Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Heide Goettner-Abendroth, quando nel 2014 l’ho invitata a parlare alla Libreria delle donne di Milano delle sue ricerche, sfociate nel libro Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene nel mondo” (Venexia 2013).

Ho grande ammirazione sia per il suo coerente e coraggioso percorso di studiosa sia per gli straordinari risultati della sua ricerca.

Infatti dal 1973 al 1983 Heide Goettner-Abendroth aveva insegnato filosofia e teoria della scienza all’università di Monaco ma contemporaneamente, analizzando studi di archeologia, linguistica, antropologia, dunque con un metodo interdisciplinare, cominciava a rendersi conto che il Matriarcato non è il “dominio o regola delle madri”, non è quindi equiparabile al Patriarcato che correttamente significa “dominio o regola dei padri”. Entrambi i termini sono composti da archē che oltre a ‘dominio’ ha anche il significato di ‘origine’, ‘inizio’, come troviamo nelle parole archeologia, studio delle origini, e archetipo, prototipo originale. Matriarcato significa dunque ‘in principio le madri’. Infatti, se attraverso la documentazione storica ed etnografica si cercano società dominate dalle madri o dalle donne, è impossibile trovarle perché il porre all’origine le madri produce una diversa forma sociale.

Già nel 1976 presentò al pubblico i suoi primi risultati che divennero nel 1980 il libro in tedesco La dea e il suo eroe, tradotto quindici anni dopo in inglese e che prossimamente verrà tradotto anche in italiano da Gabriella Galzio.

Nell’università però non vi era spazio per queste ricerche, infatti vigeva, come spesso anche oggi, quella che la storica María-Milagros Rivera Garretas chiama violenza ermeneutica. Quindi nel 1983, ormai 40 anni fa decise di non insegnare filosofia ma di dedicarsi completamente agli studi matriarcali e nel 1986 fondò l’International Academy Hagia (www.hagia.de) per gli Studi Moderni sul Matriarcato e la Spiritualità Matriarcale, che con Cécile Keller dirige ancora oggi.

Mi è parso significativo il suo percorso in cui, madre di due figlie e un figlio, ha saputo lasciare una posizione consolidata per continuare ad approfondire e diffondere le sue scoperte.

È oggi riconosciuta come la fondatrice degli Studi Matriarcali moderni, un nuovo campo epistemologico che ha messo a punto una definizione strutturale della forma sociale matriarcale. Decenni di studi antropologici e viaggi presso società matriarcali tuttora esistenti, ma anche donne e uomini di queste società le hanno fornito molte informazioni e confermato molte ipotesi, messe a confronto nei diversi convegni internazionali, da lei promossi, come nel 2003 in Lussemburgo, nel 2005 a San Marcos (Texas), nel 2009 a Roma, Milano e Bologna e nel 2012 a San Gallo in Svizzera. Dall’edizione canadese degli Atti del convegno del 2005 sono stati pubblicati in italiano, nel libro Società di pace. Matriarcati del passato, presente e futuro (Castelvecchi, 2018), curato da Luciana Percovich, alcuni saggi generali anche con uno sguardo ampio sulle caratteristiche di alcune società matriarcali delle Americhe, dell’Asia e dell’Africa.

Leggendo i suoi libri ricchissimi non solo di informazioni ma di connessioni che portano a un nuovo paradigma interpretativo della società, provo grande riconoscenza, come del resto è avvenuto e avviene da parte di molte donne, infatti è stata eletta una delle mille Donne di Pace del mondo e candidata ben due volte al Premio Nobel per la Pace ed è stata posta in suo onore una pietra nel Frauen-Gedenk-Labyrinth di Francoforte.

Quali caratteristiche presenta la forma sociale matriarcale da lei delineata?

A livello economico, poiché le donne gestiscono i beni essenziali come la terra, la casa, il cibo e cercano di bilanciare la ricchezza con la redistribuzione, senza accumulazione ma attraverso il dono, possiamo parlare di società di reciprocità basate su un’economia in equilibrio, un’economia del dono di origine materna, in cui vi è la pratica del dare doni non quella dello scambio del mercato, come ci ricorda anche Genevieve Vaughan (Per-donare. Una critica femminista dello scambio, Meltemi 2005).

A livello sociale la maternità è considerata la funzione basilare perché crea le nuove generazioni ma non è necessario essere madri biologiche perché la maternità è condivisa tra sorelle. Si vive in clan legati dalla parentela matrilineare e spesso matrilocali (residenza presso la madre) dove i sessi hanno lo stesso valore (parità di genere) pur avendo ciascuno una propria sfera di attività: ad esempio le donne sono socialmente al centro della vita collettiva e gli uomini sono rappresentanti del clan all’esterno.

A livello politico si tratta società del consenso dove le decisioni vengono prese localmente nelle case del clan e, solo quando si raggiunge una decisione condivisa, la si mette in pratica e, se coinvolge altri clan, si delega agli uomini di essere i portavoce del clan in incontri allargati, dove le decisioni sono solo comunicate ma non modificate.

A livello culturale si può parlare di cultura sacra perché basata su una profonda visione in cui il divino è immanente e tutto il mondo – uomini, donne, piante, animali, pietre, corpi celesti – è considerato divino, un divino femminile. L’universo è frutto della creazione di una grande madre e le feste, che seguono i ritmi della vita e delle stagioni, celebrano la natura nelle sue infinite manifestazioni. Non c’è separazione tra sacro e profano e c’è continuità tra vivi e morti perché si crede che gli e le antenate si reincarnino.

Farsi guidare da una definizione strutturale, come quella sopra presentata, non significa proiettare un tipo ideale di società fisso e immutabile ma di contribuire a un processo creativo di «comprensione ricettiva ma rigorosa delle variegate forme sociali matriarcali esistenti», utilizzabile anche per interpretare i reperti e i risultati archeologici. Heide Goettner-Abentroth ha potuto infatti nell’ultimo decennio sviluppare ed esporre la storia culturale delle società matriarcali e affrontare il problema dell’origine del patriarcato, un processo protrattosi per millenni, in luoghi e tempi diversi.

E lo ha fatto nel suo ultimo libro Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia Occidentale e Europa (Mimesis 2023)appena tradotto in italiano da Luisa Vicinelli e Nicoletta Cocci del collettivo Le matriarcali che in Italia promuove con diverse iniziative i moderni studi matriarcali (https://lematriarcali.wordpress.com/).

Leggere questo libro è stata per me una triplice avventura della conoscenza, quel conoscere che ti trasforma. Innanzi tutto ho potuto seguire, come in un giallo, il modo in cui l’autrice smantella le false interpretazioni ideologiche presentando e confrontando le scoperte archeologiche fra loro e con le società matriarcali del presente e disvelando così quelle che finora erano confuse rappresentazioni delle società dei primordi per farci credere che la civiltà nasce con le forme patriarcali di dominio.

La seconda avventura è stata viaggiare, partendo dall’Africa, attraverso soprattutto i territori dell’Europa e dell’Asia Occidentale insieme alle popolazioni antiche ma anche alla scoperta delle centinaia di siti archeologici imparando a vedere segni che prima erano indecifrabili o interpretati in modo proiettivo e approssimativo: una guida affascinante anche per i miei futuri viaggi.

La terza avventura è stata andare nel passato dell’umanità scoprendo il modificarsi di strutture economiche, sociali, politiche e culturali e riconoscere le diverse origini del patriarcato e le forme di resistenza al suo lento instaurarsi in modi differenti.

In ogni pagina ho trovato sempre tre o quattro informazioni, interpretazioni, immagini del tutto nuove per me, pur essendo io stata un’insegnante di storia. Leggere per la seconda volta le 550 pagine del testo si è rivelata un’esperienza piena di sorprese perché ho potuto soffermarmi su particolari delle prove che via via l’autrice presentava e cogliere anche il suo stile nel dialogare con interpretazioni proiettive del presente sul passato di alcuni archeologi, un dialogo a volte ironico ma molto ben documentato (tra bibliografia e autorizzazioni delle immagini vi sono oltre venti pagine).

L’autrice, dopo un’introduzione in cui si sofferma su come si sono sviluppati i moderni studi matriarcali, nel primo capitolo rifiuta la divisione tra storia e preistoria perché implica lo svilimento e la deformazione delle conquiste non solo intellettuali dell’umanità antica e propone invece primevo e primordi. Dimostra la falsità dell’ideologia della guerra infinita, che legge, ad esempio, ogni resto di muro come fortificazione contro nemici e non come protezione da inondazioni o da animali e ogni cimitero collettivo come frutto di violenza e non come forma di culto per le e gli antenati. Un’ideologia di cui oggi, più che mai, avvertiamo la grande pericolosità, perché porta a una svalutazione della pace intesa solo come assenza di guerra e non invece come l’invenzione e messa in pratica di strategie per la risoluzione dei conflitti. Non si tratta dunque di parlare di società pacifiche, in cui non avvengono conflitti ma in cui essi possono sfociare in faide non in guerre perché non vi sono strutture organizzate come gli eserciti. Si tratta invece società in cui la violenza non è glorificata e, quando nascono conflitti, vengono risolti, ad esempio, con alleanza tribali o con matrimoni tra clan o con accordi rituali.

Gli altri sette capitoli sono strutturati in maniera simile tra loro e ciascuno è dedicato a un periodo preciso. Si aprono con una tabella cronologica, una descrizione degli ambienti e degli spostamenti delle popolazioni e una mappa in base ai ritrovamenti archeologici.

In quello dedicato al Paleolitico e nei due al Neolitico, seguendo un vasto percorso temporale e geografico, vengono delineate società con caratteristiche economiche, sociali, politiche e culturali complesse, capaci dell’uso di simboli, grazie a un’attenta e non ideologica interpretazione delle evidenze archeologiche, ad esempio nel Paleolitico le pitture parietali, le statuette femminili, i cimiteri collettivi o nel Neolitico le costruzioni megalitiche, i palazzi di Creta, le forme di irrigazione artificiale in Mesopotamia.

Nel quarto capitolo sull’età del bronzo nella steppa euroasiatica si descrivono le società del primo nomadismo con le loro iniziali forme di dominio e si mostra la resistenza delle donne, in particolare si affronta la questione delle Amazzoni.

Negli ultimi tre vengono presentate le diverse situazioni nell’età del bronzo e del ferro: dapprima si vede in Asia occidentale la nascita della forma stato e poi impero e l’inizio di una teocrazia che abolisce la Dea per giungere al monoteismo, poi si esamina come nell’Europa meridionale resistono le società tardo matriarcali, ad esempio in Sardegna, a Creta, in Etruria. Infine a Nord delle Alpi si mostra la permanenza di elementi matriarcali in società patriarcali come tra i popoli celtici e germanici.

Ogni capitolo è corredato da una documentazione di immagini e al termine troviamo una sintesi del capitolo e una definizione del periodo.

La struttura del libro dunque lo rende anche un’opera di facile consultazione, di cui possiamo rileggere anche solo quei capitoli sui periodi, sulle popolazioni, sui temi che più ci interessano.

Posso aggiungere che questa lettura mi ha trasformato nel senso di avermi fatto riconoscere e radicare nel tempo e nello spazio modalità di comportamento mie, di amiche e anche di uomini a me vicini, che prima vedevo in gran parte come caratteristiche individuali ed estemporanee.

Nota: La videoregistrazione dell’incontro del 3 marzo 2024 alla Libreria delle donne di Milano con Heide Goettner-Abentroth dal titolo Quando la civiltà era più umana si trova nel canale YouTube nel sito della Libreria al seguente link:

(*) Luciana Tavernini è impegnata nelle attività della Libreria delle donne di Milano. Ha partecipato fin dall’inizio alla Pedagogia della differenza e alla Comunità di pratica e riflessione pedagogica e ricerca storica, successivamente alla Comunità di Storia vivente di Milano e ora SAMI. Tiene con Marina Santini il corso Historia viviente al master in Studi della differenza sessuale presso l’Università di Barcellona. Con altre ha scritto Libere di esistere (SEI, 1996), Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, 2015), Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione (VandA e-publishing, 2019), La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi (Moretti & Vitali, 2019). Traduce e scrive saggi per diverse riviste.

(AP-Autogestione e politica prima, a. XXXI, n. 2/3, aprile-settembre 2004, pp. 11-13)

Qualche settimana fa, spulciando nella mia vecchia libreria di campagna, mi sono imbattuta in alcuni testi di Sylvia Plath; li ho riletti e, come mi era accaduto altre volte, ne sono rimasta turbata. Molti smarrimenti della poeta mi sembrano, tra l’altro, attualissimi e sovrapponibili a quelli che, oggi, vengono avvertiti soprattutto dalle donne. Ci ritroviamo, infatti, a difendere diritti già acquisiti, oggetto di tante battaglie da parte del femminismo. Così ho pensato di rendere omaggio alla poeta scrivendo di lei e, in tal modo, ricordarla a quante/i l’hanno amata.   

Negli anni settanta la poesia di Sylvia Plath fu letta e analizzata in modo parziale e riduttivo perché ne furono considerati unici temi dominanti la presunta schizofrenia e la denunciata violenza maschile responsabile non soltanto della “follia” della scrittrice, ma anche del suo suicidio.

Certo fu donna e poeta assai scomoda, provocatoria e sovversiva; genio che ambiva alla perfezione, specchio di quante videro riflessa in lei la propria soggettività fino a creare il Plath Myth.

Emerge inequivocabilmente dai suoi scritti un atteggiamento anti-maschile in cui le figure di dio/padre/marito, vestite con abiti nazisti, vengono identificate in quelle di carcerieri e oppressori.

C’è infatti nella poeta, soprattutto negli ultimi anni, una chiara identificazione con gli ebrei vittime dell’olocausto e della perversione maschil-nazista, ma c’è di più in quella che può sembrare solo una identificazione nel ruolo di vittima. C’è qualcosa che tende ad andare oltre il dato biografico e che presenta una condizione di sofferenza esistenziale comune alla generazione vissuta negli anni ’50 e ’60. C’è la violenza di una struttura sociale e storica nominata nelle tragedie di Hiroshima e Dachau. C’è una società che ruota intorno a valori quali «domesticità, religiosità, rispettabilità, sicurezza attraverso l’acquiescenza verso il sistema» e che induce le ragazze ad essere studentesse e figlie perfette, madri e mogli inappuntabili.

Così il sogno di perfezione in Plath si schianta contro un’avvertita inadeguatezza: il sentirsi non all’altezza delle aspettative della madre, dalla quale non era mai riuscita a distaccarsi, al punto da dipendere totalmente dalla sua accettazione fino a perdere il senso di sé.

La ricerca poetica di Sylvia Plath mette in gioco la sfera personale, si connette alla complessità della sua psiche sfociando verso visioni sempre più sconvolgenti e facilmente confondibili con nuove possibilità di essere donna e poeta.

