di Massimo Gaggi

 

Tre donne pronte a ogni sacrificio che combattono in tre Paesi – Afghanistan, Iraq e Siria – nei quali la condizione femminile è drammatica, raccontate da «I Am the Revolution». Il documentario di Benedetta Argentieri, regista e produttrice, è stato girato da un team tutto al femminile. Prodotto da Possible Films e da Rai Cinema, e presentato per la prima volta in autunno a New York al festival americano dei documentari, «I Am the Revolution» ha avuto la sua prima italiana l’altra sera a Milano al teatro Plinius. Seguiranno altre presentazioni a Milano e in molte città italiane, da Roma a Torino, da Bologna a Brescia.

Inserito da Metro Usa tra i 15 documentari più importanti del 2018, il film (ora distribuito in America da Women Make Movies) racconta la storia di tre attiviste che cercano di cambiare la società rischiando ogni giorno la vita. Paradossalmente, nota la Argentieri presentando il film, sono le guerre – una disgrazia per tutti ma soprattutto per l’universo femminile, più esposto alle violenze – ad aver offerto una possibilità reale di cambiamento: «Il caos crea anche vuoti nei quali chi ha coraggio cerca di creare un ordine nuovo».

È quello che ha tentato di fare in Afghanistan (dove l’87% delle donne subisce violenze e solo il 14% sa leggere e scrivere) l’attivista politica Selay Ghaffar, portavoce del Partito della Solidarietà: Selay, a Milano per la presentazione del documentario, da anni sfida le continue minacce di morte girando in lungo e in largo un Paese controllato al 72 per cento dai talebani per istruire le donne sui loro diritti. Protetta da una scorta armata, cambia ogni giorno dimora. Ora teme che un accordo Usa-talebani porti sì a una riduzione dello spargimento di sangue, ma anche al blocco di ogni progresso civile per le donne, tra sharia e impossibilità di accedere all’istruzione.

Yanar Mohammed, una delle 100 donne più influenti al mondo per la Bbc, si batte per le donne irachene dalla caduta del regime di Saddam. In un Paese nel quale le donne, spesso rapite e vendute in tempo di guerra, si vedono negare diritti elementari e col delitto d’onore ancora diffuso, Yanar ha creato vari shelter nei quale si rifugia chi fugge dalla schiavitù e dagli abusi.

Rojda Felat, comandante delle truppe curde che un anno fa hanno riconquistato Raqqa, la città siriana divenuta la capitale dell’Isis, è una stratega militare di 37 anni con un forte impegno a tutela delle donne: nei territori liberati le riforme partono dall’abolizione della poligamia e dei matrimoni tra minori.

Tre donne indomite raccontate da una troupe italiana e americana: oltre alla Argentieri, giornalista italiana basata a New York, la cinematografia di Lea Khayata, Arianna LaPenne e Francesca Tosarelli, la coproduttrice Elizabeth Panker e la editor Elena Toccafondi). Tutte col coraggio di girare il documentario in zone di guerra o in territori sconvolti da guerre civili.

(Corriere della sera, 26 febbraio 2019)

intervista di Matteo Angeli

 

La crisi del progetto europeo è sintomo di una malattia ben più grave, ovvero il declino della politica, sempre più effimera, volatile, in mano a venditori e showman.
In questo scenario in cui prevalgono logiche di corto respiro, è ancora possibile immaginare nuove forme di partecipazione e di rappresentanza, possibilmente con una valenza europea?
Ne abbiamo parlato con la filosofa Luisa Muraro. È tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, della rivista Via Dogana e della comunità filosofica Diotima, che ha elaborato e diffuso il pensiero della differenza, fino a renderlo una realtà imprescindibile della filosofia contemporanea.

Luisa Muraro, l’Europa sembra essersi retta – soprattutto negli ultimi due decenni – sull’illusoria presunzione che la coesione e l’integrazione raggiunte siano una condizione irreversibile. E che non possa esservi un’alternativa di disgregazione e neppure un ritorno indietro, un riaggiustamento significativo della sua architettura in seguito al ripetersi di crisi come quella greca e la Brexit. Invece sono sempre più numerosi quelli che cominciano a pensare che sotto le scosse crescenti dei rinascenti nazionalismi l’edificio europeo possa addirittura crollare. Perfino in tempi rapidi. Lei è tra questi?

La parola “crollare” mi pare esagerata per un edificio basso e largo, meglio parlare di un disfarsi. Farebbe comunque danni che non sappiamo fin dove potrebbero arrivare. Del resto, le cose che possono accadere senza che si possa prevedere né arrestare le conseguenze, sono una miriade crescente a causa di una globalizzazione malfatta: il capitale aveva fretta di fare soldi, ce l’ha detto chiaro e tondo a Genova nel 2001.

Quanto alla domanda: no, non penso che siamo nell’imminenza di un disfacimento dell’Unione europea. Secondo me, c’è una parte di finzione nel discorso dei cosiddetti sovranisti. Vero è che, se spingono la finzione molto avanti, questa potrebbe sfuggirgli di mano e diventare realtà, cioè una crisi distruttiva dell’Europa… Non dimentichiamo quello che è capitato nel 1914, nessuno voleva la guerra oppure sì, ma piccola. Come sappiamo, a furia di finte, è scoppiata una guerra mai vista prima così grande che ha devastato l’Europa per tre decenni abbondanti.

Quanto si sente europea? E come definirebbe, come spiegherebbe il suo essere europea a qualcuno che viva lontano dal nostro continente e che non l’abbia mai visitato?

Dirò una banalità ma so per esperienza che suonerà un po’ sorprendente: io mi sento anzitutto veneta. Detto questo, le cose si complicano. Giovane, ha lasciato volontariamente il Veneto, la cui popolazione mi appariva troppo ossequiosa verso il potere. Ho girato due anni per l’Europa e poi ho trovato il modo di stabilirmi a Milano. Che per me è una specie di Europa dove si parla la lingua europea che conosco meglio, l’italiano.

Qual è il problema? L’Italia meridionale, ovviamente, cioè aver fatto l’Italia (cosa che, esclusa una minoranza borghese e intellettuale, i veneti non volevano) e con l’Italia, il Meridione con i suoi eterni problemi senza soluzione.

Avrei potuto provare simpatia e ammirazione per il sud dell’Italia e per l’Italia in quanto paese dell’Europa meridionale, come la Spagna e la Grecia. Ma non ho trovato le mediazioni necessarie. Non le ho trovate perché, che io sappia, non esistono. Andare a Napoli è imbarazzante per me. Fa eccezione il lungo soggiorno dedicato a studiare Giambattista Della Porta, figura di napoletano che aveva statura europea e che, per me, non l’ha persa.

Arrivo così a rispondere alla domanda. Se qualcuno, esterno ed estraneo, m’interrogasse sul mio essere europea, gli risponderei: parliamo dell’Europa o dell’Unione europea? Lo chiedo perché, semplificando ma non più di tanto, l’Europa l’hanno fatta i meridionali ma l’Unione europea l’hanno fatta i nordici, e le necessarie mediazioni continuano a mancare. La cosa si è accentuata per me con il femminismo: in risposta al movimento delle donne le agenzie europee hanno adottato un “femminismo di Stato” poco o niente rispondente al movimento di cui faccio parte attiva da una vita.

Si potrebbe sostenere che l’edificazione dell’Unione europea sia stata finora un’opera prevalentemente “maschile”. Tanto che, adesso che è in crisi, si fa spesso riferimento alla necessità di recuperare lo spirito dei “padri fondatori”, come Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Konrad Adenauer, ecc. Eppure l’Europa ha potuto contare su figure femminili di spicco già prima della fine della seconda guerra mondiale, come Simone Weil…

È molto giusto ricordare in questo contesto la figura di Simone Weil, la quale ha intensamente partecipato alle vicende dell’Europa tra le due guerre mondiali e, alla fine della sua vita, nei primi anni Quaranta, si è dedicata a pensare un futuro che portasse la Francia e l’Europa a riscattarsi dagli esiti di una disastrosa modernità. Di ciò parlano i suoi “Scritti di Londra” e il fondamentale “L’Enracinement”, saggio che in Italia conosciamo con il titolo che gli diede Franco Fortini, “La prima radice”. Per un’introduzione alla conoscenza di lei segnalo il recente “Leggere Simone Weil” di Giancarlo Gaeta (Quodlibet, 2018).

C’è un’altra donna che bisogna iscrivere nella genealogia dell’Europa, non accanto ai padri elencati nella domanda, uomini sicuramente meritevoli e degni. Lei è venuta prima di loro nel tempo e non soltanto, pensando alla qualità dell’ispirazione che ci trasmette… Sbaglio: che poteva e ancora potrebbe trasmetterci se solo non fosse trascurata dagli studiosi e sconosciuta ai più. Parlo di Madame de Staël, per la quale rimando alle pagine che le dedica Tiziana Plebani, “Le scritture delle donne in Europa” (Carocci, 2019).

Non è soltanto l’Unione europea che risulta come se fosse opera solo maschile ma quasi tutta la storia e la cultura dell’Europa.

A questo punto chiedo spazio per rispondere a una domanda che s’impone. Premesso che l’umanità femminile ha grandemente e variamente contribuito alla storia e alla civiltà del continente, perché il loro contributo non ci appare con ogni evidenza? Ciò si deve (principalmente, secondo me) alla formazione della memoria collettiva e ai criteri per selezionare ciò che è memorabile e va trasmesso. In questo passaggio l’umanità femminile va sullo sfondo e quasi sparisce. Perché, torno a chiedere. Suggerisco un’ipotesi: i maschi hanno un forte bisogno di risaltare, emergere, farsi vedere, lasciare traccia di sé (in questo simili a certi animali). Niente di male, in sé. Il problema è che fanno della maschilità la misura della normalità umana e resistono alla consapevolezza della loro propria differenza. Al limite, preferiscono martoriarsi con la virtù dell’umiltà e le pratiche del nascondimento, piuttosto di prendere serenamente coscienza dei propri speciali bisogni simbolici.

Angela Merkel è probabilmente la politica che ha lasciato maggiormente il segno in Europa negli ultimi vent’anni. Ha saputo compiere gesti coraggiosi, come aprire le frontiere ai migranti che scappavano dalla guerra in Siria e così facendo ha messo in discussione una serie di stereotipi sulla popolazione tedesca. Ciononostante, la cancelliera risente di una profonda avversione, in patria e in Europa. È il timore che riemerge tutte le volte che la Germania è in una posizione di forte leadership o c’è anche qualcosa in più, una malcelata misoginia verso una donna in posizione di comando?

Mi stupisce apprendere che la cancelliera della Germania sarebbe oggetto di avversione nel suo paese e in Europa, senza per questo ignorare i suoi torti nei confronti della Grecia, per esempio. Ci furono allora delle aspre critiche. Ricordo anche la difesa che di lei fece, nel 2015, Guido Ceronetti: “Non toccate Angela, ha risollevato il gigante tedesco dalla grande colpa”. Nel mio ambiente femminista italo-tedesco non abbiamo dubbi, Angela Merkel è una donna ammirevole; io sono perfino fiera di lei che, come statista, è arrivata dove la nostra Tina Anselmi poteva arrivare, penso io, se non fosse stato per i marpioni nostrani.

Veniamo così alla domanda: paura della Germania o malcelata misoginia? Entrambe le cose, direi e le metterei in questo ordine: la paura copre la misoginia, ma non è pretestuosa. Angela Merkel ha contribuito a farci vedere il popolo tedesco in una luce di riscatto morale, come dice Ceronetti, ma resta un’ombra in cui la misoginia non c’entra, l’ombra di un male irreparabile che non si riduce alla colpa. Quando mi capita, e mi capita non di rado, di pensare ad aspetti ammirevoli della cultura tedesca, e non sono pochi, ogni volta una domanda mi gela: “Ma come hanno potuto?” Ripenso a Willy Brandt caduto in ginocchio e mi viene da piangere di pietà perché non c’è niente da fare.

Con tutti i suoi limiti gravi e contraddizioni, lo sviluppo dell’Unione europea ha comportato lo sviluppo di tutti e ciascuno dei paesi membri, ha contribuito all’innalzamento dei livelli di vita degli europei. Eppure questo dato non sembra aver fatto presa. Caso mai il contrario. È molto forte, è prevalente la narrazione di un’Europa responsabile della crisi e dell’impoverimento della classe media. La Brexit ha avuto successo anche per via di questo tipo di rappresentazione della realtà. Che cosa ha generato quest’idea di un’Europa che prende e che non dà? Perché è più comodo pensare che un perimetro più ristretto, quello delle vecchie nazioni, sia più confortevole e più promettente?

