di Maddalena Spagnolli
Lo sapevamo.
Lo sentivamo tutti…
troppo furioso il nostro fare…
ci dovevamo fermare e non ci riuscivamo…
(Mariangela Gualtieri, Nove marzo 2020)
Quando nel marzo del 2020 tutto si è fermato per il Covid, in tante, penso, abbiamo colto questa poesia di Mariangela Gualtieri come una sorta di disvelamento del nostro tempo, di verità offerta a chi sentiva che, con il virus, il caos del mondo si riversava con inquietudine anche sulla propria pelle e che era necessario fermarsi.
A distanza di due anni dall’inizio della pandemia, molte cose sono successe, abitudini e sentimenti sconvolti nella vita quotidiana e, quando pensavamo di poter ricominciare a riprenderci in mano l’esistenza, con il vaccino e le riaperture, fiduciosi che il peggio dell’epidemia l’avevamo lasciato alle spalle, che la “guerra all’epidemia” si stava vincendo, ci siamo ritrovate/i gettate/i, di punto in bianco, senza soluzione di continuità, in una feroce “guerra vera” alle porte di casa lasciandoci in balia di uno sgomento che, via via, col passar dei giorni e dell’intensificarsi degli effetti devastanti di quell’invasione in Ucraina, si sta trasformando dall’incredulità iniziale in distruzione, terrore, disperazione per chi la sta vivendo e in sgomento, angoscia, strazio per chi la guarda.
Di fronte a questa svolta repentina (ma, a ben guardare, non così imprevedibile) della storia, ad un misto di sentimenti, tra smarrimenti ed impotenza, resta il bisogno di orientarsi in questa “doppia cesura” (covid e guerra) che ci ha gettato in un “tempo nuovo” e inquietante. L’ultimo dei Quaderni di Via Dogana, pubblicato nell’ottobre del 2021 dalla Libreria delle donne di Milano con il titolo Non sembra ma è una grande occasione1, a cura di Vita Cosentino e Marina Santini, può essere un ottimo strumento per fermarsi a mettere in ordine i fili che intrecciano il nostro tempo.
Attraversare questi testi dopo l’irruzione della guerra nella realtà e nei nostri pensieri (dal 24 febbraio 2022), permette a maggior ragione di non soccombere di fronte alle situazioni strazianti a cui stiamo assistendo e di seguire l’esortazione di Virginia Woolf nel saggio Le tre ghinee – scritto nel 1938 in risposta a uno scrittore e amico che le aveva chiesto di finanziare la sua Associazione per fermare il fascismo e prevenire la guerra, ma senza entrare a farvi parte in quanto donna. «Dove ci conduce il corteo dei figli degli uomini colti?». «Pensare, pensare, dobbiamo. Noi non dobbiamo mai smettere di pensare dove ci conduce quel corteo».
Le curatrici del Quaderno di Via Dogana scrivono: «si trattava di pensare, pensare, pensare, pensare». Questa raccolta di testi infatti ci conduce, quasi con mano di tessitrice, in una sorta di fenomenologia non solo di ciò che è accaduto con il Covid e la pandemia, ma anche del nostro tempo. Il Quaderno raccoglie una quarantina di articoli che si sviluppano, intrecciandosi l’uno con l’altro in una sorta di dialogo, mostrando realtà, contraddizioni, esperienze. Nell’insieme propone anche analisi, apre possibilità di azione, testimonia saperi di donne del nostro tempo illuminanti per leggere quanto sta capitando anche con la guerra.
Come scrivono le curatrici, il Quaderno si compone di due parti:
«gli articoli della prima sezione sono più indirizzati a ripensare il paradigma economico, la concezione del lavoro, il rapporto con le nuove tecnologie e la posizione di noi esseri umani nei confronti della natura e degli altri esseri viventi; quelli della seconda sezione sono più centrati sulla politica che trasforma a partire da sé, sulla soggettività che appare comunemente nella sua costitutiva relazionalità, sulle pratiche ancorate alla verità soggettiva, alla differenza, all’autorità, sull’idea di libertà pratica e praticabile.»2
Un racconto ragionato del disvelamento operato dalla pandemia in cui si ritrovano riflessioni e idee già circolanti ma che raccolte in questo testo mostrano in maniera organica e con grande lucidità sfaccettature, intrecci, connessioni, contraddizioni, ma anche speranze, possibilità e trasformazioni del nostro tempo.
L’irruzione della guerra ha spostato repentinamente il nostro immaginario su una realtà inaspettata ma che a ben guardare rivela segni di continuità con la pandemia. Cercherò di tenere insieme pandemia e guerra.
Innanzitutto, l’invito a “pensare” pone l’attenzione sull’uso del linguaggio, tema centrale nella riflessione delle donne: attenzione che è un filo conduttore di tutta la raccolta, un uso fortemente radicato nell’esperienza e di cui metto però in risalto l’uso della “metafora” della guerra3 per parlare della pandemia, con tutto il portato di termini bellici, di logiche oppositive, di schieramenti rispetto alle decisioni, alla “verità” sul bene e sul male, finché la guerra, evocata a parole per raccontare la diffusione del virus, i suoi effetti sugli umani e il modo di “combatterlo”, si è materializzata davvero, alle nostre porte, con esiti così distruttivi che ancora fatichiamo a rendercene conto.
Confusione linguistica-caos della realtà: c’è la necessità di nuove rinominazioni, ancora di trovare le “parole per dirlo”. «C’è bisogno di parole… non parole che ci sono già. Le altre per non restare sassi»4 scriveva Luisa Muraro in un suo intervento all’Università nel maggio del ’99 in una riflessione sulla guerra nei Balcani.
“Per non restare sassi” nella pandemia e nella guerra, accomunate dalla paura ancestrale della morte, capitata/subita con la pandemia, intenzionalmente agita con la guerra, ma che chiede distinzioni ben precise appunto “per non restare sassi”; parole «per distinguere l’immaginario dal reale per diminuire i rischi di guerra senza rinunciare alla lotta, che Eraclito riteneva fosse la condizione di vita»5.
Se la questione della morte ci ha segnato in un modo drammatico negli anni della pandemia e si ripresenta con crudeltà inaccettabile con questa guerra, l’attenzione all’uso delle parole potrebbe riportarci ad uno spiraglio di vita: «Chiarire le nozioni, screditare le parole intrinsecamente vuote, definire l’uso della altre attraverso analisi precise, ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, potrebbe preservare delle vite umane»6. Di fronte alla morte e alla distruzione Weil ci invita a questo lavoro per trovare un orientamento di vita. Ecco allora che ancora prima delle «parole adorne di maiuscole… parole gonfie di sangue e lacrime»7 che Weil elenca insieme ad altre come sicurezza, capitalismo, democrazia, ordine, proprietà, la pandemia e la guerra ci riportano, a mio avviso, alla radice del nostro essere: prima ancora di evocare con grandi discorsi tutti i diritti sanciti dalle più moderne costituzioni, le cesure che stiamo vivendo in questi due anni (pandemia e guerra) chiedono drammaticamente di ritornare al fondamento del nostro essere, semplicemente alla vita.
La trama della vita è l’altro tema di cui è intessuto il Quaderno, tema che nei diversi interventi illumina, come in un caleidoscopio, i molti aspetti relativi alle condizioni della nostra esistenza. Una riflessione sulla vita d’altro canto si impone proprio da una parte con la pandemia, che ci ha costretti a fare i conti con la morte come “impossibilità del respiro”, dall’altra con la guerra nel suo essere sinonimo di morte come distruzione violenta.
La pandemia, ma anche la guerra con gli effetti domino con cui dobbiamo fare i conti, ci hanno costretto ad affrontare aspetti della realtà già ben presenti e posti da tempo in discussione nella riflessione e nel pensiero delle donne: rispetto alle condizioni del nostro vivere, molti interventi si soffermano sul tema del lavoro strettamente intrecciato con quello dell’economia e del lavoro di cura.
La riflessione critica sul mondo della produzione, sull’economia capitalistica di mercato, sulle condizioni del lavoro – lavoro da casa (pro e contro), lavoro per il mercato e lavoro domestico, lavori essenziali – mostrano la necessità di un superamento del dualismo tra economia di mercato e economia della casa, dualismo che si innesta su quello che Ina Praetorius, citata da Vita Cosentino, chiama «ordine bipartito del mondo»: «due sfere diseguali, una più alta, alla quale si associano virilità e libertà, e un’altra più bassa, che si presume naturale, quella delle donne e della dipendenza»8. Un dualismo segnato dalla «misoginia nella politica e nel lavoro»9.
Ciò che si è reso evidente durante la pandemia è stata la presenza e la capacità quasi acrobatica delle donne di far fronte alle situazioni più impreviste e difficili per salvare la vita; si è chiaramente palesata, in quella contingenza, la centralità dell’opera femminile in tutti i campi. Con la guerra, scoppiata quando pensavamo di poter riprendere la vita normale, quest’opera sembra essere ancora una volta, ancora in questo XXI secolo, annientata con l’imporsi nella realtà di logiche machiste, violente, distruttive (non ci sono più parole per dire ciò che già sappiamo da tempo!).
La significativa e vitale presenza femminile in situazioni di emergenza come quella della pandemia e la violenza machista e distruttiva che muove la guerra, mostrano la necessità di un cambio di paradigma per salvare la vita, chiedono un cambio di civiltà: tutto ciò ci ha messo di fronte alla necessità di cercare/sentire l’essenziale e ciò che non lo è.
«Superare quell’ordine simbolico e sociale bipartito», scrive Vita Cosentino, «è già vivere un cambio di civiltà basato su un’altra concezione dell’essere umano»10 che dà origine ad un’altra politica e, come scrive Antonietta Lelario, «la politica delle donne rimettendo in gioco l’esperienza femminile, l’ha riconnessa con la vita e ha intravisto un’altra civiltà e un’altra economia»11.
È più che necessario dunque un cambio di civiltà, ed è proprio questo il senso e la prospettiva del Quaderno: nutrito dal cambio dei valori che non può trascurare il senso di vulnerabilità che stiamo sperimentando, e soprattutto «non si può immaginare rinnovamento politico economico e dei rapporti sociali senza fare spazio a ciò che le donne hanno da dire»12. Come molte riflessioni stanno mostrando ormai anche fuori dal pensiero femminista, si tratta di porre al centro il tema della cura. «L’economia è cura» scrive Ina Praetorius, «manutenzione dell’esistente»13. Non è più possibile tener distinti l’economia dai bisogni, il mondo del lavoro dal mondo della casa, lavoro produttivo e lavoro di cura, lavoro e salute, così come non è possibile tener separate le varie condizioni di vita della realtà umana. Non è più possibile tener separata la riflessione sulla realtà umana dal rapporto con gli altri esseri viventi, dalla vita della terra (sappiamo quanto sia urgente il problema climaticoecologico!) per la stretta connessione di tutti i viventi su questo mondo. Connessioni che hanno ricadute sul piano economico, della salute, sulla nostra stessa possibilità di sopravvivenza (e in questo vediamo come le/i giovani siano i più sensibili, attivi, ma anche inascoltati).
Con la pandemia si è imposta inoltre con prepotenza anche quella “vita parallela” che è il mondo digitale, una realtà già fortemente pervasiva che in quel contesto ha di fatto dominato le nostre giornate, ha fatto irruzione in un modo esplosivo mostrando la subordinazione delle nostre vite a quell’invisibile «Grande Fratello» che sono gli algoritmi. Rispetto a questi sviluppi della tecnica si pongono interrogativi sulle conseguenze legate, nel bene e nel male, alla “vita” online, agli incontri su zoom, alla DAD, alla pervasività della sorveglianza… ecc. Su tutto questo Traudel Sattler registra una difficoltà che così sintetizza: «Mi manca la misura»14. Ecco, sì, la mancanza di misura, vero male del nostro tempo! Come scriveva sempre S. Weil: «In ogni ambito, sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelligenza, le nozioni di limite, di misura, di grado, di proporzione, di relazione, di rapporto, di condizione, di legame necessario, di connessione tra mezzi e risultati»15.
Nei testi, oltre questi temi, vengono affrontati con grande meticolosità e profondità tante altre questioni cruciali che abbiamo vissuto in questi due anni, come l’esperienza nuova del lockdown e lo smarrimento e il senso di isolamento che ne è seguito (il blocco delle attività produttive, delle relazioni, degli incontri in presenza); ma vengono anche registrate le esperienze di solidarietà, di cooperazione, di generosità (sopratutto nella prima fase) e suggerite nuove prospettive di regolazione sociale, come il principio della gratitudine16.
Ciò che viene meno indagato nei testi (per il fatto che sono stati scritti “a caldo”) sono le conseguenze che, in particolare la pandemia, stanno lasciando alla lunga: più aggressività, grande disagio psichico e sociale, soprattutto nelle giovani generazioni; la forte reazione al vaccino e al green pass, maturata in diverse fasce sociali soprattutto con i provvedimenti restrittivi legati alla certificazione e sfociata nelle posizioni “vax e no-vax”, fenomeno liquidato troppo facilmente a mio avviso, ma che andrebbe indagato più a fondo anche per la grande sofferenza che, a sua volta, ha generato in tante persone. Si tratta di fenomeni diffusisi proprio in nome della libertà, tema che conclude (ma nello stesso apre ad altro) la raccolta di scritti del Quaderno con una riflessione di Ida Dominijanni: la libertà, grande vessillo sbandierato anche per imporre la superiorità della nostra civiltà sulle altre, viene indagata nel suo duplice aspetto di libertà individualistica neoliberale e libertà relazionale legata al senso dell’interdipendenza reciproca. La pandemia ha fatto emergere con evidenza, anche nelle sue contraddizioni, la consapevolezza dell’interdipendenza come essenza della vita facendoci toccare con mano la vulnerabilità e la fragilità umana e la necessaria dimensione relazionale del nostro essere. Ecco dunque che nella direzione di un necessario cambio di civiltà va ripensato soprattutto il senso della libertà:
«Nella politica della differenza la libertà non è mai stata solo libertà “di” e “da”, bensì soprattutto “per”: è stata ed è libertà politica, legata al desiderio di aprire la realtà a possibilità inedite, di costruire spazi e di inventare forme di vita a nostra misura, impreviste nell’ordine simbolico dato… È di questo credo che dovremmo urgentemente riprendere a parlare»17.
Se questo valeva in tempo di pandemia, vale a maggior ragione nel contesto attuale in cui siamo quasi annientati dalla realtà della guerra in Ucraina. I testi del Quaderno radicati nel «sapere dell’esperienza» si rivelano un contributo necessario per fare un po’ di distanza, per prendere un po’ di ossigeno e provare a tornare a respirare, a pensare e agire per trovare anche in questo nostro inquietante tempo «la possibilità di aprire il presente ad altre possibilità»18.
Note
1 Non sembra ma è una grande occasione, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano, ottobre 2021.
2 Ivi, p. 6.
3 Ivi, p. 49. Ne parla Marco Deriu.
4 L. Muraro, Guerre che ho visto, Libreria delle donne, 1999, p. 5.
5 S. Weil, Sulla guerra, il Saggiatore, 2013, p. 74
6 Ivi, p. 57.
7 Ibidem.
8 Non sembra ma è una grande occasione, p. 33.
9 Ivi, p. 54-55.
10 Ivi, p. 33.
11 Ivi, p. 31.
12 Ivi, p. 54.
13 Ivi, p. 53. Da Immagina che il lavoro.
14 Ivi, p. 73.
15 S. Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia, in Sulla guerra, cit. p. 58.
16 Non sembra ma è una grande occasione, p. 34.
17 Ivi, p. 179.
18 Ibidem.
(Per amore del mondo n. 18/2022, www.diotimafilosofe.it)
di Alberto Leiss
È uscita una nuova edizione del libro di Lia Cigarini La politica del desiderio: il femminismo della differenza dagli anni Sessanta a oggi. Una pratica politica basata sul “partire da sé” e sull’invenzione simbolica. La “libertà relazionale” che chiede modifiche radicali al modo di vivere e produrre. Uno sguardo e una chiave per comprendere meglio la crisi che stiamo vivendo. Ma dal mondo degli uomini finora è mancata la capacità di capire e rispondere.
«La vittoria delle destre per l’Italia è una sventura, che tuttavia rivela alcuni fatti e può aprirci delle porte strette, se sappiamo analizzare le nuove contraddizioni con i nostri strumenti. Intanto, quando si parla di destra e sinistra bisogna distinguere tra uomini e donne: cioè tra un sesso in crisi e uno in movimento […] La sinistra ha abbandonato un’ipotesi incentrata sul protagonismo e sull’autorità femminile per tornare a una politica che rivendica la parità. In campagna elettorale si è presentata alle donne con un programma tutto diritti e parità, di nuovo basato sulla rappresentazione delle donne come sesso svantaggiato, laddove il senso comune femminile si era già spostato sul protagonismo. […] E la destra ha finito con l’interpretare le aspirazioni femminili meglio della sinistra, mettendo in campo donne che non avevano la preoccupazione di difendere parità e diritti».
Sono parole pronunciate dalla filosofa femminista Luisa Muraro non, come potrebbe a tutta prima sembrare, a proposito della vittoria di Giorgia Meloni, del suo partito e (molto meno) dei suoi alleati il 25 settembre del 2022, ma nel lontano 1994, subito dopo l’affermazione della coalizione formata da Berlusconi con la Lega di Bossi e Alleanza nazionale di Fini. Successo che portò all’elezione alla presidenza della Camera della trentenne «cattolica integralista, leghista di ferro» Irene Pivetti.
A definire così la neoeletta alla terza carica dello Stato e a raccogliere le opinioni di Luisa Muraro e di Lia Cigarini, fondatrici della Libreria delle donne di Milano, è Ida Dominijanni in una intervista sul manifesto raccolta il 25 aprile di quell’anno. Giornata in cui nella capitale del Nord si svolse la grande manifestazione antifascista che apparve come una prima risposta vitale delle forze di sinistra e democratiche al successo poco previsto e scioccante del neonato centrodestra. Al corteo si presentò a sorpresa anche Umberto Bossi: sopportò i fischi, voleva affermare una sua diversità1. Questa intervista, seguita dall’articolo di Lia Cigarini Meteore, uscito sulla rivista della Libreria di Milano Via Dogana qualche mese dopo, chiudeva la prima edizione del libro La politica del desiderio, raccolta dei principali scritti di Lia Cigarini a partire dai primi anni Settanta, pubblicato nel 1995 da Pratiche Editrice con una introduzione di Dominijanni.
Ora è stato ripubblicato da Orthotes con una nuova nota introduttiva di Stefania Ferrando (il saggio di Dominijanni si conserva in appendice) e una seconda parte che comprende scritti fino al 2020, chiusa da un’intervista all’autrice di Riccardo Fanciullacci. La lettura di questi testi consente una conoscenza diretta dell’elaborazione teorica e pratica del femminismo della differenza nel nostro paese, e anche una interpretazione di un buon mezzo secolo di storia politica italiana – e non solo italiana – dal punto di vista delle donne che hanno vissuto e vivono una ricerca di libertà secondo una via radicalmente alternativa a quella seguita dalle culture politiche, maschili, sia di radici marxiste, sia di orientamento cattolico o liberale, per non parlare delle realtà più a destra.
Un esercizio utile per comprendere il presente, a quasi trent’anni da quel 25 aprile che apriva, dopo l’89, dopo Tangentopoli e con la nuova legge elettorale maggioritaria (il “mattarellum”), la cosiddetta “seconda Repubblica”.
