Ségolène Royal, candidata alle elezioni presidenziali francesi nel 2007, ministra dell’ambiente (2014-2017) e variamente impegnata nella vita pubblica, nel 2018 ha pubblicato un libro dal titolo Ce que je peux enfin vous dire (Quello che finalmente posso dirvi). Questa la sua motivazione: “Nel momento in cui la parola delle donne finalmente si libera, molte mi hanno chiesto di esprimermi su quello che, in politica, una donna subisce in silenzio. E un numero crescente di uomini mi dice: parli per le nostre figlie, compagne, sorelle. Perciò mi sono concessa questo diritto di dire, e questo diritto è diventato presto un dovere”. Il giorno 7 febbraio 2019 Ségolène Royal è stata invitata a parlare da espace@desfemmes.fr a Parigi.
(https://www.espace-des-femmes.fr, 31 gennaio 2019)
di Gaetano Scippa
Il documentario biografico Matangi / Maya / M.I.A. è una riflessione sull’immigrazione e sulla società multiculturale dove musica, arte e impegno politico crescono insieme.
“Ci usano come capri espiatori per la Brexit, per costruire un muro, ma la gente si è sempre mischiata, spostata ed è per questo motivo che accadono cose interessanti”. Potrebbe riassumersi in questa affermazione di M.I.A. sull’immaginario dei migranti e sulla mescolanza come risorsa il senso del documentario biografico Matangi/Maya/M.I.A., che la ritrae da ragazzina immigrata nella Londra dei primi anni Novanta fino alla popstar di fama mondiale come la conosciamo oggi.
Il biopic sulla rapper anglo-cingalese, dopo il premio speciale della giuria all’ultimo Sundance film festival e altri riconoscimenti internazionali, è arrivato anche in Italia, proiettato in anteprima al Biografilm di Bologna e poi al Festival Mix di Milano in attesa di essere distribuito da I Wonder Pictures. Estratto da oltre 700 ore di registrazioni personali fatte negli ultimi 22 anni dalla stessa Maya Arulpragasm e dai suoi amici più cari, tra cui il regista del documentario Steve Loveridge, Matangi/Maya/M.I.A. mostra il percorso umano e artistico della cantante, portavoce inconsapevole ma indipendente di un’intera generazione post-globale.
Il successo di un’immigrata di periferia
Fuggita dalla guerra civile dello Sri Lanka con la sua famiglia prima di compiere dieci anni, Maya si trasferisce in India e poi nel Regno Unito, lasciando dietro di sé il padre e i suoi presunti legami con il controverso gruppo ribelle delle Tigri Tamil. Cresce da rifugiata e con pochi mezzi in un complesso residenziale nella periferia sudovest di Londra, dove non parla l’inglese e viene presa in giro a scuola, ma da cui assorbe suoni e visioni. Il filmato ben descrive il momento in cui l’artista, traendo ispirazione dalle proprie radici, crea l’alter ego M.I.A. dove incanala le molteplici sfumature della sua identità.
La sua musica nasce dal mash-up tra la determinazione per la causa Tamil, le sperimentazioni condotte da studentessa alla scuola di belle arti, i ritmi hip hop, internet e le rivendicazioni della generazione multiculturale da cui proviene. Inseparabile dalla sua videocamera digitale, che la accompagna anche durante le battaglie con l’industria discografica e i media, M.I.A. cresce di pari passo con la sua fama diventando uno dei personaggi più schietti, provocatori ed enigmatici – in quanto non ancora pienamente compresa in tutta la sua complessità – su cui discutere nel mondo della musica.
Ritratto di un’antieroina contemporanea
Il racconto di Loveridge, che è stato in cantiere sin dal 2011 con il rischio di non vedere mai la luce, dipinge un personaggio pieno di contraddizioni e umanità, un’attivista sempre pronta a esprimersi contro l’oppressione e a richiamare la giustizia. Dalle riprese d’archivio e dalle interviste ad artisti tra cui Diplo, Kanye West, Spike Jonze e Richard Russell della XL, M.I.A emerge come l’archetipo di un’antagonista che, nonostante i traguardi raggiunti, il successo e la ricchezza, continua a lottare per l’inclusione e il riconoscimento delle differenze, siano esse di genere, etnia, credo religioso o provenienza geografica.
«Ho sempre bisogno di portare le storie dei migranti nel mio lavoro perché sto cercando di dargli un senso”, dice a un certo punto l’autrice di Borders. Mentre, in un videomessaggio rivolto al pubblico italiano, sottolinea l’importanza di vedere il film in Italia perché, più che in qualsiasi altro paese, abbiamo bisogno di “umanizzare i migranti».
(www.lifegate.it 27/6/2018)
Gruppo di pratica di Storia Vivente di Pinerolo
Rompere il silenzio
Rompere il silenzio. Trovare parole nostre per dire di noi, della nostra storia e dunque mettere al mondo il mondo senza tacitare il nostro essere donne.
Per Lia Cigarini lo scacco del silenzio va visto, sperimentato e attraversato per capire che circolano parole e pensieri che non sono nostri, che non ci corrispondono, ma il passo successivo è: anche balbettando, trovarne di nostre.
Sappiamo, però, che per arrivare a rompere il silenzio e prendere la parola partendo da sé, dando valore alle proprie esperienze, sono necessari dei passaggi interiori, dei cambiamenti profondi. Pensiamo che, se non si compie questo salto in avanti, il rischio è di restare sulla soglia di quel vuoto senza attraversarlo.
Clarice Lispector, ne La Passione secondo GH, quando parla del grande crollo di tutta una civiltà di cui lei ha fatto parte e del deserto che si è venuto a creare, descrive il suo risorgere come un cammino, barcollante ma liberatorio, in quel vuoto.
Stare immobili sulla soglia crea invece una condizione di inconsistenza paralizzante. Questo può accadere soprattutto quando non riconosciamo nell’altra un riferimento, un appiglio solido a cui aggrapparci mentre si fanno i primi passi sulle proprie gambe e non ci sono donne grandi, che spendono il loro di più in autorità circolante, che aiuti a crescere e acquisire autonomia.
Per creare nuova realtà condivisa non è sufficiente, quindi, condividere testi e parole di altre donne, ma è necessario attraversare quel vuoto da cui siamo partite e trovare soggettivamente il pensiero che sa decifrare ciò che sentiamo, in relazione con le parole e con i corpi (in carne e ossa) delle altre donne.
Riflettere sulla propria esperienza significa darle un senso, cioè creare simbolico: è nella narrazione che si scopre il senso di quello che si è fatto e che si sta continuando a fare. È un lavoro politico più impegnativo, certamente, che può generare anche conflitti e separazioni, ma può portare vita, espressione dei nostri desideri più profondi, immaginazione creativa, proposte per il futuro…
Abbiamo visto quante incomprensioni, quanti equivoci, quanto dolore e conflitto ha creato il libro di Mira, eppure non si può negare che esso rappresenta la rottura da parte di una donna di un silenzio di cinquant’anni, tanti ce ne sono voluti per trovare le parole non consumate, perché le “viscere” di cui parla la Zambrano si aprissero e generassero verità scomode.
Cosa che è accaduta anche con il me-too, del resto.
La donna e il prete di Mira Furlani è per noi un esempio di storia vivente, che significa, secondo le parole di Marirì Martinengo, «estrarre dalla propria interiorità l’esperienza femminile e darle parola e poi scrittura, significa narrare la storia dei condizionamenti violenti imposti alla vita delle donne dall’organizzazione simbolica e sociale patriarcale, acquistarne consapevolezza e contemporaneamente studiare il modo di mettere al mondo le vie per sottrarvisi, avviando un movimento politico e storico in cui vi siano libertà e autorità femminili. Proponiamo una storia a partire da sé – valida per donne e uomini – da un sé profondo che la filosofa María Zambrano e la storica María Milagros Rivera Garretas chiamano le viscere.»
Ci piace concludere con le parole precise tratte dal documento di apertura del Convegno di Milano, del 28 gennaio 2018: «Anche noi, dunque, a partire da desideri, interrogativi, pensieri e a partire dalla relazione preziosa tra di noi, che ci ha dato forza in una ricerca che ha trasformato radicalmente la nostra spiritualità, sostenendo la nostra libertà, possiamo iniziare un lavoro di scrittura in cui emerga la nostra storia vivente».
Senza avere la pretesa della perfezione, come dice Paola Cavallari: «Il perfezionismo è infatti un meccanismo maligno, che blocca la creatività femminile, spesso un alibi – come Antonietta Potente non si stanca di ripetere – che ci inchioda nella ripetizione inesausta della sfiducia in noi, depotenziandoci. Dire le cose con parole che rispondono alla nostra esperienza è agire la vita a cominciare da quella narrazione della Storia che non possiamo demandare ad altri/e: è un destino cui siamo chiamate».
Storia vivente e donne in ricerca
Più volte è stata espressa dai gruppi donne delle Cdb in collaborazione con Donne in ricerca di Padova e Ravenna, Identità e Differenza, Graal-Italia, Thea teologia al femminile, l’esigenza di fare storia della nostra esperienza «uno degli esperimenti più duraturi e continuativi della chiesa delle donne in Italia»[1].
In un primo tempo l’obiettivo per noi era di acquisire la capacità di narrare, intrecciando i percorsi soggettivi alla storia e ai fatti e chiarirci come realizzare il progetto restando fedeli alla nostra esperienza. Non volevamo un’autocelebrazione del nostro percorso, come se fosse un’esperienza conclusa, bensì la testimonianza dell’intreccio di ricerche e pratiche avvenute in relazioni efficaci e trasformative, dentro le diverse realtà e negli specifici contesti. Tutto questo dando parola anche ai conflitti e ai cambiamenti, senza tacere delle diversità, delle difficoltà, dei nodi non risolti.
Dentro di noi si muovevano molte domande. È stato possibile fare una ricerca dentro le Cdb, parlare con verità? Quali conflitti ha aperto e quali sono state le conseguenze? Quali relazioni sono state necessarie per acquisire forza e autorità? Che senso ha avuto far nascere gruppi di donne delle Cdb? Quanta forza abbiamo saputo darci reciprocamente? Quanta autorità femminile circolante e quanto affidamento nelle nostre relazioni ci hanno sostenute nei momenti di difficoltà e che ricadute visibili ha avuto, nei contesti misti, la nostra pratica teologica? Ha modificato gli immaginari di dio, le celebrazioni? Questo percorso è visibile solo dove la riflessione è stata assunta anche dagli uomini attraverso l’autocoscienza maschile e i gruppi uomini?
Di fronte alla difficoltà di narrare un percorso trentennale originale e complesso, c’è stata anche la tentazione di dare i nostri materiali a un’esperta esterna, che sapesse, con sguardo distaccato e oggettivo, trarre da tanta ricchezza una storia ben narrata. Molto presto, tuttavia, è emersa l’incongruenza di questo metodo per donne come noi che, in tutti questi anni, si sono sforzate nelle loro pratiche di mettere in connessione ciò che il patriarcato ha scisso: mente e corpo, ragione e emozioni, pubblico e privato, personale e politico. In questo percorso noi ci siamo state tutte intere, con una modalità femminile che pertanto nessuna, meglio di chi l’ha sperimentata, può sapere e narrare. Questi trent’anni in fondo sono stati spesi proprio per trovare le parole per dirlo. Quelle parole che dagli anni ’70 del Novecento le donne non hanno smesso di cercare in ogni ambito, poiché in una civiltà che si fondava sulla loro esclusione a vantaggio degli uomini, alle donne mancavano parole in lingua materna per dire il mondo, la cultura, l’arte, la scienza, la politica e anche la spiritualità.
Questa ricerca di parole e di significati nuovi, che continua ancora oggi, è avvenuta, come dice Elena Lobina della Cdb di S. Paolo di Roma, «in 22 incontri nazionali nei quali si è dipanato un percorso fatto di ricerca teologica, laica, politica, riappropriazione di espressività liturgiche, coinvolgimento dei corpi, avendo come punto fermo la coscienza dell’essere sessuate al femminile e il partire da sé». E conclude: «Questa, per me, è la storia che vogliamo raccontare: intreccio tra la storia personale di ciascuna nel contesto del proprio ambito di vita e di attività e la eccezionale (a mio avviso) esperienza comune che da quelle singole storie nasce, ma che ha assunto nel suo realizzarsi una più vasta, globale significanza politica, sociale, religiosa, che le conferisce già per il suo stesso esistere una dimensione storica»[2].
Alcune di noi hanno sentito vicina alla propria ricerca di parole che dicano il senso libero della differenza femminile, in una relazione di affidamento tra donne, la pratica sperimentata dalla Comunità di storia vivente di Milano. Così, in seguito alla partecipazione di Doranna Lupi al Convegno sulla “Pratica della storia vivente” dell’11 marzo 2017 nella Libreria delle Donne di Milano (http://www.libreriadelledonne.it/convegno-sulla-pratica-della-storia-vivente-2/), è nata la proposta di costruire una giornata seminariale con la Comunità di storia vivente, il 28 gennaio 2018 presso la stessa Libreria delle donne – Circolo della Rosa.