Suppongo che la domanda sia basata su una valutazione accurata dei benefici che, sommato tutto, l’Europa ha portato ai suoi stati membri. Ma mi chiedo se, nello scontento verso l’Europa, il conto (che supponiamo sbagliato) dei costi e dei benefici sia il fattore determinante. Non potrebbe esserci qualche altra ragione, magari buona?

Consideriamo il caso della Brexit. Nessuno dei due grandi schieramenti politici, laburisti e conservatori, aveva intercettato il malumore di coloro che poi hanno fatto vincere l’exit. C’è riuscito invece un certo numero di demagoghi irresponsabili, gente che non era neanche all’altezza di sfruttare il suo successo. Uscire dall’Europa, lo sappiamo, è un’idea disgraziata che non risolve niente, ma sappiamo il vero significato politico di quel malumore?

Una come me ha chiaro che l’Europa non è responsabile della crisi iniziata nel 2008 con tutto il suo accompagnamento di effetti negativi fra cui il timore permanente di una più grave ricaduta. Io presumo di sapere che la crisi sia riconducibile agli incerti di un’economia globale prevalentemente finanziaria, da una parte e, dall’altra, alla difficoltà di escogitare politiche adeguate a questo stato di cose.

Ma questo non mette le cose a posto. Perché l’Europa vigila al centesimo sui conti pubblici e non presta attenzione alle politiche sociali? A che pro i grandi servizi pubblici, come acqua, luce, gas, telecomunicazioni, trasporti, devono essere tutti privatizzati? Che cosa stanno facendo i governanti perché l’Europa sia una potenza pacifica e non succube di alcune potenze in competizione mortale con altre? Nella mia città, gli Usa (non la Nato) hanno messo una seconda base militare, gli abitanti non la volevano ma non c’è stato niente da fare. Tanti anni fa l’Italia aveva una politica estera, adesso ci tocca subire le iniziative dei più forti, dentro e fuori dall’Europa (Iraq, 2003; Libia, 2011…). Solo gli eccessi di Trump consentono di notare che tra l’Europa e gli Usa c’è qualche differenza.

L’immigrazione è oggi posta in cima ai problemi che hanno generato lo stato di sfiducia che serpeggia in Europa e l’affidamento a forze reazionarie. Sapendo che è un fenomeno destinato a durare e a crescere, pensa che possa venire il giorno in cui possa essere considerata una fortuna per un continente vecchio e inaridito, la presenza di forze nuove in grado di rinnovarlo? Oppure teme un aumento incontrollato della conflittualità?

Logico e prevedibile che l’immigrazione sia finita al primo posto tra i motivi di sfiducia verso l’Europa. Quando i movimenti migratori hanno preso le proporzioni drammatiche che sappiamo, l’Europa non ha cercato subito, e non ha trovato finora, una risposta concorde che fosse all’altezza di quello che stava accadendo. Abbiamo così dovuto assistere, insieme alle tragedie degli emigranti, a un crescendo di egoismi e conflitti all’interno dell’Europa, nel succedersi di decisioni deboli e incoerenti di Bruxelles.
L’idea di un’Europa ringiovanita e rinnovata dai nuovi arrivati mi fa un po’ sorridere ma non è proibito sognare. Per subito, la strada da prendere, io ritengo, è quella del disarmo ideologico della questione migratoria, si tratta cioè di non cadere nella tentazione di schierarsi pro o contro, per cercare invece di accordare gli interessi della popolazione stabile con quelli dei nuovi arrivati. E misurare l’entità del problema perché a me pare che si tenda a esagerare o a minimizzare. Il presidente Mattarella nella visita ufficiale in Angola ha parlato delle migrazioni in partenza dall’Africa come del retaggio più doloroso di una globalizzazione “imperfetta e ineguale”.

La volatilità della politica, il senso di forme sempre più effimere della politica, forse ancora più che l’emergere dei populismi, sembrano essere i tratti salienti dei nostri giorni. Nei confronti della politica si diffondono comportamenti di tipo “consumistico”, e da parte della politica – dei politici – sono sempre più frequenti atteggiamenti da “venditori”. Condivide questa visione delle cose? Pensa sia possibile “reinventare” forme nuove di partecipazione e di rappresentanza, con un respiro europeo?

Penso senz’altro che sia possibile inventare nuove forme politiche in vista di un’Europa migliore e a questo scopo suggerisco di studiare il movimento femminista che è protagonista di una stupefacente trasformazione dei rapporti tra i sessi. “Non è un avvenimento da poco, anzi è semplicemente enorme, del genere ‘una cosa simile non può capitare’. E invece sì: noi stiamo assistendo alla fine del dominio maschile” (Marcel Gauchet, “La fin de la domination masculine”, 2018). Il movimento femminista oggi presente nel mondo intero ha preso le mosse negli anni delle rivolte giovanili, cinquant’anni fa e non ha smesso di svilupparsi, alternando pause e invenzioni politiche.

Anni fa alcune di noi hanno suggerito di distinguere fra politica prima e politica seconda. Quest’ultima corrisponde a quella che si chiama politica, e basta.

La prima, invece, è la politica veramente importante che si fa senza votare, coltivando l’esserci in carne e ossa, praticando le relazioni, non oggettivando mai le altre, riconoscendo l’autorità ma solo quella che toglie forze e argomenti al potere. E, quando ci vuole o quando purtroppo succede che si aprano dei conflitti, starci ma senza farsi la guerra, in nome di una pluralità senza il pluralismo, coltivando le differenze, in primo luogo quella sessuale con gli uomini e quelle tra donne. Tutto questo perché ci sia nel mondo libertà per le donne. “Le donne” non esclude mai gli uomini se non quando il tra-donne è indispensabile alla ricerca della felicità (che non esclude mai quella degli uomini).

Modestia a parte, secondo me in questo riassunto di cinquant’anni di ricerca politica ci sono un sacco di buone idee anche per la politica dell’Europa. E tanto meglio se le vecchie forme della politica maschile si stanno volatilizzando, così com’è evaporata la famosa Legge del Padre.

 

Ytali, 25 febbraio 2019

(https://ytali.com/2019/02/25/una-coscienza-femminista-leuropa-parla-luisa-muraro/)

di Lucetta Scaraffia 

Come ci insegnano i commenti ai vangeli da una parte e la psicanalisi dall’altra, il tatto, che occupa un posto decisivo all’interno dell’insegnamento evangelico, costituisce un fattore essenziale nel nostro modo di conoscere la verità e di comunicare con gli altri. È un senso nascosto ma molto potente che coinvolge gli aspetti più profondi della psiche umana. Il fatto che da qualche anno, per effetto dello scandalo degli abusi, il tatto sia diventato un tipo di contatto impraticabile per sacerdoti e religiosi nei confronti di bambini e donne non costituisce solo una nuova forma di galateo e una forma di prudenza elementare per evitare sospetti (anche infondati), ma una vera mutilazione della vita di relazione, della comunicazione umana, dell’apostolato nella comunità cristiana. In un momento storico in cui la Chiesa già versa in una crisi grave nella sua capacità di trasmettere il messaggio evangelico, cuore del messaggio cristiano, l’impossibilità di dare una carezza a un bambino, di stringere le mani di una donna addolorata o agitata, costituisce un vulnus grave. Negando la possibilità di utilizzare il tatto come forma di comunicazione, diventa quasi impossibile comprendere la capacità del soggetto coinvolto di affrontare la reciprocità del rapporto, l’intimità, l’identità dell’altra persona. In sostanza, la realtà profonda di un rapporto umano.

Non si può certo negare che si tratta di una mutilazione meritata, ma è comunque una mutilazione.

Per ritornare alla libertà di dare una carezza, di prendere per mano, di mettere un braccio sulla spalla — la carità è fatta anche di questo — bisogna trovare una via di uscita dallo scandalo degli abusi.

Ogni gesto è diventato sospetto perché il significato semplice, buono, affettuoso, di tanti gesti è stato utilizzato non per rassicurare e confermare un altro, ma per violare l’intimità di un bambino, di una donna, cioè di un debole.

Papa Francesco ha dato l’interpretazione più forte e radicale a questa crisi: non si tratta di cadute nella tentazione della carne, di peccati sessuali, ma di abuso di potere, abuso che nasce da una interpretazione perversa del ruolo sacerdotale, da un male che ha chiamato clericalizzazione.

Se al peccato della carne si può infatti rimediare con la conversione individuale, l’abuso di potere, il clericalismo, richiede invece un cambiamento più profondo, una revisione completa della cultura cattolica e della preparazione dei futuri preti, richiede di tornare alle origini del messaggio evangelico, che parla sempre di servizio e non di potere. Si capisce bene quindi come il discorso di Francesco susciti tante opposizioni, e come la complessa struttura ecclesiastica opponga ancora molte resistenze al suo discorso, alla sua richiesta di purificazione radicale.

Lo vediamo soprattutto se guardiamo a una delle due componenti del gruppo delle vittime degli abusi, le donne. Mentre per i minori l’ammissione e la condanna conseguente sono obbligate, dal momento che partono da una trasgressione riconosciuta dal codice penale, per le donne il discorso è più complesso e tocca proprio il cuore dell’analisi del Papa, il potere.

Nelle trasformazioni delle leggi stabilite nei paesi occidentali la violenza sessuale nei confronti delle donne e quella nei confronti dei minori sono sempre strettamente collegate. Prendiamo l’esempio italiano: il codice Rocco, in vigore fino al 1996, puniva ogni tipo di violenza sessuale — su donne e su minori — in quanto “delitto contro la morale pubblica e il buoncostume”. Cioè tutelava un bene collettivo e non la vittima, che scompariva, quasi colpevole anch’essa di avere infranto una legge morale.

Nel 1996, grazie alle pressioni del movimento femminista, si ottiene finalmente una nuova legge: lo stupro diventa così delitto contro la persona, che ha diritto all’intangibilità sessuale, e di conseguenza la legislazione rinnovata stabilisce che l’attività sessuale debba essere frutto di una libera scelta individuale, perché rientra nel diritto proprio dell’individuo. La libertà sessuale, in quanto libertà personale, assurge così al rango di bene primario, e lo stupro diventa dunque delitto contro la persona.

La protezione individuale si estende anche ai minori, cioè a coloro che hanno meno di quattordici anni di età. Prima invece — e questo in parte accadeva anche per le donne — diventava cruciale ai fini di stabilire la gravità del reato valutare la condotta di vita del minore, e venivano protetti solo quelli che venivano considerati “minori non corrotti”. Con la nuova legge vengono ora protetti tutti i minori, perché si tutela il valore della persona, tanto è vero che il minore è protetto anche contro la sua volontà.

Ma la situazione delle donne rimane molto ambigua, e soprattutto all’interno dell’istituzione ecclesiastica secoli di cultura incentrata sulla donna pericolosa e tentatrice spingono a classificare queste violenze, anche se denunciate, come trasgressioni sessuali liberamente commesse da ambo le parti. Ecco allora che l’analisi sugli abusi fatta da papa Francesco ci viene ancora una volta in aiuto: se si punta il dito sul potere, sul clericalismo, gli abusi sulle religiose prendono un altro aspetto e possono venire finalmente riconosciuti per quello che sono, cioè un atto di prepotenza in cui il tatto diventa violazione dell’intimità personale. La differenza di potere, la difficoltà di denunciare per il timore — seriamente motivato — di ritorsioni non solo su di sé, ma anche sull’ordine di appartenenza, spiegano il silenzio che per anni ha avvolto questa prepotenza.

Lo rivela anche la storia recente: verso la fine degli anni novanta due religiose, suor Maura O’Donohue e suor Marie McDonald, hanno avuto il coraggio di presentare denunce precise e circostanziate, inchieste approfondite e analisi delle situazioni più esposte a questo tipo di prepotenza. Il silenzio è calato sulle loro denunce, e si sa bene come il silenzio di fatto contribuisca a dare sicurezza ai violentatori, sempre più sicuri della loro impunità.

