di Stefania Tarantino
Rimettere al centro la spiritualità femminile, di matrice mistica, è il cuore pulsante dell’ultimo libro di Wanda Tommasi dal titolo Vivere Dio qui e ora. La sapienza mistica di autrici del nostro tempo (Edizioni Paoline, pp. 91, euro 11, prefazione di Antonietta Potente).
Un volume che esplora e intercetta quell’impulso mistico che nelle esperienze di molte donne, che siano vissute nel lontano passato o in quello a noi più prossimo e presente, ha avuto un’importanza cruciale per la loro militanza attiva e per il raggiungimento della loro più intima e piena libertà. La prefazione di Antonietta Potente che introduce alla lettura del libro si apre con una citazione di Maria Zambrano che, riflettendo sul percorso di San Giovanni della Croce, difende la mistica dallo sguardo riduttore e schernente della scienza e la restituisce all’alveo di un evento che ha il suo fondamento nella natura umana.
Partendo dal presupposto che il «mistero» della vita non si lascia afferrare in tutta la sua complessità e che anche ciò che non rientra nel campo del visibile ha una sua propria realtà, Antonietta Potente mette in guardia da coloro che tentano di sbarazzarsene o di impossessarsene con arroganza e violenza nel mondo e invita ad assumere un nuovo atteggiamento nei confronti di ciò che è imperscrutabile ma non estraneo al nostro sentire più profondo che riesce a captarne la forza e la presenza.
Da questa trama introduttiva che insegue il filo del mistero più insondabile, Wanda Tommasi si rivolge con attenzione alla spiritualità femminile attingendo alle preziose esperienze di alcune donne del Novecento, quali Simone Weil, Etty Hillesum, Cristina Campo, Adrienne von Speyr, Madeleine Delbrel, Giuliana di Norwich, Antonella Lumini, mostrando come nelle loro parole e testimonianze la sapienza mistica abbia rappresentato un tipo particolare di sapere dal sapore non solo interiore o contemplativo ma anche squisitamente pratico e politico. La messa in relazione della sapienza mistica con quella del nostro tempo le consente anche di creare un legame potente con la rivoluzione femminista quando la si intende prima di tutto come ricerca libera di sé e come risveglio di un desiderio disponibile a essere attraversato dalla più radicale alterità.
È dal contatto con il male, con la sventura, che queste donne, addentrandosi nelle tenebre dell’anima umana e subendo inesorabilmente le barbarie del loro tempo, hanno incontrato a loro modo Dio senza intermediazione alcuna e hanno sentito un irrefrenabile bisogno di pregare e di inginocchiarsi al suo cospetto nella vivida certezza della presenza di qualcosa di assolutamente reale. Da tale incontro l’apertura di spiragli insospettati che hanno avuto il potere di attivare risorse produttrici di una ferrea consapevolezza e di un’inedita libertà di vita e di pensiero.
Dalla lettura delle loro opere si scopre che ciò che fa da ostacolo è anche una possibilità di passaggio e di trasformazione, che ciò che si vive nell’abbandono dell’assenza e della perdita si rivela nella sua più assoluta presenza: questa la scommessa politica che emerge dalla lettura di queste loro straordinarie esperienze spirituali. È, ad esempio, proprio dal viaggio senza ritorno della deportazione che Etty Hillesum scoprirà quella presenza di dio in sé stessa che la porterà a celebrare l’amore della vita in tutti i suoi aspetti; è dalla lucida visione della schiavitù operaia e contadina che Simone Weil, come già aveva fatto notare Elémire Zolla, approderà alla conoscenza soprannaturale. La scoperta della fede è, come scriverà Madeleine Delbrel, la scoperta di un sentimento capace di far fronte «all’immensa e incosciente miseria del mondo d’oggi».
Nei loro scritti queste donne ci mettono di fronte all’importanza della linfa spirituale che ha il potere di rieducare l’anima, di lenire le ferite visibili e invisibili, di ridurre la tracotanza dell’io creando quegli anticorpi necessari alla costruzione di una comunità umana. Se è vero, come scriveva Simone Weil, che l’ispirazione religiosa autentica è solo quella che si offre nella tradizione mistica, è perché in essa è custodita la chiave per la messa in gioco di un altro ordine di rapporti e di un altro regime di senso.
(il manifesto, 2 agosto 2023)
di Alessandra Pigliaru
Fiaba, poesia e preghiera sono tre delle direzioni intraviste nel volume Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile (Mimesis, pp. 119, euro 20), a cura di Chiara Zamboni, che raccoglie alcuni saggi di filosofe, letterate e studiose intorno al pensiero di una indiscussa protagonista del Novecento quale è stata, e continua a essere. Nata a Bologna il 28 aprile 1923, nel centenario della sua nascita Cristina Campo (il cui vero nome era Vittoria Guerrini) è stata al centro di un convegno svoltosi a Verona nel giugno del 2022 di cui ora si possono leggere gli atti.
A più voci, il libro a cura di Zamboni comprende infatti, oltre alla sua introduzione e al saggio finale, interventi di Wanda Tommasi, Francesco Nasti, Monica Farnetti, Laura Boella, Snejanka Mihaylova, Antonietta Potente, Vittoria Ferri, Andrea Di Serego Alighieri ed è occasione preziosa per riscoprire l’autrice di testi di grande profondità che vanno dalle raccolte di saggi – come Gli Imperdonabili – alle poesie – come Passo d’addio – fino ad arrivare alle lettere – basterebbe nominare quelle a Mita, l’amica Margherita Pieracci Harwell –, tutti luminosi documenti di quanto il corpo pensante di Campo si sia misurato generosamente dalla metà degli anni Cinquanta fino alla sua morte, nel 1977. E oltre.
Il contesto relazionale e di frequentazione testuale in cui è stata immersa Cristina Campo fa da contrappunto all’architrave del volume a lei dedicato, in numerosi e significativi passaggi a partire dalle due parole che ne tracciano il perimetro: «visibile» e «invisibile» convocano per esempio María Zambrano, e l’intensità di tale reciprocità è la stessa che ritroviamo nel senso dell’attenzione o nella grazia in riferimento a Simone Weil. Vi sono tuttavia altre aperture che riguardano la capacità, a un tempo poetica e vocazionale, di rendersi «vedenti» che stanno all’altezza di un verso tra i suoi più noti e che non solo richiamano la passione per la fiaba, come finemente osserva Wanda Tommasi, ma possono essere considerate lezioni di sprezzatura: «Due mondi – e io vengo dall’altro». Lo scrive Campo in Diario bizantino, poco prima di svelare quel «taglio vivente ed efficace», rischioso quanto cominciare a pensare solo a patto di sapersi separare, di saper distillare.
I due mondi, sono simili, anche se sideralmente lontani, a quelli evocati da Marina Cvetaeva quando, nelle sue Notti fiorentine, reclama «Tutta la mia chiaroveggenza intatta con, in più, il beato diritto alla cecità».
Anche per questo la poesia è «campo magnetico della parola perfetta», lo segnala Vittoria Ferri che rintraccia il visibile e l’invisibile nella struttura duale del simbolo la cui curvatura trascendente si avverte «obliquamente».
Termine interessante quest’ultimo, ché allenta e allarga la propria valenza semantica assumendo ulteriore sottigliezza, per esempio, negli echi che riverberano in Emily Dickinson, quando esorta alla verità da dire «obliqua».
Interrogare la parola, o la «visitazione», il silenzioso approssimarsi dei semplici come degli ultimi della terra, somiglia per Cristina Campo alla «precisione delle cose», esatta come «la geometria “delicata e feroce” della danza della libellula», opportunamente richiamata da Laura Boella. E ci dice anche della pazienza, soprattutto dell’attesa che – nella poesia «Anelli di cenere» di Alejandra Pizarnik dedicata a Campo – è «mormorio di lillà che si rompono». Torna alla mente ciò che María Zambrano, in Delirio e destino, racconta di se stessa a proposito dell’albero di lillà: «preferì la crudeltà dei fiori che non avrebbe mai visto – proprio quelli – all’eventualità che l’albero non ne avesse dati. Non volle consolarsi; preferì l’esistenza del fiore alla consolazione».
In questa tensione elettiva, segnata dalla esperienza incarnata del metodo mistico, oltre che dalla malattia che accomunava Campo e Zambrano, si devono riprendere i fili del volume curato da Chiara Zamboni, seguendo fiaba, poesia e preghiera. Sono nomi diversi per continuare ad ascoltare le voci del mondo, le sue ingiustizie; al contempo indicano una strada di dedizione all’impossibile, di esercizio intransigente alla semplicità. Sia pure «nelle sue esistenziali trasformazioni», ricorda Antonietta Potente, citando uno dei passi più splendenti di Cristina Campo: «una rosa, solo una rosa, in pieno inverno».
(il manifesto, 2 agosto 2023)
di Pasquale Coccia
Il collettivo prima del singolo, i contenuti prima del merito, i principi prima di ogni cosa. Era tutto questo Lica Covo Steiner, moglie di Albe Steiner, entrambi hanno segnato la storia del design e della grafica in Italia dando un contributo fondamentale nel Dopoguerra alla formazione di generazioni di grafici presso l’Umanitaria di Milano. Lica ha contribuito in maniera determinante a tutti i lavori di Albe Steiner, ma non ha mai voluto che comparisse il suo nome, diceva che contava il messaggio.
Furono loro a progettare i Convitti Rinascita, luoghi di formazione per i figli di partigiani rimasti orfani. Furono loro a disegnare i fazzoletti dei partigiani nella Val d’Ossola durante la Repubblica partigiana durata quaranta giorni e quelli dell’Anpi, ma anche la copertina della rivista Il Politecnico diretta da Vittorini e tantissimi manifesti di anniversari politici.
Un libro della collana Electa dedicata alle donne sul lavoro Vorrei far vedere una strada che va all’infinito scritto da Chiara Alessi, ricorda la figura straordinaria di Lica Covo Steiner. A scorrere le pagine del libro si resta meravigliati dalle persone che frequentavano casa Steiner: Elio Vittorini e sua moglie Ginetta, Giulio Einaudi e la moglie Renata, Gillo Dorfles, Ernesto Treccani, Italo Calvino, Giangio e Julia Banfi, Gabriele e Genni Mucchi, i pittori di «Corrente», e negli anni a seguire Neruda, Picasso, Rivera incontrati in America Latina grazie ai contati forniti dal Pci. C’erano le riunioni del mercoledì di intellettuali antifascisti che preparavano la Resistenza, nel corso delle quali vi erano scontri dialettici duri sul da farsi ma anche grande solidarietà, una delazione poteva costare loro la vita.
Albe aveva avuto lo zio, Giacomo Matteotti, trucidato dai fascisti, fu a seguito di quel tragico evento che all’età di 11 anni affisse nell’atrio del suo stabile un disegno con la scritta: «Abbasso Mussolini gran capo degli assassini» e forse fu allora che decise di fare il grafico.
A Lica i fascisti ammazzarono il padre e fu subito dopo che decise con il marito di entrare nella Resistenza, raggiunsero Mergozzo, nel Cusio-Ossola, dove avevano la casa di famiglia, poi distrutta dai fascisti. Lica fece la staffetta partigiana, Albe il commissario politico di una brigata. Furono loro a disegnare la carta stampata della Repubblica partigiana della Val d’Ossola, i timbri, i manifesti.
Nonostante i fatti tragici che avevano colpito le loro rispettive famiglie, Lica e Albe per tutta la vita mantennero un’allegria costante, sapevano divertirsi e soprattutto sapevano guardare al futuro: «Lica ha mantenuto intatta la sua inimitabile levità disse Gillo Dorfles nel corso di una commemorazione. Affetti da levità bisognava esserlo per natura e per contagio, visto che quando il Pci le assegnò la pagina sulle donne su l’Unità, Lica condivideva il tavolo con Fortebraccio, i cui feroci strali in prima pagina erano accompagnati da grande ironia.
Al futuro guarda il titolo di questo libro che Chiara Alessi ha reso lieve nel tratteggiare la figura di Lica Covo Steiner, prendendo a pretesto una sua frase, quando all’età di 93 anni frequentava ancora quotidianamente lo studio di via Elvezia a Milano. Il comune di Paderno Dugnano, nell’hinterland milanese, aveva commissionato un manifesto per il 25 aprile del 2008, priva di forze ma lucida Lica si faceva aiutare dalla figlia Anna, che ha proseguito il lavoro dei genitori. Alla richiesta su che cosa volesse che il manifesto rappresentasse, immediata fu la risposta di Lica: «Vorrei far vedere una strada che va all’infinito».
In quel desiderio di futuro c’era un grande passato vissuto con intensità. Fu Lica nel 1986 a curare una mostra iconografica dedicata a Vittorini dopo la sua morte, solo lei e Albe erano riusciti a fotografarlo nei momenti intimi, visto che dopo la perdita del figlio Giusto Vittorini non comparve più in pubblico.
Nel 1945 Lica Covo Steiner curò la mostra sulla Liberazione e quella sulle Donne, fu la segreteria nazionale del Pci a incaricarla di curare nel 1954 i manifesti per la campagna di propaganda «Educhiamo alla gioia» e nel 1963 la mostra «Donna a metà», il suo impegno sui diritti di genere le aprirono le porte al femminismo internazionale. Fu sempre lei a curare i manifesti della «Mostra della realtà» del 1953 e nel 1955 quella su Marx ed Engels.
La segreteria nazionale del Pci la ringraziò con una lettera inviata non all’indirizzo di casa o dello studio, ma a quello di via Cicogna 6 a Milano, dove aveva sede il Collettivo di Architettura del quale Lica era grande animatrice. Il suo impegno politico la portò a stabilire profondi rapporti di amicizia con la sorella di Marcella Ferrara, segretaria di Palmiro Togliatti, fin da quando giovanissima curava la pagina delle Donne sull’Unità, anche se, ironizzava, da un punto di vista grafico non era granché.
«Nella nostra professione siamo stati militanti, il nostro lavoro non è mai stato individuale» soleva dire alla figlia Anna Steiner, che incontriamo a Milano in occasione della presentazione del libro. Alla nipote di 11 anni diceva che non avrà mai nessuna risposta fino a quando non imparerà a fare domande, racconta Anna Steiner, che nello studio ci mostra i tanti manifesti disegnati dai genitori e i libri autografati dagli autori con le copertine originali di Feltrinelli ed Einaudi, nonché la fittissima corrispondenza internazionale avuta dai suoi genitori con artisti, grafici e intellettuali, sulla quale qualche studioso dovrebbe cominciare a lavorare.
La gran parte dell’archivio Steiner è stato donato al Politecnico di Milano. La corrispondenza privata per volontà di Lica è rimasta nello studio, ma la sua è stata una vita intensa sotto il profilo grafico e politico. Rendere pubblica questa documentazione visto che «il personale è politico» significa fare nostra una vita di passione politica e civica caratterizzata sempre da uno sguardo allegro e ottimista.
(il manifesto – Alias, 22 luglio 2023)
di Giulia Giaume
Dopo anni di carenza, la casa editrice La Tartaruga ripubblicherà l’intera opera di Carla Lonzi, tra le più importanti teoriche del femminismo italiano degli anni Settanta, se non la prima in assoluto. Ad annunciare la decisione della Tartaruga – fondata nel 1975 dalla leggendaria editrice femminista Laura Lepetit – è la sua curatrice Claudia Durastanti, che ha anticipato la prima pubblicazione disponibile dal 5 settembre 2023: Sputiamo su Hegel e altri scritti. Parliamo di una pietra miliare della saggistica femminista, uscita per la prima volta negli anni Settanta e diventato per decenni quasi introvabile.
L’eredità di Carla Lonzi
Carla Lonzi (Firenze, 1931 – Milano, 1982) rappresenta e ha rappresentato per il femminismo italiano un punto di riferimento di spicco, per molti mai eguagliato. Dopo gli studi in lettere e una prima fama nel mondo dell’arte – dal cui allontanamento scaturirono gemme come il volume Autoritratto con interviste a Consagra, Fontana, Kounellis, Pascali, Twombly e altri – fondò insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti il movimento Rivolta Femminile. Il manifesto del movimento, uscito nel 1970, è considerato da molti l’inizio formale del femminismo italiano. A questo primo testo segue il rivoluzionario Sputiamo su Hegel, che interseca i temi già trattati a una più ampia lotta anti-patriarcale, che Lonzi realizza qui attaccando le lezioni dei giganti novecenteschi Hegel, Freud e Marx. “Smentire la cultura significa smentire i fatti in base al potere”, scriveva, contrapponendo alla visione del “femminile passivo” teorizzato in diverso modo dai tre uomini una donna libera, autentica e dotata di una propria coscienza e un proprio volere da manifestarsi al di fuori dei ruoli imposti (quelli della moglie e della madre) attraverso una necessaria ribellione.
La casa editrice La Tartaruga
Il legame tra la casa editrice e l’autrice è dopotutto strettissimo. Prima di aprire la libreria “Milano Libri” in via Verdi e fondare la casa editrice La Tartaruga, Laura Lepetit (nata Maltini) aveva lavorato e militato proprio insieme a Lonzi e al gruppo di Rivolta Femminile. Con gli anni, Lepetit si era allontanata per diventare un grande nome dell’editoria milanese, ottenendo il titolo di cavaliera del lavoro “per meriti morali e professionali”. La Tartaruga – rilevata dopo la scomparsa della fondatrice nel 2021 dalla Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi – ha pubblicato in tanti anni di attività le opere di grandissime scrittrici prima ignote in Italia come Margaret Atwood, Ivy Compton-Burnett, Nadine Gordimer, Barbara Pym, Virginia Woolf, Gertrude Stein, Grace Paley, Doris Lessing e Alice Munro, e ha riportato alla luce testi di autrici italiane come Anna Banti, Paola Masino e Gianna Manzini e scoperto esordienti come Francesca Duranti, Silvana Grasso e Silvana La Spina.