Ma il frutto della elaborazione poetica, intellettuale e psichica finisce per scontrarsi con gli obblighi della vita quotidiana e le sue forme, i ruoli, i legami sociali nei quali viveva immobilizzata e dai quali avrebbe desiderato liberarsi, mentre la madre – così presente e così distante – la costringeva a fingere di essere forte per superare ogni difficoltà, per farcela comunque.

La poeta canta da un luogo di dolore estremo.

La “stanza tutta per sé” è stanza di cristallo che la taglia e l’attraversa. Da quel luogo di dolore non può che rappresentare luoghi di dolore deromanticizzati e resi negli aspetti più umilianti e ghettizzanti: l’orrido, la mostruosità, l’oscenità, l’abiezione, l’isteria sono il tessuto connettivo dei suoi versi. L’ansia e la disperazione evolvono in forme e figure senza corpo con testa di medusa, arpia, gorgone che raccontano esperienze borderline.

Dal dolore insostenibile si può fuggire rifugiandosi nell’asensibilità asettica, come se da dentro una teca di vetro si potesse guardare tutto senza percezione di dolore; come se auto-imprigionandosi e allontanando da sé ogni possibile tattilità, ogni con-tatto, si potesse rendere sordi il corpo e l’anima.

Ma, come scrisse Anne Sexton, amica di Sylvia Plath: a woman who writes feels too much (una donna che scrive sente troppo). Così la scrittura, che avrebbe potuto salvarla, in realtà la pone ancora al centro di un dolore la cui ferocia intollerabile incontra il suicidio, il salto fuori di sé forse come possibilità di estinguere il dolore medesimo, forse come tentativo di cancellare il sé.

La mia scelta è tuttavia quella di non codificare il gesto, bensì ritenerlo un fatto tragico e privato anche nella prospettiva di demolire stereotipi nei quali, ancora oggi, Plath rischia di rimanere ingabbiata.

È la stessa poeta a darsi corpo di strega in poesia come scelta di provocazione che, verosimilmente, mirava a rovesciare la mistica della femminilità americana – e non solo – proposta dai cartelli pubblicitari degli anni cinquanta ed oltre. Strega, luna (dea), olocausto, sono i tre temi ricorrenti nei suoi scritti dove la parola della ribellione solitaria venne considerata pericolosa e sovversiva dall’ipocrita società, tanto da essere letta come follia, e isterico fu definito il corpo da cui quella parola veniva fuori a turbare le coscienze “buone” e “giuste”.

Questa poeta ambiziosa e fragile che avvertiva soffocante indossare solo gli abiti di madre e sposa, rappresenta uno dei sacrifici femminili al mondo e all’arte, perché scardinando in solitudine le porte del disvelamento di sé, mediante la ricerca linguistico-poetica, frantumò se stessa e fu travolta dai suoi stessi demoni creativi ed esistenziali.

Da il manifesto – Sara De Simone da anni si occupa di poesia e letteratura, da Emily Dickinson a Katherine Mansfield e Virginia Woolf, e la incontriamo spesso anche su queste pagine. Di recente ha pubblicato per Viella L’atto sospeso. Azione e inazione dell’eroe dall’Iliade a Virginia Woolf (pp. 188, euro 20), inoltrandosi in un percorso lungo molti secoli e intorno a un tema davvero originale.

Un arco così esteso di tempo e di storie, per non finire in narrazioni banali o già note, doveva di necessità esigere un taglio attento, ben ragionato, e doveva orchestrare la materia per squarci in grado di superare la distanza e affondare in spazi simbolici precisi ma tra loro comunicanti. Una scommessa non facile, a mio avviso felicemente vinta, perché mostra in modo inequivocabile come uno sguardo differente, quando si posa su una grande e comune tradizione, può farci vedere qualcosa che non è stato né visto né registrato prima. Il punto di vista è dunque importante, una specie di gradiente che mette in luce le variazioni possibili di quella stessa tradizione, perché varia la forma stessa dell’avvistamento. Cambia la cartografia del passato, lo illumina là dove qualcosa se ne stava in ombra, o del tutto al buio, non detto o cancellato.

Nell’«atto sospeso» sembra andare in pezzi quell’eterno atto eroico che pensavamo intangibile, soprattutto per l’inerzia con cui spesso viene trasmesso durante il nostro percorso scolastico (absit iniuria verbis, benedico sempre la scuola pubblica). Quando però, come in questo caso, la tradizione viene trafilata alla luce di un pensiero non binario, improvvisamente diventa chiaro che l’inazione non è necessariamente l’opposto, il negativo dell’azione ma, al contrario, genera e rafforza l’azione, e, sbucando dagli interstizi, dalle fessure di un pensiero non ancora pensato, la interpella in modo cogente.

Cosa succede dunque se in una narrazione l’eroe si ferma, smette di agire? Intanto succede che di fronte a questa tesi la nostra curiosità si accende e ci spinge a considerare da vicino un’orchestrazione così radicale della temporalità da tagliarla senza sgomento in tre grandi momenti della letteratura: l’antichità classica, il romanzo medievale del XIII secolo e la prima metà del Novecento.

Il libro di De Simone si apre sull’immagine di Brice Parain, filosofo-personaggio di un film di Godard, Vivre sa vie, che racconta un episodio in cui, nel Visconte di Bragelonne di Dumas, Porthos va incontro alla catastrofe per il semplice fatto di essersi messo a pensare come sia possibile mettere un piede dopo l’altro quando camminiamo. Un’ironia feroce ci fa vedere un eroe che soccombe «sotto il peso di un pensiero», e nasce qui la prima interrogazione del testo, che lavora intorno all’idea di come i tanti eroi «in sospeso», lungo la storia della letteratura, «da Arjuna ad Achille, da Oreste a Pelasgo, da Perceval a Lancelot, fino ad arrivare alla riscritture novecentesche di Orlando e Percival nell’opera di Virginia Woolf», mettano in crisi «lo stesso paradigma eroico di cui sono il simbolo».

Intorno a questo cuore centrale dell’indagine si addensano studi e prelievi che provengono dal cinema alla fotografia, dai miti orientali e occidentali al teatro, alla filosofia, che agiscono tutti muovendo e percorrendo il tema da una colta profondità alla superficie, in modo spesso, e sorprendentemente, divertente. Il primo grande ritaglio temporale, la classicità, è accolto dalla riflessione filosofica di Simone Weil e Rachel Bespaloff, su posizioni diverse per quanto riguarda struttura e argomento del poema omerico (a questo proposito è bene ricordare il bel libro di Nadia Fusini, Hannah e le altre, precursore di questo ideale confronto). Per Weil, ne L’Iliade poema della forza, è propriamente la forza «il vero argomento, il vero centro» del poema, per Bespaloff è la poesia che ne «tiene assieme» «i ventiquattro libri».

De Simone sposa quest’ultima idea per due ragioni, la prima, subito messa in evidenza, è che è proprio della poesia l’interruzione, la cesura, l’aritmia e dunque la pausa, con la sua sospensione, arresta nell’istante la durata «che scandisce il ritmo indiavolato dell’azione» epica. Leggiamo di Elena, che nel terzo libro, sulle mura delle porte Scee, elenca a Priamo i nomi dei guerrieri achei più famosi, mentre si attende il duello che deciderà della guerra, ma l’esempio decisivo, che informa buona parte dell’Iliade è l’inazione, il non-fare di Achille che, da sola, determina l’intera evoluzione delle molte battaglie in campo.

Una pausa, e una domanda, bloccano anche Oreste, nelle Coefore di Eschilo: il suo braccio resta sospeso prima di infiggere la lama nel petto della madre Clitemnestra, aprendo i versi al teatro di una mente che non può sfuggire a un destino inesorabile.

La seconda ragione a sostegno dell’idea che la poesia sia in sé lo spazio e il tempo dell’interruzione, e dunque idea centrale per il valore dell’inazione in letteratura, si sviluppa con altrettanta coerenza nel capitolo dedicato al ciclo bretone di re Artù, introdotto dalla riflessione portante sulla malinconia, che poggia le sue ragioni sui testi di Warburg, Panofsky e Saxl, Wittkower, il Benjamin del Dramma barocco tedesco, Barthes, Susan Sontag, ma anche sul cinema di Rohmer e il volto di Buster Keaton nella famosa fotografia di Joseph Frank. Tutto converge a illuminare il sonno di Artù, «roi pansif», che fermando ogni azione, terrorizza la sua corte, o l’assenza a se stesso, stupefacente, di Lancilotto nel ciclo del Lancelot-Graal, il cui filo di pensiero lo rende meditabondo e passivo, trasognato eppure capace di azioni improvvise che abbattono il suo avversario, in ragione di un’«energia statica» che si trasforma in «energia cinetica». Perceval, protagonista di Le conte du Graal, è un altro cavaliere immobile, addormentato o in dormiveglia sul suo cavallo, non agisce, non pone le domande giuste, sbaglia tutti i tempi, ma l’incompiutezza della sua azione, così come incompiuto sarà il conte, produrrà tutte le narrazioni seguenti.

Manca ora solo l’ultimo salto che porta alla rilettura critica che Virginia Woolf propone dell’Orlando ariosteo nel suo Orlando. Una biografia e di Perceval nelle Onde. Un capitolo ricco di tensione critica, sentiamo che questo è il punto non finale, ma originario dell’intero percorso che possiamo leggere ora a ritroso, perché questi due romanzi vivono della «memoria dell’eroe», qui il sonno e il tempo esistono come necessità narrative esplicite, non più miticamente alluse. L’ironico rovesciamento del Furioso che qui si addormenta, cambia sesso e attraversa d’un balzo i secoli, l’assenza nelle Onde di Percival che, non essendoci, orienta ogni parola dei personaggi, indicano che il tema della sospensione è giocato con massima consapevolezza dalla Woolf, consapevolezza prima di tutto del ritmo di una prosa che, tra dieci interludi e nove soliloqui, deve inseguire i movimenti della mente, e insieme dello scorrere della vita.

Così come Orlando non compie nessuna azione memorabile, ma si «dimostrerà sempre più incline alla malinconia, alla fantasticheria e al sonno profondo», così Percival non è certo un condottiero, viene disegnato con in testa un caschetto colonialista, su una cavalla «malridotta», eroi entrambi messi a fuoco da uno sguardo ironico, sarcastico, che rivoluziona l’intera tradizione di cui i loro eponimi erano simbolo.

A vincere sui temi, sui personaggi stessi, non è però una «tesi» da dimostrare, ma la geniale intuizione che la sospensione, il ritmo, la pausa non stanno tra l’eroe e il mondo, tra azione e inazione, ma sono elementi connaturati a una scrittura che vuole sfuggire ai “generi” codificati. Una biografia fuori canone e un play-poem sono la forma che Woolf ha trovato per rallentare le scene, dilatarle o diminuirne la tensione, come e quando necessario alla narrazione stessa. È la vittoria ultima della poesia, da lei tanto amata, l’esito di questo lungo attraversamento della tradizione.

Da Robinson – la Repubblica –Torna l’opera che la grande femminista dedicò ai suoi amici più geniali: Pascali, Fontana, Accardi, Twomby. Fotografia collettiva di una rivoluzione

Carla Lonzi pubblicò Autoritratto nel 1969,con l’editore De Donato: era ed è rimasto il suo ultimo lavoro di critica d’arte. Da quel momento e fino alla sua scomparsa, nel 1982, si sarebbe dedicata anima e corpo alla teoria e alla militanza femminista, con l’elaborazione di testi ancor oggi fondativi. Già in queste pagine le ragioni della sua svolta esistenziale sono esposte con perentoria chiarezza: «Quando mi sono trovata a fare la critica d’arte, ho visto che era un mestiere fasullo, completamente fasullo», afferma, e ne parla già al passato. Autoritratto nasce dalla raccolta e dal montaggio di una serie di conversazioni con quattordici artisti, registrate tra il 1965 e il 1969: Accardi, Alviani, Castellani, Consagra, Fabro, Fontana, Kounellis, Nigro, Paolini, Pascali, Rotella, Scarpitta, Turcato, cui si aggiungono le domande, senza risposta, rivolte a Cy Twombly nel 1962.

Un libro formidabile che, dando seguito alla ripubblicazione delle opere complete di Carla Lonzi iniziata con Sputiamo su Hegel (2023), La Tartaruga restituisce al pubblico in un’edizione curata da Annarosa Buttarelli (pp.416, 22 euro). Non solo l’epoca e il luogo delle registrazioni sono diversi, ma varia anche la composizione degli interlocutori che partecipano a ciascun incontro. Nel trasporne i contenuti dal parlato allo scritto, Carla Lonzi lavora sul montaggio e crea una sorta di flusso di coscienza, o autocoscienza, che solo di rado interrompe con le proprie osservazioni.

Definisce Autoritratto «un libro un po’ divagato». Possiamo intuire le domande – sulla poetica, sulla tecnica, sull’ontologia stessa dell’arte, la politica, il mercato, il pubblico, la ricerca in divenire – ma non sempre sono dichiarate. È dichiarato, invece, lo scopo di questo convivio: dimostrare che l’artista è naturalmente critico e che l’opera d’arte rappresenta naturalmente una «possibilità di incontro e un invito a partecipare» a «un’altra condizione dell’uomo».     

Come nessun altro, la natura “implicitamente” critica dell’artista è innervata di vissuto e di tecnica, di capacità immaginativa e sfondamenti politici, di potenza simbolica e di evocazione. È il motivo per il quale nel 1969 Carla Lonzi inserisce, come racconto parallelo al testo, fotografie le più diverse, pubbliche e private: immagini degli artisti da bambini, da soli o con i genitori, adulti assieme a mogli e compagne, immagini di opere e immagini realizzate in occasioni espositive. In copertina, anziché il Concetto spaziale di Fontana scelto all’epoca dall’editore, avrebbe desiderato l’immagine che ora Claudia Durastanti, curatrice editoriale de La Tartaruga, ha voluto per questa edizione: la fotografia di Teresa di Lisieux (1895) che interpreta Giovanna d’Arco seduta in catene nella sua prigione.

Cosa c’è sullo sfondo di Autoritratto? Ovviamente il Sessantotto, il Maggio francese, la Biennale contestata. «La nostra società – scrive Lonzi nella premessa – ha partorito un’assurdità quando ha reso istituzionale il momento critico distinguendolo da quello creativo e attribuendogli il potere culturale e pratico sull’arte e sugli artisti». E davanti a sé? Lo dichiara Jannis Kounellis quando osserva che noi «abbiamo fatto di tutto per abolire il mestiere dell’artista e, una volta abolito il mestiere, non per fare un altro mestiere, ma per essere un uomo diverso». O una donna diversa: perché, come dice Carla Accardi, gli uomini «se lo devono levare, eh, un poco, questo terrore della donna che ragiona. Il Potere io l’ho conosciuto, certo che l’ho subìto: come educazione, come ordinamento della società stabilito dagli uomini, con la forza, con l’addomesticamento, con l’asservimento, con l’intontimento, insomma».