In quest’ultimo anno molti giornali hanno sollevato di nuovo il velo su questa tragedia, e molte religiose, del terzo mondo ma anche dei paesi avanzati, hanno cominciato a parlare, a denunciare: sanno che hanno il diritto di venire rispettate, sanno che la condizione delle donne, anche nella Chiesa, deve cambiare. E sanno che per realizzare questo cambiamento non basta nominare qualche donna nelle commissioni. Se si continua a chiudere gli occhi davanti a questo scandalo — reso ancora più grave dal fatto che l’abuso sulle donne comporta la procreazione, e quindi è all’origine dello scandalo degli aborti imposti e dei figli non riconosciuti dai sacerdoti — la condizione di oppressione delle donne nella Chiesa non cambierà mai.

La prospettiva nella quale papa Francesco ha inquadrato il problema degli abusi è quindi quella giusta, e si incrocia su un’altra delle sue richieste alla Chiesa: che alle donne venga riconosciuto il ruolo che spetta loro. Infatti è su questa evidente mancanza di riconoscimento delle donne che si innesta la cultura degli abusi, che si rende possibile una massiccia pratica di prepotenza indegna di ogni cristiano. La denuncia di questa situazione è arrivata di recente dal cardinale Marx, con un intervento pubblicato nel nostro numero di gennaio, ed è stata ribadita, in un’intervista all’Osservatore Romano, dal cardinale Ouellet: per quanto riguarda la questione femminile «non prendere atto della “trasformazione avvenuta nella società” e dei “progressi” degli ultimi cinquanta anni rappresenterebbe un “fallimento” per la Chiesa, che è già “in ritardo” in questo orizzonte».

Una questione di tatto, quindi. Da affrontare con il tatto necessario, ma anche con il coraggio che ci chiede papa Francesco.

 

(Donne Chiesa Mondo, febbraio 2019)


È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2018 della
Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (182 pagine – 3,2 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it

(www.libreriadelledonne.it, 20 febbraio 2019)

di Alberto Leiss

In una parola . Ormai è il grottesco la cifra estetica e simbolica di questa politica rappresentata quasi esclusivamente da giovani maschi in combutta amicale e competitiva. Ragazzotti che sembrano non essere mai usciti dalla fase adolescenziale. Quando non irritano fino alla rabbia, fanno quasi sorridere, malinconicamente. Intanto in noi monta la preoccupazione che alla fine riusciranno a combinare qualche vero terribile disastro

Non ci siamo ancora completamente ripresi dalle polemiche sullo scontro tra «popolo» e «élite» nella scelta della canzone che ha vinto Sanremo: doveva essere il festival della non-politica, se non dell’antipolitica nazionalisteggiante, e invece Salvini, Di Maio e compagnia si sono avventati sull’esito dell’esibizione canora facendone argomento principe del dibattito quotidiano sui massimi sistemi che si contendono il destino della patria e di noi tutti.

Si è tirata in ballo persino l’esistenza del Demonio, e delle sette che al maligno Principe di questo mondo fanno riferimento. Tra le molte stravaganze del contesto abbiamo appreso che il ministro degli Interni, molto appassionato di musica leggera (come di tutte le cose che piacciono al «popolo»: dal calcio, alle pizzette, alle felpe colorate e variamente griffate) è da sempre un accanito fan di Fabrizio De André. Chissà cosa ne penserebbe il cantautore genovese, radicalmente anarchico e sempre evangelicamente vicino agli ultimi della terra.

Ma ormai è il grottesco la cifra estetica e simbolica di questa politica rappresentata quasi esclusivamente da giovani maschi in combutta amicale e competitiva. Ragazzotti che sembrano non essere mai usciti dalla fase adolescenziale. Quando non irritano fino alla rabbia, fanno quasi sorridere, malinconicamente. Intanto in noi monta la preoccupazione che alla fine riusciranno a combinare qualche vero terribile disastro.

Grottesche sono quelle figure realizzate nel tempo antico per ornare anfratti e grotte, nei giardini o nelle fondamenta delle ville: creature un po’ da incubo e un po’ da sogno, emergenti dal mistero dell’oscurità. Meravigliano, e suscitano divertimento e inquietudine.

Il nesso tra grottesco e politica non è una novità. Nella Roma imperiale – dove è già successo tutto ciò che costituisce il nostro caro Occidente – non sono mancati i Caligola e i loro cavalli destinati (solo nelle intenzioni, però) a fare carriera politica.

Anche il vecchio Marx – già autore del famoso detto sulla storia che si ripete trasformandosi da tragedia in farsa – ha affrontato il tema parlando di Luigi Bonaparte. Il suo avvento al potere con l’altisonante nome di Napoleone III Imperatore accadde perché «la lotta di classe creò le circostanze e una occasione che resero possibile a una persona mediocre e grottesca (corsivo mio) di fare la parte dell’eroe».

La citazione la rubo a Aldo Tortorella, nell’articolo sulla Rivincita di Marx che apre l’ultimo numero (n.6 -2018) di Critica Marxista, e che prosegue così: «Oggi, se chi ha sempre dichiarato come proprio compito quello di difendere le classi subalterne si è dimenticato della loro stessa esistenza anzi le ha avversate materialmente, non ci si può lamentare che persone “mediocri e grottesche” diventino tribuni del popolo e salgano al potere».

Mentre si cerca di archiviare la querelle sanremese ci si accorge improvvisamente che, nel segreto di qualche stanza ignota, e con linguaggi tecnico-politici ben diversi dallo sciocchezzaio mediatico quotidiano, si sta ridisegnando l’architettura dello Stato, e che si pretenderebbe di procedere senza nemmeno un serio vaglio parlamentare.

Il fatto è istruttivo. Ci ricorda che se la scena della politica è grottesca e fuorviante, la realtà della crisi italiana è seria, e non solo dal punto di vista economico e sociale. Un’altra grave responsabilità – rimossa – di chi ha preceduto e preparato i Salvini e i Di Maio, è stata quella di aver sprecato per sicumera e inettitudine politica l’occasione di riforme istituzionali ben fatte. Cioè condivise e funzionanti.

(il manifesto, 19 febbraio 2019)

di Ilaria Baldini, Chiara Carpita, Colette Esposito (Resistenza Femminista)

 

Martedì 5 marzo 2019 la Corte Costituzionale terrà una pubblica udienza sulla questione sollevata dalla Corte d’appello di Bari in merito alla costituzionalità della legge 20 febbraio 1958 n. 75 – la legge Merlin – laddove considera reato il reclutamento e il favoreggiamento della prostituzione anche nel caso in cui questa sia esercitata volontariamente e consapevolmente. Com’è noto, il giudizio incidentale di costituzionalità è stato sollecitato dalla difesa dell’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, imputato insieme ad altre tre persone per il reato di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione.
La nostra associazione (Resistenza Femminista) insieme a Donne in Quota, Coordinamento Italiano della Lobby Europea delle Donne (Lef Italia), Iroko, Salute Donna, Udi Napoli, Differenza Donna, ha preso parte ad un’azione promossa da Rosanna Oliva di Rete per la Parità, quella di presentare un atto di intervento che l’avvocata Antonella Anselmo ha depositato presso la Corte Costituzionale e illustrerà all’udienza del 5 marzo.
La Legge Merlin, approvata dopo una lunga battaglia, ha rappresentato un enorme passo avanti nella tutela dei diritti umani e per la parità di genere, punendo coloro che lucravano sul sangue e le lacrime di tante donne delle “case chiuse” e liberando queste ultime dalla schiavitù dei registri. Un’eventuale decisione della Consulta in senso favorevole all’incostituzionalità della legge Merlin avrebbe delle ricadute di una gravità inaudita. Vediamo perché.

Il dibattito intellettuale che fa bene alle mafie

È ben noto e sotto gli occhi di tutti come l’Italia sia uno dei Paesi, in Europa, più interessati dalla tratta di essere umani, in particolare a scopo di sfruttamento sessuale. Cassare la legge Merlin, sul presupposto che il reclutamento e favoreggiamento della prostituzione siano legittimi in caso di “libera scelta” della donna, significherebbe fare un grande regalo alle mafie che gestiscono i bordelli oggi illegali e la prostituzione di strada. Si tratta, come sappiamo da inchieste e ricerche, di mafie straniere che si giovano della connivenza e complicità dei nostri clan che pure hanno la loro parte di guadagni. Distinguere la prostituzione “volontaria” da quella che non lo è è ben arduo e stupisce la semplicità con cui nel dibattito politico se ne parla. Le ragazze vittime di tratta, se interrogate, spergiurano di essere lì per loro libera scelta, così come suggerito dai trafficanti. Ricordiamo a questo proposito le parole di Lydia Cacho, giornalista d’inchiesta messicana e attivista per i diritti umani: «Questo è uno dei presupposti fondamentali nel dibattito mondiale sulla prostituzione: c’è un determinato momento nel quale le donne dai diciotto anni in su scelgono “liberamente” di entrare, rimanere e vivere nell’ambito della prostituzione. Le mafie si alimentano e traggono persino motivo di divertimento dalla rendita che è loro offerta da questa discussione tra intellettuali e attivisti anti-prostituzione. La speculazione filosofica sul significato della libertà, della scelta e dell’istigazione è diventata parte integrante delle argomentazioni usate dalle reti di trafficanti. Ho avuto modo di ascoltare questi discorsi dalle loro stesse bocche».

Libera scelta. Davvero?

In sostanza, illudersi di poter operare questa distinzione tra libera scelta di prostituirsi e costrizione esporrebbe al rischio di favorire la prostituzione di persone forzate rendendo difficile punire gli sfruttatori. È sotto gli occhi di tutti come la regolamentazione della prostituzione in paesi come la Germania e la Nuova Zelanda, che hanno liberalizzato l’industria del sesso (ovvero eliminato il reato di favoreggiamento) con la motivazione di facciata di voler migliorare la condizione delle donne nella prostituzione e tutelare coloro che “scelgono liberamente” questa attività, abbia portato viceversa all’esplosione della tratta e al tempo stesso al suo occultamento (il 90% delle donne nei bordelli tedeschi sono straniere, soprattutto dell’Est Europa) abbia reso non perseguibili i tenutari nei cui bordelli sono state scoperte vittime di tratta, abbia trasformato quegli stessi proprietari di bordelli da papponi a rispettabili e potentissimi “manager”, abbia fatto diventare il paese un supermercato del sesso low-cost e meta di turismo sessuale, con grave arretramento nei rapporti tra i generi e con la normalizzazione della violenza sessuale.
Tutto questo è documentato da numerose ricerche accademiche e inchieste come quella fondamentale di Julie Bindel attivista femminista, giornalista e scrittrice, contenuta nel libro denuncia Il Mito Pretty Woman. Come l’industria del sesso ci spaccia la prostituzione appena uscito per VandA epublishing. Bindel ha condotto 250 interviste in 40 paesi del mondo smascherando la potente e ben finanziata lobby pro-prostituzione costituita principalmente da proprietari di bordello, agenzie di escort e compratori di sesso il cui intento è proprio quello di ridurre la prostituzione a un “lavoro come un altro” occultando la violenza subita dalle donne allo scopo di decriminalizzare l’industria del sesso e proteggere il “diritto” dei compratori ad abusare dei corpi delle donne

Il denaro non cancella lo stupro

Inoltre, come ci raccontano le sopravvissute al mercato del sesso come Rachel Moran che hanno avuto il coraggio di denunciare l’industria e le violenze legalizzate subite dai clienti, quello della “libera scelta” non è soltanto un argomento pericoloso, ma anche semplicistico e scorretto. Ci sono infatti donne che senza essere vittime di tratta apparentemente hanno “scelto” in condizioni di povertà estrema o necessità oppure hanno alle spalle un passato di abusi infantili subiti che le ha rese vulnerabili e appetibile “merce” di sfruttamento per clienti e/o papponi. Per Moran e altre sopravvissute oggi attiviste, la prostituzione non è né sesso né lavoro, ma violenza sessuale: il denaro non cancella lo stupro ma anzi viene usato dal prostitutore per esercitare il suo potere e occultare l’abuso.