Intervista alla curatrice Annarosa Buttarelli
La curatela del progetto – che va a sanare una grande lacuna editoriale, per anni percepita come una mancanza imperdonabile da studiose, appassionate e lettrici – è stata affidata a un nome di primo piano del femminismo italiano, Annarosa Buttarelli, senza accompagnamenti critici di alcun tipo. Filosofa, autrice, giornalista e docente dell’Università di Verona, Buttarelli ha costituito insieme a un folto gruppo di professioniste la Fondazione Scuola di Alta Formazione Donne di Governo di Mantova, sua città d’origine, ed è tra le fondatrici di Festivaletteratura. Le abbiamo posto qualche domanda sul nuovo progetto, e sull’importanza della lettura di Lonzi.
A chi è indirizzata questa ripubblicazione: a studiose e studiosi che da tempo la attendevano, o anche un pubblico più ampio, che possa riscoprire il primo femminismo italiano e avvicinarvisi?
L’opera di Carla Lonzi è così rivoluzionaria che la sua lettura si può considerare necessaria per chiunque abbia a cuore il “cambio di civiltà” auspicato dalle persone più sensibili e oneste intellettualmente. Certamente andrebbe proposta, ora che diventerà disponibile, alle giovani donne prima di tutto. Auspico che la leggano anche gli uomini, e non solo i filosofi più raffinati.
I testi di Lonzi, e Sputiamo su Hegel in particolare, sono di una impressionante attualità: la decisione di ripubblicare l’opera in questo momento deriva anche dall’attuale clima socio-politico italiano?
Come tutti i testi destinati all’immortalità, quelli di Lonzi parleranno sempre, in tutte le epoche. Ma direi che qui in Italia Sputiamo su Hegel potrebbe essere particolarmente utile a chi si ritiene di sinistra. Vi troverebbe le indicazioni di molti errori logici ed etici che continuano a essere fatti…
Una scelta coraggiosa, quella di non includere accompagnamenti critici, che invoca una fiducia nella capacità di pensiero di lettori e lettrici: questa presa di responsabilità e comprensione è parte integrante e necessaria del “risveglio” avanzato da Lonzi stessa?
Certo! Sono contenta che si comprenda quanto coraggio ci vuole a far brillare i testi nella loro capacità autonoma di accompagnare chi legge a una augurabile trasformazione di sé. Carla Lonzi è un’autrice che insegna a entrare in rapporto diretto con gli scritti che derivano dalla trasformazione di chi li ha creati, e augura la trasformazione di chi osa leggerli senza ringhiere accademiche.
Se fosse possibile dare una prima scaletta del progetto, quando usciranno e quali testi interesseranno le prossime pubblicazioni?
Il 5 settembre uscirà Sputiamo su Hegel in occasione di Festivaletteratura a Mantova, dove saranno dedicati tre incontri a Carla Lonzi. Seguiranno altre quattro opere, secondo un calendario che verrà reso noto dalla casa editrice. Le opere sono: Taci, anzi parla. Diario di una femminista; Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra; Scacco ragionato. Poesie; e Scritti sull’arte.
(Artribune, 21 luglio 2023)
di Simone Paliaga
Per la prima volta in italiano le lettere della futura filosofa al fidanzato Gregorio del Campo. Il tema della nascita si insinua ovunque, sotto diversi aspetti
La ferita del nascere è il «non essersi accontentati di essere stati semplicemente creati? L’aver bramato di nascere? Perché nascere è possibile solo fuori dal Paradiso», scrive María Zambrano (1904-1991) nel suo Aurora. Ma a questa considerazione che rimodula il Calderón de la Barca di La vita è sogno ne fa seguire un’altra, di segno opposto. In Delirio e destino, testimonia la meraviglia che scaturisce dall’«aprire gli occhi alla luce sorridendo, benedire il nuovo giorno, l’anima, la vita ricevuta, la vita… Un regalo di Dio che ci conosce, che sa il nostro segreto, la nostra inutilità». La nascita dunque, per la grande pensatrice iberica, è la cifra della vita. È l’evento che incombe sull’uomo e sulla donna, da intendersi però insieme al dis-nascere o al ri-nascere. La creatura umana vive in cammino tra Scilla e Cariddi, tra «il voler dis-nascere o il voler ri-nascere.
Ci sono religioni del dis-nascere e quelle del ri-nascere. La storia della creatura umana a partire dall’orrore per la nascita è infatti una lotta tra il disinganno e la speranza, tra realtà possibili e sogni impossibili, tra mistero e delirio» ammonisce in Verso un sapere dell’anima. Intorno a questo passaggio gravita il pensiero della pensatrice. Fino a qualche tempo fa, pretestuose interpretazioni psicoanalizzanti attribuivano l’attenzione al problema della nascita al fatto che Zambrano non fosse stata madre, alla pari dell’altra imponente filosofa della nascita del Novecento, Hannah Arendt.
Ora questa speciosa argomentazione si sgretola a fronte della pubblicazione della corrispondenza di María Zambrano con il fidanzato Gregorio del Campo, disponibile per la prima volta in italiano con l’uscita in libreria di L’amore a Segovia (pagine 270, euro 22,00), con cui la casa editrice Morcelliana continua la pubblicazione delle opere della filosofa. Il volume è corredato, oltre che dalla postfazione della curatrice Manuela Moretti, anche da una perspicua prefazione di Silvano Zucal e dall’introduzione di María Fernanda Santiago Bolaños, a cui si deve la scoperta di questo epistolario nell’estate del 2009 presso gli eredi di Del Campo, incarcerato il 19 luglio 1936 a Saragozza dai franchisti e poi fucilato il 6 settembre a Pamplona. Si tratta di un fidanzamento durato dal 1921 al 1926, che però nell’esistenza terrena di Zambrano getta un’ombra lunga quanto una vita.
Dalle lettere filtrano le emozioni di una ragazza innamorata che con il suo fidanzato (delle cui missive purtroppo non disponiamo) commenta libri, autori e film. Racconta vicende riguardanti le amiche, i propri studi, timori e le speranze di una ragazza che a Segovia, dove visse tra il 1908 e il 1924, incontrò i primi amori, tra cui quello con del Campo, conosciuto nel 1921, dopo la partenza del cugino Miguel Pizarro per il Giappone. Non sono molti gli anni del legame e verde è l’età di entrambi, eppure con il futuro capitano accarezzerà il sogno di un matrimonio e avrà pure un bambino morto poco dopo la nascita. Sta qui la novità rivelata dalle lettere, di cui due sono pubblicate qui a fianco.
Esse rivelano l’ingenuità degli anni giovanili e di certo un pensiero aurorale e grezzo, che si aspetta ancora di essere ampiamente dirozzato dagli studi e dalla vita. Ma rivelano già temi che staranno al cuore del pensiero della Zambrano matura. Il tema della nascita, anche per quanto provato nelle viscere, nelle entrañas, per la precoce scomparsa del figlio, si insinua ovunque, sotto diversi aspetti, anche quello del mistero della generazione femminile, del dono della nascita. «Considero il matrimonio qualcosa di sacro, in grado di commuovermi nel mio essere più profondo, in ciò che mi unisce all’intera Natura, alla vita degli astri, alla vita del Cosmo, al gran principio universale della femminilità (il femminile ha un’essenza più profonda rispetto al maschile) – scriverà al fidanzato – L’intera Natura dovette sentirsi donna nel momento in cui venne fecondata dal soffio divino del Creatore.
E la terra? Quando il seme viene depositato in essa, che cosa significherà per il seminatore? (qualcosa di grande, in ogni caso); ma [cosa significherà] per la terra, quando si sente scossa nell’accogliere amorevolmente il seme che la rende feconda, che la fa sentire terra, e senza il quale sarebbe un povero masso! E io sono questo, vita mia, con te sono una donna, sono terra che produce e dà frutto, senza di te sarei un povero masso arido e sterile, un masso più o meno forte e di valore ma sempre un povero masso sterile, secco e arido».
Le lettere / «Bimbo mio, perché te ne sei andato senza salutare?»
Due missive testimoniano il dolore per la perdita del figlio neonato e per la lontananza del fidanzato
Lettera XVII
Bimbo mio, perché te ne sei andato senza salutare tua madre, perché te ne sei andato prima che tuo padre potesse darti un bacio? Figlio mio, perché te ne sei andato dove tua madre non può vederti, dove resterai tutto solo? Anche se sei andato in cielo, perché ti interessa Dio e quell’altra gente? Non saresti stato meglio con la tua mammina, che presto se ne sarebbe andata via con te? Bimbo mio, come ti sentirai solo! Avrai freddo sotto la terra, ti mancherà la tua piccola culla, la tua coperta e la tua mantellina bianca? Ahi, se fossi lì con te ti metterei tutto, tutto per non farti avere freddo: i pantaloncini che ho fatto per te, tutti i tuoi vestitini, e ti metterei nella tua piccola culla per continuare a ninnarti e a cullarti.
Mi porterà mia madre un tuo capellino, di quei tuoi capelli così neri che avevi, come quelli di tuo padre? Quanta tristezza, se premo i seni esce ancora latte, quel latte che era per te, bimbo, e che non hai fatto in tempo a bere! Bimbo, figlio mio, piccolo bebè, dove sei, perché te ne sei andato se eri così bello e avevi degli occhietti neri così grandi e pieni d’intelligenza? Li avrai ancora, bimbo mio, ma ormai chiusi; il tuo faccino così carino sembrerà di cera, [così come] le tue manine piccoline che sostenevano la tua testolina quando avevi un giorno; bimbo, povero bimbo mio, quegli occhi che andavano verso la luce ormai non la vedranno più, la terra cadrà su di essi, nell’oscurità eterna.
Lettera XVIII
Martedì 29 – Che bel sole! Mi sono svegliata presto e sono rimasta sul balcone aspettando il postino; e il postino è passato (ovviamente!) ma non mi ha portato nulla. In questi giorni, senza ricevere tue lettere, ho avuto pazienza, ma oggi inizio già a disperarmi! Non voglio parlarti riguardo alla tua desiderata e attesa, tanto attesa lettera, se arriverà o se tarderà ad arrivare ancora quindici o venti giorni, perché quando arriverà sarò già morta: alla fine è quello che tu desideri e quello che accadrà. Il bimbo, poverino, è già morto (non so perché nei giorni di sole lo ricordo più spesso) e ora muoio io, così te ne stai tranquillo. Ora non ti potrai lamentare.
Con questo sole, ti immagino senza far nulla, senza pensare a nulla, senza sentire nulla, nella dolce sophrosine degli Dèi greci, che ormai sembra siano il tuo ideale. Tu sei felice, e comprendo bene perché non vuoi scrivere alla tua chonflica che qui, sola, muore di tristezza. È chiaro! Ti trovi a tuo agio lì: se il tempo è bello ne approfitterai e godrai della natura che ti circonda; e se invece c’è una tempesta? Molto meglio, sarà un gran divertimento per il tuo spirito! L’attività che il tuo spirito vuole esercitare, la puoi già realizzare nella tua postazione, quindi niente; tanto piacere! Cosa ti importa delle chonflicas che hanno perso il loro bimbetto e che muoiono dal dolore? Perché disturbarsi a scrivere una parolina di consolazione? Che muoiano, così la facciamo finita una volta per tutte. Che giorno triste sarà per me oggi! E che giorno meraviglioso per essere allegri e sentirsi giovani! E che tristi una vita e una gioventù trascorse sempre così, con tristezza e amarezza, sempre con il fantasma del dolore che oscura le cose e non consente di poterle godere.
Che cosa si può chiedere di più che poter godere dell’aria e del sole, come gli animali? Poiché la felicità, quella felicità buona che noi desideriamo, non la possiamo raggiungere, e nemmeno quell’altra di cui beneficiano gli animali. Ma è impossibile (almeno per me) separare la parte umana per lasciare solo l’altra. Magari [fosse possibile]! Almeno potrei godere dei beni materiali (che sono anche spirituali). Se oggi avessi ricevuto una tua lettera, nonostante tutto, starei bene (anche se, come ti ho detto, nei giorni di sole mi ricordo spesso del bambino) ma non mi è arrivata e penso al mio bimbo, che dorme, solo soletto, sottoterra, gli arriverà il sole? povero bimbo, così carino e vestito di bianco, che dorme sottoterra! Speriamo sia felice; almeno più di sua madre, che in questo giorno in cui tutto vive, vive anche lei nel peggiore dei modi, rendendosi conto della vita e delle cose.
Mi trovo sulla terrazza rialzata, dove arriva il sole e soffia un venticello molto piacevole (per chi può provare piacere per qualcosa) ma mi sembra di soffocare e mi manca il respiro. Già lo so: quando sono così angosciata il petto mi si blocca a tal punto da non lasciarmi respirare e questo è normale, per questo quando una persona esce da un periodo difficile si è soliti dire: “ora avrà ripreso a respirare”; ma quando riprenderò a respirare, io? A Madrid, quando non ricevevo alcuna lettera da parte tua, c’erano notti in cui dovevo sporgere le braccia fuori dal letto e alzarle, e a volte persino sedermi sul letto perché mi sembrava di soffocare. Povero lo stolto essere umano che in una splendida giornata di sole, quando tutta la Natura si risveglia, si sente mancare l’aria! Come può mancargli l’aria, se c’è aria per tutti! Che assurda la vita umana, che enorme sciocchezza! A cosa servono il pensiero, il progresso, la scienza e l’arte? A cosa l’amore? Perché arrivi un giorno di splendida vita e uno si senta morire, morire vivendo, che è la cosa peggiore.
È molto meglio immedesimarsi nell’insensibilità animale. Immagino che gli indiani che incontrarono i soldati di Alessandro [Magno] dovessero provare qualcosa di simile, immobili, con le unghie affondate nella carne e gli uccelli che facevano il nido sulle loro spalle, sommersi nel Nirvana. Avrebbero voluto essere alberi, piuttosto che uomini. E troviamo anche questo nella filosofia volontarista di Schopenhauer, che deriva dall’India, secondo la quale la volontà è l’anima della vita e l’origine di tutti i dolori; pertanto, la felicità risiederebbe nel non averla; ci deve essere qualcosa di tutto questo anche nel Cristianesimo. Mi starai già dicendo che mi fido troppo di quello che pensano gli altri. Non mi fido di quello che penso io, o meglio, [mi fido di] quello che sento e una volta che ne sono consapevole, spontaneamente, ricordo tutto ciò che di simile o somigliante ho trovato nel mondo; cosa vuoi? fa sempre piacere trovare un’eco della propria voce; la solitudine assoluta è insopportabile.
María Zambrano
(Avvenire.it, lunedì 17 luglio)
di Franca Fortunato
La pratica della maternità surrogata ha avuto inizio nel 1976 negli Stati Uniti, quando una donna si rese disponibile a partorire gratuitamente per altri. Un’altra nel 1980, accettando di essere pagata, ha dato inizio alla “maternità surrogata commerciale” di cui poi si pentì per le conseguenze negative sulla sua vita e divenne un’attivista per la sua abolizione. È da qui che inizia il libro Per l’abolizione della maternità surrogata a cura di Marie-Josèphe Devillers, attivista dei movimenti lesbici, e Ana-Luana Stoicea-Deram, attivista per i diritti delle donne. Il libro raccoglie scritti, contributi e testi di donne di ogni parte del mondo e di un uomo gay, attivista per i diritti dei gay, con l’obiettivo di “passare il testimone tra generazioni, paesi e continenti”. Con l’avvento della maternità surrogata, negli Stati Uniti inizia la lotta delle femministe radicali per la sua abolizione. Una lotta che continua al presente. Nel 2015 nasce la “Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata” (CIAMS). Una coalizione globale come lo è diventato il mercato dell’industria della maternità surrogata, utero in affitto o gestazione per altri (GPA), con profitti crescenti per agenzie, cliniche, medici, laboratori, avvocati, intermediari, case farmaceutiche. Si stima che entro il 2025 raggiungerà a livello mondiale i 27,5 miliardi di dollari. Che cos’è la maternità surrogata? È innanzitutto il controllo patriarcale del corpo riproduttivo delle donne con gli uomini che ne gestiscono il mercato e le tecniche di riproduzione il cui traguardo è un “utero artificiale” per lo “sviluppo di un essere umano fuori dal corpo materno” in un mondo senza madri. In quali Paesi è legale e in quali no? Quali i rischi, a breve e a lungo termine, per le “madri surrogate” e le donatrici di ovuli, per lo più giovani, per la somministrazione di pericolosi farmaci ormonali? Domande che nel libro trovano risposte. Che libertà è se una donna, che non desidera diventare madre, si mette a disposizione, dietro pagamento con un contratto formale o meno, “per portare avanti una gravidanza con l’obiettivo di separarsi dal bambino alla nascita, per consegnarlo alle persone che le hanno chiesto di darlo alla luce”, un bambino sano? Che libertà è sottostare alla violenza di distaccarsi emotivamente dalla creatura che si nutre e cresce attraverso la placenta e il sangue della madre naturale? Che libertà è essere disponibili a farsi “vasi vuoti”, “contenitori” di spermatozoi e ovociti assembrati in embrioni da selezionare e testare, facendo scomparire “la donna incinta e il parto”, la relazione madre figlia/o, la madre naturale? È una “libertà spazzatura” al servizio di un’industria che sfrutta le donne e le trasforma in macchine per partorire. “Noi nasciamo, non siamo fabbricati, e nasciamo da una donna”. Si può donare, vendere, un essere umano a “clienti” che hanno il potere di pagare: uomini gay, donne o lesbiche sterili che pensano che il loro desiderio di avere un figlio sia un loro diritto – così non è – e lo vogliono a ogni costo? Come siamo arrivati a questo punto? Dove stiamo andando? Domande esistenziali per noi donne, per le creature nate con questa pratica, che prima o poi scopriranno di essere state comprate e private senza necessità della madre naturale, per l’umanità intera. Domande a cui i vari scritti danno una risposta, rompono lo stereotipo della “madre surrogata felice e altruista” e mettono a nudo la pratica della maternità surrogata perché, al di là se “sia forzata o volontaria, se le donne abbiano o meno il “diritto”, la “libertà”, di vendere il proprio corpo”, è la pratica in sé che è inaccettabile e va abolita. Un libro che fa riflettere e dà consapevolezza.