All’incontro hanno partecipato, oltre a Luciana Tavernini con cui c’è stato un continuo contatto, Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Laura Modini e Marina Santini della Comunità di Storia Vivente, un gruppo consistente di donne appartenenti ai Gruppi donne delle Comunità di Base cristiane italiane, il Graal-Italia, la Sororità di Mantova e Thea-Teologia al femminile di Trento[3].
È stato in questa occasione che noi che scriviamo abbiamo capito che la pratica di storia vivente ci indicava una modalità per andare oltre e l’abbiamo fatta nostra; cosa che, ovviamente, non esclude affatto che altre donne ne ricerchino e ne pratichino altre.
Marirì Martinengo scrive:
«La radice della nostra pratica è l’autocoscienza degli anni settanta, che aveva un suo progetto politico; la storia vivente ne ha un altro; il metodo, la pratica, è quello di andare a fondo dentro di sé fino ad individuare il nucleo, il nodo profondo che ha fatto di ciascuna di noi quello che è diventata: il narrarlo e lo scriverlo ne è la storiografia. L’esposizione, prima orale poi scritta, di quanto viene fuori, va contestualizzata (questo è il punto chiave!) e legata saldamente con i fatti di cui dicevo sopra. Occorre rifuggire dallo psicologizzare e mantenersi ancorate/i al terreno della politica»[4].
La storia vivente è, dunque, una pratica di donne in relazione, che si autorizzano a narrare la storia partendo da ciò che sentono, vivono, desiderano profondamente. Si procede partendo da nodi soggettivi, indagando la propria vita, il proprio percorso con le altre e connettendolo agli eventi, ai fatti storici che l’hanno attraversato. Questo esce dai canoni della storia oggettiva, dal modo maschile di far memoria esclusivamente attraverso fatti pubblici e documenti, e dà vita a una storia incarnata che si propone di dare senso al vissuto, mantenendo la passione per la storiografia, lasciando aperte le questioni, acquistando uno sguardo diverso sulla storia. In questo senso sono state illuminanti le parole che Luciana Tavernini, del gruppo di Milano, ci ha scritto in una delle sue mail:
«Fare pratica di storia vivente significa scrivere una storia dove si rivela innanzi tutto a se stesse qualcosa che ci è accaduto e ci ha fatto essere quello che siamo, qualcosa che spesso ha fatto ostacolo alla nostra libertà perché ci ha imprigionate in un’interpretazione di quanto accaduto che percepiamo non vera, ma non siamo ancora in grado di proporne un’altra. Il racconto di storia vivente, proponendo una nuova interpretazione, libera prima di tutto la singola facendola portatrice di una verità soggettiva che, diventando pubblica, può essere condivisa da altre e altri e così diventare universale. Penso che, portando alla luce il non detto, parlerete anche dell’esperienza delle Cdb, perché ha avuto grande spazio nelle vostre vite, come è accaduto a molte di noi col femminismo nei racconti di storia vivente.»
Siamo consapevoli, dice Paola Zanchi del gruppo donne in ricerca di Verona, che la via da seguire è quella del partire da sé e che richiede «responsabilità di presenza e di sostanza, imparare a rompere il silenzio interiore, trovare parole nuove e diventare autrici di storia della propria storia. Questo richiede dei cambiamenti, vuol dire mettersi in discussione, per sbrogliare il proprio groviglio interiore e far emergere la propria soggettività».[5]
Convinte della bontà di questa pratica e rafforzate anche da queste e altre affermazioni, a Pinerolo abbiamo dato vita a un gruppo di storia vivente del quale fanno parte Luisa Bruno, Carla Galetto e Doranna Lupi del gruppo donne Cdb Viottoli di Pinerolo, Pinuccia Corrias, nostra iniziatrice al pensiero della differenza, Mariarosa Filippone del gruppo donne della Comunità di Oregina di Genova e Anna Turri del Gruppo di ricerca femminile di Verona.
Ci siamo già incontrate tre volte e negli interventi che seguono proviamo a darvi qualche assaggio di questa breve ma fruttuosa esperienza che, pur mantenendo come orizzonte l’esigenza che ci ha mosse, non si pone obiettivi immediati. Pensiamo, infatti, sia importante individuare i nodi da dipanare con pazienza e cura, prendendoci il tempo necessario, ponendoci domande e confrontandoci ciascuna a partire da sé. Eppure già adesso qualcosa è accaduto e molte sono le chiarezze e i doni che abbiamo ricevuto da questo nostro stare insieme.
Indicazioni bibliografiche sulla pratica della Storia Vivente
– Comunità di Storia Vivente di Milano (a cura), La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi (Testi di: Marirì Martinengo, Marie-Thérèse Giraud, Laura Modini, Giovanna Palmeto, Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, María-Milagros Rivera Garretas, Rosy Daniello, Adele Longo, Anna Potito, Katia Ricci), Moretti &Vitali, Bergamo, 2018.
– Il documento fondante della Storia Vivente è il libro La voce del silenzio. Storia di Maria Massone donna sottratta di Marirì Martinengo (ECIG, 2005).
– Documenti e testimonianze di questi dieci anni di ricerca sono pubblicati sul sito della Libreria delle donne di Milano in Approfondimenti / Storia Vivente: http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/
– Su DWF-Edizioni Utopia-La pratica della storia vivente, n. 3 2012, si possono conoscere gli scritti di alcune di noi: Laura Minguzzi, «La storia respinta, storia come vita significante», pp. 23-29; Marina Santini, «Il volto ambiguo della preferenza. Un percorso storico», pp. 30-34; Luciana Tavernini, «Gli oscuri grumi del disordine simbolico», pp. 35-45 (acquistabile alla Libreria delle donne di Milano) http://www.dwf.it/dwf-la-pratica-della-storia-vivente-2012-n-3-95/
– In spagnolo si trovano sul n. 40/2011 di Duoda, leggibile in internet: http://www.raco.cat/index.php/DUODA/issue/view/17988
– Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Fare Storia Vivente, ed. Libera Università dell’economia sociale e degli scambi, Mag, Verona, 2012
– Marirì Martinengo, «Me llama desde siempre: la respuesta a la llamada», in Duoda, Estudis de la Diferencia Sexual. Estudios de la Diferencia Sexual, Universitat de Barcelona, 49, 2015, pp. 68-94, leggibile anche in internet: http://www.raco.cat/index.php/DUODA/article/view/299359;
in video: http://duodaub.blogspot.it/
– La pratica della storia vivente – Atti dell’incontro del 26 settembre 2014, a cura delle Vicine di casa di Mestre, (2015) In cartaceo c/o Libreria delle donne di Milano e ora pubblicati nella Biblioteca Virtuale Duoda (BViD) con il prologo di María Milagros Rivera Garretas. Leggibili anche in internet:
in italiano: http://www.ub.edu/duoda/bvid/text.php?doc=Duoda:text:2016.12.0010
in spagnolo: http://www.ub.edu/duoda/bvid/text.php?doc=Duoda:text:2016.12.0009
[1] Elizabeth Green, La chiesa delle donne, in: XXIII Colloquio Istituto Costanza Scelfo. Le donne e la riforma della Chiesa, a cura di Cettina Militello e Serena Noceti, EDB, Bologna 2017
[2] http://www.Cdbitalia.it/gruppidonne/2018/04/15/storia-vivente-22-febbraio-2018-2/
[3] http://www.Cdbitalia.it/gruppidonne/2018/04/09/incontro-sulla-pratica-della-storia-vivente-milano-28-01-2018/
[4] http://www.libreriadelledonne.it/sul-convegno-di-storia-vivente-dell11-marzo-2017-una-giornata-di-festa/
[5] http://www.Cdbitalia.it/gruppidonne/2018/04/15/storia-vivente-3-marzo-2018/
(Viottoli, 2/2018)
di Luisa Muraro
Anni fa, nella campagna piemontese, un ragazzo di leva (la leva militare esisteva ancora) uccise una ragazza con la quale si era appartato a fare sesso. La massacrò con una bottiglia rotta trovata sul posto. Di lei non sappiamo niente tranne che era giovanissima e che era africana. «Perché lo hai fatto?» gli chiesero i carabinieri. «Perché quando lo ha visto si è messa a ridere».
La ragazza uccisa perché aveva riso della piccolezza del membro virile del suo “cliente”, evidentemente non aveva esperienza. E non sapeva, né avrà mai il tempo d’imparare, che cosa vogliono, al novanta per cento, gli uomini che pagano per fare sesso, da Berlusconi al più sprovveduto degli adolescenti: essere rassicurati al cento per cento che sono veri maschi.
Il resto è letteratura, come si dice. Ed è proprio così, perché la letteratura, anche quella grande, e il cinema, anche quello di qualità, raccontano tante storie di prostituzione femminile che sono fasulle. Storie fasulle ma autentico aiuto all’insicurezza sessuale degli uomini così come al bisogno sociale di fare finta che non è questo il problema.
Tra queste storie è nota quella di Pretty Woman, un film del 1990 con Richard Gere e Julia Roberts. Tento di farne un riassunto: racconta il caso di un miliardario annoiato che, per finire, s’innamora di una donna che, da lui presa al suo servizio 24 ore su 24 per una settimana, doveva fare finta di essere quella che non era… Se mi chiedete che cosa lei fosse e che cosa doveva fingere di essere, non saprei rispondere, sono i misteri della prostituzione femminile nell’immaginario maschile. Ma nella fiction la pretty woman se la cava benissimo e alla fine sarà una donna felice. Il film è stato un grande successo.
Il mito Pretty Woman s’intitola l’inchiesta condotta da Julie Bindel sul mercato del sesso ai nostri giorni. Sottotitolo: Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, editrice VandA per l’edizione italiana curata da Resistenza femminista.
Chi è Julie Bindel? Il libro dà qualche notizia, per esempio che è una giornalista britannica rinomata per le sue inchieste. Dalle sue parole risulta che è una femminista, sensibile al fatto di vivere in una civiltà che attribuisce agli uomini un potere sulle donne, potere che si esercita anche con la violenza. Secondo lei, pagare per avere a disposizione il corpo di un essere umano è una forma di violenza grave. Come Rachel Moran, pensa che la prostituzione sia uno stupro a pagamento.
Non scrive il libro per dimostrare queste cose, di cui è già convinta, così come lo sono, per l’essenziale, molte altre donne, fra cui la sottoscritta, e quegli uomini, quanti non so, che ci hanno riflettuto. Il libro è una grande inchiesta durata anni che Julie Bindel conduce per documentare quello che capita sul mercato del sesso in vari paesi del mondo. La sua attenzione è rivolta costantemente a valutare l’ordinamento giuridico del paese (proibizionista, pro-regolamentazione, anti-regolamentazione) alla luce dei vantaggi/danni/pericoli per le donne, la loro sicurezza e la loro libertà. Personalmente, lei sostiene il modello nordico creato nel 1999 dalla Svezia con una legge che non reprime la prostituzione in sé ma scoraggia il mercato del sesso reprimendo la domanda. Chiama abolizionista questa posizione.
Julie Bindel non conosce e quindi non discute l’ordinamento italiano basato sulla legge Merlin, che, al pari della legge svedese, non reprime la prostituzione in sé, ma che, diversamente da questa, non reprime neanche la domanda. E, per scoraggiare il mercato, ricorre alla repressione dei comportamenti di persone terze che si inseriscono nello scambio sesso-denaro avendo da questo qualche vantaggio, che si tratti dello sfruttatore o della padrona d’albergo. Legge geniale, messa in un delicato equilibrio, di cui c’è da temere che qualcuno voglia “migliorarla”. Con ciò non sono contraria al confronto con la legge svedese, anzi, purché fatto con cognizione di causa.
Il libro di Julie Bindel, in questo senso, è utile. Lo è ancor più in quanto esercita l’indispensabile funzione della carta stampata in un’epoca di enormi flussi d’informazione per via digitale, la funzione cioè di selezionare le notizie e di disegnare delle mappe di orientamento. Leggendo Il mito Pretty Woman ripensavo alle affascinanti battaglie di Anghiari dipinte da Vittoria Chierici (v. la rivista “Via Dogana” n. 68, marzo 2004). Al centro dei dipinti c’è una mischia: è la battaglia per lo stendardo, mi ha spiegato la pittrice. Anche nel libro della Bindel è riconoscibile in posizione centrale una battaglia, ed è quella della narrazione, secondo l’espressione che fa da titolo al testo di Lia Cigarini sull’ultimo Sottosopra.
Qui, nella Bindel, la battaglia è fra i banalizzatori da una parte, che dicono furbescamente: prostituirsi è un lavoro come tanti, anzi in certi casi è un servizio sociale. E, dall’altra, chi la sente invece come una grave ferita ai rapporti tra donne e uomini.
Questo tipo di battaglia, sempre più frequente nel regime del vero/falso del sec. XXI, è centrale nella politica del simbolico. Ma, perché valga la pena di combatterla e vincerla, c’è una condizione. Ed è che non affidiamo il suo esito soltanto a criteri esteriori. Il campo di battaglia non si riduce all’opinione pubblica e al conteggio dei voti o dei like, la vittoria nella battaglia della narrazione si raggiunge con parole che interpretano un sentire profondo e condiviso, quello di donne che desiderano il meglio per sé e di uomini che prendono coscienza.
