di Gian Guido Vecchi
Ha pesato la denuncia degli abusi sessuali commessi da preti e vescovi sulle suore? «Per la verità davamo fastidio già prima. Le donne pensanti danno fastidio. Poi, certo, con il racconto degli abusi abbiamo dato loro la prova che avevano ragione a diffidare…». Lucetta Scaraffia sorride, ha imparato a prenderla con ironia. Dopo il Sinodo sulla famiglia scrisse un libro, Dall’ultimo banco, che raccontava la sua esperienza di donna ai margini dell’assemblea, senza diritto di voto.
Perché è successo?
«Perché non ci volevano. Vogliono solo persone che controllano. All’inizio c’è stato un tentativo di commissariarci, di mettere Monda anche come direttore di “donne chiesa mondo” perché partecipasse alle riunioni. Abbiamo detto che se fosse avvenuto ci saremmo dimesse. Rientrato il progetto, ci hanno lasciate libere di lavorare ma è iniziata una forma di delegittimazione strisciante».
Ha scritto della volontà di controllo degli uomini che vogliono «donne affidabili».
«Ci hanno lasciate libere di lavorare, ma sull’Osservatore sono apparsi articoli sui nostri temi che seguivano una linea opposta. Il nostro giornale è nato da un’iniziativa di donne, è stato un laboratorio intellettuale, un’esperienza bellissima.
Hanno creato una seconda voce delle donne, però ammaestrata. Hanno messo donne contro donne».
Ne ha parlato con il prefetto per la Comunicazione, Paolo Ruffini?
«Sì, all’inizio. Volevano che la comunicazione vaticana fosse compatta e univoca, mi ha detto. E io: va bene, fatemi partecipare alle riunioni».
E lui?
«Si è messo a ridere. Come fosse una pretesa inaudita».
Come sono considerate le donne in Vaticano?
«Malissimo. Non esistono».
Eppure il Papa ripete che «la Chiesa è donna».
«Bello, ma è un modo per trasformarci in una metafora. Vogliamo esser ascoltate, contraddette, discusse come si fa con gli uomini, non diventare metafore. Essere riconosciute come interlocutrici nella nostra diversità: io, ad esempio, sono contraria al sacerdozio femminile».
Resiste la mentalità per cui le suore devono lavare i calzini ai preti?
«Ah sì, quella è rimasta intatta. L’anno scorso pubblicammo un’inchiesta sullo sfruttamento delle religiose. Ci sono arrivati moltissimi biglietti di suore. Senza dire chi erano, ci scrivevano: grazie. Una cosa commovente».
A Loreto, il Papa ha parlato di Maria come «figlia, fidanzata, sposa e madre», punto. «Era una donna di grande coraggio che, giovanissima, ha sfidato la società. Una ragazza che ha accettato questo figlio e rischiava di essere lapidata. Nessuno ne parla».
Le donne potrebbero aiutare la Chiesa ad uscire dalla crisi dei preti pedofili?
«Certo, un vero coinvolgimento delle donne è l’unico modo per uscirne».
Quanto sono diffusi gli abusi sulle suore?
«Molto. Io credevo fosse solo in alcuni continenti, America Latina, Asia, Africa, e invece accade anche in Europa. La vaticanista Valentina Alazraki ha detto ai vescovi in Vaticano: «Vorrei che la Chiesa giocasse all’attacco e non in difesa, com’è avvenuto nel caso degli abusi sui minori». «Non so cosa farà. Per il momento la Chiesa non gioca, ha deciso di non giocare».
Come ha reagito finora?
«Col silenzio. Perché c’è la questione aborto che rende tutto ancora più complicato e drammatico rispetto alla pedofilia. Ci sono vescovi e preti che hanno fatto abortire le donne di cui hanno abusato».
Il vostro mensile come è stato accolto in Vaticano?
«Abbiamo avuto l’appoggio dei Papi, Benedetto XVI e Francesco, e anche della Segreteria di Stato. Per il resto, non ci leggevano. O almeno dicevano di non farlo, di considerarci una lettura per cameriere».
Chi lo ha detto?
«Lasciamo perdere… Vivono in un mondo maschile nel quale non è concepito che entrino le donne. Non riescono neanche a pensarci, per loro le donne non esistono».
(Corriere della Sera, 26 marzo 2019)
di Sandro Orlando
L’americana Karen Uhlenbeck, professoressa emerita all’Università del Texas di Austin, è la prima donna a ricevere dall’Accademia norvegese delle scienze e delle lettere il premio Abel 2019, anche noto come il «Nobel della matematica», per le sue ricerche nel campo dell’analisi, la geometria e la fisica matematica. «Non posso ancora crederci, sono molto felice», ha commentato Uhlenbeck, 76 anni, in uno scambio di mail con il quotidiano spagnolo El País, «spero che questo dimostri che una gran varietà di persone può contribuire alla matematica ai livelli più alto».
Le «equazioni alle derivate parziali», che collegano le quantità variabili e la loro velocità di cambiamento, e furono da lei sviluppate originariamente per descrivere fenomeni come l’elettromagnetismo, hanno trovato applicazione in una molteplicità di contesti, come lo studio delle forme dello spazio in varie dimensioni. Quando da giovane, dopo essersi già messa in luce come promettente matematica, Uhlenbeck si trovò a candidarsi per due cattedre, al MIT di Boston e all’Università di Berkeley, la risposta da entrambe fu che «nessuna assumeva donne perché queste dovevano stare a casa ad occuparsi dei figli», ha ricordato una volta la scienziata.
Il premio Abel, inaugurato nel 2002 per celebrare il bicentenario della nascita del matematico norvegese Niels Henrik Abel, è sempre stato assegnato a uomini, e così Uhlenbeck sarà la prima donna a ricevere i 600 mila euro che l’accompagnano. Di tutti i risultati nel campo dell’analisi geometrica, quello di cui la professoressa va più orgogliosa è il cosiddetto teorema delle bolle, messo a punto insieme al matematico Jonathan Sacks, per descrivere da un punto di vista energetico come si sviluppano delle bolle di sapone.
(27esimaora.corriere.it 21 marzo 2019)
di Analía Fernandez Fuks
È una calciatrice argentina, lesbica e attivista femminista. Ha fatto causa alla squadra dove giocava perché la sua professione non è riconosciuta. Il suo personaggio è diventato simbolo e incarnazione del nuovo protagonismo delle donne in Argentina, dove ha preso slancio il movimento Ni una menos con le sue originarie caratteristiche.
Oggi il suo nome rimbalza sui giornali, in tv e alla radio. La causa contro l’Uai Urquiza e l’Afa, nella quale Sánchez denuncia anche le manovre disoneste del club per nascondere le vere condizioni del suo lavoro, è stata ripresa dai mezzi d’informazione di tutto il mondo, come la Bbc, il New York Times ed El País. La sua voce calma ma decisa raggiunge sempre più persone. È la prima volta in Argentina, in America Latina e nel mondo che una calciatrice esige il riconoscimento professionale della sua attività per vie legali, e non lo fa in un momento qualsiasi: a giugno cominceranno i mondiali di calcio femminile in Francia. Il presidente della Fifa, Gianni Infamino, ha detto che tutti quelli che guarderanno i mondiali «si stupiranno di quanto è arrivato lontano il calcio delle donne».
Il 5 gennaio Sánchez è stata licenziata dalla sua squadra mentre era in ferie. Alcuni giorni prima aveva twittato: «Un 2019 nazionale, popolare, democratico e femminista. Che il calcio femminile sia professionista e l’aborto sia legale, cazzo». La telefonata di Germán Portanova, il suo allenatore, l’ha sorpresa. Le ha detto che dopo sette anni passati a giocare per l’Uai, Macarena avrebbe smesso di far parte della squadra.
Le parole di Sànchez sui social network hanno l’effetto di una mitragliatrice. Sa qual è il suo bersaglio. Quando si parla con lei di persona la sua voce si addolcisce, ma il discorso resta deciso, perché Sánchez sa che quello che ha fatto può creare un precedente storico. Ha paura. Per evitare di deprimersi è sempre circondata dalle sue amiche e dalle sue compagne. Di mattina lavora, il pomeriggio incontra le avvocate, tiene riunioni e rilascia interviste. Nei ritagli di tempo cerca di studiare antropologia, la materia che le manca per laurearsi come assistente sociale.
«Non dimenticherò mai quello che mi hai fatto capire quel giorno (ha scritto a sua sorella Soledad). Avevi tredici anni e raccontasti piangendo alla mamma che sapevi che mi piacevano le ragazze. Non piangevi per quello, ma perché mi prendevano in giro, e non volevi vedermi soffrire». Soledad è anche sua avvocata, insieme a Melina González e a Melisa García, componenti di AboFem Argentina, un’associazione femminista. A più di quindici anni da quella conversazione, la giocatrice ha reso pubblico il suo attivismo lesbico, femminista, peronista e abortista.
Sánchez non è sola. Prima di annunciare la causa, la calciatrice ha incontrato le sue avvocate. Le hanno suggerito di cercare una giornalista che la aiutasse a rispondere alle interviste. Ha chiamato Luciana Gargini, Micaela Cannataro e Leila Grayani, tutte appassionate di calcio. Si sono incontrate una sera a casa sua e hanno organizzato una strategia di comunicazione, creando l’account Twitter @FutFemProf per dare visibilità ai problemi delle calciatrici.
Sánchez sa che la sua richiesta non avrebbe potuto essere fatta qualche anno fa. È questo il momento. Mancano pochi mesi ai mondiali di Francia, a cui la nazionale argentina parteciperà dopo dodici anni di assenza. E questo il momento, dopo che la partita tra Argentina e Panarr all’Emirates Stadium, lo stadio dell’Arsenal, ha attirato 11.500 persone. Dopo che la tribuna dietro la porta di Vanina Correa si è riempita di fazzoletti verdi, il simbolo delle proteste a favore della liberalizzazione dell’aborto. È questo il momento, ora che la Conmebol, la federazione calcistica dell’America Latina, obbliga i club ad avere una squadra di calcio femminile se quella maschile vuole competere nei tornei internazionali. È questo il momento, quasi un anno dopo che le giocatrici della nazionale hanno protestato durante la Copa América in Cile per chiedere condizioni migliori. È questo il momento, pensa, per rompere lo status quo.
C’è chi le dice che nel calcio femminile non ci sono soldi, chi le suggerisce di andare a lavare i piatti, chi le fa notare che con il suo club non ha vinto niente. Poi riceve una foto di una pistola insanguinata con una minaccia: «Maca, hai fatto arrabbiare un sacco di gente con le tue denunce. Sulla tua testa pende una taglia. Morirai presto».
Sánchez decide di rendere pubblico il messaggio, e avvisa la famiglia. Grisel, sua madre, lascia per qualche giorno il lavoro presso l’ufficio del difensore civico di Santa Fe e va a Buenos Aires per starle vicino. Vicino, come Macarena le aveva chiesto in altre occasioni, quando era più piccola e la madre si occupava di diritti umani per il governo di Jorge Obeid. «Era sempre occupata, sette giorni su sette. Quando non lavorava in ufficio era al cellulare», racconta. Portava le sue quattro figlie in giro per i quartieri poveri di Santa Fe, perché conoscessero la loro città e realtà diverse da quella della loro casa da ceto medio. L’assenza materna, che in certi momenti l’aveva messa in difficoltà, è diventata una cosa di cui essere grata: «Ci ha inculcato la coscienza di classe e di genere». Con la madre e le avvocate al suo fianco, Macarena va in procura a denunciare la minaccia ricevuta.
Il 19 febbraio 2019 Sánchez si stava preparando per andare alla manifestazione a favore della legge sulla liberalizzazione dell’aborto di fronte al parlamento. Ma quel giorno non sarebbe stato come aveva immaginato. Sánchez riceve un messaggio da Cristina Fernández de Kirchner: l’ex presidente l’aspettava nel suo studio. Si sono viste faccia a faccia. Fernandez era al corrente della lotta del calcio femminile, ed era dalla sua parte.
Poi è andata alla manifestazione. Non era la prima volta che partecipava a una protesta alzando il fazzoletto verde verso il cielo per chiedere aborti legali, sicuri e gratuiti. La prima manifestazione a cui è andata a Buenos Aires è stata il 3 giugno 2016, la seconda del movimento Ni una menos. «Il femminismo mi ha fatto capire molte cose. Prima pensavo: l’Uai Urquiza mi dà un lavoro e una casa. Adesso la vedo diversamente. So che ci sfrutta».
La causa intentata dalla calciatrice ha portato alla luce i meccanismi del calcio femminile in Argentina, dove giocano circa un milione di donne nei campionati provinciali, in quelli dell’Afa o in tornei privati.
«Abbiamo bisogno di sportive senza paura», ha twittato Macarena alcuni giorni dopo il suo licenziamento, e ha invitato le colleghe a raccontare la loro esperienza. Sono arrivati molti messaggi: le calciatrici denunciano che quando s’infortunano non gli pagano le cure, che devono affittare con i loro soldi il campo per gli allenamenti, che perdono giorni di lavoro per allenarsi, che pagano di tasca loro le divise e le spese degli arbitri, delle ambulanze e della polizia che sono obbligatorie per le partite.
L’account Twitter di Macarena e quello di @FutFemProf sono diventati una radiografia del calcio locale. In Argentina ci sono sedici squadre femminili in prima divisione e ventidue in seconda. I club possono trattenere le giocatrici a loro piacimento o possono ostacolarne il passaggio a un’altra squadra. Se il club e l’Afa riconoscessero che quello delle calciatrici è un lavoro si creerebbe un precedente storico, e le regole del gioco cambierebbero. È la speranza di Sánchez. Il suo appello per un calcio femminile professionistico è diventato virale. Si sta diffondendo, mentre in Spagna il calcio femminile batte i record: al San Mamés, nei Paesi Baschi, più di 48mila persone hanno assistito alla partita dei quarti di finale tra le squadre di calcio femminili dell’Athletic di Bilbao e dell’Atlético di Madrid.
Non le importa in che ruolo deve giocare, conta il gruppo. Per questo risponde alla Bbc: «Sono disposta a lasciare da parte la carriera per difendere il calcio femminile». Tra le varie chiamate che riceve, una arriva dalla Colombia e una dalla Spagna. Sono due squadre. In quei due paesi le calciatrici sono pagate per giocare, sono le mete più consuete per le calciatrici argentine. Ma lei risponde: «Non me ne vado. Resto qui, a lottare».
(versione abbreviata del ritratto apparso su Internazionale 1298, 15/21 marzo 2019, pp. 72-74, autrice Analía Fernandez Fuks di Revista Anfibia)
di Vandana Shiva
Gentile Sindaca di Roma Virginia Raggi,
in occasione del mio intervento per l’inaugurazione di «Feminism», la Fiera dell’editoria delle donne in Italia, presso la Casa Internazionale delle Donne, sono stata messa a conoscenza del fatto che questo luogo sta per chiudere e che la concessione dello stabile di Trastevere è stata revocata dal Comune di Roma.
Nel corso di poche centinaia di anni il dominio del capitalismo patriarcale e l’attuale paradigma agricolo e industriale di tipo estrattivo, basato sullo sfruttamento a senso unico delle risorse e delle ricchezze dalla natura, hanno portato il nostro pianeta sull’orlo del collasso.
Il recente rapporto sul clima del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) ci ha avvisato che tra soli dodici anni potremmo aver già raggiunto la crescita della temperatura che l’Accordo di Parigi aveva ipotizzato per il 2100 e che è necessario agire ora, o ci troveremo ad affrontare una vera e propria catastrofe climatica.