(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io, donna”, 13 luglio 2023)
di Luca Kocci
Le lettrici e i lettori del manifesto conoscono bene Adriana Zarri, donna teologa laica che per trent’anni (dal 1980 alla morte nel 2010) ha scritto su questo giornale di Chiesa, teologia, spiritualità e società, con acume, libertà e spirito critico. Ma quella che emerge dai suoi diari giovanili, appena pubblicati da Einaudi con la cura rigorosa e l’interpretazione profonda di Francesco Occhetto, è una Adriana Zarri inedita (La mia voce sa ancora di stelle. Diari 1936-1948, pp. 290, euro 20).
Inedita perché si tratta di testi che leggiamo ora per la prima volta, letteralmente tirati fuori da un cassetto dove li custodiva Bruna Pietranera, fra le animatrici dell’associazione Amici di Adriana Zarri. Inedita perché quella che si manifesta dai diari scritti fra il 1936 e il 1948 è un’adolescente e poi una giovanissima donna (nata a San Lazzaro di Savena, nelle campagne bolognesi, nel 1919: per la biografia di Zarri si veda Mariangela Maraviglia, Semplicemente una che vive, il Mulino, sul manifesto del 18 novembre 2020) alla ricerca dell’essenziale e dell’assoluto, non ancora la teologa originale e radicale capace di anticipare e poi di oltrepassare il Concilio Vaticano II, né l’eremita immersa nel mondo e nella storia. Inedita perché c’è tutta l’Adriana Zarri mistica, che cerca Dio non nel soprannaturale – come una superficiale interpretazione della parola potrebbe suggerire – ma nel quotidiano e nell’ordinario.
I DIARI SI DIVIDONO in tre fasi. La prima, la cui redazione è datata 1936, è quella della «conversione», che arriva fulminante e misteriosa, innestandosi nella vita di un’adolescente inquieta e profondamente turbata dalla morte improvvisa del fratello maggiore Adriano, a vent’anni, nel 1931. «Fu un lampo! – scrive la 17enne Adriana – Un lampo improvviso che squarciò le tenebre della mia mente nella quale si versarono torrenti di luce. In un istante io vidi Colui che avevo sempre cercato: lo conobbi, lo amai, fui sua».
Per Adriana è la vera scoperta di Dio. Ma quale Dio? Non il Dio «monolitico» e «patriarcale», «moralista» e «punitore» definito dalla teologia e trasmesso dalla pastorale del tempo – il catechismo è quello di Pio X, sul soglio pontificio dal 1939 siede Pio XII – e che Adriana ritrova nella Compagnia di San Paolo, istituto religioso in cui entra nel 1942, credendo di poter realizzare lì la propria vocazione, e da cui si allontana qualche anno dopo. «Mi sento paralizzata, sminuita, finita: un povero fantoccetto al comando dei fili», scrive Adriana il 21 giugno 1943.
INIZIA LA NUOVA VITA di Adriana, quella della libera ricerca spirituale e teologica (un «cammino eversivo e controcorrente congeniale ai soli dettami dello Spirito, al di là di qualsivoglia ingerenza ecclesiale, teologica o politico-culturale», rileva Occhetto), dell’incontro con il Dio-Amore e della «mistica», non come fuga dal mondo, ma come immersione nell’umano per trovare il divino. E infatti i suoi diari giovanili – compresi gli slanci di una scrittura giovanile ed estrema – possono essere inseriti a pieno titolo in quel filone della mistica cristiana femminile, che dal Medioevo arriva fino a Simone Weil e Hetty Hillesum. In cui, scrive Luisa Muraro, Dio «diventa un Dio di passaggio: dal chiuso della teologia scientifica, delle discussioni scolastiche, delle cerimonie e delle gerarchie, dei canoni e dei tratti, si trasferisce nella relazione d’amore e da questa scorre per il mondo, liberamente e segretamente».
(il manifesto, 5 luglio 2023)
di Chiara Cruciati
Basma Abdel Aziz è una scrittrice, una psichiatra e un’attivista per i diritti umani. Vive al Cairo e negli ultimi anni ha pubblicato romanzi di grande successo (La fila, tradotto in italiano per Nero Editions, e Here is a Body) che trascinano in realtà distopiche, apparentemente impossibili da immaginare ma che sono lo specchio dell’Egitto di oggi e del suo sistema tentacolare di controllo sociale.
Com’è cambiata, dalla rivoluzione del 2011 e dal golpe del 2013, la letteratura egiziana e il suo modo di narrare le trasformazioni del paese?
La rivoluzione ha aperto spazi per molti percorsi narrativi, ha dato a scrittrici e scrittori lo spazio per esprimere pubblicamente le proprie emozioni, i sentimenti, la disperazione. Quanto accaduto dopo la rivoluzione ha riportato a pensieri nichilistici, rabbiosi, all’idea di non potercela fare. Il prezzo da pagare per gli egiziani, siano artisti, scrittori, politici, cittadini, è stato alto. Ancora oggi si scrive e si pubblica molto, ma con meno entusiasmo. Sono opere più riflessive.
Quindi quella spinta creativa nata con la rivoluzione di Tahrir è ancora viva?
Lo è, anche se cambiata: non è più quella che narrava di speranza, dignità e orgoglio. È un’onda letteraria di sarcasmo, black humour, appesantita dall’idea di essere manipolati dall’autorità, di essere profondamente presi in giro. Svela il modo in cui il sistema ha ridefinito la consapevolezza collettiva. Questa spinta non finirà, nemmeno con aggressioni e detenzioni.
I suoi sono romanzi distopici, un filone sempre più popolare in Medio Oriente per svelare le realtà dei paesi sotto regimi autoritari.
Il tema de La fila era diretto a tutti, aveva un significato più generale e simbolico: quello che accade con ogni dittatura nel mondo. Mi interessa, nei miei scritti, esplorare il modo in cui le figure autoritarie manipolano i popoli, ne controllano i comportamenti, ne cambiano le percezioni, li rendono obbedienti e facili da gestire. Provo a mostrare il volto disgustoso dell’oppressione e il vero significato, buio e diabolico, che sta dietro un linguaggio luminoso e subdolo.
Lei scrive di povertà, repressione, distanza del potere dal popolo, uso della religione per mantenere l’ordine sociale. Ma anche dei diversi strumenti usati per impedire ogni rivolta. Quanto il regime egiziano oggi è spaventato da una possibile sollevazione?
C’è una paura reale. La situazione socio-economica deteriora velocemente, l’inflazione cresce a livelli insopportabili, i salari della maggior parte delle classi sociali non bastano più a una vita dignitosa. La gente ha le spalle al muro. Penso sia solo una questione di tempo prima che le persone decidano di non accettarlo più.
Come scrittrice ma anche come psichiatra, può descriverci la psiche collettiva del popolo egiziano oggi. Una società dalle mille identità, ma è possibile individuare alcuni elementi comuni?
Non è facile descriverla. Di certo c’è un profondo e generalizzato scontento, c’è rabbia e c’è anche senso di colpa. Anche tra chi ha sostenuto questo sistema dal principio: una percentuale significativa gli ha voltato le spalle e alcuni lo confessano. Le persone si sentono intrappolate, non sanno quali scelte compiere né sono certe di avere delle reali prospettive per il futuro.
(il manifesto, 4 luglio 2023)
di Alessandra Pigliaru
Si intitola Maleficia. Storie di streghe dall’Antichità al Rinascimento (Carocci, pp. 281, euro 27) ed è un volume scritto da Marina Montesano, docente di storia medioevale all’Università di Messina e collaboratrice di queste pagine. Disponibile per la prima volta nel 2018 in lingua inglese per l’editore Palgrave Macmillan, il lavoro ora tradotto in italiano dall’autrice si prefigge di dimostrare come antiche credenze e descrizioni della magia nella letteratura sia greca che romana abbiano inciso sulla composizione dell’immagine della stregoneria in epoca moderna, quindi sulla caccia alle streghe.
L’impianto del testo segue con rigore scientifico le fonti storiche, avviando il ragionamento da alcuni luoghi simbolici che l’autrice chiama «prototipi» e che restituiscono in particolare diverse eppure irrinunciabili figure della storia culturale occidentale: Circe, Medea ma anche Teoride, o ancora lamie, arpie e empuse, tenendo presente il depositarsi di significati relativi a parole che per Marina Montesano (il 23 giugno alle 18, ospite all’Aquila con Franco Cardini al Festival delle città del Medioevo per presentare il volume Medioevo globale. Avventurieri, viandanti e narratori a Samarcanda, edito da Piemme) sono da osservare nella loro valenza semantica, come nel caso di «pharmaka» e «veneficia».
Pratiche necromantiche, pozioni mortali, abominevoli incantesimi, empietà varia ma anche pallore infernale, insieme alla Grecia anche Roma aveva i suoi «riferimenti» riguardo la magia: per esempio in Canidia, Sagana, Folia e Veia, fino alla tessala Eritto e Meroe. Utile la connessione che l’autrice fa nella comprensione di parti della cultura latina e legislazione romana sopravvissute nell’alto Medioevo e nei codici giuridici dei «barbari», seguendo anche qui l’ordito e la stratificazione di alcune parole emblematiche; per esempio «strix» (e le meno classiche «striga» e «stria») tradotta dal francese «estrie», trovando le numerose occorrenze nella letteratura medioevale.
In Maleficia, dalle prime litanie incarnate fino ad arrivare al sistema dei processi e alle mitologie, si può scorgere la differenza femminile, parabole dell’eccedenza la cui forza è stata di presentarsi – avrebbero detto decenni dopo – come «soggetti imprevisti della storia».
Se allora è cruciale osservare il solco imperituro delle fonti, delle narrazioni scelte, per conoscere a fondo la radice di tanta sottocultura contemporanea, è altrettanto decisivo attraversare le riscritture di quelle stesse vicende.
Dalla parola diretta delle protagoniste che acquistano una voce, grazie soprattutto al lavoro di disseppellimento attuato negli anni dal femminismo e dai saperi critici delle donne a proposito di stregoneria; a tal proposito si può citare Luisa Muraro e, per altri versi, Silvia Federici.
(Il manifesto, 23 giugno 2023)
Intervista a Graziella Bernabò di Luciana Tavernini
Graziella Bernabò, saggista e critica letteraria, si è a lungo dedicata ad Antonia Pozzi. Dopo aver collaborato a diverse iniziative su di lei – quali convegni universitari, film, percorsi sul territorio – e dopo un decennio di lavoro d’archivio con Onorina Dino, finalizzato alla pubblicazione integrale della sua opera, ha completamente riscritto, per la nuova edizione, la biografia Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia. Un libro che, con un linguaggio chiaro e avvincente, ci permette di cogliere appieno l’intensità del suo percorso di vita e l’originalità della sua poesia, ormai apprezzata a livello mondiale. Con Bernabò, che si è occupata in modo simile anche di Elsa Morante, parleremo del metodo personale con cui scrive biografie e della complessità e ricchezza della figura di Pozzi come donna e come poeta.
Qual è l’immagine di fondo di Antonia Pozzi che scaturisce dalla tua nuova biografia e qual è la caratteristica principale della sua poesia, che tu hai definito come “poesia della relazione”?
Pozzi era interiormente libera rispetto agli schemi sociali, culturali e letterari degli anni Trenta, tutti improntati al maschile; perciò allora fu poco compresa.
Nel libro non ho voluto nasconderne l’inquietudine e mi sono tanto interrogata sulla sua morte volontaria a soli ventisei anni; ma non ho appiattito la sua vita sulla tragedia del suicidio, su cui pesarono oltretutto varie circostanze negative, alcune delle quali storiche. Antonia, infatti, soffriva moltissimo per le nefandezze fasciste, soprattutto per le sciagurate “leggi razziali”. Non a caso nella lettera di addio ai genitori scrisse: «Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite».
In realtà Antonia Pozzi, di per sé, era molto innamorata della vita e del mondo, come risulta da vari scritti. Per esempio, ragazzina di quattordici anni, nel diario parlava della «gioia» di sentirsi dentro «un’anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata». Elvira Gandini – sua amica-sorella e importante testimone per il mio libro – ne ricordava sia i momenti di tristezza sia quelli di spensieratezza e allegria. Se la sua vitalità si mutò spesso in dolore e sgomento, ciò dipese, oltre che dalla sua spiccata sensibilità, dall’intervento inibitore del mondo esterno: famiglia, uomini da lei amati e amici del suo ambiente intellettuale. Nonostante tutto, Pozzi era capace di una grande forza interiore nel restare fedele al proprio più autentico sentire e alla poesia, con la quale lo esprimeva e in cui trovava una vera libertà.
Apparteneva a una famiglia aristocratico-borghese; tuttavia alla frequentazione dei salotti preferiva il contatto con la natura, soprattutto con la montagna attraverso l’alpinismo, e il rapporto schietto e solidale con gli altri, compresi i contadini di Pasturo (suo paese d’elezione) e, a un certo punto, le famiglie operaie dei sobborghi di Milano Sud. A tutto questo si ispirava nella poesia e nella fotografia, praticate entrambe a partire dai diciassette anni.
La sua è la poesia per eccellenza della “relazione” con la totalità dell’esistente, quindi non solo con le persone ma anche con la natura, i luoghi, gli animali, e perfino le cose, le «cose sorelle» (Largo).
In parallelo, partendo dalla concretezza di esperienze personali, Pozzi riesce a dar voce con ampio respiro alle profondità del cuore umano, alla ricerca di un significato autentico della vita e della scrittura; a un certo punto anche alle tragedie della storia: quelle di sempre, cioè la guerra e la miseria dei ceti sociali più svantaggiati.
La sua produzione poetica era tanto ricca nei contenuti quanto colta e stilisticamente raffinata.
Perché allora la sua poesia non fu compresa nel suo contesto intellettuale e come avvenne la sua scoperta?
Pozzi frequentava il gruppo che all’Università Statale faceva riferimento al filosofo Antonio Banfi, estraneo alla retorica fascista e aperto alla più moderna cultura europea. In tale ambito era apprezzata per i suoi saggi, compatibili con le idee del Maestro, mentre era del tutto ignorata per la sua poesia.
In realtà la filosofia di Banfi, il cosiddetto “razionalismo critico”, bandiva drasticamente il sentire in genere e, per pregiudizi storici comuni anche agli ambienti più aperti, quello della donna in particolare. Perciò, con suo grande dolore, le veniva rimproverato ciò che oggi più apprezziamo in lei: la «troppa vita» che aveva nel «sangue» (Sgorgo), che in realtà era la premessa della sua totale apertura all’esistente, base della sua “poesia della relazione”.
In seguito Roberto Pozzi esercitò sugli scritti della figlia una tremenda e sistematica censura, per consegnarne un’immagine corrispondente a una vieta e convenzionale visione della donna.
Negli anni Quaranta Eugenio Montale ne valorizzò la poesia, ma con qualche riserva, perché non poteva leggerla nella sua integralità e autenticità. La vera riscoperta di Antonia Pozzi è iniziata perciò solo a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando Onorina Dino, creatrice e responsabile dell’Archivio Pozzi di Pasturo, oggi trasferito presso il Centro Internazionale Insubrico dell’Università di Varese – ha reso disponibilI i manoscritti per pubblicazioni sempre più ampie.
Perché hai sentito il bisogno di riscrivere la tua biografia e quali sono le principali novità?
Prima di tutto ho voluto dialogare con la ricca bibliografia su di lei apparsa negli ultimi anni.
Fondamentale è stato inoltre il lungo lavoro con Onorina Dino per le edizioni integrali delle poesie, delle lettere e dei diari. Un lavoro condotto accuratamente ex novo, che mi ha chiarito l’entità della censura di Roberto Pozzi sulle carte della figlia e che mi ha anche consentito – grazie all’esame delle lettere indirizzate ad Antonia e di quelle giunte alla famiglia dopo la sua morte – di comprendere meglio la sua straordinaria capacità di relazione e la fisionomia di alcune persone per lei importanti: genitori, parenti, amiche e amici.
