di Luciana Tavernini


Perché conoscere o rileggere la poesia di Antonia Pozzi?

Che cosa può dire a noi oggi la vita e l’opera di una giovane donna degli anni Trenta del secolo scorso?

Come si può restituire verità all’esistenza femminile in una biografia?

Per rispondere mi baso sulla preziosa biografia critica, scritta da Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, che giunge alla terza edizione completamente riscritta e ampliata grazie a nuove scoperte, e corredata da un nuovo apparato fotografico, comprensivo di fotografie della stessa Pozzi.

Infatti Graziella Bernabò da trent’anni si occupa della poeta e fotografa milanese, morta suicida appena ventiseienne. Con Onorina Dino, che nel 1980 ha creato e a lungo custodito l’Archivio Pozzi di Pasturo (trasferito nel 2014 presso il Centro Internazionale Insubrico dell’Università degli Studi di Varese), ha svolto un accurato lavoro sui testi, che ha portato alla pubblicazione integrale degli scritti di Antonia Pozzi: lettere diari e soprattutto poesie, depurate dalla deprecabile censura del padre, che voleva consegnarne un’immagine corrispondente alla visione convenzionale della donna tipica di una certa chiusa borghesia dell’epoca.

Il metodo di Bernabò per costruire biografie, utilizzato anche in quella accurata ed emozionante su Elsa Morante La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura (Carocci 2012), intreccia strettamente l’opera con la vita e con la storia. Muovendosi tra empatia e distanza, quindi con l’opportuna immedesimazione e con un uso rinnovato delle categorie interpretative rispetto alla biografia tradizionale, ma evitando una proiezione personale superficiale e destoricizzante, ricostruisce il contesto relazionale, non solo maschile, in cui si è svolta la vita dell’autrice. Basandosi su testimonianze dirette e su documenti, che continua a incrementare nel passaggio da un’edizione all’altra, riesce a offrirci uno spaccato dell’epoca e a farci apprezzare l’originalità e la modernità della sua opera poetica.

Antonia Pozzi, infatti, anticipa la poesia del corpo di autrici fondamentali del secondo Novecento come Rosselli e Merini, Sexton e Plath. A volte il corpo entra in modo diretto, ad esempio in Canto della mia nudità, scritta nel 1929 a soli diciassette anni, in cui la poeta si rivolge con il «tu» a un ipotetico spettatore, forse l’uomo amato, ma in qualche modo anche a sé stessa, perché è lei che guarda con fierezza il proprio corpo nudo. Si tratta di una poesia audace, in cui compare il corpo vivo e desiderante, anche se il contenuto dirompente è disciplinato dal perfetto uso dell’endecasillabo.

In varie poesie degli anni successivi subentrano i motivi della voce e del corpo negati. Per esempio, ne La porta che si chiude, del 1931, troviamo il tema delle parole, della voce soffocata, in relazione all’impossibilità di esprimersi liberamente nel mondo. Ne Il porto c’è l’eco del Battello ebbro di Rimbaud, ma totalmente rivisitato al femminile: la figura della nave sfasciata e svuotata del suo carico, affidata a immagini energiche, esprime con inedito vigore l’anima e il corpo di una donna annientata non soltanto per la forzata rinuncia a un amore e a una speranza di maternità ma soprattutto perché deprivata del proprio più veritiero .

Nonostante gli impedimenti esterni – l’ambiente familiare alto-borghese di stampo fascista e l’ambiente intellettuale che all’interno dell’Università Statale di Milano si riferiva al filosofo Banfi, che rifiutava il valore del sentire ed era del tutto chiuso alla creatività femminile – Antonia Pozzi rimase fedele alla sua autenticità di vita, che esprimeva nella sua poesia, dove trovava la più vera libertà.

La sua è soprattutto poesia della relazione con la totalità dell’esistente, non solo con le persone di tutti i ceti sociali con cui lei entrava in contatto, ma anche con la natura, con i luoghi, con gli animali, e perfino con le cose, come ci propone anche María Zambrano, che coglie il continuum tra la percezione della natura e la pietas, come capacità di trattare con l’altro.

Partendo da esperienze personali, Pozzi riesce a esprimere con grande respiro le profondità del cuore e, a un certo punto, anche le tragedie della guerra e la miseria dei ceti sociali più svantaggiati.

Nel 1937 avviene per lei una svolta significativa nella vita, nella fotografia e nella poesia. Dopo un lungo soggiorno in Germania, Antonia Pozzi ritorna in Italia sconvolta dal clima di aggressività e di guerra che vi ha trovato. In questo periodo conosce Dino Formaggio, uno studente lavoratore a sua volta allievo di Banfi, e con lui inizia a frequentare i quartieri operai di piazzale Corvetto e di Porto di Mare, dove trova una desolante miseria.

Il suo rifiuto della guerra, già presente in due poesie del 1935, Le donne e Notturno, in cui la guerra di Etiopia non era considerata nell’ottica della retorica fascista bensì in quanto apportatrice di morte, si fa più netto, a tratti deflagrante, in alcune poesie del 1937. In Voce di donna Antonia si cala con un’adesione assoluta in una donna il cui marito è partito per la guerra. Ogni elemento della poesia fa pensare con molta concretezza al mondo contadino di Pasturo. Le immagini che si snodano nel testo sono robuste e trovano il loro culmine nelle «salvie rosse» che sbocciano nel cuore, quasi a gridare l’amore e il dolore della sposa del soldato: fiori metaforici ma anche molto carnali, come quelli presenti in tante altre liriche di Antonia Pozzi: fiori espressionistici che non trovano l’analogo nella poesia italiana degli anni Trenta, ma semmai in quelli dipinti negli anni 1918-1932 dalla pittrice statunitense Georgia O’Keeffe, peraltro a lei sconosciuta. La condanna più esplicita e forte della guerra si trova però nella poesia La terra, un testo potente nella sua commistione di realismo e visionarietà, che si riferisce ai massacri delle guerre sino-giapponese e di Spagna. Qui il rifiuto della guerra, fermo e assoluto, nasce prima di tutto da un dolore concreto e fisico, che Antonia sente nella propria carne e condivide con le donne di Pasturo, accorse ad ascoltare il vecchio gobbo, un mendicante indovino della Valsassina, da lei anche fotografato, che diventa una sorta di ancestrale profeta a cui sono affidati quei terribili annunci di morte.

Importanti sono poi le poesie del 1938, suo ultimo anno di vita, che si riferiscono ai sobborghi di Milano Sud, dove Antonia non andava a fare dall’alto una distaccata carità ma si immergeva fino in fondo in quella realtà con una profonda sofferenza, con un’empatia non nuova in lei, come dimostrano Filosofia, che scrisse a soli 17 anni, La disgrazia, del 1931, e Le Strade, del 1932, in cui si riscontra un’attenzione, che potremmo definire weiliana, al mondo dei meno fortunati. Ma in alcune poesie del 1938 la sua denuncia si fa ancora più diretta e tagliente: lo si vede in particolare in Via dei Cinquecento, che si riferisce alla casa degli sfrattati, situata nell’omonima strada. È una poesia d’amore per Dino Formaggio, ma lei non rinuncia a rappresentare con un linguaggio graffiante la realtà che trovava in quel luogo di dolore, in antitesi con la visione edulcorata che delle classi popolari offriva il fascismo.

Bernabò ha scritto, in modo chiaro e avvincente, una biografia che fa crescere la comprensione della poesia e della figura di Pozzi, grazie non solo alla sua specifica attività di ricerca sull’autrice, al dialogo con la critica più recente su di lei e all’impegno in diverse attività di diffusione in vari ambiti, collaborando a convegni, film e spettacoli teatrali, ma in particolare grazie al suo peculiare interesse rispetto all’originale contributo femminile alla visione del mondo attraverso la letteratura. In questo modo sa presentarci gli ostacoli frapposti alla libera espressione di una donna, mostrandoci nel contempo la forza con cui Antonia Pozzi seppe mantenersi fedele alla propria esperienza e ai propri ideali nell’epoca difficile in cui visse. Così ci aiuta a riconoscere ciò che oggi permane e ciò che è mutato nella società e nel modo con cui le donne affermano il loro modo di esistere, anche grazie al diffondersi via via più ampio della conoscenza dell’opera e della vita di Antonia Pozzi.


Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Áncora, Milano 2022, 350 pagine, 26 euro


(Leggere Donna, n. 198 / gennaio-febbraio-marzo 2023, pp. 31-33

di Morena Terraschi


Titolo: Dove non mi hai portata 
Autrice: Maria Grazia Calandrone 
Editore: Einaudi 
Anno: 2022 
Curiosità: candidato Premio Strega 2023 
Stelle: 5 su 5 
Pagine: 247 



In due parole: l’indagine, colma di amore, empatia e comprensione, sui propri genitori di una figlia abbandonata


Se in “Splendi come vita” Maria Grazia Calandrone ha raccontato il suo complesso rapporto con la madre adottiva che ha vissuto con dolore il suo essere madre in seconda per così dire, qui racconta invece la ricerca da lei fatta sulle circostanze e gli accadimenti, che hanno spinto i suoi genitori biologici ad abbandonarla prima e a suicidarsi poi. Ripercorre la vita della madre, il suo matrimonio infelice, l’incontro con il padre, la loro relazione, la gravidanza, la denuncia per adulterio, la fuga di entrambi per provare a rifarsi una vita, le mille difficoltà vissute a Milano e la decisione finale: uccidersi assicurandosi prima che la loro piccola figlia vada in buone mani. È un racconto commosso e commovente, pieno di amore verso Lucia e Giuseppe (così si chiamano la madre e il padre), di bisogno di comprensione e anche di riconciliazione. Ed è quello che succede, la prova dell’amore di Lucia e di Giuseppe sta nel fatto che nel buio della morte, Maria Grazia non l’hanno portata, l’hanno lasciata alla vita che vita era. Io l’ho trovato bellissimo.


(Arieccome.blogspot.com – Non siamo creature mansuete, 16 aprile 2023)

di Chiara Valerio


Come tutti, in fondo, sappiamo, e come dichiarava il personaggio di un film qualche anno fa «esistono le grandi verità, le grandi bugie e le piccole bugie, e poi esistono le statistiche». Il saggio di Sara Chaney* srotola la storia dei nostri rapporti con i dati e con essi la tensione e il tentativo di misurare il mondo per trarne, si direbbe dopo aver letto questo magnifico saggio, non tanto informazioni quanto desideri e intenzioni. Il fine di queste campagne di misurazione di corpi e abitudini, abitudini e natalità, eccezioni e mortalità, malattie e curvatura degli archi sopracciliari o misura dell’angolo nel quale iscrivere il corpo umano è in effetti identificare una norma umana. Un uomo medio. Una donna media. E, stabiliti i campioni dell’umanità, segnare le distanze da essi. E cominciare a chiamare chi è semplicemente diverso a sé, diverso, e a questa diversità attribuire una sfumatura di pericolo, stranezza, sospetto, diffidenza, e alla fine paura.