È seguito l’alternarsi di governi di centrodestra e centrosinistra, dei governi “tecnici” e delle inedite maggioranze seguite alle affermazioni dei 5 Stelle e della Lega di Salvini: ora ci ritroviamo, per così dire, al punto di partenza. Con la novità non di poco conto che la destra è più radicalmente a destra, con in mostra i vecchi legami con il neofascismo, ed è guidata da una donna che per la prima volta sale al governo del paese.
A maggior ragione, forse, serve provare a adottare uno sguardo femminile.
Quale desiderio
Ma che cosa significa l’espressione «politica del desiderio»? C’è il desiderio, il bisogno profondo «di valere come singolarità» che prova ogni persona – scrive in apertura Stefania Ferrando – e che viene intercettato dalle società neoliberali offrendo però «surrogati scadenti e violenti, che si traducono nella competizione, nella dinamica della prestazione, in relazioni strumentali e quindi alla fine in una esistenza a disposizione del mercato, schiacciati da una realtà che, di per sé, appare immutabile». Ma c’è una libertà – e un desiderio di libertà – che il liberalismo non conosce (o forse la intravede e cerca di sradicarla), simile a quella di chi crea opere d’arte, «ed è la libertà di inventare nuove mediazioni, indipendenti dai soldi e dai rapporti di forza. Che vuol dire: uscire dal determinismo, scoprire che il mondo racchiude molti mondi e che noi già lì abitiamo».
Queste sono invece parole scritte insieme da Lia Cigarini e Luisa Muraro2 che così proseguono: «Il linguaggio e le relazioni sono il luogo di questa scoperta, anzi: noi siamo il luogo di questa scoperta, nella misura in cui ci lasciamo modificare nello scambio con le altre, gli altri. Mettere le relazioni al cuore della politica, è come l’apertura di un mercato libero e creativo, dove uno/una smette di essere numero, mezzo, variabile, categoria, questione […] e acquista quella che i linguisti chiamano competenza simbolica: l’autorità di dire con le sue parole quello che gli capita di essere e di vivere. Dunque la libertà».
Ho riportato questo lungo passo perché contiene già molte delle parole-chiave che raccontano questa differente idea e pratica della politica. Ed è significativo che ciò avvenga in un testo che partiva dall’analisi di un documento sindacale3, scritto da cinque sindacalisti della Fiom – quattro uomini e una donna – in cui si leggeva tra l’altro che «l’esperienza e il punto di vista delle donne è condizione ormai irreversibile per i rapporti sociali». Una premessa indicativa della consapevolezza di un assetto completamente mutato delle relazioni tra uomini e donne, subito contraddetta però, nello stesso documento, dalla tendenza tipica della cultura della sinistra a ridurre la cosa a “questione sociale” al problema di una “categoria” colpita da determinate ingiustizie. Il ripetersi di questa «riduzione delle donne, da presenza viva e parlante, a un problema, oggetto di un discorso neutro- maschile – osservano le autrici – è impressionante».
Politica e simbolico
Come può emergere una «presenza viva e parlante» delle donne e come può contribuire a una politica di segno nuovo? Capace di coinvolgere anche il mondo maschile? La ricerca di Cigarini nei primi gruppi di autocoscienza si orienta subito al lavoro che “partendo da sé”, dalla propria esperienza reale e dal contesto relazionale in cui è vissuta, guarda prima di tutto alla “narrazione” e alla invenzione di un altro linguaggio. Grazie anche a una reinterpretazione delle scoperte della psicanalisi, da Freud a Lacan4. L’autrice ci tiene a puntualizzare che se sono gli anni del ’68 e successivi quelli che vedono emergere e realizzarsi il femminismo e “il taglio” del separatismo, le origini e la dinamica del movimento delle donne sono fin dall’inizio distinti e diversi da quelle che hanno caratterizzato la rivolta studentesca e giovanile, e poi l’ideologia dei vari gruppi di sinistra, il ’69 operaio, e dall’altro lato la deriva della lotta armata.
Anzi questa storia nasce prima del ’68. Già nel 1965, ricorda Cigarini5, esisteva a Milano il gruppo Demau (Demistificazione autoritarismo patriarcale) che nei due anni successivi produsse vari testi su quella che ancora veniva definita “questione femminile” per poi pubblicare nel ’69 Il maschile come valore dominante6. Analisi nella quale tra l’altro si critica la «mistica della lotta politica» in cui restano rinchiusi i movimenti anti-autoritari, che non vedono e non mettono «al centro della loro lotta la problematica delle donne».
I primi scritti raccolti nel libro di cui parliamo infatti affrontano subito alcuni nodi simbolici emersi già nei primi anni Settanta. Una polemica con Elvio Fachinelli e il regista della Grande abbuffata Marco Ferreri7: secondo l’autore de Il desiderio dissidente il film racconta che il maschio sta diventando inconsistente e superfluo mentre la femmina si rivela «madre mortifera». Non sembra questa obietta Cigarini – la realtà delle cose, piuttosto si tratta di «fantasmi». Abitanti menti maschili che avvertono che qualcosa sta cambiando ma sempre con caratteristiche rimozioni: si vede del femminismo la critica al maschio-padrone, e la si liquida sbrigativamente come cosa schematica, “ottocentesca” (i maschi-padroni non esistono più?), ma non si vedono le donne stesse, il loro moto di liberazione, il loro stare insieme, e la «lotta per dare un linguaggio a questa gioia (delle donne)».
Si vede invece la figura della madre e la si definisce mortifera. La critica prosegue utilizzando termini analitici (l’attribuzione alla figura materna del potere fallico nasconde «il desiderio di ucciderla per mettersi al suo posto») e si conclude con un folgorante riferimento alla concreta realtà italiana: una società con «madri onnipotenti ed esaltate, donne particolarmente asservite e mute, parata virile e fascismo endemico». Parole scritte nel 1974, che purtroppo non suonano troppo anacronistiche anche oggi.
Altro passaggio determinante, due anni dopo, è l’intervento scritto insieme a Luisa Abbà, L’obiezione della donna muta8. Anche in questo caso si parte dalla propria esperienza personale, gli anni di analisi, l’abbandono della politica in un partito, il disagio provato, fino al blocco della parola, anche nel gruppo di autocoscienza quando da questa pratica si avverte il bisogno di spostarsi su altri temi. Dal “personale” al “politico”: lavoro, istituzioni, medicina, la gestione di una libreria… Ma qui sorge il rischio di ricadere in nuove astrazioni, di rompere la relazione con se stesse e con le altre, “la perdita della sessualità”. «Mi sono convinta – recita il testo, originariamente pubblicato anonimo, come usava nel movimento, sul Sottosopra rosa9 – che la donna muta è l’obiezione più feconda alla nostra politica. Il “non politico” scava gallerie che non dobbiamo riempire di terra».
Vedere e provare a nominare il rimosso, a partire dal proprio silenzio oltre che da quello altrui. Un esempio di come l’esperienza analitica e il punto di vista aperto dalla psicanalisi possano contenere la tendenza della politica (maschile) alla verbosità vuota, alla costruzione di analisi astratte, all’indicazione di “obiettivi” che non sono nelle nostre mani.
Potere e autorità
La vittoria elettorale di Giorgia Meloni a capo dei Fratelli d’Italia ha riaperto una discussione sul rapporto tra donne e potere. Come mai a sinistra, e nei partiti e movimenti che si collocano nell’area democratico-progressista, il tanto parlare di diritti e di parità non si è ancora tradotto in Italia in forti leadership femminili? Appena eletto segretario del Pd Enrico Letta ha deciso di sostituire i due capigruppo maschi alla Camera e al Senato con due donne. Una scelta che ha avuto il sapore di una logica correntizia (contro il renzismo interno) oltre che essere un premio ma di tipo octroyé – al protagonismo femminile. Le donne di destra, poco favorevoli alle quote, si affermano perché omologate ai modelli maschilisti? E quelle di sinistra non dimostrano spesso forme di subalternità ai potentati maschili nei partiti? La filosofa Michela Marzano si è chiesta se «l’ossessione che hanno certe donne di arrivare a ogni costo al potere» non sia sbagliata. «La libertà e l’autonomia femminile, con il potere, c’entrano poco»10.
Negli scritti di Cigarini si ritrova il filo di una continua riflessione ed esperienza su questo punto. La libertà femminile è il frutto di una competenza simbolica su di sé e nasce dalla relazione e dello scambio con altre donne. Naturalmente ogni donna è un universo a sé e la relazione si incarna con il riconoscimento delle altre, di un’altra, vedendo anche le “disparità”. Anzi è proprio la relazione di “affidamento” con un’altra donna alla quale si riconosce un di più, se sono chiari il desiderio e il contenuto dello scambio, che produce autorità femminile. Questa critica all’idea di una indistinta “sorellanza” ha sollevato discussioni nel mondo femminista. Disparità, affidamento, autorità: questa dialettica non porterà, di fatto, a nuove gerarchie di potere?
Autorità è una parola che ha anche il significato di un potere che si istituzionalizza. Ma il senso che le si attribuisce in questo caso è opposto (più simile, ma non coincidente, con “autorevolezza”). Per Cigarini, e nella ricerca di questa tendenza del femminismo, l’autorità è «una figura dello scambio», non è un sinonimo del potere che si incarna in questa o quella persona. Anche se naturalmente esistono donne alle quali l’autorità è riconosciuta. D’altra parte «quella dell’autorità femminile è una questione aperta, sempre in forse»11. E il lavoro per riconoscerla, costruirla «è tremendo», giacché l’ingombro creato nei secoli dal simbolico maschile è pesantissimo: «ha occultato e confuso la differenza dei sessi, persino nella procreazione, dove non vi è, da nessuna parte, la donna e il suo desiderio».
Da qui, anche, la valorizzazione della “relazione materna” che ancora una volta, pur radicandosi nel rapporto con la madre reale, è una figura simbolica, che spinge alla ricerca di una propria genealogia, orienta la “contrattazione” tra donne per affrontare gli inevitabili conflitti. Non esistono “madri simboliche” in carne e ossa, ripete Cigarini: questa ricerca e questa pratica politica vuole formare «autorità femminile alla quale tutte possono attingere per realizzare liberamente nel mondo i propri desideri”. Una pratica che “impedisce che si formi un’autorità di tipo materno o di tipo fallico, nel senso che la libertà di stabilire le regole misurata con la libertà dell’altra è tua».
Naturalmente lo scoglio del potere non può essere rimosso: «La questione del potere scrivono Lia Cigarini e Luisa Muraro in un articolo uscito su questa rivista12 – [è] centrale per la politica (come per la vita degli esseri umani e per la vita in genere)». Per le due autrici il femminismo ha vissuto la possibilità «provata praticamente, di creare autorità senza potere nei rapporti sociali. Fino alla distruzione di ogni forma di potere?», si chiedono. E la risposta è questa “formula”: il massimo di autorità con il minimo di potere. Non sarebbe “volontarismo”, perché la più parte delle donne «sono internamente oppresse dal potere, dalla sua logica e dai suoi simboli».
Ma è una formula che può essere fatta propria anche dagli uomini? Non lo sappiamo, osservano Cigarini e Muraro, perché “manca da parte maschile un lavoro di presa di coscienza. Non possiamo quindi sapere quanto l’avere potere conti per un uomo e per la sessualità maschile”.
Femminismo e sinistra
In numerosi interventi nella parte centrale del libro – cronologica- mente tra fine degli anni Ottanta e anni Novanta – Cigarini torna su un episodio emblematico del rapporto tra il femminismo e la sinistra, in particolare il Pci dell’ultimo periodo prima della “svolta” che ne cancellerà il nome, e di fatto anche la sostanza. È l’iniziativa di Livia Turco, giovane responsabile femminile nella segreteria Natta, succeduto a Berlinguer, di lanciare una “Carta itinerante delle donne comuniste” intitolata Dalle donne la forza delle donne13. Il documento, che fu approvato dalla Direzione del Pci nel 1986 e che animerà in effetti numerose iniziative politiche e sociali verso le realtà femminili, nel mondo del lavoro e non solo, era costituito da una prima parte che mutuava dal femminismo della differenza i concetti del ruolo fondamentale delle relazioni tra donne, del desiderio e della libertà femminili, e in una seconda parte con una serie di obiettivi e rivendicazioni programmati- che. Una sorta di “compromesso”, quindi, tra l’ispirazione del femminismo radicale e la “politica di massa” per com’era intesa dal Pci. Ma il punto dolente fu la scelta delle donne comuniste – non senza discussioni interne – di battersi per il “riequilibrio della rappresentanza” tra donne e uomini nelle istituzioni, e di fatto accentuando una forma di politica separata dentro il partito nelle commissioni femminili. In questo modo le donne, secondo Cigarini, rinunciavano a “mettersi al centro” della politica in un partito e dell’azione per cambiarlo, inoltre aprivano l’equivoco che donne elette in Parlamento lo fossero per rappresentare altre donne.
Nel Pci che dopo la scomparsa di Berlinguer cercava una difficile via di rinnovamento tra tendenze interne opposte, le idee del femminismo della differenza venivano formalmente riconosciute. Il congresso del cosiddetto “nuovo Pci”, nel marzo dell’89, fu aperto da un intervento di Luce Irigaray, autrice di quel libro, Speculum14, che aveva inaugurato la riflessione sulla differenza sessuale, pagando la sua “eresia” con l’espulsione dall’Università di Vincennes e la rottura con Lacan e l’Ecole Freudienne de Paris, dove Luce si era formata.
Pochi mesi dopo il crollo del muro di Berlino e il metodo con cui il Pci andò alla rimozione del proprio nome di fatto cancellarono quei tentativi di contaminazione. Nelle formazioni seguite alla fine del vecchio partito le politiche rivolte alle donne saranno sempre più improntate alla parità e ai diritti. Ma la legge non ha principalmente il potere di cambiare la realtà, può registrare il cambia- mento quando avviene nella testa e nei comportamenti delle persone.
Il lavoro e la legge
Questo tentativo di lettura dei testi di Cigarini, mettendoli saltuariamente in relazione con gli eventi della storia politica italiana dell’ultimo mezzo secolo sarebbe monco se non citassi almeno altri due aspetti della sua riflessione e esperienza. Il mondo del diritto, e quello del lavoro.
La professione di avvocata ha portato l’autrice a riflettere radicalmente sul funzionamento della giustizia nel processo e sul significato della legge. Da un lato l’idea che la pratica politica femminista tende ad agire «sopra la legge»15, cioè nel luogo «dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi riconosco ad altre donne e mi riconosco». Il rischio di puntare in primo luogo a nuove leggi è quello di passare da una condizione di «escluse-internate» in un ordine normativo segnato dal maschile, a quello di «incluse-internate» nello stesso ordine. Come ha scritto Antoinette Fouque quello che si desidera è invece «un gran balzo al di fuori, in indipendenza», che cambia quella condizione. Ciò non vuol dire che si escluda la possibilità, vista la crescita del cambiamento ottenuto dal movimento delle donne, della creazione di un nuovo diritto. Ma questo, secondo l’autrice, può avvenire se si creano nella pratica del processo quelle relazioni tra donne, avvocate, clienti, magistrate, che sappiano modificare le norme costruendo nuove mediazioni. Che devono necessariamente avere una valenza universale.
Al mondo del lavoro è dedicata una sezione, “Immagina che il lavoro”, nella parte nuova del libro che copre gli anni più vicini. Anche qui i testi sono in grande misura il racconto di pratiche che nel corso degli anni hanno coinvolto sindcaliste, ma anche imprenditrici, intorno alla Libreria delle donne di Milano. Il titolo della sezione rimanda al Sottosopra che nel marzo 200916 fa un punto su questiscambi, insistendo sulla idea che per lavoro si debba intendere «tutto il lavoro necessario per vivere». Quindi non solo l’attività produttiva riconosciuta dal mercato economico, ma anche tutto il lavoro di cura, o di “manutenzione”, della vita, che in genere è svolto dalle donne senza essere, letteralmente, messo nel conto. Un punto di vista che apre a una concezione del “mercato” radicalmente diversa: un luogo a cui “portare tutto”. Non solo le prestazioni professionali, ma anche desideri, sentimenti, relazioni. Un cambiamento che dovrebbe coinvolgere tutti, donne e uomini, nei loro tempi e modi di vita.
Ma la sezione è aperta da un intervento di spessore teorico – Se Marx avesse capito17 – letto nel 2015 al convegno I ritorni di Marx, tenuto presso la Fondazione Luigi Longo di Alessandria. Il ritorno all’autore del Capitale di Lia Cigarini presenta un Marx «mai rinnegato», ma riletto – e corretto – con gli occhi di Simone Weil, accostata al contemporaneo pensiero di Antonio Gramsci. Due coetanei che non si conoscevano, «corpi fragili, abitati da un’intelligenza superlativa e dalla passione politica».
Da questa lettura esce assai ridimensionata la pretesa “scientifica” delle previsioni di Marx (un «idealismo utopico») così come l’aver concentrato nell’economia la «chiave dell’enigma sociale della sottomissione del numero più grande ai pochi detentori del potere». Ne deriva un’idea di libertà del lavoro, e di libertà di e per tutte tutti che non rimuove la “singolarità irriducibile” del soggetto, ma senza avere nulla a che fare con la libertà borghese o con quella del neoliberismo: una «libertà relazionale», che «non è data una volta per tutte ma che si struttura nella interdipendenza tra gli esseri umani».
E questa acquisizione, propria del movimento delle donne e del femminismo, possono essere – afferma Cigarini – «una possibile risposta agli interrogativi e alla estrema sofferenza del mondo del lavoro».
Una risposta mancata
Quel saggio su Marx terminava, ribadendo la “complessità”, ma anche la verità di una idea della libertà non liberale ma relazionale. Qualcosa che supera il paradigma dell’uguaglianza, oltre un mondo “già pensato” (giustizia, socialismo, comunismo): la libertà delle donne «apre un campo non concluso ma in divenire: il conflitto tra i due sessi è dinamico». «Noi ci stiamo pensando aggiungeva Cigarini – ma se gli uomini a loro volta non lo fanno, in specifico, se non pensano al rapporto tra produzione e riproduzione continuano a mancarci le mediazioni necessarie».
Come in altri interventi l’autrice qui poneva la necessità – a questo punto della storia – dello sviluppo di “relazioni di differenza” tra donne e uomini per aprire un mutamento complessivo, che spesso questo femminismo ha nominato come un “cambio di civiltà”. Qualcosa che presume una modificazione radicale dello sguardo e del desiderio anche da parte nostra. La domanda rivolta a noi maschi torna nella lunga intervista condotta da Riccardo Fanciullacci, che chiude il volume ricapitolando e aggiornando tanta parte del materiale precedente. Intanto siamo entrati in un nuovo decennio e le cose non vanno molto bene.
È in crisi la politica della rappresentanza e dei partiti, e sono in crisi le stesse grandi democrazie occidentali: siamo davanti al precipizio nella guerra dopo una pandemia i cui effetti e interrogativi non sono ancora sciolti, conclusi. La lettura di Cigarini è che questa crisi sia in buona misura interpretabile con la caduta della pretesa di universalità che avevano le costruzioni e istituzioni maschili, quindi anche come un effetto del movimento delle donne. Ma ancor più come prodotto «dell’insufficienza della risposta che a questo hanno dato gli uomini».