La legge in Francia: colpire la domanda

Il 1° febbraio scorso in Francia il Consiglio costituzionale ha sancito la costituzionalità della legge approvata il 13 aprile 2016 che ha introdotto la criminalizzazione dell’acquisto di sesso, la decriminalizzazione delle persone prostituite e la creazione di programmi di uscita e politiche di protezione e sostegno per le vittime di prostituzione, sfruttamento sessuale e tratta. Si tratta di una decisione storica. Nell’appello indirizzato al Consiglio costituzionale #NabrogezPas firmato anche dalla nostra associazione, sopravvissute alla prostituzione e attiviste sottolineano come le prime vittime della prostituzione siano le donne e i minori appartenenti ad etnie e minoranze sociali, persone in situazioni di povertà, vittime di violenza sessuale nell’infanzia, la parte più vulnerabile della società che i clienti prostitutori sfruttano imponendo un atto sessuale grazie al proprio potere economico indifferenti sia all’età (sono moltissime le ragazze minorenni nel mercato del sesso) sia alla condizione socio-economica della persona che comprano.
Lo scopo della legge abolizionista francese è proprio quello di colpire la domanda dal momento che i soldi spesi dai prostitutori vanno ad alimentare la tratta e lo sfruttamento sessuale delle donne (in Francia le statistiche parlano di 80% di vittime di tratta). La prostituzione, ovvero la ripetizione di atti sessuali non desiderati, come dimostrano studi e testimonianze di donne prostituite, ha conseguenze fisiche e psicologiche analoghe alla violenza e alla tortura: sindrome da stress post-traumatico, depressione, suicidio, dissociazione traumatica.

«Libertà d’impresa»

Coloro che in Francia e in Italia hanno sollevato la questione della costituzionalità in nome di un concetto ultraliberista di “libertà di impresa”, equiparando la prostituzione ad un’attività commerciale come un’altra, negano totalmente questa complessità. È evidente, d’altra parte, che la libertà di chiunque di provvedere al proprio sostentamento tramite il percepire pagamenti in cambio di atti sessuali non viene negata e tantomeno punita dalla legge Merlin né da quella francese (né dovrebbe mai esserlo, visto che per le donne nella nostra società questa costituisce spesso l’unica “scelta” rispetto al morire di fame), dunque di cosa esattamente stiamo parlando quando parliamo di presunta incostituzionalità? Stiamo parlando della possibilità di “aiutare” le donne a prostituirsi meglio, a trovare più occasioni di “facile guadagno”, come se le occasioni mancassero, come se il guadagno fosse facile e soprattutto come se gli aiutanti valorosi fossero dei benefattori disinteressati.

Lina e l’articolo 3 della Costituzione

Nella nostra Costituzione l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41). La prostituzione vìola palesemente tutte le caratteristiche del lavoro e dell’impresa così come regolate nei nostri principi costituzionali. Lina Merlin, partigiana e madre costituente, è colei che ha promosso l’inserimento nell’articolo 3 della nostra Costituzione dell’espressione «senza distinzioni di sesso», il Principio Fondamentale dell’uguaglianza delle cittadine e dei cittadini. Sarebbe proprio questo principio fondamentale ad essere messo in discussione qualora venisse eliminato il reato di favoreggiamento. L’inferiorità delle cittadine italiane in termini di diritti umani sarebbe sancita per legge.
Il Consiglio Costituzionale francese, come ha spiegato l’avvocata Lorraine Questiaux, ha riconosciuto che «il principio di dignità è oggettivo e non soggettivo. Rinunciare ai propri diritti fondamentali non è libertà: essi sono inalienabili e universali». Ci auguriamo una decisione simile anche da parte dei giudici italiani.

27esimaora.corriere.it, 15 febbraio 2019

(https://27esimaora.corriere.it/19_febbraio_14/strada-senza-ritorno-perche-legge-merlin-va-difesa-1f49ba44-3073-11e9-8a87-b19e5ce8112e.shtml)

di Ida Dominijanni

Il governo sovranista, che straparla di sovranità nazionale un giorno sì e l’altro pure e novantanove volte su cento a sproposito, sigla una cosiddetta intesa con le regioni più ricche dell’Italia del nord che fa letteralmente a brandelli lo stato nazionale. Il medesimo governo sovranista, che straparla di sovranità popolare un giorno sì e l’altro pure e cento volte su cento a sproposito, pretende di varare la suddetta intesa alla chetichella, scavalcando il parlamento ed evitando, con la complicità della maggior parte dei media mainstream, qualunque interferenza del parere del popolo e dell’opinione pubblica.

La Lega di Matteo Salvini, che tanti osservatori si sono affannati a benedire come un partito finalmente nazionale che archivia l’arcaica Lega nord di Umberto Bossi e i suoi folcloristici riti con l’ampolla, sta per realizzare quella secessione del nord che Berlusconi e Fini non consentirono a Bossi di realizzare. Lo scellerato “contratto di governo” – un pezzo di carta privato del quale avremmo dovuto solo ridere se fossimo ancora la patria del diritto come si continua a dire – si rivela per quello che è: un patto per unire con la colla del rancore un paese non più solo storicamente, bensì istituzionalmente diviso, soldi al nord e sussidi al sud, senza nemmeno la retorica unitaria che ha coperto un secolo e mezzo di rapina capitalistica del nord ai danni del sud.

Infine, il movimento che ha fatto dei “cittadini” il suo brand e il suo target si appresta a dare il suo placet a una cittadinanza gerarchizzata, di serie A al nord e di serie B al sud (senza contare quella di serie Z negata ai migranti), che fa strame una volta per tutte del principio costituzionale di uguaglianza e dello stato sociale, e ha l’unico merito di ridicolizzare definitivamente lo slogan “prima gli italiani” correggendolo in “prima gli italiani ricchi”.

È questo il succo delle bozze fin qui clandestine sulla cosiddetta “autonomia differenziata” del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna che arrivano oggi in consiglio dei ministri. Le quali bozze, per dirlo in due parole e senza perdersi nella nebbia depistante dei tecnicismi, fanno due cose. Primo, conferiscono alle tre regioni interessate il profilo di altrettanti stati, dando loro piena sovranità su tutte le materie fin qui concorrenti fra stato centrale e regioni: fisco, istruzione, ambiente, salute, ricerca, beni culturali, infrastrutture, protezione civile, energia, comunicazione, previdenza complementare. Secondo, demoliscono in radice l’impalcatura dello stato sociale, sostituendo il criterio dell’accesso universale ai diritti fondamentali con l’erogazione di servizi parametrati al gettito fiscale di ciascuna regione.

In altri termini: a gettito fiscale più alto, standard più alti dei servizi dovuti ed erogati, e viceversa. I diritti non sono più beni universali ma performance relative, disponibili a chi ha di più e chi ha di meno si arrangi. Scuole, programmi scolastici, insegnanti, ospedali, medici, treni, autostrade: dipende da dove abiti e da quante risorse fiscali il tuo territorio può vantare e gestire in proprio. La trentennale e infinita transizione italiana arriva finalmente al punto, che è lo stesso da cui a ben guardare era partita: la secessione dei ricchi, come titola il prezioso libro di Giancarlo Viesti scaricabile gratuitamente sul sito della casa editrice Laterza.

Preparato nell’ombra, non è detto che il marchingegno trovi la luce nei tempi fulminei vagheggiati dalla Lega e dai suoi ministri. Per altrettanto ignobili ragioni, la transizione entrerà più probabilmente nel gioco di ricatti, veti, moratorie e scambi incrociati che regge, si fa per dire, l’alleanza gialloverde.

Per l’intanto, si segnalano tre effetti collaterali della vicenda. Il primo: si deve alle tanto innominabili e denigrate élite intellettuali (economisti, giuristi, centri studi come il Centro per la riforma dello stato e l’Osservatorio per il sud) se l’argomento è uscito dall’ombra, ha penetrato la cortina di ferro dei media, e sta diventando oggetto di discussione pubblica e di mobilitazione. Le regioni meridionali si svegliano da un sonno colpevole (la Campania scende sul piede di guerra, la Calabria chiede almeno un dibattito parlamentare, la Puglia, inizialmente sedotta da un supposto “buon uso” dell’autonomia, ci ripensa e dice no) e in parlamento spunta un fronte di opposizione targato LeU e, a quanto pare, incoraggiato dal futuro segretario del Pd nonché governatore del Lazio Zingaretti. Anche se va detto che nel tempo lungo dell’incubazione della secessione dei ricchi è appunto il Pd quello che va come al solito ringraziato. Non solo per la sua acquiescenza di oggi ai desiderata dell’Emilia-Romagna, o per i preliminari delle “intese” siglati ieri l’altro dal governo Gentiloni. Ma per le sue oscillazioni, approssimazioni e confusioni trentennali sulle questioni del federalismo e della sussidiarietà, nonché per la sciagurata riforma del 2001 del titolo V della costituzione fatta già allora (e per giunta a maggioranza, come le riforme costituzionali non vanno mai fatte) per inseguire la Lega e i suoi elettori.

Infine, il ruolo del Quirinale. Il recente richiamo di Mattarella a “un’equilibrata distribuzione di competenze e responsabilità tra i livelli di governo” è certo un monito importante contro la dissoluzione dell’unità repubblicana, ma non basta. Ci sono circostanze in cui la funzione di “guardiano della costituzione” dell’alto colle diventa effettiva o perde credibilità. Siamo in una di queste circostanze, per l’autonomia differenziata e per altri provvedimenti del governo in carica a cominciare dal decreto sicurezza, e sarà bene prenderne atto.

(Internazionale, 14 febbraio 2019)

di Vittoria Longoni

AAVV, La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi a cura della Comunità di storia vivente di Milano, Moretti&Vitali, 2019

Una copertina elegante e sobria, un bel titolo, una nuova frontiera del fare storia: ecco come si presenta il libro che raccoglie gli scritti della Comunità di storia vivente. Una modalità che non si pretende esaustiva, ma che consapevolmente affaccia alla ricerca storica (nell’accezione più ampia possibile) e alla comunicazione tra donne una prospettiva nuova: accanto e oltre il paradigma sociale, che non viene però accantonato. La spirale del tempo evoca subito la possibilità di una circolazione viva tra passato e presente, in cui schegge, figure, fatti, momenti e persone del passato si ripresentano, ogni volta rivisitati, resi nuovi, potenzialmente riscattati o ricompresi e riscritti. Leggiamo storie di donne che partono da un proprio nodo interiore per analizzarlo insieme e per riattraversare, mediante la relazione, la propria storia e quella del mondo. Sono spesso storie di un dolore che chiede di avere parola e significato, figure di madri e di nonne che aspettano di tornare viventi nella memoria e nel racconto per trasmettere messaggi alle figlie, per riproporre parti di sé e della propria vicenda che erano state accantonate e trascurate, prospettive lasciate fuori dallo sguardo e dall’emozione. La storia in tutte le sue accezioni torna a essere viva e si gioca nel presente, diventa elemento di trasformazione del passato e del presente perché si modifica lo sguardo, perché la relazione tra le donne la fa cambiare di segno e di senso nel momento stesso in cui viene riproposta. Accanto a questi passaggi di tipo “autobiografico” (ma il termine è inadeguato, è una pratica di autonarrazione e di autocoscienza che passa attraverso un metodo rigoroso di ascolto reciproco di sé e dell’altra) e inscindibilmente connessi con essi, troviamo nel libro momenti di riflessione teorica e metodologica: di Marirì Martinengo, di Laura Modini, di Laura Minguzzi, di Luciana Tavernini, di Marina Santini, di Marìa Milagros Rivera Garretas. Un modo nuovo di sentire e fare storia, e insieme un modo nuovo di scoprirsi e di dirsi. Ringrazio la mia cara amica Laura Minguzzi per avermi donato il libro e per avermi lasciato una narrazione di sé e della sua “casa interiore” che non mi era mai sembrata tanto intensa e ricca, e tanto connessa con le origini. E ringrazio tutta la Comunità per aver allargato in più dimensioni il mio modo di intendere, sentire e praticare la storia.

 

(www.libreriadelledonne.it, 14 febbraio 2019)

di María-Milagros Rivera Garretas

 

La Comunità di storia vivente della Libreria delle donne di Milano, che esiste dal 2006, ha pubblicato alla fine del 2018 il suo ultimo libro: La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi, (Moretti & Vitali). “Storia vivente” è un’invenzione simbolica di Marirì Martinengo che ha liberato la narrazione storica dalle ideologie, siano di destra, di sinistra o di centro. Questo vuol dire che la narrazione storica si è liberata, finalmente, dal potere sociale e si è trasformata in ciò che sempre desiderava essere: l’espressione scritta del vissuto, senza l’intervento di teorie interpretative che sostituiscono il vissuto con l’interpretazione. Chi si ricorda della vecchia coppia “euristica/ermeneutica”? Quasi nessuna/o. Terminato il patriarcato, la Storia non può continuare ad essere la stessa.