«La scienza della normalità creata da questi ricercatori, dunque, è anche la storia di come intere comunità siano state alterizzate e definite in opposizione agli standard occidentali che fissavano il “giusto” modo di essere». Prima degli anni Ottanta dell’Ottocento, l’umanità tutta non aveva formulato tale domanda, che subito, appunto, è diventata un desiderio. Sara Chaney – ricercatrice presso il Queen Mary Center di Londra, questo è il suo primo libro tradotto in italiano – per dimostrare quanto l’idea della norma sia sentimentalmente radicata in noi e sia praticata parte da quel periodo della sua vita – e della nostra – nel quale è difficile stare bene con sé stessi: la terribile adolescenza. Tutti abbiamo goduto, ma soprattutto sofferto del nostro aspetto, dei nostri abiti, dei nostri modi, tutti abbiamo misurato e ci siamo sentiti misurati. Chaney parte da sé stessa per dichiarare il punto di vista dal quale parte e cioè una donna bianca eterosessuale cresciuta nella provincia britannica con possibilità di accesso agli studi superiori. Possiamo arrivare all’università – laddove esista – solo accettando che non lo siamo noi. Chaney spazia, nel suo studio, dalla disabilità alla moda prêt-à-porter, svelando in questo caso, per esempio che «i mercati di massa ci hanno regalato la semplicità degli abiti confezionati in serie, con i quali sono i consumatori a doversi adattare a ciò che indossano, e non il contrario». Il campione della definizione della normalità è ovviamente britannico. Dico ovviamente perché è chiaro che gli imperi coloniali tutti, e in special modo un impero che si muoveva economicamente sui mari e diffondeva quella macchina economica chiamata Compagnia delle Indie, hanno la necessità di stabilire una norma e di segnare una distanza. Il campione è Sir Francis Galton che oltre ad essere cugino di Charles Darwin, importante meteorologo ed esploratore e aver inventato un abile dispositivo in matematica – cercate su Google Macchina di Galton – era anche convinto che l’eugenetica fosse la via per una umanità più vicina alla perfezione e dunque alla bontà e, con molte sue congetture ha posto un freno a ciò che oggi chiamiamo medicina di genere. Galton pensava che l’uomo bianco eterosessuale fosse la misura del mondo. «Galton e i suoi colleghi scienziati eliminavano i dati che consideravano irregolari prima ancora di calcolare le norme». I bambini – con la loro irritante tendenza a crescere di anno in anno – rappresentavano da tempo un problema per gli studiosi di statistica. E così anche le donne. Galton “trasformò” i dati sulle donne per poterli confrontare direttamente con quelli sugli uomini: per esempio, fu necessario aumentare le altezze femminili mediante un’equazione ideata da Galton stesso finché i dati continuassero a rientrare in una curva a campana. Tali modifiche non erano soltanto una strategia per il confronto statistico. Si tradussero anche in un vero e proprio standard: gli uomini rappresentavano la normalità biologica alla quale bisognava adeguare i dati femminili. E ovviamente gli uomini bianchi rappresentavano la norma con la quale le altre razze dovevano essere confrontate. Così a leggere Chaney si capisce chiaramente anche un’altra cosa, che, visto dove e come siamo oggi, il più grande romanzo d’invenzione dell’Ottocento è stata la statistica, altro che eroi ed eroine tragici o comici, altro che battaglie in campo aperto e trame nei salotti, la più grande invenzione narrativa – più tragica che comica – è stato l’Occidente come centro di gravità permanente del mondo, e il maschio bianco come centro del centro di gravità. Chaney non giudica, racconta, non cancella e non nega, accumula. E soprattutto conforta: possiamo abbandonare il grande racconto statistico e, anche con le statistiche, farne un altro. Meno “normale” per tutti.


(*) Sarah Chaney, Sono normale?, Bollati Boringhieri, traduzione di Bianca Bertola, pagg. 274, euro 27,00


(la Repubblica – Robinson libri, 15 aprile 2023)

di Giorgio Vincenzi


Elvira Guerra, Ida Nomi, Marina Zanetti, Rosetta Gagliardi, Isaline Crivelli Massazza, Rosetta Pirola Mangiarotti, Hilde Prekop sono nomi che oggi non dicono molto. Eppure dai primi del Novecento e fino agli anni Quaranta hanno vinto tanto nello sport a livello nazionale e internazionale. Donne che hanno usato lo sport per rendersi più libere. A raccontare le storie di queste donne ci ha pensato Caterina Caparello nel libro Testarde. Storie di atlete italiane dimenticate (Ed. Caosfera, euro 14).

Caparello, perché testarde?

Sono atlete vissute in un periodo molto preciso, dai primi del Novecento agli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Di conseguenza ci troviamo davanti a delle donne che non avevano alcun tipo di diritto, ma solo moltissimi doveri. Tra questi, il dover essere collocate all’interno di ruoli obbligatori prestabiliti: mogli e madri esemplari. Il loro essere testarde, quindi, non nasce solo dalla voglia di «uscire dagli schemi» e di provare, per pochissimo tempo, ad alleggerire il peso della loro condizione, ma si rendono conto di come lo sport sia una piccola chiave che apre una porticina, quella di poter praticare ciò che amano: tirare di scherma, correre, giocare a tennis, nuotare, allenare, andare a cavallo o sciare. L’essere testarde non è altro che una consapevolezza di sé stesse e di poter essere di più.

Qual è l’esempio più eclatante? E quello al limite dell’eroismo?

Tutte queste atlete sono esempi eclatanti. Sicuramente c’è stata qualcuna più esposta e in prima linea delle altre come Marina Zanetti, la prima commissaria tecnica. Lei, che è stata velocista e cestista prima e allenatrice poi, è dovuta scendere a parecchi compromessi pur di salvare la Federazione atletica femminile che, nel 1929, sarebbe passata sotto l’egida della neonata Fidal (Federazione italiana di atletica leggera) inglobata nella sezione maschile e quindi destinata a sparire lentamente. Si assunse tante responsabilità, creò le cosiddette «Olimpiadi della Grazia» nel 1931, ovvero la manifestazione internazionale dedicata allo sport femminile – dove convocò anche Ondina Valla, prima medaglia d’oro italiana – per poi essere mandata via dalla Federazione nel 1933. Inoltre, non parlerei di eroismo ma, al contrario, di normalità. Tutte queste donne non fanno altro che cercare di rendere lo sport un bisogno naturale e normale, che va oltre la sola e propagandistica funzione agevolatrice del parto. Come scrive di suo pugno nel 1929 Isaline Crivelli Massazza, sciatrice e golfista, «lo sport per me fa parte dei doveri verso sé stessi».

Raccontare di loro non è solo un modo per tirarle fuori dall’oblio, ma anche dimostrare come tenacia e passione sono le chiavi dell’autodeterminazione…

L’autodeterminazione femminile è una lotta continua che si sta intraprendendo anche ai giorni nostri. È necessaria. La tenacia e la passione di queste atlete mostrano tanti aspetti della società in cui vivono. E spesso tenacia e passione non bastano. Accanto a loro ci sono infatti anche altre figure importanti: sorelle, fratelli, madri e padri che credono in loro e tifano per loro. Allo stesso tempo, non bisogna dimenticare il periodo storico in cui agiscono e soprattutto ciò che la società dell’epoca si aspetta da loro. Sicuramente non possono esimersi, ma riescono comunque a rendere lo sport un amore esclusivo.

Un esempio sono le piccole ginnaste pavesi…

Ho provato a raccontare la storia di queste dodici piccole atlete, dove la più giovane aveva solo undici anni, attraverso gli occhi di «mamma» Maria, la custode della palestra della Ginnastica Pavese. Ho immaginato quest’ultima, ex ginnasta anche lei, guidarle verso un traguardo storico: la vittoria della prima medaglia per le donne italiane, un argento, ad Amsterdam nel 1928.

Lei le definisce donne che hanno usato lo sport per rendersi più libere e diverse…

Assolutamente. Lo sport è un atto di libertà. La consapevolezza di riuscire a praticarlo, nonostante l’ipocrisia e la falsità di cui sono circondate, specie durante i momenti di vittoria in cui si ritrovavano a stringere mani e sorridere a persone che non le avevano mai minimamente considerate, se non delle semplicissime donne, è ciò che le rende anche diverse. Una diversità che riescono ad assaporare sul campo, perché si trovano quasi separate da quel loro mondo reale così sbagliato e chiuso. Un mondo che le vuole omologate e senza la possibilità di poter essere proprio libere e diverse. Praticare sport è il momento in cui si sentono delle persone, perché la società in sé le considera solo in un determinato modo e ruolo.

Il corpo delle donne è stato usato per tanti anni per limitare la loro voglia di esprimersi nello sport…

Limitarlo e, allo stesso tempo, esporlo. Come nel caso della nuotatrice Hilde Prekop, campionessa italiana e oro nel 1932. Di lei e del suo corpo se ne servì la propaganda fascista che, da un lato, la fotografava in costume da bagno, con le gambe in bella mostra e la didascalia incitante le donne a nuotare per aiutare la loro fertilità, dall’altro lato i quotidiani di stampo cattolico che la accusavano di mostrare troppo, e spesso, il suo corpo che doveva rimanere, invece, nascosto. Da qui, possiamo notare non solo una mercificazione, ma anche una strumentalizzazione che, ipocritamente, la portava a ritrovarsi in mezzo ai due fuochi. Dove la colpa rimaneva esclusivamente la sua.

Oggi le donne che fanno sport subiscono ancora gravi disparità di genere?

Basta la parola «professionismo». Come ho anche riportato nell’introduzione del libro, a febbraio 2022, per la prima volta, le calciatrici sono diventate «professioniste» di fronte alla legge, grazie anche alle battaglie della capitana della Nazionale italiana, Sara Gama, sempre in prima linea. Il mancato professionismo, a causa della legge 91 del 1981 (la cosiddetta legge sul professionismo sportivo), è ancora un grande ostacolo alla parità di genere nello sport. Per questa legge, tutte le atlete sono considerate delle «dilettanti» e ciò comporta una fortissima mancanza di quei diritti fondamentali che delle lavoratrici meriterebbero: pensione, maternità, sanità ecc. Perché queste donne lavorano. L’unica eccezione riguarda l’arruolamento nei gruppi sportivi militari previo concorso pubblico: le atlete come Sofia Goggia, facente parte delle Fiamme Gialle, sono giustamente tutelate e percepiscono uno stipendio. Ma le pallavoliste come Paola Egonu? Le cestiste come Cecilia Zandalasini? No, e sono anche considerate dalla legge delle dilettanti. Per le calciatrici il passo avanti è stato fatto, adesso mancano tutte le altre.


(Alias – Il Manifesto, 15 aprile 2023)

di Sandra Petrignani


«Le parole non contano/ noi preferiamo le cose». Sono due versi di Alba De Céspedes dalla raccolta di poesie, Le ragazze di maggio, riproposte ora negli Oscar Mondadori (208 pagine, 12 euro). Era così esaltata, Alba, di quanto stava accadendo nelle strade di Parigi in quel maggio del 1968, che non le importava se le protagoniste delle rivolte e di quei versi mettevano in discussione le sue amate “parole” in nome delle “cose”. Ci sono momenti in cui le parole tacciono e in primo piano vengono i fatti. «Non facevo altro che seguire ciò che accadeva intorno a me» racconta in una nota al libro. «Mi recavo alla Sorbona, all’Odéon, assistevo ai dibattiti, alle riunioni, e lì come nelle strade devastate, disselciate, ingombre di automobili carbonizzate e puzzolenti di gas, incontravo i giovani rivoluzionari, li interrogavo, li spingevo a parlare». Ma lei resta comunque una scrittrice e, tornata a casa, sente il bisogno di creare qualcosa su quei fatti straordinari. Con le parole. Lei ama le rivoluzioni e le donne. Per questo nelle sue poesie dà la parola alle ragazze. Anche lei è stata una rivoluzionaria. Una decina di anni prima, per Cuba, non aveva avuto esitazione a schierarsi con Fidel Castro e Che Guevara, quegli eroi di cui adesso i giovani francesi sventolavano le immagini. Non ha battuto ciglio quando tutti i beni ereditati dalla famiglia (cubana) sono stati confiscati e distribuiti fra il popolo. Ha accettato con allegria di diventare povera, perché quel che conta è che tutti i bambini possano andare a scuola e che la gente abbia un tetto sopra la testa.


