di Laura Filios
«Bisogna
dare spazio alle migliaia di persone che stanno inventando, creando, proponendo
e che sono speranza. In quanto sindaca, io mi chiedo, sempre, ogni giorno, non
solo come gestire al meglio le risorse pubbliche, ma anche come dare potere a
questa cittadinanza che ha tante buone idee e voglia di fare. Il mondo in cui
viviamo è complesso, in questo periodo storico ci stiamo confrontando con
l’ascesa dell’estrema destra e il ritorno del fascismo, però non ci possiamo
deprimere, questo è vietato!». È una “lezione” di leggerezza politica quella di
Ada Colau, l’alcaldesa (sindaca) di
Barcellona. Che non significa banalizzare il discorso, come capita sempre più
spesso ai politici di professione, ma approfondirlo, stimolando l’invenzione,
per ridare alle parole e alla struttura democratica un nuovo senso e un
significato al passo con i tempi. Leggerezza intesa nel senso calviniano del
termine, autore che lei stessa cita. «Sono contenta perché abbiamo ridato
prestigio ai municipi. Fino a qualche tempo fa la politica con la “P” maiuscola
era prerogativa dello Stato. A noi sindaci toccava “solo” la normale
amministrazione. Oggi invece vogliono diventare tutti “alcalde de Barcelona” –
sorride – persino un ex primo ministro francese (Manuel Valls, sostenuto da
Ciudadanos, ndr). Questo è ciò che conta, aver fatto capire a tutti quanto sia
importante la politica delle città».
Anche di quelle piccole,
come Riace, che per lei ha sempre rappresentato un modello a cui ispirarsi. A
questo proposito, che significato attribuisce alle motivazioni con cui la Corte
di Cassazione ha smontato l’impianto accusatorio nei confronti del sindaco
della cittadina calabrese?
Da una
parte sono contenta, ma dall’altra continuo a rimanere stupita e indignata. È
assurdo che Mimmo Lucano si sia trovato in una situazione del genere. Non poter
vivere nel proprio paese, dove è stato eletto democraticamente, mi sembra
veramente incredibile. Tutti noi che lo conosciamo, sappiamo che non è un
criminale, anzi al contrario. Questa è una pratica che non deve essere normalizzata.
Sto parlando della “giudizializzazione” della politica, usare i tribunali per
fermare i cambiamenti e le innovazioni democratiche. Cosa che peraltro non sta
succedendo solo al sindaco di Riace, ma anche in altre parti del mondo. La
stiamo vivendo in Catalogna, ma è successo anche a Lula, in Brasile. C’è uno
schema che si ripete in tanti Paesi. E visto che un colpo di Stato oggi sarebbe
inaccettabile, per andare contro i governi democratici si fa leva sui poteri
economici e giudiziari. E questo non può essere né accettato né tantomeno
normalizzato. È necessaria una critica democratica forte.
[…]
(https://left.it/2019/04/12/la-lezione-politica-di-ada-colau/, 12 aprile 2019)
«D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna. Infatti, come la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna e ogni cosa è da Dio» (1Cor 11, 11-12)
CHI SIAMO
Siamo donne credenti, siamo discepole di Gesù, innamorate della Chiesa, delle nostre famiglie, di chi è più fragile e più indifeso, ma innamorate anche della nostra forza, energia e intelligenza, doni di Dio. Alla Chiesa, come anche alla società e alle nostre famiglie, vogliamo portare tutto ciò che siamo e non sminuirci per compiacere qualcuno. Non sentiamo il bisogno di riconoscerci in modelli preconfezionati, ma rivendichiamo la possibilità di costruire ciascuna il proprio cammino unico e irripetibile: come persone, come donne, come sorelle, figlie, mogli e madri. Amiamo la maternità che il Creatore ci ha affidato, ma siamo consapevoli che è ben più grande e irradiante della maternità fisica, per questo cerchiamo di essere generative in ogni situazione della nostra vita, compresi i luoghi di lavoro, dell’impegno sociale e politico.
Rivendichiamo la nostra assertività come una ricchezza per le nostre comunità e non accettiamo di mostrarci deboli per lusingare la forza maschile. Amiamo gli uomini e siamo al loro fianco con amore, corresponsabilità, rispetto e stima. Allo stesso modo vogliamo offrire ai nostri Pastori una collaborazione fatta di reciprocità, valorizzazione delle differenze, rispetto e stima.
Pur consapevoli che in alcune realtà ecclesiali la situazione sia in movimento, come donne adulte sperimentiamo quotidianamente il ruolo subalterno della donna nella Chiesa, che ci fa sentire sempre più fuori luogo e inadeguate. Subiamo l’incapacità di essere viste e valorizzate nelle nostre competenze e specificità e questo ci priva troppo spesso di un reale riconoscimento. Vediamo che le donne nella comunità esistono nella misura in cui risolvono i problemi dei protagonisti uomini. Tutti uomini. Che si tratti dell’oratorio parrocchiale, di movimenti ecclesiali o di Facoltà teologiche, il modello femminile che viene proposto è sempre quello di “stampella” a sostegno delle figure maschili (presbiteri, docenti o mariti). Non ci sono spiragli per capacità femminili che vadano al di là della procreazione, dell’accudimento, o del sostegno agli uomini, a meno di pesanti rinunce alla propria femminilità.
Nel nostro cammino abbiamo visto come la fede stessa della donna e l’adesione a qualunque vocazione essa abbracci è considerata inferiore, di minore qualità di quella maschile, se non in casi eccezionali e astutamente propagandati.
Nelle comunità manca spesso un reale rispetto nei confronti delle donne, che siano single, sposate o divorziate: nel primo caso non sono risorse da sfruttare, “tanto non hanno altro da fare”, nel secondo non sono “solo” mamme e mogli, nel terzo non vanno identificate per ciò che non sono, ma per ciò che sono e fanno.
Quando si tratta di prendere decisioni manca lo spazio per il contributo originale delle donne, la loro visione della Vita, la capacità di affrontare le situazioni in maniera creativa, dentro le relazioni, precludendo così la possibilità di rompere schemi di azione e relazione ormai logori e inefficaci per creare nuove opportunità di crescita delle comunità.
Quello che vogliamo dire è che in gioco non c’è affatto soltanto lo spreco di talenti, la mancanza di rispetto e il colpevolizzare tutte quelle che non si ritrovano nel quadretto della moglie/madre pia e devota (tutte cose assolutamente già gravi in sé), ma c’è soprattutto una profonda infedeltà al Vangelo, al modo scelto da Gesù per trattare le donne, alla forza di Maria, alla novità dell’annuncio di Maria Maddalena.
CHIEDIAMO:
– Rispetto nei confronti del nostro impegno, la possibilità di esprimere un servizio coerente con le nostre competenze e capacità.
– Che i presbiteri ai quali le nostre comunità sono affidate conoscano e apprezzino il femminile, che abbiano un rapporto sano e sereno con le donne, che siano persone psicologicamente mature.
– Che si prenda in considerazione che la ricerca vocazionale femminile ha aperto nuovi e più articolati orizzonti, in una maturazione di prospettive che necessita di attenzioni e risposte.
– Che si riconosca la possibilità per le donne di avvicinarsi al cuore della vita ecclesiale e che si attribuisca il dovuto valore all’autentico desiderio di partecipare ad una ministerialità più attiva, compresa quella sacramentale. E che pertanto è legittimo e va nel senso del bene per la Chiesa intera iniziare a concepire risposte concrete in questo ambito.
Non siamo dei sostituti d’azione, ma possiamo “inventare” forme nuove che arricchiscono la chiesa.
Non chiediamo posti di potere, ma di essere pienamente riconosciute come figlie di Dio e membri della comunità alla pari degli uomini.
PER QUESTO SIAMO PRONTE A METTERCI AL SERVIZIO DELLA CHIESA CON TRE CRITERI:
– Assertività: non temiamo di proporre, di chiedere riconoscimento per ciò che facciamo e portiamo alla comunità
– Libertà: il nostro agire non è finalizzato a conquistare posti di prestigio e questo ci mette in condizioni di non ricattabilità
– Alleanza femminile: là dove siamo e tra noi scegliamo di essere alleate delle sorelle che incontriamo e soprattutto di non cadere nella rivalità tra donne per ottenere l’approvazione maschile
PER QUESTO:
– Abbiamo deciso di trovarci tra donne adulte, che hanno vissuto e vivono un percorso di fede per condividere e scambiare e siamo pronte ad accogliere quante decideranno di unirsi a noi
– Vogliamo dare un messaggio chiaro sul genere di femminilità di cui riteniamo che la Chiesa abbia bisogno
– Vogliamo farci conoscere per testimoniare che nella Chiesa ci sono donne che non si sottomettono e poter così avvicinare anche altre sorelle nella fede che si sentono disorientate da quest’ondata tradizionalista
– Non rinunciamo a portare avanti istanze serie e grandi come anche forme di servizio presbiterale femminile.
Cagliari 6 febbraio 2018
(http://www.donneperlachiesa.it/il-manifesto/)
di Raffaele Masto
Una donna sudanese sta diventando il simbolo delle proteste contro il presidente Omar al-Bashir. La popolazione che da settimane scende in piazza l’ha già soprannominata Kandaka, che significa “regina nubiana”. È stata immortalata in un video pubblicato su Twitter, che finora ha ottenuto centinaia di migliaia di visualizzazioni, mentre intona canti tradizionali che invocano il cambiamento nel suo Paese.
La donna dal tetto di un’auto guida i cori dei manifestanti: «La religione dice che se gli uomini vedono che qualcosa va male, non possono restare in silenzio», canta, mentre la gente risponde gridando a intermittenza la parola “Rivoluzione!”. Porta il thobe, un abito bianco tradizionale indossato in genere dalle donne che lavorano negli uffici. È clamoroso che in Sudan sia una donna a diventare il simbolo delle proteste. In questo Paese – profondamente musulmano –, infatti, le donne appaiono poco in pubblico e sono in secondo piano (se non addirittura nascoste) in tutte le vicende pubbliche. Nel video ogni tanto il velo le scivola dal capo, lei con calma se lo mette a posto. Anche questo un fatto clamoroso.
Kandaka era l’appellativo delle donne nubiane più valorose in Sudan, che una volta era il Regno di Kush, quello dei Faraoni Neri della 25esima dinastia, come Candace, regina di Nubia al tempo delle conquiste di Alessandro il Grande, che divenne il simbolo della lotta delle donne per i loro diritti nel Paese.
Questa donna e la sua protesta è diventata il modo più efficace di fare conoscere al mondo quella che qualcuno ha già definito la rivolta dei sudanesi contro il regime al potere dal 1989.
Da mesi i manifestanti chiedono le dimissioni di al-Bashir, padre-padrone del Paese da 30 anni, accusato di genocidio e crimini di guerra in Darfur dalla Corte Penale Internazionale. Da quando sono iniziate le proteste, a dicembre, 38 persone sono morte, secondo i dati ufficiali. Ma secondo Human Rights Watch il numero è molto più alto.
(https://www.africarivista.it/una-donna-simbolo-delle-proteste-contro-il-regime-del-sudan/138672/, 10 aprile 2019)
di Paolo Virtuani
La provocazione di Maria Cristina Finucci. «Oggi i rifiuti hanno invaso i mari»
«Come la devo chiamare, Presidente o Eccellenza?». Quando si intervista un capo di Stato c’è sempre un po’ di apprensione. Maria Cristina Finucci, presidente del Garbage Patch State (la Nazione dei rifiuti ndr), sorride sulle sottigliezze diplomatiche del protocollo. «Il mio Stato è il secondo più grande del mondo come superficie dopo la Russia, ma sulla carta non esiste. È uno Stato in apparenza immaginario, ma reale perché negli oceani si sono formate cinque grandi estensioni di plastica galleggiante che messe insieme coprono 16 milioni di chilometri quadrati. Questa è la mia nazione».
