, perché non ha abbastanza forza di volontà per farsi una famiglia, resta in bilico. Ci sono molti uomini così, che si sottovalutano, che hanno la sensazione di essersi persa la loro ‘ vera vita’, ripiegando su un’idea di fallimento personale». La differenza tra i due fratelli appare evidente anche nella scelta dei libri che si portano da leggere durante il viaggio ad Auschwitz: Jean I sommersi e i salvati di Primo Levi, Serge Il blasfemo di Singer. «Ciascuno di noi si era portato il proprio frammento di storia ebraica», commenta Jean. E l’autrice spiega: «Entrambi hanno scelto libri di autori ebrei, ma la scelta di Jean rispecchia un uomo di cultura, infatti lui è un buon lettore, uno che viene da studi scientifici e si vuol documentare, Serge invece è portato ai valori materiali, dice: ‘Sai cosa mi piace di Singer? Lo spazio che dà a tutti i piatti che mangiano i personaggi’. Ma attenzione a non semplificare troppo, i personaggi non si riducono alle loro letture» Ciascuno di loro ad Auschwitz cerca se stesso, solo Nana sembra esprimere la posizione convenzionale del turista della memoria. «Nana c’è andata per un dovere morale, si compiace di assorbire buoni sentimenti». Di agghiacciante attualità lo scambio di battute tra Nana e Jean: «Com’è possibile che degli uomini abbiano fatto una cosa del genere? È inconcepibile». «È concepibile invece. E succede ancora, sai».
(Avvenire, 26 marzo 2022)
di Angela Napoletano
Lo sguardo sul mondo post Covid-19 dell’attivista ambientale Vandana Shiva è un concentrato di ottimismo e speranza mescolate a una dose di consapevolezza dei limiti della natura umana e della sua storia. Nel suo ultimo libro, Dall’avidità alla cura. La rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile, la scienziata di origine indiana analizza la “tempesta perfetta” che da tempo flagella il mondo – emergenza climatica, instabilità economica, fragilità sociale e crisi democratica – per rilanciare un appello che, oggi, con la pandemia intervenuta ad esasperare quelle criticità, è forse ancor più urgente: “dobbiamo trovare il modo di riconciliarci con il Pianeta”. L’invito a tornare alla Terra, inteso come recupero di una relazione positiva con l’ambiente provata da secoli di sfruttamento smodato, è il leitmotiv del saggio (pubblicato da Emi in prima edizione mondiale). Ma la riflessione di Shiva, classe 1952, tra gli ambientalisti più famosi al mondo, nota in particolare per il suo impegno contro l’industria dei prodotti geneticamente modificati, non è solo ecologica. L’interconnessione tra i viventi, il rispetto degli equilibri dell’ecosistema, la distribuzione bilanciata delle ricchezze sono la base “verde” su cui si regge il modello economico della cura, l’unico, a suo dire, che può “inaugurare una nuova fase della democrazia globale”.
«Sono cresciuta all’insegna del bellissimo precetto – racconta in collegamento da New Delhi – secondo cui è solo dando che si riceve». Gratuità, reciprocità, condivisione sono i principi che regolano il “circolo del dono”, il meccanismo che genera benessere e prosperità. La legge del dare, spiega, consente di «superare le false categorie dell’estrattivismo, dell’affarismo, della crescita senza fine», di uscire dalla logica della cosiddetta “dis-economia” e di impedire «all’avidità senza freni di pochi di trasformare l’abbondanza in scarsità, il diritto in privilegio». Convinta che la matrice culturale degli squilibri odierni affondi le radici nel dualismo cartesiano tra mente e corpo, tra uomo e ambiente. L’attivista ammette senza esitazione di non sentirsi sola nella rivoluzione per un’economia sostenibile che va predicando. Fa squadra con i piccoli agricoltori locali e con gli scienziati ecologisti di tutto il mondo, i cui saperi, precisa in un passaggio del saggio, «stanno convergendo per plasmare la nascente epistemologia della cura». Teoria quantistica affiancata a studio delle tradizioni e scienza dei sistemi viventi auto-organizzati. «Non cerco compagnia – sottolinea – nella comunità delle istituzioni economiche internazionali». Fonte di ispirazione delle sue ricerche e delle sue campagne sono, piuttosto, gli insegnamenti di Papa Bergoglio sulla tutela del Creato condensati nell’enciclica Laudato si’. La scienziata ha partecipato al laboratorio internazionale di idee ed esperienze, “The Economy of Francesco”, sollecitato dal Santo Padre per individuare soluzioni per un’economia più “inclusiva e attenta agli ultimi”. «Una finestra di discussione privilegiata sul tema», spiega, «che ha contribuito a rinvigorire le mie idee». Il richiamo di Francesco, precisa, «a considerare gli altri esseri umani come fratelli e sorelle di una stessa famiglia, piuttosto che come oggetti da possedere o manipolare, ha rafforzato la mia idea di democrazia della Terra». Visione basata sul principio che tutti gli esseri umani hanno diritto ad accedere alle risorse del pianeta quindi ad avere cibo, acqua, aria pulita, ambiente sano e sicuro. L’evidenza che questa, non altre, è la strada da seguire arriva, puntualizza, «dalle crisi multiple del mondo reale che la pandemia ha solo esasperato».
Shiva parla del Covid-19, “sintomo” della violazione dell’“integrità degli ecosistemi!, in un parallelo con il “virus dell’avidità”. «Possiamo vivere in un mondo unito dalla diffusione di malattie come il Coronavirus – scrive nel libro – invadendo le case di altre specie, manipolando piante e animali per trarne profitto commerciale, oppure… vivere in un mondo unito dalla salute e dal benessere di tutti, proteggendo la biodiversità». La speranza è che la seconda opzione prevalga sulla prima. «Molte persone – commenta – hanno iniziato a prenderne consapevolezza, con coraggio, proprio durante i lockdown disposti durante la pandemia quando la posta in gioco è apparsa chiara: vivere o non vivere». Cura è femmina. La riflessione di Shiva non può prescindere dal ruolo delle donne nell’economia sostenibile. «Parte di ciò che ha causato il colonialismo in secoli di cultura patriarcale – osserva – è l’idea di una terra morta, vuota, e di donne come oggetti». Centrale, per questo, è la forza di quante in futuro «si lasceranno svegliare dalla bellezza della terra – aggiunge – cominciando a lottare per questa, prendendosene cura come se fosse il proprio corpo». L’ecofemminismo, promette, «diventerà sempre più determinante». La “decolonizzazione” dei modelli economici e sociali odierni e la presa di coscienza dell’interconnessione tra uomo e l’ambiente sono, in sintesi, «un dovere oltre che un diritto». La posta in ballo è la stessa sopravvivenza dell’umanità. «Sogno che presto – conclude – tutti imparino ad abitare il pianeta come se fosse un giardino, non una miniera da sfruttare, coltivato nella diversità e nella mutualità. Vivente. Un orto in cui ciascuno si prenda cura del terreno e dei semi piantati. I fiori che ne verranno saranno l’unica cosa di cui avremo bisogno per continuare a vivere». E per essere davvero liberi.
(Avvenire, 23 marzo 2022)
di Redazione
È uscito il numero 61 della Rivista DUODA Estudis de la differència sexual del Centro di ricerca dell’Università di Barcellona. «La rivista DUODA, fondata nel 1991, pubblica la scrittura femminile di prosatrici, poete e artiste che conoscono il mistero della lingua materna e sanno vivere, studiare, pensare e creare sentendo il simbolico della madre nato dall’armonia del caos.» I testi sono scritti in catalano o in castigliano e si possono leggere e scaricare liberamente dal sito RACO (Revistes Catalanes amb Accéss Obert): https://raco.cat/index.php/DUODA/issue/view/29959
La direttora Laura Mercader Amigό nell’editoriale afferma che questo è un numero speciale perché è anche una celebrazione. Le sue parole: «Annunciamo l’avvento chiave per la vita delle donne oggi, quelle del mondo occidentale e di qualunque mondo dove circola libertà femminile. L’arrivo dell’Era della Perla e dell’epoca delle acque di Tiamat, il tempo del patriarcato agonizzante».
La rivista inizia con due articoli:
Neus Maria Calvo Escamilla scrive della Ricostruzione del sesso della Dea (Gea-Gaia), facendo riferimento al Tempio di Delfi con un’ironica ed efficace vignetta di Pat Carra.
Laura Minguzzi in Attingere al proprio sentire: la sorgente viva della libertà femminile, nella sua lezione magistrale racconta la sua traiettoria di vita strettamente connessa alla sua pratica politica del desiderio attraverso i luoghi creati o scelti, la rete di relazioni preferenziali, le opere, sullo sfondo del femminismo della differenza (Libreria delle donne di Milano, Circolo della rosa, Comunità di Storia Vivente). Alcune immagini del libro d’artista di Rosy Daniello della Comunità di Storia Vivente di Foggia concludono la comunicazione. Segue la trascrizione di un colloquio sulle questioni poste.
La seconda parte riguarda il Tema Monografico dal titolo Madre senza coito di corpi e di concetti, con le relazioni rispettivamente di Laura Mercader A. che presenta il XXXII Seminario pubblico internazionale di DUODA, di Barbara Verzini che espone la sua ricerca su La madre, il mare e la rana. Armonia dal Caos di Tiamat, di Marίa Milagros Rivera Garretas sul Piacere di concepire corpi senza coito e concetti senza fallo, e i dibattiti che hanno suscitato.
Seguono colloqui di altre relatrici sui temi del Seminario annuale.
L’ultima parte del numero 61 della Rivista è dedicata a un Progetto d’Artista di Marta Vergonyόs Cabratosa, Mar Serinyà Gou, Rosa Pou Batlle.
(www.libreriadelledonne.it, 21 marzo 2022)
di Mariangela Gualtieri
Ascoltala su https://www.doppiozero.com/materiali/come-si-fa [in allegato file audio]
Prima mi sono vergognata. Poi ero
incredula delusa. Come bocciata.
Tutta una specie ritornata indietro.
Alle bastonate. Maschi al comando ancora,
con i vecchi randelli trasformati in armate
missili carri armati corazzate,
tutta un’esibizione muscolare così evoluta –
e le teste invece rimaste indietro, alla predazione,
alla zampata feroce su qualcuno che trema.
Solo dopo è arrivata la pena. Solo dopo
sono entrata dentro un gonfio
di lacrime tenute. E il dolore
dei miei umani casi si è fuso insieme
al dolore per loro, i morti, gli scampati
i feriti lasciati lì in un fosso, i rifugiati.
E se adesso piango a volte – non so per chi
o per che cosa, tanto sono confusa.
Un dolore non grave però, il mio,
spesso sospeso,
un dolore che non mi toglie ancora
l’appetito e posso guardare
i notiziari, continuando a mangiare,
sopportare ancora lo stridore della pubblicità
col suo falso prometterci le cose.
Come si fa a provare
un dolore vero. Come si fa
da quel dolore sentir nascere
un atto vero di pace. Come si fa
ad esser solidali fino alla radice.
