di Jessica Chia


Sta in piedi, disarmata; indossa una gonna. Lo sguardo è severo, potente. Insieme a lei ci sono altre donne, due delle quali, gonna al ginocchio, sono armate: munizioni intorno al collo e armi sulle spalle. Le due donne al centro della copertina de La Resistenza delle donne (Einaudi), il saggio con cui la storica e scrittrice Benedetta Tobagi ha vinto lo scorso 16 settembre il Campiello 2023 (con 90 voti della Giuria popolare) sono le sorelle partigiane Lina e Liliana Cecchi, pistoiesi, che immortalate in questa fotografia del 1944 testimoniano un’«altra» storia.

«È una foto densa di storia e di significati – dice Tobagi a La27ora, raggiunta al telefono in occasione della vittoria della 61ª edizione del premio letterario – e l’ho scelta perché rappresenta donne armate e disarmate insieme. E la donna in primo piano, disarmata, emana un’autorevolezza e un carisma palpabili, che bucano la fotografia e colgono qualcosa di grande di questa storia. Ci fu un grande dibattito tra le donne partigiane, se prendere le armi o meno, e per molte è stata una scelta etica. Che poi ha alimentato, durante la Costituente, il varo dell’Articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”. La partigiana e politica Teresa Mattei (1921-2013, ndr), la più giovane eletta all’Assemblea costituente a 25 anni, disse che quando si votò l’Articolo 11 tutte le elette si presero per mano».

Perché è importante la vittoria di un premio come il Campiello per questo libro?

«Il fatto che il premio sia stato votato da una giuria popolare, scelto a breve distanza da La Sibilla. Vita di Joyce Lussu (Laterza) di Silvia Ballestra, la storia di un’altra partigiana, femminista e attivista per l’ambiente, mi è sembrato, oggi, un segnale di speranza. Mi ha toccato come le parole di queste donne risuonassero attuali, così come quello che hanno incarnato, cioè essere le sole vere volontarie della guerra di Liberazione, mentre la società si aspettava da loro che rimanessero a casa. Invece sono donne che si sono fatte trovare quando la storia ha bussato, dicendo: “Abbiamo fatto solo quello che c’era da fare”. E si sono spese per contrastare l’orrore che avevano davanti, incarnando tanti modi diversi di combattere: con le armi e senza. Queste sono due cose che parlano al presente».

In che modo?

«Vediamo ogni giorno cose feroci e orribili che accadono intorno a noi. E spesso rispondiamo con atteggiamenti di chiusura; vengono respinte le persone che stanno bussando alle nostre frontiere per cercare una speranza di futuro. E, per quanto riguarda le donne, vediamo che ancora siamo alle prese coni veleni di una cultura patriarcale e di una sopraffazione che alimenta la violenza di genere. Davanti a tutto questo, ho sentito che c’era una grandezza nel messaggio della Resistenza delle donne che continua su tanti fronti. Questo premio è quasi coinciso con l’anniversario dell’inizio delle rivolte in Iran e della la morte di Mahsa Amini. E sono tante le forme di resistenza femminile, appunto, che spesso partono dalla dimensione privata per poi diventare una lotta di resistenza collettiva».

I più giovani porteranno avanti questa memoria?

«Io lavoro molto con le scuole superiori, e devo dire che questo libro parla ai ragazzi e non solo alle ragazze, li fa sentire interrogati e in effetti è un libro che parte con delle domande molto radicali su chi sei, chi vuoi essere, quale parte vuoi avere nel mondo. Tutti i ragazzi sono alle prese con le grandi domande e le grandi paure, tante volte con ansia per il futuro ma anche con un grande desiderio di fare e trovare dei riferimenti».

Le testimoni in vita oggi sono sempre meno. Lei come ha lavorato?

«Ho lavorato su storie di vita, autobiografie narrate, testimonianze raccolte a partire dagli anni Settanta e tutta la memorialistica perché questo ti dà la stratificazione nel tempo del racconto, dopo un lunghissimo silenzio da parte di quelle testimoni. Nel libro io ho voluto dare respiro alle studiose che hanno riportato questa pagina di storia alla luce. Oggi si è un po’ perso il senso di quanto la ricerca può trasformare le cose e aprire degli orizzonti. Per le ex partigiane, l’incontro con le studiose le ha aiutate a guardare alla loro esperienza con occhi diversi, a capire più profondamente le questioni femminili. È un movimento in due direzioni».

Un nome, una foto, una storia che l’hanno colpita di più nella sua ricerca?

«La prima immagine che mi è venuta in mente sabato sera è una foto della partigiana Gina Negrini (1925-2014, ndr) seduta a una scrivania con occhi luminosi, sorriso ironico, penna in mano: era stata una partigiana – nome di battaglia Tito – di origini umilissime. Dopo la guerra, lei finisce in un matrimonio tossico con un uomo che la umilia. È una donna che ha dato prova di colossale coraggio, spirito di iniziativa, ma ha molte ferite che la portano nel buco nero di una relazione malata. Però ha un istinto di sopravvivenza e sente che non vuole che muoia con lei la ragazza che era stata e che aveva fatto la Resistenza; allora capisce che per salvarla deve scrivere la sua storia: nasce Sole nero, in cui, oltre alla Resistenza, parla di un abuso subito quando era una ragazzina. È in questo modo che torna alla vita. Il tema di trovare la voce e farla sentire nello spazio pubblico è cruciale, è uno dei fili rossi attorno a cui ho costruito il libro. È un tema pubblico, le donne che non avevano voce in capitolo, non avevano diritti civili, non erano neppure cittadine. Durante la Resistenza, le donne prendono la parola, fanno riunioni, si aiutano a vicenda a istruirsi alla politica. È la consacrazione delle donne nello spazio pubblico. Anche il mio primo libro è stato autobiografico, e questo mi ha permesso di riprendere le fila della mia storia, ho raccontato di mio padre, della sua vita e della sua morte. Attraverso la scrittura ho trovato un modo di venire veramente al mondo».

Chi sono le «partigiane moderne», le donne che lottano, che fanno sentire la propria voce oggi?

«Nella Resistenza ’43-45 le donne hanno avuto anche una dimensione di riscatto e liberazione personale e di prima messa in discussione del sistema patriarcale. Oggi nel mondo vediamo luoghi di colossale oppressione, come il già citato Iran, l’Afghanistan, le donne combattenti dell’esercito curdo. Ora vediamo che il femminile è il motore della ribellione e della rivoluzione perché la situazione femminile è una cartina di tornasole: innesca, quando c’è grande sopraffazione, e limitazione dei diritti, una ribellione che poi si estende a tutta la società. Tutte le persone che lottano per arrivare a una reale parità, che eroda il sistema patriarcale, stanno continuando quella Resistenza che ha avuto una grandissima dimensione di prefigurazione del futuro».

Queste donne ci hanno lasciato in eredità anche il senso della parola “libertà”. Lei come l’ha fatta sua, dopo la stesura di questo libro?

«Una delle cose più potenti che mi è rimasta è il senso di questa grande speranza, un ottimismo della volontà come scelta, come assunzione di responsabilità di voler contribuire a costruire il futuro, anche quando le circostanze sembrano ostili e difficili. Mi rimangono le parole di una lettera di Carla Capponi (1918-2000, ndr) rivolte a una giovane ragazza, a cui disse di non farsi ingannare dall’eccezionalità delle circostanze, perché ciascuno di noi è poi chiamato alle scelte nel proprio contesto, nella propria vita. Serve un po’ di coraggio, di cuore, e non bisogna voltarsi dall’altra parte. Poi Carla Capponi dice: «Credimi, eravamo tante». Noi sappiamo che quelle partigiane erano pochissime rispetto alla massa della popolazione (oltre 70mila aderenti ai gruppi di difesa, e circa 35mila le partigiane combattenti). Allora ho pensato: si può essere tanti anche quando siamo pochi perché l’essere solidali amplifica la potenza, la capacità di incidere nelle cose. E quindi, di cambiarle».


(27esimaora.corriere.it,18 settembre 2023)

di Franca Fortunato


Andare alla ricerca della propria origine, della madre morta suicida, scavare nella sua vita per rimetterla al mondo e riunirsi a lei nella gratitudine e nell’amore, è ciò che fa la scrittrice Maria Grazia Calandrone, quando viene a sapere che c’è chi può parlarle della donna che l’ha messa al mondo e poi l’ha lasciata, e della cui vita non sa nulla. Di questo scrive nel suo libro autobiografico Dove non mi hai portata, ed. Einaudi, candidato al premio Strega. Scrive perché la madre «diventi reale, per strappare alla terra l’odore di lei» ed «esplorare un metodo per chi ha perduto la sua origine». Anna, la figlia tredicenne, l’accompagna nel «viaggio all’origine», lungo il sentiero della genealogia materna. Maria Grazia cerca le tracce della madre nei luoghi dell’infanzia, ascolta chi l’ha conosciuta, chi le è stata amica, prende appunti, fa interviste, esamina documenti, fascicoli per «avere la gioia di vedere la faccetta di Lucia bambina». Una bambina allegra, sveglia, bellissima. Percorre a piedi, come sua madre, la strada che faceva per andare a scuola. Rintraccia il nome della maestra, una foto con lei in piedi e gli anni in cui frequentò la scuola elementare, da cui, dopo la seconda, venne via per ordine del padre-padrone. Lo stesso che le imporrà di sposare un uomo più grande di lei, che non amava, rendendola infelice. Amava un giovane come lei. Il marito la «massacra di calci e pugni in testa». «Tutti sapevano che la picchiava, nessuno faceva niente» e la legge glielo consentiva per “correggerla”. Quando si innamora di Giuseppe, sposato e con figli, più grande di lei, va a vivere da lui, scandalizzando il paese. Rimasta incinta, decidono di trasferirsi a Milano. Il marito la denuncia e i due diventano ricercati per adulterio. Erano gli anni ’60 e allora l’adulterio era un crimine punito con due anni di carcere, il divorzio non c’era, i figli nati fuori dal matrimonio erano “illegittimi”, “figli di NN” e di “madre ignota”. Le tolsero la figlia appena nata e per riaverla dovette dichiarare essere figlia al marito. Per tutto il libro la storia della madre si intreccia con pezzi di quella dell’Italia del tempo. È analfabeta Lucia, ma ha intelletto d’amore, ama sé stessa, non si sottomette alla legge dei padri, non accetta l’infelicità come “dovere coniugale”, vuole essere felice, libera di amare ed essere amata. È coraggiosa, forte, ma è sola e pagherà cara la sua trasgressione. Il femminismo era di là da venire. Il 24 giugno del 1965, trovandosi “in condizioni disperate”, lasciata seduta su un plaid la sua creatura di otto mesi a Villa Borghese, affidandola alla “compassione di tutti”, si allontana e va a morire con Giuseppe nel Tevere. Aveva solo ventinove anni. Tutti i giornali, che l’autrice riprende, parlarono del loro suicidio, della bambina e della gara per adottarla. Pagine di compassione, di amore e gratitudine sono quelle in cui la figlia racconta le ultime ore di vita della madre e del padre. Una madre «resa segreta dalla morte» che la «lascia entrare» nella sua mente, nella sua anima pensante. «Vengo con te – le dice – dove non mi hai portata: nella morte. Scendo a conoscere cosa hai sentito». E sente tutto l’amore della madre, di cui le è grata, sia nell’«aver sopportato lo strazio» di averla lasciata e sia nell’averla consegnata «alla vita», destinandola alla madre adottiva, Consolata. Segue le tracce della madre fino al cimitero dove «la mettono dentro la sua terra» senza messa e funerale. Neppure da morta i genitori la fanno entrare in casa. Un libro potente, di amore e libertà, non di abbandono, di una figlia che riscatta la madre, le rende giustizia e la riporta a sé, a casa.


(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io, donna”, 16 settembre 2023)

di Laura Marzi


Sputiamo su Hegel e altri scritti di Carla Lonzi è il primo dei testi della pensatrice e poeta femminista che La Tartaruga pubblica. Il progetto prevede di ridare alle stampe tutti gli scritti di Lonzi che Annarosa Buttarelli, curatrice del volume, definisce la: «femminista più amata nel mondo».

Di certo Carla Lonzi è stata una voce fondamentale in Italia e il gruppo di Rivolta femminile che costituì insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti ha rappresentato un’avanguardia per il movimento delle donne. In questa prima raccolta di testi scritti fra il ’70 e il ’72 vi si ritrova il loro manifesto, che contiene strumenti fondamentali per comprendere non solo il femminismo storico: le donne di Rivolta Femminile individuano nella necessità di una: «presa di coscienza» un passaggio fondamentale per evitare una: «liberazione che poi si rivela esteriore». La parità, per esempio, e l’emancipazione costituiscono nel pensiero di Lonzi e delle donne di Rivolta dei falsi miti, delle vere e proprie sconfitte in quanto forme di adeguamento a un sistema di valori e di potere determinato dagli uomini. Del resto il femminismo di Lonzi non è materiale adatto per il programma di un partito politico né si riduce a una serie di indicazioni per la lotta contro determinate ingiustizie e l’ottenimento di certi diritti, è il pensiero generativo di una rivoluzione paradigmatica.

Sputiamo su Hegel è un testo firmato solo da lei che sorge dalla necessità di chiarire che all’interno della lotta di classe la liberazione delle donne non era contemplata. La dialettica servo-padrone, caposaldo della filosofia hegeliana, è un rapporto, spiega Lonzi, che esiste all’interno del mondo maschile: «la rivoluzione del proletariato è una rivoluzione patriarcale». Più in generale, il titolo di questo pamphlet esprime una presa di coscienza sulle sfide poste dall’introduzione di nuove tecnologie, appunto, rispetto a un canone, quello filosofico occidentale, che non ha mai contemplato nell’Uomo universale le donne. Questa intuizione di Carla Lonzi è stata poi all’origine di testi di filosofia femminista fondamentali, come per esempio: Nonostante Platone di Adriana Cavarero ripubblicato anch’esso quest’anno da Castelvecchi Editore.

In Sputiamo su Hegel Lonzi riporta dei brani di un colloquio in cui Lenin rimprovera Clara Zetkin del fatto che nelle loro riunioni tra operaie «vi occupate soprattutto delle questioni del sesso e del matrimonio». Ora, questo rimbrotto di Lenin potrebbe risuonare ed è stato da molti interpretato come un’ulteriore prova della frivolezza delle donne, che invece di parlare della lotta proletaria si raccontavano fatti privati. Invece il matrimonio e la famiglia sono le istituzioni su cui si fonda il patriarcato e di conseguenza la “cattività” delle donne: per questo le operaie che si incontravano perché volevano fare la rivoluzione si concentrano proprio sulla loro vita coniugale e certamente non a caso parlano fra loro di sesso. Nessun’altra come Lonzi ha messo in luce l’origine sessuale della subordinazione delle donne nel sistema patriarcale.

In Donna clitoridea e donna vaginale, un altro dei testi contenuti in questa raccolta firmato solo da Lonzi, la pensatrice fiorentina critica apertamente l’idea freudiana per cui il pieno sviluppo sessuale di una donna si compie nel momento in cui riesce a raggiungere l’orgasmo vaginale, mentre, come del resto scrive anche Simone de Beauvoir, la fase del piacere clitorideo deve essere superata perché sarebbe transitoria, immatura. Per Lonzi, invece: «la donna non è la grande madre, la vagina del mondo, ma la piccola clitoride per la sua liberazione».