Maria Cristina Finucci è un’artista che ha creato il Garbage Patch State-Wasteland, un Paese di plastica che non esiste, ma è ben presente nei mari con tanto di bandiera, passaporti e festa nazionale (11 aprile), e di cui si è autoproclamata capo dello Stato. Un’idea per sensibilizzare su un problema che negli ultimi tempi è deflagrato a livello planetario: la plastica sta soffocando i mari.
«Non dirigo un’associazione ambientalista, sono un’antenna che capta un problema. Poi mi trasformo in lievito e uso i mezzi propri dell’arte moderna in tutte le sue sfaccettature, dalle installazioni al web, per dare una scossa, per generare consapevolezza – spiega -. Intendo l’arte come strumento al servizio della società. In questo caso mi faccio carico delle istanze della povera plastica abbandonata».
L’arte diventa provocazione, quindi, come nell’installazione chiamata Climatesaurus, un serpentone rosso e arrabbiato che nel 2015 è comparso in varie parti d’Europa per riemergere a Parigi durante Cop21, la conferenza dove venne firmato l’accordo globale sul clima.
Il Garbage Patch State è una nazione fittizia ma è stata accolta all’Unesco nel 2013, l’anno dopo al quartier generale delle Nazioni Unite a New York e nel 2018 ha firmato l’agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile. Lo scorso 15 febbraio il presidente Sergio Mattarella ha conferito a Maria Cristina Finucci l’ordine al merito della Repubblica per l’impegno artistico e ambientale. Un impegno che si manifesta anche come testimonial di One Ocean, la fondazione impegnata nella salvaguardia dei mari con azioni quotidiane alla portata di tutti e che ha promosso la Charta Smeralda: un codice etico per la tutela del mare sottoscritta, tra gli altri, dallo Yacht Club Costa Smeralda, dallo Yacht Club Italiano e dalla Federazione italiana vela.
«L’impegno deve nascere dal basso, dai gesti di tutti i giorni di ognuno di noi, anche dalla rinuncia al bicchiere di plastica monouso che poi va inevitabilmente a finire la sua corsa in mare. Se c’è la spinta delle persone, poi anche l’industria comprende la tendenza e si adegua realizzando prodotti con meno plastica», dice Finucci. «Io non ho nulla contro la plastica in sé, ma mi oppongo all’uso scriteriato che ne facciamo. Provo compassione per gli oggetti di plastica, sono come i moderni lebbrosi: reietti usati e abbandonati».
Ieri sera nel cortile d’onore della sede dell’Università degli Studi di Milano è stata accesa Help, l’installazione della presidente-artista nell’ambito del Fuorisalone della Design Week. «Sono grandi gabbie di metallo riempite da milioni di tappi di plastica che compongono la parola Help», spiega Finucci. «Una volta illuminate, sembrano una colata di plastica che esce dalla Terra, come un grido disperato in cerca di aiuto».
Si stima che nel Mediterraneo ci siano 250 miliardi di frammenti di plastica e 134 specie animali ne sono vittime perché la ingeriscono. L’ultimo caso è la femmina di capodoglio che il 28 marzo si è spiaggiata in Sardegna: nel suo stomaco sono stati trovati 22 chili di plastica. «Mi ha dato la spinta anche l’enciclica Laudato si’ di Francesco. Ora dobbiamo agire. Le nuove generazioni si stanno muovendo: guardate cosa ha smosso la giovane Greta», conclude Finucci. «Io mi vergogno della mia nazione, penso di essere l’unico capo di Stato a volere che il suo Paese sparisca».
(Corriere della Sera, 9 aprile 2019)
di Francesco Battistini
Si chiama «sindrome Italia» colpisce moltissime donne che a casa hanno lasciato tutto, anche i figli
Nicoleta, sei una schifosa! Nicoleta, pulisci! Nicoleta, sta’ zitta! «Le sento sempre, quelle voci…». Nelle orecchie ronzano ancora le urla del vecchio malato d’Alzheimer e di sua moglie. Nella mente, i ricordi della casa di Treviso: una prigione senza sonno e senza permessi, né sabati né domeniche. […] Nicoleta sta seduta a fissare le ortensie della clinica. Ogni mezzogiorno, stessa panchina. Dieci anni da badante e ora più nessuno a cui badare, nemmeno se stessa. Il tempo, lo trascorre a fare la terapia: «Quando sono tornata a casa, nel 2012, mi sono accorta che parlavo con le voci. Mi sentivo prigioniera, non dormivo mai, scappavo. Avevo attacchi di panico, piangevo. I miei due figli mi guardavano come una sconosciuta. Avevano ragione: erano cresciuti senza vedermi, ormai era passato troppo tempo…» […]
Ahi serva Romania, di dolore ostello. All’Istituto psichiatrico Socola di Iaşi, le Nicolete ricoverate sono più di duecento l’anno. Depresse, inappetenti, insonni, schizofreniche, ansiose, impanicate, allucinate, ossessionate. Impazzite. Aspiranti suicide. Badanti che prendiamo in casa e crediamo di conoscere – nel nostro Paese sono circa un milione – […] Il loro disturbo ha un nome scientifico che ci provoca, in quanto maggiori importatori europei d’affetto a pagamento: «sindrome Italia». Uno stress diagnosticato e chiamato così per la prima volta da due psichiatri di Kiev: nel 2005, avevano osservato sintomi comuni a molte ucraine e romene e moldave, ma pure filippine o sudamericane. Tutte emigrate per anni ad assistere anziani nell’Europa ricca, lontane da figli e mariti. «Più che una malattia, la “sindrome Italia” è un fenomeno medico-sociale», spiega Petronela Nechita, primaria psichiatra della clinica di Iaşi: «C’entrano la mancanza prolungata di sonno, il distacco dalla famiglia, l’aver delegato la maternità a nonni, mariti, vicini di casa… Abbiamo molta casistica. S’è aggravata quando le romene dal Meridione, dove lavoravano nei campi ed erano pagate meno, si sono spostate ad assistere gli anziani del Nord Italia: tra le nostre pazienti ci sono soprattutto quelle che rifiutavano i giorni di riposo e le ore libere per guadagnare meglio, distrutte da ritmi massacranti. Nessuno può curare da solo un demente o una persona non autosufficiente: 24 ore al giorno, senza mai una sosta. Col fardello mentale di quel che ci si è lasciati alle spalle. Anch’io e lei ci ammaleremmo». Al ritorno in Romania, la terapia della «sindrome Italia» può durare anche cinque anni e di rado la passa la mutua: 240 euro ogni dodici mesi, uno stipendio medio. Un terzo delle ricoverate tenta almeno una volta il suicidio, e spesso ci riesce. Ma è una strage silenziosa, perché di solito è la famiglia a chiedere d’aggiustare l’atto di morte: nella regione più povera dell’Ue, nella Iaşi «dalle cento chiese», com’è soprannominato questo capoluogo della Moldavia romena che Bergoglio visiterà in giugno, i pope ortodossi negano funerali e cimitero a chi si toglie la vita.
Villaggi spopolati.
C’è un sentimento quasi intraducibile, dor, che tutte le badanti conoscono: la brama di quel che s’è abbandonato, lo struggimento per ciò che non si ritroverà più, l’ansia che tanta sofferenza finisca. «Mi am un singur dor/ în linistea serii/ sa ma lasati sa mor», ho un solo dor, nel silenzio della notte lasciatemi morire… Sono versi di Mihai Eminescu, grande poeta locale: […] dove nacque, Botoşani, oggi spopolato dall’emigrazione, rivive grazie a una sindaca che s’è organizzata ottenendo in Germania e in Spagna («ma non in Italia») contratti regolari e turni di lavoro più umani. Lo stesso a Butea: hanno asfaltato la strada, aperto asili per i bimbi abbandonati, comprato pullmini che ogni mese riportino a casa le mamme. […]
Su via Națională dietro la stazione di Iaşi, fra sale scommesse e locali di striptease, s’incontra un’umanità partente che tutte le albe fa la fila alle corriere Flixbus, AmiTuring, Atlass: 70 euro il viaggio per Padova, 110 fino a Palermo, […]
«A voi italiani non importa nulla dei genitori, prendete una badante e ciao, vi fate la vostra vita – piange Elena Alexa, 60 anni e da cinque in cura -. Ho lavorato a Verona. In nero. Mi davano poco da mangiare: ero diventata 50 chili, curavo un anziano che ne pesava cento. Avevo diritto a sei mezze mele la settimana: ogni giorno, lui ne mangiava metà e io l’altra metà. Mi mettevano un letto sul corridoio, dove dormiva il cane. E le parolacce, le mani addosso: romena figlia di p…, siete tutti morti di fame! Piano piano, mi sono venuti attacchi di panico, un dolore fisso alla gola. Intanto la mia famiglia andava in rovina. Avevo abbandonato i miei genitori per curare quelli di altri. Il mio bambino dormiva con la foto sotto il cuscino, tremava sempre, mi telefonava: torna a casa, se no vado sul tetto e mi butto giù… A 19 anni, aveva già i capelli bianchi».
«Effetti collaterali»
È la persona che santifica il luogo, dicono i romeni. E sono i suoi gesti a raccontarlo: a metà marzo, una tredicenne s’è impiccata. L’ultimo caso. Un effetto collaterale della «sindrome Italia» che colpisce anche i 750mila figli delle badanti, i cosiddetti orfani bianchi, narrati nei romanzi di Ingrid Coman: «È un cliché pensare che tutti gli italiani siano indifferenti alla situazione delle badanti – commenta la scrittrice, che sta spostando la famiglia a Iaşi -. Non generalizzerei. La comprensione appartiene alla persona, non alla società. Poi, però, è un dato di fatto che in Italia siamo di fronte a numerosi casi di schiavismo. E alle conseguenze che questi provocano». Silvia Dumitrache, leader italiana dell’Associazione donne romene, tiene il conto dei bambini suicidi che non hanno retto l’abbandono: un centinaio, a tutt’oggi. Nella clinica di Iaşi, nascosti al mondo, sono ricoverati trenta piccoli depressi gravi. […]
I disagi dei left behind sono diversi. Rabbia, ansia, difficoltà d’apprendimento: «C’è chi ha la madre via, e se ne vergogna. Chi vive coi nonni, e sono troppo anziani. Chi coi vicini, troppo estranei. Chi è rimasto proprio solo. I genitori a volte se ne vanno in Italia e non delegano la potestà: spariscono per mesi, non contattano mai la scuola. Magari cambiano scheda telefonica e i figli non hanno neanche un numero da chiamare». A una certa ora della sera, le biblioteche dei villaggi si riempiono dei ragazzini più poveri: wi-fi a disposizione, per parlare finalmente con l’Italia. «Il periodo duro della mia vita fu quando partirono sia mamma che papà – racconta un orfano bianco, Mihael Chiriac -. Il più bello, il primo Natale insieme. Avevo 10 anni, oggi ne ho 22. E mia madre è ancora a Taranto. La sento due volte al giorno, ma non è lo stesso. La voglio qui. Ho due fratelli più piccoli: quasi non la conoscono».