Inoltre nuove testimonianze mi hanno permesso di circostanziare ulteriormente momenti ed episodi della sua vita e lo stesso suicidio.
Ho poi aggiunto un capitolo sul percorso editoriale delle poesie, mettendo in evidenza come gli amici banfiani le abbiano sottovalutate anche dopo la sua morte.
Scrivendo le biografie di Elsa Morante e di Antonia Pozzi hai elaborato un tuo personale metodo di lavoro. Puoi parlarcene?
Ho voluto scrivere due vere e proprie biografie, non due biografie romanzate. A questo proposito concordo con quanto scrisse Virginia Woolf nell’articolo del 1939 L’arte della biografia: «La biografia è la più ristretta di tutte le arti […] essa impone delle condizioni, e queste condizioni sono che deve basarsi sui fatti […] fatti che possono essere confermati da altri oltre l’artista. Se costui inventa fatti […] come li inventa un artista e tenta di combinarli con fatti dell’altro tipo, essi si distruggono a vicenda.
Perciò sono sempre partita dalle testimonianze e dai documenti, incrementandoli da un’edizione all’altra, nella persuasione che una biografia onesta debba intendersi umilmente in fieri. Peraltro ho voluto scrivere due biografie letterarie, in cui l’attenzione principale è rivolta ai testi delle autrici.
Nel mio lavoro ho sempre cercato di muovermi tra empatia e distanza. L’empatia è fondamentale in una biografia, ma non può coincidere con una semplice proiezione personale, che porterebbe a una destoricizzazione delle vicende e a fraintendimenti. Comunque non mi sono negata una soggettività di scrittura: sono partita da forti emozioni personali di fronte ai romanzi di Morante e alle poesie di Pozzi; non ho rinunciato alla passione della ricerca e della narrazione; e ho utilizzato le categorie interpretative in modo ben diverso rispetto alle biografie tradizionali. Per tutto questo sono stata sempre sorretta dal confronto con il gruppo di Storia della Libreria delle donne di Milano. Mi sono stati molto utili anche libri come Scrivere la vita di una donna di Carolyn Heilbrun e Tu che mi guardi, tu che mi racconti di Adriana Cavarero, e l’idea di Gianna Pomata che la storia delle donne debba partire dalla ricostruzione delle loro “reti di relazioni”.
Quali sono gli aspetti più originali e interessanti della poesia di Pozzi rispetto al suo tempo e all’oggi?
Pozzi era lontana dalla poetica dell’«assenza», dalle rarefazioni e dalle oscurità degli ermetici, ma non si identificava nemmeno con la disciplinata poesia affidata ai soli oggetti dell’amico Vittorio Sereni.
La sua è la poesia del radicamento forte e vivo nel reale e, pur nell’ambito di una rigorosa ricerca formale, testimoniata dalle molte varianti presenti negli autografi, procede attraverso immagini sensoriali e materiche, quindi con un linguaggio metonimico di grande impatto emozionale. In questo modo Pozzi supera la frattura tra parola e corpo tipica degli autori del suo tempo, e riesce a esprimere un inedito e libero immaginario di donna, anticipando quella “poesia del corpo”, del corpo vivo e desiderante come del corpo negato, che sarà fondamentale in alcune grandi autrici del secondo Novecento, quali Sylvia Plath, Anne Sexton, Amelia Rosselli e Alda Merini.
Corporea e viva è anche la sua rappresentazione della natura, in particolare della montagna, soprattutto della Grigna di Pasturo, che appare come una mitica montagna madre, ma non perde mai una fisica concretezza e una forte capacità di accogliere e rigenerare.
Questa aderenza fenomenologica alla natura incontaminata e alla sostanza profonda del vivere costituisce oggi, in un pianeta sempre più sconvolto, un richiamo decisamente attuale: non a caso la poesia di Antonia Pozzi è oggetto di grande interesse da parte dell’ecocritica.
E interessante per il nostro difficile presente è anche il graffiante linguaggio espressionistico delle poesie in cui condanna le guerre del suo tempo e la desolazione delle periferie milanesi.
Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Áncora, Milano 2022, 350 pagine, 26 euro
Graziella Bernabò, La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura, Carocci Roma 2012, 340 pagine, 26 euro, 2016 euro 11,90, e-book 10,71 euro
Graziella Bernabò, Come leggere «La Storia» di Elsa Morante, Mursia, Milano 1991, 160 pagine
Graziella Bernabò – Onorina Dino – Silvia Morgana – Gabriele Scaramuzza (a cura di), …e di cantare non può più finire… Antonia Pozzi (1912-1938), Atti del Convegno, Milano, 24-26 novembre 2008, Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Filologia Moderna – Dipartimento di Filosofia, Viennepierre, Milano 2009, 433 pagine
Adriana Cavarero, Tu che mi leggi tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, Milano 1997, ora Castelvecchi, Roma 2022, 192 pagine, 17,50 euro
Carolyn Heilbrum, Scrivere la vita di una donna, La Tartaruga, Milano 1990, 172 pagine
Gianna Pomata, “La storia delle donne: una questione di confine” in “Il mondo contemporaneo, vol. X (Gli strumenti della ricerca), tomo II/2 (Questioni di metodo)”, a cura di Nicola Tranfaglia, La Nuova Italia, Firenze 1983, pp. 1434-69
Antonia Pozzi, A cuore scalzo. Poesie scelte (1929-1938) Graziella Bernabò e Onorina Dino
(a cura di), Áncora, Milano 2019, 128 pagine, 12 euro, e-book 9,99 euro
Antonia Pozzi, Mi sento in un destino. Diari e altri scritti, Graziella Bernabò e Onorina Dino (a cura di), Áncora, Milano 2018, 157 pagine, 18 euro, e-book 9,99 euro
Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, Graziella Bernabò e Onorina Dino (a cura di), Áncora, Milano 2015 (ristampa 2017), 464 pagine, 27euro, e-book 19,99 euro
Antonia Pozzi, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938, Áncora, Milano 2014, Graziella Bernabò e Onorina Dino (a cura di), 390 pagine, 26 euro, e-book 9,99 euro
Virginia Woolf, “L’arte della biografia”, in Voltando pagina. Saggi 1904-1941, a cura di Liliana Rampello, il Saggiatore, Milano 2011, pp. 389-395
Sabrina Bonaiti e Marco Ongania, Il cielo in me – Vita irrimediabile di una poetessa-Antonia Pozzi (1912-1938), 67’, Italia 2014
Ferdinando Cito Filomarino, Antonia, 1h e36’, Italia 2015
Marina Spada, Poesia che mi guardi, 50’, Italia 2009
(Leggendaria n° 158/2023, pp. 23-24)
di Clara Jourdan
Introduzione all’incontro con Ida Dominijanni, autrice del libro Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, Roma 2014). Libreria delle donne, Milano, sabato 3 ottobre 2015 ore 18.
Buonasera. Siamo qui per parlare con Ida Dominijanni della sfida politica del tempo che stiamo vivendo, a partire dal suo libro Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, che ricostruisce e analizza le vicende che vanno dall’accusa pubblica di Veronica Lario, nel 2009, che denuncia l’uso delle donne da parte dell’ancora per poco suo marito e allora presidente del consiglio e di chi «tutto gli concede» (p. 76), fino all’esito del processo d’appello all’ex presidente del consiglio per prostituzione minorile (caso Ruby) nel 2014, vicende in cui viene svelata l’esistenza non di «un’anomalia italiana», bensì – leggiamo nel libro – di «un caso estremo delle trasformazioni antropologico-politiche che attraversano e minacciano tutte le democrazie occidentali» (p. 33). Da qui il taglio che abbiamo voluto dare all’incontro di stasera: Capitalismo, giù la maschera!
Il libro, uscito nel novembre scorso presso Ediesse, ha subito suscitato voglia di confrontarsi e alcune lettrici si sono riunite in gruppi di lettura a Lecce e a Milano, stasera sono qui Fiorella Cagnoni, venuta da Lecce, e altre che contribuiranno alla discussione. Fiorella ha scritto una bella recensione pronunciata alla XIII edizione della Scuola Estiva della Differenza (Lecce, 7-10 settembre 2015) e pubblicata nel sito della Libreria (Il Trucco: un’esperienza di scrittura e di lettura, www.libreriadelledonne.it, 12 settembre 2015).
Ida Dominijanni, saggista, giornalista, conduttrice radiofonica (tra cui di Prima pagina, Faccia a faccia), docente di teoria femminista in università italiane e estere, è ben conosciuta nel movimento delle donne. Voglio approfittare dell’occasione per ringraziarla non solo di questa sua ultima fatica ma dell’impegno di tanti anni nel pensiero della differenza sessuale, attraverso i suoi scritti pubblicati sulle riviste Reti (che ha contribuito a fondare nel 1988), democrazia e diritto, DWF, Sofia, Noidonne, Via Dogana, in volumi collettanei e in internet, e le introduzioni a La politica del desiderio di Lia Cigarini (Pratiche, 1995) e a Maglia o uncinetto di Luisa Muraro (2° ed., manifestolibri, 1998). La ringrazio in particolare del suo lavoro al manifesto, dove ha scritto per trent’anni (1982-2012): i suoi editoriali sono stati un riferimento unico nella stampa italiana per pensare l’attualità e la politica con il taglio della differenza sessuale e della libertà femminile. Io quando insegnavo usavo spesso in classe i suoi articoli. Leggendo Il trucco mi è tornato in mente un articolo del 1998 sulla vicenda Clinton-Monica Lewinski, intitolato Cercando la privacy perduta (22 settembre 1998): ricordo quanto aveva colpito le studentesse e gli studenti di diritto costituzionale comparato e anche i loro genitori con cui avevano poi parlato a casa.
Il libro di stasera è frutto di questo costante lavoro di attenzione, ricerca di linguaggio, informazione e riflessione sul mondo. Lo si vede nella ricchezza della documentazione, nella vastità delle letture, nella profondità dell’analisi di fatti e parole, e nel dare un senso complessivo nuovo, originale, vero a una realtà che ha toccato tutte e tutti e ha occupato i mass media ma senza adeguata comprensione, e che sembrava essere stata archiviata quando aveva ancora molto da dirci. Così questo libro fa innanzitutto un’operazione storiografica importante, riraccontando al presente e quindi ripensando cose, vicende, fatti, pensiero, che se no si perdono. L’autrice prende in mano una materia prima che lei stessa ha vissuto e anche contribuito a far esistere con i suoi puntuali interventi ma che rischia di essere portata via dal tempo e dalle cose che succedono e la trasforma in storia. Su questo spero che interverranno le amiche della Comunità di storia vivente (sabato scorso abbiamo discusso qui del libro di Marina Santini e Luciana Tavernini Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, il Poligrafo 2015).
Fiorella Cagnoni nella recensione menzionata dice una cosa che vorrei riprendere, dice che nel libro Il trucco c’è «un pensiero capace contemporaneamente di fare ordine e di essere insurrezionale». Insurrezionale, una parola d’altri tempi che trovo efficace per evocare la potenza politica dirompente che può avere un parlare pubblico femminile conflittuale che domanda di essere ripreso da altre. Come il parlare di Veronica Lario (v. p. 76), che nella primavera del 2009 ha fatto fare una svolta decisiva alla vicenda incarnata da suo marito perché la verità che lei ha detto è stata ascoltata e rilanciata da altre donne (Patrizia D’Addario e le femministe), dando avvio al pensare confluito nella scrittura di questo libro, e questo libro a sua volta ci chiama alla politica necessaria in questo momento storico, che ha bisogno di noi, noi femministe intendo. Ci fa capire che c’è, aperto da noi ma che non sappiamo fino a quando resterà aperto, un conflitto simbolico di enorme portata: «una delle poste in gioco è la “rottamazione” del femminismo stesso e del cambiamento che ha innescato nelle donne e negli uomini, nei rapporti sociali, nella concezione della politica» (p. 228).
Perché nelle note vicende si tratta di un «rovesciamento perverso» delle «domande poste dalla congiuntura Sessantotto-femminismo e lasciate senza risposta dalla politica ufficiale» (pp. 33-34) ma piegate ai propri fini dal capitalismo grazie alla sua capacità di rinnovarsi (ivi). Pensiamo all’importanza della libertà, al protagonismo femminile, alla fine della separazione tra sfera pubblica e sfera privata, alla politicità del personale e alla centralità della sessualità… L’uomo di Arcore è in realtà un’invenzione del capitalismo di cui ha assorbito la natura e l’evoluzione. Se rivediamo il suo percorso, da giovane imprenditore a uomo politico a «Lupo di Wall Street» (p. 239), con l’esibizione dell’etica del consumo e del godimento (p. 34), vediamo la storia del capitalismo. Vediamo la concezione della libertà del neoliberalismo, che ha piegato in senso individualistico e consumistico la libertà soggettiva, e vediamo l’impegno a sfruttare per i suoi scopi i desideri femminili di realizzazione, in particolare nel lavoro, piegandoli alla autoimprenditorialità. «Il permanere oggetto e il diventare soggetto si toccano. Si diventa soggetti solo interiorizzando il dispositivo di soggettivazione neoliberale che comanda di autogestirsi e autovalorizzarsi come oggetti di scambio, nel mercato del lavoro come nel mercato del sesso» (p. 229). E nell’epoca della finanziarizzazione del capitale il sesso stesso si trasforma, è «sesso-valuta, ancor più che sesso-merce: […] il corpo e il sesso diventano moneta, equivalente generale per scambiare altro: favori, tangenti, posti di lavoro, o più semplicemente l’ingresso nei circoli che contano» (p. 239). E proprio «nella “verità” del sesso c’è la trasparente verità dell’epoca – continua Ida -, in cui solo il gioco della differenza sessuale sembra introdurre quel margine di opacità necessario all’apertura di una contraddizione o di un conflitto. Pur in un così intenso e affollato scambio di equivalenti, infatti, il gioco fra i due sessi non va mai in pari» (p. 240).
Allora, è qui che si può far leva, sulla differenza sessuale. Sulla differenza come è venuta fuori nel movimento delle donne, dove si è generata un’altra concezione e un’altra pratica della libertà su cui si può puntare per rilanciare il gioco, perché è da quest’altro punto di osservazione che si vede che la biopolitica capitalista del ventennio che continua ancora nei successori, è in realtà truccata. Da qui il titolo del libro: «l’immagine del trucco allude a una fantasia di potenza mossa da un fantasma di impotenza» presente non solo nel personaggio principale della vicenda ma anche nella fascinazione soprattutto maschile e anche negli oppositori al regime, a cui abbiamo assistito. L’ipotesi dell’autrice è che nel consenso a quel personaggio «abbia agito certamente un’identificazione di superficie con il suo stile di vita, la sua ricchezza, il suo successo, la sua ostentazione di una virilità inattaccabile dall’età, ma che in modo più decisivo abbia agito un’identificazione inconscia con il trucco che c’era sotto» (pp. 241-242). Infatti, la caduta della maschera «non è stata accompagnata da euforia liberatoria». Quel personaggio è finito, ma «la sua eredità è viva e vegeta» (p. 245). «Insistere sulla sua anomalia proietta nel futuro gli stessi errori di valutazione del passato: avalla l’illusione, ad esempio, che tolti di mezzo il conflitto d’interessi, le leggi ad personam e gli scandali sessuali, il grosso sia finito» (p. 249).
Di cosa abbiamo bisogno allora? «Dopo vent’anni di colonizzazione dell’immaginario, serve un’altra immaginazione politica» (p. 250), abbiamo bisogno della «generatività della differenza femminile, e forse finalmente di quella maschile» sono le parole con cui chiude questo libro (p. 251). Parole di speranza, a condizione che si tengano ben presenti i due fili che percorrono tutto il libro:
1– «Non si parte da zero. […] un’altra idea e un’altra pratica della soggettività […] ha continuato a giocare le sue carte» in questi anni (p. 250). «La concezione di una libertà relazionale, in atto e in contesto, garantita non dalle regole e dai diritti ma dalla pratica, diffidente del potere (maschile) ma forte dell’autorità e dell’autorizzazione (materna) è la grande risorsa che resta nelle nostre mani per schivare questa doppia offensiva liberaldemocratica e neoliberale» (p. 232).
2– C’è anche conflitto tra donne e nel femminismo. Perché da un lato «il massiccio ingresso delle donne nelle liste elettorali» mostra un «progetto perseguito per decenni sui media e controfirmato oggi da una generazione femminile neoemancipazionista, teso a superare il femminismo storico spuntandolo della sua carica più critica e […] a pareggiare i conti della distribuzione delle risorse e del potere» (p. 226). E dall’altro c’è «la sua speculare trasgressione: un femminismo che non taglia i ponti con la radicalità delle origini, anzi la rivendica, ma piegandola in senso compiutamente neoliberale. È il libertarismo di chi rivendica la piena padronanza del proprio corpo nel mercato dell’immagine» (p. 226). Che mostra «quanto sia fragile il confine che separa la libertà femminile dall’adesione alla norma neoliberale e l’autodeterminazione dall’onnipotenza individualistica, se entrambe, libertà e autodeterminazione, vengono sganciate dalla pratica della relazione, dal senso della differenza, dall’analitica del potere» (p. 227). C’è dunque da confliggere, e la questione è quella della libertà, a cui ci chiama questo libro.