Anche Julie Bindel cerca queste parole e offre a chi legge le conoscenze indispensabili non per schierarsi pro o contro ma per formulare le domande giuste nel modo giusto. Tra le domande, ne riporto una che sorge bruscamente nel capitolo intitolato «L’uomo invisibile». Dall’inchiesta di Bindel risulta che gli stessi compratori di sesso (i cosiddetti clienti) ammettono talvolta di avere (spesso?) comportamenti indegni o violenti con le donne. Domanda di lei: «Allora perché c’è così tanto sostegno nei confronti del compratore di sesso da parte della sinistra liberale?». Non è una domanda qualsiasi. Riguarda, infatti, una cultura politica di uomini, donne non escluse, che si è allontanata dal sentire comune per essere moderna, progressista, spregiudicata, all’avanguardia dei nuovi diritti. E si ritrova senza antenne per captare gli umori e i sentimenti di quelli che non fanno moda, tagliata fuori dalle sue risorse originali e, in definitiva, perdente. Sfogarsi sulla misoginia dell’avversario (o, tipica variante, sul suo razzismo) è inutile. Il partire da sé non è intimismo, è politica. Ma che sia un vero partire per andare verso l’aperto, e non un gingillarsi con le proprie buone ragioni.
(www.libreriadelledonne.it, 25 gennaio 2019)
di e con Lucilla Giagnoni
collaborazione ai testi Maria Rosa Pantè
musiche Paolo Pizzimenti
luci e video Massimo Violato
assistente alla regia Daniela Falconi
«Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile,
ma qualcosa per sé,
qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine,
ma solo a vita reale: l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore,
la muterà dal fondo,
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste,
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.»
Rainer Maria Rilke
Come artista il mio compito dovrebbe essere interrogare e interrogarmi, più che dare risposte. Ogni mio spettacolo è il tentativo di dare una risposta alle domande lasciate aperte dallo spettacolo precedente e di porre sempre nuove domande. Per questo un filo lega tutti i miei lavori, da quando, nel settembre del 2001, alla visione delle Torri gemelle, ho maturato lo spettacolo “Vergine Madre”, il primo della “Trilogia della Spiritualità”, fino a quest’ultimo che chiude la “Trilogia dell’Umanità”, “Magnificat”.
Da Vergine madre a Magnificat: il filo rosso è una preghiera che, forse, porta una risposta.
I grandi testi su cui ho lavorato, dalla Divina Commedia alla Bibbia, ci parlano dell’essere umano come una creatura mancante, desiderante, facendoci intuire che qualcosa in questo nostro mondo è stato trascurato, abbandonato e, alla fine, esiliato. Perciò ne sentiamo la mancanza.
In Vergine madre dicevo che sentiamo nostalgia di Dio.
Non so cosa sia ciò che chiamiamo Dio.
Ma ora so che c’è una forza vitale, capace di generare e perciò divina, che è anche parte di noi, di cui sentiamo la mancanza, a cui è molto difficile dare un nome ma che possiamo chiamare il “Femminile”. Che cosa sia questo “Femminile” lo spiega bene Dante nelle terzine della preghiera/poesia alla Vergine del XXXIII canto del Paradiso, l’ultimo della Commedia: “Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura”. Il “Femminile” è quella forza che può fare l’impossibile, unire gli opposti, dare armonia ai contrari. Figlia e Madre, è relazione, nel bene e nel male.
Nell’ultimo mio lavoro “Furiosa mente” racconto che dall’essere mancanti e irrisolti emerge la necessità di essere in relazione, “in connessione” gli uni con gli altri, (il Femminile) ma anche la necessità di “combattere”, di agire sulla realtà per trasformarla (il Maschile): gli orientali conoscono meglio di noi queste due realtà, le chiamano Yin e Yang, e sanno che devono essere in armonia.
Ma queste due forze, “Maschile” e “Femminile”, negli ultimi millenni, noi esseri umani, che ci siamo chiamati Homo sapiens e non Donna sapiens, le abbiamo messe in contrapposizione, facendo sì che il “Maschile” soffocasse sempre più il “Femminile”, creando una condizione patologica, votata alla distruzione, di guerra perenne, spacciata per inevitabile e connaturata all’essere umano.
MAGNIFICAT
“Femminile” e “Maschile” sono degli archetipi, cioè stanno all’origine di ogni pensiero conscio e inconscio di ogni essere umano, iscritti nel nostro codice più profondo, sono il substrato di tutta l’umanità.
Le fiabe che ci sono state narrate da bambini sono scrigni di archetipi.
La fiaba in cui la fanciulla circondata dalle benedizioni e maledizioni delle fate si punge col fuso e cade addormentata per cento anni, parla di un archetipo del “Femminile” addormentato, nascosto, coperto da rovi (che in alcune versioni mentre è addormentato viene addirittura stuprato e genera figli).
In altre fiabe è mandato in esilio e condannato a vagare per sette lunghi anni (sette camice da sudare, sette paia di scarpe di ferro da consumare) oppure mangiato dal lupo (che bocca grande hai!), o avvelenato e risvegliato con un bacio…
Anche gli antichi miti sono depositi di archetipi: la dea della terra e delle messi vaga per il mondo piangendo il rapimento della figlia prigioniera nel mondo di sotto, quello dei morti, ma ride quando una vecchia contadina le mostra il suo seno e il suo sesso.
I grandi testi poetici raccolgono questa sapienza: il cammino di Faust, sollecitato da Mefistofele, termina precipitando nel mistero (che può essere salvifico e terribile) delle Madri.
Non so ancora a quali testi farò riferimento, certo è che c’è molto da scavare perché ciò che cerco è sotterrato da millenni. Sta sotto come le dee primigenie che hanno accolto Edipo facendone un eroe che dà la salvezza e che disvela la verità sull’essere umano.
A questa Terra che custodisce dentro di sé, sotterranea, la forza generatrice del “Femminile”, fanno riferimento le ultime parole di un’altra straordinaria preghiera/poesia, che è anche il finale di “Furiosa Mente”.
“Laudato sii mi signore per sora nostra matre Terra”: canta San Francesco. Terra è Humus, da cui la parola Homo, e non invece Donna che viene da Domina, Signora, quasi a compensare con un titolo ciò che non è. O non è ancora. Come non è che Homo, Humus, conosca e pratichi l’Humilitas, l’umiltà, cioè l’essere in armonia con la Terra. E così, dopo l’invito alla lode, al rendere grazie e alla cura, è proprio l’umiltà ciò a cui ci chiama il “Cantico delle creature”: Laudate e benedicete mi signore e rengraziate e serviateli cum grande Humilitate.
Ma l’umiltà, insieme alla lode, al ringraziamento, al servizio è tra le prime parole di una preghiera/ poesia ancora più antica: il “Magnificat”. “L’anima mia magnifica il signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore perché ha guardato l’umiltà della sua serva”.
Proprio perché Serva è Signora e Regina. Vergine, Madre.
“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Felice, grande in greco.
Forse, questa è una risposta: le Generazioni, cioè la Storia, cioè il nostro agire, dovranno d’ora in poi riconoscere tutto questo. Solo se dalla Terra riemergerà il “Femminile”, che oggi ci manca, ci sarà una possibilità per tutti di futura convivenza, non solo nella sopravvivenza, ma nella beatitudine, cioè nella felicità.
www.lucillagiagnoni.it
di Sara Gandini
Laura Boldrini su Fanpage.it (Intervista a Laura Boldrini: “Condanna Camiciottoli è uno spartiacque per i diritti in rete”) ha commentato la recente sentenza del tribunale di Savona in cui il sindaco è stato condannato per la violenza espressa in rete nei suoi confronti. “È uno spartiacque, perché stabilisce che la rete non è più una zona franca. Quello che avviene sul web è paragonabile a quello che avviene nel mondo reale, non c’è distinzione” afferma la Boldrini.
In sostanza ribadisce che quello che accade in rete, sui social, è realtà. D’altronde il femminismo ci ha insegnato che attraverso le parole passa il simbolico e le donne sui social ci stanno perché amano stare in relazione soprattutto attraverso la parola.
Sappiamo che stare in rete non è la stessa cosa che stare in relazione in presenza, perché qui lo scambio ha una magia diversa: permette ai conflitti di trasformarsi meno facilmente in guerra, e alla politica di non diventare automaticamente schieramento. Per questo uomini e donne di potere, che hanno la necessità di attaccare e denigrare le figure di autorità, manipolano le parole altrui e si fanno forza dell’aggressività tipica di chi ha davanti un video e non l’interlocutore.
Mi colpiscono particolarmente le parole di Boldrini perché la sua esperienza è anche mia. Sono presente nel web da una ventina d’anni e anche a me è capitato che le mie parole siano state manipolate nello scambio con una donna, estratte dal contesto del mio articolo, a un fine puramente denigratorio e aggressivo, che usciva dai confini di un sano conflitto politico. In un commento sulla sua bacheca un uomo è arrivato, indisturbato, ad augurarmi di subire violenza.
Ringrazio quindi la Boldrini quando afferma: “Se augurare lo stupro a un’avversaria venisse considerato normale saremmo già oltre il punto di non ritorno. Io ho lavorato per tanti anni nei contesti di guerra. Ho visto l’utilizzo dello stupro come mezzo per sopraffare un’avversaria politica. L’ho visto in Ruanda e nei Balcani, ma lì c’era la guerra. Pensare che in Italia questo potesse essere considerato ‘libertà d’espressione’ in un’aula di tribunale sarebbe stato come uscire da un assetto democratico”.
Non credo nelle vie giudiziarie per risolvere i conflitti, ma se “la parola giusta ha in sé il potere della realtà” (VD3) è importante cominciare a dire la verità su quello che accade in rete, anche quando accade con donne che si dichiarano femministe. Anche perché la rete è un luogo in cui i conflitti possono degenerare ma allo stesso modo è un luogo che può potenziare la rabbia e l’agire delle donne, come è successo con il #metoo. Le donne stanno mostrando di saper stare in questi luoghi in modo efficace e le pratiche politiche violente vanno raccontate anche quando ci riguardano da vicino. Mi rendo conto solo ora che una sorta di senso di pudore (tipico delle vittime di violenza), di desiderio di protezione nei confronti della libreria delle donne (ero amministratrice e creatrice del gruppo della libreria delle donne su facebook), e del femminismo in generale, mi avevano trattenuto dal nominare in pubblico questa vicenda. Ma come ho imparato dalle femministe, prima delle prese di posizioni ciò che conta sono le pratiche politiche. E ringrazio Boldrini per avermi dato forza.
(www.libreriadelledonne.it, 18 gennaio 2019)
di Tiziana Platzer
La videomaker Slavina ospite del festival di cinema erotico Fish & Chips che si apre oggi
C’è un’attenzione precisa alla ricerca di temi che muovono le libertà sessuali delle comunità minori e quelle che coinvolgono il mondo globale: il quarto «Fish & Chips Film Festival», la rassegna di cinema erotico che inaugura alle 21 al Massimo e prosegue sino a domenica 20 con 50 film in concorso, affronta l’eco-sessualità e il piacere femminile. In apertura il film Orso d’Oro all’ultima Berlinale «Touch me not» della regista rumena Adina Pintilie: è lo scardinare degli schemi per amarsi liberamente. Sulla strada del cinema erotico e non pornografia selvaggia: Slavina, nome d’arte di Silvia Corti, videomaker, autrice e pornografa femminista, interverrà all’incontro su «L’evoluzione del porno» il 18 alle 14,30 allo Spacemore (via Bogino 9) con Davide Ferrario e condurrà il «Pranzo psicoerotico» il 20 alle 12,30 al Blah Blah (via Po 21).
Lei perché decide di lavorare nel porno?
«Era il 2005 e mi ero appena trasferita a Barcellona. Ero una migrante trentenne in cerca di lavoro e la prima opportunità fu il doppiaggio di porno. Da qui, aiuto regia e assicuro che su quei set ho visto cose non raccontabili, come gira ancora oggi l’industria del porno peggiore: cataloghi di performer accoppiati a caso».
Lei è una porno attivista: si può parlare di porno etico e artistico?
«Certo, si incrocia con il mondo dell’arte e i film non sono più solo luce fioca e amplessi, però lo si trova sui siti privati: la più importante produttrice in Europa è Erika Lust. L’art porn fa comunque vedere ciò che è osceno secondo i criteri comuni, pur con tutte le immagini di sesso che attraversano qualunque genere cinematografico. Altro è la pornografia becera e gratuita sul web».
Da cui è stato lontano il collettivo «Le ragazze del porno», di cui lei ha fatto parte.
«Abbiamo prodotto due cortometraggi, ne avevamo in progetto 11 ma ci siamo sciolte prima, l’anno scorso a Roma. Il problema è naturalmente trovare gli sponsor».
Come lavora il porno etico?
«Ci sono tentativi di ingressi nei musei e ci sono case di produzione con un cinema di livello, oltre alla Lust, come la statunitense Pink and White Production, un mito del new porn, e la raffinata inglese Four Chambers. Il porno eccita per definizione, nostro malgrado».
E che sessualità ne deriva?
«La sessualità è tutto fuorché naturale, dipende da quello che hai visto e elaborato. La pornografia è vista solo come ambito morboso, malato, ma non è così».
L’uso del corpo femminile è ancora un atto politico?