L’intervistatore prova ad argomentare che, se non nei luoghi del potere, dell’informazione, della politica, ma nell’agire quotidiano, a fronte dei maschi che reagiscono con violenza, fino al femminicidio, c’è sicuramente una maggioranza di uomini che accettano per esempio il fatto di essere lasciati, per- ché «sanno che questa possibilità è nell’ordine delle cose giacché è conseguenza della libertà femminile». Questo è vero, riconosce l’autrice, tuttavia non sanno ancora mette- re in parola questo mutamento, dargli valore simbolico e quindi farne discendere conseguenze piano politico o sul piano della organizzazione del lavoro.
Cigarini, a questo proposito, fa un esempio sul quale non posso mancare di interloquire. Ci sono stati lunghi anni di interlocuzioni tra la rete di Maschile plurale, della quale faccio parte, e le femministe della Libreria delle donne di Milano. In particolare nei seminari annuali organizzati da “Identità e differenza” in Veneto18. Anche da quegli scambi è cresciuto un impegno sul terreno del contrasto alla violenza maschile e nella diffusione di gruppi di uomini che riflettono sulla propria differenza sessuale. Una pratica che però stenta a uscire dal “tra uomini”. Una sorta di separatismo speculare?
«Non è più la politica tradizionale – osserva Cigarini – ma non è neppure ancora una politica che mette al centro lo scambio con le donne e con ciò che il movimento delle donne ha generato […] mi pare un appuntamento mancato». Credo che siano osservazioni fondate. Posso dire che nei gruppi di Maschile plurale, e in altre realtà simili diffuse un po’ in tutta Italia, si conferma la ricerca di uomini anche molto giovani verso luoghi dove parlarsi, tra maschi, in un linguaggio diverso da quello prevalente nei luoghi di lavoro, al bar, in palestra, allo stadio. Che c’è il racconto di relazioni diverse con le compagne o mogli, con i figli piccoli. Con altri uomini. Che c’è un consapevole rifiuto della “maschilità tossica”, propria e altrui. Emerge però un grande interrogativo su che cosa sia e cosa si debba intendere per politica. Quel salto di qualità simbolico e pratico resta come un oggetto rispetto al quale il desiderio sta come acquattato.
Forse, in forme più o meno inconsce, teme, manifestandosi pienamente, di produrre altri terribili guai?
1 All’esibizione antifascista a Milano Bossi farà seguire – come si ricorderà – una intesa di fatto con Massimo D’Alema, segretario del Pds, che porterà otto mesi dopo alla caduta del primo governo Berlusconi, sul tema delle pensioni, e alla nascita del governo “tecnico” di Lamberto Dini. L’Ulivo di Prodi vincerà nel 1996 anche perché la Lega di Bossi non si alleò con Berlusconi e Fini.
2 La politica del desiderio e altri scritti, Napoli-Salerno, Orthotes Editrice, 2022. Al fondo e al centro della politica, su Via Dogana, n. 64, Io e il capitale, marzo 2003, p. 213.
3Pubblicato su Critica Marxista, 2002, n. 5-6.
4 Lo argomenta nel suo saggio Ida Dominijanni: «C’è al cuore del pensiero politico di Cigarini un nocciolo senza il quale tutti gli strati perdono di significato e si disfano nell’equivoco. Questo nocciolo […] ha a che fare con la psicanalisi e più precisamente con il debito, disconosciuto, che il concetto di materialismo ha contratto con l’eredità di Freud e che la politica si rifiuta di assumere nel proprio bagaglio teorico e pratico» (in La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 337).
5 Ivi, p. 253.
6 Firmato da Lia Cigarini, Daniela Pellegrini, Elena Rasi, pubblicato sulla rivista Il manifesto, 1969, n.2, e poi nel libro di Rosalba Spagnoletti I movimenti femminili in Italia, Roma, Samonà e Savelli, 1971.
7 La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 19.
8 Ivi, p. 25.
9 Sottosopra sarà la testata di tutti i principali documenti pubblicati negli anni dalla Libreria delle donne di Milano.
10 Nell’articolo Donne, meglio libere che di potere, su La Repubblica, 11 ottobre 2022.
11 Note sull’autorità femminile, pubblicato su Madrigale 1989-90, n. 4. In La politica del desiderio e altri scritti, cit. a p. 99.
12 Lia Cigarini, Luisa Muraro, Politica e pratica politica, in Critica Marxista, 1992, n. 3-4. In La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 169.
13 Di questa esperienza parlano le pro- tagoniste in C’era una volta la Carta delle donne, a cura di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss, Roma, Biblink, 2017. Vedi anche Livia Turco, Compagne. Una storia al femminile del Partito comunista italiano, Roma, Donzelli, 2022.
14 Luce Irigaray, Speculum, traduzione di Luisa Muraro, Milano, Feltrinelli, 1975.
15 La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 149.
16 Immagina che il lavoro, Sottosopra, marzo 2009 (https://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/sottosopra-immagina- che-il-lavoro/). Vedi anche il nuovo libro, a cura del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano, Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo, Bergamo, Moretti e Vitali, 2022.
17 La politica del desiderio e altri scritti, cit., p. 259.
18 Cfr. Teresa Lucente, Il luogo accanto. Identità e differenza, una storia di relazioni, Roma, Effigi edizioni, 2020.
(Critica Marxista n. 5, 2 novembre 2022)
di Luciana Castellina
Io non sono una pioniera del femminismo. Innanzitutto per ragioni generazionali, visto che appartengo a quella maturata nel dopoguerra, quando la promessa dell’emancipazione, e dunque della conquista di diritti uguali a quelli degli uomini, ci parve di già una bella prospettiva: non avevamo capito che quelli che servono a noi non sono gli stessi. Sono stata però una precoce recluta del nuovo femminismo che comparve sulla scena italiana intorno al ’68 – non figlia del movimento, ferocemente maschilista – e però accanto, perché ci aveva insegnato la ribellione.
Ebbi fortuna, perché a coinvolgermi fu il «femminismo della differenza», di cui tutt’ora rimango una fedele discepola. A convincermi fu Lia Cigarini, e fu più facile perché, sebbene parecchio più giovane di me, avevamo una provenienza analoga, la Fgci, di cui lei fu anzi la prima segretaria donna di una grande provincia, Milano (la nostra antica comunanza ha fatto sì, non a caso, che il primo scritto femminista della rivista «il Manifesto», del 1969, fosse firmato da Lia).
Fortunata fui anche per via di un precoce incontro con un’altra importantissima esponente del nuovo movimento: Luisa Muraro, conosciuta a un dibattito sul divorzio alla biblioteca di Montevarchi, uno dei primi e per di più in una zona che come allora la Toscana, dominata dalle famiglie mezzadrili, all’argomento restava molto ostica. Quando mi dissero che ci sarebbe stata questa Muraro, docente della Università Cattolica, mi irritai: perché far parlare proprio l’avversario più duro su una questione già così difficile in quella zona? Luisa era giovane e incinta. Dopo poco ci trovammo, con mia sorpresa, sostanzialmente d’accordo. Tanto che l’indomani telefonai alla assai intelligente responsabile femminile della federazione Pci di Milano, Nora Fumagalli, per dirle: guarda che alla Cattolica c’è un gruppo molto interessante di donne, prendici contatto. Da allora non ci perdemmo più di vista, sempre più convergenti anche sulle questioni politiche generali.
Adesso molti degli scritti più antichi e parecchi nuovi di Lia Cigarini sono stati raccolti dalla casa editrice Orthotes in un libro – La politica del desiderio (pp. 374, euro 25) – curato da Riccardo Fanciullacci (c’è anche una sua bella intervista all’autrice) e da Stefania Ferrando che scrive la nota introduttiva.
Non tenterò nemmeno di riferire, e neppure di accennarvi, a tutte le tematiche che il volume affronta, nemmeno al saggio assai intrigante sul rapporto con la psicoanalisi scritto da Ida Dominijanni nel ’95 (era a introduzione della prima edizione de La politica del desiderio, per Pratiche editrice nel 1995, ndr) e qui ripubblicato. Scelgo un solo tema, il lavoro, del resto quello su cui Lia ha scritto le cose più interessanti, anche perché, cosa rara, ha continuato a partecipare assiduamente alla vita sindacale, portando nel dibattito delle lavoratrici, a cominciare dai primi collettivi femminili di fabbrica, la nuova consapevolezza: la contraddizione di genere. Aggiungerei anzi: il lavoro, come tema particolarmente segnato dalla differenza sessuale, un problema diventato anche più esplosivo da quando le donne sono massicciamente entrate nel mercato del lavoro.
E quando proprio la conquista del diritto ad accedere a tutte le professioni ha mostrato quanto grande, anzi drammatico, sia il peso di una società ancora patriarcale, che non ha nemmeno mai seriamente messo in discussione la divisione fra lavoro produttivo, per il mercato, e quello riproduttivo, non pagato né socializzato, pur essenziale per il mantenimento dell’umanità. E così è proprio in seguito a una conquista come l’accesso a tutte le carriere che, paradossalmente, le donne si sono ritrovate con un’identità ancora più appiattita su quella maschile, la differenza sessuale ancora una volta calpestata.
All’inizio si è forse pensato che sarebbe gradualmente venuta alla luce, via via automaticamente risolvendosi; e invece è accaduto il contrario. Le stesse lotte per l’occupazione, per la parità di retribuzione, quelle per il welfare – restato tutto centrato sulla figura del capofamiglia – non hanno fatto che rendere più evidente l’urgenza di prendere in conto la questione di genere e quindi la insuperata separazione fra lavoro per il mercato e il lavoro domestico di cura. E dunque la necessità di considerare a tutti gli effetti «lavoro» tutto quello che è necessario per vivere, non più concepibile come attività residuale, affidata alla benevolenza femminile. Con evidenti grosse conseguenze di carattere più generale di cui sarebbe obbligatorio prendere atto: che non è possibile pensare di modificare i rapporti sociali di produzione senza pensarli insieme a quelli di riproduzione, e dunque della necessità di rivedere leggi e comportamenti alla luce della differenza di genere che ne è alla base. È proprio a partire dal lavoro che più limpidamente appare l’imbroglio grazie al quale viene regolata la nostra società, che vengono scritte le sue leggi e plasmati i comportamenti. L’imbroglio di far credere che esista un cittadino neutro, quando quel neutro è tutto disegnato sull’identità maschile, contrabbandata come modello universalistico.
Per svelare l’imbroglio, le donne stanno prendendo la parola ma non senza esser confrontate con nuove minacce. Contro cui è urgente rispondere innanzitutto rinominando con le proprie parole quelle che ci sono state imposte dal maschio, quelle «ufficiali» del «femminismo di stato», che cerca di convincerci che quanto devono volere è conquistare un pezzetto di quanto hanno gli uomini. Sicché il tripudio di fierezza per aver conquistato una percentuale crescente di presenza nella magistratura, nella medicina, nella scienza, nella politica, in fabbrica, finisce per corrispondere, in realtà, con una maggiore oppressione: un doppio lavoro stressante che o costringe ad abbandonare o altrimenti a subire il disagio imposto dall’obbligo di rispettare regole che ci sono state cucite addosso dal sistema che della natura della donna non ha mai voluto prendere atto: a farci sentire menomate perché non capaci di rendere altrettanto se non a costo di enorme fatica e sacrificio, finanche ad obbligarci a rinunciare a diventare madri, di perdere un potere che pure in molte vorremo conservare. Costrette a perdere la felicità oltreché l’autonomia.
Nel momento in cui assistiamo al varo di un governo espresso da una maggioranza che come primo progetto di legge ha presentato quello che riconosce diritto di cittadinanza italiana al feto, ma non alla donna che lo porta nel grembo; e che lancia una campagna per incrementare la natalità pur senza fare nulla per renderla possibile a tutte le donne che lo desiderino, rischiamo di perdere anche il diritto pur con fatica conquistato, il diritto di decidere se avere figli o non averli.
Costrette a subire la campagna già lanciata dal presidente Fontana intesa a far sentire le donne colpevoli dell’estinzione degli italiani, che, visto il tasso di natalità ridotto all’1,3%, potrebbe verificarsi in un tempo prevedibile. La minaccia di abolire il diritto all’aborto si accompagnerà sicuramente all’accusa alle donne di essere responsabili del crollo delle nascite. La battaglia per cambiare il nostro modo di vivere, per socializzare il lavoro di cura attrezzando servizi collettivi adeguati per bambini, vecchi e malati, spostando l’accento a questi investimenti anziché a quelli destinati a moltiplicare merci superflue, ridurre finalmente l’orario di lavoro e renderlo flessibile non per risparmiare salario ma per adattarsi ai bisogni più elementari, tornare a puntare su uno scambio fondato sul valore d’uso e non solo su quello di scambio, credo sia ormai un obiettivo possibile e un impegno urgente. Vorrei che tutte e tutti leggessero questo libro di Lia Cigarini per ritrovare il coraggio di ripensare al mondo, di ritrovare il proprio agio in una visione diversa del vivere, liberandosi dalla gabbia che ci è stata cucita addosso. In gabbia ci lasciamo Giorgia Meloni con il suo titolo di presidente del Consiglio.
(il manifesto, 1° novembre 2022)
di Matilde Quarti
Quando incontro Rebecca Solnit è una giornata di sole e di vento, come quasi sempre a San Francisco. Mi ha dato appuntamento alla libreria Green Arcade, a metà di Market Street, arteria che taglia la città in diagonale da Twin Peaks, il suo punto più alto, ai moli dell’Embarcadero. La Green Arcade è una libreria di quartiere e di lotta, tanto accogliente con il cliente che fa capolino quanto chiara nella sua inclinazione politica, e il proprietario, Patrick Marks, è un buon amico di Solnit. L’atmosfera, mentre la intervisto, tra scaffali di legno e pile di saggi di attualità e di storia e un banco di scintillante novità (ma poche, perché oltre che di quartiere e di lotta la Green Arcade è soprattutto una libreria di – vastissimo – catalogo), è quella di un confortevole salotto casalingo. Sembra difficile, quasi impossibile, inquadrare la produzione di Rebecca Solnit: scrittura e attivismo, nel suo cangiante lavoro, si compenetrano incessantemente e, allo stesso modo, i suoi testi sono un continuo rimando tra argomenti, come una scatola cinese, come una matrioska, le suggestioni letterarie lasciano spazio all’attualità politica, le dissertazioni storiche aprono squarci sulle più recenti ondate femministe. Un gioco di specchi che si ritrova anche nel suo ultimo saggio, Le rose di Orwell(Ponte alle Grazie, 2022), dove la minuta vicenda personale di un grande scrittore che amava prendersi cura dei suoi fiori diventa lo spunto per parlare di un Orwell inedito, rispetto all’uomo severo raccontato da gran parte della critica, aprendo divagazioni che toccano persino Tina Modotti e Stalin, per parlare, in ultima sintesi, di totalitarismi e rapporti di potere. I rapporti di potere, d’altronde, sono un tema caro a Solnit, che percorre più o meno esplicitamente gran parte della sua opera. La raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose(Ponte alle Grazie, 2017, traduzione di Sabrina Placidi) e il memoir femminista Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie, 2021, traduzione di Laura De Tomasi), si muovono su questo stesso filo rosso: la riflessione femminista non può prescindere dal discorso sul potere e sui corpi. Sono questi gli spunti da cui prende avvio una conversazione in cui Solnit parla di misoginia e sopraffazione, della crisi attraversata dalla sua città, San Francisco, negli ultimi decenni, di autoritarismi e di Trump, di attualità e, in fin dei conti, di politica in tutte le sue sfaccettature.
Partirei dal suo libro che ha avuto maggior risonanza in Italia: Gli uomini mi spiegano le cose. Cosa pensa indichi della società il calore con cui è stato accolto?
Il saggio che dà il titolo alla raccolta è stato pubblicato nel 2008, ma il libro è uscito solo nel 2014. In ogni caso, il mio proposito era cercare di collegare alcune delle cose più orribili che possono accadere alle donne alle credenze e ai valori della nostra società. Può trattarsi di un evento minuto, come un uomo che, durante una cena, non crede che una donna abbia il diritto o l’autorità di parlare di un dato argomento, oppure può svolgersi nella sfera professionale, dove, ugualmente, una donna può essere trattata come se non fosse competente nel proprio campo. O ancora, come racconto proprio in quel saggio, può essere la storia di una donna che urla terrorizzata perché il marito sta cercando di ucciderla, ma la gente intorno, invece di ascoltarla, dà per scontato che sia pazza. Sono tutti esempi che fanno eco a un’esperienza molto specifica delle donne: essere trattate come incompetenti. Si tratta, sempre, di un attacco alla voce di una donna, al suo diritto di essere considerata a pieno titolo una persona, una cittadina, la parte di una comunità. Ho un’intera collezione – che ho chiamato “le Olimpiadi del mansplaining” – di esempi di quanto sto dicendo: tra questi figura anche la vicenda di una donna a cui degli uomini hanno cercato di spiegare come si pronunciasse il suo nome.
Il saggio inizia con un aneddoto personale.
Ero convinta che avrei scritto un testo relativamente divertente, perché ho iniziato con l’aneddoto di un uomo che mi voleva spiegare un libro che avevo scritto io: insomma una cosa fastidiosa, ma non pericolosa. Però, procedendo nella scrittura, mi sono resa conto di quanto velocemente stessi passando da questo spunto alla storia che ho appena raccontato: un uomo che trovava divertente aver visto correre fuori di casa una donna, nuda, nel cuore della notte, che gridava che il marito stava cercando di ucciderla. Perché ai suoi occhi doveva essere per forza pazza, non poteva essere attendibile. Questo cambio di prospettiva mi ha scioccato.
Quando raccontiamo la violenza di genere, la prima cosa che dovremmo fare è parlare di patriarcato, eppure è una parola che fatica ancora a entrare nel discorso politico.
Il problema è di chi comanda: le femministe non hanno problemi a usarla, questa parola. Si tratta di cambiare lo status di un termine, e forse non è un processo diverso dal cambiare l’intero sistema valoriale di chi decide cosa sia valido e cosa no. In inglese usiamo molto il termine “misoginia” e sono contenta che l’italiano abbia reso più popolare la parola “femminicidio”. “Femminicidio”, “cultura dello stupro”, “misoginia”, “patriarcato”, “sessismo”: ognuno di questi termini ha un significato e, di solito, quando le persone rifiutano una parola stanno anche rifiutando la realtà che ci sta dietro.
Per esercitare una forma di potere è indispensabile annichilire anche il corpo. Un suo testo dove è centrale il discorso sul corpo è Ricordi della mia inesistenza. Le chiedo: il discorso sulla violenza di genere è sempre un discorso di corpi?
Il corpo è la scena del medesimo attacco che cerca di distruggere la donna come persona, che cerca di impedire il suo diritto ad autodeterminarsi e stabilire i propri confini: perché solo quando hai una voce puoi dire di no, puoi stabilire dei limiti, puoi testimoniare in tribunale ed essere creduto. Abbiamo sotto gli occhi le modalità sistemiche con le quali gli uomini sono stati in grado di commettere crimini: anche in un’epoca come la nostra in cui, a differenza del passato, la violenza domestica e gli stupri coniugali sono considerati un crimine, nonostante tutto continuano a perpetuarsi, e questo accade perché permane una disuguaglianza di voce e di potere. La violenza fisica è una rappresentazione dell’identità maschile come potere, dominio, controllo. Ed è da questa volontà di dimostrare che la donna non vale niente che nascono le umiliazioni, le mutilazioni del corpo.
C’è una pagina molto potente, all’inizio di Ricordi della mia inesistenza, in cui sottolinea come alle donne venga insegnato a immaginare il proprio assassinio. È una violenza psicologica che inizia tra le mura di casa e plasma la percezione che si ha del mondo.