Allora forse troveremmo strade
impensabili ora. Accordi fra nemici
talmente inaspettati. Soluzioni di tregua
permanente, abbracci molto attesi,
terreni condivisi, confini più sfumati.
Allora la terra intera
sarebbe nostra alleata, tutti
i pesci sotto le corazzate, gli
uccelli disturbati
dai fumi e dai boati, i tronchi
le radici che stavano aspettando
la loro primavera. I gatti per le strade
i cani, i lombrichi, le api.
Tutto sarebbe alleato con noi
dentro la pace. Ce ne verrebbe
una gioia vera, una potenza
di creazione – proprio il contrario
di questa morte dei corpi e delle cose.
Sarebbe la più grande rivoluzione di specie:
risolvere i conflitti col nostro ragionare
intelligente – in compassione.
Risolverli parlando e tacendo
donne e uomini insieme,
con ricorrenti abbracci a ricordare
ciò che più vogliamo, il nostro fine supremo.
Stare nella pace. Abitare la terra
in un respiro grato. Noi, ultimi arrivati.
Mariangela Gualtieri
in dialogo con Antonio Viganò
(Doppiozero, 20 marzo 2022)
di Franca Fortunato
Il libro postumo di Gino Strada, da poco in libreria, Una persona alla volta, edito Feltrinelli, è un vero e proprio Manifesto per un mondo senza guerre, lasciato in eredità all’umanità da parte di un uomo che ha dedicato la sua vita a curare le vittime di tutte le guerre, stando sul campo, e guardando i volti stravolti di feriti, mutilati, morti, affamati, rifugiati, disperati, per lo più donne e bambine/i. Ovunque sia stato, Pakistan, Perù, Somalia, Bosnia, Etiopia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, sempre “atrocità e disumanità”, “morti e feriti” di “cittadini normali, molte donne e moltissimi bambini”. Il volto della guerra gli si presenta per la prima volta alla fine degli anni Ottanta in Pakistan, all’ospedale internazionale della Croce Rossa dove dall’Afghanistan, occupato dai sovietici, arriva un bambino mutilato da una mina giocattolo, armi pensate, progettate, costruite per i figli dei “nemici”. “Quel bambino, a cui dovetti amputare la mano, divenne per me il vero volto della guerra, il volto di una delle sue tante vittime”. “La guerra per me ha sempre avuto la faccia di un uomo stravolto dalla sofferenza, il rosso caldo del sangue e la puzza di bruciato. Così mi si è presentata più o meno in tutti i posti dove sono andato a curare le vittime. Quante donne ho visto disperate per un figlio ucciso”. Quando gli Stati Uniti, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre, bombardano e occupano l’Afghanistan, seguiti dall’Occidente, in nome della “guerra al terrorismo”, Strada capisce “di non essere un pacifista, ma di essere semplicemente contro la guerra”. “Dopo anni passati tra conflitti – spiega – mi sono scoperto saturo di atrocità, del rumore degli spari e delle bombe. E lì, in Afghanistan, dove avevo vissuto per tanti anni operando feriti, non ce l’ho fatta più a sopportare l’idea di una nuova guerra. Così alla vigilia di un’altra ondata di sofferenze e di morte ho detto il mio ‘no’, basta con la guerra, basta uccidere mutilare infliggere atroci sofferenze ad altri esseri umani”. Sappiamo come è andata a finire quella guerra e le altre che l’hanno seguita, un disastro, che rafforza in Strada la convinzione che “la guerra non si può umanizzare. Non si può renderla meno pericolosa, crudele e folle (…) si può solo abolire” iniziando a vederla “per quello che è veramente, l’uccisione volontaria di tanti esseri umani. Non importa quale sia la ragione, o la ‘causa’, di un conflitto: è lo strumento ‘guerra’ a essere un crimine”. “Per oltre trent’anni ho letto e ascoltato bugie sulla guerra. Che la motivazione – o più spesso la scusa – per una guerra fosse sconfiggere il terrorismo o rimuovere un dittatore, oppure portare libertà e democrazia, sempre me la trovavo davanti nella sua unica verità: le vittime”. “Dopo tutti questi anni di guerra, la sola verità inoppugnabile è che questo strumento non ha funzionato” e “nel mondo atomico in cui viviamo, non possiamo più permetterci la guerra”. La possibilità di una guerra nucleare è entrata nel mondo con la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, alla fine della seconda Guerra mondiale, e oggi sembra tornata con la guerra in Ucraina.
Strada ricorda il Manifesto di Russel-Einstein (1955) sottoscritto da scienziati di tutto il mondo per un disarmo nucleare. Servirebbe oggi – si chiede – scrivere un nuovo Manifesto? Come abolire la guerra? “Non quella in Iraq o in Afghanistan, ma la guerra in sé e il suo unico, vero contenuto: morte, sofferenza, disumanità”. Un mondo senza guerre è “il compito più ambizioso”, “la scommessa più grande” che per Gino Strada attende l’umanità.
(Il Quotidiano del Sud, 18 marzo 2022)
di Hannah Arendt
Anticipiamo stralci della biografia “Rosa Luxemburg” di Hannah Arendt (1966), dal 17 marzo 2022 in libreria con Mimesis e la curatela di Rosalia Peluso.
Ogni movimento della Nuova Sinistra, quando è giunto il momento di trasformarsi in Vecchia Sinistra – di solito quando i suoi membri hanno raggiunto i quarant’anni – ha seppellito prontamente il primo entusiasmo per Rosa Luxemburg insieme ai sogni di gioventù; e dato che di solito non ci si è preoccupati di leggere, e tanto meno di capire, quanto lei aveva da dire, si è trovato facile liquidarla con tutto il filisteismo condiscendente del loro status appena acquisito.
Il “luxemburghismo”, invenzione postuma degli scribacchini del partito per motivi polemici, non ha mai ottenuto nemmeno l’onore di essere denunciato come “tradimento”; è stato trattato come una malattia innocua e infantile.
Nulla di ciò che Rosa Luxemburg ha scritto o detto è sopravvissuto, a eccezione della sua critica, sorprendentemente accurata, della politica bolscevica durante le prime fasi della Rivoluzione russa: questo solo perché coloro secondo i quali “dio aveva fallito” potevano usarla come un’arma conveniente, sebbene del tutto inadeguata, contro Stalin. (“C’è qualcosa di indecente nell’uso del nome e degli scritti di Rosa come una specie di missile da guerra fredda” ha sottolineato il recensore del libro di Peter Nettl, che firmò una prima biografia sulla Luxemburg, ndr). I suoi nuovi ammiratori non avevano più cose in comune con lei dei suoi detrattori. Il suo senso, altamente sviluppato, per le differenze teoriche, il suo infallibile giudizio sulle persone, le sue personali propensioni e idiosincrasie, le avrebbero impedito di confondere Lenin e Stalin in qualsiasi circostanza, a prescindere dal fatto che non è mai stata una “credente”, non ha mai usato la politica come un sostituto della religione ed è stata attenta, come nota Nettl, a non attaccare la religione anche quando si è opposta alla Chiesa. In breve, la circostanza che “la rivoluzione fosse vicina e reale, per lei come per Lenin” non costituì mai un suo articolo di fede, a differenza del marxismo. Lenin era per essenza un uomo d’azione e sarebbe entrato in politica in ogni caso, mentre lei, che, nella sua semiseria autovalutazione, si considerava nata “per badare alle oche”, avrebbe potuto benissimo immergersi nello studio della botanica o della zoologia, della storia, dell’economia o della matematica, se le contingenze del mondo non avessero offeso il suo senso di giustizia e libertà.
Ciò comporta naturalmente riconoscere che lei non sia stata una marxista ortodossa, talmente poco ortodossa da far dubitare che sia stata un’autentica marxista. Nettl afferma giustamente che per lei Marx non era altro se non “il miglior interprete della realtà con cui tutti loro avevano a che fare”, ed è rivelatore della sua mancanza di coinvolgimento personale il fatto che abbia potuto scrivere: “Provo ora orrore per il tanto decantato primo volume del Capitale di Marx a causa dei suoi elaborati ornamenti rococò à la Hegel”. Ciò che veramente contava per lei, perfino più della rivoluzione stessa, era la realtà, in tutti i suoi aspetti meravigliosi e terribili. La sua non-ortodossia era innocente, non polemica; “raccomandava volentieri agli amici di leggere Marx per la freschezza del suo stile e l’ardimento dei suoi pensieri, e perché non dava nulla per scontato. Gli errori che aveva commesso nell’analisi politica erano evidenti e inevitabili; per questo non si preoccupò mai di scrivere una critica di ampio respiro”.
Tutto ciò risulta meglio espresso nell’accumulazione del capitale, che solo Franz Mehring ha avuto la spregiudicatezza di definire un “risultato veramente magnifico, affascinante, impareggiabile dalla morte di Marx in poi”. La tesi centrale di questa “curiosa opera di genio” è abbastanza semplice. Dal momento che il capitalismo non mostrava alcun segno di cedimento “sotto il peso delle sue contraddizioni economiche”, lei cominciò a cercare una causa esterna per spiegarne la continua esistenza e crescita. La trovò nella cosiddetta “teoria del terzo fattore”, cioè nel fatto che il processo di crescita non era semplicemente la conseguenza di leggi innate che governano la produzione capitalistica, ma della continua esistenza di settori pre-capitalistici in Paesi che il “capitalismo” aveva catturato e portato nella sua sfera di influenza… Lenin si accorse subito che questa analisi, indipendentemente dai suoi pregi o difetti, era essenzialmente non marxista.
C’è un altro aspetto della personalità di Rosa che Nettl evidenzia, ma di cui non sembra cogliere tutte le implicazioni: il suo essere “coscientemente donna”. Questo dato poneva da sé diversi limiti a qualsiasi sua ambizione. Significativa, ad esempio, la sua idiosincrasia per il movimento di emancipazione femminile, che attraeva irresistibilmente tutte le altre donne della sua generazione e di stesse convinzioni politiche; all’uguaglianza reclamata dalle suffragette, sarebbe stata tentata di rispondere: Vive la petite différence. Era una outsider, non soltanto perché era e rimase un’ebrea polacca in un Paese che non le piaceva e in un partito che presto avrebbe disprezzato, ma anche perché era una donna… Rosa Luxemburg non è vissuta abbastanza a lungo per vedere quanto avesse ragione e per osservare il terribile, e terribilmente rapido, decadimento morale dei partiti comunisti, prodotti diretti della Rivoluzione russa, in tutto il mondo…
Una marxista poco ortodossa “Si considerava nata per badare alla fattoria: avrebbe potuto immergersi nello studio se il mondo non avesse offeso il suo senso di giustizia”.
(Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2022)
di Wisława Szymborska
Piatta come il tavolo
sul quale è posta.
Sotto – nulla si muove,
né cerca uno sbocco.
Sopra – il mio fiato umano
non crea vortici d’aria
e lascia tranquilla
la sua intera superficie.
Bassopiani e vallate sono sempre verdi,
altopiani e montagne sono gialli e marrone,
oceani e mari – di un azzurro amico
sui margini sdruciti.
Qui tutto è piccolo, vicino, alla portata.