La nostra sicurezza alimentare e la nostra sopravvivenza si basano sulla conservazione della biodiversità, che è minacciata da quella che gli scienziati definiscono «la sesta estinzione di massa».
L’ascesa dell’1%, vale a dire una minoranza di uomini estremamente facoltosi e avidi, in procinto di controllare fino a due terzi della ricchezza mondiale entro il 2030, è caratterizzata da un attacco nei confronti di tutte quelle culture e conoscenze basate sulla condivisione e sul prendersi cura, incluse le economie circolari e solidali basate sulla conservazione delle risorse.
Nella storia le donne sono state relegate a fare il lavoro che era considerato irrilevante. Andare in guerra e uccidere era considerato importante. Fare profitti a spese degli altri era considerato importante.
In realtà, le donne sono state lasciate a fare le cose reali: fornire l’acqua, fornire il cibo, e prendersi cura della famiglia. I valori di cui abbiamo bisogno sono i valori legati alla conoscenza di come vivere con la natura.
Abbiamo bisogno di conoscenza su come prendersi cura. Abbiamo bisogno di conoscenza su come si condivide. Questo è il sapere delle donne, le capacità di cui avremo sempre più bisogno in futuro. O sarà permesso alle donne di mostrare la via o non avremo nessun futuro.
Per questo chiedo alla Sindaca Raggi non solo di proteggere, ma di amplificare il ruolo della Casa Internazionale delle Donne. Che diventi un laboratorio per le economie, le conoscenze e le comunità del futuro, dove i giovani, specialmente le giovani donne, possano trovare gli strumenti per costruire economie locali vibranti di vita.
L’orto di questa Casa diventi il luogo dove possa rivolgersi chiunque voglia imparare a coltivare il proprio cibo, locale, fresco, biologico e libero da veleni.
Questo luogo dovrebbe diventare l’Università del Futuro e non dovrebbe venire chiuso.
Specialmente a ridosso di questo 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, questo è l’impegno che la sindaca dovrebbe prendere per il futuro di Roma e del nostro pianeta.
Vandana Shiva, 14 marzo 2019 (il manifesto)
di Francesca Maffioli
Creata nel 1634, l’Académie Française ha deciso pochi giorni fa di riconoscere i nomi femminili di mestieri, funzioni, titoli e gradi. A colloquio con Anne Emmanuelle Berger che dirige il «Legs» di Paris VIII.
A
partire dalla Rivoluzione francese, in molti si sono opposti al dominio
grammaticale del genere maschile, che si è imposto in un passato piuttosto
recente, ossia dalla fine del XIX secolo e dall’avvento dell’obbligo
scolastico. Nella Requete des dames à l’Assemblée nationale si
chiedeva che il genere maschile fosse considerato non diversamente da «tutti i
sessi e tutti gli esseri che devono essere e sono egualmente nobili». È notizia di qualche giorno fa il parere favorevole
dell’Académie française verso un’apertura alla femminilizzazione dei nomi
di mestieri, funzioni, titoli e gradi. Il rapporto, la cui cautela e diplomazia
non hanno niente di rivoluzionario, aprirà tuttavia una breccia istituzionale.
Tornata alla ribalta negli ultimi anni, già in passato la questione è stata
oggetto di interesse da parte delle istituzioni francesi: nel 1986, sulla scia
della «Journée Internationale de la Femme», il primo ministro Laurent Fabius
aveva indirizzato al suo governo una circolare che prescriveva la
femminilizzazione di nomi, posizioni, gradi o titoli commerciali in tutti i
documenti ufficiali. Nel 1999 venne pubblicata una guida scritta dall’Istitut
National de la Langue Française, con prefazione del primo ministro Lionel Jospin,
il quale faceva riferimento all’evoluzione inevitabile della lingua e alla
legittimità della «parità linguistica».
Ne parliamo con Anne Emmanuelle Berger, docente di letteratura francese e di
studi di genere e direttrice del «Legs» di Paris VIII.
Creata nel 1634, l’Académie Française il 28 febbraio ha
deciso di riconoscere i nomi femminili di mestieri, funzioni, titoli e gradi,
rinnovando una pratica comune nel Medioevo. Da che momento della storia
francese questa prassi era caduta in disuso?
È necessario, intanto, situare storicamente la nascita della Académie e
accennare al suo contesto. Ufficializzata dal cardinale Richelieu su
commissione di Luigi XIII, essa nacque come «accademia reale», il cui scopo era
normalizzare e perfezionare la lingua francese; ma ebbe un ruolo anche nella
centralizzazione del potere monarchico. L’obiettivo era sostituire
progressivamente il francese al latino anche come lingua scritta, farne la
lingua dell’amministrazione e del potere. L’Académie divenne istituzione «guardiana»,
incaricata di fissare precise regole linguistiche: fu in questo contesto che
venne pubblicata la prima edizione del Dictionnaire de l’Académie Française del
1694. Nel francese vernacolare parlato nel Medioevo, la presenza del femminile
nella lingua parlata non aveva ancora subito un processo di normalizzazione.
Eliane Viennot, storica della lingua, ha spiegato efficacemente l’iter
diacronico di questo slittamento verso il genere maschile, considerato alla
stregua del neutro latino. Secondo lei non è questione di «femminilizzare» la
lingua bensì di «demascolinizzarla». Storicamente, il processo di emendamento
delle particolarità regionali è simile a quello che ha portato alla fissazione
della lingua sul genere maschile, naturalmente con differenze sostanziali
nell’ordine del simbolico.
Nel rapporto redatto dalla commissione di studio
dell’Académie Française emerge una dichiarazione sulla «resistenza» della
lingua francese a femminilizzare i nomi delle professioni che è proporzionale
alla gerarchia. Lei cosa ne pensa?
La lingua in sé non resiste, anzi, subisce nel tempo quella che potremmo
definire un’«evoluzione naturale», che nella linguistica storica vuol dire
«culturale». Sono le istituzioni, nei secoli, a opporsi. L’Académie, poi, come
altre istituzioni dedite alla conservazione del patrimonio artistico, deve
svolgere un’opera di tutela. Il francese intende il termine «guardiani»
applicato a vari campi: la sovranità monarchica, i prigionieri, ma anche i
bambini; in questo senso la dimensione sovranista si fonde con quella
paternalista, «infantilizzante», ed entrambe con quella feticista della
conservazione di qualcosa che si sta inevitabilmente perdendo. Il ruolo
dell’Académie Française era legittimare la lingua e la portata dei verdetti era
alla stregua delle bolle papali.
Tutto ciò per dire che l’Académie Française nasce come istituzione atta a
promuovere e a conservare il potere. Non per nulla, gli accademici indossano
costumi d’ordinanza e portano una spada, a rappresentare il carattere rituale e
difensivo del loro ruolo. È ovvio che la resistenza nei confronti dei nomi di
quelle professioni che spiccano nella scala sociale sia stata di natura
politica e simbolica: il fatto che il femminile potesse connotare ruoli di
rilievo sociopolitico era visto come potenzialmente pericoloso. D’altronde, la
presenza femminile in seno all’Académie Française è davvero recentissima: la
prima donna a farne parte fu Marguerite Yourcenar, negli anni Ottanta del
secolo scorso.
Si direbbe che i nomi delle professioni su cui alcuni
accademici hanno a lungo resistito sono proprio quelli che li riguardano più da
vicino: scrittore e autore. Non crede che questa «diffidenza» abbia nascosto –
in modo maldestro – una sfiducia nei legami che uniscono la scrittura delle
donne e l’«autorialità»?
In effetti a fare parte dell’Académie sono membri, chiamati «les immortels» che
hanno il merito di rappresentare la lingua francese. Ne fanno parte poeti,
romanzieri, filosofi, critici letterari. Già dagli anni Settanta, in Québec e
successivamente anche nella comunità francofona belga e in quella svizzera, il
termine «écrivaine» – scrittrice – era persino incentivato; in Francia, invece,
l’autorialità delle donne è stata storicamente considerata pericolosa, alla
luce della corrispondenza tra la scrittura e il loro pensiero. L’appellativo
«femme-auteure», per esempio, fu avvertito come «mostruoso», una chimera del
pensiero. Lei chiama «diffidenza» quella che io chiamerei volontà di sminuire
la scrittura femminile e di conseguenza la parola delle donne. La collusione
tra il potere e chi controlla le evoluzioni della lingua mostra che la volontà
dichiarata di «universalizzare» corrisponde in realtà a una specifica scelta
simbolica di «fallicizzazione». Come già esplicitarono le donne della comunità filosofica
Diotima quarant’anni fa, non conviene sminuire la valenza della «politica del
simbolico», che passa evidentemente attraverso la lingua.
Negli ultimi anni, il rifiuto di femminilizzare i nomi delle professioni, ma non solo, è stato motivato dal fatto che queste parole suonavano male o «dissonanti», così come la tendenza francese a acquisire termini da altre lingue. Crede che questi due fenomeni abbiano qualche parentela?
In effetti, l’argomento a discapito della femminilizzazione dei nomi è stato di frequente una certa sgradevolezza nella sonorità. Ma è anche vero che le parole utilizzate nello scambio quotidiano, sia orale sia scritto, sono parole d’uso, e l’utilizzo della categoria estetica non ha alcun senso. Se le parole non ci sembrano familiari, le consideriamo sgradevoli all’orecchio. È indubbiamente una resistenza soggettiva, mascherata da giudizi pretestuosi. Prendiamo l’esempio noto di «écrivaine»: secondo molti, suonerebbe troppo vicino all’aggettivo «vaine», vanità… Ma questo vale anche per il maschile: «écrivain» – «vain». I fenomeni di resistenza, di cui fa parte certamente anche quello contro l’anglicizzazione della lingua, vogliono funzionare come argini contro forme di contaminazione, ma quello nei confronti della femminilizzazione è stato certamente più virulento.
(il manifesto, 13 marzo 2019)
di Patrizia Toia
Carissime, carissimi,
pochi lo sanno ma la prima programmatrice di computer al mondo si chiamava Ada Lovelace Byron. Durante la prima metà dell’Ottocento, fu lei a rendere programmabile la “macchina analitica” e a prefigurare il concetto di intelligenza artificiale.
Purtroppo però poi la storia della tecnologia digitale è stata una storia essenzialmente di uomini, una tendenza che sta cambiando ma troppo lentamente, vista la centralità del mondo tecnologico.
Le tecnologie informatiche offrono enormi possibilità per le donne e per la parità di genere, ma insieme alle possibilità ci sono anche molti rischi. Si pensi ad esempio al cyberbullismo sessista.
Si tratta di tematiche molto importanti su cui al Parlamento europeo a Bruxelles abbiamo voluto confrontarci con le protagoniste e le esperte del mondo digitale italiano e europeo, per raccoglierne le idee, i suggerimenti e le critiche.
Da questo confronto, è nato insieme a Gianna Martinengo e molte altre, l’instant book “Women & Digital Jobs in Europe” 2018, che abbiamo presentato questa settimana agli Uffici del Parlamento europeo a Milano e che vi invito a leggere.
Di seguito il link dove scaricarlo: Women & Digital Jobs in Europe (pdf)
(segreteria@patriziatoia.info, 12 marzo 2019)
Segnaliamo che l’ultimo numero di Internazionale, il 1297, 8-14 marzo, dedica a questo tema la copertina, cioè l’argomento centrale, con il titolo Hanno rubato il computer alle donne (Nota della redazione del sito).
di Viviana Mazza
Trentatré anni di prigione e 148 frustate, solo per aver svolto il suo lavoro di avvocata. È il verdetto emesso contro Nasrin Sotoudeh, che dallo scorso 13 giugno è rinchiusa nel famigerato carcere di Evin con una condanna a cinque anni (il totale ora è di 38). A denunciarlo su Facebook è stato Reza Khandan, il marito della più famosa avvocata iraniana per i diritti umani, una dei pochi rimasti nella Repubblica islamica. Tra le accuse: propaganda contro il sistema, incontri ai danni della sicurezza nazionale, partecipazione al movimento contro la pena di morte, incitamento alle donne a togliersi il velo e ad azioni immorali.
Nasrin Sotoudeh, 55 anni, è una leader, che ha scelto di restare in Iran e che sa parlare al popolo. Nel suo studio spoglio c’è una statua della Giustizia con la spada nella mano destra e la bilancia nella sinistra. Attaccati al muro dietro la sua scrivania, tanti piccoli bigliettini: lettere di solidarietà che da tutto il mondo furono spedite ai suoi bambini, Mehrave e Nima, quando fu arrestata già nel 2011 (scontò tre anni).
All’europa che le ha assegnato nel 2012 il premio
Sakharov, Sotoudeh chiedeva nell’ultima intervista concessa al Corriere, nel gennaio 2018, di intervenire per aiutare i manifestanti arrestati nel suo Paese. Avevano protestato contro il carovita e la corruzione: «Se la Ue resterà in silenzio — disse — i ragazzi spariranno nelle carceri». Aveva espresso preoccupazione anche per i suoi colleghi avvocati condannati a lunghe pene detentive. Ma non si è fatta intimidire. In passato Nasrin ha difeso minorenni nel braccio della morte, attivisti studenteschi, curdi, di religione bahai e nel 2018 è scesa in campo a sostegno delle cosiddette «ragazze di via Rivoluzione» che si sono tolte il velo sventolandolo come una bandiera. «Il sistema giudiziario approva sentenze di durezza sorprendente contro queste donne — disse — ma non penso che potrà fermare così le proteste contro l’hijab obbligatorio: continueranno. L’unico modo in cui affrontarle è prestare attenzione».
Ora la nuova condanna è scioccante — afferma Amnesty International — persino per un Paese come l’iran, abituato a reprimere il dissenso. L’organizzazione Iran Human Rights — che negli ultimi due anni ha notato un aumento preoccupante degli arresti di difensori dei diritti umani — la interpreta come il segnale più chiaro che il regime intende mettere a tacere completamente la società civile.
Nella stessa direzione va la recente nomina a capo della magistratura di Ebrahim Raisi, che nel 1988 sarebbe stato uno dei membri della cosiddetta «Commissione della Morte», responsabile di aver fatto giustiziare migliaia di prigionieri politici.
«Il regime è in difficoltà: dal 2017 ci sono state proteste quasi quotidiane di gruppi diversi, lavoratori, insegnanti, le ragazze contro il velo… Per sopravvivere tenta la repressione più dura», dice Mahmood Amiry-moghaddam di Iran Human Rights. E poi, come fece Nasrin, anche lui chiede: «Cosa farà l’Europa?».
(Corriere della Sera, 12 marzo 2019)
di Carla Panico
Alcune riflessioni sul “Patriarcato nazionale” a partire dalla statua colorata di rosa
Quando i bambini scoprono che i padri non sono infallibili, piangono.
Quando lo scoprono le bambine, iniziano a essere femministe.
Ecco cosa penso, leggendo le reazioni del giornalismo italiano di fronte alla statua di Indro Montanelli imbrattata di vernice rosa durante la manifestazione dell’8 marzo a Milano: i bambini piangono perché il padre – cosa ancora più dolorosa di quando si tratta del Re – è nudo. O peggio: è vestito di rosa.
Sono davvero sorpresi i Telese, i Travaglio, i giornalisti italiani seri, imparziali, impegnati, davanti alla pubblica esposizione del corpo morto della vergogna paterna, una vergogna sessista e violenta, coloniale e razzista? Mi piacerebbe pensarlo e mi piacerebbe provare tenerezza, pensare che c’è tanto lavoro da fare, da spiegare, da raccontare. Ma sarebbe un’illusione bella e buona: di nuovo e sorprendente, di scioccante e inedito, in fondo, non c’è poi molto, nella luna che il dito di vernice rosa ha indicato.