È la magnifica utopia dell’artista che, con le parole di Luciano Fabro, si spinge a «prendere possesso del mondo, aprire una breccia attraverso cui possano passare tutti coloro che sono disponibili». Pino Pascali, all’epoca della pubblicazione di Autoritratto scomparso da un anno, confessa che «io cerco di fare quello che mi piace fare, in fondo è l’unico sistema che per me va bene», il che non esclude «una propria identità morale». Lucio Fontana, portentoso, preconizza la liberazione dell’uomo dalla materia: «Diventerà un essere semplice, come un fiore, una pianta e vivrà solo della sua intelligenza, della bellezza della natura e si purificherà del sangue». Ancora Carla Accardi usa un’espressione bellissima nel descrivere il proprio lavoro: «Mi piace che uno capisca dove il mio cuore tocca e dove la mia parola, invece, circonda». È una sintesi perfetta anche per l’altra Carla – l’amica, la femminista, la rimpianta Carla Lonzi.

Da Il Quotidiano del Sud – Ci sono donne, le femministe, a cui le altre devono la loro libertà, in particolare le giovani donne. Una di queste è Carla Lonzi che, alla fine degli anni Sessanta inizio anni Settanta del secolo scorso, con il suo gruppo di autocoscienza Rivolta Femminile ha dato origine, come altre, al femminismo italiano della differenza. A distanza di quarantadue anni dalla sua morte, avvenuta nel 1982, Lonzi non solo continua a essere presente nella mente di chi c’era ma è diventata una delle femministe più studiate in tutto il mondo. A lei, infatti, sono dedicate tesi di laurea, seminari, ricerche, studi, in tutte le università. È riconosciuta come “avanguardia filosofica italiana del XX secolo” e ovunque nascono gruppi di lettura dei suoi scritti la cui riedizione oggi è curata dalla filosofa femminista Annarosa Buttarelli, autrice tra l’altro del recente saggio Carla Lonzi, edito da Feltrinelli per la Collana “Eredi”. «Gli scritti di Carla Lonzi – scrive l’autrice – possono essere considerati di “trasformazione”, ovvero testi non accademici, ma d’esperienza, di vita e di pensiero concreti, capaci di produrre cambiamenti irreversibili in chi ha la fortuna di sentirli risuonare come veri e adeguati a sé». È quello che è accaduto a lei, a me e a tante donne della sua/mia generazione divenute “eredi senza testamento” di un pensiero e di una politica. Eredità oggi da «conservare e trasmettere memoria alle nuove generazioni», alle giovani donne che «pur avendo acquisito la libertà creata dalle loro madri, spesso non sanno dire come, dove e quando si sono combattute le lotte che hanno dato origine alla loro libertà». È questo l’impegno di Buttarelli che nel suo saggio ci porta dentro gli scritti di Lonzi, la quale era consapevole «di essere all’origine della rivoluzione più radicale mai realizzata: la fuoruscita delle donne dalla cultura patriarcale», attraverso la pratica dell’autocoscienza e la trasformazione di sé nella relazione con l’altra, con le altre. «Essere una donna – scrive Lonzi –, che assume di esserlo, comporta il disfacimento di ciò che prevede la società e la cultura per lei» e «ricusa ogni ruolo sociale e intellettuale». Lonzi “traghetta” così se stessa e le donne fuori dalla cultura patriarcale, le rende “donne pensanti e libere” e si misura nelle relazioni “donna con donna”, che altre femministe della differenza renderanno «più praticabili dentro un ordine simbolico femminile, agli albori nel momento in cui lei scrive». Le giovani della “quarta ondata” del femminismo, che oggi lottano contro stereotipi e ruoli patriarcali, non hanno memoria del lavoro di “deculturizzazione” che le madri del femminismo della differenza hanno già fatto, togliendo al patriarcato ogni credito femminile e creando «una genealogia di saperi e sapienze femminili». Buttarelli nel suo saggio ci guida nella comprensione di parole chiave del pensiero e della pratica politica di Lonzi: autenticità, autocoscienza, relazioni tra donne, fare vuoto, auto-inferiorizzazione, andare via, che ci fanno capire come lei della sua vita ne fece «un’opera d’arte dove mente, corpo, relazioni, esperienza sono tenute insieme». […]

Parlerò, e ne avrò sollievo 

Giobbe 32, 20

Da Doppiozero – «Pazienza, assennatezza, speranza, coraggio, lucidità, sete di verità». Ritrovo queste parole tra i miei appunti del 2009, in occasione del Premio letterario Città di Napoli di quell’anno, della cui giuria facevo parte. Le scrivevo a proposito di un saggio autobiografico folgorante, Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico (trad. it. e cura di Elena Loewenthal, Neri Pozza, 2008), dell’ebreo israeliano Avraham Burg (1955), presidente della Knesset dal 1999 al 2003, figlio dell’ebreo tedesco Yosef Burg, uno dei padri dello Stato di Israele. Quel libro avvincente, accorato, scomodo, che denunciava apertamente l’implosione etica, ancor prima che politica, di Israele, si poneva come una questione di coscienza. «Mi sono sentito in dovere», scriveva l’autore, «di dire le cose che mi bruciavano dentro». Un atto di responsabilità di contro alle morte gore della convenienza e della comodità. Dall’interno della cultura ebraica, amata e rispettata, amata perché rispettata, Burg denunciava l’establishment politico e la società di Israele, perché «ho la sensazione che il paese si sia trasformato in un regno senza profezia». Quel suo appello autoriflessivo avrebbe ottenuto il massimo riconoscimento, rassicurando in qualche modo tutte e tutti noi: nel microcosmo israeliano, autoproclamatosi la sola democrazia del Medio Oriente, una sorta di Occidente dislocato a Levante, c’era ancora chi aveva a cuore la giustizia e sapeva esercitare con acutezza priva di ideologismi l’arte critica del pensiero.

Sono passati, da allora, quindici anni, cinque cosiddette guerre di Gaza e un aumento vertiginoso degli insediamenti coloniali nei Territori occupati di Cigiordania. Il regime di apartheid si è, se possibile, aggravato e il processo di “pulizia etnica” intensificato. L’ipotesi dei “Due stati per due popoli”, oggi sveltamente riattualizzata dalla vulgata mediatica e dalla prassi poco più che discorsiva di troppi governi nazionali, fa pensare a una cristallizzazione dell’intelligenza, a un inciampo non innocente della volontà, a un deficit di immaginazione politica. 

L’artista ebrea israeliana Sigalit Landau, le cui opere accompagnano questo mio testo, ha osservato da vicino i processi di “incrostazione” provocati dal sale del Mar Morto: il sale si stratifica, corrode e al contempo conserva. Non è quello che sta succedendo da più di un secolo nella Palestina storica? Non è quanto da lì si riverbera sulle diaspore ebraiche e palestinesi di tutto il mondo? Non siamo, tutte/i noi, parte in causa di una situazione di stallo evidentemente voluta, perseguita, facilitata, concessa?

In un libro fresco di stampa, Gaza. Odio e amore per Israele (Feltrinelli, 2024), scritto – io credo – con mani tremanti e un’enorme inquietudine nel cuore, il nostro Gad Lerner sembra porsi quesiti simili, un’analoga tempesta di dubbi. La sua, tuttavia, è una posizione asimmetrica rispetto a quella di Burg: se quest’ultimo ha scelto la nazionalità israeliana e l’impegno civile e politico nel proprio paese, Lerner è un cittadino italiano che in questa nostra povera patria ha combattuto le sue battaglie politiche e intellettuali facendo opera incessante di buon giornalismo. Ed è da qui che oggi si domanda e ci domanda: «Si può vivere in paradiso sapendo di avere l’inferno accanto?» Postulando, pur senza esplicitarlo, un interrogativo persino più destabilizzante: e se “l’inferno accanto” fosse la precondizione del mio paradiso e, insieme, il suo esito diretto?

A ripercorrere quietamente una serie di imprese coloniali che hanno trasformato il nostro Occidente in un temporaneo paradiso è inevitabile constatare che ogni giardino dell’Eden si fonda su un abuso originario, una sottrazione, un diniego, un atto di cecità, un’amnesia o una memoria a senso unico, un vuoto di empatia, una cancellazione… Eppure, in duecentocinquanta pagine febbrili, affollate di ricordi personali, notizie di cronaca, date e dati storici, incontri, scambi di pensieri con amici e persone della parte “avversa”, riferimenti a opere lette e scrittori amati (magnifiche le pagine sull’intervista del 1984 a Primo Levi), l’autore compie a sua volta una curiosa, forse involontaria, operazione di omissione. La Gaza che dà titolo al volume, sovrastata dalla riproduzione di Sansone l’eroe – la scultura monumentale di Baruch Wind che dal 2009 arreda la città di Ashdod – è alla lettera assente dalla narrazione. Non c’è la sua geografia, non c’è la sua storia, non c’è la sua economia, non c’è soprattutto la sua popolazione.

In un saggio del 2012 sul “contratto civile della fotografia”, la studiosa israeliana Ariella Azoulay, autrice tra l’altro di Atto di Stato. Palestina-Israele, 1967-2007. Storia fotografica dell’occupazione (Bruno Mondadori, 2008) cita Edouard Glissant che cita Gilles Deleuze, dicendo: «Funzione della letteratura e dell’arte è inventare un popolo che manca». Ecco, nelle pagine di Gaza quel popolo continua a mancare, miticamente evocato solo come oggetto della frustrazione e dell’ira dell’accecato Sansone. Mi si dirà che gli interrogativi di Lerner, che nel corso del libro si riconosce più volte il ruolo disagevole dell’“ebreo buono”, sono altri, che il suo corpo a corpo è piuttosto con la sua gente, con la complessità vertiginosa di un’appartenenza dai margini a un centro in caduta libera. Lo capisco e mi sforzo di immaginare i costi di un tentativo controcorrente, per sua natura inevitabilmente solitario. Eppure, rimugino, se il problema fosse proprio questo, questa fissazione su di sé, questo sbarramento dell’orizzonte, questo fermarsi sulla soglia di casa, questo continuare a interrogarsi su ciò che di terribile è accaduto a te, alla tua famiglia, ai “tuoi” senza riuscire ad assumere quello sguardo analogico teorizzato tanti anni fa da Tzvetan Todorov. So che la memoria traumatica crea fortezze e blinda il pensiero. So che l’invito di Gad Lerner a riscoprire il «filone ebraico della tolleranza» – come lo definiva Primo Levi – e a onorare la figura del Giusto dovrebbe bastarmi. E invece credo serva qualcosa di più, una mossa a lato. Perché Gaza, se tutto si riduce a una questione di odio e amore per Israele? Se dici Gaza, devi dire Gaza. E così propongo a lettrici e lettori di leggere attentamente questo libro «dettato dall’urgenza degli eventi» per provare a immaginare quali sono le immagini mancanti, quale il fuoriscena sincronico e diacronico che gli fa da tacito sfondo. «A meno che non si venga colti dal panico», infatti, «l’oscurità tende a ridurre la fretta. C’è più tempo».

Le Ribelli uscì per la prima volta nel 2006. L’intento era di sottolineare l’importanza, anche simbolica, di un filone femminile nella lotta alla mafia, fin lì ricondotta comprensibilmente –nella pubblica narrazione – al coraggio e al protagonismo di figure femminili.

Uomini le decine di sindacalisti uccisi nelle lotte contadine del secondo dopoguerra; uomini i giudici e i rappresentanti delle istituzioni colpiti a ripetizione tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del secolo scorso; uomini i rappresentanti della società civile – imprenditori e giornalisti soprattutto – puniti a morte per non essersi piegati alle pretese di obbedienza e silenzio di Cosa Nostra. […] Le Ribelli provò (e nel volgere di qualche anno riuscì) ad aiutare la diffusione di una lettura diversa. Mise in luce attraverso sei Scene concatenate le storie di donne che, muovendo dal proprio rapporto di sangue o affettivo con alcune vittime, avevano contribuito esemplarmente a rompere un’omertà secolare. Raccontò il coraggio di sfidare un potere criminale che era anche il potere più maschilista sperimentato dalla storia sociale italiana. Donne di ogni età. «Donne di popolo e donne benestanti» recitava la prefazione «vissute nel culto delle istituzioni o allevate nella più piena contiguità ambientale alla cultura mafiosa». Armate, indipendentemente dal titolo di studio o dal rango sociale, di una sola inarrestabile forza: i propri sentimenti. La loro era stata una rivoluzione “per amore”. Esattamente come l’inaudita rivolta delle madri di Plaza de Mayo contro la dittatura argentina che aveva falciato la “meglio gioventù” sotto il regime dei colonnelli tra gli anni ’70 e ’80. Il loro non era stato solo pianto disperato o furia vendicativa, come nel caso da antologia di Serafina Battaglia. Era stata soprattutto lotta per la verità, per la giustizia. E in senso più generale profondissima sfida culturale. Così che era possibile vederle una dopo l’altra, queste donne, su un sentiero sociale insanguinato, quasi cippi di un immaginario, dolente e orgoglioso cammino.

L’immagine delle Ribelli si è fatta strada. […] Film e libri si sono successivamente abbondantemente appropriati della parola per raffigurare le proprie protagoniste. […] Si sono così radicati progressivamente nella consapevolezza del movimento antimafia i nomi di queste donne sole, allineate in una storia civile che pareva scorrere a parte ma che apriva squarci potenti nella Storia d’Italia. E che già aveva visto sorgere al suo fianco alcune esperienze collettive locali. Si pensi all’Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia, promossa a Palermo nel 1982 da Giovanna Giaconia, moglie del giudice Cesare Terranova, fatto uccidere da Luciano Liggio nel 1979. O all’indimenticabile comitato dei lenzuoli bianchi nato a Palermo dopo le stragi del ’92, dove l’amore che aveva spinto alla rivolta non era quello per un figlio o per un marito ucciso, ma una straziante combinazione di affetto e gratitudine per i propri giudici che aveva scosso la città dopo le bombe del grande trauma. […] Ebbene, in questi vent’anni molto è cambiato, dando al titolo e al contenuto del testo un valore più grande, quasi di annuncio. Che è giusto rimarcare, così da poter meglio cogliere le increspature e le onde che sempre si formano nella Storia. Cosa Nostra, l’onnipotente organizzazione che sognava di ottenere tutta per sé la Sicilia, con Totò Riina nella veste di riverito viceré dell’isola, ha subito rovesci un giorno inimmaginabili. Non è stata solo una sconfitta giudiziaria e militare. È stata anche e soprattutto una sconfitta culturale, certo mai totale, avanzata sotto la spinta decisiva di migliaia e migliaia di donne. Familiari di un numero crescente di vittime […]; ma soprattutto familiari di nessuna vittima, cittadine e studentesse ostili alla violenza mafiosa, maestre e insegnanti desiderose di dare un altro futuro alle nuove generazioni. E in effetti a rivederla oggi la storia successiva al 2006 è costellata di protagonismi femminili diffusi in ogni campo dell’antimafia, capaci anche di creare nuovi campi di pensiero e di azione. Le studentesse di un tempo sono entrate nella carriera giudiziaria e in quella prefettizia, in quella giornalistica e in quella accademica, modificandone fisionomie culturali e prassi operative. Hanno reso più impetuoso il vento di ribellione che arrivava dalle associazioni e dalle scuole, e perfino dalla vita amministrativa. Come non vedere l’impegno straordinario e incessante di tante magistrate nel contrastare Cosa Nostra a Palermo, la ’ndrangheta a Milano, o la camorra a Napoli? Come non ricordare che i colpi subiti dalla ’ndrangheta in Emilia, la regione che si gloriava dei suoi “anticorpi” senza averli, sono arrivati grazie a una prefetta agrigentina? […]

Sarebbero infiniti gli esempi di questa nuova ribellione in nome dell’Italia e delle sue istituzioni che potrei fare, molti avendone visti e vissuti. È stato dunque in questo ciclo di anni che ho cominciato a rigirare nella mia mente e poi a proporre timidamente in pubblico il principio che l’antimafia è donna. Riflettendo su quello che vedevo. […] In realtà vedevo anche che quella mia tesi dell’antimafia donna non suscitava particolari consensi proprio tra le donne, comprese le mie stesse colleghe; facevano eccezione le studentesse, che d’altronde potevano proprio fisicamente verificarla nelle aule ogni giorno. Immaginavo che questo dipendesse dal pregiudizio femminile circa una astuta (e notoriamente maschile) captatio benevolentiae. O che potesse dipendere anche da quella certa incredulità che circonda ogni intuizione in tema di mafia non ancora maturata nel senso comune […]. Come si può dire d’altronde che l’antimafia è donna con tutti gli eroi che sono caduti combattendola da ruoli tipicamente maschili?