Parte del motivo per cui ho scritto Ricordi della mia inesistenza è che ci rapportiamo a questi fatti terribili come se accadessero a sole poche donne, anche se la percentuale di donne che sono state violentate o che hanno affrontato un qualche tipo di violenza è piuttosto alta. E vivere in un mondo in cui questo accade a persone della tua categoria significa essere costantemente consapevoli che potrebbe capitare anche a te. Questo ha un impatto enorme, così come lo ha organizzare costantemente la propria vita per evitare la violenza maschile in una società in cui è molto raro che vengano limitate le libertà degli uomini in modo che le donne possano avere i loro pieni diritti. Avviene piuttosto che le donne debbano rinunciare al loro diritto di camminare per strada, di indossare quello che vogliono, di esprimere la loro opinione, di dire di no agli uomini o di lasciarli. Ci viene costantemente ripetuto che siamo noi a dover prevenire la violenza maschile, ma questo non è altro che un modo per deresponsabilizzare gli uomini e sottintendere che la società continuerà a far prevalere i loro diritti.
In questo libro è centrale anche il discorso su San Francisco, la gentrificazione, la crescita dei costi. Com’è cambiata la città negli ultimi decenni?
Ho vissuto in almeno dieci città diverse chiamate San Francisco e quella attuale è la città che meno preferisco. La San Francisco in cui mi sono trasferita, nel 1980, prima della crisi dell’AIDS, aveva il 15% di cittadini neri, mentre ora ne conta forse il 3%. Era molto più accessibile, le persone arrivavano per scoprirsi poeti, attivisti politici, idealisti, ed era anche relativamente facile avere una casa e una vita che non comportasse lavorare sessanta ore a settimana per un’azienda. Poi la Silicon Valley è arrivata come un mostro e si è mangiata tutto. Prima San Francisco era un’alternativa, un rifugio: la città della liberazione gay, delle Sorelle della Perpetua Indulgenza, della nascita del movimento ambientalista con la fondazione del Sierra Club nel 1892, della poesia sperimentale… Mentre ora la Bay Area è diventata uno dei centri del potere mondiale, è il luogo di Google, Facebook, Twitter, Uber, Airbnb, e tutte le altre aziende che hanno cambiato il mondo, per molti versi in peggio, trasformando la privacy in merce.
Il problema che emerge è anche abitativo.
La San Francisco attuale è diventata una città poco accessibile e sta assistendo a una crisi continuativa di homeless (“senzatetto”, Ndr). Si tratta del prodotto di decisioni prese a livello perlopiù federale, oltre al fatto che l’alloggio viene trattato principalmente come una merce speculativa e non come un diritto di base. Alloggio, cibo, vestiti e assistenza sanitaria vengono trattati come prodotti e non come diritti. Mentre è necessario avere salari più alti, più reti di sicurezza, più fondi federali per gli alloggi, che sono stati tagliati. È necessario costruire alloggi a prezzi accessibili per i cittadini a basso reddito, invece nella Bay Area vengono costruiti molti alloggi, ma tutti per redditi più alti.
Ha però anche spesso portato San Francisco come esempio positivo di buone pratiche politiche. Può ancora trainare il resto del paese?
Penso di sì, ma non come un tempo, perché mancano molte voci. Se devi guadagnare 100.000 dollari all’anno per poter restare qui, hai meno tempo per concentrarti sul clima, sui diritti umani o su altre questioni cruciali. Non c’è una forte presenza della destra, ma credo che sempre più persone molto benestanti non avranno il tempo di impegnarsi: potranno sostenere valori progressisti, ma non saranno impegnate politicamente come potevano esserlo quarant’anni fa. Il grande mutamento economico a cui abbiamo assistito ha reso tutti più conservatori, perché, a meno che non si abbia un’eredità, bisogna lavorare molto duramente per guadagnare abbastanza per andare avanti. E i senzatetto ci ricordano che, quando si cade, si cade molto in basso e molto duramente. Mentre negli anni Sessanta e Settanta la società americana aveva raggiunto un tale livello di benessere che molti giovani – bianchi perlomeno – potevano permettersi di fare scelte di vita basate sui propri ideali, senza doversi preoccupare troppo di come sopravvivere.
L’esperienza dell’attivismo è molto importante nel suo lavoro autoriale. È nata prima la Rebecca attivista o la Rebecca scrittrice?
L’attivismo alimenta la scrittura in molti modi, mi porta a contatto con persone straordinarie e mi permette di essere testimone dei cambiamenti. Con Hope in the Dark ho raccolto una serie di argomentazioni sulle teorie del cambiamento. Penso che, prima di essere cittadini di un luogo specifico, siamo cittadini della Terra, e dobbiamo pagare la nostra “quota di partecipazione”, prendendocene cura. Non mi sento eccezionale, ho più tempo libero e più possibilità di scelta di altre persone. Il mio meraviglioso fratello minore David, poi, è stato un attivista fin dall’adolescenza e il suo esempio ha avuto grande influenza su di me: spesso siamo stati impegnati per le stesse questioni, per esempio al momento ci occupiamo entrambi molto di clima. Ma ho l’impressione che negli Stati Uniti ci sia spesso l’attitudine a ritenere la politica il lavoro di qualcun altro, quando invece dovrebbe essere il lavoro di tutti. Credo che per molti americani l’obiettivo sia avere una vita felice, mentre per me deve essere significativa, quindi avere una vita che comporti il farsi in continuazione domande, ma anche impegnarsi per i valori, le comunità, la vita pubblica. Io mi sento grata di avere una vita significativa.
La sua produzione sembra essere caratterizzata da un costante flusso di pensiero in cui, nel discorso sull’attualità, convergono studi sulla lingua, la letteratura, la storia. E mi sembra che il suo nuovo libro, Le rose di Orwell, sia un esempio perfetto di questo suo approccio alla scrittura.
Orwell era già uno scrittore importante per me, ma quando ho scoperto la storia delle sue rose si è svelata ai miei occhi un’immagine di lui assolutamente inedita. Parlare del rapporto di Orwell con i fiori e il giardinaggio mi ha permesso di approfondire tematiche che ritengo particolarmente significative, come il rapporto tra il piacere e la politica, tra il mondo naturale e quello sociale, politico e umano. La vicenda umana di Orwell si lega alla domanda su come sia possibile vivere in tempi difficili, come praticare l’antiautoritarismo e l’antifascismo. Spesso c’è una grande austerità, si ha come l’impressione che nessuno dovrebbe divertirsi fino a quando tutti i problemi nel mondo non saranno risolti. Ma, dal momento che questo non è possibile, allora non sarà neanche mai possibile distendersi. In questo senso, Orwell diventa un esempio perfetto: un uomo serio, posato, che tuttavia traeva grande piacere dai fiori, dalla natura, dalla bellezza, ma anche dalle fiabe e dalle filastrocche. Penso sia un invito a trovare un equilibrio nella propria vita.
Un aspetto di Orwell inedito.
E molto affascinante: non me lo sarei mai aspettato perché i testi su di lui – la maggior parte dei quali scritti da uomini – lo presentano come una figura austera, cupa, ma in realtà aveva un grande senso dell’umorismo, e apprezzava piaceri semplici come una buona tazza di tè, il cibo inglese, trascorrere tempo con il proprio figlio o occuparsi del suo giardino e dei suoi animali. Considerando che il problema più grande del nostro tempo riguarda proprio la natura, il clima, la sopravvivenza umana e di tutta la biosfera, e che il mondo naturale è stato spesso trattato come meramente decorativo, superfluo, al di fuori del regno della politica umana, ho voluto utilizzare Orwell come leva per approfondire il ruolo in realtà politico della stessa natura e collegarmi alla crisi politica attuale.
Il discorso su Orwell si collega anche a quello sui totalitarismi. Nell’ultimo anno, con l’invasione dell’Ucraina, abbiamo avuto modo di vedere come sia ancora attuale parlare di autoritarismo.
La mia pratica femminista si collega per forza di cose a quella antiautoritaria: che si parli di un “capofamiglia” o capo della nazione, si parla sempre di un individuo autoritario che si arroga il diritto di dettare come debba essere la realtà e che vede nella verità e nelle voci indipendenti un nemico. Nelle famiglie patriarcali autoritarie, l’uomo pretende di detenere sempre la ragione, relegando le donne a fonti inaffidabili, e il medesimo approccio avviene a livello internazionale in politica. Come nel caso di Trump, che sostiene di non aver perso le elezioni contribuendo così all’escalation di violenze che ha portato all’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Il punto centrale che collega autoritarismo e patriarcato è il desiderio di determinare a priori quale sarà la verità.
Che cos’è la politica per lei?
Come recita un meraviglioso slogan femminista, il personale è sempre politico. Penso che la politica sia ovunque, in chi ha accesso alla cultura e al mondo naturale, nella qualità del cibo che mangiamo, nei film che vediamo, nel rapporto con gli altri, in ciò che immaginiamo possibile. Tutti, a prescindere dal loro mestiere e dal loro ruolo nella società, operano in un mondo politico. Il personale è politico, il politico è personale: tutto è permeato dalla politica.
(ilLibraio.it, 29 ottobre 2022)
di Francesco Varanini
Il libro Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo (Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne, ed Moretti & Vitali) mi ha attirato per la sua insolita costruzione, descritta nella introduzione dalla curatrice Giordana Masotto: «Per sette anni ho curato l’inserto Pausalavoro, il quartino centrale della rivista cartacea Via Dogana, che il Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano ha prodotto dal 2008 al 2014 […] Penso che questi testi mettano in scena il processo di elaborazione di un punto di vista politico da parte di quel soggetto inedito che sono le donne libere del nostro tempo». Ho cominciato a guardarlo un po’, e l’ho letto quasi tutto in una notte. È un libro che emoziona e fa riflettere.
È molto bello non solo come testo, ma per come, partendo da un’apparente raccolta di documenti, fa emergere una narrazione con un suo sviluppo: incontri, avanzamenti, gruppi che si intersecano, persone che ritornano, pensieri che si intrecciano. C’è una grandissima ricchezza di storie, personali o collettive. Già questo è avvincente, porta chi legge dentro l’argomento, che è il lavoro in generale, e la ricerca del suo senso.
La storia di questa ricerca, ripercorsa nel libro, riguarda un periodo del recente passato, ma sfocia nell’oggi: tocca temi di grande attualità. Continua nelle narrazioni orali che le donne portano nei loro incontri su questo tema. Perciò il libro è una testimonianza importante, presentata attraverso una narrazione di per sé bella e attraente.
Giustamente le donne vedono e cercano il senso del lavoro dal loro punto di vista, ma credo sia importante ricordare che oggi il senso del lavoro non c’è più per nessuno. Nessuno di noi sa più che cos’è, cosa dovrebbe o potrebbe essere. La cultura del lavoro manca per tutti.
Credo che oggi dobbiamo impegnarci molto tutti e tutte per creare una nuova cultura del lavoro, che sia viva da oggi in poi: il lavoro come elemento vitale, come ricerca di sé.
Il rischio è di stare tutti sul divano, in assenza di un lavoro che non c’è più per nessuno.
Per chi oggi è coinvolto in questa ricerca del senso del lavoro, avere in mano questo libro è confortante.
(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2022)
di Michele De Palma
La lettura del libro del Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo (Moretti&Vitali, pp. 359, euro 22, collana «Pensiero e pratiche di trasformazione») è avvenuta in occasione dell’Assemblea nazionale delle metalmeccaniche della Fiom. La presentazione del volume, curato da Giordana Masotto, è stata una finestra aperta dalle metalmeccaniche su un lavoro che, utilizzando le parole di Michela Spera che ha aperto i lavori, ha messo ordine e reso fruibile la documentazione su il «lavoro» del pensiero politico delle donne sul lavoro.
Di questi tempi dare un ordine al pensiero che sia accessibile e consultabile o restituire un grado di libertà nell’ordine di esplorazione e di lettura non è certamente uno sforzo facile. Si pensi per fare un parallelo alla discussione che seguì alla decisione di divulgare i «quaderni dal carcere» la decisione di dare un ordine ai materiali non è neutro. La curatrice di questa pubblicazione decide di offrire la libertà della consultazione perché la Libreria delle Donne nasce dalla necessità di «andare a vedere che cosa avevano scritto le donne», creare occasione d’incontro per le donne decidendo di ragionare sul lavoro. Non il lavoro delle donne. Le donne esprimono la propria soggettività passando dal «problema femminile» ad essere un soggetto che elabora un punto di vista sul lavoro.
Primo passo è, come ci dice Giordana Masotto, «leggere la realtà partendo da sé». Secondo passo è disoggettivare i numeri: come sono stati raccolti, le parole di narrazione a corredo danno un senso. Mettere in discussione i dati, andare oltre, dietro, ad analizzare permette di elaborare pensiero e dargli parola. Discutere i dati dà autorevolezza e il libro è una bussola in questa ricerca. L’ultimo capitolo è quello legato alla parola contrattazione. Termine che apre un mondo perché mette in relazione la soggettività con la realtà, il mondo intero. La dimensione della contrattazione è chiaramente legata al riconoscimento delle altre e degli altri: un mettersi in relazione che cambia se stessi, la realtà. Contrattare è quindi fare politica: cambiare la realtà.
Per me, a cui il Comitato centrale ha concesso la fiducia di una investitura a Segretario generale della Fiom, il libro è sembrato una fune tesa per attraversare una Assemblea delle metalmeccaniche che mi ha fatto conoscere la vertigine del vuoto di relazione che pur una organizzazione sociale e contrattuale dovrebbe praticare.
Come scrive Lia Cigarini nel volume: «ma oggi la democrazia rappresentativa è messa in crisi e noi ne vediamo i limiti. Fa politica chi apre conflitti, chi lotta per il cambiamento (…) l’altra è politica che formalizza ciò che è già accaduto. Non sono d’accordo nel chiamare politica quella esterna a chi pratica il conflitto». Queste parole offrono un riferimento di movimento a chi rischia di rimanere impantanato nelle sabbie mobili di chi «formalizza la realtà». Il conflitto è la vittima eccellente dell’attuale forma di capitalismo. Il conflitto è escluso mentre la guerra si fa normalità nel discorso pubblico. La guerra come distruzione della differenza, come annientamento della critica uniforme del pensiero, è la minaccia con cui fare i conti. Il lavoro crea, la guerra annichilisce.
È necessario il conflitto per impedire la guerra, la contrattazione è la definizione in divenire della soggettività, sapendo che la soggettività per eccellenza del ‘900 è stata il movimento operaio. Oggi quella soggettività ha dovuto fare i conti con il dominio del capitale patriarcale. Affermare «il patriarcato è morto», come ha fatto Masotto, «perché non esistono più le donne disposte a riconoscerlo», permette di comprendere meglio l’intervento di una donna partigiana kurda e le manifestazioni scoppiate in Iran in queste settimane. Affermazione di una soggettività nel conflitto che non vuole cambiare per sé ma per tutte e tutti.
Tale cambiamento è frutto del lavoro, «tutto il lavoro necessario per vivere» che abbatte il muro di separazione tra produzione e cura. Conflitto necessario a dare una possibilità all’umanità a partire da una presa di coscienza della realtà e della propria soggettività. Il portato delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici nella vita della Fiom si è dotato di un «vademecum» con questo testo. Già nel rinnovo del contratto nazionale avevo potuto constatare come la forza relazionale delle donne sia stata capace di determinare un miglioramento per tutti. Un insegnamento tratto dalla realtà. Un riferimento per il futuro della Fiom. Un libro che sceglie le parole e le condensa per una pratica del conflitto, della contrattazione.
Michele De Palma è segretario generale Fiom-Cgil
Il 22 ottobre 2022 alla Libreria delle donne di Milano (Via Pietro Calvi, 29), si è tenuto l’incontro «Donne uomini lavoro: qualcosa sta cambiando», a partire dalla presentazione del volume «Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo» del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano (Moretti&Vitali). Hanno aperto la discussione Giordana Masotto (curatrice del libro) e Michela Spera (Fiom Nazionale).
Materiali utili:
Cambiare il lavoro a partire dal nesso vita/lavoro. Una discussione pubblica tra Giordana Masotto (Dalla servitù alla libertà) e Luisa Pogliana (Una sorprendente genealogia) nell’ambito dell’ultima edizione del Festivaletteratura di Mantova.
(il manifesto, 22 ottobre 2022)
di Marina Santini
María-Milagros Rivera Garretas, Il piacere femminile è clitorideo, Edizione indipendente, Madrid Verona 2021, 207 pagine, 17,00 euro- e-book 8,00.
Il piacere femminile è clitorideo è un’affermazione semplice e netta ed è il titolo del nuovo libro di María-Milagros Rivera Garretas. C’è il richiamo al testo di Carla Lonzi del 1971 La donna clitoridea e la donna vaginale, ma qui l’autrice ci fa fare un passo avanti: noi donne non siamo più divise in due categorie perché tutte nasciamo clitoridee. Indipendentemente dalle scelte sessuali, il piacere per le donne è clitorideo e si irradia nel sentire a tutto il corpo, non rimane circoscritto all’organo sessuale. È dunque un modo di stare nel mondo, di avvicinarsi alle cose e di conoscere.
Rivera Garretas, con una scrittura che fluisce con la forza gioiosa della sua verità soggettiva, ci accompagna in un percorso alla riscoperta dell’origine del piacere femminile, che molte hanno sperimentato ma poi perduto, perché tante volte sostituito dall’idea del co-ire, proposta-imposta dalla sessualità maschile. Nel primo capitolo Confondere l’orgasmo scopriamo come questa confusione abbia richiesto prima l’invenzione nel 1641 della vagina ad opera di un anatomista dell’università di Padova e poi nel XX secolo dell’orgasmo vaginale, creando in molte donne una dissociazione. Credendo che l’orgasmo femminile dipenda dal coito, dal cercare un godimento contemporaneo a quello dell’uomo, noi donne perdiamo il piacere femminile libero: piacere del sentire, delle viscere e dell’anima, come segnala il titolo del primo paragrafo.
In una recente presentazione del libro alla Libreria delle donne di Milano, l’autrice ha sottolineato che «non c’è piacere clitorideo se non lo vivi nell’anima carnale, piacere cognitivo, perché noi donne pensiamo e amiamo senza divisioni, senza separazioni». Ma cosa può impedire di cogliere questo flusso? Riflettendo sulla sua esperienza e su quella di tante altre, Rivera Garretas scopre la violenza ermeneutica, la violenza interpretativa della realtà che, a partire dalla scuola mista, che lei non ha frequentato, educa a imparare e rispettare la conoscenza maschile. E continua: «Io l’ho dovuta rispettare da adulta, quando ormai ero all’università. E ho sentito profondamente che tutta quella conoscenza non aveva niente a che fare con me che pure ero una bravissima studentessa. Ho scritto la tesi di dottorato ripetendo coscienziosamente il pensiero del pensiero. Una donna educata nel rispetto del pensiero del pensiero può essere fedele a quell’educazione o meno. Io non sono stata fedele».
Nel libro scopriamo come agisce la violenza ermeneutica cercando di cancellare il pensiero dell’esperienza, valorizzando solo il riferimento a ciò che altri hanno precedentemente scritto. La lealtà politica (nel senso della polis) al pensiero del pensiero distrugge il piacere del conoscere e del creare come donna. Infatti dal pensiero del pensiero la madre è assente, eppure l’università, dichiarandosi Alma mater studiorum, ne usurpa il nome. Ricorrendo all’etimologia delle parole l’autrice smaschera l’usurpazione patriarcale della cultura femminile, come è il caso delle erme che fin dall’antichità erano i sassi lasciati dalle viaggiatrici in onore della dea Era, signora e protettrice delle vie, per ringraziare del percorso fin lì compiuto, diventati poi segno per indicare la strada migliore da seguire. Il mucchietto di pietre che si andava formando al passaggio delle viandanti «è segno divino sul terreno e orienta una donna nella sua strada».