(www.libreriadelledonne.it, 5 ottobre 2015)
di Telmo Plevani
L’andamento è quello un giallo filosofico e scientifico. Testi densi e meditati differenti sono integrati non da normali illustrazioni, ma da disegni giocosi, per affrontare uno dei temi da sempre più ostici nella scienza: come si è evoluta la coscienza in natura. Due note filosofe israeliane della biologia, di formazione scientifica, Simona Ginsburg ed Eva Jablonka, intrecciano le loro competenze con la matita ironica di Anna Zeligowski, artista e medico, in questo libro originale (un oggetto anche esteticamente pregevole), Figure della mente. La coscienza attraverso la lente dell’evoluzione, pubblicato da Raffaello Cortina, la cui tesi sfida molti stereotipi. Benché quella umana sia speciale, secondo le autrici la coscienza è una proprietà antica e diffusa tra gli animali poiché coincide con la capacità di orientarsi in un territorio nuovo e complesso per procurarsi cibo e trovare un partner. Ogni breve capitolo o quadro delle cinque sezioni del libro termina con più domande che risposte e va a comporre una sorta di mandala teorico. Abbiamo chiesto a Eva Jablonka di scioglierne qualche filo per noi.
Nel libro parlate di organismi che non sono coscienti, ad esempio batteri e piante, e che tuttavia sono le forme di vita di maggiore successo sulla Terra. Siete sicure che essere coscienti serva a qualcosa?
C’è modo e modo di avere successo nell’evoluzione. Gli organismi unicellulari hanno, in termini numerici, più successo di quelli multicellulari, ma la multicellularità si è evoluta molte volte. La sua domanda è una delle più impegnative sulla coscienza: qual è la sua funzione? Secondo noi, è quella di creare un nuovo regno di obiettivi. Consente all’organismo di prendere decisioni flessibili e dipendenti dal contesto, raggiungendo obiettivi che altrimenti non sarebbero affatto riconosciuti come tali. La femmina di pavone sceglie il maschio con la coda più lunga e i motivi più colorati, simmetrici e luminosi. La sua capacità di discriminare, che è possibile secondo noi solo quando l’animale è cosciente, ha portato all’evoluzione di modelli complessi e diversi nel corpo maschile.
Quindi la pavonessa è cosciente. Esplorare il mondo consapevolmente, scrivete, è una meravigliosa danza di curiosità, gioia e sofferenza. Perché essere senzienti ed essere coscienti sono sinonimi?
Perché gli aspetti affettivi e cognitivi sono sfaccettature diverse di ciò che significa essere coscienti o senzienti. Un essere senziente è un agente autonomo che ha esperienze private, soggettive e coerenti. Tra queste: percepire il mondo (vedere il rosso, annusare il gelsomino); sentire (dolore, piacere, gioia, fame, postura del corpo e movimenti); e in alcuni animali anche avere esperienze di realtà virtuali (rivivere il passato, sperimentando ricompense o punizioni anticipate). Gli esseri senzienti si preoccupano della loro esistenza e si impegnano in comportamenti atti a raggiungere i loro obiettivi di sopravvivenza.
D’accordo, però un animale potrebbe avere un abbozzo di coscienza senza con ciò avere anche un vero e proprio senso del sé.
Un animale, anche relativamente semplice come una mosca, percepisce il mondo in continua trasformazione e lo valuta: deve esserci qualcosa come un “centro dell’io” da cui discernere gli aspetti del mondo. Un animale deve anche distinguere tra gli effetti che il mondo ha su di lui che sono indipendenti dalle sue azioni e quelli che invece dipendono dalla sua azione.
Voi fate coincidere l’emergere della coscienza con la comparsa, nell’evoluzione, di una particolare forma di apprendimento associativo aperto e illimitato: che cosa significa?
Si tratta di un marcatore evolutivo, come quando diciamo che il requisito per una forma di vita minimale è la presenza di un sistema ereditario illimitato, ovvero di un lungo polimero che si replica. Il marcatore della coscienza minima richiede che tutte le proprietà che la maggior parte degli scienziati e dei filosofi attribuisce alla coscienza siano presenti.
Dunque, quando nasce la coscienza nell’evoluzione?
Pensiamo che la coscienza sia apparsa più di una volta: negli artropodi e nei vertebrati circa 540 milioni di anni fa durante il Cambriano; e nei polpi, calamari e seppie 250 milioni di anni dopo. Lo sappiamo grazie alle prove fossili e alle inferenze genealogiche che mostrano che le strutture cerebrali che permettono un apprendimento associativo illimitato e aperto erano presenti negli artropodi e nei vertebrati durante il Cambriano e nei cefalopodi tempo dopo.
Quindi le piante non sono coscienti. State sfidando la fiorente letteratura sull’intelligenza delle piante?
No, comportamento intelligente e coscienza non sono sinonimi. Tutte le creature viventi, inclusi i batteri, mostrano intelligenza: tutte possono apprendere, percepire, reagire in modo adattativo, comunicare, riparare i danni e così via. Noi condividiamo l’entusiasmo per l’intelligenza delle piante. Sono esseri viventi straordinari, ma non manifestano un apprendimento associativo aperto, e quindi allo stato attuale delle conoscenze non possiamo affermare che siano senzienti.
Altri animali hanno immaginazione, sogni, memoria, capacità di ingannare. L’unicità umana si assottiglia sempre più. Cosa c’è di speciale nella coscienza di Homo sapiens? E in quella di Neanderthal?
A fare una grande differenza sono i nostri sistemi simbolici, che includono la capacità linguistica. Il sistema simbolico non solo ha aggiunto molte capacità intellettuali a quelle ancestrali, ma ha anche alterato il nostro profilo emotivo e la memoria percettiva. Noi supponiamo che i Neanderthal fossero abbastanza simili ai Sapiens che vivevano all’epoca. Se trovassimo un bambino neanderthaliano e lo crescessimo nella nostra società, lo considereremmo umano. Quanto vorremmo avere una macchina del tempo e incontrarli, per saperne di più sulle somiglianze cognitive ed emotive e sulle sottili differenze tra noi e loro.
Domanda inevitabile al tempo di ChatGpt: un’intelligenza artificiale capace di apprendere diventerà mai cosciente?
ChatGpt e i programmi di intelligenza artificiale più avanzati sono consapevoli quanto il programma su cui gira il nostro cellulare. Sono programmi, addestrati su enormi quantità di dati, e i programmi non sono coscienti. Possono indurci a pensare che lo siano, quando i loro risultati sono simili ai nostri, ma non lo sono. Nessuno si illuda che gli algoritmi di traduzione dal cinese all’italiano, ad esempio, capiscano ciò che traducono. I programmi sono costruiti per eseguire operazioni in base ai loro algoritmi e ai dati di input forniti. Non hanno comprensione, nessun sentimento, nessun interesse personale e quindi nessuna coscienza. La coscienza poi richiede hardware e interazioni con il mondo.
Va bene, allora aggiungiamo un corpo: robotico. Sarà mai senziente e cosciente?
Non è impossibile in linea di principio, ma molto più difficile di quanto la maggior parte delle persone pensi, per tre ragioni. In primo luogo, la macchina deve essere in grado di apprendere in modo aperto sul mondo e sulle proprie azioni che cambiano il mondo, il quale a sua volta poi la cambia. In secondo luogo, l’implementazione di apprendimento aperto in un robot andrebbe realizzata con materiali “morbidi”, sensibili a un’ampia gamma di condizioni ambientali. In terzo luogo, potrebbe essere necessario che il robot abbia uno sviluppo morfologico e comportamentale, come tutti gli animali. Sebbene non possiamo essere sicuri che una tale macchina sarà cosciente, il principio di cautela richiederà che la trattiamo come tale: come se percepisse, valutasse e agisse dalla propria prospettiva per promuovere il proprio benessere privato.
Nelle ultime immagini del libro scrivete che occorre prepararsi a intelligenze coscienti cyborg immerse in realtà virtuali: dobbiamo preoccuparci?
Certo, sempre. Ogni salto tecnologico può essere utilizzato in modo improprio, portando a maggiori disuguaglianze, manipolazioni, sfruttamenti. In un mondo dominato dalle idee capitaliste, dove la crescita economica sembra essere il valore supremo, in un mondo in cui molti leader promuovono attivamente l’egoismo, il razzismo e il sessismo, è necessario preoccuparsi del modo in cui ci troveremo immersi in realtà virtuali che possono essere controllate da manipolatori.
Nel libro, i disegni e le metafore visive di Anna Zeligowski non hanno solo un valore estetico, ma contribuiscono all’interpretazione della parte scientifica.
Sì, pensiamo che abbiano un valore epistemico. L’arte ci permette di impegnarci nel “libero gioco dell’immaginazione”, come diceva Immanuel Kant. Permette l’esplorazione, la gioia giocosa, l’apertura di nuovi orizzonti di comprensione. Allo stesso tempo, i giudizi estetici sono condivisi dalla comunità, quindi consentono anche la comunicazione. L’arte di Anna apre la mente.
La coscienza come corrente di un fiume, farfalla, centro di un vortice. Che ruolo ha la metafora nella ricerca scientifica?
Non possiamo pensare senza metafore, e non possiamo creare nuovi significati senza di esse. La filosofa Evelyn Fox Keller ha sottolineato il ruolo essenziale delle metafore nello sviluppo dei concetti scientifici: «In quale altro modo cercare la comprensione del nuovo, del non ancora intelligibile, se non confrontandolo con ciò che è già familiare?». Certo, le metafore possono essere fuorvianti. Dicevano Arturo Rosenblueth e Norbert Wiener: «Il prezzo della metafora è l’eterna vigilanza».
Nella vostra teoria c’è una componente “gladiatoria” – la guerra della natura, la sofferenza, la paura – solitamente associata al maschile. Ha un rilievo il fatto che siate tre donne o non c’è connessione con la costruzione della vostra ipotesi sulla coscienza?
C’è un aspetto gladiatorio nell’evoluzione, ma la cooperazione è altrettanto importante. Abbiamo scritto sull’evoluzione della gioia, sull’aiuto che le madri hanno ottenuto dal resto del gruppo per crescere i loro piccoli, sulla comunicazione e la condivisione di informazioni. Avremmo dovuto sottolineare di più questo punto, ha ragione. Durante la stesura del libro abbiamo discusso degli stereotipi di genere. Anna è particolarmente sensibile a questi, ha un gran numero di immagini sulle donne, la loro forza e fragilità, i loro ruoli sociali, le loro lotte e solidarietà. Spesso ci siamo chieste come il fatto di essere donne avrebbe influito sulla lettura del nostro libro. Immagino che lo scopriremo!
(La Lettura – Il Corriere della Sera, 11 giugno 2023)
di Franca Fortunato
La scienziata di fama internazionale, attivista, scrittrice, ricercatrice, Vandana Shiva nella sua autobiografia, La vita è maestra. La mia storia di rivoluzione (Piemme), attraverso il racconto della sua straordinaria vita, ci porta dentro l’antica civiltà indiana della cultura della Madre Terra che sin da bambina ha conosciuto nel giardino della fattoria materna e nella foresta di cui il padre era guardiano. Una vita la sua radicata nell’amore e nella gratitudine verso sua madre, i cui «insegnamenti si sono insinuati» nella sua mente e nel suo cuore «come l’acqua nella terra» e l’hanno orientata lungo il sentiero della sua vita. «Il rispetto che ho sviluppato per la vita, coincide con il rispetto per Madre Natura». «Io mi sento parte della civiltà indiana in cui la Terra intera è intesa e vissuta come una famiglia», «tutte le culture indigene sono basate sulla relazione e sul sentirsi parte della Terra». «Se mi volgo alla bambina che ero provo tenerezza, come se osservassi i primi passi inconsapevoli di un piccolo essere umano che già si muoveva nel sentiero della Grande Madre. Un sentiero che mi avrebbe portato» come racconta passo dopo passo, «a diventare un’attivista e custode dei semi: il principio stesso della vita». Un sentiero lungo quarant’anni, anni di studio, di ricerca, di lotte, di pensieri, di idee che hanno camminato nel mondo insieme a lei, dandole un’autorità riconosciuta. Lungo quel sentiero ha incontrato le straordinarie donne del movimento Chipko, nato per difendere dalla distruzione le foreste che «sono nostra madre e ci danno l’acqua, la terra e l’aria pulita». A loro deve la decisione di dedicare la sua vita allo studio e «di metterlo al servizio della comunità e della Madre Terra», avviando il suo centro di ricerca “partecipativa” nelle stalle della fattoria della madre, come lei le aveva proposto in vita. Conoscenza, ricerca, e azione non sono mai state separate nella sua vita. Per difendere i piccoli agricoltori dall’ avidità senza limiti delle multinazionali dell’industria agricola dell’ingegneria genetica (OGM), che hanno brevettato e privatizzato un bene comune come i semi, ha fondato la “Banca dei semi” con sede a Firenze, gestita dalle comunità agricole, dove arrivano semi da tutto il mondo. Una banca dove depositare, conservare, custodire migliaia di semi, da scambiare ad ogni stagione di semina e salvare così la biodiversità, fondamento di vita per la terra e ogni essere vivente. Da una vita combatte contro le multinazionali del “cartello dei veleni”, Bayer, Monsanto e Microsoft, responsabili per il 40% dell’emissione di gas serra e del 70% della distruzione del suolo, dell’acqua e della biodiversità – altro che buttare vernice lavabile sui muri o nelle fontane! –. Per formare coscienze al rispetto della natura ha fondato l’“Università della Terra”, rivolta alle nuove generazioni a cui dedica la sua autobiografia. «Attraverso il racconto della mia esperienza spero che molte menti giovani possano approcciare la vita in modo diverso e più consapevole e possano, mescolando i miei pensieri ai loro, dare forma a un futuro migliore. A un futuro che non è garantito che ci sarà per questo pianeta. Un futuro, un tempo in cui l’essere umano non voglia più piegare la natura ai suoi favori, ma umilmente e fraternamente si disponga ad ascoltarne le voci sagge e intime e ad apprendere le regole del fluire insieme, della condivisione e dell’interdipendenza. Per una crescita armonica di tutti gli esseri viventi». Un’autobiografia scritta per «dire che ci sono tante battaglie da affrontare che devono e possono essere vinte. Per il nostro futuro, quello dei nostri figli, quello del pianeta e di tutte le forme di vita che lo abitano». Grazie Vandana Shiva.
(Il Quotidiano del Sud, 10 giugno 2023)
di Stefania Tarantino
«Trame di nascita», un volume di Rosella Prezzo edito da Moretti & Vitali. Tra miti, filosofie, immagini e racconti, un libro che indaga la «perdita d’aura» della maternità. Atena, Orione, Dioniso, Adone Afrodite e altri: figure mitiche «senza madre». Filosofe come Hannah Arendt e María Zambrano hanno ripensato la scena dell’origine
Trame di nascita. Tra miti, filosofie, immagini e racconti (Moretti & Vitali, pp. 128, euro 14) è il titolo dell’ultimo libro di Rosella Prezzo che indaga, in una ricostruzione storico-filosofica, la perdita d’aura della nascita e della maternità. Diviso in quattro sezioni narrative è un libro importante e necessario per riflettere sullo statuto della nascita e della maternità nell’ordine simbolico che permea la nostra società, in un momento di grande confusione e opposte visioni di fronte ai nuovi scenari aperti dalla riproduzione umana. Nell’avvincente ricostruzione dell’autrice, si parte dalla scena originaria, dall’incontro «mancato» di Adamo ed Eva. Mancato perché il loro incontro non darà luogo ad alcuna relazione ma, al contrario, a un solipsismo mentale che relegherà Eva nell’insignificanza, in una secondarietà senza alcuna possibilità di riscatto. Eppure, in questo racconto dell’origine tutto ci fa capire che è solo con la presenza di Eva che Adamo può parlare.
Riflettendo sulle contraddizioni che attraversano i testi fondativi della nostra tradizione, Prezzo si sofferma anche sulla figura ebraica di Lilith che, a differenza di Eva, si ribella a Adamo e, proprio per questo, diverrà figura oscura e demoniaca. Nel suo non voler stare “sotto” all’uomo, Lilith sarà identificata alla perversione stessa, a una sanguisuga delle energie sessuali maschili. Ma il cuore di tutto l’impianto argomentativo è rappresentato dalla divisione tra mortali terrestri e immortali che fin dall’antichità segnerà l’immaginario simbolico della nostra venuta al mondo. La mancata accettazione della nostra mortalità è la cartina di tornasole del nostro modo di pensare la nascita. Se infatti qualcuno dovesse pensare che l’evento della nascita, completamente slegato dalla figura materna, sia qualcosa che fa parte solo della nostra contemporaneità, rimarrebbe deluso e stupito.
Da Atena a Dioniso, da Esculapio a Orione, da Adone ad Afrodite, il sogno maschile di creazione e di gestazione, appare in tutta la sua portata. Tutte queste figure mitiche nascono, letteralmente, “senza madre”. L’onnipotenza maschile sarà rafforzata da quel passaggio dal mito al logos che farà della filosofia il sapere e la conoscenza di tutte quelle essenze che stanno in alto e che sanciscono il primato della contemplazione, del sapere metafisico che nulla ha a che fare con le donne e, soprattutto, con il loro corpo. In questo modo l’autrice mette in luce quanto ci sia di arcaico nella nostra contemporaneità e ci fa riflettere sugli esiti nefasti della “rimozione” voluta e costruita per liberarsi da quell’inciampo rappresentato dal corpo materno e della nascita stessa. Una rimozione talmente radicata nel nostro modo di pensare che ha lasciato nell’impensato e nell’insensato questa esperienza cui dobbiamo la nostra stessa vita. L’intreccio che oggi vede questo antico sogno legarsi a un mercato che si è strutturato sul principio liberale della scelta dando forma e sostanza identitaria alle soggettività individualiste, non ha consentito di rivolgersi a una visione altra della nascita e della maternità ma, anzi, ne ha segnato la sua apoteosi.