Con la punta dell’unghia posso schiacciare i vulcani,
accarezzare i poli senza guanti grossi,
posso con un’occhiata
abbracciare ogni deserto,
insieme al fiume che sta lì accanto.
Segnalano le selve alcuni alberelli
tra i quali è ben difficile smarrirsi.
A est e ovest, sopra e sotto
l’equatore, un assoluto
silenzio sparso come semi,
ma in ogni seme nero
la gente vive.
I confini si intravedono appena,
quasi esitanti – esserci o non esserci?
Amo le mappe perché dicono bugie.
Perché sbarrano il passo a verità aggressive.
Perché con indulgenza e buonumore
sul tavolo mi dispiegano un mondo
che non è di questo mondo.
(da Basta così, ed. Adelphi, 2012)
di Paolo Di Paolo
Se le chiedi come vive, da scrittrice, ciò che sta accadendo in Ucraina, e se ha qualche parola in più, ti ferma subito: «Tutti parlano. La mia voce sull’argomento è priva di competenza specifica, quindi inutile». Eppure, proprio gli occhi «tristi» di Putin lampeggiano nel suo nuovo romanzo, Serge (Adelphi).
È la madre del protagonista a notarli nelle immagini televisive. Ora quegli occhi tristi (e forse inquietanti) sono al centro dei nostri pensieri. Forse solo la letteratura può scegliere di fermarsi su un dettaglio simile, cercare lo spazio – anche di fronte all’inaccettabile – per una considerazione così umana. D’altra parte, da narratrice e da drammaturga tradotta in oltre trenta lingue, Yasmina Reza – 62 anni, nata a Parigi, ma figlia di un ingegnere iraniano e di una violinista ungherese – ha sempre cercato una prospettiva non ovvia sul mondo. Un incontro fra vecchi amici che degenera per una discussione sull’arte contemporanea, nella sua pièce più famosa, Arte. Un incontro pacificatorio tra due coppie di genitori che invece diventa un massacro: Carnage, appunto, come nel film con Kate Winslet che Roman Polanski ha tratto dal testo di Reza. E ancora: prende un uomo politico che non ama, Nicolas Sarkozy, lo segue durante la campagna elettorale del 2007 e anziché scrivere un libro politico, scrive un libro su un uomo «che vuole fare concorrenza alla fuga del tempo». La sua intelligenza è corrosiva, ma sempre capace di pietà. Come dimostra nel nuovo romanzo: una fotografia di gruppo mossa, a tinte accese. L’immagine sfaccettata della «sgangherata baracca» che è una famiglia, qualunque famiglia.
Il dettaglio sugli occhi di Putin mi ha fatto ripensare a certe piccole rivelazioni dell’umore dell’ex presidente francese Sarkozy nelle pagine di L’alba, la sera o la notte: «Sotto i suoi lineamenti appaiono dolcezza e infanzia».
«Mi commuove il fatto che lei abbia notato gli occhi tristi di Putin. È un dettaglio minuscolo nel libro ma in effetti è significativo. Qualche volta, ma non sempre, sul viso di una persona c’è qualcosa che contraddice l’immagine che questa persona dà di se stessa. Quando la personalità adulta è forte e sembra andare in senso opposto è destabilizzante vedere un rimasuglio d’infanzia, di solitudine o di dolcezza nel suo corpo o nel suo comportamento. Non so che cosa riveli esattamente, se non il grande mistero dell’esistenza. E cioè la materia stessa della letteratura».
Seguirebbe di nuovo la campagna presidenziale? Di Macron? O di Marine Le Pen? Oppure di Éric Zemmour? Le sembrano storie, facce interessanti?
«No. Ho avuto la fortuna di potere seguire una personalità ricca e sconcertante, e che somigliava a un personaggio che avrei potuto inventare io. È stato un anno straordinario e sarò per sempre grata a Sarkozy di aver acconsentito a questo ritratto senza ostacolarmi in alcun modo. I protagonisti di oggi non mi interessano. Non ho nessun punto di vista letterario su Macron».
Lei non ama rispondere a domande sull’attualità, ma il momento è eccezionale: una pandemia, una guerra… Come saremo, dopo?
«Nel corso del Ventesimo secolo è completamente scomparso un mondo, quello che costituiva l’Europa. È scomparso anche, e per sempre, il mondo precedente alle rivoluzioni digitali. Andiamo verso qualcosa di disaggregato e sfocato, senza che questo qualcosa sia analizzabile perché la rapidità delle mutazioni confonde il pensiero. È un clima generale che non consente alcun ottimismo. In un certo senso il libro tradisce questa preoccupazione».
Serge, il protagonista del romanzo, è in effetti un uomo preoccupato. Anche solo dalle fatiche della vita adulta. La sorella lo rimprovera perché è sempre sarcastico, lo trova «gonfio di acredine». Forse lo siamo un po’ tutti, soprattutto sui social.
«Il contesto dei rimproveri che Nana muove a suo fratello è puramente personale. Gli rinfaccia di avere sulle persone uno sguardo altezzoso e beffardo. Ne deduce che è risentito. Qui un personaggio sviluppa la propria visione di un altro personaggio. Una visione puramente soggettiva, quindi, che il lettore ha il diritto di disapprovare o relativizzare. Peraltro Nana, per via dei suoi aspetti da brava cittadina, è il bersaglio dei fratelli. In Serge vedo più un ritratto dei rapporti fra fratelli che un’evocazione dei rapporti nei social media».
I suoi personaggi dicono spesso cose che non direbbero «in pubblico». Ma esiste qualcuno al mondo le cui conversazioni private resisterebbero alla verifica del politicamente corretto?
«A me sembra che ai miei personaggi capiti spesso di sbarellare in pubblico. Intendo dire, in circostanze in cui l’intemperanza del linguaggio non sarebbe consentita. Non lo faccio per provocare ma perché lo richiede l’umore della situazione e perché questa è la natura delle persone che descrivo. Ci sono ben pochi saggi e moderati fra i miei personaggi. In realtà, quello che chiamiamo il “politicamente corretto” non m’interessa. La letteratura, che io associo all’arte e non all’ambito intellettuale come per esempio la filosofia, è uno spazio di pura libertà. Per quanto mi riguarda, il criterio etico che guida l’uso delle parole non è la correctness o l’incorrectness bensì il vero o il falso. I personaggi che, nella loro umile misura, dovrebbero rappresentare l’umanità sono dilaniati e pieni di contraddizioni. È in questa tensione che gli uomini si dibattono, non all’interno di una virtù illusoria».
Riesce a farci sentire che nelle «chiacchiere» occasionali di ogni giorno c’è molta più verità di quella che affidiamo alle versioni ufficiali. Lei le fissa, forse proprio per dire: ecco che cosa riveliamo, di noi, semplicemente parlando. È così?
«Quelle che lei chiama le versioni ufficiali sono una noia mortale. Anche quando (soprattutto, forse!) toccano i grandi temi. Ho sempre pensato che la vera natura delle relazioni umane stia nelle asperità della vita di tutti i giorni, nelle piccole incrinature, nelle piccole dissonanze, nulla di molto consistente in apparenza ma che la temporalità della scrittura permette di cogliere. A teatro, un attore può creare un mondo con una parola anodina. C’è così tanta ricchezza nel non-detto. Le “chiacchiere” aprono grandi spazi, se si è capaci di ascoltare al di là o al di qua delle parole».
Al centro del romanzo, c’è un viaggio che la famiglia di Serge, di origini ebraiche, fa ad Auschwitz. È l’occasione per guardarci da fuori nei panni di turisti «in tenuta semi-balneare» in un campo di concentramento. «Quando tornerai al sole, alla macchina, che cosa ti ricorderai? E se anche ti ricordassi?», lei scrive. La protesta dell’io narrante contro il «feticismo della memoria» lei la condivide?
«Che cosa chiamiamo memoria? Nella mia accezione della parola, la sola memoria che possa avere delle conseguenze su una percezione del mondo o su altri comportamenti è una memoria che chiama in causa gli affetti. Non è una cosa che può essere imposta per decreto. Proprio come non si possono forzare i sentimenti, non si può forzare la natura della memoria. Il “dovere della memoria”, questa costante ingiunzione, è una formula vuota. Al massimo si potrebbe dire: il dovere della conoscenza. Ma quale parte di noi aspira a questa conoscenza? Il mio primo impulso era scrivere qualcosa che avesse a che fare con il turismo. E credo peraltro che sia un argomento importante del libro. La contemplazione del mondo in chiave turistica è l’essenza stessa della nostra epoca. Tutti quelli che, nel mondo, hanno avuto accesso a un certo tenore di vita sono turisti. Non ci si può escludere da questa categoria. Il turismo comprende anche chi si crede estraneo al fenomeno. Tutto si è adeguato alle esigenze di questa nuova umanità in cerca di sensazioni. I paesaggi, le usanze, il cibo, l’habitat, tutto. Tutto è un “sito”. Compresi i luoghi delle tragedie, il cui vantaggio è che sono luoghi in cui possiamo sentirci pieni di compassione, per così dire “al di sopra del male”».
«Il mondo per me resta un enigma», ha detto una volta. È ancora così? Scrive anche per questo?
«Vedo la scrittura come uno stile di vita. Lo faccio perché mi diverte e perché ogni tanto credo di essere capace di farlo. È un tentativo di fissare alcune cose nel tempo. Non credo di aver capito meglio alcunché per il solo fatto di averne parlato. Tutto è sempre rimasto enigmatico ma sono felice di aver potuto talvolta stabilire i termini dell’enigma».
Drammaturga e scrittrice, attrice e sceneggiatrice: Yasmina Reza, 62 anni, ha pubblicato il suo primo romanzo Hammerklavier nel 1997. Quello nuovo s’intitola Serge.
Yasmine Reza presenterà il suo nuovo romanzo Serge ai lettori italiani il 16 marzo a Roma e il 17 a Napoli. In libreria dal 14 marzo, (Adelphi, pp. 186, 19 €).
(Vanity Fair, 16 marzo 2022)
di Traudel Sattler
Non era “diventare prete” il motivo per entrare come una delle prime donne nelle facoltà teologiche romane, spiega Marinella Perroni, docente emerita di Nuovo Testamento e fondatrice, insieme ad altre, del Coordinamento teologhe italiane, nel suo articolo “La figlia di Dio” (la Lettura, 6 marzo 2022). Tante donne che frequentano gli studi teologici nelle Pontificie facoltà romane e ci insegnano pure, senza la prospettiva dell’ordinazione sacerdotale, ciò nondimeno «hanno sviluppato un’autentica passione per la teologia che ci ha portato ad affrontare un curriculum di studi lungo almeno nove anni, impegnativo e, per la maggioranza, privo di sbocchi lavorativi. Lo scopo non era assolutamente il sacerdozio, ma, al contrario, cooperare a quel processo di declericalizzazione della teologia […]. Alcune, è vero, coltivavano anche il desiderio profondo di essere finalmente ammesse al sacerdozio». L’autrice ripercorre la storia del reiterato rifiuto del sacerdozio alle donne, mostrandone la fragilità di fronte alle pressioni del femminismo. E mette in evidenza come la differenza sessuale è divenuta convenzionale nell’immaginario clericale, che “ingabbia la complessità e genera stereotipi” e conclude: «da quando il pensiero femminista ha smascherato come androcentrica e patriarcale la subordinazione tra i sessi, tanto la visione antropologica cattolica che le sue ricadute sul piano dell’organizzazione ecclesiastica sono oggetto di riflessione e di discussione. Ben sapendo che una millenaria tradizione intellettuale, se viene assunta con rispetto, ma anche con lucidità, porta sempre già in sé stessa germi di futuro».