In un ricco excursus storico, Rivera Garretas, docente emerita di storia medievale dell’Università di Barcellona e tra le fondatrici di Duoda, il quarantennale Centro di ricerca delle donne e del relativo master, mostra come la violenza ermeneutica si sia imposta nel tempo e come le donne abbiano risposto, ad esempio con la Querella de las mujeres, tenendo viva la genealogia femminile, la cultura della nascita, della casa materna, della politica prima, cioè del piacere di essere donna, della consapevolezza che Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, come rivela il titolo del libro di Luisa Muraro. Ripercorrendo il modo con cui ha costruito la biografia di Suor Juana Inéz de la Cruz, Rivera Garretas delinea in pagine puntuali alcune caratteristiche del pensiero del pensiero e suggerisce un metodo che prende sul serio ciò che un’autrice dice e non quello che gli altri dicono che lei dicesse. Sottolinea come ha interpretato l’opera della religiosa e letterata seicentesca messicana secondo il sentire, i sensi, il godimento e la felicità che le suscitava. Un metodo ben diverso da quello cartesiano, che limita il conoscibile al razionale. Lei fa e propone pensiero dell’esperienza, pensiero ispirato, pensiero di pensum, come ha detto la teologa Antonietta Potente nella presentazione promossa da Studi Femministi. Pensum come la quantità di lana che riceveva ogni giorno nella Roma antica una donna per filare. Infatti si fila con le mani, le mani e il piacere clitorideo hanno molto in comune, come mostrano tanti affreschi e tavole medievali della Visitazione della Vergine a Elisabetta, presentati anche in questo libro, ricco di riferimenti alla storia, all’arte, alla letteratura, alla mitologia, alla filosofia, alla medicina, campi del sapere attraversati con profonda erudizione ma senza pesantezza.
Con descrizioni accurate e precise, l’autrice ritrova e ci fa riconoscere nelle opere pittoriche e architettoniche tracce evidenti della presenza di simboli femminili: la conchiglia, la spirale, la rosa, la perla. Rilegge narrazioni e riti legati al culto di Maria come il rosario, l’Annunciazione e l’Assunzione, riportandoli alla loro origine di misteri clitoridei; indica come Sant’Anna rifondi la genealogia femminile matrilineare delle Tre Madri, già presenti nella tradizione religiosa mediterranea prepatriarcale: Nonna – Madre – Figlia, una catena aperta all’infinito che il Cristianesimo spezza con la sostituzione del padre e del figlio, che non divenne padre, “lasciando così l’umanità orfana in termini religiosi di madre e padre” .
Spinte da una scrittura mossa e a spirale, incontriamo un inanellarsi di scoperte simboliche che danno parola a esperienze finora senza nome. Non a caso Antonietta Potente parla di questo libro come di una Nuova Annunciazione. Un libro con il senso della profezia, infatti l’autrice riesce a vedere, e farci vedere, quello che nel presente in nuce già c’è e, nel dirlo, lo fa accadere: un nuovo inizio, l’era della perla.
Bibliografia
– Studi Femministi, El placer femenino es clitórico, 7 febbraio 2021
http://www.studifemministi.it/presentazione-libro-rivera-garretas/
– Libreria delle donne di Milano, Il piacere femminile è clitorideo, 26 febbraio 2022 – Video YouTube
– Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, 480 pagine, 20,00 euro.
– Luisa Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci, Roma 2011, 128 pagine, 13,00 euro.
– María-Milagros Rivera Garretas, Sor Juana Inés de la Cruz. Mujeres que no son de este mundo, Sabina editorial, Madrid 2019, 236 pagine, 18.00 euro.
(Leggere donna n. 196 luglio/agosto/settembre)
di Maurizio Schoepflin
La recente nuova edizione rivista e ampliata del libro di Silvana Panciera Le beghine. Una storia di donne per la libertà (Gabrielli, pagine 174, euro 17,00) mette a disposizione degli studiosi, ma anche di un più ampio pubblico, uno strumento particolarmente utile per conoscere un movimento che ha avuto un ruolo assai rilevante nella storia della Chiesa e che vide protagoniste congregazioni di donne le quali, pur non pronunciando voti monastici, condussero una vita di devozione, povertà e carità. Nei sei capitoli in cui è suddiviso il volume il lettore troverà innanzitutto precise informazioni circa il contesto storico nel quale il movimento beghinale sorse e si sviluppò. L’autrice si sofferma poi a illustrare la vita quotidiana delle beghine, descrivendone le attività, le regole del comportamento, le dimore in cui abitavano. Particolarmente interessante è il quarto capitolo che «offre una sintesi dell’originalità del movimento e delle sue intuizioni mistiche, insistendo sulla sua particolarità di fenomeno laico e soprattutto femminile». Successivamente, Panciera fa conoscere più da vicino varie beghine e ricorda le figure di alcuni loro famosi ammiratori. Il capitolo conclusivo è dedicato a delineare l’eredità visibile dei beghinaggi, tredici dei quali nel 1998 sono stati dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Intitolando il secondo capitolo Un movimento senza origine, senza fondatrice, senza regola unica, senza storiografia, l’autrice offre subito le coordinate essenziali per comprendere l’originalità di questo fenomeno religioso, che fa la sua comparsa verso la fine del XII secolo, sulla scia del rinnovato fervore spirituale che caratterizza varie zone dell’Europa del tempo. Le prime a muoversi sono donne di elevato rango sociale, poi sarà la volta di quelle, più numerose, appartenenti agli strati popolari. Tutte sono caratterizzate da un forte desiderio di vivere la fede evangelica in modo radicale, senza tuttavia abbandonare lo stato laicale. I contemporanei le definiscono mulieres devotae, vanno ad abitare presso ospedali o abbazie, pregano, curano i malati, ma non prendono i voti. Inizialmente suscitano ammirazione, che ben presto, però, si tramuta in sospetto e, ancor peggio, in derisione. Né mogli né monache, la loro condizione non fa riferimento a nessuna autorità maschile, cosa che, come è facile capire, non risulta facilmente accettabile in quel momento storico. Ignota è l’origine dell’appellativo con cui sono passate alla storia; di certo esso ha assunto una caratterizzazione negativa. In Lombardia saranno chiamate humiliate, in Toscana bizzoche o pinzochere. Presto l’Inquisizione si occupa di loro, temendo lo spirito di libertà che incarnano; più di una finisce sul rogo; altre vengono tollerate; qualche raro potente ecclesiastico le protegge. Per niente bigotte, come spesso invece si è insinuato, le beghine, a giudizio di Panciera, meriterebbero una ben più profonda e significativa riabilitazione, a motivo della bella testimonianza che hanno lasciato, soprattutto attraverso la loro grande opera assistenziale, il patrimonio architettonico, l’esemplarità della vita comunitaria, vari scritti di grande valore, come Lo Specchio della anime semplici di Margherita Porete; senza dimenticare l’esaltazione della libertà e dell’amore che le contraddistinse. Anche Marco Vannini, noto studioso di mistica, è convinto della necessità di rivalutare le beghine e scrive nella Prefazione: «La storia di queste donne e delle loro forme di aggregazione, con la loro straordinaria sintesi di comunione e di libertà, di approfondimento spirituale e di impegno caritativo, può davvero far riflettere, non per il passato, ma per il presente e più ancora per il futuro».
(Avvenire, 14 ottobre 2022)
di Simona Sirianni
Per il suo pubblico era già un’icona e di certo non serviva il Premio Nobel per la Letteratura vinto ieri a farla amare ancora di più dai suoi lettori. Fatto sta che Annie Ernaux, una delle voci più autorevoli della letteratura mondiale, il prezioso riconoscimento lo ha ricevuto, non facendo altro che confermare il suo essere una scrittrice eccezionale.
L’autrice francese è capostipite dell’autofiction. Si tratta di quel genere letterario che usa il proprio io e la propria vita come chiave per affrontare questioni come la famiglia, la violenza, gli affetti e che si racconta con una disarmante onestà. Ed Ernaux lo fa in maniera talmente profonda che l’Accademia svedese ha motivato la sua scelta «per il coraggio e l’acutezza clinica con cui ha svelato le radici, gli straniamenti e i vincoli collettivi della memoria personale».
Ciò che racconta Ernaux, infatti, nei suoi libri, è esattamente quello che ha vissuto, il ricordo e la scrittura sono legate in maniera indissolubile, senza nascondere mai che l’io dei suoi libri coincide quasi completamente con sé stessa.
I libri di Annie Ernaux
Una donna
Negli ultimi anni, Ernaux è diventata quasi un culto per chiunque ami la scrittura. E questo è successo anche in Italia. I suoi libri sono tutti molto amati e, tra questi c’è sicuramente Una donna (Ed. L’orma), di cui Teresa Ciabatti, tra le più importanti scrittrici italiane contemporanee, ha detto: «Annie Ernaux spiazza, incanta, commuove. Non consola».
È un libro scritto pochi giorni dopo la morte della madre, nel periodo del lutto in cui le vicende personali emergono dalla memoria. La storia di questa donna prende vita a partire dalla miseria contadina per arrivare al riscatto come piccola commerciante. Che dura fino allo sprofondare nel buio della malattia. Un libro che, utilizzando una lingua «più neutra possibile», indaga le contraddizioni e l’opacità dei sentimenti con un secco dolore.
Gli anni
Gli anni è un libro del 2008. Difficile descriverlo, perché non è un romanzo né una raccolta di memorie. È un flusso di ricordi dell’autrice che ripercorre la sua vita dagli anni quaranta fino ai giorni nostri. E mentre racconta di sé, racconta anche il Novecento e la storia di una generazione.
Quella cresciuta durante il boom economico degli anni cinquanta, travolta dal consumismo e infine sopraffatta dalla nuova era digitale. Con una domanda che rimane centrale per tutte le pagine: resterà di me qualcosa, infine, ancora?
L’evento
Con il successo di La scelta di Anne – L’Événement, vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia 2020, il libro L’evento da cui è tratto il film è tornato molto in auge. Uscito in Francia nel 2010, racconta l’esperienza di una ragazza che cerca disperatamente di abortire in un mondo che non le riconosce questo diritto, portando alla luce una ferita collettiva. Una terribile richiesta in forma letteraria di costruire un presente più giusto per tutte quelle donne incinte, vicine o lontane, a cui è proibito per legge o nei fatti disporre di sé stesse.
«Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo», ha detto la scrittrice delle sue pagine.
La donna gelata
Ancora la Ernaux femminista in un libro che riavvolge i ricordi dell’educazione sentimentale e sessuale di una donna dalla provincia francese degli anni Quaranta. Le scoperte e i tabù dell’adolescenza, gli anni più indipendenti e intensi dell’università, dove si ricorrono amori e scelte. Per arrivare ai bivi della giovinezza: matrimonio, famiglia. Ma qui lo squilibrio di ruoli e mansioni tra moglie e marito, tra madre e padre condanna l’autrice alla glaciazione dell’interiorità e del desiderio.
Annie descrive con precisa passione l’apprendistato alla disparità di una donna, consegnando al lettore con spietata limpidezza un’impareggiabile radiografia della moderna vita di coppia.
Il posto
In queste pagine la scrittrice racconta la storia del padre, della sua vita, del conflitto creatosi tra loro nel corso degli anni. E, il desiderio di scrivere coincide con la necessità di affrontare ancora una volta l’autorità paterna, di verificare il contraddittorio rapporto tra padre e figlia, di far riemergere dettagli considerati perduti per sempre.
di Laura Pezzino
Una delle prime cose che ho fatto è stata digitare sulla tastiera «Auchan» e «Cergy» e cliccare su Street View. Appena il segretario permanente dell’Accademia di Svezia ha annunciato che Annie Ernaux aveva vinto il Nobel per la Letteratura, ma che non erano ancora riusciti ad avvisarla al telefono, il mio pensiero è andato a uno dei luoghi simbolo dell’autrice francese, almeno nell’ultima parte della sua produzione letteraria. Magari, ho pensato, proprio in quel momento Annie Ernaux si trovava all’Auchan a fare la spesa e, tra gli avvisi all’altoparlante e la musichetta in filodiffusione, non aveva sentito il cellulare. Può capitare a tutti, anche a una neo-Nobel, no?
Quello sull’Auchan di Cergy, il «Cremlino di mattoni», è stato l’ultimo libro di Ernaux che ho letto, qualche mese fa. Il titolo è Guarda le luci, amore mio, e sono certa che qualcuno lo avrà classificato come un Ernaux «minore». A mio parere, sbagliando. Il primo, invece, era stato Gli anni, da molti considerato il suo capolavoro. Ero io, però, a non essere pronta. Erano, quelli, tempi in cui cercavo soprattutto immagini alle quali aderire, e la foto di gruppo scattata da quelle pagine, che si prefiggevano di ricostruire la memoria di un intero Paese, mi era parsa eccessivamente generica, affollata. Miravo, esigevo, primissimi piani. Quando è arrivato Il posto mi son detta “ci siamo”. Fin dalle prime pagine, mi aveva introdotta in un mondo, immenso nella sua minuscolezza, che si era trasformato istantaneamente in topos: il bar-alimentari che i suoi genitori, i Duchesne (Ernaux è il cognome dell’ex marito), avevano gestito per anni a Yvetot, il paesotto della Normandia dove era cresciuta e che avrebbe ossessivamente raccontato nei successivi cinquant’anni.
All’inizio del Posto, lei è da poco diventata insegnante di ruolo (avrebbe poi insegnato in diversi licei) quando suo padre muore a sessantasette anni, un passo dalla pensione, una domenica pomeriggio. Ernaux lo dice così: «Mia madre è comparsa in cima alle scale. Si tamponava gli occhi con un tovagliolo che probabilmente aveva portato con sé quando era salita in camera dopo pranzo. Con voce neutra ha detto: “È finita”». Ora che lo rileggo a distanza di anni, penso sia stato proprio quel tovagliolo – non un Kleenex, non un fazzoletto, proprio un tovagliolo, magari macchiato di minestra – a farmi pensare, ci siamo. Per Ernaux la scrittura è sempre stata un mezzo per raggiungere il reale, e poco cose sono più reali di un tovagliolo sporco con il quale tamponarsi le lacrime per un marito appena morto. Quel padre lì, che si faceva fotografare con le cose di cui andava orgoglioso – il negozio, la bicicletta, la Renault 4 poi. Quella madre lì, la cui infanzia era stata «un appetito mai sazio» – anche se questo lo scrive in Una donna, dove dice anche: «Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo». Ecco, quei genitori lì erano i miei genitori. E non lo erano mai stati. Da lì in poi, l’universo Ernaux mi si è srotolato davanti e non ho mai avuto la tentazione di abbandonarlo.
È stato sempre nel Posto che mi si è svelata per la prima volta una parola comunissima eppure chiave nella scrittura di Ernaux, «vergogna», quel «timore di essere fuori posto». Di quella vergogna, così dolorosamente dissezionata fino a mostrarne il meccanismo più nascosto, sarei andata alla ricerca, come una detective delle miserie umane, in ogni suo libro: in Memoria di ragazza (sulla sua prima esperienza sessuale) c’è; in L’altra figlia (quando scopre di avere avuto una sorella morta prima che lei nascesse) c’è; in La donna gelata (dove il gelo è il matrimonio, e infatti non ha mai più voluto sposarsi, e dove scrive: «Le donne della mia vita parlavano tutte a voce alta, avevano corpi trascurati, troppo grassi o troppo scialbi, dita ruvide, volti senza un filo di belletto o altrimenti truccati in modo esagerato, vistoso, con grandi chiazza sulle guance e sulle labbra») c’è. In massimo grado c’è in L’evento, che racconta di un aborto clandestino messo poi in pellicola dalla regista Audrey Diwan, e in un altro suo libro intitolato proprio così, La vergogna: lì parla di violenza domestica, una tipologia che, se esistesse una scala Richter della vergogna, sfiorerebbe il livello massimo. Sulla vergogna, un’altra scrittrice francese, Nathalie Léger, una volta mi disse una cosa interessante: «La vergogna è sempre un’ustione ereditata, ciò che crea quel sistema di lealtà e di promesse non dette alle quali si resta incatenati. E il romanzo, la letteratura, esistono per questo, perché per confessare bisogna mentire». E se è, come è, qualcosa di ereditato, la prima vergogna è quella per la propria famiglia, il posto da dove si proviene. La prima vergogna è vergogna di classe.
Parte della motivazione dell’Accademia dice: «Con grande coraggio e acutezza clinica, Annie Ernaux ha rivelato l’agonia dell’esperienza di classe e descrivendone la vergogna, l’umiliazione, la gelosia o l’incapacità di vedere chi si è, ha realizzato qualcosa di ammirevole e duraturo». Nel saggio Scrivere è dare forma a un desiderio (Castelvecchi), rifacendosi al suo maestro, il sociologo Pierre Bourdieu, Ernaux dice che non potrebbe immaginare una forma letteraria slegata dai rapporti sociali, dove l’io di chi scrive è solo uno dei vari nodi. In una delle due interviste che ho avuto la fortuna e l’onore di farle, ha spiegato, riferendosi al 1971: «Mi resi conto che provenendo dal popolo ed essendo stata una borsista, non facevo parte dei cosiddetti “eredi” delle élite che, a scuola, riuscivano ad appropriarsi con facilità di quella che era la cultura “generale”. Questa presa di coscienza fu molto importante per me e mi spinse a scrivere il mio primo libro, Gli armadi vuoti». Poche scrittrici come Ernaux – una è di sicuro Dorothy Allison, un’altra Elena Ferrante – hanno saputo entrare con uguale affilata precisione all’interno dei rapporti di classe, eviscerarli, svergognarli, ed è significativo il fatto che Alberto Prunetti, autore dell’importante lavoro seminale sulla letteratura working class Non è un pranzo di gala (appena uscito per minimum fax), la citi come esempio di «transfuga di classe» (con Didier Eribon ed Édouard Luis) e come scrittrice con un background working class.
Dopo un lungo percorso a scandagliare in lungo e in largo quel luogo acquatico e cangiante che è la memoria personale, Ernaux ha iniziato ad annettere un tipo di patrimonio più collettivo, e lo ha fatto usando soprattutto i discorsi e le parole delle persone. Arriva a questo punto, nel 2008, Gli anni, a occupare un importante tassello all’interno di quell’ampia «autobiografia sociale», così è stata chiamata l’opera di Ernaux, di cui fa parte anche Guarda le luci, amore mio, il libro sull’Auchan dal quale sono partita, dove un ipermercato di periferia diventa osservatorio privilegiato del mondo e delle persone in un’ottica sociale e, quindi, politica. Nello stesso filone si possono leggere anche opere come Journal de dehors e La vie exterieur, che trattano «oggetti considerati indegni della lingua letteraria» come i viaggi sulla Rer, i parcheggi e, appunto, i supermercati. In Journal scrive: «Più nessuna descrizione, nessuna storia. Solo degli istanti, degli incontri. Un etno-testo». E di fronte a una materia così incandescente – la vita, le vergogne, le fatiche, le miserie –, l’unica arma di Ernaux è stata un tipo di scrittura essenziale, piatta, che mi ha spiegato così: «La mia scrittura piatta è nutrita dalle sensazioni, che restano, però, dietro le parole». Parole-schermo, dunque.