La storia vivente è una pratica. Una pratica per esplorare il sentire dei vissuti profondi della storica, decifrarli e collegarli con la storia che scrive. Si è detto che “tutta la storia è storia contemporanea” perché fa storia ciò che interessa al presente. Si intendeva che ciò che interessava al presente era ciò che aveva potere sociale. La storia vivente fa la rivoluzione di dire e mostrare che ciò che interessa al presente, a ogni presente, è il sentire dei vissuti di donne e uomini che viviamo nel mondo e sono vissuti costitutivi dell’essere. La storica, esplorando e decifrando i suoi vissuti, discerne quelli che sono significativi per lei e comuni nel suo contesto relazionale, nel suo mondo e, forse, nel mondo. L’autenticità sta dentro di sé, non fuori di sé.
La pratica della storia vivente si fa in relazioni duali o in piccoli gruppi composti da relazioni duali. “Il mondo interiore,” – scrive Marina Santini, una delle autrici de La spirale del tempo – “ciò che altri e altre hanno depositato nelle nostre vite è quel sentire profondo non considerato nella narrazione storica, che invece per noi è il fondamento. Vogliamo che l’esperienza soggettiva, anche se non è documentabile secondo criteri storiografici tradizionali ma è parte della vita di ciascuna e ciascuno di noi, sia considerata storia. Si tratta di compiere un doppio movimento: un’immersione profonda in sé che faccia affiorare una verità soggettiva e la offra alle altre che, riconoscendola e aiutando a illuminarla, permettano di renderla pubblica” (p. 126).
La pratica in relazione impedisce che il vissuto sperimentato e sentito sia inghiottito o usurpato dall’interpretazione ideologica. Ne schiva il giudizio e il linguaggio. Come? Essendo, come è, l’esperienza inespugnabile (Joan Scott).
Vedo un nesso tra la pratica della storia vivente e l’autocoscienza così come la intese Carla Lonzi nel femminismo degli anni Settanta del secolo XX. Nel Secondo Manifesto di Rivolta Femminile. Io dico io, scrisse: “L’autocoscienza è l’altra”, idea difficile che si capisce meglio in contesto: “Perché l’autocoscienza è stata fraintesa e abbandonata in molti gruppi che dicono di averla fatta senza averla fatta? Perché si è considerato un passo avanti l’averla sostituita con la pratica dell’inconscio? Perché nella cultura maschile e nei suoi derivati al femminile nessuno capisce niente dell’espressione di sé in quanto tale. […] E questo chiamo autocoscienza: fare in modo che chi parla prenda coscienza che trovare se stesso è riconoscersi nell’espressione di sé, che non esiste verità al di fuori, nell’adesione o nell’uso di chiavi interpretative” (Carla Lonzi, “Mito della proposta culturale”, in M. Lonzi, A. Jaquinta, C. Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta femminile 9, 1978, p.146 e p.147).
Vedo un nesso tra la pratica della storia vivente e l’autenticità, che è per me il maggior lascito ricevuto da Carla Lonzi. C’è Storia senza autenticità?

 

(“La historia viviente: la autoconciencia es la otra”, in Textos políticos. Llenando el mundo de otras palabras. Duoda. Centro de Mujeres, Universidad de Barcelona, 6/2/2019, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/1/236/ Traduzione dallo spagnolo di Luciana Tavernini)

(www.libreriadelledonne.it, 14 febbraio 2019)

di Paola Rizzi

Simona aveva denunciato il suo carnefice per stalking, ma non è bastato a salvarla dall’uomo che a Vercelli le ha dato fuoco nella sua auto. Anche Marisa aveva denunciato il marito da cui voleva separarsi, perché la minacciava: il 3 febbraio lui l’ha uccisa a coltellate. «Secondo i dati Eures relativi al 2018 le donne vittime di femminicidio nel 42,9% dei casi avevano presentato una denuncia. È un dato molto preoccupante su cui bisogna intervenire a livello legislativo, per agire presto con misure di prevenzione». Di questo è andato a parlare ieri in commissione Giustizia alla Camera, dove sono al vaglio diversi disegni di legge sui reati contro le donne, Fabio Roia, 59 anni, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, il magistrato che si occupa di violenza di genere, stalking, femminicidio dagli anni ‘90. Tempi in cui, come racconta nel suo libro “Crimini contro le donne, politiche, leggi e buone pratiche” (Franco Angeli) si era sentito dire da un uomo che stava interrogando: «Ma dottore, non sapevo che fosse un reato picchiare la propria moglie».

Ancora nel 2019 nemmeno denunciare salva la vita delle donne, com’è possibile dottor Roia?
«Manca una trattazione adeguata della denuncia, non c’è ancora un approccio professionale da parte degli operatori, spesso si tende a confondere la violenza con il conflitto famigliare, si perde troppo tempo esercitando di fatto una nuova forma di violenza sulla vittima».

Polizia e magistrati sono preparati?
«Il 62% delle procure ha uffici specializzati su questo tipo di delitti, vuol dire che il 38% non ce l’ha. E non c’è un Nord più avanti e un Sud più indietro. È una realtà a macchia di leopardo».

Le donne fanno ancora fatica a farsi prendere sul serio?
«Sì, c’è una forma di pregiudizio, si tende a minimizzare il loro racconto. A volte sono loro stesse a svalutare la loro condizione: in 7 casi su 10 non sanno di essere vittime di un crimine e denunciano troppo tardi. È speculare all’assenza di consapevolezza dell’uomo maltrattante. Se uno rapina sa di commettere un crimine, se spaccia anche. Se picchia la compagna no. Del resto in Italia il delitto d’onore è stato abolito solo nel 1981. E bisogna stare attenti ai rigurgiti. Il disegno di legge Pillon si basa su un’idea di famiglia di nuovo chiusa, inaccessibile».

Nel suo libro parla di debolezza di genere a proposito degli uomini.
«Quando un uomo maltratta una donna perché non accetta la sua libertà, la sua autodeterminazione, denuncia con la violenza una sua debolezza, l’incapacità di adattarsi al cambiamento».

A Milano applicate il protocollo Zeus, funziona?
«Sono misure preventive restrittive e terapeutiche nei confronti dei maltrattanti. È presto per fare bilanci ma le recidive sembrano in calo».

Ha aiutato molte donne, rimane in contatto con loro?
«Sì, è una grandissima soddisfazione: quando i processi sono celebrati hanno un’efficacia terapeutica per le donne che vedono riconosciuta la loro sofferenza e con il magistrato si crea una sorta di transfer».

Frustrazioni?
«Quando vedi una donna uscita da una situazione di maltrattamenti che si ritrova in situazioni analoghe. Capita, per questo servono percorsi di recupero che lavorino sull’autostima di queste donne spesso distrutta da maschi manipolatori».

E soddisfazioni con i maschi violenti?
«Un uomo mi ha avvicinato ad un convegno e mi ha detto che lo avevo condannato. Mi ero preoccupato, ma poi mi ha ringraziato dicendo che grazie a me aveva capito che sbagliava e cambiato vita».

Da magistrato cosa ne pensa delle donne che denunciano molestie anni dopo, come è avvenuto nel MeToo?
«Abbiamo casi di bambine che hanno subito abusi e trovano il coraggio di denunciarli solo 20 anni dopo, quando ormai purtroppo sono prescritti, è piuttosto frequente».

(Metro, 14 febbraio 2019)

(9/3/1937-7/2/2019)

 

Ci siamo incontrate nel lontano 1977, facevamo insieme un turno in Libreria. Ci ha unito il disagio e l’estraneità che provavamo nel contesto intorno a noi, un contesto apparentemente privilegiato.
Giovanna diceva di sé, partiva dal suo vissuto personale per entrare in relazione, sapeva ascoltare con delicata partecipazione le tante donne che, a quel tempo, entravano in libreria per raccontare il loro malessere, le loro insofferenze ma anche i tanti progetti e iniziative. Con molte di loro ha intessuto relazioni profonde che sono durate nel tempo, donne con cui condivideva vari interessi provandosi in situazioni ed esperienze nuove.
Insieme frequentavamo il gruppo politico del giovedì, andavamo a convegni e iniziative politiche della Libreria anche in altre città, a mostre di amiche artiste, a trovare la nostra amica Bibi all’ospedale; insieme ci davamo forza per ritagliarci sempre più spazi di libertà. Stavamo bene e quando uscì il Sottosopra rosso “Un filo di felicità”, eh sì, ci siamo dette, è proprio così anche per noi!
Amava leggere romanzi, era interessata alla psicanalisi, alla filosofia, ma soprattutto alla politica delle donne. Sosteneva fortemente il progetto e l’impresa della Libreria, amava questo luogo di creatività femminile in cui si riconosceva profondamente. Non è mai mancata nel suo turno in libreria, spazio fisico ma anche interiore da cui attingeva energia e senso, da cui poteva allontanarsi e ritornare per agire nel mondo.
Ma quale mondo per lei se non quello dei suoi affetti più cari, della sua famiglia? Unire le due parti di sé, ricomporre la frattura, trovare il modo di stare e far stare bene era diventato un suo progetto di vita. Districare, modificare legami famigliari è una impresa lunga e ardua, bisogna volerlo fortemente con tanta pazienza amore e determinazione. È una scommessa alta.
Durante la cerimonia funebre, molto commovente e seguita con sentita partecipazione, la figlia, le due giovani nipoti e la nuora hanno parlato di Giovanna riconoscendola come perno e rifermento di tutta la famiglia, hanno detto dell’esempio di vita libera che ha saputo dare e che non andrà perduto, dei tanti rapporti con le amiche come parte di sé, del bene e dell’affetto che ha saputo trasmettere e ricevere.
Renata Dionigi

 

Giovanna, era anche poesia, nostalgia, mancanza
Parole che dicano di te, di noi
parole che sanno di vita, di tua presenza,
come il suono delle stelle.
Il tuo sguardo Giovanna, restituiva, in un lampo di luce
testa, cuore, stomaco, come lumi di esistenza
profonda.
Antonia Panico

 

Cara Giovanna,
sei nell’Altrove
nella Luce
nello Spazio Infinito
dove gli Angeli
cantano per Te
per consolarti
degli ultimi sconsolati
Anni.
Con affetto, nel ricordo,
LeoNilde

 

Ho conosciuto Giovanna all’inizio degli anni Ottanta. Il mio rapporto con la Libreria delle donne e con il pensiero della differenza è iniziato proprio grazie a lei, tanto che per me tornare in questo luogo senza poterla rivedere significa provare ogni volta il senso della perdita. Giovanna è stata, e nel mio ricordo rimarrà sempre, l’amica di tutta una vita, perché nel nostro legame c’era un’assoluta reciprocità di riconoscimento, di fiducia e di affetto, di grandissimo affetto. Era molto bella e naturalmente elegante, eppure mai altezzosa, invece sempre gentile e dolce con tutte noi e con ogni persona che le si rivolgesse per chiedere un libro o per qualunque altro motivo. Non erano di cielo solo i suoi occhi: tutto in lei lo era, pur nel dolore. E io non posso che pensarla in questo azzurro. Graziella B.

 

Di Giovanna mi porterò il suo sorriso e la sua capacità di ascolto. Anna Maria Di Ciommo

 

Giovanna,
amica dolce,
sorella.
Ci hai lasciate.
Ora puoi finalmente correre
serena e veloce fra le  nuvole
per raggiungere le tue adorate stelle.
Ciao Giovanna,
mandaci ogni giorno un sorriso
con i tuoi occhi di cielo.
Sarai sempre nel mio, nei nostri cuori Ciao…Vera B.

 

Conobbi Giovanna che ero una ragazza poco più che ventenne. Fu un incontro alchemico, trasformativo. Mi accolse nella sua vita e per suo tramite conobbi le donne della libreria: Lia, Luisa, Renata, Bibi e le altre. Fu per me la scoperta di un nuovo mondo fatto di libertà di pensiero e di azioni. Divenni socia della Libreria delle donne. Di Giovanna amai subito quella sua eleganza innata, riservata, forse timida, ma evocatrice di profondità e intelligenza, sempre gentile. Era anche capace di una fermezza al limite della rigidità quando si trattava di  proteggere se stessa o coloro ai quali teneva. Acuta, sempre curiosa e grande lettrice, mi parlò di scrittrici e poetesse. Iniziai ad appassionarmi alla lettura di Freud, Lacan e Jung – che lei amava – e, sostenuta dal suo affetto, mi laureai e mi specializzai in psicologia analitica. Amavamo viaggiare; insieme, una o due volte all’anno, visitavamo l’Europa. La nostra meta preferita era la Provenza. La lavanda, i campi di girasole, il mare in lontananza. Aveva una dignità e un’ironia perfettamente bilanciate: le risate accompagnavano sovente i nostri incontri così come il piacere della discussione e della parola. Cene, buon vino, serate al cinema, mostre. Il nostro era uno scambio di felicità possibili. Certo era anche una donna responsabile e molto attenta alla sua famiglia, con affetto e pazienza si mostrava presente, in particolare modo con i nipoti. Imparai anche la cura. Sono grata della sua presenza nella mia vita, il legame che sento è ineffabile e leggero eppure per sempre solido e indistruttibile.
Fabiola S.

