di Giuliano Milani
Gabrielle Blair,Eiaculate responsabilmente,Feltrinelli, 2024, 143 pagine, 16,00 euro.
Mentre con una vera rivoluzione la Francia, primo paese al mondo, inserisce nella propria costituzione la libertà delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia esce questo libro che riformula il problema elencando ben 28 argomenti in favore della tesi per cui la responsabilità dell’aborto è degli uomini. Lo ha scritto Gabrielle Blair, designer, creatrice del blog Design Mom, madre di sei figli, mormona e convinta sostenitrice del diritto alla scelta per le donne. Partita da un thread del vecchio Twitter di qualche anno fa, Blair spiega in questo pamphlet che sono gli uomini a portare la colpa delle gravidanze indesiderate e che non è giusto che questo peso ricada sulle donne, le quali normalmente sono fertili 24 ore al mese, mentre gli uomini lo sono 24 ore al giorno. La contraccezione maschile è più accessibile e più facile da usare di quella femminile, provoca meno problemi, eppure l’attenzione di tutti resta concentrata sulle donne che subiscono – volenti o nolenti – tutte le conseguenze dei rapporti non protetti: gravidanza, parto o aborto. Elencando queste e altre ragioni con uno stile semplice, chiaro e grintoso, Blair punta i riflettori su un paradosso fondamentale, che rende difficile continuare a negare il peso che il patriarcato continua ad avere nel mondo attuale, anche nei paesi più ricchi.
(Internazionale, numero 1553, pag. 82, 8/14 marzo 2024)
di Guido Caldiron
Un percorso di letture alla vigilia delle elezioni presidenziali che si svolgono nel Paese dal 15 al 17 marzo. Analisi e letture dell’«era Putin», tra «generazione Z», affari e repressione. E inedite forme di resistenza. «Putinstan» di Giorgio Fornoni (Prefazione di Milena Gabanelli), per Chiarelettere, «I figli di Putin» di Ian Garner, per Linkiesta Books. Maria Chiara Franceschelli e Federico Varese raccontano repressione e opposizione a Mosca nel loro libro edito da Altraeconomia
«Il mondo è una foresta che brucia, con qualche persona minuscola che cerca di dominare le fiamme, mentre dall’alto cala ancora più orrore». Malgrado a questa immagine funesta faccia seguito un appello a non arrendersi all’oscurantismo e alla tirannia, le parole di Katja Martynova, tra le animatrici della rivista Doxa nata nel 2017 tra gli studenti e i ricercatori del campus moscovita dell’Hse, raccolte da Maria Chiara Franceschelli e Federico Varese in La Russia che si ribella (Altraeconomia, pp. 118, euro 12), non potrebbero suonare più adatte a descrivere il clima cupo che regna nel Paese. Questo, mentre Mosca si prepara alle elezioni presidenziali, in programma questa settimana, da venerdì a domenica, destinate a confermare il potere ventennale di Vladimir Putin e dopo due anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina che ha segnato anche l’avvio di un’ulteriore drammatica stretta alle libertà e ai diritti civili culminata con la morte in prigione di Aleksej Navalny.
Difficile semplificareo schematizzare, anche in assenza di affidabili indagini di carattere sociologico o demoscopico, la realtà di uno dei Paesi più estesi del mondo, che vanta comunque oltre 143 milioni di abitanti e rappresenta, malgrado le spinte all’uniformazione culturale che arrivano dalla Chiesa ortodossa come dal Cremlino, almeno in parte ancora oggi un crogiolo di culture e popoli. Ciò che però è possibile abbozzare, grazie ad alcune opere di recente pubblicazione, è il ritratto di cosa la Russia putiniana sia diventata, o sia in procinto di diventare, all’ombra di quell’intreccio di interessi economici, ultranazionalismo, repressione e rinnovati istinti imperiali, e bellicisti, che hanno caratterizzato il pieno approdo di tale società all’era post-sovietica.
La prima raccolta di istantanee ci è fornita da Giorgio Fornoni, da tempo collaboratore della trasmissione televisiva Report, che ha riunito in Putinstan (Prefazione di Milena Gabanelli, Chiarelettere, pp. 284, euro 19,50) i reportage e le inchieste che ha dedicato fin qui alla Russia proprio nell’intento di aiutarci a capire il presente, e forse il futuro, perlomeno prossimo, del grande Paese.
«Difficile capire i missili sulle città ucraine senza essere stati tra le macerie di Grozny nel 2000, senza aver vissuto la gioia dei giovani nella rivolta arancione in piazza Maidan nel 2014, senza aver conosciuto l’onestà intellettuale e l’integrità di una donna coraggiosa come Anna Politkovskaya, che ho incontrato varie volte nella redazione della Novaja Gazeta», sottolinea Fornoni, ricordando la coraggiosa cronista uccisa a Mosca il 7 ottobre del 2006, giorno del compleanno di Putin, probabilmente per aver denunciato proprio la deriva violenta e nazionalista di cui il presidente è l’emblema, oltre ai crimini di guerra di cui i russi si sono macchiati nel Caucaso.
Non a caso, Putinstan sceglie di raccontare quella che non esita a definire come la realtà di «uno Stato canaglia» lungo due traiettorie che finiscono per convergere in più punti. Da un lato ci sono gli affari e gli interessi legati al gruppo di potere di cui Putin è espressione, a cominciare dal controllo su Gazprom e gli altri colossi russi dell’energia, spesso frutto del modo in cui «l’economia di mercato» sbarcò nel Paese dopo il crollo dell’Urss sotto l’egida del clan Eltsin – «Putin non è un uomo del Kgb o dell’Fsb come si ritiene all’estero, ma è un uomo della famiglia Eltsin», spiega uno degli interlocutori russi di Fornoni. Dall’altro, le stesse mani che controllano saldamente l’economia, fino a far coincidere gli interessi personali con quelli dello Stato, sono spesso sporche di sangue.
L’inviato di Report identifica diversi elementi in tal senso: da quello che chiama «il calvario ceceno», dove Mosca ha condotto per più di 15 anni una guerra brutale all’insegna della «terra bruciata»; alla memoria non assunta del Gulag e dei crimini di Stato perpetrati sia in epoca staliniana che in seguito, l’ultimo tassello in tal senso è stata la messa al bando dell’associazione Memorial che era stata fondata da Andrej Sacharov; dal modo in cui la pena di morte, sospesa ufficialmente nel 1996, continua di fatto ad essere applicata nelle carceri russe dove «speciali squadre della morte» si occupano di «giustiziare» criminali ma anche oppositori politici (difficile non pensare al già citato caso di Navalny); all’attacco costante ai giornalisti indipendenti, che Fornoni, dopo averne incontrati alcuni, spesso in seguito messi a tacere dal regime, definisce «in prima linea» per il semplice fatto di rappresentare spesso i rari volti noti della critica al potere, un esercizio così raro che oggi a Mosca può costare la vita.
Dove si arresta l’analisi del libro di Fornoni, prende avvio la ricerca dello storico britannico Ian Garner che ne I figli di Putin (Traduzione di Anna Zafesova, Linkiesta Books, pp. 314, euro 22) sembra tirare le somme del clima che si è andato costruendo nel Paese nel corso dell’ultimo ventennio e che ha fatto da retroterra ideologico alla guerra in Ucraina. Così, l’«indagine sul nuovo fascismo russo» di Garner si sviluppa proprio intorno alle retrovie dell’invasione del 2022: quella in cui si è affermata la «generazione Z».
«La Russia – precisa Garner – è stata sommersa da simboli di mascolinità, religiosità e nazionalità che sono stati creati ad arte man mano che la guerra sfuggiva di mano ai militari. Immagini attinte dai vari passati della nazione – sovietico-religioso-zarista – vengono ricamate sulle giubbe dei soldati, sventolate dalle automobili, e appiccicate alle finestre delle aule scolastiche. La Z, il simbolo governativo della guerra, è ovunque. La televisione trasmette parate militari e manifestazioni “spontanee” a favore della guerra. E in Internet c’è un profluvio di meme, filmati e slogan che inneggiano alla gloria militare passata e presente della Russia zarista, sovietica, santa o putinista».
È per questa via che nel periodo che intercorre tra la prima elezione di Putin (2000) e la guerra a Kiev (2022), «partendo dai margini del Cremlino» e della politica, alcuni ideologi sono stati promossi al centro del dibattito nazionale come interpreti di potenti narrazioni fasciste. Facile pensare, al riguardo, a figure come quella di Aleksandr Dugin, teorico dell’estrema destra spesso ospite anche del nostro Paese. Descrivendo tappa per tappa dapprima la crescita dei gruppi fascisti nella società russa e poi il loro progressivo recupero, o almeno le loro idee, da parte dell’establishment putiniano, mentre lo scenario mutava, passando dagli spalti degli stadi ai social network, Garner racconta la progressiva militarizzazione della cultura giovanile e quella sorta di «nazionalizzazione delle masse» che si è andata operando in un Paese che, smarrite le promesse del futuro, sembra essersi rifugiato in una costante evocazione del proprio passato immaginario.
Il fatto che la Russia di Putin – e come si è visto fin qui non solo in virtù dei noti legami con l’estrema destra europea e internazionale, da Trump a Le Pen, passando per Salvini -, si sia trasformata in un simbolo della capacità delle culture reazionarie di «farsi Stato», non deve far però credere che non siano attive nel Paese forme di resistenza o di opposizione politica. Anche senza dover tornare ad evocare i nomi di Politkovskaja e Navalny, figure per altro tra loro molto differenti, proprio «contro» questa violenta deriva è attivo da tempo più che un vero movimento, molte e diverse forme di mobilitazione. In La Russia che si ribella, Maria Chiara Franceschelli e Federico Varese descrivono a un tempo le forme che hanno assunto le proteste e la repressione nel corso dei vent’anni di potere di Putin.
Se la violenza della repressione e i numerosi omicidi politici di oppositori hanno impedito che si sviluppassero strutture di massa in grado di opporsi al potere, proprio le proteste spontanee con cui decine di migliaia di russi si sono opposti due anni or sono all’inizio dell’invasione dell’Ucraina, segnalano come malgrado la brutalità del potere in molti siano ancora pronti perlomeno a cercare di far sentire la propria opinione critica. Franceschelli e Varese scelgono così di dar voce a cinque protagonisti di questa parte della società russa che non intende arrendersi né a Putin né alla guerra. Anche a costo, come già ricordato a proposito di alcuni noti volti dell’opposizione, di mettere in gioco molto di sé, se non davvero tutto. Ljudmila, Iann, Grigorij, Ivan e Katia, rappresentano generazioni, ambienti sociali, culture tra loro anche molto differenti: a unirli è sia la determinazione ad agire che la ricerca di forme di protesta che possano talvolta essere utilizzate anche individualmente, o comunque sottraendosi al controllo soffocante del potere.
Anzianeche, sopravvissute alla Seconda guerra mondiale, negano con tutte le loro forze l’utilizzo retorico della «Grande guerra patriottica» per giustificare l’invasione dell’Ucraina da parte della propaganda putiniana. Giovani universitarie che raccontano come le autorità abbiano messo a tacere anche le denunce di molestie avanzate dalle studentesse. Attivisti che non esitano a ritenere che «l’azione diretta» sia l’unica forma per opporsi a Putin, ma che sanno anche come solo l’esilio può permettergli di salvare la propria vita.
Nel racconto corale che prende corpo nelle pagine di La Russia che si ribella, che si chiude con un’utile «Cronologia dell’opposizione e della repressione 2000-2024» e un «Glossario della resistenza», c’è spazio anche per un pope di un piccolo villaggio della regione di Kostroma, «il primo e sino a ora unico esponente della Chiesa ortodossa a essere stato condannato per un sermone» contro la guerra in Ucraina. Questo, mentre il Patriarca di Mosca Cirillo è da sempre uno dei più validi alleati di Putin. Non tutto, forse, è perduto. Del resto, come racconta Grigorij, un docente dell’Università di Mosca che ora vive negli Stati Uniti: «In Russia c’è un modo di dire: prima dell’alba c’è il buio peggiore. Ora è molto scuro».
(il manifesto,12 marzo 2024)
di Franca Fortunato
Sarajevo 1992, Gaza 2024. Una città e una Striscia sotto assedio, bombardate e ridotte alla fame. Priscilla Morris nel suo romanzo di esordio “Le farfalle di Sarajevo” racconta il primo anno di assedio della città, il peggiore in termini di morti e distruzione. Lo fa ispirandosi alla storia del prozio, un pittore paesaggista che decise di restare a Sarajevo durante l’assedio. Lo fa attraverso i diari del padre che salvò i suoceri dal loro appartamento bombardato. Lo fa attraverso i racconti di vita quotidiana di amici, parenti e conoscenti. Lo fa con lo sguardo di una donna estranea alla logica della guerra, di amico e nemico, raccontando la vita, la resistenza quotidiana di chi come Zora, la protagonista, tra “combattere e morire” sceglie di “vivere”, mantenendo vivo il desiderio di continuare a dipingere, lei che ha sempre dipinto la sua Sarajevo, i suoi monti e gole, fiumi e foreste, moschee e chiese, e principalmente i suoi ponti ottomani «simbolo dell’unione dei popoli, incontro tra Oriente e Occidente». Zora racconta delle manifestazioni per la pace e dei “cecchini” che sparano addosso ai manifestanti «che portavano candele, cantavano canzoni di pace» e sugli striscioni avevano scritto «Sarajevo, mio amore», «Dite di no al nazionalismo, vogliamo la pace». Lei, serba, innamorata della sua città, vuole continuare a vivere insieme con musulmani e croati, salvando la sua umanità e quella della sua città che «è stata sempre esaltata come un modello di tolleranza». Vuole mantenere le relazioni con i vicini nel suo palazzone di dieci piani, dove musulmani, serbi e croati convivono in amicizia da sempre. Sarajevo assediata, privata dell’acqua, dell’elettricità, delle linee telefoniche, ovunque posti di blocco, ferrovia bombardata, aeroporto bloccato, strade in uscita barricate, è una città isolata dal resto del mondo. La sua gente è intrappolata, come oggi i palestinesi nella Striscia di Gaza dove l’unica scelta è tra morire di fame e di malattie o sotto i bombardamenti. A Sarajevo sparano alle persone in fila per il pane, a Gaza mentre lottano per un sacco di farina. A Sarajevo arrivano gli aiuti umanitari, a Gaza vengono bloccati e pochi «cadono dal cielo». Bombardamenti sventrano case, palazzi, bruciano la biblioteca nazionale e universitaria dove Zora dipinge e insegna. «Una catena umana» cerca di salvare più libri possibili mentre nell’aria volano «farfalle nere», «frammenti bruciati di poesia e arte che si incastrano nei capelli delle persone». Nell’incendio bruciano i quadri di Zora che nella pittura trova «rifugio che la conserva sana di mente». Dipinge sulle pareti del suo appartamento, dà lezione a Una, bimba di otto anni, fino a quando una bomba non l’ucciderà e organizza, con i suoi studenti, nel palazzo squarciato dalle esplosioni, una mostra d’arte mentre le scale del condominio sostituiscono i caffè, i parchi e i bar dove incontrarsi. Zora e i suoi vicini si sostengono a vicenda, dividono il poco cibo che hanno e passano le giornate del rigido inverno intorno alla sua stufa, unica del palazzo, e qui cucinano, mangiano, stanno seduti, parlano e a volte suonano la chitarra, cantano e ballano. Mirsad, il musulmano, racconta storie popolari e tiene aperta l’unica libreria esistente, dove «dà in prestito sulla fiducia i libri che gli sono rimasti in negozio e spesso le persone si fermano a parlare di quello che hanno letto, sedendosi in cerchio sugli sgabelli, come se tutto fosse normale». Zora vede il suo mondo sgretolarsi ma lei, lontano dalla sua Sarajevo, riprenderà a dipingere come prima perché «l’arte sconfigge la distruzione della guerra». La sua Sarajevo non esiste più, Gaza non esiste più. Chi salverà i palestinesi dalla catastrofe umanitaria?