Marco Vichi


Il revival attuale di De Céspedes coincide curiosamente con tempi (in Italia) che sicuramente non amano le sue posizioni politiche. Eppure è tutto un fiorire di attenzione verso di lei e di ristampe dei suoi libri. È appena arrivato il libreria Dalla parte di Alba, un’approfondita biografia-romanzo di Michela Monferrini (Ponte alle Grazie, 253 pagine, 16,80 euro) e nell’ultimo anno sono ricomparsi in tascabile Mondadori – che nel 2011 aveva meritoriamente pubblicato un volume dei Meridiani a lei dedicato, curato da Marina Zancan – Nessuno torna indietro, Dalla parte di lei (introdotto da Melania Mazzucco), Quaderno proibito (introduzione di Nadia Terranova) e L’anima degli altri (con prefazione di Loredana Lipperini). E sottolineo che si tratta di nomi tutti femminili, perché le donne hanno imparato a sostenere con convinzione queste grandi madri della letteratura, troppo facilmente destinate a cadere nel dimenticatoio. Ma almeno uno scrittore appassionato di De Céspedes c’è. Si tratta di Marco Vichi che ha contagiato il suo commissario Bordelli con questa passione trasformandolo in un lettore di Alba. Vichi di romanzo in romanzo trova il modo di citarla e parlarne (anche nel prossimo, Nulla si distrugge, che uscirà da Giunti il 20 giugno).

E anzi, sempre a fine giugno una delle quattro serate di incontri, organizzati da Vichi, Lungomare da leggere a Marina di Massa, sarà dedicata ad Alba De Céspedes. Sono cose che fanno piacere: purtroppo è rarissimo che gli scrittori tributino un simile riconoscimento ad autrici che non siano già accettate nell’Olimpo, come Woolf, come Morante, forse come Flannery O’Connor.

Il libro di Michela Monferrini può essere un ottimo ingresso per imparare a conoscerla. Perché De Céspedes, oltre che una grande narratrice e una pasionaria, ha avuto una vita in qualche modo esemplare di un’identità femminile fuori dagli schemi, esuberante, coraggiosa. È una donna che con tenacia e determinazione fa della scrittura il senso centrale della propria esistenza senza rinunciare a impegnarsi quando i tempi lo esigono.


(Editorialedomani.it, 8 aprile 2023)

di Maria Teresa Carbone


Con poche eccezioni (fra queste il ritratto di Antonio De Sortis su Alias domenica) i media italiani hanno dato notizia in ritardo e con poco risalto della morte di Dubravka Ugrešic, avvenuta il 17 marzo a Amsterdam, dove la scrittrice – nata jugoslava da padre croato e madre bulgara – viveva da anni. Di questa indifferenza Ugrešic non si sarebbe stupita più di tanto, basti leggere il testo conclusivo dell’ultimo suo libro edito in italiano, lo splendido La volpe, tradotto da Olja Perišic per La Nave di Teseo (che, sia resa lode, ha appena ripubblicato un altro suo titolo, Il museo della resa incondizionata, uscito nel 2002 da Bompiani nella stessa traduzione di Lara Cerruti, prefazione di Predrag Matvejevic).

«Il mio settore professionale – scrive Ugrešic in questo racconto che comprende una descrizione esilarante della Scuola Holden di Torino (“una sorta di Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, corporativa, adattata ai nostri tempi”) – si suddivide in economy class e business class, rispetto alla visibilità mediatica dell’autore e ai suoi compensi. La grande maggioranza degli scrittori si trova in economy class, una minoranza trascurabile in business class… In ogni caso io rientro nell’economy class, autentico vivaio di misantropia».

E misantropico e buffo è il seguito: il resoconto di un viaggio aereo durante il quale il viaggiatore davanti «abbassa il sedile, anche se sa bene che con questo gesto mi schiaccia le ginocchia e mi fa rovesciare il caffè sulle gambe», perché – e qui sta il genio della scrittrice – «i poveri amano vantarsi, pavoneggiarsi, sbattere le ali, mettersi comodi sul sedile visto che l’hanno pagato, calpestare il vicino mandandogli il messaggio che è un esemplare umano del tutto trascurabile, come d’altronde lo sono loro».

Il fascino dei libri di Ugrešic sta qui, nella precisione di uno sguardo che grazie alla sua nitidezza coglie (e accoglie) gli aspetti assurdi e fantastici del mondo in cui viviamo, un mondo che la scrittrice osservava con pena. Lo si capisce in un’intervista inedita rilasciata a Andrea Toribio nel 2021 e pubblicata adesso dalla rivista messicana Letras libres: «L’orologio globale non funziona più per tutti allo stesso modo. La circolazione dei flussi di informazione ha perso significato perché percepiamo sempre le stesse cose. Allo stesso tempo, la tragedia più drammatica oggi, la vita dei rifugiati, sembra passare inosservata dalla società. E questa mancanza di consapevolezza si ripercuote su altri sconvolgimenti cruciali come la revisione della storia, soprattutto quella dei paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est, la “destigmatizzazione” del fascismo storico, l’emergere del neofascismo…».

Né Ugrešic si pensava «da meglio» in quanto scrittrice, sia pure di economy class: in una bella serie di ricordi dei suoi traduttori in inglese proposta da Literary Hub, Vlad Beronja nota che «nella sua immaginazione socialmente sovversiva, Dubravka vedeva una profonda affinità tra il proprio lavoro letterario e le acrobazie di una donna delle pulizie polacca ad Amsterdam, la malinconica musica di strada di una donna rom a Berlino, il mestiere meticoloso di una manicure vietnamita a New York: tutte figure precarie, migranti, esposte ai capricci crudeli del mercato capitalista».

Ricorda un’altra sua traduttrice, Ellen Elias-Bursac, di averla chiamata l’8 marzo, la giornata internazionale della donna, per farle gli auguri: «Mi ha detto che era malata e che lo era da più di tre anni. Questo è accaduto nove giorni prima che morisse. In questi anni io e lei abbiamo lavorato a stretto contatto sulle traduzioni, ma non lo sapevo. In Croazia c’è un detto: nascondere qualcosa come un serpente nasconde le zampe. Molto Dubravka».


(il manifesto, 6 aprile 2023)

di Alberto Leiss


Sabato ho partecipato nella Biblioteca comunale di Spinea, vicino a Venezia, a un evento a suo modo eccezionale. Si è discusso con l’autrice, Teresa Lucente, di un libro: Il luogo accanto. Identità e Differenza, una Storia di Relazioni, Effigi edizioni, 2020. Ed è stata data la notizia, da Gabriella Cimarosto e dalla responsabile della Biblioteca Paola Marchetti, che tutti i materiali relativi alla storia raccontata nel libro sono ora raccolti e archiviati, e potranno quindi essere consultati.

Ma qual è la storia?

Parla di un buon mezzo secolo – dai primi anni ’70 al 2018 – di attività politica, in un senso molto originale di questa parola, promossa da una associazione di donne e di uomini, Identità e differenza, il cui «motore energetico» è stato una donna, Adriana Sbrogiò.

Ma lei stessa aggiungerebbe, come ha fatto sabato, che se la cosa ha funzionato è solo perché con altri e altre è stata fatta nascere, rafforzarsi e moltiplicarsi una rete di relazioni che, seppure attraversata e in qualche caso rotta, da conflitti acuti, è riuscita a costituire un permanente «luogo accanto»: accanto ad altri luoghi più tradizionali della politica, come amministrazioni comunali, impegni sindacali, volontariato, comitati di quartiere; un luogo nel quale il confronto e lo scambio radicati nelle esperienze personali, soprattutto l’ascolto, hanno suscitato energie capaci di «allargare l’ambito del possibile».

Espressione pronunciata di Teresa Lucente, che si è appassionata alla storia che ha scritto pur non avendola vissuta direttamente, e con lei altre e altri. Come Graziella Borsatti, una donna minuta ma che con grande forza era riuscita a sperimentare, come sindaca di Ostiglia, una ricerca nuova sul governare come capacità di «creare», non solo «gestire», facendo del potere politico qualcosa che può essere condiviso nella più ampia connessione di relazioni tra «governati e governanti».

Come Gabriella Cimarosto, che ha parlato del suo impegno per la conservazione della memoria non solo a Spinea, ma anche nel contesto ricco di storia operaia e popolare di Marghera. Come altri amici che ho rivisto con grande piacere (Marco, Gianni, e Marco…).

Anch’io la condivido.

Ho partecipato alla fase trentennale che racconta il libro, quando dal 1988 al 2018 Identità e Differenza ha organizzato a Asolo e a Torreglia seminari annuali con al centro lo scambio tra donne uomini nella ricerca di una pratica politica comune. Condividendo, discutendo e provando a arricchire il portato del pensiero e della pratica inventati dal femminismo della differenza. Incontri a cui hanno sempre partecipato amiche della Libreria delle donne di Milano, a cominciare da Lia Cigarini e Luisa Muraro.

Per me è stato un luogo di incontro anche con altri uomini che desideravano questa ricerca, e mi è successo davvero di condividere nuova energia, investita – sempre con altri – per esempio nella costruzione della rete di Maschile plurale. Sabato ho ricordato che, per me, la scrittura con altri amici di questa rete, nel 2006, di un testo che affermava prima di tutto la responsabilità maschile, di tutti gli uomini, nella violenza contro le donne – testo che fu condiviso da moltissimi maschi e che diede impulso all’azione di Maschile plurale – era stata motivata dalle discussioni avute in quel «luogo accanto». Una esperienza molto concreta, dunque, di «allargamento dell’ambito del possibile».

Ogni storia prima o poi finisce. E non è detto che tutti rimangano felici e contenti. Credo però che quella ricerca sia ancor più necessaria oggi. Forse dovremmo essere noi uomini a tentare di reinventarla in altri luoghi. Nuovi, ma vorrei non troppo smemorati.


(il manifesto, 5 aprile 2023)

di Valentina Parisi


Riavvolgendo il filo di quella intricata matassa che è il suo romanzo Memoria della memoria, Marija Stepanova ha rinchiuso in una immagine pregnante l’aspirazione recondita che l’aveva animata nel corso della scrittura: «Il mio intento era far sì che al lettore venisse voglia di trasferirsi, armi e bagagli, nel mio labirinto verbale».

Abitare un dedalo affabulatorio, fatto di digressioni, citazioni colte e repentine stoccate emotive, è anche quanto spetta a chi si inoltri, gomitolo alla mano, nella sua eterogenea produzione poetica, cui di recente si è aggiunta la silloge La guerra delle bestie e degli animali (a cura di Daniela Liberti e Alessandro Farsetti, Bompiani, pp. 256, € 20,00).

I cinque testi raccolti confermano la tendenza di Stepanova a prediligere, rispetto all’improptu lirico, forme di ampio respiro, come quella della ballata o del poema, rielaborate con distacco post-moderno e con una energia deflagrante che ha spinto il critico Boris Paramonov ad avvicinare l’autrice nata a Mosca nel 1972 ai cubo-futuristi e ai poeti alogici dell’avanguardia. Al tempo stesso, i suoi versi sembrano scritti da un Io femminile dai confini instabili, che ha rinunciato a una individualità definita per aderire a quella metamorfosi continua che, sebbene inavvertita, contraddistingue secondo Stepanova l’esistenza umana. Proprio su questo desiderio di dare alla propria voce una fluidità proteiforme si è concentrata la nostra conversazione, a Napoli, poco prima che l’autrice intervenisse al Festival della Lettura e dell’Ascolto.

Nella sua poesia è fondamentale il ruolo svolto dalla parola altrui, quella dei poeti russi, e non solo, ma anche quella proveniente da canzoni e slogan sovietici. Sembra che la sua voce poetica sia definita proprio da questo continuo gioco citazionale. È così?

Vorrei che lo fosse. Il mio modo di esistere sulla lingua sta in questo discorso fra voci diverse – a volte anche fra culture e lingue eterogenee. Qualche decennio fa, quando ho cominciato a scrivere, regnava la convinzione che un poeta dovesse trovare una propria voce unica, da mantenere immutata per il resto della vita. Questa associazione fra una persona e una sola voce mi sembra molto limitante, così come lo è, del resto, l’idea che l’identità umana sia inalterabile.