Ad essere nuovi sono solo e soltanto i soggetti che si trovano dal lato dalla visibilità e quelli che, al contrario, della visibilità – e della possibilità di raccontare – sono abituati a essere i padroni e non gli imputati. Mentre le ferite inconsolabili della maschilità intellettuale italiana vengono a galla, il caro Telese – in una performance degna delle Olimpiadi del mansplaining – ci spiega che esiste “il contesto” e che noi, povere femministe e/o sedicenti “antirazzisti progressisti”, che vuoi che ne sappiamo noi, del “contesto”.
Partendo dal mio, di contesto, ovvero in quanto storica, donna, femminista, (aspirante e precaria) studiosa di postcolonialismo, italiana all’estero, militante antirazzista, ossessiva analista del nazionalismo italiano, figlia di quella marginalità – della geografia e della storia dello Stato – che chiamano “Meridione”, avrei un incontrollabile istinto di rispondere elencando dati, spiegando eventi storici e battaglie, citando testi inequivocabili. In buona sostanza dimostrando che chi difende Montanelli si sbaglia perché non sa o, per lo meno, non sa abbastanza.
Ma è davvero cosí? Possiamo davvero, ancora, cedere alla tentazione auto-assolutoria di credere che non sappiamo, o che non sapevamo? Possiamo ancora credere che il colonialismo italiano – e i suoi orrori, le sue conseguenze e le sue responsabilità storiche – possano ancora essere una sorpresa per qualcuno? Perché, a dircela tutta, “la luna” era giá lí, ben indicata, da diverso tempo. Dalla storiografia e dai libri accademici – Giuliani, Lombardi, Diop, Proglio, etc.. Ma anche – prima che ci accusino di snobismo intellettuale, di cui invece Telese non sembra affatto doversi preoccupare – da film, da reportage e romanzi di grande diffusione, come i testi e gli articoli di Igiaba Scego, o romanzi come Point Lenana e Timira della “famiglia” Wu Ming o Sangue giusto di Francesca Melandri. E allora, vale davvero la pena assumersi il compito – da sempre dannatamente femminilizzato – di “educare” i maschi che proprio non sanno le cose o è arrivato il momento di assumere che il problema è probabilmente più profondo?
A leggere il dibattito giornalistico sull’azione di Milano, passa anche la voglia di spiegare.
Nel momento in cui “Repubblica” grida al vandalismo e Telese si espone esplicitamente per giustificare babbo Montanelli – e con lui, tutti “noi” o, meglio, tutti “loro” – non solo abbiamo a che fare con una capillare e naturalizzata cultura dello stupro, sessista e patriarcale. Abbiamo anche davanti il sintomo del fatto che nessuno in Italia voglia fare i conti col “nostro” colonialismo e con la sua continuità contemporanea.
Davvero Telese pensa che quello contro Montanelli sia un «processo a posteriori» o un anacronismo? Oppure chi lo dichiara è consapevolmente in cattiva fede, sentendosi protetto dall’arroganza di chi ha – e ha sempre avuto, come soggetto storico – il potere di raccontare come sono andate le cose?
Il dubbio è retorico e legittimo al tempo stesso, poiché gli stupri e gli orrori del colonialismo – inclusi quelli personali di Montanelli – sono sempre stati denunciati da chi li ha subiti o da chi si porta addosso l’eredità storica delle vittime: solo che questa parte della storia è sempre stata scientemente silenziata, nei libri di storia, nel dibattito pubblico, nella narrazione della nazione italiana.
Davvero non avevamo visto il famoso video del 1969 in cui la scrittrice eritrea Elvira Banotti spiegava in maniera inequivocabile a un paternalista e sorridente Indro Montanelli che ció che aveva appena raccontato a proposito della sua “sposa dodicenne” era uno stupro? Davvero – nell’era della quasi totale accessibilità alle informazioni – un grande giornalista puó fingere di non conoscere le successive prese di posizione dello stesso Montanelli – tre, fino a poco prima della sua morte, come spiega bene Zad El Bacha – volte sempre a confermare la propria innocenza di vincitore?
Verrebbe piuttosto da chiedersi e da chiedere: ha mai chiesto scusa Montanelli? Ha mai mostrato di aver compreso – come sarebbe lecito pretendere da una grande figura di intellettuale – di aver interpretato il ruolo storico dell’oppressore? Si è mai chiesto che ne è stato di quella ragazzina di dodici anni che – come tante, tantissime altre – è stata abbandonata alla fine dell’occupazione italiana dopo essere stata la moglie legittima di un “talian”? E noi, ce lo siamo chiesti?
Quelli che si appellano all’assolutoria parola “contesto”, si ricordino che il “contesto”, ben ampio e ben grave, è quello per cui gli stupri di guerra sono sempre stati, nel caso italiano e non solo, una parte strutturante dell’occupazione coloniale, un’arma di guerra per piegare e controllare il nemico: ed è dentro questo contesto che Montanelli si inscriveva, con tutto l’orgoglio del maschio bianco italiano che praticava il “madamato”.
Il colonialismo – se vogliamo, come è necessario, contestualizzarlo nella maniera in cui esso struttura le relazioni di genere – è sempre uno stupro e lo stupro è sempre una forma di colonizzazione del corpo femminile: le due cose strettamente legate tra di loro nella grande riaffermazione del maschio bianco conquistatore, che possiede, per definizione, le terre e le donne.
E quello che rimane più grave in tutta questa storia è che questa è esattamente la base di formazione del nazionalismo italiano, quello stesso schifoso impasto di razzismo, sessismo e confini – sancito in una lunga storia di accordi internazionali criminali, come quelli con la Libia – per cui oggi ritroviamo Salvini al governo e una schiera di maschi bianchi proprietari ad applaudirlo con la bava alla bocca mentre dichiarano guerra alle donne e ai migranti, i soliti grandi “altri” sulla cui dominazione si basa la riproposizione del progetto nazionalista.
E mentre questi grandi “altri” della Storia italiana – oggi nella forma dei processi migratori e dei movimenti femministi – bussano alle porte del nazionalismo per chiedere il conto, non c’è niente di cui stupirsi se questo provoca una reazione scomposta e violenta da parte dei maschi italici. Quelli direttamente fascisti e gli utili idioti della sinistra che pure hanno la stessa coscienza sporca.
Quando abbiamo scelto, come femministe, di scendere in piazza al grido di «Né la terra, né le donne sono territori di conquista» eravamo eredi, consapevolmente o meno, di questa storia, di questa lotta contro una meccanica specifica di articolazione del potere: un potere patriarcale, coloniale e capitalista, che si spiega e si può decostruire solo quando teniamo ben presente questa sua triplice articolazione. Lo hanno fatto perfettamente le compagne di Milano, in maniera visibile e potente, dimostrando che ciò che è in ballo non sono elucubrazioni teoriche, buone solo per i salotti intellettuali ma che, al contrario, il femminismo è pensiero radicale incarnato nelle vite e nei corpi, capace di produrre alleanze perché dotato di una straordinaria vocazione alla tempestività storica, una vocazione a essere attuale.
Non ci provate nemmeno, cari intellettuali da bene, a propinarci lezioni sul “contesto”: gli unici decontestualizzati siete voi, maschi bianchi abituati da tutta la vita a considerarvi come i portavoce del punto di vista “neutro” e “assoluto” della Storia globale, perché su questo avete costruito il vostro dominio.
La vernice sulla statua di Montanelli mette a nudo la favoletta dell’”imparzialità” storica dei grandi intellettuali, laddove ció che è neutro è sempre e solo la naturalizzazione del punto di vista parziale dei vincitori, di una parzialità bianca e maschile che si autoproclama neutrale e assoluta. Al tempo stesso apre alla sfida più grande e attuale: quella di affrontare le ferite che sono state aperte, anche dentro al femminismo, dalla questione della razza e dal colonialismo, come dispositivi di divisione profondissimi che tuttora rendono difficile e doloroso il dialogo tra le donne dei Nord e dei Sud – interni e globali.
La vernice sulla statua di Montanelli è una chiamata a nuove alleanze e articolazioni, una presa di parola assolutamente necessaria che dimostra come il grande silenzio sul colonialismo italiano possa essere infranto e a riuscire a farlo – finalmente – sono state proprio le lotte delle donne. Tutto meno che un caso, visto che è all’ombra dello Stato-nazione che si costruiscono le uniche alleanze oggi in grado di sfidare l’egemonia fascista ed è in questo cono d’ombra che si incontrano i grandi esclusi del progetto paternalista del nazionalismo.
Come diceva un intellettuale sardo che – a differenza di Montanelli – durante il fascismo si è fatto un bel po’ di anni di carcere, è proprio «ai margini della Storia» – soprattutto di quella dello Stato-Nazione – che bisogna andare a ritrovare le tracce dell’iniziativa autonoma di quelli che sono sempre stati descritti come “subalterni”.
(www.dinamopress.it, 11 marzo 2019)
Aspirina la rivista acetilsatirica se ne va
a causa di un attacco di Bayer, produttore della nota pillola.
Nel novembre 2017, dopo trent’anni dalla nascita della rivista
e ventidue dalla registrazione di marchio per l’editoria,
Bayer ha dichiarato di non poter sopportare la nostra esistenza.
Nasce Erbacce. Forme di vita resistenti ai diserbanti
un blog per raccontare, riflettere e ridere.
L’archivio di Aspirina 1987-2018 si trasferisce su Erbacce la rivista.
Per
leggere la storia completa: www.erbacce.org
Per accedere all’archivio di Aspirina: www.erbaccelarivista.org
Mille erbacce fioriscano!
Questa è l’ultima newsletter di Aspirina, le
prossime arriveranno da Erbacce.
(www.erbacce.org, 11 marzo 2019)
di Luisa Muraro
Immagino i commenti desolati, a cominciare da: povera Italia, un’altra brutta figura all’estero! E adesso ci si mettono anche le donne! Con quella sentenza, non c’è dubbio, faremo il giro del mondo.
Parlo ovviamente della sentenza d’appello di Ancona che ha assolto due giovani uomini già condannati in primo grado a tre e cinque anni per violenza sessuale su una loro coetanea. La sentenza d’appello è stata annullata di corsa: vizio di forma, processo da rifare, ecc., subito dopo la lettura delle sue motivazioni. Fra le motivazioni, c’è (c’era, ormai è carta straccia) che la vittima non era abbastanza desiderabile, oltre a essere di origine peruviana. Non mi risulta che nessun giudice di sesso maschile si sia spinto a tanto nel disprezzo della legge e delle donne.
Come noto, la Corte d’appello era formata da tre donne. Nelle loro aberranti motivazioni, io trovo un tocco d’inconfondibile femminilità… Se pensate che in queste mie parole ci sia della misoginia, non lo escludo: esiste una misoginia femminile, l’ho imparato leggendo i Piccoli racconti di misoginia di Patricia Highsmith.
Ma il mio scopo, qui, è di difendere quelle tre. Ovviamente, anch’io sono, come voi, sbalordita dalla loro immaturità psicologica e dalla loro ignoranza del mondo. E, come molti, mi chiedo: ma dove hanno studiato legge? Chi le ha fatte entrare e avanzare nella magistratura? E come hanno potuto trovarsi in tre, tutte tre d’accordo fra loro a ragionare così storto, cioè fuori dal diritto? Bisogna sapere che, nelle motivazioni della sentenza che nega credito alla vittima e assolve gli stupratori, c’è allegata una foto di lei a riprova della sua non desiderabilità da parte maschile, e questa foto sarebbe un elemento di prova che prevale sul certificato medico che ammette la violenza sessuale.
Scrive il grande filosofo Montaigne (e così comincia la mia difesa): le donne che si rifiutano di seguire le regole del vivere che vengono via via fatte valere a questo mondo, non hanno del tutto torto: sono regole fatte dagli uomini senza loro, le donne stesse (sans elles). Il filosofo, che sta riflettendo sui rapporti fra i sessi e sul desiderio sessuale, afferma che c’è giustamente un conflitto e parla esplicitamente di pretese contradditorie degli uomini sulle donne.
Sono passati secoli ma queste notazioni restano vere, specialmente in un paese come l’Italia. È un paese innamorato della bellezza fisica delle persone, forse a causa della tanta bellezza artistica e (per quel che ne resta) paesaggistica. Ma è governato prevalentemente da marpioni che una cosa dicono e un’altra fanno, per cui la sua antica civiltà, che brilla anche nel diritto, si è trasformata in una vischiosa arretratezza patriarcale. Non c’è donna che non sappia, sulla sua pelle, giorno per giorno, anno dopo anno, a nord o a sud, al mare o in montagna, in città o in campagna che cosa vuol dire apparire desiderabile, o viceversa, non desiderabile agli occhi dei maschi, con le conseguenze che ciò ha, a seconda delle circostanze: se sei ricca o povera, sola o in compagnia, in casa o per strada, in discoteca o in chiesa, vestita così o vestita colà, giovane o vecchia, in carriera o sui campi a raccogliere verdure… Il principio di uguaglianza? È scritto nella Costituzione, era sulle bandiere della rivoluzione liberale, è messo in testa alla proclamazione dei diritti umani e sui trattati internazionali. Ciò nonostante, sono due anzi tre secoli che le donne nei paesi sedicenti liberi e democratici combattono per vederlo riconosciuto, questo famoso principio, e ancora non ci siamo.
Per parte mia mi sono stufata del femminismo dell’uguaglianza e, al seguito di Carla Lonzi, dico: pretendo l’uguaglianza ma alla libertà intendo arrivare con la differenza del mio essere donna.
E domando: c’è veramente da scandalizzarsi se le tre di Ancona hanno ragionato non in base al diritto scritto ma in base al principio dettato dalla loro esperienza di donne suppongo graziose che è di piacere (agli uomini)? Io questo non l’ho mai fatto, mia madre mi ha insegnato neanche a pensarci, lo stesso ho insegnato alle mie studentesse, ma riesco, non dico a giustificarle, a capire il moto profondo che le ha portate a far valere, sopra la cultura ufficiale, la legge non scritta di una condizione vissuta quotidianamente a causa della diffusa inciviltà maschile.
Morale della favola: non bastano i trenta e lode, non bastano la parità o i diritti o le manifestazioni, tutto bene ma prima di tutto ci vuole la presa di coscienza che dà occhi, sentimenti e pensieri per giudicare il mondo nell’indipendenza da quello che va bene agli uomini. Si chiama indipendenza simbolica.