Citando Masters e Johnson, autori del primo manuale di fisiologia sessuale (1966), Lonzi riporta l’evidenza scientifica che emerge dallo studio dei due scienziati statunitensi secondo cui la clitoride rappresenta l’organo di piacere femminile. Lonzi scrive che il pregiudizio che una donna sia frigida se non riesce a raggiungere la vetta del piacere nel coito dipende dal fatto che l’orgasmo maschile si realizza con la penetrazione. Per Lonzi: «non è più l’eterosessualità a qualsiasi prezzo, ma l’eterosessualità se non ha prezzo». Alle donne viene chiesto di fondersi con il proprio partner, di sentire all’unisono con lui, di perdere il controllo per raggiungere l’acme, ma: «l’erotismo puro – provenendo dallo stato di coscienza – libera nell’essere umano la capacità di diventare individuo».

Tale prospettiva modifica dalle radici l’approccio a questioni fondamentali e sempre attuali: in La sessualità femminile e laborto, un altro dei testi della raccolta, l’obbiettivo non è la lotta per la legalizzazione, ma per una diversa sessualità. Il testo sposta la questione e fa emergere il controsenso che la responsabilità dell’interruzione di gravidanza cada sulle spalle delle donne: se l’uomo mette incinta una donna raggiungendo il suo piacere con l’eiaculazione, perché il peso dell’aborto, della procedura e della colpa, ricadono su chi non solo non ha deciso, ma probabilmente non ha nemmeno goduto nel momento del concepimento?

Carla Lonzi scrive e pratica il femminismo separatista a partire dal punto di vista della differenza, che non va confusa con l’essenzialismo, ma compresa per quello che è: l’instancabile ricerca di un pensiero e di un posizionamento consapevoli e liberi dal patriarcato inteso come struttura, immaginario, sistema. La femminista afroamericana Audre Lorde quasi dieci anni dopo scriverà: «gli strumenti del padrone non demoliranno mai la casa del padrone».

In un momento storico in cui da una parte il femminismo occupa uno spazio rilevante nel dibattito pubblico e in quello culturale e dall’altra la cronaca descrive una realtà ancora così tragicamente maschilista, il pensiero di Lonzi continua a essere uno spazio di riflessione imprevista, né rivendicatoria né vittimista, ma rivolta alla destrutturazione dei fondamenti della cultura occidentale e animata da un desiderio indefesso di smascherare il potere.


(Tuttolibri – La Stampa, 16 settembre 2023)

di Loredana Magazzeni


Anticipiamo questa recensione di unopera di Paola Èlia Cimatti in uscita sul prossimo numero di Leggendaria, ricordando che sabato 23 settembre alle 18.00 lautrice sarà presente a un incontro sulla sua raccolta di poesie Passioni. Poesie scelte 2000-2022.

La redazione del sito


Paola Elia Cimatti, che da molti anni fa parte del Gruppo ’98 di poesia, perché è soprattutto poeta, ama molto la scrittura narrativa e ha vinto nel 2020 il Premio letterario intitolato a Clara Sereni, con i racconti di Lo sguardo di Bianca, che hanno per tema l’esistenza di una persona albina.

Non si tratta però di racconti sull’albinismo, sono racconti e basta, ironici, a volte surreali, che narrano la condizione di una donna la quale, sul finire degli anni Settanta, vive l’uscita dalla famiglia, immersa nel suo universo provinciale e magico, l’arrivo nella città per l’università e il lavoro, la metamorfosi e il passaggio dall’età infantile a quella adulta, ovvero la costruzione di sé attraverso una condizione particolare e sensibile.

I dieci racconti non seguono un ordine temporale che non sia quello del ricordo e dell’associazione mentale per improvvise accensioni, gesti, modi di dire, spezzoni di frasi che si sono innestate e hanno inciso, dolorosamente o giocosamente, sulla condizione della giovane donna che è Bianca.

Un libro sulla ricerca di libertà, e soprattutto sull’essere e continuare ad essere sé stesse. C’è una raccolta di poesia della poetessa inglese Kate Tempest, che si intitola Hold your own, “Resta te stessa”, esortazione che invita a tenere insieme orgogliosamente i propri pezzi a dispetto di tutti, e soprattutto di chi ci vuole conformati, mimetizzati, inermi e infine sbagliati.

In questi racconti Paola ha tenuto fede al “partire da sé” del pensiero della differenza, e al motivo della gratitudine e dell’affidamento fra donne caro alla filosofia femminista, dedicando il suo lavoro a Donatella Pannacci, che in tante abbiamo amato e apprezzato per la sua pluridecennale attività nel gruppo bolognese del Movimento di Cooperazione Educativa, che ci ha insegnato soprattutto l’ascolto l’una dell’altra. L’ascolto profondo dell’altro può essere insegnato, se appunto abbiamo la fortuna di incontrare maestre capaci di insegnarlo o libri altrettanto in grado di suscitare cambiamento, come quelli di Simone Weil e di Etty Hillesum, amati e studiati da Paola, che sono per lei punti di riferimento non solo teorici.

La scrittura di questi racconti è situata, nasce da un posizionamento preciso: la campagna romagnola degli anni Cinquanta, in cui si snoda l’infanzia della protagonista, campagna immersa in un pensiero magico che esclude senza reticenze il diverso, chi nasce con un segno o uno stigma, come può essere il colore della pelle o dei capelli. La trasparenza dei capelli costa a Bianca l’ostracismo dalla comunità, a partire dalla sua stessa famiglia e dalla figura di riferimento, così importante nel libro, che è quella della madre, Ottavia.

Il suo è un essere “una bambina fuori posto”, un’appartenente a “il mondo di sotto”, di cui negare l’esistenza coprendone la diversità, in questo caso il colore dei capelli, con continue tinture, tema del racconto Capelli trasparenti. È qui che Bianca comincia a perfezionare la sua “arte di scomparire”, dando forma al senso di esclusione che derivava dall’essere, suo malgrado, “l’errore che era”.

I dieci racconti sono però percorsi dal tono prediletto, che è quello dell’autoironia a tratti surreale, a tratti attenta dalle esperienze estreme, come può essere, per la ragazza Bianca, l’uccisione cruenta di una gallina, con atmosfere di suspence, come quando “una cupa aria elettrica faceva stridere i coltelli sui piatti”, sottolineando una violenza che era tipica di un mondo ancestrale contadino. Di converso, attraversa il libro la musica, con i brani dell’amata fisarmonica, e l’amore per le canzoni di lotta degli anni Settanta. Ma l’altro amore che muove Bianca è l’amore per la sua città d’adozione, Bologna, amore che ci rimanda in vividi quadri attraverso il racconto Finestre, le tante finestre che hanno accompagnato i suoi traslochi, con visioni dei tetti e del verde nascosto di Bologna. Surreale e quasi comico appare infine il racconto Scrivere il proprio nome, tutto incentrato su giochi di parole ed espressioni e quello dedicato a Calimero, il pulcino nero, cui simbolicamente si avvicina la bambina Bianca, con una immedesimazione al contrario.


(www.libreriadelledonne.it, 15 settembre 2023)

di Nicola Villa


Altreconomia ripubblica l’ultima opera di Laura Conti, partigiana e scienziata madre dell’ambientalismo italiano. Nel “Discorso sulla caccia” analizza le origini della caccia in un percorso che, partendo dalla teoria dell’evoluzione, giunge alla Rivoluzione francese e alla Resistenza, passando per l’antropogenesi e l’anatomia femminile, con una critica radicale all’agricoltura.

Scritto nel 1991, sulla scia delle politiche sul referendum contro la caccia mentre era in parlamento nelle fila del Partico comunista italiano (Pci), questo controverso pamphlet è costato a Laura Conti l’emarginazione dalla Lega per l’ambiente, che aveva contribuito a fondare nel 1980.

Pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1992, questo libro è imprescindibile per affrontare il tema del nostro rapporto con l’ambiente, gli animali e l’ecosistema, per diffondere la consapevolezza sui grandi problemi ambientali e affermare l’urgenza di un’azione politica per risolverli.

Il sottotitolo scelto dall’autrice è lungo, quasi un indice programmatico: “Dove si parla anche di evoluzione, antropogenesi, anatomia femminile, agricoltura; del diritto alla pigrizia e di coccolamenti durati milioni di anni; della dubbia compatibilità fra uomo e Pianeta Terra; di possibili catastrofi e dei rischi di facili rimedi”. In questo testo è evidente il metodo che Conti adottava con lo studio di tutta la documentazione disponibile, intraprendendo strade inconsuete per analizzare i problemi e trovarne una soluzione.

Laura Conti – nata a Udine nel 1921 e morta a Milano nel 1993 – ha affiancato all’attività professionale un intenso impegno politico, prima nel Partito socialista e dal 1951 nel Partito comunista, come consigliera provinciale a Milano, dove fu anche segretaria della Casa della cultura, e poi in Regione Lombardia; nel 1987 è stata eletta alla Camera dei deputati.

Dall’inizio degli anni Settanta si è concentrata, soprattutto, sulle tematiche ambientali e femministe, tanto da essere considerata un’antesignana dell’ecofemminismo. È autrice di tre romanzi (“Una lepre con la faccia da bambina”, “Cecilia e le streghe” e “La condizione sperimentale”) e di numerosi saggi sulla questione ambientale, sull’assistenza sociale, sull’educazione sessuale, l’aborto e sulla storia della Resistenza, oltre a varie opere di divulgazione scientifica (“Questo Pianeta”, “Che cos’è l’ecologia” e “Il tormento e lo scudo”, tutti ripubblicati, come i romanzi, da Fandango). È stata anche tra le prime a occuparsi del disastro ambientale di Seveso del 1976, denunciando le omissioni dell’amministrazione regionale sulle pagine de lUnità e poi in una inchiesta pubblicata da Feltrinelli, “Visto da Seveso”.

Oggi ripubblichiamo “Discorso sulla caccia” con le correzioni volute direttamente dall’autrice stessa, arricchita dalla curatela di Marco Martorelli, il direttore della rivista Scienza aperta, nonché amico di lunga data di Laura Conti e fedele custode delle sue opere, come voluto per testamento dalla stessa scrittrice. Questa nuova edizione è impreziosita dalla prefazione di Luca Giunti, attivista No Tav e guardiaparco delle maestose Alpi Cozie, nella provincia di Torino, autore di articoli divulgativi e scientifici.

Una nuova edizione di un testo così importante, che continua a suscitare interesse e riflessioni profonde sulla nostra relazione con l’ambiente, gli animali e l’ecosistema.


(Altreconomia, n. 262 – settembre 2023)

di Olivia Guaraldo


Diceva Thomas Hobbes che «gli Stati sono istituiti dai padri e non dalle madri di famiglia». Pur ammettendo – unico fra i pensatori moderni – una naturale uguaglianza fra i sessi in termini di forza e intelligenza, il filosofo inglese constatava, con il suo solito realismo, che a comandare sono sempre stati gli uomini. Inutile girarci intorno, il potere ha sempre avuto e sempre avrà una connotazione essenzialmente maschile, ci ricorda Hobbes. Sarebbe perciò irrealistico pensare che il sapere che l’Occidente ha prodotto sul potere non sia maschilista o patriarcale, come si dice in un gergo ormai desueto. Si tratta di rapporti di forza, direbbe Foucault sulla scorta di Nietzsche. I maschi hanno sempre comandato, ergo i maschi hanno pure dettato le regole di trasmissione di un sapere che sistematizza i termini di quel comandare.

Da Aristotele a Rousseau, senza soluzione di continuità, si afferma in esso quanto segue: il maschio è il soggetto adatto a decidere, comandare, governare; la femmina a obbedire. I discorsi in cui quel sapere si formulava non si presentavano come proclami ideologici o pamphlet polemici, non erano insomma libri autoprodotti. Erano, al contrario, autorevoli esiti del sapere dotto, legittimo, universale. Hanno configurato una tradizione, la cui efficacia ancora si riverbera nella nostra sgangherata contemporaneità. Per fortuna un po’ scalfita, l’efficacia di quella tradizione, dal lento mutamento dei rapporti di forza. Gli studi femministi, negli ultimi decenni, sono divenuti parte essenziale di tale mutamento, producendo un sapere che ha finalmente demistificato la pretesa di validità universale della tradizione.

Il libro di Giulia Sissa Lerrore di Aristotele Donne potenti, donne possibili, dai Greci a noi (Carocci editore «Sfere», pp. 375, euro 29,00), prosegue con grande capacità analitica dei testi antichi e moderni, l’opera di demistificazione. Anzi, oltre a farci scoprire un Aristotele meno conosciuto – quasi divertente – ne traccia l’ininterrotta influenza nella cultura europea medievale e moderna, attraverso la sua canonizzazione da parte del cristianesimo, la sua rielaborazione da parte dei pensatori moderni, tutti – o quasi – ancora del suo parere per quanto riguarda le donne. Ciò che Aristotele disse sulle donne, ad esempio ritorna, quasi immutato, nel moderno Rousseau, il quale afferma che esse, per natura, devono obbedire al maschio, essere mogli docili e fedeli, perché così la natura vuole.

Nel percorrere analiticamente una simile continuità, il libro di Sissa fa emergere con chiarezza una cosa che a noi oggi pare davvero straordinaria, persino divertente se non fosse stata così influente: le autorevoli e spassionate trattazioni della differenza fra i sessi si presentano nella storia del sapere come oggettive e scientifiche, senza che mai a nessuno dei dotti compilatori – Aristotele, Epitteto, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Rousseau, solo per fare alcuni nomi di autori che Sissa analizza con grande acume – venisse in mente di essere un po’ di parte. Nessuna donna entrò mai nei dibattiti sulla “natura” femminile, sarà per questo che tale natura è descritta sempre in termini passivi, subordinati, infidi e inaffidabili?

Come a dire, ogni produzione di sapere ha al suo interno una specifica dimensione di potere. Il libro di Sissa ci conduce in un appassionante viaggio nella costruzione del regime di verità patriarcale, nella fase del suo stabilizzarsi scientifico. Se oggi siamo, a detta di molte autorevoli pensatrici femministe, alla fine del patriarcato – di cui i femminicidi, gli stupri sarebbero i feroci colpi di coda – l’epoca di Aristotele fu invece la fase in cui il sapere maschile sul mondo – e soprattutto sulle donne – divenne episteme, scienza. Tale episteme, inutile dirlo, deve ad Aristotele – il grande sistematizzatore del sapere greco antico – la sua fortuna. Giulia Sissa ci racconta la costruzione epistemica dell’inferiorità femminile, e la racconta attraverso una minuziosa analisi dei testi. Del resto, nonostante Aristotele fosse, come detto, un sistematizzatore, un elencatore, egli si rivelò anche uno straordinario fornitore di immagini, di metafore, di modi di pensare che restituiscono, attraverso una interessante «logica del concreto», che la differenza sessuale si dà nei corpi, per natura. Ci sono delle specifiche disposizioni fisiche che determinano le posizioni politiche: la passionalità, l’esuberanza, in una parola la virtù politica antica per eccellenza, l’andreia, è sinonimo di virilità, di ciò che per natura caratterizza gli uomini (aner). E tale natura immediatamente determina la cultura: gli uomini hanno il sangue caldo, ma proprio per questo sono coraggiosi, risoluti, adatti a governare. Le donne, invece, pur essendo intelligenti, hanno una «complessione fredda» – non sono stupide ma molli, incapaci di decidere, «superflue, inutili, pericolose. Sono un ostacolo nella lotta come nell’arena politica». Anatomia e fisiologia decidono insomma delle sorti politiche delle donne (e degli uomini). Guarda un po’, la differenza sessuale! Perché essa gode di così poca stima oggi? Perché viene accusata di essere “essenzialista”, biologista, escludente? Forse perché, come si evince da questo bellissimo libro, ne abbiamo sempre avuto a disposizione una versione patriarcale, maschile, androcentrica. Una lettura dell’anatomia e della fisiologia tutta a vantaggio di chi, in effetti, ne scriveva, ovvero i maschi. Quando si dice i rapporti di forza.