In una casetta ben rifatta di Comarna, al civico D786, Elena Tescovina è appena tornata da Firenze e da Milano: «Otto anni! Uscivo di casa solo per buttare la spazzatura…». L’hanno convinta sua figlia – «mamma, piuttosto mangiamo una cipolla, ma non partire più!» – e una tristezza incontenibile: «Nessuno può capire come sono stata». Quel che ha ritrovato qui, non le piace. Liti, botte, alcol. La convivenza con un marito irriconoscibile, tra i rancori di lei per lui («non hai mai avuto un lavoro!») e i rimproveri di lui a lei («parli troppo, sembri un’italiana!»). Pura sindrome. Le consigliano tutti d’andare in clinica. Elena piange, si danna. Ma per ora no: «Io guarisco lavorando». Il pomeriggio fa 15 chilometri di bus fino a Iaşi. Indossa una divisa, è guardia giurata. Turni di notte: «Devo badare ai negozi». E dice proprio così: badare.
Corriere della Sera, 8 aprile 2019
Una lettera aperta a firma della scrittrice Ingrid Corman, di critica a questo testo, si può leggere sul blog “Cultura Romena”:
Per conoscere storie molto diverse di badanti immigrate in Italia, consigliamo «Il mio paese adesso sono due», di Liliana Di Ponte e Daniela Simi, ed. ETS, 2017, € 12,00. Il report della presentazione del libro, che si è tenuta alla Libreria delle donne il 28 ottobre 2017, si può leggere qui: http://www.libreriadelledonne.it/il-mio-paese-adesso-sono-due-2/
(La redazione)
di Carla Pecis
Si apre il prossimo 11 maggio la 58a Biennale d’Arte di Venezia, uno degli appuntamenti artistici e culturali più importanti del mondo. Gli organizzatori sottolineano l’ulteriore incremento di presenze alla rassegna di quest’anno di artiste da tutto il mondo, a cui i diversi Paesi hanno affidato i propri padiglioni. Paesi e continenti diversi, in cui diversissime sono le condizioni di vita e i progetti delle donne. Queste artiste ne sono certamente una rappresentanza e un’eccellenza, per molte realtà anche una speranza per il futuro.
Renate Bertlmann – Austria. L’artista viennese è nota per il suo impegno femminista, molte delle sue opere indagano il ruolodella donna nelle società contemporanee.
Eva Rothschild – Irlanda. Da Dublino ha promesso di portare a Venezia sculture e installazioni con forti connotazioni politiche.Al femminile anche l’altra figura presente nella organizzazione del padiglione irlandese, MaryCremin.
Cathy Wilkes – Gran Bretagna. Nata a Belfast, vive a Glasgow ed è la terza donna a cui viene affidato il padiglione (2015-2017-2019). “È nota per le sue installazioni che ricreano ambientazioni domestiche intime e al tempostesso strazianti anche grazie all’uso di manichini.”
Laure Prouvost – Francia. Nata a Lille, l’artista quarantenne è stata scelta dalla Francia per il suo alto profilo internazionale, lasua è una voce già molto conosciuta nel mondo, utilizza innovative tecniche che nella loro diversitàpropongono argomenti intimi e universali.
Scozia – Charlotte Prodger. Nella sua pratica artistica utilizza video, suono, scrittura e scultura. A Venezia presenta un videobasato sull’esplorazione della vita e dei paesaggi dell’ambiente rurale da cui proviene, “dovepaesaggio e bellezza sono intrinsecamente legati, sono eccitata dai fluidi confini dell’identità,specialmente i confini percepiti di genere e geografia”.
Hong Kong – Shirley Tse. Presenta installazioni comprensive di scultura, fotografia video e testi. Ha già esposto in California,a Cambridge e al Museo d’Arte Moderna di Minsk. È la prima volta che Hong Kong affida ad unaartista la sua rappresentanza alla Biennale di Venezia.
Georgia – Anna K.E. È nata a Tiblisi e lavora tra Germania e Stati Uniti. Al centro dei suoi lavori pone la storia delfemminismo, del modernismo e dell’evoluzione tecnologica. Il padiglione della Georgia sarà curatoda Margor Norton, curatrice del New York Museum.
Taiwan – Shu Lea Cheang. Il progetto presentato si intitola “3 x 3 x 6” e si riferisce al nuovo modello architettonico delle prigioniindustriali con le loro singole celle di 9 metri monitorate da 6 telecamere. È una denuncia contro isistemi di controllo all’interno delle carceri, che sia allarga alla denuncia dei sistemi di sorveglianzadiffusa nelle società contemporanee. Una testimonianza angosciante, per esplorare le possibilistrategie di resistenza, per una ricerca della dignità contro le forme di repressione e controllo. Datrent’anni l’artista “ha trattato il tema del disfacimento delle rappresentazioni di genere, dellasessualità e della razza”.
Danimarca – Larissa Sansour. L’artista e cineasta di origine palestinese è stata scelta a rappresentare la Danimarca, suo paesed’adozione, perché le è riconosciuta “la capacità di affrontare questioni rilevanti non solo per laDanimarca ma per il mondo intero. Analizza le attuali condizioni politiche e gli aspetti universali dellacondizione umana associati all’identità e al senso di appartenenza”.
Emirati Arabi Uniti – Nujoom Alghanem. È stata affidata alla cineasta Nujoom Alghanem, originaria di Dubai, la rappresentanza degli Emiratialla Biennale 2019, “per le sue proposte letterarie innovative e le audaci realizzazionicinematografiche.” Aveva già esposto nel 2017 in una collettiva con altri quattro artisti dell’area. Haprodotto documentari e cortometraggi d’arte, per i quali è stata premiata, e come poetessa hascritto otto raccolte: “le forme e i soggetti della mia poetica sono modellati dalla mia esperienzapersonale nel contesto di una società in trasformazione, come donna ho trovato interessanteconcentrarmi su storie femminili della nostra società e del mondo arabo meritevoli di attenzione”.
Turchia – Inci Eviner. Inci Eviner rappresenta la Turchia all’interno di un padiglione corale che ospita diversi stili, con lacollaborazione di diverse pratiche artistiche. La sua installazione si intitola “We Elsewhere” (Altrove)e con vari elementi compositivi (suono, danza, fotografia) riflette sui temi delle migrazioni, sui luoghie i ricordi.
Pakistan Naiza Khan. È la prima partecipazione del Pakistan alla Biennale di Venezia. Il paese sarà rappresentato Naiza Khan, che vive tra Londra e Karachie che dedica la sua attenzione all’evoluzione della vita pubblica in alcune zone del Paese, inparticolare della città di Manora, a sud di Karachi. Ha dichiarato la sua volontà di favorire con il suolavoro “un dibattito più largo che colleghi Venezia alle penisole persiane-indiane-arabe attraversole storie degli imperi e del commercio marittimo”.
Portogallo – Leonor Antunes. L’artista ha ricevuto grandi riconoscimenti internazionali (la recente mostra Hangar Bicocca aMilano, nel 2018). Usa materiali tradizionali (corde, legni, sugheri, pelli) che lavora con tecnichetradizionali e con le sue sculture “reinterpreta la storia dell’arte”. A Venezia riprenderà la storiaculturale della città, dei suoi architetti, designer e mecenati.
Italia – Chiara Fumai e Liliana Moro. L’Italia dedica il suo padiglione a sue due importanti artiste.In ricordo di Chiara Fumai, scomparsa nel 2017 – l’artista romana ha messo al centro della sua ricercail ruolo della donna “analizzando in maniera anarco-femminista il sistema dell’arte” e ha utilizzatotecniche e performance diverse. Nel 2013 in un video di grande impatto aveva ripreso la critica (unavera e propria requisitoria) contro un sistema dell’arte “ancora tremendamente fallocratico”. Pocoprima di morire ha vinto il Premio New York. Liliana Moro è molto nota all’estero, diplomata a Brera, con altri ha fondato Lo Spazio di Via LazzaroPalani a Milano, riferimento artistico a livello internazionale. “Ha fatto della messa in scena dellarealtà, che può essere al tempo stesso crudele e poetica, la sua cifra stilistica”.
Appuntamento alla Biennale d’Arte di Venezia – 11 maggio/27 novembre 2019
(Mediterranea, Udi Catania, 8 aprile 2019)
di Alessandra Pigliaru
Presentata ieri nella sede della Fnsi, la prima «Indagine sulle
molestie sessuali nel mondo dei media» con dati che fanno riflettere sullo
stato di salute delle relazioni tra i sessi nell’ambito del giornalismo
italiano. L’esito dei questionari (i completati e restituiti in forma anonima
sono stati 1132 su un totale di 2775) è preoccupante e grave: l’85% delle
giornaliste – che lavorano in tv, radio, agenzie, quotidiani e online –
dichiara di aver subito, nel corso della vita, molestie sessuali; negli ultimi
5 anni quasi il 70%. L’intenzione dello studio, pensato dalla Commissione Pari
Opportunità della Federazione nazionale della stampa (in collaborazione con
Casagit, Inpgi, Usigrai e i patrocini di Agicom e Odg con la sapiente
consulenza di Linda Laura Sabbadini) era quella di rilevare quanto accade nel
mondo del giornalismo italiano femminile e in che misura le molestie, fisiche,
verbali o eventuali violenze siano presenti o si siano verificate.
Inviti, richieste e pressioni coprono il 51,9% delle molestie ricevute durante
il corso della vita, l’80,7% sono invece ascrivibili a battute e sguardi,
mentre intorno al 35% risultano i ricatti sessuali con la specifica di chi, tra
le giornaliste, si trovava allora in una condizione di precariato. Altro dato
serio è che, nella maggior parte dei casi, le molestie sono state subite
all’interno della redazione alla presenza di altri colleghi – perlopiù di pari
livello – e da parte di diretti superiori, di età tra i 50 e i 60 anni.
Nell’80% dei casi, chi ha assistito non è intervenuto. Quasi il 100% dei casi
non sono stati denunciati per varie ragioni, perché l’episodio era isolato
oppure per «l’inutilità» di rivolgersi alle vie legali. A leggere le 44 pagine
dettagliate, emerge un clima almeno connivente in cui vengono sdoganate
pratiche di prevaricazione ai danni delle donne. Una «questione maschile»
piuttosto ingombrante da discutere e prendere in considerazione al più presto,
ci si augura.
(il manifesto, 6 aprile 2019)
di Annalisa Camilli
Pubblichiamo alcuni stralci del reportage di Annalisa Camilli apparso su Internazionale:
«Sono diventata femminista quando ho cominciato a frequentare le lezioni della filosofa femminista Adriana Cavarero all’università di Verona: sono entrata nell’aula e mi sono accorta che la professoressa si rivolgeva alla classe con il femminile plurale, diceva “tutte” invece di “tutti” e ogni volta che usava il plurale femminile si alzava un brusio. Ho capito in quel momento che c’era un problema che andava affrontato, è stata una specie di folgorazione, e così mi sono laureata con Cavarero e ho cominciato a frequentare il gruppo storico delle femministe di Diotima», racconta la giornalista e attivista Giulia Siviero, tra le fondatrici del gruppo veronese di Non una di meno e tra le organizzatrici della manifestazione che si contrappone per tre giorni al tredicesimo Congresso mondiale delle famiglie, in corso dal 29 al 31 marzo a Verona.
Siviero ha raccontato nei suoi articoli per Il Post le trasformazioni della città dove è nata e cresciuta e che nelle ultime settimane è tornata nelle cronache dei giornali di tutto il mondo per il Congresso delle famiglie, che per la prima volta si svolge in uno dei paesi fondatori dell’Unione europea, con un largo appoggio istituzionale come quello di alcune delle più alte cariche dello stato italiano […].