(Quotidiano del Sud, Rubrica Io donna, 9 marzo 2024)
di Farian Sabahi
Di questi tempi l’Iran è di moda, e per questo motivo c’è chi si imbarca in progetti editoriali scrivendo di un Paese complesso, in cui non hanno mai messo piede e di cui non hanno competenze. Ma ci sono libri che, al contrario, sono frutto di un serio lavoro di ricerca e sono una valida lettura di approfondimento anche per gli specialisti di Iran e Medio Oriente.
Il primo si intitola Ero roccia ora sono montagna. La mia battaglia per la libertà delle donne in Iran e nel mondo, lo ha scritto l’alpinista professionista iraniana Nasim Eshqi con l’antropologa e regista Francesca Borghetti (Garzanti, pp. 170, euro 18). Come un fiore che sboccia nel deserto, la determinata Nasim è riuscita a perseguire i propri sogni e ad arrampicare dapprima in Iran e poi in altri Paesi, trasformando la passione per la montagna in un lavoro, riuscendo a mantenersi insegnando ad altre donne come affrontare la parete di roccia. Un libro appassionante, una lettura scorrevole, scritto quando ormai Nasim si era trasferita in Italia. Il documentario Climbing Iran (disponibile su RaiPlay) era invece stato girato da Francesca Borghetti quando Nasim viveva ancora a Teheran e cerca di conciliare da una parte il desiderio dell’autrice di comprendere l’Iran e, dall’altra, di riprendere l’atleta senza metterla in pericolo. Si segnala anche il podcast Nasim, Iran verticale del 2022.
Altrettanto intrigante è il diario di viaggio della motociclista britannica Lois Pryce che nel 2013 e nel 2014 ha compiuto due viaggi in solitaria dell’Iran con la sua Yamaha da cross. Nel libro Un viaggio rivoluzionario. Il vero Iran, in motocicletta (traduzione di Marina Cianferoni, pp. 240, euro 22), Lois racconta il suo primo viaggio: i timori, l’accoglienza calorosa, l’autonomia di un viaggio in moto ma anche la vulnerabilità di una donna che viaggia da sola per migliaia di chilometri. Un libro ricco di emozioni, al tempo stesso frutto di uno studio approfondito sulla storia e sulla cultura di un paese millenario, in cui si percepisce il registro di scrittura della giornalista che nel 2003 ha lasciato la Bbc di Londra per fare il giro del mondo in moto. A dare alle stampe il volume in italiano è La Mala Suerte Ediciones, una piccola casa editrice spagnola in Asturia, specializzata in libri che ruotano intorno alla storia della motocicletta.
Per un’analisi puntuale delle proteste innescate dalla morte della ventiduenne curda Mahsa Amini il 16 settembre 2022, si ricorda il volume Iran. Il tempo delle donne (pp. 172, euro 17,50) di Luciana Borsatti che a Teheran ha trascorso due anni come corrispondente dell’agenzia Ansa. Nulla è semplice quando si parla di Iran, afferma la giornalista, che ripercorre la cronaca delle proteste per soffermarsi sulla rivoluzione della Generazione Z, sul dialogo impossibile tra la leadership iraniana e la piazza, sulle divisioni della diaspora, sulla grande macchina dei social media e sugli scenari possibili. Arricchito da diverse testimonianze, il libro è dedicato al movimento Donna vita libertà e si apre con la prefazione dell’inviata di Rai3 Lucia Goracci.
Sempre sul tema dei diritti, nel saggio Iran, donne e rivolte (Scholé, pp. 160, euro 14) l’antropologa Sara Hejazi scrive che «districarsi per comprendere la natura profonda delle proteste in atto oggi è praticamente impossibile». Partendo dallo slogan Donna vita libertà, la studiosa italo-iraniana osserva come nella Repubblica islamica si registri il tasso di fertilità più basso del Medio Oriente
(1,3 figli a donna) e sempre meno giovani decidano di sposarsi. Dati di fatto, questi, che si spiegano con le contaminazioni con l’Occidente, grazie ai social media e ai parenti nella diaspora, ma anche con l’istruzione femminile diffusa, pure a livello universitario e tra le ragazze dei ceti sociali più tradizionali e religiosi, a cui lo Stato islamico ha permesso di ottenere il consenso delle famiglie per lavorare e guadagnare, entrando così a pieno titolo nella sfera pubblica.
(il manifesto, 7 marzo 2024)
di Fiorella Fumagalli
A Milano abita da oltre vent’anni nel quartiere Isola, che considera un osservatorio ideale per i suoi studi di politiche urbane. Lucia Tozzi, saggista indipendente originaria di Napoli, incontra il pubblico sabato 24 (ore 18.00) alla Libreria delle donne insieme a Maria Castiglioni, psicologa attiva nei gruppi di mutuo aiuto. Al centro della riflessione il tema “Com’è bella la città!”, basato sugli ultimi due libri di Lucia Tozzi. L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane (“Rasoi” Cronopio, Napoli) e Le nuove recinzioni (Carocci, Roma), che raccoglie tre scritti: il suo riguarda la finanziarizzazione dell’abitare sociale a Milano; gli altri, di Stefano Portelli e Luca Rossomando, vertono sul “furto” dell’edilizia calmierata a Roma e i Quartieri Spagnoli di Napoli al tempo del turismo di massa. L’analisi dell’autrice colma un vuoto di pensiero critico: che cosa c’è dietro il modello Milano, la città “che non si ferma mai”? La risposta non risparmia la nostra città alla pari di New York, Hong Hong e Lagos: «Le grandi metropoli globali si assomigliano un po’ tutte, stessi problemi e stessi vizi», perché «in competizione tra loro, cercano di attirare chi viene da fuori ma, forse, hanno smesso di pensare alle esigenze di chi le città le vive».
L’immagine splendente assunta da Milano con l’Expo 2015, ragiona l’autrice, non corrisponde a una trasformazione vera, ma è l’effetto di una campagna di marketing di successo «ottenuto spostando le risorse materiali e intellettuali destinate alla produzione di cultura, ricerca, servizi di welfare verso la costruzione di una facciata, la metropoli globale del lusso». Chiusa ai giovani e con affitti alle stelle, aria irrespirabile e periferie consumate, la città della “disuguaglianza programmata” si dovrebbe risvegliare dalla fiaba disneyana del benessere diffuso: «Come avvenne agli albori del capitalismo, quando signori e nobili recintarono terre e beni comuni per accumulare la rendita, oggi gli imprenditori locali e le élite che possiedono la maggior parte della ricchezza mondiale ambiscono ad appropriarsi di tutto».
(la Repubblica, TuttoMilano, 22 febbraio 2024)
di Donatella Borghesi
La scossa emotiva che è seguita al femminicidio di Giulia Cecchettin ha segnato un cambiamento di clima: che sia arrivato il momento di ascoltarsi, uomini e donne? Gli uomini hanno cominciato a parlare di sé, a interrogarsi sul patriarcato – a volte sinceri, a volte no, spesso a sproposito, “a schiovere”, come direbbe Erri De Luca – ma chissà se ascolteranno la voce delle donne. Sicuramente è il momento giusto per chiedersi quello che si ripete da tempo la filosofa Annarosa Buttarelli: «Per quale ragione le pensatrici di tutti i tempi non sono state ascoltate, né dai filosofi accademici né dalla cultura corrente, nonostante abbiano indagato bene e male con esiti sorprendenti?»
Proprio al bene e al male – con la minuscola, attenzione – è dedicato un saggio-manifesto appena uscito, dal titolo Bene e male sottosopra, la rivoluzione delle filosofe (Tlon editore), che sembra rispondere a un’ispirazione quasi profetica, e della profezia ha l’andamento acceso e fortemente etico. Formatasi nel pensiero della differenza sessuale, sostenitrice della “presa di autorevolezza” (il suo Sovrane, l’autorità femminile al governo ha avuto più edizioni) e fondatrice della Scuola di alta formazione per donne di governo, Annarosa Buttarelli ha sentito l’urgenza di scrivere queste pagine proprio sotto la spinta emotiva di troppi femminicidi avvenuti a pochi giorni di distanza uno dall’altro. «Dobbiamo pensare l’impensato, se desideriamo uscire dall’agonia in cui il mondo è precipitato». Il suo percorso – senza dimenticare gli echi di Platone, Sant’Agostino, Spinoza – segue una genealogia femminile non cronologica, ma di desiderio, mente e cuore insieme. A cominciare da Eva (proprio lei, la prima donna), e poi Simone Weil, Hannah Arendt, María Zambrano, Carla Lonzi, Françoise Dolto, infine scrittrici come Flannery O’Connor e Iris Murdoch, tutte voci di un “sottosopra” filosofico che individua nel pensiero antitetico, duale, il responsabile della rovinosa crisi attuale della civiltà europea-occidentale.
Cominciando dalle origini, dall’Antico Testamento. Ricorrendo a un testo importante della mistica ebraica, Il male primordiale nella Qabbalah di Moshe Idel (Adelphi), Buttarelli smonta la simmetria “primordiale” tra il bene e il male, che fa da contrappunto all’altra simmetria della nostra cultura, quella maschile/femminile. Si riteneva che il male anticipasse il bene, cioè fosse emanato per primo, e quindi secondo la Qabbalah dalle prime manifestazioni divine, dalle sefirah. «Ho imparato finalmente che Pensiero, Sapienza e Discernimento sono attributi del male femminile», scrive Buttarelli, «sono attributi di Eva, colei che ha spaventato l’umanità perché ha saputo discernere il bene dal male, ha saputo insegnare a fare le differenze: era la Madre Pensatrice. Mi pare molto interessante sapere che tentare di spezzare l’Uno, come capita di fare a chi osserva con coraggio e lucidamente la realtà “inferiore” terrena, è stato inteso come “male” che spezza il sogno di unione assoluta, radicato nell’antropologia maschile». Trovo echi della necessità di questa rottura anche nell’analisi che ha fatto Stefano Levi della Torre in Dio, edito da Bollati Boringhieri. «La Bibbia configura un Dio che non ha responsabilità solo del bene, ma anche del male. Dio è concepito come vivente, dignitosamente non scarica solo su altri viventi, umani o demoniaci, la responsabilità del male, ma afferma la propria responsabilità sulla tensione tra bene e male che è inerente alla vita. Ciò si riflette anche nella sorprendente invocazione della preghiera ebraica e poi cristiana del Padre nostro: non indurci in tentazione, che attribuisce a Dio attitudini tipicamente demoniache».
Ma torniamo al lavoro di Annarosa Buttarelli, che riparte da Simone Weil, la ragazza ebrea che stando dalla parte degli ultimi si è consumata facendosi “campo di battaglia” (come farà anche Etty Hillesum nel campo di concentramento). «Non si può sapere ciò che un uomo ha in mente quando pronuncia una certa parola (Dio, libertà, progresso…). Il bene che c’è nella sua anima lo si può giudicare solo mediante il bene che è nei suoi atti, nell’espressione di pensieri originali», scrive Simone Weil. È l’inizio di una metafisica sperimentale o meglio sperimentante, che svilupperà soprattutto la filosofa spagnola María Zambrano. Buttarelli sottolinea come Simone Weil abbia anche una dimensione soprannaturale e inappropriabile del bene: «Dio è il Bene. Non è una cosa, né una persona, né un pensiero. Tuttavia, per afferrarlo, dobbiamo concepirlo come una cosa, una persona, un pensiero». E molto precisa è la sua visione del male: è l’attaccamento del desiderio alle cose terrestri, è la mancanza del limite, la dismisura, l’avidità di impossessarsi di tutto il peccato originale che perseguita la condizione umana.
Il bene è negli atti, quindi. Per analizzarli la filosofa Buttarelli, che detesta il politicamente corretto, il moralismo giudicante e la retorica dei buoni sentimenti, ricorre alla psicoanalista lacaniana Françoise Dolto, e prende il suo commento alla parabola evangelica del buon Samaritano. Che non è un “buono” qualunque, ma uno che ha fatto solo ciò che occorre, ciò che è necessario, e poi se ne va. Scrive Dolto: «È un samaritano… non un intellettuale di sinistra dell’epoca. Non è neppure una colonna della sinagoga. Fa parte di quella gente che non ha nulla di cui gloriarsi: niente Chiesa e poche virtù. Persone molto vicine alla natura, non certo uomini spirituali. Egli è così com’è! Un uomo materiale, pratico». Ecco, bisogna imparare da chi “fa” qualcosa, lasciando perdere chi non fa. Il “sottosopra” di Dolto consiste proprio in quell’andarsene senza chiedere nulla in cambio, neppure un grazie o un dovere di riconoscenza. Per sentirsi “prossimo”, concetto e valore oggi dimenticato, rilanciato da Dolto: «Il nostro prossimo sono tutti coloro che la sorte ha messo sulla nostra strada, che c’erano quando avevamo bisogno di aiuto e ce lo hanno dato senza che noi lo chiedessimo, e che ci hanno soccorso, senza nemmeno più conservarne il ricordo… Tutti coloro che come fratelli e sorelle ci hanno preso sotto la loro responsabilità fino a quando avessimo ripreso le forze, lasciandoci poi liberi di proseguire per la nostra via, sono stati il nostro prossimo». Questo passaggio potrebbe essere il senso di un cambio di civiltà, sottolinea Buttarelli, «che ci metta di fronte alla perdita del senso di responsabilità, alla cattiva psicologia che invita a prendersi cura solo di sé, alla cattiva filosofia che sostiene ancora l’individualismo e il narcisismo, alla cattiva politica che conosce solo il dettato moralistico del tutto astratto dalle necessità concrete, che non riguardano solo la sopravvivenza ma soprattutto il vivere in relazione». Per ritrovare quella “corrente d’amore” di cui Dolto parla in Il gioco del desiderio e in La libertà d’amare. Come diceva in fondo Sant’Agostino: «Ama e accetta tutti i rischi».
Parlare del male senza ricorrere a Hannah Arendt non è più possibile dopo la sua illuminazione sulla “banalità del male”, quella che portò alla Shoah (La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli). Definita da Buttarelli «l’unica pensatrice tra i filosofi novecenteschi che ha saputo dare un nome definitivo al male incarnato», quello che fa strame della vita umana perché è scontato e convenzionale, Arendt ci conduce «all’imprescindibile presa di coscienza che il male è il prodotto di un agire ordinario, comune, e invisibile ai più». Arendt si rivolge direttamente a Eichmann dicendogli che in politica obbedire agli ordini è la stessa cosa che appoggiarne la politica, in questo caso lo sterminio del popolo ebraico, e non ci sono alibi che tengano. «Hannah Arendt ha visto che non pensare, non sapere, non ricordare, non decidere autonomamente sono proprio tra i fondamenti della diffusa capacità di fare banalmente, insospettabilmente, da gentili vicini di casa, il diffuso male quotidiano che ormai, anche oggi, di nuovo, si fatica a intravedere».