A word is dead
When it is said
Some say.
I say it just
Begins to live
That day.
Emily Dickinson

(www.libreriadelledonne.it, 12 febbraio 2019)

di Mira Furlani

 

Premetto che il libro qui recensito – Anna. Una differente trinità di Nadia Lucchesi (Luciana Tufani editrice) è stato scritto nel 2014. Ne sono venuta a conoscenza per caso (un intelligente regalo di Natale) e sono rimasta colpita dal titolo e dalla copertina che mostra un dipinto del Masaccio e Masolino da Panicale (1424-1425). Il quadro l’avevo già visto alla galleria degli Uffizi di Firenze. Il dipinto mostra una allegoria trinitaria in cui Anna abbraccia Maria la quale, più sotto, in misura più piccola, tiene in braccio Gesù bambino.

 

Ci voleva che qualcuna scrivesse un libro su Anna, madre di Maria madre di Gesù. Non so se esistono altri libri su questo tema, ma quello scritto da Nadia Lucchesi non è solo coraggioso, è rivoluzionario. In esso si chiarisce e si delinea una trinità che si fonda sulla fecondità della genealogia femminile (Anna, Maria, Gesù, ndr.), non sulla logica, di fatto subordinativa e inclusiva, del rapporto tra Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto declinato al maschile, nel segno di una universalistica omologazione (leggi in seconda di copertina).

Il libro di Nadia spazia in campo mitologico e archeologico, includendo storia, filosofia e teologia. Roba da far girare la testa, la mia intendo. Prende in considerazione non solo Antico e Nuovo Testamento (Bibbia), ma anche testi apocrifi e gnostici. Più precisamente, nel procedere della lettura, sono stata colpita dalla conoscenza che l’autrice possiede delle sacre scritture, canoniche, apocrife e gnostiche; in particolare il protovangelo di Giacomo, che io credevo di conoscere e che, invece, l’autrice mi ha insegnato a guardare con occhio libero dai pregiudizi.

Vado per punti, quelli che più degli altri mi sono rimasti impressi.

Molto precisa, bella e interessante la ricostruzione dell’annuncio dell’angelo che Anna, benché anziana, rimarrà incinta, ricevuto mentre si trova sotto un albero di alloro, il cui significato simbolico di sempreverde viene spiegato in modo affascinante.

Altro punto che mi ha attratta è l’instaurarsi della cultura patriarcale nel luogo di Delfi, ombelico del mondo, e il ruolo di Apollo, divinità degli invasori che occupa il santuario dove era venerata la Grande Madre, dea dei Pelasgi che vi abitavano. Io che ho viaggiato e che conosco abbastanza bene Delfi, attraverso il racconto del libro ho rivissuto, non senza emozione, i tempi delle mie scoperte che l’autrice racconta con chiarezza e precisione.

Il libro per me resta oggetto di studio, ignorante come sono di storia mitologica e archeologica; di quest’ultima però ho subito il fascino delle ricerche della famosa Maria Gimbutas. E nel libro si va oltre la Gimbutas: si mette in evidenza la figura della Grande Madre, attraversando con sguardo acuto L’Antico Testamento per arrivare al Nuovo Testamento, mostrando che dove troneggia Maria madre di Gesù, esiste anche e soprattutto Anna sua Madre, il cui ruolo nella storia della salvezza è primario pur se (volutamente?) ignorato. In questo senso, secondo me, è un libro rivoluzionario. I testi canonici cattolici hanno cancellato Anna, figura storica di potenza materna scomoda. Il libro la rimette al posto che le spetta, dando valore alla potenza materna generatrice di vita che corre dal paleolitico al neolitico, fino ai giorni nostri. Inoltre dimostra come nel popolo continui a persistere una forte devozione per la Anna, Madre di Maria, sia nell’arte che nei luoghi di culto.

Libro rivoluzionario, dicevo, soprattutto perché si pone alla base di una rivoluzione in atto, ancora silenziosa, ma potente come la potenza della verità quando preme per mostrarsi. Quale verità? Quella che la differenza sessuale e la potenza materna riguardano tutto, naturale e soprannaturale. E cominciano ad accorgersene anche i grandi teologi come Hans Küng (Hans Küng, 16 tesi sulla donna nella chiesa).

Ora proseguo solo con alcune note lampo per me molto importanti:

– dalla lettura del testo san Paolo non ne esce bene (pag. 116);

– la versione dell’Ave Maria approvata da papa Alessandro IV, salito al soglio nel 1254, in cui si recita: “…e benedetta Anna tua madre…” (pag. 116) è bellissima e la si dovrebbe rivalutare e diffondere come preghiera rivolta alla Madre Anna, alla figlia Maria madre di Gesù, la trinità differente, appunto.

– differenza e non fusionalità fra Anna e la figlia Maria (pag. 118);

– che cos’é la Grazia? (note: pag. 173);

– Anna si sente magnificata all’annuncio che sua figlia sarà una femmina (pag.119);

– in Teresa d’Avila il finito si annulla nell’infinito, l’immanente nel trascendente. Nella storia di Anna e Maria, invece, trascendenza e immanenza stanno insieme…

Chiudo con quest’ultima affermazione, che è anche il mio campo di battaglia.

 

(www.libreriadelledonne.it, 12 febbraio 2019)


Care tutte, ieri ci siamo viste a Milano, difficile un report se non necessariamente parziale e dal mio punto di vista, al quale se lo desiderano altre potranno aggiungere dettagli.

Clima buono e costruttivo. Pur tenendo ferma la necessità di continuare la “lotta” sui vari fronti aperti, dal Pillon alla Merlin all’utero in affitto e tutto il resto, sulla base dei principi non negoziabili espressi il primo dicembre, desiderio grande e condiviso di staccare le spalle dal muro per costruire in positivo.

Non farsi distrarre più di tanto dalla scena violenta della fine del dominio maschile con i suoi inevitabili sussulti e contrattacchi, tenere lo sguardo sull’orizzonte più ampio che è quello del cambio di civiltà, mettere il nostro più e il nostro meglio nel lavoro di moltiplicare le occasioni in cui possiamo da subito essere noi stesse e stare bene, permettere a queste occasioni di allargarsi a macchia d’olio e in modo inclusivo, imparando a gestire e sopportare i conflitti.

Messa a fuoco di alcuni temi: tra i più significativi, quale rapporto con le istituzioni e sguardo più attento sul lavoro e in particolare sulla realtà in fermento delle imprese femminili e anche dell’arte delle donne, in cui vive già un’altra idea di mondo.

A partire da questo e da altro che dettaglieremo nelle prossime settimane, costruzione di un evento nazionale a Milano, con ospiti anche internazionali, nell’ambito di una mostra delle artiste curata dalla Libreria delle donne.

Abbiamo già una data, 18-19 maggio, un luogo, La Fabbrica del Vapore (Via Giulio Cesare Procaccini 4), e un titolo:

CAMBIO DI CIVILTÀ

LA LIBERTÀ FEMMINILE TRASFORMA IL MONDO: ARTE, LAVORO, POLITICA DELLE DONNE (MADRI COMPRESE).

Sappiamo di incontri sempre di ieri a Roma e a Palermo, dateci notizie.

A presto

Marina Terragni

(www.marinaterragni.it, 10 febbraio 2019)

di Ada Colau

Il Mar Mediterraneo è stato la casa comune di civiltà millenarie nelle quali l’interscambio culturale ha significato progresso e prosperità. Oggi è divenuto la fossa comune di migliaia di giovani che vi trovano la morte per l’assenza di canali d’ingresso legali e sicuri.

Le città, luogo di convivenza di uomini e donne di origini molto diverse tra loro e rifugio di migranti e richiedenti asilo, guardano con stupore alla deriva (all’atteggiamento?) degli stati europei nei confronti dei diritti delle persone che cercano di attraversare il Mediterraneo.

Riteniamo legittimo l’obiettivo di fuggire dalla violenza o dalla mancanza di opportunità e libertà democratiche, e crediamo che la soluzione sia la pace e la democrazia, così come riteniamo che le migrazioni debbano essere gestite in maniera ordinata sotto il coordinamento di diversi organi governativi.

Riconosciamo altresì che i nuovi arrivati e le nuove arrivate debbano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri di ogni altro cittadino.

La chiusura dei porti italiani e maltesi alle navi di soccorso e il recente blocco burocratico nei porti spagnoli e italiani delle navi Open Arms, Aita Mari, SeaWatch3, insieme a quello dei porti francesi, sono esempi pratici di come anche l’Europa stia naufragando.

Riteniamo che l’Europa naufraghi quando viola la legge del mare, quando riduce i mezzi della propria guardia costiera, quando accusa di traffico di esseri umani chi li soccorre, facendo ciò che dovrebbero fare gli stati, quando cerca di annullare i meccanismi di solidarietà nelle nostre città.

Naufraga quando i governi europei, nascosti dietro le proprie bandiere e presunte soluzioni pratiche, rifiutano di aiutarsi in modo solidale nell’affrontare il tema dei flussi migratori dovuti a conflitti regionali.

Naufraga il progetto europeo, quando si vendono armi e si alimenta il conflitto a Sud e a Oriente del Mediterraneo senza assumersene alcuna responsabilità, quando si sceglie di alzare muri per creare zone di buio informativo e umanitario, quando si chiudono le frontiere comprando governi terzi e pagando eserciti stranieri affinché facciano il lavoro sporco.

Naufraga quando si confondono le vittime dei conflitti con i loro assassini, come sta facendo l’estrema destra europea.

Dobbiamo salvare l’Europa da se stessa. Rifiutiamo di credere che la risposta europea di fronte a questo orrore sia la negazione dei diritti umani e l’inerzia di fronte al Diritto alla Vita.

Salvare vite non è un atto negoziabile e negare la partenza alle navi o rifiutarne l’entrata in porto, un crimine.

Costringere le persone a vivere in un clima crescente di disuguaglianza su entrambe le sponde del mare è una soluzione a breve termine che non garantisce alcun futuro, soprattutto quando i flussi migratori più imponenti si producono seguendo altre rotte, non quelle marittime.

Le città presenti vogliono riconoscere l’azione e il coraggio della società civile rappresentata dalle navi di Open Arms, SeaWatch, Mediterranea, Aita Mari, SeaEye, del peschereccio di Santa Pola, del sindaco di Riace, della Guardia Costiera italiana e dello spagnolo Salvamento Maritimo, così come di tutte le organizzazioni umanitarie che operano alle frontiere. Esigiamo che il governo italiano e quello spagnolo nonché la Commissione Europea abbandonino la strategia di bloccarle e criminalizzarle.

Oggi ci siamo riuniti a Roma per sigillare un’alleanza tra città europee che diano appoggio alle organizzazioni umanitarie e alle navi europee di soccorso nel Mediterraneo.

Allo stesso tempo, le città europee continueranno a lavorare insieme per combattere l’involuzione dei principi fondativi della Ue e riportare il progetto europeo a galla.

Un’alleanza in mare e una in terra per un Mediterraneo che abbia un futuro.

Testo del manifesto sottoscritto dai sindaci di Barcellona, Madrid, Saragoza, Valenzia, Napoli, Palermo, Siracusa, Milano, Latina e Bologna


(il manifesto, 9 febbraio 2019)

Le parole di Mattarella dall’Angola sul fenomeno delle migrazioni

Bruxelles, 7. «L’Africa è il Continente dell’oggi, protagonista di straordinari cambiamenti e questa consapevolezza deve guidare le nostre azioni». Sono parole del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, che si trova da ieri in Angola e che questa mattina è intervenuto all’Assemblea nazionale.

«L’interdipendenza tra Mediterraneo e Africa sub-sahariana è una realtà e include il “corridoio” che va dal Golfo di Guinea al Golfo di Aden», ha sottolineato il capo dello stato, parlando poi di risorse umane. Se è vero che, seguendo le attuali tendenze, la popolazione africana raddoppierà il proprio numero entro il 2050, raggiungendo i 2,5 miliardi — un quarto della popolazione mondiale stimata per quell’epoca — la sfida di fronte alla quale si troverà il continente sarà di creare, ogni anno, circa 15 milioni di nuovi posti di lavoro. E dunque Mattarella ha sottolineato che «si tratta di una prospettiva che richiede la saggezza da parte dei paesi africani di non disperdere il proprio capitale umano, leva primaria dello sviluppo».