«Ne sono convinta. Continua a essere un elemento di conflitto, mi vengono in mente le donne in Argentina scese in piazza nude per il diritto ad abortire: il corpo femminile nudo irrita il maschilismo peggiore. Le Femen fanno politica, per quanto con posizioni discutibili».
I performer sono più rispettati su un set pornografico?
«Possono scegliere le azioni e soprattutto i compagni di lavoro: è di solito un ambito di consenso costruito, anche se è sempre meglio avere la “parola di sicurezza”, per fermarsi».
Il porno post moderno conta di vincere la censura?
«Noi scommettiamo per un porno pubblico e condiviso, ma è un obiettivo lontano».
(La Stampa, 17 gennaio 2019)
di Elvia Franco
«L’ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria» a cura di Franca Marcomin e Laura Cima è un libro che va segnalato. Un libro che va letto. Un libro che rivela la ricchezza dell’ecofemminismo in Italia a partire dal 1985. Un libro che trabocca di “ragioni seminali” in grado di svilupparsi, fiorire e fare futuro. Perché non c’è futuro senza il coraggio dell’ecofemminismo sul territorio, negli ideali, nel mondo.
Il libro è una polifonia di voci che testimoniano il tempo di lavoro dei Verdi del Sole che ride, e di tutto l’arcipelago verde, un tempo di entusiasmo, di speranze in cui sembrava di poter cambiare vivacemente il mondo in senso ecologista, antinucleare, pacifista attraverso idee forti assertive e idee forti critiche. Critiche rispetto alla gestione patriarcale dell’esistente, che si prefigurava sempre di più come globalizzazione, (leggi imperialismo) da parte delle élites economico-finanziarie e neoliberiste e come pretesa della tecnoscienza di gestire ogni aspetto della vita umana, e non, nell’orizzonte del profitto e del prestigio, coniugati al maschile.
Le tante idee forti, allora e oggi, riguardano le proposte per un’agricoltura rispettosa della terra, un’agricoltura che tiene cari gli insegnamenti di Vandana Shiva, per una mobilità sostenibile, per una scuola attenta all’alterità e alla complessità, per la conversione ecologica dell’industria, per la difesa degli animali, per favorire il parto in casa, per il rispetto delle differenze, per la consapevolezza di essere donne capaci di gestire l’esistente che si trasforma, ecc. (se è permesso, questa è immagine e metafora del corpo gravido accogliente che consente sviluppo e trasformazione).
Tutte queste posizioni non stanno a sé, ma confluiscono a formare un’unica sinfonia: la sinfonia verde della speranza e della vita in cui anch’io, mischiata a tante donne, ho avuto la mia piccola parte.
Ora i Verdi in Italia hanno perso quella forza utopica-concreta che avevano quando Laura Cima era stata eletta deputata nel 1987 e, poco dopo, presidente di un direttivo di sole donne. Come a indicare che la vita, il pensiero, le pratiche sono stimolate e vivono quando si delinea un orizzonte di senso femminile che fa respirare ed è accogliente.
Alcuni maschi delle sinistre (demoproletari, radicali…) confluiti opportunisticamente nei Verdi hanno mortificato questa esperienza di guida femminile e sono tornati loro in primo piano. Hanno di nuovo vinto, comunque perdendo. Perché lo slancio e l’entusiasmo del movimento sono stati assorbiti dalla voracità organizzativa-piramidale maschile, questa sì davvero universale, ma sempre più impacciata e debole, perciò più violenta.
Quei semi di verde e di speranza, gettati allora, hanno creato una coscienza diffusa. Oggi c’è un maggior interesse per l’agricoltura biologica, un maggior rispetto per gli animali, un’attenzione per la raccolta differenziata, uno svilupparsi della bioarchitettura, una sensibilità per una mobilità ecologica…
Certamente questi sono frutti maturati in quella prodigiosa stagione (fine anni ’80, primi anni ’90) in cui i Verdi, più rosa che verdi, sono stati protagonisti della politica italiana.
Ma anche in questo caso, non si può non fare un’amara e indignata constatazione.
La coscienza ecologista non maturava contemporaneamente insieme a una nuova e diffusa coscienza politica e la governance rimaneva, più forte di sempre, nelle mani delle élites neoliberiste che si gettarono a capofitto sulla coscienza “verde” delle persone per gestirla dal loro punto di vista. Per cui nonostante le piccole comunità laboriose, nonostante le piccole imprese ecologiste e rispettose della terra, le multinazionali capirono che avevano tra le mani una nuova occasione di profitto e non se la lasciarono scappare. Si potrebbe dire «Lasciamole fare, se fanno ecologia!». Ma non sarebbe da ingenui pensare che il motore del profitto, che ha fatto immensi disastri, sia anche quello che li risolve? Perché se fanno, per esempio, agricoltura bio qui, non la fanno forse anche sfruttando i migranti pagati in nero un niente, e con l’evasione fiscale conseguente? E magari anche con la distruzione di terre in altre aree del mondo, perché il profitto è il profitto e cinicamente si fa dove si può!
Oggi l’ecofemminismo è necessario più che mai. Oggi che si è posto il dramma delle migrazioni, l’inquietudine dei cambiamenti climatici, oggi che i viventi che abitano la Terra Madre sono oggetto di grandissimo interesse da parte della tecnoscienza che ambisce un po’ per volta a modificarli geneticamente, così come ambisce a completare del tutto l’espropriazione della donna dal processo riproduttivo con l’embrione ingegnerizzato e la costruzione prossima di grembi supertecnologici, proprio oggi le donne sono consapevoli della loro forza. E se il potere, ancora patriarcale, progetta anche di sostituire le relazioni vive con relazioni finte di robot come sorveglianti, amici, istruttori, mandando fuori campo gli affetti, la cura, la responsabilità di stare insieme solidali, le donne sono consapevoli che queste cose sono il loro modo di stare nel mondo e non staranno con le braccia conserte a guardare.
L’ecofemminismo è più necessario di sempre. È necessario che le donne prendano a governare il mondo che si trasforma e comincino a dare realtà all’intuizione femminile di un uomo caro, Alexander Langer, per cui i paradigmi dell’esistenza dovevano rovesciarsi da altius, citius, fortius, a lentius, profundius, suavius che sono i tempi della Madre Terra e della femminilità.
Il libro «L’ecofemminismo in Italia, radici di una rivoluzione necessaria» non solo è vivace, non solo è un concentrato di fermenti che attendono di fiorire, ma è anche, e soprattutto, utilissimo per riportare speranza, movimento e pratiche nuove a quest’epoca buia.
(L’ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria, a cura di Franca Marcomin e Laura Cima. Giugno 2017. Casa editrice Il Poligrafo, Padova)
(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2018)
(altro titolo, sull’edizione cartacea: La rivoluzione è in viaggio)
La fine dei più orribili riti di passaggio, l’escissione del clitoride, è forse racchiusa nella valigia di Maria Nareku, che di villaggio in villaggio fa lezioni sul sesso alle donne Masai, prima di tutto, ma anche agli uomini
di Stefania Miretti
Maria Nareku ha una valigia azzurra, d’un modello che fu moderno, con le ruote consumate e sostanzialmente inutili sugli sterrati della savana: tocca comunque trasportarla a mano, viaggiando a piedi e in autobus, prendendo un passaggio in moto o sul carro bestiame. Dentro la valigia, avvolti in una coperta con le stampe di Minnie e Topolino, ben protetti dai sobbalzi e dalla polvere, Maria conserva i suoi molteplici tesori: pezzo forte, un bacino femminile in plastica dotato d’una serie di vulve a incastro, intercambiabili. Si tratta, anche in questo caso, di un oggetto vecchiotto, difficile da rimpiazzare, ma ancora necessario, perciò Maria lo preserva dall’usura passando e ripassando mani di vernice su incavi e protuberanze: il rosa delle piccole labbra, il rosso del sangue, le striature scure sulla testa del toto, il bambino che s’affaccia al mondo. Un marrone grigiastro per la manutenzione di cicatrici, fistole e suture, perché solo nella prima vulva le cose sono come dovrebbero essere là sotto, in quella che lei chiama «la fabbrica dell’umanità».
Tutto il resto è il campionario degli orrori, come in buona parte dell’Africa, nelle zone rurali del Kenya e qui tra le comunità Masai della contea del Kajiado dove, nonostante la legge vieti le mutilazioni genitali femminili, l’escissione del clitoride costituisce da sempre il più importante rito di passaggio all’età adulta. È successo anche a Maria, che Masai non è. L’hanno tagliata quando aveva 13 anni, durante le vacanze di Natale (da queste parti è dicembre il più crudele dei mesi, e dopo non si torna a scuola). Ancora adesso, che ne ha 47, il suo corpo ha memoria di quella violenza.
«Non sono bella, ma dico la verità», recita un detto swahili stampato sul telo che Maria usa per disporre a terra i suoi modellini. Lei, furibonda per quel che le era accaduto, il silenzio l’ha rotto quasi subito, fondando nel suo villaggio il “gruppo del baobab”: l’autocoscienza all’ombra di un albero. Oggi che è un’attivista di Amref, la più grande organizzazione sanitaria no profit in Africa, è quasi sempre in viaggio. Apre la valigia al centro dei villaggi, ne espone il contenuto, compresi i due peni in plastica dura e l’utero di pezza che pare un pupazzetto, incastra la prima vulva nel manichino – «questa è la bellissima vagina tutt’intera» – e dice la verità, ma come fosse teatro.
Prima alle donne, poi agli uomini, Maria parla di dolore e del piacere che avrebbe invece dovuto esserci, di sangue e di puzze, dei digiuni imposti alle gravide perché per una vagina resa meno elastica dalle cicatrici – “morta” – il passaggio d’un bambino normopeso sarebbe uno sfracello, della conseguente piaga della malnutrizione infantile. A donne che non possiedono specchi per vedersi insegna come tenersi pulite, gli esercizi per rafforzare i muscoli pelvici. Invita gli uomini a toccare le sue vulve in plastica, quella senza clitoride, quella a cui sono state tagliate le grandi labbra, persino il raccapricciante “modello somalo”, tutto cucito. Strappa sorrisi mimando i disastri del rapporto sessuale tra una donna tagliata e un uomo circonciso. Mette in discussione ataviche paure: no, non è vero che un clitoride lasciato al suo destino finirà per crescere a dismisura.
Sono incontri schietti, tanto espliciti quanto sorprendentemente privi d’ogni malizia o sguaiataggine. E i più attenti sono gli uomini. «Io l’ho toccata una vagina non tagliata, era soffice», conviene un anziano avvolto nella tradizionale coperta a quadri. «Ora che ho capito, non permetterò che le mie figlie vengano tagliate», assicura un altro. Gli attivisti sono i primi a sapere che non sempre le parole corrispondono ai fatti, che nel tentativo di aggirare leggi e pressioni molte famiglie anticipano la cerimonia, ma i progetti messi in campo hanno già prodotto un bel po’ di cambiamenti, il più straordinario dei quali è il rito di passaggio alternativo, che molti capi villaggio hanno accettato di celebrare: restano le danze, i segni tribali dipinti sul volto, le insegne identitarie così importanti per tutti, ma sparisce la lama e le ragazze diventano adulte con la benedizione di libri e penne. È un lavoro lento e tenace, che tra Kenya e Tanzania ha già salvato più di 10mila bambine e comprende la formazione per riconvertire le “tagliatrici” in produttrici di sapone o di assorbenti in stoffa.
In prima linea, qui nel Kajiado, c’è Anastacia Mashidana, 40 anni, mutilata a 13, 7 figli messi al mondo tra molte complicazioni. Lei trova che a volte sia più semplice parlare agli uomini. Racconta che quando mostra loro un video su quel che accade durante la cruenta cerimonia, molti scoppiano in lacrime. «Piangono, ma dentro sono combattuti, hanno paura che cambiare significhi perdere l’identità».
Identità. Appartenenza. Tradizioni. È su questo che si fonda la pratica delle mutilazioni tra i Masai del Kenya (quasi tutti cristiani, a modo loro), ed è per questo che è così difficile, persino doloroso, rinunciarvi. Il patto con le ragazze alle quali viene concesso il rito di passaggio alternativo, già più di 1200 in questa contea, è che al termine degli studi tornino a casa per sposarsi.
La paura, grande, è che non tornino più. Una sola bambina non tagliata significa che tutte sono libere, e studiare, qui, è il sogno più contagioso che ci sia. La celebre Nice Nailantei Len’gete, tra le prime a ribellarsi, ha aperto la strada diventando un’icona mondiale celebrata su Time e ricevuta da Barack Obama, e quasi in ogni villaggio Amref forma le sue campionesse, affinché diventino a loro volta formatrici come la venticinquenne Cynthia Simantoi Oning’oi. Lei però ha dovuto liberarsi da sola, anche dal rancore nei confronti delle zie che una mattina presto, mentre i genitori erano assenti, sono entrate nella sua capanna armate di taglierino. «Mi sembrava impossibile vivere con quel trauma addosso, ho pensato spesso al suicidio. Quando, anni dopo, ne ho parlato con le donne che m’avevano ferita, abbiamo pianto insieme. Me le sono lasciate alle spalle, ma so che non l’hanno fatto per mancanza d’amore. Loro credevano di agire per il mio bene».