Finché la Storia, sempre lei!, mi mise davanti tra il 2011 e il 2013 una vicenda che sembrava fatta apposta per rafforzarmi nel convincimento che andavo coltivando da qualche anno. Una vicenda riassumibile in un nome di tre lettere che per me è diventato nel tempo un autentico spartiacque: Lea. Il nome di una giovane donna giunta a Milano da Petilia Policastro, che rivelò ancor più la forza rivoluzionaria dei sentimenti. Lea Garofalo. Nella sua vicenda si intrecciarono in forma irripetibile, quasi fosse stata immaginata da un sublime regista, la ribellione individuale e solitaria che attraversa la storia della lotta alla mafia della donna nel Novecento, e la ribellione femminile, collettiva, sociale, maturata negli anni Duemila. Un intreccio (lotta personale-lotta collettiva) che in modalità diverse aveva preso forma nella Palermo di fine secolo e successivamente nella campagna elettorale di Rita Borsellino per la presidenza della Regione Siciliana, con cui – non per caso – si chiudeva la prima versione delle Ribelli. Perciò questa edizione delle Ribelli [Le Ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore, 240 pp., ed. Solferino 2024, € 16.50], che giunge dopo numerose ristampe, ha sentito il bisogno di arricchirsi di un nuovo capitolo. Quello dedicato appunto a Lea Garofalo, alla sua storia e soprattutto alla storia del processo che le ha dato «verità e giustizia». […] Ossia dal momento in cui donne dai ruoli tanto diversi – magistrate, avvocate, giornaliste, insegnanti, studentesse – messe insieme dalla loro sensibilità e dal destino gridano tra la commozione e l’orgoglio che, sì, l’antimafia è donna. O almeno lo è abbastanza da poter colorare interamente al femminile una vicenda tanto esemplare e di confine nella lotta alla mafia. Dopo di allora anche il rapporto tra donna e mafia non è più stato lo stesso. […] Dopo di allora, sia pure lentamente e molecolarmente, il potere della mafia più antica e impermeabile, la ’ndrangheta, ha tradito scricchiolii crescenti. […] Difficile perciò a questo punto sottrarsi all’intuizione maturata tempo prima. Perché l’asse di scorrimento della lotta alla mafia sembra passare effettivamente oggi come non mai per l’evoluzione della cultura femminile e la sua inedita capacità di rompere schemi e ordini mentali partendo dalla sfera dei sentimenti.

(Il Fatto Quotidiano, 12 giugno 2024, apparso con il titolo «Rivoluzione “per amore”. La mafia sconfitta da Lea e le ribelli»)

Da 27esimaora.corriere.it – Quando la tunisina Gisèle Halimi viene al mondo, nel 1927, suo padre si dispera a tal punto che nega quella nascita per quasi tre settimane. Una figlia femmina era una disgrazia, un peso di cui liberarsi appena possibile. E quel marchio Gisèle lo sente bruciare sulla sua pelle fin da subito, già dentro le mura domestiche, dove ha inizio quella che diventerà un’instancabile ribellione. Che dalla Tunisia la porterà a diventare una delle prime – e più rivoluzionarie – avvocate di Francia.

È con lo sciopero della fame che da bambina riesce a ottenere il suo primo diritto: smettere di servire i fratelli in casa. Nonostante l’orrore – e la disperazione – dei genitori di fronte a quella bambina così sfrontata ed indomita. Ma Gisèle fa di più: riesce a imporsi sugli studi che non vogliono farle compiere, lei che è così brillante rispetto ai fratelli maschi. E riesce, da sola, a spezzare quelle catene che da secoli la vogliono immobilizzata nel ruolo di femmina destinata a servire i maschi della famiglia prima, e l’autorità di un marito poi. Catene che rompe a una a una: «Ben presto sfuggire da quello che appariva come un destino già tracciato è diventata la mia ossessione».

Una feroce libertà, di Gisèle Halimi con Annick Cojean (Fve, pagine 144, euro 17)

Ora la storia di Halimi è raccontata in Una feroce libertà (Fve), un libro-intervista (raccolto a pochi mesi dalla sua scomparsa, avvenuta nel 2020 a Parigi), firmato dalla reporter di Le Monde Annick Cojean, che ha raccolto la sua biografia sotto forma di colloquio. Qui Halimi racconta la sua terribile condizione familiare di nascita attraverso la storia della Francia, quella coloniale e post-coloniale d’Algeria, e le grandi rivoluzioni per i diritti delle donne che lei stessa in prima persona ha contribuito a tracciare.

Quest’innato senso di ingiustizia che riconosce nel volto di ogni donna fin da piccola, e la sua spiccata sensibilità verso gli ultimi, gli oppressi, la fanno diventare un’avvocata di successo, grazie anche alle sue arringhe spietate e appassionate con cui riesce a piegare chiunque, merito di un’estenuante preparazione. Ma, nel libro, racconta anche delle difficoltà quotidiane per essere accettata, rispettata e riconosciuta in un ambiente, fino a quel momento, costituito da quasi solo uomini.

Halimi è una forza della natura, e molto di più. Durante la guerra d’Indipendenza d’Algeria, sceglie di difendere in tribunale le partigiane algerine torturate dall’esercito francese, denunciando le violenze e gli stupri. Dal 1956 fino ai trattati di Evian nel 1962, fa la spola fra Algeri e Parigi (dove ormai vive da anni) per portare avanti questi processi, venendo definita «traditrice della Francia» e subendo lei stessa insulti e anche minacce di morte (nel 1961 riceve una lettera da parte dell’Oas, l’organismo terroristico francese, che annuncia la sua condanna a morte). Ma «la mia libertà non ha senso se non serve a liberare gli altri», dice in questa sua appassionante intervista.

In particolare, tra queste partigiane diventa famoso il caso di Djamila Boupacha (1938), militante del Fronte di Liberazione Nazionale algerino (Fln) che viene arrestata perché aveva cercato di far esplodere un caffè ad Algeri. E, per questo, costretta alla confessione dopo trentatré giorni di torture e stupri. Il processo che Halimi porta avanti infrange pubblicamente il tabù sullo stupro coinvolgendo l’opinione pubblica francese, i media, e prima fra tutti gli intellettuali che partecipano al caso, Simone de Beauvoir, che con un articolo pubblicato su Le Monde descrive minuziosamente lo stupro subito da Boupacha. Un testo sconvolgente che cambierà per sempre l’attenzione su questo tema.

Ma i processi-simbolo di Halimi sono tanti; tra questi ricordiamo quello rimasto nella memoria collettiva francese, il processo di Aix-en Provence del 1978 – passato alla storia come «il processo dello stupro» – che ha portato a modificare la legge contro le violenze sessuali in Francia. Processo che ha difeso due turiste belghe aggredite in tenda mentre erano in vacanza, picchiate e violentate per cinque ore da alcuni francesi: «La legge del 23 dicembre 1980 avrebbe riformulato la definizione di stupro, la quale avrebbe oramai incluso ogni forma di aggressione sessuale, compresi quelli che un tempo venivano considerati “attacchi contro il pudore”», spiega Halimi.

E Halimi è la stessa che firma il Manifesto delle 343 pubblicato dal Nouvel Observateur il 5 aprile 1971, nel quale donne molto famose, come Catherine Deneuve, Françoise Sagan, Marguerite Duras, Delphine Seyrig, dichiarano di aver abortito, infrangendo di conseguenza la legge. E accompagnando così la liberalizzazione dell’aborto, arrivata poco dopo con la legge Veil del 1975.

«Ribelle, impetuosa, instancabile. E libera. Ferocemente libera», Halimi è stata il terremoto perfetto che ha contribuito a far sgretolare – almeno un po’ – il sistema patriarcale francese. Alla fine della sua intervista, Halimi si rivolge alle giovani donne a cui consiglia, prima di tutto, di essere sempre indipendenti economicamente e di fare in modo di ottenere nuovi diritti, senza aspettare che siano gli uomini a «concederli». E poi, rivolgendosi alle ragazze: «Mi aspetto che facciano la rivoluzione. Non riesco a concepire, in effetti, come non abbia già avuto luogo. Hanno urlato i loro furori, hanno fatto scoppiare qua e là rivolte, seguite da grandi passi in avanti per i diritti delle donne. Ma siamo ancora ben lontani dall’obiettivo. Serve una rivoluzione del costume, degli spiriti, delle mentalità. Un radicale cambiamento nei rapporti umani, fondati da millenni sul patriarcato: dominazione degli uomini, sottomissione delle donne».

Da L’indice dei libri del mese – Tra le uscite recenti della collana “Fact Checking” di Laterza – collana che ha l’intento lodevole di confutare pseudofatti e false teorie del nostro tempo – c’è anche il libro di Laura Schettini L’ideologia gender è pericolosa che si pone l’obiettivo di criticare tale tesi: la cosiddetta ideologia gender, ci rassicura l’autrice, non è pericolosa, è solo “un fantasma”. Il gender è una categoria analitica che le studiose femministe hanno elaborato dagli anni ottanta, con validi risultati di ricerca. Il mito dell’ideologia gender invece, sostiene Schettini, sarebbe stato costruito in funzione antifemminista da forze reazionarie, fascistoidi e bigotte – il Vaticano innanzitutto, in sintonia con i movimenti nazionalisti di destra. Dal momento che, come Schettini e l’editore Laterza, credo anch’io nel valore dell’evidenza empirica, sottoporrò a fact-checking questo libro in cui manca, innanzitutto, il riconoscimento del fatto che, oltre alla nozione del gender come categoria di analisi storico-sociale – l’unica che Schettini considera, esaminandola in dettaglio nel cap. 2 – ne esiste oggi un’altra, assai diversa, centrata sul concetto di “identità di genere”. E quando si parla di ideologia gender ci si riferisce comunemente a questa seconda nozione, come viene intesa nelle legislazioni sul “gender self-id” (l’autodeterminazione di genere) e nella cosiddetta “gender affirmative medicine”. Il silenzio di Schettini è sconcertante, perché è proprio questo il concetto di gender che ha assunto un’importanza straordinaria nella politica, come anche nella medicina e nel diritto, del nostro tempo. Manca inoltre nel libro la ricognizione di un altro fatto cruciale: la critica all’ideologia gender non viene solo da destra ma anche da sinistra, da un nuovo femminismo che si chiama appunto “gender-critico”. Ci sono oggi due modi di intendere il gender, profondamente diversi ed anzi, a mio parere, incompatibili. Il gender come categoria di analisi mette a fuoco come il sesso biologico – di cui non si contesta la realtà – venga interpretato in modo variabile a seconda delle culture. In questa prospettiva, il gender è un fatto socioculturale, intersoggettivo. La cosiddetta “identità di genere”, invece, come formulata sin dai principi di Yogyakarta (2006) nel movimento transgender, è qualcosa di puramente e intrinsecamente soggettivo e avulso dal dato biologico. Ecco come la definisce per esempio la principale lobby trans britannica, Stonewall UK: «Il senso innato del proprio gender, maschile, femminile o altro, che può corrispondere o no al sesso attribuito alla nascita». Si noti l’aggettivo “innato”. E si noti “il sesso attribuito alla nascita”, che implica che la determinazione del sesso sia potenzialmente arbitraria. Il sesso, infatti, non è più visto come un fatto osservabile ma come un opinabile “costrutto sociale”.