Nel suo poema «Spolia» un personaggio ignoto, forse maschile, rimprovera a una non meglio precisata «lei» di non essere «capace di parlare per sé» e di «essere mille voci». C’è qualcosa di autobiografico in questa notazione?

L’inizio di Spolia è un montaggio di citazioni pressoché letterali dalle stroncature di quei critici che, anni fa, mi accusavano di non essere in grado di trovare una «mia» voce, e mi fa piacere che lei abbia intuito la natura maschile di quel coro, perché in effetti a parlare erano quasi esclusivamente uomini. Com’è ovvio, le mie poesie andavano in tutt’altra direzione rispetto alle confessioni liriche che, almeno in Russia, ci si attende tuttora da una poetessa. In generale però credo che tutta questa enfasi sulla persona dell’autore sia eccessiva. Quando penso all’Io, mi viene in mente il buco vuoto di una ciambella; da questo buco esce una voce che «tasta» il mondo e lo rende reale. L’istanza concreta da cui proviene questa voce mi pare irrilevante, anche perché come le dicevo, va soggetta a radicali cambiamenti.

In mezzo a tutte queste metamorfosi e a tutte queste voci c’è almeno una costante nella sua poesia?

Direi che c’è una sola cosa che non cambia e cioè una domanda alla quale cerco di rispondere scrivendo: probabilmente, non sono in grado di formularla con chiarezza, ma è legata alla morte come momento di passaggio e a ciò che segue subito dopo. Ovviamente è una domanda gigantesca, difficile da delimitare, simile a un enorme cratere o a un imbuto; mi limito a camminare sui margini di questa immensa buca, nel tentativo di individuarne i contorni.

Il poema «La guerra delle bestie e degli animali» risale al 2015 ed è ispirato agli scontri nel Donbass fra truppe separatiste filorusse ed esercito ucraino. Ora che quel «conflitto a bassa intensità» si è trasformato nell’attuale catastrofe, colpisce ancora di più il suo volgersi all’indietro per parlare del presente, il gioco citazionale che lei qui propone non solo pescando da «The Waste Land», ma anche dal Canto sulla schiera di «Igor’», un testo che si riferisce a Kiev. Come mai ha scelto di dialogare proprio con queste due opere?

Anzitutto perché sono entrambi «poemi del dopo-guerra», testi che cercano di restituire la percezione spaesata di una realtà in cui è cambiato tutto. Ma, a dire il vero, con queste inserzioni di voci diverse mi interessava più che altro infrangere la linearità del discorso poetico sulla guerra. Ogni conflitto è lacerazione, della carne, ma anche del linguaggio. Mi chiedo se la brutalità sia una componente intrinseca della lingua russa, ovvero se il potenziale di violenza di cui osserviamo oggi l’attualizzazione sia iscritto nelle nostre stesse parole. Non penso che la lingua sia colpevole, però ad esempio Paul Celan, per poter scrivere, ha dovuto inventare un tedesco «nuovo», sia dal punto di vista morfologico che grammaticale. D’altronde non c’è lingua che «vanti» un passato imperiale cui sia estranea la violenza. Quello che può fare la poesia, credo, è tentare di delimitare queste zone a rischio. La lingua è come un campo minato dove restano insepolti gli ordigni dei secoli passati. Forse, prendendo coscienza di questa minaccia nascosta, possiamo trasformare il tessuto stesso della lingua. Sogno una lingua russa che diventi consapevole della violenza di cui è stata ed è portatrice.

Nella sua poesia un’immagine ricorrente, che dà anche il titolo a un ciclo del 2020, è quella del «rammendo della vita» (počinka žizni). Come ne spiega l’origine?

Questa metafora non è mia, viene dal chassidismo, secondo il quale ogni essere umano è al mondo per «rammendare la vita», quasi fosse una calza. D’altra parte, è una immagine che per me ha una profonda valenza sentimentale, perché evoca il nome del villaggio sperduto, Počinki, da cui provengono i miei avi materni. Fin dall’infanzia avevo sempre sognato di visitare questo luogo irraggiungibile, pressoché fantastico, e così, quando in seguito mi sono imbattuta di questa idea della mistica chassidica, ho avuto l’impressione che, in fondo, fosse stata mia fin da bambina: la vita ha bisogno sì di počinki («rammendi»), ma anche di Počinki – una sorta di Eden perduto cui tendere.


(il manifesto-alias, 2 aprile 2023)

di Franca Fortunato


Adriana Valerio è una teologa, una storica, un’esegetica, interprete dei testi sacri della Bibbia. Nel suo ultimo libro Le ribelli di Dio. Donne e Bibbia tra mito e storia, edito Feltrinelli, raccoglie il suo lavoro di quarant’anni di passione e di ricerche per una narrazione delle donne “altra” da quella istituzionalizzata dalla Chiesa nei suoi millenni di storia.

Valerio parte dall’assunto, comune alle teologhe femministe, che la Bibbia composta da numerosi libri, tramandati e scritti nell’arco di tempo di circa mille anni (dal X sec. a.C al I sec. d.C.) è un prodotto letterario e come tale non esaurisce le sue potenzialità di senso nel passato, ma si arricchisce continuamente di nuove chiavi di lettura; per questo non ha, e non può avere, univocità di interpretazione, ma si presta a significati molteplici da decodificare e interpretare. Nel libro la sua narrazione abbraccia il Vecchio e il Nuovo Testamento fino a Paolo di Tarso; mette a confronto interpretazioni diverse tra donne e uomini, propone questioni teologiche e storiche ancora aperte.  Nella sua narrazione il “racconto di creazione e di caduta” diventa il “mito delle origini”, la rappresentazione simbolica “dell’umano alla ricerca di una propria autonomia”. L’universo non è nato in sei giorni; Eva, come Adamo, non è mai esistita e quindi è priva di fondamento l’accusa di una trasgressione a un comandamento divino e infine Eva non è nata e non poteva nascere da Adamo giacché sono le donne che partoriscono e non viceversa. Le donne non sono solo destinatarie, come gli uomini, del messaggio di salvezza, ma anche “portatrici della salvezza”. “Nostre madri fondatrici”, protagoniste della loro vita e di quella del loro popolo, sono le “matriarche” – Sara, Rebecca, Rachele, Lia, Tamar, Miriam, Debora, Hulda, Ester, Giuditta, Rhut, Noemi –, una genealogia femminile che non ha trovato memoria nella storia collettiva.

Il Dio delle donne non ha i caratteri del potere maschile. Non è il Dio guerriero, monarca assoluto che chiede sacrifici, giudica, incute terrore, castiga, esige obbedienza. È il Dio, invece, dell’amore, della misericordia, della vicinanza che le accompagna nella vita accettando le loro scelte libere. È lo           stesso Dio di Gesù, che non chiede sottomissione, non parla di timore, ma di amore: annuncia felicità e speranza. È il Padre misericordioso-materno che abbraccia, accoglie incondizionatamente il figlio perduto e cerca chi si è smarrito senza condannare. Le donne, le cui tracce non scompaiono dai testi canonici, riconoscono Gesù, il Maestro. Ascoltano, interrogano, provocano, accudiscono, amano, condividono, testimoniano, inquietano, trasgrediscono, lo seguono e lo accompagnano lungo il suo cammino fin sotto la croce, dove gli uomini lo abbandonano. Gesù, un uomo pieno di sentimenti, le ama, ne fa le sue discepole (le sorelle Marta e Maria), le sue Apostole (Maddalena, l’Apostola degli Apostoli, non la prostituta pentita, come la si è voluta ritrarre; Maria, la madre, la sovversiva che non sempre capisce suo figlio), discute e si confronta con loro (la Samaritana, la missionaria ispiratrice della mistica), nel mentre i discepoli faticano a comprendere il suo comportamento. Il Gesù dei Vangeli non concepisce la sua comunità come una cerchia separata di soli uomini e non voleva un tempio, un sacerdozio, una struttura gerarchica, né tantomeno un diritto canonico, la sua attenzione era esclusivamente rivolta a un profondo rinnovamento di vita, in vista dell’immanente Regno di Dio. Una narrazione, quella di Adriana Valerio, che va letta, conosciuta e studiata.


(Il Quotidiano del Sud, 1° aprile 2023)

di Jessica Chia


«Nella mia dimensione culturale è normale che il Gange, sulle cui sponde sono nata, mi scorra nelle vene come parte di me, così come è naturale sapere che l’Himalaya costituisce la forza di pietra che mi contraddistingue. Io e la mia terra siamo uno. E questo vale per tutti gli esseri umani». È forse partendo da questo tutt’uno che si può entrare nel pensiero dell’attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva (Dehradun, 1952), che allo studio e alla salvaguardia del pianeta ha dedicato la sua intera esistenza. Esattamente «cinquant’anni di attivismo» su settanta di età, come ha detto a La 27esimaOra nell’intervista che si è tenuta in occasione dell’uscita del suo nuovo libro. Il volume La vita è maestra. La mia storia di rivoluzione (Piemme, a cura di Manlio Masucci e Cinzia Chitra Piloni) è la prima autobiografia di Shiva, un «testamento culturale» e «un lascito alle future generazioni». Il volume inizia dal racconto della sua famiglia progressista – il nonno Mukhtar Singh fu l’iniziatore delle scuole femminili nei contesti rurali e morì di digiuno durante una protesta per poter fondare la prima università femminile. Cresciuta in simbiosi con la natura, Shiva si laurea in fisica nel 1978 all’Università del Punjab e consegue un dottorato in filosofia all’University of Western Ontario, Canada. Per tutta la vita si dedica a progetti di tutela della biodiversità, della sostenibilità alimentare, del clima e diventa «custode dei semi», che per l’attivista rappresentano «il principio della vita sulla Terra». Motivo per cui fonda Navdanya («nove semi»): un’organizzazione nata per difendere la sovranità alimentare e la biodiversità. Ma soprattutto Shiva, vincitrice nel 1993 del Right Livelihood Award, il premio Nobel alternativo per la pace, e fondatrice della Earth University, è la principale teorica dell’ecofemminismo e si è sempre battuta contro la globalizzazione, le colture intensive, gli Ogm, oltre a promuovere l’empowerment femminile, come lei stessa ha fatto lottando tutta la vita contro il patriarcato: lei, donna indiana che studia, che si separa dal marito, affronta una battaglia legale per ottenere la custodia del figlio, in una società che considera ancora donne e figli proprietà dell’uomo. In questa intervista le abbiamo chiesto il suo punto di vista sui leader mondiali, sul cambiamento climatico, sull’“immigrazione climatica” e sulla nascita del suo pensiero ecofemminista.

Perché la salvaguardia dei semi è così importante per il nostro pianeta? E qual è il significato di “monocultura della mente”?

«Ci hanno voluto far credere che le monocolture producono di più, ma la foresta naturale ha in realtà una produttività ben maggiore. Ho pensato: cosa impedisce alla gente di vedere la ricchezza e la diversità dei sistemi? Cosa li rende ciechi? Poi mi è venuta l’idea che la monocultura della mente non fa vedere la vita, la diversità, la pluralità. Questo è il pregiudizio attraverso cui prende forma l’uniformità della monocultura».

Com’è nato l’ecofemminismo e come si è evoluto?