Mentre nel palazzo della Gran Guardia […] andava in scena l’inaugurazione del Congresso dei pro-life, nella sala di un’associazione di Veronetta, il quartiere universitario della città, si svolgeva la conferenza stampa di presentazione della “Verona transfemminista”, la contromanifestazione che culminerà in un grande corteo per le vie della città sabato 30 marzo e a cui hanno aderito organizzazioni femministe di tutto il mondo, insieme anche ad associazioni lgbt, partiti e sindacati.
Una lunga storia di resistenza
[…] Verona è un punto di osservazione interessante per capire cosa sta succedendo in Italia e in Europa sui temi cari ai nuovi movimenti cattolici e ai partiti dell’estrema destra in vista delle elezioni europee di fine maggio.
Ma per Giulia Siviero Verona ha anche una lunga storia di resistenza dei movimenti lgbt, antifascisti e femministi. La comunità di Diotima – fondata da Luisa Muraro, Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Adriana Cavarero – è una realtà storica del femminismo italiano, che ha elaborato il pensiero della differenza. Una nuova linfa all’attivismo e al pensiero femminista è arrivata in città con la creazione del gruppo Non una di meno, legata all’esperienza del femminismo internazionale. Le femministe della città sono state capaci di portare l’attenzione, nell’autunno del 2018, su una mozione antiabortista presentata dal consigliere leghista Alberto Zelger […].
Il 4 ottobre, mentre il consiglio comunale della città approvava la mozione contro l’aborto, alcune attiviste del movimento femminista Non una di meno seguivano in silenzio la seduta indossando i mantelli rossi e le cuffie bianche proprio come le ancelle del romanzo distopico di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, diventato in tutto il mondo il simbolo della lotta delle donne contro la strumentalizzazione dei loro corpi e i tentativi di limitare la loro autodeterminazione. In questo modo riuscivano a portare l’attenzione dei mezzi d’informazione su questo tema.
«Non una di meno nasce tre anni fa come movimento che mette insieme realtà diverse, tutte noi veronesi avevamo avuto a che fare con la comunità di Diotima e per loro c’è un grande riconoscimento, però abbiamo delle pratiche completamente diverse da quelle delle femministe storiche: non siamo separatiste e per noi la manifestazione di piazza è essenziale all’esperienza politica», spiega Siviero.
[…] Non una di meno Verona è un movimento che si definisce “intersezionale” […]. «È per questo che il movimento si sta imponendo a livello globale, perché riesce a tenere insieme un programma politico vasto», afferma Siviero. «A Non una di meno si sono avvicinate molte ragazze che sono attratte da questo aspetto inclusivo».
Per Siviero l’elemento più importante della tredicesima edizione del Congresso mondiale delle famiglie è il fatto che si svolga in Italia, un paese che è nel cuore dell’Europa: «Il Congresso ha il pieno appoggio del governo giallo-verde, questo è un segnale molto preoccupante, finora questo tipo di congressi che raccolgono antiabortisti di tutto il mondo si erano svolti in paesi che non sono considerati campioni di libertà, il fatto che si sia svolto in Italia con il patrocinio delle istituzioni è molto grave».
Da tutto il mondo a Verona
Mentre [si apre] il Congresso
mondiale delle famiglie, a Verona cominciano ad arrivare attiviste e collettivi
femministi da tutta Europa per partecipare alla grande manifestazione di
sabato. Tra loro Vanessa Mendoza Cortés, 39 anni, psicologa e attivista per la
legalizzazione dell’aborto in Andorra. «Sono una psicologa sociale
specializzata in violenza di genere, sono nata e cresciuta ad Andorra, […] ho
studiato e lavorato a Barcellona, ma poi sono tornata ad Andorra dove ho
fondato un’associazione che si chiama Stop
violències, che lotta contro la violenza di genere e chiede la
legalizzazione dell’aborto nel paese, almeno per i casi più estremi», spiega
Mendoza Cortés. […] «[Ad Andorra] non
è possibile abortire nemmeno nei casi di malformazione grave del feto, in
queste situazioni le autorità chiedono alle donne di partorire, anche se il
bambino non ha nessuna possibilità di sopravvivere», continua l’attivista. […] «A
volte mi viene da piangere quando penso alle donne che nel mio paese mi
chiamano ogni giorno per interrompere la gravidanza. Parlare di quello che
succede nel mio paese non è facile per me, ma partecipo volentieri a queste
manifestazioni internazionali perché mi fanno sentire che non siamo sole», afferma
Mendoza Cortés.
[…] Eugenia Ivanova, 39 anni, [è] fondatrice di Wide+ e Adliga, attivista contro la violenza sulle donne, arrivata dalla Bielorussia. «La famiglia è amore e rispetto», afferma Ivanova. «Non possiamo accettare un’idea di famiglia che cancella i diritti di una serie di persone, le condanna a stare fuori dalla società». In Bielorussia non c’è ancora sufficiente consapevolezza sulla violenza domestica, la violenza maschile sulle donne, che è molto diffusa. «[…] Il femminismo mi aiuta a fare delle scelte nella vita, significa essere quello che voglio essere, senza ricevere pressioni dall’esterno», conclude Ivanova. […]
(Internazionale, 30 marzo 2019)
Il servizio completo può essere letto sul sito:
L’europeista liberal che rompe il fronte di Visegrad ha ottenuto il 58,4% dei voti contro il 41,59% del commissario europeo all’Energia Maros Sefcovic
La Slovacchia ha scelto una donna come presidente per la prima volta nella storia del Paese. Europeista, ambientalista e paladina della lotta contro la corruzione, l’avvocatessa Zuzana Caputova, 45 anni, ha battuto nel ballottaggio di sabato il commissario Ue per l’Energia Maros Sefcovic, 52 anni, che era sostenuto dal partito di governo Smer-SD. I cittadini, dunque, hanno scelto il cambiamento anziché la continuità: il nuovo capo dello Stato sarà infatti una donna, divorziata e madre di due figli, senza alcuna precedente esperienza in politica, il che incarna la distruzione di molti stereotipi. Per gli analisti potrebbe trattarsi di un avvertimento allo Smer-SD in vista delle elezioni europee di maggio e di quelle legislative del 2020.
Caputova, che ha fatto della lotta alla corruzione il fulcro della sua campagna in un Paese segnato l’anno scorso dall’omicidio del giornalista d’inchiesta Jan Kuciak impegnato proprio nella stessa battaglia, ha ottenuto il 58,4% dei voti, contro il 41,6% del rivale Sefcovic. In questo Paese di 5,4 milioni di abitanti a maggioranza cattolica, la giurista è riuscita a raccogliere consensi anche nelle zone rurali più conservatrici nonostante le sue aperte prese di posizione a favore dell’aborto e dell’estensione dei diritti per le coppie gay. Non ha esitato a dire, per esempio, che un bambino “vivrà meglio con due persone dello stesso sesso che si amano” piuttosto che in un orfanotrofio. Molti, tuttavia, sottolineano che l’affluenza è stata debole, attestandosi al 41,79%.
Le prime parole pronunciate dopo la vittoria sono state un appello all’unità. “Cerchiamo quello che ci unisce, mettiamo la cooperazione al di sopra degli interessi personali”, ha affermato la presidente eletta, secondo cui l’esito elettorale dimostra “che è possibile non cedere al populismo” e “guadagnarsi la fiducia della gente senza ricorrere a un lessico aggressivo e ad attacchi personali”. Il suo insediamento alla presidenza avverrà con il giuramento del 15 giugno, alla scadenza del mandato di Andrej Kiska. In Slovacchia il capo dello Stato non governa, ma ratifica i trattati internazionali e nomina i più alti magistrati; è anche comandante in capo delle forze armate e dispone del diritto di veto. Il premier Peter Pellegrini, subito dopo la pubblicazione dei primi risultati, ha detto che spera in una “cooperazione costruttiva”.
Caputova ha promesso impegno per una giustizia più efficace e indipendente, nonché protezione dell’ambiente, sostegno alle persone anziane e una riforma della giustizia che privi “procuratori e polizia di ogni influenza politica”. Nota per battaglie ambientali come quella condotta nella sua città natale di Pezinok, dove è riuscita a bloccare con successo il piano per una discarica, Zuzana Caputova è fra le migliaia di manifestanti che l’anno scorso sono scesi in piazza scioccati dall’assassinio di Kuciak e della sua fidanzata, uccisi mentre il reporter si apprestava a pubblicare un articolo su presunti legami fra uomini politici slovacchi e la ’ndrangheta. Le massicce proteste ebbero un effetto sul governo del partito Smer-SD portando alle dimissioni del premier ministro Robert Fico, che resta tuttavia capo dello Smer-SD e alleato dell’attuale premier Pellegrini. Finora sono stati effettuati cinque arresti, fra cui il presunto mandante dell’omicidio, un multimilionario che avrebbe legami con il partito Smer-SD, e giovedì l’Europarlamento ha invitato la Slovacchia a portare avanti l’inchiesta.
La Stampa, 31 marzo 2019
di Elisa Scapicchio
Non era un architetto, eppure Maria Lai, nel 1981, riuscì a ricucire il tessuto sociale del suo paese con un’operazione che a distanza di quasi quarant’anni viene ancora ricordata come episodio ante litteram di arte relazionale. L’opera si intitolava Legarsi alla montagna, e a differenza delle performance e operazioni sul territorio degli anni Sessanta e Settanta (che lavoravano sull’effimero coinvolgendo spazi inconsueti per l’arte restando sempre opere personali dell’artista) qui, ad essere protagonista assoluto, fu l’ntero paese di Ulassai, piccolo centro nel cuore della Sardegna. Un’operazione che la stessa Maria Lai definì come «una scommessa tra me e il mio paese» e che, scavando tra i ricordi di infanzia e della gente, trovò risposta in una storia, una fiaba nota ai bambini da infinite generazioni, soggetta, come vuole la tradizione orale, a innumerevoli variazioni, ma dalla morale sempre intatta.
La leggenda narrava di una bambina mandata sulla montagna a portare del pane ai pastori. Giunta a destinazione, la piccola li trovò tutti rifugiati in una grotta per proteggersi dal temporale in arrivo. Ad un tratto però, vide passare un nastro celeste portato dal vento. La bambina, per lo stupore, corse fuori dal rifugio, riuscendo così a salvarsi dalla frana che sarebbe giunta di lì a poco. Maria Lai ritrovò in questa storia d’infanzia alcune analogie con la sua vita. Così come la bambina si era salvata dal crollo della grotta grazie al passaggio di quel nastro azzurro, allo stesso modo la comunità di Ulassai si sarebbe salvata dalla montagna ritrovando le proprie radici etniche e la propria memoria storica. Prendeva forma dal racconto l’idea dell’artista, «un’immagine disegnata con un nastro celeste su tutto il paese, che leghi le case tra loro segnando dei ritmi negli spazi delle strade, e le case alla montagna».