Eppure, la cultura greco-antica, oltre Aristotele, nella sua straordinaria complessità e ricchezza, ci tramanda anche dell’altro, non è solo sistematizzazione patriarcale della “natura”. Figure di donne forti e risolute, capaci di decidere e di agire, di consigliare e temperare gli eccessi passionali di maschi molto caldi, o di incitare all’azione giusta maschi indecisi, fanno da contraltare alla narrazione fisiologica di Aristotele, nel teatro, nella storiografia, nella poesia. Giocasta delle Fenicie, Etra nelle Supplici, Antigone, sono donne che divergono dagli schemi patriarcali e mostrano, agli ateniesi che andavano a teatro, come a noi oggi, le possibilità della potenza femminile. Le narrazioni alternative, le letture possibili del femminile, i percorsi di libertà che le donne possono compiere, oltre gli stereotipi prodotti dall’episteme fisiologico-politica, iniziano già all’epoca dello stabilizzarsi di quell’episteme, di quel sapere che invece vuole irrigidire la differenza sessuale in una gerarchia. Il libro di Giulia Sissa argutamente combatte, con sapienza e ironia, quell’irrigidimento, dando ampio spazio alle potenzialità alternative di narrazioni del femminile.

Agli antipodi di Aristotele c’è, infine, come argomenta la studiosa negli ultimi due capitoli del libro, la luce della modernità, accesa innanzitutto dal pensatore seicentesco Poullain de la Barre, che per primo prende sul serio l’uguaglianza naturale di tutti gli esseri umani, insistendo sulla non naturalità di una inferiorità delle donne. Chi la predica è vittima del proprio pregiudizio – di uomo – o si ferma a semplici apparenze. Dopo di lui, un altro pensatore divergente è il marchese de Condorcet, che in epoca rivoluzionaria sostiene – isolato – la causa del diritto di cittadinanza alle donne, in virtù del fatto che non c’è in natura una inferiorità femminile. Si tratta, anche qui, solo di pregiudizio. Infatti, afferma Condorcet, i diritti scaturiscono esclusivamente dal fatto che gli esseri umani sono «esseri sensibili capaci di acquisire idee morali e ragionare su di esse». È solo frutto di pregiudizio affermare che le donne possano essere escluse da questa definizione universale, che siano incapaci di imparare, ragionare, decidere. La loro inferiorità non è per natura, ma è il prodotto di una specifica cultura, che le priva di adeguata educazione, come afferma, nello stesso periodo, Mary Wollstonecraft.

Insomma, solo poche voci maschili sostengono la causa delle donne, nella lunga storia della loro universale inferiorizzazione. Eppure a esse – e all’apertura moderna che inaugurano – Sissa affida quella che lei chiama una «nota di ottimismo». Non ci sarà però speranza per il genere umano se la mascolinità non si sottoporrà a una demistificazione, uguale e contraria a quella che le donne hanno faticosamente intrapreso per sottrarsi alla presa invalidante della tradizione. È necessario, scrive Sissa, che anche il corpo maschile di cui Aristotele ci parla, «che si vuole onnipotente, quella virilità che crede che tutto sia permesso, quella soggettività per cui tutto dev’essere fattibile» venga messo in discussione. «Spostare lo sguardo critico su quel corpo vissuto al maschile non corrisponde a ciò che viene chiamato essenzialismo. Il corpo è una sfida, la si può raccogliere in modi diversi».


(Alias – Il manifesto 10 settembre 2023)

di Franca Fortunato


Dopo la pausa estiva torno con questa rubrica onorando la scrittrice sarda Michela Murgia, a un mese dalla sua scomparsa. Lo faccio parlando del suo romanzo d’esordio “Accabadora” che ho letto per la prima volta dopo la sua morte. Io e lei non la pensavamo allo stesso modo su tutto ma questo non mi ha impedito di recensire su queste pagine alcuni dei suoi libri, l’ho fatto con rispetto delle mie e sue idee. L’ho ammirata per il coraggio e la forza che ha mostrato davanti alla morte, scrivendo e parlando fino alla fine. Il suo romanzo è ambientato nella Sardegna degli anni ’50 del secolo scorso, la cui trama ci parla di donne sapienti della civiltà della madre, la stessa che avevo conosciuto dall’esperienza di mia madre. Il libro, infatti, attraverso le protagoniste, Maria la figlia, Anna Teresa Listru la madre, Bonaria Urrai la donna a cui Maria è fille anima, parla di donne che nei rapporti tra loro e davanti alla vita e alla morte non cercano la legge, non rivendicano diritti, non vanno nei tribunali, ma si rifanno all’antico sapere della madre. Un sapere sulla vita e sulla morte che sa distinguere «un atto pietoso da un delitto» come fa l’accabadora (donna della morte) che in Sardegna nei secoli passati praticava l’eutanasia ai malati senza più possibilità di essere curati, su richiesta dei familiari o dell’ammalata/o. Bonaria Urrai, la sarta, è l’accabadora.

Un sapere materno che orienta il patto tra donne, tra Anna, vedova con quattro figlie, e Bonaria, anche lei vedova e benestante, che «andò da lei a parlare della possibilità di prendere Maria a fill’e anima». «Fillus de anima – scrive Murgia – è così che in Sardagna li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra». Bonaria «aveva fatto in modo di accompagnare la richiesta con un’offerta tale che alla vedova non venisse la tentazione di dirle di no. Anna accettò senza discussione». Maria «dopo sei anni di notti passate a condividere l’aria di una sola stanza con le altre tre sorelle» accettò di seguire Bonaria e da adulta pagò il suo debito di gratitudine. Ma, «nei tredici anni che visse con lei nemmeno una volta la chiamò mamma» ma zia, Tzia in sardo. Sua madre Anna l’affidò a Bonaria per necessità ma le rimase vicina e quando aveva bisogno di lei la chiamava e lei correva. La storia è simile a quella di mia madre. La nonna, col consenso del nonno, affidò mia madre piccola alla zia, per salvaguardarla dopo che la figlia, di cui mia madre prese il nome, morì bruciata mentre lei era a lavoro nei campi. Mia madre, come Maria, non ha mai chiamato la zia “mamma” e a noi figlie parlava di lei come la zia che l’aveva cresciuta come una figlia. Le era grata come anche a sua madre che le era stata sempre vicina, rendendola una bambina serena. La zia aveva sostituito la madre senza cancellarla. Due donne legate da un patto di gratuità che si fidavano l’una dell’altra. Questa è quella che chiamo civiltà della madre che oggi la pratica medico-commerciale dell’utero in affitto, che Michela sosteneva, si è persa, fondando il desiderio di avere un/a figlio/a sul diritto di usare e sfruttare il corpo di un’altra donna, come contenitore e incubatrice, cancellando totalmente la madre e l’esperienza materna, su cui si fonda l’umano. Maria sapeva che sua madre e le sorelle erano la sua famiglia, come lo era Bonaria con cui viveva e cresceva nell’amore. Non si crea una famiglia cancellando la madre, l’origine di tutte/i noi, di cui, prima o poi, si va alla ricerca come racconta Maria Grazia Calandrone nel suo libro autobiografico “Dove non mi hai portata”, candidato al Premio Strega e di cui scriverò la prossima volta.


(Il Quotidiano del Sud, 9 settembre 2023, con il titolo “A Michela Murgia a un mese dalla sua morte”)

di Alessandra Pigliaru


Due incontri dedicati all’autrice di «Sputiamo su Hegel». La casa editrice La Tartaruga pubblicherà tutti gli scritti, fuori commercio e non disponibili da anni. Venerdì 8 settembre al Festivaletteratura di Mantova ne discutono Laura Iamurri, Luca Scarlini, Carla Subrizi ed Elvira Vannini con Annarosa Buttarelli. Sabato 9 sarà la volta di Lunetta Savino e Viola Lo Moro


«Così sono arrivata al femminismo che è stata la mia festa, qualcuna doveva ben cominciare, e la sensazione che mi portavo addosso che, o lo facevo io o nessuno mi avrebbe salvato, ha operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero, alla fine, dopo avere accettato di essere qualcosa che non sapevo». È il 16 agosto del 1972 ed è quanto scrive Carla Lonzi nel suo Taci, anzi parla. Diario di una femminista, edito nel 1978, ancora oggi un documento straordinario e tra i più significativi del femminismo italiano degli anni Settanta. Unico nel suo genere, contiene infatti il lavorio della pratica delle relazioni tra donne e lo svelamento delle contraddizioni, pensieri, poesie, lettere, sogni e aspettative in riferimento, anzitutto, alla propria singolare esperienza incarnata. In effetti, ogni suo singolo libro (pubblicati negli anni Settanta grazie agli Scritti di Rivolta Femminile) risponde alla necessità dettata dal dissenso verso l’immagine in cui si sentiva costretta da chi la osservava «inespressa e felice di rappresentare qualcosa, non me stessa».

L’intuizione di Carla Lonzi però, morta di cancro nel 1982 all’età di cinquantun anni, è ancora più esatta. L’inizio è la comparsa di una possibilità, un movimento di donne che le fa sentire di avere «tutto pronto», si accorge che l’automatismo della identificazione le aveva fatto consumare «un’infinità di energie»; niente sarebbe stato lo stesso senza la relazione con le compagne di Rivolta Femminile. Carnalmente esistente dunque, sia pure nella parzialità del contesto materiale e storico da cui ha agito, è cruciale, per chiunque e non solo per le donne, avere ancora oggi la possibilità di leggerla.

Dopo anni in cui la sua produzione era ormai fuori commercio, il progetto di ripubblicazione era stato ripreso dall’editore Et al che dal 2010 al 2012 aveva dato alle stampe cinque volumi (Sputiamo su Hegel e altri scritti; Taci, anzi parla; Autoritratto; Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra; Scritti sullarte – quest’ultima una collazione postuma). Ora dobbiamo invece ringraziare La Tartaruga, perché Claudia Durastanti che ne segue le scelte editoriali ha affidato ad Annarosa Buttarelli la curatela di tutti gli scritti lonziani.

Arriva nelle librerie in questi giorni il primo libro: Sputiamo su Hegel e altri scritti che nel titolo perde la decisione di Rivolta Femminile del 1974 di tenere in copertina anche Donna clitoridea e donna vaginale, uno dei testi compresi nel volumetto, tra i più spiazzanti e che ancora oggi ci interroga su quanto riusciamo a gettare nel discredito il piacere femminile riempiendo dotte conversazioni di «desiderio» e non toccando più i corpi, sempre più immalinconiti e attorcigliati. Diversamente dalla scelta di Et al però, che al tempo aveva fatto introdurre ogni volume, nel caso della Tartaruga gli scritti di Carla Lonzi, leggiamo nella nota di Annarosa Buttarelli (filosofa, esponente di primo piano del femminismo della differenza italiano nonché responsabile del Fondo Carla Lonzi avviato nel 2018 presso la Gnam di Roma) che, questa volta, non ci saranno prefazioni. La ragione è convincente: i testi lonziani «non sopportano commenti, spiegazioni, interpretazioni che spegnerebbero la loro forza travolgente, la loro intensa, parlante presenza».

Insieme al diario del 1978 e a Vai pure (1980), Sputiamo su Hegel (titolo che Lonzi ha definito «squisitamente orale») rappresenta uno dei punti più alti, mentre il testo omonimo interno al volume spiega lo sberleffo irriverente verso il pensiero sistematico, perché non ci deve essere reverenza verso chi ha collocato le donne come inferiori o inesistenti nel tessuto storico. È una somma provocazione che Lonzi poteva ben permettersi, scrittrice e lettrice colta, pensatrice finissima oltre che critica d’arte acclarata che poi abbandona quel mondo perché il riconoscimento attribuitole era interno a un processo di produzione maschile, narcisistico e inservibile.

Composto da testi pubblicati da Rivolta femminile tra il 1970 e il 1972 e successivamente riuniti nel 1974, Sputiamo su Hegel, sia per ciò che ha firmato Lonzi sia per ciò che è stato firmato collettivamente, è l’itinerario delle singole tappe di una personale e politica presa di coscienza. Lo definirà, nel valore che si dà agli inizi liberatori, come ciò che è stato l’Inferno per Dante, un primo stadio.

In apertura, il Manifesto di Rivolta Femminile (luglio 1970), procede per frasi brevi, asciutte e taglienti in cui il tema di fondo è la liberazione radicale della donna intesa come soggetto che «non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario». La decostruzione è dei nodi del patriarcato, trappola che non ha concesso un pieno affrancamento dalla cultura maschile rendendo la donna spettatrice muta di una storia mutilata che non le appartiene. Si rifiuta il matrimonio; si denuncia la discrasia del pensiero maschile come unilaterale, in particolare rispetto alla dialettica servo-padrone, «regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale». Ci si smarca dal principio di uguaglianza e si annuncia infine il separatismo.

Uno dei testi più controversi è Sessualità femminile e aborto, nel luglio del 1971 rappresenta una delle prime prese di parola pubblica sull’interruzione volontaria della gravidanza, sia pure in netta discontinuità: quella che viene rifiutata è infatti una sessualità femminile slegata dal piacere e la gravidanza – talvolta – è il frutto dell’accondiscendenza all’egoismo maschile che vuole colonizzare il corpo della donna. È da qui che si comprende meglio Donna clitoridea e donna vaginale (agosto 1971), dove Lonzi dichiara che il sesso femminile è la clitoride e non la cavità vaginale, slegata dal piacere. Anche per questo, rileggerla è una festa. Come lo è il femminismo, ce lo ha detto lei.


(Il manifesto, 2 settembre 2023)


N.B. Da quarantanni tutti i titoli dei libretti verdi di Rivolta Femminile sono disponibili alla Libreria delle donne di Milano. Potete trovarli al nostro indirizzo di via Pietro Calvi 29. Contatti: tel. 02/70006265 e-mail: info@libreriadelledonne.it.


La redazione del sito

di Vanessa Roghi


Ho letto il primo libro di Agatha Christie intorno ai 12 anni. Me l’ha dato mia zia Grazia in una delle lunghe estati che passavo con lei sul Monte Amiata. Si intitolava L’assassinio di Roger Ackroyd. Non era il primo libro che Christie aveva scritto, non lo sapevo ovviamente, né mi interessava allora, ma avevo già una certa attenzione per le cronologie perché, l’anno prima, Sandro detto il Polpo, un amico dei miei genitori, aveva iniziato a regalarmi i dischi dei Beatles registrati su audiocassetta, in ordine cronologico. Mi aveva detto che bisognava ascoltarli così.

In effetti, a pensarci bene, anche mia zia mi disse subito qualcosa che aveva a che fare con la cronologia, se non dei libri, certo dei personaggi. Mi disse che dovevo stare molto attenta a non leggere Sipario, l’ultima avventura di Poirot, e il motivo era evidente. In quel libro Poirot moriva. Ubbidii, e iniziai a passare le mie giornate a leggere quei romanzi color giallo che, però, trovavo solo a casa sua. Quindi, d’inverno, continuavo a saccheggiare la biblioteca della mia mamma e leggevo quello che leggeva lei: Hermann Hesse, Raymond Queneau, Linus (la rivista) e FMR (la rivista). Nemmeno a scuola c’era Agatha Christie. La mia biblioteca scolastica delle elementari mi aveva introdotto al Corriere dei piccoli, a Asterix e a Piccole donne, La figlia del capitano, Pattini d’argento, ma di gialli nemmeno l’ombra. Doveva essere una cosa che riguardava pochi iniziati come me e mia zia e quindi era chiaramente bene non parlarne né a scuola né con nessuno.

