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La pratica poetica ha salvato le donne deportate dalla perdita della loro umanità: lo raccontano le poesie raccolte dal lager femminile di Ravensbrück nel libro “Boschi cantate per me” curato da Anna Paola Moretti. Il 29 gennaio (ore 17.30) se ne parlerà a Bologna all’Istituto Storico Parri con le e gli studenti dei licei Galvani e Archimede, introdotti da Elda Guerra.

Raccontare la storia dell’incontro con Anna Paola Moretti, studiosa marchigiana della Resistenza e della deportazione femminile, è importante per capire la genesi di questa antologia, che è assieme un libro di ricerca e resistenza, di poesia e di storia, su come le donne deportate siano riuscite a non farsi strappare e a conservare la propria umanità.

Anna Paola Moretti, pesarese, da oltre vent’anni si è dedicata a ricostruire biografie di donne deportate, attraverso lo studio scrupoloso delle fonti, documenti e diari. In questa operazione pluriventennale, è venuta a conoscenza dell’esistenza di un corpus di circa 1200 poesie prodotte da donne durante la prigionia nei lager, grazie a Giovanna Massariello, figlia di Maria Arata, deportata e autrice de Il ponte dei corvi. Diario di una deportata a Ravensbrück.

Massariello le aveva parlato della tesi di dottorato di Constanze Jaiser sulla poesia delle donne internate a Ravensbrück, ma numerose altre poesie si trovano disperse in blog, disseminate in rete, in siti di musei, quasi in un lavoro collettivo transnazionale di trasmissione e cura che è giunto fino a noi e a cui abbiamo aggiunto un ulteriore tassello, raccogliendo il testimone di Ventotene per una Europa di pace.

Studiosa delle donne, oltre alla necessità di rendere fruibili in lingua italiana le poesie composte da donne deportate, Anna Paola voleva, seguendo la metodologia delle storiche femministe, in particolare di Natalie Zemon Davis, interessarsi alle singole soggettività, sottraendole al ruolo stereotipato di vittime e restituendo loro identità e biografie. Era necessario però un accurato lavoro di squadra, possibile solo attraverso il lavoro congiunto di un gruppo di traduttrici e traduttori che avrebbero potuto riportare in italiano le poesie che si presentavano nelle lingue più diverse, spesso ritradotte dall’inglese o dal tedesco, e afferenti alla babele linguistica tipica del lager. Ambra Laurenzi, Presidente del Comitato internazionale di Ravensbrück e consigliera dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED), ha sottolineato l’internazionalismo di queste poesie, scritte da donne francesi, tedesche, polacche, olandesi, spagnole, russe, ovvero di quindici nazionalità diverse presenti nei circa cento testi del libro.

La tesi di fondo è che la poesia è stata una pratica di resistenza delle donne, un atto di creatività impensato, che ha fatto fallire il tentativo di cancellare l’umanità delle persone deportate. Resistenza e creatività che erano anche nella pratica fra le deportate di ripetere tra loro brani a memoria, formule matematiche, canzoni da non dimenticare, pratica che le ha unite, oltre che salvate dall’annichilimento e dalla disumanizzazione, e che ha creato legami e capacità di resilienza, come hanno testimoniato molte superstiti.

Come scrive Anna Paola Moretti, il linguaggio maschile usato nella storiografia per raccontare l’esperienza del lager ha occultato l’esperienza femminile, che questo libro in parte restituisce, anche attraverso il lavoro di cura, sia nostro, sia delle donne che si occupavano l’una dell’altra nei lager.

Il libro si prende dunque cura delle vite, le restituisce, con accurate note biobibliografiche per ciascuna autrice e con la restituzione dei testi originali e in traduzione.

Alla marginalità del campo di Ravensbrück come campo femminile, Moretti ha risposto restituendo una memoria condivisa, che soprattutto i testi accolti ricreano dal vivo, memoria pulsante e parola frutto di una rete di relazioni, così come spesso è relazionale il lavoro delle donne.

Per noi che abbiamo raccolto questa sfida traducendo, Daniela Maurizi dal tedesco, Maria Luisa Vezzali dal francese e io stessa dall’inglese i testi spesso ritradotti dalla lingua originaria, con a volte perdite o lievi spostamenti del significato originario, il lavoro di lettura e confronto è stato fondamentale, non solo per ribadire la necessità di una memoria collettiva femminile, ma anche per restituire quella visione collettiva e relazionale che le poesie avevano.

Anche Primo Levi, in Così fu Auschwitz, dirà: «Ho desiderato che i miei scritti, anche se li ho firmati io, fossero letti come opere collettive, come una voce che rappresentasse altre voci».

Recitate per le altre, nascoste e protette dalle amiche, in modi fortunosi e originali, come quello di Grażyna Chrostowka, nascoste in barattoli o sotto le baracche, le poesie volevano dare forza alle altre, per questo a volte appaiono ironiche, sferzanti, poesie che spesso ricreavano l’aria di casa, l’odore di certi cibi, di certe pietanze, di certi paesaggi oltre che gli affetti familiari lasciati.

I temi presenti nell’antologia rimandano alla quotidianità della vita nel campo, dalla sezione dedicata all’arrivo a quella dell’appello, agli oggetti, al lavoro, alla desolazione e alla morte, ma sono ben presenti anche gli sguardi su altre donne, gli affetti lontani, le compagne, la resistenza e la speranza di un ritorno.

A cura di Anna Paola Moretti, Boschi cantate per me, traduttrici Loredana Magazzeni, Daniela Maurizi e M. Luisa Vezzali, Enciclopedia delle Donne editrice, 2024

(Letterate Magazine, 28 gennaio 2026)