Siamo di fronte a una definizione del gender che prescinde del tutto dalla realtà biologica dei corpi. È maschio o femmina o altro (secondo un repertorio illimitato di gender possibili) chi si identifica come tale. In netta contraddizione con l’originale nozione culturale del gender, l’identità di genere viene presentata qui come un tratto innato e quindi preesistente rispetto ai condizionamenti sociali. Nasciamo tutti – ci viene detto – con una predefinita identità di genere, che può essere allineata con il sesso biologico (in qual caso la persona è “cisgender”) oppure no (in qual caso la persona è transgender). Questo non allineamento viene visto, contraddittoriamente, in due modi: come una forma di malattia mentale (“disforia di genere”) ma anche come un tratto “normale” della variabilità umana. Su che evidenza empirica si basa tutto questo? Come distinguere fra persone cisgender e transgender? Poiché l’identità di genere è qualcosa di squisitamente soggettivo, pertinente all’interiorità della persona, non c’è altro modo di accertarla che attraverso quanto la persona ci dice. Anche un bambino, anche una persona che soffre di turbe psichiche, anche uno stupratore: se ci dicono che sono trans, lo sono, e dobbiamo credergli. L’arbitrarietà e inverificabilità di questa nozione di gender sono evidenti. Siamo passati dal gender come strumento di analisi storico-sociale a qualcosa che non saprei come altro chiamare che una metafisica del gender. Nel libro di Schettini manca consapevolezza di questo fondamentale slittamento di senso nel modo di pensare il gender. Il libro, di conseguenza, è tutto costruito su un equivoco. Nessuno ha paura del gender come strumento di analisi storica, ma vivissima preoccupazione desta invece la metafisica del gender. Il dissenso da questa metafisica viene tanto da destra che dal femminismo gender-critico, con motivazioni e argomentazioni profondamente diverse. Questo è l’altro fatto centrale che Schettini passa sotto silenzio: c’è nel libro solo un brevissimo cenno dove si ammette che al richiamo della “sirena antigender” (sic!) hanno risposto in questi anni anche alcuni settori del femminismo. Schettini non menziona nulla peraltro di quella che è ormai una ricca letteratura di studi femministi che hanno criticato “gender identity”, “gender self-id” e “gender-affirming medicine”: dal libro della filosofa Kathleen Stock, Material Girls. How Reality Matters for Feminism (2021) a quello della politologa Holly Lawford-Smith, Gender-Critical Feminism (2022), all’antologia Sex and Gender (2024) curata dalla sociologa Alice Sullivan e dalla storica Selina Todd (2023), per citarne solo alcuni (nessuno di questi libri compare nella bibliografia in appendice al libro di Schettini). Questi testi rendono chiaro che le obiezioni del femminismo gender-critico alla metafisica del gender non hanno niente a che fare con un progetto reazionario di restaurazione del “patriarcato”. Al contrario, denunciano le conseguenze regressive che la metafisica del gender ha per le donne. Se qualsiasi uomo, semplicemente col dichiarare un’identità femminile, diventa legalmente donna, le donne perdono il diritto agli spazi separati (negli sport, nelle carceri, nei rifugi antiviolenza, nei bagni pubblici, eccetera) che le salvaguardano, almeno in parte, dai rischi legati alla differenza di forza fisica fra i sessi. Non solo, la metafisica del gender impone a tutti una ridefinizione della realtà. Rifiutarsi di convalidare l’autodefinizione di una persona che si identifica come trans, attraverso, per esempio, il cosiddetto “misgendering” – l’uso dei pronomi corrispondenti al sesso, non all’identità di genere – è stigmatizzato come “transfobico”, un termine di ignominia nella “neolingua” del nostro tempo. In un processo per stupro in Inghilterra, alla vittima è stato richiesto dal giudice di usare pronomi femminili per l’aggressore, identificatosi come trans: di dire quindi “her penis”, “il pene di lei” – l’espressione più orwelliana, più crudelmente assurda del nostro newspeak. Sostenere che donna è un essere umano adulto di sesso femminile, o che le donne non hanno un pene, o che un uomo non può essere una lesbica, sono diventate opinioni denunciabili non solo come “transfobiche” ma come hate speech. La metafisica del gender non comporta solo un grave arretramento dei diritti delle donne ma minaccia quel che è prezioso per tutti: la libertà di parola.

Ma c’è di più e di peggio, ed è quello che, in nome della metafisica del gender, si sta facendo a bambini e adolescenti. Secondo Schettini, una delle immotivate e irrazionali paure associate al “fantasma” dell’ideologia gender è che spingerebbe a «deregolarizzare e promuovere in modo selvaggio le transizioni da un sesso all’altro». Ma questa non è affatto una paura irrazionale: è quel che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Proprio in questi giorni, sui media di tutto il mondo, si parla della Cass Review (https://cass.independent-review.uk/), l’indagine del servizio sanitario inglese sulla “gender-affirmative care” praticata sui bambini coi “bloccanti della pubertà” e sugli adolescenti con gli ormoni femminilizzanti o mascolinizzanti. Sulla base dell’esame sistematico della letteratura medica su questo tema, la Cass Review ha concluso che l’evidenza scientifica a sostegno di questi interventi è «estremamente debole». Molto era già stato anticipato da Hanna Barnes nel suo Time To Think: The Inside Story of the Collapse of the Tavistock’s Gender Service for Children (2023) segnalando come bambini e adolescenti vengano sottoposti a interventi rischiosi (come i bloccanti della pubertà) o addirittura irreversibili (come gli ormoni “cross-sex”) senza una base evidenziaria attendibile. Lo studio riscontra inoltre come il modello “gender affirming” comporti una grave distorsione del processo diagnostico (“diagnostic overshadowing”). Nonostante la disforia di genere sia spesso associata, nei minori, a problemi mentali come autismo e turbe della personalità, questi vengono sistematicamente messi in ombra dal fattore gender. La disforia viene vista infatti come segno di un’innata e stabile identità trans, e si presume che i problemi mentali saranno risolti dalla “transizione”. Questo nonostante il fenomeno crescente dei “detransitioners”, che desistono dal trattamento ormonale proprio perché non risolve, e a volte peggiora, il loro disagio. Non si prende in considerazione l’ipotesi che la disforia possa essere dovuta a forme di condizionamento o contagio sociale. Non si prende in considerazione soprattutto il fatto che molti degli adolescenti disforici sono lesbiche e gay e che la loro disforia possa essere legata al persistente stigma dell’omosessualità – un fatto che lesbiche e gay del movimento gender-critico hanno denunciato da tempo. Quel che viene “affermato” nella “gender affirming care” non è scienza ma metafisica, con costi umani inaccettabili.

(*) Giovanna Pomata è professora emerita di storia della medicina presso la Johns Hopkins University

(L’indice dei libri del mese, 3 maggio 2024)

Da Corriere della Sera – La filosofa autrice di «Donne che allattano cuccioli di lupo» si ispira alle Baccanti di Euripide per rovesciare la visione tradizionale della società e rimettere le donne al centro. «Il privilegio maschile è un dato di fatto. Dico no alla maternità surrogata, commercializza il corpo delle donne»

E se riscoprire un concetto arcaico di femminile e di materno come «potenza generativa» fosse una chiave utile all’umanità anche per imparare a rapportarsi in modo diverso alla natura? Tesi interessante e audace che è al centro di «Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno» di Adriana Cavarero, filosofa nota a livello internazionale, una delle protagoniste del pensiero femminista contemporaneo. Cavarero per il suo libro più recente, edito da Castelvecchi a fine 2023, sceglie un titolo evocativo, preso dalle Baccanti di Euripide, per guidarci in un viaggio tra mito, archeologia e letteratura contemporanea alla scoperta di una visione del femminile che dalla filosofia investe la società.

Chi sono le donne che allattano i cuccioli di lupo?

È l’immagine di una maternità senza limiti, chiamiamola il lato oscuro, viscerale, della maternità, quello che ci ricongiunge alla fisicità intesa come «physis», come racconta Euripide nelle Baccanti: le donne fuggono da Tebe e dalle loro case per andare nel bosco dove praticano una comunione dionisiaca con la natura e allattano cuccioli di umani e di animali. Un’immagine selvaggia della maternità che troviamo anche nelle pagine di scrittrici contemporanee come Elena Ferrante o Annie Ernaux. Penso, per esempio, alla descrizione dell’aborto che fa Ernaux in L’evento, o a quella che Lenù fa di sua madre in Storia della bambina perduta (romanzo del ciclo dell’Amica geniale ndr).

Per esplorare filosoficamente il concetto di maternità bisogna dunque rifarsi al mito e alla letteratura?

Certo, perché il pensiero filosofico classico ha rimosso il femminile. Relegandolo nella sfera della riproduzione quindi escludendolo dalla riflessione.

Rimossa a partire dalla filosofia e poi a scendere…

Rimossa soprattutto dai luoghi pratici dove si esercita il sapere e il potere.

Definire il femminile attraverso il materno non è un rischio, ora, in Italia, dove una parte politica dominante sembra incline a una visione tradizionale (e patriarcale) della donna?

Al contrario, io ribalto la prospettiva. Il pensiero femminista tende a non voler parlare di maternità perché, da una parte, teme di cadere in quella visione tradizionale e religiosa che la dipinge dolce, idilliaca, autosacrificale e, dall’altra, perché teme di ridurre il femminile al compito di riproduzione, quindi, di cacciare la donna in una gabbia biologica che la trattiene nell’ambito della natura, mentre l’uomo, proprio perché libero dal compito di procreare, è soggetto libero, dotato di logos e quindi dominante. Ecco, sfidando questa doppia censura ho ripreso il tema della maternità proprio riallacciandomi alla sua relazione con la natura. Partendo dalla biologia, che filosoficamente preferisco chiamare zoo-ontologia, la donna, proprio per la sua capacità di generare, va considerata al centro della vita, attraversata dal processo della vita, complice. Letta in questo senso diventa un’esperienza di conoscenza che ha un risvolto etico importante: ci insegna qual è il posto dell’umanità nell’universo, che non è quello di dominus e padrone.

Un’idea di materno che apre a un rapporto diverso tra umani e natura?

Sentirci padroni della natura, con tutte le conseguenze che questo ha comportato, è figlio di quella tradizione filosofica antropocentrica che ha dominato da Aristotele in poi, ma è solo un’illusione. Anzi, è arroganza. Se l’umanità avesse consapevolezza di essere solo una piccola parte nel mondo della physis il nostro atteggiamento verso l’ambiente sarebbe diverso.

Anche quando diciamo che stiamo andando verso la fine del mondo siamo antropocentrici. È un modo di dire assurdo. Semmai stiamo andando verso la fine della specie umana, il mondo continuerebbe ad esistere senza di noi, anzi, si avrebbero nuove e rigogliose forme di vita.

Donne come portatrici sane di una saggezza arcaica, insomma. Lei a questo proposito cita gli studi di Marija Gimbutas, l’archeologa lituana che teorizzava l’esistenza di una civiltà matrilineare antica.

Gimbutas (1921-1994, ndr) teorizzò la civiltà della “Vecchia Europa”, una civiltà matrilineare e pacifica, egualitaria e artisticamente raffinata che poi, in seguito a invasioni, viene soppiantata da una società più bellicosa, a trasmissione maschile, con organizzazione gerarchica e che non venera il culto della vita ma eroi guerrieri. Questa teoria nasceva da scoperte fatte sul campo: Gimbutas aveva visto che le statuette con donne corpulente, dai seni grandi, le “veneri neolitiche”, erano state trovate, in zone diverse, in strati del terreno profondi quindi più antichi, mentre le spade apparivano in strati più recenti. Il suo studio però fu contestato dal mondo accademico, che lo riteneva privo di base scientifica. Peccato che, trenta-quarant’anni dopo, le nuove scoperte sulle datazioni archeologiche dimostrarono che Gimbutas aveva ragione: una civiltà soppiantò effettivamente l’altra. E così successe al pensiero, da Platone e Aristotele in poi: la donna fu relegata nel mondo del naturale che segue leggi fisse e che quindi deve essere dominato dall’uomo.

Uccidiamo Aristotele?

Per carità, ammiro la tradizione filosofica. Non va cancellata ma decostruita nei suoi presupposti non detti, ovvero quando interpreta il sesso femminile come quello che “semplicemente” genera (quindi non conta) mentre il sesso maschile è quello che assurge all’intelligenza delle idee. Questa è la traduzione fondamentale della differenza sessuale secondo la filosofia che da Aristotele arriva fino ai nostri giorni. Che resta però non detta, un presupposto. Raro trovare testi chiaramente misogini, come quelli di Schopenhauer, dove si dice chiaramente che le donne sono inferiori, ma esiste l’idea aprioristica del maschile che si fa universale. La donna resta “non detta”, cancellata. Ma la potenza generativa è invece qualcosa di fondamentale che rivaluta la natura come molteplicità del vivente e rimette la donna al centro. Quello che chiamiamo Vita o Natura, con le maiuscole, non è qualcosa che si dà in generale, al di là dei singoli viventi: non esiste “l’idea Vita” ma solo la molteplicità dei viventi che passa attraverso corpi singolari. Ecco la potenza del generare.

Ma in una società che semplifica tutto non si corre il rischio di dar ragione alla deputata Mennuni di Fratelli d’Italia che in tv ha detto che la prima aspirazione per una donna è quella di fare figli?

No, questa sì che è da censurare: è la quintessenza del concetto patriarcale di maternità che ci arriva dalla tradizione religiosa e dalla letteratura. Io combatto da sempre l’idea che la maternità sia la realizzazione piena della donna perché la fa diventare “obbligatoria” quando invece è libera scelta. Per lo stesso motivo non mi piace tutto questo parlare di “denatalità”.

Cosa non le piace della parola denatalità?

È tipico di una cultura che non mette la capacità femminile di generare al centro della società, però dice alle donne: avete il dovere di fare figli. E intanto continua a tenerle fuori dalle stanze del potere e del sapere. A non pagarle quanto gli uomini, a ostacolarne le carriere.

Questo è ancora il grande limite alla valorizzazione del femminile?

Certo. Certo. Perché dietro il parlare di denatalità c’è la volontà di tenere le donne a casa a occuparsi dei figli. Ma questo pericolo c’è sempre stato, oggi ne vedo anche un altro.

Quale?

Lo sfruttamento del corpo delle donne attraverso la maternità surrogata, ovvero usarla come incubatrice di carne per figli che si comprano: è la riduzione della donna a utero, a contenitore.

Tutte le femministe sono contrarie allo sfruttamento del corpo delle donne, ma non tutte però sono contrarie alla surrogata.

C’è un’ipocrisia di fondo in chi difende la surrogata dicendo che può essere una libera scelta, un gesto di solidarietà verso chi non può avere figli: è solo un commercio gestito sul corpo di donne povere.

Michela Murgia nel libro postumo sulla genitorialità («Dare la vita», Rizzoli, uscito quest’anno a gennaio), parla della necessità di leggi che regolino la surrogata, perché un atteggiamento proibizionista tout-court apre alla clandestinità e allora, sì, allo sfruttamento.

Non mi convince: è come se ai tempi della schiavitù negli Stati Uniti, anziché chiederne l’abolizione, si fosse proposta una regolamentazione. Ho apprezzato molto Murgia perché ha militato per cause giuste, ma gli ultimi libri li trovo concettualmente confusi.

Sembra però che, sul piano politico, si voglia ostacolare la surrogata per colpire soprattutto le coppie omosessuali, ignorando che questa è praticata per la maggior parte dalle coppie etero che la fanno all’estero e lo tengono nascosto.

Infatti per disincentivare il ricorso alla surrogata bisognerebbe anche fare leggi meno restrittive sull’adozione.

A proposito di polemiche recenti, intellettuali e politici si sono scagliati contro l’uso femminista della parola “patriarcato”. Dicono non ha senso parlarne perché non esiste più.

Non sono informati. Patriarcato non è un termine femminista, è una categoria dell’antropologia passata alla sociologia e alle scienze sociali. Significa: tipi di società nelle quali il maschio occupa ruoli di potere e di privilegio. Non ha senso dire che c’era nell’Ottocento e ora non più, non si riferisce a un periodo storico.

Si critica chi parla di patriarcato per spiegare il persistere della violenza sulle donne.

Chiamarsi fuori, dire “non tutti sono maschi violenti” quando si cerca di spiegare che cosa c’è dietro i femminicidi, è una risposta sciocca. Si tratta semplicemente di riconoscere un dato di fatto: il ruolo privilegiato del maschio, e fare un’analisi sociologica di cosa questo comporta, ovvero il concetto che l’uomo possa possedere la donna.

