Mi sono sempre stupita di come l’opera di Tillie Olsen, straordinaria scrittrice americana studiata nelle università, sia stata a lungo sottovalutata in Italia. Qualcosa sta cambiando grazie all’interesse della casa editrice Marietti che, dopo aver ripubblicato la raccolta di racconti Fammi un indovinello (era comparsa nel catalogo dell’estinto editore Giano, grazie a cui anch’io l’avevo scoperta), finalmente propone ai lettori italiani Yonnondio, il romanzo-capolavoro di Olsen, anch’esso nella traduzione di Giovanna Scocchera. C’è una bella e importante nota di Cinzia Biagiotti intitolata, significativamente, “Il libro ritrovato”, ed è uno di quei casi in cui la lettura del saggio-postfazione è imprescindibile per la piena comprensione di ciò che si è letto (o, invertendo l’ordine, di ciò che si leggerà): inquadrare il contesto della grande Depressione e del maccartismo, intrecciarli con la singolare vita dell’autrice, è fondamentale per capire non solo quando, ma come, è stato scritto Yonnondio – testo frammentato, stratificato e, dunque, sfaccettato tanto nella forma quanto in profondità.
Ha una ventina d’anni, Tillie Learner, quando inizia a lavorare a questo romanzo. È nata nel Nebraska da genitori immigrati, ebrei russi di militanza socialista; si iscrive diciottenne alla Lega dei Giovani Comunisti, fa attività sindacale, viene arrestata per aver organizzato la rivolta dei lavoratori di un’industria di carne a Kansas City, in carcere viene picchiata da una detenuta per averne difeso un’altra – la pratica della rimozione delle ingiustizie sociali è il suo mestiere, prima di ogni altro lavoro (nella vita, di lavori ne farà tantissimi e svariati: operaia, cameriera, lavandaia, per mantenere sé stessa e la famiglia). Nel 1933 si trasferisce in California, con due creature: Karla, la bambina che ha messo al mondo dopo essere rimasta incinta da una relazione senza futuro, e che ha chiamato così in onore di Karl Marx, e il romanzo a cui ha appena cominciato a lavorare.
Qualche anno dopo sposa Jack Olsen, l’attivista con cui era stata arrestata, dopo aver fatto con lui altre tre figlie, e dopo che la gestione della prima, Karla, era stata problematica, perché per un periodo aveva scelto di mandarla dai genitori nell’illusione di avere indipendenza e tempo per scrivere, ma la sofferenza generata da quel distacco l’aveva poi indotta a ricongiungersi con la bambina. Allora si era allontanata da Los Angeles e trasferita a San Francisco. I circoli intellettuali di Los Angeles le erano sicuramente più estranei dell’aria di San Francisco, e nella nuova città, seppur tra molte fatiche, riesce a mettere radici. Il romanzo scivola in un cassetto, mentre la vita trascorre velocissima tra la famiglia e l’attività politica, sempre molto turbolenta: Tillie è una donna troppo libera per avere a che fare senza contrasti con la dirigenza del partito comunista, e nel frattempo viene tenuta d’occhio dall’FBI, che la considera pericolosa come intellettuale e come agitatrice. Tira su quattro figlie facendo tutto il giorno lavori che non valorizzano certo il suo talento, e intanto si batte per un mondo in cui sia vivere con pienezza la maternità sia avere un lavoro interessante e soddisfacente siano diritti garantiti per le donne. La società, ritiene, ne sarà beneficiata, così come la cultura, perché – sono parole sue – «una nuova e complessa ricchezza entrerà in letteratura».
Di questa ricchezza, di questa complessità è intessuta ogni parola di Yonnondio. Tillie Olsen riprende il lavoro sul romanzo trent’anni dopo averne scritto le prime pagine, dopo averlo ritrovato quasi per caso, e lo pubblica come fosse un reperto, un oggetto archeologico che viene da un’altra epoca: è il 1974, e il titolo con cui esce è infatti Yonnondio: from the Thirties [‘Yonnondio: dagli anni Trenta’]. Nel frattempo, Olsen ha potuto riprendere a scrivere: quando la sua ultima figlia è in età scolare, verso la metà degli anni Cinquanta, si iscrive a un corso di scrittura creativa all’università di San Francisco e, poco dopo, nonostante non abbia i titoli per essere ammessa, anche Stanford le apre le sue porte. Escono in quel periodo i suoi racconti, che Joan Carol Oates definisce fondamentali, commoventi – sempre Oates sostiene che Tillie Olsen è un’autrice alla quale bisogna guardare «con riverenza», perché il rispetto non è sufficiente.
Dunque, ecco Yonnondio: un libro in cui la storia dell’America e quella dell’autrice si tessono inscindibilmente, un romanzo in cui la quotidianità è quasi una formula magica nella polvere di giorni complessi e duri, e la povertà non ha nulla di epico o mitologizzabile. Il tempo che passa è un gioco su una scacchiera, tra le miniere del Wyoming e le fattorie del Nebraska, tra paesaggi sperduti e grandi città, la lotta contro le disuguaglianze si incarna nella voce di Anna, protagonista insieme alla figlia Mazie, che affronta fame e ingiustizie senza mai rinunciare a una dimensione sognante e perfino visionaria. «Non si può andare avanti così, a subire come un cane. Non si può, Anna» – si chiude così il quarto capitolo di questo libro in cui il riscatto non è un’epica ma una resistenza quotidiana per non soccombere al buio, alla stanchezza, al tanfo della miseria, quel tanfo che fa da promemoria, che ricorda: «Qui comando io». Almeno finché non arriverà qualcuno, o meglio qualcuna, a non arretrare e riscrivere la storia.
(La Stampa – TuttoLibri, 3 gennaio 2026)
Che cosa si scateni, quando chi scrive fa i conti con la madre, è una faccenda che resta certo non inspiegabile ma sempre un po’ sbalorditiva. È un fatto che quando uno scrittore, o una scrittrice, comincia a battere i polpastrelli sul materno, dalle pagine divampano incendi, la scrittura si assottiglia, la poesia comincia a soffiare forte tra le righe. Metteteci i nomi che credete, Gadda e La cognizione del dolore, Simone De Beauvoir e la sua Una morte dolcissima, i versi purissimi di Supplica a mia madre di Pasolini – per restare tra i morti. È come se le parole, al momento di confrontarsi con l’origine, cambiassero di natura, e andassero ad agganciare non solo un arcaico di specie – il tentativo e la necessità di sopravvivere alla morte – ma anche il più umano degli istinti. E dunque non soltanto il bisogno di protezione, ma anche il più viscerale desiderio, e il bisogno disperatissimo, di essere amati fino alla fine. Quando Pasolini, preso a bastonate sul litorale di Ostia, grida «Mamma!» nella notte, tutto questo confluisce nella voce. Come se la parola stessa, che sia scritta su un foglio oppure pronunciata, contenesse già dentro, incastonato, il pianto.
Dire che Edouard Louis – di cui ora esce per la Nave di Teseo Monique evade – ha dedicato un’opera intera alla madre non è corretto ma non va nemmeno troppo lontano dal vero. Quando esordì con Per farla finita con Eddy Bellegueule, nel 2014, aveva ventidue anni, e quel libro fu un piccolo tornado, tradotto e letto avidamente in tutto il mondo. Era la storia di un figlio che si strappava il nome – letteralmente – da dentro la tagliola: la propria storia familiare, la violenza vissuta in casa, era tale da offrirgli come uscita di sicurezza soltanto un gesto. Quello di rimettere all’anagrafe il cognome – Bellegueule – e scegliersene uno non solo per la vita ma da mettere come un sigillo di liberazione sulla copertina. Optare per Edouard Louis, cioè, come uno scandaloso atto di autodeterminazione. Il che però significava anche strappare, dilaniandolo, il cordone – pur fantasma – che lo univa alla madre.
Monique evade (traduzione di Annalisa Romani) è per Edouard Louis quell’opera unica, quella fiammata, che il nome della madre scatena nel figlio che ne scrive. Non lo dico per affermare che si tratta del suo libro migliore né d’altra parte è il solo in cui la madre compaia. Fa anzi il paio, e ne è la prosecuzione, di quel Lotte e metamorfosi di una donna, che Edouard Louis pubblicò meno di cinque anni fa, in cui raccontava, tra le altre cose, il tentativo di fuga della madre dal marito per salvarsi da una violenza che era insieme personale e di classe: dall’uomo sotto il cui dominio viveva, dalla classe operaia cui appartenevano. Al pari di quello, e di altri – penso a Chi ha ucciso mio padre – c’è una questione centrale per Louis, e cioè il tentativo di scavare dentro le ragioni di una sconfitta. C’è sì un dolore privato nella storia di una famiglia che va in pezzi e di una sottomissione inaccettabile al maschile. Ma è inscindibile dalla violenza di classe, dalla dittatura del denaro.
Non è un caso se al centro di questa storia di fuga – di evasione, come da una detenzione – ci sia proprio, più o meno esplicitato, il denaro. Monique fugge dall’uomo con cui è andata a vivere dopo la fuga dal marito. Si è trasferita a Parigi dalla provincia con l’illusione di una vita migliore, per poi ritrovarsi in una replica grottesca della vita precedente. Nella trappola di un uomo violento, in cui la mortificazione era l’unico strumento di un potere tanto totalitario quanto di cartapesta perché tenuto da un uomo da poco. Aiutare la madre a fuggire – da Atene, a distanza, con l’unico aiuto delle videochiamate e degli amici da delegare – è l’atto che innesca la combustione di questo libro così breve e incalzante. Domandarsi il come mai, pur potendo, sia poi così difficile la fuga per una donna, è una delle domande pulsanti, impellenti direi, di questo romanzo. Il denaro – la sottomissione economica – è una delle risposte: «Ci sono ovviamente altri fattori che rendono la fuga impossibile o impensabile, l’abitudine, la paura di una reazione violenta, ma proprio per questo: i soldi non potrebbero dare la sicurezza necessaria a superare quei fattori di paralisi e di rinuncia?». Ovvero: «Sarebbe possibile stabilire qualcosa come un prezzo per la libertà».
Se scrivere della madre è stato prima un istinto – di salvezza e letterario, senza che in fondo vi sia differenza tra i due –, in Monique evade la posta è ancora più alta. Perché è la stessa scrittura che sale sulla bilancia, che stabilisce il prezzo di un gesto. Furiosa con il figlio ai tempi della pubblicazione del primo romanzo, per aver rivelato al mondo la storia di una violenza destinata a restare silenziata tra le mura di casa, ora la madre gli chiede aiuto. Per farlo, sa che deve varcare lei stessa la soglia di casa per entrare – per quanto questo possa suonare paradossale – dentro un libro, dentro la letteratura. Per farsi aiutare dal vero di una versione differente eppure possibile di sé – in quanto donna e in quanto madre. Il figlio la aiuta a fuggire, e lei ce la fa. E se ce la fa è anche perché sa che questa sarà una storia per tante e per tanti, che attraverso la letteratura diventerà una faccenda politica. «Grazie a lei – scrive Edouard Louis – ho scoperto il piacere di scrivere al servizio di un altro, di un’altra. Il libro che state leggendo è, in un certo senso, il risultato di un ordine di mia madre».
(La Stampa -TuttoLibri, 3 gennaio 2026)
L’origine femminile della sua grandezza
Negli anni in cui Jane Austen diventava una somma scrittrice di lingua inglese, si ricava dalle sue lettere che il suo alimento quotidiano era costituito dalla narrativa femminile del suo tempo. Leggeva Harriet Burney, Jane West, Anna Maria Porter, Anne Grant, Ann Radcliffe, Laetitia Matilda Hawkins, Elisabeth Hamilton, Helen Maria Williams…
La disparità fra Jane Austen e queste autrici è così grande da non lasciare dubbi su come esse abbiano potuto aiutarla. Erano come lei donne che scrivevano e pubblicavano. Per lei rappresentavano una strada aperta e un confronto utile nella sua ricerca di mettere in parola la realtà così come si presentava a lei donna. Non cercò un modello fra i pochi scrittori che conosceva, come il suo amato Samuel Johnson o il celebre Walter Scott. Preferì le scrittrici perché con queste aveva la rispondenza più elementare, ai livelli di realtà dove il grande artista, donna o uomo, lavora ed eccelle. Il risultato saranno sette romanzi perfetti che fanno di Jane Austen una maestra nella prosa inglese e nel romanzo moderno.
Ciò nonostante nella nostra società ai nostri giorni una donna può arrivare ai gradi più alti dell’istruzione o ai compiti più impegnativi, quasi in ogni campo, senza sapere della maniera in cui Jane Austen è diventata così grande nel suo campo. Senza sapere cioè quale vigore mentale una donna possa ricavare dalla frequentazione delle sue simili.
(Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier,1987)
«L’abolizionismo non chiede un vuoto, ma costruisce una trama di presenze e una cultura della responsabilità, senza confondere la giustizia con la reclusione né la protezione con la sorveglianza». Lo scrive Valeria Verdolini, ricercatrice, sociologa del diritto e attivista. Verdolini è anche presidente di Antigone Lombardia e autrice di saggi che intrecciano esperienza sul campo e riflessione teorica. Dopo L’istituzione reietta. Spazi e dinamiche del carcere in Italia (Carocci), frutto del lungo impegno con l’associazione Antigone, Verdolini torna con Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (pp. 240, ADDeditore 2025, € 17,10), un libro che non parla solo di carcere, anche se il tema resta rilevante: «Non si abbandonano i grandi amori» dice ridendo.
Il saggio è il risultato di anni di studio, letture, docenza e confronto diretto con le istituzioni e le comunità, una riflessione lucida e stimolante sulle pratiche della violenza, sulle istituzioni che le legittimano e sugli antidoti possibili, che si costruiscono insieme, come comunità. In questa intervista, Verdolini ci guida attraverso i concetti di abolizionismo, deistituzionalizzazione e realismo magico, esplorando i legami tra potere, istituzioni e la vita concreta delle persone, dentro e fuori dai luoghi di detenzione.
Partirei dalla fine: e cioè dalla bibliografia ricchissima e variegata che nutre e interroga le pagine di Abolire l’impossibile. Questo libro è frutto dei tuoi studi multidisciplinari e degli anni di docenza universitaria?
Sì, è così: una sintesi del mio lavoro accademico e del mio impegno da attivista. Ho tenuto per quasi dieci anni un corso universitario sulla disuguaglianza, e prima di occuparmi di carcere ho indagato i confini: su questo tema ho scritto articoli accademici e ho contribuito alla realizzazione di un documentario che seguiva sette migranti nel loro percorso attraverso il confine. Quanto al femminismo, è una compagnia di lunga data: fin dal liceo, grazie a professoresse che ci facevano leggere il pensiero della differenza, ho approfondito autrici come Carla Lonzi, Lia Cigarini e Adriana Cavarero; poi, all’università, mi sono confrontata con il femminismo giuridico.
In generale, tutto ciò che si trova nel libro nasce dall’intreccio di percorsi diversi: l’idea era anche trasformare un sapere accademico in un sapere politico, radicato nella realtà sociale.
Quando ho terminato il mio precedente saggio, L’istituzione reietta, avevo già constatato che il carcere non funziona e non realizza ciò che dichiara di fare. Questa constatazione ha posto una domanda: «Come possiamo affrontare questa situazione? Dove collocare il cambiamento?». Volevo ampliare lo sguardo e pormi interrogativi più ambiziosi. In questo percorso si sono intrecciati diversi stimoli: avevo scritto l’introduzione al libro Abolire le prigioni di Angela Davis e mi ero confrontata con le esperienze basagliane in Brasile. Si tratta di due percorsi paralleli, diversi ma con punti in comune: da un lato l’abolizione delle prigioni, dall’altro il percorso di deistituzionalizzazione. Gradualmente ho provato a mettere ordine, distinguendo tra abolizioni riuscite e quelle che definisco “possibili” o “impossibili”.
Il libro ha una struttura molto originale. In particolare, ci sono due parti dove si elencano manifestazioni delle strutture violente della nostra società. Le chiami “affioramenti” e “detriti”. Un affioramento è per esempio l’uccisione del diciottenne Federico Aldrovandi per mano di quattro agenti di polizia nel 2005. Un detrito è l’omicidio di Soumaila Sacko, bracciante nei campi di Gioia Tauro e sindacalista, colpito da un colpo di fucile mentre recupera lamiere per rinforzare le baracche del campo di San Ferdinando. L’omicida si giustifica dicendo di proteggere la proprietà privata; il processo non tratta la matrice razziale. Cosa connota gli affioramenti e cosa i detriti?
All’inizio avevo previsto solo gli “affioramenti”, immaginando due cicli dedicati a ciò che emerge in superficie: come la punta di un iceberg, ne vedi solo una parte, mentre tutto il resto rimane sommerso. L’idea era mostrare le forme manifeste della violenza, quei momenti in cui la violenza eccede la dimensione istituzionale, diventa visibile, scandalosa. Per questo avevo scelto casi che attraversano tempi e luoghi diversi, ma che riguardano sempre le tre grandi istituzioni del controllo: carcere, confine e polizia.
Poi, però, mi è sembrato che la seconda parte del libro avesse bisogno di un registro differente. Ricordo che stavo camminando sulla spiaggia quando ho pensato ai “detriti”: residui di strutture molto più antiche, ormai solidificate e cristallizzate. A differenza della radicalità esplosiva degli affioramenti, i detriti – pur contenendo spesso una violenza altrettanto forte – sono episodi che si sono sedimentati nel tempo e nello spazio, che vengono da lontano e mantengono una continuità con storie passate.
Per questo hanno caratteristiche diverse: sono i resti di strutture che, anche abolendo le istituzioni, continuerebbero comunque a esistere in qualche forma.
Il tuo libro mostra con molta chiarezza che abolire un’istituzione violenta non significa necessariamente riuscire ad eliminare la violenza su cui quell’istituzione era fondata. La schiavitù è stata formalmente abolita, eppure sappiamo che continua a esistere in molte parti del mondo; i manicomi sono stati chiusi, ma sopravvivono forme di internamento e mortificazione per ragioni di salute mentale.
Il punto che cerco di sviluppare è questo: abolire un’istituzione violenta, di per sé, non basta. Se non si interviene anche sulle strutture culturali e politiche che legittimano la separazione, il controllo e il contenimento, quella stessa logica troverà nuovi modi per manifestarsi.
Nella letteratura statunitense è spiegato molto chiaramente: l’abolizione della schiavitù non ha eliminato i meccanismi di segregazione, che si sono trasformati nel ghetto e nel ricorso sistematico all’incarcerazione. E quando anche le leggi Jim Crow e le norme sulla segregazione razziale sono state superate, altre forme di esclusione hanno continuato a operare. In altre parole, puoi abolire singoli dispositivi, ma se non affronti le ragioni culturali e politiche che producono il bisogno di separare qualcuno da una comunità, quella spinta riemergerà altrove – a volte in forme più sottili, altre volte in modo evidente.
Lo stesso discorso vale per i manicomi. La legge 180 prevedeva non solo l’abolizione dell’istituzione manicomiale, ma un ripensamento collettivo del modo in cui una comunità si fa carico della sofferenza, insieme a una riorganizzazione territoriale della cura e della sanità pubblica. Il fatto che questa trasformazione culturale e politica non sia stata pienamente realizzata – non certo per volontà dei suoi promotori – ha lasciato nella società una domanda “manicomiale” che non è scomparsa.