Pensando al male di oggi, dalle guerre su guerre ai femminicidi quotidiani, si ha un attimo di trasalimento quando si arriva al titolo «Pregare, non domandare, augurare giustizia a chi fa del male». Buttarelli sconfessa ogni tentativo di etica razionale per fronteggiare il male, il male non si può correggere cercando di dimostrare la verità, o cercando il compromesso morale ammettendo che l’odio ha un’energia superiore rispetto al bene. «Ribadisco l’esistenza dell’innocenza», sostiene l’autrice. E qui ricorre all’amata María Zambrano, che scrive in Il sogno creatore (Bruno Mondadori): «Accettare perfino lo sbaglio non commesso, il male non compiuto, farsi carico di tutte le possibilità del male, oltrepassare ogni confine senza ormai sapere e senza voler sapere, dal momento che non è possibile, poiché l’essere e il non essere nel bene e nel male eccedono l’umana conoscenza».
Il male resta un mistero, e nel male ci può essere anche piacere, lo ricorda Hannah Arendt, in una lezione tenuta a New York nel 1965, quando combatteva i continui tentativi di giustificare e razionalizzare il male che si impossessa della Storia: «Infine per noi, e per l’esperienza che abbiamo fatto (nazismo, fascismo, olocausto), c’è la più seria delle perplessità: l’evasione, l’aggiramento, o la giustificazione della malvagità. Se la tradizione della filosofia morale (distinta dal pensiero religioso) concorda su un punto da Socrate fino a Kant e, come vedremo, fino ad oggi, esso concerne l’incapacità umana di compiere il male deliberatamente, di volere il male per il gusto del male. A essere precisi, l’elenco dei vizi umani è antico e assai lungo, e visto che non vi mancano la gola e l’accidia (in fondo vizi piuttosto secondari), è piuttosto curioso che non ci sia il sadismo, il puro e semplice piacere di causare e contemplare il dolore degli altri. L’unico vizio che a buon diritto possiamo definire il vizio di tutti i vizi per lunghissimi secoli. È possibile che sia sempre stato abbastanza diffuso, ma di solito è relegato alla camera da letto e solo di rado trascinato in tribunale».
Ma allora che fare? Proviamo a guardare all’autorità femminile custode millenaria del bene-giustizia, suggerisce: «Quali pratiche hanno seguito le donne che non si sono regolate costruendo morali, e non si sono fatte proteggere dalla consolazione delle buone azioni a tutti i costi o del perdono facile? In mancanza di morali e di prescrizioni protocollari, si mostra anche l’altro lato del problema: come evitare di rendersi complici del male contingente, come evitare di aggiungere al male subìto il male della vendetta, come evitare la risposta suicidaria o omicida? Cosa resta da fare?».
La risposta è non chiedere il perché del male – «l’assidua resa dei conti tra i maschi e Dio».
E, a proposito dei femminicidi, la filosofa ricorda come per le donne l’abisso della disumanità è spalancato da millenni e si attiva ogni giorno in tutto il mondo, anche se a volte ce ne dimentichiamo. La misoginia è una crudeltà che si esprime anche in forme molto sofisticate, tanto da ingannare la percezione di donne non allenate a cogliere i comportamenti offensivi dei “loro” uomini. Chiedere perché mi fai del male, perché fai il male è una domanda pericolosa: costringe ad alzare la posta, istiga alla rabbia, e la vittima rischia di restare tale per sempre, nella dipendenza fatale dal proprio carnefice. Augurare il giusto al male, anziché maledirlo. Sottraendogli giustificazioni e benevolenza.
Con una sapienza intuitiva, ci dice Buttarelli, è quello che hanno fatto da sempre le donne, una forma di politica passiva, un «ti auguro che…» rivolto a chi lo sta compiendo. Non lo ha fatto forse Antigone predicendo il futuro a Creonte? E qui entrano a sorpresa le due scrittrici a cui attinge: Iris Murdoch, che ha scritto La sovranità del bene, e Flannery O’Connor, la scrittrice preferita di Tarantino, autrice di Nel territorio del diavolo e Il cielo è dei violenti. «Il cortocircuito che si crea nel destino umano tra bene e crudeltà è da entrambe accettato come misterioso, ma la ricerca tutta interna alla condizione umana permette a Murdoch di concepire l’amore, cioè uno dei nomi del bene, come inseparabile dalla giustizia e dal rispetto del reale». Un assoluto essere-per-nessuno-scopo. Un amore austero per il Bene privo di consolazione. È l’amore necessario di Carla Lonzi per un universo senza risposte. E infine Flannery O’Connor ci regala un sorriso: nel racconto Un brav’uomo è difficile da trovare un Balordo feroce assassino è smascherato da una vecchia signora, che con una semplicissima frase gli toglie il piacere della crudeltà.
(Doppiozero, 13 febbraio 2024)
di Alessandra Pigliaru
Non è una ragazza qualsiasi colei che spunta dalle pagine del libro di Stefano Raimondi, L’Antigone (Mimesis, pp. 120, euro 12). Storicamente individuabile nella figlia di Edipo e Giocasta, è sì la straordinaria figura sofoclea ma, nella lettura di Raimondi, risente delle differenti suggestioni e rappresentazioni che di lei ci sono state consegnate, in particolare nel corso del Novecento. Letterarie e filosofiche, una fra tutte – dopo quella di María Zambrano – appartiene a Simone Weil che la descrive diversa dalla timida sorella Ismene.
È infatti Antigone una creatura non comune, piena di coraggio e cuore amoroso. Ed è proprio sull’amore che punta la prefazione di Chiara Zamboni, cogliendo la sessuazione riconosciuta dall’autore, poeta e critico letterario, che segna l’emersione di una donna il cui nome suggerisce con probabilità un’etimologia riferibile al contrasto e alla sostituzione. Vicenda tragica e originaria, quella raccontata da Stefano Raimondi nel suo «recitativo per voce sola», narra di solitudine costitutiva, di un essere umano eccentrico e solitario che tuttavia non esita un istante nello scegliere il bene di un altro essere umano.
L’Antigone però, con quell’articolo davanti, diventa anche topos laterale di memorie collettive, dove si affastellano dilemmi più sentimentali che morali, non cedendo a una certa vulgata che ne ha voluto indicare l’eccesso pulsionale. Bisogna piuttosto stare più accanto a ciò che scrive Luce Irigaray (in diversi testi): la rivoltosa tebana, per esempio, sa distinguere le forme dell’amore, soprattutto «vuole essere il tutto che è in quanto essere vivente. Vuole vivere e non morire».
Ecco perché appare convincente quanto Raimondi immagina che lei dica in proposito: «Qui smetto, ma non di morire, ma di vivere recisa. Ho lasciato dei bulbi, e della terra vicino alla porta della mia casa. Ho lasciato un cielo e delle nuvole ricolme sopra il mio tetto. Li ho lasciati come auguri, come carezze mai date a nessuno».
Creonte, a questo punto, è un interlocutore ancora più indegno di quanto lo ricordiamo, oltre che ingiusto, è lui l’essere in effetti a essere radicalmente in contrasto, ma al vivente. E il monologo poematico depositato nel libro – con una efficace postfazione di Niccolò Nisivoccia e le illustrazioni di Mario Cresci – è il cascame letterario e tutto novecentesco di una riscrittura aperta che deriva non tanto dalle contemporanee rivisitazioni dei classici, quanto da una ermeneutica dei testi foriera di contaminazioni più che di invenzioni. Se la postura di Antigone è qui reietta, diseredata, presagio di abbandoni e maledizioni, Raimondi ne coniuga il tenore politico.
Nelle sue brevi prose poetiche l’autore accoglie la lucidità di una donna che seppellisce il proprio fratello nonostante il divieto e a scapito della sua stessa sorte. Se l’amore è dunque un probabile luogo di scorticati, per dirla con Roland Barthes, è all’attenzione e all’attesa orante che ci si rivolge. Il suo essere “pietra d’inciampo” è memoria di altri teatri violenti della storia dell’umanità, non c’è allora legittima e necessaria custodia del sangue famigliare là dove non si riconosca il volto degli ultimi, dei soccombenti, degli scacciati, dei condannati.
Questo «Io» è in frantumi, questa parola in rovina a sovvertire plasticamente categorie estetiche rifugiandosi in un interno. Arriva dalla tomba, da una prigione, da un riparo anonimo di dolore o da una stanza di pietra – sembra dirci Antigone.
Allora cos’è che manca, tanto da produrre esitazione? Simone Weil risponderebbe forse la verità, ma in primis a disabitare è l’amore, descritto sommamente nella poesia dell’inglese George Herbert dal titolo appunto “Love” e che lei ripete, simile a un mantra. La traduzione che ne fa la filosofa francese la si può leggere nel volumetto Attenzione e preghiera (Meltemi, pp. 139, euro 12, prefazione di Chiara Giaccardi, introduzione e cura sapiente di Marco Dotti, postfazione di Maria Clara Lucchetti Bingemer). Più di una semplice raccolta, i testi che vengono consegnati, datati tra il 1940 e il 1942, sono allenamenti di radicalità e intransigenza, due qualità che legano la traiettoria di amicizia, storica, politica e spirituale con Antigone e altre creature libere (e che non a caso sono state, e sono ancora, di orientamento per il femminismo).
Se l’amore dà il benvenuto a chi si pensa «ingrato» e «meschino», chiede a chi gli sta dinanzi di cosa ha bisogno invitandolo a sedersi e assaggiare il suo cibo. Ecco forse cosa colpisce Weil della poesia di Herbert, imparata a memoria come una preghiera il cui significato è depositato in altre pagine, quando la filosofa scrive che «Gli sventurati non hanno bisogno di nulla al mondo se non di uomini (intesi come esseri umani, ndr) che prestino loro attenzione. La capacità di prestare attenzione agli sventurati è una cosa molto rara, molto difficile. È quasi un miracolo. È un miracolo. Quasi tutti coloro che pensano di avere questa capacità non ce l’hanno. Il calore, l’impulso del cuore, la pietà non sono sufficienti».
Perché in fondo, prosegue Weil, l’amore nella sua pienezza si sostanzia nel saper domandare: «Qual è la tua ferita? Qual è il tuo tormento?». Se attenzione e amore sono inestricabili fili di uno stesso sguardo capace di fare spazio, di allargare la vista mostrando il movimento in cui «l’anima si svuota» è possibile che ci troviamo frontali, ancora una volta, a un apprendistato che potrebbe diventare mistico.
In che termini questo esercitarsi risponda alla esplorazione di sé, come del mondo, lo raccontano magistralmente le donne. Se ne è accorta anche Victoria MacKenzie, scrittrice e poeta, che nel suo romanzo d’esordio, Abbi pietà del mio piccolo dolore (il Saggiatore, pp. 170, euro 17, traduzione di Viola Di Grado) lascia che Margery Kempe e Giuliana di Norwich raccontino di sé stesse fino al loro incontro, in Inghilterra intorno al 1414. Due ritratti che potrebbero essere accolti anch’essi come “recitativo per voce sola”, perché il libro è costruito attraverso brevi inserti che procedono indipendenti e che indagano, in prima persona, ciò di cui le due mistiche inglesi hanno fatto esperienza.
Intanto un affacciarsi, senza esitazione, come si confà all’amore, al viaggio spirituale che non è mai neutro perché si avvia dai corpi sessuati. Se Margery Kempe, analfabeta e appartenente alla classe mercantile, lascia il marito e i quattordici figli per pellegrinare tra Roma, Assisi, Gerusalemme e Santiago di Compostela (le sue memorie sono state dettate e rappresentano la prima autobiografia in lingua inglese), nel caso di Giuliana di Norwich le sue visioni sono state raccolte nelle Rivelazioni dell’amore divino.
Tra perdite, ritrovamenti fortuiti e altre storie che hanno interessato entrambi i testi dopo la morte delle autrici, l’operazione condotta oggi da MacKenzie non ambisce a essere una ricostruzione troppo veritiera, sia pure non interferisca eccessivamente con la verità dei fatti. È tuttavia occasione di ripercorrere la parabola della solitudine di due donne che, per espressa volontà, decidono di incontrarsi e pensare insieme.
Di parlare insieme, per la prima volta, di malattia, maternità, lacrime, rivolte. Raccontano delle persecuzioni, hanno i segni di peste e disobbedienze, osservano il senso di un esistere che non è unicamente terreno e che, anche in mezzo alla perdita e alla violenza, trova spazio, prima segreto e poi pubblico, per parlare di Dio. A lui interessano i fondali marini in cui cammina Giuliana che, nel ricordo, ondeggia insieme alle alghe nella corrente, «come il nocciolo che dondolava al vento fuori dalla mia finestra». Non può esserci esitazione, anche se a fronte di «un carico enorme / appeso a un filo sottile», chioserebbe Anne Sexton, dalla stanza di Norwich alle terre di Margery.
Le parole di Antigone, come quelle di Simone Weil e delle protagoniste del romanzo di MacKenzie, saettano allora tra i secoli suggerendo attenzione e amore come antidoti ai numerosi e diversi tipi di esilio a cui condanna la Storia. E agli altrettanti rifiuti. Parlare dunque, e agire, soprattutto quando troppa e ammutolente è la violenza che imperversa nel presente, il nostro come il loro.
(il manifesto, 7 febbraio 2024)
di Nuccia Nunzella
150 anni fa nasceva Gertrude Stein, scrittrice e poetessa statunitense che visse da mecenate nella Parigi delle avanguardie artistiche, cambiando per sempre il mondo dell’arte e della cultura.
Un anniversario è un anniversario è un anniversario
«Aveva una grande spilla rotonda in corallo e quando parlava, decisamente poco, o rideva, molto di più, era come se la sua voce uscisse dalla spilla. La sua voce era diversa da tutte le altre: profonda, piena, vellutata, come quella di un grande contralto, come due voci insieme» scrive Alice Toklas nel memoir What is remembered, a vent’anni dalla morte di Gertrude Stein, suo grande amore e insostituibile compagna di vita. E a noi lettori sembra che il famoso ritratto di Gertrude, con cui Pablo Picasso inaugurò la sua fase cubista, prenda vita e ci spinga con quella voce “che sembrano due” a rompere ancora una volta con stereotipi e luoghi comuni sia nella rappresentazione artistica sia nella vita reale.
Siate uniche, siate unici sembrano dirci Gertrude e Alice.
Nata il 3 febbraio 1874 a Pittsburgh in Pennsylvania da una ricca famiglia tedesca di origine ebraica, la giovane Gertrude approfitta fin da subito di una invidiabile offerta culturale che la porta a laurearsi in breve tempo in filosofia e in biologia e a intraprendere immediatamente dopo corsi universitari di psicologia e di medicina. Una generica delusione di fondo e alcune complesse vicende legate alla sua omosessualità spingono Gertrude a interrompere tali studi e a far rotta su Parigi insieme a suo fratello Leo, come lei curioso e appassionato di quell’arte che lì custodisce il suo fulcro vivo e pulsante.
È il 1902, e chiunque nutra aspirazioni artistiche è a Parigi che vorrebbe trovarsi, per partecipare a quella primavera di movimenti, idee, sperimentazione di linguaggi nuovi e di rottura che come per magia sembra fiorire in ogni angolo della capitale francese. Leo e Gertrude scelgono la Rive Gauche, la mitica, e al numero 27 di Rue de Fleurus inaugurano quella che ben presto diventerà la più importante galleria d’arte del primo Novecento, crocevia di ogni avanguardia artistica che si rispetti. Memorabili gli incontri del sabato sera quando, in una ahimè improbabile inversione temporale, vi si potrebbero ancora incontrare Picasso, Cézanne, Matisse, o Marie Laurencin che discutono di cubismo, e i poeti Max Jacob e Guillaume Apollinaire che recitano i loro versi mentre un giovanissimo Ernest Hemingway è intento a scrivere di quella travolgente bohème nel suo Festa mobile.