Quella di Cynthia è una delle tante storie di successo: col consenso dei genitori è andata a studiare sociologia lontano dal villaggio, con l’aiuto di una benefattrice ha affrontato un intervento di chirurgia ricostruttiva, all’estero, e il prossimo aprile sposerà il «magnifico ragazzo Masai» che l’ha sempre incoraggiata. Nella sua scia tante altre, più piccole, si preparano a spiccare il salto. Una è Sabina Lakara, 15 anni scontrosi e assertivi, la cui vita è cambiata all’improvviso durante un workshop di educazione sessuale a scuola, pochi giorni prima della sanguinosa cerimonia già programmata. Nella sua capanna, coi piedi nel fango, racconta di voler diventare avvocatessa. «L’incontro con Nice», dice, «è stato la mia fortuna». Il suo papà, nel frattempo, ascolta la lezione di Maria Nareku. Lui ora vive con una nuova moglie meno consumata, con la quale poter avere altri figli e prendersi un po’ di piacere, come fanno tutti. Anche Maria è stata abbandonata per una più giovane, ma non se ne cruccia. A casa l’aspettano l’orto e tre figli maschi che ogni tanto sbuffano e le dicono: «Mamma, basta parlare sempre di vagine!».
di Paola Cavallari
Tina Lagostena Bassi chiese una lira di risarcimento al processo per stupro reso poi epico dal documentario del 1979 (Processo per stupro) realizzato da alcune coraggiose filmakers; interessava non la condanna ma che si facesse giustizia. La ragione per cui, nei processi di violenza carnale fino ad allora celebrati, non si faceva giustizia era perché si assumeva il punto di vista esclusivo dell’uomo e si trasformava così la vittima in imputata: nel dibattimento gli avvocati difensori degli stupratori capziosamente spostavano il «disonore» dal presunto aggressore alla presunta vittima. «Noi chiediamo giustizia. Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa». […] E dopo aver osservato che nessun avvocato difensore di un rapinatore avrebbe indagato se il gioielliere rapinato aveva un passato poco chiaro, con qualche macchia, con qualche trasgressione, continuava: «E allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna». Una lira: perché il danno che la donna stuprata subisce è incommensurabile.
10 ottobre 2018, udienza generale in piazza San Pietro: papa Francesco, nel commentare il «non uccidere», afferma: «Un approccio contraddittorio consente anche la soppressione della vita umana nel grembo materno in nome della salvaguardia di altri diritti… Non si può, non è giusto fare fuori un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. È come affittare un sicario… L’accoglienza dell’altro, infatti, è una sfida all’individualismo… E che cosa conduce l’uomo a rifiutare la vita? Sono gli idoli di questo mondo: il denaro, il potere, il successo». Nel febbraio 2016 aveva dichiarato: «l’aborto non è un male minore, è un crimine, è far fuori, è quello che fa la mafia»; e nel giugno di quest’anno, a proposito dell’aborto selettivo: «Il secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con i guanti bianchi». In questi moniti l’interruzione volontaria di gravidanza è costantemente incorniciata da strutture di peccato: la ricerca del denaro, potere, successo, l’egoismo, l’individualismo, l’edonismo, insieme e mafia e nazismo. La parola donna è assente, ma è lei il convocato numero uno ed è lei (insieme a chi ha il compito di intervenire nelle strutture ospedaliere) l’imputata innominata. A commento di queste parole ho letto alcuni articoli, ma nessuno di essi era scritto da una donna cristiana. Io non rappresento le donne cristiane: sono una donna che si autocomprende come tale e basta. Credo che il papa ci abbia dato l’opportunità di assumere con determinazione l’impegno di affrontare un argomento ineludibile. «Non dobbiamo temere le sfide», lui stesso ebbe a dire in occasione della sua visita a Milano. «Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide…; per far sì che la nostra fede non diventi ideologica…». Anche sfide come quella che una cristiana come me potrebbe raccogliere proprio nei confronti di queste laceranti parole? Sarà mai accettata la sfida che concerne il tema della sessualità della donna e dell’aborto? E che tenta di avvicinarlo in un’ottica estranea al cul de sac “aborto sì o aborto no”? È possibile la sfida dentro una Chiesa che impedisce l’esercizio della parola alle donne nelle assemblee pubbliche liturgiche? Una sfida, ben inteso, che sgorga dal prendere sul serio la libertà, e non la libertà senza accezione alcuna, ma quella che biblicamente si origina dal timor di Dio, e nel Nuovo Testamento è proclamata a più riprese: in Gal 5,1 per esempio: «È perché noi fossimo veramente liberi che Cristo ci ha liberato». Porrò domande vere, che sgorgano dalla mia esperienza, alla maniera di chi è assetato di risposte vere. Conosco la mia imperfezione, ma la franchezza non mi fa difetto. So di osare e sarò giudicata sfacciata, certamente imprudente, tanto più in un momento che vede il papa al centro di un attacco da parte di molti settori ecclesiastici e no. Quando lui dice «non dimenticatevi di pregare per me» gli sono accanto. Ma autocensurarsi non produce frutti, né per l’avventura della fede, né per la comunità dei/delle battezzati/e, «in Spirito Santo e fuoco» (Lc 3,16).
Il mio esordio parte dunque dalla Parola; mi soffermo su tre brani.
A) Luca 7,36-50. La peccatrice che unge i piedi di Gesù. Non finisce di sorprendere la spregiudicata accoglienza che Gesù manifesta a questa donna, che è stata prostituita da una società a misura di uomo, che è reputata peccatrice: dunque uno scarto. Invece che una peccatrice, potrebbe essere una vittima. Ora ella è animata dal desiderio di prodigarsi per manifestargli una sovrabbondanza d’amore. Lui lascia che lei lo avvicini, si lascia toccare, manifestando una intimità sentita come scandalosa e inaccettabile da Simone il fariseo, l’ospite. Gesù non la respinge, né le chiede di purificarsi dal peccato: egli sa vedere la persona oltre la maschera in cui la società l’ha relegata, sa vedere l’amore là dove gli uomini religiosi presenti sapevano vedere solo il peccato. Per la bellezza che sigilla, la frase che Gesù rivolge alla donna come epilogo lascia senza parole: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
B) Giovanni 8, 1-11. L’adultera. Gesù si distanzia esemplarmente da una inferocita folla maschile che condanna alla lapidazione una donna giudicata adultera (dov’è l’uomo con cui ha consumato il peccato?). Si interpreta comunemente il brano come: nessuno scagli la prima pietra perché nessuno è tanto immune dal peccato da poter giudicare quelli altrui. Nel capitolo precedente, stava scritto: Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia, Gv 7, 24. Poco dopo si incontra la donna adultera: sarà un caso? Non andrà applicato lo stesso principio anche a lei? “Non ti condanno perché forse non tu sei da condannare”, sembra dire Gesù; la colpevolezza di quell’essere è probabilmente costruita su apparenze, su pregiudizi. Forse il suo atto è stato preceduto da una catena di torti inflitti, di malvagità subite: da vittima era stata trasformata in colpevole.
C) Giovanni 4,1-30. La samaritana. Una donna samaritana poteva aspettarsi da un uomo giudeo solo disprezzo. «Come mai tu, giudeo, chiedi da bere a me…?». Il personaggio assomma su di sé vari marchi infamanti: è figura della Samaria adultera, impura, scismatica, e per di più è una donna! Le convenzioni impediscono a un uomo, in particolare a un rabbi, di conversare con una donna. Gesù ribalta le cose: non solo non la condanna, bensì si fa con lei mendico d’acqua. Nello scoprire che ha di fronte un profeta, ella scopre se stessa. L’autorità di lui si estrinseca nella capacità – come indica il latino auctoritas(da augere) – di aumentare la sostanza interiore della persona cui si rivolge, di farla crescere, rovesciando i presupposti impoverenti per cui veniva denigrata. E da scismatica ella diviene annunciatrice.
I brani sigillano l’orizzonte del mio ragionare, che li legge con il filtro della teologia femminista. È un orizzonte interpretativo che custodisce quel tratto di Gesù che coglieva l’autenticità esistenziale in chi incontrava, che intuiva ciò che precede e influenza le storie personali, che rovesciava le interpretazioni accreditate, che accoglieva le singolarità nella loro irriducibile sostanza di vita ed interpretava i vissuti umani con empatia. Gesù è fonte di misericordia anche perché mette in connessione fra loro aspetti della vita trascurati, e comprende. Rovesciamento, empatia e accoglimento della prospettiva di chi sta di fronte sono quegli aliti viventi trasmessi che dilatano le energie dell’altro/a, che dopo quest’incontro è in comunione col divino.
Vengo ora alle domande, che saranno precedute da una premessa.
Nel mondo l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è praticata in misura molto maggiore nei Paesi più poveri: sono soprattutto le donne povere a subirla. In Paesi economicamente arretrati (specie Africa e America Latina) dove pure è legalmente permessa, essa è difficilmente accessibile, perché socialmente proscritta e perché strutture/personale sono inadeguati. Un’alta percentuale di donne povere muore o rimane menomata in quanto vittima di IVG non medicalmente assistita. Ma anche quelle che sopravvivono, devono subire lo stigma e l’indicibile umiliazione familiare e sociale (e religiosa), a cui si aggiunge la corresponsione in denaro a cliniche o praticanti che lucrano sulla sofferenza. Le misere vicende degli aborti e delle morti di donne povere che vi si sono miseramente sottoposte con modalità clandestine gridano una profonda ingiustizia, aggravata dall’assenza di misericordia che le attornia.
Perché la Chiesa non è ospedale da campo nei confronti delle donne povere che partoriscono così come di quelle che abortiscono? L’attenzione per i poveri è forse selettiva? Non contempla le donne povere “costrette” da abitudini misogine a rapporti sessuali non protetti e poi ad abortire? Perché non si raccoglie la loro miseria di ultime della terra?
Negli anni ’70, una scrittrice italiana espresse sul tema sessualità e aborto considerazioni assai acute; non hanno avuto molta risonanza nella cultura media. Le vorrei qui ricordare: «Per il piacere di chi sono rimasta incinta? – scrive Carla Lonzi (in Sessualità femminile e aborto, Rivolta femminile, 1974, p.68 e passim) – Per il piacere di chi sto abortendo? Le donne abortiscono perché restano incinte. Ma perché restano incinte? La cultura patriarcale non si pone questa domanda, perché non ammette dubbi sulle leggi “naturali” difende con ogni mezzo la sessualità dell’uomo patriarcale come sessualità “naturale” per entrambi, uomo e donna. Ma noi sappiamo che quando una donna resta incinta e non lo voleva, ciò non è avvenuto perché lei si è espressa sessualmente, ma perché si è conformata all’atto e al modello sessuale sicuramente prediletti dal maschio patriarcale… L’uomo ha imposto il suo piacere». Il concepimento, quando non è desiderato dalla donna, e anche se è frutto di un rapporto consenziente, è incentrato sulla iniziativa/desiderio di lui. La cultura egemone non mette minimamente in discussone se il piacere femminile è altro rispetto a quello maschile, ma trova naturale l’omologazione, che le donne hanno introiettato, poiché i dominanti da sempre colonizzano i dominati. Avete mai sentito parlare di complicità e di “zona grigia”? «Il dominio maschile – scriveva Virginia Woolf – sembra abbia “un potere ipnotico”». Nell’aborto, a suggellare la tela, è la donna che viene «responsabilizzata di una situazione che invece ha subito. Negandole la libertà di aborto, l’uomo trasforma un suo sopruso in una colpa della donna» (Ibid., p. 70). Qualcuno/a leggerà tali considerazioni come opinioni di una donna che è espressione di una élite, e quindi ne neutralizzerà tout-court il contenuto: ma sarebbe un alibi, poiché se è vero che il linguaggio e la consapevolezza riflettono le istanze di una minoranza, il coefficiente di realtà del contenuto si estende ad una vastissima area di donne, sia in senso diacronico che sincronico. Schiere di donne si sono conformate (è possibile parlare di libera scelta?) per tutta la loro vita ad un regime sessuale che non corrispondeva alle loro esigenze, vivendolo però come unica chance, unico destino: meglio non sottilizzare troppo, tiremm innanz… traendone i benefici possibili! Una spirale di dominio che non è mai stata scritta e che dà il capogiro a pensarci. Delle questioni sollevate dalle parole di Carla Lonzi, così inconfessabili ma così condivise tra le fessure confidenziali tra donne che hanno maturato consapevolezza di sé, così innominabili ma così raggianti di autenticità, così respinte dalla “norma e normatività sessuale” eppure così fragranti di schiettezza, ebbene da queste parole mi pare emerga una domanda: perché, quando parla di moralità sessuale e aborto, la Chiesa non ascolta il sentire (il patire ma anche il dire) delle donne, la loro esperienza e saggezza? Perché non applica, come è capace di fare, una visione olistica che illumina il fenomeno? Perché lo si associa egoisticamente all’egoismo femminile?