Così, anche se sono stati compiuti passi avanti, un residuo di quella logica sopravvive: prima negli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), rimasti nonostante la chiusura dei manicomi, poi – con la loro abolizione – nell’uso del carcere come luogo che finisce per raccogliere forme di sofferenza psichiatrica.
Le rivoluzioni di questa portata avvengono perché la società, in quel momento, è pronta a compiere un salto o possono invece esplodere prima che la maturazione sociale sia avvenuta, sollecitandola?
Diciamo che qui non è semplice capire cosa venga prima. Sicuramente deve esistere un contesto in cui certe trasformazioni siano almeno pensabili. E quel contesto, negli anni in cui nasce l’esperienza triestina, c’era: le mobilitazioni degli anni Sessanta e dei primi Settanta, l’eredità del ’68, i giovani studenti di medicina che decidono di raggiungere Basaglia a Trieste… Insomma, quella di Basaglia non era una voce isolata.
Allo stesso tempo, però, è vero anche il contrario: a volte bisogna rischiare e andare oltre ciò che sembra possibile, buttare il cuore oltre l’ostacolo e vedere cosa accade quando si apre una finestra. È un atto di coraggio.
Quando Basaglia e i suoi parlano di “utopia della realtà”, dicono esattamente questo: rendere possibile nel presente qualcosa che fino a un attimo prima sembrava soltanto immaginabile.
C’è una frase di Mariame Kaba, che torna più di una volta nel tuo libro: «la speranza è disciplina». Come si difende la disciplina della speranza dai continui attacchi che le vengono inferti?
Quando Mariame Kaba dice che «la speranza è disciplina», invita a perseverare anche quando tutto sembra remare contro. Significa continuare a credere nella possibilità del cambiamento anche quando appare impossibile, anche quando è faticoso, anche quando vincono forze politiche autoritarie o quando i movimenti sembrano indeboliti o anacronistici. La disciplina della speranza è, in fondo, la scelta di non demordere.
C’è poi un altro aspetto: la speranza non va intesa solo come entusiasmo ottimistico o slancio emotivo momentaneo. Deve diventare un metodo, una pratica politica fatta certo di passione, ma soprattutto di costanza. È il modo con cui si porta avanti un’idea trasformativa, il modo in cui si pensa e si costruisce la possibilità di un cambiamento. Per questo, nel libro, insisto sul fatto che l’abolizione non è un fine ma una pratica. In termini molto semplici, l’abolizionismo è un metodo perché implica credere che possa esistere un “dopo” diverso dal presente, un tempo possibile alternativo a quello che viviamo. Non si tratta di immaginare un’utopia come un futuro perfetto da realizzare, ma di aprire spazi del possibile nel qui e ora.
Pensi che nella lotta contro le strutture e le pratiche della violenza esista un ordine di priorità, oppure tutto è inevitabilmente interconnesso?
Credo che le cose possano procedere insieme, perché sono chiaramente intrecciate. Però, se dovessi indicare un punto da cui partire, direi il confine. E infatti, nel libro, mettendo al centro il Mediterraneo, dichiaro questa scelta. Il confine è uno degli spazi dove la violenza è più intensa e, allo stesso tempo, è strettamente legato sia alla polizia sia al carcere.
Da un lato, abbiamo un carcere sovraffollato di persone straniere, e spesso la loro presenza lì è effetto diretto della violenza del confine. Dall’altro, molte pratiche di discriminazione e profiling da parte della polizia derivano proprio dalla logica del confine. E non intendo solo il confine fisico, ma il confine come processo di “bordering”: il meccanismo che porta a vedere nell’altro qualcuno da separare, controllare, respingere.
Il confine, inoltre, conserva al suo interno una continuità con la dimensione coloniale: mantiene le stesse matrici e le stesse forme che hanno attraversato la storia delle relazioni tra Nord e Sud del mondo, le stesse che erano alla base dell’invenzione di istituzioni come la schiavitù. Quando il colonialismo formale finisce, ci troviamo davanti alla sfida di fare i conti con quella prossimità e con quelle gerarchie costruite nel tempo, forme di subordinazione differenziata. Chi si muove nel mondo immaginando di potersi spostare liberamente si scontra con l’impossibilità imposta dal confine, che diventa un modo per mantenere in vita quelle stesse strutture di oppressione, ingiustizia e disuguaglianza.
A un certo punto del libro inviti a interrogarsi su quanto i nostri desideri possano trasformarsi in gabbie per quelli degli altri. Allora mi chiedo: se consideriamo l’“Occidente” come la sede sociale del potere – economico, storico, prodotto di privilegi sedimentati – è davvero possibile che generi desideri che non si traducano, almeno in parte, in forme di subordinazione per qualcun altro?
Dipende da come li pensiamo: i desideri vanno ripensati. Ed è qui che entrano in gioco, da una parte, l’immaginazione e ciò che nel libro chiamo realismo magico, e dall’altra la necessità di dare forma a modalità di convivenza che non si fondino su meccanismi costanti di sopraffazione. Il primo passo, però, è esserne consapevoli.
Le strutture culturali dell’oppressione funzionano proprio così: rendono naturale ciò che è artificiale, fanno apparire come eterne – vedi le montagne o gli alberi – dinamiche che invece sono culturalmente e storicamente costruite. Per questo è fondamentale interrogarsi su come tutto questo ci riguarda. La migrazione, per esempio, è stata spesso percepita come qualcosa che non ci tocca, quando invece ci riguarda eccome, così come ci riguardano molti altri processi che tendiamo a considerare esterni e dunque estranei.
Una volta riconosciuto che ci riguardano, il passo successivo è chiedersi come vogliamo starci dentro. E poi ricordarsi che le persone non sono necessariamente mosse da logiche di sopraffazione o indifferenza: lo abbiamo visto, per esempio, nell’ondata di solidarietà verso ciò che accadeva a Gaza. Quella spinta nasceva da un senso di empatia e dalla domanda «Che cosa c’entra con me?», che dimostra come sia possibile attivarsi anche per realtà che ci toccano indirettamente.
«La speranza non va intesa solo come entusiasmo ottimistico o slancio emotivo momentaneo. Deve diventare un metodo, una pratica politica fatta certo di passione, ma soprattutto di costanza. È il modo con cui si porta avanti un’idea trasformativa, il modo in cui si pensa e si costruisce la possibilità di un cambiamento».
Nel libro Perché ero ragazzo (Sellerio), Alaa Faraj, migrante libico, racconta la sua incarcerazione ingiusta perché accusato di essere uno scafista. Dell’Italia, Faraj conosce solo il carcere, e dentro le mura riesce ad attivare quello che chiamiamo “percorso trattamentale”: studia, segue corsi, impara l’italiano, scrive un libro. La sua vicenda – eccezionale, ma non isolata nella geografia carceraria contemporanea – mi ha fatto pensare a quando scrivi che il carcere ha assorbito la sofferenza sociale, diventando una forma di welfare minimo per chi è stato espulso. Avevo trovato un ragionamento simile in Prison Lives Matter (Eleuthera), dove Francesca Cerbini osserva che molte persone che vivono condizioni di marginalità accedono per la prima volta a determinati diritti – istruzione, sanità, percorsi formativi – proprio quando entrano in carcere, cioè nel momento in cui vengono private della libertà. È come se quello fosse il prezzo da pagare per avere accesso a un minimo di welfare.
Io questo fenomeno tendo a guardarlo dall’altra parte: il confine agisce come un dispositivo di inclusione differenziale. Proprio perché funziona così, prevede un accesso minimo – o addirittura nullo – ai diritti a seconda della tua capacità di rispondere alle richieste del mercato del lavoro, principalmente.
Detto questo, non avrei alcun dubbio nel dire che una libertà imperfetta è sempre meglio del carcere. Fuori, un accesso ai diritti è possibile: ci sono scuole di italiano, centri di formazione, percorsi di accoglienza. Il problema è che spesso la vera marginalità fatica a essere intercettata. Nel caso specifico di Faraj parliamo di una persona con risorse personali e relazionali importanti, e anche con un buon livello di istruzione. Questo gli permette di individuare strategie adattive quando può e dove può. Quando invece parlo di “welfare minimo di sopravvivenza” mi riferisco alle persone che non riescono ad attivare nulla perché sono troppo vulnerabili. Ed è lì che si entra in una dimensione quasi necropolitica.
Cioè?
Cioè una situazione in cui lo Stato non si fa davvero carico di queste persone, e le forme di gestione passano attraverso il carcere, che – rispetto alla strada – rappresenta una forma “migliore” di sopravvivenza. Penso a una donna che ho intervistato qualche tempo fa: era uscita dal carcere perché doveva fare la chemioterapia per un tumore, e mi disse che per fortuna era riuscita a ottenere una casa popolare, altrimenti avrebbe dovuto vivere per strada. E non voleva morire per strada. Ecco, penso a questa traiettoria: persone per cui il carcere diventa la prima casa, o comunque un luogo più sicuro della strada.
C’è un passaggio in cui scrivi che Basaglia ha potuto abolire il manicomio non da una posizione di assenza di potere, ma grazie al potere che aveva. Era infatti stato nominato direttore del manicomio di Gorizia. È qualcosa di ovvio, ma non ci avevo mai riflettuto in modo così netto. Ti chiedo quindi se il cambiamento passa più dall’interno o dall’esterno delle istituzioni?
Io uso il termine “abolizionismo” anche per il manicomio, ma va detto che i basagliani non lo usavano. Loro parlavano di “deistituzionalizzazione”. L’idea era che tanto la struttura dell’ospedale quanto gli operatori dovessero continuare a esistere, ma che cambiasse radicalmente la relazione di cura. Per questo il primo lavoro, politico e culturale, era proprio con gli operatori. Lo spiegano bene in Crimini di pace: occorre ripensare il modo di lavorare.
Loro parlano di un doppio movimento: hanno aperto le porte del manicomio, quindi il “dentro” è uscito fuori, ma era necessario anche che il “fuori” entrasse dentro, cioè che ci fosse una relazione più univoca tra il contesto sociale, la città e l’istituzione.
In sintesi: le istituzioni producono separazione. Se vuoi deistituzionalizzare o abolire, oltre al cambiamento normativo devi aprire l’istituzione, far cadere il muro della separazione e portare fuori ciò che sta dentro. Ma serve anche il movimento inverso: portare dentro ciò che sta fuori – relazioni, legami sociali, dimensione politica. Deve esserci una compenetrazione molto più forte tra società e soggetti istituzionalizzati. E questo vale anche per il carcere. Possiamo immaginare di “portare fuori” il carcere: molte persone già oggi scontano la pena in misure alternative, sono circa 90.000. Quindi la pena non è solo detenzione. Ma per deistituzionalizzare davvero il carcere serve immaginare una permeabilità totale tra interno ed esterno, dove ciò che accade nella società libera possa entrare dentro. Ed è esattamente ciò che oggi fatica ad accadere.
Questo mi fa pensare a discussioni che ho avuto con persone di ambienti anarchici e abolizionisti, per le quali qualsiasi forma di dialogo con l’istituzione carceraria sarebbe inaccettabile – anche quella necessaria per introdurre progetti, laboratori o spazi di dignità – perché l’istituzione è di per sé violenta e va abolita. Obbiettavo che intanto l’istituzione esiste e le persone ci vivono dentro. Come stare in questo “frattempo”?
Per me l’abolizionismo può anche essere pensato “da dentro”. Premesso che non sono anarchica – lo scrivo chiaramente anche nel libro, alla fine: non arrivo all’abolizione dello Stato né la desidero – io credo nello svuotamento delle funzioni istituzionali e nell’immaginare altre istituzioni possibili. Questo è il punto di partenza.
Il secondo aspetto è che arrivo all’abolizionismo partendo da un riformismo pratico. Ho sempre fatto sportelli, attività concrete dall’interno. In molti casi mi è sembrato che l’istituzione non solo non collaborasse, ma che fosse nociva: non rieduca, non migliora le prospettive di vita, non riduce l’aggressività, anzi spesso fa il contrario.
Detto questo, penso che non ci sia una contraddizione tra lavorare quotidianamente per migliorare le condizioni di chi è dentro e immaginare l’abolizione dell’istituzione. Il mio punto non è legittimare l’istituzione in sé, ma occuparmi di come stanno le persone dentro: ogni strumento utile a questo scopo è più che benvenuto.
Rimane poi la questione politica: quelle istituzioni sono nate per applicare criteri di separazione sociale. Io sono contraria a quel meccanismo e credo che vada abolito, sostituendolo con altri strumenti di gestione della devianza e dei conflitti sociali. Se tutto questo va a scapito di una certa coerenza ideologica, va bene così.
Mi sembra una perfetta conclusione.
Il punto centrale è come stanno le persone e come possano stare in una prospettiva futura. Sul medio periodo ha senso fare tutto ciò che è possibile: anche tutelare un solo diritto in più rappresenta comunque un risultato importante. Allo stesso tempo, è fondamentale riflettere sul senso delle azioni, sul perché le compiamo e sull’orizzonte a cui guardiamo. E questo orizzonte è quello in cui possiamo liberarci dalla necessità del carcere e delle altre forme di istituzionalizzazione della violenza.
(Lucy – Sulla Cultura, 19 dicembre 2025)
da il manifesto
Rosa Luxemburg, nata nel 1871 nella Polonia russa in una colta famiglia ebrea, si forma in un tessuto culturale composito e si afferma precocemente come teorica marxista. Costretta all’esilio, svolge in Germania un’intensa attività politica, giornalistica e teorica all’interno della socialdemocrazia. A partire dal 1904 subisce numerose incarcerazioni, che si intensificano tra il 1915 e il 1918. Trascorre quaranta mesi in carcere come conseguenza della sua opposizione alla guerra, sostenuta invece dal suo stesso partito con il voto ai crediti bellici nell’agosto del 1914; anche dalla prigione continua tuttavia a intervenire nell’azione politica contro il conflitto, prima attorno alla rivista Die Internationale e poi nella Lega di Spartaco. Mantiene una posizione al contempo critica e autonoma che, pur nel sostegno alla Rivoluzione russa dell’ottobre 1917, la porta a dissentire da Lenin e dai bolscevichi su questioni decisive come la politica agraria e, soprattutto, la tendenza del partito a una direzione autoritaria.
Ritroviamo alcune delle lettere della sua prigionia in Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere (pp. 184, euro 20), un volume di grande bellezza edito da Casagrande, curato e tradotto da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi. Le lettere in questione, venti, si collocano nell’intervallo tra il 1914 e il 1918 e sono scritte dalle prigioni in cui Rosa Luxemburg era detenuta.
Il 16 febbraio 1917, dalla prigione di Wronki (nell’allora Prussia) scrive a Mathilde Wurm, Tilde, militante socialdemocratica tedesca: «Oh, questo sublime silenzio dell’infinito: mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nuvole e uccelli e lacrime umane. Ieri sera c’erano delle meravigliose nuvole rosa sopra il muro della mia fortezza. Stavo davanti all’inferriata e ho recitato per me sola la mia poesia preferita di Mörike».
Nelle pagine, la natura ritorna incessantemente come respiro necessario: seguendo il mutare del cielo oltre le sbarre, Luxemburg accoglie tra le mani le erbe del cortile e le affida alla pazienza di un erbario. Così, mentre la storia precipita, il ricamo delle erbe custodisce la vita, nei gambi carnosi degli anemoni – disegnati – e dei petali ostinati della pulsatilla comune, i cui colori sembrano rifiorire anche nell’ombra della pagina.
Le piante essiccate e classificate valgono come tracce di un gesto preciso, affine all’attenzione metodica per la salvazione di quei frammenti minimi di natura – cura che attraversa anche la scrittura epistolare della prigionia. In questo lento lavoro di raccolta, di nominazione e di scrittura spicca fra tutti la semplicità blu del fiore della borragine e delle sue foglie, raccolti entrambi il 24 luglio del 1915, in estate, nell’orto nel cortile dell’infermeria del carcere femminile di Berlino.
Accanto alla nomenclatura botanica, nei tratti nella grafia di Rosa Luxemburg, compaiono anche i luoghi di ritrovamento delle erbe e dei fiori. L’erbario diventa così un territorio di resistenza della memoria, custodita a fasi alterne, tra libertà e reclusione, e, al tempo stesso, un linguaggio silenzioso capace di mantenere – contro gli strattoni della storia – una fedeltà al vivente.
Nel volume di Casagrande sono riprodotti sedici fogli tratti dagli erbari, i cui originali sono conservati presso l’Archiwum Akt Nowych di Varsavia: un lavoro che poté prendere forma grazie alla presenza decisiva di alcune donne legate a Rosa Luxemburg da un rapporto di salda amicizia, tra cui la femminista Clara Zetkin (fin dal 1890) – e che proseguì così anche come esito relazionale, forma condivisa di attenzione e cura. Nell’aprile 1917 proprio a Clara, per ringraziarla del mazzo di fiori ricevuto, Rosa scrive: «Ho potuto sistemarmi qui un intero tavolino di fiori e mi sento una regina».
Come indicato nell’introduzione di Baratti e Candolfi, accanto ai pochi fiori e alle erbe spontanee – raccolti nei cortili delle carceri durante le brevi uscite sotto sorveglianza – furono soprattutto le persone a lei vicine a inviarle, per lettera, esemplari essiccati o mazzi di fiori freschi, affidati alla trasformazione lenta della pressatura e della catalogazione. Alle tavole botaniche si intreccia così una corrispondenza intensa, in cui «la cinciallegra in gabbia» dialoga con l’amore per la vita e le sue forme.
Dal carcere Luxemburg riuscì a far circolare numerosi articoli, tra cui il pamphlet La crisi della socialdemocrazia, una dura presa di posizione contro le scelte di Kautsky e della Spd sulla guerra, che verrà tuttavia pubblicato solo clandestinamente nel 1916 con lo pseudonimo di Junius. Nella corrispondenza si colgono i segni della teorica marxista, avvisata e disincantata: sia sui compagni di partito, sia sulle derive romantiche di un ritorno a una Natura idealizzata e necessariamente falsata. A tal proposito, in una lettera del 2 maggio 1917 a Sophie Liebknecht, scrive: «A lei posso ben dirlo tranquillamente: non andrà subito a sospettare un tradimento del socialismo. Lei sa che spero di morire ancora sulla breccia: in una battaglia di strada o in prigione. Ma il mio io più profondo appartiene più alle cinciallegre che ai “compagni”. E non perché io, come tanti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario, anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto. Pensi, ad esempio, che non riesco a togliermi dalla mente il seguente piccolo episodio. La scorsa primavera stavo tornando a casa da una passeggiata nei campi nella mia strada tranquilla e deserta, quando ho notato per terra una piccola macchia scura. Mi sono chinata e ho visto una tragedia silenziosa: un grosso scarabeo stercorario giaceva sul dorso, e cercava invano di difendersi con le zampe, mentre un’orda di minuscole formiche gli brulicava intorno e se lo mangiava ancora vivo!»