«Sono stata coinvolta dal movimento Chipko (nato in India per la tutela delle foreste; sono celebri le donne del movimento che nell’Himalaya indiano abbracciarono gli alberi incatenandosi a questi per impedirne l’abbattimento, ndr) e pian piano mi è stato chiaro che sono state le donne a difendere la Terra. Quando mi è stato chiesto di scrivere un libro con Maria Mies, Ecofeminism (1993), raccontai il modo in cui il colonialismo e il commercio coloniale avevano deformato il processo economico dando vita all’estrattivismo: gli uomini venivano risucchiati nelle miniere e nelle piantagioni, e le donne erano lasciate a fare il lavoro di sostentamento della società, che però non veniva chiamato “economia”. Le donne avevano conoscenze su come sostenere i sistemi idrici, quelli alimentari, la comunità e la famiglia, e hanno continuato a farlo. Ecofemminismo è il riconoscimento che la convergenza di capitalismo e patriarcato sono le radici della distruzione del pianeta, del dominio sulle donne e del dominio sulle altre culture e razze. Ecofemminismo è il riconoscimento che facciamo parte di una sola famiglia sulla Terra, dove non ci sono specie, generi e classi privilegiate. Sulla Terra ognuno partecipa alla società della vita: questa è la vera democrazia, che io ho chiamato democrazia della Terra, e che è cresciuta dal mio pensiero ecofemminista pensando alla diversità, e non alle gerarchie, come base dell’uguaglianza».

Nel libro lei cita il G8 di Genova. In quel momento (era il 2001) in Italia il dibattito sul clima raggiunse la massa. Da allora, cos’è cambiato?

«Il dibattito sul clima esiste dal 1992 (con il primo summit della Terra a Rio de Janeiro, ndr) e, per qualche ragione, si pensa che sia appena venuto fuori. La Convenzione sulla diversità biologica e la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici hanno 31 anni, ma siamo di nuovo di fronte a un punto cieco, come se non ci fosse una crisi della biodiversità.

Ricordo bene il G8 di Genova, la grande protesta; prima di allora, c’era stata quella di Seattle. Fu il momento in cui i poteri costituiti pensarono di poter creare monopoli; in realtà capirono che le persone sanno resistere. La violenza contro il ragazzo a Genova (Carlo Giuliani, ucciso a ventitré anni da un carabiniere, ndr) è stata la nuova morte della democrazia: le persone avevano il diritto di protestare, ma quel diritto è stato criminalizzato: è questo quello che abbiamo visto a Genova. Genova è uno spartiacque totale, perché un ragazzo ha dato la sua vita per la libertà e la democrazia. Perché il G8 di allora, e oggi il G20, sono gruppi di persone che si riuniscono e decidono verso quale direzione deve andare il mondo. Se guardiamo a oggi, le persone stanno marciando per la natura, per il lavoro… Ma pensiamo che i leader stiano ascoltando? No, loro pensano di essere immuni alla democrazia».

Poche settimane fa Giorgia Meloni ha incontrato in India Narendra Modi. Cosa pensa di quell’incontro e delle promesse dei leader fatte intorno all’emergenza climatica?

«Penso che l’emergenza climatica significhi scendere tutti dal carrozzone della globalizzazione. Dobbiamo guardare alle emissioni e a come sono aumentate dal 1995 quando l’economia, invece di essere locale e nazionale, è stata globalizzata attraverso il controllo di società multinazionali. La globalizzazione aziendale è una fabbrica di emissioni e distrugge anche i mezzi di sostentamento, la democrazia delle nostre culture. Direi ai due leader: voi, oggi nel 2023, rappresentate una civiltà molto antica. Cercate di conquistare la fiducia dei vostri popoli per difendere la diversità culturale e la biodiversità per affrontare il cambiamento climatico».

Che cos’ha rappresentato per lei l’incontro con Papa Francesco?

«Ho incontrato per la prima volta Papa Francesco durante gli incontri che aveva organizzato (nel 2014) in Vaticano per parlare del superamento di un’economia dell’indifferenza verso un nuovo paradigma economico. Poi di nuovo, via Zoom, per The Economy of Francesco. Quando mi è stato chiesto dell’enciclica (Laudato si’, 2015, ndr) ho detto che è stata scritta dai cattolici, ma avrebbe potuto scriverla un qualsiasi leader spirituale perché distilla il meglio dell’evoluzione e del pensiero umano, la giustizia e la sostenibilità, i diritti della gente e i diritti della Terra che sono interconnessi».

Secondo lei, qual è il cambiamento più urgente da fare per la salute della Terra?

«Stop al cibo industriale, stop alla globalizzazione dei sistemi alimentari. Perché il 50% dei gas serra proviene da un cattivo sistema dell’alimentazione che sta distruggendo anche la biodiversità. Ci si sta concentrando su quattro colture che sono geneticamente modificate, e da cui possono essere raccolte le royalties: mais, canola, soia, cotone. In India abbiamo visto cos’ha fatto il cotone ai nostri contadini. L’Argentina è stata distrutta dalla soia Ogm. È tempo di fermare questo macchinario distruttivo che è stato creato dall’industria chimica usando l’ingegneria genetica. La cosa più urgente da fare è sviluppare la biodiversità, le economie locali, maggiore connessione tra chi mangia e i produttori di cibo, per ricostruire le economie locali attraverso le democrazie locali e con esse la diversità culturale del nostro pianeta».

In Italia, nella tragedia di Cutro hanno perso la vita 91 migranti. L’immigrazione continuerà a crescere anche a causa dei cambiamenti climatici. Quale scenario ci attende?

«La disperazione della migrazione deriva dalla distruzione delle economie e delle ecologie dovuta al sistema globalizzato. Siamo noi a spingere le persone fuori dalle loro case. Come unica famiglia della Terra, dobbiamo iniziare a pensare a come la Terra e i mezzi di sostentamento delle persone stiano venendo distrutti. Questa è la prima cosa da fare perché le persone abbiano la possibilità di stare a casa; abbiamo l’obbligo di trovare modi per accoglierli perché il pianeta è la nostra casa comune. E trovare spazio per le persone che sono state sradicate e sfollate è un dovere umano. Criminalizzare gli sfollati è moralmente ed eticamente sbagliato».


(La 27esima Ora, 26 marzo 2023)

di Franca Fortunato


Vera Politkovskaja con la giornalista Sara Giudice nel suo libro Una madre edito Rizzoli, da poco in libreria, onora sua madre Anna, la giornalista assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006. Guarda con i suoi occhi di figlia la madre e racconta di lei affinché il mondo non dimentichi il suo nome, come è avvenuto nel suo Paese, dove era diventata “la pazza di Mosca”. Racconta per ricordare la lezione lasciata a lei e al fratello, «siate coraggiosi e chiamate sempre le cose con il loro nome, dittatori compresi». In un andirivieni tra passato e presente, tra madre e figlia, Vera ci racconta la sua Russia e quella della madre, la sua vita in quella della madre, legate dal filo della guerra. Ieri la seconda guerra in Cecenia (1999-2009) di cui la madre divenne con i suoi reportage testimone della verità, dei crimini e degli orrori, oggi la guerra in Ucraina che ha portato Vera a lasciare il suo Paese, con la figlia Anna: «La guerra in Ucraina ha stravolto la nostra vita. Dopo il 24 febbraio 2022 il nostro cognome è tornato a essere oggetto di minacce, ancor di morte, questa volta verso mia figlia, che è solo un’adolescente. Da quando a scuola hanno iniziato a parlare del conflitto in Ucraina, i compagni si sono scagliati contro di lei. Così abbiamo scelto l’esilio volontario, la fuga in un altro Paese. Da un giorno all’altro abbiamo fatto le valigie e ce ne siamo andate da Mosca, che già ci aveva tolto tanto. A me la madre, a mia figlia la nonna».

Una madre, una nonna, una giornalista «testimone viva di quella mattanza in Cecenia», dove partiva per testimoniare, per ascoltare le vittime, per dare parola al dolore. «Io sono come un poeta. Io vivo la vita, e scrivo di ciò che vedo». Odiata dal potere, era sola, profondamente sola. «La maggior parte dei colleghi non la capiva o non voleva capirla. Reagiva con sconcerto ai suoi reportage, che spesso venivano apertamente criticati. Per paura o per invidia». Non meraviglia che a distanza di anni «tutti si sono dimenticati in fretta di Anna Politkovskaja, soprattutto la gente che conta», il suo nome è avvolto dal silenzio, mentre in Occidente sopravvive ancora il ricordo di lei e del suo coraggio. Vera testimonia ciò che è accaduto in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Ricorda le proteste contro la guerra, le manifestazioni con «una significativa presenza femminile». «Quasi 22 mila russi sono stati fermati per aver manifestato pacificamente». Ricorda il movimento delle madri dei soldati, nato durante la seconda guerra cecena quando le madri andarono a prendersi i figli vivi o morti e oggi sono scese in piazza per impedire la partenza o il ritorno dei figli in guerra. Pagine commoventi sono dedicate alle ultime ore passate con la madre, alle ultime parole che si sono dette per telefono, allo sconcerto e al dolore alla notizia del suo assassinio. Un dolore che non passa, fatto di amarezza perché, a distanza di anni, se sono stati processati e condannati gli esecutori restano impuniti i mandanti politici: «Non è cambiato nulla. Gli uomini che mia madre ha combattuto con le parole sono ancora lì». L’immagine con cui si chiude il libro ha un grande significato simbolico. Il 6 maggio 2022 la dacia, luogo della memoria familiare, va a fuoco ma dall’incendio si salva solo il giardino dove in estate fioriscono gli iris e le peonie della madre. Un enorme salice, che aveva piantato lei, si ricopre di foglie. Il prato è di nuovo un manto verde, come il ricordo di Anna Politkovskaja rinverdito dalla figlia. Un libro che è un atto d’amore di una figlia verso una madre che ha fatto della verità la sua passione e la sua ragione di vita.


(Il Quotidiano del Sud, 18 marzo 2023)

di Riccardo Michelucci 


Nata a Zagabria, contestò il nazionalismo che avrebbero portato alla guerra civile e per questo dal 1993 visse in esilio. Appena tradotta la sua opera principale, “Il museo della resa incondizionata”.


Dubravka Ugrešić, una delle più importanti scrittrici croate contemporanee, è morta oggi a 73 anni ad Amsterdam, costretta all’esilio nel 1993 non dalla guerra dei Balcani ma dalla deriva nazionalista che aveva travolto il suo Paese. Per la sua strenua opposizione al nazionalismo fu a lungo ostracizzata e messa all’indice anche da molti suoi colleghi dell’Università di Zagabria. In esilio avrebbe però prodotto una delle sue opere principali, Il museo della resa incondizionata, che torna adesso anche in traduzione italiana con La nave di Teseo (traduzione di Lara Cerruti; pagine 368, euro 20,00), in cui ammette: «Sì, scrissi qualcosa che non avrei dovuto. Lo feci, lo ammetto, più per una mia incapacità di adeguarmi alla menzogna generale, che per un desiderio di eroismo. Ero nell’età in cui la menzogna, in quanto strategia legittima, è sopportabile soltanto in letteratura, e non più nella vita».

Nata vicino a Zagabria nel 1949 da padre croato e madre bulgara, Dubravka Ugrešić è stata tradotta in oltre venti lingue e si è aggiudicata alcuni dei più prestigiosi premi letterari internazionali proprio mentre nel suo Paese veniva insultata e disprezzata. Non riconoscendosi in quello che è diventato il suo Paese dopo la guerra, ha vissuto per trent’anni tra l’Olanda e gli Stati Uniti ma si sentiva ancora intimamente jugoslava. Più che una cronaca del suo esilio, Il museo della resa incondizionata è un viaggio nella memoria, un contenitore di ricordi, di oggetti e di personaggi che l’autrice ha incontrato dopo aver abbandonato la sua terra d’origine. Un libro che è popolato anche da figure del suo passato, come la madre e le amiche, le cui parabole esistenziali ci restituiscono un campionario delle differenti reazioni alla violenta e improvvisa disgregazione di quel mondo. Per molti cittadini della ex Jugoslavia come lei, la memoria individuale è diventata l’unica forma di memoria collettiva possibile. Gli elementi sparsi e apparentemente senza relazione tra loro che Ugrešić ci racconta sono simili a quelli che compongono l’elenco postmoderno riportato all’inizio del suo libro: sono i reperti in mostra in una vetrina dello zoo di Berlino, recuperati dallo stomaco di un elefante marino morto nel 1961. È un ammasso di oggetti inghiottiti dall’animale durante la sua esistenza, ai quali il visitatore è chiamato a dare un senso, a ricercare legami e possibili coordinate significative.