(www.libreriadelledonne.it, 9 marzo 2022; l’articolo pubblicato su La lettura è consultabile anche al seguente link: https://pierluigipiccini.it/archives/la-figlia-di-dio/)
di Liliana Rampello
Con Lo spazio delle donne (Einaudi, pp. 128, euro 12) Daniela Brogi ha il merito di fare chiarezza in un campo linguistico e politico molto disordinato, quello della relazione e del conflitto fra i sessi. L’autrice è docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università per Stranieri di Siena e specialista del Manzoni, sul quale ha scritto il notevole Un romanzo per gli occhi. Manzoni, Caravaggio e la fabbrica del realismo (Carocci 2018), che cito perché fa intuire come nel suo lavoro, ad ampliare significativamente il campo interpretativo, convergano sempre anche i Visual Studies. Lo spazio delle donne arriva tra noi come un libro necessario, di scrittura limpida e appassionata, in grado di rivolgersi a un pubblico ampio con intelligenza, serietà di studio e l’autorevolezza di un percorso condiviso ormai con tante e – vorrei dire – tanti, ma è più realistico dire alcuni.
Possiamo tagliare il testo seguendo due importanti affermazioni, una di ordine concettuale e una di ordine metodologico. Daniela Brogi assume, giustamente, che il linguaggio sia «una forma di esperienza e di sentimento del mondo» e che per rendere giustizia a questa verità si debba lavorare alla composizione di un «fuori campo attivo» rispetto a quella «cultura patriarcale e monologica» che ha tenuto in un «fuori campo passivo», ossia inerte e invisibile, i vissuti, i saperi, il genio e le creazioni delle donne, letteralmente cancellandole o oscurandole. L’autrice è molto attenta, sia chiaro, a non cadere in pericolose generalizzazioni, relative a un indefinito «tutti gli uomini», ma è ben consapevole invece di un senso comune trasversale che va smontato con coraggio e precisione, perché induce le donne alla subalternità.
Senza pregiudizi favorevoli per quest’ultime: della necessità di questa postura, infatti, c’è tradizione esplicita, per dirla volando, già nella Stanza tutta per sé di Virginia Woolf, del 1929, che ci aveva raccontato delle donne «specchio», e ancora nel Secondo sesso di Simone de Beauvoir del 1949, con la riflessione sulle «donne-alibi». Subito, in queste ritagliate affermazioni, sono in gioco il linguaggio e lo sguardo, per la prospettiva stessa in cui lo sguardo fuori campo intercetta il linguaggio nella forma dell’esperienza.
Nel riscattare la parola femminismo (riscatto più che benvenuto), Daniela Brogi compie una doppia importante operazione: non la oppone a maschilismo, e non la inchina a quel «paternalismo benevolo» che confina le donne in uno spazio di minorità, ma la riformula consapevole di quanto proprio il femminismo sia «un capitolo fondamentale della storia della modernità, oltre che un capitale culturale enorme». Ed è questo il passo avanti che l’autrice ci invita a fare, la sfida che non si può eludere se guardiamo al futuro, se ascoltiamo con attenzione la voce delle giovani generazioni che si affacciano sulla scena della nostra storia.
Il termine cruciale del saggio, spazio, viene articolato in cinque capitoli, declinati secondo quella lente del fuori campo utile a non irrigidire le maglie del pensiero, a far sì che la «messa a fuoco dinamica» qui proposta generi un nuovo sguardo sulla realtà e la interroghi dialetticamente intorno «a ciò che è visibile e riconoscibile e ciò che invece è invisibile, ma tuttavia implicato». Questa interrogazione non si dà confini disciplinari, ha un respiro ampio, può avvalersi di una pagina letteraria, teatrale, psicoanalitica, filosofica, politica, rintracciata con amore curioso, o di un film, di una performance, in una scorribanda che mette a nudo un Novecento spesso in ombra. Muovendo in direzioni varie, note e meno note, scuotendo le gerarchie che indicano un alto e basso la cui misura neutra affiora appena grattiamo un po’ la superficie del già pensato, Daniela Brogi convoca per noi Grazia Deledda e Ada Negri, Virginia Woolf e Carla Lonzi, Karen Horney e Helena Janeczek, Marina Abramovic e Alice Munro, Toni Morrison e Margaret Atwood, Elsa Morante e Franca Rame e altre e altri… fino a farci immergere e poi riemergere dall’interno di una cultura dello stupro che non potrà mai dimenticare il delitto del Circeo.
La lente di questo telescopio, nell’illuminare l’invisibile della scena, mette ora a fuoco quanto sia abitata da silenzi, omertà, omissioni, vere e proprie mutilazioni di un sapere che si possa affermare come condiviso. E ci regala un’altra direzione di ricerca: è indubbio che l’intera tradizione maschile, quella stessa che ha fatto fuori le donne, va conosciuta, ma è altrettanto necessario ridisegnarla secondo «nuovi effetti di composizione», in una prospettiva «mobile e multifocale» dei nostri stessi saperi. Tutta la grande arte sa infatti trasformare «anche l’orrore in bellezza formale ed esperienza di verità», e dunque va ri-guardata accendendo la luce sui troppi angoli bui della storia delle donne. Non si tratta di aggiungere qua e là un nome, di giocare l’eccellenza femminile di alcune contro le altre, né di tollerare l’emersione di un mondo «inabissato»; si tratta, questo l’invito garbato, ma netto e severo, di combattere senza sconti contro ogni forma di retorica sessista, per esempio in tema di reputazione e «merito» femminili, e di ribellarsi a traduzioni in aneddotica di trame genealogiche di «relazioni e reciprocità» fra donne. Il famoso merito, sulla bocca di troppi, non è mai richiamato, né invocato quando si tratta di uomini (e ce ne è una valanga che occupa posti di prestigio e di potere non si sa a che titolo), ma sempre invece indicato come decisivo da un «sessismo difensivo» che lo trasforma «in un valore assoluto e separato dalla storia».
L’intreccio è ben altro, come mostra la timeline sintetica ma essenziale di una serie di date utili a ogni «ricostruzione critica seria» della situazione italiana. È quella che va dal 1946, voto alle donne, fino al 1996, quando lo stupro diventa un crimine contro la persona e non contro la morale: lungo questa linea, altre conquiste, accesso alla magistratura, asili nido, divorzio, aborto, riforma del diritto di famiglia… tappe, lo voglio ricordare, che hanno visto impegnate migliaia di donne, democristiane, socialiste, comuniste (da Rosy Bindi a Giglia Tedesco, Marisa Rodano e Livia Turco ad esempio) e prodotto un’intensa discussione tra femministe. Non una sola donna di destra al nostro fianco nella «rivoluzione gentile», né allora né ora, a proposito dell’altra moda mainstream sul loro presunto protagonismo (e non si può che applaudire a queste righe: «Lo spazio delle donne, come luogo e cultura della diversità, non è né può mai essere uno spazio contiguo a valori a suo tempo affermati dal fascismo»).
I passi del libro attraversano molte linee di confine di un Novecento che «è doppiamente il secolo della paura delle donne. La paura che si è fatta alle donne; e quella che le donne hanno fatto, man mano che diventavano sempre più soggetti della storia». Muovono dallo spazio storico «come destino imposto» (con le sue «figure emblematiche: il recinto, l’abisso, l’interstizio, la mappa, il fuori campo attivo»), riconoscono e rivelano nel disprezzo verso le donne non una «conseguenza del maschilismo» ma la sua secolare «condizione di esistenza», sottolineano il gender gap ancora alto, parlano dello spinoso tema dello «specifico artistico femminile». Qui il salto è decisivo: le «forme» non sono «banali involucri», se donne e uomini fanno una diversa esperienza del mondo, se abitano «in maniera diversa la vita», differenti saranno voce, immaginazione e stile della loro arte.
Quando Doris Lessing, nel discorso tenuto in occasione del Nobel per la Letteratura, ricorda la necessità, per scrivere, di «uno spazio vuoto, che ti circonda», la mente vola al salotto di Jane Austen, alla stanza di Virginia Woolf e alle mille altre simboliche stanze che in tante hanno cercato per sé, quelle dove hanno disfatto il mondo che le teneva chiuse all’interno, spalancando porte e finestre per farne un altro, differente e libero, per donne e uomini. Che Daniela Brogi avverte con garbo e coraggio: «ignorare tutto questo è ormai semplicemente incultura».
(il manifesto, 8 marzo 2022)
di María-Milagros Rivera Garretas
Questo prezioso libro offre un’impeccabile interpretazione femminile e femminista dell’affascinante storia di Tiamat, la Grande Dea Primordiale del Mare, madre senza coito del Tutto, nella Mesopotamia babilonese.
La sua storia e il suo enigma sono documentati per iscritto in un grande poema delle origini, inciso con i preziosi segni della lingua accadica dai guerrieri usurpatori e assassini di Tiamat, su 7 tavole di pietra di 150 versi ciascuna. Il poema si intitola Enuma Elish, che significa Quando in alto.
La prima di queste tavole racconta la storia di ciò che il Mondo era prima dell’arrivo in Mesopotamia dei guerrieri accadi, portatori nella loro mente del contratto sessuale che imposero con il filo delle loro spade a una società matrilineare e matrifocale.
L’Enuma Elish è stato datato intorno al XII secolo prima dell’Era cristiana. Quindi con l’arrivo di questi guerrieri si concluderebbe il primato di un’Era della Perla.
La Madre nel Mare è un libro che, a mio avviso, inaugura un cambio di scena nella politica attuale delle donne occidentali. Perché fa per davvero tabula rasa delle filosofie e della teoria politica maschili del XX secolo, che ancora calcavano la propria impronta misogina nella pratica e nel pensiero della differenza sessuale; in particolare la psicoanalisi di quel secolo e i suoi derivati del XXI secolo. Me lo ha confermato la sua prima presentazione, in remoto da Napoli, organizzato da Stefania Tarantino lo scorso 20 dicembre 2020. Questo incontro è stato, per me, il quadro di un nuovo Salotto: quello delle Preziose del XXI secolo, la cui indipendenza simbolica è infine di radice, fusto e fiori molto differenti dalla mia. È stata la prova che nel Mondo ci sono Madri di pensiero e di politica che non sono né eredi delle femministe dell’ultimo terzo del XX secolo, né una nuova generazione, bensì l’attuale ciclo della genealogia delle Tre Madri delle religioni mediterranee prepatriarcali, mai scomparse. Non mi piace la nozione di “generazioni” perché non mi ci riconosco; la trovo patriarcale, edipica. Mi riconosco invece nella genealogia femminile e materna, quella che sa riconoscere le Madri senza coito quando arrivano; e mi riconosco nei contesti relazionali di cui Marirì Martinengo ha scritto. Mi piace la genealogia che, in questo libro, è della Sfinge che Edipo non capì mai, perché non riconobbe la propria madre neppure avendola di fronte.