Così ho attraversato gli anni delle scuole superiori e poi quelli dell’Università coltivando questa passione in segreto. C’era sempre qualcuno che per fare il ganzo citava Georges Simenon. Grazie, erano buoni tutti a citarlo: a quel tempo (e ancora oggi) lo pubblicava già Adelphi. Ma Christie no, non la citava nessuno intorno a me. Se ci penso, adesso, mi sembra che il momento in cui questa passione è stata sdoganata ha coinciso con l’esplosione della moda dei gialli “blu” di Sellerio e io ho iniziato a non sentirmi più sola. Grazie mille, Andrea Camilleri (e Leonardo Sciascia), sempre. La verità è che sola, ovviamente, non lo ero mai stata. Noi lettori appassionati eravamo e continuiamo a essere miliardi, eppure la letteratura cosiddetta di genere continua a essere considerata letteratura di serie B, come la chiamava Gianni Rodari. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, sono diventata adulta leggendo tutti i romanzi di Agatha Christie per poi dimenticarli e rileggerli fino alla scoperta della sua autobiografia, bellissima, dove ho incontrato una donna dalla vita sorprendente: gli inverni dell’infanzia in Francia perché il padre affittava casa ai ricchi americani; i viaggi in giro per il mondo, il surf, la scrittura e l’inatteso successo, i due matrimoni, la misteriosa scomparsa, la passione per l’archeologia… Ma la scoperta più grande è avvenuta nel 2021 durante un periodo di qualche mese che ho passato a New York.

Dormivo poco e ogni mattina andavo a fare lunghe passeggiate ascoltando gli audiolibri di Agatha Christie, a volte in inglese a volte in italiano tanto mi piaceva la lettura di Alberto Onofrietti. Così, camminando per Central Park, le cuffie in testa, e la città che si svegliava, mi sono persa nel racconto stando attenta non solo alla trama, ai risvolti storici che costellano tutti i romanzi, alle tecniche di investigazione (entusiasmanti per chi come me è cresciuta nel segno di Miti emblemi e spie di Carlo Ginzburg), ma anche a particolari linguistici cui non avevo mai prestato attenzione. Forse perché ero negli Stati Uniti, forse perché il momento storico lo rendeva inevitabile, ho iniziato a notare, per la prima volta e con un certo disagio, il modo in cui in alcuni romanzi venivano tratteggiati alcuni caratteri di ebrei, greci, italiani. Non accadeva sempre. Ogni tanto.

Ho iniziato a farci caso, e mi è tornata in mente la questione della cronologia: ho iniziato a mettere in ordine i libri nei quali le connotazioni negative legate all’origine o alla religione erano più evidenti e mi sono resa conto che erano in gran parte libri scritti prima della Seconda guerra mondiale. Devo dire, mi sono molto rilassata, perché ho pensato che, raccontando quei tipi umani, Christie restituiva non tanto il suo sguardo quanto quello del suo tempo, di certi ambienti, di una certa borghesia (qui una interessante riflessione su lei e Roald Dahl). Uno sguardo che, per fortuna, è cambiato con il passare degli anni e che ce la fa apprezzare ancora di più perché non è semplice fare i conti con le strutture mentali dell’epoca in cui ci si trova a crescere, come lei, evidentemente, era riuscita a fare.

Eppure sapevo che prima o poi qualcuno avrebbe accusato Agatha Christie di razzismo e antisemitismo, e infatti è accaduto, sta accadendo. Razzista, ha detto Sam Naidu, professoressa di Letteratura inglese alla Rhodes University in Sudafrica, in una intervista alla BBC data dopo l’annuncio dell’ultimo film di Kenneth Branagh, Assassinio a Venezia in uscita il 14 settembre. Razzista e antisemita.

Approfondendo la questione mi sono accorta che era già successo. Leggendo un bel saggio del 1987 (Detecting Social History: Jews in the Works of Agatha Christie) ho ripensato a quello che mi aveva detto tanti anni fa David Elwood, storico inglese studioso del fascismo italiano. Stavamo a casa sua a Oxford, dovevo intervistarlo per un documentario su Mussolini, e lui, parlando dell’aviazione durante la guerra di Etiopia, mi aveva fatto notare come i giovani aviatori, italiani o inglesi che fossero, appartenevano tutti alla stessa classe sociale e condividevano le stesse idee razziste nell’Europa degli anni Trenta.

Non si capisce perché un’eco di queste idee non dovrebbe esserci anche nei libri di Christie, donna del suo tempo ma anche oltre il suo tempo, se si pensa al fatto che scelse di fare di un profugo belga, Hercule Poirot, uno dei personaggi più importanti della letteratura del XX secolo. Un profugo belga, costretto a emigrare in Inghilterra durante la Prima guerra mondiale, vittima di continui insulti da parte di esponenti di quello sciovinismo razzista e classista che Christie demolisce un pezzo per volta nei suoi romanzi (ne parla qui Igiaba Scego).

Quando Christie iniziò a scrivere i suoi “gialli” era ancora largamente condivisa l’idea che il crimine fosse una prerogativa dei poveri e dei viziosi. I maggiordomi erano spesso, davvero, gli assassini e difficilmente un delitto poteva aver luogo fra un tè del pomeriggio e una messa domenicale. Nei romanzi di Christie, invece, la classe sociale non conta. E questo è davvero un elemento rivoluzionario. Se i suoi libri raccontano prevalentemente i bianchi perché bianca e coloniale era la società inglese in cui i suoi personaggi si muovono, bianchi sono anche gli assassini. Bianchi e benestanti.

Lo sottolinea lei stessa attraverso lo sguardo di uno dei suoi personaggi: «“Quello che è successo ha dell’inverosimile! Non l’avevo mai neanche sentito dire… intendo che non è mai avvenuto tra gente della nostra classe”. Era evidente che la signorina Carroll era convinta che gli omicidi venivano commessi solo da alcolizzati appartenenti alle classi inferiori» «“I’m sure it was a most extraordinary thing to happen. I’ve never heard of such a thing happening – I mean to anyone in our class of life”. It was clearly Miss Carroll’s idea that murders were only committed by drunken members of the lower classes» (traduzione di Rosalba Buccianti).

È un estratto da Lord Edgware Dies/Se morisse mio marito, uscito nel 1933, novant’anni fa. È un romanzo che ci viene in aiuto anche rispetto al tema del razzismo e dell’antisemitismo, ma in un modo inatteso. Come fa notare, infatti, Francesco Spurio in un bell’articolo di qualche anno fa, è accaduto spesso che le traduzioni italiane degli anni del fascismo riscrivessero interamente dei passaggi in chiave razzista: «Basta rivolgere l’attenzione alle prime pagine di Lord Edgware Dies, tradotto da Tito N. Sarego e, come si ricorderà, apparso nei “Libri Gialli” nel 1935 col titolo Se morisse mio marito. Nel presentare infatti l’attrice Carlotta Adams, nella traduzione si mettono in bocca a Poirot e al suo fedele compagno di avventure Hastings frasi palesemente antisemite che non trovano traccia alcuna nel testo originale. La Christie si limita a descrivere, per bocca di Poirot, l’attrice come una donna scaltra e attratta dal denaro: “Miss Adams, I think, will succeed. She is shrewd and that makes for success. Though there is still an avenue of danger – since it is of danger we are talking. – You mean? – Love of money. Love of money may lead such a one from the prudent and cautious path” (Christie 1933, 6). Nell’edizione italiana, ben prima che si scatenasse la campagna razziale sul modello nazista, si rispolvera invece il risaputo cliché dell’ebreo gretto e avido, creando dal nulla uno sproloquio lungo ben nove righe. Si fa in modo che Poirot dapprima domandi a Hastings: “Si sarà accorto, spero, che è ebrea?”, per poi constatare che “quando ci si mettono, questi ebrei, sanno arrivare molto in alto … e costei non manca certo di attitudini”. Nella libera “reinterpretazione” italiana, è invece attribuito a Hastings il seguente commento: “A dire il vero non ci avevo fatto caso, ma l’osservazione del mio amico mi aprì gli occhi e notai anch’io sul bel volto bruno le inconfondibili stigmate della sua razza” (Sarego 1935a, 7-8)».

Quello che pare incredibile è che le traduzioni razziste degli anni Trenta abbiano continuato a circolare per tutto il dopoguerra, e che nessuno si sia preso la briga di rifarle da capo. Neppure Oreste Del Buono, nella prefazione a Assassinio sull’Orient Express del 1970, ha pensato che fosse importante ripartire dalle traduzioni. Lo sottolinea Eleonora Federici in un volume collettaneo su fascismo, franchismo e traduzioni. Per cui il destino di Agatha Christie è sempre stato questo: essere adattata ai tempi in cui veniva letta per motivi politici e pedagogici.

Esemplare in questo senso la battaglia di HarperCollins, editore di Christie, per uniformare in tutto il mondo il titolo di Dieci piccoli indiani (già Ten little niggers) in E non rimase nessuno (And then there were none). Una storia raccontata molto bene nella nota dell’Editore posta in fondo all’edizione del 2019 del romanzo (traduzione di Lorenzo Flabbi). Il titolo, come è noto, deriva da una filastrocca popolare negli Stati Uniti le cui varianti riportano, a partire dalla fine del XIX secolo, sia niggers che indians che soldiers.

«Il crime novel che esce nel novembre 1939 da Collins a Londra si intitola Ten Little Niggers; la vicenda si svolge a Nigger Island e le statuette rappresentano “ten little Niggers”. Il termine nigger però è inaccettabile negli Stati Uniti, dove il romanzo fu pubblicato da Dodd, Mead & Co. nel gennaio del 1940 col titolo And Then There Were None, tratto dall’ultimo verso della filastrocca anziché dal primo; Soldier Island è il nome dell’isola e i dieci sono “little soldier boys”. (Sempre negli USA per qualche anno si affacceranno in libreria anche dei paperback col titolo Ten Little Indians e con le conseguenti modifiche dei nomi dell’isola e dei protagonisti)». Oggi il titolo più usato è And Then There Were None, l’isola si chiama Soldier Island e i dieci sono “little soldiers”. La prima edizione italiana del 1946 era già E poi non rimase nessuno. Fu, del resto, Christie stessa a cambiare il titolo la prima volta, quindi sono sicura che non avrebbe avuto problemi a cambiarlo una seconda.

E degli stereotipi cosa avrebbe fatto? Recentemente si è parlato del caso Dahl e anche in quella circostanza si è arrivati a decidere che alcune sensitive words dovessero essere eliminate dai suoi libri. Mi è parsa una decisione infelice: se Dahl era un antisemita (e l’ha rivendicato fino alla fine), sarà il caso di saperlo, non di dare una bella passata di vernice alle sue pagine, restaurandole per il pubblico di oggi.

Io sono della scuola dello storico dell’arte Cesare Brandi che non c’entra niente con la traduzione ma un po’ c’entra. Ci ho pensato spesso viaggiando in oriente, in Thailandia per esempio, dove i templi vengono “restaurati” rifacendoli da capo. La scuola di Brandi, invece, è quella del restauro conservativo: si interviene perché le opere non reggono al passare del tempo, ma si lascia traccia dell’intervento. Lo stesso metodo dovrebbe essere usato con le opere di scrittori come Dahl, e come Christie. Non possiamo cancellare i pregiudizi dalla letteratura degli anni Trenta, è pericolosissimo, si potrebbe arrivare a credere, così, che la Shoah per esempio sia stata il prodotto delle decisioni di un singolo pazzo furioso e non di una società nella quale l’antisemitismo e il razzismo erano parte anche della cultura dei liberali, persino di alcuni progressisti. E si dovrebbe farlo non solo per capire il passato, ma anche per evidenziare la pericolosità di molti stereotipi dei quali, certo, non ci siamo liberati.

Alla fine la scelta filologica e critica pare sempre la più giusta. È la strada intrapresa (per ora) qui da noi: a settembre Mondadori, da sempre editore italiano di Christie, pubblicherà una serie bilingue dei romanzi della “regina del delitto”, pensata non solo per mettere in luce la bellezza della scrittura di Christie, ma anche la sua immensa capacità di rievocare la tradizione letteraria inglese che, da Shakespeare in poi, è rintracciabile in tutte le sue opere (cura la collana Federico Biolchi). In attesa dell’uscita del Meridiano di Christie (la selezione delle opere sarà dello scrittore Antonio Moresco), continuo a rileggerla trovando sempre nuove notazioni acute e ironiche sulle trasformazioni della società inglese. Qualche giorno fa, per esempio, mi sono accorta di una scena di Polvere negli occhi (A pocket full of Rye, 1953): di fronte al malore del capoufficio, un gruppo di segretarie di solito estremamente efficienti non sa dove andare a cercare un medico. Lo scambio di battute è fantastico, come il commento di Agatha Christie: «Come cittadine di uno Stato ove esisteva un servizio nazionale di Sanità, si dimostravano piuttosto ignoranti» (traduzione di Silvia Boba). In questa direzione di scavo, che punta a chiarire la lettura collettiva e la contestualizzazione storica delle diverse edizioni di Christie, stanno lavorando da qualche anno due giovani e bravissimi critici, Marco Amici e Davide Astegiano, che cureranno parte dell’apparato critico del Meridiano, ma il cui lavoro è già visibile qui (ed è davvero imperdibile per noi devoti lettori).

Infine: un mese fa ho deciso di leggere Sipario, contravvenendo a quanto mi aveva detto mia zia nel 1984. Forse il fatto di aver compiuto cinquant’anni mi ha fatto pensare che non mi sarei perdonata se mi fosse successo qualcosa senza averlo letto, e poi anche Agatha che prima di morire ha deciso di far morire il suo eroe. È andata bene, ho retto il colpo. E non è escluso che anche di questa morte mi dimenticherò, come faccio ormai da anni con tutte le altre, sorprendendomi ogni volta di aver dimenticato trama, personaggi, vittime e colpevoli, e di tornare a essere ancora per qualche ora quella bambina di 12 anni, con il suo libro “giallo” tra le mani, alle pendici del Monte Amiata, in un’assolata estate di tanti anni fa.


(dedicato a mia zia Grazia)


(Il Post.it, 12 agosto 2023)

di Laura Fortini


Il corpo ha un suo sapere e forse per questo Michela Murgia ha vissuto così intensamente la sua vita, attraversando modi e stili assai diversi di scrittura, ma sempre con grandissimo amore per la parola, detta e scritta. Si può provare oggi solo ammirazione e gratitudine per la sua passione per il mondo e l’empito corale che accompagna la sua morte è partecipazione viva e commossa che la riconosce interamente.

Passione partigiana quella di Michela Murgia e la parola partigiana non è scelta a caso e nel senso orgogliosamente migliore del termine, perché Michela si è posizionata sempre in modo esplicito e senza infingimenti o tatticismi di sorta, cosa assai rara di questi tempi, capace di una non facile ma voluta esposizione pubblica della propria differenza, che ha rappresentato in un modo originale e creativo, facendone leva per un dibattito pubblico assai asfittico e a volte, anche troppo spesso purtroppo, violento. Con il quale Murgia ha interloquito con ironia e intelligenza già a partire da Il mondo deve sapere, romanzo tragicomico di una telefonista precaria, che raccontò nel 2006 la realtà dei call center di cui oggi nessuno parla più perché ritenuti ormai la prassi normale del lavoro precario e ingiusto cui non riusciamo a trovare limiti né contenimento, del quale il lavoro femminile costituisce la forma più sfruttata.

In esso Murgia rielabora, come poi farà con continuità, una sua propria esperienza, perché Michela è sempre partita da sé, esercitando una pratica del movimento femminista prima ancora di divenire femminista: a partire dal lavoro, argomento della sua opera prima, e dal suo essere nata in Sardegna, con cui si confronta in Viaggio in Sardegna nel 2008 nel quale riflette anche sugli scrittori e scrittrici della Sardegna e sulla complessa eredità deleddiana, che valorizzerà nelle sue prove drammaturgiche nel 2017 nello spettacolo Quasi Grazia, scritto da Marcello Fois con la regia di Veronica Cruciani. Per affrontare poi in modo del tutto originale e nuovo il tema del fine vita nel bellissimo Accabadora del 2009, di cui rimane stagliata nella memoria collettiva la figura della fill’e anima, nome della forma con cui in Sardegna ci si è presi cura in famiglie diverse da quelle cosiddette naturali di figli e figlie d’altri senza con questo passare necessariamente attraverso forme di adozione normata, che anticipa di molto quanto è oggi al centro di un dibattito molto acceso.