Un elenco definitivo degli artisti e degli scrittori scoperti, ospitati e sostenuti da Gertrude (e promossi da Leo) è impossibile, salta sempre fuori un nome in grado di stupire, come quello di Alfred Stieglitz, ad esempio, il grande fotografo che per primo decise di pubblicare i saggi di Gertrude su Matisse e Picasso, per i tipi di Camera Work.
Oltre a governare col suo magnetismo quell’irripetibile universo culturale (che a volte sembra quasi travolgerla), Gertrude lavora, scrive, sperimenta nella scrittura la rivoluzione della forma avviata dai suoi amici pittori. A proposito di Teneri bottoni, opera ermetica in cui il linguaggio letteralmente esplode, contravvenendo a ogni codice o convenzione, scrive:
«Avevo delle cose sul tavolo, un bicchiere o qualsiasi altro oggetto, e cercavo di averne un’immagine chiara e di creare, separatamente nella mia mente, una relazione tra le parole e le cose che si vedono».
E mentre qualche critico dice che con i suoi scritti Gertrude Stein non vuole rappresentare la realtà ma mostrarci come sia il linguaggio a costruirla, lei afferma senza tentennamenti:
«Io sono una scrittrice cubista».
Vulcanica, irrefrenabile, instancabile, si cimenta nei generi letterari più disparati, fino ai libretti d’opera come quel The mother of us all, da cui è tratta la notissima citazione Una rosa è una rosa è una rosa.
Scrive soprattutto di notte quello che poi di giorno trascriverà l’amorevole Alice, la compagna con cui Gertrude ha condiviso casa, viaggi, avventure, la vita insomma. A lei dedica il suo primo libro di successo, la celebre Autobiografia di Alice B. Toklas, dove, già a partire dal titolo, la vita delle due donne si intreccia e si confonde in quel vortice di autentica libertà che seppero creare intorno a loro. Gertrude e Alice riposano insieme nel Cimitière du Père Lachaise a Parigi, i rispettivi nomi incisi sul retto e sul verso di un’unica pietra tombale.

(Maremosso, 2 febbraio 2024)
di Michelina Borsari
Rilettura di un titolo, “Sputiamo su Hegel”, ora dalla Tartaruga, in cui lo sdegno di rivolta trascina concetti e consuetudini davanti al tribunale della condizione asservita delle donne
Nella presa di parola di Carla Lonzi – anno 1970 – si concentra una carica sovversiva che il tempo pare non logorare, e i suoi primi scritti restano portatori di un pathos di rivolta che non solo li conferma come innesco originale e dirompente del femminismo italiano, ma ne proietta la potenza critica dentro lo stato presente del patriarcato.
A calco della raccolta del 1974, curata dalla stessa Lonzi nei libretti verdi di «Rivolta Femminile», e come prima tappa dell’opera omnia, La Tartaruga – ora nel catalogo della Nave di Teseo – ripubblica Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di Annarosa Buttarelli (pp. 144, € 16,00).
Deliberatamente privi di commento critico – «che spegnerebbe la loro forza travolgente» – i testi della raccolta sfidano la possibilità di una ricezione apatica, si tratti di lettura o rilettura: la loro speciale eloquenza porta il marchio di un’autenticità che cattura, quasi fossero scritti performativi, che rendono fattuale ciò che nominano.
Sulla pagina, si presentano composti da periodi brevi e folgoranti, distanziati come le strofe poetiche da stacchi silenziosi in cui il pensiero prende fiato, e sterzate inattese verso imprevisti «punti di coscienza». Non procedono, in altri termini, secondo l’andamento argomentativo di un sapere oggettivante e universale, e neppure secondo quello narrativo che racconta storie personali immediatamente vissute. Esito di rivelazione e di rivolta – «Il problema femminile mette in questione tutto l’operato e il pensato dell’uomo assoluto, dell’uomo che non aveva coscienza della donna come di un essere umano alla sua stessa stregua» – le affermazioni di Carla Lonzi hanno un registro diretto e affermativo, privo di vaghezze, in cui resta l’eco del gran lavoro di sottrazione e di sgombero servito a modellare la sua lingua come appena nata, idioma di un paese che parla da fuori.
Da una simile riva extraterritoriale, l’oggettività ricompare come un’impostura che ha mutilato la metà della terra. Una delusione cocente accompagna in particolare la consapevolezza che la cultura maschile, in ogni suo aspetto, ha teorizzato l’inferiorità della donna: «Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto, noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero» che hanno «giustificato nella metafisica, ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna».
In un titolo che ha fatto, e fa, scandalo – Sputiamo su Hegel – prende corpo linguistico uno sdegno di rivolta che agguanta i concetti alla nuca e li trascina davanti al tribunale della condizione asservita della donna: al principio femminino «mancano le premesse per scindersi dall’ethos della famiglia», la dialettica servo-padrone – figura chiave del corso storico – si rivela «una regolazione di conti tra collettivi di uomini»; l’inversione tra causa ed effetto, natura e storia, riattiva il millenario dispositivo patriarcale.
Hegel non è che una sagoma, dietro la quale subito si stagliano quelle di Marx e di Engels, di Lenin e della lotta di classe: «Le donne hanno coscienza del legame politico che esiste tra l’ideologia marxista-leninista e le loro sofferenze, bisogni e aspirazioni. Ma non credono che sia possibile per loro essere una conseguenza della rivoluzione». L’oppressione della donna è il risultato di una eredità millenaria, che il capitalismo non ha dunque prodotto bensì fatto propria, e non riconoscerlo impedisce al materialismo storico di risalire all’archetipo della «patologia possessiva» che vede la donna come preda sessuale.
I responsabili – ai quali si aggiungono Freud e Reich, altri «rinnovatori patriarcali» – vengono smascherati sul loro terreno, ma soprattutto messi fuori gioco da un passo laterale che non attende superamenti dialettici e celebra una concezione aperta della storia: «Il futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale».
Gli scatti e gli scarti della scrittura di Lonzi sono alfieri di questa apertura, accolgono l’inatteso e l’inaudito, la libera insubordinazione agli schemi pregiudicati e «l’affinità caratteriale che troviamo con gli artisti».
Vi si avverte una certa fierezza giovanile e la carica erotica che proviene dall’assunzione del piacere femminile come punto di rivolta. «Ci preme moltissimo che venga salvaguardato nella donna quello scatto straordinario di baldanza emotiva che fa parte del periodo vitale della giovinezza e con cui gli individui gettano le basi della creatività che darà l’impronta alla loro vita».
Si comprende così che il vero imprevisto, il tesoro inimmaginato e impensato, è il soggetto che parla in questa scrittura, la donna: né ricompresa in un genere umano che mistifica la differenza sessuale, né impegnata a eguagliare il suo oppressore sulla strada dell’emancipazione.
Come si attiva questo soggetto radicale e sovversivo, grazie al quale «potremmo scoprire qualcosa di essenziale, qualcosa che cambia tutto, il senso di noi, dei rapporti, della vita»?
La sua postura imprevista è resa possibile dal riconoscimento di altre donne all’interno dei gruppi di autocoscienza femminile, dove autocoscienza non nomina la stazione mediana dello schema dialettico di Hegel, ma la pratica di relazioni vissute in piccoli gruppi separatisti – «Trattiamo solo con donne» – che hanno preso congedo dalla politica come mobilitazione e lotta organizzata di massa.
Non a caso la raccolta apre con il Manifesto di Rivolta Femminile, e chiude con Il significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi, a firma collettiva.
(Il manifesto, Alias edizione del 21 gennaio 2024)
di Franca Fortunato
Ci sono ricordi che a un certo punto della propria vita bussano alla memoria e chiedono di essere raccontati per lasciare testimonianza. È quello che fa Dacia Maraini col suo ultimo libro Vita mia – Giappone, 1943. Memorie di una bambina italiana in un campo di prigionia, edito Rizzoli. Memorie di un pezzo della sua vita, scritte a «una età in cui il cuore diventa un cimitero» per le tante persone care che non ci sono più. Torna alla bambina di sette anni che insieme al padre, Fosco, alla madre, Topazia, e alle sorelle minori, Yuri e Toni, venne rinchiusa in un campo di concentramento per antifascisti italiani, considerati “traditori della patria”. I genitori, infatti, si erano rifiutati di firmare e giurare fedeltà alla Repubblica di Salò e al governo nazifascista. Nonno Antonio aveva cacciato di casa Fosco per aver rifiutato la tessera del fascio. Ricorda con nostalgia gli anni sereni prima del campo e l’amata tata, che «nel suo cantilenare giapponese» insegnava alle sorelline stornelli, ninne nanne, filastrocche e raccontava le più belle favole della tradizione giapponese. Un’infanzia interrotta nel campo di concentramento, nelle baracche, dove torna con la memoria per raccontare il dolore, le sofferenze, la paura, le privazioni, il freddo, la fame e le malattie che li «consumavano». Di notte per tenersi caldi e consolarsi dormivano abbracciati e lei, quando non sopportava i crampi della fame, mangiava le formiche. Al centro del racconto c’è l’opera della madre, di sua madre, divenuta la sarta del campo. Cuciva per distrarsi, per non pensare, cuciva per la comunità, anche per le guardie per avere un po’ di riso in più da dare alle sue figlie. Cuciva nonostante il dolore continuo alle gambe e gli edemi che le gonfiavano le caviglie e i polpacci, nonostante le macchie che offuscavano lo sguardo. E intanto cuciva e rammendava legami, sentimenti, relazioni e si faceva carico della serenità delle figlie. «Raccontava del pane ancora caldo, “un profumo da re” diceva e io tiravo su col naso e chiudevo gli occhi per immaginare quell’odore. “Lo senti l’odore che sale dalla crosta appena uscita dal forno?” Ma io faticavo a immaginare il suo pane. Il pane lo conoscevo poco essendo arrivata in Giappone ad appena due anni». Aveva una bella voce, come sua madre, nonna Sonia, e insegnava alla figlia le canzoni siciliane, mentre il padre intonava canzoni montanare. Per farle addormentare cantava loro l’aria del coro muto della Butterfly. A Natale del ’43 costruì delle bambole con gli stracci, realizzò dei teatrini col cartone e addobbò l’albero di ciliegio del cortile. «Le bambine erano felici». La sera della vigilia cantarono tutti. Lei, unica donna, cercava di mettere pace tra i compagni di prigionia che nel suo diario, che tenne fino a quando durò il «moncone di matita», paragona a dei bambini capricciosi che bisticciavano per un nonnulla. Partecipava alle infinite discussioni degli internati continuando a lavorare al cucito. Ogni tanto interveniva per mettere pace oppure diceva la sua. Ascoltava le poesie del marito, poi le nascondeva nella pancia dello spelacchiato orsacchiotto che «passava le notti tra le braccia della piccola Yuri». Arrivò la fine della guerra, la tragedia delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la resa del Giappone. Era tutto finito, volevano dimenticare. Tornano in Italia, a Bagheria, a casa della nonna paterna, nonna Yoi, la viaggiatrice e scrittrice. Erano ancora poveri ma felici per la ritrovata libertà e a casa della nonna nella sua ricca biblioteca la scrittrice scopre un’altra fame, quella dei libri. L’esperienza del campo non le impedisce di amare il Giappone e i giapponesi, per aver conosciuto allora la gentilezza, generosità e solidarietà della gente comune.
(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io, donna”, 20 gennaio 2024)
Presentazione dell’ultimo testo pubblicato in italiano della studiosa tedesca Heide Goettner-Abendroth. Un viaggio nella nostra storia più antica alla ricerca di soluzioni per il presente
«Greci, Romani, Celti e Germani si sono imbattuti in culture matriarcali più antiche ed evolute nel corso delle loro guerre di conquista, innescando conflitti di larga portata di cui sia i reperti archeologici che le fonti storiche offrono testimonianza, e che troviamo riflessi nelle rispettive mitologie di questi popoli. Le antiche civiltà non indoeuropee si possono facilmente riconoscere nelle culture megalitiche del Neolitico e dell’Età del bronzo dell’Europa Antica, nonché nelle prime culture estremamente evolute del bacino danubiano e dell’area egea. Gli elementi matriarcali non costituiscono quindi il “mistero” dei popoli indoeuropei che sono arrivati dopo, ma sono stati semplicemente adottati da culture precedenti, ovviamente matriarcali.»
Il nuovo libro di Heide Goettner-Abendroth Le società matriarcali Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa (Mimesis) indaga sulla nostra storia più antica. Ci parla delle sue origini nel Paleolitico, perché è all’inizio di questa lunga epoca durata come minimo due milioni di anni che risalgono i primi ritrovamenti di utensili e di ripari costruiti dagli esseri umani. Sempre seguendo la traccia dei reperti, le prime statuette dalla fisionomia rigorosamente femminile sono datate più di 500.000 anni fa. Si denota fin dalle origini la preponderanza delle rappresentazioni di donne, a indicare l’alta considerazione attribuita al nostro sesso, probabilmente dovuta alla raccolta di cibo, alla capacità di rigenerare la specie e di giocare un importante ruolo di guida nelle società che si stavano formando. Anche dopo, quando sorgono le prime formazioni templari e si moltiplicano le pitture rupestri, le immagini di uomini e animali che iniziano a comparire mantengono un significato sacro che le collega a una visione religiosa incentrata sul materno e la rinascita, quindi al femminile. Questa lettura inedita della spiritualità che albergava nelle nostre antenate e nei nostri antenati capovolge gli assunti della narrazione ufficiale: i primi esseri umani non erano tanto interessati alla sopravvivenza materiale quanto alla continuità della vita, la loro, degli animali e del luogo dove vivevano, in cui vedevano la presenza di una madre terra che sostentava la vita e accoglieva nella morte, in attesa della rigenerazione. Erano i cicli infiniti delle stagioni – e prima ancora quelli della luna – che li informavano di questa eternità immanente, in cui l’esistenza rinasceva incessantemente. Nella descrizione abendrottiana i “cavernicoli” appaiono molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere nei libri scolastici e nei musei: sono “esseri umani” come noi, con un’alta capacità cognitiva in grado forse anche più di noi di esprimere una visione organica e consapevole del mondo circostante.
Ma com’è possibile formulare una ricostruzione storica di epoche lontanissime non potendo quasi mai contare sulla conservazione dei reperti e sull’univocità delle interpretazioni? Heide Goettner-Abendroth ha potuto avvalersi di una pietra di paragone decisiva, grazie agli Studi Matriarcali moderni da lei fondati nel 1982 per studiare i matriarcati del presente e del passato. Arrivati in Italia agli inizi degli anni 2000 ed esposti nel suo primo libro tradotto nella nostra lingua (Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia 2013) sono stati in grado di restituirci la struttura di società totalmente diverse da quelle patriarcali, i cui modelli sono rintracciabili anche nelle prime comunità umane. Le accomuna la cura per i vivi e per i morti, e per il territorio, e la preoccupazione di mantenere bilanciato ogni aspetto della vita, affinché nulla sia d’ostacolo all’armonia e alla pace. L’assenza di potere, di gerarchia, l’uso collettivo delle terre e dei beni gestito dalle madri dei clan, un’attenta ridistribuzione delle risorse per il benessere di tutti e una politica del consenso che dà voce a ogni persona rendono queste società davvero ugualitarie e pacifiche, così come lo erano le genti del Paleolitico e del Neolitico, nonostante molti archeologi si ostinino a vedere in ogni sepoltura collettiva un massacro. Abendroth smonta una dopo l’altra queste congetture senza fondamento fornendo una visione organica delle società umane del periodo. Diventa particolarmente d’attualità lo studio dell’autrice sulla guerra, nata con le invasioni dei pastori guerrieri patriarcali che scesi dalle steppe euroasiatiche hanno portato un nuovo ordine sociale e spazzato via le pacifiche società matriarcali preesistenti. Da allora la nostra storia è stata un succedersi di imperi e potentati nati e poi collassati nel corso di guerre senza fine, e ancora non sappiamo come liberarcene. Forse i modelli di società che siamo stati in grado di creare in un lontano passato possono essere d’ispirazione.
