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Intervento iniziale Maria Nadotti (1)

Comincio ringraziando di questo invito che mi ha un po’ sorpresa, perché non sono una frequentatrice della Libreria delle donne anche se ho molto rispetto del vostro lavoro e mi interessa proseguire la discussione con voi. Mi è successa una cosa strana mentre Rosaria Guacci leggeva quel testo scritto in modo collettivo, ma firmato da una sola persona: molto manifesto, molto poco interlocutorio. Stavo prendendo appunti e, arrivata a un certo punto, la penna mi si è scaricata. Difficile discutere in absentia. Per cui dirò ciò che mi ha irritato.

Il documento originario, Dissenso comune, del 1° febbraio, continua in questa sua seconda puntata a chiamarsi Dissenso comune e invita a scatenare un movimento femminile (anche se in realtà non si tratta di un movimento perché è tutto molto corporativo e si riproduce la gabbia delle quote rosa, trappola infernale, politicamente parlando, sia per le donne che per gli uomini). Partiamo dalla parola scelta: ‘dissenso’. Perché non si parla di conflitto? Forse perché ‘dissenso’ è un termine più interlocutorio e negoziale, mentre ‘conflitto’ è un termine più antagonistico, che prevede pratiche che non hanno come unica mira quella di cambiare semplicemente le cifre?

Altra cosa sottesa a questi ‘manifesti’ è che esista un ‘Sistema’ comandato, governato, ordinato, voluto, blindato dagli uomini, di cui noi donne non parteciperemmo se non sempre e solo come parte lesa, offesa, esclusa, ai margini.

Io credo invece che anche noi siamo il Sistema. Si tratta di capire eventualmente in che modo siamo sistema dentro il sistema. Il manifesto Dissenso Comune è firmato da 124 donne che obiettivamente sono il sistema cinematografico italiano. In questo secondo capitolo dello stesso manifesto si rincorre qualcosa che andava fatto prima. La spinta che avrebbe mosso queste 124 donne del cinema italiano sarebbe stata la solidarietà verso le ‘sorelle’ molestate, violentate. E già la parola ‘sorella’ andrebbe usata con molta discrezione, non vi pare? Uno, perché il rapporto sororale è uno dei più complessi e conflittivi che ci siano sulla faccia della terra. Due, perché è un termine che storicamente ha assunto un peso politico vero.

L’altro punto è l’insistenza su un Sistema in cui saremmo partecipanti-innocenti: è vero? Di questo oggi mi piacerebbe discutere.

Altra cosa: un manifesto firmato dalle donne del cinema italiano, all’interno di un Sistema di cui però non si sentono parte, sarebbe un mezzo per dar voce alle donne? Perché? Il cinema si fonda fin dall’inizio sul corpo femminile, suscita desiderio attraverso di esso. E questo vale per gli uomini e per le donne. Il cinema ci rende tutte transessuali o lesbiche. Il cinema nasce attorno a un corpo desiderato e il corpo è corpo messo in posizione femminile, succede anche se è corpo di uomo. È come se il corpo cinematografico del desiderio fosse di per sé femminilizzato. È strano che le donne che lavorano nel cinema non si rendano conto che non si può dire semplicemente che l’uso del corpo femminile nel cinema le rende soggetti privi di discorso, senza analizzare che cosa sia stato il cinema, che cosa continui a essere il cinema. Se si vuole fare un ragionamento sul diritto di parola, e di parola che rappresenta tutte le donne del mondo, bisogna aprire altri discorsi. Tutto il loro ragionamento finisce nelle quote rosa perché non sembrano mettere a tema niente di politico, solo la questione dei numeri: quante siamo, quanto denaro va agli uomini, quanti film a regia femminile vengono distribuiti. Io penso che questa sia una trappola, perché elude tutte le questioni vere: il provare a immaginarsi lo scardinamento vero nelle teste degli uomini e anche nelle nostre teste.

Passo alle cose che volevo dirvi io, riprendendo le fila dell’altra volta.