«Quando tutti si aspettano di vedermi all’opera, io invito ognuno a mettersi all’opera» raccontò. L’operazione durò 3 giorni, durante i quali il piccolo centro di Ulassai venne (col)legato – passando di casa in casa – da 26 chilometri di tela jeans, superando così inimicizie e attriti tra famiglie. Un intervento che riuscì a riunire quell’aggregato di edifici che mancava di coesione sociale, sottolineando come, in realtà, un paese sia un gruppo eterogeneo di persone che comunicano tra loro attraverso lo spazio e che riporta a un tema, oggi molto attuale anche in architettura, quale quello del rapporto tra spazio fisico, luogo e comunità. A seguito di una grande donazione di opere da parte di Maria Lai, nel 2006, grazie alla ristrutturazione dei locali dell’ex-stazione ferroviaria in disuso a valle del paese, ha preso vita il museo La Stazione dell’Arte, punto di arrivo dell’ambizioso progetto che l’artista e il paese di Ulassai hanno coltivato per oltre un trentennio, a partire dal magico evento di Legarsi alla montagna.
Dopo la mostra appena terminata a Sassari – Art in Public Space, il recente 33° posto della Stazione dell’Arte nel censimento dei Luoghi del Cuore del Fai e la dedica di una piazza nella città di Cagliari (inaugurata lo scorso 5 febbraio), di seguito elenchiamo le mostre – in corso e future – che celebreranno la grande artista e il suo pensiero così radicato alle origini, a cent’anni dalla sua nascita.
Maria Lai. Sguardo Opera Pensiero. Ulassai, Stazione dell’arte – fino al 19 marzo 2019 Prendendo il titolo dalla tesi dell’artista per il conferimento della laurea honoris causa nel 2004, il progetto espositivo, curato dal direttore Davide Mariani e pensato come un itinerario, intende indagare l’opera di Maria Lai svelando il processo creativo dietro la realizzazione dei suoi lavori.Tredici stazioni tematiche in cui viene dato ampio risalto alle strategie comunicative da lei sperimentate per avvicinare l’arte alla gente.Ad affiancare la mostra anche un ampio calendario di laboratori didattici per bambini, durante i quali, partendo dalle opere esposte, saranno previste diverse attività ludiche e creative incentrate sulla lettura dell’opera d’arte contemporanea.
Room – L’anno zero. Maria Lai. Firenze, Museo Novecento – fino al 28 marzo 2019
«Amo il presepe – diceva l’artista – come esperienza di qualcosa che, più ne indago l’inesprimibile, più trovo verità, più divento infantile e ingenua, e più rinasco».La mostra, al piano terra del Museo Novecento di Firenze, è interamente dedicata a uno dei temi più cari a Maria Lai: i presepi in terracotta, pietre, stoffa e legno. Manufatti poveri costruiti con sapienza antica, miniature che nascondono il desiderio di pace e fratellanza, piccole scenografie che riportano sulla superficie di un piatto i sogni e le utopie, il mondo e la storia. Ogni presepio è un’invenzione inedita che non si ripete mai, rinnovando ogni volta la matrice originale.
Maria Lai. Opera Sola. Cagliari, Galleria Comunale d’Arte – fino al 10 febbraio 2020
Quattro opere sole, in rotazione, che seguiranno il corso delle stagioni. Fino a maggio, la Galleria Comunale d’Arte di Cagliari ospiterà un capolavoro inedito di Maria Lai di fine anni Cinquanta. Seguirà poi, fino a settembre, l’esposizione del Telaio del 1965. Nei mesi di ottobre e novembre verrà esposta una Tela cucita del 1978 concludendo il ciclo, da dicembre, con la presentazione di una Geografia del 1988.La scelta di esporre un’opera alla volta nasce dalla volontà di comprendere, in uno spazio fisso e concluso, un percorso di conoscenza e di avvicinamento estatico ed estetico all’opera e all’arte, al fine di promuovere una nuova visione del museo. Un’iniziativa ispirata dal suo pensiero e dedicata alla sua arte e al gioco, lo stratagemma proposto da lei stessa perché «con parole chiare e regole semplici, come in un gioco di bimbi, possiamo comprendere e vivere l’arte».
Maria Lai. Tenendo per mano il sole. ROMA, Museo MAXXI | 19 giugno 2019 – 12 gennaio 2020
Il Maxxi rende omaggio a Maria Lai con la mostra monografica Tenendo per mano il sole, intitolata come la sua prima fiaba cucita realizzata dall’artista nel 1983.Oltre 100 i lavori esposti, libri cuciti, sculture, opere pubbliche e i suoi celebri telai. Una sintesi della sua biografia complessa e affascinante, per sottolineare il suo essere pioniera nella ricerca dell’arte relazionale, coniugando sensibilità, tradizioni locali e codici globali.
(Tottus in pari. Emigrati e residenti la voce delle due “Sardegne” n. 753, febbraio 2019)
di Clara Jourdan
Ringrazio Laura Colombo e Laura Milani per l’articolo La rete toglie, la rete dà… (29 marzo 2019), che ha aperto sul sito della Libreria delle donne la riflessione su una questione molto importante e ormai urgente, la rete e noi, a cui vorrei contribuire analizzando alcuni problemi a partire dalla mia esperienza, perché anch’io non rinuncio alla rete, e cerco di agirvi la mia scommessa politica.
Premetto che sono d’accordo con l’affermazione di Laura Colombo e Laura Milani che anche quando c’è di mezzo la rete, “non è sensato dare tutta la colpa alla rete per singoli comportamenti umani violenti”: trovo giusto e opportuno sottolinearlo in questo sito, perché quando si tratta di relazioni tra donne, tra sé e sé e con le altre, ci sono millenni di patriarcato alle spalle, cioè di separazione dalla madre e assenza di società femminile, che ancora pesano nel nostro inconscio, adesso che il patriarcato è finito e abbiamo creato società femminile: ci sono ferite storiche profonde che non conosciamo abbastanza e che influenzano le nostre reazioni, agganciandosi ai meccanismi della rete e ampliandone gli effetti in maniera spesso distruttiva. Tanto che diversi episodi di questi ultimi anni mi fanno dubitare che sia realmente possibile praticare conflitti tra donne: non ne abbiamo esempi, né d’altra parte possiamo imparare dagli uomini, che come sappiamo si picchiano, si uccidono e addirittura sterminano intere popolazioni quando non vanno d’accordo. Tenerlo presente è necessario per cercare di non sottostare a quelle sollecitazioni delle nostre emozioni che ci tolgono libertà. Se possibile.
Il primo problema della rete per me è stato ed è tuttora l’evitamento a guardare sul serio i problemi della rete. Me ne sono accorta parecchi anni fa quando il nipote quindicenne di una mia cara amica perse la vita gettandosi da una finestra di casa in un “gioco” (non credo fosse davvero un gioco ma non so come chiamarlo) in internet e io ne parlai con una amica più addentro di me nella rete. Invece dell’aiuto a capire come avesse potuto succedere ebbi una risposta irritata, che quelle cose succedono anche senza la rete. Sbalordita da tale reazione, ho pensato che ci fosse qualche impedimento forte a ragionare sulla rete per chi la frequenta intensamente, tipo “non sputare nel piatto in cui mangi”. Adesso mi torna in mente una frase di Sara Gandini che ho ascoltato a un seminario di Diotima alcuni anni fa (cito a memoria): che riguardo alla rete ci sono gli entusiasti e i critici. Io mi sentivo di essere entrambi e continuo a pensare occorra tenere insieme entusiasmo e critica, ma mi rendo conto che la separazione è ancora vera. Oggi si leggono e sentono sempre di più analisi critiche su vari aspetti della rete, ne abbiamo parlato anche in Via Dogana 3, ma sotto sotto è come se restasse un aut aut, essere pro o essere contro. Un sospetto continuo che non aiuta. Perciò quando si vuole criticare la rete bisogna sottolinearne ogni volta la positività. In fondo sono solo una ventina d’anni che la usiamo correntemente. Non è come per i coltelli, che se vuoi dire che il coltello di ceramica può essere pericoloso non c’è bisogno di aggiungere che i coltelli sono utilissimi anzi indispensabili.
Il problema che più mi tocca in questo momento è l’influenza della rete nelle nostre relazioni. È difficile se non impossibile valutarne l’entità, siamo solo agli inizi dell’epoca digitale con la sua mutazione antropologica, ma penso che possiamo e dobbiamo fare uno sforzo di osservazione in noi stesse, nelle nostre relazioni, per vedere almeno il come accade. Nella posta elettronica in molte abbiamo notato come le cose negative vengano amplificate, a volte basta una sfumatura poco gentile a scatenare una reazione emotiva, quanto meno un fastidio, che a sua volta se espresso magari involontariamente nella risposta innesca un circolo vizioso. Mi è capitato un piccolo episodio del genere che si è risolto perché l’altra ha preso il telefono e ci siamo chiarite: è stata una fortuna, e le sono grata, perché io invece ero rimasta intrappolata nel diverbio email. Questo per dire che essere consapevoli dei rischi non impedisce di caderci. E ci sono stati raffreddamenti, perfino rotture di rapporti, anche tra donne a me vicine, che certamente hanno motivi importanti e pregressi ma che io sento legate a questo modo di comunicare che è scrittura ma nell’intenzione è parlare, e sostituisce il parlarsi, quel parlarsi che è all’origine del movimento delle donne e la sua grande risorsa. In rete si scrive come se si parlasse, ma senza la mediazione del corpo, della voce, della presenza fisica, l’effetto è quello della scrittura, e di una scrittura priva della presa di distanza caratteristica dello scrivere per farsi leggere: quindi risulta una comunicazione senza alcuna mediazione, incivile. Che resta: scripta manent. Può anche andare bene se si dicono cose belle, ma è assolutamente pericoloso per le critiche. Su questo problema so che si può intervenire, facendo attenzione innanzitutto al proprio modo di starci e tenendo presente la delicatezza delle relazioni tra donne. Io ho tre principi per usare al meglio le grandi opportunità della rete: 1) curare con precisione l’elaborazione dei messaggi, in particolare rinunciando alle tiritere e leggendo l’effetto che fa prima di spedire; 2) le critiche importanti farle a voce se possibile, se no metterle in positivo (la scrittura lo consente); 3) mai rispondere subito alle email (a meno che si tratti di informazioni brevissime e urgenti), questo evita la reattività e consente di dare una risposta più soddisfacente anche per me. Ne ho la conferma quando mi lascio scappare una risposta immediata, sia pure curata: poi me ne pento e mi viene in mente quello che avrei dovuto invece dire. Ed è un’occasione perduta, se non peggio, un danno. Proprio perché in rete agiamo politicamente. Questo di agire sempre politicamente e non reattivamente va tenuto come un punto fermo, in presenza del fatto che la rete favorisce al contrario come sappiamo l’usarla come sfogatoio immediato e pubblico delle frustrazioni, una rinuncia a pensare per le difficoltà a fare politica in questo mondo tanto ingiusto. Nella rete viaggia di tutto, ci sono personalità che si divertono con le provocazioni, gli insulti, e come ricordavo prima vengono fuori con crudezza i problemi delle relazioni tra donne ereditati dal patriarcato. Ma è possibile non farci intrappolare da quelle e da questi, ne sono convinta, perciò spero con fiducia che le donne che hanno praticato rotture in rete ci ripensino; abbiamo tutte tanti difetti, e facciamo sbagli anche gravi, ma sono molti anni che scommettiamo sulla tenuta delle nostre relazioni. Sarebbe davvero il colmo che quello che non ha potuto il patriarcato contro di noi lo possa la rete! Non sappiamo come è cominciato il dominio patriarcale ma sappiamo come è finito: non ha avuto più il credito femminile. Non diamo credito ai meccanismi distruttivi del neutro universale tecnologico, non lasciamo che la rete diventi questo per noi.