Dal posto in cui è nata, Ernaux ha cercato di fuggire come si fa dagli incendi. La sua salvezza è stata la Grande Città, Parigi e tutte le meraviglie stipate là dentro, i salotti, la bourgeoisie, le lucine, la letteratura alta. A un certo punto però, la sua strada – come quella di tanti, in realtà – ha fatto un’inversione a u, e allora la sua scelta è caduta su un posto, che potrebbe essere qualunque posto ma che si chiama Cergy, a 40 minuti con la Rer A dal centro di Parigi, e su una casa con un grande giardino sul fiume Oise. Più volte ho fantasticato su quel giardino, soprattutto da quando lei stessa me ne aveva parlato durante la nostra prima intervista.
Al telefono Annie Ernaux ha una voce di ragazza, e io mi ero molto emozionata quando avevo sentito il suo allô dall’altra parte del filo – la immaginavo, non so perché, aggrappata a una pesante cornetta di bachelite, immersa in una poltrona di velluto lisa sui braccioli, a guardare con quei suoi occhi liquidi oltre la portafinestra aperta sui salici del giardino. La voce è una delle cose che cambiano meno di noi mentre gli anni corrono, e se tutto il resto prima o poi si disfa e ci trasfigura, la voce è l’unica in grado di opporre una piccola resistenza. Quella, ho immaginato anche, era la stessa voce della giovane donna che aveva vissuto i fatti raccontati in L’evento o in Memoria di ragazza.
E così, quella ragazza scappata dalle fiamme ora ha vinto il Nobel per la Letteratura, che notizia! E si spera che questa volta saranno in pochi a dire «Ernaux chi?». Doveva essere il turno di Salman Rushdie, si mormorava, ma si sa, l’Accademia ha ragioni che la ragione non comprende e viceversa, e i fatti del mondo, soprattutto loro, hanno scarsissime chance di riuscire a intrufolarsi dietro la porta chiusa più fotografata del mondo. Ogni volta che, in questi ultimi anni, il Nobel è andato a una delle scrittrici che hanno contribuito a darmi forma – ed è successo finora quattro volte: Alice Munro, Olga Tokarczuk, Louise Glück ed Ernaux, perché quando è stato il turno di Szymborska e Aleksievic io, per eccesso di gioventù o di stoltezza, non le avevo ancora lette – mi sono sentita contenta come se un pezzettino di quella luce fosse anche mia. E di tutte, tutte quante, le altre invisibili che mi hanno preceduta e mi succederanno. Una rivincita, anzi di più, una speranza. «Un aiuto a comprendere, e sopportare, ciò che accade e ciò che facciamo», scrive la Nobel in Memoria di ragazza.
Prima di chiudere questo pezzo, nel quale, pur nella lungaggine, non sono riuscita a parlare del femminismo di Ernaux – i suoi testi sono stati paragonati, per impatto, a quelli di Simone de Beauvoir, e quando le chiesi quale fosse lo stereotipo più difficile da superare per una donna rispose «la sottomissione. Il fatto che siamo troppo gentili con gli uomini, li perdoniamo e accettiamo tutto nonostante loro non facciano altrettanto nei nostri confronti» – faccio in tempo a vedere un brevissimo video in cui si vede Annie, sciarpa e calze rosse, che attraversa con il passo cauto di una signora di 82 anni il giardino di casa sua a Cergy e raggiunge i giornalisti che le chiedono un commento sul premio. Ma lei è sopraffatta, incredula: «Non ci riesco. Sono felice, e orgogliosa. È tutto». È commossa. Commuove. E quelli, comunque, non sono salici.
(rivistastudio.com, 7 ottobre 2022)
di Chiara Cruciati
Un mese dopo l’inizio del feroce assedio dell’Isis a Kobane, nel settembre 2014, un noto marchio d’abbigliamento europeo inserì nel suo catalogo capi di vestiario femminili ispirati alle uniformi delle combattenti curde. Durò poco, le polemiche lo costrinsero a scusarsi. Quell’episodio si accompagnava all’estemporaneo interesse occidentale per le donne del nord-est della Siria, impegnate a difendere la propria società e il progetto politico del confederalismo democratico dall’attacco militare e ideologico del fanatismo islamista.
Un’attenzione superficiale, limitata ai fucili in spalla, che evaporò poco dopo e che non ha mai scavato nella teorizzazione che stava dietro a quell’impegno. Eppure la lotta curda di liberazione delle donne non è ascrivibile a un lasso di tempo o a un territorio limitato né a un frangente storico definito. È figlia di un percorso a ritroso, alle origini dell’umanità, dove rintracciare le origini del patriarcato e la millenaria impalcatura politica, sociale ed economica di dominio maschile sulle donne.
Quel percorso è raccontato da Jin, Jiyan, Azadi. La rivoluzione delle donne del Kurdistan (Tamu, pp. 448, euro 22). Realizzato dall’Istituto Andrea Wolf, nato nel 2019 e parte dell’Accademia di Jineolojî in Rojava, è stato tradotto in italiano dal comitato italiano di Jineolojî. Dalla struttura fluida, il libro – nella prospettiva di costruzione di una forma di sapere non patriarcale – conduce nelle viscere della rivoluzione attraverso le voci delle donne che l’hanno realizzata, e la stanno realizzando. Venti rivoluzionarie offrono le loro memorie, pagine di diario, lettere, racconti e riflessioni, il lavoro compiuto su se stesse, sul Pkk e la società curda per una trasformazione storica dei rapporti di genere, sociali e nazionali, potenzialmente a livello globale.
Al cuore del processo rivoluzionario sta uno dei pilastri del confederalismo democratico, teorizzato dal leader del Pkk Abdullah Öcalan e reso pratica quotidiana dalle comunità della Siria del nord-est: democrazia radicale, ecologismo e liberazione delle donne, che ne è il fulcro, il femminismo come conditio sine qua non per un nuovo modello di società, il cemento con cui costruirne la struttura, l’indispensabile creta per plasmarne la forma. Perché è possibile immaginare il ribaltamento del sistema patriarcale e l’uccisione del maschio dominante solo attraverso la liberazione delle donne, prima nazione oppressa e colonizzata del mondo dalle civiltà post-neolitiche per mano dell’embrionale sistema capitalista e del nucleo fondante l’idea di Stato: la famiglia.
Con gradi e forme diverse nelle varie epoche storiche e luoghi del pianeta, la sostituzione del matriarcato (affatto inteso come dominio femminile sul maschile, ma come società equa fondata sulla comune partecipazione alla collettività e al suo sviluppo, nel rispetto delle differenze e della natura) con il patriarcato è segnata dalla nascita delle prime classi sociali e delle gerarchie di potere (lo sciamano, il guerriero e il capo tribù, volti delle istituzioni religiose, militari e politiche). È all’interno della famiglia, con il matrimonio, che il capitalismo fonda le sue radici: è nei rapporti familiari che si realizza la primitiva appropriazione del capitale a scapito delle donne, l’imposizione del ruolo riproduttivo e di cura e il controllo della sessualità, l’annullamento della partecipazione femminile alla cosa comune.
Da queste basi teoriche, il movimento delle donne curde avvia il suo lungo e complesso viaggio. Fatto di educazione nelle carceri dello Stato turco, di studio e autocritica, di lotta al patriarcato all’interno del Pkk delle origini, di creazione delle prime forme assembleari solo femminili, di liberazione dai vincoli sociali imposti da comunità restie al ritorno delle donne al cuore dello sviluppo politico, economico e sociale. Fino alla nascita di un partito nel partito e alle prime forze di autodifesa, tra gli anni Novanta e Duemila, e alla fondazione di Jineolojî, una scienza nuova che superi il positivismo bianco, maschile e borghese e riveda lo studio della storia, l’economia, la politica, le scienze secondo criteri nuovi, plurali, femminili.
L’io narrante del libro diventa il noi, voci che incontrandosi restituiscono la forza propulsiva di un radicalismo realmente trasformativo. Che torna alle origini dell’umanità per creare – o ricreare – una società eguale, democratica e libera, dove etica ed estetica forgiano l’umanità nuova. Bella, come una donna che combatte. E come, ricorda il libro, la prima parola coniata per nominare la libertà: in lingua sumera amargi, introdotta dopo l’imposizione del potere maschile e gerarchico, è composta da due simboli, «ritorno» e «madre». Il ritorno alla madre, all’assenza di dominio, violenza e guerra.
di Stefania Tarantino
È appena uscita per la casa editrice Mimesis, nella collana «Minima/Volti», una nuova traduzione dello scritto di Hannah Arendt su Rosa Luxemburg (pp. 138, euro 10). Si tratta di una recensione che Arendt scrisse in occasione della pubblicazione della biografia in due volumi di Peter J. Nettl dedicata a Luxemburg nel 1966 e poi inserita come «ritratto» nel libro del 1968 Man in Dark Times. Sotto l’attenta e rigorosa cura di Rosalia Peluso che, oltre alla traduzione ne firma anche la postfazione, emerge quanto e come il pensiero rivoluzionario di Rosa Luxemburg sia stato un faro per le riflessioni di Hannah Arendt sullo spirito tradito della rivoluzione, sul totalitarismo, sull’imperialismo e sul senso sorgivo dell’azione politica. Il rispecchiamento in questa donna così ostracizzata, marginalizzata ma anche per certi versi mitizzata e strumentalizzata, porta Hannah Arendt a riconoscere come un colpo di genio la biografia di Nettl perché riesce a sottrarla a tutte quelle leggende costruite intorno alla sua figura per restituirla alla piena realtà della sua vita storica. Ma non solo.
Il primo elemento che in apertura di questo scritto Arendt valorizza è il fatto che, seppur rientrando nel genere storiografico della «biografia definitiva» atta a celebrare i personaggi «vincenti» della storia, lo sfondo su cui si dipana la trama della narrazione non è la storia dei vincitori ma la completa unità di vita e mondo. Un’unità che, in Rosa Luxemburg, vive sotto il segno di un fallimento e di una sconfitta umana e storica senza precedenti. Alla «donna sbagliata» cui si attribuiscono ontologicamente errori e sentimentalismi di varia e sospetta natura, all’accusa reiterata di una scarsa scientificità delle sue analisi, alla costruzione postuma e distorta del «luxemburghismo», il merito di Nettl è quello di aver saputo sbarazzarsi dei pregiudizi che pesavano sulla sua figura e restituire, in maniera obiettiva quanto appassionata, la «verità» relativa al più importante e originale contributo di Rosa Luxemburg che riguarda in primo luogo la teoria e l’azione politica. Ciò comporta un primo passo per riscoprire la sua autentica dimensione di scienziata della politica e per riconoscere come un elemento di grande valore quella «virilità» che lei era costretta a rivendicare per sé per avere diritto di parola nel contesto tutto maschile del socialismo tedesco. Tale rivendicazione la tenne lontana, purtroppo, dalle battaglie delle suffragette per l’emancipazione femminile che per lei rappresentava solo una piccola parte del problema più generale dell’emancipazione dell’umanità nel suo complesso.
Come giustamente nota la curatrice, la stessa ansia di giustizia che animava Rosa Luxemburg si ritrova in Hannah Arendt, la quale, seppur non aderendo al movimento femminista, ha dedicato a donne esemplari dei ritratti di grande forza e intensità e, inoltre, ha dimostrato nel corso degli anni di influenzarlo notevolmente attraverso le fondamentali categorie della sua teoria politica, a partire da quella della pluralità e della natalità. Hannah Arendt riconosce il fatto che l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht il 15 gennaio del 1919 sia stato un punto di non ritorno non solo per la sinistra tedesca ma per tutta la sinistra europea. Il tradimento dello spirito rivoluzionario, il suo «tesoro perduto», è tutto dentro la storia di questa donna il cui insuccesso può essere ascrivibile al fallimento stesso della rivoluzione.
Arendt pone questo interrogativo: che volto avrebbe avuto la storia europea se in essa avessero trionfato la vita e l’opera di Rosa Luxemburg? Il rifiuto da parte di Rosa di un’adesione cieca e acritica alla teoria marxista e alla politica bolscevica, la rende, suo malgrado, un outsider a prescindere dal fatto che fosse donna e, in aggiunta, un’ebrea non tedesca. Prova ne è la sottovalutazione totale della sua grande opera L’accumulazione del capitale (1913) che Arendt, al contrario, considera uno dei più lucidi lavori sulle origini economiche dell’imperialismo. Nel suo contraddire i principi astratti della dialettica hegeliana e marxiana, Rosa Luxemburg descrive fedelmente il processo di riproduzione capitalistico inserendo tra la tesi e l’antitesi un terzo fattore. L’accumulazione si crea per l’esistenza necessaria di strati o paesi non capitalistici. Se nell’idea di Marx la società era organizzata secondo uno schema astratto che postulava da una parte i capitalisti e dall’altro i proletari, il processo di accumulazione rimaneva senza una fondata risposta. Il terzo fattore ipotizzato dalla Luxemburg spiega coerentemente il processo capitalistico in virtù del quale si accumula capitale sfruttando i mercati non capitalistici. Ora, questo meccanismo è, secondo Luxemburg, alle origini dell’imperialismo.
Come nota Arendt, nella seconda parte de Le origini del totalitarismo, l’imperialismo è innanzitutto un fenomeno economico che nasce dal contrasto che si crea tra i limiti spaziali dello Stato nazionale e l’inesauribile volontà di espansione del capitale. Ma ci sono anche altri motivi teorici per cui Luxemburg ha subito un destino di denigrazione. Il principale è il giudizio che lei ha espresso sulle contraddizioni che emergevano nella rivoluzione bolscevica e che riguardava in modo particolare la questione della libertà: la libertà, diceva Luxemburg, è sempre la libertà di chi pensa diversamente e il suo esercizio plurale è condizione stessa dell’azione politica. Le misure di restrizione della libertà messe in atto dai bolscevichi andavano in tutt’altra direzione. Un altro elemento che Luxemburg esprimeva nelle sue analisi e che è stato lungamente frainteso e su cui Arendt si sofferma riguarda la spontaneità dell’azione politica. Per entrambe spontaneità significa libertà e non ha nulla a che fare con quelle forme di spontaneismo o di improvvisazione che sono divenute le pratiche politiche del nostro tempo.
Quando Rosa Luxemburg dice che la rivoluzione non si fa ma si intercetta, non sta criticando la funzione dell’organizzazione nel processo rivoluzionario, ma sta elaborando un criterio al quale avrebbero dovuto attenersi i cosiddetti rivoluzionari di professione nel seguire il flusso degli eventi senza determinarli aprioristicamente. Da questo pensiero possiamo escludere che la storia abbia un volto evenemenziale e messianico al tempo stesso: la storia è, come diceva anche Hannah Arendt, fatta dai liberi e spontanei atti di volontà umana. Nella sua interpretazione sono state le contingenze del mondo a spingere Rosa Luxemburg a prendere parte all’azione rivoluzionaria. Se lo stato degli affari umani non avesse offeso il suo senso di giustizia e di libertà avrebbe potuto occuparsi di tutt’altro: aveva un talento talmente versatile che la spingeva verso la storia, l’economia, le scienze e la natura. Anche questa sua attitudine naturalistica è stata a lungo oggetto di derisione.
Scambiata per una romantica e ingenua amante della natura, Luxemburg aveva invece un’idea drammatica di natura: in essa vedeva quella stessa oppressione che i suoi compagni di partito leggevano soltanto nella storia umana. Questa capacità di saper scorgere l’ingiustizia in ogni manifestazione della vita è, secondo Arendt, una delle eredità che veniva dall’appartenenza di Luxemburg al «gruppo di pari», ebrei assimilati provenienti dall’est Europa, in particolare dalla Polonia e dalla Lituania. Come scrive Nettl nella sua biografia, questo gruppo di pari e di paria aveva degli elevati standard morali, aveva un ethos condiviso che avrebbe dovuto guidare l’azione politica. Questa piccola comunità rappresentava per Arendt l’autentica promessa dello spirito rivoluzionario del XX secolo.
Che cosa rimane oggi di Rosa Luxemburg? Tramontate le velleità di emancipazione, liberazione, ispirate dai principi del socialismo, rimane una concezione molto ampia del concetto di vita e di vivente dove le «lacrime umane» stanno insieme alle nuvole, agli uccelli, alle piante. Significativa la chiusura della lettura arendtiana, quando spera che a Rosa Luxemburg venga riconosciuto prima o poi il posto che le spetta nella storia della politica occidentale. E significativa è anche la chiusura della postfazione in cui si riprende l’epitaffio che Luxemburg aveva inviato alla sua segretaria, Mathilde Jacob, in cui scriveva che come le cinciallegre da lei tanto amate, anche lei confidava, dopo un lungo e solitario inverno nella «primavera che viene».
(il manifesto, 2 ottobre 2022)
di redazione sito Libreria
Al Festivaletteratura di Mantova, il 9 settembre 2022 Giordana Masotto e Luisa Pogliana hanno parlato in una sala affollata e partecipe di Vita e lavoro: cambio di scena. A partire da due libri appena usciti: Dalla servitù alla libertà. Vita lavoro politica per il XXI secolo, del Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano, a cura di Giordana Masotto (Moretti&Vitali), e Una sorprendente genealogia. L’autorità femminile nel management dall’800 a oggi, di Luisa Pogliana (Guerini Next). Pensieri, pratiche ed esperienze per dare forza, idee e radicamento a chi vuole cambiare il lavoro a partire dal nesso vita/lavoro. La scommessa chiave dell’oggi, aperta a donne e uomini che vogliono ritrovare senso e libertà in tutto il loro tempo. Quando le donne prendono pubblicamente la parola a partire da sé e dalla propria esperienza di vita/lavoro diventano soggetti di un processo di cambiamento che riguarda tutti e tutte.
Guarda e ascolta l’incontro (30 minuti): https://youtu.be/LZVAR4flAyc
(YouTube, 9 settembre 2022)
di Angelo Mastrandrea
Compie 60 anni il libro Silent Spring (Primavera Silenziosa) di Rachel Carson ritenuto il manifesto del movimento ambientalista mondiale. Pubblicato nel settembre del 1962 negli Stati Uniti previde con forte anticipo sui tempi gli effetti sull’uomo e la natura degli insetticidi utilizzati in agricoltura. Tanto fu il clamore intorno al libro che anni dopo la pubblicazione venne vietato l’impiego del DDT in agricoltura e vennero emanati una serie di provvedimenti legislativi in materia di tutela ambientale. «L’idea centrale di Silent Spring, ovvero che gli esseri umani siano parte di un delicato e complesso ecosistema, implicava un radicale mutamento culturale, un rovesciamento completo del pensiero, ancora oggi dominante, che pone gli umani al di fuori e al di sopra della natura e dà loro il diritto di sfruttarla, manipolarla, dominarla», afferma Bruna Bianchi, professoressa di Storia delle donne e del pensiero politico contemporaneo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ora in pensione. «E il pensiero di Carson è rivoluzionario. Nel 1990 Grace Paley, scrittrice e attivista contro il nucleare, ha affermato: Rachel Carson pensava che era necessario amare la natura per poterla comprendere. Non era sentimentalismo. Sapeva che era pericoloso acquisire una conoscenza senza quell’amore. Ci ha insegnato che la vita di un insetto non può essere annientata senza uccidere gli uccelli canori. E che la voce di un uccello canoro non può essere ridotta al silenzio senza avvelenare un bambino. «Se coglieremo a fondo questo messaggio – continua Bianchi – forse potremo arrestare il processo distruttivo che sta devastando il mondo».