(www.libreriadelledonne.it, 11 marzo 2019)
di Franca Fortunato
In occasione dell’ 8 Marzo, Giornata Internazionale delle donne, voglio rendere omaggio a una grande donna, il cui nome in questi ultimi mesi è tornato ad essere pronunciato con insistenza da chi vorrebbe cancellare la legge che porta il suo nome, Lina Merlin, la donna a cui si deve il coraggio, la forza, la determinazione e la consapevolezza di fare la cosa giusta, nel portare avanti per dieci anni, in Parlamento e fuori, la battaglia per la chiusura delle “case chiuse”, luoghi di istituzionalizzazione dello sfruttamento, della violenza, dello stupro seriale a pagamento, della miseria della sessualità maschile ridotta a “sfogo”. Di tutto questo tantissimi uomini non hanno alcuna consapevolezza, come dimostra anche il libro di Antonio Iannicelli sulle “case chiuse” a Catanzaro, “Curiosità erotiche e salute pubblica in Calabria”, dove ci si compiace di una immagine maschile della prostituzione e delle “case chiuse” soddisfacente, gradevole e piacevole solo per loro stessi, coprendo, così, con la complicità di una cattiva morale, una cattiva letteratura di autori calabresi e un linguaggio incivile, la verità sulla prostituzione, sulle “case chiuse”, sugli uomini che le frequentavano a pagamento. Uomini che sicuramente allora, come tantissimi altri, hanno osteggiato Lina Merlin e che oggi da vecchi guardano a quelle case con nostalgia, come luoghi di “piacere erotico” e di “libertà sessuale”, mostrando di non aver la minima consapevolezza del degrado della loro sessualità e del male fatto a tanta umanità femminile, su cui hanno rigettato la vergogna e lo stigma sociale della prostituta. Uomini che – come ebbe a dire la Merlin – andavano a messa la domenica e al bordello il lunedì, con indosso lo stesso cappotto “buono”. Nascondere oggi la verità sulla prostituzione e sulle “case chiuse”, di oggi e di ieri, non è più possibile né consentito. La verità è stata detta e da qui non si torna indietro. Una verità che Lina Merlin, la socialista che da maestra elementare si rifiutò di giurare fedeltà al regime fascista, che conobbe le patrie galere e partecipò alla lotta partigiana, aveva già capito allora. Ieri, a dire la verità sulle “case chiuse” e sulla prostituzione sono state le donne prostituite, come si può leggere nelle centinaia di lettere che scrissero alla Merlin, per incitarla ad andare avanti, a non dare ascolto agli uomini e alle tenutarie che della violenza sul corpo delle donne avevano fatto un business, come oggi l’industria del sesso. Alcune di quelle lettere la Merlin le pubblicò nel 1955, “Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse”, ripubblicate nel 2008 e nel 2018 dal Gruppo Abele. Fu una mossa, la sua, geniale, perché quelle lettere scossero l’opinione pubblica e accelerarono l’approvazione della legge in Parlamento (20 febbraio 1958). Oggi nel mondo, compresa l’Italia, è aperto un grande conflitto tra donne e uomini, e anche con alcune donne che chiedono il riconoscimento della prostituzione come un lavoro, che lo Stato dovrebbe tutelare. Lina Merlin già negli anni Cinquanta aveva capito la verità sulla prostituzione, era convinta che non fosse un lavoro – il “lavoro più antico del mondo” come amano ripetere ancora oggi tanti uomini per nascondere, consapevolmente o meno, la verità – e sognava il giorno in cui la prostituzione sarebbe stata eliminata. Quel giorno è arrivato, è qui, è il nostro tempo, grazie ad altre donne coraggiose come Rachel Moran che con il suo libro “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione” ha trovato dentro di sé, scavando dolorosamente nella sua esperienza di ex prostituita, le parole giuste per dire quello che, nelle lettere alla Merlin, altre non avevano saputo dire. Quando la verità detta da una donna risuona come tale dentro altre che l’ascoltano e le credono, allora accade che il vecchio è finito ed è iniziato qualcosa di nuovo, il che non è detto che avvenga in modo indolore. È quello che è accaduto e accade con la fine del patriarcato, quando le donne non hanno dato più credito ad esso e gli uomini, incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, le uccidono. È accaduto con il movimento #MeToo quando le donne hanno detto basta alle molestie sul posto di lavoro, sta accadendo con la prostituzione dopo la verità detta da Rachel Moran e da altre donne come Julie Bindel con il suo libro “Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione”, dove demolisce il mito della “prostituta felice”. Indietro non si torna anche se al governo ci sono uomini misogini come Matteo Salvini, Lorenzo Fontana e al Senato come Simone Pillon, che pensano di avere il potere di riportare indietro l’orologio della storia delle donne a quando l’aborto era un reato, il divorzio era vietato e le case chiuse erano aperte. È di qualche giorno fa la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha ribadito la costituzionalità della legge Merlin contro chi ne chiedeva la cancellazione. Quest’anno saranno quarant’anni dalla morte di Lina Merlin, morta all’età di 92 anni il 16 agosto 1979. Una grande donna, una madre della Costituzione italiana, una donna che amava le altre donne, e che non esitò nel 1961 da parlamentare, per restare fedele a se stessa e alla sua storia, a restituire la tessera al suo partito, dove era diventata sempre meno gradita e lei ci stava sempre più scomoda. Nel suo discorso di saluto disse di non dissociarsi dalle idee socialiste che ispirano il Partito ma dagli uomini che lo compongono. Rimase in Parlamento, passando al gruppo misto, fino alla fine della legislatura (1963), per essere fedele a coloro che l’avevano eletta. Non si ricandidò mai più. Lei è morta, ma vive nella coscienza di tante donne e nelle battaglie di donne come Rachel Moran e Julie Bindel, entrambe in Italia in questi giorni per presentare i loro libri in molti luoghi di donne e portare la loro lotta contro la prostituzione e l’industria del sesso.
(Il Quotidiano del Sud, 9 marzo 2019)
La Libreria delle donne di Milano, ieri, oggi
Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, Milano, 1 aprile – 6 giugno 2019
a cura di Francesca Pasini
Catalogo Nottetempo, cm 27 x 27, euro 28
a cura di Francesca Pasini & Chitra Piloni
Opening 1 aprile ore 18.30
Conferenza stampa 1 aprile ore 13 – Fabbrica del Vapore

“L’arte non è universale perché supera la differenza tra uomini e donne, ma perché la rappresenta attraverso l’ineliminabile movimento tra chi crea e chi guarda”, scrive Francesca Pasini in catalogo. Le opere delle 30 artiste esposte dal 2015 in una delle vetrine della Libreria, nel programma “Quarta Vetrina”, insieme a quelle donate nel 1975, da un lato, restituiscono la storia che è parte integrante della mostra con una serie di incontri culturali e politici. Dall’altro, intrecciandosi con la pratica della Libreria, mostrano che la libertà delle donne è venuta al mondo. È in atto un cambio di civiltà di cui l’arte, a partire dalla preistoria, è figura reale, simbolica, metaforica.
Vandana Shiva, già ospite in Libreria durante Expo, torna appositamente per quest’occasione con una conferenza dedicata “all’ecofemminismo, una delle risposte chiave alla crisi ecologica e al caos climatico”. È presidente di Navdanya International – Onlus, che promuove un nuovo paradigma agricolo ed economico, una cultura del “cibo come salute”, in cui prevalgono la responsabilità ecologica e la giustizia economica.
Artiste
Carla Accardi, Paola Anziché, Marina Ballo Charmet, Mirella Bentivoglio, Valentina Berardinone, Tomaso Binga, Enrica Borghi, Alessandra Caccia, Chiara Camoni, Nilde Carabba, Alice Cattaneo, Vittoria Chierici, Gabriella Ciancimino, Dadamaino, Marta Dell’Angelo, Amalia Del Ponte, Paola Di Bello, Elisabetta Di Maggio, Elena El Asmar, Bruna Esposito, Stefania Galegati, Goldschmied e Chiari, Sophie Ko, Christiane Löhr, Loredana Longo, Claudia Losi e Sabrina Mezzaqui, Paola Mattioli, Marzia Migliora, Concetta Modica, Maria Morganti, Margherita Morgantin, Ina Otzko, Maria Papadimitriou, Angela Passarello, Annie Ratti, Caterina Saban, Elisa Sighicelli, Eugenia Vanni, Grazia Varisco, Nanda Vigo, Tori Wrånes.
La Libreria delle donne di Milano è nata nel 1975 con il sostegno economico di Carla Accardi, Valentina Berardinone, Nilde Carabba, Dadamaino, Lucia Pescador, che hanno donato le loro opere. In mostra ci sono quelle di Accardi e Berardinone, prestate da collezionisti che le avevano acquistate allora.A libreria aperta, con Lea Vergine, è stata ideata una cartella di grafiche di Carla Accardi, Mirella Bentivoglio, Valentina Berardinone, Nilde Carabba, Tomaso Binga, Dadamaino, Amalia Del Ponte, Grazia Varisco, Nanda Vigo. La cartella accompagnata dai testi di Lea Vergine e delle artiste è presente in mostra e in catalogo. Ieri e oggi la politica, l’arte, la filosofia, la letteratura continuano ad essere al centro dell’attività della Libreria.
La mostra alla Fabbrica del Vapore è un momento della travolgente apparizione di donne artiste in tutto il mondo. Quest’apparizione ha fatto nascere un più forte desiderio di vedere e conoscere le artiste della fine degli anni ’60, le cui opere, soprattutto negli Usa, hanno preceduto e accompagnato in tutto il mondo la presa di parola delle donne, che chiamiamo femminismo. E contemporaneamente “fa vedere nell’opera un soggetto messo al mondo da donne o uomini e non più da un artista neutro” (Pasini). Alla Fabbrica del Vapore, un book shop, gemello di quello di via Pietro Calvi 29, offrirà una selezione di titoli di ieri e oggi della Libreria.
Riprese/Montaggio degli opening di “Quarta Vetrina”: Egle Prati, Cristina Rossi e Chiara Mori, con la collaborazione di Alessandra Quaglia.
Ingresso libero: lunedì 15 – 19 / da martedì a domenica 11 – 19
Programma degli incontri
Orario 18,30-21
Lunedì 08 aprile 2019
Ricerca ed esperienza pubblica delle donne
Adriana Albini, scienziata
Chiara Bisconti, manager e assessora
Sandra Bonfiglioli, docente universitaria
Anna Catasta, politica e progettista europea
Chiara Zamboni, filosofa
Artiste: Enrica Borghi, Paola Di Bello, Claudia Losi, Eugenia Vanni
Lunedì 15 aprile 2019 ore 18
Me too, analisi di una svolta epocale
Lia Cigarini, Libreria delle donne di Milano
Marisa Guarneri, Casa delle donne maltrattate di Milano
Luisa Muraro, Libreria delle donne di Milano
Artiste: Elisabetta Di Maggio, Loredana Longo, Stefania Galegati, Marina Ballo Charmet
Giovedì 02 maggio 2019
Evento speciale con Vandana Shiva, presidente di Navdanya International – Onlus
Sabato/Domenica 18/19 maggio 2019 ore 10.30-21 e 10.30-13.30
Convegno femminista
Cambio di Civiltà. Arte, lavoro, politica delle donne (madri comprese)
Lunedì 27 maggio 2019
SIRKLING, video-Performance di Tori Wrånes
Opere d’arte, opere di critica
Filippo Del Corno, assessore alla Cultura di Milano
Emanuela De Cecco, critica e docente
Manuela Gandini, critica e docente
Francesca Pasini, critica e curatrice
Uliana Zanetti, curatrice MAMbo
Artiste: Marta Dell’Angelo, Concetta Modica, Margherita Morgantin, Elena El Asmar
Lunedì 3 giugno 2019 Finissage
I linguaggi delle donne
Anna Scavuzzo, vicesindaca di Milano
Maria Attanasio, poeta, scrittrice
Donatella Di Pietrantonio, scrittrice
Nadia Fusini, critica letteraria
Rosaria Guacci, Mirella Maifreda, Libreria delle donne di Milano
Artiste: Bruna Esposito, Maria Morganti, Sabrina Mezzaqui, Annie Ratti
Visite guidate durante tutto il periodo della Mostra.
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Comunicato stampa
Press release
(www.libreriadelledonne.it, 8 marzo 2019)
di Massimo Lizzi
Sul Foglio del 5 marzo 2019, Luigi Manconi prende spunto dal controllo di legittimità costituzionale sulla legge Merlin, per proporre una «parziale e prudente legalizzazione» della prostituzione allo scopo, «non di abolire il male, ma di circoscriverlo», secondo una «concezione profondamente laica dello stato» e la «dottrina cattolica del male minore»; all’opposto «dell’ispirazione pedagogica e disciplinare» della senatrice Lina Merlin che, per liberare le donne prostitute ed educare la coscienza sessuale del cittadino, volle abolire le case chiuse e introdurre reati contro lo sfruttamento della prostituzione, senza però vietarne l’esercizio. Una legge contraddittoria, per l’ex senatore democratico, persuaso che la trasformazione della prostituzione in tanti sotto mercati (donne libere, schiave, minori, trans) richieda ormai politiche differenti: repressive contro la tratta e la prostituzione minorile; di emersione dalla clandestinità, con prelievo fiscale e controlli igienico sanitari nei confronti della prostituzione libera; un principio di riduzione del danno già applicato ad altri fenomeni sociali molto diffusi e oggetto di riprovazione morale: il gioco d’azzardo, il consumo di droghe e alcol.
Fin qui, il testo di Manconi.
In merito alla sua proposta, va detto che se la prostituzione non è vietata dalla legge Merlin, il suo carattere clandestino non dipende dalle limitazioni della legge, ma dalla riprovazione morale. Una norma legittimante non risolverebbe una tale questione come non l’ha risolta nei paesi regolamentaristi; se la norma si proponesse di incoraggiare una morale più liberale assumerebbe proprio quella funzione pedagogica che il senatore attribuisce alla Legge Merlin; solo di segno contrario. Peraltro, la legalizzazione ha tra le sue motivazioni di fondo, non quella di rendere la prostituzione più visibile, bensì quella di toglierla dalla strada, dallo sguardo pubblico, per confinarla nelle case chiuse e in zone rosse. Più che una emersione, una regolamentazione della clandestinità.
Il contenimento del male nell’articolo del Foglio è indefinito e soltanto teorico. L’autore non dice in cosa consiste per lui il male della prostituzione. Quando il male è inequivocabile, nel caso dello sfruttamento minorile o della tratta, egli chiede la repressione, come se volesse abolire e non contenere. Quando la questione è controversa, nel caso del rapporto sessuale retribuito tra adulti consenzienti, egli chiede la legalizzazione. Ma per contenere cosa, visto che dal punto di vista laico-liberale in un simile rapporto non c’è alcun male? Forse egli intende, che legalizzare la prostituzione libera può arginare quella coatta, ma non spiega come e perché possa accadere, nel momento in cui le rappresenta separate.
Rappresentare la prostituzione distinta in sotto mercati può avere senso nell’analisi sociologica, ma non ha riscontro nella realtà, perché i veri beneficiari della legalizzazione (protettori, favoreggiatori, reclutatori, clienti) non fanno distinzioni: tutte le offerte possono trovarsi nello stesso bordello, dove la prostituzione libera e legalizzata finisce per fare da copertina e copertura a tutto il resto. D’altra parte, ipotizzare una prostituzione regolata, riconosciuta, legittimata, vuol dire immaginarsela il più possibile civile, dignitosa, rispettata, tutelata e ben remunerata. In che modo ciò metterebbe un argine alla domanda maschile di prostituzione minorile, esotica, a basso costo, disponibile al sesso non protetto e a pratiche degradanti?
Dal mio punto di vista, la prostituzione è un male perché è violenza: infligge sesso indesiderato, quindi una forma di tortura, in cambio di denaro. È l’uso e il consumo di un essere umano, di una donna, al modo di una sostanza stupefacente, una bevanda alcolica, un giocattolo. Un trattamento deplorato, ma pure considerato normale, tanto che persino nei ragionamenti di una personalità democratica e progressista, che predica politiche differenti per fronteggiare una prostituzione frammentata, poiché puntare su una sola strategia sarebbe un gravissimo errore, ad un certo punto salta fuori il principio della riduzione del danno considerato sempre valido per tutte le situazioni: prostituzione, droga, alcol, gioco d’azzardo. Nonostante le smentite dei paesi che la legalizzazione della prostituzione l’hanno già sperimentata.