Come afferma il botanico Nicola Schoenenberger nel saggio in volume dal titolo Flora carceraria, l’erbario di Rosa Luxemburg mette in luce il valore conoscitivo della presenza delle specie in un luogo preciso: ogni pianta raccolta, datata e conservata, diventa traccia materiale di un luogo e di un momento, una prova silenziosa dell’incontro tra il corpo prigioniero e il mondo vivente. Proprio per questo, i campioni raccolti da Luxemburg nei cortili delle carceri permettono oggi di ricostruire con sorprendente precisione l’ecologia di quegli spazi – secondo una cartografia sensibile dei luoghi della reclusione, in cui la natura conserva memoria della vita che vi è passata, «nei cortili di prigione nei quali era costretta». Si compone dunque, in forme intime e luminose, l’unità profonda tra la combattente e l’umana, in tutte le declinazioni della nostra vulnerabilità. È proprio lì che la forza della teorica e della militante convive con la capacità di stupirsi per un fiore, per ogni erbaccia «che cresce tra le pietre», per una meravigliosa piuma azzurra di una ghiandaia di Südende – per le vibrazioni del vivente che ci circonda e che siamo.
da La Stampa
Non c’è mai lieto fine né conferma di cliché sessisti o eteronormativi. In lei il mondo non esiste come scenario, ma come campo di esperienza
LILIANA RAMPELLO, Un anno con Jane Austen, Editore NERI POZZA Pagine 432
Genere: SAGGISTICA Prezzo 26 €
L’unico ritratto in vita di Jane Austen, nata il 16 dicembre di duecentocinquant’anni fa, è quello eseguito a matita e acquarello intorno al 1810 dall’amata sorella Cassandra. Di solito, si nota la cuffia – la indossava sempre, ha raccontato il nipote – o gli occhi grandi e la bocca sottile. Ma colpiscono anche i riccioli lisciati sulla fronte, in puro stile Regency. Eppure, non sono i singoli dettagli, ma il modo complessivo di occupare lo spazio a creare lo stile “Jane Austen”. Questa piccola figura non particolarmente bella, e silenziosa, che nel medesimo tempo appare distratta e concentrata, sembra avere in testa molte cose, oltre alla cuffia, e ci ispira autorevolezza; pur essendo, anzi proprio perché è e vuol farsi riconoscere come, una donna. Come ha fatto?
Gli occhi sono attenti, ma, anziché cercare il nostro sguardo, sfuggono, cercando un punto fuori campo: vanno oltre. Magari, durante la posa, la scrittrice è rimasta seduta accanto al piccolo tavolo dodecagonale, nell’angolo del salotto dove scriveva, mentre le altre persone di famiglia attraversavano la stanza. In quarantun anni e mezzo di vita (1775-1816) Austen infatti non ha mai avuto un ambiente soltanto suo. Ma, in senso simbolico, lo spazio della narratrice e quello delle sue eroine compongono universi interi. Sono «i mondi di Jane Austen» (come li ha definiti Diego Saglia), territori creativi spaziosi dove, assieme alla finzione, regna l’autoironia di una voce proveniente «by a Lady» (come si leggeva sul frontespizio dei romanzi pubblicati durante la sua vita: tutti anonimi, ma esplicitamente attribuiti a una “Signora”).
Guardando ancora quel ritratto, sono interessanti le braccia in posizione conserta, come a delimitare il corpo, invece di assumere la postura innaturale di tante donne stordite raffigurate nei quadri sette-ottocenteschi. La ragazza con la cuffia, invece, sta ferma, con l’intelligente tranquillità di chi sa di aver mostrato e fatto sentire, con la sua prosa, tre cose che non erano mai esistite prima, e che sono fondamentali per capire la grandezza dei romanzi di Jane Austen.
Le prime due segnano una linea di non ritorno nella storia del romanzo moderno e sono state indicate, tracciando anche una genealogia di riferimento, da Virginia Woolf. Vale a dire: i libri di Austen inventano la voce di una donna, ci fanno sentire come pensa e come parla una donna, sia da scrittrice sia da protagonista di una storia.
In più, la scrittura di Austen fa esistere non solo quelli che Woolf chiama i momenti d’essere, ma anche i momenti di non essere: «gran parte di ogni giornata non la si vive consciamente. Si cammina, si mangia, si vedono cose, si provvede alle nostre incombenze; l’aspirapolvere rotto; il pranzo da ordinare; la nota della spesa per Mabel; il bucato; i pasti da cucinare; i libri da rilegare. Mi venne un po’ di febbre l’altra settimana: quasi tutta la giornata fu non-essere. Una vera scrittrice riesce a rendere entrambi gli stati. Jane Austen secondo me ci riesce», scrive Woolf in Uno schizzo del passato (1939), nella traduzione di Adriana Bottini.
Il terzo punto fondamentale per capire il potere intramontabile di Ragione e sentimento, Orgoglio e Pregiudizio, Mansfield Park, Emma (usciti tra il 1811 e il 1815), Persuasione e Northanger Abbey (entrambi pubblicati nel 1818), è stato illuminato da Liliana Rampello con Sei romanzi perfetti (2014), il lavoro di curatela dei due volumi dei Meridiani Austen (2022-25), e con il suo recente libro pubblicato da Neri Pozza Un anno con Jane Austen, dove si ripercorre il paese di AustenLand come sfogliando un calendario (con un brano per ogni giorno dell’anno), organizzato però secondo un sistema di simmetrie, rimandi e confronti che pare un gioco eppure è assolutamente serio.
Elinor e Marianne Dashwood, Elizabeth Bennet, Fanny Price, Emma Woodhouse, Catherine Morland, Anne Elliot: al centro delle storie e delle avventure di ciascuna di loro – Rampello lo mostra benissimo – Austen mette, come nodo centrale, la felicità individuale. Questa però è intesa non come autorappresentazione romantica, ma come apprendistato personale e sociale alla capacità di guardare e riconoscere i propri bisogni, distinguendoli dalle velleità e scegliendo bene, di conseguenza, o talvolta anche reinventandosi, i punti di partenza e di arrivo della felicità. Qui sta il terzo punto sostanziale dei sei capolavori.
La promessa di felicità progressivamente esaudita del racconto arriva, dunque, con il riconoscimento della differenza tra “orgoglio” e “vanità”, dentro un sistema pieno di ostacoli, divieti culturali e pregiudizi, che molto spesso continueranno a pesare, visto che ci troviamo in un mondo in cui se sei una donna non sfuggi al destino di essere considerata o come una ragazza da marito o come una povera zitella (a meno che tu non sia ricca). Ma sono limiti materiali e sociali che non vanno travestiti, romanzati o accettati come regole naturali. Lo spazio simbolico percorso dalle eroine di Austen, spesso anche ballando, è quello che intercorre tra necessità e libertà: proprio in questo incontro abita la verità del romanzo. Il matrimonio finale varrà da sigillo sociale di questa traiettoria di esperienza, non è l’orizzonte esclusivo della realizzazione di sé. Per questo, che sia un bene o un male, non andremo mai a un ballo – a meno di non partecipare a una rievocazione austeniana – ma da lettrici (o da lettori), continuiamo a sentire l’urgenza di felicità delle sue eroine come una tensione romanzesca e vitale che ci riguarda e ci interessa ancora così tanto.
Ci vorrà un romanzo intero per elaborare e trasformare l’arroganza con cui Darcy, al primo incontro, ha definito Elizabeth «passabile», perché Austen non rende mai attraente e desiderabile la sottomissione delle ragazze a stereotipi sessisti. La forma di romanzo dentro le quali abitano, pensano e parlano le sue protagoniste è quella della novel realista, dove trama, relazioni, ambientazione, e soprattutto punto di vista interno e esterno alle storie sono tutti livelli testuali che fanno esistere il mondo non come scenario e performance, ma come campo di esperienza; anche come occasioni di sogni, se si è giovani, o della felicità di camminare e ruzzolare da un prato, se si è ragazze; ma lo spazio narrato resta costellato da limiti prosaici, per l’appunto, resistenze e confini di classe, di ragazze che non potranno mangiare bene, chiamare un dottore, sposarsi o indossare un abito nuovo se non hanno rendite sufficienti – visto che i patrimoni vanno sempre ai maschi. Anche per questo i dialoghi dei romanzi di Austen sono così originali e importanti: perché i discorsi in società sono, in termini narrativi e drammatici, il riflettore perfetto sia della vita (e dei momenti di non essere di cui parlava Woolf), sia di come le relazioni umane siano luoghi straordinariamente comuni, cioè quotidianamente “parlati” da forme di disciplina e di repressione del desiderio e dei corpi. Se poi si tratta di corpi femminili anche di più, tant’è vero che sarebbe tempo di riconoscere a Austen il merito di aver reinventato il novel non tanto in termini generici, quanto proprio nel senso di novel d’autrice.
Come mostra la fortuna di Austen a partire dal cinema degli anni Novanta ispirato alla sua opera, il fascino pop testimoniato dalle tante forme di reinvenzione di Austen va compreso e accolto come conferma di un modello diventato immortale non solo come stile di scrittura e narrazione, ma anche come intrattenimento e perfino di consolazione. Eppure una precisazione è dovuta.
Leggendo, e spesso ridendo (perché un altro scandalo di Austen è stato quello di essere una scrittrice ironica, come svela così bene anche la ripresa creativa di Bridget Jones), non siamo mai nei territori del romance, inteso, anche nel senso più largo, come storia d’amore a lieto fine, dove incontriamo giovani donne e uomini di successo dai nomi stranieri, che agiscono in luoghi comunemente straordinari, dove tutto è immediatamente possibile e se ci si innamora o si fa sesso si confermano i clichés sessisti e eteronormativi più sfruttati. C’è posto per tutti, ma invocare Austen come modello di riferimento di questo tipo di scritture è un atto di appropriazione o attribuzione culturale e commerciale essenzialmente falso, qualche volta anche violento, e, proprio ispirandoci a Austen, dobbiamo avere il coraggio sorridente di dichiararlo, anche per non fare il gioco di chi continua a recintare Austen sugli scaffali patriarcali della letteratura “femminile”. Spazi scomodissimi, spesso anche imbarazzanti, se consideriamo che Austen è stata amata e imitata dai più grandi scrittori oltre che dalle autrici. L’importante teorico Edward Said l’ha attaccata, usando Mansfield Park come esempio di letteratura tipicamente orientata da uno sguardo coloniale; ma essere uno straordinario intellettuale non lo ha forse preservato dal pregiudizio contenutista, visto che la verità dei testi non va cercata nelle singole frasi, ma nell’esperienza formale complessiva che facciamo di un dialogo, una situazione, un mondo.
I romanzi di Austen – che leggiamo grazie al lavoro di traduttrici straordinarie (Susanna Basso, e recentemente Stella Sacchini e Elisa Bizzotto) – sono pieni di ragazze piene di risorse che talvolta possono anche rovesciarsi in pericolosi difetti: la ragionevolezza di Elinor, in Ragione e sentimento, per esempio, o la superbia di Emma, che crede a tutto quello che pensa, o la fantasia meravigliosa di Catherine, in Northanger Abbey, il romanzo scritto per primo ma pubblicato per ultimo, che si può anche intendere come il libro più bello dedicato alle lettrici, visto che la protagonista è per l’appunto una ragazza che ha letto tanti romanzi e grazie a questa esperienza incontra nuove amiche, e un amore. L’opera di Austen ha due secoli e mezzo, ma è così contemporanea perché parla anche di come la storia del romanzo moderno sia, alla prova dei fatti, una storia di generazioni e generazioni di donne che hanno letto i romanzi. Tre persone su quattro che si presentano alla cassa di una libreria, in Italia, in questo momento, sono donne. Forse anche di più quando acquistano Austen. La Lady immortale con la cuffia guarda e sorride, perché sa chi è, come aveva scritto spiritosamente in una lettera del 1815: «The most uninformed Female who ever dared to be an Authoress»: la donna più ignorante che abbia mai osato essere un’Autrice.
da RivistaStudio
È un libro per certi versi timido, L’uso della foto. Il soggetto di cui si parla sembra sempre altrove, come se volesse negarsi all’obiettivo che cerca di catturarlo, alla penna che si avvicina a descriverlo ma poi non affonda, devia, prende altre strade.
Pubblicato lo scorso mese da L’Orma Editore con traduzione di Lorenzo Flabbi, L’uso della foto è in realtà un libro di vent’anni fa che l’autrice premio Nobel Annie Ernaux ha scritto insieme al giornalista Marc Marie, suo amante per alcuni mesi. È composto da quattordici fotografie scattate fra il marzo del 2003 e il gennaio del 2004, immagini che testimoniano quel che resta dell’amore quando l’amore è stato consumato, la fragile tenerezza degli abiti abbandonati sul pavimento e delle stanze disordinate, buttate all’aria, che nessuno si preoccupa di tenere in ordine quando c’è una passione che divampa e reclama spazio. «Mi capitava spesso», scrive Ernaux in apertura, «sin dall’inizio della nostra relazione, di restare affascinata nel ritrovare al mattino la tavola non sparecchiata della sera prima, le sedie spostate, i vestiti aggrovigliati, buttati a terra alla rinfusa nel fare l’amore. Il paesaggio era ogni volta diverso. Doverlo distruggere, quando ognuno raccoglieva le proprie cose, mi stringeva il cuore. Avevo l’impressione di cancellare l’unica traccia oggettiva del nostro piacere».
Un racconto cristallizzato
Nella poetica di Ernaux la scrittura è un tentativo di illuminare il passato e offrirgli un senso nuovo. Tutti i suoi lavori sono autobiografici, molti si concentrano sugli anni della giovinezza e sono stati scritti a decenni di distanza dai fatti narrati, ma qui manca un elemento cardine: non c’è il filtro della memoria. L’uso della foto è stato scritto in presa diretta, spinto più dall’urgenza di cristallizzare il presente che dal desiderio di osservare con sguardo inedito, ermeneutico, i fatti già trascorsi.
Ciascuna delle quattordici immagini – una selezione operata su una quarantina di fotografie – è corredata da una descrizione di Ernaux e una di Marie, che raccontano cos’è accaduto subito prima e subito dopo, il contesto in cui è stata scattata, le stanze d’albergo, i ristoranti dove avevano appena cenato o la scomodità di certi stivaletti difficili da slacciare, che arrivano a ricordare le loro infanzie, le famiglie d’origine, i grandi magazzini dove era stato acquistato, coi saldi, un reggiseno di pizzo colorato.
L’uso della foto è anche, di fatto, un gioco tra amanti: Ernaux e Marie scrivevano da soli, senza far leggere nulla all’altro e domandandosi spesso «Cosa starà scrivendo di me?». Colgono elementi differenti della medesima scena, e nel tentativo di comporre un’opera unitaria non fanno che esplicitare la distanza irriducibile che sempre resiste fra due esseri umani, anche quando a unirli c’è una passione sbocciata da poco.
Libri politici e discreti
Ernaux ha esplorato spesso il sentimento amoroso. In Passione semplice, Un ragazzo, Perdersi, che a differenza di L’uso della foto non sono affatto libri timidi, Ernaux ausculta i palpiti del proprio cuore, ogni minima angoscia o effimero entusiasmo, e squaderna sotto gli occhi dei lettori la propria radiografia emotiva. Qui, invece, di sentimenti non si parla quasi mai – solo alcuni accenni alla ex compagna di lui, qualche vaga gelosia, niente di più. Questo è un libro che parla di corpi – e noi possiamo solo immaginarli, avviluppati e felici nella cornice esclusa dall’inquadratura, mentre fanno l’amore, perché di fatto non si mostrano mai. Neanche una mano, neppure la rotondità di un fianco. Al loro posto, solo gli indumenti che portano ancora le impronte di chi li abitava poco prima. I vestitini leggeri di lei, o i pantaloni di tessuto grezzo di lui, sono i testimoni più fedeli del momento in cui i corpi, vivi e appassionati, sono esplosi di desiderio: è successo davvero, sembrano dirci le fotografie, questo è quello che resta.
Quei reggiseni svuotati che compaiono spesso in primo piano, all’apice della montagnetta di abiti, rimandano però al vero, nascosto, protagonista del libro: il cancro. Mentre Ernaux scrive, fotografa e si gode la sua storia d’amore con Marie, è infatti in cura per un tumore al seno. Quando i due escono a cena per la prima volta lei glielo dice subito, come se volesse testare la tenuta del suo desiderio, che dovrà essere più forte di tutto, anche del timore della morte. «Ho un cancro», gli dice, e, subito dopo, «Vorrei andare a Venezia con te».
Non c’è retorica nel modo in cui Ernaux e Marie parlano della malattia: «Ti sei fatta venire il cancro solo per poterne scrivere», le dice lui. Il corpo malato non viene taciuto, né edulcorato, si racconta per quello che è: interamente glabro, dall’incarnato cereo, il capo protetto da una parrucca, attraversato da un sistema di tubi e sacche per la chemio, marchiato da un catetere sotto la clavicola, il capezzolo bruciato dalla radioterapia.
Credo che l’aspetto più potente della scrittura di Ernaux sia il fatto di essere profondamente politica senza mai dichiararlo, senza redigere manifesti. È così nella Donna gelata, che di fatto è un’introduzione al femminismo, in Memorie di ragazza, dove si tematizza il consenso, nell’Evento, dove il diritto all’aborto diventa battaglia sociale e di genere, in Una donna e Il posto, che dietro ai racconti sui genitori nascondono una profonda riflessione sull’identità di classe. Nell’Uso della foto è il corpo malato a prendersi lo spazio, un corpo femminile che, segnato dalla malattia ma anche dall’età – quando scrive, Ernaux ha sessantatré anni –, reclama il proprio desiderio, il proprio piacere, con la medesima sicura pacatezza con cui rivendicherebbe l’ossigeno per respirare, o il cibo di cui nutrirsi. Non fa mai chiasso, la scrittura di Ernaux, ma è raro che indietreggi. «In Francia», scrive, «l’11 per cento delle donne ha avuto o ha un cancro al seno. Più di tre milioni di donne. Tre milioni di seni suturati, scannerizzati, marcati da disegni rossi e blu, irradiati, ricostruiti, nascosti sotto camicette e t-shirt, invisibili. Bisognerà pure osare mostrarli un giorno, in effetti. [Scrivere del mio, fa parte di questo svelamento]».
La fotografia come testimonianza
Per André Bazin la fotografia nasce dall’esigenza di sottrarre la vita alla morte conservandone una testimonianza, una traccia luminosa su pellicola che resista allo scorrere del tempo: questa cosa è successa, dicono le fotografie, questa persona è esistita su questa terra. Roland Barthes, dopo di lui, ha invece esplicitato il paradosso intrinseco al medium fotografico. Se da un lato certifica l’esistenza dell’oggetto immortalato, dall’altro rappresenta la prova irrefutabile che quel momento è andato, perduto per sempre, in fin dei conti anch’esso defunto: «Ciò che la fotografia riproduce all’infinito è un evento che non si ripeterà mai più». Ogni scatto è perciò anche un memento mori: attesta la presenza di un pezzo di realtà che porta dentro di sé le condizioni della sua stessa mortalità, che presto o tardi si farà assenza e figura fantasmatica. «È come una perdita che stia guadagnando velocità», scrive Ernaux, «Invece di frenarla, la moltiplicazione delle immagini dà la sensazione di scavarne ancora di più il vuoto».