Bianchi, è corretto dire che Carson è stata la madre dell’ambientalismo contemporaneo?
La frase, che può suonare enfatica, dà rilievo all’influenza di una donna di scienza e una letterata che ha ispirato generazioni di attivisti, ha avuto un ruolo fondamentale nella presa di coscienza di un vasto pubblico della crisi ambientale, ha indicato un modo diverso di percepire e studiare la natura e di concepire la scienza».
Lei ha scritto che «una donna con una formazione scientifica accusava la scienza di aver imboccato una strada che conduceva alla distruzione della vita, che considerava la natura come ostile…». Su quali argomentazioni si basava Carson?
La critica di Carson si rivolge al concetto di natura statica, alla concezione rigida causa/effetto che non tiene conto della dinamicità dell’ambiente, della continua e complessa interrelazione di forze fisiche, chimiche e biologiche. La chiara illustrazione del principio ecologico dell’interconnessione offriva a lettori e lettrici gli strumenti per opporsi alla direzione imboccata dalla scienza che Carson interpretava come un arresto nell’evoluzione della conoscenza. Silent Spring terminava con queste parole: «Il controllo della natura è una frase concepita nell’arroganza, nata dall’età di Neanderthal della biologia e della filosofia, quando si credeva che la natura esistesse per l’utilità degli esseri umani. È per noi una sfortuna allarmante che una scienza ancora così primitiva si sia dotata delle più moderne e terribili armi e che nel rivolgerle contro gli insetti le ha rivolte anche contro la terra».
Nel 1962 il libro fu osteggiato negli Stati Uniti da molti scienziati…
Questo accadde perché criticava l’economia e il diritto indiscusso «di guadagnare un dollaro a qualsiasi costo» e perché la sua visione ledeva gli interessi degli scienziati strettamente legati all’industria chimica. Inoltre, criticando dalle fondamenta il sapere scientifico, metteva in discussione la figura dello scienziato, «isolato come sacerdote nel suo laboratorio», detentore di una verità impartita dall’alto e indiscutibile. Scrisse nel 1952: «Questo non è vero. Non può essere vero. La materia della scienza è la materia della vita stessa. La scienza è parte della realtà del vivere».
Nel giudizio degli scienziati di quel tempo pesò il fatto che era una donna?
Il dibattito che seguì alla pubblicazione di Silent Spring assunse forti connotazioni di genere e il libro fu attaccato violentemente attraverso l’autrice: negli interventi di autorità politiche e di esponenti dell’industria chimica, nelle vignette apparse sulla stampa, Carson è stata descritta come una zitella emotiva, irrazionale, regressiva, dedita al culto dell’equilibrio della natura. Una donna inutile, perché non sposata e senza figli, che si occupava di cose inutili come gli uccelli, osava sfidare gli uomini di scienza e con essi la razionalità, l’oggettività, il progresso.
Come fu accolto il libro in Italia?
Manca ancora uno studio sulla ricezione di Silent Spring, che apparve in traduzione italiana nel maggio del 1963. L’opera è stata costantemente menzionata nelle sintesi del pensiero e del movimento ecologista, è stata messa in rilievo la sua denuncia dell’uso indiscriminato dei pesticidi, ma non mi pare sia stata analizzata a fondo. Nel 2012, il cinquantesimo di Silent Spring in Italia è passato quasi inosservato. Inoltre, non è stata fatta una lettura integrata con il complesso dei suoi scritti.
In effetti non era la prima pubblicazione di Carson sui temi ambientali…
Al mare Carson dedicò tre opere scientifiche e di grande valore letterario: Under the Sea-Wind del 1941; The Sea Around Us del 1951 e The Edge of the Sea del 1955. In esse lettori e lettrici sono invitati/e a superare il confine tra il mondo umano e naturale, tra mondo terrestre e marino, a pensarli dalla prospettiva delle creature che lo abitano. Nel Mare intorno a noi, una vera e propria biografia del mare, ha anticipato le critiche al paradigma scientifico. Nel 1956 apparve un articolo dal titolo Help Your Child to Wonder, un manifesto pedagogico e letterario sull’esperienza dell’infanzia nella natura che Carson, dopo la pubblicazione di Silent Spring, avrebbe voluto ampliare. Verso la fine della vita era più che mai convinta che il senso della meraviglia, se coltivato fin dall’infanzia, avrebbe favorito quel rispetto che non avrebbe tollerato la distruzione.
Il suo impegno non era rivolto anche all’emancipazione delle donne…
Carson non si definiva femminista, eppure, con il suo modo di intendere la scienza sfidò le divisioni gerarchiche, l’idea che l’oggettività e il distacco fossero superiori alla soggettività e all’emozione, che la sfera pubblica fosse più importante di quella privata, che gli uomini fossero superiori alle donne. Nei suoi scritti mise in discussione le ideologie dell’oppressione ed esercitò una rilevante influenza su scienziate, movimenti femminili e donne comuni. Un forte messaggio di liberazione ci viene anche dalla sua stessa vita: una donna che manteneva la sua famiglia, che non permise mai al sessismo di condizionare il suo agire, determinata ad affermare il diritto di essere ascoltata e che riuscì a dimostrare che le sue idee erano importanti e meritavano attenzione.
Chi è l’erede di Rachel Carson?
Tra coloro che hanno raccolto l’eredità di Carson, ricordo Rosalie Bertell, scienziata scomparsa nel 2012, ma che è oggi un punto di riferimento importante. La sua opera, No Immediate Danger del 1985, è considerata la continuazione di Silent Spring. Al «forte grido di battaglia» lanciato da Carson contro i pesticidi, Bertell univa il suo grido contro le radiazioni. Come Carson sfidò la nozione di oggettività scientifica, accusò di arroganza la scienza moderna che legittimava l’introduzione nell’ambiente naturale di sostanze tossiche prima di averne verificato la pericolosità. Il suo ultimo libro Pianeta terra. L’ultima arma di guerra, pubblicato nel 2000 e aggiornato al 2010, in cui affronta la questione della geoingegneria, ha la stessa forza di denuncia del libro di Carson, esprime lo stesso senso di urgenza e rivolge lo stesso appello alla democrazia, al diritto di cittadini e cittadine di essere informati/e sulle attività che distruggono il pianeta.
(Extraterrestre – il manifesto, 29 settembre 2022)
di Angelo Mastrandrea
Un racconto corale su come è cambiato ai nostri giorni il ruolo delle donne in agricoltura è ciò che emerge dal libro di Laura Castellani, Contadine si diventa, Donne in agricoltura, uscito per VandA edizioni. Tra il 2018 e il 2019 l’autrice ha effettuato 35 interviste a contadine al di sotto dei 40 anni e dopo averne pubblicati alcuni stralci sulla pagina Facebook Essere Contadine, storie di giovani donne in agricoltura, ha raccolto nel volume le riflessioni che l’hanno accompagnata «in questo percorso di ricerca e relazioni tra donne», come ha spiegato.
L’universo agricolo italiano visto attraverso lo sguardo in prima persona delle protagoniste mostra con la forza dell’esperienza e delle storie reali i lati di un mondo dai tratti arcaici, anche se profondamente cambiato, giacché ancora disseminato di pregiudizi. Castellani, sociologa e ricercatrice indipendente, ci guida con la sua analisi lucida e mai ideologica, alla scoperta dei dettagli di questa fotografia, in cui si delineano le difficoltà di chi ha scelto una vita non facile al di fuori dagli agi cittadini, che però cova in sé anche un grande potenziale di cambiamento.
«Ho raccolto storie di progetti agricoli e di vita che non sono sempre andati a buon fine, ma in ogni donna c’è e c’è stata la voglia e la determinazione di rialzarsi e di andare avanti, cambiando strada e mettendo in discussione la propria idea iniziale, qualora risultasse non percorribile. La terra dunque, che tradizionalmente si configurava come causa di controllo e oppressione della donna, diventa oggi contesto di autorealizzazione per tutte le intervistate», scrive l’autrice.
In un momento in cui l’agricoltura mostra la sua volontà di ritornare a metodi più rispettosi dell’ambiente, lo spazio agricolo diviene per le donne luogo di autodeterminazione, dove confluiscono capacità e aspirazioni in un progetto che è al tempo stesso di lavoro e di vita. «Questo libro è nato anche per lasciare traccia di un cambiamento che sta avvenendo, nella famiglia mezzadrile la donna era pressoché invisibile, aveva ruoli determinati e circoscritti all’interno della gerarchia famigliare, che prevedevano più che altro la cura del focolare domestico, mentre il lavoro nei campi le riguardava solo in certi periodi, come quello della fienagione o della raccolta del grano. Oggi le cose sono molto diverse e le donne hanno un ruolo di primo piano nel contesto agricolo».
Dalle testimonianze prende forma la figura della contadina multitasking, che si occupa della vendita, dell’osteria, ma anche dei campi, sfatando lo stereotipo tutto attuale con il quale si vorrebbe di nuovo incasellare le donne nei soli ambiti dell’agricoltura sociale o didattica, che c’è, ma unita alla volontà di gestire l’intero contesto, compresi i mezzi di produzione. È proprio lì che si annidano ancora i pregiudizi più limitanti verso alcune delle attività che si svolgono in campagna, come emerge dal racconto di Barbara, giovane agricoltrice, mentre parla della sua esperienza alla guida del trattore: «Papà è contento, nonostante ci siano delle persone che non danno un soldo di fiducia a una donna che porta il trattore e dicono che è pericoloso, soprattutto per una donna. Non vedo dove sia il problema, nel senso che c’è pericolo sia per l’uomo che per la donna».
O in quello di Denise, che racconta di quando è andata ad acquistare il mezzo e si è sentita presa in giro dal rivenditore: «Sto sopra al trattore dieci ore al giorno e quindi qualcosa so, per fortuna, ma se fosse stata un’altra magari sarebbe andata diversamente». La capacità di svolgere diverse mansioni risponde a quella concezione integrata dell’agricoltura che è tipica dello sguardo d’insieme che aveva un tempo il/la contadina, che permetteva di lavorare con le consociazioni e in continuità con i cicli lunari, in quella dimensione magica che è una delle perdite più ingenti seguite alla disgregazione portata dall’agricoltura industriale.
Ma è nel recuperare questo eclettismo che è possibile affrancarsi dall’idea che esso implichi una conoscenza di minore qualità. «Dalle interviste è emersa la voglia delle donne di formarsi, di diventare esperte, spesso partendo come autodidatte, ma senza paura di mettersi in discussione e di tenere in considerazione i tanti fattori che permettono poi ad un’azienda di continuare ad esistere. Che si tratti di investimenti o di canali di vendita, le contadine hanno dimostrato di avere una grande forza e determinazione nel voler raggiungere il proprio obiettivo», racconta ancora Laura Castellani. «Oggi spesso le contadine, che siano agricoltrici, erboriste o casare, sono coloro che si occupano della vendita diretta dei prodotti, rappresentando il volto dell’azienda e riflettendo un dato importante in discontinuità col passato della famiglia tradizionale agricola, in cui c’era solo la dimensione privata, mentre quella relazionale pubblica non esisteva». Nelle vite delle intervistate, che lavorano tutte in aziende piccole o medie e hanno scelto di coltivare in maniera sostenibile secondo una visione di agricoltura quanto più possibile naturale, la voglia di cambiamento personale si mescola alla volontà di prendersi cura anche del territorio in cui si agisce, rivelando quanto le donne possano essere motore propulsore del cambiamento e fautrici di una visione innovativa che guarda al benessere della comunità.
(Extraterrestre – il manifesto, 22 settembre 2022)
di Luciana Castellina
Sono contenta che nella giornata in cui ricorre il triste secondo anniversario della scomparsa di Rossana venga presentato, alla casa delle donne di Roma, il libro* curato da Gabriele Polo e edito dalla casa editrice della Cgil Futura (e questo è già qualcosa che sottolinea la costante attenzione che Rossana ha sempre avuto per il sindacato e la classe operaia). Perché, come dice il titolo, tratta dei due movimenti storici che sono stati la sostanza della sua vita, il comunismo e, come risultato di un’esperienza più tardiva – il femminismo.
Che rapporto c’è fra i due e, anzi, domanda più grossa sottesa: è possibile avere un partito in comune?
Per approdare a un pensiero ricomposto credo si debba partire da una ricognizione sul femminismo, il più nuovo dei due movimenti, e quello che, a partire dagli anni ’70, ha più lavorato su sé stesso (cosa, ahimè, che non ha colpevolmente fatto quello comunista), tanto da esser oggi denominato «il nuovo femminismo». È su questo che Rossana si è molto interrogata negli ultimi anni, tant’è vero che le tante iniziative che si sono tenute dopo la sua morte si sono quasi tutte fatte su questo argomento (tanto da costringermi ogni volta a ricordare che Rossana è stata anche, e direi soprattutto, una militante comunista a tutto tondo, nella versione Pci e in quella Manifesto e Pdup.
Fu lei a svolgere la relazione al congresso del Pdup per il comunismo tenuto a Bologna nel ’76, il primo che sancì la nascita del nuovo partito nato dall’unificazione fra il «nostro movimento organizzato» e quello cui avevano dato vita Vittorio Foa e quanti come lui non avevano voluto seguire il loro partito, il Psiup, quando decise, dopo la sconfitta elettorale del ’72 (non presero il quorum) di entrare nel Pci.
Rossana ha insistito sempre sull’importanza del concetto base del nuovo femminismo: che le donne devono scoprire innanzitutto chi sono, e si tratta di un lavoro lungo tutta la vita, perché hanno finito per soccombere ad una identità che non sono state loro a disegnare, ma che è stata cucita loro addosso dai maschi. I famosi «gruppi di autocoscienza», che si moltiplicarono nella seconda metà degli anni ’70 e che noi della vecchia generazione stentammo inizialmente a capire, proprio a questo interrogativo, che non si erano mai poste, avevano cominciato a rispondere: chi siamo.
Risposta difficile perché le donne sono rimaste impigliate nel grande storico imbroglio del pensiero cd. neutrale, su cui è costruito il nostro intero sistema sociale giuridico politico, che fa riferimento a un cittadino neutro, che è però tutto disegnato sull’identità maschile. L’ineguaglianza ha qui la sua base.
Si tratta dunque di fare una rivoluzione, che è però ben diversa da quella invocata dal comunismo che vorrebbe sopprimere i padroni, mentre le donne i maschi li amano. E per loro è vitale – ecco il problema – prevedere anche una ricomposizione. E dunque cominciare non solo a costruire l’identità femminile ma anche di ricostruire, dopo averla smantellata, una nuova identità maschile.
Un’operazione che ovviamente spetta ai maschi, che è ora che comincino a lavorarci, ma cui le donne non possono rimanere estranee. Per il femminismo è un passo importantissimo perché si tratta di passare dall’essere movimento di parte ad essere protagoniste della rivoluzione universale.
Non è facile nemmeno per il comunismo, perché deve riconoscere il suo esser di parte, e per cambiare deve cominciare a considerare sé stesso come forza per ora mutilata, transitoria, aperta al dubbio, impegnata fino in fondo in una propria nuova rivoluzione.
E perciò occorre rimandare per ora la nascita di un partito in comune? Forse si può anche collaborare – in parte si sta cominciando a farlo – ma la condizione è che ognuno sia consapevole della propria parzialità. Un’operazione molto più difficile per i maschi, perché un conto è mirare a una conquista, un altro prepararsi a una rinuncia.
Il libro di Rossana che in questo anniversario consigliamo a tutte/i di leggere aiuta a procedere in questa ricerca perché non è assertivo, esplicita i propri dubbi, sollecita risposte. Lo proponiamo anche perché testimonia di un tratto forte della personalità di Rossana: il peso che ha sempre dato al pensiero degli altri, perché degli altri è restata sempre curiosa, non è mai caduta nell’autoreferenzialismo così comune fra gli intellettuali. Non a caso era comunista.
Poiché siamo alla vigilia di un voto e, contrariamente a come di solito è accaduto, non siamo più certi di quale sarà la scelta di compagni con cui pure abbiamo condiviso la storia, mi sono chiesta quale scheda avrebbe messo nell’urna Rossana.
Di certo so che una ne avrebbe messa, non si sarebbe astenuta per nessuna ragione, anche in un momento come questo che suscita una simile tentazione. E avrebbe scelto un partito che abbia attenzione alla soggettività di ciascuna/o iscritto, e dunque alla sua crescita come protagonista diretto e non solo veicolante la parola di un leader. E per questo mai populista – tendenza oggi sempre più diffusa. E però nemmeno elitario. Un dato raro, che faceva dire con ironia a Togliatti che il Pci era anomalo come quello strano animale che si chiama giraffa.
Di partiti detti di sinistra oggi ce ne sono molti, di giraffe nessuna. Penso che Rossana, con saggio ma lungimirante realismo, avrebbe scelto chi meglio conserva la memoria, alternativa ma al contempo unitaria, e l’impronta della nostra storia comunista.
(*) Un secolo, due movimenti. Comunismo e femminismo, tracce di una vita, ed. Futura, pp. 96, € 13,00
(il manifesto, 20 settembre 2022)
di Franca Fortunato
La storia delle donne è fatta da tante vite “oscure”, “sconosciute”, come le chiama Virginia Woolf, fino a quando qualcuna/o dal buio del tempo, che tutto rimuove e conserva, non le riporta alla luce. È quello che ha fatto Emilio Grimaldi con il suo ultimo romanzo, Una rosa per Teresina (Officine Editoriali da Cleto, 2022), liberamente ispirato alla storia vera di una donna calabrese, portata via alla sua creatura e rinchiusa in manicomio. Il libro è nato grazie al nipote di Teresina che negli anni ha raccolto «notizie, documenti, visitato archivi storici» e ha consegnato tutto all’autore perché scrivesse la storia della nonna, del nonno e di sua madre Iolanda, la quale ha ignorato la vicenda di sua madre fino all’età di settant’anni. «Quanto stupore e quanta rabbia – scrive il nipote – abbiamo provato nel leggere la cartella clinica di nonna Teresina!». Il libro, in un intreccio storico della Calabria e dell’Italia tra fine Ottocento e primi anni del Novecento, ricostruisce la storia di Teresina Lucà e di Eugenio Gimigliano, suo compagno di vita, appartenente ad una delle famiglie più ricche e nobili di Belcastro. Lei giovane donna dagli «occhi verdi come il mare» viene da una famiglia benestante di Petilia Policastro. Resta incinta quando ancora non è sposata e non lo sarà in seguito, conviveranno con l’approvazione delle rispettive famiglie. Teresina segue il suo compagno e padre dell’unica sua figlia, Iolanda, nei vari trasferimenti come cancelliere tra la Pretura di Catanzaro, Petilia e Gasperina, fino a quando, in piena Prima guerra mondiale, ancora giovane, egli si ammala e muore. È con la vedovanza che Teresina, come tante altre infelici che incontrerà nel manicomio di Girifalco, avrà la sventura di sperimentare la psichiatria di allora, divenuta strumento di controllo da parte degli uomini del corpo e della vita delle donne. Garante di un “ordine sociale” che espelle, internandoli nei manicomi, donne e uomini che non rientrano pienamente nella “norma”. Non è una donna “normale”, anzi fa scandalo, una vedova sola con una figlia piccola che porta il suo cognome e non quello del padre; fa scandalo una donna che ha scelto di vivere in un hotel, che veste elegante, che vive con i soldi che le ha lasciato il suo compagno, che lascia il lavoro in una sartoria perché non vuole «cucire divise per la guerra». Dicerie, invidie, malelingue la denunciano ai tutori della “morale” e lei, incredula e ignara, si ritrova rinchiusa in manicomio per «indebolimento mentale». Invano grida di stare bene e di volere solo tornare da sua figlia, che ha affidato a un parente. Non viene ascoltata, non viene creduta da chi – medici, sindaci, direttori dei manicomi, prefetti – ha il potere di chiuderla in manicomio sostenuti da pseudo-teorie psichiatriche lombrosiane intrise di pregiudizi, sessismo e odio verso le donne. Uscirà dal manicomio quattro anni dopo chiusa in una bara, morta col nome della figlia sulle labbra. Aveva solo quarantun anni. Una storia triste, una verità tragica, e una figlia che era cresciuta pensando che la madre l’avesse abbandonata e il padre non riconosciuta. La storia, nonostante tutto, ha un lieto fine. Certo Teresina non potrà mai avere indietro la sua vita, la verità non può cancellare l’ingiustizia subita, il dolore inflitto a lei e alla figlia, ma resta la consolazione di una figlia che ha potuto ricongiungersi alla madre e riconoscersi in quel padre che morendo non si era dimenticata di lei. Una rosa per Teresina «non è un libro che chiede giustizia» ma fa giustizia, rende giustizia alla verità, a una donna, a una madre sottratta alla propria figlia.