Nella prostituzione, il cliente non è una vittima, non è dipendente, e non si fa del male, lo fa lui alla donna prostituita. Ma se una persona, una donna è disposta a sottoporsi a violenza in cambio di un compenso, la sua soggettività non conta? La legge Merlin non glielo vieta, mentre persegue i suoi sfruttatori, e già in questo realizza un equilibrio, il migliore possibile tra il rispetto dell’autodeterminazione e la lotta allo sfruttamento. La situazione invece si sbilancia, se il mancato divieto diventa un’autorizzazione, con l’inevitabile corollario di autorizzare anche coloro che le fanno del male o vogliono aiutarla a farselo fare. Perché lo stato, la società dovrebbero dare una tale autorizzazione? Perché i difensori intellettuali e progressisti di una libera scelta già non vietata, indifferenti alle condizioni e le circostanze in cui matura, insistono nel voler ricevere dalla pubblica autorità una benedizione laica?
(www.libreriadelledonne.it, 7 marzo 2019)
di Liliana Ocmin
“La prostituzione ai tempi delle escort e i dubbi dei giudici di Bari sulla legge Merlin in nome della libertà sessuale”. Questo il titolo di uno dei lavori esaminati e discussi dalla Corte costituzionale lo scorso 5 marzo sulle questioni di legittimità costituzionale avanzate dalla Corte d’appello di Bari relativamente ad alcuni aspetti della legge 20 febbraio 1958, n. 75, meglio nota come Legge Merlin. La Corte ha fatto sapere proprio in queste ore, per il tramite del suo Ufficio stampa, in attesa del deposito della sentenza, che i dubbi sollevati dai giudici pugliesi, con specifico riferimento all’attività di prostituzione liberamente e consapevolmente esercitata dalle cosiddette escort, sono da ritenersi del tutto infondate. Non sono bastate le motivazioni alla base del ricorso, parole forbite e altisonanti dal punto di vista giuridico, ma grevi e irrispettose dal punto di vista dei diritti delle donne, diritti che vengono calpestati dietro il finto richiamo ai concetti di libertà, autodeterminazione e promozione delle stesse donne. Peccato, però, che nessuna delle donne coinvolte nel giro delle escort dell’epoca abbia mai presentato denuncia o abbia mai testimoniato per reclamare la presunta autodeterminazione infranta. Una questione, invece, sollevata da chi, con fare “missionario”, era intento a mantenere vivo il commercio dei corpi per il suo tutt’altro che misero tornaconto, un “aiuto evidente” all’emancipazione delle ragazze finalmente libere di scegliere. Ma a scegliere non erano gli altri uomini dietro corrispettivo? Ma di cosa stiamo parlando? La prostituzione, anche quando è apparentemente una scelta, è quasi sempre una scelta forzata. Basti risalire indietro nel tempo per trovare le vere e drammatiche motivazioni che l’hanno determinata. E se si tratta di libera scelta, perché mai incoraggiarla col denaro? Le disposizioni della Merlin sarebbero state in contrasto, inoltre, sempre secondo la Corte d’Appello di Bari, con l’articolo 41 della Costituzione, in quanto impedimento alla libera espressione sessuale femminile quale “forma di estrinsecazione dell’iniziativa economica privata”; in pratica, un lavoro. Aspetto questo che ha registrato anche l’assenso del Ministro Salvini che si è dichiarato recentemente favorevole alla riapertura delle “case chiuse”. Come Cisl e Coordinamento nazionale donne, non abbiamo tardato a rispondere al Ministro facendogli sapere che noi continuiamo a essere contrari a questa aberrazione che serve solo a nascondere il problema e non a risolverlo. In questo momento abbiamo bisogno solo di un provvedimento per togliere molte ragazze, soprattutto straniere, dalle strade delle nostre città ed è quello di approvare subito una legge che ostacoli lo sfruttamento e la schiavitù di queste donne, spesso minorenni, e che punisca soprattutto i cosiddetti “clienti” che alimentano questa spirale infernale. In altri paesi del nord Europa dove è stata sperimentata tale tipo di legislazione si è avuta una consistente diminuzione del fenomeno. Riaprire le case chiuse, poi, oltre a ledere la dignità alle donne, favorendo lo svilimento del loro corpo, cosa che uno Stato dovrebbe combattere, non garantisce affatto che il sistema non diventi un affare “legale” per le mafie, oppure, ciò che è ancor peggio, trasformi lo Stato in “Sfruttatore”. La prostituzione per noi non potrà mai assurgere al rango di lavoro. Questa convinzione non nasce per partito preso, ma guardando negli occhi le tante vittime che portano ancora addosso i segni della loro sovente forzata condizione. Pertanto, accogliamo con favore la risposta dei giudici della Corte costituzionale che hanno di fatto neutralizzato quello che riteniamo essere stato l’ennesimo tentativo di attaccare frontalmente i diritti delle donne. Una domanda, infine, vogliamo porre a chi ritiene che invece sia una libera scelta ed un lavoro: augurerebbe una professione del genere ad una sua figlia?
Buon 8 marzo a tutte.
(cisl.it, 7 marzo 2019)
di Mariangela Mianiti
Intervista a Julie Bindel. Per mettere fine al mercato del sesso serve offrire vie di uscita per le donne prostituite, con volontà politica e fondi, oggi un’eccezione. E bisogna creare deterrenti per chi paga
Quando, nel 1990, uscì il film Pretty Woman, l’immagine della puttana felice che grazie al suo lavoro incontra e sposa un bel miliardario conquistò mezzo mondo.
Si trattava del primo mito persuasivo del mercato del sesso. Con il libro Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione(VandAepublishing, 283 pagine, 15 euro) Julie Bindel sbugiarda le teorie secondo cui il sesso a pagamento è un lavoro come un altro.
Attraverso 250 interviste in 40 paesi, Bindel ha incontrato donne che raccontano che cosa davvero significa essere prostituita.
Parlano dell’odore tremendo dei compratori, del dolore della vagina disidratata e ulcerata penetrata da una molteplicità di uomini, dell’orrore dello sperma e altri fluidi vicino alla faccia, di barbe che sfregano le guance fino a farle sanguinare, di non riuscire a mangiare, bere o baciare i figli per via di quello che hanno dovuto fare con la bocca, del dolore al braccio o al gomito per avere disperatamente cercato di far venire il cliente così da non dover essere penetrata un’altra volta.
Bindel, poi, ricostruisce la nascita dei movimenti abolizionisti, svela chi finanzia le lobby pro prostituzione e i loro metodi di convincimento, verifica gli effetti disastrosi e fallimentari delle leggi che hanno depenalizzato e regolamentato la prostituzione, spiega i risultati del modello nordico adottato in diversi paesi fra cui Svezia, Irlanda, Francia, Islanda e che è l’unico che sta davvero combattendo la prostituzione perché va all’origine del problema, ovvero la domanda e il cliente.
Accanto a Stupro a pagamento (Round Robin editore) di Rachel Moran, Il mito Pretty Woman è una lettura indispensabile per capire che la prostituzione, come ha detto Evelina Giobbe, sopravvissuta americana e fondatrice di Whisper, «È un’industria portata avanti dalla domanda maschile di accesso sessuale incondizionato ai corpi delle donne, una domanda che esiste grazie al potere sociale, economico e di genere esercitato dal patriarcato».
Femminista radicale, attivista, giornalista famosa per le sue inchieste su fondamentalismo religioso, violenza contro le donne, maternità surrogata, tratta degli esseri umani, Julie Bindel è in Italia fino al 9 marzo per presentare il suo libro: Torino (7, Campsu Luigi Einaudi), Rimini (8, Teatro degli Atti) e Milano dove sono previste due date, il 6 alla Fondazione Feltrinelli con la lectio magistralis Sex work. È un lavoro? che rientra in un programma in vista dell’8 marzo su Donne, diritti, disuguaglianze di genere, attivismo, inchieste e culmina il 7 con l’incontro We, Women, Storie dal mondo femminile, il 9 alla Libreria delle donne.
Bindel, lei e molte sopravvissute con cui ha parlato sostenete e dimostrate che il sesso a pagamento non è un lavoro. Perché?
Per prima cosa non si può far diventare l’interno del corpo di una donna un luogo di lavoro. Il secondo punto è che se il sesso è lavoro, allora lo stupro è semplicemente un furto. La terza cosa è che non è accettabile chiamarlo lavoro o occupazione quando il rischio del mestiere è la morte per contagio da Aids, suicidio, femminicidio.
Da chi è composta la lobby pro sex work?
Dipende dal paese di cui si parla. Ci sono gruppi ideologi dell’estrema sinistra come il Collettivo Inglese delle Prostitute (ECP) fondato nel 1975 in Gran Bretagna. Per loro tutto è lavoro, dalle mansioni domestiche ai rapporti sessuali che, quindi, vanno pagati. Noi femministe invece consideriamo che il lavoro di cura e di casa debba essere condiviso da tutti, uomini e donne. Loro sostengono che l’unica ragione per cui si entra nella prostituzione è la povertà e per questo le donne dovrebbero poter continuare a praticarla. Poi ci sono i papponi, i proprietari di agenzie di escort, quelli che affittano gli appartamenti a persone prostituite, i pornografi, i tenutari dei bordelli. A questa lobby fa molto comodo la decriminalizzazione così come all’industria del tabacco fa comodo vendere nei paesi dove non ci sono leggi restrittive. Al terzo gruppo appartengono accademici e intellettuali che ritengono regressivo, moralista, anti progressista, anti libertario e conservatore essere contro il sex work perché limiterebbe la scelta soggettiva delle donne.
Il sesso a pagamento può essere una scelta di libertà per una donna?
Può esserla solo se ce ne sono molte altre disponibili. Le donne scelgono di stare in relazioni violente per molte ragioni, ma una scelta non è necessariamente buona. Noi non diciamo che le donne non possono decidere di prostituirsi, diciamo solo che lo fanno in circostanze e situazioni così particolari che è irrilevante parlare di scelta. Ciò di cui bisogna parlare, invece, sono le scelte degli uomini.
Gli antiabolizionisti usano un linguaggio ripulito. Non parlano di donne prostituite, ma di sex worker, partner temporanee a pagamento, sesso transazionale.
Il linguaggio che scegliamo è molto importante. Le persone che usano il termine sex work pensano così di dare dignità alle persone prostituite. Io sono d’accordo che prostitute sia un termine inaccettabile perché la prostituzione viene imposta alla donna dall’intera società patriarcale, per questo diciamo che è prostituita. Se le donne sono sex worker, allora bisognerebbe dire che i papponi sono dei manager e i proprietari di bordello degli uomini d’affari, per questo è importante usare le parole in modo corretto. Tutte le persone con cui ho parlato e che sono state prostituite non si sono mai definite sex worker che è un termine inventato dalle lobby accademiche.
Che cosa risponde alle femministe che giudicano le abolizioniste puritane, moraliste e contrarie alla libertà di scelta?
A queste donne dico che ci sono centinaia di modi di essere femministe e la maggior parte di questi sono sbagliati. Il femminismo liberista non è affatto femminismo, è semplicemente liberismo fatto da donne. Il vero femminismo è quello che cerca di liberare tutte le donne dalle situazioni peggiori. Noi ci preoccupiamo più di quelle che stanno in fondo alla scala sociale perché sono le più indifese.
Lei analizza e documenta gli effetti delle leggi che regolamentano o depenalizzano la prostituzione. Ovunque sono devastanti per le donne. Qual è secondo lei la strada da percorrere?
Per mettere fine al mercato del sesso serve un doppio intervento. Da una parte creare vie di uscita complete e ben fatte per le donne prostituite, per riuscirci servono volontà politica e fondi, oggi un’eccezione. Allo stesso tempo bisogna creare dei deterrenti per chi paga, determinare delle pene per i clienti, additarli alla pubblica vergogna. Dobbiamo rendere chiaro agli uomini e ai giovani che questa è violenza contro le donne e che è inaccettabile pagare per il sesso. Dobbiamo smettere di usare eufemismi come “esperienza fidanzatina”, “spose su catalogo”, “assistente sessuale” o “sex worker”. Dobbiamo semplicemente chiamarla per quello che è, prostituzione. E dobbiamo ascoltare le sopravvissute.
Nell’introduzione del suo libro è citata Luisa Muraro che scrive: «La ferita inflitta dall’umanità con la pratica della prostituzione non è più accettabile. Verrà il momento, ed è questo, in cui la non eliminabile vergogna della prostituzione, sempre rigettata dalle donne, tornerà alla sua vera causa, che è una concezione maschile degradata del desiderio e della corporeità». Sono quindi gli uomini a doversi interrogare e cambiare?
Questa è responsabilità degli uomini. Sono gli uomini che guidano questo mercato del sesso. Possiamo trovare esempi di donne pappone, ma di solito sono state prostituite prima e chiaramente vanno trattate come sfruttatrici, ma sono gli uomini che portano avanti questa industria. E’ stata un’idea degli uomini sotto il patriarcato quella di soggiogare le donne pagando per l’accesso dentro il loro corpo. Dobbiamo ritenere gli uomini completamente responsabili della servitù sessuale perché sono loro ad aver creato e normalizzato il mercato del sesso.
(il manifesto, 6 marzo 2019)
di Marina Catucci
Non si può dire che il patriarcato sia un fenomeno antico il quale, per sopravvivere e replicarsi, non si rinnovi; in questa stagione storica, il fenomeno di adattamento di questo pachiderma sociale che non si dissolve, ma si trasforma per riadattarsi alle circostanze in continuo mutamento, si è confrontato e riposizionato nello spazio digitale.
In tale area di pensiero si trova la matematica e scrittrice Cathy O’Neil, autrice del blog mathbabe.org, dove sono raccolti molti dei suoi principali articoli. Di formazione californiana ma ora residente a New York dal 2011, O’ Neil è stata uno dei membri attivi di Occupy Wall Street, movimento anticapitalista che ha aperto la via alla nuova onda socialista americana. All’interno di Ows, si è impegnata nel dibattito sul rapporto tra tecnologia, politica e ingiustizia sociale, e nel suo ultimo libro, Weapons of Math Destruction (in Italia pubblicato da Bompiani, 2017), ha spiegato come gli algoritmi usati per decodificare il fenomenico non sono elementi neutrali e non si espongono solo al rischio di produrre risultati sbagliati, ma «aumentano le diseguaglianze e costituiscono una minaccia per la democrazia».
Uno dei suoi ultimi Ted Talk si intitolava L’era della fede cieca nelle grandi masse di dati deve finire, ed è lo stesso concetto che ha dettagliato nel libro dove spiega che gli algoritmi, anche se vengono elaborati da strumenti privi di emotività e pregiudizi sociali, vale a dire dai computer, non vuol dire che non possano, a loro volta, riprodurre vecchi pregiudizi e produrre vecchie o nuove ingiustizie sociali. Discriminazione femminile inclusa.
Informazioni mai estranee
O’Neil in un suo articolo recente ha raccontato che un gigante di Internet come Amazon si è imbattuto in un problema che illustra in modo eloquente le insidie dei big data in senso misogino: la compagnia di Jeff Bezos ha tentato di automatizzare le assunzioni usando un algoritmo di apprendimento automatico, ma alla sua verifica ha realizzato che questo si limitava a perpetuare il pregiudizio contro le donne all’interno dell’industria tecnologica. Ciò che più preoccupa non è la scoperta in sé, ha scritto O’Neil, ma che la maggior parte delle aziende che utilizzano algoritmi simili non vogliano nemmeno saperlo.
Più di un anno fa, usando come esempio la cultura dominata dagli uomini propria dell’emittente televisiva conservatrice Fox News, aveva spiegato come gli algoritmi di apprendimento automatico analizzano i dati del passato per capire cosa avrà successo in futuro. In un’azienda con una cultura misogina come Fox News il computer vedrebbe che le donne sono promosse meno frequentemente, tendono a lasciare il lavoro e ottengono meno aumenti, arrivando così alla conclusione che gli uomini sono delle scelte migliori, perpetuando e persino amplificando il pregiudizio storico.