Ma quello della guerra non è l’unico tema su cui possiamo trarre insegnamento: Abendroth, narrando la nascita del patriarcato, ripercorre tutti i passi che hanno portato alla domesticazione delle donne e poi alla loro sottomissione, e alla conseguente sottomissione di tutte le classi non egemoni. Nonostante una credenza diffusa, non è stato con la clava che il potere maschile si è affermato, bensì con il mercimonio delle donne, indispensabile ai guerrieri invasori per assicurarsi una progenie a cui trasmettere proprietà e potere. Il degrado dello status femminile è proceduto di pari passo con l’affermarsi del potere del padre di famiglia, con l’emergere di dei maschili tuonati e rabbiosi fino ai monoteismi che hanno definitivamente affossato la religione della dea e la centralità femminile. Ovunque, sebbene con modalità differenti legate alla peculiare storia di ogni territorio, si sviluppa la famiglia patriarcale in sostituzione del clan matrilineare. Popolazioni come i Celti, che vengono oggi portati a esempio per il potere concesso alle donne, in realtà s’iscrivono totalmente nel sistema parentale proprio di tante società guerriere. Nemmeno le Amazzoni, di cui l’autrice rivendica l’esistenza storica dando credito alle numerose testimonianze degli scrittori dell’antichità, riescono a fermare l’avanzata del nuovo modello sociale, sebbene oppongano una strenua resistenza armata per difendere la loro libertà. Solo pochi gruppi etnici sono in grado di mantenere in alcune credenze e costumi quelle che non sono altro che permanenze degli antichi matriarcati. Eppure è a queste antiche società, e a quelle che sono riuscite a sopravvivere non senza fatica in varie parti del mondo fino a oggi – come ad esempio i Moso e i Minangkabau – che dobbiamo guardare se vogliamo risolvere i problemi creati da questi relativamente pochi millenni di patriarcato. Come aveva già detto Mary Daly, siamo chiamate a creare un Futuro Arcaico. E l’arcaico che ci viene in aiuto è quello narrato da Heide Goettner Abendroth in questo libro.
(Noi donne, 19 ottobre 2023)
(*) Heide Goettner-Abendroth, filosofa e ricercatrice socio-culturale, è nata l’8 febbraio 1941 a Langewiesen ed è considerata una delle pioniere degli studi delle donne della Germania occidentale. Dopo aver insegnato Filosofia Moderna all’Università di Monaco, ha abbandonato la carriera universitaria per fondare nel 1986 l’INTERNATIONAL ACADEMY HAGIA (www.hagia.de) per gli Studi Moderni sul Matriarcato e la Spiritualità Matriarcale, che dirige ancora oggi. Per la sua ricerca durata più di trent’anni è stata riconosciuta negli ambienti progressisti e femministi come la fondatrice degli Studi Matriarcali moderni, un nuovo campo epistemologico per la definizione strutturale della forma sociale matriarcale che è stato presentato nel corso di diversi convegni internazionali: nel 2003 in Lussemburgo, nel 2005 a San Marcos (Texas), nel 2009 a Roma, Milano e Bologna e nel 2012 a San Gallo in Svizzera. È stata eletta una delle mille Donne di Pace del mondo e candidata per ben due volte al Premio Nobel per la Pace. Dei suoi numerosi libri sono stati tradotti in inglese “The Dancing Goddess. Principles of a Matriarchal Aesthetic” e “The Goddess and Her Heros. Matriarchal Religion in Mythology, Fairy-Tales and Poetry”.In Italia sono stati pubblicati: “Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene nel mondo” (Venexia, 2013), “Società di pace. Matriarcati del passato, presente e futuro” (Castelvecchi, 2018) e “Madri di saggezza” (Castelvecchi, 2020).
di Francesca Lazzarato
Il sostantivo spagnolo género possiede significati in buona parte affini a quelli che “genere” ha in italiano, ma ce n’è almeno uno del tutto diverso: il termine, infatti, vuol dire anche “stoffa, tessuto”, ed è questo il senso che viene spontaneo attribuirgli, incontrandolo in (D)istruzioni d’uso per una macchina da cucire (pp. 80, euro 14) di Eugenia Prado Bassi, singolare scrittrice, editrice, grafica e drammaturga cilena, presentata per la prima volta in italiano da Edicola Edizioni nell’ottima traduzione di Laura Scarabelli, cui si deve anche una puntuale prefazione.
L’autrice, tuttavia, ha inserito la parola género, insieme alla figura di un’antica macchina da cucire a manovella, in una paginetta dove leggiamo una definizione ben lontana da quella che ci si aspetterebbe, in un testo che si occupa di sarte, sartine e cucitrici: «Genere: artefatto creato dall’uomo che definisce o riduce la specie umana in due categorie, secondo le quali la femmina deve investire tutte le sue energie per imparare ad aspettare il suo turno. Dicesi anche di un insieme di entità o cose con caratteristiche comuni, parti di un tutto fondato e determinato dal padre. Le conseguenze si riproducono nei secoli dei secoli, sistematicamente».
Un simile gioco linguistico (che rimanda alla differenza sessuale e che in italiano va perduto, com’è inevitabile) è destinato a spiazzare il lettore, a ribaltarne le attese, a farlo muovere tra metafore visive e testuali, e soprattutto a definire il tono di una narrazione plurima, autentico collage di scrittura e immagini, ma soprattutto di significati. Una “confezione” complessa, precisa e perfetta nella sua apparente semplicità, che sfrutta il frammento e accosta voci di donne rinchiuse in una stanza, in un capannone, in una fabbrica più o meno clandestina, più o meno squallida, dove siedono per ore e ore davanti alle macchine da cucire, per poi tornare in case dove le aspettano il lavoro domestico, la cura della famiglia e altri “lavoretti” di sartoria, eseguiti in privato per integrare un salario insufficiente.
Eugenia Prado Bassi (che dice di sé stessa «non vengo dalla letteratura, i miei processi creativi risiedono altrove, leggo, disegno, comunico via web. Lavoro con altre logiche, vivo la maggior parte della giornata davanti allo schermo di un computer, transitando da un luogo all’altro») è, come sottolinea Laura Scarabelli, una «scrittrice eccentrica», che infrange le strutture narrative tradizionali per aprirle a un’infinità di letture e interpretazioni, servendosi di procedimenti audaci come quello che ha dato vita al suo romanzo-installazione Hembros: Asedios a lo Post Humano, opera capace di fondere teatro, musica, letteratura, video, in perpetua evoluzione e costantemente rielaborata in un arco di quasi vent’anni.
Nel lavoro dell’autrice, dunque, troviamo l’eco della sperimentazione che tutt’ora connota parte della letteratura cilena (da Diamela Eltit a Cynthia Rimsky a Juan Pablo Sutherland), e che, in queste (D)istruzioni per l’uso, ci rimanda a quel che scrive una straordinaria esponente della poesia argentina, Tamara Kamenszain, nel saggio Bordado y costura del texto: «La possibilità femminile di osservare le cuciture per vederne la costruzione dal rovescio, apre alla donna, nel suo rapporto con la scrittura, il cammino dell’avanguardia».
In questo breve, frammentario racconto, Eugenia Prado Bassi esamina in modo nuovo e originale un personaggio che nel corso del tempo ha sedotto scrittori e artisti e che è stato così a lungo presente nella cultura popolare da diventare quasi un archetipo, ma che qui emerge con forza inconsueta grazie all’uso di linguaggi diversi, cuciti insieme da un ago simbolico: spiegazioni tecniche, definizioni dei punti più usati, descrizioni di utensili e macchinari, voci tratte da un dizionario reinventato e allusivo, figurine in bianco e nero (antichi corsetti, manichini, mostruose crinoline), pagine di diario e appunti. Il tutto fuso in un testo che rivendica ogni sua riga come intensamente politica e mette in luce la contraddizione non risolta tra l’orgoglio per il salario guadagnato e l’esercizio della propria abilità, e l’annullamento di ogni possibile tempo di vita da parte di un capitalismo estremo e vorace.
Il libro si presenta in primo luogo come un taccuino, un quaderno privato sul quale la sarta Mercedes («che scrive bene», che ama leggere e guardarsi intorno) incolla immagini ritagliate, conserva cartamodelli e annota frasi, impressioni, episodi, vicende, voci, lamentele, astuzie e ribellioni delle venticinque compagne con cui condivide giornate interrotte da un’unica ora di pausa, e lo spazio di uno stanzone che dilata l’angolo o l’ambiente destinati al cucito nelle case di un tempo, non importa se borghesi o proletarie.
Modellati da gesti ripetuti all’infinito, i corpi delle costureras affiorano dalla scrittura, sottoposti a un controllo costante che va di pari passo con quello dei tempi di produzione, e che nelle illustrazioni è simboleggiato da un occhio onniveggente, intento a osservare abiti e manichini.
Corpi precari, sfruttabili e sfruttati, costretti a identificarsi e quasi a fondersi con lo strumento che usano, corpi addestrati sin dall’infanzia alla «femminile» e «naturale» attività del taglio-e-cucito, nati «con una naturale tendenza a divenire macchine», dice Mercedes, perché i loro corpi costituiscono una potentissima forza produttiva, e in più di un senso.
Non è solo il vorace mercato del fast fashion, infatti, a dover essere rifornito: i doveri della biologia, ricordati da una delle compagne di Mercedes, impongono anche la produzione di altri corpi, di altra forza lavoro, di nuovi consumatori.
Nell’ultimo capitolo, «Altre pratiche femminili», un ulteriore collage di voci racconta perciò la disperazione di chi deve, e non vuole, «sopportare feti troppe volte incubati a forza», e la trama del testo (o del corpo) si increspa, cucendo con punti fittissimi l’aborto segreto e clandestino alla prima definizione di un metaforico dizionario sartoriale, che apre il libro: «Rammendare: riparare un tessuto o una stoffa, livida, ferita, graffiata, rotta, devastata».
A far da sfondo, mai ricordate da Prado Bassi ma ineludibili, le presenze fantasmatiche delle messicane morte nella fabbrica tessile di Chimalpopoca, un edificio pericolante e abusivo crollato nel 2018; delle cucitrici perite nel crollo del Rana Plaza nel 2013, in Bangladesh; delle donne e delle ragazze scomparse nell’incendio della Triangle Shirtwaist Company di New York nel 1911 (l’otto marzo nasce e continua a nascere dai loro corpi bruciati).
La voce di Mercedes, però, è anche quella della burla, della rabbia, della gioia, della consapevolezza, dell’abilità, di un legame tra donne che va e viene come l’ago nella stoffa, delle piccole rivincite che ciascuna e tutte si prendono su sorveglianti e padroni. In (D)istruzioni per l’uso di una macchina da cucire, Prado Bassi è riuscita a concentrare tutto questo: non solo forbici che tagliano e separano, ma fili che possono unire, legare, tessere, aiutare a resistere.
(Il manifesto, 13 gennaio 2024)
di Eugenio Giannetta
A conclusione dell’anno del centenario della nascita escono le lettere scambiate tra la poetessa premio Nobel e Filipowicz, anche lui scrittore
Si conclude tra pochi giorni, con la fine del 2023, il centesimo anniversario dalla nascita di Wisława Szymborska, poetessa, Nobel per la Letteratura nel 1996, con un volume che bene raccoglie tutta la sua ironia, la sagacia, l’acume e l’intelligenza, ma anche lo sguardo sul mondo, la profondità, la sensibilità, mostrando non solo la scrittrice ma la persona dietro alla scrittura, nonché il tempo e il luogo in cui viveva. Il volume si intitola Wisława Szymborska e Kornel Filipowicz – Meglio di tutti al mondo sta il tuo gatto. Lettere 1966-1985, pubblicato da Elliot edizioni (pagine 448, euro 25,00) con la traduzione dal polacco di Giulia Olga Fasoli.
Se Szymborska non ha bisogno di presentazioni, è bene invece dire brevemente due note su Kornel Filipowicz, scrittore, romanziere, sceneggiatore e poeta polacco, noto per la scrittura in forma breve. I due, Szymborska e Filipowicz, intrattennero un legame stretto e si amarono per oltre vent’anni, senza però mai abitare insieme. Questa distanza stimolò perciò un’intensa corrispondenza di lettere in cui si alternano toni divertenti a momenti lirici, elementi del quotidiano (il prezzo della carne, le medicine da prendere, i risultati delle battute di pesca di Filipowicz, ma anche personaggi di fantasia o secondari, come la signora delle pulizie, e alcune buffe schermaglie su piccole cifre di denaro che si devono a vicenda: «Kornel, mi devi 3,75». «Scusami, Wisława, ma ti ho già restituito 25 grosz!»), fino alle considerazioni sulla loro scrittura o su quella degli amici, poeti, scrittori, intellettuali.
Scritte in un lungo arco di tempo (1966-1985), le lettere attraversano alcuni grandi eventi storici come l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 (avvenimento che fu per entrambi particolarmente drammatico) e alcuni piccoli momenti della vita, matra le tante cose e figure, in queste lettere, emerge quella che dà il titolo al libro, ovvero il gatto di Kornel Filipowicz, che dopo la morte del suo padrone diventerà anche protagonista della celebre poesia di Szymborska Il gatto in un appartamento vuoto: «Morire – questo a un gatto non si fa».
Per meglio comprendere il tono delle lettere, per esempio, in Lettera per Striato, Szymborska scrive che «il mondo è senza pietà per i giovani gattini che tendono a fantasticare», e Filipowicz risponde: «La tua lettera a “Striato” è arrivata ieri, gliel’ho letta, ma non gliel’ho data in mano (nella zampa) perché avevo paura che la perdesse da qualche parte o che la nascondesse in modo tale che non la si sarebbe più trovata».
Nel volume, inoltre, sono riprodotti anche i collages, le cartoline e i disegni che spesso accompagnavano queste lettere, mostrando – ancora una volta – un lato meno conosciuto dell’universo della poetessa, che pochi mesi fa è stata anche protagonista di una mostra monografica a Genova proprio sui collage e le opere grafiche: è bene ricordare che Szymborska ha frequentato le avanguardie, era amica di Tadeusz Kantor, pittore, scenografo e regista teatrale polacco, uno dei grandi artefici dell’arte polacca contemporanea, e fin da giovane si è cimentata nel mondo dell’illustrazione, passando dai collages – ovvero quella che per lei era la dimensione più conviviale della creatività – realizzati con diverse combinazioni di parole e immagini.
Questo libro però è soprattutto un dialogo epistolare d’amore, un discorso ininterrotto fra due persone in là con gli anni (all’inizio della corrispondenza Szymborska aveva più di quarant’anni e Filipowicz più di cinquanta) colte nel mezzo della loro vita da un sentimento inaspettato, durato fino alla morte, perché «non si può vivere senza legami», per citare Baumgartner, protagonista dell’ultimo libro di Auster.
Per meglio contestualizzare il mondo in cui si muovevano queste lettere è necessario inoltre «ricordare che si tratta di una realtà precedente ai cellulari e a internet. Persino una telefonata da Zakopane a Cracovia costituiva un’impresa. Le uniche forme per comunicare – è scritto nella prefazione – rimanevano le lettere o i telegrammi e le uniche fonti di informazioni non censurate erano le trasmissioni radio occidentali e la stampa occidentale che non arrivava con regolarità, oppure una conversazione privata con qualcuno».