Per quanto la filosofia contemporanea si sia interrogata su tale questione, solo alcune filosofe del Novecento – come Hannah Arendt e María Zambrano, prese da esempio dall’autrice – hanno davvero ripensato, fino a riscattarla, la nascita riorientando il pensiero filosofico. Il loro è un passaggio obbligato per il taglio che hanno operato nella tradizione filosofica. A partire da un serrato confronto con Heidegger, in particolare con la sua «gettatezza» e il suo «essere per la morte», hanno ribaltato lo scenario rimettendo al giusto posto la nostra venuta al mondo intesa come inizio, come cominciamento (Arendt) e come miracolo, patimento della propria trascendenza (Zambrano), alla luce del pensiero. L’inappropriabilità della nascita, vissuta dalle donne come ciò che è più proprio e più intimo, ci restituisce alla nostra condizione di mortali, di ospiti, sempre vulnerabili e disattesi nell’attesa. Una condizione complessa segnata dalla possibilità di un’apertura originaria capace di fare spazio all’altro/a e che richiede un tipo di riconoscimento che nulla c’entra con il riconoscimento di hegeliana memoria perché fa riferimento a una dimensione poco sondata e vissuta dalla filosofia: un riconoscimento che passa attraverso l’amore e che già il filosofo Agostino aveva intravisto nel «voglio che tu sia» ripreso con più incisività da Arendt. Nonostante questo, è accaduto che tutto ciò che non è stato visto, oppure è stato visto a uso proprio o per essere svilito, oscurato, spesso incorporato, rischia la cancellazione definitiva con un utilizzo strumentale delle biotecnologie e della scissione tra procreazione e gestazione.
La riduzione del corpo materno a funzione riproduttiva, la riduzione della nascita a produzione laboratoriale, la costruzione di una vera e propria catena di montaggio così ben rappresentata dalle fiorenti cliniche che in molte parti del mondo promettono e assicurano a chiunque la genitorialità, aprono a scenari apocalittici e surreali come quelli cui abbiamo assistito durante la pandemia da Covid e all’inizio della guerra in Ucraina. L’ipocrisia che continua a caratterizzare questo modello economico di società e che si ostina a non voler risolvere i problemi alla radice ma solo a trovare escamotage e vie d’uscita fallimentari, ha messo molte donne di fronte all’alternativa della crioconservazione degli ovociti affinché quel conflitto tra desiderio di un/a figlio/a e carriera non fosse più da ostacolo. Così una donna può fare carriera fino a quanto vuole e poi decidere, semmai a settant’anni, di avere un figlio. Allo stato attuale, in ogni caso, su questi temi c’è un’enorme conflittualità nel movimento delle donne che si dividono tra emancipazione, parità, differenza, intersezionalità e via discorrendo.
Per uscire da queste contrapposizioni, l’autrice ci chiede di approfondire e di sforzarci di pensare a partire da noi stesse affidandoci alla nostra esperienza e facendo i conti con la nostra stessa nascita. In più, ci invita a non perdere di vista come la negazione visibile e invisibile del femminile così presente nell’immaginario culturale, abbia agito anche inconsciamente nelle nostre posizioni teoriche. Infatti, non è di oggi il fatto che sulla maternità e sulla nascita le donne, lungo il corso del tempo, hanno sempre assunto posizioni contrastanti cui si è cercato di trovare una mediazione. Alcune hanno cercato di risignificare questa esperienza sganciandola dalla condanna con cui il patriarcato ha imprigionato le donne nella natura, altre hanno cercato al contrario di svincolare la donna dalla maternità nella speranza di una esternalizzazione attraverso soluzioni tecnologiche. Tutte queste posizioni portano in sé necessariamente delle contraddizioni che l’autrice mette bene in luce sapendo che oggi va tutto risignificato nell’epoca della tecnica.
Si tratta allora di continuare a lavorare sul pensiero tenendo conto di queste enormi sfide che già sono nel nostro presente, sugli stili di vita, sui desideri, sul limite umano e post-umano per trovare una strada nuova che tenga conto dell’importanza di questo evento per la configurazione stessa della nostra umanità. Perché ne va della messa al mondo della nostra visione dell’umano. La chiusura sulle pagine di Adrienne Rich, Nato di donna, rappresenta un invito a ritornare a ripensare la maternità oltre le mistificazioni e le demistificazioni, oltre gli assetti ideologici e di mercato. Vedere la maternità per quella che è, nelle sue luci e nelle sue ombre, vederla nel suo essere un momento unitario di senso che coinvolge la fisicità, l’emotività, l’intelletto. Riconoscere che è attraverso di essa che ci riconosciamo come figli, figlie, di una stessa origine e che ogni venuta al mondo riguarda «un agire trasformativo e trasfigurante in cui si con-viene al mondo».
(Il manifesto, 7 giugno 2023)
di Franca Fortunato
Niente accade per caso, mi sono detta dopo aver letto il libro Il vento fra i capelli. La mia lotta per la libertà nel moderno Iran della scrittrice, giornalista, attivista Masih Alinejad, pensando al movimento “Donna Vita Libertà” seguito alla morte della 22enne curda Mahsa Amini, arrestata e pestata dalla polizia morale perché non portava il velo correttamente. Il libro è l’autobiografia di una delle figlie “ribelli”, invise al potere, della “rivoluzione islamica”, divenuta la voce di «milioni di iraniane che vogliono essere libere di scegliere per sé». La sua è la storia dell’Iran dalla “rivoluzione” a oggi e di una delle figlie delle centomila donne che l’8 marzo 1979 scesero in piazza per manifestare contro l’obbligo dell’hijab rendendosi conto «soltanto dopo il trionfo della rivoluzione di aver rinunciato volontariamente ai propri diritti e portato al governo un regime che imponeva la sottomissione». È la storia delle figlie a cui, come alle loro madri, era stato insegnato a nascondere il proprio corpo, a nascondere le forme femminili perché spingevano gli uomini a peccare. È la storia della figlia adolescente che a sedici anni assaporava il piacere proibito di liberarsi del velo appena fuori casa per poi rimetterselo quando rientrava. «La mia libertà clandestina» la chiamava, libertà che da adulta, convinta che appartenesse a tutte le donne iraniane, portò allo scoperto quando, dall’esilio, con la campagna online “La mia libertà clandestina” invitò le donne irachene a mandarle foto senza velo. «Foto di quando guidiamo a capo scoperto, passeggiamo senza il velo tra i boschi o al mare, stiamo in cima a un albero o nel deserto, dove possiamo respirare liberamente». Era il 2014 e in migliaia risposero con foto e video di quando si toglievano il velo. La resistenza all’obbligo del velo uscì così dalla clandestinità e il mondo intero attraverso facebook poté conoscere un altro Iran, l’Iran delle donne. Donne coraggiose, forti, libere che rischiavano il carcere o 74 frustate per aver infranto la legge.
Le iraniane stavano dicendo al mondo intero «non ho scelto io di mettere l’hijab, e voglio essere libera di scegliere». E questo per i chierici in patria era pericolosissimo. Fino ad allora avevano raccontato che le iraniane erano contente di portare il velo. «Adoravo sentire il vento tra i capelli. Ogni volta che sento il vento soffiare tra i capelli ripenso a quanto tempo sono stati ostaggio dei potenti della Repubblica islamica». Ostaggio che per ogni donna irachena diventa a sette anni con l’obbligo ad osservare la legge sull’hijab anche se non è musulmana. Senza velo non possono studiare, lavorare, farsi vedere in pubblico senza essere arrestate e incarcerate. Il mondo intero parlava delle coraggiose donne irachene. Si aprirono le porte dei mass media. Il regime reagì. A Isfahan venticinque donne vennero aggredite con l’acido in faccia mentre erano in macchina o a passeggio. In migliaia scesero in piazza, la polizia le caricò. Alla campagna delle donne si unirono anche gli uomini non solo iraniani, che mandarono foto con il capo coperto. Nel 2017 il movimento dai social si spostò nelle strade con la campagna “mercoledì bianchi”. «Chiesi a tutte di scendere ogni mercoledì in piazza senza l’hijab o con un velo o uno scialle bianco in segno di protesta all’obbligo del velo. Gli uomini con una maglietta o un bracciale bianco». Le donne mandarono foto e video. Arrivarono minacce, arresti, ma le proteste andarono avanti. «Il futuro dell’Iran dipende dalle ribelli. È per questo che la lotta andrà avanti […], finché non sentiremo tutte il vento tra i capelli». Niente accade per caso nell’Iran delle donne.
(Il Quotidiano del Sud, 27 maggio 2023)
di Bianca Bottero
Confrontandosi originalmente con una vicenda che lei, giovane donna, ha solo letto nei libri e sentito narrare, Benedetta Tobagi affronta in questo che possiamo definire romanzo/ricerca, due dei topoi che oggi si presentano in modo dirompente, ma sovente distorto, banalizzato, reso, per la troppa enfasi addirittura disturbante: sono il topos del femminismo da un lato e quello della resistenza dall’altro.
Con l’obiettivo, da lei espresso nella recente presentazione del libro il 13 maggio presso la Libreria delle donne di Milano, di «far respirare la storia», Benedetta Tobagi costruisce infatti una sorta di Spoon River al femminile, dove una infinità di donne si affollano, conservando il loro nome e cognome oltre a quello assunto nella resistenza, ma insieme le loro storie di vita, fornite per piccolissimi accenni ma fondamentali a caratterizzarne i moventi, le debolezze, i sentimenti. È uno stuolo femminile che acquista con ciò una concretezza e insieme una sostanza quasi di elemento naturale, mai ideologico, mai banale o ovvio. Né ovvie o banali sono le fotografie, in bianco e nero, piccole, sfocate, che Tobagi ha puntigliosamente cercato e affiancato ai nomi delle donne citate, che sono con volti segnati o ridenti, graziosi o fatali o come si sia; gruppi di donne/natura mi verrebbe da dire, per come si rapportano tra loro, per come, lentamente fioriscono a una vita per loro nuova e insperata di libertà. È così che rileggere nel testo la ricorrente affermazione «Ho fatto quel che dovevo fare» quando, nella fase drammatica del dopo l’8 settembre, migliaia di donne del sud e del nord hanno nascosto, vestito, sfamato i ragazzi soldati, lasciati senza qualsiasi forma di guida da parte dei loro comandanti, fuggiti dalle caserme, lontani da casa, alla mercè della immediata reazione nazista contro i traditori italiani, accende una luce importante su di un mondo, prevalentemente popolare, operaio, contadino, che ha visto e patito le sofferenze della guerra come una sopraffazione, ulteriore rispetto a quella cui da tempo immemorabile sono soggette le classi più umili, ma che non ha comunque smarrito quel dono di umanità che in gran parte lo contraddistingue e che in particolare fa emergere dal misconosciuto, indistinto universo femminile, una formidabile, epica, dignità. È da questa premessa, da questo primo atto di opposizione al sopruso e per la vita, che nasce lo spirito più vivo e vero della futura resistenza delle donne. Che anche in seguito, quando nel centro-nord si costituiranno le formazioni di giovani combattenti, guidate da uomini, si affiancheranno ai gruppi, indossando pantaloni, rompendo i tabù millenari che le volevano in gonne, sfidando anche maldicenze e divieti familiari. E rappresenteranno anche un importantissimo aiuto, col rischio della vita, nel creare collegamenti, nel fornire armi e volantini alle varie bande partigiane, nel dare generosamente cibo, nascondiglio e supporto ai gruppi o ai singoli sbandati.
Ma, come continuamente ripreso e sottolineato da Benedetta Tobagi, pur entro questa gloriosa e anche gioiosa impresa, mai viene meno la convinzione, propria alla millenaria società patriarcale, fortissima in Italia, della ovvia inferiorità femminile. Se solo indicativo è il termine di staffette per le donne che agiscono nei collegamenti, ritenuto più adatto di quello di portaordini utilizzato per gli uomini, più gravi e mortificanti sono le imposizioni di comportamenti e doveri. Così nelle sfilate vittoriose non si vorrà che le donne partecipino, così è giudicato improprio l’abbandono della gonna per indossare i pantaloni, così i mariti rimbrotteranno duramente le mogli per mancanze nei lavori di casa, così lo stesso PCI affonderà le critiche per comportamenti ritenuti troppo liberi… È una situazione alla quale le donne stesse finiscono per assoggettarsi, che addirittura introiettano e alla quale in molti casi tornano a sottomettersi dopo la grande avventura di libertà vissuta nella resistenza.
Ma non tutto è stato solo Libertà: e mi ha fatto sobbalzare in chiusura del libro il ritorno di Tobagi in prima persona, a raccontare un fatto straziante che le pertiene direttamente. È la storia di Virginia Tonelli, una “staffetta”, «…mandata in missione a Trieste dove l’arrestano. Finisce alla Risiera di San Sabba, il lager triestino, l’unico campo di concentramento italiano dotato di forni crematori dove, dopo dieci giorni di torture, a 42 anni viene arsa viva perché si è rifiutata di parlare… Virginia, lo stesso nome della madre di mia madre… Virginia, alias la partigiana Luisa, il nome della mia nonna paterna… con un sorriso che ti regala l’anima, il mio possibile dentro il passato». Benedetta Tobagi, che ha vissuto il trauma dell’uccisione del padre negli anni ’80 da parte di incoscienti “rivoluzionari”, finisce il libro, finora così pacato, in un richiamo appassionato a una spirituale affinità a una donna, una sovversiva, una partigiana comunista dagli occhi ardenti che «trasformava in silenzio l’odio».
(www.libreriadelledonne.it, 24 maggio 2023)
di Redazione Erbacce – Illustrazione di Piera Bosotti

Dopo aver letto il libro L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane* abbiamo voluto conoscere l’autrice, Lucia Tozzi, tale era l’empatia con il suo tono analitico, tagliente e a tratti satirico. In particolare le abbiamo chiesto di approfondire la questione del Museo della Resistenza, in attesa dell’incontro del 31 maggio alle ore 18 al Circolo Combattenti nell’area verde, con glicine e tigli secolari, destinata al museo. Lucia è una studiosa e una pasionaria delle politiche urbane; tra i suoi libri Dopo il turismo e Napoli. Contro il panorama.
Nel tuo libro capovolgi la narrazione euforica di una città, Milano, che negli anni pre- e post-Expo si è trasformata in una metropoli del lusso. La definisci inventata, più che reale, da poteri economici che hanno interessi ben ancorati alla realtà. Quali sono i punti centrali della riflessione?
Il primo punto è il passaggio da una città che nel bene e nel male era fondata sulla produzione di merci, di cultura, di lavoro sociale a una città “attrattiva”, intenta a produrre solo un’immagine capace di attrarre i flussi finanziari e turistici, o gli abitanti a breve termine come expat e studenti. È avvenuto con l’Expo, ed è costato grandi sacrifici alla popolazione più fragile, che è stata espulsa dalla valorizzazione, dalla rendita elevata a metro e obbiettivo della crescita urbana.
Il secondo punto, fondamentale, è l’affossamento del conflitto e della capacità critica, ottenuto attraverso una forma molto profonda di propaganda che nega ogni contraddizione tra questo modello violento di crescita, fondato sulla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, e la possibilità di assicurare a tutti i cittadini i servizi pubblici, lo spazio pubblico, il diritto di abitare in modo decente.
Come sono state trattate le voci critiche e le forze antagoniste?
Insieme alla propaganda mediatica, è stata cruciale l’elaborazione, a partire dalla giunta Pisapia, di forme di finta partecipazione, di stampo neoliberale, che in modo ricattatorio pretendono forme di “attivazione” dei cittadini che assomigliano molto a un consenso forzato. Sono state create reti claustrofobiche legate al sistema dei bandi, da cui non è facile smarcarsi e in cui è repressa ogni forma di critica anche velata. Di fatto, in questo modo si è avallato, attraverso la sussidiarietà spinta a livelli estremi, un regime di privatizzazione di servizi e spazi allocati a privati e terzo settore, ma spacciati per tutela del bene comune.
Negli ultimi mesi è ripresa la lotta in difesa del glicine e degli alberi secolari di Porta Volta/Garibaldi, in un’area verde gestita dal Circolo combattenti e dal Giardino Lea Garofalo. Lì dovrebbe sorgere la seconda piramide di vetro e cemento degli archistar Herzog & De Meuron, destinata questa volta al Museo della Resistenza, dopo quella di Fondazione Feltrinelli e Microsoft.