Nell’Uso della foto l’autrice, con la complicità del suo amante, intreccia un dialogo con la morte – che non si può scrivere, né fotografare – a partire dalla posizione liminare del suo corpo malato e desiderante, che si nega all’obiettivo ed è combattuto tra due istanze: da un lato il pensiero stesso della morte, dall’altro il richiamo inesorabile del piacere. Fra i due, lo spazio della vita che ancora rimane, e che si fa arte: «Se, in una forma o in un’altra, l’ombra del nulla non aleggia sulla scrittura, allora non c’è niente che possa valere davvero all’uso dei viventi».
da il manifesto
Anatomia di una separazione o documento politico sulla relazione tra i sessi, rileggere oggi Vai pure è di una certa attualità. Si tratta del volume che Carla Lonzi prepara e pubblica nel 1980 riportando la sua conversazione in quattro giornate con Pietro Consagra, facendoci entrare dentro il rapporto tra una donna e un uomo. Si erano conosciuti alla metà degli anni Sessanta, Lonzi e Consagra, e a unirli era stata l’arte, ambiente da cui lei decide presto di congedarsi perché non corrispondente alla sua radicalità, ma soprattutto un legame d’amore. Forte, importante, fatto di alleanza e desiderio, soprattutto nei primi anni, non sempre facili, poi di conflitti insuperabili. Uscito per la prima volta nei «Prototipi» delle edizioni di Rivolta Femminile, viene ripubblicato nel 2011 dalle edizioni et.al e ora è nuovamente disponibile per La Tartaruga (pp. 168, euro 19), a cura di Annarosa Buttarelli che ne firma una puntuale postfazione.
A casa di Carla, luogo indicato in quelle 4 giornate del 1980 dal 25 aprile al 9 maggio, registrano ciò che si dicono riportando su carta l’analisi incarnata di una resa dei conti. Per comprendere come arrivano a quel punto si può intanto leggere il diario di Lonzi, Taci, anzi parla (1978, poi 2010 e 2024), in cui «Simone» (cioè Pietro) è tra le sue interlocuzioni significative, se ne possono osservare le mutazioni via via che la scoperta del femminismo diviene inaggirabile indagine di sé, quando l’autocoscienza prosegue e rompe le illusioni, una per una, smantellando inganni, sistemi di potere e inferiorizzazione.
Nel 1973, Lonzi appunta diverse cose proprio nel suo diario rivolgendosi al suo compagno di allora: «Avevo diversi amici, personalità di cui subivo l’influenza, però sono stata saggia e oculata: il cuore, proprio il cuore l’ho dato a te, e era la parte più veritiera. Con te ero più me stessa, tu mi amavi più come ero, gli altri mi mitizzavano di più; o meglio, vedevano solo una parte». Dopo sette anni, la frontalità ormai ineludibile è di due esseri umani nella tensione di osservare l’esaurimento di una esperienza, tra disincanto e allarme.
C’È UNA FOTO, nella copertina di Vai pure, in cui sono seduti ai lati di una scrivania, lui concentrato a leggere qualcosa mentre lei lo guarda. È scomparso il sole caldo di quella volta in cui, nel 1968, è proprio Consagra a fotografare Lonzi. Sono in Texas, a San Antonio, il ritratto di lei ha dietro una costruzione illuminata di una fiera internazionale che le faceva da aureola. Anche questo lo racconta nel diario, quando descrive l’esperienza del suo cancro e della sua operazione proprio negli Stati Uniti.
Cosa accade allora in quel 1980? Anno interessante – ad esempio Adrienne Rich svela i gangli dell’eterosessualità obbligatoria assunta come sistema di potere e sulla scena artistica mondiale, Marina Abramovic e Ulay sperimentano Rest Energy, che li vede in equilibrio precario mentre tendono un arco, sbilanciati sui talloni. Lui tiene la freccia tesa sul petto di lei, basterebbe una frazione di secondo a spaccarle il cuore e in quella eventualità c’è un affidarsi ma pure una disparità di potere maschile su una donna spalancata ed esposta che non cede. Se della performance dei due artisti ricordiamo i suoni dei loro battiti cardiaci, per 4 minuti, di Carla Lonzi e Pietro Consagra l’impressione delle loro 4 giornate è la capacità di sapersi salutare, come accaduto già transitoriamente.
Ora però il clima è definitivo, perché tutto è accaduto, lei davvero gli dice che può andare dopo che si è compresa l’insostenibilità di due mondi opposti, due lingue agli antipodi. Quella di Lonzi, libera, dice, ad esempio, che non è possibile il perdurare di un incontro di due soggetti senza che uno riconosca l’altro interamente e non come presenza accessoria. Anche questa reciprocità, da non confondere con una richiesta di autorizzazione per esistere, è il sottofondo di Vai pure.
Il confronto serrato è su quanto abbiano scelto per le loro esistenze: in Vita mia, l’autobiografia che Pietro Consagra pubblica nel 1980 con Feltrinelli, Lonzi nota quanto lo scultore scambi i processi, i passaggi con le «tappe» mentre lei nel suo Taci, anzi parla, edito la prima volta nel 1978, «si vede cosa è stata per me la tua presenza in quegli anni, dal tuo libro non si vede cosa è stata la mia presenza per te, non c’è proprio».
DUE ORIZZONTI che potrebbero ascriversi nell’ordine di una differenza sessuale al lavoro e in effetti c’è una fatica, un discreto impegno ma infine una irraggiungibilità non più rimediabile. Consagra si lambicca, è a tratti sinceramente incline ma non sostiene l’intransigenza, il nocciolo della questione: le domanda, quindi, perché lei continui a parlare di «un rubacchiamento» mentre quel che solleva Lonzi è ancora una volta, e con semplicità, di un’altra portata. Il tema è che, dice Lonzi, «io trovo astratto, cioè non vero, irreale, tutto questo costruirsi della personalità maschile come un produrre da sé.
Questo produrre da sé non è vero, non esiste. Esiste sempre un rapporto, un dialogo». E fintanto che un dialogo non si pone tra due coscienze, una delle due crede di essere «assoluta», e anche – si potrebbe aggiungere – irrelata. Il diario fa vedere quanto a uno «scatto di coscienza corrisponde un processo che non è prestigioso come lo scatto di coscienza» per segnalare come questo momento «non prestigioso» venga sempre nascosto «ed è quello in cui la donna è presente».
Diversamente, l’uomo di questo salto di coscienza ne fa un salto di cultura, gestendone il profitto. Ancora una volta il meccanismo è della appropriazione, Lonzi lo chiama qui «assorbimento», e del disconoscimento che ne consegue a fronte di un protagonismo maschile.
Sono argomenti che, a quell’altezza, avevano già circolato ampiamente negli scritti di Lonzi e con il gruppo di Rivolta era già intervenuta in più contesti, ad esempio in un documento del 1971, «Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile», o anche quello del 1972 «Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi» (riuniti in Sputiamo su Hegel nel 1974, poi 2010 e 2023). Da un lato dunque c’è il protagonista, monologante ed estroflesso nei suoi rapporti sociali e di mantenimento della sua posizione, che non è più l’uomo «in crisi» della metà degli anni Sessanta, dall’altro lato c’è la «massima dilatazione» il cui sfondo, quando Lonzi scrive il diario, è il femminismo e che le ha consentito di porsi «come mito di nessun genere» piuttosto invece come «un’istanza di autenticità e l’altro capisce che o risponde sullo stesso piano o è meglio che stia zitto».
IN «VAI PURE», prima che Carla e Pietro concludano questo loro apprendistato che ha seguito l’amore, la ferita, la fragilità, fanno capolino la sessualità come l’abbraccio. Colpisce inoltre quanto nessuno dei due sia mai grato all’altra bensì vi sia «una esasperazione continua delle posizioni» che diventa, ineluttabilmente, impraticabile. Cruciale il passaggio in cui, parlando della dialettica servo-padrone segnandone la prospettiva marxiana, Carla Lonzi centra un punto piuttosto attuale nei rapporti cosiddetti emancipati (Consagra non sembra ostile alla sua pratica femminista); oggi lo chiameremmo un percorso denso, condiviso nella libertà di una visione del mondo. Ebbene, peccato che: «qui, siccome il rapporto è privato, a due, senza testimoni, bisogna che siano proprio i due interlocutori a mettere giù i punti di coscienza. L’uomo finora ha usufruito di un profitto senza accorgersene, adesso se ne accorge, perché se ne è accorta l’altra. Me ne sono accorta io quindi ti ho portato a dover ammettere che la cosa è così, siccome siamo sul piano della coscienza, e la coscienza vuol dire la verità».
- Sabato 13 dicembre, alla Libreria delle donne di Milano (Via Pietro Calvi, 29) alle ore 18.00, la presentazione di «Vai pure» con Annarosa Buttarelli in dialogo con Francesco Morace.
La pubblicazione nell’ultimo dei Quaderni di Via Dogana della conversazione integrale inedita di Luisa Muraro con Clara Jourdan svoltasi nel 2003 (Esserci davvero, Libreria delle donne, Milano 2025) ha anzitutto il pregio di farci scoprire gli aspetti meno scontati e più sorprendenti della personalità della ben nota filosofa della differenza sessuale. Sollecitata con garbata finezza da Clara Jourdan che non si limita a formulare domande ed esporre le proprie osservazioni, ma contestualizza, mette a punto, sottolinea rimandi a vita e opere, Luisa Muraro coglie e accoglie suggestioni, schizza una sorta di autoritratto enunciando i propri pensieri con audacia e nondimeno con sobrietà, si sofferma con franchezza sui tratti spinosi del proprio percorso esistenziale-politico sino ad affievolire l’alone di una certa baldanza caratteriale e a tentare di svelarne il punto cieco.
Esserci davvero si apre con il riferimento di Luisa Muraro alla madre che ogni due mesi «sentiva l’esigenza interiore di andare al Santuario di Monte Berico» edificato sui colli di Vicenza e dedicato alla Madonna: un pellegrinaggio in forma di «divertimento autorizzato delle donne»; «una specie di allungamento religioso del cristianesimo, ma, sappiamo, era la religione precristiana della grande dea», data la presenza della Madonna sotto il cui manto trovano rifugio tutti; un viaggio verso un luogo di devozione mantenuto in vita dal sentimento religioso dell’umanità femminile. Ma non c’è traccia di una rappresentazione idealizzata della madre, giacché Luisa Muraro puntualizza: «[…] l’importanza di mia madre nella mia vita e per me è anche problematica e oscura. Io non sono una donna che ha avuto un rapporto buono con sua madre, nel senso di un rapporto felice. Ho avuto un rapporto buono nel senso di un rapporto che c’era effettivamente».
Poche pagine più avanti le sue risposte acquisiscono una tonalità sempre più confidenziale: confessa che i suoi studi, in particolare nella giovinezza, sono stati orientati da qualcosa di instabile, nondimeno presente dentro di lei «in una maniera molto segreta»; invece, «per esserci concretamente in carne e ossa», dichiara di aver avuto bisogno di appoggiarsi a delle persone in una relazione, nella quale gioca «una parte non piccola di egocentrismo. Cioè, sono io che ho bisogno, e l’altro, l’altra, sono l’appoggio simbolico. Non è tanto una relazione di scambio. Certo che la relazione si stabilisce, e lo scambio si stabilisce, ma è uno scambio dispari». Così di volta in volta le è capitato di appoggiarsi «a chi ha l’aria di sapersi orientare» (Bontadini, Rosetta Infelise, Fachinelli, Lia Cigarini) e via via di sganciarsene, tranne nel caso dell’incontro con il femminismo della Cigarini, ovvero «una pratica di relazione, il partire da sé e l’efficacia che ha la modificazione di sé, della propria relazione con le cose». Grazie a questo incontro Luisa Muraro è infatti uscita dall’esserci «truccando i dadi», «facendo carte false», e ha avvertito finalmente con felicità un «esserci in prima persona in qualcosa che accade», un esserci davvero.
Il desiderio fisiologico di scrittura che caratterizza il suo itinerario esistenziale, o meglio la sua strategia esistenziale, finisce dunque con il trovare casa e dimora nella pratica politica delle donne assunta come forma simbolica che le avrebbe permesso di scrivere. È ciò che le accadde con La Signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe (Feltrinelli, 1976), il libro che segna un cambiamento di rotta nella rappresentazione storiografica delle donne: «Avevo un materiale, perché la caccia alle streghe mi interessava da tempo; avevo un materiale emotivo e anche contenutistico, culturale, gli ho dato la forma di una pratica politica che ha reso possibile la scrittura». È ciò che accadrà con le opere che più risolutamente aderiscono a questa strategia esistenziale, ne dà conferma la stessa autrice non senza cercare di snidare un altro suo aspetto radicato in profondità: «Certo, non è solo la scrittura, è l’avere a disposizione una domanda di scrittura – Luisa, scrivi! – che motiva e autorizza che io possa dedicarmi a questa attività che probabilmente fa dentro di me un ordine simbolico. Qualcosa che ha a che vedere con il dare forma, a me».
Dopo essere stata sviata dalla ricerca su Della Porta (Giambattista Della Porta mago e scienziato, Feltrinelli 1978) e dopo la virata sulla linguistica che le ha ispirato quel piccolo grande libro che s’intitola Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (Feltrinelli 1981), Luisa Muraro racconta come è andata con Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga 1985), «una storia di grandezza femminile». Commuove leggere delle relazioni intrattenute con altri studiosi/e, va dritta al cuore la straordinaria passione che ha accompagnato il suo lavoro alla Biblioteca Ambrosiana: «… ero come in perenne estasi, perché ero tutta presa da questa ricerca, proprio in una maniera che dice qualcosa di questo rapporto che ho, quando la materia della storia, o della mia vita, o della vita degli altri, si può trasformare in scrittura». Ammaliata dagli sprazzi narrativi e dai brevi inserti speculativi – un’alternanza-commistione che è la cifra della scrittura di Muraro – vengo così a conoscenza anche del prezioso lavorìo di tessitura che sta dietro la sua composizione di Non credere di avere dei diritti (Rosenberg & Sellier, 1987), una messa in parole di una pratica politica, «una narrazione libera di donne che vogliono raccontare la loro storia», quella vissuta fra il 1966 e il 1986 a Milano e non solo.
E questo vale altresì per l’impresa di Diotima, la comunità filosofica femminile nata tra il 1984 e il 1985 all’Università di Verona, e per il primo testo di Diotima, Il pensiero della differenza sessuale (La Tartaruga, 1987) come per quelli successivi. E ovviamente in Esserci davvero non può mancare il riferimento all’apporto fondamentale dato da Luisa Muraro fin dal primo numero, del giugno 1991, a Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne di Milano che era stata inaugurata nel lontano 1975 e di cui ricorre quest’anno il cinquantenario. Una rivista di politica delle donne, vale a dire una politica che non mira alla spartizione del potere, perché quando è in gioco la libertà femminile il cambiamento «si sviluppa con la presa di coscienza e questa ha la stessa natura del fuoco, si accende, si alimenta e non diventa possesso» – come si legge sul sito https://www.libreriadelledonne.it/categorie_pubblicazioni/viadogana/.
A proposito del libro coevo alla pubblicazione del primo numero di Via Dogana, L’ordine simbolico della madre (Editori Riuniti, 1991), che segna un taglio nella storia del pensiero, Luisa Muraro ne espone la genesi e riconosce che pur essendo autentico è per lei un libro oscuro: «l’ho scritto in condizioni che me lo rendono non uno specchio per me, e d’altra parte io sono una che non si specchia volentieri. Però le altre donne, non tutte, ma molte altre donne si sono specchiate nel libro e me lo hanno detto, diventando loro lo specchio per me. E allora ho capito. Più che nei miei prodotti io confido nelle lettrici. […] i lettori, le lettrici sono fondamentali per l’esistenza di un’opera – questo viene sempre più riconosciuto – ma possono essere fondamentali anche per la sopravvivenza degli autori».
L’ultima tappa di questa conversazione così variegata e piroettante che è Esserci davvero riguarda la decisione di Luisa Muraro di dedicarsi allo studio di Margherita Porete (si veda Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete, D’Auria M. 1995) e la sua dedizione alla scrittura mistica di donne. Sono pagine nelle quali si percepisce l’intensità del fervore che connota la scoperta della «libertà delle donne [che] diventa proprio un’apertura d’infinito», la scoperta di una teologia in lingua materna – e il pensiero corre a Le amiche di Dio. Scritti di mistica femminile (D’Auria M. 2001) e soprattutto a Il Dio delle donne (Mondadori 2003).
La più bella intuizione che grazie a questo suo attraversamento delle mistiche mi/ci viene donata è che «tutto è storia ma la storia non è tutto. C’è qualcosa che eccede e questo qualcosa è vuoto, non è nominabile, non è dicibile, è un niente, è un niente che però io considero un passaggio all’essere». C’è altro, sostiene Muraro, ovvero c’è «il senso della incompiutezza di ogni impresa umana. Non è che vada sanata con la dimensione religiosa che per noi è perduta, ma la consapevolezza del c’è altro, il senso della incompiutezza e della fragilità, va salvaguardato, e senza cadere nel nichilismo e nella disperazione: come nella mistica, è nell’attesa che questo altro venga a noi».
Si tratta di disfare la maglia di questo mondo per fare posto ad altro: «Altro, che cosa?». Luisa Muraro ha cercato la risposta nei testi delle scrittrici beghine e delle poetesse preferite e ha trovato, «come risposta, che questo “altro” è l’impossibile: la teologia in lingua materna insegna in pratica (e, entro certi limiti, anche in teoria) a stare al mondo con la certezza che in esso ha luogo, o può trovarlo, anche l’impossibile» (Il Dio delle donne, 2003, p. 84). In tempi di apparente agonia dell’umano imposta dai potenti di turno il tesoro di Luisa Muraro si racchiude in definitiva nella potenza del c’è altro, che tradotto nella nostra quotidianità consiste per l’appunto nella salvaguardia della fragilità e dell’incompiutezza e prepara ogni singolo/a a un altro ordine di rapporti ora, qui, su questa Terra.
Palermo, 20 giugno 2025
da RivistaStudio
Qualche anno fa ho preso una gatta e l’ho chiamata Olivia. «Non l’hai ancora superata, eh», ha commentato mia madre con l’aria di chi la sa lunga. «È solo un nome», ho ribattuto stizzita. Mia madre alludeva a quella che, per quattro anni, era stata la mia migliore amica, e che avevo trovato seduta accanto a me in prima media, fra i banchi dell’ultima fila. Sono lenta ad affezionarmi alle persone e i colpi di fulmine rappresentano un’eccezione all’interno della mia grammatica emotiva, eppure non trovo altra categoria per descrivere la fascinazione che mi calamitò verso di lei appena la conobbi. Ascoltavamo la stessa musica, eravamo alte uguali e, scoprimmo presto, nate lo stesso giorno – tanto bastò per sentirci destinate a un’amicizia che, ne eravamo sicure, sarebbe durata per sempre, e che per un po’ ha avuto i tratti idilliaci, vagamente simbiotici, delle storie d’amore ai loro inizi. Io ero timida, lei esuberante; lei sboccata, io in punta di forchetta; io piuttosto distaccata, lei piena di entusiasmo; lei disobbediva all’autorità con piacere e disinvoltura, io volevo solo sentirmi dire “brava”. Olivia corrispondeva perfettamente allo stereotipo della cattiva compagnia, e i miei genitori provavano sentimenti ambigui nei suoi confronti: un po’ la trovavano divertente, un po’ temevano che avrebbe distrutto anni di educazione borghese per condurmi sulla cattiva strada. A distanza di venticinque anni da quell’incontro mi rendo conto che, se non l’avessi mai conosciuta, oggi sarei una persona diversa – e sicuramente più noiosa.
