Bani Khoshnoudi, “la società civile ha in sé molte possibili democrazie”
Cristina Piccino
11 Gennaio 2026

Regista, artista, attivista, Bani Khoshnoudi vive a Parigi. In Iran non è più potuta tornare dopo il suo film, The Silent Majority Speaks (2010) sulle rivolte del 2009 contro l’elezione di Ahmadinejad presidente. Nelle sue storie e nei suoi archivi che raccolgono le immagini delle lotte di iraniane e iraniani, continua a costruire una memoria della resistenza contro il regime.
Che eredità ha preso questa nuova protesta dal movimento Donna, vita, libertà? E in che modo ogni ondata di rivolta cambia la società iraniana?
C’è stata un’evoluzione a poco a poco nel modo di scendere in strada e di manifestare che è legata a trasformazioni importanti della società iraniana e del modo di pensare collettivo. Donna, vita, libertà in questo senso ha segnato un passaggio molto profondo, per la prima volta ha coinvolto tutto il Paese, non solo le città. E ha rotto il muro della paura: le manifestazioni sono andate avanti per otto mesi, la gente non aveva più paura del regime, di chiederne la fine, di gridare i nomi dei figli e delle figlie uccise o imprigionate.
Soprattutto è stato il movimento di una nuova generazione di ragazze, di donne che erano nelle prime file, di persone giovani, ventenni o poco più che hanno cambiato il paradigma rivoluzionario. Insieme ai curdi che sono stati protagonisti di azioni dirette spesso armate. Alla fine della rivolta la resistenza di Donna, vita, libertà non si è fermata: ci sono stati scioperi indetti dal sindacato dei trasportatori, che è molto forte, manifestazioni degli studenti, l’intera società è rimasta vigile e coinvolta. E questa è una differenza fondamentale che ci porta a oggi.
Abbiamo avuto altri momenti di protesta ma mai di tale unione e forza anche se credo che ogni volta si creassero delle fratture nella collettività. Il primo momento in cui si è vista tanta gente insieme in strada è stato nel 2009, poi nel 2019, anche allora la protesta era iniziata dalla crisi economica dovuta all’aumento dei prezzi della benzina. Il regime aveva tagliato internet come adesso per due settimane facendo un massacro, e poco prima gli Usa in Iraq avevano ucciso Soleimani. Oggi contro questa ennesimo crollo dell’economia le iraniane e gli iraniani si sono riuniti di nuovo, sono scesi in strada, e ci sono stati già centinaia e centina di uccisi. Eppure nelle immagini si vedono persone con bambini, anziani, è un caos organizzato. A differenza di quanto dicono le potenze straniere siamo già andati molto avanti, non c’è bisogno di alcun aiuto.
A questo proposito Trump ha minacciato di colpire l’Iran per “sostenere” le lotte dei manifestanti. Cosa ne pensi?
Le iraniane e gli iraniani non vogliono interventi internazionali, americani o inglesi, abbiamo una lunga storia su questo nel XX secolo, penso al colpo di stato nel 1953 [contro Mohammad Mossadeq, eletto democraticamente, che riportò lo scià Reza Pahlavi, ndr] e così la rivoluzione, pure se nata all’interno è stata in certe fasi indirizzata. Siamo molto critici verso l’interessamento di alcuni paesi, e gli interessi di un colonialismo economico e politico che ci sono dietro. Oggi una delle cose più inquietanti è la figura del figlio dello scià, Reza Pahlavi, che vive negli Stati uniti e si sta autoproponendo come garante politico nella transizione dei poteri. Non è amato in Iran e non è mai stato particolarmente attivo, ma sta cercando di far passare l’idea che l’obbiettivo di questa rivoluzione è rimettere al potere la monarchia. I suoi interlocutori sono Netanyahu e Trump che appunto minaccia di far cadere le bombe sull’Iran. Reza Pahlavi non ha alcuna legittimità di parlare in nome del popolo iraniano, tanto più che già suo padre era stato messo lì dagli americani e dagli inglesi, ma cominciano a circolare in rete video delle proteste in cui il sonoro è stato cambiato per sostituirlo con slogan a favore della monarchia. Sono manipolazioni che rendono però l’idea dei pericoli futuri possibili. Perché questa rivoluzione è nata ancora una volta dalla strada, dai mercati, i bazar, da una forza popolare; invece si sta cercando di inquinarla per portare il Paese di nuovo verso una soluzione autoritaria. La società civile in Iran è molto strutturata ma si vuole dimostrare il contrario. Ci sono molte possibili democrazie in Iran, Israele e gli Usa però non vogliono permettere che trovino la propria strada.
Khamenei ha promesso la pena di morte per tutti i manifestanti.
Sono capaci di tutto perché sanno che devono cadere. Però credo che nessuna azione violenta spegnerà la rivolta. E anche se ci sarà un vuoto di potere potrà servire a riflettere, dall’interno possiamo controllarlo. Mentre le bombe americane o israeliane o gli attacchi pilotati no, sono solo contro di noi.
(il manifesto, 11 gennaio 2026)