La Sardegna come terra d’elezione, di memoria e d’affezione oltre che di nascita, è al centro di molti suoi racconti, come quello scritto nel 2012 per la raccolta a più mani Piciocas. Storie di ex bambine dell’isola che c’è, e quello del 2014 nel volume Sei per la Sardegna, insieme a Salvatore Mannuzzu ed altri, i cui proventi sono andati per l’alluvione in Sardegna: e chi ricorda più la rovinosa alluvione della Sardegna insieme alle innumerevoli altre di questo nostro devastato territorio? Michela insieme ad altre e altri non ha dimenticato e la sua è stata una scrittura orgogliosamente e dichiaratamente partigiana sempre, anche quando apparentemente lontana dalla forma saggistica.

Come avviene altrimenti in Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, del 2011, dove Murgia ha messo a tema la sua formazione religiosa indagando il difficile rapporto tra il cattolicesimo e le donne a partire anche dai suoi studi teologici, affrontando poi in moltissimi libri scritti a più mani temi e questioni apparentemente meno letterarie e sempre più politiche con titoli di per sé parlanti: nel 2013 con Loredana Lipperini L’ho uccisa perché l’amavo: falso!, nel 2019 con Chiara Tagliaferri Morgana, storie di ragazze che tua madre non approverebbe, e ancora con Chiara Tagliaferri nel 2021 Morgana. L’uomo ricco sono io, mentre interamente a lei si devono libri come Istruzioni per diventare fascisti, del 2018, tradotto anche negli Stati Uniti come molte altre sue opere, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (2021) e Good Save the Queer. Catechismo femminista, del 2022.

In realtà, il corpo politico della sua scrittura è sempre stato saldamente nelle mani di Michela Murgia nella sua breve e intensissima vita, intessuta e arabescata di una miriade di parole nei modi più diversi, in rete come sulle pagine di carta, negli interventi sui media e nelle infinite e più varie modalità che ha esercitato. Un pensiero e una pratica politica volte alla nascita di nuove forme di scrittura anche quando ha parlato di morte e ne ha fatto volutamente tema pubblico: l’esposizione del corpo malato è così divenuta forma politica della rappresentazione della famiglia queer che ha scelto come forma elettiva del proprio vivere e insieme della malattia come preannuncio del decadere del corpo biologico ma non del corpo politico della sua scrittura, che ha sovvertito il binomio letteratura/saggistica facendone qualcosa di altro e diverso.

Così anche nella sua opera Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi, del 2023, che si potrebbe definire ultima se non fosse che Murgia ha continuato a scrivere in rete e a intervenire su tutto quello che riteneva essenziale e importante fino a tre giorni fa.

Molto si sta scrivendo e molto si scriverà di lei, molti i nomi che si sono fatti e che si faranno per collocarla in una tradizione che va da Gramsci a Pasolini, ma si potrebbero fare anche molti nomi di donne altrettanto rivoluzionarie, diverse e simili a lei tanto quanto Gramsci e Pasolini: occorrerà tempo per trovare i modi per nominare adeguatamente una scrittura così precursora nel suo essere partigianamente volta al presente e ancora di più al futuro, ma intanto la sua scrittura ci accompagna e ci accompagnerà con le parole e il mondo così tanto appassionatamente amato da Michela Murgia.


(il manifesto, 12 agosto 2023)

di Donatella Borghesi


La filosofa Rosella Prezzo riflette sulla procreazione assistita, realizzazione dell’antico mito di una nascita senza madri


Niente divide la società progressista occidentale come la Gpa (la gravidanza per altri, detta più volgarmente utero in affitto), nemmeno la guerra in Ucraina riesce a tanto. Rischia di far inciampare anche Elly Schlein, che tentenna tra il forse sì e il “solo se è scelta solidale”. Intanto, mentre prospera il libero mercato della procreazione assistita e surrogata, si divide il già molto diviso mondo delle donne, tra chi la vede come estrema opzione di libertà individuale, quasi simbolo iperbolico del sistema dei diritti, rispolverando il vecchio ma duraturo slogan “il corpo è mio e lo gestisco io”, e chi la denuncia come l’ultimo e spietato esempio di sfruttamento del corpo femminile, come una nuova schiavitù, insomma. In una discussione incanaglita dalle appartenenze ideologiche, la si sta radicalizzando oltre misura. Amiche che non si fidano più una dell’altra, gruppi di attiviste, un tempo coese, rese mute dalla domanda: ma tu sei favorevole o contraria? Femministe storiche divise, rimproverate da Ritanna Armeni: “Che fatica riuscire a dire qualche parola nel dibattito Gpa, c’è troppa aggressività, non ci state dando una mano…”. “La gravidanza per altri è un’arma che una parte del femminismo regala alla destra”, scrive Lea Melandri, mentre Alessandra Bocchetti risponde: “Ma quando si fa mercato di corpi, di cosa si tratta? Un tempo si chiamava schiavismo”. Ad analizzare un tema così caldo, uscendo dalla cronaca, accantonando per un attimo le contrapposizioni e partendo da un punto di vista diverso, si è misurata coraggiosamente la filosofa femminista Rosella Prezzo. Rovesciando il paradigma tra “mettere al mondo” e “venire al mondo”, nel suo libro Trame di nascita. Tra miti, filosofie, immagini e racconti (edito da Moretti&Vitali), ripercorre la storia e il pensiero che ha accompagnato nei secoli il tema della nascita, da Eva che esce dalla costola di Adamo al transgender incinto Thomas Beatie, da Aristotele a Judith Butler. Riprendendo le voci delle donne, scrittrici, artiste, femministe, che sul tema hanno riflettuto, decostruendo – come ha fatto Adrienne Rich in Nato di donna – la mitizzazione della maternità, che è stata da sempre funzionale al sistema patriarcale.

«La nascita è l’unica esperienza che tutti gli esseri umani necessariamente condividono, ma ha perso la sua aura, il suo significato simbolico», scrive la filosofa Rosella Prezzo, convinta che la Gpa ci costringa a riflettere non solo su come si nasce e delle sue tante variabili, ma soprattutto sul valore della nascita. «La nascita è un evento a doppia faccia, riguarda la madre, il suo “umile potere creatore” e il figlio “gettato nel mondo”, come diceva Heidegger. Riguarda tutte e tutti, e quel venire al mondo definisce l’essenza dell’essere umano. La finitudine umana, l’esperienza-limite, non è più la morte che condanna alla propria fine, come abbiamo pensato per secoli, ma – come dicono Hannah Arendt e María Zambrano – è la nascita, la vita, che promette la possibilità di un inizio. Perché il comune venire al mondo è la matrice relazionale dell’umano, chi nasce non occupa un posto, ma apre un varco nel mondo, pieno di possibilità. Dovremmo definirci “comuni natali”, non “comuni mortali”! Ho sentito l’urgenza di scriverne perché oggi ci sta sfuggendo proprio questa essenza dell’umano, siamo come ciechi, in un periodo in cui la scena della nascita è affollata da tanti soggetti, tutti dominati dalla tecnologia riproduttiva. Ovuli, gameti, embrioni trovano collocazione in donne di vario tipo: donanti, riceventi, ospitanti. In questa maternità frammentata scompare l’esperienza originaria divisa e con-divisa. E finisce per scomparire la donna».

Che gli uomini, intesi come maschi, abbiano sempre invidiato la potenza generativa delle donne l’abbiamo sempre saputo. Altro che invidia del pene… Rosella Prezzo parte proprio dal mito («La riproduzione assistita l’hanno inventata i miti classici…»). In una galleria affollata di dèi che nascono nei modi più impensabili, il tratto comune a tutti è l’homo solus che espropria la “madre certa”, fino ad arrivare alla nascita fuori dal corpo. Abbiamo tutti in mente Atena che nasce dalla testa di Zeus, ma la lista è lunga e sorprendente: Dioniso è partorito dal corpo paterno, quello di Zeus, più precisamente da una sua coscia, dopo essere stato strappato dal grembo materno di un’amante del padre, nelle Baccanti Euripide cita il “maschio utero” di Zeus. Adone, frutto di un inconsapevole incesto fra il re di Cipro, Ciniria, e la figlia Mirra, esce, assistito dalle ostetriche, dall’albero in cui era stato trasformato il corpo della madre (lo si vede in un affresco di Bernardino Luini). Questi e innumerevoli altri sono i primi passi del sogno dell’utero artificiale… Tutte le portentose nascite divine all’origine della cultura occidentale avvengono in assenza di madri: madri morte, uccise, incluse nel corpo maschile del dio, sostituite da un organo artificiale. D’altra parte Eschilo nel finale delle Eumenidi fa dire ad Apollo: “La madre non è la generatrice di colui che viene detto suo figlio, bensì la nutrice del feto appena in lei seminato. Generatore è chi getta il seme. Vi può essere un padre anche senza una madre”. Donna come incubatrice, così in Aristotele e nella Chiesa medioevale. Vale sempre il grande George Dumézil: “All’orizzonte del pensiero mitico greco, si coglie il disappunto che un giorno ci furono le donne”.

Perché partire proprio dal mito e dalla cultura arcaica, viene da chiedersi. «Perché mai come in questa congiuntura storica l’arcaico si è saldato al contemporaneo», sostiene Rosella Prezzo. «Perché la dimensione biologica dell’umano e dei suoi limiti ci appaiono arretrati e superabili grazie alla scienza e alla tecnologia. Fantastichiamo di post-umano, e da madre-Natura siamo passati a madre-Macchina. Il progetto dell’utero artificiale, su cui peraltro si continua a investire, sembra infatti soddisfare a due grandi utopie: quella per la donna di liberarsi dal fardello della maternità e quella per l’uomo di riappropriarsi della nascita. L’interrogativo che ci dobbiamo porre è: ma allora qual è l’umano che ci viene incontro dal futuro?»

Per dimostrare questo cortocircuito nel rapporto tra natura e cultura, questo slittamento di senso, Prezzo analizza nel dettaglio il caso di Thomas Beatie, diventato un caso di risonanza mediatica mondiale. Thomas nasce Tracy, cioè femmina. Si sottopone alla mastectomia, di cui si vede traccia delle cicatrici nel disegno di Yole Signorelli, alias Fumettibrutti, apparso sulla copertina di L’Espresso il 16 maggio 2021, con la scritta sul pancione “La diversità è ricchezza”. Tracy/Thomas si lascia però gli organi riproduttivi, ovaie e utero, anche se le cure ormonali le/gli hanno consentito di avere barba e muscoli maschili. Thomas si sposa con Nancy, e insieme desiderano metter su famiglia, ed è Thomas a farsi carico del progetto: interrompe la terapia ormonale e si sottopone alla inseminazione artificiale. Così per tre volte, per tre figli. Fa venire i brividi come questa storia somigli alle vicende fantasiose dei tanti dèi del mito… Peccato che non ci sia lieto fine, perché Tracy e Nancy si lasciano, e i figli vengono affidati a Thomas, perché “è la madre biologica”! Thomas però ci tiene a mantenere il ruolo di pater familias: sì, li ha partoriti, ma è lui l’uomo e il marito. Così ha “catturato” il femminile, in una inclusione escludente, dice la filosofa. Rosella Prezzo mette infatti in evidenza come, se il desiderio di un figlio è comune sia a una donna che a uomo, al momento della nascita c’è un’asimmetria innegabile tra essere madre e essere padre, mentre in questo caso, come in altri, l’asimmetria viene negata e azzerata con gli strumenti del progresso medico e tecnologico.

Questa favola contemporanea ci dice fino a che punto il desiderio e la possibilità di farlo agire siano diventati realtà virtuale. A questo punto la domanda si fa obbligatoria: di quale desiderio parliamo?

«Sia nella riproduzione assistita che nella gravidanza per altri, la procreazione è senza sessualità, senza il desiderio dei corpi», dice Rosella Prezzo. I corpi non si incontrano, non si abbracciano, non si fondono, non è necessario il piacere, quel grande dono di cui noi umani godiamo. Tutto viene scisso, ritagliato in tempi diversi. Il corpo viene ridotto agli elementi biologici basici, agli ovuli e ai gameti, appunto, che sono trattati secondo una logica finanziaria e di mercato, sono bio-beni da far fruttare. E con la scissione totale tra procreazione e gravidanza, per avere un figlio basta un utero qualsiasi in vendita. «Che ne è di Eros, mi chiede? Ci troviamo di fronte a corpi disincantati, dove il desiderio non si riconosce più nel desiderio dell’altro, o nel desiderio del desiderio dell’Altro, come diceva Lacan. È un grande interrogativo, ma possiamo dire che il desiderio in questo processo così artificiale di genitorialità si manifesta in modo autoreferenziale, si confonde con la rivendicazione dell’assoluta libertà individuale, diventa impropriamente diritto».

Si muore sempre da soli, ma non si nasce mai da soli. Ecco un’altra verità. La nascita è sempre con-divisa. Siamo sempre in due, madre e figlio/a, nella scena primaria che ci mette al mondo. E c’è un rapporto a due che inizia da molto prima, dall’inizio della gravidanza, e forse prima ancora, nel manifestarsi del desiderio di maternità. Ed è inscritto nel corpo, nelle sinapsi, nella psiche di entrambi. Mesi che lasciano tracce indelebili e uniche, come la scienza ha dimostrato. Racconta la filosofa: «Maria Zambrano diceva che alla nascita siamo visti prima di poter vedere. Chi nasce cerca se stesso in ciò che lo circonda e nello sguardo dell’altro, primariamente in quello della madre».

Ed è questo il punto controverso e più difficile da sciogliere tra chi assolve la Gpa e chi invece la teme, appunto il rapporto con la madre surrogata, che per il neonato è “la” madre, quella che ha “sentito” e con cui è stato in relazione per nove mesi, ma non quella con cui costruirà la sua storia familiare. È anche quella che si è imbottita di ormoni per non avere il rigetto dell’embrione, quella che è certa che la sua esperienza sarà a termine, quella che non sappiamo che riconoscimento abbia dato alla sua per poco tempo creatura, se l’ha accolta o meno dentro il suo sé, se teme la perdita, o se la vede come una liberazione. Come anche potrà essere un problema per il futuro bambino, nella ricostruzione della sua origine genetica e della sua genealogia, spezzettate e disseminate un po’ qua e un po’ là. È una realtà ancora tutta da esplorare, ma farlo è quasi più importante che porre giustamente l’accento sullo sfruttamento delle donne più povere o di quelle che ne hanno fatto per scelta la loro risorsa. Se la nascita è diventato un prodotto come gli altri, un atto biomedico e insieme normativo-giuridico che organizza sempre più la venuta al mondo dell’umano, è necessario riflettere sulle sue conseguenze. Abbiamo tutti guardato con sgomento le foto di quella nursery ucraina nel maggio 2020 con la fila di neonati figli di Gpa che per il Covid non potevano essere ritirati dai genitori/proprietari legittimi. La stessa situazione si è ripresentata con la guerra, i bambini nati da Gpa rimangono ancora in un limbo, nonostante la campagna promozionale ucraina sui social, “make babies not war”. Era il segnale che forse qualche problema c’era. Nascere nell’epoca della sua riproducibilità tecnica vuol dire ritrovarsi su un terreno smottato e disordinato. Dove però la nascita è diventata sempre più programmabile, manipolabile e riproducibile molto velocemente. E quindi destinata a un proficuo ritorno economico e abbattimento del tempo, in attesa di una società postumana che si prefigge di superare i limiti biologici umani.