Come è spiegato nella nota all’edizione polacca, tutta la corrispondenza dei due si trova attualmente, per volere della Premio Nobel, nella Biblioteca Jagellonica a Cracovia e fa parte della fondazione che porta il suo nome. L’edizione italiana del carteggio, altresì, segue la struttura dell’edizione polacca, in cui alle lettere si alternano i commenti in corsivo, fondamentali per ricostruire il contesto dei riferimenti culturali, che comunque talvolta restano indecifrabili, poiché appartenenti al segreto del sentimento custodito dai due protagonisti delle missive.
«Ti bacio, amore, e ricorda le nostre conversazioni, Kornel». E così Wisława: «Desidero tanto che tu sia in buona salute e di buon umore. Il miagolio del tuo gatto attraversa la quiete della notte e arriva fino alla mia strada. Chi sta meglio di tutti al mondo è il tuo gatto, perché sta con te».
(Avvenire, 29 dicembre 2023)
di Rita Bompadre
Traduzione italiana per la poetessa e mistica che sfidò le convenzioni e i pregiudizi della Persia dell’800: lasciò l’islam per la fede baha’i, fu imprigionata e uccisa per rappresaglia.
“Mostra il tuo Sole senza nubi, /scosta il velo dalla Tua bellezza. /Si smarriranno i saggi, /gli stolti rinsaviranno. /I dissennati si ravvedranno, /i sobri perderanno il senno inebriati. /Servi e padroni in un solo abbraccio; /non più servi, non più padroni.”
Questi versi appartengono alla poetessa iraniana Tahereh, nel libro Il tesoro nascosto a cura di Julio Savi e Faezeh Mardani (Jouvence, 2023, pp. 132, € 12.00). L’invocazione profetica della poesia di Tahereh riecheggia nelle pagine, nutrite dalla difesa di un percorso consacrato all’arte, nell’interpretazione mistica della vita, conferma il significato precursore dell’elevazione spirituale della preghiera rivoluzionaria, presenta un’orazione alla rivelazione, nei suoi versi, di un pensiero audacemente innovatore, traduce la voce del coraggio esibito in difesa della propria dignitosa fede. Il talento poetico di Tahereh sovrappone la forza della seduzione, nella lusinga di un’esultante femminilità, rincorre la via appassionata e provocatoria dell’emancipazione, sfida l’oscurità di un opprimente retaggio della mentalità, avvalora l’affascinante e luminosa promessa dell’indipendenza etica ed estetica, affrancata dalla tirannide, redenta dalla condanna remissiva delle convenzioni sociali e dai crudeli pregiudizi nell’Iran del XIX secolo.
La poetessa protegge il suo tesoro nascosto, simbolo di una costante e radicata lotta contro la sottomissione delle donne e le costrizioni severe delle superstizioni, tutela la venerazione della bellezza, assiste l’intensa esperienza di partecipazione all’identità divina del movimento del babismo, sostiene il rinnovamento morale e comunitario dell’Islam attraverso la viva attestazione del senso profondo della benevolenza. L’incontro con il Maestro fondatore della fede Bābi sovverte i canoni prestabiliti dell’esistenza della poetessa, rappresenta l’insegnamento fondamentale dei contenuti delle sue poesie, nell’esortazione a credere nell’attesa di un nuovo tempo, nella preparazione liturgica ed emotiva di una redenzione universale, nella catarsi interiore, nel riscatto della giustizia, nella soppressione della tirannia. Le poesie di Tahereh innalzano il valore metaforico di questi contenuti, edificano la purezza di una riflessione che assolve la sua finalità espressiva nell’assecondare l’amore contro l’odio, nel proteggere la sincerità della resistenza e soccorrere l’ardente verità dell’interiorità contro l’inganno dell’effimero. Tahereh con i suoi vividi testi porta alla luce la magnificenza dello splendore ascetico, nobilita l’entità essenziale della vita virtuosa, indica la sublime tendenza stilistica alla resurrezione della memoria e delle idee, recupera il rilievo intellettuale nella radicale necessità di una educazione che sollecita la parità dei diritti. Lo spirito sensuale e l’intensità dell’immaginario alimentano la grazia dell’incontro e il desiderio dell’amore, fanno da sfondo alla colta e raffinata cultura dei riferimenti celebrativi della scrittura che scorge la concessione dell’armonia, assecondando l’indugio nel sospiro sovrumano e il tormento nel mondo terreno. L’attualità suprema delle poesie di Tahereh coniuga l’autonomia esegetica del coinvolgente linguaggio, precede l’ammaliante devozione nei confronti di suppliche amorevoli e la brillantezza irresistibile dell’anima. “Il tesoro nascosto” è un recupero letterario prezioso, che oltrepassa le teorie apocalittiche del destino della condanna a morte e recupera la tenace perennità del messaggio che continua a esistere nella sconfinata, imperitura sovranità delle parole.
(satisfiction.eu, 24 dicembre 2023)
Nota della Redazione del sito: riguardo alla poetessa iraniana e la traduzione italiana dei suoi versi segnaliamo la trasmissione del 24 dicembre 2023 su RadioTre per la rubrica “Uomini e profeti”, un interessante colloquio con la traduttrice e il traduttore disponibile qui https://www.raiplaysound.it/audio/2023/12/Uomini-e-Profeti-del-24122023-265db120-2f15-4a0f-9f10-f37b322f7fb2.html
di Mariacristina Pianta
Che cosa significa conversare sull’orizzonte? Non è facile rispondere perché i testi della raccolta non si limitano a descrivere o trattare argomenti significativi, ma cercano di andare oltre, di superare la realtà fenomenica per cogliere il nucleo della vita e delle cose. Le sezioni del libro presentano, in particolare, un elemento comune perché l’inizio del primo verso, in posizione di anafora, si ripete in molte poesie del medesimo gruppo: Capita, La luna lo sa, questo corpo a corpo, Anna, Vincent, Poi, In pagine mai scritte, Per certi versi. Questa tecnica ha l’obiettivo di sottolineare l’importanza di determinati argomenti e situazioni. Trovare aspetti che, analogicamente, si collegano vuol dire scoprire, nelle contraddizioni del nostro tempo e nell’angoscia dell’assurdo, delle coordinate di orientamento. È come se il famoso varco montaliano fosse vicino, quasi tangibile. Pensiamo a I limoni o a La casa dei doganieri, in cui pare di decodificare un messaggio o di dipanare l’aggrovigliata matassa nelle nostre mani. Allo stesso modo Antonella Doria, per mezzo di immagini incisive, affronta problemi, che coinvolgono il nostro io più profondo, ed enuncia tragedie di carattere sociale che si verificano quotidianamente: «Capita a volte / in un agosto come questo / con il cielo azzurro / corpi clandestini in / vortici di verdiblu cristalli / danzano una danza circolare». Sgomento, antitesi tra una natura amena (cielo azzurro) e corpi di migranti alla deriva sono maggiormente sottolineati dall’uso dell’enjambement (in /vortici), dai lemmi danza-danzano e dalla quasi totale assenza di punteggiatura. La parola è essenziale in un simile percorso, segnato da drammi personali e collettivi, perché travalica il suo potenziale espressivo. Come avviene nelle tele di Munch e di Bacon, una forza di notevole impatto cattura l’attenzione e permette di superare un discorso esclusivamente razionale per indurre ad effettuare un’analisi metalinguistica dell’opera.
(Odissea, 24 novembre 2023)
Antonella Doria
Conversazioni sull’orizzonte
Con una nota di Maria Enrica Castiglioni
Book editore pagg. 92 € 16,00
di Chiara Zamboni
Il libro di Annarosa Buttarelli tratta un grande tema che attraversa la storia dell’umanità. Non solo le religioni monoteiste lo pongono al centro dei testi sacri, ma, più concretamente, coinvolge la nostra vita quotidiana. È un tema che evidentemente gli esseri umani avvertono oggi come urgente, più che in altri tempi. Per fare due esempi. A casa, mi è stato mandato un altro libro sul male. Inoltre oggi, contemporaneamente a questa presentazione, ce n’è un’altra sullo stesso tema, nella sala dei comboniani.
Davvero c’è un bisogno profondo di trattare questa questione. Perché si è creato questo bisogno? Mi sembra per il fatto che si è rotto un equilibrio sia delle relazioni soggettive più elementari come quella tra donne uomini, sia a livello geopolitico. Siamo abbandonate alle nostre forze in un campo attraversato da forze contrastanti e senza regole. Inoltre, e per lo stesso motivo, c’è una intensificazione della violenza e della crudeltà, sia nelle guerre sia nei femminicidi.
Mi potreste chiedere a questo punto, «Ma il libro di Annarosa non è in particolare sul male. Il titolo parla chiaro, quello che interessa ad Annarosa è come le filosofe hanno trattato bene e male e come hanno cambiato di segno al modo di affrontarli». Eppure nel libro c’è una maggiore attenzione al male, forse perché se ne può parlare senza idealizzarlo e anche perché se ne sente l’urgenza. Comunque un merito del libro è di riuscire a parlare anche del bene senza nessuna idealizzazione.
Posso dire in generale che è un libro non moralistico, non propone valori da perseguire, critica chi pensa di salvare dal male facendo il bene.
Il libro sgombra subito il campo sottraendosi a un dibattito filosofico che attraversa la nostra civiltà. Quello per intenderci che ha trovato nelle categorie linguistiche e ontologiche di Sant’Agostino la sua espressione più nota, per cui il male è il non essere e il bene è l’essere, e ciò che è desiderabile per noi. E si sottrae anche all’altra grande concezione del rapporto tra bene e male come un conflitto tra due entità con forza ontologica propria, per cui bene e male hanno entrambi realtà e sono contrapposti sia in Dio sia nel mondo. Penso in particolare alla religione persiana e ad alcuni filosofi. Il libro si avvicina se mai a una concezione più moderna per cui bene e male dipendono dal giudizio soggettivo.
Riguardo a questo giudizio Annarosa introduce un pensiero originale: è Eva, che ha offerto all’umanità non tanto l’opposizione del bene al male, bensì il discernimento, il saper distinguere l’uno dall’altro assieme al pensare, di cui abbiamo bisogno per fare questo discernimento. Mangiando il frutto della conoscenza, Eva ha insegnato a discernere e dunque a giudicare cosa sia bene e cosa sia male. Ma, aggiunge Annarosa, Eva è una donna e di conseguenza l’effetto del suo dono non è quello di costruire un sistema filosofico o religioso, bensì sapersi orientare concretamente nella vita.
La vita è un percorso. Risulta fondamentale saper discriminare ciò che è bene – ciò che fa bene alla nostra vita – da ciò che è male, cioè ciò che fa male prima di tutto alla nostra vita, ma anche alla vita comune. Facendo così ci muoviamo a vista e affrontiamo quello che accade per quello che accade. Così come accade, senza generalizzare.
In questa prospettiva il libro si presenta come il tentativo – davvero riuscito – di suggerire una serie di pratiche concrete che permettono quel muoversi a vista in questo processo senza cadere nella posizione idealistica di combattere il male con il bene.
Prima di inoltrarmi in alcune delle pratiche (ovviamente, molte altre le trovate nel libro) che Annarosa descrive, quello che emerge dal testo è una concezione assolutamente non dialettica tra bene concreto e male concreto. Non simmetrica. Per me questa è stata una chiave per capire la sua scommessa.
Se da un lato le pratiche del fare il bene e le pratiche di salvaguardarsi dal male vengono valorizzate per il loro essere dei suggerimenti per come comportarsi in contesto, dall’altro vengono inscritte in due mondi paralleli, senza nessun rapporto tra di loro. Senza dialettica reciproca.
Si può leggere questo libro come un diario di bordo, con un insieme di avvistamenti di scogli pericolosi, e proposta di azioni conseguenti.
Un primo scoglio pericoloso è individuato da Annarosa in quell’esperienza che Simone Weil chiama malheur e che in genere viene tradotta con sventura. Si tratta di quando ci capitano addosso degli eventi che tagliano le nostre radici, ci privano di energia, ci espropriano delle nostre possibilità. Rispetto al senso comune, lo spostamento di senso che Weil opera è che questi eventi esproprianti non sono il male. Capitano e dunque sono dell’ordine della necessità. Né bene né male in sé. Ma risultano invece pericolosi per le conseguenze che possono provocare negli esseri umani, che per salvarsi dal dolore di questa costrizione, attaccano gli altri, mettono in atto invidia, rancore. Sterili strategie a scapito altrui. Come i capponi di Renzo, nei Promessi sposi, che «si ingegnavano a beccarsi l’un l’altro, come accade troppo sovente tra compagni di sventura».
Saper distinguere l’evento espropriante dal dolore che se ne prova e dalle reazioni che allora quasi inconsapevolmente si mettono in atto per aggirare questo dolore è una pratica difficile, ma essenziale nella nostra vita.
Un secondo scoglio pericoloso è agire per fare il bene, avendo in mente il bene e non l’azione che si compie. La retorica del bene è vuota, mentre il bene si vede solo nell’azione efficace. Negli atti e non nelle intenzioni. Trovo molto giusta questa focalizzazione del bene visto nelle azioni concrete e solo lì coglibile. L’esempio è quello della parabola evangelica del Samaritano così come la interpreta Françoise Dolto. Il samaritano aiuta il viandante, ferito e spogliato sulla strada dai banditi. Lo affida a un albergatore dando dei soldi, perché abbia quello che serve. Poi se ne va. Non aspetta riconoscenza o altro. Non lo fa per fare il bene, ma perché vede la necessità dell’altro e si mette nei suoi panni: la prossima volta potrebbe capitare a lui su quella strada. Il bene non è nell’intenzione ma nell’azione. Ha a che fare con un agire necessario. Il samaritano si è immaginato al posto di un altro. Lo aiuta, ma senza perdere tempo oltre quello che occorre. Non devia dalla sua strada se non per poco. Il samaritano non aspetta gratitudine. Il debito simbolico che il viandante ha contratto nei suoi confronti può essere saldato facendo per un altro quello che il samaritano ha fatto per lui. Se e quando capiterà l’occasione. Questo significa per Dolto partecipare ad una corrente d’amore, che è cosa ben diversa dall’agire per il bene.
Questa dimensione pragmatica, che sta alla necessità, e ha attenzione al contesto in cui ci si muove è proposta da Annarosa anche rispetto a situazioni che avvertiamo scottanti. In realtà un vero e proprio nervo scoperto del nostro tempo. Che fare rispetto a coloro che intenzionalmente minacciano la nostra integrità, e che dunque rappresentano il male per noi singolarmente? Quale la pratica che lei suggerisce?
L’immagine ricorrente nel testo è ovviamente quella delle donne che subiscono violenza dai compagni, dai mariti, e che porta in troppi casi al femminicidio. A questo tema dedica molte pagine verso la fine del libro. Ma più in generale propone una pratica molto precisa che riguarda anche altri contesti come quello del lavoro. Comunque, dove accade che veniamo minacciate nella nostra integrità.
La pratica consiste in due passi che consistono nel sottrarsi a questa situazione materialmente, andandosene, e nel non cercare di comprendere l’altro che ci minaccia interiormente. Comprenderlo significherebbe infatti sviluppare un sentimento di compassione che in genere viene adoperato dall’altro per rilanciare la propria minaccia e non libera dal vincolo. In questi casi cercare di capire l’altro, mentre si è all’interno del vincolo, destruttura interiormente e allo stesso tempo rilancia dialetticamente la crudeltà dell’altro nella relazione vischiosa e mortifera.