Buone amiche, cattive influenze
«Queste cattive influenze aiutano le eroine a sfuggire ai mondi domestici che le soffocano e non hanno nessuna aspettativa per il loro futuro. Le conducono nel territorio oscuro e pericoloso dell’aldilà. Le aiutano a dimenticare le prudenti lezioni che sono state loro impartite. Questi rischi sono essenziali. In quale altro modo l’eroina potrà mai scoprire chi è e chi dovrebbe diventare?», scrive Tiffany Watt Smith in Pessima amica (pubblicato da UTET con traduzione di Chiara Baffa), un saggio dove l’autrice, storica della cultura, esplora l’amicizia femminile intrecciando l’analisi di aneddoti personali e storiografici a fonti teoriche. Queste ultime, a eccezione delle filosofie femministe, hanno sempre espresso notevole scetticismo nei confronti dei rapporti fra donne. A partire da Aristotele passando da Montaigne, che elogiava le relazioni amicali sopra tutte le altre ma credeva che le donne non fossero in grado di instaurare rapporti paritari di affetto e cura, fino ad arrivare ai numerosi luoghi comuni che screditano sistematicamente la possibilità di una complicità fra donne, le comunità femminili non hanno mai goduto di buona fama.
Quando, una decina d’anni fa, cominciai a scrivere per una piccola agenzia di comunicazione dove lavoravano solo donne, tutti mi dissero “sarà tosta”, e quasi mi sorpresi quando mi accorsi che il clima era invece collaborativo e rilassato, a tratti giocoso, niente affatto attraversato dalle invidie e dai pettegolezzi che sempre si ascrivono ai rapporti femminili. Sebbene lavorassimo parecchio e a ritmi sostenuti, l’atmosfera era amichevole, come in ogni altro gineceo di cui abbia fatto parte – quando fanno le cose insieme, le donne diventano subito amiche, e se è vero che «non dobbiamo per forza diventare amiche per essere alleate», bisogna riconoscere che «anche la storia dell’attivismo femminile degli anni Sessanta è impossibile da raccontare senza parlare di amicizia».
Watt Smith rintraccia numerosi esempi storici a sostegno di questa tesi, dalle beghine che, nel nord dell’Europa, formavano comunità autonome, solidali e svincolate dall’egida ecclesiastica, ai gruppi di donne non sposate, impiegate nell’industria della seta, che nella Parigi del XIII secolo si stringevano in nuclei di sostegno economico e abitativo, assimilabili a vere e proprie famiglie, fino ai gruppi di amiche che, in epoca più recente, decidono di andare a vivere insieme per garantirsi supporto reciproco e compagnia durante la vecchiaia. In ogni fase della vita le amiche rappresentano sì un luogo di conforto, svago e sostegno, ma anche uno specchio che ci aiuta, niccianamente, a diventare quello che siamo, a corrispondere alla versione più autentica di noi stesse – una versione che non si dà una volta per tutte ma che si costruisce nello scambio con le altre, e che va incontro a una evoluzione continua. È in questa dimensione dialettica e formativa che si annidano, però, anche i rischi maggiori.
Un confronto continuo
Non posso sapere con esattezza cosa significhi, per un maschio, essere amico di un altro maschio, ma so che da femmina, durante l’adolescenza e non solo, è pressoché impossibile non fissarsi, con un filo di inquietudine, su quello che fa la nostra amica. Sul suo corpo, che già da ragazzine ci insegnano a misurare per valutarne l’attrattività, sul modo in cui parla, ride, gesticola e si rapporta ai ragazzi, sulla popolarità di cui gode e che a noi magari manca, sul suo riflesso che può nobilitarci o farci crollare, sul matrimonio che ha appena contratto o su quello che ha deciso di mandare a monte. Sulla sua vita, il suo lavoro e il suo carattere che, se da un lato possono esserci d’ispirazione, dall’altro rischiano di sembrarci sempre, e tristemente, migliori dei nostri. Serve una lunga pratica di decostruzione per smetterla di osservare le nostre amiche solo per paragonarci a loro, e cominciare invece a farlo per il puro piacere di guardarle. È in questo rimando di riflessi continuo, a tratti sfiancante, che si costruisce il delicato equilibrio fra rivalità e complicità, fra confronto e sorellanza. È su questo terreno che molti rapporti capitolano, esasperati dall’emulazione o scossi da scelte di vita che vengono vissute come veri e propri tradimenti. Come scrive la psicoterapeuta Susie Orbach, la cosa più difficile è legarsi senza cercare di clonarsi.
In Pessima amica torna spesso una domanda: se, da un lato, sono piuttosto chiari i tratti di una sodale mediocre, come si fa a essere una buona amica? A partire dal Novecento l’amicizia femminile è stata parzialmente riabilitata, si è diffusa l’idea che le donne siano naturalmente brave a stringere e mantenere rapporti – forse perché si crede che siano naturalmente portate al lavoro di cura, o che abbiano una sensibilità più spiccata e attenta rispetto ai maschi – e con essa anche nuove aspettative sulla forma che questi legami dovrebbero assumere per essere giudicati sani, utili, felici. Per ciascuna fase della vita si cerca di codificare quali siano le responsabilità e i limiti di una buona amica, che cosa è lecito aspettarsi e che cosa no, e tutto ciò che esula da questa definizione va incontro a un generico biasimo sociale: non è auspicabile, per esempio, scegliere di vivere vicino alle amiche piuttosto che accanto alla propria famiglia, e confessare a un’amica una certa perplessità nei confronti dell’uomo che ha scelto come sposo potrebbe sembrare un’indebita invasione di campo.
Simone Weil ha scritto che l’amicizia «non la si cerca, non la si sogna, non la si desidera; la si esercita», ed è piuttosto condivisibile: al pari dei nostri rapporti amorosi, ha bisogno di tempo, cura e impegno per essere mantenuta. Forse, però, Weil voleva dire anche qualcosa in più, ovvero che l’amicizia è una relazione che non si può mai dare in forma teorica e per cui è forse ozioso cercare di stabilire regole a priori, perché ha senso solo nel momento in cui si pratica, in cui diventa realtà. Ogni tentativo rappresenta un pezzo unico: segue le proprie leggi e ha una traiettoria tutta sua.
Avevo quindici anni quando Olivia cambiò scuola senza farmene parola e, da un giorno all’altro, scomparve dalla mia vita. Per un po’ smisi di mangiare, e a lungo le ho portato rancore per quella che ricordo come una delle rotture più dolorose della mia vita. Per molto tempo non l’ho più rivista, ogni tanto mi arrivavano sue notizie che però non cercavo mai di approfondire – non volevo sapere cosa facesse, né chi le stirasse i capelli ora che non ero più io a pettinarglieli, o chi chiamasse ogni sera per confidarsi. Qualche anno fa sono andata a cena in quello che, nel frattempo, era diventato il suo ristorante. Ci siamo abbracciate e ho pensato che il suo corpo era più o meno sempre lo stesso di quando lo vivevo come un’estensione del mio, abbiamo bevuto e fumato, siamo rimaste a parlare fino all’alba, ubriache ed entusiaste della fortuna che avevamo avuto a conoscerci e a godere, per qualche anno, di un’amicizia così. Per alcune settimane, dopo quell’incontro, fantasticai pigramente che il secondo atto della nostra amicizia stesse per cominciare, ma poi non tornai mai al suo ristorante, non le chiesi di vederci, né lei a me, e infine smisi di pensarci. Le quattro di Sex and The City esistono solo grazie a Hbo e anche le Spice Girls dopo due album si sono sciolte: come per gli amori, ci sono amiche fatte per restare e costruire un mondo insieme, e altre, non meno importanti, che ti intercettano a un bivio, ti sconvolgono un po’ la vita, ti fanno capire qualcosa di quello che sei, e poi vanno via.
da il manifesto
Nella contemplazione di un paesaggio urbano a lei straniero, la narratrice del “Libro bianco” trova i moventi per tornare a ricordi luttuosi: da Adelphi, un racconto del 2016 in cui la prosa esibisce una manifesta tensione verso la lirica
I lettori di Han Kang sanno già che la neve, fenomeno atmosferico per il quale questa misteriosa paesaggista dell’animo umano esibisce una predilezione quasi ossessiva, si posa sullo sfondo delle sue narrazioni con una frequenza insolita. E se in letteratura le coincidenze non esistono, allora non è forse un caso che un intero suo libro si sia cristallizzato sotto i cieli (per lei) remoti di Varsavia – dove la scrittrice coreana aveva preso temporaneamente residenza alcuni anni fa – le cui strade innevate riecheggiano tanti grandi versi “invernali”, da quelli di Wisława Szymborska (per esempio nella vividissima “Nel sonno”, che comincia con «Ho sognato che cercavo una cosa» e prosegue più avanti: «Correvo trafelata/per ansie e stanze/mie e non mie./Mi impantanavo in gallerie/di neve e nell’oblio») alle liriche del sommo Czesław Miłosz, nelle quali spesso la neve appare recando con sé un ambiguo sentimento di sospensione del tempo – velo di oblìo ma anche preziosa occasione meditativa.
Il risultato di questo spaesamento è Il libro bianco (ora nella traduzione di Lia Iovenitti da Adelphi, con una nota finale dell’autrice, pp. 163, € 19,00), titolo che è innanzitutto un’ottima descrizione del contenuto: in esso il bianco della carta è infatti predominante rispetto al nero dell’inchiostro, disteso con calibratissima parsimonia tra le pagine. La densità estrema della prosa, oltre a una peculiare spaziatura del foglio, lavorano a un processo di intensificazione della scrittura che rende manifesta quella tensione verso la poesia già presente altrove, dai bellissimi “Non dico addio” e “L’ora di greco” a “Convalescenza”, fino alla “Vegetarian” (la versione inglese di “The White Book”, che ha avuto grande risonanza nel mondo anglosassone, valorizza questa tensione attraverso una disposizione del testo più spregiudicata, nella quale le righe di alcuni brani vengono interrotte da armoniosi accapo che fanno assomigliare l’opera a un vero e proprio prosimetro).
Che il luogo dal quale prende la parola la narratrice del racconto sia Varsavia, peraltro, non è specificato, anche se, da dettagli topografici e storici, per il lettore europeo non è difficile riconoscere la capitale della Polonia, martoriata da guerre e occupazioni, dalle cui finestre esala un’aria triste evidentemente affine alla sensibilità della straniera che, appena arrivata, si chiede «Perché in questa città sconosciuta mi riaffiorano alla mente vecchi ricordi?».
Rispetto agli altri libri di Han, che restavano fedeli a un impianto romanzesco, Il libro bianco è, da un punto di vista formale, un testo atipico, e persino eccentrico, in cui compaiono elenchi di oggetti, e una manciata di fotografie d’arte a dialogare con la scrittura. Bianche, naturalmente, sono tanto le cose che vengono descritte quanto quelle che vengono ritratte. Da principio vaga, questa “necessità” cromatica va precisandosi via via nei suoi moventi, mentre emerge al proscenio, già nella prima delle tre parti in cui è diviso il testo, la vicenda di una sorella maggiore nata prematura e morta dopo sole due ore di vita (il suo volto di neonata era, come tutto il resto, bianco).
Il desiderio – tramato, nella prosa della scrittrice coreana, da richiami alla metafisica buddhista – di incarnarsi nello sguardo dell’altro, di sentirne la sofferenza attraverso una compenetrazione che ha qualcosa di mistico, si materializza qui nel modesto miracolo che solo la letteratura può compiere: nella seconda parte la scrittura restituisce alla vita la sorella mai vissuta, espande quelle due ore – in cui sua madre la implorava di non morire – in un esserci, nel quale lei può correre tra le betulle (bianche), avvolgersi voluttuosamente fra lenzuola (bianche), scrutare il volo dei gabbiani (bianchi), raccogliere sassi bianchi e curare una magnolia yulan (dai fiori bianchi).
Un temerario, quasi anacronistico ricorso alla metafora rende Han una autrice che non somiglia a nessun’altra, oggi. Man mano che scorrono le istantanee di una esistenza ipotetica, il colore bianco assume il compito di fare da reagente per renderle visibili. “Bianco”, riflette la narratrice, è una parola dentro la cui radice, nelle lingue indoeuropee, convivono blanc, il colore, ma anche blank, il vuoto. Bianco può essere dunque l’indicatore di una soglia, quella da varcare per i vivi che cercano il dialogo con l’altra parte: bianco è il colore delle tenebre serene, non luogo ostile di cui avere paura, ma ponte gettato in cerca di senso.
Tornano i motivi del corpo come ambiente estraneo, del tempo diacronico come apparenza, della risignificazione del patimento. Sarebbe congeniale a una certa sensibilità dei nostri tempi, spedire Han Kang zaino in spalla nella terra incognita del dolore psichico, sperando che ne faccia ritorno con una cura ai mali invisibili dell’anima, ciò che a ben vedere la ridurrebbe a una versione letteraria delle profilassi del bio, del fitness, e di tutte le pratiche volte a rimuovere il terrore dell’insensato e della morte. Nelle pagine dei suoi libri, però, non ci sono ricette mediche, né consigli per il buon vivere. Via via che i suoi personaggi si addentrano come speleologi “nel bianco”, diventa sempre più esplicito che faranno ritorno a mani vuote, e che la cura sospirata non esiste. Le sue voci si dissolvono progressivamente nel paesaggio, bianco su bianco: «Quando grossi fiocchi di neve si posano sulla manica di un cappotto nero, i cristalli più grandi sono visibili anche a occhio nudo. Ci vogliono appena uno o due secondi perché quelle misteriose forme esagonali si dissolvano. È a quel breve istante di contemplazione silenziosa che lei sta pensando. Nell’attimo in cui inizia a cadere la neve, la gente si ferma, qualunque cosa stia facendo, e rimane a guardarla per un po’. I passeggeri sugli autobus alzano la testa e fissano fuori dal finestrino. E quando i fiocchi si disperdono senza rumore, senza gioia né tristezza, e poco dopo migliaia di altri cancellano silenziosamente le strade, alcuni smettono di osservare volgendo lo sguardo altrove». Alcuni smettono di guardare. Non tutti. Senza paura, altri continuano ostinatamente, «senza gioia né tristezza», a tenere gli occhi fissi sulla neve che si dissolve, sull’impermanenza di tutte le cose che però non è un vuoto: blanc, blank.
da la Repubblica
Ricordo la sagoma di Patti in un café vicino casa sua, di profilo. I capelli avvolti nel vapore di una tazza bianca tenuta in mano come un talismano. Ero incerto se interrompere quel momento magico e vuoto. Che cosa desidera «uno scrittore in un caffè alle prime ore del mattino, nel salone vuoto di un albergo, o quando scrive su un taccuino nel banco di una cattedrale silenziosa»? È la domanda di Patti Smith sulla soglia dei suoi ottant’anni. Ed era quello che mi ero chiesto quando l’ho incontrata per colazione nel café. La risposta l’ho trovata ora, leggendo il suo libro autobiografico Il pane degli angeli (Bompiani). Ecco cosa cerca: «un improvviso raggio di luce che contiene la vibrazione di un preciso momento». Da bambina – Patti racconta – ha «spaccato sassi alla ricerca dei loro cuori segreti». Rompere la materia per vedere la luce che vi è imprigionata è gesto da mistico allo stato selvaggio, come lo è stato il suo amatissimo Arthur Rimbaud.
Panis angelicus è un verso di san Tommaso d’Aquino che celebra il pane spezzato dell’Eucarestia come pane degli angeli che diventa pane degli uomini (fit panis hominum), fatti di carne e ossa. Infatti, la scrittura di Patti non evapora né è lussuosamente rarefatta e metafisica. Al contrario, è gesto fisico e ritmo cardiaco: «La penna graffia sulla pagina gobba ribelle gobba ribelle gobba ribelle». Il linguaggio si muove come una partitura musicale – pieno di ripetizioni, ritorni, risonanze – fino a far pensare alla pittura di Pollock o ai sax di Coltrane. È insieme infantile e sapiente. In certi momenti sembra che scriva una bambina che ha letto Virginia Woolf, in altri un’anziana mistica che ha conservato lo stupore dell’infanzia, che per lei è uno stato permanente dell’anima.
Patti non ricostruisce la sua vita, ma la fa risorgere. Ogni cosa – il pianoforte perduto della nonna, il divano verde che diventa arca familiare, il piccolo braccio staccato di una bambola, i “rifiuti scintillanti” recuperati dai bidoni della spazzatura – è il mistero che gli angeli servono alla tavola della sua immaginazione: «una goccia d’acqua esplode come un’equazione», e la caduta del suo pupazzo di Bugs Bunny diventa quella di «una nave vichinga precipitata oltre il bordo del mondo». La realtà è abitata da presenze. Giunge a percepire che «Dio sussurra da una piega della carta da parati». I confetti coloratissimi M&M’s, rossi, gialli e verdi diventano «rubini, topazi e smeraldi illuminati rivelati da un raggio di sole».
Il pane degli angeli è un atto di resistenza contro la cultura della dimenticanza. La memoria, qui, non è archivio ma organismo vivente: Patti la riporta al corpo, alla materia pulsante del vivere. In un’epoca in cui tutto viene archiviato in server digitali, lei afferma che ricordare è un atto fisico, che per questo è spirituale. Come quando descrive l’incontro con la tartaruga azzannatrice, che le appare come una divinità antica: l’incontro è un’esperienza teofanica. Suo padre diventa il discepolo che tace davanti al mistero. Come parlarne alla madre? «Le dirò che stavi sognando a occhi aperti…», dice alla figlia. È una delle scene più belle del libro.
«Cercavo il proibito», scrive. Non si tratta del proibito morale, ma di ciò che è impari, strano, eccedente, eccellente: accendere da bambina una sigaretta per «produrre una graziosa fiamma» da un accendino d’argento e bruciarsi le dita. E così il gusto per la trasgressione la spingeva a esplorare il mondo come dentro un perimetro mistico privo di qualsivoglia «riferimento cartografico». Quando le si chiedeva: «dove sei stata?» non poteva che rispondere «da nessuna parte, perché sarebbe stato impossibile da spiegare».
«Cos’è l’anima? Di che colore è?», chiede Patti bambina, che tempestava la madre di «interminabili domande metafisiche su Gesù, gli angeli e i meccanismi dei corpi celesti». Lei appartiene a quella stirpe di mistiche senza convento che attraversa la letteratura americana da Emily Dickinson – la wayward nun – a Flannery O’Connor – la hillbilly thomist.
Patti racconta il padre, la madre, i fratelli, i traslochi infiniti. Nel cuore del racconto, la malattia infantile e la febbre diventano esperienze di trance. Il corpo malato è quello di «un’infanzia proustiana, fatta di quarantene e convalescenze intermittenti». Patti osserva sé stessa a letto, la madre che le rinfresca la fronte, la siringa che luccica come un talismano. Quando racconta della febbre, delle cure improvvisate con infusi di tarassaco e aceto di mele, la bambina scopre che la sofferenza le apre un varco verso la realtà invisibile. Ma coincide con quella capacità di visione che le fa capire perfettamente la differenza tra le immagini di un catalogo di vendita per corrispondenza e quelle di Vogue e Harper’s Bazaar. O che le fa amare perdutamente Puccini. Scopre così l’arte.