Proviamo a ritornare all’inizio. Al mito primigenio di Adamo ed Eva. Un “incontro mancato”, lo definisce Rosella Prezzo. Non nascono insieme, viene creato prima l’uomo, ma Dio lo vede troppo solo e dal corpo di lui estrae Eva (come non vedere anche qui il parto maschile?). Eva ha una funzione: permette a Adamo di individuarsi, di sapere chi è, ma non di mettersi in relazione. Adamo parla, Eva è in silenzio. È come una falsa partenza, dove il primato dell’umano resta al maschile. Se è così, nonostante la ribellione (sconfitta) di Lilith, la vera “prima donna”, proviamo a fare un’ipotesi. Se il progetto antropologico del post-umano, la Gpa e annessi e connessi fossero l’ultimo colpo di coda – molto potente, a dir la verità – del patriarcato morente?


ROSELLA PREZZO Filosofa della differenza, saggista e traduttrice, ha fatto parte di riviste storiche come “aut-aut” e “Lapis”. Studiosa della filosofa spagnola María Zambrano (Pensare in un’altra luce, Raffaello Cortina), è autrice di Veli d’Occidente, le trasformazioni di un simbolo (Moretti&Vitali) e del recente Trame di nascita (Moretti&Vitali). Partecipa alla Scuola di Alta Formazione per donne di governo.


(Il Foglio Quotidiano, 1-2 gennaio 2021)

di Stefania Tarantino


Rimettere al centro la spiritualità femminile, di matrice mistica, è il cuore pulsante dell’ultimo libro di Wanda Tommasi dal titolo Vivere Dio qui e ora. La sapienza mistica di autrici del nostro tempo (Edizioni Paoline, pp. 91, euro 11, prefazione di Antonietta Potente).

Un volume che esplora e intercetta quell’impulso mistico che nelle esperienze di molte donne, che siano vissute nel lontano passato o in quello a noi più prossimo e presente, ha avuto un’importanza cruciale per la loro militanza attiva e per il raggiungimento della loro più intima e piena libertà. La prefazione di Antonietta Potente che introduce alla lettura del libro si apre con una citazione di Maria Zambrano che, riflettendo sul percorso di San Giovanni della Croce, difende la mistica dallo sguardo riduttore e schernente della scienza e la restituisce all’alveo di un evento che ha il suo fondamento nella natura umana.

Partendo dal presupposto che il «mistero» della vita non si lascia afferrare in tutta la sua complessità e che anche ciò che non rientra nel campo del visibile ha una sua propria realtà, Antonietta Potente mette in guardia da coloro che tentano di sbarazzarsene o di impossessarsene con arroganza e violenza nel mondo e invita ad assumere un nuovo atteggiamento nei confronti di ciò che è imperscrutabile ma non estraneo al nostro sentire più profondo che riesce a captarne la forza e la presenza.

Da questa trama introduttiva che insegue il filo del mistero più insondabile, Wanda Tommasi si rivolge con attenzione alla spiritualità femminile attingendo alle preziose esperienze di alcune donne del Novecento, quali Simone Weil, Etty Hillesum, Cristina Campo, Adrienne von Speyr, Madeleine Delbrel, Giuliana di Norwich, Antonella Lumini, mostrando come nelle loro parole e testimonianze la sapienza mistica abbia rappresentato un tipo particolare di sapere dal sapore non solo interiore o contemplativo ma anche squisitamente pratico e politico. La messa in relazione della sapienza mistica con quella del nostro tempo le consente anche di creare un legame potente con la rivoluzione femminista quando la si intende prima di tutto come ricerca libera di sé e come risveglio di un desiderio disponibile a essere attraversato dalla più radicale alterità.

È dal contatto con il male, con la sventura, che queste donne, addentrandosi nelle tenebre dell’anima umana e subendo inesorabilmente le barbarie del loro tempo, hanno incontrato a loro modo Dio senza intermediazione alcuna e hanno sentito un irrefrenabile bisogno di pregare e di inginocchiarsi al suo cospetto nella vivida certezza della presenza di qualcosa di assolutamente reale. Da tale incontro l’apertura di spiragli insospettati che hanno avuto il potere di attivare risorse produttrici di una ferrea consapevolezza e di un’inedita libertà di vita e di pensiero.

Dalla lettura delle loro opere si scopre che ciò che fa da ostacolo è anche una possibilità di passaggio e di trasformazione, che ciò che si vive nell’abbandono dell’assenza e della perdita si rivela nella sua più assoluta presenza: questa la scommessa politica che emerge dalla lettura di queste loro straordinarie esperienze spirituali. È, ad esempio, proprio dal viaggio senza ritorno della deportazione che Etty Hillesum scoprirà quella presenza di dio in sé stessa che la porterà a celebrare l’amore della vita in tutti i suoi aspetti; è dalla lucida visione della schiavitù operaia e contadina che Simone Weil, come già aveva fatto notare Elémire Zolla, approderà alla conoscenza soprannaturale. La scoperta della fede è, come scriverà Madeleine Delbrel, la scoperta di un sentimento capace di far fronte «all’immensa e incosciente miseria del mondo d’oggi».

Nei loro scritti queste donne ci mettono di fronte all’importanza della linfa spirituale che ha il potere di rieducare l’anima, di lenire le ferite visibili e invisibili, di ridurre la tracotanza dell’io creando quegli anticorpi necessari alla costruzione di una comunità umana. Se è vero, come scriveva Simone Weil, che l’ispirazione religiosa autentica è solo quella che si offre nella tradizione mistica, è perché in essa è custodita la chiave per la messa in gioco di un altro ordine di rapporti e di un altro regime di senso.


(il manifesto, 2 agosto 2023)

di Alessandra Pigliaru


Fiaba, poesia e preghiera sono tre delle direzioni intraviste nel volume Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile (Mimesis, pp. 119, euro 20), a cura di Chiara Zamboni, che raccoglie alcuni saggi di filosofe, letterate e studiose intorno al pensiero di una indiscussa protagonista del Novecento quale è stata, e continua a essere. Nata a Bologna il 28 aprile 1923, nel centenario della sua nascita Cristina Campo (il cui vero nome era Vittoria Guerrini) è stata al centro di un convegno svoltosi a Verona nel giugno del 2022 di cui ora si possono leggere gli atti.

A più voci, il libro a cura di Zamboni comprende infatti, oltre alla sua introduzione e al saggio finale, interventi di Wanda Tommasi, Francesco Nasti, Monica Farnetti, Laura Boella, Snejanka Mihaylova, Antonietta Potente, Vittoria Ferri, Andrea Di Serego Alighieri ed è occasione preziosa per riscoprire l’autrice di testi di grande profondità che vanno dalle raccolte di saggi – come Gli Imperdonabili – alle poesie – come Passo d’addio – fino ad arrivare alle lettere – basterebbe nominare quelle a Mita, l’amica Margherita Pieracci Harwell –, tutti luminosi documenti di quanto il corpo pensante di Campo si sia misurato generosamente dalla metà degli anni Cinquanta fino alla sua morte, nel 1977. E oltre.

Il contesto relazionale e di frequentazione testuale in cui è stata immersa Cristina Campo fa da contrappunto all’architrave del volume a lei dedicato, in numerosi e significativi passaggi a partire dalle due parole che ne tracciano il perimetro: «visibile» e «invisibile» convocano per esempio María Zambrano, e l’intensità di tale reciprocità è la stessa che ritroviamo nel senso dell’attenzione o nella grazia in riferimento a Simone Weil. Vi sono tuttavia altre aperture che riguardano la capacità, a un tempo poetica e vocazionale, di rendersi «vedenti» che stanno all’altezza di un verso tra i suoi più noti e che non solo richiamano la passione per la fiaba, come finemente osserva Wanda Tommasi, ma possono essere considerate lezioni di sprezzatura: «Due mondi – e io vengo dall’altro». Lo scrive Campo in Diario bizantino, poco prima di svelare quel «taglio vivente ed efficace», rischioso quanto cominciare a pensare solo a patto di sapersi separare, di saper distillare.

I due mondi, sono simili, anche se sideralmente lontani, a quelli evocati da Marina Cvetaeva quando, nelle sue Notti fiorentine, reclama «Tutta la mia chiaroveggenza intatta con, in più, il beato diritto alla cecità». 
Anche per questo la poesia è «campo magnetico della parola perfetta», lo segnala Vittoria Ferri che rintraccia il visibile e l’invisibile nella struttura duale del simbolo la cui curvatura trascendente si avverte «obliquamente».

Termine interessante quest’ultimo, ché allenta e allarga la propria valenza semantica assumendo ulteriore sottigliezza, per esempio, negli echi che riverberano in Emily Dickinson, quando esorta alla verità da dire «obliqua».

Interrogare la parola, o la «visitazione», il silenzioso approssimarsi dei semplici come degli ultimi della terra, somiglia per Cristina Campo alla «precisione delle cose», esatta come «la geometria “delicata e feroce” della danza della libellula», opportunamente richiamata da Laura Boella. E ci dice anche della pazienza, soprattutto dell’attesa che – nella poesia «Anelli di cenere» di Alejandra Pizarnik dedicata a Campo – è «mormorio di lillà che si rompono». Torna alla mente ciò che María Zambrano, in Delirio e destino, racconta di se stessa a proposito dell’albero di lillà: «preferì la crudeltà dei fiori che non avrebbe mai visto – proprio quelli – all’eventualità che l’albero non ne avesse dati. Non volle consolarsi; preferì l’esistenza del fiore alla consolazione».

In questa tensione elettiva, segnata dalla esperienza incarnata del metodo mistico, oltre che dalla malattia che accomunava Campo e Zambrano, si devono riprendere i fili del volume curato da Chiara Zamboni, seguendo fiaba, poesia e preghiera. Sono nomi diversi per continuare ad ascoltare le voci del mondo, le sue ingiustizie; al contempo indicano una strada di dedizione all’impossibile, di esercizio intransigente alla semplicità. Sia pure «nelle sue esistenziali trasformazioni», ricorda Antonietta Potente, citando uno dei passi più splendenti di Cristina Campo: «una rosa, solo una rosa, in pieno inverno».


(il manifesto, 2 agosto 2023)

di Pasquale Coccia


Il collettivo prima del singolo, i contenuti prima del merito, i principi prima di ogni cosa. Era tutto questo Lica Covo Steiner, moglie di Albe Steiner, entrambi hanno segnato la storia del design e della grafica in Italia dando un contributo fondamentale nel Dopoguerra alla formazione di generazioni di grafici presso l’Umanitaria di Milano. Lica ha contribuito in maniera determinante a tutti i lavori di Albe Steiner, ma non ha mai voluto che comparisse il suo nome, diceva che contava il messaggio.

Furono loro a progettare i Convitti Rinascita, luoghi di formazione per i figli di partigiani rimasti orfani. Furono loro a disegnare i fazzoletti dei partigiani nella Val d’Ossola durante la Repubblica partigiana durata quaranta giorni e quelli dell’Anpi, ma anche la copertina della rivista Il Politecnico diretta da Vittorini e tantissimi manifesti di anniversari politici.

Un libro della collana Electa dedicata alle donne sul lavoro Vorrei far vedere una strada che va all’infinito scritto da Chiara Alessi, ricorda la figura straordinaria di Lica Covo Steiner. A scorrere le pagine del libro si resta meravigliati dalle persone che frequentavano casa Steiner: Elio Vittorini e sua moglie Ginetta, Giulio Einaudi e la moglie Renata, Gillo Dorfles, Ernesto Treccani, Italo Calvino, Giangio e Julia Banfi, Gabriele e Genni Mucchi, i pittori di «Corrente», e negli anni a seguire Neruda, Picasso, Rivera incontrati in America Latina grazie ai contati forniti dal Pci. C’erano le riunioni del mercoledì di intellettuali antifascisti che preparavano la Resistenza, nel corso delle quali vi erano scontri dialettici duri sul da farsi ma anche grande solidarietà, una delazione poteva costare loro la vita.

Albe aveva avuto lo zio, Giacomo Matteotti, trucidato dai fascisti, fu a seguito di quel tragico evento che all’età di 11 anni affisse nell’atrio del suo stabile un disegno con la scritta: «Abbasso Mussolini gran capo degli assassini» e forse fu allora che decise di fare il grafico.

A Lica i fascisti ammazzarono il padre e fu subito dopo che decise con il marito di entrare nella Resistenza, raggiunsero Mergozzo, nel Cusio-Ossola, dove avevano la casa di famiglia, poi distrutta dai fascisti. Lica fece la staffetta partigiana, Albe il commissario politico di una brigata. Furono loro a disegnare la carta stampata della Repubblica partigiana della Val d’Ossola, i timbri, i manifesti.

Nonostante i fatti tragici che avevano colpito le loro rispettive famiglie, Lica e Albe per tutta la vita mantennero un’allegria costante, sapevano divertirsi e soprattutto sapevano guardare al futuro: «Lica ha mantenuto intatta la sua inimitabile levità disse Gillo Dorfles nel corso di una commemorazione. Affetti da levità bisognava esserlo per natura e per contagio, visto che quando il Pci le assegnò la pagina sulle donne su l’Unità, Lica condivideva il tavolo con Fortebraccio, i cui feroci strali in prima pagina erano accompagnati da grande ironia.

Al futuro guarda il titolo di questo libro che Chiara Alessi ha reso lieve nel tratteggiare la figura di Lica Covo Steiner, prendendo a pretesto una sua frase, quando all’età di 93 anni frequentava ancora quotidianamente lo studio di via Elvezia a Milano. Il comune di Paderno Dugnano, nell’hinterland milanese, aveva commissionato un manifesto per il 25 aprile del 2008, priva di forze ma lucida Lica si faceva aiutare dalla figlia Anna, che ha proseguito il lavoro dei genitori. Alla richiesta su che cosa volesse che il manifesto rappresentasse, immediata fu la risposta di Lica: «Vorrei far vedere una strada che va all’infinito».

In quel desiderio di futuro c’era un grande passato vissuto con intensità. Fu Lica nel 1986 a curare una mostra iconografica dedicata a Vittorini dopo la sua morte, solo lei e Albe erano riusciti a fotografarlo nei momenti intimi, visto che dopo la perdita del figlio Giusto Vittorini non comparve più in pubblico.

Nel 1945 Lica Covo Steiner curò la mostra sulla Liberazione e quella sulle Donne, fu la segreteria nazionale del Pci a incaricarla di curare nel 1954 i manifesti per la campagna di propaganda «Educhiamo alla gioia» e nel 1963 la mostra «Donna a metà», il suo impegno sui diritti di genere le aprirono le porte al femminismo internazionale. Fu sempre lei a curare i manifesti della «Mostra della realtà» del 1953 e nel 1955 quella su Marx ed Engels.

La segreteria nazionale del Pci la ringraziò con una lettera inviata non all’indirizzo di casa o dello studio, ma a quello di via Cicogna 6 a Milano, dove aveva sede il Collettivo di Architettura del quale Lica era grande animatrice. Il suo impegno politico la portò a stabilire profondi rapporti di amicizia con la sorella di Marcella Ferrara, segretaria di Palmiro Togliatti, fin da quando giovanissima curava la pagina delle Donne sull’Unità, anche se, ironizzava, da un punto di vista grafico non era granché.

«Nella nostra professione siamo stati militanti, il nostro lavoro non è mai stato individuale» soleva dire alla figlia Anna Steiner, che incontriamo a Milano in occasione della presentazione del libro. Alla nipote di 11 anni diceva che non avrà mai nessuna risposta fino a quando non imparerà a fare domande, racconta Anna Steiner, che nello studio ci mostra i tanti manifesti disegnati dai genitori e i libri autografati dagli autori con le copertine originali di Feltrinelli ed Einaudi, nonché la fittissima corrispondenza internazionale avuta dai suoi genitori con artisti, grafici e intellettuali, sulla quale qualche studioso dovrebbe cominciare a lavorare.