(Il Quotidiano del Sud, 17 settembre 2022)
di Luciana Tavernini
Incontriamo María Milagros Rivera Garretas in occasione della traduzione del suo libro Il piacere femminile è clitorideo. L’autrice, docente emerita dell’Università di Barcellona, vi ha fondato con altre nel 1982 Duoda – Centro di ricerca di donne e, nel 2021 a Cáceres, Dhuoda • Amor • Sentir • Mujeres • Placer • Mística • Naturaleza • Seguir naciendo. Svolge un costante lavoro di scambio tra femministe della differenza italiane e spagnole. Ha tradotto con Ana Mañeru Mendez tutte le poesie di Emily Dickinson, di cui ha scritto una biografia per giovani.
La scrittura del tuo libro è trascinante come l’acqua di un torrente e conduce in un percorso inaspettato, a volte a spirale. Riconnetti, anche attraverso l’etimologia delle parole, la ricchezza delle tue conoscenze di storia, arte, letteratura, mitologia, filosofia, medicina, senza che l’erudizione sia esibita. Ho avuto la sensazione di accompagnarti mentre procedevi nelle tue scoperte e, rileggendo, trovavo sempre qualcosa di nuovo. È un libro da studiare, soprattutto in gruppo, per la molteplicità degli aspetti proposti.
Come è nato questo tuo modo di scrivere, che chiami “l’intelligenza, l’intendimento e metodo della lingua materna”?
La scrittura ha trascinato anche me. Prima di scrivere non ho letto testi particolari, non ho cercato documenti, non ho stabilito percorsi e collegamenti, non ho costruito un indice provvisorio. Ho lavorato su quello che mi veniva in mente, seguendo il filo del pensiero come si andava dipanando. Poi ho controllato le fonti e i dati perché, essendo storica del Medioevo, non potevo prescinderne. La scrittura stessa ha trasformato me e mi ha trasportato: transport è un’espressione che Emily Dickinson usa nella sua poesia per riferirsi all’orgasmo clitorideo. Le parole che sentiamo vere, quelle che danno piacere, hanno la capacità di trasportare anche te nella scrittura perché ti guidano e ti portano, ti danno l’orgasmo della parola giusta.
Il momento più importante per me è stato quando ho trovato il filo del primo paragrafo, quello più importante in un libro. Lì mi è venuta l’espressione equivocarse de orgasmo. Sbagliare orgasmo è quello che è successo a me. Certo, il piacere femminile lo conoscevo bene, ma negli anni ’70 non riuscivo a mettere in connessione il piacere che io avevo sempre sperimentato con quello che mi si diceva essere il piacere della vita adulta che chiamano sessualità.
Una volta capita questa espressione mi è venuto da ridere, mi sono rivista giovane leggere Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale: le donne di allora non volevano di nuovo essere divise. Quello che proponeva Carla Lonzi sembrava una falsa alternativa.
La mia è scrittura dell’esperienza ispirata dal piacere per questo è una scrittura trascinante.
Da che cosa hai dovuto liberarti e che relazioni ti hanno aiutato a scrivere il libro?
Mi sono dovuta liberare dalla violenza ermeneutica universitaria. Io sono ‘universitaria’ dalla nascita, nella mia famiglia – padre, madre, zie e loro antenati – si è sempre parlato di università come di una cosa vicina, interessante e importante. Sapevo che soffrivo di qualcosa che era lì ma non dipendeva da me. Ho preso coscienza molto tardi della differenza che c’è tra il piacere di conoscere, di vivere, di scrivere, e invece imparare il sapere maschile come piacere universale, adatto anche per le donne. Nel 2019, quando ho scritto la biografia Sor Juana Inés de la Cruz. Mujeres que no son de este mundo, il nodo si è sciolto in me: ero sottomessa a una violenza grande che poteva essere nominata. Ho legato la violenza ermeneutica universitaria alla difficoltà di sentire piacere incontrata nelle università in diversi paesi e in molti anni.
La prima volta che ne ho parlato in pubblico è stata con un gruppo di professori e professoresse dell’Università di Barcellona. Io parlavo con paura, tentennando perché era il luogo più difficile: invece ha funzionato.
In questo percorso mi hanno accompagnato la memoria, i ricordi, la presenza – non più viva, ma vivente in me – di mia madre. Ho avuto un bel rapporto con lei da bambina e da adolescente, poi non più per molti anni, in cui si sono alternati momenti di distanza e di vicinanza. Ci assomigliamo moltissimo. Lei insegnava con la lingua materna greco classico nei licei e, prima della guerra civile, all’università. Scrivendo questo libro, attraverso i ricordi di gesti e insegnamenti di lei, ho capito cose che allora non capivo bene.
Mi ha aiutato molto anche la relazione con Barbara Verzini, che stava scrivendo La madre nel mare. L’enigma di Tiamat. Non sapevamo ancora della pandemia ed è iniziata una relazione settimanale telefonica che persiste ancor oggi. È una grazia. Non abbiamo come per il libro né indice, né ordine del giorno, né obiettivi. È una condivisione come facciamo noi donne nella pratica delle relazioni.
Il piacere femminile è clitorideo è un titolo forte che alcune hanno sentito disturbante come se volesse riprendere una questione, partita dalle riflessioni di Carla Lonzi cinquant’anni fa e quindi data per conclusa. Alcune lo hanno sentito come impudico e provocatorio, soprattutto quelle che si ‘confondono di orgasmo’ fino a sentire quasi un rifiuto a leggere il libro, come ci hanno riferito in un gruppo di discussione. Altre l’hanno sentito come un’affermazione liberante.
A noi sembra che tu ci faccia fare un passo avanti. Che cosa c’è di diverso rispetto a Carla Lonzi e perché hai voluto questo titolo?
L’ho voluto fortemente perché non ho mai dimenticato Carla Lonzi. Il libro parte da lei e dalla mia esperienza del suo scritto, ma non parla di lei. Ho letto La donna clitoridea e la donna vaginale nel 1972 e ha prodotto in me un impatto fortissimo ma non sono riuscita in quel momento ad arrivare fino in fondo. Il piacere femminile è clitorideo è diverso perché non è un libro di teoria, di filosofia e neppure di politica. Il libro non fa pensiero del pensiero, è pensiero dell’esperienza, come quello di Teresa d’Avila, di cui sono lettrice sin da bambina. Lei diceva: «Non dirò niente che non abbia sperimentato molto». È un libro della vita come quelli di tante mistiche, senza pretendere di paragonarmi a loro. Tenta di entrare nel mistero del piacere clitorideo, il mistero non si dà mai per concluso.
Sul rifiuto di alcune per il titolo credo che vi sia un grande dolore nello sbagliare piacere, non è questione di presa di coscienza. È un dolore senza parole, almeno lo è stato nella mia esperienza e in quella di molte donne che conosco. Ho sentito questo rifiuto nel 1972, non è stato un rifiuto della verità del testo che è rimasta viva in me, ma ho provato rifiuto del dolore che mi faceva sentire e che non aveva un nome. Ho voluto questo titolo perché, se non si sbaglia orgasmo, c’è solo piacere. Il titolo è chiaro e semplice e dice quello che il libro è, non ha altra pretesa. Non va contro, non entra in controversia. È interessante che Kiki Bauer, la disegnatrice tedesca che vive a New York, abbia fatto la copertina interpretando il senso schietto del titolo: solo colore e scritto.
Nella nostra esperienza i nomi e l’insistenza su di essi possono farci credere nell’esistenza di cose che non ci sono: la vagina è un esempio molto potente. Nel libro dati la sua prima nominazione e denunci come successivamente l’orgasmo vaginale sia stata la manovra più perversa della politica sessuale sostenuta dalla medicina scientifica, dalla psichiatria e dalla medicina maschilista. Questo ha portato molte donne a credere che l’orgasmo femminile dipenda dal coito, lasciandosi così spogliare del proprio piacere.
Perché è stato necessario inventare la vagina e l’orgasmo vaginale?
Ci sono state forme di resistenza femminile?
Non avevo mai dubitato dell’esistenza della vagina, fino a quando mi interrogai sul fatto che molte donne colte ancor oggi confondano la vulva con la vagina. Una giovane giornalista in televisione diceva che la clitoride è nell’estremo superiore della vagina. Capisco che non l’abbia mai trovata. Anche internet confonde. Cercando come scrivere senza offendere me e altre donne mi sono chiesta: «Ma la vagina esisteva nel Medioevo?» Non lo ricordavo, pur avendo studiato i trattati di ginecologia come quelli di Trotula, di cui esistono più di 200 manoscritti. Ho letto tanti testi. Ho chiesto a Carmen Caballero dell’università di Granada che aveva pubblicato una ricerca su un libro ebreo di ginecologia. La parola vagina non c’era. Dunque, doveva essere stata inventata. Ma quando? Ci sono dizionari maschili, utili a loro modo, in cui è scritto quando compare per la prima volta una parola in un testo. Ho trovato persino la data, 1641, significativa perché queste manovre perverse della politica sessuale maschile vengono sempre dall’esistenza nella società di molta libertà femminile e non del contrario. Nel 1641 la prepotenza degli universitari (l’inventore era un anatomista dell’università di Padova) è molto grande e loro possono dire cose terribili sulle donne, affermando che sono scientifiche: la caccia alle streghe è vinta dagli stati moderni, anche se terminerà nel ’700. Le streghe avevano una grande forza di massa tra le donne: potevano, di fatto non di diritto, permettere o vietare anche agli uomini di dire perché non sarebbero stati creduti. Ma le streghe non erano più lì. Anche il discorso del metodo di Cartesio è un’altra prova, come spiego nel libro.
Nel Seicento c’è grande forza tra le donne. Basta pensare alla Querela delle donne. La libertà femminile, l’amicizia tra donne, le Preziose, i salotti, sono sentire femminile diventato comune, che fa comunità. Penso che l’invenzione della vagina serva per rafforzare gli uomini nel patriarcato. L’anatomista di Padova scrive che la vagina è fatta «per il comodo scontro virile». Fa ridere quando si traduce il suo pezzo. Le donne clitoridee non sono reattive, si inventano forme di resistenza, ad esempio le frigide (ma non è un nome nostro) hanno resistito, non hanno mai confuso l’orgasmo.
Duoda Recerca de dones: http://www.ub.edu/duoda/
Rivista: http://www.ub.edu/duoda/web/es/revista
Master: http://www.ub.edu/duoda/web/es/cursos/6/
María-Milagros Rivera Garretas: http://www.mariamilagrosrivera.com
Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, Rivolta femminile, Milano 1971
María-Milagros Rivera Garretas, Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, Liguori, Napoli 2007, 104 pagine, 12,82 euro, e-book 6,99
María-Milagros Rivera Garretas, Emily Dickinson: Vita d’Amore e Poesia, Vanda Edizioni, Milano 2021, 120 pagine, 13 euro, e-book 8,90
María-Milagros Rivera Garretas, Il piacere femminile è clitorideo, Edizione indipendente, Madrid Verona 2021, 207 pagine, 17,00 euro, e-book 8,00
María-Milagros Rivera Garretas, Nominare il mondo al femminile, Editori Riuniti, Roma 1998, 216 pagine
María-Milagros Rivera Garretas, Sor Juana Inés de la Cruz. Mujeres que no son de este mundo, Sabina editorial, Madrid 2019, 236 pagine, 18.00 euro
Barbara Verzini, La madre nel mare. L’enigma di Tiamat, Edizione indipendente, Madrid Verona 2020, 110 pagine, 16,00 euro, e-book 8,00
(Leggendaria n. 154, giugno/luglio 2022, pp. 27-29)
di redazione
«Il mondo stringe» è il bellissimo titolo dell’ultimo numero di “Per amore del mondo”, la rivista online di Diotima, comunità filosofica femminile che ha sede all’Università di Verona. In questa edizione n. 18, i cui articoli sono scaricabili gratuitamente (https://www.diotimafilosofe.it/per-amore-del-mondo/il-mondo-stringe-2022/), l’indice spazia su molti temi, da riflessioni sulla guerra (Insopportabile) alle lezioni del Grande seminario 2021 (L’irrinunciabile), alle trascrizioni degli incontri su Genere e differenza sessuale, alla Questione maschile, all’Invidia delle donne, alla Storia vivente, a Femminismo ed ecologia… impossibile rendere conto di tutto. La chiave è annunciata dal titolo e così introdotta dalla redazione: «Le esperienze legate alla pandemia ci hanno mosse a interrogare a fondo la verità dei bisogni in una tensione che ha a che vedere con un agire giusto e non di giustizia astratta. “Per amore del mondo” ci sentiamo ora richiamate nello spazio del presente […]: il mondo stringe e altresì si stringe, ci stringe. Durante la pandemia abbiamo toccato con mano come gli spazi del nostro quotidiano possano inaspettatamente ridursi, ma non è stata solo questione di spazi materiali. Si è trasformato un sentimento: ci siamo trovate in una situazione di avvicinamento, di intensificazione di relazioni, a essere co-strette, strette in un insieme, a volte troppo. La contiguità, il contagio sono ancora temuti. È stata anche una presa di coscienza diffusa di come il nostro pianeta sia estremamente piccolo e il destino di ognuno interconnesso, in modo quasi imprescindibile. In questo momento storico possiamo vedere le relazioni che si fanno sempre più fitte e intense. […] Il pensiero e le pratiche che si generano sono nutriti da come viviamo questo tempo e le strette del mondo. Che presa? Quali parole? Due aggettivi, ora: irrinunciabile e insopportabile. L’irrinunciabile, «ciò per cui sentiamo che l’esistenza ha un gusto e un valore», come può diventare un elemento politico che trasforma le relazioni con il mondo? Le parole non mancano, così come i passi da compiere. Le abbiamo cercate e trovate davanti allo scoppio di una guerra vicina, alla crisi che ne consegue, alla questione climatica e della salute globale. Un insopportabile, tutto questo, che costringe a patire e pensare per uscire dalle narrazioni già dette, da visioni dicotomiche, e introdurre una trasformazione simbolica del discorso. “Per amore del mondo”, in questa stretta, tra irrinunciabile e insopportabile, di cui il pensiero deve farsi carico, invita a stagliarsi su un orizzonte grande, non eurocentrico, decolonizzante, cercando una conoscenza trasformativa anche e soprattutto nell’agire quotidiano. […] Il mondo co-stringe a un altro sguardo».
(www.libreriadelledonne.it, 8 settembre 2022)
di Franca Fortunato
Il piacere della lettura e l’amore per i libri, per la narrativa in particolare, appartengono alla storia delle donne ma non avevo mai letto, prima dell’ultimo libro di Bianca Pitzorno, Donna con libro. Autoritratto delle mie letture, edito Salani, un’autobiografia scritta attraverso i libri letti, amati, raccontati, criticati, conservati, scambiati, nel corso di una vita, in un continuum materno di madre in figlia, di donna in donna. I molti romanzi che l’hanno accompagnata dall’infanzia alla vecchiaia, che lei elenca, anche se non tutti, riflettono la donna e la scrittrice che è diventata, avendo avuto «la fortuna e il grande privilegio di nascere in una famiglia» allargata di «accanite lettrici di quel genere considerato “inutile” che era la narrativa». Una vita con i libri, tanto che arrivata a quarant’anni era convinta «che per un essere umano leggere è naturale come respirare, come parlare» perché «così era stato» per lei e «per tutte le persone» che conosceva. Sua madre, anche se la sua famiglia era ricca e istruita, era andata a scuola fino a sedici anni, «alla vigilia del matrimonio quando l’Italia era entrata in guerra volle andare comunque in viaggio di nozze a Capri per via di un libro, del quale si era innamorata». Quando si riuniva con le amiche «per giocare a canasta, dopo un po’ finivano per raccontarsi a vicenda i libri che avevano letto» e quando «si riunivano per ricamare, una di loro leggeva a voce alta, come i frati nel refettorio, solo che le signore invece dei testi sacri ascoltavano leggere romanzi profani». Arrivata a 92 anni «leggeva e chiedeva sempre libri nuovi». La nonna materna «leggeva unicamente romanzi e ne possedeva un gran numero». «A ottant’anni, non potendo più vivere da sola, la indussero a trasferirsi in casa della figlia maggiore. Aveva portato con sé soltanto alcuni dei suoi libri che leggeva e rileggeva, in continuazione. Tra questi le opere principali di Grazia Deledda, che ammirava moltissimo perché sarda, perché donna e perché vincitrice del premio Nobel per la Letteratura.» È dai libri di lei che la scrittrice conobbe Deledda. «Leggevo avidamente quei romanzi, ne ero affascinata. Interiorizzai così profondamente quella scrittura, quel mondo arcaico, che quando molti anni dopo cominciai a scrivere i miei primi racconti mi veniva istintivo scriverli “alla Deledda” […]. Dovetti fare un grande sforzo per trovare una mia voce». La madrina di cresima, nubile e femminista, tra le amiche della madre «era quella considerata “speciale”, perché era l’unica che fosse laureata» e i suoi consigli erano per tutte «una sorta di Vangelo». La maestra «leggeva a voce alta gli unici due libri nell’armadio dell’aula: Pinocchio e Cuore. Ce li lesse e rilesse molte volte». Con la compagna di banco divennero amiche per l’amore per gli stessi libri. Nata e cresciuta tra accanite lettrici, lesse tutti i classici della letteratura per ragazze/i per poi passare ai libri per adulte/i. Un piacere, il suo, per la «bellezza del conoscere e partecipare, sia pure astrattamente, ad altre vite», una passione per «la trasmissione nel tempo, nei secoli, di storie esemplari, emozionanti, tristi, divertenti, appassionate». Sentimenti, questi, espressi con il linguaggio dell’amore: “colpo di fulmine”, “passione”, “appassionarsi”, innamorarsi”, “amare”, “amato”, “adorato”. Donna con libro è un libro bello, piacevole e inusuale, i libri prendono vita dalla vita dell’autrice e l’amore e la passione per essi passano di generazione in generazione, come con la piccola Ines, la figlia di cinque anni di mio nipote, i cui occhi, nell’amore tra madre e figlia, si illuminano ad ogni libro ricevuto in dono.
(Il Quotidiano del Sud, 3 settembre 2022)