Questo atto di presentazione di La Madre nel Mare mi ha dato l’opportunità di sentire e riconoscere il miracolo della grandezza dell’altra e delle altre che vengono dopo di me e sono Madri, non anelli di una catena di eredità. Loro irrompono, sono già qui. Io sono loro grata. Le Madri devono riconoscere le Madri venute dopo perché ci sia politica delle donne
La storia di Tiamat è rimasta un enigma sino ad ora perché nella testa dei ricercatori non entrava la possibilità di un Mondo senza patriarcato, un mondo reale, non solo mitico, nonostante i miti contengano sempre la loro parte di realtà, come la topica.
Il miglior studioso era capax Dei, capace di Dio, però non capax Deae, capace di Dea. La sua scienza terminava dove iniziava il Due. E dove una donna poteva essere madre di corpi senza coito e concetti senza fallo.
Nel libro La Madre nel Mare, Barbara Verzini decifra l’enigma di Tiamat, non perché sappia di più ma perché sente di più e, riconoscendo autorità al suo sentire proprio originario, conosce di più.
A quale universitaria non è capitato di sentire qualche volta che nei paradigmi della conoscenza c’è qualcosa di essenziale che lei sente essere falso ma non sa come dirlo? Chi non ha mai sentito che le parole non arrivano a dire quello che lei sente?
È nelle parole dove agisce questo libro, nelle famose parole per dirlo, del romanzo che in tante abbiamo letto a suo tempo.
L’enigma sta nella violenza ermeneutica universitaria, nell’essere una – una donna – in grado di sentirla nel profondo di sé, nel sentire che María Zambrano chiamò sentire originario e Candela Valle chiama sentire proprio. Quando una donna arriva a sentire nel suo profondo la violenza ermeneutica subita, le parole escono da lei e fluiscono, senza Tommaso d’Aquino, senza Hegel, senza Marx, senza Freud, senza Lacan, senza Nancy, senza femminismo patriarcale. È quello che accade in questo libro: La Madre nel Mare guarda questi autori con distanza, senza vederli. Non apportano nulla alla sua visione. La sua visione è immacolata. Per questo la sua parola fluisce nelle onde dell’acqua dolce e salata di Tiamat.
Cosa mi ha dato questo libro per chiarirmi, per darmi da pensare? La verità è che mi ha dato una cosa che mi ha scossa molto e che continua a muoversi facendo vacillare l’espressione, la parola. È la chiarezza con cui mostra che tutta la creatività viene dal Caos; perché nel profondo del Caos c’è armonia, armonia possibile perché scatenata dal proprio processo creatore femminile, processo a volte dolce, a volte molto doloroso. Senza che Caos e Armonia formino un’opposizione binaria. Chi non ricorda da bambina il mistero del caos della propria madre e di come, allo stesso tempo, lei sapesse sempre dov’era tutto? Questa è precisamente la Tiamat primordiale, la grande Dea Madre senza coito babilonese: il Caos che sa dove c’è tutto.
Da cui si deduce che né il Caos è l’opposto dell’Ordine né è sinonimo di disordine. Ordine e disordine sono, adesso sì, un’opposizione binaria o un’antinomia del pensiero, un’operazione mentale che non ha mai dato nulla a una donna. Cosa che sta avendo per me delle conseguenze politiche e filosofiche importantissime. Perché Barbara Verzini in questo libro mostra che, storicamente, l’ordine – come il temibile Ordine nuovo che rivendicavano con grande violenza gli uni agli altri quando io ero studentessa – è sempre l’Ordine della spada, l’ordine imposto con la spada. Un ordine che è, prima di tutto, patriarcale, è quello che imposero a colpi di spada i guerrieri accadici per distruggere la società matrilineare e matrifocale governata da Tiamat. Loro, con la spada dell’Età del Bronzo, o del Ferro, non lo so, tagliarono Tiamat in due, come raccontano i bellissimi petroglifi dell’Enuma Elish. La loro spada continua ad essere oggi il fallo, e il loro ordine l’ordine fallico, nelle sue distinte varietà storiche, tutte temibili.
La qual cosa a sua volta ha delle conseguenze molto importanti rispetto l’ordine simbolico. Ho sempre avuto difficoltà nelle aule a spiegare l’ordine simbolico della madre perché, nonostante avessi studiato Lacan, non l’avevo imparato, e quindi non sapevo che l’ordine simbolico fosse una nozione sua: questo mi avrebbe fatta sospettare.
Né avevo capito perché alcune filosofe parlassero di ordine simbolico patriarcale e ordine simbolico della madre, come se ci fossero due ordini simbolici, quando il mio più grande tesoro nel libro L’Ordine Simbolico della Madre di Luisa Muraro, era stato che la lingua è una e – avevo dedotto io – c’è un ordine simbolico ed è della madre. Questo libro me l’ha chiarito. Barbara Verzini mi ha insegnato che il simbolico non è un Ordine, ma l’Armonia del Caos. C’è il simbolico ed è della madre. Gli ordini, nati dagli ordini (comandi), vengono dall’uso violento della spada. Esiste dunque il simbolico della madre, che è la lingua materna, la sua armonia; ed esiste o è esistito l’ordine simbolico patriarcale, non armonico bensì violento.
Questo coincide con il senso di “simbolico” e di “simbolo” che insegnava mia madre nelle lezioni di greco: derivano da sun-ballein “lanciare con”, con la sua parte di Caos, trasportata con la voce, grazie al sentire proprio originario della parlante.
Una volta aperta questa fonte, il libro spiega fluidamente come tanta conoscenza maschilista nasca da una separazione, ad esempio nella Genesi e i suoi enormi derivati culturali: come la separazione sia una delle operazioni preferite della violenza ermeneutica, detto ora con le mie parole, fino ad arrivare a separare una donna dal proprio piacere e dal proprio orgasmo.
E tra le tante cose, il libro spiega il dialogo, che sino ad ora consideravo assurdo, tra Edipo e la Sfinge. Alla seconda domanda della Sfinge, quella che dice: “Ci sono due sorelle delle quali la prima genera l’altra e la seconda a sua volta genera la prima, chi sono?”, si diceva che Edipo abbia risposto: “Il giorno e la notte”, quando la risposta è “Le Tre Madri”. Le prime due sorelle (sorelle di sesso) sono la madre e la figlia; la terza è la figlia quando la madre le riconosce autorità, perché, in quel preciso momento, lei riconosce sua figlia, Madre, la Terza Madre, prima della Trinità successiva e intrecciata. Meraviglioso Enigma della Sfinge / Madre. Chi ha una madre che non sia Sfinge, enigma?
Barbara Verzini spiega tutto questo a partire da sé, dalla relazione con sua madre mai eclissata dalla relazione con la maestra e anche partendo dalla sua stessa essenza, che l’autrice porta nella scrittura attraverso l’allegoria della grande e deforme bocca della rana. A Bilbao, quando ero bambina, si giocava in piazza o per strada a La rana, cercando di lanciare una moneta, con o senza prendere la mira, nella sua grande bocca di bronzo aperta. Non era facile. La rana è madre senza coito e canta instancabile tra la terra e l’acqua, sulla cui riva lascia le proprie uova in modo che possano essere fecondate senza di lei. Nella rana e nella sua grande bocca, Barbara Verzini mette il segno della sua originalità filosofica, che rompe la forma e sta nei suoni.
L’attenzione minuziosa alle parole e ai loro suoni, che questo libro insegna, mi ha recentemente portata a una rivelazione che per me è importante. Per molto tempo ho cercato che cosa sentivo fosse rimasto in sospeso, nell’interpretazione femminile libera della storia del Tempio originale di Delfi dedicato a Gê(a), la Dea Madre senza coito equivalente, nell’Europa mediterranea, alla Tiamat babilonese e mesopotamica. Neus Calvo Escamilla offrì qualche anno fa nel suo La E di Delphi una preziosa spiegazione dell’insegna di Gê(a) incisa sulla pietra dell’autentico tempio: la Epsilon dei tre tratti, ma qualcosa rimaneva pendente. Influenzata dal libro di Barbara Verzini, l’attenzione al suono della E mi ha comunicato ciò che è ovvio, un’ovvietà difficilissima da riscattare con il pensiero del pensiero: la epsilon dei tre tratti è prima di tutto il suono E della lingua madre, suono e desinenza che nella lingua greca simboleggiavano il femminile, il genere grammaticale femminile, la differenza sessuale, come in Gê, come in Kore (Bambina, Vergine), come nei famosi attributi kale kai agaze (bella e buona) propri delle donne e del femminile. Come nel probabile motto della dea Gê(a) di Delfi che i guerrieri della polis, del contratto sessuale e della democrazia ateniese, avrebbero usurpato, il probabile Gnothi seautón (Conosci te stessa) dove il suono E venne sostituito con il suono O (maschile) nel posteriore tempio patriarcale dedicato ad Apollo, il tanto ripetuto Gnothi seautón (Conosci te stesso) dei filosofi classici e postclassici. Deve essere stato così perché la madre viene sempre prima, è sempre prima e ti insegna a parlare parlando, non per iscritto: la lingua materna si impara ascoltandola, ascoltandola dalla bocca di tua madre, preferibilmente stando nella calda armonia delle sue braccia. La lingua materna è in primo luogo e sempre lingua ascoltata, come il messaggio della concezione senza coito di Maria di Nazaret (una donna qualunque) nella scena dell’Annunciazione / Incarnazione. Penso che questo abbia delle conseguenze sulla nozione di simbolico, o di armonia simbolica, come dice l’autrice di La Madre nel Mare. E le abbia anche nella nozione di scrittura femminile, perché questa conserva nel testo la voce della madre e i suoni della lingua materna. La scrittura femminile si vede e si ascolta; la scrittura del pensiero del pensiero si vede solamente: non porta il suono della voce della madre, né porta l’impronta della lingua materna, anche se i segni sono gli stessi, perché si è separata dalla madre, dall’Alma Mater, addirittura ha tagliato con lei, arrivando a proibirla.
La Madre nel Mare. L’enigma di Tiamat è il libro che inaugura la Collana A mano, fondata nel 2020 in kdp.amazon.com da Barbara Verzini e María-Milagros Rivera Garretas. La Collana A mano è una casa aperta e disponibile nel freddo mare di internet, un fuoco femminile amabile per la scrittrice che desideri autoeditarsi senza sottomettersi a giudizio né a capitali stranieri, giudizio e capitale oggi più attenti alle vendite che a ciò che è scritto. Il suo senso l’abbiamo spiegato così: A mano è una Collana di libri di Scrittrici fedeli alla genealogia femminile e materna, ispirate dalla creatività del caos, del piacere clitorideo, del sentire originario, della relazione senza fine e della radicalità di Dama Amore, orientate dal bene e dalla felicità.