La gran parte dell’archivio Steiner è stato donato al Politecnico di Milano. La corrispondenza privata per volontà di Lica è rimasta nello studio, ma la sua è stata una vita intensa sotto il profilo grafico e politico. Rendere pubblica questa documentazione visto che «il personale è politico» significa fare nostra una vita di passione politica e civica caratterizzata sempre da uno sguardo allegro e ottimista.


(il manifesto – Alias, 22 luglio 2023)

di Giulia Giaume


Dopo anni di carenza, la casa editrice La Tartaruga ripubblicherà l’intera opera di Carla Lonzi, tra le più importanti teoriche del femminismo italiano degli anni Settanta, se non la prima in assoluto. Ad annunciare la decisione della Tartaruga – fondata nel 1975 dalla leggendaria editrice femminista Laura Lepetit – è la sua curatrice Claudia Durastanti, che ha anticipato la prima pubblicazione disponibile dal 5 settembre 2023: Sputiamo su Hegel e altri scritti. Parliamo di una pietra miliare della saggistica femminista, uscita per la prima volta negli anni Settanta e diventato per decenni quasi introvabile.


L’eredità di Carla Lonzi

Carla Lonzi (Firenze, 1931 – Milano, 1982) rappresenta e ha rappresentato per il femminismo italiano un punto di riferimento di spicco, per molti mai eguagliato. Dopo gli studi in lettere e una prima fama nel mondo dell’arte – dal cui allontanamento scaturirono gemme come il volume Autoritratto con interviste a Consagra, Fontana, Kounellis, Pascali, Twombly e altri – fondò insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti il movimento Rivolta Femminile. Il manifesto del movimento, uscito nel 1970, è considerato da molti l’inizio formale del femminismo italiano. A questo primo testo segue il rivoluzionario Sputiamo su Hegel, che interseca i temi già trattati a una più ampia lotta anti-patriarcale, che Lonzi realizza qui attaccando le lezioni dei giganti novecenteschi Hegel, Freud e Marx. “Smentire la cultura significa smentire i fatti in base al potere”, scriveva, contrapponendo alla visione del “femminile passivo” teorizzato in diverso modo dai tre uomini una donna libera, autentica e dotata di una propria coscienza e un proprio volere da manifestarsi al di fuori dei ruoli imposti (quelli della moglie e della madre) attraverso una necessaria ribellione.


La casa editrice La Tartaruga

Il legame tra la casa editrice e l’autrice è dopotutto strettissimo. Prima di aprire la libreria “Milano Libri” in via Verdi e fondare la casa editrice La Tartaruga, Laura Lepetit (nata Maltini) aveva lavorato e militato proprio insieme a Lonzi e al gruppo di Rivolta Femminile. Con gli anni, Lepetit si era allontanata per diventare un grande nome dell’editoria milanese, ottenendo il titolo di cavaliera del lavoro “per meriti morali e professionali”. La Tartaruga – rilevata dopo la scomparsa della fondatrice nel 2021 dalla Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi – ha pubblicato in tanti anni di attività le opere di grandissime scrittrici prima ignote in Italia come Margaret Atwood, Ivy Compton-Burnett, Nadine Gordimer, Barbara Pym, Virginia Woolf, Gertrude Stein, Grace Paley, Doris Lessing e Alice Munro, e ha riportato alla luce testi di autrici italiane come Anna Banti, Paola Masino e Gianna Manzini e scoperto esordienti come Francesca Duranti, Silvana Grasso e Silvana La Spina.


Intervista alla curatrice Annarosa Buttarelli

La curatela del progetto – che va a sanare una grande lacuna editoriale, per anni percepita come una mancanza imperdonabile da studiose, appassionate e lettrici – è stata affidata a un nome di primo piano del femminismo italiano, Annarosa Buttarelli, senza accompagnamenti critici di alcun tipo. Filosofa, autrice, giornalista e docente dell’Università di Verona, Buttarelli ha costituito insieme a un folto gruppo di professioniste la Fondazione Scuola di Alta Formazione Donne di Governo di Mantova, sua città d’origine, ed è tra le fondatrici di Festivaletteratura. Le abbiamo posto qualche domanda sul nuovo progetto, e sull’importanza della lettura di Lonzi.

A chi è indirizzata questa ripubblicazione: a studiose e studiosi che da tempo la attendevano, o anche un pubblico più ampio, che possa riscoprire il primo femminismo italiano e avvicinarvisi? 
L’opera di Carla Lonzi è così rivoluzionaria che la sua lettura si può considerare necessaria per chiunque abbia a cuore il “cambio di civiltà” auspicato dalle persone più sensibili e oneste intellettualmente. Certamente andrebbe proposta, ora che diventerà disponibile, alle giovani donne prima di tutto. Auspico che la leggano anche gli uomini, e non solo i filosofi più raffinati.

I testi di Lonzi, e Sputiamo su Hegel in particolare, sono di una impressionante attualità: la decisione di ripubblicare l’opera in questo momento deriva anche dall’attuale clima socio-politico italiano? 
Come tutti i testi destinati all’immortalità, quelli di Lonzi parleranno sempre, in tutte le epoche. Ma direi che qui in Italia Sputiamo su Hegel potrebbe essere particolarmente utile a chi si ritiene di sinistra. Vi troverebbe le indicazioni di molti errori logici ed etici che continuano a essere fatti…

Una scelta coraggiosa, quella di non includere accompagnamenti critici, che invoca una fiducia nella capacità di pensiero di lettori e lettrici: questa presa di responsabilità e comprensione è parte integrante e necessaria del “risveglio” avanzato da Lonzi stessa? 
Certo! Sono contenta che si comprenda quanto coraggio ci vuole a far brillare i testi nella loro capacità autonoma di accompagnare chi legge a una augurabile trasformazione di sé. Carla Lonzi è un’autrice che insegna a entrare in rapporto diretto con gli scritti che derivano dalla trasformazione di chi li ha creati, e augura la trasformazione di chi osa leggerli senza ringhiere accademiche.

Se fosse possibile dare una prima scaletta del progetto, quando usciranno e quali testi interesseranno le prossime pubblicazioni? 
Il 5 settembre uscirà Sputiamo su Hegel in occasione di Festivaletteratura a Mantova, dove saranno dedicati tre incontri a Carla Lonzi. Seguiranno altre quattro opere, secondo un calendario che verrà reso noto dalla casa editrice. Le opere sono: Taci, anzi parla. Diario di una femminista; Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra; Scacco ragionato. Poesie; e Scritti sull’arte.


(Artribune, 21 luglio 2023)

di Simone Paliaga


Per la prima volta in italiano le lettere della futura filosofa al fidanzato Gregorio del Campo. Il tema della nascita si insinua ovunque, sotto diversi aspetti

La ferita del nascere è il «non essersi accontentati di essere stati semplicemente creati? L’aver bramato di nascere? Perché nascere è possibile solo fuori dal Paradiso», scrive María Zambrano (1904-1991) nel suo Aurora. Ma a questa considerazione che rimodula il Calderón de la Barca di La vita è sogno ne fa seguire un’altra, di segno opposto. In Delirio e destino, testimonia la meraviglia che scaturisce dall’«aprire gli occhi alla luce sorridendo, benedire il nuovo giorno, l’anima, la vita ricevuta, la vita… Un regalo di Dio che ci conosce, che sa il nostro segreto, la nostra inutilità». La nascita dunque, per la grande pensatrice iberica, è la cifra della vita. È l’evento che incombe sull’uomo e sulla donna, da intendersi però insieme al dis-nascere o al ri-nascere. La creatura umana vive in cammino tra Scilla e Cariddi, tra «il voler dis-nascere o il voler ri-nascere.

Ci sono religioni del dis-nascere e quelle del ri-nascere. La storia della creatura umana a partire dall’orrore per la nascita è infatti una lotta tra il disinganno e la speranza, tra realtà possibili e sogni impossibili, tra mistero e delirio» ammonisce in Verso un sapere dellanima. Intorno a questo passaggio gravita il pensiero della pensatrice. Fino a qualche tempo fa, pretestuose interpretazioni psicoanalizzanti attribuivano l’attenzione al problema della nascita al fatto che Zambrano non fosse stata madre, alla pari dell’altra imponente filosofa della nascita del Novecento, Hannah Arendt.

Ora questa speciosa argomentazione si sgretola a fronte della pubblicazione della corrispondenza di María Zambrano con il fidanzato Gregorio del Campo, disponibile per la prima volta in italiano con l’uscita in libreria di Lamore a Segovia (pagine 270, euro 22,00), con cui la casa editrice Morcelliana continua la pubblicazione delle opere della filosofa. Il volume è corredato, oltre che dalla postfazione della curatrice Manuela Moretti, anche da una perspicua prefazione di Silvano Zucal e dall’introduzione di María Fernanda Santiago Bolaños, a cui si deve la scoperta di questo epistolario nell’estate del 2009 presso gli eredi di Del Campo, incarcerato il 19 luglio 1936 a Saragozza dai franchisti e poi fucilato il 6 settembre a Pamplona. Si tratta di un fidanzamento durato dal 1921 al 1926, che però nell’esistenza terrena di Zambrano getta un’ombra lunga quanto una vita.

Dalle lettere filtrano le emozioni di una ragazza innamorata che con il suo fidanzato (delle cui missive purtroppo non disponiamo) commenta libri, autori e film. Racconta vicende riguardanti le amiche, i propri studi, timori e le speranze di una ragazza che a Segovia, dove visse tra il 1908 e il 1924, incontrò i primi amori, tra cui quello con del Campo, conosciuto nel 1921, dopo la partenza del cugino Miguel Pizarro per il Giappone. Non sono molti gli anni del legame e verde è l’età di entrambi, eppure con il futuro capitano accarezzerà il sogno di un matrimonio e avrà pure un bambino morto poco dopo la nascita. Sta qui la novità rivelata dalle lettere, di cui due sono pubblicate qui a fianco.

Esse rivelano l’ingenuità degli anni giovanili e di certo un pensiero aurorale e grezzo, che si aspetta ancora di essere ampiamente dirozzato dagli studi e dalla vita. Ma rivelano già temi che staranno al cuore del pensiero della Zambrano matura. Il tema della nascita, anche per quanto provato nelle viscere, nelle entrañas, per la precoce scomparsa del figlio, si insinua ovunque, sotto diversi aspetti, anche quello del mistero della generazione femminile, del dono della nascita. «Considero il matrimonio qualcosa di sacro, in grado di commuovermi nel mio essere più profondo, in ciò che mi unisce all’intera Natura, alla vita degli astri, alla vita del Cosmo, al gran principio universale della femminilità (il femminile ha un’essenza più profonda rispetto al maschile) – scriverà al fidanzato – L’intera Natura dovette sentirsi donna nel momento in cui venne fecondata dal soffio divino del Creatore.

E la terra? Quando il seme viene depositato in essa, che cosa significherà per il seminatore? (qualcosa di grande, in ogni caso); ma [cosa significherà] per la terra, quando si sente scossa nell’accogliere amorevolmente il seme che la rende feconda, che la fa sentire terra, e senza il quale sarebbe un povero masso! E io sono questo, vita mia, con te sono una donna, sono terra che produce e dà frutto, senza di te sarei un povero masso arido e sterile, un masso più o meno forte e di valore ma sempre un povero masso sterile, secco e arido».


Le lettere / «Bimbo mio, perché te ne sei andato senza salutare?»

Due missive testimoniano il dolore per la perdita del figlio neonato e per la lontananza del fidanzato


Lettera XVII

Bimbo mio, perché te ne sei andato senza salutare tua madre, perché te ne sei andato prima che tuo padre potesse darti un bacio? Figlio mio, perché te ne sei andato dove tua madre non può vederti, dove resterai tutto solo? Anche se sei andato in cielo, perché ti interessa Dio e quell’altra gente? Non saresti stato meglio con la tua mammina, che presto se ne sarebbe andata via con te? Bimbo mio, come ti sentirai solo! Avrai freddo sotto la terra, ti mancherà la tua piccola culla, la tua coperta e la tua mantellina bianca? Ahi, se fossi lì con te ti metterei tutto, tutto per non farti avere freddo: i pantaloncini che ho fatto per te, tutti i tuoi vestitini, e ti metterei nella tua piccola culla per continuare a ninnarti e a cullarti.

Mi porterà mia madre un tuo capellino, di quei tuoi capelli così neri che avevi, come quelli di tuo padre? Quanta tristezza, se premo i seni esce ancora latte, quel latte che era per te, bimbo, e che non hai fatto in tempo a bere! Bimbo, figlio mio, piccolo bebè, dove sei, perché te ne sei andato se eri così bello e avevi degli occhietti neri così grandi e pieni d’intelligenza? Li avrai ancora, bimbo mio, ma ormai chiusi; il tuo faccino così carino sembrerà di cera, [così come] le tue manine piccoline che sostenevano la tua testolina quando avevi un giorno; bimbo, povero bimbo mio, quegli occhi che andavano verso la luce ormai non la vedranno più, la terra cadrà su di essi, nell’oscurità eterna.


Lettera XVIII

Martedì 29 – Che bel sole! Mi sono svegliata presto e sono rimasta sul balcone aspettando il postino; e il postino è passato (ovviamente!) ma non mi ha portato nulla. In questi giorni, senza ricevere tue lettere, ho avuto pazienza, ma oggi inizio già a disperarmi! Non voglio parlarti riguardo alla tua desiderata e attesa, tanto attesa lettera, se arriverà o se tarderà ad arrivare ancora quindici o venti giorni, perché quando arriverà sarò già morta: alla fine è quello che tu desideri e quello che accadrà. Il bimbo, poverino, è già morto (non so perché nei giorni di sole lo ricordo più spesso) e ora muoio io, così te ne stai tranquillo. Ora non ti potrai lamentare.

Con questo sole, ti immagino senza far nulla, senza pensare a nulla, senza sentire nulla, nella dolce sophrosine degli Dèi greci, che ormai sembra siano il tuo ideale. Tu sei felice, e comprendo bene perché non vuoi scrivere alla tua chonflica che qui, sola, muore di tristezza. È chiaro! Ti trovi a tuo agio lì: se il tempo è bello ne approfitterai e godrai della natura che ti circonda; e se invece c’è una tempesta? Molto meglio, sarà un gran divertimento per il tuo spirito! L’attività che il tuo spirito vuole esercitare, la puoi già realizzare nella tua postazione, quindi niente; tanto piacere! Cosa ti importa delle chonflicas che hanno perso il loro bimbetto e che muoiono dal dolore? Perché disturbarsi a scrivere una parolina di consolazione? Che muoiano, così la facciamo finita una volta per tutte. Che giorno triste sarà per me oggi! E che giorno meraviglioso per essere allegri e sentirsi giovani! E che tristi una vita e una gioventù trascorse sempre così, con tristezza e amarezza, sempre con il fantasma del dolore che oscura le cose e non consente di poterle godere.

Che cosa si può chiedere di più che poter godere dell’aria e del sole, come gli animali? Poiché la felicità, quella felicità buona che noi desideriamo, non la possiamo raggiungere, e nemmeno quell’altra di cui beneficiano gli animali. Ma è impossibile (almeno per me) separare la parte umana per lasciare solo l’altra. Magari [fosse possibile]! Almeno potrei godere dei beni materiali (che sono anche spirituali). Se oggi avessi ricevuto una tua lettera, nonostante tutto, starei bene (anche se, come ti ho detto, nei giorni di sole mi ricordo spesso del bambino) ma non mi è arrivata e penso al mio bimbo, che dorme, solo soletto, sottoterra, gli arriverà il sole? povero bimbo, così carino e vestito di bianco, che dorme sottoterra! Speriamo sia felice; almeno più di sua madre, che in questo giorno in cui tutto vive, vive anche lei nel peggiore dei modi, rendendosi conto della vita e delle cose.