(www.libreriadelledonne.it, 5 aprile 2019)
Dopo Piazzapulita un’altra intervista a Nichi Vendola a La 7, Aria che Tira. Vendola si dice contento (sic) che le femministe siano preoccupate per la “deriva mercantile” della Gpa (gravidanza per altri). Dice che se ci fosse stata la possibilità di adottare, lui avrebbe adottato. Vero? In Italia non avrebbe potuto ma il suo compagno è canadese e in Canada avrebbero potuto. Non dice, al solito, quanto gli è costata l’operazione e parla del solito “rimborso”. Parla pure di “donatrice” di ovulo.
Il rimborso è un modo di dire (falso) ma la donatrice è semplicemente falsa. Quando la donazione è richiesta dalla legge, ecco che cosa capita: “Mancano donatrici per l’eterologa: l’ipotesi di rimborso fino a 600 euro” (Corriere della sera, 23 dicembre 2018).
Torniamo a Vendola. Non fa alcun riferimento alla salute delle due donne (la gestante, cioè la madre secondo noi, e la pseudodonatrice), che per condurre l’impresa sono state bombardate di ormoni. Invece trova violenta e rifiuta l’espressione “utero in affitto” e spiega: quelle donne vogliono bene a Tobia. Ci crediamo: è figlio loro.
Alla domanda di Myrta Merlino: “Ma perché l’hanno fatto?”, la risposta non è perché avevano bisogno di soldi, ma “perché Britney e Charlene avevano un desiderio di dono”. La “donatrice era curiosissima di fare questa esperienza” (ovvero sottoporsi a cicli di stimolazioni ovariche, molto pericolosi, e farsi prelevare gli ovociti in anestesia generale). Gli uomini hanno sempre avuto strane idee sulle donne e sulla loro curiosità.
Quanto alla gestante, secondo Vendola sarebbe una che “ama partorire, è un genio del partorire”. Non commentiamo.
La redazione
(www.libreriadelledonne.it, 5 aprile 2019)
di Massimo Rebotti
Forse è la prima volta che una suora produce un film ma qui è successo: Who’s Romeo, girato grazie a suor Elisabetta del Centro culturale Asteria, mette in scena sei adolescenti del Gratosoglio alle prese con Shakespeare — e con le loro vite di ragazzi.
Il risultato promette bene: ancora non uscito nelle sale (solo l’anteprima al Cinemino), è già selezionato per rappresentare Milano in due festival internazionali (Swindon Independent e Port Orchard). «Abbiamo girato 70 ore, tantissimo: e quando, dopo due anni, le riprese sono finite, quel periodo mancava già a tutti», racconta il regista Giovanni Covini.
Come a volte accade, la scintilla si è accesa per caso: «Abito vicinissimo al Centro Asteria che aggrega giovani di diverse religioni ma mi sono deciso a entrare solo nel luglio 2016: un uomo alla guida di un autocarro aveva appena travolto la folla sulla Promenade des Anglais, a Nizza. La “guerra di civiltà” era sbarcata sul lungomare più romantico d’Europa — ricorda —. Sentivo il bisogno di parlare con giovani cristiani e musulmani insieme. E ho conosciuto suor Elisabetta che da 17 anni, attraverso attività culturali di tutti i tipi, fa proprio questo, crea occasioni per un incontro».
È stato subito sodalizio, e al regista è venuta l’idea: un docu-film con quegli adolescenti come protagonisti e il contrastato amore tra Romeo e Giulietta come pretesto per far emergere le loro vite, le loro storie. «Pensavamo a un film sul tema inter-religioso, in testa avevamo un messaggio pedagogico: l’integrazione, il dialogo. Ebbene, durante le riprese i ragazzi ci hanno spiazzato e hanno cambiato tutto», sintetizza suor Elisabetta.
Rilancia il regista: «La vita va per conto suo, si impone sul messaggio. Li abbiamo lasciati liberi di parlare dei loro veri problemi. Abbiamo constatato che una religione diversa, nei rapporti tra ragazzi, non lo è». La realtà ha fatto il resto: «Preferisco una macchina da presa che segue in un modo imperfetto la realtà così com’è piuttosto che situazioni addomesticate al servizio della macchina da presa», continua Covini.
Non c’era un copione, dunque, solo spunti che nascevano man mano. A condurre gli adolescenti, l’attrice bravissima Valentina Malcotti. A volte le risposte sono esilaranti («Di primo acchito ti è piaciuto Shakespeare?». «No». «Ma sinceramente». «No». Oppure: «Che pensi dell’autore di Romeo e Giulietta?» «Mmm, non ho niente contro di lui», «Nella storia cosa accade?» «Beh, si vedevano di nascosto finché uno dei due si suicida per primo, anzi no, in realtà dormiva, insomma non lo so chi è morto per primo»). Nel film si susseguono interventi sorprendenti, spesso illuminanti — un poeta, una donna ufficiale di polizia, una educatrice musulmana. Ma al centro ci sono sempre questi ragazzi che sul set si sono incontrati e anche ora, due anni più grandi, si frequentano al Gratosoglio. Rappresentano il mondo intero: Valentina Bogdan, papà rumeno mamma brasiliana, Marilyn Adjalo, origini del Togo, Leonardo Carralero, nato a Cuba, Assala Chahoub, radici in Marocco, Jacopo Cremona, milanese doc, e Laila Migdadi, mamma italiana, papà palestinese. Fanno squadra ormai.
E alla fine le conclusioni le traggono loro: «Essere curiosi preserva dalla trappola del giudizio», diceva l’educatrice musulmana? «È quando perdi la curiosità, l’urgenza di conoscere, che cominci a giudicare — convengono loro — Possiamo smontare il racconto della distanza, della paura, solo frequentandoci da vicino». Insomma, umanizzandoci l’un l’altro.
(Shakespeare e i ragazzi di periferia, Corriere della sera, 4 aprile 2019)
Ecco un invito interessante. Come ho scritto nel Sottosopra “Cambio di civiltà”, penso che il lavoro abbia bisogno di femminismo per far interagire la ribellione alle sopraffazioni e l’ambizione di ripensare lavoro ed economia in chiave post-patriarcale. E dunque è importante dare ascolto ai segnali che aprono la strada in questa direzione. (Giordana Masotto)
DONNESENZAGUSCIO con la partecipazione di AIDP Lombardia invita all’incontro
Un passo in alto
Più donne nei vertici aziendali: cambiare la cultura e la natura del potere
Milano, 8 maggio 2019, ore 17.00-19.30 puntuali
c/o Palazzo del Lavoro, Gi Group, piazza IV Novembre 5
Un’ondata di forza, in questi tempi difficili, viene dalle donne di tante parti del mondo, anche nel mondo del lavoro. Il movimento MeToo, un esempio noto, ha incrinato un sistema di ricatti sessuali nel mondo dello spettacolo. Nella nostra realtà c’è consapevolezza diffusa delle prevaricazioni che troviamo nei luoghi di lavoro. Soprattutto un incredibile gap retributivo e di carriera, che crea un abisso tra la ricchezza delle donne e degli uomini: il lavoro delle donne vale sempre meno di quello degli uomini. Tutto questo è ormai percepito come un sistema inaccettabile.
Ma per contrastare le discriminazioni non basta che venga fatto un po’ di spazio alle donne e alla loro differenza. Bisogna cambiare la cultura del contesto in cui ci troviamo, la natura del potere che oggi domina.
Infatti, la legge che vincola i CdA ad almeno un terzo di componenti donne ha raggiunto l’obiettivo, ma le donne sono entrate soprattutto in ruoli senza potere di indirizzo.
Mentre il top management – dove effettivamente si decidono le politiche aziendali – rimane sostanzialmente territorio degli uomini (le poche donne hanno di solito ruoli di staff, con scarso potere). Così continua a riprodursi una cultura solo maschile e spesso misogina.
Bisogna andare alla radice. Bisogna che più donne, con i contenuti e il senso di una visione differente, entrino nei vertici aziendali, nei luoghi “del potere”. Liberando la nostra ambizione. Anche dai freni dentro di noi: riflettiamo sul perché alcune donne, pur capaci, non ambiscono ad assumere ruoli di vertice. Parte del cambiamento sta anche nelle nostre mani.
Siamo consapevoli che lì si alza il livello dello scontro con gli interessi degli uomini ai vertici. E non è facile. Ma c’è anche il piacere di fare come riteniamo giusto, usando il più ampio spazio di discrezionalità che quei ruoli comportano. Possiamo incidere sul lavoro delle donne e di tutti.
In questo passaggio ci aiuta il confronto e il sostegno reciproco con altre donne. Vediamo che alcune manager arrivate ai livelli più alti portano altre donne verso questo obiettivo, attuando in azienda politiche per sostenerle. Donne che ci dicono che si può fare.
Fidandoci della nostra autorità e insieme. Sono maturi i tempi per fare questo passo in alto.
L’incontro sarà introdotto da chi lo ha proposto: Luisa Pogliana di Donnesenzaguscio; Anna Deambrosis, AD di una società assicurativa; Pina Grimaldi, Direttrice Centrale Sistemi di un gruppo ospedaliero; Isabella Covili, Presidente nazionale AIDP.
Altre manager porteranno la loro esperienza, e ogni partecipante potrà dare il suo contributo. Con attenzione alla riservatezza di chi lo desidera.
Vogliamo mettere in comune idee, inquietudini, consapevolezza. E magari poi continuare.
L’incontro è aperto a donne e uomini.
(www.libreriadelledonne.it, 4 aprile 2019)
Chicago elegge una donna afroamericana e dichiaratamente lesbica come sindaco: è la prima volta nella terza città più popolosa degli Stati Uniti. Lori Lightfoot ha sconfitto al ballottaggio la rivale Toni Preckwinkle, anche lei afroamericana. Si insedierà a maggio, prendendo il posto di Rahm Emanuel, ex capo di gabinetto del presidente Barack Obama che lo scorso settembre ha annunciato a sorpresa che non si sarebbe candidato per il terzo mandato alla guida della città del vento. Lightfoot — 56 anni, con una moglie che ha una figlia — eredita una città con difficoltà di bilancio, una popolazione in calo e un tasso di omicidi superiore a quello di New York e Los Angeles. Con la sua vittoria, Lightfoot diventa uno dei sindaci apertamente omosessuali d’America, insieme a Pete Buttigieg, primo cittadino di South Bend ora candidato alla Casa Bianca. Ma Lightfoot ha relativizzato questo aspetto, così come l’essere donna afroamericana: «Ritengo che sia più per la volontà degli elettori di spezzare la corruzione politica — ha detto —. Se dovessi vincere questo rifletterebbe il desiderio di spezzare con il passato».
Corriere della Sera, 3 aprile 2018
di Luciana Tavernini
Intervista a Pinuccia Corrias sul libro Abbardente, Neos edizioni, Torino 2017
Nella Sardegna barbaricina del XV secolo, ai tempi della dominazione spagnola, si svolge la vicenda di Grixenda, una storia fatta di memoria mito e immaginazione.
Conosco Pinuccia Corrias da diversi anni soprattutto come femminista che nella scuola ha contribuito alla pedagogia della differenza. Vive tra Torino, la Sicilia e la Sardegna, ma ha vissuto a Milano, Roma e Napoli. Questo suo radicarsi in luoghi molto diversi le ha permesso di saperne vedere, con uno sguardo sia interno che esterno, le peculiarità che sa mostrare con la sua scrittura. Mi aveva commossa il suo racconto «ShalomInshallahAmén» con cui, nel 2014, aveva vinto il concorso Lingua Madre. Ho quindi accolto con curiosità l’uscita del libro Abbardente, una ballata sarda che, attraverso la voce della cantadora-narratrice, mi ha immerso in un mondo antico ma straordinariamente vivo per me oggi. Ho voluto quindi intervistarla sul suo ultimo lavoro.