Alcuni tra i pastori (uomini) del nostro tempo stanno compiendo un grande servizio alle comunità di fede. Stanno cioè facendo un passo indietro, un abbassamento, un gesto di kenosi, proprio a partire dal loro essere maschi. Intendo dire che questa è un’epoca in cui sta emergendo, da parte della coscienza maschile matura, da un lato la consapevolezza dell’esistenza di forme diffuse di sessualità malata, rea di sofferenze immani, e d’altro lato l’evidenza inconfutabile di una identità maschile sorda all’esempio evangelico. Le due cose non sono estranee l’una all’altra, evidentemente, ma sono distinte. Per la prima parte, intendo quell’area vastissima che comprende – limitandosi all’Occidente – le realtà della prostituzione e della tratta (frequentemente messa in atto con minorenni, per cui le donne implicate debbono essere considerate vittime di schiavitù sessuale), del turismo sessuale (con le stesse caratteristiche), della pornografia. La pedofilia, che in molti Paesi – ma stranamente non in Italia – ha scoperchiato una voragine di perversione e di ferocia da parte anche di pastori, non è fuori dal perimetro. La lista sarebbe ancora lunga, poiché esteso è il mosaico di pretese, offese, aggressioni maschili in campo sessuale, fino allo stupro e al crimine estremo dell’uccidere. E non mancano gli abusi spirituali. Molti dei fenomeni elencati sono spesso banalizzati come comportamenti inestinguibili, frutto di una “natura” immodificabile del maschio. Se, per qualche ragione, lo status della naturale superiorità maschile vacilla, il maschio deve allora ricordare “chi porta i pantaloni”, in società come tra le mura domestiche: la sua reazione violenta sarà interpretata come un atto che ristabilisce un ordine naturale infranto, atto che sconfina nel sacrificio (anche di se stesso), come ha scritto Alberto Melloni («Se l’assassino si percepisce come eroe (suicida) che attua un sacrificio», in Non solo reato, anche peccato, a cura di Paola Cavallari, Effatà, in uscita di stampa).
Non perdiamo di vista la fecondità di quello sguardo suggerito dal Vangelo, che rovescia le convenzioni, che è abitato dall’empatia, dall’esercizio del connettere e comprendere di cui ho parlato prima. Nella pianta che le mie parole vanno disegnando, un ramo è l’aborto, altri rami sono le questioni nominate, ed esse a loro volta si biforcano e moltiplicano in altri rami il cui spessore è carico di significato. Sulla prostituzione i risvolti da esaminare sarebbero innumerevoli. Mi limito a osservare che il rigore dei teologi moralisti non ha stigmatizzato i clienti, e la prostituzione è stata vista come male minore, sul solco di illustri padri. «Eliminate le prostitute dalle cose del mondo – scrive Agostino – e contaminerete tutto con la lussuria; ponetele fra le matrone oneste e disonorerete tutto con la vergogna e la turpitudine». Lo reduplica Tommaso: «La prostituzione nel mondo [è] come la melma o la cloaca in un palazzo. Togliete la cloaca e riempirete il palazzo di inquinamenti; e analogamente con la melma [nel mare] togliete la prostitute dal mondo e lo riempirete di sodomia, perciò Agostino dice… che la città terrena ha fatto dell’uso di prostitute un’immoralità lecita».(Mary Daly, Al di là di Dio Padre, Editori Riuniti 1990, p. 77). Perché, parlando di aborto, la dottrina della Chiesa non opera una interagente saldatura tra tutti quanti questi fenomeni apparentati tra loro? Perché continua a tenerli separati, in una schizofrenia del tutto insensata o forse faziosa? Perché non applica, come è capace di fare (vedi Laudato si’), una visione olistica che restituisca alla questione la complessità che merita? Che interesse sotterraneo si nasconde? Perché l’aborto continua ad essere scisso, sia dall’immaginario della sessualità maschile e dai suoi nodi rispetto al corpo, sia dalla responsabilità generativa dell’uomo? Nella Chiesa cattolica, un episodio strepitoso a dir la verità è avvenuto: papa Francesco ha rotto il muro del colpevole silenzio durante un incontro nel marzo del 2018, in vista della riunione pre-Sinodo dei giovani. «È una mentalità malata quella che porta a sfruttare la donna… Chi fa questo è un criminale. Questo non è fare l’amore, è torturare una donna, è criminale». Qui in Italia, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, i clienti, al 90 per cento, sono battezzati cattolici. E sono anche tanti. Io penso allo schifo che devono sentire queste ragazze quando gli uomini le fanno fare delle cose». Possiamo sperare? O si tratta di una rosa che non fa primavera?
Per la seconda area, trovo davvero lucenti le parole del pastore Daniele Bouchard, di cui riporto qualche frammento tratto dal suo contributo “Eredità e responsabilità di un uomo consapevole e cristiano critico” (In Non solo reato, anche peccato, a cura di Paola Cavallari, Effatà, in uscita di stampa). «Nel mio percorso ho imparato che la violenza è costitutiva del genere maschile». «Occorre un “lavoro con gli uomini. Non soltanto con gli uomini che agiscono con violenza… Affrontando alla radice i nodi del maschile, tra cui il rapporto con la violenza ma anche la difficoltà rispetto al corpo, il bisogno di dominio, il rapporto con le donne e altri ancora, si potrà bonificare il terreno da cui nasce la violenza maschile (…) Sarà possibile recuperare il valore della famiglia (…) solo dopo aver smantellato il ruolo di copertura della violenza maschile».
Martin Luther King scriveva: «Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla»: mi piace associare la frase ad un gesto molto più antico, al distanziarsi cioè dell’apostolo Paolo dallo status privilegiato di uomo, status in cui si era venuto a trovare, ma dal cui vanto egli abdicò, pronunciando per esempio la celebre frase “Non c’è Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo” (Galati 3,28). Uomini (del clero e non) poco propensi ad accogliere le domande da me suggerite potrebbero rifletterci. Al fine d’evitare la sofferenza dell’aborto (e la stessa Lonzi l’ha nominata) abbiamo bisogno che germinino relazioni di reciprocità e di giustizia tra uomini e donne, che disintossichino dalla tradizione (anche ecclesiologica) che abbiamo ereditato.
(Adista documenti n. 1 del 12/1/2019)
rò”.
di Paolo Di Stefano
La pubblicazione delle lettere di Caterina Vassalini a Salvatore Quasimodo da parte della studiosa Elena Villanova (Nell’ombra del poeta, Carocci editore) accresce il numero delle donne che si sono messe al servizio degli scrittori rimanendo del tutto (o quasi) relegate nell’ombra. Presenze invisibili che meriterebbero un nuovo tipo di #metoo, non legato all’abuso sessuale ma allo sfruttamento intellettuale, non meno discriminante. Sarebbe utile almeno per rendere giustizia a figure femminili vittime di umiliazioni maschiliste.
Vassalini era una professoressa di latino e greco al Liceo Maffei di Verona che conobbe Quasimodo nel 1947 instaurando con lui un’amicizia fedele (per lei soltanto), nonché soggetta a «immondi pettegolezzi» (alimentati anche dai pubblici viaggi realizzati insieme in Grecia). Si tratta di lettere sentimentali ed amare, qua e là non prive del risentimento di una filologa consapevole del fatto che il suo contributo non veniva adeguatamente considerato. Fu la Vassalini infatti ad approntare la traduzione-base degli epigrammi che sarebbero andati a comporre il Fiore dell’Antologia Palatina, uscito da Guanda nel 1958 a firma di Quasimodo e con prefazione dell’amica. Su quella traduzione letterale in prosa su cui faticosamente si concentrò la studiosa veronese, Quasimodo avrebbe poi lavorato in chiave poetica. Finora si pensava che dalla prima all’ultima fase l’intera elaborazione fosse opera del poeta: l’analisi di Elena Villanova dimostra invece che la Vassalini ebbe una parte fondamentale — compresa la selezione dei testi — mai pienamente riconosciuta (del resto Quasimodo era già stato accusato di aver tradotto i lirici greci senza sapere il greco antico).
Non è un caso isolato di «schiavismo» letterario di genere. Se è vero che insospettabili e autorevolissimi autori, firmando le versioni con il proprio nome, hanno sfruttato il lavoro di traduttrici straordinarie. La più nota (o la meno ignota) è la coltissima Lucia Rodocanachi, che negli anni Trenta sottostò all’abuso di diversi illustri amici, compresi Montale, Vittorini e Gadda, i quali si avvalsero del suo oscuro contributo preliminare di «négresse inconnue» (lei traduceva, lasciando loro il compito di personalizzare lo stile). Non senza soprusi anche economici, come quando Vittorini, trovandosi squattrinato a Milano, arrivò a falsificare la firma per incassare un assegno intestato a lei. La Rodocanachi non abbe mai la voglia o il coraggio di intaccare il prestigio dei suoi amici denunciandone pubblicamente le prevaricazioni, che sarebbero emerse postume.
Ciò che invece osò l’anglista Bice Chiappelli accusando Montale di averle copiato la traduzione di Strano interludio di Eugene O’Neill: e nel ’53 vinse un lungo processo per plagio contro il futuro Premio Nobel, poco nobile (come l’altro).
“Le amiche dei poeti, vittime (nel silenzio) di abusi intellettuali”
(27esimaora.corriere.it, 11 gennaio 2019)
di Donatella Franchi
Ancora con qualche reticenza riesco a dirmi vecchia. Forse perché la parola vecchiaia mi rimanda a qualcosa di concluso e compiuto, “ogni passione spesa”, mentre continuo a vivere in una perenne ricerca e divenire, ma voi mi suggerite che l’invenzione della vecchiaia è proprio questo, e questo mi piace.
Del vostro testo trovo molto significativo il titolo, appunto perché rimanda a qualcosa di dinamico e di creativo. La vecchiaia è l’ultima occasione che la vita ci offre, e la nostra generazione è chiamata a questo tipo di creazione.
Quello che trovo interessante nel testo è la sua struttura aperta e circolare, quella di una conversazione, una tessitura di pensieri, che invita a partecipare, che non è mai conclusa.
Mi pare che il tono che avete scelto sia quello della leggerezza, in un flusso di coscienza, di pensieri, dove il dramma dell’esistenza, l’angoscia di solitudine, la paura della malattia, sono tenute sullo sfondo, anche con coraggio.
C’è un desiderio di ricomposizione, di ricerca d’armonia e di equilibrio nel piacere dell’incontro e della condivisione.
Il sentimento e la pratica dell’amicizia ci salva, vi salva. E così ho pensato alla conversazione delle Preziose e alla Cartografia dei sentimenti di Madeleine de Scudéry, su cui ho lavorato, dove l’amicizia è l’unità di misura del territorio, del proprio mondo interiore. E anche in questo ho trovato risonanza.
AA. VV., L’invenzione della vecchiaia, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano, 2017.
(www.libreriadelledonne.it, 11 gennaio 2018)
Buongiorno,
Dopo un periodo di pausa dalla ricerca per motivi familiari sto finalmente riprendendo la raccolta dati per la mia tesi di dottorato in sociologia, sul femminismo nella zona di Milano. Eravamo già state in contatto ormai un anno fa – non so se ricordate – in ogni caso, mi piacerebbe molto riprendere anche lo studio del vostro gruppo femminista. In particolare, sto cercando donne che sarebbero disponibili per farsi intervistare. Le interviste durano indicativamente da 2 a 3 ore massimo (suddivisibili anche in due o più incontri), e mirano a ricostruire il percorso di avvicinamento a, e di impegno nel femminismo dell’intervistata, quindi una sorta di storia della sua vita politica.
Sarebbe possibile in qualche modo diffondere la richiesta di partecipazione tra chi frequenta la Libreria delle Donne, in modo che chi fosse interessata a partecipare ad una intervista possa mettersi in contatto direttamente con me?
Vi ringrazio in anticipo per l’aiuto,
Cari saluti
Emma Eriksson Maggi
emma.e.maggi@gmail.com
Nota della redazione: la storia bisogna scriverla tutte, ciascuna impegnandosi a raccontare il proprio percorso.
di Steven Forti e Giacomo Russo Spena – da Barcellona
«Il sindaco di Riace rappresenta i valori della migliore umanità possibile e dimostra concretamente la forza del municipalismo, contro i vari Salvini, Trump e Le Pen», dice la prima cittadina di Barcellona, Ada Colau. E avanza le sue idee per una sinistra che sappia riformare il Vecchio Continente: puntare sulle realtà urbane e sulla partecipazione delle donne
«Il municipalismo è la chiave di svolta perché è dalla prossimità che si possono realizzare processi di cambiamento in base a obiettivi comuni: è dall’esperienza reale, non dal confronto retorico, che si smontano i discorsi dell’estrema destra». Ada Colau, sindaca di Barcellona, sta diventando personaggio internazionale.
Recentemente è stata negli Usa a discutere di “internazionale progressista” con Yanis Varoufakis e Bernie Sanders, intanto sta stringendo la rete delle città “ribelli” perché convinta che il cambiamento, in Europa, passi per il ruolo centrale della città e per il femminismo: «Sono due tematiche legate tra loro».
Non possiamo esimerci dall’iniziare dalla proposta – sostenuta da Left – di candidare Riace a Nobel per la pace, proposta che si è precisata dopo che inizialmente era il sindaco Mimmo Lucano il candidato al riconoscimento. Lei è stata a Riace, la scorsa estate, per un dibattito e ha avuto modo di conoscerlo di persona. Cosa pensa di questa idea?