Mi trovo sulla terrazza rialzata, dove arriva il sole e soffia un venticello molto piacevole (per chi può provare piacere per qualcosa) ma mi sembra di soffocare e mi manca il respiro. Già lo so: quando sono così angosciata il petto mi si blocca a tal punto da non lasciarmi respirare e questo è normale, per questo quando una persona esce da un periodo difficile si è soliti dire: “ora avrà ripreso a respirare”; ma quando riprenderò a respirare, io? A Madrid, quando non ricevevo alcuna lettera da parte tua, c’erano notti in cui dovevo sporgere le braccia fuori dal letto e alzarle, e a volte persino sedermi sul letto perché mi sembrava di soffocare. Povero lo stolto essere umano che in una splendida giornata di sole, quando tutta la Natura si risveglia, si sente mancare l’aria! Come può mancargli l’aria, se c’è aria per tutti! Che assurda la vita umana, che enorme sciocchezza! A cosa servono il pensiero, il progresso, la scienza e l’arte? A cosa l’amore? Perché arrivi un giorno di splendida vita e uno si senta morire, morire vivendo, che è la cosa peggiore.

È molto meglio immedesimarsi nell’insensibilità animale. Immagino che gli indiani che incontrarono i soldati di Alessandro [Magno] dovessero provare qualcosa di simile, immobili, con le unghie affondate nella carne e gli uccelli che facevano il nido sulle loro spalle, sommersi nel Nirvana. Avrebbero voluto essere alberi, piuttosto che uomini. E troviamo anche questo nella filosofia volontarista di Schopenhauer, che deriva dall’India, secondo la quale la volontà è l’anima della vita e l’origine di tutti i dolori; pertanto, la felicità risiederebbe nel non averla; ci deve essere qualcosa di tutto questo anche nel Cristianesimo. Mi starai già dicendo che mi fido troppo di quello che pensano gli altri. Non mi fido di quello che penso io, o meglio, [mi fido di] quello che sento e una volta che ne sono consapevole, spontaneamente, ricordo tutto ciò che di simile o somigliante ho trovato nel mondo; cosa vuoi? fa sempre piacere trovare un’eco della propria voce; la solitudine assoluta è insopportabile.


María Zambrano


(Avvenire.it, lunedì 17 luglio)

di Franca Fortunato


La pratica della maternità surrogata ha avuto inizio nel 1976 negli Stati Uniti, quando una donna si rese disponibile a partorire gratuitamente per altri. Un’altra nel 1980, accettando di essere pagata, ha dato inizio alla “maternità surrogata commerciale” di cui poi si pentì per le conseguenze negative sulla sua vita e divenne un’attivista per la sua abolizione. È da qui che inizia il libro Per l’abolizione della maternità surrogata a cura di Marie-Josèphe Devillers, attivista dei movimenti lesbici, e Ana-Luana Stoicea-Deram, attivista per i diritti delle donne. Il libro raccoglie scritti, contributi e testi di donne di ogni parte del mondo e di un uomo gay, attivista per i diritti dei gay, con l’obiettivo di “passare il testimone tra generazioni, paesi e continenti”. Con l’avvento della maternità surrogata, negli Stati Uniti inizia la lotta delle femministe radicali per la sua abolizione. Una lotta che continua al presente. Nel 2015 nasce la “Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata” (CIAMS). Una coalizione globale come lo è diventato il mercato dell’industria della maternità surrogata, utero in affitto o gestazione per altri (GPA), con profitti crescenti per agenzie, cliniche, medici, laboratori, avvocati, intermediari, case farmaceutiche. Si stima che entro il 2025 raggiungerà a livello mondiale i 27,5 miliardi di dollari. Che cos’è la maternità surrogata? È innanzitutto il controllo patriarcale del corpo riproduttivo delle donne con gli uomini che ne gestiscono il mercato e le tecniche di riproduzione il cui traguardo è un “utero artificiale” per lo “sviluppo di un essere umano fuori dal corpo materno” in un mondo senza madri. In quali Paesi è legale e in quali no? Quali i rischi, a breve e a lungo termine, per le “madri surrogate” e le donatrici di ovuli, per lo più giovani, per la somministrazione di pericolosi farmaci ormonali? Domande che nel libro trovano risposte. Che libertà è se una donna, che non desidera diventare madre, si mette a disposizione, dietro pagamento con un contratto formale o meno, “per portare avanti una gravidanza con l’obiettivo di separarsi dal bambino alla nascita, per consegnarlo alle persone che le hanno chiesto di darlo alla luce”, un bambino sano? Che libertà è sottostare alla violenza di distaccarsi emotivamente dalla creatura che si nutre e cresce attraverso la placenta e il sangue della madre naturale? Che libertà è essere disponibili a farsi “vasi vuoti”, “contenitori” di spermatozoi e ovociti assembrati in embrioni da selezionare e testare, facendo scomparire “la donna incinta e il parto”, la relazione madre figlia/o, la madre naturale? È una “libertà spazzatura” al servizio di un’industria che sfrutta le donne e le trasforma in macchine per partorire. “Noi nasciamo, non siamo fabbricati, e nasciamo da una donna”. Si può donare, vendere, un essere umano a “clienti” che hanno il potere di pagare: uomini gay, donne o lesbiche sterili che pensano che il loro desiderio di avere un figlio sia un loro diritto – così non è – e lo vogliono a ogni costo? Come siamo arrivati a questo punto? Dove stiamo andando? Domande esistenziali per noi donne, per le creature nate con questa pratica, che prima o poi scopriranno di essere state comprate e private senza necessità della madre naturale, per l’umanità intera. Domande a cui i vari scritti danno una risposta, rompono lo stereotipo della “madre surrogata felice e altruista” e mettono a nudo la pratica della maternità surrogata perché, al di là se “sia forzata o volontaria, se le donne abbiano o meno il “diritto”, la “libertà”, di vendere il proprio corpo”, è la pratica in sé che è inaccettabile e va abolita. Un libro che fa riflettere e dà consapevolezza.


(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io, donna”, 13 luglio 2023)

di Luca Kocci


Le lettrici e i lettori del manifesto conoscono bene Adriana Zarri, donna teologa laica che per trent’anni (dal 1980 alla morte nel 2010) ha scritto su questo giornale di Chiesa, teologia, spiritualità e società, con acume, libertà e spirito critico. Ma quella che emerge dai suoi diari giovanili, appena pubblicati da Einaudi con la cura rigorosa e l’interpretazione profonda di Francesco Occhetto, è una Adriana Zarri inedita (La mia voce sa ancora di stelle. Diari 1936-1948, pp. 290, euro 20). 
Inedita perché si tratta di testi che leggiamo ora per la prima volta, letteralmente tirati fuori da un cassetto dove li custodiva Bruna Pietranera, fra le animatrici dell’associazione Amici di Adriana Zarri. Inedita perché quella che si manifesta dai diari scritti fra il 1936 e il 1948 è un’adolescente e poi una giovanissima donna (nata a San Lazzaro di Savena, nelle campagne bolognesi, nel 1919: per la biografia di Zarri si veda Mariangela Maraviglia, Semplicemente una che vive, il Mulino, sul manifesto del 18 novembre 2020) alla ricerca dell’essenziale e dell’assoluto, non ancora la teologa originale e radicale capace di anticipare e poi di oltrepassare il Concilio Vaticano II, né l’eremita immersa nel mondo e nella storia. Inedita perché c’è tutta l’Adriana Zarri mistica, che cerca Dio non nel soprannaturale – come una superficiale interpretazione della parola potrebbe suggerire – ma nel quotidiano e nell’ordinario.

I DIARI SI DIVIDONO in tre fasi. La prima, la cui redazione è datata 1936, è quella della «conversione», che arriva fulminante e misteriosa, innestandosi nella vita di un’adolescente inquieta e profondamente turbata dalla morte improvvisa del fratello maggiore Adriano, a vent’anni, nel 1931. «Fu un lampo! – scrive la 17enne Adriana – Un lampo improvviso che squarciò le tenebre della mia mente nella quale si versarono torrenti di luce. In un istante io vidi Colui che avevo sempre cercato: lo conobbi, lo amai, fui sua». 
Per Adriana è la vera scoperta di Dio. Ma quale Dio? Non il Dio «monolitico» e «patriarcale», «moralista» e «punitore» definito dalla teologia e trasmesso dalla pastorale del tempo – il catechismo è quello di Pio X, sul soglio pontificio dal 1939 siede Pio XII – e che Adriana ritrova nella Compagnia di San Paolo, istituto religioso in cui entra nel 1942, credendo di poter realizzare lì la propria vocazione, e da cui si allontana qualche anno dopo. «Mi sento paralizzata, sminuita, finita: un povero fantoccetto al comando dei fili», scrive Adriana il 21 giugno 1943.

INIZIA LA NUOVA VITA di Adriana, quella della libera ricerca spirituale e teologica (un «cammino eversivo e controcorrente congeniale ai soli dettami dello Spirito, al di là di qualsivoglia ingerenza ecclesiale, teologica o politico-culturale», rileva Occhetto), dell’incontro con il Dio-Amore e della «mistica», non come fuga dal mondo, ma come immersione nell’umano per trovare il divino. E infatti i suoi diari giovanili – compresi gli slanci di una scrittura giovanile ed estrema – possono essere inseriti a pieno titolo in quel filone della mistica cristiana femminile, che dal Medioevo arriva fino a Simone Weil e Hetty Hillesum. In cui, scrive Luisa Muraro, Dio «diventa un Dio di passaggio: dal chiuso della teologia scientifica, delle discussioni scolastiche, delle cerimonie e delle gerarchie, dei canoni e dei tratti, si trasferisce nella relazione d’amore e da questa scorre per il mondo, liberamente e segretamente».


(il manifesto, 5 luglio 2023)

di Chiara Cruciati


Basma Abdel Aziz è una scrittrice, una psichiatra e un’attivista per i diritti umani. Vive al Cairo e negli ultimi anni ha pubblicato romanzi di grande successo (La fila, tradotto in italiano per Nero Editions, e Here is a Body) che trascinano in realtà distopiche, apparentemente impossibili da immaginare ma che sono lo specchio dell’Egitto di oggi e del suo sistema tentacolare di controllo sociale.

Com’è cambiata, dalla rivoluzione del 2011 e dal golpe del 2013, la letteratura egiziana e il suo modo di narrare le trasformazioni del paese? 
La rivoluzione ha aperto spazi per molti percorsi narrativi, ha dato a scrittrici e scrittori lo spazio per esprimere pubblicamente le proprie emozioni, i sentimenti, la disperazione. Quanto accaduto dopo la rivoluzione ha riportato a pensieri nichilistici, rabbiosi, all’idea di non potercela fare. Il prezzo da pagare per gli egiziani, siano artisti, scrittori, politici, cittadini, è stato alto. Ancora oggi si scrive e si pubblica molto, ma con meno entusiasmo. Sono opere più riflessive.

Quindi quella spinta creativa nata con la rivoluzione di Tahrir è ancora viva? 
Lo è, anche se cambiata: non è più quella che narrava di speranza, dignità e orgoglio. È un’onda letteraria di sarcasmo, black humour, appesantita dall’idea di essere manipolati dall’autorità, di essere profondamente presi in giro. Svela il modo in cui il sistema ha ridefinito la consapevolezza collettiva. Questa spinta non finirà, nemmeno con aggressioni e detenzioni.

I suoi sono romanzi distopici, un filone sempre più popolare in Medio Oriente per svelare le realtà dei paesi sotto regimi autoritari.

Il tema de La fila era diretto a tutti, aveva un significato più generale e simbolico: quello che accade con ogni dittatura nel mondo. Mi interessa, nei miei scritti, esplorare il modo in cui le figure autoritarie manipolano i popoli, ne controllano i comportamenti, ne cambiano le percezioni, li rendono obbedienti e facili da gestire. Provo a mostrare il volto disgustoso dell’oppressione e il vero significato, buio e diabolico, che sta dietro un linguaggio luminoso e subdolo.

Lei scrive di povertà, repressione, distanza del potere dal popolo, uso della religione per mantenere l’ordine sociale. Ma anche dei diversi strumenti usati per impedire ogni rivolta. Quanto il regime egiziano oggi è spaventato da una possibile sollevazione? 
C’è una paura reale. La situazione socio-economica deteriora velocemente, l’inflazione cresce a livelli insopportabili, i salari della maggior parte delle classi sociali non bastano più a una vita dignitosa. La gente ha le spalle al muro. Penso sia solo una questione di tempo prima che le persone decidano di non accettarlo più.

Come scrittrice ma anche come psichiatra, può descriverci la psiche collettiva del popolo egiziano oggi. Una società dalle mille identità, ma è possibile individuare alcuni elementi comuni? 
Non è facile descriverla. Di certo c’è un profondo e generalizzato scontento, c’è rabbia e c’è anche senso di colpa. Anche tra chi ha sostenuto questo sistema dal principio: una percentuale significativa gli ha voltato le spalle e alcuni lo confessano. Le persone si sentono intrappolate, non sanno quali scelte compiere né sono certe di avere delle reali prospettive per il futuro.


(il manifesto, 4 luglio 2023)

di Alessandra Pigliaru


Si intitola Maleficia. Storie di streghe dallAntichità al Rinascimento (Carocci, pp. 281, euro 27) ed è un volume scritto da Marina Montesano, docente di storia medioevale all’Università di Messina e collaboratrice di queste pagine. Disponibile per la prima volta nel 2018 in lingua inglese per l’editore Palgrave Macmillan, il lavoro ora tradotto in italiano dall’autrice si prefigge di dimostrare come antiche credenze e descrizioni della magia nella letteratura sia greca che romana abbiano inciso sulla composizione dell’immagine della stregoneria in epoca moderna, quindi sulla caccia alle streghe.

L’impianto del testo segue con rigore scientifico le fonti storiche, avviando il ragionamento da alcuni luoghi simbolici che l’autrice chiama «prototipi» e che restituiscono in particolare diverse eppure irrinunciabili figure della storia culturale occidentale: Circe, Medea ma anche Teoride, o ancora lamie, arpie e empuse, tenendo presente il depositarsi di significati relativi a parole che per Marina Montesano (il 23 giugno alle 18, ospite all’Aquila con Franco Cardini al Festival delle città del Medioevo per presentare il volume Medioevo globale. Avventurieri, viandanti e narratori a Samarcanda, edito da Piemme) sono da osservare nella loro valenza semantica, come nel caso di «pharmaka» e «veneficia».

Pratiche necromantiche, pozioni mortali, abominevoli incantesimi, empietà varia ma anche pallore infernale, insieme alla Grecia anche Roma aveva i suoi «riferimenti» riguardo la magia: per esempio in Canidia, Sagana, Folia e Veia, fino alla tessala Eritto e Meroe. Utile la connessione che l’autrice fa nella comprensione di parti della cultura latina e legislazione romana sopravvissute nell’alto Medioevo e nei codici giuridici dei «barbari», seguendo anche qui l’ordito e la stratificazione di alcune parole emblematiche; per esempio «strix» (e le meno classiche «striga» e «stria») tradotta dal francese «estrie», trovando le numerose occorrenze nella letteratura medioevale.

In Maleficia, dalle prime litanie incarnate fino ad arrivare al sistema dei processi e alle mitologie, si può scorgere la differenza femminile, parabole dell’eccedenza la cui forza è stata di presentarsi – avrebbero detto decenni dopo – come «soggetti imprevisti della storia».

Se allora è cruciale osservare il solco imperituro delle fonti, delle narrazioni scelte, per conoscere a fondo la radice di tanta sottocultura contemporanea, è altrettanto decisivo attraversare le riscritture di quelle stesse vicende.

Dalla parola diretta delle protagoniste che acquistano una voce, grazie soprattutto al lavoro di disseppellimento attuato negli anni dal femminismo e dai saperi critici delle donne a proposito di stregoneria; a tal proposito si può citare Luisa Muraro e, per altri versi, Silvia Federici.


(Il manifesto, 23 giugno 2023)