È una pratica che sta molto a cuore ad Annarosa. Paradossalmente, chiedere il perché l’altro ci fa del male e cercare di capirlo ci consegna ancora di più alla violenza che egli agisce su di noi. Rinforza la sua minaccia.
Trovo molto saggia questa pratica che Annarosa suggerisce. Porto un esempio personale in cui ho fatto esattamente così. Riguarda il lavoro. All’università per un anno ho lavorato con un docente universitario. Lo sentivo minaccioso della mia vita interiore. Altri non lo percepivano in questo modo, dunque il vincolo era tra me e lui. Era molto obliquo. All’interno del lavoro universitario mi considerava una pedina da usare sulla scacchiera accademica. Pensava di adoperarmi come testa di ponte per distruggere i suoi nemici filosofi. Riguardo al mio stile di vita, insisteva che rientrassi in famiglia e facessi una vita “normale”. Appena ho potuto mi sono sottratta al rapporto di lavoro con lui. Senza scontrarmi ma anche senza cercare di capire questa dinamica. Senza cercare di comprendere la sua psicologia. Mi sono “messa in salvo”. Il senso dell’integrità di sé è molto più importante dell’aver ragione o dell’esprimere un giudizio morale. Poi, solo quando non c’è stato più nessun rapporto, ho cercato di capire, confrontandomi con altre persone, che avevano lavorato con lui. Quindi trovo sacrosanta la pratica che Annarosa descrive nel libro e su cui giustamente insiste molto.
Descrivo ora un altro piano del libro che si ferma sulle reazioni dell’animo umano sottoposto a organizzazioni del lavoro malate. Direi che conoscere, comprendere e pensare è anche un dono di Eva. Non si tratta dunque solo di proporre pratiche concrete, ma del piano della comprensione della realtà umana e le sue trasformazioni antropologiche. Annarosa prende come guida in questo allargamento al piano dell’organizzazione della società sia La banalità del male sul caso Eichmann di Hannah Arendt sia L’ingranaggio siamo noi di Christophe Dejours.
Mi sono occupata a lungo del meccanismo dell’organizzazione della governance tipico del neocapitalismo, perché l’ho visto imposto all’università, trasformandola, dal 2010 in poi.
È un meccanismo per cui ogni lavoratore è coinvolto nel governo dell’istituzione in cui lavora. Viene creata una ragnatela, per cui ognuno è responsabile di una commissione, risponde alla persona gerarchicamente superiore e ha la responsabilità di inferiori. Questo coinvolgimento di tutti fa sì che nessuno possa tenersi fuori dal governare quella piccola realtà, ma allo stesso tempo non si può contrattare il senso generale di quello che si sta facendo e delle finalità dell’organizzazione. Si è presi da un meccanismo le cui linee generali non possono essere discusse. Prima c’era chi governava un’istituzione e chi era governato. Invece ora tutti governano in legami capillari, improduttivi (le commissioni), per cui scompare alla vista chi governa davvero. L’ideologia della trasparenza significa che tutto quello che si fa deve essere mostrato. Ma non viene mostrato chi davvero prende le decisioni. Il sentimento indotto è quello di essere sempre responsabili, con il peso che questo implica, e a fronte dell’effettiva sterilità di tanto lavoro trasparente, perché presto ci si rende conto che le cose avvengono altrove. Tutto questo fa ammalare gli animi.
Annarosa riprende la figura di Eichmann descritta da Arendt e dà delle chiavi di lettura per capire la realtà organizzativa che ho appena descritta. Innanzitutto il fatto che Eichmann era preso da grandi emozioni e non ricordava gli eventi concreti. Mentre ritornare alla storia di una organizzazione del lavoro, alla sua genesi, getta luce su come ne siamo stati coinvolti. Inoltre Eichmann mancava totalmente di empatia. Si rivolgeva ai giudici israeliani che aveva di fronte pensando di portarli dalla sua parte dicendo che anche loro come lui avevano cercato di fare carriera se ora occupavano quel posto. Senza tener conto che era accusato di aver organizzato lo sterminio di milioni di ebrei. Come ebrei erano quei giudici. La mancanza di empatia nelle organizzazioni impedisce di valorizzare i legami sostanziali, autentici, rispetto a quelli formali imposti. Eichmann agiva in modo contraddittorio senza assolutamente rendersene conto. Diceva di essere amico degli ebrei. Ma aveva organizzato alla perfezione i treni verso i campi per il loro sterminio. Le due realtà in lui non stridevano. Nei comportamenti che ho notato nella governance diffuso è il passaggio da una posizione a un’altra senza dover pensare, cioè senza giustificare il passaggio di fronte a sé stessi e agli altri.
Mentre Arendt dice: Eichmann mancava di spazio politico e di pensiero, Annarosa invece dice di lui: mancava di attenzione alla realtà, l’unica forma di bene in atto che possiamo riconoscere.
Su questo arrivo al punto essenziale del libro che si trova nelle pagine dedicate da Annarosa a Iris Murdoch. Il vero bene è l’attenzione alla realtà, il che implica empatia. Attenzione alla realtà è anche accettare le contraddizioni che si vivono, senza nasconderle prima di tutto a sé stessi. E senza coprire l’esperienza vivente con parole finte.
Anche l’attenzione alla realtà è una vera e propria pratica, rimanendo quello delle pratiche il filo conduttore che ho trovato nel libro di Annarosa.
(www.libreriadelledonne.it, 20 dicembre 2023)
di Ilaria Gaspari
A cinquant’anni dall’incidente in cui la poetessa perse la vita, il ricordo del fratello minore. La risalita dopo la rottura con Max Frisch. «Era rigorosa, severa. Le interviste la mettevano a disagio, ma ne ho ascoltata una in italiano e sembrava meno timida»
Nell’autunno del 1973, cinquant’anni fa, Ingeborg Bachmann moriva in una stanza asettica del reparto Grandi ustionati all’ospedale romano di Sant’Eugenio, per le conseguenze del rogo accidentale innescato dalla brace di una sigaretta. Aveva quarantasette anni e da venti, con varie interruzioni, abitava a Roma: aveva traslocato molte volte, spostandosi dal centro ai Parioli, dove visse per qualche tempo con lo scrittore Max Frisch, poi di nuovo in centro. Alla sua morte, Heinrich Böll dichiarò di «pensare a lei come a una ragazza»: parole che Heinz Bachmann, il fratello di tredici anni più giovane, che Ingeborg adorava, riprende nel libro di ricordi che le ha dedicato (Ingeborg Bachmann, meine Schwester), pubblicato da Piper, storico editore delle opere di lei. Heinz, geologo, ha viaggiato in tutto il mondo e oggi vive a Oxford con la moglie Sheila – c’è nel libro una foto del loro matrimonio, nell’agosto del ’71 a Paddington, in cui sorridono insieme a Ingeborg splendenti di felicità.
Noi che amiamo l’opera di sua sorella, non possiamo che esserle grati per averci donato questo ritratto affettuoso.
«Mi fa molto piacere. Forse, mi dico, ho fatto la cosa giusta. Sa, non è stato facile scriverlo, io sono uno scienziato e ho uno stile… da scienziato. Ho cominciato con l’idea di dover essere obiettivo al massimo. Lette le prime pagine, dalla casa editrice mi hanno fatto notare che doveva essere invece il racconto di un’esperienza molto personale. Ho dovuto cambiare completamente stile. Ma ci tenevo a scrivere qualcosa che potesse trasmettere un’immagine completa di mia sorella, raccontarla com’era quando non stava sotto gli occhi del mondo. Era molto nota: in Austria era una celebrità. Non poteva uscire senza essere riconosciuta. Pensi che all’epoca le persone mi fermavano…».
In quanto fratello di Ingeborg?
«Sì! Ora magari non si direbbe, perché sono un vecchio signore. Ma da ragazzo, la nostra somiglianza era così evidente che spesso le persone, incontrandomi la prima volta, mi dicevano: “Oh! tu devi essere il fratello”».
Nelle fotografie della giovinezza vi somigliate molto. È vero che non sappiamo che viso avrebbe avuto lei, se fosse vissuta fino a poter invecchiare… Negli anni, in assenza di Ingeborg, è cambiato il suo modo di leggerla?
«Per me è sempre stato molto importante non solo leggerla, ma cercare di comprendere il suo sforzo di trasmettere le sue idee in un modo nuovo. Negli anni ’50 e ’60 si distingueva davvero, si era inventata un suo stile. Sono cresciuto con le sue parole, che hanno contribuito a modellare il mio pensiero. Ora, più li rileggo, più i suoi testi, che mi hanno reso quello che sono, continuano a rivelarmi aspetti – di lei, di me – che non avevo ancora compreso».
Nel 1962, andò a trovarla a Roma e le scattò una serie di fotografie bellissime che spesso compaiono sulle copertine dei suoi libri. Immaginava che sarebbero diventate così celebri?
«Come fotografo ero un principiante assoluto, e a dirla tutta non è che poi abbia fatto grandi progressi. Ma ho scattato quelle foto con amore. È raro che su oltre settanta scatti la maggior parte sia quasi perfetta. Capita che il soggetto chiuda gli occhi, ad esempio, per una frazione di secondo. Invece sono venute quasi tutte bene. Lei era felice che l’esperimento fosse riuscito, io anche: non ho mai fatto foto tanto belle in vita mia, né prima né dopo. Un colpo di fortuna. Comunque, oltre alla serie scattata da me, rimangono tante fotografie di lei. Nell’archivio Frisch c’è una foto di loro due insieme sulla terrazza di via De’ Notaris [dove vissero insieme, ndr], scattata da Mario Dondero, in cui lei porta un vestito con la gonna a losanghe: ne abbiamo ritrovata un’altra di lei sorridente con lo stesso vestito, sembra proprio una ragazza. È la foto a cui penso quando penso a lei».
Qual era il tratto principale della sua personalità?
«Parecchie persone sono convinte che fosse molto seria, quasi severa. In realtà, anche se certo pensava con una logica limpida, rigorosa, era soprattutto divertente. Amava raccontarci piccole storie buffe. Persino dopo la rottura con Max Frisch… È vero, ha vissuto un periodo cupo, ha sofferto. Ma man mano che si riprendeva dallo shock, i suoi tratti più felici sono riapparsi. Per noi vederla rifiorire è stato bellissimo. Parlo per me e per Isolde, la sorella di mezzo».
Isolde e Ingeborg avevano solo pochi anni di differenza.
«Isolde è in vacanza in Grecia. Ha 95 anni. Viaggia da sola, è molto in forma».
Nell’autunno ’73, mentre Ingeborg era ricoverata al Sant’Eugenio, il marito di Isolde, Franz, morì in un incidente stradale, lasciandola sola con sei bimbi…
«Una coincidenza tremenda. Per molti anni non sono riuscito a parlare di quel periodo. Oltretutto si era diffuso il sospetto che mia sorella fosse stata uccisa: era completamente assurdo, ma è una cosa che succede, quando muoiono persone famose. Si spargono le voci più incredibili. E accadeva anche prima dei social media».
A proposito: sua sorella era felice di essere famosa? In molti filmati sembra timida.
«Era timida. Le interviste la mettevano a disagio, e credo che la sua reputazione di persona molto seria sia nata anche da questo. Intellettualmente, come dicevo, era seria, sì: ma nella vita di tutti i giorni veniva fuori la sua personalità buffa, aperta. Recentemente ho ritrovato un’intervista in cui parla in italiano. È così diversa rispetto a quelle in tedesco! Sembra molto più felice, a suo agio, spumeggiante».
Ci sono registrazioni in cui legge poesie in un bellissimo italiano: aveva tradotto Ungaretti, era ormai la sua seconda lingua. E nel documentario-intervista girato da Gerda Haller nella sua ultima estate, ride molto. Ha visto il film che le ha dedicato Margarethe von Trotta, Viaggio nel deserto?
«Prima di iniziare la lavorazione la regista mi ha voluto incontrare, abbiamo parlato a lungo. Quando ho visto il film, sono rimasto affascinato. Mostra i suoi due lati. La sua attitudine alla felicità. E la malinconia».
Vicky Krieps, l’attrice che l’interpreta, mi è parsa molto convincente. Ma non so che effetto possa aver fatto a lei…
«Incredibile. È stato sconvolgente. Il modo di muoversi, la postura… la voce. Mi è sembrato di sentire mia sorella».
Nel film, Ingeborg appare molto sola in un mondo intellettuale ancora dominato dagli uomini.
«Sì. C’è una scena in cui fa un discorso davanti a una platea di soli uomini, anziani, austeri. Mi ha fatto ripensare a una lettera che ci aveva spedito a casa – ce ne mandava di molto divertenti. Diceva: “Sono sempre insieme a questi uomini, a parlare con loro di cose serie, e intanto le loro mogli se ne stanno lì sedute a bere il caffè”».
È stata una pioniera: una poetessa, donna, sulla copertina dello Spiegel nel ’54. Ma nella vita non è stata sola: ha avuto molte amiche. Volevo chiederle di Maria Teofili, che a Roma per anni l’ha aiutata a gestire le faccende pratiche. Era una buona amica, credo…
«Molto. È morta qualche anno fa. L’ho incontrata diverse volte quando sono stato a trovare mia sorella a Roma. E ci ha dato una mano anche all’epoca dell’incidente: quando abbiamo dovuto liberare l’appartamento di Palazzo Sacchetti, con Sheila, lei era lì ad aiutarci. La comunicazione era un po’ difficile, perché io non parlavo italiano. Ma so quanto è stata importante per Ingeborg».
Ho incontrato varie persone che l’avevano conosciuta, come Ginevra Bompiani, Moshe Kahn… ma anche chi l’ha amata attraverso la sua opera. Ogni volta ho la sensazione di un legame speciale, affettuoso. Credo che sia dovuto al fatto che la sua scrittura è toccante in un modo che non può lasciare indifferenti. Capita anche a lei di avere questa percezione?
«Mi piacerebbe che chi la legge potesse comprendere quanto fosse straordinaria non solo sul piano intellettuale, ma anche umano. Non era una persona astratta, era una donna gentile. Chi l’ha conosciuta lo ricorda, solo che il tempo passa e sono sempre meno le persone che hanno avuto l’occasione di frequentarla. Ma spero che la sua immagine viva per sempre».
(Corriere della sera, 18 dicembre 2023)
di Pat Carra
È in libreria Libellule nella rete (ed. Zona 42), il romanzo di fantascienza di Loretta B. Angiori, pseudonimo di Loretta Borrelli (Angiori è l’acronimo delle iniziali delle sue sorelle). Sviluppatrice web e teorica critica della tecnologia, Loretta scrive importanti saggi e tiene corsi nelle accademie sulle arti multimediali. Tra le sue numerose partecipazioni a gruppi politici a cominciare dagli anni ’90, è cofondatrice di Erbacce e prima di Aspirina: dal 2013 è stata l’anima e la maestra digitale delle nostre riviste, e ha ispirato i fumetti La bracciante digitale. In redazione abbiamo imparato a perderci nel suo pensiero labirintico, incline ad aprire finestre su finestre su finestre, più che a tirare conclusioni e trovare facili soluzioni. Spesso ci è apparsa come un’avanguardia troppo in anticipo: affidandoci a occhi chiusi, abbiamo aperto gli occhi.
Libellule nella rete è il suo romanzo di esordio, nato dal bisogno di staccarsi dall’astrazione teorica per riuscire a raccontare il mondo dominato dalle macchine e le trasformazioni tecnologiche intese come sintomi di trasformazioni più vaste: della natura, delle emozioni, dell’espressività, del lavoro, dell’inconscio. La sua passione per la fantascienza, che spazia da Ursula Le Guin a Donna Haraway a Orwell, le ha offerto la chiave.