(www.diotimafilosofe.it, Rivista n. 17/2020, traduzione dallo spagnolo di Barbara Verzini)
di Luciana Tavernini
María-Milagros Rivera Garretas Il piacere femminile è clitorideo, Edizione indipendente, 2021
di cui parleremo sabato 26 febbraio 2022 ore 18.00 alla Libreria delle donne.
https://www.libreriadelledonne.it/2022/02/26/
Casta fui, lanam feci, Recensione di Barbara Verzini, pubblicata in Per amore del mondo 17 (2020)
«Come si può trasmettere la meraviglia dell’urgenza che si intreccia con la necessità, dove senti che le parole che leggi finalmente si liberano dalla violenza ermeneutica, per portare giustizia a qualcosa a cui da anni cercavi di dare un nome, un senso, una spiegazione?
Come si può abbracciare un libro che crea vertigini per la grandezza smisurata della sua portata e delle sue scoperte?
La risposta è che non si può.
Non si può imbrigliare l’eccedenza con i lacciuoli del cacciatore.
Bisogna cercare un’altra strada, che non è quella della com-prensione, del prendere tutto insieme, del possedere che chiude, ma è quella della risonanza, del suonare insieme che è sentire insieme; un movimento che apre porte e finestre, che ti chiede di stare in una relazione autentica generando gli spazi dove la verità possa accadere».
La recensione di Barbara Verzini, traduttrice in italiano del libro e che sarà presente all’incontro, ci suggerisce un modo di avvicinarci alla lettura, partendo proprio dal primo capitolo Confondere l’orgasmo per scoprire Il piacere femminile libero: piacere del sentire, delle viscere e dell’anima e liberarci dall’inganno prodotto dall’invenzione dell’orgasmo vaginale nel XX secolo e della vagina nel XVII.
(www.libreriadelledonne.it, 23 febbraio 2022)
di Alessandra Pigliaru
Un percorso di saggi e narrazioni sul desiderio e il piacere femminile. Da Tamara Tenenbaum a Catherine Malabou, da María-Milagros Rivera Garretas a Barbara Verzini. La pandemia ha reso evidente la rimozione dei corpi e ha rimpicciolito gli spazi delle relazioni, sessuali ed erotiche. È però questo un processo che ha radici lontane
«Quello che penso sia successo con la pandemia è che ha accentuato cose che stavano già accadendo, cioè che siamo così sovrasfruttati tutto il tempo che è difficile per noi connetterci con il desiderio». A riferirlo è Tamara Tenenbaum in una conversazione con Pablo Herón per «La Izquierda Diario» (e riportata da «La voce delle lotte»). Dalla intervista sono trascorsi circa due anni e, con probabilità, adesso abbiamo più elementi per comprendere lo smarrimento di cui accenna Tenenbaum, scrittrice con una formazione filosofica nata e cresciuta in una comunità ebraica ortodossa nel quartiere di Once, a Buenos Aires, che nel 2019 ha dato alle stampe El fin del amor. Querer y coger en el siglo XXI. Per Fandango, esce ora la versione italiana La fine dell’amore. Amare e scopare nel XXI secolo (pp. 224, euro 20, traduzione di Alberto Bile Spadaccini), un testo che consente di orientarsi nell’arcipelago complesso delle relazioni partendo da una esperienza di trasformazione personale che sposta una ragazza a riflettere sulla propria libertà, sulla propria autonomia simbolica, sul proprio disidentificarsi con ciò che è il dettato all’apparenza obbligatorio della coppia.
Lasciata la propria comunità, Tenenbaum fa interloquire la propria storia per ricontrattarne i contorni. L’amore da congedare è quello romantico. Più avanti, sottolineando il tenore di questa decostruzione a partire da sé, specifica che il desiderio ha un carattere paradossale, «lo percepiamo come una cosa che ci succede, un accidente che ci capita, eppure dobbiamo assumerne la responsabilità». Non solo del nostro, ma anche di quello altrui. Ed è qui che consiste l’opposizione tra la libertà e il consumo neoliberista. Lo dice a partire da sé, dal proprio essere donna. Potremmo aggiungere che la scoperta di una tale generatività priva di imperativi sia l’ingresso diretto al piacere.
Non c’è bisogno di dire quanto la stretta pandemica sia stata nociva al desiderio, in primis quello sessuale. Questa distanza di sicurezza arriva però da lontano, si è radicata negli anni e oggi la ritirata del desiderio, sacrificato sull’altare di una deriva politica a tratti reazionaria e depressiva, non è, ancora una volta, un’astrazione. Diventa piuttosto qualcosa che si inchioda ai corpi. Leggere Il piacere rimosso. Clitoride e pensiero, di Catherine Malabou (Mimesis, pp. 157, euro 14, traduzione di Linda Valle, prefazione di Jennifer Guerra, il 6 marzo se ne discuterà a Milano nell’ambito di BookPride alle 14.30) precisa al mondo una geografia incarnata. A partire dalla domanda sul soggetto del femminismo, Malabou – filosofa, psicoanalista e docente alla Kingston University – fa un’operazione piuttosto azzardata e dunque preziosa di questi tempi: intanto riparla apertamente di clitoride, al centro di molte riflessioni – inaggirabili quelle di Carla Lonzi che nel 1971 scrive La donna clitoridea e la donna vaginale pubblicandolo in un volumetto edito da Rivolta Femminile con Sputiamo su Hegel). Dà alla clitoride uno statuto politico, tornando dunque a un posizionamento che, radicandosi almeno storicamente nel pensiero della differenza sessuale, osserva e interroga genealogie critiche e altre soggettività.
Oltre Lonzi, cui dedica un capitolo, la ricognizione passa infatti al setaccio Simone de Beauvoir, Luce Irigaray ma anche l’immaginario ninfale e naturalmente quello maschile che in questi decenni di nascondimenti ha creduto di poter disporre dell’orgasmo femminile. Ricordando che non esistono «corpi intatti» né indenni da «artefatti farmacologici», Malabou dialoga inoltre con l’esperienza di Paul B. Preciado e degli approcci queer, intersessuali, trans; la clitoride, spiega «è diventata il nome di un dispositivo libidinale che non appartiene necessariamente alle donne e sovverte la visione tradizionale della sessualità, del piacere e dei generi. Altre chirurgie, altri immaginari».
Più che domandarsi di quale rimozione si stia vagheggiando nel titolo, sarà il caso di chiedersi quante siano. Malabou ripercorre la violenza che ha attraversato i corpi delle donne, per occultare, eliminare, e poi ancora opprimere a diverse latitudini. Nel 2012 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 6 febbraio «Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (mgf)» e se la clitoridectomia è stata anzitutto simbolica, per impiantare al suo posto il fallomorfismo che ben conosciamo, è pratica utilizzata, come lo sono l’escissione e l’infibulazione. Si parla di una ragazza o una donna escissa ogni quindici secondi.
La clitoride però è un’anarchica, conclude Catherine Malabou. E lo è perché con l’anarchia condivide l’ingovernabilità, la clandestinità e il grado massimo di rifiuto del potere. È sulla base di questa rivoluzione di prospettiva che produce pensiero, che può essere crocevia di molteplicità come di desideri plurali. Del resto, dopo le agonistiche e spesso arroganti elucubrazioni falliche, c’è una ragione sufficiente per cui non si possa rendere alla clitoride (e dunque al piacere), questa piccola e smisurata altura incastonata di meraviglie, tutta la centralità sovrana che le è propria? Ne avremmo tutti e tutte nutrimento oltre che godimento.
Certo il problema permane quando si cerca il contatto con altri corpi ma anche per questo María-Milagros Rivera Garretas ha scritto Il piacere femminile è clitorideo (uscito a Madrid e ora, grazie alla traduzione di Barbara Verzini, disponibile anche in Italia; edizione indipendente, è il quarto titolo della collana «A mano», pp. 208, euro 17, verrà discusso alla Libreria delle donne di Milano il 26 febbraio, alle 18). Storica medioevale che ha insegnato all’Università di Barcellona e che, nella stessa città, ha fondato con altre Duoda (Barcellona) e ora Dhuoda (Cáceres), Rivera Garretas fa ordine su una serie di malintesi che cominciano proprio dalle parole. È per esempio il caso emblematico di «ermeneutica» che, se ha prodotto molta della violenza che conosciamo (dall’impianto accademico alla costrizione del metodo cartesiano), contiene le «erme», una pratica e un’usanza femminile ancestrale delle donne aymara boliviane che, quando viaggiavano, ponevano una piccola pietra sopra dei mucchietti ai punti di incrocio tra valle e montagna per chiedere protezione divina. Il cumulo di sassolini della Dea Era (e non di Hermes) è una collina, ovvero la clitoride.
Questo cambio prospettico, uno dei tanti esempi che propone l’autrice, è la traiettoria di ritorno all’origine, così come lo sono le poesie di Emily Dickinson o le voci di Juana Inés de la Cruz o ancora di quel legame che dal piacere passa al godimento, al toccare e ritoccare delle labbra di cui ha scritto Luce Irigaray nel suo Questo sesso che non è un sesso (1977) e che ancora ha molto da raccontare. Bisogna approfittare, secondo Rivera Garretas, dei misteri clitoridei che sono tali poiché «la nostra cultura trova difficile capire e impossibile ammettere che i concetti vengono concepiti nel piacere, non nello studio né nello sforzo angoscioso della ragione». Ecco spiegata l’immagine secondo cui «la donna clitoridea concepisce corpi senza coito e concetti senza fallo».
Non è una suggestione, è il senso libero di una esplorazione di cui rende conto Barbara Verzini nel suo La Madre nel Mare. L’enigma di Tiamat (volume prezioso e frutto di edizione indipendente, che inaugura la collana «A mano» (pp. 110, euro 16). È un testo speciale, sofisticato nell’esegesi, poetico di scavo per le connessioni teoriche, simboliche e artistiche individuate e in cui si studia e si legge, con sguardo innamorato, il poema accadico Enuma Elish (sette tavole di 150 versi ognuna) e la babilonese Tiamat, signora del Chaos.
«Affrontare la dismisura femminile», avverte Verzini, filosofa indipendente e docente a Barcellona al Master di Duoda e anche lei, con altre, fondatrici di Dhuoda, «è un problema del patriarcato e delle donne patriarcali». Dalle profondità oceaniche di Tiamat, origine e totalità, arriva allora lo scintillio trasformativo che – al posto del rimpicciolimento di cui in tante hanno fatto e fanno esperienza, chiudendo il piacere clitorideo in un cassetto – propone di spalancare la visione: «Sia benvenuto un mondo di abbondanza di rane e di bocche dalle carnose labbra, un mondo che brinda alla differenza e alla grandezza femminile, dove nessuna sia mai più costretta a farsi piccola mentre si sente chiamare pazza, ma possa gridare indomita la propria eccedenza».
Da questa festa politica di libri, non sembra che il desiderio sia poi così sdrucito, si tratta solo di tenerlo insieme al piacere dei corpi. Che sentono e vivono tutto, con amore passione e talvolta stordimento. Come un abbraccio irrinunciabile.