Premetto che la questione del #MeToo ha scatenato in me una serie di dubbi, è una materia complessissima, non la si può ridurre a nessuna semplificazione. Sono convinta che ognuna di noi – a prescindere dall’età anagrafica e dalla sua collocazione nel mondo del lavoro produttivo e riproduttivo –, se onesta con se stessa e un po’ coraggiosa, potrebbe fare una lista di occasioni in cui si è trovata soggetto potenziale di #MeToo. Solo che non lo facciamo, non solo collettivamente ma neanche singolarmente. L’altra volta, a riunione conclusa, avevo chiesto a Marisa Guarneri, (lo avevo chiesto a lei per il lavoro politico che fa) se sarebbe stato ipotizzabile un #MeToo italiano, con tutte le riserve del caso. Marisa mi ha risposto: Sì, ma dopo le elezioni. E sono andata via ‘con la coda tra le gambe’. Perché è esattamente questo: in Italia abbiamo una sorta di lealtà – non è sudditanza – nei confronti delle istituzioni. Un bisogno di riconoscimento, anche rispetto a cose nobili sul piano sociale… ma che nella realtà producono immobilità, impossibilità di buttare giù la parete… Perché dopo le elezioni, mi sono chiesta, perché non prima?

Sempre l’altra volta Luisa Muraro ha fatto un intervento sui media che non ci riconoscono, non ci danno spazio. Io non la penso così e, in ogni caso, la questione è: Come si prende lo spazio? Chiedendolo?

In Italia potremmo cominciare a pensare insieme qualche forma di disobbedienza civile invece di continuare a essere incivilmente obbedienti. Riusciamo a immaginarlo? Qual è il patto che ci lega socialmente a qualcos’altro? Vale per il rapporto che abbiamo con lo stato, le istituzioni pubbliche, i partiti, le chiese, i figli, gli amanti, padri, mariti, sorelle, fratelli… tutte le nostre relazioni. A chi siamo fedeli? E perché? Che cosa ne ricaviamo? Queste le domande che mi pongo, e ho alcune risposte parziali. Risposte che nel tempo sono cambiate e che continuano a cambiare… Sono le domande più radicali che ci si possa porre in questo momento. Non riesco a prendere sul serio chi dice: “sto dentro al sistema, ma voglio un po’ più di potere dentro quel sistema. Il sistema sostanzialmente va bene, ma quello che non lo fa andare bene è che Lui ha più spazio di me, un po’ più di potere”. Se questo è il tema: si salvi chi può. Le donne messe in posizione di potere in un sistema ‘bacato’ sono peggio degli uomini.

Ci sono tante questioni che vanno affrontate perché altrimenti sembra che le donne siano meglio degli uomini per definizione. Perché mai? Forse perché sono tenute ai margini?

Altro grande tema, esito di cent’anni di movimenti femministi mondiali, sollevato dalle protagoniste del #MeToo americano provocando un’onda d’urto pazzesca. Sono riuscite a collegare – ripeto non se lo sono inventato – l’Io al Noi, facendo sì che la donna che dice di sé e dice cose imbarazzanti e difficili da dire, non si presenti come una semplice vittima cui è possibile credere o non credere, e magari rinfacciare il ‘ritardo’ con cui ha deciso di raccontare ciò che le è accaduto.

Ogni volta che si subisce una discriminazione sul lavoro, una violenza sessuale, una molestia, un insulto o commento pesante, un’umiliazione – ognuna di noi ne ha da raccontare – mi dico che sarebbe utile domandare a se stesse: ma tu dov’eri? Di Asia Argento dicono: si è svegliata dopo ventuno anni. Ma non capita a tutte noi, leggendo le nostre vite col senno di poi, di arrivare a capire cose che in tempo reale non avevamo colto e che non avremmo saputo raccontare per quello che in realtà erano? Talora mi capita, ripensando a cose fatte o fattemi in passato, di capire che il mio silenzio di allora era solo una presunzione di libertà, un’autodifesa, un modo di costruirmi. Era vero quel che facevo allora ed è vero quel che ne so oggi. La vita è questo. Non si capisce quasi niente in tempo reale, soprattutto in campi delicati e complessi quali l’amore, il sesso, la politica.

Il #MeToo è riuscito a mettere in moto l’Io che dice di sé, in un avanti-indietro nel tempo, ricordando ricostruendo immaginando, e producendo il #We-Too, un soggetto politico collettivo ancor prima che plurale. Credo che qui in Italia quel po’ che si è mosso con documenti e manifesti abbia prodotto un Noi lievemente fasullo, perché dietro ad esso mancano gli Io. Non basta una firma sotto un documento per dire anch’io.

Si è anche nominato il documento delle giornaliste, venuto immediatamente dopo quello delle donne del cinema. È curioso che i documenti nascano attraverso le categorie professionali. Non è politicamente rilevante dire ‘anche noi ci siamo’ senza dire ‘dove e in che modo ci siamo’, Chi sono queste giornaliste? Cosa hanno fatto finora?