Il motore di reclutamento di Amazon, ha spiegato O’Neil, ha fatto di tutto per identificare ed eliminare le donne. La presenza nel curriculum della frequenza in un’università femminile nella sezione «istruzione», era di per sé un elemento automatico di demerito. Al contrario, la presenza di un vocabolario tipicamente maschile, con termini come «eseguito», era un punto a favore.
Questi sono solo due esempi di come i computer possono setacciare i dati per trovare i proxy per le qualità che vogliono cercare o evitare. Ciò che appare come informazione estranea e irrilevante è invece correlata a elementi come sesso, razza e classe sociale; che ci piaccia o meno, il genere, la razza e la classe sociale sono molto importanti nel modo in cui funziona il nostro mondo, quindi i loro segnali sono molto forti e ciò consente ai computer di discriminare senza che i loro creatori lo facciano intenzionalmente.
Algoritmi discriminanti
Quello che rende insolito l’esempio di Amazon è che in realtà la società ha scoperto il pregiudizio inquietante ed ha deciso di non utilizzare l’algoritmo e, fa notare O’Neil, «questo è molto più di quanto la maggior parte delle aziende possa dire. Cercano di fingere che tali problemi non esistano, anche se raddoppiano e triplicano le assunzioni il licenziamento o altri algoritmi di risorse umane, e persino mentre vendono o implementano algoritmi di credito, assicurativi e pubblicitari. Lo so perché gestisco un’azienda che controlla gli algoritmi e ho riscontrato più volte questo problema. Le aziende vogliono una negabilità plausibile, ma non saranno in grado di nascondere a lungo le teste nella sabbia. Emergeranno sempre più casi come quelli di Amazon. Giornalisti e i regolatori inizieranno a unire i punti. Idealmente, le aziende dovranno affrontare il problema, il che significherà spendere molto di più per le assunzioni o almeno per assicurarsi che i loro algoritmi non stiano facendo discriminazioni illegali».
Viviamo quindi in una società – le abbiamo chiesto – dove si può a ragion di logica tranquillamente parlare di una lettura degli algoritmi come discriminanti nei confronti delle donne o vincolati a una logica patriarcale? «In generale è così – ha affermato – e non perché i produttori di algoritmi stiano attentamente e intenzionalmente operando una discriminazione verso le donne, ma per due ragioni. Innanzitutto, senza cura né intenzione, addestrano gli algoritmi basandosi sul passato, su dati che riflettono ‘come funzionavano le cose’ includendo il modo in cui le donne venivano pagate, cioè di meno, ottenendo poche promozioni e venendo per lo più ignorate. Per essere chiari: questa potrebbe essere la storia recente piuttosto che la storia di un passato a lungo termine, visto che tutto ciò è ancora vero. In secondo luogo, gli algoritmi vengono ottimizzati per un certo tipo di successo che in genere privilegia le persone considerate «di successo» nel passato, vale a dire gli uomini. Un’ultima cosa: l’ambito scientifico dell’analisi dei dati, come comunità, ha avuto questi punti ciechi in gran parte perché è composta principalmente da uomini, bianchi o asiatici, di successo, che non affrontano molte discriminazioni e sono quindi abituati alla loro presenza e ai loro effetti. In questo senso, la diversità all’interno della comunità della scienza di analisi dei dati o, in realtà, la mancanza di diversità, sta causando direttamente dei problemi a chiunque sia un obiettivo degli algoritmi di dati scientifici, possiamo asserire dunque al mondo intero».
Predizioni viziate
Gli stereotipi sulle donne, quindi, secondo O’Neil, sono funzionali alla società capitalista. «Fino a quando domande come ‘chi è / un assunto di successo’ saranno inquadrate in termini di profitto o altrimenti quantificate – spiega ancora – queste andranno a mappare in gran parte gli schemi storicamente tradizionali di ‘chi ha avuto successo nel passato’, che nel nostro contesto patriarcale finiscono tipicamente per essere uomini. Faccio un’analogia: se cento anni fa avessimo voluto sviluppare un algoritmo predittivo per ipotizzare chi sarebbe potuto essere un grande pittore, ci saremmo allenati usando i dati in nostro possesso a quei tempi, e questo avrebbe significato analizzare un gruppo di uomini europei che potevano contare su dei ricchi mecenati, così probabilmente avremmo profetizzato che in grande pittore sarebbe potuto essere un ragazzo bianco (di talento) con degli amici benestanti e una rete di connessioni. In altre parole, saremmo stati portati a seguire i soldi. È così che funziona anche adesso, in un modo un po’ meno estremo».
BIOGRAFIA
Cathy O’Neil, dopo aver conseguito un dottorato in Matematica a Harvard e un post-dottorato al dipartimento di Matematica del Mit, ha insegnato al Barnard College di New York. Ha lasciato la cattedra all’università per lavorare prima come analista quantitativa per Thedge fund D. E. Shaw e poi come Data Scientist per diverse start up nel settore delie-commerce. Disillusa dal mondo della finanza e dei Big Data, e dal cattivo uso dei modelli matematici, si è unita al movimento Occupy Wall Street, impegnandosi nel dibattito sul rapporto tra tecnologia, politica e ingiustizia sociale. Nel libro «Armi di distruzione matematica» (Bompiani in Italia 2017), l’autrice indaga le conseguenze negative della società dei dati, le distorsioni e degenerazioni, le semplificazioni colpose e l’uso dei dati in modo strumentale e violento.
(il manifesto, 5 marzo 2019)
di Franca Fortunato
Scrivere con l’inchiostro bianco è l’ultimo libro della scrittrice di origine siciliana Maria Rosa Cutrufelli (Iacobelli editore), ospite, insieme alla giornalista e scrittrice Annarosa Macrì, venerdì 1° marzo a un incontro con alcune scrittrici calabresi – Eliana Iorfida, Daniela Rabia, Giusy Staropoli Calafati, Giulia De Sensi, Marilia Ciconte, Nuccia Benvenuto, Daniela Lucia – tenuto nel magnifico complesso San Domenico di Lamezia. La lodevole iniziativa, a cui ho partecipato insieme ad altre, che ha visto la presenza di qualche uomo e tante donne accomunate dall’amore per la lettura e la scrittura, è stata organizzata da Daniela Grandinetti, scrittrice, e Annamaria Persico giornalista e direttora di Reportage, giornale on line, insieme al Circolo dei lettori e delle lettrici Librellula in collaborazione con il Sistema Bibliotecario lametino e il Chiostro Caffè letterario. Un incontro “storico” l’ha definito la Macrì, perché «una cosa così in Calabria non si era mai fatta. Resterà negli annali culturali di questa regione». Scrittrici calabresi giovani, talentuose, piene di entusiasmo, a cui il libro della Cutrufelli indica, a partire da sé, la strada per chi voglia arrivare a scrivere in fedeltà a se stessa e al proprio essere donna. Un saggio in cui l’autrice ripercorre la sua esperienza di donna che scrive romanzi e che negli anni si è affermata come una delle scrittrici più importanti nel mondo letterario. L’amore per la lettura e la scrittura fa parte della storia delle donne e oggi, a differenza di ieri, di solo vent’anni fa, le donne pubblicano tanto, partecipano vittoriose a importanti premi letterari, tante sono recensite, più degli uomini, ma resta comunque un pregiudizio sui loro libri, è come se dovessero sempre dimostrare di essere all’altezza, di essere cresciute. I libri delle donne vengono recensiti soprattutto da altre donne, e «molte recensore preferiscono recensire uomini anziché donne, perché questo è come se fosse un di più, un punto in più nella carriera». Convinzioni da emancipate in carriera! E se è vero che la “tradizione letteraria” l’hanno scritta gli uomini, cancellando le donne, è anche vero che esiste una genealogia femminile di scrittrici – sconosciuta alle più – da cui ogni donna può attingere e imparare a scrivere narrativa, restando fedele a se stessa, mentre ancora molte sono le scrittrici, anche calabresi, che preferiscono rifarsi e affidarsi all’autorità di scrittori. Sta qui gran parte della forza della tradizione letteraria maschile, che si presenta come unica, neutra e universale. Gli uomini si sostengono a vicenda, si riconoscono e si danno autorità letteraria. E le donne? Sono molte in questa regione, e non solo, quelle che sostengono gli uomini, gli scrittori, nutrendo il loro narcisismo, supponenza e autoreferenzialità, come hanno dimostrato alcuni di loro, di cui ha parlato Annamaria Persico, in occasione del Salone del libro di Torino che hanno trovato “normale” che a rappresentare la Calabria letteraria fossero solo uomini, cancellando così le tante donne, giovani e no, che in questa terra si cimentano nella narrativa. Fare le vittime non serve, non paga, ma fare circolare autorità femminile, facendo riferimento l’una all’altra e alle grandi madri della letteratura e della narrativa, del passato e del presente, come Maria Rosa Cutrufelli insegna nel suo libro, questo sì che crea forza e libertà femminile, che non ha alcun bisogno del riconoscimento maschile. Dove siamo oggi? Dove ci collochiamo? Con quale libertà scriviamo? Sono domande che le donne che vogliono scrivere in fedeltà a se stesse si devono porre, come ha ripetuto nell’incontro la Cutrufelli. «Siamo diventate soggetto di scrittura, non siamo più muse ispiratrici, l’oggetto della scrittura maschile. Questa liberazione c’è stata». Una liberazione che a lei e a tante donne è venuta con la presa di coscienza femminista degli anni ’70. Da lì è iniziato un percorso, che lei racconta nel libro, partendo da sé, per cercare e trovare nella scrittura “una propria voce” che non fosse la ripetizione di quella degli uomini, una voce libera, “originale” nel senso di un ritorno alle “origini”, che per ogni donna è la relazione con la madre, reale o simbolica, rappresentata nel libro dal mito di Demetra e Core, la coppia madre figlia sulla cui rottura gli uomini hanno costruito la loro civiltà, la loro cultura, la loro tradizione letteraria, da cui le donne sono state prima escluse ed oggi incluse, ponendo se stessi come unico metro di misura per una donna che vuole scrivere. Scrivere con voce libera – come ha ripetuto la Cutrufelli – significa diventare soggetto della propria immaginazione, il che è un’impresa non facile, perché “le voci maschili”, che ti vogliono insegnare come devi scrivere, sono un coro potente, la loro tradizione letteraria, con il suo immaginario, è un coro potente. Sottrarsi a quel coro, liberarsi dalla colonizzazione culturale dell’altro, dall’immaginario maschile, è passo decisivo per una scrittura libera, su cui, come donne “non ci siamo interrogate abbastanza”, in Calabria mai. Interrogarsi sulla libertà con cui scriviamo, cercare una nuova strada nel romanzo, come in ogni altro campo, è cruciale per ogni donna che ambisce a diventare veramente soggetto della propria scrittura. È quello che hanno fatto le grandi scrittrici. L’importante, come ha ripetuto la Cutrufelli, non è tanto scrivere libri e farli pubblicare – magari a pagamento, il che è poco professionale – quanto interrogarsi sulla libertà con cui scriviamo, e a quale immaginario facciamo riferimento quando scriviamo. Di questa libertà fa parte il linguaggio che non è mai neutro – come invece insegna la tradizione linguistica, scritta dagli uomini, dove il maschile si è elevato a universale-neutro, cancellando la differenza femminile – ma è sempre incarnato in un corpo di donna o di uomo. La sessuazione del linguaggio da parte delle donne – come ci siamo autorizzate a fare molte di noi a partire dalla fine degli anni ’80 del Novecento – richiede un’assunzione consapevole della propria differenza e un darsi e dare all’altra l’autorità per significare quel “Io sono una donna” da cui si è partite, nel farsi soggetto di parola, pensiero e scrittura. È dalla libertà femminile nella scrittura, non solo in letteratura, che può scaturire un nuovo modo di guardare, raccontare, narrare la Calabria, fuori dalla complementarietà alla narrazione degli uomini, che hanno un loro schema narrativo ben consolidato. Libertà nella scrittura, è la questione da cui è partito l’incontro, questione poco indagata e poco interrogata anche lì. Alle donne che hanno organizzato l’incontro va il mio ringraziamento per aver creato l’opportunità di porre tra noi, per la prima volta, tale questione, che vale per chiunque di noi voglia scrivere, e mi auguro che possiamo riprenderla in altri incontri, in altre città, anche per moltiplicare, rafforzare e non disperdere quello che abbiamo iniziato a Lamezia.
(Il Quotidiano del Sud, 5 marzo 2019)
recensione di Simona Lunadei
Anna Paola Moretti, Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, Affinità Elettive, Ancona 2017, pp. 313.
Questa pubblicazione consta di due parti ben distinte e allo stesso tempo inaspettatamente coese: il diario di una adolescente, rara testimonianza femminile del lavoro coatto, e due saggi di Anna Paola Moretti. Il primo è una accurata esegesi del diario, il secondo offre un importante quadro storico sulla deportazione della popolazione civile. Tre scritture con un registro diverso, una autobiografia, un’analisi del testo e un saggio storiografico, che si integrano una con l’altra, in un crescente armonico. Se il diario ha una immediatezza, tuttavia lontana da ingenuità, la lettura appassionata e partecipe di Anna Paola Moretti disegna un incontro quasi complice e allo stesso tempo profondamente rispettoso. Infine la ricostruzione puntuale degli studi sulla deportazione e delle contraddizioni politiche del dopoguerra tra memoria e rimozione si arricchisce dell’analisi di un contesto particolare, quale quello marchigiano, in cui è radicata la vicenda familiare di Magda Minciotti.
Il diario di Magda Minciotti, pubblicato nel 2017, scritto tra il 1944 e il 1945, è un documento prezioso per diverse ragioni. Innanzitutto perché pone al centro il lavoro coatto, una infamia a lungo assente dalla storiografia sulla resistenza al nazifascismo. Questa ha avuto un centro di studi cadenzato dai soggetti presi in considerazione e dal contesto politico. In modo schematico immediatamente dopo la liberazione sono stati studiati i combattenti maschi organizzati nelle formazioni legate ai partiti di massa della repubblica, PCI e DC, poi a partire dagli anni Ottanta i resistenti non armati e le donne. Infine i militari che hanno rifiutato di giurare fedeltà alla RSI e sono stati internati in campi di concentramento nazisti. Ultima categoria presa in considerazione i deportati in Germania per il lavoro coatto, sui quali solo nel 2006 l’Aned ha avviato una ricerca-raccolta delle loro memorie. Un’assenza stupefacente visto che milioni furono le donne e bambine ebree, polacche, zingare, militanti antifasciste, partigiane, dissidenti costrette per anni a dissanguarsi nelle fabbriche del III Reich. I campi di concentramento a partire dal ’42 si trasformano in gigantesche fabbriche, alimentate da forza lavoro gratuita rastrellata in tutta l’Europa occupata. Tuttavia, come ha notato Brunello Mantelli, il confine tra deportati per motivi politici e/o razziali e lavoratori coatti è molto labile e ricorrere a queste classificazioni rischia di sviare la ricerca storica e quindi il giudizio politico sul nazifascismo. È possibile che questa rimozione sia dovuta anche alla scelta volontaria di molte e molti fuorviati da una propaganda che prometteva lavoro e cibo. Un’opportunità, rivelatasi ben presto ingannevole, che ha proiettato su di loro un’aurea infamante di collaborazionismo, cui è seguito un isolamento, condiviso peraltro con quasi tutti quelli che sono scampati alla deportazione. Basta citare per tutti gli scritti di Primo Levi e di Lidia Rolfi Beccaria, anche lei costretta al lavoro coatto presso la Siemens con ragazzine di appena 12 e 14 anni.