Considero necessario qualunque riconoscimento che si possa dare a Lucano perché la storia di Riace dimostra che, dal basso e con poche risorse, si possono realizzare cose importantissime se c’è onestà e si prende la decisione etica e politica di restare umani, senza piegarsi alla disumanizzazione imperante.
Per questo Salvini ha convertito Lucano nel suo nemico numero uno, perché riconosce la potenza delle sue azioni. Quando sono stata in Vermont con Bernie Sanders, ho parlato a tutti dell’esperienza di Riace perché lui – oltre a rappresentare universalmente i valori della migliore umanità possibile – è la dimostrazione concreta della forza del municipalismo: si possono fare molti discorsi sull’odio e sulla paura, però Lucano ha dimostrato nella pratica che l’accoglienza non è un problema ma che, quando è ben fatta, è persino una ricchezza e porta a migliorare la vita di tutti i cittadini, non solo dei migranti. Questo smonta completamente il discorso dei vari Salvini, Trump e Le Pen.
Le recenti elezioni in Andalusia dimostrano come anche in Spagna avanzi la peggior destra.
È d’accordo con Pablo Iglesias quando parla di “fronte democratico” per fermare il populismo nero?
La realtà che stiamo affrontando è complessa e bisogna evitare risposte manichee o ricette magiche. Abbiamo bisogno di serenità per capire cosa sta succedendo.
Io ho detto sempre che non c’è democrazia senza antifascismo. E ne sono ancor più convinta adesso perché la democrazia nasce dall’antifascismo. Però credo che anche in termini strategici, ora, non sia utile contrapporre bandiere antifasciste all’estrema destra che avanza perché si finisce solo per rafforzarla. I Trump, i Bolsonaro e i Le Pen si sentono orgogliosi di essere tacciati di fascisti. Quindi ritengo che la cornice organizzativa e la narrativa di coesione non debba girare attorno all’antifascismo.
Allora, quale dovrebbe essere?
Quando abbiamo lanciato Barcelona en Comú, ci siamo domandati se aveva senso presentarci alle elezioni spagnole e, dopo averci pensato molto, abbiamo preferito scommettere sul municipalismo, presentandoci alle comunali. Dopo quasi quattro anni al governo della città, siamo ancora più convinti che il municipalismo sia più importante che mai. Non solo perché le città sono sempre più attori cruciali nel mondo globale, pensiamo al cambio climatico o alle disuguaglianze, ma soprattutto perché le città sono il luogo della prossimità, della vita quotidiana, dove l’Altro non è un’astrazione, ma è il mio vicino di casa, lo conosco. So che siamo diversi, perché è nato in un’altra nazione o ha una cultura differente, ma non vivo ciò come una minaccia perché, alla fine, portiamo i nostri figli alla stessa scuola, facciamo la spesa negli stessi negozi, ci organizziamo insieme nel quartiere quando sussiste un problema. È nella vita di tutti i giorni che si pratica il cambiamento. E il luogo dell’esperienza, per eccellenza, è la città.
In tutto il mondo crescono i movimenti di donne che reclamano diritti e cambiamento. Il femminismo può essere la risposta?
Senza alcun dubbio. Questo è il secolo delle città e delle donne. Il femminismo è legato a doppio filo al municipalismo perché propone cambiamenti che devono prodursi nell’ambito della vita. Il personale è politico e la politica patriarcale si occupava solo della macropolitica e la gran parte della nostra vita rimaneva invisibile: le cure, la riproduzione erano di competenza prettamente delle donne mentre gli uomini attuavano la politica vera e propria. Credo che questo sistema sia chiaramente in crisi ed è un’opportunità per tutti, donne e uomini.
L’estrema destra ottiene consensi però anche per reagire a questi cambiamenti. È antifemminista e omofoba.
È vero, fa parte della normale dialettica della politica: quando c’è un processo di cambiamento, chi è privilegiato, chi ha il potere, si sente minacciato e si oppone. Ma ci sono anche molti uomini che vedono nel femminismo un’opportunità perché non piace quella maschilità che gli hanno imposto. Dobbiamo difendere un femminismo che sia inclusivo ed empatico, che non disprezzi la diversità, ma che la veda come una ricchezza.
Un femminismo che sia antirazzista, anticoloniale, antiomofobo, che sappia creare ponti tra le diverse lotte che hanno in comune l’uguaglianza, la libertà, i diritti umani. E che abbia anche un messaggio positivo per gli uomini. Dobbiamo lavorare su questo, affinché nessuno si senta minacciato.
Cosa dice del “sovranismo democratico”? Il ritorno alla patria può avere anche una declinazione di sinistra?
Sono stata antinazionalista tutta la mia vita. Non è un caso che sia municipalista. Credo nel governo della gente, il che non significa disprezzare fattori identitari come la cultura, la tradizione o la lingua. Bisogna preservarli e valorizzarli.
L’asse su cui ruota la costruzione di un progetto collettivo non deve essere la patria o la nazione, ma un progetto di convivenza per il futuro che vogliamo, un progetto democratico dove la diversità sia benvenuta perché ci arricchisce. Questa è la mia posizione personale: mai ho parlato in termini di patria e non credo che inizierò a farlo ora.
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, sembra abbia deciso di presentarsi alle Europee 2019. Le sembra una buona notizia per l’Italia e per le future alleanze?
L’Italia è un Paese di una ricchezza culturale, umana e politica enorme, da cui ho imparato moltissimo.
Mi rattrista constatare come ci sia un mondo sociale e progressista profondamente depresso prima per l’avvento di Berlusconi ed ora per Salvini. Ma non possiamo permetterci il lusso di deprimerci. Qualunque notizia che indichi il tentativo di rilanciare un progetto alternativo di trasformazione e che crei un orizzonte di speranza non può che essere positiva.
Parla costantemente di Europa dei diritti e dei popoli. Nel concreto, come si resiste ai diktat della Troika? Come si costruisce un’altra Europa all’interno della “gabbia” di Maastricht?
Non è facile, lo so bene. L’Unione Europea non si è costruita bene perché si è unita al processo neoliberista globale: si è costruita un’Europa dall’alto, tecnocratica, che ha facilitato le disuguaglianze. Sarebbe però un errore dare l’Europa per persa. Se critichiamo che la Troika ha costruito dall’alto un’Europa che non rappresenta la maggioranza della popolazione, allora è la maggioranza della popolazione che deve ricostruire l’Europa.
Eh, ma come?
Non dobbiamo chiedere a un’istituzione che si autoriformi.
Non possiamo delegare, dobbiamo farlo noi dal basso. Anche su questo credo che il municipalismo sia la chiave perché ha il valore delle pratiche e delle esperienze concrete. Dalle città stiamo dimostrando che possiamo gestire l’energia e i beni comuni in un altro modo, che lottiamo contro l’inquinamento, che guadagniamo spazio per le persone, che si possono fare politiche di accoglienza.
Sono fermamente convinta che le città abbiano un ruolo cruciale nell’opportunità di democratizzare e reinventare l’Europa dal basso.
Cosa dice del “sovranismo democratico”? Il ritorno alla patria può avere anche una declinazione di sinistra?
Sono stata antinazionalista tutta la mia vita. Non è un caso che sia municipalista.
Credo nel governo della gente, il che non significa disprezzare fattori identitari come la cultura, la tradizione o la lingua. Bisogna preservarli e valorizzarli.
L’asse su cui ruota la costruzione di un progetto collettivo non deve essere la patria o la nazione, ma un progetto di convivenza per il futuro che vogliamo, un progetto democratico dove la diversità sia benvenuta perché ci arricchisce. Questa è la mia posizione personale: mai ho parlato in termini di patria e non credo che inizierò a farlo ora.
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, sembra abbia deciso di presentarsi alle Europee 2019. Le sembra una buona notizia per l’Italia e per le future alleanze?
L’Italia è un Paese di una ricchezza culturale, umana e politica enorme, da cui ho imparato moltissimo.
Mi rattrista constatare come ci sia un mondo sociale e progressista profondamente depresso prima per l’avvento di Berlusconi ed ora per Salvini. Ma non possiamo permetterci il lusso di deprimerci. Qualunque notizia che indichi il tentativo di rilanciare un progetto alternativo di trasformazione e che crei un orizzonte di speranza non può che essere positiva.
(Left, 21 dicembre 2018)
di Katia Ricci
Nella sede dell’Associazione La Merlettaia di Foggia il 9 gennaio 2019 è stata inaugurata, a cura di Katia Ricci, la mostra-installazione dal titolo «Il mistero negato del corpo che non tace» di Clelia Mori, un’artista di Reggio Emilia, che ha illustrato il senso e la genesi della sua opera che risale al 2015. Iolanda Picciariello, un’operaia dello stabilimento Fiat di Melfi, ha raccontato la sua esperienza e Gemma Pacella, giovane dottoranda in Diritto del lavoro, ha parlato delle divise che le aziende impongono alle lavoratrici. Molte le domande, le curiosità e le osservazioni del pubblico che è intervenuto.
Nel 2015 Clelia Mori fu colpita da una notizia letta sui giornali a proposito della contestazione delle operaie Fiat di Melfi nei confronti delle tute bianche da lavoro che l’azienda aveva imposto alle operaie addette alla carrozzeria. 400 di loro firmarono una petizione, chiedendo di cambiare quel dress code che consideravano non adatto e non pratico a essere indossato dalle donne durante il ciclo mestruale, perché si macchiava facilmente di sangue, creando un profondo disagio. Si può bene immaginare gli sguardi e i risolini che quella vista poteva suscitare negli uomini, ma poi, come ha raccontato Iolanda, anche gli uomini hanno capito e appoggiato la protesta. La risposta dell’azienda, pur pratica da un certo punto di vista, fu ritenuta dalle operaie del tutto inadatta e che non coglieva appieno il senso della protesta: le tute bianche, uguali per uomini e donne, che dal punto di vista della Fiat rimandavano a un’idea di ordine, efficienza e pulizia, basata sulla parità di genere, mettevano invece in risalto che i corpi di donne e uomini sono differenti e che è necessario trattarli con cura e con uno sguardo diverso. In più quelle culotte offerte in dotazione alle operaie, insieme alla tuta, da indossare sotto i calzoni nei giorni del ciclo erano scomodissime, rigide e non lasciavano traspirare la pelle. Le operaie le considerarono un’imposizione umiliante e irrispettosa del loro corpo.
Letta la notizia, Clelia Mori ebbe l’idea di fare un intervento artistico sulle tute e ne chiese alcune alle operaie con cui riuscì a mettersi in contatto. Finalmente, dopo alcuni anni e relazioni epistolari, le arrivarono quattro tute che sono il fulcro del lavoro artistico che all’inizio s’intitolava “Ritratto di operaie” e in seguito “Il mistero negato del corpo che non tace”. L’artista ha ideato un intreccio indissolubile tra arte e politica, come è nel suo linguaggio e nella sua ricerca estetica di donna che da anni si è nutrita del “pensiero della differenza sessuale”: ha ricamato nei calzoni all’altezza del pube due cerchi concentrici con filo rosso, sotto due dei quali una macchia dello stesso rappresenta il sangue mestruale, segno irriducibile della differenza. Nella parte alta della tuta, invece, appaiono tre cerchi concentrici ricamati con il filo, dentro e intorno ai quali un ricamo con filo d’oro crea innumerevoli puntini e linee rette o curve che rappresentano le stelle e le reti di relazione che le donne continuamente riescono a tessere. Sul taschino della camicia, poi, sono inseriti specchietti che riflettono l’immagine di chi si avvicina per guardare.
Attraverso le macchie del sangue mestruale il corpo parla della propria differenza e, quindi l’artista gira in positivo, e al di fuori dei canoni tradizionali che fissa stereotipi, il legame antico e indissolubile tra corpo e femminilità. Infatti insieme con le tute Clelia espone una tela a olio intitolata “Salvator mundi” che riprende “L’Annunziata” di Antonello da Messina, ma trasforma in un gesto benedicente la mano di Maria che nell’artista rinascimentale è aperta nel momento in cui chiede all’Arcangelo Gabriele come farà a mettere al mondo il figlio di Dio, se non conosce uomo. Per Clelia è il “sì” della Vergine a salvare il mondo.
Un arazzo formato da un antico lenzuolo tessuto a mano su cui è ricamata una grandissima macchia del “sangue di vita” e una serie di disegni, infine, concludono l’installazione. Così li descrive Clelia Mori: «Sul totale dei disegni ci sono 3 o 4 fogli, dipinti con tempera oro per indicare la preziosità del mestruo». Ognuno degli altri 13 disegni (con macchie di china rossa e blu) è stato nominato “uno di tredici”, “due di tredici”, “tre di tredici” ecc. fino a “tredici di tredici”. È la rappresentazione del numero di volte in un anno in cui le donne di solito sono mestruate (il Sangue di Vita). «Ho ottenuto – dice Clelia – 13 dividendo 365 giorni per 28 (i giorni del ciclo lunare). Il disegno su di un foglio più piccolo ha una macchia d’oro all’interno di nove cerchi: è un simbolo dei 9 mesi della gravidanza… il 9 dice anche tanto altro… Ho unito il sangue mestruale con la vita che CREIAMO. Ho fatto tutto questo sul mestruo perché ho pensato che va dipanata la matassa neutra della parola “sangue” con cui identifichiamo qualsiasi sangue: quello di ferita, di malattia, di morte e mestruale. Credo che vada detto che quello mestruale è differente ed è di VITA.»