Partendo da una serie di immagini ritrovate in una borsa di pelle in fondo a un armadio, la scrittrice croata ricostruisce la storia di sua madre raccontando parallelamente anche il suo presente e il suo passato in un libro che è a metà strada tra il diario, il romanzo e il memoir, reso con uno stile aforistico e una narrazione che non segue mai un andamento lineare o cronologico. Quel che è indubbio, però, è che al centro di esso ci sono la memoria e il modo in cui essa viene conservata. «La vita non è altro che un album di fotografie. Solo quel che c’è nell’album esiste. Quel che nell’album manca, non è nemmeno mai accaduto». Non a caso Ugrešić riteneva che gli esiliati siano divisi in due gruppi, quelli che possiedono fotografie – e quindi un legame con il passato – e coloro che invece non le hanno. Chi è costretto alla fuga e alla precarietà dell’esilio sa bene che i ricordi possono diventare il bene più prezioso. Lo sapeva anche il criminale di guerra serbo-bosniaco Ratko Mladić, che un giorno telefonò a un suo conoscente di Sarajevo e gli disse di portar via i suoi album di fotografie, sapendo che la sua casa stava per essere bombardata.


(Avvenire, 17 marzo 2023)

di Jessica Chia


Sono sempre state lì e per molto tempo quasi nessuno le ha ricordate. Sono scrittrici – conclamate e non – dimenticate, ma per i loro contemporanei sono state, in base all’epoca, solo delle cortigiane, delle «isteriche» o delle degenerate. Ora molte di queste voci popolano il nuovo saggio della traduttrice e autrice Margherita Giacobino (Torino, 1952), Quello che ho da dire lo dico da sola (Somara!Edizioni) e danno vita a un’antologia di nomi fuori dal canone, un prato in cui si incontrano fiori meravigliosi, erbe urticanti e piante selvatiche: nessuna di loro può lasciare indifferenti. E in ognuna c’è quello che diventerà la sostanza del nostro presente; ci sono pagine di vita, sangue e carne. Pagine di libertà e del suo prezzo: l’esclusione, l’esistenza ai margini, l’eccesso.

Dall’alto a sinistra, in senso orario: Jean Rhys, Carla Lonzi, Patricia Highsmith, Leslie Feinberg, Annemarie Schwarzenbach, Audre Lorde

Giacobino ripercorre un arco temporale che va da Saffo fino al secolo scorso, raccontando vite e opere di donne unite da un indomito bisogno di scrittura. Quasi tutte riscoperte in seguito, e non sempre alle prese con una carriera editoriale, queste donne hanno scritto prima di tutto per sé stesse e per la loro sopravvivenza: «Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e si cariano i denti. Mi irritano sempre molto quelli che dicono che scrivere fiction è evadere dalla realtà. È tuffarsi nella realtà, ed è un grosso shock per il sistema», scriveva Flannery O’Connor nel 1969 in Mistery and Manners. Occasional Prose.

«Scomode, sessualmente trasgressive, fuorilegge, outsider. Irritanti, sconvenienti, disadattate, pazze, affascinanti, terribili. Eccessive, indigeste, non riducibili in pillole, rivoltose, insofferenti a ogni modello. Tenacemente, meravigliosamente sé stesse. Così sono le autrici di cui parlo». Le pagine iniziali ci accompagnano in un viaggio storico attraverso la nascita della figura delle scrittrici, a cui per secoli «è stato insegnato a ritenersi marginali e parziali, incapaci di comprendere l’astratto, il grande, l’assoluto, l’universale». Portando l’esempio della letteratura inglese, Giacobino cita autrici che hanno scritto 150 anni prima di Jane Austen – la prima scrittrice riconosciuta dalla critica ufficiale – che sembrano essere sparite nel nulla. Come Margaret Cavendish (1623-1673), «una delle più famose – e vilipese – letterate del Seicento inglese», condotta all’isolamento dai suoi contemporanei perché osava scrivere. Oppure Aphra Behn (1640-1689), considerata una cortigiana perché si manteneva col suo lavoro di scrittura.

Dopo l’introduzione storica, Giacobino passa poi a raccontare le «sue donne» dimenticate – che mai come oggi vivono nel presente – raggruppate per temi che le rendono più affini tra loro, come «le guerriere». Di queste fa parte l’americana Audre Lorde (1934-1992), che si autodefiniva «nera, lesbica, guerriera, femminista, madre, poeta»; un’outsider, provocatrice. La sua scrittura si mette in lotta contro razzismo, sessismo, omofobia, classismo e tutte le «distorsioni» della nostra epoca. Ma questo è anche il capitolo della regina dei banditi, l’indiana Phoolan Devi (1963-2001) e della sua incredibile storia – fatta di ingiustizie, violenza, stupri, lotte di classe, povertà, abuso di potere – che fece narrare ad altre mani per via del suo analfabetismo.

Poi ci sono le «svergognate»: è il capitolo, per esempio, dove compare la francese Violette Leduc (1907-1972) che, senza pietà, «scrive proclama, lamenta, grida sé stessa», il suo piacere sessuale e l’eros tra donne – tormentato, come la sua esistenza – e si innamora di Simone de Beauvoir, sua madrina letteraria. Mentre nel capitolo «sui confini dell’identità di genere» trova posto anche Anne Lister (1791-1840), personaggio che sembra appartenere alla nostra epoca, e a cui siamo debitrici per aver introdotto nella narrativa dell’Ottocento (attraverso i suoi diari segreti) il corpo e la sessualità femminile, e per averci lasciato le descrizioni delle sue amanti e del piacere lesbico con una sorprendente modernità.

Poi ci sono le autrici protagoniste di «travestitismo e transgenderismo letterario» (come Patricia Highsmith e Carson McCullers); «le vampire», «le peccatrici punite» (tra cui i personaggi femminili raccontati da autori maschi, cioè le «grandi adultere» dell’Ottocento, un caso per tutti: Madame Bovary), e infine «le figlie delle rivolte» (Valerie Solanas, la donna che nel 1968, a New York, sparò tre colpi di pistola ad Andy Warhol e poi scrisse il Manifesto Scum Carla Lonzi, dal quale secondo Manifesto di rivolta femminile è tratto il titolo di questa raccolta) e «le strade solitarie» (Annemarie Schwarzenbach e Flannery O’Connor).

Non possono bastare poche righe per rendere gli universi di queste autrici, descritti con profonda conoscenza da Giacobino. Ognuna di loro è stata considerata «pazza» per aver scritto, o per averlo fatto in contrasto col suo tempo; ognuna di loro ha avuto qualcosa da dire, e l’ha detto «da sola». Ora lasciamole entrare dalle nostre porte, lasciamole sedere sui banchi delle nostre classi, facciamoci svegliare dai loro sussurri notturni. Per troppo tempo sono state taciute, è ora di lasciarle urlare.


(https://27esimaora.corriere.it/23_marzo_17/scandalose-fuori-canone-anne-lister-carla-lonzi-ecco-scrittrici-dimenticate-margherita-giacobino-600846b2-c17a-11ed-839f-35544f562c09.shtml, 17 marzo 2023)

di Alessandra Sarchi


Sara De Simone è traduttrice e studiosa di Virginia Woolf ma ha deciso di dedicare il suo primo libro al rapporto che Woolf intrattenne nell’arco di cinque anni (1917-1923) con Katherine Mansfield. Quando ci incontriamo a Bologna, in una Salaborsa gremita per la presentazione, le chiedo: cosa l’ha spinta a voler indagare quella che ci era stata trasmessa perlopiù come una rivalità? «La prima idea del libro è nata mentre traducevo, con Nadia Fusini, il carteggio d’amore tra Woolf e Sackville-West. Qualche anno dopo la morte di Mansfield, in una lettera a Vita, Virginia osserva: “Che strane amiche ho avuto, tu e lei”. Una frase tanto breve quanto enigmatica. Mi sono chiesta cosa potessero mai avere in comune Katherine Mansfield e Vita Sackville-West, donne e scrittrici diversissime. Vita è – di fatto, assieme alla sorella Vanessa – la donna più importante nella vita di Virginia, mentre Katherine ci è stata spesso raccontata come una meteora nell’esistenza di Woolf, una collega più invidiata che amata».

«Ma allora perché Virginia mette assieme “l’adorata creatura” e la rivale, accomunandole sotto la definizione di “strane amiche”? Era una frase di nemmeno dieci parole, ma mi sembrò la chiave di un mondo. Quello di una relazione strana, singolare, vivissima, e – come purtroppo accade spesso per le storie di donne – ridotta da molti a un rapporto di mera competizione».

Nessuna come lei si legge come un romanzo ma ha la precisione e la puntualità di una scrittura frutto dello studio accurato dei diari, delle lettere e delle opere, tanto di Mansfield e di Woolf quanto della cerchia di intellettuali e artisti da loro frequentati in quel magico momento che furono gli anni venti del Novecento. Cosa ci rivela la quotidianità di queste due grandissime scrittrici? 
«La mole delle fonti è immensa. Da subito ho capito che non aveva senso scrivere un’altra biografia centrata sulle singole scrittrici. Ce ne sono diverse, e molto valide. Quello che mi interessava era la biografia di una relazione. Dovevo occuparmi di un arco cronologico breve, e certo molto intenso, ma proprio per questo potevo prendermi il lusso di indugiare nei dettagli, di seguire giorno per giorno Katherine e Virginia, non nei grandi eventi, ma in quelli minimi, andando a verificare di pari passo i pensieri e i movimenti dell’una e dell’altra. Ho costruito delle cronologie incrociate: oggi, lunedì, Virginia fa questo, Katherine fa quest’altro. È incredibile quanto, anche nei momenti in cui non si vedevano, le loro vite fossero intrecciate da pensieri e sentimenti comuni. Un giorno leggono lo stesso libro, e ne hanno la stessa opinione. Un altro sono ammalate entrambe, a letto, e fanno considerazioni simili, senza dirselo. Mi ha sempre affascinato il concetto di “amicizia stellare”. Due persone legate da un’amicizia profonda continuano a esserlo anche da lontano. Si rispondono e corrispondono ovunque siano. Woolf sopravviverà a Mansfield di quasi vent’anni, eppure il filo che le aveva unite, fino alla fine, non si spezzerà».

Katherine Mansfield muore a 34 anni di tisi. Eccentrica, esotica, bollata di sentimentalismo spesso dalla stessa Woolf, si potrebbe pensare a lei come a una meteora. Come si colloca invece Mansfield in relazione a Woolf e alla letteratura del ’900? 
«Mansfield è una pioniera del modernismo. Woolf impara molto da lei. Quando s’incontrano, nel 1917, Katherine è più avanti di lei nell’elaborazione di uno stile sperimentale. Certo, anche Virginia sta seguendo quella pista, ma la vicinanza e il confronto con Mansfield la influenzano e ispirano in maniera decisiva. Anche quando Katherine recensisce negativamente il secondo romanzo di Virginia, Notte e giorno, ritenendolo troppo tradizionale, dopo l’iniziale ferita, Woolf non può che riconoscere l’importanza di quel giudizio sincero. È una lezione di amicizia anche questa: Mansfield soffre moltissimo a scrivere quella recensione, ci rimette mano cento volte, eppure alla fine non può che dire la verità. Una verità che farà bene a Woolf e la aiuterà a scrivere il suo primo romanzo sperimentale, La stanza di Jacob».

Parliamo della gelosia o invidia che colpisce soprattutto Virginia nei confronti di Katherine. Si può essere amiche e in competizione? 
«Certo. Non si capisce perché tra uomini tutto questo sia lecito, mentre tra donne le possibilità siano solo due: o sorellanza idilliaca, senza pieghe e senza ambiguità, o velenosa competizione. I rapporti veri sono spesso attraversati da sentimenti contrastanti. Il punto, semmai, è che tenere le donne divise fa comodo a molti. Spesso anche alle donne stesse, che cadono in questo equivoco. Mansfield e Woolf non hanno paura di confrontarsi a viso aperto, e se ce l’hanno la superano, perché l’urgenza di aderire alla vita, per loro, è più forte».