Si, quell’area sembrava a un certo punto destinata a rimanere libera, perché il Comune, proprietario, non sapeva bene a chi destinare questa piramide speculare a quella Feltrinelli-Microsoft, che avrebbe dovuto completare il progetto iniziato nel 2015 da Feltrinelli e Coima. Erano andati a vuoto parecchi bandi, e i cittadini che gestivano il Giardino Lea Galofaro hanno cominciato a protestare, chiedendo nel 2019 di lasciare intatta questa area verde, per lasciare riposare lo sguardo in un tessuto urbano così denso. A quel punto, dicembre 2019, il ministro Franceschini annunciò un finanziamento di 15 milioni per sistemare nella piramide il Museo Nazionale della Resistenza, in uno spazio di 2500 metri quadrati. Ne scaturirono molte critiche intelligenti, ricordo in particolare quella del collettivo MiRiconosci? ma anche tantissime altre. Poi con il Covid, e soprattutto con il clima sospeso per la rielezione di Sala nel 2021, un lungo silenzio. Fino a qualche mese fa.
Alcuni consiglieri comunali (in primis Monguzzi) hanno chiesto una piccola revisione della piramide per salvare glicine e tigli, mantenendo la costruzione. Che cosa ne pensi?
Il problema non sono solo il glicine e i tigli: quel progetto non ha più alcun senso, il museo va fatto da qualche altra parte senza consumare suolo, in qualcuno dei tantissimi edifici in disuso presenti in città.
Le contraddizioni sono molte: il Ministero della cultura del governo attuale potrebbe esigere una sezione dedicata alle foibe, per esempio. O approfittare delle critiche e dei conflitti per eliminare del tutto il MdR, non sono ipotesi da sottovalutare.
Al di là delle foibe, la memoria sui fatti del fascismo e della Resistenza è diventata un terreno di battaglia così conteso, e così strategico dal punto di vista simbolico, da ostacolare a volte la stessa ricerca storica. Personalmente credo che il comitato scientifico sia talmente autorevole da offrire una garanzia assoluta contro qualsiasi ipotesi del genere: non riesco a pensare a membri dell’Anpi o dell’Istituto Ferruccio Parri disposti a contrattare versioni edulcorate o alterate della storia di quegli anni. Ma esiste un rischio più che concreto che un governo così attento a contrastare ogni forma di cultura simbolicamente avversa spinga il progetto del Museo della Resistenza solo in funzione della cantierizzazione della piramide, e poi lo faccia fallire ancor prima di vedere la luce. Secondo me un Museo Nazionale della Resistenza non può e non deve nascere in un contesto del genere, in cui governo e opposizione attuano identiche politiche neoliberali e si scontrano solo sul piano simbolico. L’idea di cultura che condividono è in sostanza quella di una vacca da mungere per ricavarne denaro e soft power. Sono certa che oltre a qualche irricevibile proposta di memoria delle foibe potrebbe arrivare la richiesta di progettare il museo come una Resistenza Experience, con tanto di oculus e strutture interattive, o come diceva Battiato “proiettori e raggi laser”. E non sarebbe meno degradante e pericoloso.
L’uso strumentale delle buone cause per assicurarsi il consenso o almeno il silenzio è un fenomeno diffuso a Milano?
Assolutamente sì, un altro esempio terribile oltre al Museo della Resistenza è il caso del progetto di moschea localizzato a via Esterle perché funzionale allo sgombero degli occupanti di una palazzina pubblica: decine di riders, famiglie, persone che difficilmente troveranno altre collocazioni. È il miglior sistema per dividere il fronte dell’opposizione: chi contesta la moschea viene subito tacciato di essere razzista e islamofobo, così come qualsiasi dubbio sul Museo della Resistenza viene messo a tacere come espressione di complicità con la cultura fascista.
I conflitti aperti qui e là, come quello per lo stadio a San Siro, e le proteste degli studenti che non trovano casa, hanno aperto una crepa nella splendente vetrina del Modello Milano; non è più così facile, per le istituzioni e i gruppi finanziari, andare avanti indisturbati. Secondo te l’invenzione di Milano è una bolla che può scoppiare?
Potrebbe, ma dobbiamo essere molto bravi, perché il discorso pubblico tenta continuamente di appropriarsi delle istanze meno aggressive della critica per ricondurle nell’alveo di un discorso conciliatorio, focalizzato sul “si può fare di più, si può fare meglio”. Come se fosse solo un problema di efficienza, di riduzione delle “esternalità negative” e non di cambiare radicalmente la direzione politica. I media che fino a ieri gareggiavano a tessere le lodi del Modello ora rincorrono gli studenti, interrogano personaggi mediatori e cercano di far passare la tesi che il problema del caro affitti esiste, ma si risolve con qualche studentato pubblico-privato e qualche briciola di housing sociale. I politici che da anni governano questa città e hanno spinto con tutte le loro forze per valorizzarne ogni metro quadro, oggi riconoscono che in effetti “lasciare indietro le persone fragili” non è propriamente democratico, ma continuano a scaricare la responsabilità sul governo nazionale o a proporre come soluzione la privatizzazione a oltranza del patrimonio e dei servizi pubblici: stadi, piscine, centri sportivi, biblioteche, addirittura le case popolari, come sta cercando di fare Maran, assessore alla Casa.
*L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane (Cronopio 2023)
(Erbacce.org, 23 maggio 2023)
di Franca Fortunato
«Ho un carcinoma renale al quarto stadio, da cui non si torna indietro, mi restano mesi da vivere, ma la morte non mi fa paura» è la confessione choc che Michela Murgia ha fatto al Corriere della Sera in un’intervista ad Aldo Cazzullo, parlando del suo ultimo libro Tre ciotole – Rituali per un anno di crisi edito da Mondadori, da pochi giorni in libreria. Il libro con le sue dodici storie, l’una diversa dall’altra, si apre con il dialogo in terza persona tra lei e l’oncologo che le comunica la diagnosi e le spiega che quel carcinoma non è un nemico da combattere, da distruggere, ma «un complice della sua complessità, una parte disorientante del suo corpo sofisticato […], niente di più di un compagno» che sbaglia. «Il cancro non è una cosa che ho, è una cosa che sono» e lei non ha «voglia né forze di fare la guerra a sé stessa». A quel tumore (lei) la protagonista dà un nome coreano “I am”, perché «usare un termine che veniva dall’altra parte del mondo poneva una distanza tra sé e la diagnosi che le pareva l’unica sostenibile in quel momento». In tutti i racconti le/i protagoniste/i, all’interno dell’anno di pandemia, vivono una crisi soggettiva e per sopravvivere emotivamente trovano soluzioni inedite e impreviste. Tutte/i non hanno un nome ma solo la voce con cui si raccontano. In ogni storia autobiografia e non autobiografia si mescolano e tutte insieme come in un mosaico ci restituiscono l’autrice con le sue idee politiche, le sue lotte, le sue convinzioni, la sua vita dopo la diagnosi, vissuta con la consapevolezza di non avere molto tempo da vivere ma abbastanza per prepararsi e preparare alla sua morte chi le vuole bene. Le tre ciotole da cui prende il titolo il libro, comprate dalla protagonista di una delle storie, sono quelle in cui l’autrice mangia un pungo di riso, qualche pezzo di pesce o di pollo e qualche verdura per tenere a bada gli improvvisi conati di vomito. Nel racconto della moglie che non vuole che il marito venga tenuto in vita dalle macchine c’è lei che dice «posso sopportare molto il dolore, ma non di non essere presente a me stessa. Chi mi vuole bene sa cosa deve fare». Lei credente in un Dio relazionale a quella donna fa dire «ho passato la vita a fare scelte per il bene di mio marito e alla fine non è stato diverso. Su quel letto in terapia intensiva […], non vedevo più l’uomo che avevo sposato. Non avevo scelta. Non so se Dio mi chiederà conto di aver creduto più alla sua misericordia che alla scienza». La malattia rievoca antiche insofferenze come quella per i piatti, legata ai suoi genitori che «si erano distrutti addosso interi servizi di piatti con una frequenza tale che quando raccoglievamo i cocci dell’ultima lite trovavamo ancora sotto al divano le schegge di quelle precedenti». Nel racconto della donna che odia i bambini ma acconsente a metterne al mondo uno per dare un figlio al suo amico d’infanzia e alla moglie e in quella del professore che dice di essere con sua moglie “in attesa” dopo «una gravidanza prima difficile, poi impossibile e infine surrogata», c’è il pensiero dell’autrice su quella pratica. Lei che conosce la fine della sua storia chiude il libro con il racconto di un rito, che ha inaugurato al suo cinquantesimo compleanno. La protagonista organizza «un pranzo di addio per la sorella morta con i suoi vestiti appesi agli alberi» perché le amiche e gli amici invitati potessero scegliere «il ricordo da portare via» e portarsi, così, «a casa un pezzetto di lei». Alla fine delle storie il libro si rivela il romanzo di una vita vissuta e l’accettazione della morte con serenità, coraggio e dignità.
(Il Quotidiano del Sud, 20 maggio 2023)
di Emi Monteneri
Il 10 maggio 1924 nasceva a Catania Goliarda Sapienza. Dai genitori, entrambi figure di spicco della sinistra italiana, riceve un’educazione alternativa alle scuole del regime fascista, improntata ad un forte senso di libertà. Scrittrice e attrice, ha lavorato con Luchino Visconti e Citto Maselli, suo compagno per tredici anni. Per celebrare quello che sarebbe stato il suo novantanovesimo compleanno, proponiamo un estratto dal volume collettaneo “Le personagge sono voci interiori”,
dove Emi Monteneri immagina una intervista impossibile a Goliarda Sapienza, a partire dai luoghi e dalle persone della sua infanzia.
Goliarda non è stato un amore a prima vista. L’ho conosciuta con colpevole ritardo. Inizialmente non riuscivo a superare le prime cinquanta pagine de L’arte della gioia: troppi delitti, troppo dolore. Non capivo. Non ero pronta. Poi l’incontro “vero”, che mi ha ricondotta alla lettura del romanzo, cioè a Modesta, legandomi a lei inesorabilmente. Ma l’esplosione amorosa è avvenuta con Io, Jean Gabin. Goliarda mi parlava, e si raccontava, costringendomi a ripercorrere la sua esistenza, e quindi la sua scrittura dove si ricomponeva un sistema che creava mondo, che creava un nuovo senso di vita. Allora ho dovuto superare un senso di colpa divorante: cosa facevo, cosa leggevo mentre lei si dibatteva tra mille difficoltà? Mi dava angoscia scoprire in me la stessa indifferenza, o ignoranza, che ha contraddistinto persone che la circondavano e che non ne hanno scoperto il giusto valore. Il riconoscimento di disparità agiva in me in modo imprevisto e infantile, ma scoprire le fragilità di colei che sempre più si configurava come una “madre simbolica” me la rendeva affettivamente vicina, anche se il tributo alla sua autorità mi imponeva un doveroso distacco.
È stata proprio la scrittura di Goliarda a consentirmi di riequilibrare le distanze e accostarmi a lei per un confronto sereno.
Oggi mi piace ritrovarla nei luoghi della sua infanzia e percorrerli insieme: la Civita, il cinema Mirone… Dialogo dai toni diversi, ora ciarliero, ora pacato, o muto, quasi interiorizzato, seguendo con pensieri sospesi la sua voce resa unica da quella inflessione catanese che tanto la fece penare all’Accademia d’Arte Drammatica, e che adesso fa eco e si dilata dentro di me. Goliarda, scrittrice, attrice e donna di spettacolo si è sempre rivolta al suo pubblico di lettrici e lettori in un dialogo continuo, come con un pubblico teatrale. Goliarda artista poliedrica ma semplice ed essenziale.
Alla radice della sua arte sta la ricerca inesausta di “purezza” che conduce alla libertà. Goliarda scrittrice e personaggia, mente e corpo della sua scrittura, che porta in giro e mostra sempre la sua essenza di donna libera, la cui origine siciliana, profondamente radicata, non coincide mai con alcuno stereotipo, che, anzi, irrispettosa, nella vita come nella scrittura, di tutti gli schemi preordinati, rompe e attraversa tutti i modelli stereotipati. Lei “odia” – come si può odiare un nemico, o, ciò che è lo stesso, un ostacolo alla libertà dell’esistenza – tutte le manifestazioni di miseria femminile: vittimismo, rinuncia, dipendenza affettiva e materiale, mansuetudine, e, come fa Virginia Woolf con l’angelo del focolare, semplicemente “le uccide” perché mortifere e indegne della grandezza femminile. Grandezza che lei riconosce alla sua magnifica e inafferrabile madre, la socialista rivoluzionaria Maria Giudice. In tutti i romanzi di Goliarda Sapienza, almeno in quelli che ho letto, individuo una ricerca ed un omaggio continuo alla grandezza materna, a partire da quella della propria madre.
La madre e la galera, argomenti non tanto lontani come potrebbero sembrare, saranno i temi brevemente trattati in questa “intervista impossibile”.
Ma ecco Goliarda mi/ci parla, attraversando il tempo e giungendo a noi con la ricchezza del suo pensiero e dell’amore di vita che trasmettono sempre le sue parole.
Goliarda Sapienza è nata a Catania nel 1924 e morta a Gaeta nel 1996. Dai genitori, entrambi figure di spicco della sinistra italiana, riceve un’educazione alternativa alle scuole del regime fascista, improntata ad un forte senso di libertà.
A partire dai sedici anni visse a Roma, dove studiò all’Accademia di Arte Drammatica. Negli anni Cinquanta e Sessanta recitò come attrice di teatro e di cinema, lavorando, tra gli altri, con Luchino Visconti (in Senso), Alessandro Blasetti, Citto Maselli, di cui fu la compagna per tredici anni. Al suo primo romanzo, Lettera aperta (1967), seguirono Il filo di mezzogiorno (1969), L’Università di Rebibbia (1983), Le certezze del dubbio (1987) e, postumi, L’arte della gioia (1998), romanzo di tutta una vita, a cui si dedicò per oltre dieci anni senza trovare alcun editore disposto a pubblicarlo; i racconti Destino coatto (2002), il romanzo Io, Jean Gabin (2010), Il vizio di parlare a me stessa (2011), raccolta significativa di appunti tratti dai suoi numerosi e famosi taccuini.
Intervistatrice: Che bello il tuo nome, Goliarda, bello e raro.
Goliarda: Mi hanno messo nome Goliarda. Mio padre me lo mise, essendo ateo, perché era un nome senza santi. Con questo nome, da bambina, mi sentivo sola: non c’era nessuna Goliarda o Goliardo in tutta Catania e, per me, in tutto il mondo. Cominciai a dire che mi chiamavo Maria: era il nome di mia madre, e quindi non doveva essere un furto troppo rilevante.
I.: Grande famiglia, la tua.
G.: Mio padre, l’avvocato Sapienza, era un socialista con il vizio dell’assistenza. I più lerci delinquenti lui li raccoglieva all’uscita dal carcere e li sistemava o a casa propria o in qualche ufficio così noi avevamo sempre qualche avanzo di galera che puliva i vetri, lucidava le scarpe o accendeva il fuoco. Anche donne. La nostra Tina, per esempio. Aveva una voce dolce e cucinava favolose frittate, ma nella sua giovinezza gloriosa aveva ucciso a colpi di lupara, mentre facevano l’amore, il fidanzato e la sorella. E poi c’era Zoe che di tanto in tanto la sostituiva e di notte si aggirava con un coltellaccio nascosto in seno. Aveva ucciso, a coltellate, la madre e ferito il fidanzato.
I.: E i tuoi fratelli?
G.: Ogni tanto venivano i fascisti a strapazzarli un po’ e papà correva in questura per farli rilasciare, ma quando zoppicando tornavano a casa, trovavano pronto brodo, bollito, e una bella bistecca da mettere sull’occhio nero. Troppe ne ho viste di queste visite.
I.: Il quartiere della Civita, denso di storia e di misteri, ti ha vista attraversarlo spavalda, imitando il passo di Jean Gabin, il tuo eroe. Oggi della Civita, cioè il quartiere di S. Berillo, sventrata nel 1954, resta ben poco.
G.: Quello che non hanno fatto i fascisti, lo hanno fatto i democristiani. La Civita, di notte, quando i bassi erano chiusi, svegliava i suoi mostri scolpiti in quella pietra affilata e nera, e cominciava a risonare di gemiti, grugniti, fiati lunghi di serpenti, meduse e melusine…
I.: Dove abitavi?
G.: In via Pistone. Di notte c’era sempre una scusa per far baldoria. La gente attiva, piena di vita, magra e scattante, insomma, antifascista, dorme poco e non si annoia mai. E se qualcuno del palazzo osava replicare, allora la lama del mio stocco verbale usciva dal legno a graffiare: non viviamo di marcia rendita borghese, noi! Né lasciamo che il Duce o un santo qualsiasi pensi a noi. Prova a vivere libero, e vedrai il tempo che ti resta per dormire.
I.: Come vissuto la tua infanzia? Andavi a scuola?
G.: I miei genitori non volevano che frequentassi la scuola fascista. La mia divisa di piccola italiana è stata bruciata sul terrazzo. Passavo lunghi pomeriggi al Cinema Mirone o all’Arena Bellini. In fondo a casa preferivano sapermi al sicuro dentro un cinema, al riparo dalle incursioni fasciste che devastavano la nostra biblioteca. È lì che ho visto La regina Cristina con Greta Garbo. Lì ho conosciuto Charlot, artista anarchico e libertario, lì ho cominciato a identificarmi in Jean Gabin, l’eroe della Kasbah.
I.: Ti conosco solo attraverso i tuoi libri, in cui esprimi un forte bisogno d’amore.
