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È possibile oggi, ancora, riproporre e praticare l’autocoscienza, cioè quella potente invenzione politica che come una formula magica è stata alla base della miriade di gruppi che con la loro esistenza hanno dato vita al movimento femminista degli anni ’70?

Questa domanda, in maniera diretta o implicita, ha attraversato tutta la discussione che si è svolta nell’incontro della redazione aperta diVia Dogana 3 il primo di ottobre.

Mentre ascoltavo gli interventi continuavo a fare dentro di me il confronto tra “allora” e “oggi” e a cercare di capire perché in quegli anni l’autocoscienza si è imposta con tanta velocità e facilità, mentre oggi, pur riconoscendone l’importanza e il valore, se ne constata anche la difficoltà.

Le giovani chiedono a noi più anziane: come si fa a fare l’autocoscienza? In questa domanda c’è secondo me la grande differenza tra la situazione degli anni ’70 e quella di adesso.

Allora godevamo di un contesto molto favorevole: c’era/c’era stato il ’68.

Gli studenti e le studentesse del ’68, da pochissimo presenti in massa nelle università, si sono trovate/i nella condizione di poter esprimere tutto il loro disagio e la loro avversità verso un mondo dove la famiglia e la società erano un concentrato di autoritarismo e di divieti. Per le studentesse in particolare questo ha significato, insieme alla presa di coscienza rispetto alle disuguaglianze sociali, l’avvio di un processo di consapevolezza su di sé in quanto donne.

Questo “in quanto donne”è stata la chiave che ha aperto alla nascita del movimento. Mettere al centro il proprio essere donne è stato un gesto di profonda rottura rispetto al millenario oscuramento ed emarginazione che avevamo ereditato e noi stesse interiorizzato. Si è concretizzato nel riunirsi solo tra donne, cosa che oggi può apparire un po’ scontata perché le donne si sono fatte più spazio nella società e nel mondo. Allora invece suscitavamo riprovazione, sospetto, incomprensione o ilarità.

Per i “compagni” dell’Università di Sociologia di Trento dove allora ero andata a studiare, l’allontanamento di quasi tutte le donne dalla politica del movimento studentesco è stato un trauma, una cosa incomprensibile perché le relazioni erano amichevoli, piacevoli, improntate prevalentemente al rispetto e alla stima. Ma noi ragazze, senza ripensamenti, avevamo bisogno di “una stanza tutta per noi”.

La forza di questo gesto di separazione ha reso spontaneo/privo di artificiosità quello che avveniva nel gruppo di autocoscienza e il metodo degli incontri. Chi voleva si metteva in gioco parlando di un problema legato all’essere studentessa – cioè di sesso femminile – e questo apriva lo scambio e il confronto fra tutte per rielaborare, oltre le proprie percezioni e proiezioni la specificità di una condizione di sottomissione che ci accomunava e che volevamo smantellare. A questo proposito, i documenti delle donne americane e quelli di gruppi di donne italiane preesistenti al movimento delle studentesse (DEMAU, Rivolta Femminile) ci hanno fornito contenuti fondamentali.

Questo ha avviato un processo di cambiamento che ha avuto grandi conseguenze sul piano personale e sociale.

Oggi non è più così.Tante, troppe cose sono cambiate perché si possa riprodurre tout-court questa onda spontanea e gioiosa che portava a riunirsi, aggregarsi, prendere la parola, agire. E produrre vistosi cambiamenti nella società.

Il contesto adesso, per un insieme di ragioni, è molto più complesso. Non c’è più quel clima sociale favorevole, quell’energia che ha caratterizzato gli anni ’70, che ha funzionato da motore del cambiamento, favorendo così “il nuovo” e anche la nascita di quel movimento di donne.

Inoltre, non c’è più la necessità e l’urgenza che sentivamo allora e che ci aveva così motivato,proprio perché le conquiste fatte hanno aperto spazi (o sprazzi) di libertà femminile prima inesistenti. D’altra partequelle che per noi “vecchie” sono state grandi conquiste, per chi allora non era neppure nata sono qualcosa di “naturale”, scontato. È il mondo (migliore) che hanno trovato.

Questo non vuol dire che non ci sia più presenza attiva, visibile e politica delle donne nella società. Basti pensare al Metoo, dove la presa di coscienza delle donne che hanno denunciato e la dinamica di contagio mondiale che ne è derivata ricorda moltissimo quel che è avvenuto negli anni ’70. E ancora, la denuncia e la lotta contro la violenza dei maschi (molestie e femminicidi) è una bandiera intorno alla quale si riempiono le piazze in tutto il mondo. È di pochi giorni fa l’ondata di riprovazione che ha suscitato, non solo in Spagna, il “bacio rubato” alla calciatrice della Nazionale femminile dal presidente della Federcalcio.

Purtroppo queste azioni tendono a risolversi in leggi contingenti, deboli, spesso inutili e fatte male da maschi e anche da donne che non amano riconoscersi come donne. Sono leggi incapaci, per loro natura, di operare a una reale modificazione della cultura e dei comportamenti diffusi. Anzi, il panorama attuale ci restituisce una situazione davvero critica dove addirittura si tenta di portare indietro le cose e smantellare le preziosissime conquiste fatte dal movimento delle donne.

Se quanto detto può mettere a fuoco alcuni aspetti delle difficoltà soggettive che complicano oggi il “risorgere” dei gruppi di autocoscienza nella forma esatta di com’era agli esordi del femminismo degli anni ’70, che dire del fatto che questo dovrebbe realizzarsi in una società grandemente diversa da quella di cinquant’anni fa? Una società dove la rivoluzione tecnologica – questa sì – ha cambiato modalità di comunicazione, di relazione, di lavoro e di organizzazione? Un mondo dove altri problemi che in quegli anni poco ci sfioravano, come il cambiamento climatico e lo spostamento di grandi masse di persone sul pianeta, oggi si impongono come una realtà quotidiana e urgente?

Quindi, in questo contesto cosa può voler dire riproporre o continuare a fare l’autocoscienza?

Quello che ho capito con la discussione avvenuta nella riunione del Via Dogana 3 si sintetizza per me in questi punti:

– l’autocoscienza, cioè il partire da sé per andare oltre sé come metodo e forma di pensiero, è ciò che intendiamo/continuiamo a intendere come base del “fare politica”, tutta la politica, non solo quella che riguarda le donne;

– oggi gli strumenti a disposizione per fare politica si sono moltiplicati, per tutti e anche per noi donne. Questa è una meravigliosa opportunità e un vantaggio, ma anche un possibile ostacolo. È un vantaggio perché ci permette una capillarità prima sconosciuta di realizzare forme nuove di organizzazione e di scambio attraverso i social, i siti, le reti, le piattaforme, le riunioni a distanza. Ne parlavano le più giovani nell’incontro, che infatti hanno realizzato dei podcast, hanno aperto siti e sono attive sui social. È invece un ostacolo se l’incontro in presenza, in carne e ossa, viene relativizzato o del tutto scavalcato.

Parliamone ancora per andare avanti.