Leggendo il suo libro si ha l’impressione che Woolf abbia messo a fuoco molte delle riflessioni sulla condizione femminile anche grazie al rapporto con Mansfield. Cosa rappresentavano l’una per l’altra
«Erano indubbiamente due donne molto diverse. Per certi aspetti complementari. Katherine è audace, libera, anticonformista. Si fa buttare fuori da un bus perché difende pubblicamente le suffragette, pur non facendo parte del movimento. Si sposa e pianta in asso il marito la sera stessa. Ama follemente una principessa maori. Impavida va al fronte, durante la prima guerra mondiale, per raggiungere un amante scrittore. Vive le passioni dell’anima e del corpo con estremo coraggio. Virginia è più timida, titubante, spaventata. Ma, in fondo, è animata dalla stessa audacia, dalla stessa libertà. Per questo è attratta da Katherine. Katherine è quello che lei non è, ma è anche quello che lei è, in una maniera più evidente, talora eccessiva. Il nodo è qui: Katherine è un’appassionata della verità e la pratica in ogni campo, dall’amore alla scrittura, alla spiritualità, senza riserve. Virginia a volte ne è turbata. Riconosce in lei un movimento quasi feroce, eppure sempre, profondamente, autentico. Non è un caso che, proprio quando Katherine muore, Virginia sia finalmente pronta a immergersi più pienamente nella vita: con i suoi romanzi sperimentali, e con l’amore per una donna».

Entrambe avevano dimestichezza con la malattia che fu vissuta non solo come prigione ma anche come momento di conoscenza. Le considera creature del buio o della luce? 
«Pur nelle loro differenze, sia Woolf che Mansfield sono state spesso raccontate come figure tragiche. Avevo voglia di parlare soprattutto della loro luce: sono donne di un’ironia travolgente, sempre capaci di cogliere l’aspetto comico della vita, sempre pronte a godere del ridicolo (in specie quando riguarda loro stesse). Insieme officiano vere e proprie “riunioni religiose in lode di Shakespeare”, insieme se la ridono di Joyce, leggendo ad alta voce il suo monumentale Ulisse , che tutti additano come un capolavoro, e di cui loro sanno rintracciare pregi e difetti, senza deferenza verso il genio maschile, ma anche senza alcun risentimento».


(Corriere della Sera, 16 marzo 2023)

di Antonella Mariani 


La filosofa Valentina Pazé si interroga: lo sfruttamento dei corpi è frutto della logica capitalistica, che fa passare per “altruistico” ciò che invece è al servizio del mercato


Vendere il proprio corpo può essere una scelta di libertà, come il mito della “prostituta felice” suggerisce? E affittare il proprio utero, magari con l’idea di “aiutare” una coppia sterile? O, al contrario, sono espressioni di false libertà, quelle di chi si mette, anche inconsapevolmente, al servizio dello sfruttamento capitalistico dei corpi? A porsi queste domande è una filosofa della politica, che le risposte le ha scritte in un libro uscito nei giorni scorsi da Bollati Boringhieri, Libertà in vendita. Il corpo tra scelta e mercato (192 pagine, 16 euro). Senza tema di fare spoiler, possiamo anticipare le conclusioni, con una frase che Valentina Pazé, docente all’Università di Torino, ha consegnato ad Avvenire al termine di una lunga intervista: «La forma specificamente capitalista di sfruttamento si basa sulla libertà di chi ha poche alternative». Marx dixit quello che la sinistra, oggi, spesso non dice più.

Professoressa Pazé, che una filosofa si occupi di libertà è normale, che prenda in esame la presunta libertà di prostituirsi o di affittare il proprio utero è più originale. Da cosa è nato il suo interesse?

Dalla curiosità che hanno suscitato in me alcuni racconti, letti su vari giornali, di alcune madri surrogate che descrivevano in modo positivo la propria esperienza. All’inizio ho pensato che questi racconti fossero poco credibili. Poi il mio giudizio è cambiato. Ho riflettuto su ciò che già osservava Alain Caillé: la grande capacità del capitalismo di mobilitare il “non utilitario”, come la dedizione, la generosità e l’altruismo, al servizio dell’utilitario. E, per altri versi, il bisogno, da parte di chi è coinvolto in simili transazioni, di raccontare a sé e agli altri una verità diversa da quella dello scambio commerciale.

Insomma, le madri surrogate che dicono di farlo per altruismo sarebbero in realtà manipolate dal capitalismo?

I racconti di chi ha vissuto un’esperienza in prima persona vanno sempre ascoltati con attenzione e con rispetto. Ma senza essere ingenui, cioè considerando il giro di soldi che c’è dietro. Anche nei Paesi in cui è ammessa solo la gravidanza per altri (Gpa) altruistica, come in Gran Bretagna, esistono le cliniche, le agenzie di intermediazione, i consulenti legali: un mondo che non è mosso da altruismo. E le madri surrogate ricevono cospicui rimborsi spese, in realtà veri e propri compensi. Mi pare insomma che dietro il concetto di Gpa solidale si annidi una certa ipocrisia.

Chi fa pressioni per introdurre nel nostro ordinamento almeno la Gpa solidale sostiene che si tratti di un dono. Non è così?

L’articolo 3 della Carta di Nizza (la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata una prima volta il 7 dicembre 2000 nella città francese, ndr) vieta di fare del corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro. Con la “Gpa solidale” si vuole aggirare l’ostacolo. Ma il dono è una cosa seria, gli antropologi che lo hanno studiato ci spiegano che è un modo per costruire relazioni. Qui c’è un dono al servizio del mercato.

Professoressa, è consapevole di nuotare controcorrente rispetto al pensiero mainstream, in particolare a sinistra?

A sinistra – ma non solo – si incorre spesso nell’abbaglio di non vedere il mercato dietro fenomeni di questo tipo. Mi sconcerta il silenzio assordante che circonda le nuove forme di sfruttamento, mascherate e giustificate nel nome della libertà. E mi colpisce l’incapacità di vedere l’esistenza di rapporti di subordinazione, di sfruttamento o vero e proprio dominio, quando siano mediati dalla forma giuridica del contratto. Ma esistono anche voci critiche: posso citare grandi pensatori laici e di sinistra come Stefano Rodotà, che denunciava il pericolo della “cannibalizzazione” del corpo da parte del mercato, oppure Luigi Ferrajoli, grande giurista allievo di Norberto Bobbio, per il quale la stella polare della sinistra è l’uguaglianza. Nella gravidanza per altri sono evidenti i rapporti asimmetrici; non a caso la madre surrogata è sempre di ceto sociale inferiore alle coppie paganti. C’è una certa cecità di fronte a questi fenomeni; oggi mi sembra interessante che sia il Papa a spendersi contro la mercificazione universale.

Nel suo saggio argomenta anche contro la presunta libertà di prostituirsi. Un tema molto controverso: sempre più spesso sentiamo testimonianze di “escort felici”…

Anche in questo caso, è giusto ascoltare tutte le testimonianze, con rispetto ma non con ingenuità, confrontandole con tutto quello che sappiamo sul mondo della prostituzione. Ad esempio il numero di donne che vengono uccise o che sviluppano patologie psichiatriche o si suicidano… Se l’invito a mettersi in vendita, veicolato da un certo modello culturale, è stato accolto da donne che interpretano la libertà sessuale in questo modo, le leggi devono però proteggere i soggetti più deboli. Chi finisce a esercitare quell’attività nella stragrande maggioranza dei casi non ha avuto altre possibilità.

E se una donna vende il suo corpo volontariamente?

Questo ha a che fare con l’egemonia del modello neoliberale, che dice che siamo tutti imprenditori di noi stessi e dobbiamo mettere a valore tutto ciò che abbiamo e che siamo. A questo modello si può opporre ciò che diceva Marx, e cioè che gli operai devono lottare per ottenere una legge che limiti la loro libertà di diventare volontariamente schiavi del capitale. Quello che Marx sapeva è che le forme moderne di sfruttamento si basano sulla libertà di chi ha poche alternative. Una disponibilità a farsi sfruttare che si manifesta nella forma estrema della “prostituzione volontaria”, ma non solo; pensiamo ai giovani invitati a lavorare gratis per arricchire il curriculum o alle condizioni di braccianti e rider…


(Avvenire, 9 marzo 2023)

di Franca Fortunato


C’è una storia di un tempo passato che ci parla nel presente della guerra che da un anno infiamma l’Europa e di cui non si vede la fine. La racconta Simone Weil, una delle più grandi pensatrici del Novecento, nella sua tragedia Venezia salva, rimasta incompiuta, che lei scrisse nel 1940 a Vichy dove si era rifugiata con i genitori dopo l’entrata dei tedeschi a Parigi.

La storia narra che nel 1618 Bedmar, ambasciatore di Spagna a Venezia, ordì una congiura per dare Venezia al re di Spagna, allora signore di quasi tutta l’Italia. Egli affidò l’esecuzione del piano a Renaud, gentiluomo francese, e a Pierre, pirata provenzale, che sognavano “onori”, “dominio” e “possesso”.  Gran parte delle truppe mercenarie di guarnigione a Venezia e molti ufficiali, la maggior parte stranieri, al servizio di Venezia, furono coinvolti nella congiura, con promesse di denaro e onori. Il piano era di agire di sorpresa in piena notte, occupare la città, appiccare il fuoco in tutti i quartieri e uccidere tutti coloro che avrebbero tentato di resistere. La notte prescelta era quella della vigilia della Pentecoste. Accadde però che Jaffier, uno dei capi della congiura, la fece fallire denunciandola al Consiglio dei Dieci.

Saint-Réal, che aveva scritto la storia nel 1672, aveva interpretato il gesto di Jaffier come l’azione di un traditore, un vigliacco, un debole, da disprezzare secondo l’immaginario maschile che nella guerra accompagna l’eroe, il guerriero da onorare. «Valori» quali «nazione», «libertà», «democrazia”, «sicurezza nazionale», «difesa dei territori» utilizzati dagli uomini per giustificare le loro guerre «hanno come contenuto solo milioni di cadaveri, orfani, mutilati, disperazione e lacrime». Non ci sono guerre giuste, la guerra è sempre un crimine, è imperio della forza che distrugge, disumanizza, massacra, sradica chi scappa e uccide chi resta, è odio, foriero di nuovi conflitti e nuove guerre. Chi si rifiuta di combattere come gli obiettori di coscienza in Russia e in Ucraina, o le madri che impediscono ai figli di partire o di tornare al fronte, chi fugge o si nasconde per sottarsi alla proscrizione obbligatoria, non è che un vigliacco, un traditore.

È questo immaginario maschile che Jaffier abbandona divenendo per Simone «l’eroe perfetto», disprezzato, di cui il nostro tempo ha bisogno per cacciare la guerra dalla storia prima che una guerra nucleare, complici le donne di potere, cacci l’umanità dalla faccia della terra. Jaffier non si è mosso per tradire i suoi compagni, ma per pietà verso «la splendida città» che, ignara di quello che l’aspetta, le appare in tutta la sua «fragilità». Salvare una città, un paese, un popolo dalla catastrofe non è segno di resa o di debolezza ma di forza e di amore. La guerra in Ucraina non si è voluta evitare, anzi la si è preparata, non si è voluta fermare anzi è divenuta una guerra tra potenze nucleari. Scelta la strada della «resistenza», dell’invio di armi e delle sanzioni, a distanza di un anno non restano che città rase al suolo, milioni di profughi sradicati, centinaia di migliaia di morti di civili e di giovani costretti a combattere contro la loro volontà, legami familiari e parentali distrutti, un bene prezioso perduto per sempre. Non restano che macerie materiali e spirituali e un mondo che si arma per altre guerre e altri massacri. Nessuna pace è «vergognosa», nessuna condizione è inaccettabile per salvare una città, un paese, l’umanità. Ce lo insegna Simone Weil e la sua «Venezia Salva».  