(il manifesto.it, 17 febbraio 2022)
di Luciana Tavernini
Nel suo ultimo libro Pudore selvaggio. L’estate in Corsica di Sibilla Aleramo Luisella Vèroli, esploratrice degli archetipi del femminile e prima biografa di Alda Merini di cui ha scritto in Reato di vita, Autobiografia e poesia e in Alda Merini ridevamo come matte (2011), ci propone un breve e finora inesplorato periodo della vita di Sibilla Aleramo, l’estate del 1912 in Corsica. E lo fa basandosi sulla documentazione dell’archivio Gramsci di Roma, su lettere, diari, fotografie inedite di chi l’ha conosciuta, ma anche ricreando dialoghi e situazioni verosimili, in cui unisce la sua conoscenza della Corsica, in cui Vèroli soggiorna da quarant’anni, e le sue conoscenze di archeologia femminile.
Così possiamo viaggiare in compagnia di Sibilla alla scoperta di figure femminili del mito e conoscere anche le mazzere e una bandita; vedere lo schiudersi di amicizie, come quella con Anne-Marie Comnène e Benjamin Crémieux, con cui condivide riflessioni sulle relazioni tra donne, tra donne e uomini, e sulla scrittura e che la metteranno in contatto con circoli culturali parigini. Possiamo seguire lo sbocciare dell’amore incandescente per il giovane Joe Luciani, di cui diventa maestra di piacere proprio perché non rinuncia al proprio. E, per la prima volta, la scrittrice e giornalista si scopre anche poeta.
Un viaggio dunque alla scoperta dell’energia creativa femminile che sa trasformare anche gli uomini.
Luisella Vèroli, Pudore selvaggio. L’estate in Corsica di Sibilla Aleramo,
Associazione Culturale Le Melusine/ La vita felice, Milano 2020, € 14,00
Per saperne di più una approfondita e appassionata recensione:
Nadia Tarantini, Pudore selvaggio, selvaggia nudità, Letterate magazine, 2 dicembre 2020
www.letteratemagazine.it/2020/12/02/pudore-selvaggio-selvaggia-nudita
e per conoscere l’autrice il video di uno degli incontri di presentazione del libro:
Intervista di Katia Trinca Colonel a Luisella Vèroli per il Circolo dei lettori di Como
m.facebook.com/watch/?v=166918662140447&_rdr
(www.libreriadelledonne.it, 13 febbraio 2022)
di Arianna Di Genova
Non sono capaci di pensare in una misura tridimensionale, solo bidimensionale, quindi l’architettura non fa per loro. La sentenza senza possibilità di appello fu decretata da Walter Gropius mentre le studentesse, entusiaste, si iscrivevano al Bauhaus. Attratte in gran numero dalle tesi enunciate nel manifesto della scuola – tra cui la sostanziale parità di genere – oltre che dallo stile esistenziale comunitario in una condivisione di spazi anche quotidiani fra docenti e «operai/e», le ragazze del Bauhaus in realtà si scontrarono con un pregiudizio storico. Spesso, lo introiettarono loro stesse, rendendosi invisibili da sole, seguendo i propri compagni nelle attività, sposandosi – moltissime furono le unioni fra «interni» – e affossando in solitudine i loro progetti al presentarsi della mutazione di status sociale.
Dopo il biennio di base, quelle che decidevano di continuare venivano indirizzate verso materie ritenute a loro consone, come la tessitura, la ceramica, la legatoria, pochissime alla falegnameria, vietata l’architettura fino all’avvento del nuovo direttore svizzero Hannes Meyer che preferì aprire le porte dei laboratori a tutti indistintamente (Lotte Beese ne approfittò e, alla fine della seconda guerra mondiale, contribuì alla ricostruzione di Rotterdam).
Le eccezioni ci furono e, per la verità, quelle officine di destinazione femminile furono il vero fiore all’occhiello della scuola, sia nella rivoluzione dei linguaggi utilizzati che nel campo economico, assicurando con la vendita di oggetti e una produzione in serie di artigianato di altissima qualità la sussistenza del Bauhaus in periodi non proprio rosei. Eppure, le docenti erano pagate meno dei loro colleghi maschi e le studentesse dovevano far fronte a tasse più alte, oltre che ai servizi di mensa e di manutenzione ordinaria degli strumenti di lavoro. Molte poi non hanno lasciato tracce dietro di sé, altre sono state mal considerate da chi ha costruito la narrazione ufficiale della storia delle arti dopo di loro.
Non è un caso, infatti, che l’autrice di 494 – Bauhaus al femminile, Anty Pansera, lamenti fin dall’apertura del suo libro (edito da Nomos, pp. 302, euro 24,90) le difficoltà incontrate nell’attendere al suo compito titanico, quello di recuperare le miriadi di biografie perdute: scarse informazioni, lacune, scomparse, eclissamenti volontari, inghiottimenti di artiste nella sfera maschile famigliare. Un atto di volontà incrollabile quindi quello di Pansera, che ricerca dopo ricerca, archivio dopo archivio, l’ha condotta a rimettere insieme le frammentate notizie intorno a quei percorsi sempre in lotta fra il buio e la luce.
Su 1400 frequentanti e insegnanti – provenienti in gran parte dalla Germania o dall’est, ma non mancavano americane e pure italiane come l’avellinese Maria Grazia Rizzo, in classe con Kandinskij – le donne erano rappresentate da quel numero 494 che troviamo in copertina del volume (per la precisione, 475 studentesse, undici docenti, sei «donne intorno a Gropius», una manager, una fotografa). Loro, come un po’ tutti i partecipanti a quell’avventurosa esperienza didattica, che era anche costellate di mitiche feste organizzate fin dai costumi da Schlemmer, non erano ben viste: Weimar – prima sede del Bauhaus che poi si sposterà a Dessau e per una brevissima parentesi a Berlino, riuscendo a resistere agli attacchi nazisti per un anno – era una piccola e tranquilla cittadina, non abituata a stravaganze né al look sbarazzino che molte sfoggiavano, con capelli corti o a caschetto e giacche di pelle usate e ricontestualizzate della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca.
Soffermandosi sui nomi, gli episodi narrati e le biografie raccolte, le sorprese sono molte. Si va dalle ribellioni nei laboratori per apporre il proprio nome ai prototipi destinati alle aziende tessili (registrando pure i diritti dei modelli) alla storia della letteratura per l’infanzia. Margret Rey detta Grete (nata Margarete Elisabeth Waldstein), dopo aver lasciato la scuola e aver lavorato come pubblicitaria alla Crawford’s, girovagando tra Parigi e Rio de Janeiro con il marito – entrambi erano ebrei e in fuga dal nazismo – darà vita in coppia a Curious George, uno dei protagonisti nei racconti per bambini/e più conosciuti al mondo.
Margaretha Reichardt entrò al Bauhaus 19enne, frequentò l’officina di tessitura ma anche quella di falegnameria, oltre a corsi di Klee e Moholy Nagy. Disegnò meravigliosi giocattoli in legno che negli anni successivi furono scelti per una produzione industriale e realizzò un filo di cotone cerato di grande resistenza che verrà utilizzato su larga scala. Sarà lei poi la creatrice dello speciale tessuto per i rivestimenti degli arredi: la sua «tappezzeria» andrà a ricoprire la celebre sedia Wassily di Breuer.
Quando Annelise Else Frieda (conosciuta come Anni Albers, dal cognome del marito e docente) arrivò al Bauhaus, dovette riavvolgere il nastro del suo aristocratico stile di vita adattandolo a una realtà ben più umile. Lo farà comunque benissimo, diventando «la padrona del telaio», poi insegnando teoria del design e affiancando la leggendaria Gunta Stölzl nelle attività (non riuscì invece a entrare nel laboratorio di pittura su vetro di Albers che però, in seguito, sposerà). Sperimentava sui materiali e le stoffe, propendendo per tessuti che assorbissero luce e suoni. Approdata in America all’avvento di Hitler, divenne docente al Black Mountain College e anni dopo, nel 1949 il MOMA le dedicò una mostra monografica, cosa non scontata per una artista del ramo «tessile».
L’albero del Bauhaus femminile è pieno di ramificazioni e grondante di stupefacenti frutti. E nonostante l’ingombrante presenza di Gropius, va ricordato che fu proprio sua moglie – Ise Frank, la cui storia, in forma romanzata, è narrata nel libro di Jana Revedin per Neri Pozza – a diventare, con i suoi scritti e conferenze, la migliore promoter nel mondo di quella scuola d’avanguardia, invisa al potere.
(Alias-il manifesto, 5 febbraio 2022)
di Stefania Tarantino
Tra il 1931 e il 1938 la filosofa Simone Weil insegnò in vari licei di diverse città francesi. Il suo impegno pedagogico e l’importanza che dava al processo educativo sono immortalati nello scambio epistolare che ebbe con alcune sue ex-allieve, negli appunti che queste ultime prendevano a lezione, negli schemi delle lezioni che la stessa Simone Weil preparava e nelle testimonianze di tutti e di tutte coloro che la conobbero negli anni di insegnamento.
Grazie al prezioso lavoro di cura di Maria Concetta Sala possiamo oggi leggere queste corrispondenze tutte d’un fiato e nella loro interezza (Simone Weil, Piccola cara… Lettere alle allieve, Marietti, pp. 83, euro 17). Nella sua introduzione al volume, sembra quasi di poter entrare nell’aula dove quell’insegnante d’eccezione faceva lezione. Se ne coglie per lo meno l’atmosfera che trapela da quella profonda fiducia nel sapere inteso come azione trasformativa, come elemento modificatore di sé e della propria capacità di lettura dei molteplici significati del testo-mondo. Tra il tepore dell’attenzione e la gravità del tono e degli accenti, le parole che la filosofa francese rivolge alle sue ex allieve, denotano una premura e una schiettezza in cui ne va del valore autentico di un processo educativo che riguarda la formazione di tutta la personalità umana e non solo delle «sue» competenze e in cui educazione, istruzione e cultura sono profondamente intrecciate. Prima che sui libri, l’educazione è un lavoro su di sé, una trasformazione dell’essere, un rivoltare tutta l’anima nel senso socratico del termine. Per uscire dalla «caverna» è infatti necessario agire sull’immaginazione, su tutte quelle illusioni che impediscono un vero contatto con la realtà.
Per Simone Weil l’insegnamento teorico, mai slegato dalla sua controparte pratica, ha il compito di «strappare», dissodare e estirpare tutto ciò che ci spinge verso il basso e ci rende schiavi delle passioni e della potenza collettiva della società. Educare equivale a innalzare ai propri occhi ciò che non si vedeva, ciò cui non si prestava attenzione, non solo in sé ma anche fuori di sé. Tale innalzamento equivale a un vero e proprio risveglio attraverso cui si scopre il proprio valore e la propria unicità e in cui si percepisce la presenza dell’altro e della realtà in tutta la sua irriducibilità. È solo apparentemente, infatti, che l’uomo pensa di dominare le forze che lo sovrastano. In realtà, quando si perde completamente la nozione di necessità, è da queste forze che è dominato. Essere dominati dalle sensazioni significa essere raggirati dalla vita, perché per Weil la realtà della vita non è la sensazione, che è sempre egoismo, illusione, delirio di onnipotenza, ma è l’attività, sia del pensiero che dell’azione. Proprio perché l’azione del sapere comporta lo spostamento di una forza, non si tratta tanto di produrre astrazioni, ma di creare analogie tra le cose a partire dalla loro concretezza e particolarità. Nel trasferimento d’energia non ne va semplicemente di uno spostamento da un luogo a un altro, ma di una trasposizione da un ordine a un altro. In questo senso, per Simone Weil, capire è sempre un movimento ascendente, un movimento che conduce su un altro piano in cui si afferrano, con la tenaglia della mente, i reali rapporti tra le forze che agiscono nel reale e nella soggettività.