Magda Minciotti, appena poco più che adolescente, viene arrestata per rappresaglia nel luglio del 1944 in quanto sorella di Giacinto, un esponente della resistenza marchigiana, in cui era coinvolta tutta la famiglia. La stessa Magda con grande coraggio aveva sventato la distruzione di un ponte dove i nazisti avevano collocato della dinamite, dunque una partigiana, anche se il suo arresto non sembra motivato da questa azione. In realtà il suo giovane e prestante fisico risponde all’impellente necessità dell’apparato produttivo tedesco di mano d’opera gratuita. La pubblicazione di questo diario è preziosa perché getta una luce non solo sulle sofferenze dei vinti ma sul sistema di sfruttamento della manodopera da parte di importanti industrie tedesche, più che complici sodali con il nazismo. La Minciotti lavorò per la Siemens, che non a caso nel dopoguerra, malgrado sul suo sito sia costretta a menzionare il lavoro forzato, si è sottratta a qualsiasi inchiesta e ha avuto l’accortezza di bruciare tutto il suo archivio due giorni prima dell’arrivo degli alleati.
La lettura di questo diario sorprende per la maturità dei sentimenti, ben oltre la giovane età dell’autrice. Se da un lato vi è la descrizione puntuale dei disagi materiali, dalla fame al freddo, alla fatica, dall’altra c’è quasi un atteggiamento di sfida al nemico nel non voler manifestare le sue debolezze. Allo stesso tempo cerca di comprendere le sue compagne di sventura, anche quando le relazioni sono conflittuali. Difende a tutti i costi la sua dignità e il suo legame con la famiglia. È straziante la nostalgia della madre, così come il richiamo continuo ai valori mazziniani nei quali è cresciuta: la patria, la solidarietà, l’eguaglianza, non corrotti dalla prigionia. Simbolico è il fermo rifiuto a tagliare le sue lunghe trecce, quasi che in queste si concentrasse tutto il suo essere di prima della deportazione. Ciò che sorprende è anche la scrittura, colta, matura, complessa nel costrutto sintattico ed estremamente incisiva. Non a caso era stata una studentessa brillante, tuttavia il suo mancato inserimento nel sistema scolastico al ritorno dice molto sulla ferita irreparabile subita.
Un ritorno lungo e sfibrante, che reitera l’odissea di tutti i reduci, compreso il difficile reinserimento in una esistenza “civile”, minato da una grave forma di tubercolosi renale, contratta in Germania.
Un interrogativo nasce dal suo rifiuto di pubblicare il diario, come le era stato proposto dall’Anpi subito dopo la guerra, una prova che la memoria è un silenzio che attende, una prova di pazienza. Ma anche come ipotizza acutamente Anna Paola Moretti un rifiuto dalle contraddizioni del quadro politico della resistenza marchigiana dopo la liberazione, alle quali forse la Minciotti si sente estranea e probabilmente offesa.
Anna Paola Moretti riceve questo diario dal figlio della Minciotti e se ne prende “cura” con rara sensibilità e acume interpretativo. È difficile, fiumi di inchiostro sono stati dedicati a come “trattare” queste fonti, praticare un’intensa vicinanza e al contempo prendere le distanze da un soggetto che non può replicare. Altrettanto difficile è penetrare senza tradire l’esperienza dolorosa di chi consegna a un diario pensieri e parole. Una consegna anche gelosa della propria intimità, visto che la Minciotti aveva rifiutato di renderlo pubblico. Anna Paola Moretti è all’altezza di questa sfida e ci consegna non solo un diario, ma anche importanti indicazioni metodologiche.
Infine, ma non ultimo per importanza, il corposo saggio della curatrice sulla deportazione della popolazione civile. Un contributo essenziale a questa tematica a lungo trascurata dalla storiografia. La ricostruzione puntuale del dibattito scientifico si intreccia alle vicende successive alla liberazione dei protagonisti della resistenza al nazifascismo, in particolare nelle Marche. Le fonti archivistiche, la letteratura scientifica consultate e intelligentemente connesse alle memorie dei protagonisti tessono una narrazione equilibrata tra storia e memoria, come la stessa autrice menziona nel titolo del suo saggio.
(“DEP Deportate, esuli, profughe”, n. 39, gennaio 2019)
di Redazione
L’8 marzo prossimo sarà di lotta o di festa? si chiede Letizia Paolozzi su DeA. Non una di meno, per il terzo anno consecutivo, lancia lo sciopero femminista per l’8 marzo invitando a “interrompere ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita”: una lotta che diventa festa in molte piazze di tutto il mondo.
Informazioni sullo sciopero dell’8 marzo sul sito NUDM.
Comunicato stampa dell’appuntamento milanese.
di Katia Ricci
Report dell’incontro nazionale delle Città Vicine alla Libreria delle donne, Milano 17 febbraio 2019
Nella lettera di invito, si dice che prende «l’avvio dalle esperienze e riflessioni pubblicate nel recente numero speciale della rivista “A&P Autogestione e Politica Prima” della MAG di Verona dal titolo Le Città all’opera, dedicato all’omonimo convegno promosso dalle Città Vicine e da Ada teoria femminista lo scorso febbraio a Napoli nei locali di Santa Fede liberata-Bene Comune e della Casa delle donne per la Restituzione-Bene Comune».
L’incontro molto partecipato ha focalizzato la discussione su alcuni temi in particolare: cambiare lo stile di vita verso una maggiore sobrietà e “povertà”; l’importanza di parlare con e ascoltare per innescare trasformazioni e suscitare empatia anche in chi si mostra intollerante verso i migranti; modificare il linguaggio e cercare parole nuove per uscire da forme di odio e di chiusura, usando anche i linguaggi dell’arte; non enfatizzare il tema dei migranti per non prestare il fianco a paure e intolleranze; ripensare la cittadinanza alla luce della differenza sessuale, dei movimenti dei popoli e dell’invecchiamento della popolazione; necessità di fare politica per accorciare le disuguaglianze e lo squilibrio economico, temi abbandonati dalla sinistra. E se il capitalismo ha vinto, imponendosi anche con la dittatura e gli eserciti, bisogna continuare con la buona politica delle donne con piccoli passi, ma grandi vedute.
Gli interventi
Nella sua introduzione, dopo i saluti di apertura di Laura Minguzzi, Maria Castiglioni mette l’accento sulla necessità di aprire varchi fisici e relazionali all’interno delle città perché fondamentale è la fiducia. Nel convegno di Napoli di febbraio del 2018 ha individuato alcuni varchi aperti in città: i beni comuni, le pratiche artistiche e l’attenzione ai nuovi linguaggi, i legami tra donne che creano cambiamento nelle città e conclude con una citazione di Maria Concetta Sala: «Ho accettato di essere sola davanti al mio destino e non riesco ad aprire varchi se non mi adopero per avere relazioni sensate».
Franca Fortunato nella sua introduzione ha ripercorso la storia delle Città Vicine, nate nel 2000, in un incontro stanziale ad Adelfia (Scoglitti-Ragusa), per iniziativa di Città Felice di Catania. Le Città Vicine – il cui logo è dell’artista Donatella Franchi – sono partite dal Sud e, in questi quasi vent’anni, si sono estese al nord fino all’Europa e oltre, mantenendo una delle caratteristiche fondamentali, quella di tenere insieme donne che fanno lavoro di relazione nella città e donne che lavorano direttamente sulla città, stando in prossimità di vicinanza a tutto quello che accade e si muove nelle città, per capirne e coglierne i mutamenti e interrogarne le pratiche. Lungo il percorso si è guardato a città lontane, divenute vicine per affinità di linguaggi, pratiche e progetti politici, come la città di Barcellona e la sua sindaca Ada Colau che parla di città e femminismo, di rifondare l’Europa a partire dalle città; si è guardato a come la presenza delle e dei migranti stava cambiando il volto delle città e alle buone pratiche di convivenza come a Riace. Le Città Vicine hanno creato spazi di riflessione, di scambi di esperienze di donne e di alcuni uomini che nel quotidiano esprimono cura e amore per i contesti, per i territori, per le città e si mettono in gioco e tessono il volto di un’altra Europa da quella dei muri, delle frontiere, dell’austerità e della finanza. Hanno sempre tenuto insieme i binomi città e femminismo, arte e politica, si sono avventurate a ripensare l’economia, a riflettere sul rapporto tra “politica prima” e “politica seconda”, tra “politica della partecipazione” e “politica dell’esserci in prima persona”, sull’autorità femminile al governo delle città. Il lungo percorso delle Città Vicine è testimoniato dai documenti e dagli scritti contenuti sul blog e all’interno del sito “Donne e conoscenza storica” curato da Donatella Massara, e nelle numerose pubblicazioni, libri e atti dei convegni, pubblicati nella rivista della Mag “Autogestione e Politica prima”. Si è deciso di realizzare un Almanacco che raccolga tutta le storia delle Città Vicine, in occasione del ventesimo dalla loro nascita. Il progetto sarà discusso in un incontro di vacanza politica da programmare per questa estate in Calabria o altrove.
Bianca Bottero rileva come anche Milano, città indubbiamente tra i primi posti della vivibilità, presenta delle criticità avendo basato le sue fortune sullo sfruttamento del suolo e sull’autocentramento, impoverendo l’interland. Legge, poi, un documento inviato dagli urbanisti Giorgio Pizziolo e Rita Micarelli.
Katia Ricci ricorda che uno dei temi di cui le Città vicine si sono occupate fin dall’inizio è la creatività e l’arte. Da alcuni anni, insieme alla Merlettaia di Foggia sono state organizzate mostre itineranti di mail art su Immagina che il lavoro, Lampedusa porta della vita, Kintsugi (arte del riparare), Concepire l’infinito e l’ultima (in mostra durante il convegno), Ci deve essere un luogo in comune… tratto da un passo del libro di Antonietta Potente Come un pesce che sta nel mare (ed. Paoline, 2017). Tanti gli interrogativi, le immagini nelle cartoline: il mondo, il mare, il deserto, il ventre di donna, luogo della vita per antonomasia, luoghi nati da donne che elaborano pensieri e linguaggi, che tengono conto della differenza e della singolarità in relazione. Non ci sono luoghi lontani in cui occorre andare, non bisogna necessariamente spingersi lontano per essere se stesse/i e trovare il proprio posto, come ricordano Adele Longo, riproponendo poesie di Emily Dickinson, Vittoria Di Candia, Clelia Iuliani, Donatella Franchi che nella sua cartolina riporta la fotografia di una delle madri di Plaza de Mayo che cucina con addosso un grembiule con il volto del Che, perché la politica è vita vissuta ed è attenzione al quotidiano. Stessa idea della politica nelle cartoline di Cornelia Rosiello, Antonietta Lelario, che mette l’accento sulle pratiche politiche delle donne, come fanno anche Anna Di Salvo, Donata Glori, Clelia Mori e Pina Nuzzo che fa riferimento alla coraggiosa denuncia di Rachel Moran, autrice di Stupro a pagamento. Opere che contengono una posizione politica netta e radicale di un femminismo militante. Per molte e molti il luogo in comune è nella nascita che è l’origine comune, nel legame con la natura, nell’attenzione all’ambiente e nella necessità dell’incontro e di stare nelle relazioni.
Per Stefania Tarantino la situazione del mondo è cambiata dal convegno di Napoli e si è imposta la lingua della forza e della chiusura. Nota che le Città Vicine mettono al centro la fragilità che non è una debolezza, anzi è una forza perché è importante il legame di fiducia anche con chi è lontano per sconfiggere l’attuale narrazione “tossica” degli eventi. È necessario riprendere il discorso di Virginia Woolf nelle Tre ghinee e modificare il modo di vivere, basandolo sulla povertà, che non significa miseria, ma ciò che basta, ricerca dell’essenziale, anche nel pensiero che sia legato alla quotidianità. In un periodo in cui c’è una perdita dell’empatia vivere in povertà significa ricerca “del più profondo”.
All’origine delle città vicine, ricorda Clara Jourdan, c’è una proposta politica di vicinanza tra città a partire dalle relazioni tra donne che le abitano, una mediazione femminile che cambia lo sguardo sulle altre città oltre che sulla propria.
Sandra Bonfiglioli illustra le pratiche del LabMi, pratiche della vita quotidiana in città raccontata da 15 donne alle partecipanti al laboratorio che hanno riflettuto insieme su che cosa si mette in gioco in città nella vita quotidiana di ciascuna.
Pinuccia Barbieri, che abita in una zona pre-periferica, sottolinea la necessità dell’impegno anche individuale e racconta dell’azione che sta svolgendo per recuperare uno spazio degradato ma privato, un’ex tipografia, perché possa diventare una zona verde restituita alla città.
Sull’impegno individuale si è soffermata Marirì Martinengo che grazie alle Città Vicine ha capito che quello che ha fatto a Savona, sua città d’origine, vale a dire la creazione di una biblioteca, è un lavoro politico e non sentimentale.
Anna Di Salvo si dice d’accordo a nominare d’ora in poi “politica” delle Città Vicine, come aveva suggerito Clara Jourdan, invece che “rete”. Pensa sia venuto il tempo di lavorare insieme a tematiche comuni e progetti condivisi pur nel rispetto delle reciproche peculiarità, per esempio l’immigrazione perché attraversa molte/i delle Città Vicine, cercando mediazioni con gli uomini e le donne che rifiutano la presenza dei /delle migranti. È una questione spinosa e bisogna intensificare l’ascolto delle ragioni dell’altra/o e trovare soluzioni e parole che favoriscano la comunicazione e lo scambio per dare corso a una nuova visione di cittadinanza e a un nuovo senso del vivere la città legato alla differenza femminile.
Elisabetta Cibelli riflette sul clima di intolleranza e sullo scritto di Luisa Muraro su Simplicio. Come poter intercettare la sofferenza in chi sostiene certe posizioni intolleranti e come suscitare la loro comprensione? Gli uomini sono usciti dal patriarcato quando hanno capito che c’era una perdita di realtà e di soggettività, dunque è necessario lavorare su questo anche per avvicinare gli intolleranti alla realtà dei migranti. Riporta l’esempio di una donna rifugiata che ha accompagnato in ospedale, dove un medico si è mostrato in un primo momento saccente, non volendo riconoscere la violenza subita dalla donna, ma quando lei gli ha raccontato la condizione della donna, dentro di lui è avvenuto un cambiamento. Non riconoscere la violenza è un’ulteriore violenza fatta non solo a quella donna, ma a tutte. È opportuno lavorare su come innescare una trasformazione nell’altro anche quando è addirittura un nemico. E conclude: «O guadagniamo tutte o nessuna».
Mirella Clausi, riprendendo l’intervento di Elisabetta, osserva come solo i corpi riescono a parlare veramente. Riguardo agli stranieri in città che arrivano per turismo o migrazione, nota che si dà al turismo un’accezione positiva e alla migrazione una negativa, giudizio che si potrebbe capovolgere: ci sono, infatti, città diventate dei ghetti per turisti oltre che per i migranti. Il turismo ha degli aspetti sicuramente positivi, ma omologa le città e provoca una perdita delle relazioni. I migranti possono essere una risorsa, ma se li si ghettizza, si provoca un aumento della delinquenza, come si vede a Catania che è cambiata per quanto riguarda l’accoglienza. Di qui la necessità di collegarsi con altre e altri delle varie associazioni, ma c’è difficoltà a mantenersi integre nella politica delle donne. Nota, però, che avviene qualche cambiamento positivo grazie alle pratiche dell’ascolto, del manifestare affettività e dell’appoggiare il desiderio altrui.
Ada Maria Rossano lamenta la mancanza delle e dei giovani e fa riferimento a quanto sta accadendo in Belgio, in Svizzera e in altre parti dell’Europa del Nord, dove stanno scioperando per l’ambiente, cosa di cui si parla poco.