La madre, figura centrale, è una madonna proletaria: fuma, lavora, non si arrende mai. È lei che le regala Silver Pennies, un piccolo libro di poesie che diventa per Patti un testo “sacro”. È un’iniziazione alla parola poetica: ogni poesia è una moneta d’argento, una chiave che apre il mondo invisibile.
Da quel momento la vita della bambina diventa la ricerca del penny perduto. Non importa la corrispondenza oggettiva tra parola e fatto: «mia madre ha scritto che ero incline alle bugie», ricorda. Ma non si tratta di falsità: è la nascita della poesia, la scoperta che la parola può creare realtà: «se la verità non mi interessava, presentavo una realtà alternativa».
Il libro è pervaso da un senso sacro di fedeltà alle persone. Tutti i ritratti – da quelli di familiari e amiche a quelli degli artisti della sua generazione (Dylan, Ginsberg, Burroughs, Springsteen…) – sono epifanici. Lo è quello del marito Fred. Con lui sperimenta che l’amore è un mistero «che ci allontana da tutto ciò che conosciamo». Negli altri amatissimi è sopraffatta dalla loro straziante dualità, l’impossibilità di una definizione netta: il fratello Toddy, Robert Mapplethorpe… ma anche scoprendo in sé stessa il «maschiaccio che disprezzava le cose femminili, ma che segretamente aveva desiderato un abito da Prima Comunione e un velo». Alla fine del libro scopriamo un capovolgimento che riguarda le sue origini, una scoperta che però non altera il senso profondo dei legami.
«Il mio prossimo libro è la storia della mia vocazione come artista – mi aveva detto Patti a colazione nel café, anticipandomi Il pane degli angeli. – A volte mi chiedo se abbia senso, mentre la gente soffre nel mondo, stare seduta otto ore al giorno a scrivere. Ma questa è la mia responsabilità ora, la mia possibilità: la poesia». La sua è una consegna profetica: scrivere come gesto di responsabilità verso chi verrà dopo. Il libro trasuda di consapevolezza storica e politica dei tempi vissuti, consapevole però del fatto che le sue preghiere da bambina sono state in grado di sconvolgere «l’ecosistema del destino».
da la Repubblica
Carla Lonzi non è mai stata così letta. Un’attenzione che in vita Lonzi non ha avuto: «Tutte noi che l’abbiamo letta da giovani ci siamo imbattute in lei per caso», dice Durastanti. L’ha celebrata Elena Ferrante nella sua tetralogia L’amica geniale, facendola leggere a Lenù, un capitolo diventato una scena della serie televisiva: «Com’è possibile, Lonzi, scomoda, irriverente, fuori da qualsiasi schema; Lonzi che è stata a lungo un segreto da sussurrarsi all’orecchio; Lonzi che oggi, mentre il femminismo finisce al centro di polemiche spinose, vedi le chat dell’attivista Carlotta Vagnoli sotto indagine per stalking con Valeria Fonte e Benedetta Sabene, chissà cosa avrebbe da dirle».
Durastanti, però, sul caso delle ultime settimane, vuole intervenire interpretando il pensiero della saggista e attivista animatrice di Rivolta femminile: «Riguardo agli episodi di recente attualità, devo pensare che Carla Lonzi, per quanto fosse anti-ideologica e non volesse trasformarsi lei stessa in un megafono, guardando con enorme sospetto quello che oggi definiremmo femminismo della presenza, ci ha proposto sia anticorpi sia antidoti per far sì che un femminismo radicale e separatista non discendesse nell’esercizio della violenza – dice. – Leggendo i suoi diari (chiaramente si tratta di qualcosa su cui aveva il controllo e voleva rendere pubblico, la precisazione qui è indispensabile) si trova tanta rabbia e conflitto quanto amore e tenerezza, era tutt’altro che pacificata o risolta nei rapporti di amicizia all’interno del femminismo stesso, ha scritto cose molto dure su figure come Dacia Maraini o Natalia Ginzburg per esempio. Ma sempre con una postura rigorosa, leale, profondamente critica, a costo della solitudine e dell’isolamento».
E aggiunge: «Lo studio, la pratica e la competenza, soprattutto se avulsi dal discorso pubblico mainstream sul femminismo, hanno un costo. Il costo può essere la solitudine e l’isolamento, come dimostra la stessa vita di Lonzi, e non tutte sono interessate o obbligate a tenerlo presente. Ma dinanzi a simili degenerazioni e superficialità, non posso fare a meno di pensare alla fatica e al lavoro che il femminismo chiede e a rivolgere un pensiero grato a tutte le donne che sono disposte a farlo. Sono la maggioranza, sia chiaro».
L’ultimo volume appena uscito per La Tartaruga è “Vai pure”, il suo straordinario dialogo con Pietro Consagra: una radiografia senza sconti delle relazioni di coppia, dell’incomunicabilità nonostante la volontà di capirsi, nonostante l’amore. Prima erano stati pubblicati “Sputiamo su Hegel”, “Taci, anzi parla. Diario di una femminista”, “Autoritratto”, e altri volumi seguiranno.
La filosofa Annarosa Buttarelli sta curando l’intera riedizione delle opere di Lonzi, che erano state pubblicate dalla casa editrice di Rivolta Femminile. Ed è lei a spiegare come leggere Carla Lonzi oggi. E perché: «Consiglio di leggere i testi di Lonzi come testi di trasformazione che nascono dall’esperienza. Anche se all’inizio sembra di non riuscire a capire, bisogna continuare a leggere fiduciosamente. I testi di trasformazione sono eterni, in un certo senso, ed è importante lasciarsi guidare. Ci si accorgerà, a un certo punto, che la nostra mente sta trasformandosi».
In un momento in cui un nuovo dibattito sulle relazioni uomo-donna è più che mai urgente, sulla scia di sangue dell’emergenza femminicidi, per Buttarelli i testi di Lonzi “sono necessari”: «Accompagnano a un livello di comprensione della realtà dei rapporti uomo-donna a cui oggi pochi e poche arrivano. Ma sono necessari anche perché producono energia per ritrovare la forza di lotte creative e costruttive che vediamo sparire, sostituite oggi da rabbia e disperazione». Ma perché è rimasta così a lungo nell’ombra? «Ha viaggiato sempre sottotraccia, in molte tesi di laurea in tutto il mondo, e nelle elaborazioni del femminismo filosofico della differenza sessuale. Se non ci fosse stata Carla Lonzi non ci sarebbe stata la ricchezza di lavoro della mia Comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona. È vero però che in Italia per parecchi anni non è stata nominata e studiata come si sarebbe dovuto sempre fare. Per fortuna, sono riuscita a costruire il Fondo Carla Lonzi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, grazie al sostegno dell’allora direttrice Cristiana Collu. E poi con Claudia Durastanti siamo riuscite ad avviare le riedizioni dei testi fondamentali con La Tartaruga».
Buttarelli invita a rileggere anche i suoi testi più scomodi, come le riflessioni sull’aborto: «Carla Lonzi ci fa capire che l’aborto non deve essere considerato come un diritto tra i diritti, perché non lo è. Questa è la sua posizione. Quello da difendere è un altro diritto, questo sì reale: il diritto delle donne all’accesso gratuito alle strutture ospedaliere per la propria salute».
Ma cosa ci dice del femminismo oggi? «Questa parola è un presidio di civiltà ovunque venga pronunciata e testimoniata: si chiama femminismo ogni azione e comportamento che si spendano a favore e a sostegno delle cause delle donne, intese come strada verso la libertà femminile. Dovremmo onorare questa parola per la lunga storia che ha creato e che sta continuando a creare nel mondo. La femminista radicale Carla Lonzi avrebbe voluto alzare i rapporti umani allo stato d’amore, come scriveva nel suo “Diario di una femminista”».
Durastanti rivendica la scelta di riportare l’opera di Lonzi in libreria: «Carla Lonzi – dice – è un motivo di ispirazione su cosa si può fare con la scrittura. Lei si è confrontata con generi veramente diversi, dalla saggistica d’arte al pamphlet filosofico, dal dialogo con Consagra ai diari. Forse non si è mai confrontata con il romanzo, però in un certo senso tutti questi scritti vanno a costruire un grande romanzo sulla vita di una donna nel Novecento italiano, nel momento in cui si prende di petto la questione del femminismo e del femminismo radicale. Lonzi poi scriveva poesie. C’è anche questo aspetto della sua scrittura, forse non il più maturo, il più riuscito, ma per lei molto importante».
Il primo libro pubblicato dalla casa editrice è il suo testo più famoso, “Sputiamo su Hegel”: «Uno scritto nato dall’esperienza collettiva del gruppo di Rivolta femminile. Ma soprattutto un testo che si rinnova e si rigenera sempre nel tempo. Credo sia veramente una riflessione filosofica, oltre che politica: si parla di violenza di genere, di strutture patriarcali, di aborto. Lo leggi con la consapevolezza che ha segnato un prima e un dopo nella storia del femminismo italiano e allo stesso tempo come un’opera che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Perché ti dice tutto della tua esperienza e sul tempo che stai vivendo. La sua è una scrittura immanente».
Durastanti consiglia di cominciare dai diari nei quali c’è qualcosa «di lancinante e implacabile: sono un’esperienza che non si può attraversare senza esserne profondamente trasformati». Mentre in “Vai pure” suggerisce quello che di fatto inizia a pensare a un certo punto, e cioè che l’autocoscienza femminista richiede un lavoro collettivo: deve essere autocoscienza di tutti, travalicando il genere». Questo è proprio il momento di Carla Lonzi.
Nel panorama degli studi su differenza sessuale e potere, il neuroscienziato e studioso della pace Piero P. Giorgi propone una prospettiva che va ben oltre l’analisi delle disuguaglianze. Nel capitolo The Centrality of Women in the Human Adventure del volume collettivo Gender and Power: Towards Equality and Democratic Governance*, avanza una tesi che può sembrare audace: le donne non sono state una “parte” della storia umana, ma il suo asse portante, biologico, culturale e morale.
La tesi, sostenuta con un approccio interdisciplinare che intreccia biologia, antropologia, neuroscienze e studi sulla pace, ribalta la narrazione dominante dell’evoluzione e della storia umana, mostrando come la marginalizzazione femminile sia un fenomeno recente e, soprattutto, culturale. La nostra specie non è nata violenta, è divenuta violenta quando ha perso il suo equilibrio naturale, quello che vedeva nelle donne la misura della cooperazione e della sopravvivenza collettiva.
L’autore parte dai dati biologici: l’ovulo materno non è un semplice contenitore passivo del DNA, ma il vero motore dell’origine della vita; determina la struttura dell’embrione, fornisce energia (i mitocondri) e orienta lo sviluppo iniziale. Tutti gli esseri umani, spiega, sono programmati per essere femmine, e solo l’intervento del cromosoma Y altera questo percorso. La femminilità, quindi, non è un’eccezione, ma la regola biologica originaria; un punto di partenza simbolico e scientifico per ridefinire la narrazione sul ruolo delle donne nell’evoluzione.
Dalla biologia Giorgi passa all’etologia e alle neuroscienze. La madre, nei mammiferi e ancor più negli esseri umani, è la prima fonte di empatia, cura e cooperazione. L’esperienza dell’allattamento e del contatto fisico plasma lo sviluppo cerebrale e affettivo del bambino: è qui che si radicano i comportamenti cooperativi che permettono la vita sociale. Come sottolinea l’autore, la madre non educa soltanto: costruisce letteralmente la mente umana, trasmettendo linguaggio, affetto e valori morali. In questa prospettiva, la cultura della cura non è un’attività privata o accessoria, ma il fondamento evolutivo della civiltà umana.
Il punto di rottura arriva con il Neolitico. Per decine di migliaia di anni, gli esseri umani vissero in società egualitarie di cacciatori-raccoglitori, dove le donne avevano un ruolo centrale seppur non gerarchico. Le celebri “Veneri” paleolitiche, spesso interpretate come divinità della fertilità, rappresenterebbero invece un riconoscimento simbolico della donna come principio vitale della comunità, non come oggetto di culto. Con l’avvento dell’agricoltura, della proprietà e dei villaggi, questa armonia si incrina: nascono la stratificazione sociale, le gerarchie e i sistemi patriarcali. Il potere si concentra, la cooperazione lascia spazio alla competizione e la violenza diventa strutturale. Giorgi osserva che quando la produzione sostituì la condivisione la solidarietà cessò di essere necessaria e divenne sospetta. L’umanità ha così abbandonato la propria natura cooperativa per un modello di dominio che ancora oggi segna le nostre istituzioni e i nostri rapporti sociali.
Il saggio si chiude con una riflessione di grande attualità: serve un nuovo paradigma politico. Giorgi distingue due modelli: la politica di potere, che difende e riproduce la gerarchia, e la politica di servizio, che nasce dal bisogno e non dall’ambizione. Le donne, secondo l’autore, sono protagoniste naturali della seconda, non per essenza biologica, ma perché hanno mantenuto viva, più degli uomini, la cultura della cura e della solidarietà. La transizione verso società più giuste e pacifiche, afferma Giorgi, non potrà essere violenta né imposta, ma lenta, legale e locale, un cambiamento che parte dalle comunità, dall’educazione e dalle pratiche di cittadinanza attiva e partecipativa.
Il saggio non è privo di rischi interpretativi. Alcune generalizzazioni storiche, come l’idea di un Paleolitico completamente egualitario, possono apparire discutibili, e il riferimento a qualità “femminili” rischia talvolta di scivolare verso un certo essenzialismo di genere. L’autore stesso, tuttavia, invita alla cautela, proponendo non un nuovo dogma ma un punto di partenza diverso per comprendere chi siamo diventati e chi potremmo ancora essere. E ritiene il suo testo basato su dati scientifici disponibili su testi universitari, dati che dovrebbero essere discussi ed eventualmente confutati sulla base di altri dati scientifici.
La forza del saggio sta nella sua visione unificante: quella di una scienza che non separa corpo e cultura, ma li riconcilia in una prospettiva etica e politica. Nel tempo delle polarizzazioni e della crisi delle istituzioni democratiche, The Centrality of Women in the Human Adventure offre un messaggio chiaro: riconoscere la centralità femminile non è una questione di rappresentanza o di potere, ma di sopravvivenza per la nostra specie.
Rimettere le donne, e i valori che incarnano, al centro dell’avventura umana significa recuperare la parte cooperativa, empatica e nonviolenta della nostra specie. La rivoluzione più urgente non è quella che conquista, ma quella che ricompone. E in questo senso, la centralità delle donne non è solo una tesi scientifica: è una proposta di futuro.
(*) M. Vianello, M. Hawkesworth (a cura di), Gender and power: Towards equality and democratic governance, Chapter 9, pp.154-170, Macmillan, New York, 2015
da eredibibliotecadonne
Già nel titolo del libro le autrici, Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo (Mondadori 2024), rivelano l’intendimento di rovesciare il celebre motto “donna si diventa” assurto a principio cardine delle politiche di emancipazione della seconda metà del ’900 a seguito del successo planetario riscosso da Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Secondo la celebre scrittrice francese il divenire donna era la risultante di un processo di ruolizzazione oppressiva esercitata dal patriarcato per rendere le donne, il secondo sesso, funzionale al primo e per tenerle ai margini se non escluse dalla vita pubblica.
L’idea che l’identità femminile sia un prodotto della cultura patriarcale è stata di ispirazione per le lotte di liberazione individuali e collettive di almeno tre generazioni di donne – sostengono le autrici – ma è altresì all’origine delle variegate teorie alla moda, in base alle quali il sesso biologico rappresenterebbe un accidente trascurabile mentre nel “genere” si sostanzierebbe interamente la percezione di sé che sta alla base dell’interpretazione individuale dei ruoli sociali. Teorie circolanti nelle università, fatte proprie dal mainstream progressista, portate avanti dai movimenti LGBTQ+, in base alle quali il binarismo sessuale e in particolare la nozione e il termine “donna” devono scomparire dal discorso pubblico, per essere sostituiti da locuzioni prive di declinazione e riferimenti al sesso.
Le autrici chiariscono come in realtà l’affermazione di Simone de Beauvoir abbia subito una sorta di slittamento risoltosi poi in travisamento ad opera del femminismo post-strutturalista e del transfemminismo, a partire dall’elaborazione della filosofa americana Judith Butler. La critica alla costruzione culturale del destino femminile sulla base del nascere in corpo di donna non comporta infatti per la scrittrice francese negazione dell’essere donna, dell’appartenere al sesso femminile; anzi il fatto biologico della differenza femminile e proprio causa e luogo dell’azione fallocentrica della cultura dominante. Il termine “genere” è entrato inizialmente nel linguaggio femminista per significare proprio il complesso delle prescrizioni comportamentali connesse a ruolo e funzione assegnati alle donne, solo successivamente è stato “assorbito” nella nozione di gender, che ha praticamente finito per sostituire quella di sesso nel linguaggio accademico, politico e persino in quello comune.
Cavarero e Guaraldo, immaginando di parlare alla generazione delle nipoti delle donne che hanno messo al mondo il pensiero e praticato la politica della differenza sessuale, compiono un lavoro quasi “scolastico” di decostruzione del dispositivo in base al quale si ricorre al genere in luogo del sesso analizzandone sia le radici che le aberrazioni che conseguono.
L’idea che sostenere l’esistenza di due sessi sia discriminatorio nei confronti delle persone non binarie intanto sta portando di fatto alla cancellazione della donna dal discorso pubblico, ovvero del soggetto che con le sue lotte ha creato spazi di libertà per sé ma anche per le nuove istanze emergenti sul tema della sessualità, cioè della protagonista di una rivoluzione e di una nuova storia. Cancellare la ‘donna’ non rappresenta una mera operazione grammaticale, significa bensì negare il soggetto che genera, colei che dà la vita, senza la cui opera non ci sarebbe dato il mondo. Le autrici spiegano quindi con la massima chiarezza come sia fuorviante e infondato classificare differenza sessuale e maternità quali mere costruzioni patriarcali e come al lavoro del patriarcato siano invece ascrivibili i ruoli sociali e il sistema degli obblighi connessi al sesso e alla riproduzione.
L’uso di sostituire la parola “donna” con locuzioni del tipo “persona con utero” o “soggetto che mestrua” per non discriminare identità fluide o chi si riconosce in altri generi, come anche quello di inibire la declinazione al femminile dei plurali in nome dell’inclusività di tutti i soggetti reali e potenziali, nonostante venga adottato per testimoniare la rivendicazione di riconoscimenti e uguaglianza di diritti e opportunità per “tutti”, non si accompagna ad una fase di avanzamento e maggiori guadagni di libertà per le donne, ma al contrario di nuove e moderne schiavitù a loro carico. Basti pensare alle sofisticate quanto invasive tecniche riproduttive e alla gestazione per altri o allo sdoganamento del lavoro sessuale e della pornografia per renderci conto dei gravi rischi che corre la condizione femminile a causa di tali forme di sfruttamento e mercificazione del corpo; per non parlare della recrudescenza della violenza nei confronti delle donne e dei femminicidi. Pare infatti che la moltiplicazione di diritti identitari disgiunti dal riferimento ai corpi sessuati e dal primario “diritto della madre” abbia finito per rivitalizzare l’antica prerogativa patriarcale dell’appropriazione del corpo e della capacità riproduttiva delle donne.