Sembra sempre che si abbiano le mani legate e che non si possa fare nulla. Invece si può, oggi come ieri. E questo luogo, come molti altri luoghi politici delle donne, lo dimostra.

Immaginiamo – come ha fatto qualche anno fa un film esilarante – che un giorno, a Los Angeles, tutti i lavoratori messicani non si presentino al lavoro. La città si paralizza, senza di loro la vita si ferma. Il tema è quello del ‘vero’ potere femminile: immaginiamo un atto di slealtà, complicato perché per l’appunto non siamo una categoria professionale. Immaginiamo una sottrazione simbolica di sostegno agli uomini, perché è lì che si può operare.

Recentemente ho visto il film di Tullio Giordana, Nome di donna, e il film di Francesca Comencini, Amori che non sanno stare al mondo. Giordana fa sempre lo stesso film trattando di temi sociali, dalla Meglio gioventù… atterra ora sul tema delle molestie sessuali sul posto di lavoro. Vorrei ragionarne con voi. Premesso che io non l’ho amato, premesso che ci sarebbe da capire ‘perché adesso’, grazie a questo film M. T. Giordana esce come il paladino di… di che cosa? Invece il film di Francesca Comencini, che cosa ci racconta, cosa sanno raccontare le donne di diverso dagli uomini, sempre che lo sappiano fare? Non ci raccontano, almeno in Italia, quasi mai altri mondi possibili e soprattutto non sembrano porsi il tema dell’invenzione di una forma diversa, di un più ragionato linguaggio cinematografico. Perché non siamo in grado di farlo?

Altro punto, riprendendo quanto detto da Ida Dominijanni la volta scorsa. Sembrerebbe solo una questione linguistica, ma non lo è. Di fronte alle molestie sessuali, invocare nuove leggi-punizioni espone a  un grosso rischio. Intrinseco al movimento #MeToo ci sarebbe il puritanesimo: la caccia alle streghe, la gogna, la vendetta, la rappresaglia. Quante volte abbiamo letto negli ultimi mesi che ‘si tratta di una nuova caccia alle streghe’? Ma – mi e vi domando – dove sono le streghe? Dove sono i comunisti nel #MeToo? Perché, se si adotta questa metafora, allora sembrerebbe che oggi i comunisti, i dissidenti o le streghe siano proprio i molestatori. Occorre ragionare bene, perché questo linguaggio è stato usato anche da alcune donne. Il rischio dell’accanimento c’è ed è pericolosissimo, ma come mai si usa una metafora storico-politica che non c’entra niente? Vorrei capire come si produca questo slittamento semantico, perché si adottino categorie discorsive che servono solo a produrre passività.

Il #MeToo non lo ferma più nessuno non solo perché si è liberato qualcosa nelle donne, ma perché si è liberato anche dell’altro.

Torno all’inizio: tutte noi abbiamo cose da raccontare. Perché non le raccontiamo? E, se le raccontiamo, come e perché le raccontiamo? Per me è questa la questione: che cosa ci impedisce di essere sleali nei confronti degli uomini e, quando è necessario, anche delle donne (si parla di molestie sessuali, ma pensiamo anche alle discriminazioni o competizioni professionali).

Noi siamo il Sistema, non siamo la parte sana del sistema in quanto donne. Siamo salve dal sistema non in quanto donne, ma in quanto donne che fanno qualcosa.

Nota: A Parigi le istituzioni pubbliche rincorrono il #MeToo a modo loro. La città è tappezzata di manifesti e in metropolitana distribuiscono pieghevoli dove si vede una donna alle cui spalle è in agguato un orso, uno squalo, o un lupo… e lo slogan è: Ne minimisons jamais le harcèlement sexuel. Victimes ou témoins, donnez l’alerte (Non minimizziamo mai la molestia sessuale, vittime o testimoni date l’allarme). Anche se le molestie, come sappiamo, sono per lo più roba domestica, da interno familiare… Avrei voglia di scrivere una protesta a nome di orsi, lupi e squali….

Conclusioni

Subito dopo il primo #MeToo, nell’ottobre del 2017, la scrittrice e attivista femminista Robin Morgan pubblica sul suo blog un articolo in cui dice che “sulla rivista Ms. è dal 1974 che le donne parlano di questi temi, violenze sessuali, discriminazioni sul lavoro… Sono stanca di considerarli tipping points, emergenze”. Il #MeToo statunitense ha avuto il merito di rivelarne il carattere sistemico. E, ad una cosa sistemica, non si può che rispondere in modo sistemico. Viene fuori un nuovo coraggio. Non rispondiamo: “vogliamo più potere”, ma “non vogliamo questo tipo di potere”. E non è un caso che lo dicano inizialmente donne potentissime all’interno del sistema.