Per Luisa Muraro il tema dell’emigrazione ha subito un’enfasi e questo porta all’incitamento del razzismo. In realtà l’ostilità xenofoba è verso i poveri, atteggiamento che si può modificare. Suggerisce di non insistere sulla migrazione, ma di spostarsi su altri temi e questioni.
Adriana Sbrogiò racconta che il sindaco di Spinea, dopo aver ascoltato Anna Di Salvo sul tema della cura delle città, ha costituito un gruppo di donne e uomini sulla cura della città. Racconta della costituzione presso la biblioteca del Comune di una sezione riservata ai materiali dell’associazione Identità e differenza di Spinea.
Interviene Diana De Marchi del Comune di Milano, presentando il “modello Milano” che tiene insieme la crescita e l’accoglienza e informando che è stato istituito un registro per chi ha perso il permesso umanitario, in modo da dare loro legalità. Il clima di odio tuttavia esiste e chiede, perciò, di unirsi tra tutti coloro che vogliono reagire al linguaggio di odio e all’indifferenza.
Rahel, che lavora nell’associazione “Cambio passo” che si occupa dei rifugiati, dice che per il colore della sua pelle viene sempre presentata come rappresentante della comunità straniera, lei che è romana di nascita. C’è un problema che riguarda il linguaggio, infatti lei, per esempio, viene classificata come esponente della seconda generazione, pur non essendo immigrata. C’è una povertà di linguaggio che rende difficile l’accoglienza. Invita a individuare ciò che è essenziale, perché ci sono troppe parole sul fenomeno della migrazione e c’è un eccesso di chiacchiere che provoca risposte reattive, a lavorare sul linguaggio, a mischiarci ad altri, e a condividere e convivere. Il termine “migrante” è sbagliato perché serve a indicare una condizione eterna, mentre molti sono residenti e soprattutto non si può parlare in assenza dei protagonisti. Rispetto alla proposta di usare le caserme dismesse per ospitare temporaneamente i migranti, dice di essere contraria perché la temporaneità aggiunge senso di precarietà, invece c’è necessità di una risposta di stabilità.
Giusi Milazzo di Catania ringrazia la MAG per aver pubblicato gli atti del convegno di Napoli di cui riprende due temi. Ridiscutere l’idea di appartenenza alla città e al luogo, sforzandosi di evitare il senso di appartenenza e l’idea di cittadinanza. Ciò che è fondamentale è la relazione e la politica delle donne. Altro tema è quello dei beni comuni: a Catania il progetto di predisporre un luogo per le donne maltrattate e sfrattate si sta concretizzando insieme con altre associazioni secondo l’esempio dei beni comuni. Il progetto è di riutilizzare la zona di un ospedale dismesso per accogliere attività sociali per donne, ma anche per sanità rivolta al sociale e laboratori vari.
Anna Potito racconta che Foggia nelle cronache nazionali è una città terribile per il ghetto di Rignano, dove i lavoratori stranieri vogliono stare anche se viene smantellato periodicamente e ricorda che anche a Saluzzo accadono episodi affini, come testimoniato da GianPiero Bernard. Nel nostro territorio avvengono anche cose buone che non vengono menzionate, per esempio in paesi dell’Appennino come Bovino, Monteleone si sono create situazioni simili a Riace. Quasi di fronte al ghetto di Rignano c’è Casa Sankara, sorto su un terreno pubblico dove famiglie senegalesi hanno costruito un villaggio, cambiando anche coltivazione dal pomodoro alla canapa. Nel centro di accoglienza di Emmaus per sole donne alcune ragazze che vi erano ospitate hanno cominciato a lavorare presso famiglie della città, creando integrazione e scambio. Ci sono medici che hanno costituito una rete di sostegno e di aiuto a persone in difficoltà economiche oltre che ai migranti. Il problema è la povertà. Anche a Foggia c’è il progetto di fare un registro per quanti non hanno il permesso umanitario.
Laura Minguzzi sottolinea l’importanza di modificare il linguaggio e invita a dare voce a chi non ce l’ha. Anche lei ha un senso di perdita di realtà quando esce di casa a Rogoredo e si trova tra i senza tetto. Il nodo irrisolto è anche il nostro, dice, dobbiamo risolverlo. E si chiede: “Voglio la realtà o i soldi?” Questo il problema che si è posta quando è andata via di casa e a Bologna ha scelto la libertà, rifiutando l’agiatezza e affrontando il rischio di vivere.
Carla Maragliano dell’associazione delle Giardiniere parla di un conflitto sorto all’interno del gruppo, perché nonostante una lunga pratica di relazione, si reagisce a volte secondo schemi soliti. Il conflitto è nelle relazioni e non ci si deve scandalizzare perché può essere un arricchimento, quindi non va né evitato né applicato lo schema “io vinco e tu perdi” né va vissuto come un attacco personale, ma tematizzato.
Giordana Masotto sottolinea l’importanza della contrattazione, fondamentale dell’agire insieme come riconoscimento della differenza, per potersi riconoscere come soggetti e per poter agire in comune. Ripensare la cittadinanza è una chiave unificante dei rivolgimenti che stanno accadendo. Una cittadinanza attraversata dalla differenza sessuale, dai movimenti di popolazione, dalla crisi della democrazia rappresentativa. C’è un invecchiamento della popolazione che richiede l’esigenza di ripensare le vite che invecchiano e per questo è necessario impegnarsi nel cambio di civiltà.
Per Simonetta Patanè il tema fondamentale è la convivenza tra le differenze, per cui bisogna lavorare in quanto ci sono molti movimenti che hanno un linguaggio antagonista. Ritiene che seppure le pratiche delle donne stanno passando, quando si raccontano si cade nella povertà di linguaggio. È dunque necessario lavorare sul linguaggio, condividere, convivere e modificarsi, individuando ciò che è essenziale oggi.
Anna Di Salvo si dice d’accordo nel non mettere al centro la questione dei migranti e nel riflettere su come interviene la politica delle donne. Quando sorgono conflitti si deve andare alla contrattazione per una nuova convivenza nelle città. Considera importante il discorso sul linguaggio di Rachel che esorta a non usare la parola “migrante”. Parla di autocoscienza abitativa e che prima della cittadinanza c’è la cittadinanza interiore.
Laura Minguzzi sottolinea che prima della cittadinanza c’è la coscienza dell’abitare qui e ora, coscienza che ha attivato nel LabMi raccontando la sua vita quotidiana nei vari quartieri dove ha abitato a Milano. Qui ha conosciuto situazioni molto diverse, da un aspetto internazionale alla vita in un quartiere virtuale dove abita ora. E riporta esperienze molto interessanti di condivisione che sono alla base della nuova cittadinanza.
Per Stefania Tarantino il neoliberalismo non è solo economico, è un sistema vincente che investe anche le soggettività. Non riconosce più il volto di città accoglienti come Catania e Napoli, città che ha subito una mutazione antropologica fin dal 2006 perché il prestigio, il potere e il denaro costituiscono un modello vincente. Per raggiungerlo vengono usati anche mezzi cruenti, la mafia oggi è penetrata anche al nord. Tutti i mostri che S. Weil aveva individuati oggi sono imperanti. Anche il vicino di casa ha assunto un atteggiamento da camorrista. La politica delle città vicine deve agire su questo immaginario, mettendo in campo la fragilità, nel senso weiliano del termine, che riguarda tutti e la povertà. C’è una triade costituita da camorra, fascismo e neoliberalismo. La degradazione non riguarda solo i migranti ma anche noi, c’è uno sradicamento spirituale da parte di tutte, che comporta una perdita di realtà. Non bisogna lasciare la parola sulle donne né alla tecnologia né alle forme di bullismo e di odio.
Clelia Mori è stata colpita dai riferimenti al corpo e all’arte nel racconto del percorso delle Città vicine, per cui illustra il suo lavoro sulle tute bianche a cui sono state costrette le operaie di Melfi che si macchiavano di sangue mestruale e che sono diventate un’opera d’arte esposte prima a Mestre e poi a Foggia. Di qui una riflessione sul sangue mestruale che è sangue di vita.
Maria Castiglioni, riferendosi al mito di Didone, come racconta Elena Ferrante nella Frantumaglia, fondatrice di città, ricorda le mosse simboliche messe in atto da Didone per fondare la città. Didone prendeva dal culto di Era nel mondo greco il rito dell’immersione della statua per togliere la “lordura del coito”. Ancora oggi nel Kossovo c’è la tradizione di ritornare a casa della madre per tre notti per ripurificarsi. È un’interruzione del mondo patriarcale. Didone fugge da Tiro con la sorella e per costruire Cartagine secondo il mito riesce ad allargare lo spazio che le era stato dato, pari alla pelle di un bue, tagliandola a striscioline. Dilatare e inventare lo spazio è una pratica anche delle Giardiniere. Un’altra pratica delle Giardiniere è parlare con tutti, approfittando del fatto che l’istituzione ha delle porosità. Ricorrono anche ad azioni illegittime, ma lecite, come entrare in spazi vietati.
Per Emilia Costa la città non può vivere senza rapporti in entrata e in uscita con il territorio. Una delle donne che ha parlato nel LabMi ha raccontato della campagna e del rapporto che ha stabilito con l’agricoltura. Attraverso di lei ha capito la necessità di interessarsi della bioagricoltura e di diversificare le colture dei semi del pomodoro e del grano.
Maria Bottero parla della superiorità della donna che consiste nella gestazione e nel mettere al mondo la vita. Il senso mitico profondo della fecondità si lega alla natura. Femminismo ed ecologia sono nate insieme negli anni ’70, per cui è fondamentale riparlare della natura e dell’ambiente.
Marisa Guarneri sente incombente la variabile tempo, per cui se l’istituzione, con cui per la sua attività politica è entrata in relazione, non è porosa e non è disponibile, bisogna fare buchi, altrimenti nell’attesa vincono gli altri. Nei progetti con le istituzioni bisogna guadagnarci qualcosa non solo la relazione con le donne, non solo la soddisfazione personale. Lei ha guadagnato delle amiche. Nella politica si dice attaccata alla pratica delle relazioni e all’affidamento.
Luciana Tavernini si riallaccia al concetto di cittadinanza e parla della sua esperienza: quello che oggi succede con i migranti lei lo ha vissuto, perché è figlia di un profugo e lei stessa migrante, anche se non si è mai percepita così, perché si è sempre sentita cittadina del mondo senza barriere. Che cosa cambia pensarsi cittadina del mondo, che cos’è l’essenziale, la povertà? «Mio figlio, per esempio, dice, si veste al mercatino, ma ha comprato il biglietto di viaggio in Sudamerica alla suocera perché fosse vicina alla figlia che partoriva». In certi momenti è necessario spostarsi e oggi vietare alle persone di spostarsi crea un grande dolore. Non devono esserci barriere perché ne va la salute del mondo.
Loredana Aldegheri nota come il governo attuale ha atteggiamenti di chiusura, anche se lei non ha avuto atteggiamenti negativi nei confronti del governo perché i 5 S rappresentano la parte che è in difficoltà economica, la Lega rappresentava il pezzo di società del Nord più povera simbolicamente, anche se oggi è vicina alla borghesia, insomma gli elettori sono la parte più debole della società. E hanno scelto la via più sbrigativa per risolvere i loro problemi. Sappiamo però che le vie sbrigative non portano a niente. Se questo è vero, c’è una responsabilità di tutte di trovare parole semplici che possano arrivare a queste persone per salvarsi insieme. Altro punto importante è il dato economico: il liberismo ha fallito sulla promessa di benessere per tutti, perché i ricchi sono pochi e i poveri crescono sempre di più e ci sono su questo dati allarmanti. Si è prodotta una diseguaglianza impressionante che la sinistra non combatte più. Noi che apparteniamo alla classe media possiamo fare una scelta di sobrietà, ma dobbiamo ridiscutere i paradigmi del sistema economico.
Luisa Muraro interviene dicendo che il liberismo ha vinto, i movimenti operai sono stati sconfitti, perciò dobbiamo ragionare su altre politiche e sul senso della giustizia. Noi donne abbiamo la forza di non lasciarci sconfiggere.
Lia Cigarini sottolinea l’importanza di nominare le pratiche in modo chiaro, per esempio dire la pratica dell’ascolto anche di quelli che hanno paura e che non riescono ad uscire da soli dalle loro paure, ma possono farlo attraverso la pratica delle relazioni, non accusandoli di fascismo e razzismo, ma provando a parlare con loro. Il migrante è il capro espiatorio della disperazione dei più deboli e dei più poveri. È anche necessario insistere su una politica più efficace della democrazia rappresentativa e trovare parole semplici con cui continuare a “martellare”.
Luisa Muraro ricorda che gli economisti nella crisi del 2008 hanno detto di non essere in grado di concepire alternative perché tutto dipende dalla politica, ma la politica è debole. Il capitalismo ha impiegato secoli per creare il suo sistema, il comunismo è partito di slancio ma ha fallito, noi dobbiamo continuare a fare buona politica come stiamo facendo, ma il “mostro” non si distrugge, anzi noi lo nutriamo e lo sosteniamo altrimenti siamo rovinati e, comunque, quello che trasforma la storia non sono i progetti demiurgici che si sono rivelati avventure rischiose, l’importante è muoversi, perciò bisogna muovere piccoli passi e avere grandi vedute, come dice Teresa D’Avila.
Simonetta Patanè si dice in disaccordo perché come facciamo buona politica possiamo fare buona economia: la politica non deve essere separata dall’ecologia e dall’economia, ma tenere insieme tutti gli aspetti che stanno insieme nelle nostre vite. A Napoli si è parlato della città metropolitana che unifica tutti i territori che hanno percorsi interrotti da discariche, case abbandonate ecc. Occuparsi di migranti significa anche trovare posti di lavoro. L’orientamento verso una nuova civiltà è già politica, la risoluzione dei problemi sta insieme a un orientamento del mondo. Ci sono soluzioni alternative in tutto il mondo, sono magari granelli di sabbia, che però possono interrompere i grandi meccanismi quindi non siamo di fronte al mostro impotenti, ma dobbiamo sottrarre energia, intelligenza.
Filippa Di Marzo pensa che uno dei motori che trasforma è l’economia, le sembra che nelle parole di Luisa Muraro ci sia un senso di impotenza. O la politica delle donne è capace di indicare alternative, o non è possibile trasformare nulla.
Conclude Anna Di Salvo, ringraziando la Libreria delle donne e il Circolo dalla rosa per l’organizzazione e l’ospitalità, saluta le/gli intervenute/i, suggerisce la sospensione momentanea di ogni giudizio e di voler permanere in una pausa di ascolto e di riflessione in merito a quanto è stato detto ed è avvenuto durante il convegno. Infine riferisce di un progetto in fieri condiviso con Elisa Varela Rodriguez dell’Università di Girona (Catalogna), riguardo a un convegno delle Città Vicine da tenersi all’Università di Girona, e di un invito della filosofa Maria Concetta Sala della Biblioteca UDI delle donne di Palermo a presentare in un incontro allargato, da tenersi alla Casa Mediterranea, il numero speciale della rivista A.P. della MAG di Verona Le Città all’opera.
Ringraziamo Stefania Giannotti, Nanni Di Salle e Blanca Jaime per l’ottimo buffet speciale studiato per la giornata, per amore della politica delle Città Vicine e per le donne tutte.
I video integrali del convegno sono pubblicati qui:
https://www.youtube.com/watch?v=9MFI0ue8D3k
https://www.youtube.com/watch?v=I8XH48kbrag
(www.libreriadelledonne.it, 26 febbraio 2019)