(Corriere della Sera, 24 marzo 2024)

Il Giornale di Sicilia – Sicuri di vivere in una società democratica, progressista e inclusiva? Sicuri si possa dibattere di temi cruciali per le donne? A occhio e croce chiunque risponderebbe di sì. E, invece, leggendo il volume curato da Daniela Dioguardi, Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi (Castelvecchi editore, 92 pp., 14 €), le certezze in cui ci siamo cullate vengono demolite con la logica dei fatti messi nero su bianco da dodici (scomodissime) femministe, Daniela Dioguardi, Silvia Baratella, Marcella De Carli, Lorenza De Micco, Anna Merlino, Caterina Nuccia Gatti, Cristina Gramolini, Doranna Lupi, Laura Minguzzi, Laura Piretti, Roberta Vannucci e Stella Zaltieri Pirola. Donne che parlano di donne ma soprattutto della sinistra politica che si definisce progressista ma che, invece, chiudendosi al confronto sulle questioni chiave del terzo millennio, sta diventando antidemocratica se non oscurantista. Dalla maternità surrogata all’affido condiviso nelle separazioni passando per l’identità di genere (che sostituisce il sesso), le autrici del pamphlet con i loro interventi (criticissimi) hanno il pregio di riportare al centro la prospettiva delle donne per evitare che l’inclusione indifferenziata le cancelli nuovamente.

Francesca Izzo (che nel 2018 ha abbandonato il Pd, in polemica sul tema della surrogazione di gravidanza), nell’introduzione lo scrive chiaro e tondo: «In questo volumetto troverete fatti, racconti di esperienze, pensieri meditati su alcune questioni che hanno provocato aspri contrasti nel modo femminista e hanno allontanato molte (me compresa) da partiti e organizzazioni della sinistra a cui erano appartenute o a cui avevano guardato con simpatia». E passa in rassegna quanto le dodici autrici illustreranno su temi divisivi, sugli effetti paradossali e a volte grotteschi prodotti dalla ricerca imperante e ossessiva, nella cultura mainstream, dell’inclusione, della parità, del diritto eguale a scapito della differenza sessuale. Possibile che, in nome di questi principi, a prima vista corretti e democratici, accada oggi che venga cancellato il riferimento alle donne nel contesto della violenza maschile? Che venga ignorata la asimmetria tra madre e padre nell’affido condiviso? Oppure che «venga fatto cadere il riconoscimento di una peculiare storia politica delle donne […] e sempre in nome della libertà si sdoganino prostituzione e pornografia e si tenti di archiviare tra i reperti del patriarcato il dato reale e simbolico che i sessi sono due»?

Da Corriere della Sera – L’avevano paragonata ad Anton Cechov e a Guy de Maupassant, in quanto magistrale autrice di racconti. Ma la canadese Alice Munro, scomparsa all’età di novantadue anni, aveva una sua spiccata originalità e una sensibilità tutta femminile, frutto di travagliate esperienze di vita, che la rendevano inconfondibile e avevano indotto l’Accademia di Svezia ad assegnarle il premio Nobel per la Letteratura nel 2013.

Nessuno come lei sapeva raccontare in modo nitido, con un linguaggio colloquiale, senza fronzoli di alcun genere, le vicende prosaiche delle persone comuni, la vita famigliare, le scelte e le pene quotidiane, i momenti di ripiegamento interiore e quelli di faticoso cambiamento. La povertà, le frustrazioni e la voglia di riscatto.

Alice Munro aveva però anche una capacità impressionante di far svoltare le esistenze dei suoi personaggi, di introdurre nelle sue brevi storie fattori del tutto imprevedibili, destinati a colpire e appassionare. Un talento cristallino che l’aveva fatta amare da lettori di tutto il mondo, dopo l’esordio negli anni Sessanta sulle riviste letterarie del suo Paese.

Non era certo cresciuta nella bambagia. Nata il 10 luglio 1931 a Wingham, nella regione canadese dell’Ontario, il suo nome originario era Alice Laidlaw. Veniva da una famiglia colpita duramente dalla Grande Depressione seguita alla crisi del 1929. Il padre allevava nella sua fattoria animali da pelliccia, in particolare volpi argentate, e la madre, insegnante, lo aiutava sul versante commerciale di quell’attività faticosa e precaria, alla quale poi il marito avrebbe dovuto rinunciare per lavorare in fabbrica.

L’ambiente intorno era difficile e malfamato, con una notevole presenza di contrabbandieri e prostitute. «Vivevamo al di fuori di ogni struttura sociale, in una specie di piccolo ghetto», raccontava Munro. Ma aggiungeva che «era una vita interessante»”, nel quale provava un «grande senso di avventura».

La situazione era peggiorata quando la madre, a soli quarant’anni, si era ammalata del morbo di Parkinson, che l’aveva relegata a letto. E Alice, dodicenne, aveva dovuto assisterla: sostanzialmente reclusa in casa, tra le faccende domestiche e l’esigenza di non lasciare sola la mamma, aveva trovato una preziosa valvola di sfogo nella scrittura.

La passione di narrare era immensa, il talento non mancava. E così nel 1949 la ragazza aveva vinto una piccola borsa di studio biennale per frequentare l’University of Western Ontario. Ma i soldi erano davvero pochi, solo attraverso lavoretti saltuari riusciva a mantenersi. Poi aveva incontrato James Munro, di origine borghese. Si erano innamorati e sposati nel 1951, nonostante l’opposizione della famiglia di lui, ed erano andati a vivere lontano, a Vancouver, sulla costa del Pacifico. In seguito avrebbero aperto e gestito una libreria.

Alice aveva assunto così il cognome Munro, che avrebbe mantenuto anche dopo il divorzio da James. Dalla loro unione erano nate tre bambine, mentre una quarta era morta, nel 1955, poco dopo essere venuta alla luce. Un evento doloroso che avrebbe segnato la scrittrice.

Nonostante i lavori domestici e la cura delle figlie, Alice Munro non aveva certo smesso di scrivere, era la sua vocazione profonda. Ma proprio perché la sua giornata era così densa d’impegni minuti, ricordava, non aveva mai pensato di impegnarsi nella stesura di un romanzo vero e proprio. Aveva esercitato il suo talento nei racconti, mettendosi al lavoro mentre le bambine dormivano o erano a scuola.

Nel 1950, quando era all’università, era riuscita a pubblicare una short story su una rivista studentesca, ma poi per lungo tempo la sua attività era rimasta un fatto privato, noto solo ai suoi cari e a una ristretta cerchia di amici. Nel 1959, alla morte della madre, aveva scritto un racconto di forte impatto dedicato al suo rapporto con lei, La pace di Utrecht, con cui aveva cominciato a farsi conoscere.

Molto importante era stato a tal proposito l’incoraggiamento di Robert Weaver, autore radiotelevisivo e fondatore della rivista letteraria “Tamarack Review”, che ne aveva subito colto le potenzialità e l’aveva incoraggiata e presentata al pubblico. Lei lo avrebbe ricordato come «l’uomo a cui devo quasi tutto».

La prima raccolta di racconti firmata da Alice Munro, La danza delle ombre felici, era uscita in volume nel 1968 e aveva ottenuto un notevole successo di critica, vincendo subito il Governor General’s Award, il più prestigioso premio letterario canadese. In Italia sarebbe uscito solo nel 1994 presso la piccola casa editrice La Tartaruga nella traduzione di Susanna Basso, alla cui fine sensibilità erano state in seguito affidate da Einaudi le successive versioni delle opere di Munro nella nostra lingua.

Era seguito poi un lavoro particolare, La vita delle ragazze e delle donne (1971): nelle intenzioni un romanzo, ma sempre composto di varie storie collegate tra loro. Una caratteristica che si può riscontrare anche in un’altra e più nota opera di Alice Munro, Chi ti credi di essere?, uscita in Canada nel 1978 e in Italia nel 1995 presso le Edizioni e/o.

Con il tempo Alice Munro si era affermata non solo in Canada ma in tutto il mondo anglosassone e dagli anni Settanta in poi aveva pubblicato regolarmente le sue raccolte, con un riscontro crescente anche tra un pubblico di affezionati lettori. Nel frattempo anche la sua vita era cambiata: nel 1972 si era separata dal primo marito e poi era tornata a vivere nell’Ontario con il geografo Gerald Fremlin, che aveva sposato nel 1976.

Nonostante fosse ormai considerata una personalità di notevole rilievo, fino al momento del Nobel la sua fama, notava non senza polemica un convinto ammiratore di Munro, Jonathan Franzen, era rimasta molto inferiore alla sua bravura. Forse anche perché gran parte della produzione di questa autrice propone vicende ambientate nel Canada rurale, un piccolo mondo apparentemente angusto e poco affascinante, a cui la sua arte narrativa giunge a conferire un’esemplarità universale.

Nel 2012 Alice Munro aveva annunciato che avrebbe smesso di scrivere e aveva mantenuto il proposito nonostante il riconoscimento dell’Accademia di Svezia. Personalità schiva, aveva però una straordinaria capacità di osservazione e di comprensione: «Parlo molto con la gente. Ascolto le storie della comunità in cui vivo». La sua “poetica del quotidiano” le aveva procurato un successo crescente anche in Italia: in coincidenza con il Nobel le era stato dedicato un Meridiano Mondadori, già preparato in precedenza e curato da Marisa Caramella. «Voglio emozionare le persone – aveva detto Munro – con delle sorprese, ma non dei trucchi. Voglio che i lettori pensino: sì, la vita è così». Un obiettivo che le sue opere avevano sempre raggiunto in pieno.

Da Alias il manifesto – A volte è sorprendente provare molte e differenti emozioni solo leggendo un piccolo libro. È quanto può succedere con la Corrispondenza tra Victoria Ocampo e Virginia Woolf, che arriva in libreria per l’editore Medhelan, sapientemente curato da Francesca Coppola, e con un saggio introduttivo di Nadia Fusini (pp. 200, euro 18,00).

Nonostante il corpo delle lettere sia esile, ventitré della Woolf e tre della Ocampo, l’insieme dei paratesti che accompagnano questo dialogo a distanza lo abbracciano in modo preciso e competente, così che possiamo leggere nella condizione migliore per scoprire quante cose si nascondono dietro e dentro alle righe di due grandi donne così intelligenti e sensibili, così diverse. Il loro ritratto è brillantemente disegnato nelle prime pagine da Fusini, al punto che le vediamo nella loro presenza fisica e intellettuale, ascoltiamo la voce sempre ironica e spesso affrettata dell’una e quella ammirata e devota dell’altra, in un racconto del senso profondo del loro legame, la cui radice è per entrambe la fiducia nella libertà femminile, la fiducia che una donna debba essere libera di cercare da sé il proprio posto nel mondo.

Da questa radice spontanea nasce lo sguardo amoroso di Victoria per Virginia, da lei Victoria si sente autorizzata a credere in se stessa, nella propria scrittura, a lei sente di fatto di dovere l’essenziale: «Se c’è qualcuno nel mondo – scrive – che può darmi coraggio e speranza è lei. Per il semplice fatto di essere com’è e di pensare come pensa».

Giustamente Nadia Fusini sottolinea che siamo di fronte a qualcosa di inedito, e non è la prima volta, qualcosa che smentisce quella «febbre che regnerebbe nell’universo delle donne, e cioè l’invidia», cui molto facilmente crediamo per una falsa tradizione, una febbre ancora oggi spesso all’ordine del giorno ma che per fortuna studi, analisi e racconti di molte donne finalmente smentiscono (non perché questi sentimenti negativi non esistano, ma per illuminare quanto è sempre stato tenuto fuori scena).

L’accurata ricostruzione di Manuela Barral ci avvicina a vita, opere e desideri di Victoria, e alla sua impresa forse da noi più nota, la rivista e casa editrice Sur, che pubblicherà, affidate a Jorge Luis Borges, due importanti traduzioni di Woolf, Una stanza tutta per sé nel 1936 e Orlando nel 1937; nel ’38 “arriva” Gita al faro, tradotto da Antonio Marichalar, ma altre scritture e conferenze l’amica argentina dedica alla scrittrice inglese, consapevole che anche questa invenzione, non solo di una scrittura per sé, ma di una casa editrice per altre e altri (come la Hogarth Press di Leonard e Virginia Woolf) è comune passione, comune intenzione di incidere in una tradizione mirabile per l’una, a ridosso del vuoto per l’altra.

Ma il vero, puro piacere è posare direttamente lo sguardo sulle loro lettere: si tratta di dettagli, quelli in cui le signore della scrittura diventano impareggiabili, tra scambi di fiori e farfalle, il ritrarsi puritano di Virginia di fronte a regali «meravigliosamente inopportuni» e la sovrabbondanza di doni, omaggi che viaggiano da un continente lontano, segnati dalla nostalgia («Come fare, Virginia, per incollare l’Europa all’America e asciugare l’oceano che le separa?»), ma intanto, a Londra, l’amica dalla mente visionaria la immagina «mentre ascolta il vento muovere migliaia di ettari di erba della pampa».

Lo stile, anche il semplice stile epistolare di Virginia è sempre riconoscibile e scintillante, mai innocente perché vivo di insaziabile curiosità, quando ad esempio chiede di minuzie della vita quotidiana vuole sapere tutto: «Mi dica che cosa fa, con chi esce, mi descriva la campagna, la città, la sua casa, la sua stanza, tutto, anche quello che mangia, i gatti, i cani, e il tempo che passa a fare questo e quello». Lei deve vedere, immaginare, sognare anche quando legge una lettera. Certo poi è sobria nel suo dolore quando accenna alla morte dell’adorato nipote Julian, e franca quando mostra tutta la sua irritazione per l’inaspettato arrivo di Victoria in compagnia di Gisèle Freund con la sua macchina fotografica. Suo è infatti uno dei più famosi ritratti della Woolf, che compare insieme a molte altre immagini in questo prezioso e delicato libro il cui arrivo è bene festeggiare.

Da Odessa – In occasione della presentazione in Libreria, il 17 maggio 2024, proponiamo la ricca recensione di Claudia Mazzilli al libro di Gabriella Galzio Ritorno alla Dea, Agorà & CO. 2022, pubblicata il 5 maggio 2022 su ODISSEA, Blog di cultura, dibattito e riflessione diretto da Angelo Gaccione:

https://libertariam.blogspot.com/2022/05/lo-sguardo-giano-dellutopia-diclaudia.html

https://ilmanifesto.it/cdn-cgi/image/width=1400,format=auto,quality=85/https://static.ilmanifesto.it/2024/04/screenshot-2024-04-30-alle-171502.png
Da una infanzia ucraina. Una galleria di scatti presi da librerie, archivi privati, artisti contemporanei, bancarelle, commentate da pagine narrative, che compongono un cifrario dell’oggi: “La foto mi guardava”, Adelphi

Da Alias – il manifesto – Costruito come corredo di didascalie narrative a una galleria di cinquantasette immagini fotografiche della più disparata provenienza, il libro di Katja Petrowskaja La foto mi guardava (traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, pp. 259, € 24,00) sprigiona una forza che attinge in eguale misura al dominio della parola e a quello dell’immagine: l’una rinvigorisce e feconda l’altra, la colora di senso e magia. Per realizzare il suo lavoro – che raduna brani nati tra il 2015 e il 2021 come singoli pezzi giornalistici, ognuno dotato di un titolo carico di significato – l’autrice compulsa volumi fotografici e archivi privati, visita gallerie di artisti contemporanei, setaccia librerie antiquarie e bancarelle.