A Rosaria Guacci che mi dice che il mio intelligente tentativo di de-costruire è depressivo, rispondo che io mi deprimo solo in assenza di intelligenza, quando c’è un blocco dell’analisi.

Lia Cigarini ha detto una cosa fondamentale: bisogna stare nel tempo della storia. Non si può prendere quello che è successo nel passato a esempio di ciò che accade oggi. Noi siamo reali in un tempo preciso, in uno spazio preciso, in una data classe sociale, con un certo colore della pelle… E allora temporalità, spazialità, intersezionalità sono categorie essenziali e lo sono proprio nel loro costante divenire. Alle spalle del #MeToo ci sono anni e anni di pratiche e teorie femministe, dice Lia, e ha perfettamente ragione. Ciò non toglie tuttavia che questo patrimonio storico sia rivisitabile all’infinito e non possa esser usato in modo statico. Il potere di Meryl Streep non è uguale a quello della cameriera d’albergo Nafissatou Diallo, che denunciò Dominique StraussKahn, all’epoca direttore generale del Fondo monetario internazionale. Anche in quel caso partì una denuncia – e siamo ben prima del #MeToo – che mise fine alla carriera politica dell’uomo. La questione dell’intersezionalità è davvero cruciale.

Alcune di voi hanno parlato di “portare l’esperienza femminile sul lavoro”. Ma di quale esperienza parlano esattamente? Ogni donna ha una sua specificità, ogni lavoro ha una sua specificità, mentre spesso va a finire che per ‘femminile’ si intende ‘materna’, ed è una finzione bella e buona.

Luisa Muraro sollecita uno sguardo positivo verso le donne, invitando a parlare bene delle donne pubblicamente. Ebbene io non sempre ci riesco, perché penso che ci siano donne e donne. Alcune hanno dimostrato di essere profondamente diverse da alcuni uomini. Perché ci sono anche uomini e uomini. È un problema politico crescere uomini e donne diversi da quelli che vediamo troppo spesso. Altrimenti è facile che venga fuori la locandina in cui gli uomini sono squali, porci… e le donne tutte Cappuccetto rosso.

Per chiudere, vorrei leggere l’incipit di un testo recente di Paul B. Preciado, perché mi sembra che ogni binarismo, incluso quello adombrato dal #MeToo, porti con sé la sua e la nostra rovina e non sia del tutto adeguato ai tempi in cui siamo:

“Signore, signori e tutti gli altri,

nel fuoco incrociato riguardo alle politiche di molestie sessuali, vorrei prendere la parola in quanto contrabbandiere tra due mondi, quello “degli uomini” e quello “delle donne” (due mondi che potrebbero non esistere ma che qualcuno si sforza di mantenere separati con una sorta di muro di Berlino di genere) per portarvi notizie dalla posizione di “oggetto trovato” o piuttosto di “soggetto perduto” durante la traversata.

Non parlo come uomo che appartiene alla classe dominante, la classe di quelli a cui è assegnato il genere maschile alla nascita e sono educati come esponenti della classe governante, quelli a cui si concede il diritto o meglio da cui si pretende (ed è una chiave analitica interessante) l’esercizio della sovranità maschile.

Non parlo nemmeno come una donna, visto che ho volontariamente e intenzionalmente rinunciato a questa forma di incarnazione politica e sociale.

Parlo da uomo trans e non pretendo in alcun modo di rappresentare un collettivo o una fazione. Non parlo e non posso parlare in quanto eterosessuale né in quanto omosessuale, benché io conosca e viva entrambe le condizioni, perché quando si è trans queste categorie diventano obsolete. Parlo come transfuga di genere, come fuggitivo della sessualità, come dissidente (magari maldestro, perché mi mancano codici prestabiliti) di un regime della differenza sessuale. Parlo come auto-cavia della politica sessuale che vive l’esperienza, ancora non tematizzata, di esistere da entrambi i lati del muro, e che a forza di scavalcarlo quotidianamente comincia a essere stufo, signore e signori, della rigidità recalcitrante dei codici e dei desideri imposti dal regime eteropatriarcale.”

(1) Questo intervento, trascritto e solo minimamente rimaneggiato, è un testo ‘parlato’ in assenza del corpo enunciante.


Introduzione all’incontro di Via Dogana 3 Diventa più grande l’orizzonte della politica, del 18 marzo 2018