Il punto di partenza del libro è una critica alle utopie della Silicon Valley e dell’intelligenza artificiale, utopie basate su teorie come l’“utilitarismo radicale” che, mosso da un “altruismo effettivo” sogna di organizzare una società acquiescente oppure, all’opposto, utopie basate su teorie come l’“accelerazionismo effettivo” che spinge per l’automazione totale del lavoro. Dietro queste filosofie ci sono persone reali, potenti gruppi di estrema destra che con il loro progetto anarcocapitalista o millenarista hanno un grande peso nel sistema economico e politico statunitense e anche nel nostro. Senza dimenticare che dall’altra parte del mondo c’è il progetto comunista-capitalista della Cina.
Nel romanzo, Loretta costruisce una società della catastrofe in cui queste utopie hanno vinto su tutta la linea, i redditi e le organizzazioni economiche sono regolamentati, l’IA semplifica il lavoro e le valutazioni dei comportamenti, tutto è automatizzato e sotto controllo, i sistemi di monete e di crediti sono assolutamente trasparenti, quindi blockchain, interoperatività e decentralizzazione dei sistemi e così via.
Le protagoniste sono Rei, una microinfluencer che abita in una metropoli come tante (potrebbe essere Milano), e Chiara, amministratrice di sistema che vive in una comunità autogestita di montagna, Piana di Urlele. Le loro storie si alternano, nei capitoli dispari Rei è raccontata in terza persona, in quelli pari Chiara è l’io narrante. Le due donne sono destinate a incontrarsi e a mettere in discussione molte certezze, in uno spazio-tempo del futuro che è l’essenza stessa del nostro presente: la catastrofe climatica, lo strapotere delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale, la solitudine, la depressione, la sofferenza psichica nel tardocapitalismo della sorveglianza.
In questo universo Rei «si sentiva spesso distrutta e assente, svuotata. Spesso provava una grande noia sfogliando i contenuti della rete, ignorava le interazioni con altri utenti. Le sedute di supporto psicologico non l’aiutavano a identificare le cause del suo malessere». Per questo Rei si rivolgerà, come altri, alle stanze per il supporto emotivo della misteriosa Sight Holding, società apparentemente clandestina.
L’altro mondo, la comunità di Urlele e alcuni spazi periferici e notturni che Rei si trova a frequentare, evocano i gruppi di hacking nati per condividere la conoscenza, il cyberpunk italiano, i centri sociali, i movimenti ambientalisti e anticapitalisti, il femminismo che mette le relazioni al centro del cambiamento. A Urlele appaiono le libellule che per Chiara «sono simbolo del rapporto tra forze a volte divergenti, altre volte convergenti, sempre positive per le trasformazioni. I cambiamenti che sognavamo dovevano stare agli obblighi del mondo che ci circondava, ma spesso desideravamo volare in modo imprevedibile».
Nel romanzo divergono e convergono, appunto, le prese di coscienza che aprono spazi di libertà, riconoscendo dall’interno del sistema i punti di rottura su cui l’azione diventa possibile. La tensione politica sottesa è sempre fortissima e permette, anche a noi che leggiamo con il fiato sospeso, di restare nella rete senza cadere nella rete. In alcune pagine il linguaggio informatico è complicato e viene il dubbio, a chi non ne conosce i codici, che sia tutta una finzione. Si tratta invece di un idioletto, un sistema linguistico comprensibile a una comunità, che potrebbe corrispondere a verità pur restando ermetico ai più. Queste pagine saranno lette in modo differente da esperti o profani, ma poco importa nel flusso narrativo.
Le libellule sono «fuoco al di sotto dell’acqua», creature che mettono in comune desideri e conoscenze: hacker, femministe, filosofi e attivisti, robot chiamati Mer che raccolgono le fragole e capiscono gli alberi, amiche che preparano cene, adolescenti inquieti, una bambina pasticciona e una madre ansiosa, i manifestanti anonimi nella città alluvionata, il libraio che vende manoscritti…
Durante la presentazione alla libreria Anàrres a Milano, Loretta ha citato la celebre frase di Fredric Jameson ripresa da Mark Fisher «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo», estendendola al patriarcato. Da quando le donne non hanno più dato credito al realismo capitalista-patriarcale e hanno immaginato e desiderato altro, è iniziato il declino di un potere che sembrava eterno e immutabile. Se questo nuovo mondo possibile è considerato fantascienza, Loretta lo fa suo e dichiara “Io sono fantascienza”.
Domenica 10 dicembre alle ore 12 – Libreria Tuba, Via del Pigneto 39, RomaIncontro con Loretta Borrelli e Elena Giorgiana Mirabelli, modera Barbara Leda Kenny
(Erbacce, 4 dicembre 2023)
di Roberta De Monticelli
È questa settimana in libreria “J’Accuse”, un libro di Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati – in conversazione con Christian Elia (Fuori Scena, RCS) che offre in sette brevi capitoli un glossario per capire che cosa è successo in Palestina e in Israele. Pubblichiamo un estratto della postfazione.
Gaza non c’è più – è solo un ammasso di dolore e rovina. Un’apocalisse è in corso, in tutti i sensi della parola. Una rivelazione, soprattutto. Non solo degli estremi di cui siamo capaci quando i vincoli del diritto e della civiltà sono violati. Ma anche dell’altra faccia della splendida luna di Israele, la faccia che era nell’ombra: la Palestina. Ora l’altra faccia della luna, tremenda, è nella luce della nostra coscienza, a dispetto del taglio totale di elettricità e connessioni imposto – come se solo la tenebra potesse essere testimone di un sacrificio umano così senza limiti e senza senso. E invece mai così visibile, mai così scoperchiata in tutta la sua tragedia, è oggi la storia intera della nascita e della crescita di Israele nella terra che fu la Palestina storica, delle vie che la costruzione di quello stato ha imboccato e sempre più sistematicamente perseguito, del dolore che queste scelte, non inevitabili, hanno causato: dal lato oscuro della luna soprattutto, ma anche dal lato lucente, in uno stillicidio di veleno e morte. Un dolore che oggi giunge al suo insopportabile zenit.
Dice un grande scrittore che un libro deve essere «un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi» (Franz Kafka). Questo J’Accuse dovrebbe essere un’ascia del genere per ciascuno di noi. Che sia almeno uno scalpello sottile, un cesello addirittura, che con la lama del diritto incida nella profondità della memoria, perché possiamo imparare che terribile cosa sia stata la nostra indifferenza fino ad oggi, e come ogni giorno del nostro ignorare la faccia oscura della luna, ogni ora del nostro silenzio, abbia portato un po’ di energia alla bomba atomica del male che ora sta distruggendo la nostra umanità, insieme ai corpi degli innocenti.
Lo scritto che avete in mano discende direttamente dall’ufficio di un «funzionario dell’umanità»: perché tale, nella sua indipendenza che lo solleva al di sopra dei funzionari stipendiati, è una relatrice speciale delle Nazioni Unite, e ben si adatta al suo ruolo questo appellativo che Edmund Husserl riservava agli eredi di Socrate.
Questo J’Accuse è scritto in nome degli ideali e delle corrispondenti norme e istituzioni che la comunità internazionale si era data per prevenire e spegnere le guerre; perché dov’era la selva geopolitica delle potenze sedesse il governo della legge, il diritto internazionale e i suoi organi di garanzia; perché dov’erano le radici di sangue e di terra delle nazioni scendesse il balsamo della ragione, e tutti noi ricordassimo le radici di carta e pensiero piantate in noi per sostenere la nostra umanità al di sopra degli strati di risentimento, dolore, impunità e violenza che ci salgono ormai alla gola.
Forse è ancora possibile. Che il dono dei vincoli di ragione, accolto dalla parte migliore della tradizione umanistica e della filosofia e infine dalla comunità internazionale, prevalga: e sventi questa ulteriore catastrofe del mondo globale di cui l’Europa annunciò, con le sue guerre novecentesche, l’avvento. Perché ciò che separa, nel mondo intero, il sottilissimo strato di civiltà per cui soltanto possiamo dirci umani dal sottostante oceano di stupidità e ferocia che ci minaccia, è solo l’impegno a brandirle, le carte di cui queste radici sono fatte, invece di brandire le armi.
Che vuol dire: rianimarle del nostro soffio, queste carte e questa lettera che solo lo spirito fa viva. Rianimarle del soffio per cui soltanto l’ideale eccede sul reale, e il valore sul fatto – e soprattutto la ricerca, il dubbio, la veglia critica e la trasparenza logica eccedono sul dogma, l’urlo tribale, la furia ideologica. Eccedono, vuol dire: non si lasciano ridurre a. Eccedono, solo per un soffio. Senza questo soffio, la nostra umanità è perduta. Mi pare che a questo bivio siamo, oggi.
(Il manifesto, 1° dicembre 2023)
di Alessandra Sarchi
Il 3 ottobre 2020 inaugurò alla National Gallery di Londra un’imponente mostra dedicata ad Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1653 circa) a cura di Letizia Treves; era la prima monografica mai dedicata a un’artista donna dalla prestigiosa istituzione londinese. Non era peraltro isolata, numerose altre nel corso degli ultimi trent’anni si erano susseguite e altre ne sarebbero venute, sparse per i musei europei, come ad esempio quella da poco aperta al Palazzo Ducale di Genova a cura di Costantino D’Orazio.
La crescente fortuna critica di questa pittrice che nel 1916, quando Roberto Longhi le dedicò un articolo insieme al padre, il ben più noto Orazio Gentileschi, contava un catalogo che non superava la decina di dipinti, mentre oggi è quasi decuplicato (come il loro prezzo peraltro), è intrecciata a doppio filo a quella del romanzo a lei dedicato da Anna Banti, uscito nel 1947 e ora ripubblicato da Mondadori per la cura di Daniela Brogi che firma un’introduzione e un saggio finale accompagnato da immagini di alcune opere pittoriche, impegnandosi in un corpo a corpo con le due facce di quest’erma bifronte: la biografia romanzata di una pittrice e l’invenzione-rivelazione della scrittrice Anna Banti, nata Lucia Lopresti, coniugata Longhi (Firenze, 1895 – Massa, 1985).
Fin dall’incipit – «Non piangere» – le due voci sono infatti sovrapposte: quel tu poetico che interpella il lettore si rivolge tanto alla scrittrice Anna Banti, che ha perso il primo manoscritto del romanzo nei bombardamenti su Firenze, fra il 3 e il 4 agosto 1944, quanto alla ragazzina di grandissimo talento che nel 1612 dovette sostenere un processo per lo stupro subito da Agostino Tassi, il pittore al quale il padre Orazio l’aveva affidata per migliorare la sua arte.
L’alternanza fra queste due voci, il loro frammentario parlarsi in controcanto fino a fondersi talvolta, insieme alla temporalità mai lineare sempre tesa fra presente e passato, costituiscono alcuni elementi con cui Banti costruisce un romanzo che a pieno titolo Brogi definisce modernista e anticipatore di molti dispositivi narrativi in cui l’io si parcellizza e si sdoppia, nelle acrobazie della biofiction o autofiction che tanto successo hanno goduto in tempi recenti.
«Artemisia è il nome di una pittrice, dunque; è il titolo di un libro; è il simbolo di battaglie contro la violenza sulle donne; è, infine, il nome di una finzione romanzesca. Artemisia però non è un saggio, né un romanzo storico e nemmeno una biografia classica, ma un testo di invenzione in cui si rielaborano documenti d’archivio studiati direttamente, intrecciandoli a competenze storiche, letterarie e critiche», scrive Brogi con una sintesi che è già strumento di lettura tanto del romanzo quanto della figura di Banti, ingiustamente lasciata ai margini del canone letterario. Artemisia non fu un esordio per Banti, ma il romanzo in cui sigillò quella che divenne poi la sua cifra peculiare: «Scrivere di quello che la Storia tace a sé stessa». Utilizzare tutto il bagaglio della sua formazione storico-artistica per attraversare il tempo, restituire voce a una pittrice poco conosciuta come Artemisia o ai garibaldini della spedizione dei Mille in Noi credevamo (1967).
Quanto debba essere stato faticoso e ostile il passaggio dalla storia dell’arte, e dal ruolo di moglie del celebre Roberto Longhi, a quello di scrittrice in proprio si capisce dall’ultimo libro di Banti, Un grido lacerante (1981). Ma è proprio la consapevolezza di come il genere sia decisivo per una donna, nella lotta per l’affermazione di un linguaggio proprio e di una carriera artistica, ciò che Banti trasferisce dalla sua esperienza a quella di Artemisia, rendendola viva ai nostri occhi. E se è vero, come ricorda Brogi, che la vicenda dello stupro viene fornita fin da subito nell’avvertenza al lettore: «Oltraggiata, appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro», scrive Banti, è altrettanto vero che la scrittrice decide con una efficacissima ellissi di non raccontare nei dettagli stupro e processo, pur avendone lei stessa trascritto le carte nel 1939. Felice scelta stilistica, tanto più apprezzabile se confrontata con la centralità voyeuristica e distorta data alla vicenda nella versione cinematografica di Agnès Merlet, Artemisia. Passione estrema (1997) o nel romanzo di Susan Vreeland, La passione di Artemisia (2002).
Banti muove, viceversa, dalla precisa intenzione di dare una forma al destino e alla vocazione della pittrice che non fosse schiacciata dalla violenza patita: Artemisia infatti non se ne fece schiacciare, ma seppe attraversarla e rielaborarla, e non dovette essere facile per una giovane donna marchiata dalla vergogna e dalla riprovazione sociale. Il dipinto, ora a Pommersfelden, Susanna e i vecchioni, un tema su cui la pittrice tornò più volte, le due versioni della Giuditta e Oloferne, ora agli Uffizi e a Capodimonte, esprimono questo attraversamento della violenza, subita in prima persona e incistata in una società in cui, a quattro secoli di distanza – commenta Brogi – «il paradigma storico culturale e simbolico che equipara prepotenza e virilità è ancora in piedi». Un confronto con i medesimi soggetti trattati da artisti uomini, Caravaggio ad esempio, ci dà la misura di quanto lo sguardo maschile sfumi i contorni della violenza, idealizzando il corpo femminile, mentre Artemisia fa vibrare il sangue, la ripulsa, la paura; nella sua pittura le storie delle eroine bibliche diventano storie quotidiane delle donne.
Banti con acuta cognizione di causa rifugge la prosa d’arte e le descrizioni ecfrastiche, viceversa ricostruisce il lavorio incessante dello sguardo pittorico di Artemisia in brani come questo: «Una bella occasione, questa lucerna, recata a mano da una donna bianca e bionda, che a ogni passo forma un’ombra bizzarra: un’occasione da studiarci allo specchio per esercizio di quella pittura che oggi tanto incontra, di Gherardo Fiammingo». E ci mostra l’asperità di comporre un racconto non risolvibile in dicotomie scontate (il genio e il trauma, la vittima e la riscossa), con mosse metanarrative che mettono in campo l’autrice, spiazzano, e suggeriscono una ricerca di verità superiore: «Trecento anni di maggiore esperienza non mi hanno insegnato a riscattare una compagna dai suoi errori umani e a ricostruirle una libertà ideale, quella che l’affrancava e la esaltava nelle ore di lavoro, che furono tante».
Artemisia troneggia, ora, fra i pittori caravaggeschi; è tempo di riportare anche Anna Banti al posto che le spetta.
(Corriere della Sera, La lettura, 26 novembre 2023)