1. La scrittura è un elemento fortissimo del fascino del libro: il ritmo di un racconto cantato, la lingua italiana con intarsi preziosi di termini sardi (balentía, faddhisa, laóre…), modi di dire e proverbi inseriti in maniera colloquiale («chi può s’aggiusti, chi non può s’impicchi», «i bambini appena usciti dall’uovo» eccetera), l’uso personale delle maiuscole come faceva Emily Dickinson, le frasi incisive e brevi. Si tratta di una scrittura che ha la forza di aprire squarci su un mondo sconosciuto e allo stesso tempo vitale, coinvolgendo tutti i sensi, in contatto con le e i protagonisti di questa storia che pian piano veniamo scoprendo. Capisco che questa lingua inaudita finora è fortemente viva per te e per come risuona in me che leggo. Come l’hai creata, qual è stata la sua sorgente?
Questa lingua è frutto di una vita emotiva e relazionale trascorsa dentro ordini simbolici e registri linguistici diversi, vissuta fin da bambina con una presenza attiva e riflessiva che, da quando ne ho avuto gli strumenti, si è sempre trasformata in scrittura. Da una parte l’italiano colto di mio padre, vissuto da giovane, tranne durante la guerra, a Firenze e Parigi. Dannunziano come la mia anziana maestra, insieme curarono da subito la mia scrittura e le mie abbondanti e ottime letture. Accanto a loro, la lingua ciceroniana del parroco – dottor Peana! -, maestro di Sacre scritture e di retorica. A Leopardi e Pascoli delle elementari si contrappose nelle medie la poesia ermetica del Novecento; quindi l’Iliade e l’Odissea riempirono i miei quaderni di parafrasi e commenti e la mia classe di appassionate discussioni. Dall’altra parte il mondo di mia madre, dei miei fratelli maggiori, delle donne del vicinato, delle feste popolari, delle gare di poesia estemporanea in sardo, dei riti e dei misteri… della vita, insomma. Abbardente è il succo di tutto questo. Il titolo, infatti,indica la grappa sarda che si fa distillando raspi di uve diverse.
2. La vicenda che narri è costruita come un’indagine, piena di colpi di scena, in cui fin dal prologo si sa che vi è stato, tantissimo tempo fa, un delitto: i soldati spagnoli hanno impiccato una donna. Il mistero da scoprire riguarda il perché quella donna si trovava sola nel paese. Porre al centro una donna ti permette di mettere a fuoco diverse personagge e personaggi in relazione con lei, delineando la storia di un’intera comunità, in cui privato e pubblico non sono separati, in cui la materialità dell’esistenza, la socialità, il rapporto con forze ultraterrene, il potere di chi opprime sono interconnessi. Su che cosa hai basato la tua ricostruzione storica e qual è la tua idea di storia?
Poca ricerca storica: la dominazione aragonese è una metafora e Oráne un luogo dell’anima. Il popolo sardo, come le donne, è assente dalla grande storia e predilige le parahistorias,racconti fatti, come il mio, di memoria mito immaginazione, per dare voce e dignità, con la poesia, alla vita che ostinatamente c’è dietro la marginalità. Antropologia più che storia; rimembranze, frammenti di un fare arcaico che intesse il presente, echi di voci lontane incapsulate nelle viscere, “scarti” che la storia ufficiale disdegna. Proprio come quelli che aveva gettato nella mia vita l’ossessione del vecchio professor Manca che da ragazzo aveva avuto sotto gli occhi quel lacerto di storia locale in un disordinato archivio notarile: una donna trovata sola in un paese abbandonato dagli abitanti per sottrarsi a un tributo esoso. Cosa potevo farne io? E perché sembrava appartenermi? La prima cosa che seppi fu il suo nome: Grixenda, pronunciato con la “x” dolce del Campidano da dove veniva mia madre. Portava uno scialle a fiori: quello sardo in cui mi ero avvolta il capo per andare a cercare in una città ignota l’altra che mi aveva strappata di colpo al mio “sogno d’amore”. E l’avevo già vista a Venezia nelle sculture di Antìne Nivòla, nato a Orani e vissuto a New York. Grixenda apparteneva a un popolo che reagiva all’ingiustizia e all’offesa sottraendosi. Come me. Chi mi conosce sa, infatti, che pur non essendo una biografia, in Abbardente non c’è niente che non parli di me.
3. La storia che racconti è ambientata in un paese dell’interno della Sardegna nel periodo della dominazione aragonese, quasi 600 anni fa, eppure la seguiamo sentendo che le forze che la muovono sono ancora attuali perché le donne e gli uomini che agiscono sono spinti da sentimenti, passioni, bisogni, forze tuttora presenti. Amori, tradimenti, silenzi, alleanze, sconforti, speranze, potere, sessualità, legami tra donne. Un microcosmo con continui e imprevisti cambiamenti che illumina il mondo in cui viviamo. Quali sono state le tue fonti, non solo letterarie, di ispirazione?
Il microcosmo è la mia vita e la scrittura è nata per rivelazioni, scavi e autorizzazioni di più di trent’anni di letture e riflessioni, spesso con altre donne. Ti farò solo degli esempi, perché il libro, oltre a un esergo, che delinea il percorso filosofico del testo, ha un’appendice, Note di guida alla lettura, con la traduzione e la spiegazione antropologica dei termini sardi e con l’origine letteraria e/o filosofica di determinate concezioni e modi di sentire. Nei Ringraziamenti inoltrerisulta chiaro il filo che lega luoghi e persone che hanno nutrito la lunga gestazione del testo e reso possibile la sua pubblicazione. Innanzitutto S. Atzeni mi ha dato lo stupore di capire come il brulichio di “sussurri e grida” che mi abitava aveva un timbro sardo, che poteva essere messo in parole nel modo come già Grazia Deledda aveva praticato, inventando una lingua italiana sapida di sardità. Le filosofe di Diotima misonostateessenziali per “mettere al lavoro il negativo” e riflettere sulla lingua materna. Christa Wolf mi ha autorizzata a dare voce e volto all’odio nella figura di Arrega Loj. E infine le mistiche del ’900, con la cui farina ho impastato il concetto di “identità vocazionale”. Chiamo così la consapevolezza dì sé a cui, come un cavaliere medievale, giunge, grazie alla grandezza delle donne che lo hanno amato e educato, Toriccu, servo-pastore non solo di pecore ma anche di creature umane.
4. Hai scelto di farci partecipare a riti della tradizione sarda, permettendoci di seguire gli esseri viventi, animali compresi, che li creano. Penso alla Sartiglia, alla panificazione ma anche alla realizzazione delle Prendas, ai canti funebri come l’attitu. Il rito nel suo farsi, con le emozioni che suscita, i ruoli definiti, non solo rivive ma si riesce a coglierne il significato profondo che apre a una concezione della realtà che supera il limite del solo visibile. Come hai scelto i riti di cui hai parlato e come sei giunta a capirne e mostrarne il senso?
Eccetto la Sartiglia, diventata da tempo un evento folcloristico, quelli che racconto sono i riti di una liturgia nella quale mia madre e le altre donne della mia infanzia trasformavano i gesti della quotidianità. È stato poi il riconoscimento dell’ordine simbolico materno e della mia genealogia biologica e culturale (dono delle femministe del pensiero della differenza) la chiave per dare significato a quei gesti. Tutte sono madri le personagge del mio testo. Nella realtà, nel sogno, nella follia o, come Grixenda, nell’ora della morte. Perfino Marigosa: la cavalla che – tutt’una con il Componidore – vincendo la Sartiglia, genera augurio di fecondità per la Terra. Perché la fecondità (non la maternità come istituto sociale o modello culturale), paradigma fondante dell’antropologia barbaricina, è il segno della relazione che misteriosamente connette l’Universo; il rito intende, nel suo farsi, mostrare e rafforzare questa mistica unità.
5. Le donne del libro sono depositarie di una sapienza che sanno trasmettere alle altre, con modalità diverse da quelle che vengono utilizzate a scuola. Si tratta di fare insieme, di narrare, di imparare il peso e la misura nell’agire attraverso l’osservazione dei comportamenti altrui, di conoscere i ritmi dei corpi, di tener conto dei sogni e delle premonizioni, di saper autorizzare in silenzio. Una sapienza collettiva che riusciva a farsi ascoltare anche dagli uomini ma che è stata negata o svalorizzata quando siamo entrate all’università. Quale bisogno ti ha spinta a vederla, chi e che cosa ti hanno aiutato? Che cosa è valido per noi oggi?
La durezza delle “madri di roccia” della mia infanzia pervade ogni pagina del mio testo e solo verso la fine si apre il primo spiraglio di dolcezza nel pianto liberatorio che unisce Angheledda, la bambina sempre senza misura, e sua madre. Da qui in avanti la potenza delle madri si trasformerà in sapienza amorosa che cambia il cuore degli eventi, perché sa trovare «nelle doglie della contingenza, parole capaci di dare voce al lato muto dell’esperienza e luce al mistero, interrompendo la catena del male e cambiando verso alla storia». È quella sapienza amorosa che le donne possono portare nella cura del mondo sempre: anche oggi. Io l’ho capita passando dal timore delle “madri di roccia” alla riconoscenza per le “madri simboliche” (p.122). Ma questa è un’altra… parahistoria.
Riferimenti bibliografici
– Sergio Atzeni, Apologo del giudice bandito, Sellerio Editore, Palermo (prima ed. 1986), 148 pagine, 9 euro
– Ivana Ceresa, L’utopia e la conserva. Una vita spirituale nella contemporaneità, Tre Lune Edizioni, Mantova 2011, 244 pagine, 24 euro
– Giuseppina Corrias, Dalle madri sarde alle figure di scambioin «Nati da donna. La mia genealogia femminile», a cura del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile, Thélème edizioni, Torino 2002, 222 pagine, pp.93-126
– Giuseppina Corrias, Il coraggio della dipendenza. G. Deledda, “La madre” (1920) in «Il simbolico in gioco. Letture situate di scrittrici del Novecento», a cura di A. Ribero e L. Ricaldone, Il Poligrafo, Verona 2013, 283 pagine, 22 euro, pp. 15-22
– Grazia Deledda, Romanzi,volume I, Il Maestrale, Nuoro 2010, 1008 pagine, 12,90 euro
– Diotima, La magica forza del negativo,Liguori editore, Napoli 2005, 201 pagine, 13,50 euro
– Diotima, L’ombra della madre, Liguori Editore, Napoli 2007, 196 pagine, 15,50 euro
– Alicia Dujovne Ortiz, Giacinta, La Tartaruga Edizioni, Milano1981, 124 pagine, 6.800 lire
– Clarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli, Milano 1991, 164 pagine, 5,68 euro
– Antonietta Potente, Qualcuno continua a gridare. Per una mistica politica, edizioni La meridiana, Molfetta 2008, 92 pagine, 13,00 euro
– Chiara Zamboni, Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio, Liguori Editore, Napoli 2001,148 pagine, 12,39 euro
– María Zambrano, Filosofia e poesia, Editore Pendragon, Bologna 2010, 150 pagine; 14 euro
– Christa Wolf, Medea, Editore E/O, Roma 2000, 197 pagine, 10 euro
(Intervista di Luciana Tavernini, Leggendaria n. 130, luglio 2018)

di Luisa Muraro
Care amiche, vorrei sottoscrivere il vostro Appello contro il Congresso delle famiglie a Verona. Sono d’accordo con quello che dite, in primo luogo che la famiglia non è un’entità naturale ma un’istituzione culturale, che quasi sempre mostra una forte impronta patriarcale.