Per le due filosofe occorre ritornare a trasmettere, soprattutto alle giovani, l’idea che la differenza femminile non è un handicap ma è invece una grande opportunità, che appartenere al sesso che genera non è un limite ma un punto di forza; di conseguenza necessita tornare a ribadire che la libertà vera e autentica, quella che le donne possono esprimere in piena fedeltà a se stesse, non può che essere radicata nella propria differenza sessuale.
Il libro offre in modo chiaro e sintetico il punto di arrivo del pensiero di una generazione di filosofe, ma grazie all’attento lavoro di riattualizzazione delle autrici presenta al contempo un possibile punto di partenza per nuove istanze di trasformazione della condizione femminile. È un libro che, a parere di chi scrive, meriterebbe in particolare l’attenzione di insegnanti e di chi è impegnata/o in processi educativi e potrebbe essere proposto nell’ambito di progetti multidisciplinari nelle scuole superiori, come anche per corsi di educazione sentimentale, semmai verranno attivati.
Adriana Cavarero. Già ordinaria di filosofia politica all’Università di Verona, è stata una delle teoriche della differenza sessuale, autrice di numerosi libri tradotti in più lingue, tra questi Nonostante Platone, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, A più voci, Donne che allattano cuccioli di lupo.
Olivia Guaraldo. Ordinaria di filosofia politica all’Università di Verona, dirige il Centro Studi Politici Hannah Arendt. Studiosa del pensiero femminista, ha curato e introdotto in Italia i testi di Judith Butler. Tra le sue pubblicazioni, Comunità e vulnerabilità e Hannah Arendt.
da il manifesto
Per Voland l’ultimo romanzo della scrittrice ungherese che descrive il presente
La foto alla parete che ritrae una scimmia cui è stata trapiantata la testa è l’immagine ricorrente dell’ultimo romanzo della scrittrice ungherese Krisztina Tóth, reso in italiano dalla chiara traduzione di Mariarosaria Sciglitano. Essa fa da filo conduttore a una storia distopica, che si intitola, appunto, Gli occhi della scimmia (Voland, pp. 314, euro 20), si inserisce nel solco tracciato da George Orwell, ci parla di potere, di sofferenza senza voce ed espressione e dipinge a tinte fosche un’umanità divenuta anaffettiva e succube, povera immagine di sé stessa.
Ci troviamo in un luogo non definito, in un paese reduce da una paurosa guerra civile che ha diviso la sua società creando in essa un fossato incolmabile fra gli ambienti agiati contigui al potere e i derelitti che vivono nelle zone di segregazione, là dove si esaurisce ogni speranza di riscatto e rinascita. In questo mondo distonico si muovono le figure di Giselle, insegnante universitaria ancora giovane, e del dottor Kreutzer, lo psichiatra al quale la donna si affida in preda a uno stress emotivo. La docente è stata seguita a lungo da un giovane sconosciuto, comparso e scomparso chissà in quali circostanze quasi senza una ragione apparente, che dice di essere suo figlio. A lei che non ha mai partorito.
Giselle e il dottor Kreutzer si incontrano nello studio di quest’ultimo per un percorso di analisi, le loro vite si intrecciano e vengono da essi ripercorse con uno sguardo incapace di capire appieno il senso di quanto vissuto. I due sono espressione di un’umanità stretta nelle pieghe del potere, della sua capacità di controllo e di annullamento delle volontà. La foto della scimmia dalla testa trapiantata è appesa dietro la scrivania di Kreutzer; l’animale rattoppato, ricomposto, che non è più sé stesso e non è altri, guarda quasi incredulo davanti a sé, fermo nella sua impotenza che è anche quella di chi lo fissa.
I personaggi che affiorano in questa storia sono anche un po’ vittime di loro stessi, e anche quando compiono azioni riprovevoli, come lo psichiatra che usa la sua professione per portarsi a letto le pazienti e annota amplessi e orgasmi in un diario aggiornato, suscitano quasi un senso di compassione per la miseria che li tiene prigionieri e dalla quale non sanno liberarsi. Kreutzer è un uomo disturbato ma anche solo, di una solitudine non condivisa, incapace di andare oltre sé stessa. Giselle viene da una sofferenza senza nome e senza volto e quindi ancora più subdola e sotterranea.
Scappa dal giovane che pretende di essere suo figlio, corre via in macchina sotto la pioggia per sfuggire all’incubo e prova a interrogarsi sulla sua vita. In essa si vede affiancata da un uomo anonimo, dall’alito pesante, insopportabile come ogni esistenza andata a male. È il suo compagno che affiora nel racconto in modo residuale per poi sparire così com’era apparso. Pagina dopo pagina, Gli occhi della scimmia scava nella fragilità dell’individuo, nella complessa realtà del rapporto fra uomo e donna, fra padre e figlia, fra madre e figlio, fruga nelle dinamiche familiari quasi impietoso.
La narrazione si snoda in un continuum fatto di oscurità e motivi a tratti grotteschi. Su tutto grava il macigno del potere che sa assumere diverse forme e riesce a non farsi riconoscere. Chi ne è manovrato non se ne accorge e finisce per muoversi lungo percorsi da esso inesorabilmente tracciati. Una storia del potere nel potere che vede anche Kreutzer, nel suo piccolo, usare quello che gli viene dall’autorità di psichiatra che gli è propria. Con essa fruga nella mente delle persone, le riduce a uno stato di subordinazione che nel caso delle donne assume una connotazione sessuale. Il suo, però, è un piccolo potere, marginale, inglobato in quello sovrastante di un sistema che ricorda il grande fratello orwelliano.
Scrittrice e poetessa, autrice di numerosi libri per l’infanzia e di Pixel (Edizioni ETS, 2020), nella versione italiana a cura della stessa Mariarosaria Sciglitano, nonché traduttrice dal francese, Tóth si muove con agilità nell’esporre i disagi dell’esistenza, di vite insufficienti, spolpate fino all’osso. La sua è una narrazione partecipata che passa in rassegna dolori e travagli muti ai quali dà voce non senza una punta di ironia, amara ma efficace come il ritmo che caratterizza questo romanzo.
Beniamina del recente Nobel ungherese per la letteratura, László Krasznahorkai, Tóth è originaria di un paese che da quindici anni vive sotto un sistema di potere che, dalla sua formazione, si è impegnato a realizzare un controllo sempre più stretto e capillare su tutte le manifestazioni della vita pubblica. Una situazione politica, quella in cui si trova l’Ungheria, che vede la scrittrice in prima linea nella critica al regime creato e tenuto in vita da Viktor Orbán e la trova nei panni di intellettuale non esattamente approvata dal governo per le sue posizioni.
È allora verosimile che l’autrice, per il romanzo, abbia tratto spunto dalla realtà che sta caratterizzando lo Stato danubiano in questo ciclo politico. Gli occhi della scimmia offrono uno sguardo smarrito ma forse anche indulgente nei confronti di tanta umanità vessata, impoverita, chiusa negli spazi asfittici predisposti dal potere e dotata di una volontà ridotta ai minimi termini. Una volontà magari non esaurita del tutto ma nascosta nei recessi di memorie e coscienze da riattivare.
(*) Due tappe sarde per Kristina Tóth, nell’ambito del festival letterario «Lèggere emozioni»: venerdì 31, a Villacidro (Aula consiliare, ore 17), Tóth parlerà del romanzo con la traduttrice Mariarosaria Sciglitano (introduce Gianni Usai). Sabato 1° novembre, a Nuoro (Fondazione Satta, ore 17), il dialogo tra la scrittrice e la traduttrice sarà introdotto da Bastiana Madau.
da il manifesto – Alias
L’estate del 1940 rappresenta il punto culminante di quel collasso della civiltà che travolge l’Europa con l’esplicarsi ormai senza più dissimulazioni della potenza distruttiva del regime nazista in Germania. Annessa l’Austria nel ’38, invasa la Polonia nel ’39, nel ’40 la Germania attacca il Belgio e i Paesi Bassi e poi la Francia con una manovra a falce che ne travolge le difese senza lasciare, parrebbe, possibilità di replica.
L’esodo di massa di apolidi (privati della cittadinanza dal regime tedesco), scrittori, intellettuali, attivisti, avversari politici, ebrei, cominciato in Germania già nel 1933, con il susseguirsi di questi eventi assume proporzioni apocalittiche: tutti coloro che si erano rifugiati in Francia, e in particolare a Parigi, per sfuggire alle persecuzioni della Gestapo e al rischio della deportazione nei campi di concentramento, da un giorno all’altro non sono più al sicuro e cercano scampo oltre la Loira, dove comincia la Francia cosiddetta libera (in realtà governata dal regime collaborazionista del maresciallo Pétain), e il regime nazionalsocialista ancora non ha il pieno controllo della situazione.
Soldati degli eserciti in rotta, disertori, profughi dai più diversi paesi confluiscono a Marsiglia nella speranza di riuscire a lasciare l’Europa su una qualche nave diretta negli Stati Uniti, in Messico, nelle colonie francesi d’oltremare. Sono molti coloro che in questa fuga trovano la morte, per mano dei tedeschi o volontariamente, come Carl Einstein, Ernst Weiss, Walter Hasenclever, Ernst Toller, Walter Benjamin.
Alla lunga lista di resoconti di questo traumatico momento storico, da qualche mese, grazie alla giovane casa editrice Palingenia e nella valida traduzione dal tedesco di Enrico Arosio, anche il lettore italiano può aggiungere Lo strappo del tempo nel mio cuore – Memorie, della pubblicista e agente editoriale austriaca Hertha Pauli, sorella del fisico quantistico Wolfgang Pauli, premio Nobel nel 1945 per la formulazione del principio di esclusione (Palingenia, Venezia, pp. 347, euro 33,00). Le memorie di Herta Pauli si affiancano infatti a Transito di Anna Seghers, a Hotel Baalbek di Fred Wanders, a Verlustanzeige [“Avviso di smarrimento”] di Karl Frucht, a Il diavolo in Francia di Lion Feuchtwanger e a Consegna su richiesta del Giusto tra le Nazioni Varian Fry, giornalista americano che con il suo Emergency Rescue Committee riuscì a salvare migliaia di profughi “eccellenti” (intellettuali, artisti, scienziati di fama mondiale) aiutandoli a raggiungere l’America.
Caratteristica di tutte queste opere è l’oscillazione tra il tenore letterario e quello testimoniale e cronachistico. E anzi, proprio in queste opere che respirano l’aria di una storia drammatica vissuta in prima persona prende forma particolarmente evidente la polarità, insita secondo Walter Benjamin in tutte le opere letterarie, tra «contenuto reale» e «contenuto di verità», tra «i ceppi pesanti del passato» e la «fiamma vivente» della verità che di questi si alimenta.
Per quanto narrata più e più volte, ripetuta in un certo senso, l’epopea di quello che Christa Wolf definì «spettrale corteo di milioni di profughi» in un’Europa sull’orlo di cadere in mano ai nazionalsocialisti non perde forza né valore testimoniale. Luoghi, persone, impressioni, dettagli anche minimi si ripresentano, uguali e ogni volta diversi, ogni volta con tutta l’autenticità dell’esperienza vissuta. Anche le memorie di Hertha Pauli restano, in questo, paragonabili a ciò che i fisici quantistici chiamano wormhole, un cunicolo spaziotemporale che collega immediatamente il nostro presente a un momento apparentemente distante nello spazio e nel tempo.
Nata nel signorile distretto viennese di Döbling, Hertha era figlia di un medico di origini praghesi ebreo convertito al cattolicesimo (che da Pascheles aveva cambiato il proprio cognome in Pauli) e di Berta Camilla Schütz, giornalista e attivista per i diritti delle donne. Trasferitasi ancora giovane a Berlino, attrice con Max Reinhardt, Hertha era tornata a rifugiarsi a Vienna nel 1933. Qui aveva creato assieme ad amici l’agenzia letteraria “Österreichische Korrespondenz”, che si occupava principalmente di trovare editori per gli autori di lingua tedesca invisi al regime nazionalsocialista. Queste sue memorie, scritte in America molto dopo i fatti a cui si riferiscono, scandiscono le tappe dei due anni dal 1938 al 1940, in cui da Vienna fu costretta a fuggire a Parigi e poi, nel giugno del ’40, in condizioni estreme, a piedi o sfruttando occasionali passaggi e qualche treno superstite, in direzione di Marsiglia, da dove Pauli riuscì fortunosamente a imbarcarsi per gli Stati Uniti (grazie appunto all’aiuto del Comitato di Fry).
La vicenda di Pauli non è individuale, ma collettiva: è la storia di tutto l’ambiente del quale Hertha si era messa al servizio con l’agenzia letteraria. In fuga assieme a lei, lungo traiettorie che sempre nuovamente e avventurosamente si intersecano, ci sono tutti i protagonisti del primo Novecento letterario e artistico, ciascuno con il suo carattere peculiare, le sue debolezze e i suoi punti di forza, le sue bizze e le sue genialità – e i suoi manoscritti o le sue opere sotto il braccio. Il cabarettista, poeta e scrittore satirico berlinese Walter Mehring, fisicamente esile, timoroso e facile al panico, deve essere quasi costretto uscire di casa per potersi alla fine imbarcare. Il drammaturgo ungherese Ödon von Horváth, superstizioso e convinto che un destino occulto agisca dietro alla superficie falsamente innocua dei fatti, muore assurdamente schiacciato dal ramo di un albero durante una tempesta a Parigi.
Joseph Roth è eternamente seduto al tavolo del Café Tournon a scrivere davanti a un bicchiere di Slivoviz, attorniato da un circolo fisso di emigrati, fino a quando l’alcol e una polmonite non hanno la meglio sul suo fisico ormai provato ed egli muore all’ospedale Necker di Parigi nel maggio del 1939. La coppia – quasi una macchietta – del poeta Franz Werfel e della carismatica seduttrice e regina dei salotti Alma Mahler, riesce a mantenere una certa grandeur anche nella fuga e viaggia con un bagaglio spropositato. Il medico e scrittore amico di Kafka Ernst Weiss, cupo e sfiduciato, al momento di lasciare Parigi non ha più la forza di rimanere attaccato alla vita. Diventerà la presenza fantasmatica che anima Transito di Anna Seghers, nella persona dello scrittore Weidel, in possesso di tutti i documenti necessari per imbarcarsi alla volta del Messico, ma in realtà già morto suicida. E assieme a loro tanti, innumerevoli altri.
Particolare anche il fatto che a pubblicare nel 1970 e poi a riproporre nel 2022 questo resoconto di prima mano degli anni in cui un’intera cultura rischiò di essere cancellata – quella del nostro Novecento più produttivo, che avrebbe gettato le basi del futuro oltre gli anni della barbarie nazista – sia stato un editore austriaco rinato dopo la guerra, ma che a suo tempo condivise il destino di Hertha Pauli e dei suoi sodali: la casa editrice viennese Zsolnay, punto di riferimento per le sperimentazioni letterarie del primo Novecento prima del ’33, poi arianizzata nel ’38 dopo anni di difficoltà dovute al boicottaggio dei suoi autori da parte della Germania nazionalsocialista e una serie di disperati tentativi di adattarsi per sopravvivere, della quale Joseph Roth scriveva, nel 1937 da Parigi: «Così si dà il caso grottesco che lo stato austriaco cattolico ospita quegli editori ebrei che obbediscono alle imposizioni pagane della camera degli scrittori del Reich».
da L’Altravoce il Quotidiano
Il libraio di Gaza, il libro di Rachid Benzine, scrittore marocchino, nasce dall’incontro del fotoreporter francese Julien Desmanges, inviato a Gaza nel 2014 durante la tregua seguita all’ennesima rappresaglia israeliana, e Nabil Al Jaber, libraio palestinese. Il vecchio Nabil, dalla «barba irregolare e brizzolata, con le spalle un po’ curve e gli occhiali posati a sghimbescio sul naso» se ne sta seduto davanti alla sua bottega a leggere, a due passi dalle macerie. Quando volta la pagina «la annusa, la accarezza, poi si immerge nuovamente nella lettura. Le sue dita toccano la carta come se coccolassero le parole». È come se volesse restare aggrappato alle parole per salvarsi «dal frastuono, dalla sofferenza, dalla morte lenta della città». La vetrina della sua bottega è circondata «da centinaia di libri, la porta aperta su migliaia d’altri. E altre centinaia posate direttamente sul marciapiede». È questa la scena straordinaria che cattura lo sguardo del fotoreporter che si avvicina a lui e gli chiede di poterlo fotografare. A quella richiesta Nabil, saggiamente, risponde: «Non crede che un ritratto fotografico riesca meglio se si conosce ciò che è nascosto? Dietro ad ogni sguardo non c’è forse una storia? Quella di una vita. Talora quella di un popolo intero. Non vorrebbe, signor fotografo, ascoltare la mia storia?». E lui inizia a raccontare la sua storia. Una storia soggettiva ma anche collettiva in cui ogni palestinese può ritrovarsi. Una storia che fa del ricordo e della memoria la fonte di verità e realtà. Storia che inizia con sua madre, la donna palestinese musulmana che lo mise al mondo nella notte tra il 31 dicembre 1947 e il primo gennaio 1948, qualche ora dopo essere stata gravemente ferita dai militari sionisti che avevano attaccato il loro villaggio, mentre tutti dormivano. Uccisero, terrorizzarono, cacciarono dalla propria casa e dalla propria terra migliaia di famiglie palestinesi, e fu la Nakba (la catastrofe). I nonni e i genitori, con lui appena nato e un altro figlio, «lasciarono il villaggio, quell’angolo di terra che avevano arato con fatica. Le loro radici, gli alberi che avevano piantato, quelle vigne millenarie che non avrebbero mai più rivisto. La casa che il nonno aveva costruito con le sue mani, pietra su pietra. Lì c’era tutta la loro vita e tutto ciò che le dava senso». Vite distrutte, sogni svaniti e ritorni agognati e proibiti. E fu l’esodo per intere famiglie che finirono nei campi profughi, dove Nabil crebbe. Ricordi narrati, anni dopo, dalla madre «attorno al fuoco». Per anni aveva taciuto, per salvaguardarlo dall’odio e dalla sete di vendetta. Ai ricordi e agli eventi narrati di un «dolore altrui» seguono, lungo il racconto, quelli del «proprio dolore». Nabil ha visto e vissuto le intifade, l’ascesa di Hamas, l’occupazione di Gaza, l’oppressione e l’umiliazione di un popolo. Ha visto schiacciati dai carrarmati israeliani i nonni, il fratello maggiore, il figlio undicenne e la moglie seppellita dalle macerie della casa nei bombardamenti del 2009. Ha conosciuto il carcere per vent’anni avendo come unica compagnia i libri. Al ricordo dei genitori morti mentre era in carcere «il lutto e la perdita affiorano sotto le sue palpebre». Tra tanto dolore racconta di essere riuscito a diventare professore all’università del Cairo e di aver deciso di aprire la sua libreria per «estraniarsi dal mondo ma senza lasciarlo». Per leggere e rileggere i romanzi della sua vita e «non aggiungere brutture» e dare il suo contributo con «i suoi libri». Nonostante tanta infelicità sorride, «un sorriso magico, luminoso». Sono i libri che lo hanno salvato dall’odio e dalla vendetta, come voleva sua madre. Dopo il 7 ottobre la sua libreria, come Gaza, è stata ridotta in polvere e la sua voce e il suo sorriso spenti per sempre. Un libro molto bello, scritto per amore della lettura, dei libri e del popolo palestinese.