G.: Senza sale l’organismo muore, e in fondo non è grande danno, ma senza amore si diventa assonnati, fragili, avari, larve d’uomo. Ma non era facile parlarne in famiglia. Tutti a casa mia, anche le donne, erano contrarie a quella parola da donnette. L’unica ad ammettere che l’amore era degno di essere preso in considerazione era mia madre, ma la faceva così complicata! Doveva essere un amore libero da convenzioni, da ricatti psicologici o finanziari… Insomma era meglio stornare il discorso sulla Grecia antica, la politica o la filosofia…
I.: Tua madre, Maria Giudice! Grande intellettuale rivoluzionaria.
G.: Su Maria non mi soffermo perché, come mio padre, è conosciutissima: era stata pure lei in galera per il bene degli oppressi. Studiava, e allora dovevo studiare anch’io per diventare come lei. Ecco la donna che Jean non avrebbe potuto non amare, se l’avesse incontrata. È stato mio fratello Ivanoe che si è preso cura di me in modo materno. La zia Grazia si indignava: Povera figlia, che unghie! Non è possibile che tua madre non te le tagli mai! Diceva. Oh, ma che razza di mutandoni porti? Sembri incinta, povera figlia! È possibile che tua madre… Mia madre chi? Rispondevo. Ivanoe? Ma Ivanoe deve dare tre esami…
I.: Ma come ti vedevi, cosa volevi realizzare da grande?
G.: La mamma mi diceva: potresti diventare medico, avvocato, come tuo padre: preparati a diventare sindacalista come me, per quando il fascismo finirà.
I.: Lei in fondo era la tua difesa da un destino di donna chiusa in casa a fare figli, di una donnetta come diceva lei.
G.: Quando ho saputo che alla mia amica Nica era venuto il sangue e doveva stare a casa ad aspettare un marito, ho avuto orrore. Mi chiedevo se veniva a tutte le femmine. Anche mia madre l’aveva? Mia madre non aveva detto sono donnette che non sanno fare altro che aspettare un marito? E aveva anche detto tu Goliarda, non sei una donnetta. Infatti io non volevo un marito, ma un compagno, come lei…Sarei stata come mia madre e se non aspettavo un marito, il sangue non sarebbe venuto.
I.: Tu hai sempre manifestato distacco nei confronti di figure, legate alla tradizione del sud, che rimandano un’immagine di miseria femminile.
G.: Sono modelli pericolosi per le donne, ma anche per tutta la società. Donne come la signora Bruno, sacco nero sformato che apre la porta di casa con le mani umide di farina, che prega o frigge; o come la madre di Modesta che urla o tace; o come madre Leonora, la superiora del convento, che ricamava e pregava perché abitua all’umiltà e all’obbedienza. Diventerò anch’io una dotta? Domandavo. Pazzerella che sei! A che ti servirebbe se sei una donna? Rispondeva. La donna non può arrivare mai alla sapienza dell’uomo.
I.: Tua madre è stato per te il più straordinario modello di forza femminile. Mi chiedo quanta di questa forza contenga la tua personaggia Modesta.
G: Maria Giudice fa una fugace apparizione in L’arte della gioia, la cito tra le donne di riconosciuta autorità della nostra storia. Modesta ha la forza che conduce alla libertà, è il sogno realizzato di una vita libera.
I.: Ma l’equilibrio psichico di tua madre crollerà.
G.: Pazzia… Le è scoppiata tra le mani proprio quando il suo nemico cadde distrutto. Cadendo lui, si ruppe la tensione per la quale aveva vissuto estraniandosi da se stessa.
I.: L’hai assistita nella sua malattia per tre anni.
G.: Diventai madre di mia madre. Ora provo grande rimorso, ma mi vendicavo facendole vedere come si cura una figlia, lei che occupandosi solo della mia mente, mi aveva trascurata in tutti i modi.
I.: La fine tragica, segnata dalla pazzia, ha contraddistinto donne forti e autorevoli.
G.: Penso a Virginia Woolf suicidatasi dopo avere scritto Orlando: come può stare vicina a quest’atto assurdo tanta freschezza e fantasia gioiosa: cosa l’ha tradita? Io so cosa. Ha pagato il suo osare entrare tra i grandi senza tradire il suo essere donna. Spero di farlo anch’io col tempo. La follia sembrerebbe quasi un porto per tutte le donne che falliscono; allora perché anche per Virginia e per mia madre lo è stato? Probabilmente la loro riuscita non appagava il tribunale antico di donna che le giudicava traditrici per aver osato uscire dai limiti concessi. Per loro era una condanna che le faceva sentire in colpa e le rendeva infelici anche mietendo grandi successi. Quanto a me, probabilmente non diventerò mai pazza, ma disertrice mi sento già.
I.: Sei stata in carcere per un breve periodo. Che avevi fatto?
G.: Ti rispondo come a Giovannella, una piccoletta incinta incontrata a Rebibbia: sai cosa ho fatto per finire qui? Un lungo viaggio in Russia e in Cina che ha spazzato quel poco d’etica che mi era rimasta… Da dodici anni non riuscivo più a pubblicare una riga; per dieci anni ho lavorato a un lungo romanzo e nel frattempo tutto cambiava: amici, situazioni, rapporti. Ero scivolata da ultimo in un ambiente pseudo-libero, pseudo-elegante, e così ho rubato a una di queste pseudo-signore per punirla. O per punirmi? Insomma un bell’acting-out da manuale.
I.: In carcere hai imparato in fretta, suppongo.
G.: Lì sai subito chi sarai nella vita, non ti è concesso crogiolarti nel falso problema di cercare la tua identità. Non c’è differenza fra dentro e fuori. Le donne conosciute sono comuni, come quelle che si incontrano per strada. Il carcere è sempre stato la febbre che rivela la malattia del corpo sociale: continuare ad ignorarlo può farci ripetere il comportamento del buon cittadino tedesco che ebbe l’avventura di esistere nel non lontano regime nazista.
I.: La tua ricerca di verità cosa ti ha fatto scoprire in carcere?
G.: Queste donne conoscono l’arte dell’attenzione all’altro, sanno che dalla condizione di una dipende quella delle altre: attenzione e solidarietà a chi ti è amica, ostruzionismo a chi ti è nemica. Impossibile trovare sfumature in questo consorzio: lingue, dialetti, diversità di classe e di educazione sono spazzati via come inutili mascherature dei veri moventi del profondo. Questo fa di Rebibbia una grande università cosmopolita dove chiunque può imparare il linguaggio primo.
I.: Credi ancora che tenersi stretti al sogno sempre, e sfidare anche la morte per non perderlo mai, come affermi in Io, Jean Gabin, sia l’unica via possibile?
G.: Sento ancora la sua voce: La vita è lotta, ribellione e sperimentazione, di questo ti devi entusiasmare giorno per giorno e ora per ora. Vedi me, sono morto tante volte combattendo, eppure sono qui con te tranquillo a ricordare e gioire delle mie lotte, pronto a rinascere e a ricominciare…
questo è il segreto … da lui solo sgorga quella che comunemente chiamiamo Vita.
I.: Ti ringrazio Goliarda per la tua grandezza che arricchisce tutte e tutti noi e per quel grande amore di vita che trasmettono sempre le tue parole.
Estratto a cura di Emi Monteneri in “Le personagge sono voci interiori” a cura di Gisella Modica. Vita Activa, Trieste, 2016
(Letterate Magazine, 10 maggio 2023)
di Annalisa Ambrosio
Ci sono vite che vengono raccontate più spesso di altre e quella di Hannah Arendt è certamente tra queste. Forse il suo personaggio letterario è così interessante perché è polifonico e attraversa i generi in maniera libera e anticonvenzionale: europea naturalizzata americana, filosofa che finisce per passare alla storia come reporter, in pochi anni allieva prediletta di Martin Heidegger e pure di Karl Jaspers, è intellettuale e due volte moglie, ha svariate lingue all’attivo e amici famosi sparsi in tutto il mondo. Come materiale è piuttosto ghiotto per desiderare di scriverne, ma anche un ginepraio dal punto di vista storiografico, perché la sua esistenza interseca di continuo la Storia, e di lei si potrebbe dire senza troppa esitazione che – talvolta suo malgrado – si trovava là dove le cose accadevano e, quando non capitava, prendeva un aereo per andarci. Così, infine, se il romanzo di Hildegard E. Keller racconta di nuovo Hannah, il compito principale di ogni recensore è quello di chiedersi che cosa c’era da aggiungere ancora e qual è la qualità essenziale di questo racconto.
Prima di rispondere alla domanda, meglio spiegare brevemente com’è fatto il libro di 508 pagine, che è uscito da poco per Guanda. Intanto si parte dalla fine, perché il primo capitolo prende il titolo di L’ultima estate (trad. di Silvia Albesano), e si ambienta in effetti durante il viaggio per Tegna, meta svizzera della residenza estiva di Hannah Arendt, che poi è morta lo stesso anno a New York di un attacco cardiaco. Da qui, dall’ultimo anno di vita, si saltabecca nel passato e di nuovo nel futuro in un grande slalom che va da Manhattan a Colonia, da Berkeley a Gerusalemme e così via. Nonostante la mobilità sia spaziale sia temporale, il perno del romanzo resta l’estate svizzera, e questo non è un dettaglio da poco perché conferisce alla biografia una specie di stadio parallelo, di tempo non tempo, di calma, di lentezza particolare, come se paradossalmente il punto migliore dal quale osservare una vita come quella di Arendt non fosse il lavoro o l’opera, il segno che ha lasciato nel mondo, la vita activa, ma semmai il suo respiro intimo, il ritiro, la solitudine matura. In fin dei conti è in questo spazio non congestionato dal calendario o dalla corsa del mondo, contemplativo, che un intellettuale si mostra come tale di fronte a sé stesso, cioè sceglie liberamente di dedicare le sue ore a pensare, perché così si sente in vita, o sereno, al riparo dai colpi della fortuna. Oltre a non fare del romanzo un thriller, una simile impostazione scelta da Keller ha significato per lei affrontare una difficoltà tecnica spaventosa: non è semplice rappresentare l’affioramento del pensiero, spingersi a mostrare come ha pensato una persona realmente esistita, e farlo non tanto ripercorrendo il suo ragionamento, quanto invece simulando quel che capita quando flash, intuizioni, considerazioni nuove sorgono negli attimi di pausa, si affacciano da una balaustra apparentemente vuota.
Qui siamo di nuovo a Tegna, è il 1° agosto del 1975: «Alle sue spalle sentiva le auto che sfrecciavano sul ponte e una sorta di crepitio proveniente da Tegna, come fuochi d’artificio. Si riscosse, si sporse in avanti con cautela e aspirò a pieni polmoni la frescura che saliva verso di lei dall’orrido gorgogliante. I fiumi sono fondamentali, cari fiumi. È davvero un grande mistero come un piccolo torrente di montagna possa trasformarsi nel Colorado River. Senza fiumi la terra sarebbe perduta, ma l’orrido della Maggia è davvero unico. Nella sua ultima estate lì, anche Heinrich aveva sgranato gli occhi, quando si era trovato accanto a lei su quel ponte». Non è che un esempio di come Keller, che ora insegna storytelling all’Università di Zurigo, ha scelto di procedere e di gestire il palcoscenico.
Hannah guarda il panorama della valle e la sua meraviglia arriva dai sensi, pensare a tutti i fiumi del mondo è un bisogno che fa tutt’uno col respiro, ma tutti i fiumi del mondo con le loro ragioni si fondono fino a ritornare a coincidere con quell’unica visione dell’orrido davanti ai suoi occhi, perché qualcosa di più carsico affiora, ed è il ricordo di Heinrich. Oltre a essere ragionevolmente credibile e autentica, questa ricostruzione dell’andamento del pensiero ha il vantaggio, per l’autrice, di fare risvegliare visioni nelle visioni, ricordi nei ricordi. Al passato più lontano o più prezioso di Hannah, nel corso del libro, si accede la maggior parte delle volte così, con la tecnica dell’affioramento, casuale e non causale – dopotutto arriviamo a conoscerci abbastanza da comprendere che le figure della nostra mente ricorrono, si riverberano tra loro e non escono mai dal nulla. Anche se a prima vista una simile strategia di racconto potrebbe apparire lenta, una volta compreso il gioco, lo spazio contemplativo diventa confortevole per il lettore perché il più delle volte è caldo, sentimentale, è il luogo privilegiato degli amori presenti e passati di Hannah Arendt, ma anche dei suoi problemi più espressamente filosofici.
Questa descrizione dello stile e del taglio scelto da Keller per affrontare Arendt nel suo primo libro potrebbe indurre a pensare che il testo sia statico, seduto: non è così, non è un genere di romanzo in forma di terra desolata, senza altre persone eccetto la protagonista, è bello anzi notare come sia pieno di dialoghi con amici, mariti, ma anche con estranei o nuovi incontri che tra le pagine finiscono per brillare e diventare qualcosa. Tra questi svettano soprattutto le amicizie femminili, come quella con la poetessa Ingeborg Bachmann o con la giovane Annemarie, una ragazza che Hannah incontra per la prima volta alla redazione del giornale per cui lavora e di cui farà la fortuna, convincendo suo padre a lasciarle frequentare l’Università. Negli scampoli diffusi di abitudine e di mondanità si avverte il piglio pragmatico di Arendt, la sua capacità di tenere insieme le cose, i pensieri e le persone, di istituire cerchie di legami, nonché il suo stile di scrittura e di insegnamento.
Proprio all’insegnamento è dedicata una delle scene più vivide di tutto il libro.
Siamo a Berkeley, nei primi anni Cinquanta, e dopo la presentazione del corso in Political Science un ragazzo chiede alla professoressa Arendt di illustrare per cortesia le modalità d’esame, lei risponde: «Chi vuole un buon voto, nel mio corso, dovrà imparare a pensare, al di là dell’argomento, ma naturalmente possiamo pensare sempre e solo sulla base di contenuti concreti. Sarete voi a proporre gli esempi, non io». Di lì a poco si parlerà di totalitarismo, di comunismo, di lager, di democrazia, ovviamente di Europa e di America. Alla fine, Hannah dirà anche che cosa è strettamente necessario consegnare per superare l’esame, e diventerà un’insegnante piuttosto amata, per quanto divisiva. Tra le richieste più spiazzanti ai suoi studenti, poi, si registra quella di presentarsi in aula portando una poesia.
E proprio la poesia è un’altra grande protagonista di questo romanzo, che prende il titolo da alcuni versi di Hannah stessa: «Quel che siamo e sembriamo / oh, a chi importa. / Quel che facciamo e pensiamo / non toglie il sonno a nessuno». I suoi stessi versi le sovvengono mentre parla alla nuova amica Barbara del legame che aveva maturato con Walter Benjamin, negli anni prima che per lui fosse troppo tardi. È come un problema di matematica o di geometria di cui questi versi rappresentano solo la necessaria premessa senza poi fornire la conclusione e la soluzione, anche perché la poesia è appena iniziata e non finisce qui, come se l’invito di Hannah, nella strategia di Keller, fosse quello di sfidare i lettori ad andarla a cercare, a ritrovare la poesia, a leggerne il finale. È questa la fatica del biografo, prima, dopo e durante la ricerca: scontrarsi con una materia al tempo stesso incandescente e completamente inutile o indifferente, un sacro fuoco di paglia. Andare sempre più vicino al posto in cui brucia una vita, e trovarsi con un pugno di mosche, cioè a toccare con mano che alle fine tutte le vite si assomigliano e si esauriscono nel rapporto evanescente tra «quel che siamo e quel che sembriamo», appunto. Eppure, Keller ha scelto la seconda parte del verso per il titolo del suo libro, forse perché gli altri, per quanto di noi sappiano o abbiano studiato, non possono che limitarsi a dire quello che a loro è apparso.
Tra le pagine sono molto diffuse le citazioni di Arendt, delle sue poesie, degli articoli, dei saggi, delle lettere: sono preceduti e seguiti da un cambio di paragrafo come una piccola riverenza. Sono utili per dare ritmo e aria al testo, ma anche estremamente eloquenti rispetto alle scene raccontate. È evidente che sono stati disseminati con precisione laddove era importante dire qualcosa senza giri di parole, andando dritti alla fonte.
Un’ultima cosa da dire su questa biografia riguarda il suo rapporto con le urgenze del lettore, che hanno sempre un tratto morboso: sentire e vedere l’amore con Martin Heidegger, sentire e vedere il processo a Adolf Eichmann, magari sentire e vedere la paura di una giovane donna ebrea di fronte al Vecchio Continente in fiamme. Keller ha grande riserbo nei confronti degli aspetti più delicati o spettacolari della vita di Arendt, ce li fa arrivare illuminati da una luce circonfusa. Ci sono ma non sono il vettore principale, non sono il compimento di nessuna parabola. È un punto forte del libro che, una volta arrivati alla conclusione, un’illuminazione di altro tipo, più diretta, non ci sia mancata per niente. Abbiamo guadagnato anzi dei ritratti più delicati e altrettanto coinvolgenti, come nei capitoli iniziali dedicati al rapporto di Hannah con sua madre Martha. È un piacere sentirle parlare, vedere una figlia affezionata ma schiva e una mamma innamorata della sua figlia eccezionale. È un conforto, infine, accorgersi che anche per le più grandi personalità vale la regola che «Quel che facciamo o pensiamo», la gran parte delle volte, «non toglie il sonno a nessuno» eccetto che a nostra madre.
(Doppiozero, 9 maggio 2023)