Mattarella ha affrontato il tema delle migrazioni affermando che «le migrazioni di massa sono la più dolorosa spoliazione di futuro di un territorio; sono la resa a piaghe endemiche che affliggono l’umanità: la guerra, la fame, le carestie». Per questo il presidente ha definito il fenomeno delle migrazioni «il più amaro pedaggio a una globalizzazione imperfetta e ineguale».

(Osservatore Romano, 8 febbraio 2019)


Domenica 3 febbraio 2019 a Firenze: circa 2.000 persone hanno partecipato nel pomeriggio alla Camminata interreligiosa organizzata dal Comune insieme alle 22 confessioni presenti in città nell’ambito della settimana mondiale per l’armonia religiosa indetta dall’Onu. È la prima volta che questo evento viene organizzato a Firenze. «L’idea è nata qualche mese fa e come tutte le idee belle che nascono dal cuore è cresciuta per strada fino ad arrivare alla giornata di oggi», ha detto il sindaco Dario Nardella intervenuto alla chiusura dell’iniziativa in piazza della Signoria. «È la prima volta – aggiunge – che così tante comunità si ritrovano insieme per fare un cammino, è un mattone che noi mettiamo alla casa comune che è la nostra comunità. Firenze è un simbolo universale di dialogo, pace e accoglienza che parla a tutto il mondo. Vorrei che questo cammino possa essere riproposto ogni anno coinvolgendo persone da tutta la regione e un domani speriamo da tutta Italia.»

(Ansa, 4 febbraio 2019)

di Lea Melandri

 

Se a Marx va il merito di aver portato allo scoperto il rimosso economico – il profitto – e a Freud il rimosso della famiglia borghese, la sessualità, secondo Lea Melandri al femminismo va riconosciuto di aver scoperto «la politicità della vita personale, cioè di tutto ciò che è stato considerato da sempre “non politico”. […] Oggi lo slogan “modificazione di sé e modificazione del mondo” è l’utopia che possiamo pensare realizzabile, purché non si perda ancora una volta di vista il “sé” come luogo a cui è necessario sempre tornare e dare parola…». Interrogativi e riflessioni su cosa intendiamo per “fare politica” e, in particolare, su come affrontare lo sciopero dell’8 marzo, “una giornata senza di noi”

 

Il tema su cui desidero porre l’attenzione è cosa intendiamo per “fare politica” e, in particolare, come affrontare lo sciopero dell’8 marzo, inteso come “una giornata senza di noi”, sovvertimento di quell’ordine dato come “naturale”, che ha visto per secoli le donne custodi della famiglia, della continuità della specie, e oggi sovraccaricate di un doppio lavoro, fuori e dentro la casa.

So che ognuna di noi ha altri luoghi, realtà collettive, dove si possono fare analisi, approfondimenti, studi – penso per esempio, nel mio caso, ai seminari Il corpo e la polis che facciamo da anni alla Libera Università delle Donne a Milano -, ma forse si potrebbe dare a queste riflessioni, che avvengono “a lato”, maggiore circolazione, capire che ricadute possono avere nelle iniziative pubbliche.

La mia adesione a Non Una di Meno è stata immediata. Come ho detto e scritto più volte, vi ho visto, tra le tante riprese del movimento delle donne, quella che è andata più vicino alle intuizioni e alle esigenze radicali poste dal femminismo degli anni Settanta. Potrei riassumerle nello slogan “Modificazione di sé e modificazione del mondo”. Si trattava di una grande ambizione, di una sfida: partire dalla soggettività – singolarità incarnata, sessuata, vissuto, esperienza personale, sentimenti, affetti, formazioni inconsce – per trovare lì, nel luogo considerato il più lontano dalla politica, attraverso un processo di liberazione da modelli interiorizzati, le consapevolezze nuove con cui cambiare l’ordine esistente, i suoi poteri, saperi e linguaggi. Pensavamo che la “lenta modificazione di sé”, legata all’autocoscienza e alla pratica dell’inconscio, dovesse essere il punto di partenza per mettere in discussione “i cento ordini del discorso” che avevamo fino allora saccheggiato.

Molto importante fu per me allora il gruppo “sessualità e simbolico”, “sessualità e scrittura”, creato insieme ad altre femministe. L’intento era di riflettere sui nostri documenti, sulle scritture auto coscienziali, ma anche sulle “scritture del cassetto” per riconoscere il posto che hanno i sentimenti e l’affettività nei nostri giudizi, mentre erano stati visti fino allora solo come miseria o peccato femminile. Non aver riconosciuto che l’interezza dell’umano è fatta di pensiero e corpo, ragione e sentimenti, coscienza e inconscio, è stata la miopia di tutte le sinistre, comprese quelle rivoluzionarie, il motivo per cui non dovremmo meravigliarci se sono sempre le destre a pescare cinicamente nelle “viscere della storia”. Basta guardare a quello che sta succedendo oggi, non solo nel nostro Paese.

Nell’unica pubblicazione rimasta di quel gruppo – A zig zag, speciale, Milano 1978 – si legge:

“Sconvolgere i modi di pensare e di esprimersi acquisiti senza che si avesse la libertà di scegliere, imparare a leggere impietosamente, dentro i nostri scritti, la scrittura dell’inconscio”.

L’idea era di dover creare una “nuova lingua”, quel “salvifico bilinguismo”, che è il ragionare con la memoria profonda di sé, la “lingua intima dell’infanzia” e, contemporaneamente, con le “parole di fuori”, i linguaggi della vita sociale, del lavoro, delle istituzioni. Era una rivoluzione per la scuola, per l’università, ma anche per l’agire politico, la “militanza”, che rischia ogni volta di chiudere il cerchio intorno a una ristretta avanguardia, isolandola, come è successo con i gruppi della sinistra extraparlamentare negli anni Settanta: le “fortezze nel deserto”, come le definì Elvio Fachinelli.

La mia prima domanda parte da quello che è stato il filo conduttore di tutto il mio percorso femminista, e prima ancora della pratica non autoritaria nella scuola: la necessità di uscire da ogni dualismo per cercare nessi, che ci sono sempre stati, tra un polo e l’altro. Tra tutte le dualità che abbiamo ereditato dalla nostra cultura, oltre alle “differenze di genere”, c’è la contrapposizione tra sé e mondo, sentimenti e ragione, inconscio e coscienza, tra “soggetto politico” e “singolarità” incarnata, vista cioè nella sua interezza e con tutto il carico di storia che si porta dentro.

I rapporti di dominio sono inscritti nelle istituzioni della sfera pubblica, ma anche “nell’oscurità dei corpi” (Pierre Bourdieu). Nel primo caso è più facile vederli, nell’altro bisogna stanarli, portarli alla coscienza.

 

NUDM è sicuramente un “soggetto politico”, e molto di più: è un soggetto rivoluzionario, un riferimento per altri movimenti, per le sue analisi, obiettivi e pratiche politiche:

– ha messo a tema il dominio, lo sfruttamento, l’alienazione, in tutte le sue forme: classe, sesso, ‘razza’, genere, ambiente, ecc.;

– si pone il problema dei “nessi”, o intersezionalità, tra forme diverse di violenza;

– dice di voler “trasformare il mondo”, la società, neoliberista e patriarcale, di battersi contro tutti i governi che legittimano queste forme di dominio.

Quello che sembra essere sparito, rispetto al femminismo degli anni Settanta, è invece il “sé”. La mia domanda perciò è questa: che cosa significa oggi per NUDM, una generazione molto lontana dalla mia, tenere conto della soggettività? Come si colloca il “partire da sé” all’interno delle analisi di temi e obiettivi, messi al centro della giornata dell’8 marzo, elencati dettagliatamente negli appelli alla mobilitazione della rete italiana, ma anche in quelli di altri Paesi?

È una domanda che viene ancora una volta dalla mia esperienza, dalla mia tenace inclinazione a vedere le “permanenze” più che i cambiamenti. Nel Sessantotto, appena arrivata dalla provincia, non sono state le manifestazioni, che un po’ mi spaventavano, ad aprire il cerchio del privato, a spingermi verso un impegno sociale e politico. È stato ascoltare in una assemblea il racconto dell’insegnante che aveva avviato nelle sua classe una pratica non autoritaria – niente voti, bocciature, punizione, ecc -, e riconoscere improvvisamente nella sua scelta coraggiosa bisogni che mi portavo dentro inconsapevolmente. Primo fra tutti, quello di ripensare il mio percorso scolastico di figlia di contadini poverissimi, quanto della mia sofferenza fosse rimasta “il fuori tema”, intraducibile nelle lingue colte. Scoprivo che si poteva insegnare in modo diverso, mettere al centro della cultura la vita, l’esperienza dei singoli col suo carico di storia non registrata.

Sono rimasta dell’idea che l’identificazione sia il veicolo di ogni pratica dell’accomunamento, come possibilità di coinvolgere più persone. Oltretutto, se lo sciopero dell’8 marzo riguarda non solo il lavoro produttivo ma anche quelli che sono stati i ruoli femminili tradizionali – sessualità, maternità, cura dei figli e della famiglia, lavoro domestico non visto come tale, ecc. -, non mi sembra che si possa prescindere dal modo con cui le donne hanno, sia pure forzatamente, fatto propri quei modelli, dati come “naturali”, quanto vi siano ancora legate, come potere di indispensabilità all’altro, un potere sostitutivo di una diversa realizzazione di sé.

Sulla “presa di coscienza” resta molto lavoro da fare.

Nel documento-appello di NUDM nazionale colpisce la radicalità con cui viene nominata la violenza in tutti i suoi aspetti: femminicidi, stupri, molestie, ma anche precarietà, discriminazione salariale, sessismo, razzismo, omofobia nelle politiche dei governi. Si parla del Ddl Pillon, del decreto sicurezza, della campagna contro l’educazione di genere nelle scuole, del reddito autodeterminazione. Un elenco dettagliato di obiettivi ma da cui restano in ombra le connessioni, che pure ci sono.

Solo verso la metà si accenna al fatto che lo “sciopero femminista”, per la sua articolazione personale e politica, comporta la ridefinizione di quello che è stato finora lo sciopero sindacale, legato al lavoro produttivo. Quanto alla “soggettività”, la parola compare solo verso il fondo, là dove si parla di “sciopero dei generi e dai generi”, ed è riferita alla “liberazione di tutte le soggettività e diritto di autodeterminazione sui propri corpi”, con riferimento esplicito alle violenze contro le persone trans e intersex.
Come si colloca in questo quadro oggettivamente così complesso e dettagliato l’esperienza, il vissuto personale, che, come sappiamo non si modifica con la stessa velocità della ragione storica? Con un discorso così disincarnato e spersonalizzato è difficile creare identificazione e coinvolgimento fuori dalla cerchia ristretta di NUDM.

Una domanda simile e conseguente riguarda l’“intersezionalità”. La “specificità della violenza sulle donne” – come dice Veronica Gago nell’intervista fatta da Maura Brighenti e Paola Rudan – è già intersecata con altre forme di dominio e quindi di lotta. Il problema caso mai, dice sempre Veronica Gago, è di “produrre connessioni” e inventare un linguaggio “per dire cosa significa politicamente questa trasformazione radicale”.

Ora, se per “connessioni” non si intende solo “alleanze”, condivisione di momenti di lotta – NUDM è già presente nelle manifestazioni contro il razzismo, per l’integrazione dei migranti, contro i muri e nazionalismi, ecc. -, anche in questo caso è importante chiedersi cosa vuol dire cercarle nella soggettività, nell’esperienza che una donna fa del suo essere al medesimo tempo appartenente a un sesso, a un genere, a una classe, a una cultura. La multiposizionalità, vista attraverso le storie personali, si rivela complessa e piena di contraddizioni. Potremo scoprire che la consapevolezza di una violenza o ingiustizia si accompagna spesso alla rimozione dell’altra: nel mio caso, figlia femmina di contadini mezzadri sfruttati all’epoca come servi della gleba, al centro è venuta prima la sessualità e solo molto più tardi, quando ho incontrato i movimenti antiautoritari nel Sessantotto a Milano, la questione di classe. Tenerle insieme e capire come si intersecano è stato difficile anche sul piano politico, quando si è cercato di interrogare e ridefinire il conflitto di classe e il materialismo storico, mi riferisco ai gruppi extraparlamentari- sulla base della specificità del rapporto di potere tra i sessi, riportato alla sessualità, alla maternità, alle relazioni intime, a una violenza non traducibile in termini economici.