Considerate “non pensanti” dai tempi di Aristotele, le donne sono rimaste fuori dalla “scena”, scrive la filosofa Annarosa Buttarelli nel suo nuovo libro. Di qui lo sviluppo di un altro punto di vista, femminile e legato all’esperienza. Ed estraneo alla logica della guerra
In un tempo in cui nel mondo sembra essere tornata a contare solo la forza e la guerra tocca anche l’Europa, c’è bisogno di riprendere a sentire una voce diversa, che si sottragga alla logica della violenza. In Pensiero osceno (Tlon, 2025), un libro nato dall’urgenza di rispondere alla minaccia della guerra, Annarosa Buttarelli – filosofa e studiosa del pensiero della differenza nel solco della femminista Carla Lonzi (di cui ha curato le opere) – spiega che questa voce non può che essere quella delle donne, da sempre estranee alla guerra e capaci di «pensare veramente», mettendo radici «in un terreno osceno, quello dell’esperienza nutrita dal sentire».
Qual è il “pensiero osceno”?
È quello – scandaloso – delle donne che pensano. Ho usato filologicamente la parola osceno, che viene dal greco ob (che significa “fuori”) e skenè (“scena”) e significa essere confinate fuori dalla scena illuminata del pensiero dominante, da cui ci ha espulse la misoginia millenaria. Fin dall’inizio della cultura europea, le donne sono identificate come animali non pensanti, secondo l’idea di differenza sessuale immaginata da Aristotele – che fu il vincitore nella costruzione della filosofia occidentale – e dagli altri filosofi.
Lei nel libro spiega che questo essere fuori scena ha permesso alle donne di sviluppare un pensiero alternativo.
Ha permesso di rimanere lontane dal potere istituito. Carla Lonzi, una delle madri del femminismo italiano, diceva: «Approfittiamo dell’assenza». Assenza delle donne dalla cultura maschile, dalle istituzioni maschili, dalla storia maschile, quelle che ancora oggi nelle università siamo abituate a considerare come cultura, istituzioni e storia in quanto tali.
Eppure, le donne pensatrici ci sono sempre state.
Lo hanno dimostrato gli studi femministi: fin dall’inizio della storia europea, nella Grecia classica, c’erano donne di pensiero che si sono poste in dialogo con gli uomini, in modo propositivo e conflittuale. Come Assiotea di Fliunte che nel IV secolo a.C. era riuscita a introdursi nell’accademia platonica, mascherandosi da uomo, per opporsi alla lezione aristotelica secondo cui la schiavitù era naturale. Assiotea ha lavorato, inascoltata, per decostruire la fallace logica aristotelica.
Perché fallace? Non è all’origine della logica occidentale?
Sì, lo è. Ma oggi sono sempre più evidenti gli errori logici, quindi la mancata scientificità, delle filosofie maschili. Ne ha scritto in un bel libro, L’errore di Aristotele (Carocci), Giulia Sissa. Uno dei suoi errori, per esempio, è stato definire l’umanità solo al maschile. Poi però anche Aristotele parlava delle donne come facenti parte dell’umanità e quindi si contraddiceva senza neanche rendersene conto: da qui la fallacia.
Nel libro lei spiega che il pensiero maschile si vuole astratto e universale, mentre quello delle donne è sempre radicato nell’esperienza. Cosa significa?
La grande filosofa María Zambrano diceva che si deve “pensare veramente”. Significa che il pensiero autentico è quello che mette le radici in un terreno considerato osceno dalla filosofia dominante, cioè quello dell’esperienza vivente che cresce sul sentire.
È questa esperienza vivente che permette alle donne di denunciare gli errori delle filosofie maschili?
Sì. Ne è un esempio eccellente il dialogo conflittuale tra la principessa Elisabetta del Palatinato e Cartesio, che già allora era un filosofo di grido. Cartesio stava scrivendo un trattato per “dominare” le passioni. In uno scambio di lettere Elisabetta, che pure aveva molta stima di lui come filosofo, gli obiettava, a partire dalla sua esperienza vivente, che sono proprio le passioni quelle che dominano la vita politica: una lezione molto importante anche per l’oggi. L’idea di Cartesio invece era che il corpo non dovesse avere nessun influsso sulla mente, considerata, in quanto pura razionalità libera, come la massima espressione dell’uomo. Ma Elisabetta gli opponeva che mente e corpo non sono così distinti, perché altrimenti non si spiegherebbero gli svenimenti.
E il grande filosofo cosa replicava?
Che lui di politica non sapeva niente perché faceva vita ritirata, da buon pensatore. Oggi sappiamo che aveva ragione lei, anche sul fatto che mente e corpo non sono separati. Eppure, Cartesio ha avuto un’enorme influenza sulla filosofia.
Crede che in questo periodo, in cui la forza e la violenza sembrano tornate arbitre dei rapporti tra i popoli, il pensiero osceno delle donne possa offrire un’alternativa?
Dietro la corsa al riarmo e dietro alla politica della forza c’è l’influenza del pensiero idealista che ha formato la cultura occidentale. Vige ancora l’idea di Hegel – su cui per fortuna noi femministe abbiamo sputato, per citare il titolo del libro di Carla Lonzi – secondo cui per arrivare a «un destino più alto», uno stadio superiore dell’umanità, «deve scoppiare il cuore del mondo». La sua idea era che per superare le vecchie strutture e consuetudini si dovesse distruggere l’organo vitale del mondo, stravolgere tutte le regole. Ora sembra che stia succedendo proprio questo: stanno facendo scoppiare il cuore del mondo, cioè il cuore di tutti e tutte noi che non facciamo la guerra. Il pensiero delle donne è esattamente un’alternativa a questa logica. Non è un caso che nel ’900 la presa di coscienza del pensiero osceno sia iniziata da Le tre ghinee di Virginia Woolf, in cui la scrittrice spiegava ai suoi amici pacifisti che per evitare la guerra l’unico modo era pensare da outsider. Fuori scena, appunto.
E oggi come possiamo fare?
Rifiutare la logica della violenza che chiama violenza. E ricordare quello che diceva proprio María Zambrano, un’altra delle pensatrici di cui parlo nel libro: che anche nella pace ci sono dei pericoli. Per esempio, vederla solo come l’assenza di guerra. È qualcosa di più, molto di più: è un modo di vivere, un modo di abitare il pianeta, un modo di essere umanità… Zambrano ha scritto il testo I pericoli della pace nel 1990, la sua ultima testimonianza di fronte all’orrore della guerra del Golfo Persico. Non si guadagnerà mai uno “stato di pace” finché non ci sarà una rivoluzione della forma mentis generale. Ho imparato da lei che la pace va preparata e praticata.
Come?
Attraverso la giustizia, che è nata come pratica femminile. Pensiamo a ciò che è accaduto quando Salomone voleva squartare il bambino per darne una metà a ciascuna delle due donne che dichiaravano di esserne la madre. La vera madre ha rinunciato al bambino pur di non vederlo squartato. Questa è una pratica paradossale di giustizia. E poi si deve preparare la pace praticando il conflitto.
Il conflitto? Non è una contraddizione?
No, anche questo è un paradosso, perché le donne riescono a pensare e ad agire soprattutto paradossalmente. Continuiamo a sovrapporre in modo insopportabile “conflitto” a “guerra”. Ma la guerra è negazione dell’altro, il conflitto è una pratica di relazione. Che ci costringe a prendere atto delle nostre differenze ma anche a cercare un terreno comune. Le filosofe del pensiero osceno sono maestre in questo.
Annarosa Buttarelli, Pensiero osceno. Edizioni Tlon, 112 pagg, 13 €
Lo storico israeliano Ilan Pappé fu tra i primi, vent’anni fa, a parlare di pulizia etnica della Palestina, attuata nel passato e perpetrata da tutti i governi di Tel Aviv. Nel suo ultimo libro appena uscito in Italia pronostica la fine dello “Stato dell’apartheid” e la costituzione, lenta, di un unico Paese antirazzista, plurale e democratico. «Non so quando ma so che accadrà». Lo abbiamo intervistato, riflettendo anche sul cessate il fuoco appena annunciato a Gaza.
«Il piano di Trump più che la strada giusta per la pace è il modo giusto per continuare la guerra». Non ha dubbi Ilan Pappé, lo storico israeliano che per primo, vent’anni fa, parlò di pulizia etnica della Palestina, attuata nel passato e perpetrata da tutti i governi israeliani. Nel suo ultimo libro, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina (Fazi Editore), analizza il presente ma traccia anche un futuro possibile. «Quello che vorrei – dice – e che sono certo si realizzerà, anche se non so quando: uno Stato democratico, dal fiume al mare, dove ebrei e palestinesi vivranno insieme con gli stessi diritti». Lo abbiamo intervistato.
Pappé, in questo libro fa lo storico ma anche il veggente. Quali elementi l’hanno portata a prevedere la fine di Israele?
Innanzitutto i processi che sono in corso e che stanno portando al crollo dell’attuale Stato di Israele, l’attuale regime, che è più teocratico, razzista e aggressivo nei confronti dei suoi vicini. Sono processi molto lenti, non sempre facili da individuare ma credo che accelereranno e diventeranno più visibili. Sono abbastanza certo che stia accadendo, quello che non so è che cosa lo sostituirà. Quindi da un lato l’analisi è accademica, dall’altro ha a che fare con il desiderio e la speranza, quello che spero accadrà, cioè che lo Stato razzista, teocratico e dell’apartheid di Israele sarà sostituito da uno Stato democratico per tutti, dove i palestinesi per la prima volta dopo centovent’anni potranno avere una vita normale, i rifugiati potranno tornare e questo avrà un enorme impatto positivo su tutta la regione.
E a che punto siamo?
Siamo all’inizio della fine. Alcuni processi sono più visibili, come la mancanza di coesione sociale in Israele. Ebrei religiosi e laici non trovano più una lingua comune, non possono vivere insieme e gli ebrei più fanatici hanno il sopravvento perché sono più popolari. È già visibile l’isolamento di Israele nella società civile. Quello che non vediamo è come questo si traduca nella politica dall’alto, almeno per i governi. Vediamo ebrei in tutto il mondo che si dissociano dal sionismo. Vediamo una crisi economica in divenire, un esercito esausto, che si affida totalmente all’aeronautica e ai carri armati contro dei guerriglieri, il che è molto discutibile. Dall’altro lato non vediamo ancora un movimento di liberazione palestinese che sappia che cosa fare, ma questo credo accadrà perché parlo con i giovani palestinesi, che sono più uniti e impegnati a ricostruire tale movimento.
Ma come immagina il futuro?
Immagino uno Stato solo dal fiume al mare, in cui non importa quale sia la tua religione o nazionalità, in cui si rispettano le identità collettive e gli ebrei saranno una di queste, ma non la sola. Lo immagino molto più collegato al mondo arabo che all’Europa, uno Stato normale con problemi normali. Non so quando ma so che accadrà.
Pensa che la riconciliazione sia possibile dopo il 7 ottobre e il genocidio di Gaza?
No, ora non è possibile e Israele è nella sua fase più crudele. Ma se guardiamo la storia molti regimi ingiusti e criminali sono stati molto crudeli nelle ultime fasi. Il tempo è un fattore importante e non accadrà l’anno prossimo. Non credo, inoltre, che tutti gli ebrei rimarranno in Israele: molti se ne andranno – come i bianchi in Sudafrica che non volevano vivere in uno Stato di non-apartheid. Ma spero che ne rimangano abbastanza, perché i palestinesi hanno bisogno di loro per ricostruire un Paese diverso e migliore.
All’orizzonte però non ci sono alternative politiche forti né israeliane né palestinesi.
Sì, ma non è questo il punto. Piuttosto: il mondo capisce che il suo ruolo ora non è quello di mediare ma di proteggere i palestinesi? Gli israeliani non sono in pericolo. Le persone che rischiano di essere eliminate sono i palestinesi. Poi verrà il resto.
Che cosa pensano i bambini israeliani dei bambini palestinesi dopo il 7 ottobre, secondo lei?
Quello che pensavano prima: che i palestinesi non sono esseri umani adeguati, che sono come i nazisti, i barbari. Il sistema educativo israeliano è razzista e soprattutto negli ultimi venticinque anni ha prodotto laureati che non sono in grado di vedere i palestinesi come esseri umani. Gli ultimi due anni non hanno cambiato nulla.
E i bambini palestinesi?
Dipende da dove vivono. Quelli cresciuti a Gaza conoscono gli israeliani solo come carcerieri. Quelli nei Territori occupati vedono solo coloni, coloni violenti e soldati. Infine, i figli dei palestinesi in Israele hanno una visione molto complicata perché sanno che alcuni israeliani sono brave persone e con le loro famiglie hanno relazioni e amicizie. Quindi dipende dal posto. Invece gli ebrei israeliani hanno perlopiù una visione molto unificata dei palestinesi.
Com’è stato per lei crescere in Israele? Che idea aveva dei palestinesi?
Fino a vent’anni non sapevo molto di loro. Quando ho lasciato Israele per fare il dottorato, li ho incontrati in un contesto diverso, come persone uguali e ho sentito la loro storia e ho fatto ricerche. Ho capito che tutto quello che avevo imparato e sentito fino a quel momento era molto lontano dalla verità. Che c’era un’altra storia, che mi era nascosta e ho dovuto trovarla da solo.
Quanto hanno a che fare i palestinesi con la sua decisione di diventare uno storico?
Ho sempre amato la storia e volevo scrivere la storia del mio Paese, quindi non molto. Quello che ha avuto molta influenza su di me è stata la capacità di dire: anche se lo senti dai tuoi genitori e dai tuoi insegnanti, sii critico. Non accettare tutto ciò che ti viene detto. Questo è ciò che ho imparato da loro. E ovviamente era molto importante per me capire che la storia non è neutrale, che devi essere impegnato e mi ha aiutato a diventare un attivista, non solo uno storico.
Perché Israele gode o almeno ha goduto di tanta impunità? Qual è il fattore più rilevante: economico, ideologico, il “senso di colpa” europeo?
Penso sia una miscela di fattori. Israele gode dell’immunità prima di tutto per il rapporto bizzarro che lo lega all’Europa. L’Europa non voleva gli ebrei, quindi ha suggerito che ci fosse uno Stato ebraico al di fuori dell’Europa, ma considera Israele parte dell’Europa. In secondo luogo, c’è l’idea che se non diamo l’immunità a Israele dobbiamo ritornare sulla questione dell’antisemitismo e l’unica soluzione per l’antisemitismo è stata creare uno Stato ebraico in Palestina, invece che rendere l’Europa una società antirazzista. Al giorno d’oggi, poi, penso ci sia un altro problema che è il livello della politica. I politici oggi non sono molto interessati alla moralità, all’ideologia. È molto facile comprarli per sostenere Israele. Non hanno molto rispetto per sé stessi, sono molto egocentrici. Sto generalizzando, ovviamente ci sono delle eccezioni. Di certo, quando penseranno che sostenere Israele potrebbe essere un problema alle elezioni, cambieranno e improvvisamente vedremo un intero cambiamento nella politica europea.
Gaza alla fine diventerà una “Riviera”?
No. Gaza è completamente distrutta, la terra è intossicata e la maggior parte delle città sono devastate. Ci vorranno anni per ricostruirla. Non so che cosa diventerà perché dipende dalle sorti del resto della Palestina storica e prima, credo, farà parte dello Stato di apartheid di Israele. Speriamo che in futuro faccia parte di una Palestina decolonizzata. Ma una cosa è certa: rimarrà palestinese, anche se non sarà un posto facile in cui vivere, specialmente i primi anni. E rimarrà anche la più importante fonte di resistenza, come è sempre stata.
E la Cisgiordania?
È un problema diverso, Israele sta cercando di fare alla Cisgiordania quello che fa a Gaza, ma è molto più difficile lì. I numeri sono più grandi, ma ci sono 800mila coloni ebrei. Molto dipende dal mondo, se non farà nulla per Gaza, potrebbe non farlo anche per la Cisgiordania. Siamo in un brutto momento: Israele vuole imporre la sua realtà e questo tentativo causerà molto spargimento di sangue e sofferenza – e quindi si spera che il mondo interferisca – ma non avrà successo.
Che cosa significa fare ricerca al tempo delle fake news e dell’intelligenza artificiale?
Gli sviluppi tecnici ci sono da sempre e se sei uno storico esperto, se conosci bene l’argomento, puoi stare certo di non perdere di vista la verità. Non sono preoccupato per gli storici ma per il pubblico in generale, per quanto sia facile accettare notizie false e generate dall’Ia. Penso che la cosa più importante, anche per i giornalisti, sia capire e usare le parole giuste. Se non chiami Israele “l’unica democrazia del Medioriente”, ma “Stato di apartheid”, è già un buon inizio per permettere di capire quando ci sono notizie false e propaganda israeliana.
Sull’uso della parola “genocidio” in Italia c’è un gran dibattito. Anche in Israele?
Le persone in Perù e in Malesia sanno molto di più quello che succede a Gaza degli israeliani. Non hanno idea di cosa succede a Gaza.
Ancora adesso?
Sì, perché i media israeliani collaborano con il governo, non mostrano nessuna immagine di ciò che accade a Gaza. Parlano solo dell’esercito, dei soldati coraggiosi, degli ostaggi.
Ma ci sono i social media.
Viene detto loro che sono anti-israeliani e non li guardano. Israele non permette di vedere Al Jazeera e la gente non cerca media alternativi. Quindi sicuramente il genocidio sembra loro un’accusa antisemita. Non a tutti, ma a una stragrande maggioranza.
Come si sente da israeliano?
Mi vergognavo già di questo Paese molto prima di Gaza. Le mie idee su cosa siano il sionismo e Israele non sono cambiate. In effetti ho previsto quello che è successo. Non sapevo esattamente come, ma ero sicuro che questo non potesse andare avanti e che ci sarebbe stato uno scoppio di violenza. L’unica cosa che mi ha sorpreso è stata l’indifferenza europea. La gente ha reagito subito per l’Ucraina ma i governi non hanno usato la stessa lingua per Gaza. È abbastanza sorprendente.
Che cosa pensa di Trump e del suo piano di pace?
Penso che nel migliore dei casi possiamo sperare che porti a un lungo cessate il fuoco e allo scambio di prigionieri. Non è un piano di pace. Ha tutti i problemi dei precedenti, non cambierà nulla drasticamente. Più che la strada giusta per la pace è il modo giusto per continuare la guerra.
È anche la fine di Netanyahu?
Non sono mai in grado di prevedere quello che lo riguarda. Ha una base molto forte, ora è in calo, ma se ci sarà il rilascio degli ostaggi, si prenderà il merito e potrebbe rivincere le elezioni. Ma anche se perde, chiunque lo sostituirà avrà la stessa ideologia.