Attenta al punctum di Roland Barthes come alla sezione aurea, insegue la logica che vige nello spazio di ogni foto, la sua capacità di farsi “esperienza”, di essere vissuta con un alto grado di interattività (in “Babuška in cielo” la figura di anziana vestita di tutto punto, stile primi anni ’70 sovietici, e librata a mezz’aria su una seggiovia che si inerpica su una qualche vetta, innesca un intenso scambio di visione tra chi è ritratto e chi vede la foto).

Petrowskaja seleziona scatti evidentemente fortuiti, di un minimalismo disarmante, o immagini cesellate «fino a che non resti altro che l’anima distillata». Se «ogni foto mette in salvo qualcosa di transitorio», in alcuni casi «ciò che accade all’improvviso plasma il tempo», come nell’inquadratura di Vanessa Winship commentata nel pezzo titolato “Sul Mar Nero”, in cui conta ciò che resta fuori dal campo visivo, ciò che è immaginato come “in procinto” di entrare in scena.

L’intento dichiarato è quello di cogliere il rapporto trasognato che si instaura tra luce e oscurità, umanità e paesaggio, movimento e immobilità: tutte le «transizioni tra natura e cultura», insomma. Non senza interrogarsi sullo statuto di verità reclamato da una foto, per rilevare eventuali distorsioni tra realtà e imposture: è il caso di “Curva radiosa” – con la simulazione di normalità inscenata dal governo sovietico alla Corsa per la Pace partita in bicicletta da Kiev nel maggio 1986, mentre le onde radioattive di Černobyl’ colpivano alla stregua di un nemico invisibile;  o di “Paese calpestato”, in cui l’Ucraina del ’42 è fotografata da un soldato tedesco come se le tracce della guerra fossero parte del ciclo delle stagioni.

Nelle pagine di questo volume Petrowskaja rincorre temi e luoghi prediletti, capi di una trama narrativa già dipanata diffusamente in Forse Esther, itinerario romanzesco e documentario al tempo stesso nei meandri della propria genealogia: le peculiarità del mondo ebraico e i diritti delle donne, il destino storico dell’Ucraina e le vicissitudini di Praga o Berlino, i relitti dell’utopia sovietica andata in pezzi (nel brano “Restricted Areas” il sogno della felicità futura viene fatto indietreggiare fino a toccare il più remoto passato, quello dell’era glaciale). Ma anche «lo scollamento tra vita reale e American Dream», e perfino l’incontro tra quei due blocchi al tempo della guerra fredda – come in “Samantha dello spazio”, o “Disgelo”; o in “Eyes Wide Shut”, in cui viene richiamato il viaggio nell’Urss del 1947 di John Steinbeck e Robert Capa.

Il libro è saturo di rimandi culturali, al crocevia di molte arti, emozioni e saperi: ci imbattiamo nei nomi di Andrej Tarkovskij, David Lynch o Wim Wenders, ma anche nelle performance del giovane artista russo Pëtr Pavlenskij – assimilato ai martiri protocristiani per il suo uso del corpo come strumento di sfida allo stato. Su tutto dominano gli scrittori: Calvino e Lispector, Kafka e Šalamov, Kerouac e molti altri ancora, ad animare un personalissimo, decisamente accogliente pantheon letterario ideale.

E se la pittura, madre della fotografia, è costantemente sullo sfondo, alcuni tra i più classici prototipi artistici universali trovano nuova carne e veste in creature del più concreto oggi: ci viene così incontro una Venere di Botticelli in panni di migrante, avvolta nel velo dorato di profuga scampata al mare ed emblema di tutti i salvati; o una “Madonna dell’Alentejo “– la madre rom portoghese intenta ad allattare nel primo piano di una movimentata foto di gruppo che «mostra tutte le sfumature tra l’autenticità e la messinscena», «tra la street photo e il tableau vivant».

Mettendosi sulle tracce delle biografie di fotografi variamente noti, o accumulando congetture su quelli anonimi, Petrowskaja lascia emergere una manciata di tratti che si stagliano indelebili: il genio di Francesca Woodman, morta suicida a ventidue anni; il volto ineffabile della regista e danzatrice Maya Deren (ripreso in copertina); le imprese documentaristiche di Josef Koudelka al tempo della Primavera di Praga. Su tutto si innesta la grana del ricordo, senza eccessive distinzioni tra reminiscenze dell’infanzia sovietica e memoria storica, déjà-vu più o meno veritieri, che rendono possibile abbracciare stratificazioni temporali multiple, o ricordi mancati che scattano nell’atto stesso del guardare e colmano vuoti o afasie indicibili. Oppure sogni altrui in cui veniamo catapultati.

Ne viene fuori un libro-caleidoscopio della modernità e dei suoi smarrimenti, taccuino di catastrofi immani e di singoli gesti coraggiosi, che è al contempo camera oscura della memoria personale di Petrowskaja e flip book del presente dell’umanità. Un cifrario dell’oggi che si srotola nella ricerca di verità e bellezza, vivificato da gioie minime di artista: quando l’autrice fotografa una nuvola insolita, si dichiara felice come se fosse stata lei a crearla.

Da Alias – il manifesto –Tradotto per la prima volta, La città assediata vede in scena una donna che dietro la sua incapacità di affrancarsi dalle cose più irrilevanti nasconde una mistica malinconia.

Improbabili paragoni

Al momento della morte, a Rio de Janeiro per malattia nel 1977, un giorno prima del suo cinquantasettesimo compleanno, Clarice Lispector restava per molti un enigma. Malgrado non fosse affatto una reclusa, malgrado avesse girato il mondo, frequentato scrittori, artisti e ambienti di vario tipo, malgrado concedesse interviste e fosse apparsa più di una volta in televisione, venivano sollevati dubbi circa il suo luogo di origine, la sua età, il suo vero nome, l’orientamento politico, la fede religiosa. Agli occhi di molti suoi connazionali sembrava una straniera non tanto perché era nata in un villaggio dell’Ucraina «così piccolo e insignificante da non essere nemmeno indicato sulle mappe», quanto perché dopo il matrimonio con un diplomatico aveva trascorso molti anni all’estero, e soprattutto per il suo modo di parlare, la sua strana erre dal suono francese, un difetto di pronuncia che provò a correggere ma che finì sempre per riemergere, come a marcare un conflitto irrisolvibile tra il bisogno di sentirsi brasiliana e l’impossibilità di rinunciare a una forma di alterità. Non per niente poteva definirsi «così misteriosa che nemmeno io capisco me stessa» e ridurre al contempo il suo mistero al fatto «che non ho misteri».

Sapeva essere loquace quanto elusiva, unire al desiderio di difendere la sua vita privata quello non meno intenso di «confessarsi in pubblico e non a un prete». Questa sua natura solo in apparenza contraddittoria, che fa di lei un modello esemplare di come pensarsi scrittori nel secolo scorso e in fondo anche in questo, ha alimentato la costruzione di un personaggio sul quale – come avveniva in Argentina con Borges – ognuno aveva qualcosa da dire o un aneddoto da raccontare. Da qui il proliferare di ritratti che la dipingono come una sfinge, un lupo dagli zigomi alti e gli occhi a mandorla, un’aliena scesa sulla terra con sembianze simili a quelle di Marlene Dietrich per scrivere come Virgina Woolf.

Per non parlare di definizioni iperboliche come quella, spesso citata, per cui Clarice Lispector «era ciò che sarebbe stato Kafka se Kafka fosse stato una donna o se Rilke fosse stato un ebreo brasiliano nato in Ucraina. Se Rimbaud fosse stato una madre e avesse raggiunto i cinquant’anni di età. Se Heidegger avesse cessato di essere tedesco».

Prendiamo il paragone a prima vista più suadente e persuasivo, quello con Kafka. Se si escludono la blatta morente che la ricca signora di La passione secondo G.H. mette in bocca all’apice di una crisi mistica e l’ostinazione di cercare Dio in un mondo in cui Dio è morto, la distanza tra i due autori, in particolare sul piano dello stile, della voce, è siderale. Forse il solo libro in cui la pagina di Lispector lo evoca, a tratti, è La città assediata (Adelphi, pp. 186, € 18,00), che per la sua imperscrutabilità arriva da noi soltanto ora nella bellissima versione di Roberto Francavilla ed Elena Manzato e che anche in Brasile, all’epoca, faticò a trovare un editore nonostante l’autrice godesse già di una certa fama.

Rispetto al fortunato esordio di Vicino al cuore selvaggio, lo stile era infatti completamente diverso. Lispector abbandonava i vortici del monologo interiore per la narrazione in terza persona, una scrittura dalle sembianze gelide e distaccate in cui ad avere la meglio non era la trama ma un susseguirsi di dettagli e immagini isolate che spostavano la partita verso lo spaesamento surrealista o il nitore visionario: di Kafka, appunto. In frasi semplici e perfette come «Le persone da lontano erano ormai nere. E le righe di terra fra le pietre erano scure. Lucrécia Neves attendeva eterea, tranquilla. Sistemando senza guardarli i nastri del vestito» si respira l’aria onirica e notturna di certi paesaggi urbani di Paul Delvaux o quella ancora più sfuggente del Castello, quando Kafka scrive: «Il villaggio era sprofondato nella neve. Del monte del castello non si vedeva nulla, nebbia e tenebra lo circondavano».

Anche la storia è di una semplicità perfetta. Lucrécia è una giovane donna. La vediamo crescere, dividersi tra due pretendenti, sposarsi, restare vedova, sposarsi di nuovo. Il tutto in un luogo immaginario che, da piccolo villaggio popolato da cavalli selvaggi, cresce come cresce Lucrécia, diventando una moderna città da cui gli animali vengono a poco a poco espulsi.

Una vacuità apparente

Lucrécia non ha il fuoco, lo spirito ribelle delle ragazze cui Lispector aveva dato voce fino a allora; è invece una persona superficiale, mossa da ambizioni futili e meramente materiali. Accetta il ruolo che la società le assegna, contenta di diventare una cosa in un mondo di cose; sembra quasi una versione ironica della donna descritta da Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, che vide le stampe proprio nel 1949, lo stesso anno in cui uscì la prima versione della Città assediata: «Lucrécia Neves aveva bisogno di tantissime cose: di una gonna a quadretti e di un cappellino della stessa fattura; da tempo ha bisogno di sentirsi come la vedrebbero gli altri, in gonna e cappellino a quadretti, la cintura proprio all’altezza dei fianchi e un fiore sulla cintura: così vestita avrebbe guardato il sobborgo e questo si sarebbe trasformato». 

E tuttavia dietro la vacuità apparente, dietro i tratti di una donna «in qualche modo stupida» o almeno estranea al pensiero e agli sforzi di immaginazione, si nasconde una mistica malinconia, un anelito alla trascendenza incapace di affrancarsi dalla nostalgia delle cose materiali. «L’oggetto – la cosa – mi ha sempre affascinata e in certa maniera mi ha distrutta» spiegherà anni dopo la scrittrice. «Nel mio libro La città assediata parlo indirettamente del mistero della cosa. La cosa è un animale specializzato e reso immobile».

Tentando un’altra descrizione, un altro ritratto suggestivo, si potrebbe forse dire che Lispector avrebbe voluto essere Lucrécia, se Lispector non fosse stata Clarice. Ma sarebbe anch’essa un’immagine falsa. La bellezza suprema, il silenzio sublime e stordente cui tende La città assediata è come una porta senza chiave, un mistero senza misteri.

Da la Repubblica – La povertà in Ungheria, la fuga in Usa, la figlia olimpionica. E il premio Nobel per gli studi sugli antivirali. Parla la biochimica che ha raccontato in un’autobiografia la sua storia piena di ostacoli

«Ho detto a mio marito: ora tocca a te, devi vincere un Oscar». Katalin Karikó è una donna straordinaria, e anche spiritosa. L’unica qualità che forse non si evince dalla sua autobiografia Nonostante tutto. La mia vita nella scienza, da ieri anche nelle librerie italiane. Nel racconto di una vita dedicata allo studio e alla ricerca, dall’infanzia trascorsa a osservare piante e animali nella sperduta campagna ungherese, al premio Nobel per la medicina conferitole nel 2023 per aver dato un contributo fondamentale ai vaccini anti-Covid, emergono umiltà, determinazione, passione. Di humour ce n’è pochissimo. E d’altra parte la storia di Katalin Karikó è stata una successione di ostacoli. L’infanzia poverissima in una famiglia contadina di un Paese socialista. Gli anni dell’università e dei controlli da parte della polizia politica. La decisione di trasferirsi, alla metà degli anni Ottanta, negli Usa per studiare i segreti dell’Rna (l’acido ribonucleico che nelle cellule, tra l’altro, sovrintende alla sintesi delle proteine): un viaggio da migrante d’altri tempi, con i pochi risparmi nascosti nell’orsacchiotto di peluche della figlia di due anni e il marito Béla che, appena arrivato a Philadelphia, si mette a lavorare come “aggiustatutto” in un condominio.  

E poi i nuovi capi americani, che diffidano delle sue idee. Nonostante tutto, la biochimica ungherese insiste: vuole comprendere il ruolo dell’Rna messaggero e utilizzarlo a fini terapeutici. La svolta c’è nel 1997: Karikó inizia a collaborare con l’immunologo statunitense Drew Weissman. All’inizio degli anni Duemila i due scienziati capiscono come usare l’mRna per veicolare vaccini antivirali: è la tecnica che sarebbe poi stata sviluppata dall’americana Moderna e dalla tedesca BionTech (di cui Karikó diventa vicepresidente nel 2013) per i vaccini contro il Covid. Da lì la popolarità e il premio Nobel dell’anno scorso, condiviso con Weissman. Ma in famiglia qualcun altro si era già fatto notare: nel 2008 e nel 2012 alle Olimpiadi di Pechino e Londra, Susan Francia vince due medaglie d’oro di canottaggio nell’“otto con”. È la figlia della Karikó, la bimba che nel 1984 era volata dall’Ungheria agli Usa stringendo un orsacchiotto imbottito di banconote. 

«Non mi risulta che ci siano altre famiglie con un Nobel e due ori olimpici», ride la professoressa, «Ora manca solo l’Oscar a mio marito».

Professoressa Karikó, ai Giochi di Pechino e Londra lei si presentava come la mamma di una campionessa olimpica. Ora sua figlia può ricambiare…

«Infatti ha voluto una copia della medaglia che viene consegnata ai Nobel: la tiene in bella mostra nella sua casa di San Diego, accanto ai due ori olimpici».

Una famiglia plurimedagliata: è solo una coincidenza?