Se a Marx va il merito di aver portato allo scoperto il rimosso economico – il profitto- e a Freud il rimosso della famiglia borghese, la sessualità, al femminismo va riconosciuto quel salto della coscienza storica che scopre la politicità della vita personale, cioè di tutto ciò che è stato considerato da sempre “non politico”.

Non è un caso che la violenza al centro delle pratiche dell’autocoscienza e dell’inconscio sia stata, prima ancora che quella manifesta, la violenza invisibile, l’interiorizzazione della visione maschile del mondo da parte delle donne stesse.

Oggi lo slogan “modificazione di sé e modificazione del mondo” è l’utopia che possiamo pensare realizzabile, purché non si perda ancora una volta di vista il “sé” come luogo a cui è necessario sempre tornare e dare parola.

(comune-info.net, 4 febbraio 2018)

di Alessandra Pigliaru

Poesia. «Matrilineare. Madri e figlie» nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi, un volume collettaneo pubblicato dalla casa editrice La Vita Felice

Grande arca, enorme noce di latte o forse farina, colore di smeraldo, si impone con l’aria del mattino e resta in una bolla. A scorrere le pagine di Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi (La Vita Felice, pp. 231, euro 18), si rimane affascinate dalla profondità sondata dalle tantissime poete che hanno indagato un tema tanto spinoso quanto inaggirabile. Molte le immagini utilizzate, molti i versi che sgranano l’impossibile restituzione di cosa sia una madre, di cosa sia una figlia. Di dove stia la relazione, punto medio o sottofondo. Le curatrici Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster e Anna Maria Robustelli, vanno a comporre una trama che sia plurale. E in questa tessitura è la scoperta: quale importanza abbia la relazione «madre-figlia» nella poesia italiana, arcipelago di storie, contesti e formazioni e che raccoglie voci poetiche tra le più acute del panorama nazionale. Da Nadia Agustoni ad Antonella Anedda, da Patrizia Cavalli a Mariangela Gualtieri, Mariapia Quintavalla, Anna Maria Farabbi, Jolanda Insana e poi ancora Elisa Biagini, Biancamaria Frabotta e numerose altre.

Fa bene Maria Teresa Carbone – nella prefazione al volume – a segnalare come la ricerca delle curatrici risponda a un progetto più ampio di riordino e postura critica militante che arriva da lontano. Altrettanto appropriato è appunto collocare questo volume all’interno di un percorso cominciato dieci anni fa (come collaborazione fra loro poiché, individualmente e insieme ad altre, lavorano con la scrittura da decenni). La collettanea del 2009 si intitolava Corporea (edita da un’altra lodevole casa editrice, Le Voci della Luna) e raccontava l’urgenza di saldare, di nome e di fatto, tutte le poesie di lingua inglese che ruotassero intorno al corpo, grande rimosso. Così è da intendere ciò che è arrivato dopo, non un esito ma un processo di significazione che, finemente, registra nella postfazione a Matrilineare Saveria Chemotti. Separazioni, spine, sguardi, contrappunti, malattie e morti; e poi ritratti di madri e di figlie, dialoghi a distanza; nelle quattro dense e articolate sezioni in cui è suddiviso il volume c’è un punto che accomuna. Non è quello di essere state figlie né di avere avuto una madre, ma è la costante ricerca di un Tu – originario, una dissennata e talvolta meditata interrogazione di come stiano le cose quando si arriva all’osso: il sapere di se stesse, insieme alla notizia che si vorrebbe avere del proprio caro bene.

 

(il manifesto, 2 febbraio 2019)

di Francesca Maffioli

Mondo in versi. Il numero 161 della rivista letteraria «Nuova Corrente» è dedicato alla figura, poco conosciuta, della poeta Fernanda Romagnoli

In un’intervista del febbraio del 1991, Attilio Bertolucci, interrogato sulla poesia contemporanea, scelse di citare tre poete: Alda Merini, Amelia Rosselli e Fernanda Romagnoli. Delle tre, l’ultima è certamente la meno conosciuta, nonostante le sue opere siano state editate da Guanda, Signorelli e Garzanti. Causa, forse, certo manierismo dal sapore dannunziano, oppure una non dichiarata ma fattuale indifferenza della critica nei confronti della poesia femminile.

A colmare questo vuoto, ci pensa ora il numero 161 della rivista letteraria Nuova Corrente (pp. 229, euro 22), che raccoglie dieci interventi dedicati all’opera di Fernanda Romagnoli (Roma, 1916-1986). Il volume, attraverso studi che si ancorano felicemente al dettato poetico dell’autrice, cerca di tracciare una parabola dell’opera omnia della poeta in relazione al panorama letterario italiano del XX secolo.

Come riporta Tatiana Bisanti nel suo saggio, dovremmo riflettere sulle parole usate nel 1943 dal critico Giuseppe Lipparini, nel tentativo di lodare Romagnoli. Descrivendo la sua lirica come «squisitamente femminile», accompagnava questa sua definizione con l’elogio dell’accuratezza formale della scrittura, nell’ambiguo sottointeso che le due caratteristiche fossero in contraddizione. E aggiungendo, a rincarare la dose già esagerata d’essenzialismo, che tale accuratezza fosse più istintiva che ricercata. Bisanti ha ragione nel dire che, invece, proprio tale ricercatezza può risultare manierata e che la maestria nella tessitura delle figure retoriche (in particolare l’allitterazione, ma anche l’anafora e la sinestesia) ci parla più d’artificiosità che d’istintività dell’espressione poetica.

Laura Toppan, nel suo saggio intitolato Povero corpo e sempre / sei campo di battaglia», Confiteor (1973) di Fernanda Romagnoli spiega la pregnanza della cifra tematica del corpo, nella più cruenta delle guerre, quella interiore e «civile» combattuta dal corpo contro sé stesso. Corpo come campo di battaglia delle proprie sofferenze: quelle relative biograficamente alla scoperta della malattia che minerà la salute fisica della poeta, ma anche quelle legate all’insistere dei conflitti familiari e dell’insofferenza al ruolo di casalinga. La rappresentazione della quotidianità si declina non solo nello svelamento dei rapporti interpersonali con i membri della propria famiglia – i genitori scomparsi, così come il marito e la figlia – ma anche nello straniamento provocato dall’orizzonte casalingo.

Proprio gli oggetti domestici, elementi così significativamente presenti nella poesia di Romagnoli, fanno capolino a ricordare quanto ipnotica e straniante sia la loro influenza sulle vite delle donne: «Qui, fra i robot smaltati di cucina / il rosso vivo d’invernali frutti / sul tavolo – fra i gesti abituali / che mitemente vanno consumandoti / con le mani anche l’anima – distratta –: / mentre accendi un fiammifero e la fiamma / sprizza verde veleno all’improvviso, / ecco rinasci intatta una mattina / d’alberi e odori sopravvento, e fiori / sino al fiore del seno. Ah, la tua fuga / libera, a perdifiato, sotto i piedi / levando uccelli. La tua gioia, il sangue / senza briglie, innocente. Ah, sulla nuca / la risata d’Adamo che ti coglie / prima ancora d’abbatterti… – Su, donna: / hai sognato, risvegliati? Tu – Eva? / Tu – massaia dal dito bruciacchiato?».

Anche Giorgia Bongiorno, a proposito della raccolta Il tredicesimo invitato (Garzanti, 1980), spiega come, attraverso l’uso di caratteristiche stilistiche che ne confermano il dissidio, il destino dell’individuo sembri situarsi nello spazio dialettico che contempla gli oggetti della quotidianità nella loro tra dimensione corporea – l’umano – e nello spazio della tensione religiosa e metafisica, della ricerca disperata d’assoluto – il divino. Si noti che quando si parla di «divino» in Romagnoli si intende l’orizzonte semantico riguardante la sfera del sacro ma anche quella, più inconsueta, dello «spettrale», del rapporto con i propri defunti. Mentre la tensione tra la dimensione metafisica e quella fisica degli oggetti occupa quest’ultima raccolta di Romagnoli, nelle prime raccolte a dominare era invece il paesaggio, seguito poi dalla variante faunistica: gli animali. Essi emergono in quanto personaggi non passivi di un universo simbolico in cui sono portatori, come in un bestiario medievale, di significati ulteriori.

Gli ultimi articoli del volume ricostituiscono poi i rapporti della poeta con altri autori italiani suoi contemporanei. Nell’utilissimo articolo di Ambra Zorat è riportato il fitto carteggio conservato al Vieusseux di Firenze intrattenuto dalla poeta con Carlo Betocchi e Nicola Lisi, necessario alla comprensione della dimensione psico-biografica dell’autrice. Seguono poi saggi in cui emerge la prospera intertestualità dell’opera di Fernanda Romagnoli, che lega il suo lavoro a quello di poeti stranieri come Emily Dickinson o Konstantinos Kavafis.

In particolare, il saggio di Lucia Aiello ci dice come la relazione delle due poete cammini sulle sponde del linguaggio, per cui l’esperienza del sé attraverso la parola poetica aprirebbe a zone di «possibilità» in cui la tradizione poetica patriarcale potrebbe essere ridiscussa, alla luce dell’emersione di una nuova e diversa poetica.

 

Il manifesto, «L’ipnosi degli oggetti quotidiani», 2 febbraio 2019


Vogliamo festeggiare insieme alle sopravvissute e femministe abolizioniste francesi una giornata storica: la legge abolizionista resta in vigore, il Consiglio Costituzionale si è pronunciato questa mattina sancendone la costituzionalità!

Ci aspettiamo lo stesso risultato dal nostro paese, il 5 marzo sarà discussa di fronte alla Consulta la questione della costituzionalità della legge Merlin, la nostra battaglia continua, vogliamo che l’Italia come la Francia si opponga al tentativo di legalizzare lo sfruttamento sessuale chiamandolo “lavoro”. La legge Merlin non si tocca! #IosonoLinaMerlin.

Riportiamo la traduzione del comunicato stampa di CAP international pubblicato stamani:

 

Con una decisione storica il Consiglio Costituzionale (Corte Suprema francese) ha sancito la costituzionalità della legge francese del 2016 che ha introdotto la criminalizzazione dell’acquisto di sesso, la decriminalizzazione delle persone prostituite e la creazione di programmi di uscita su scala nazionale, politiche di protezione e sostegno per le vittime di prostituzione, sfruttamento sessuale, induzione alla prostituzione e tratta.

La legge del 2016 che aveva lo scopo di rafforzare la lotta contro il sistema prostituente e garantire sostegno alle persone prostituite è stata approvata il 13 aprile del 2016 da una maggioranza trasversale di partiti del parlamento francese dopo sei anni di indagini e dibattiti in sede parlamentare.

In stretta collaborazione con 69 associazioni che sono impegnate nella lotta contro ogni forma di violenza sessuale e sessista incluse due organizzazioni francesi che ne fanno parte, Fondation Scelles e Mouvement du Nid, CAP International ha sottoposto molte osservazioni in forma scritta e orale al Consiglio Costituzionale (si veda sotto). CAP International ha contribuito alla mobilitazione di una vasta coalizione di soggetti in sostegno della legge. Sei ministri della precedente legislazione per i diritti delle donne [1], trenta medici rinomati [2], una coalizione di uomini che si opponeva all’acquisto di sesso [3] hanno scritto lettere aperte e rilasciato dichiarazioni sulla stampa chiedendo al Consiglio Costituzionale di mantenere la criminalizzazione dell’acquisto di sesso. Infine CAP international ha pubblicato i risultati di uno storico sondaggio che dimostra che:

Riassunto delle osservazioni sottoposte al Consiglio Costituzionale:

 

[1] http://www.leparisien.fr/faits-divers/prostitution-monsieur-le-premierministre-protegeons-notre-modele-abolitionniste-13-01-2019-7987608.php

[2] https://www.lemonde.fr/idees/article/2019/01/09/loi-sur-la-prostitutiondepenaliser-serait-une-catastrophe_5406832_3232.html

[3] https://www.lejdd.fr/Societe/prostitution-lappel-au-conseil-constitutionnel-ane-pas-revenir-sur-la-penalisation-des-clients-3841709

 

(www.resistenzafemminista.it, 1° febbraio 2019)