(Il Quotidiano del Sud, 25 febbraio 2023)

di Irène Némirovsky, a cura di Marina Santini e Clara Jourdan


Da Tempesta in giugno, di Irène Némirovsky (Kiev, 11 febbraio 1903 – Auschwitz, 17 agosto 1942), edita in Italia da Adelphi nel 2022, pp. 160-161, che racconta l’esodo del giugno 1940 da Parigi, versione dattiloscritta pubblicata in Francia nel 2020 di Suite francese.


Il diciasettenne Huber, esaltato, si sta vantando di aver combattuto, per fermare l’avanzata dell’esercito tedesco verso Parigi, a Moulins.

«Vengo da Moulins. Ho difeso Moulins» disse.

Si aspettava di essere circondato, di ricevere domande, omaggi, conforto, ma vi furono solo sguardi silenziosi. Una donna chiese:

«Ah, sì? Quindi c’è stata una battaglia a Moulins?»

Un’altra donna piangeva. Piangeva e nel contempo mangiava: un singhiozzo, un boccone. Le lacrime le cadevano nel caffellatte:

«Ne è valsa proprio la pena» disse lanciando a Hubert uno sguardo di rimprovero, come se fosse responsabile della battaglia di Moulins. «Se non opponiamo resistenza, non ci faranno niente. Abbiamo perso, dobbiamo soltanto rimanere tranquilli. Se la gente comincia a difendersi il paese sarà messo a ferro e fuoco. Ci ammazzeranno tutti quanti» disse con tono da tragedia, mentre si prendeva una seconda fetta di pane.


(www.libreriadelledonne.it, 24 febbraio 2023)

di Guido Caldiron


Non è solo un omaggio alla memoria degli affetti, al dolore di una perdita che si rinnova ogni giorno. Una madre, il bel libro di Vera Politkóvskaja, con Sara Giudice, da oggi in libreria per Rizzoli (pp. 204, euro 19, traduzione di Marco Clementi), è anche un documento che indica come la lotta per la libertà, e la verità, della giornalista uccisa a Mosca il 7 ottobre del 2006 non si sia, malgrado tutto, mai del tutto arrestata.

In questo senso, il fatto che l’uscita del volume coincida con l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, è tutt’altro che un caso. «I primi due anni dopo la morte di mia madre sono stati difficilissimi sia per me sia per tutta la famiglia. Ma l’ultimo anno è stato probabilmente uno dei più difficili della mia vita, perché per la seconda volta la storia della nostra famiglia si è divisa a partire dal 24 febbraio 2022», ha spiegato ieri Vera Politkóvskaja in occasione della presentazione a Roma del libro. L’autrice, che aveva 26 anni al momento dell’assassinio della madre e che dopo gli inizi come musicista classica ne ha seguito le orme nel campo dell’informazione, è stata costretta a lasciare la Russia subito dopo l’inizio della guerra e ha completato la stesura di Una madre «al di fuori dei confini della Federazione Russa, cosa che mi ha dato la possibilità di sentirmi più libera nel ricordare la nostra vita».

Vera Politkóvskaja racconta infatti, accanto alla relazione intensa ma a volte burrascosa tra due donne dal carattere deciso, la vita, la passione e le battaglie per la libertà di stampa condotte da sua madre che indagò i crimini di guerra perpetrati dai russi in Cecenia come la corruzione del potere putiniano. Proprio nel ripercorrere la determinazione e la volontà di non arrendersi di fronte ad alcun ostacolo della giornalista della Novaja Gazeta, è però evidente come lo sguardo finisca per abbracciare anche il presente. La «nuova» guerra del Cremlino di cui Vera Politkóvskaja è oggi testimone evoca quelle sulle quali sua madre cercò di fare luce: indagini scomode che ha pagato con la vita. Analogamente, oggi, chi a Mosca voglia cercare di raccontare la campagna bellica inaugurata un anno fa da Putin, trova davanti a sé solo porte sbarrate. E minacce.

«I primi giorni, le prime settimane, la sensazione generale era che non fosse successo nulla – spiega Vera Politkóvskaja -, la vita continuava nello stesso modo. Poi è accaduto che hanno cominciato a chiudere progressivamente i mezzi di informazione liberi, che non erano tantissimi, però c’erano. Anche cercare informazioni alternative era difficile perché i siti internet sono stati bloccati. In questo preciso momento si può dire che il giornalismo libero in Russia non esiste più».


(il manifesto, 21 febbraio 2023)

di Redazione Africa rivista


Raccontare l’Africa con la forza comunicativa della graphic novel: questo il primo intento della scrittrice ivoriana Marguerite Abouet, quando ha creato la fortunata serie “Aya de Yopougon”, oggi al settimo volumeIllustrata dall’artista francese Clément Oubrerie, è stata tradotta in 15 lingue e adattata per la televisione e il cinema. I suoi personaggi Aya e Akissi spopolano tra i più giovani, che riescono a rispecchiarsi in loro. Attraverso le loro avventure l’autrice vuole lanciare un messaggio soprattutto alle bambine, per accompagnarle nel diventare donne libere e indipendenti.

«Ho creato i miei personaggi per dare ai giovani un’altra immagine dell’Africa che non vedono spesso», racconta a Rfi la scrittrice ivoriana Marguerite Abouet, cinquantadue anni, nata ad Abidjan e trasferitasi poi a Parigi a dodici anni. Conosciuta in Costa d’Avorio, Senegal e Francia, la fama di Abouet è in ascesa e tantissimi appassionati sono venuti al festival internazionale del fumetto di Angoulême che si è svolto a gennaio solo per incontrarla. Le sue opere sono diventate una serie, Aya de Yopougon, che ha riscosso un grande successo di pubblico tra i più giovani. I motivi risiedono probabilmente nel motore che ha portato la scrittrice a realizzare la serie. Ricorda infatti a Rfi del suo arrivo in Francia e di come nessuno avesse un’idea chiara di come fosse l’Africa, quando invece lei ce l’aveva fin da piccola del mondo occidentale grazie alle serie tv. I suoi libri nascono per raccontare la sua infanzia e permettere ai piccoli lettori di oggi di ritrovare sé stessi tra le sue immagini e parole.

Questa sua prima missione di voler raccontare l’Africa è diventata più specifica negli anni, rivolgendosi in particolare alle bambine, cercando di lanciare loro un messaggio. La scrittrice, cresciuta con modelli di donne forti come la cantante sudafricana Miriam Makeba, ci tiene a trasmettere loro un messaggio simile e lo fa attraverso i suoi personaggi. «Educare le ragazze è la mia causa perché, come tutti sappiamo, non è facile essere una ragazza oggi in Africa, o in qualsiasi altro posto», ribadisce a Rfi.

Non solo graphic novel

L’impegno attivista e educativo di Abouet si traduce anche nella sua organizzazione senza scopo di lucro “Des Livres pour Tous” (Libri per tutti). Con l’associazione ha fondato cinque biblioteche in Costa d’Avorio per condividere l’amore per la lettura con i bambini che non hanno facile accesso ai libri, dove quest’ultimi possono fare anche altre attività educative legate all’arte e all’ambiente.


(africarivista.it, 16 febbraio 2023)

di Crocefisso Dentello


Aperte lettere, in libreria per Nottetempo, raccoglie con la curatela di Francesco de Cristofaro una selezione di saggi critici di Rossana Rossanda, scomparsa all’età di 96 anni nel 2020. Un’occasione per ripercorrere la parabola intellettuale della storica dirigente del Partito comunista e fondatrice del manifesto, nonché giornalista e scrittrice.

Il volume restituisce una passione divorante per la letteratura. Rossanda scrive – ora elogiativa ora idiosincratica – su opere come L’inganno di Thomas Mann, Le tre ghinee di Virginia Woolf, Antigone di Sofocle, La Storia di Elsa Morante. Tra gli autori studiati a fondo figurano Dostoevskij, Emily Dickinson, Pessoa, Franco Fortini, Garcia Marquez. Una fedeltà a se stessa che si traduce in un “leggere fuori tempo”. Un rimuginare instancabile e sempre lontano da ogni gusto corrente anche per il grande schermo. Ne Il film del secolo – dialogo a tre voci con Ciotta e Silvestri (Bompiani, 2013) – si abbandona a un liberatorio: «Il cinema di Godard non mi cambia niente». In Quando si pensava in grande (Einaudi, 2013), nel raccontare la sua duratura amicizia con Jean-Paul Sartre, si lascia sfuggire una frase rivelatrice: «Era più interessato alle idee che alle persone, e quindi il rapporto con lui fu facile e costante».

Le idee – prima di metabolizzare la rivolta ungherese del 1956 – sono state anche uno schermo contro la realtà. Quando aiuta Anna Maria Ortese a realizzare un viaggio in Unione Sovietica e la scrittrice racconta il Paese come povero e malandato, Rossanda reagisce con veemenza. Quando il Pci tenta di impedire la pubblicazione de Il dottor Živago di Pasternak, è sempre lei a rimbeccare Giangiacomo Feltrinelli sul pericolo di una propaganda anticomunista. A bilancio della sua esistenza ha dichiarato: «Ho cercato di cambiare qualcosa nella società in cui vivevo. Non ci sono riuscita. E sento molto pesantemente la sconfitta. Sono comunista e lo resto. Non formalmente, lo sono davvero: sono persuasa delle ragioni per esserlo». Ragioni che sono messe nero su bianco ne La ragazza del secolo scorso, edito da Einaudi nel 2005 (l’anno successivo sfiora il premio Strega, che finisce per pochi voti in più nelle mani di Sandro Veronesi). Un romanzo autobiografico che – tra i due estremi della sua nascita a Pola nel 1924 e la sua radiazione dal Pci nell’autunno 1969 – ripercorre l’utopia rossa dei seminterrati e delle sezioni di strada, il partito di «quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento». Legge i testi sacri di Lenin e di Marx e compie la sua scelta definitiva dopo avere incontrato sul tram tre operai «sfiniti di fatica e di vino, malmessi». Si laurea in filosofia alla Statale di Milano, allieva di Antonio Banfi. Col nome di battaglia “Miranda” partecipa alla Resistenza.

Nel dopoguerra, in virtù della sua erudizione e della sua rete di amici intellettuali, conquista un ruolo di primo piano nel Partito comunista. Prima dirige la Casa della Cultura di Milano e poi, su invito di Togliatti, diventa responsabile a Roma della sezione culturale di Botteghe Oscure. Nel 1963 è eletta deputata. L’anno della rottura è il 1969, che coincide con i postumi delle mobilitazioni studentesche e l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Critica contro il socialismo reale, fonda insieme ai compagni Pintor, Natali e Magri la rivista e poi quotidiano il manifesto. Fatale per la radiazione dal Pci l’editoriale “Praga è sola”. Un coraggio da “comunista eretica” che si riverbera anche nel 1978 quando firma forse l’articolo più celebre e controverso della sua lunga carriera di giornalista. In pieno sequestro Moro, nel tentativo di comprendere la logica terrorista, con l’espressione “album di famiglia” riconosce una contiguità con alcune istanze storiche dei comunisti.

Nel Novecento italiano – lei che ha infine riconosciuto il valore del femminismo come cultura antagonista – spicca come una delle donne meno al rimorchio del potere e pertanto mai sotto il plagio maschile nella politica come nella speculazione. In Questo corpo che mi abita (Bollati Boringhieri, 2018) il segreto di una libertà irriducibile: «Ho corso sempre, continuo a correre per capire un mucchio di cose… in ogni modo è un bel vivere, non mi sono annoiata mai».


(Il Fatto Quotidiano, 18 febbraio 2023)