«Per praticare canottaggio ci vuole naturalmente forza fisica. Ma è uno sport quasi più mentale che fisico: continui a fare una cosa quando invece tutti gli altri smetterebbero di farlo».

La stessa determinazione con la quale lei ha portato avanti le sue ricerche sull’Rna messaggero come veicolo di possibili terapie?

«Esatto. È molto importante che ci si dia sempre un obiettivo. Io l’ho sempre fatto e voglio continuare».

Nel libro racconta molto della sua infanzia e della sua vita privata. Perché questa scelta?

«Quanto ci succede nei primi quattordici anni di vita è fondamentale per definire il tipo di persona che saremo nel resto della vita. Le difficoltà in cui ho visto dibattersi mio padre macellaio mi hanno aiutata quando è toccato a me superare degli ostacoli. Ho pensato che rievocando anche la mia infanzia il racconto della mia esperienza sarebbe risultato più genuino».

Qual è stato l’ostacolo più difficile da superare?

«Trasferirmi negli Usa dall’Ungheria comunista. Ma è stato forse anche più difficile ricominciare da capo a cinquantotto anni e trasferirmi in Germania per lavorare alla BionTech, di nuovo in un Paese di cui non conoscevo la lingua. La prima settimana ho pianto tutte le notti. Anche quella volta è stato fondamentale Béla, mio marito. Mi disse che ce l’avrei fatta e che non mi avrebbe sopportata se, una volta tornata in America, avessi cominciato a rimpiangere l’occasione persa».

Il suo essere donna le ha reso la vita più difficile nel mondo accademico?

«Quelli che hanno creduto in me erano uomini. Ho anche avuto un capo maschio che mi trattava male e che faceva altrettanto con colleghi uomini. Ma non sono arrabbiata, cerco sempre di dare più importanza alle cose che ho imparato da lui».

In molte professioni, compresa la ricerca, esiste ancora un profondo gender gap. Come se ne esce?

«Fornendo servizi sociali di qualità alle madri. Le donne continueranno a restare incinte e a partorire, e quando i bambini piangeranno, tutti guarderanno loro come a dire “fa’ qualcosa”. Quando mia figlia era piccolissima in Ungheria il pediatra pubblico passava a trovarci a casa tutti i giorni. Negli Stati Uniti e in molti altri Paesi i servizi pediatrici e per l’infanzia sono costosissimi. E questo ha conseguenze sulla realizzazione professionale delle madri».

Suo marito la incoraggiò a migrare tutti negli Usa, quando eravate una giovane famiglia, e poi ad andare lei da sola in Germania…

«Infatti alle studentesse che incontro dico: “Dovete trovare il marito giusto”. Io l’ho trovato. 

L’unica cosa in cui non si era mai cimentato era la cucina, ma quando mi è stato offerto il lavoro in Germania ha detto: “Se è la migliore occasione che ti offrono, vai. Imparerò anche a cucinare”».

Lei ha studiato per tutta la vita. Ci riesce anche ora, dopo il Nobel?

«Continuo a farlo, anche se ricevo inviti dappertutto nel mondo e incredibili offerte di denaro per singole conferenze. Ma dico molti no, perché voglio concentrarmi sui prossimi progetti di ricerca».

Quali sono?

«Nello studiare come il nostro organismo sintetizza l’Rna e come lo degrada ho capito che questi meccanismi hanno a che fare con alcune malattie. E sono convinta che si possano iniziare delle sperimentazioni sugli esseri umani per verificarlo».

Una nonna Nobel e una mamma campionessa olimpica: che futuro immagina per i suoi due nipotini?

«Mia figlia li porta a nuotare e a sciare. Io parlo loro delle piante, dei funghi, della scienza. Cerchiamo di stimolarli in entrambe le direzioni».

Il libro: Nonostante tutto. La mia vita nella scienza di Katalin Karikó (Bollati Boringhieri, trad. di Andrea Asioli, pagg. 272, euro 22)

Da Pressenza – Negli scaffali delle librerie in questi giorni si può trovare il lavoro collettaneo Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi, curato da Daniela Dioguardi per i tipi di Castelvecchi Editore (2024). Per presentare il libro abbiamo formulato delle domande a Silvia Baratella della Libreria delle donne di Milano, autrice di uno dei testi.

Qual è stata la spinta a scrivere questo libro e perché definite “temi scomodi” i dieci interventi raccolti nel volume?

Abbiamo deciso di scrivere perché i temi che affrontiamo, temi cruciali per le donne e che chiamano in causa l’inviolabilità del corpo femminile, sono diventati impossibili da trattare nel dibattito pubblico, soprattutto negli ambienti progressisti e di sinistra: alcune di noi negli ultimi anni sono state bersaglio di censure e talvolta di intimidazione. Tuttavia siamo convinte che sia indispensabile riportarli al centro del dibattito. “Scomodi”, sempre, sono gli argomenti che scombinano l’idea che le donne debbano essere a disposizione altrui. Questo facciamo nel libro, un pamphlet curato da Daniela Dioguardi di Udipalermo, e scritto da femministe che vengono da diverse esperienze: UDI, Arcilesbica, Libreria delle donne di Milano, collettivo Donne di Baggio (sempre a Milano), gruppi donne delle Comunità Cristiane di Base, Rete Abolizionista Italiana… Oggi c’è in atto una forte tendenza a disciplinare le donne e a mettere a profitto i loro corpi spacciata per autodeterminazione e considerata libertaria, mentre noi non esitiamo a definirla liberista. Parallelamente si cerca di rendere invisibili le donne come soggetti. È impressionante la fascinazione che queste due tendenze esercitano sugli ambienti progressisti, quelli che più dovrebbero avere a cuore la giustizia sociale e, anche, la lotta contro l’alienazione capitalista.

Tu parli di una volontà giuridica sulla normazione dei corpi. Nella fattispecie a che cosa ti riferisci?

Le proposte di legalizzazione della prostituzione, per esempio: grazie alla legge Merlin prostituirsi non è reato, lo sfruttamento della prostituzione altrui sì. Allora cosa si vuole legalizzare? La possibilità di esercitare un controllo sulle prostitute? I profitti dei magnaccia? O si vuol dare una patente di rispettabilità ai “clienti”? Un altro tema è la gestazione per altri. C’è chi reclama un “diritto” (irrealistico) ad avere figli. Ma potrebbe esercitarlo solo mettendo al suo servizio un corpo altrui, il corpo di una donna. E genererebbe un rapporto proprietario con le creature piccole, fondato sull’averle pagate e non sull’averle messe al mondo. Tutte le norme di questo tipo si risolvono in una perdita di libertà per le donne coinvolte: si potrebbero imporre controlli sanitari alle prostitute – ma chi controllerebbe i clienti a tutela della loro salute? – o schedarle, tutte cose oggi vietate dalla legge Merlin. E nei paesi dove la prostituzione è regolamentata la tratta non sparisce, al contrario aumenta. Quanto alla gravidanza per altri, nei paesi in cui è legale diventa legale anche imporre contratti a condizioni spaventose, in cui le donne sono obbligate a sottoporsi a trattamenti medici dannosi per loro, non possono lasciare il luogo di residenza (domicilio coatto!), non possono far visita ad ammalati in ospedale, non possono avere rapporti sessuali… la loro vita è completamente fuori dal loro controllo, e mai nel loro interesse.

Un altro disciplinamento dei corpi, anche se non è una legge, sta nella standardizzazione della diagnosi di “disforia di genere” per ogni comportamento libero: se sei una bambina e giochi a calcio, devi trasformare il tuo corpo (all’apparenza) in quello di un calciatore maschio. O se sei un bambino che gioca con le bambole devi trasformarti in (finta) bambina. Gli stereotipi non si discutono e non si cambiano, il tuo corpo sì. Medicalizzando comportamenti non conformi o crisi d’identità magari passeggere si rendono bambine e bambini dipendenti da farmaci per tutta la vita. A trarne un beneficio certo sono solo le case farmaceutiche. Ma a preoccuparsene si è accusate di transfobia.

Puoi chiarirci perché una legiferazione sui corpi, specificamente su quello della donna, tenderebbe ad oscurare la visibilità politica di quest’ultima nello spazio pubblico?

A dire il vero, a oscurare la visibilità delle donne nella sfera pubblica non sono tanto le leggi sui corpi quanto, paradossalmente, quelle sulla parità. E stanno arrivando persino a limitare la libertà femminile. Un esempio, accaduto proprio in una regione di centro-sinistra, lo raccontiamo nel pamphlet: interpretando una norma “antidiscriminatoria”, sono state dichiarate “discriminatorie” delle associazioni in quanto femminili. Si tratta di Arcilesbica (e non vedo come un’associazione di lesbiche potrebbe associare uomini!) e di alcune UDI provinciali. L’UDI, Unione Donne in Italia, nata durante la Resistenza dai Gruppi di Difesa della Donna, ha sempre associato solo donne dal 1944 a ora. Adesso glielo si contesta! E il risultato di questa interpretazione qual è? Che non possono accedere a determinati fondi pubblici, che associazioni di soli maschi possono ottenere, perché la formula “soci” nei loro statuti è considerata maschile sovraesteso automaticamente “inclusivo”. Insomma, anziché discriminatorie sono discriminate. Però pretendere di decidere con chi devono associarsi le donne è non solo una violazione della libertà di associazione, ma anche un tentativo di cancellare la presenza femminile autonoma dalla scena pubblica. Operato dalla sinistra. Il governo di centro-destra, invece, usa la parità per promuovere le quote azzurre nella scuola (e non solo): per il ministero ci sono “troppe donne”, quindi bisogna creare canali privilegiati per assunzioni e carriere maschili. Strano che le donne al lavoro, dove ci sono, possano essere considerate “troppe” in un paese in cui gli uomini sono occupati al 70% e le donne solo al 53%. Anche il diritto di famiglia sta registrando un’involuzione, grazie all’ideologia bipartisan della “bigenitorialità”, che in nome della parità penalizza le madri nella separazione. Un tema che abbiamo approfondito nei nostri testi.

Ma non sono solo le leggi a cercare di togliere visibilità alle donne come soggetti. È in corso una battaglia simbolica attraverso il linguaggio. Schwa, chiocciole e asterischi impronunciabili per neutralizzare il genere grammaticale, prontuari di terminologie “politicamente corrette” per sostituire tutti i riferimenti femminili con circonlocuzioni macchinose e francamente offensive, come “persone che mestruano”, “allattamento al petto”. Lo si presenta come linguaggio “inclusivo” verso le persone che non vogliono essere definite in base al sesso, in realtà è aggressivamente escludente verso tutte, e solo, le donne: nessuna parola che riguardi i maschi viene censurata. L’ideologia queer, apprezzatissima a sinistra, anziché criticare e smantellare gli stereotipi, che lascia intatti e anzi assolutizza, attacca e critica i sessi reali, cercando di cancellare quello femminile. In questa cornice, si pretende dal femminismo che si metta al servizio delle teorie gender fluid all’ultima moda e di tutte le minoranze che le incarnano. E quelle che non si assoggettano diventano, appunto, “scomode”. La destra, da parte sua, continua intanto pervicacemente a rifiutare l’uso del femminile per cariche e posizioni professionali ricoperte da donne: altro modo di farle sparire.

Appare chiaro che la vostra critica si concentra a sinistra quando le problematiche, invece, promanano da fonti plurime?

In realtà, critichiamo anche la destra. Ma dalla sinistra ci aspetteremmo tutt’altro, e siamo preoccupate che rincorra acriticamente le tendenze che ho descritto, cieca ai meccanismi di sfruttamento che ci stanno dietro e sorda a ogni richiamo al senso critico e al senso di giustizia che dovrebbe, lei sì, avere nel suo Dna. Le donne non si meritano – e per la maggior parte non accettano – di essere considerate cure per la sterilità altrui, oggetti sessuali o “persone che mestruano”. Né vogliono essere sfruttate e vedere svalutato o cancellato quello che realizzano. In quest’ultimo mezzo secolo hanno costruito percorsi e pratiche di libertà, non vi rinunceranno. Se la sinistra non lo capisce e non riprende a distinguere la libertà dal liberalismo, le destre si approprieranno di temi e argomenti, ma poi li piegheranno alle loro politiche autoritarie, e inique, perché loro il senso di giustizia nel Dna non ce l’hanno mai avuto.

Un’ultima domanda: in questi giorni, durante un intervento sulla natalità, la Meloni è tornata ad attaccare il cd. “utero in affitto”, ricordando non solo che in Senato c’è una legge che lo renderebbe “reato universale”, ma anche il fatto che «non bisogna perdere la specificità del ruolo della madre e del padre». Orbene, come pensate di marcare la differenza rispetto a queste posizioni? 

Ecco, come volevasi dimostrare. La sinistra dice che affittare l’utero è empowerment e autodeterminazione, che le coppie sterili hanno “diritto” ai figli. La destra dice che è una pratica da debellare (e sono d’accordo), ma per riaffermare un modello di ruoli rigidi e di coppia eterosessuale obbligatoria. La differenza sessuale esiste ed è un fatto naturale e innegabile, ma non comporta ruoli innati né predestinazioni. Per dirla con le parole della filosofa Luisa Muraro, «nulla di ciò che è umano è precluso a nessuno dei due sessi». Ma madre e padre non sono uguali, non c’è simmetria. La madre è tale perché mette al mondo la figlia o il figlio, li “fa”, materialmente, non perché è “buona” o portata ai sacrifici o votata solo ai figli, ma è lei che li fa e questo crea un legame che, per come la vedo io, viene prima di ogni altro, e prima di quello di coppia. Può decidere lei di separarsi dalla creatura piccola, ma se non lo fa ed è in grado di occuparsene, nessun altro deve poter spezzare il loro legame. Il padre c’è per forza, a monte del concepimento, e può essere accanto a loro – se lo vuole – solo se lei lo accetta e lo desidera al suo fianco (e di solito è così). Se lei desidera crescere la creatura da sola o con la sua compagna, deve poterlo fare. La «specificità del ruolo della madre e del padre» serve a subordinare lei al padre. Personalmente, credo che si dovrebbe riconoscere un ruolo di tutela legale sul minore a una seconda persona solo a partire dalla scelta della madre di crescerlo con quella persona. Chiunque sia. Fermo restando il diritto della figlia o del figlio a conoscere le proprie origini paterne ove possibile. Ti sembrano differenze abbastanza significative dal modello di Meloni? Spero di sì. 

Quanto al divieto della gestazione per altri: sono per il divieto di qualunque pratica che permetta di perseguire i propri fini attraverso il corpo altrui. Non riconoscerei un atto di proprietà su un altro essere umano e approvo la messa al bando universale della schiavitù. Allo stesso modo, non riconosco la liceità dell’uso del corpo di una donna e di proprietà sul figlio o figlia di lei, e sono per la messa al bando universale della gestazione per altri. La sinistra si oppone da sempre alla schiavitù, perché non fa altrettanto con l’utero in affitto? Sono cose come queste su cui vogliamo riaprire il dibattito.