A me e a voi, suppongo, è chiaro che prima della famiglia, comunque intesa, c’è la diade formata da una donna e dalla creatura che lei ha concepito e portato al mondo. È un rapporto molto speciale, che precede i dualismi tipici della cultura maschile: la donna che accetta di entrare nella relazione materna, alla sua creatura dà la vita e insegna a parlare, le due cose insieme. Ed è un “insieme” che si tende, come un ponte insostituibile, sopra l’abisso della schizofrenia umana.
Vorrei ma non posso sottoscrivere il vostro Appello perché, nella difesa delle nuove forme familiari, non c’è una critica di quelle che si costituiscono da coppie che, sfortunatamente o naturalmente sterili, invece di adottare, si fanno fare la creatura a pagamento.
Da donne cristiane, mi aspettavo una calorosa difesa dell’adozione e un’energica richiesta della sua estensione a persone e coppie finora escluse dalla legge. Ma, ancor più, essendo voi donne, mi aspettavo una difesa della relazione materna libera e responsabile così come oggi è diventata possibile. Invece, parlate solo di genitorialità, usate cioè una parola tipica del linguaggio neutro-maschile. E a voi che parlate del corpo femminile come luogo di spiritualità incarnata, chiedo: che famiglia è mai quella che nasce con il programma esplicito, messo nero su bianco, di cancellare la relazione materna che si sviluppa con la gestazione in un intimo scambio biologico e affettivo?
Voi, a differenza di tanti cattolici, leggete la Bibbia e sapete che la cosiddetta gravidanza per altri, ossia la donna che partorisce senza diventare madre, corrisponde pari pari ad antiche usanze del patriarcato, usanze che sembravano superate. Le ultime pagine del Contratto sessuale di Carole Pateman, parlano proprio di questo sostanziale arretramento. Detto alla buona, ci sono “nuove” famiglie che di nuovo hanno solo la tecnologia.
A proposito: che cosa pensano di tutto questo gli uomini vicini a voi, i vostri compagni di fede e d’impegno politico? Perché non compaiono nel vostro Appello? Mi è venuto un sospetto, di ritrovarmi davanti a quel noto comportamento maschile che è di nascondersi dietro a una o più donne quando si vuol far passare pubblicamente qualcosa che è contro le donne. Devo portare degli esempi? Ma, se questo non fosse vero, scusatemi.
(www.libreriadelledonne.it, 28 marzo 2019)
di Laura Colombo e Laura Milani
In una lunga intervista sul quotidiano francese Le monde del 27 febbraio 2019, il regista Nanni Moretti dà ragione della crisi della democrazia e del ripiegamento identitario che vediamo accadere in molti paesi europei con queste parole: “Le propongo questo cocktail: una crisi oggettiva delle classi medie e popolari; la scomparsa della sinistra e degli ideali collettivi; la paura dell’altro sordamente alimentata nelle persone; la detestabile presa che ha la Rete sul nostro comportamento sociale e sulla nostra maniera di pensare”.
L’ultimo elemento ci ha particolarmente colpite: siamo donne che abitano la rete da tempo e che in rete, con il sito e i social della Libreria delle donne di Milano, hanno giocato una scommessa politica importante. Proprio per questo capiamo il senso delle parole di Moretti, che riecheggiano le nostre esperienze e le riflessioni maturate nel tempo su ciò che accade in rete e ciò che capita a noi quando siamo in rete. Con la rete si è operato uno spostamento: gli scambi personali e politici, quello che Moretti chiama socialità, si è in parte spostata dai luoghi reali ai luoghi virtuali. Pensiamo alla politica istituzionale: dall’Italia agli Stati Uniti, i messaggi Twitter sono il primo canale di esposizione dei politici, efficaci perché sintetici e contestuali a ciò che accade, ma necessariamente determinati dalla logica del pro e contro. È una pratica molto diffusa, che rivela un bisogno di esserci e comunicare ma toglie l’essenziale nei dibattiti e nella politica. Toglie lo scambio in presenza, fatto di corpi, di sguardi, di sfumature nell’espressione e nel linguaggio. La rete cambia anche la compagnia, quella virtuale si comporta diversamente da quella reale. Spesso attraverso i social ricreiamo una comfort zone virtuale, una comunità di simili cementata dal bisogno di “essere contro”. Ci sono molti esempi che riguardano la politica in senso lato. Purtroppo il femminismo non è esente da queste logiche e la questione non è banale, perché la situazione si può trasformare in “una contro tutti”, o “qualcuna contro altre”, senza la mediazione dei corpi. È precisamente l’assenza di una mediazione che modifica la maniera di pensare: la mediazione, fatta dal coinvolgimento di tutti i cinque sensi in una presenza empatica, permette un riposizionamento rispetto al già detto e al già pensato, allarga l’orizzonte della responsività immediata e sintetica spesso indotta dalla rete. Il modo di pensare può anche essere condizionato dalle notizie false, dalla capacità dialettica o dall’arroganza di chi è pro o contro un’idea, dal gusto dello scontro frontale, della provocazione, dello schieramento fra chi vince e chi perde, della violenza verbale. Pensiamo alle minacce di morte e di stupro verso Laura Boldrini, che nel 2017 ha reagito denunciandone gli autori, per dare un segno di reazione al bullismo in rete, per essere esempio verso chi, più indifesa, porta scritte sul corpo le offese e le violenze che la rete registra rendendole immodificabili.
Tuttavia non è sensato dare tutta la colpa alla rete per singoli comportamenti umani violenti. La violenza verbale e le scorrettezze hanno nomi e cognomi, le offese sono fatte su persone reali. E questo nella rete ha un suo spazio e talvolta il linguaggio offensivo è un suo linguaggio. Ma non sempre e non per tutti. La rete non solo toglie, la rete dà. Di più, è un ingrediente ineliminabile della nostra vita che permette vicinanza, connessione e contatto a distanza, personale visibilità, senso di partecipazione e di comunità, possibilità di esprimersi, senso di esserci e contare, informazione ampia, diretta, dal basso.
Come difenderci, allora, da quello che la rete toglie o usa di noi per altri fini? Ci toglie qualcos’altro oltre allo scambio in presenza, c’è un conto che la rete ci presenta e che, senza neanche saperlo, noi paghiamo. Ci riferiamo, qui, ai dati come moneta di scambio, a tutto quello che, navigando, sborsiamo nei termini del nostro privato – preferenze, scelte personali, politiche, sessuali, religiose – che, senza mediazioni, è reso pubblico o usato per fare profitto. Ci abbiamo pensato, arrivando a un punto che va approfondito. Alla rete non rinunciamo, non solo perché oggi non è possibile, ma perché ci interessa, il nostro desiderio e la nostra scommessa politica sta anche lì. Si tratta di esserci con una propria misura, data essenzialmente da quello che circola nei rapporti tra noi, in primis nelle relazioni in carne ed ossa di noi che facciamo il sito (l’abbiamo chiamata “redazione carnale”). Ma, in concreto, in cosa si traduce questa misura data dalle relazioni? In alcuni casi significherà preservarsi, valutando di volta in volta il conto da pagare. In altri, significherà spendersi per attivare il circolo virtuoso rete-mondo, alla maniera di Greta Thunberg, per citare l’esempio più recente di una politica che punta in alto.
(libreriadelledonne.it, 29/03/2019)
di Giulio Albanese
Il tema delle migrazioni divide gli animi. È sufficiente leggere i giornali per rendersene conto. Chiunque abbia vissuto in Africa – pensiamo, ad esempio, ai nostri missionari e volontari – è consapevole della complessità del fenomeno. A parte i tradizionali scenari di guerra, quasi mai è rintracciabile una sola ragione che determini l’abbandono del proprio paese: nessuno è profugo per caso.
Infatti, la mobilità umana è generata da una serie di fattori che interagiscono tra loro: persecuzioni politiche, religiose, carestie, esclusione sociale, violazioni dei diritti umani… Tutte cause che generano uno stato di diffusa insicurezza e precarietà. Secondo i Global Trends dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), nel 2017, il continente africano ha ospitato 24,7 milioni di migranti, contro i 14,8 milioni registrati nel 2000 a livello globale. Da rilevare che sempre nello stesso anno, stando a fonti delle Nazioni Unite, il 75 per cento di coloro che nell’Africa Sub-Sahariana hanno deciso di migrare sono rimasti all’interno del continente.
Nel 2017, le prime 5 destinazioni migratorie intra-africane (paesi riceventi in ordine decrescente) sono state in Sud Africa, Costa d’Avorio, Uganda, Nigeria ed Etiopia (tutte oltre un milione di migranti). Singolare è il caso dell’Uganda, con una superficie inferiore a quella dell’Italia, che nel 2017 ha ospitato 1,4 milioni di rifugiati, molti dei quali provenienti dal vicino Sud Sudan.
L’Africa, inoltre, è anche una destinazione migratoria per 5,5 milioni di persone che provengono da fuori i confini del continente, per la maggior parte dall’Asia. È evidente, pertanto, che non è corretto parlare, oggi, di un’invasione dell’Europa dalla sponda africana. Ciò non toglie che i tratti caratteristici della geopolitica africana acuiscono la fenomenologia migratoria nel suo complesso. La crisi libica ne è la conferma eclatante, innescando il perverso meccanismo della tratta di esseri umani.
La vexata quaestio per molti governi africani è comunque rappresentata dal debito. Alcuni di questi sono costretti a svendere i propriasset strategici (acqua, petrolio, elettricità, telefonia, cacao, diamanti…). Qui le responsabilità ricadono sulle classi dirigenti locali, ma anche sulle stesse istituzioni finanziarie internazionali, le quali pretendono che le concessioni per lo sfruttamento delle materie prime, unitamente alle privatizzazioni (soprattutto il land grabbing, vale a dire l’accaparramento dei terreni da parte delle aziende straniere) vengano attuate “senza se e senza ma”, per arginare il debito.
Una cosa è certa: nel corso degli ultimi dieci anni si è passati un po’ in tutta l’Africa dai cosiddetti creditori ufficiali (come i governi, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e la Banca Africana per lo Sviluppo) alle fonti private di credito (banche, fondi di investimento, fondi di private equity) e al libero mercato. Si tratta, in sostanza, di una finanziarizzazione del debito che ha segnato il passaggio dai tradizionali prestiti, e da altre forme sperimentate di assistenza finanziaria, alle obbligazioni sia pubbliche che private, da piazzare sui mercati aperti. Si tenga presente che le suddette obbligazioni sono in valuta estera, quasi sempre in dollari e quindi sottoposte ai movimenti sui cambi monetari, sempre a discapito delle monete nazionali africane. Ciò sta generando un circolo vizioso che potrebbe compromettere seriamente lo sviluppo futuro dell’Africa.
Un fattore di speranza è rappresentato, comunque, dalla creazione dell’Area africana continentale di libero scambio, avvenuta il 21 marzo 2018, con la firma di 44 paesi africani dei quali 30 hanno siglato il Protocollo sulla libera circolazione delle persone. A riprova del fatto che come scriveva Plinio il Vecchio «Ex Africa semper aliquid novi».
(A fuggire è una minoranza mentre aumentano gli arrivi. L’Africa dei migranti e il ricatto della finanza, L’Osservatore Romano, 27 marzo 2019)