In queste dieci lettere, seguite da tre frammenti, emerge come il lavoro didattico, nella strategia educativa weiliana, si divida in tre rami fondamentali che fanno parte di un unico grande albero. Un primo ramo fa riferimento all’istruzione che ha, come sua vocazione principale, quella di insegnare che cosa significa conoscere. Un secondo ramo è relativo all’educazione che deve suscitare delle motivazioni che sono la base necessaria di ogni azione. Il terzo ramo riguarda il ruolo della cultura che deve formare all’attenzione.
Insegnare l’amore del sapere significa predisporre all’attenzione intuitiva e all’accettazione autentica della vita e degli altri, non riportare tutto a sé, alla propria misura. Far entrare davvero il sapere nel corpo, come un nutrimento indispensabile, implica la liberazione dagli attaccamenti, dall’egoismo predatorio, dal senso di prestigio e di onnipotenza. L’educazione, intesa come disciplina interiore, consente di non essere preda di se stessi e dell’immaginario sociale. È un’arma indispensabile per imparare a conoscere la vita materiale che è sempre sottoposta alla necessità. Proprio per questo è imprescindibile per Simone Weil andare in direzione di un superamento della divisione degradante del lavoro in lavoro manuale e lavoro intellettuale. Così come è necessario lavorare in direzione di una volgarizzazione delle conoscenze attraverso cui realizzare il legame tra conoscenze complesse e conoscenze comuni. Ciò che preoccupa Weil è l’indifferenza al sapere, il perdersi nella pura fantasia e, sebbene sappia che quando si è giovani si ha diritto a qualche illusione, sa anche che è meglio dire sempre la verità. In più si tratta di non perdere il prezioso nesso che unisce il segno al significato.
Nessun meccanismo verbale può creare verità. Solo una parola vera, frutto di un pensiero reale ancorato al proprio vissuto, può creare verità. Ecco perché è di fondamentale importanza portare esempi di vita reale, mettere in gioco la propria verità soggettiva nell’oggettività del sapere, far «sentire» il contatto con un sapere che agisce sulla vita reale, sul comportamento che abbiamo nei confronti di noi stessi e degli altri.
Prestando molta attenzione al fatto che le relazioni educative sono asimmetriche e che molto spesso chi è nella posizione di allievo/a vive la fascinazione per il maestro o la maestra, Simone Weil cerca di far capire che, nonostante l’affetto che anche lei prova per le sue allieve, è necessario mantenere la distanza tra sé e l’altra. Una distanza necessaria per non scivolare in un «abuso di fiducia» e per lasciare lo spazio affinché ciascuno trovi il proprio ritmo di un libero respirare. Non mancano i riferimenti alle prime esperienze affettive delle allieve che si rivolgono a Simone Weil per avere qualche consiglio. Anche qui si tratta di imparare ad amare nella distanza, di conciliare l’amore con la propria libertà per non fare dell’amore un pretesto per dominare l’altro. Come tutte le cose importanti della vita non si tratta di cercare ma di attendere. La ricerca a vuoto, che non significa a perdere, è essenziale al sapere. Per il suo carattere pratico, agli occhi di Simone Weil lo studio corrisponde a un addestramento, a una ginnastica della mente, a un’abitudine in cui attraverso l’esercizio dell’attenzione, della critica e della costatazione si riesce a cogliere e a disattivare quel nucleo oscuro delle forze che sovrastano le relazioni tra gli individui. Con grande fermezza, invita le sue allieve a non perdere tempo prezioso, a mettersi in contatto con se stesse e con ciò che fanno nella consapevolezza che l’attenzione è la vera «fatica» che insegna a chi studia a conoscere il lavoro e a entrare in un rapporto più intimo e reale con la natura.
Nella scuola non ne va solo di una presenza, ma della creazione di una comunità reale in cui ciascuno è chiamato a mettere a disposizione le proprie conoscenze nello sforzo di un’istruzione reciproca, nella persuasione che consente di dirigere la propria attenzione verso le cose di maggior valore. Nelle aule di scuole ci si vede e si è visti. Tra dedizione e rifiuto, la creazione di qualunque comunità prevede implicitamente un patto di fiducia, la disponibilità a creare un’intesa, un legame di affidamento in cui la relazione fa da garante all’assimilazione vera del sapere. La scuola ci aiuta a non mancare la nostra vita. Nel corpo a corpo con il reale è possibile resistere allo sfacelo del presente solo guardando e impegnandosi nella creazione di una nuova civiltà, poiché la scuola è il motore primo che avvia una trasformazione della relazione simbolica e materiale che abbiamo con il mondo.
(il manifesto, 1° febbraio 2022)
di Alessandro Zaccuri
Tutta colpa di Remarque, nel senso di Erich Maria. Il nome o, meglio, il cognome dello scrittore tedesco, popolarissimo nella prima metà del Novecento, salta fuori in modo abbastanza inaspettato dai documenti relativi al dibattimento che nel 1993 vede imputata Svetlana Aleksievič. Siamo nel tribunale di Minsk, da un paio di anni la Bielorussia ha rivendicato la propria indipendenza, ma il quadro delle accuse riprende senza eccessive variazioni il repertorio in voga durante il regime sovietico. Ragazzi di zinco, il libro la cui veridicità viene messa in discussione, è colpevole di disfattismo, scarso patriottismo, pacifismo tendenzioso, intelligenza occulta con le potenze straniere. In una parola, di “remarquismo”, secondo l’indignata espressione adoperata a un certo punto dal giudice. Che magari non avrà mai letto Niente di nuovo sul fronte occidentale, ma è stato comunque raggiunto dalla fama del più noto tra i titoli di Remarque, incentrato sul tragico destino di un gruppo di giovani tedeschi che, partiti con ingenuo entusiasmo, trovano la morte nelle trincee della Grande Guerra. Ragazzi di zinco, in effetti, rievoca una storia simile, solo che questa volta non si tratta della sconfitta degli Imperi centrali all’inizio del XX secolo, ma della fallimentare guerra combattuta dall’Urss in Afghanistan negli anni Ottanta. C’è anche un’altra differenza, non meno importante: se quello di Remarque è un romanzo in senso tradizionale, con personaggi di invenzione che assommano su di sé esperienze belliche, Ragazzi di zinco (l’allusione è alle anonime bare nelle quali venivano rimpatriate le salme dei soldati russi) è un ‘racconto documentario’, definizione in apparenza contraddittoria, che non a caso viene sottoposta a una perizia indipendente nel tentativo di chiarire i termini del contendere. Secondo l’illustre studioso incaricato di dirimere la questione, il genere ricade nel dominio della ‘prosa artistica’ e non è quindi soggetto alle regole solitamente in uso in ambito giornalistico. Di conseguenza, Ragazzi di zinco non può essere considerato un reportage. Per dirla nel modo più semplice, è uno dei capolavori per cui nel 2015 la scrittrice bielorussa sarà insignita del premio Nobel. I materiali del processo, conclusosi con una sentenza ambigua che non assolve e non condanna, costituiscono la principale novità della versione di Ragazzi di zinco che il lettore italiano trova ora all’interno di Guerre (a cura di Sergio Rapetti, pagine 1036, euro 35), primo volume delle Opere di Svetlana Aleksievič realizzate da Bompiani su espressa indicazione dell’autrice. Non si pensi, però, a una mera riproduzione degli atti. L’appendice giudiziaria è allestita secondo i criteri che la stessa Aleksievič riassume nella dichiarazione a sua volta composta «da ciò che è stato detto e da ciò non mi è stato consentito di dire». Ascoltiamola: «Io non invento, non estrapolo, ma organizzo il materiale che mi fornisce la realtà. I miei libri sono le persone che raccontano e io stessa, col mio modo di vedere il mondo e di considerare le cose. Scrivo, annoto la storia contemporanea nel quotidiano. Parole vive, vite e destini». L’allusione all’opus magnum di Vasilij Grossman (Vita e destino, appunto) è tutt’altro che fortuita, così come inequivocabile, per quanto inespresso, risulta il riferimento al metodo di lavoro di Fëdor Dostoevskij, il grande romanziere febbrilmente attratto dalle vicende minute e orribili della cronaca nera. Nata in Ucraina nel 1948, in un ambiente pervaso dai ricordi della guerra appena terminata, anche Aleksievič si è formata alla letteratura attraverso l’apprendistato giornalistico, fino a elaborare un’originalissima forma di narrazione ibrida che, per comodità, si può indicare con il termine di ‘racconto documentario’. Gli anglosassoni la chiamerebbero narrative non fiction, per i francesi potrebbe essere una autofiction con molte anomalie. In sostanza, è una scrittura basata sull’ascolto, è il resoconto di una testimone che, di pagina in pagina, si sforza sempre più di farsi invisibile. Lo si comprende bene rileggendo nel loro ordine originario i tre libri riunti in Guerre. In La guerra non ha un volto di donna (1985) la scrittrice-intervistatrice ricorre ancora alla prima persona, per quanto sia chiaro che le vere protagoniste sono le combattenti di quella che, nella retorica di regime, è la Guerra Patriottica contro il nazifascismo. Simile, ma non identica è la struttura di Gli ultimi testimoni (1985, qui riproposto nella traduzione di Nadia Cicognini), dove le memorie di quanti erano bambini durante il secondo conflitto mondiale si armonizzano in un coro che sembra prescindere da ogni mediazione. Non è così, come si intuisce dal sottotitolo del libro, “A solo per voce infantile”, nel quale la responsabilità dell’autrice è pudicamente rivendicata. Infine, in Ragazzi di zinco (1991), i due elementi ai quali Aleksievič farà appello durante il processo, «le persone che raccontano e io stessa», si costituiscono in un dialogo serrato, mediante il riaffiorare di appunti e considerazioni personali. Eppure, nonostante tutto, la scrittrice non è mai al centro della scena. A interessarle sono sempre gli altri, l’altro, il ‘piccolo uomo’ che, con i suoi drammi e i suoi slanci, rappresenta un intralcio insormontabile per ogni versione di comodo patrocinata dal potere. «Dietro le madri intravedo le spalline dei generali», afferma Aleksievič commentando l’andamento del processo, nel corso del quale le stesse donne che poco tempo prima avevano pianto con lei la morte dei propri figli in Afghanistan, le si rivoltano contro in nome della ragion di Stato. Un pregiudizio che riecheggerà e sarà smentito anche nel discorso tenuto a Stoccolma per il Nobel: «Sono stata definita scrittrice delle catastrofi, ma non è vero – ribatte Aleksievič –, io cerco continuamente parole d’amore. L’odio non ci salverà. Solo l’amore. È la mia speranza».
(avvenire.it, 19 gennaio 2022)