Clelia Mori esprime nella sua ricerca un atteggiamento comune a tante artiste che rifuggono i canoni della tradizione maschile, seguendo il proprio desiderio, per cui danno valore a tutto ciò che non era stato considerato arte per rifiutare il mito dell’artista genio e per creare un proprio spazio e linguaggio allo scopo di significarsi come donne e ripensare all’immagine di sé, da un punto di vista sessuato, femminile.
Clelia Mori ha colto attraverso l’arte il nesso indissolubile tra corpo, esperienza e linguaggio di cui le donne sono portatrici e che inevitabilmente in maniera più o meno consapevole portano in ogni ambito perché la differenza sessuale è iscritta nel corpo e oggi più che mai è visibile anche nel lavoro. Scrive, infatti, Giordana Masotto nell’articolo Il lavoro ha bisogno di femminismo, nell’ultimo “Sottosopra” Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda (recentemente presentato a Foggia presso Parco-città), della Libreria delle donne di Milano, che le donne sono «ben ancorate in quel nesso corpo-parola che è la nostra forza. Questo nesso è peculiare del soggetto inedito che sono le donne portatrici di una complessità e di una contraddizione radicale […] Le donne sono portatrici di un tale scardinamento dell’idea, della qualità e del senso del lavoro che non possiamo pensare di affrontare discriminazioni e segregazioni senza cambiare il punto di vista sul quadro generale. Le donne al lavoro ci vanno intere… il di più che portano chiede di ripensare il lavoro per tutti […] Un insieme di denaro, tempo, senso, espressione di sé, relazioni».
Nella vicenda delle operaie di Melfi Clelia Mori ha colto che loro, come tante donne, non hanno mai lottato solo per rivendicare la parità di trattamento e di retribuzione, ma per avere condizioni affinché possano esprimersi come soggetto incarnato e dare voce ai desideri di un corpo femminile diverso dal corpo maschile, e che produce linguaggio e un immaginario differenti. Infatti all’essere donna non corrispondono solamente caratteristiche e cicli fisiologici diversi dagli uomini ma anche sensazioni ed emozioni corporee differenziate e, quindi, un pensiero e un linguaggio costituiti sulla base della consapevolezza della differenza. Come dice Chiara Zamboni: «È interessante che le donne diano molta importanza al corpo. Ora, il corpo è in gran parte inconscio, così che la nostra esperienza del corpo non può essere oggettivata. Il rapporto con il corpo e con il mondo di cui facciamo esperienza prende dunque una qualità altra nell’esperienza delle donne».
(L’Attacco, 10 gennaio 2019)
di Massimo Gramellini
Uno scrittore famoso in Francia, Yann Moix, sta facendo parlare di sé i siti di mezza Europa per avere dichiarato a una rivista che non gli piace andare a letto con le cinquantenni. La lista delle frasi a effetto con cui avrebbe potuto entusiasmare i nuovi benpensanti è molto più lunga. La scienza complotta contro l’umanità; l’Europa sarà islamica entro domani o dopodomani al massimo; la caccia fa bene all’ambiente; le donne si atteggiano a intellettuali e invece vogliono solo fare sesso. Ha preferito quella sulle cinquantenni, ma solo perché le altre le aveva già dette o scritte il suo connazionale Houellebecq. Ci vuole davvero tanto coraggio per sfidare nel 2019 il linguaggio politicamente corretto, morto e sepolto da almeno un decennio, come l’estenuata sinistra radical chic che lo aveva adottato. E ce ne vuole ancora di più per atteggiarsi a contropotere quando si sta al potere, per definire buonsenso quello che è solo senso comune e per spacciare da paladini dell’anticonformismo i nuovi conformisti, che nulla rischiano con le loro provocazioni di cartapesta, se non di racimolare un po’ di celebrità. Bisogna essere molto stanchi e molto annoiati per rimanere estasiati da certe prove di muscolosità verbale, per confondere la mancanza di ipocrisia con la mancanza di educazione e per incoronare profeti di verità ed emuli di Nietzsche quelli che la generazione dei nostri padri, la meno radical chic della storia, avrebbe semplicemente liquidato come «dei gran cafoni».
(Corriere della Sera, 9 gennaio 2019)
Lettera a Salvini di un’immigrata africana: «La faccia cattiva la dedichi ai potenti che occupano casa mia»
È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al ministro dell’Interno. «Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità».
«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce, poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.
È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro sono nostre compagne quotidiane.
La vedo già storcere il muso. È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?
Sono fatti suoi, invece.
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.
Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.
L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…
Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù, anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.
Ancora una volta, la pacchia l’avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.
Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro».
(Fonte: Raiawadunia.com)
(Famiglia Cristiana, 09 gennaio 2019)
di Franca Fortunato
A sessant’anni di distanza dalla legge della senatrice socialista Lina Merlin, che ha messo fine ai bordelli di Stato e alla regolamentazione della prostituzione, un’altra donna, Rachel Moran, irlandese, sopravvissuta alla prostituzione ne ha reso possibile la sua fine. Rachel Moran con il suo libro Stupro a pagamento – La verità sulla prostituzione (Round Robin editore) ha raccontato, pensato, studiato, a partire da sé, la prostituzione e, con parole mai dette prima, ne ha svelato la vera causa, una sessualità maschile degradata e degradante che per millenni, con la complicità degli altri uomini, si è autorizzata a impossessarsi e violare il corpo femminile in cambio di denaro. La Merlin, con la sua legge, approvata dal Parlamento italiano dopo dieci anni dalla sua presentazione (1948-1958), mirava a cancellare la stigmatizzazione delle prostitute e dare loro dignità e libertà, rifiutando l’idea della prostituzione come lavoro e immaginandone la fine attraverso l’invenzione di nuovi rapporti tra donne e uomini. Quel tempo è venuto, è il nostro, è qui ed ora. «Secoli di complicità tra uomini – scrive Luisa Muraro nell’ultimo Sottosopra “Cambio di civiltà – Punti di vista e di domanda” della Libreria delle donne di Milano –, di assoggettamento delle donne, di moralismo ingiusto, di cattiva letteratura e di assuefazioni, hanno portato la società a non rendersi conto che la ferita inflitta all’umanità con la pratica della prostituzione, non è accettabile. E non lo è mai stata. Non ci sono regole che tengono. Così come è accaduto per i ricatti sessuali sul posto di lavoro da parte di quelli che hanno più potere, verrà il momento – ed è questo – in cui la non ineliminabile vergogna della prostituzione, sempre rigettata sulle donne, tornerà alla sua vera causa, che è una concezione maschile degradata del desiderio e della corporeità».
Lina Merlin con la sua legge mise al bando le “case chiuse” dette così – come spiega Silvia Niccolai nel suo scritto La legge Merlin eredità femminile da riconoscere (Libreria delle donne) – perché c’era l’obbligo di tenere le persiane e le porte serrate, di modo che non fossero visibili all’esterno le attività che all’interno si conducevano; nelle case le donne vivevano recluse, non potevano uscire se non accompagnate dalle tenutarie, e a date ore del giorno; erano sottoposte a visite sanitarie obbligatorie, spesso vere vessazioni da parte del personale medico, che vi lucrava; se risultavano affette da malattie veneree le donne venivano confinate in sifilocomi; essendo “librettate”, cioè dotate di una carta che le autorizzava alla professione – la prostituzione libera era considerata clandestina e come tale vietata, e spesso l’individuazione di una “clandestina” equivaleva a un reclutamento coatto nel bordello per tramite della polizia – portavano lo stigma per tutta la vita: essere segnate come prostitute impediva le buone referenze necessarie a trovare un lavoro, mentre sposare un’ex prostituta, per un dipendente dello Stato o un membro dell’Arma, valeva la radiazione. La Merlin con la messa al bando delle “case chiuse” respingeva l’idea della prostituzione come professione, come attività economica, come lavoro basato su un contratto commerciale. È questa, invece, l’idea che è continuata a prevalere dopo di lei fino a noi, rendendo così invisibile il diritto d’accesso sul corpo della donna, che gli uomini si sono accordati. La prostituzione è il mestiere più antico del mondo. Quante volte l’abbiamo letto o sentito dire! No, la prostituzione non è un lavoro, non lo è mai stato, ma è, e lo è sempre stato, violenza del prostitutore sul corpo femminile, è stupro, commercializzazione di un abuso, ricerca del piacere del dominio, del poter disporre dell’altra a proprio piacimento. «Quando un buon padre di famiglia – ricorda Alessandra Bocchetti sul Sottosopra “Cambio di civiltà” – accompagnava al casino per la prima volta suo figlio quindicenne, lo faceva diventare uomo, si diceva. Quel padre insegnava in questo modo l’ordine del mondo, che un corpo di donna si può comprare, che esistono le donne per bene e quelle per male, che quelle per male esistevano per il piacere, e quelle per bene esistevano per fare e curare la famiglia. Insegnava che il piacere maschile era autorizzato, necessario e dovuto. Insegnava che le donne per bene non avevano mai voglia di scopare, che quella voglia ce l’avevano quelle per male». Rachel Moran riesce a scrivere il suo libro con grandissima fatica solo dieci anni dopo essere uscita dalla prostituzione e arriva alla sua dolorosa consapevolezza scavando dentro di sé, ascoltando tante altre sopravvissute e quelle che ha incontrato nei sette anni in cui è stata prostituita (dai15 ai 22 anni). Da sopravvissuta è riuscita a riprendere gli studi, laureandosi poi in giornalismo e diventando un’attivista di Space International, un’associazione che raccoglie sopravvissute alla prostituzione di nove paesi del mondo e si batte per l’abolizione della prostituzione e la criminalizzazione dell’acquisto del sesso, come è già avvenuto per legge in Svezia (1999), Irlanda e Norvegia. La prostituzione non finirà mai. Quante volte abbiamo letto o sentito dire anche questo! No, non è vero, un mondo senza prostituzione non solo è possibile, ma comincia già ad esistere, basta reprimere la domanda di acquisto di sesso.
Con il suo libro Rachel Moran ha fatto della sua consapevolezza di donna coscienza collettiva, ed è per questo che la Muraro parla di «un grande libro femminista», perché «la rivoluzione femminista comincia da dentro e comincia ogni volta che una donna prende la parola per raccontare di sé alle altre, sapendo che sarà ascoltata e creduta». A tutte/i coloro, anche tra le femministe, che pensano alla regolamentazione della prostituzione come un lavoro, retto come ogni altro da un contratto – è del Pd la più recente proposta di legge per la regolamentazione della prostituzione e ha il sostegno della Cgil e sono molti, tra cui i leghisti, che periodicamente invocano la cancellazione della legge Merlin e la riapertura delle case chiuse – Carole Pateman, a trent’anni dalla legge Merlin, nel suo libro Il contratto sessuale (Moretti & Vitali) aveva già risposto: «Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico […] gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne. Ecco che cosa non va nella prostituzione». Rachel Moran oggi aggiunge: «Il mito della puttana felice non ha nessun senso logico, perché la caratteristica peculiare delle persone libere risiede nell’inviolabilità del loro corpo mentre il marchio distintivo della prostituta è che il suo corpo non è inviolabile […]. Nel tentativo di restituire dignità alle persone prostituite, si dà dignità alla prostituzione, chiamandola lavoro e cancellando la violenza». Lina Merlin, all’alba della vita repubblicana, a un collega di partito, che difendeva la prostituzione e i bordelli per la loro importante funzione di “sevizio sociale”, un giorno nei corridoi di Montecitorio gridò: «Allora perché non ci mandi tua moglie o le tue figlie?». In una occasione pubblica, dopo aver presentato la sua legge, un gobbo le si avvicinò e le chiese: «Ma come potrà fare un povero gobbo?». E lei rispose: «Caro signore, faccia come fanno le povere gobbe».
Dopo cinquant’anni di lotte e lavoro politico, sono le donne, oggi, a dire come gli uomini si devono rapportare al corpo femminile. Come hanno fatto con la presa di parola pubblica alcune attrici famose di Hollywood che, dopo Asia Argento, hanno accusato il potente produttore cinematografico Weinstein, dando vita al movimento #MeToo per dire basta al ricatto sessuale sul posto di lavoro, come hanno fatto anche le dipendenti di Google, scese il 1° novembre scorso in tutte le piazze del mondo, insieme ai loro colleghi, per dire basta alle molestie sessuali dentro l’azienda, come ha fatto Rachel Moran con il suo libro e il suo movimento delle sopravvissute alla prostituzione che hanno detto basta allo stupro a pagamento, basta alla vendita sul mercato del corpo delle donne, ridotto a merce. Un basta, che vale anche per la commercializzazione del corpo femminile nella gestazione per altri (Gpa) o utero in affitto. La libertà del mercato neoliberista, che umilia il corpo delle donne, non ha niente a che fare con la libertà femminile. Sono le donne che oggi stanno rendendo possibile un cambio di civiltà nei rapporti con gli uomini, perché non accada più quello che è accaduto e che non doveva nemmeno cominciare.
(Prostituzione felice?, Casablanca – Le Siciliane, novembre-dicembre 2018)
