di Luisa Muraro


Mercoledì 8 maggio 2019 i giornali hanno dato la notizia della sentenza della Cassazione che risponde no alla richiesta di riconoscimento della paternità congiunta da parte di una coppia maschile. No, in pratica, a registrare anagraficamente dei bambini come se fossero nati da due padri. La sentenza è ben motivata ma è scritta nel linguaggio del diritto con riferimenti che non sono tutti di immediata comprensione. Richiede quindi una qualche spiegazione. Ma la richiede ben più anche per un altro motivo, che viviamo in un tempo di passaggio dal patriarcato a una civiltà capace di accordare uguaglianza e differenza, problema niente facile di lettura e applicazione delle leggi.

La richiesta del riconoscimento veniva da una coppia maschile unita civilmente in Italia, che quel riconoscimento aveva già ottenuto da un giudice straniero, nel paese dov’era nato il bambino (più precisamente, i bambini che sono infatti due). La coppia voleva che il riconoscimento della paternità fosse congiunto anche in Italia. Il che, per noi, equivale al misconoscimento della donna che, nella nostra civiltà e nello spirito della legge, è la madre. Lo voleva inoltre con un procedimento irregolare rispetto alla legge dell’adozione.

Il telegiornale di Raitre ore 14.20 ha dato un riassunto molto, troppo breve, della notizia lasciando lo spazio del commento unicamente all’avvocato della coppia. L’avvocato ha fatto il suo lavoro e nel telegiornale ha parlato schierandosi contro la sentenza della Cassazione, dalla parte dei suoi clienti.

Ma, chiedo alla redazione del telegiornale di Raitre, se voi non parlate, se non invitate altri a parlare, chi parla per gli ascoltatori nel senso di informarli meglio che si può sulla legge e sul problema?

L’avvocato, tra l’altro, ha invocato il bene del minore, lasciando credere che i bambini nati all’estero, in Italia restano senza genitori. Falso! Essi avranno un padre, quello biologico, che è uno dei due adulti della coppia maschile. Nel telegiornale nessuno lo precisa e nessuno dice che la sentenza della Cassazione indica la strada giusta per venire incontro al desiderio di paternità dell’altro uomo della coppia.

Devo ammettere che c’è stato un progresso nell’informazione, e mi rallegro. In passato, al telegiornale di Raitre la comparsa di bambini “nati” da due padri in assenza di madre pareva cosa possibile, una notizia fra le altre. Era finzione e il telegiornale non era il posto giusto per offrirla al pubblico. Questa volta una donna c’è, anzi sono due, quella che ha dato gli ovuli e quella che ha portato al mondo la creatura. Non si dice però che lo sdoppiamento del ruolo femminile non era in sé necessario (la gestante a pagamento è per definizione una donna giovane e sana) ma lo esige il buon funzionamento della gpa, che è un affare complesso in cui c’entrano medicina, legge, mercato, bisogni e desideri… E qualità dell’informazione.

Sono molte le cose sottaciute in questa faccenda, quella dei soldi per prima: la visione ideale è molto importante per propagandare la surrogazione, che tocca un’esperienza umana tra le più delicate, quella della relazione materna. E per tenerla ben distaccata dalla prostituzione. Perciò, le donne che in questo nuovo mercato mettono corpo, tempo e salute, in sostanza la loro vita, dovrebbero farlo gratis e così si è cercato di far credere al grande pubblico: tutte donatrici! Lo hanno detto per anni. Molte e molti, specialmente in Italia, ci hanno creduto.

Nella notizia di Raitre c’era ancora un resto importante della falsa visione del gratuito (la parte per il tutto?), infatti si è parlato di “donatrici” di ovuli. Peccato che sia falso anche questo. Il 23 dicembre scorso il Corriere della sera, dopo aver dato il suo contributo alla visione ideale, dà anche una notizia ben diversa, ma la dà come fosse una piccola notizia di cronaca: mancano le donatrici di ovuli, bisogna pagarle… Ah, com’è difficile dire la verità, quando c’entrano le donne!


(www.libreriadelledonne.it, 9 maggio 2019)

di Antonella Mariani


Non è una scelta, non è libertà né autodeterminazione. E la Legge Merlin è ancora viva e vegeta. In un saggio quattro studiose spiegano perché la prostituzione si deve abolire. Come la schiavitù


La prostituzione può essere considerata un lavoro? No, per nulla. Il sex work (come ora si usa dire per nascondere la realtà dei fatti, cioè la sopraffazione e l’abuso nascosti in un rapporto sessuale a pagamento) non è affatto un lavoro. E non è nemmeno sesso. Con passione e competenza quattro esperte in diversi campi analizzano il mercato del sesso in Italia, un Paese in cui una ottima legge (la Merlin del 1958), animata da una forte tensione etica, è ancora ben lungi dall’essere applicata fino in fondo: la lotta alla tratta non è una priorità e sulla prostituzione vige il laissez-faire, mentre si moltiplicano proposte di legge che mirano, sessant’anni dopo, alla riapertura delle case chiuse.

In “Sex work, né sesso né lavoro” (VandA, pagg. 208, euro 15,90) la sociologa Daniela Danna offre uno sguardo sulle politiche sulla prostituzione in vari Paesi del mondo. La giurista Silvia Niccolai ripercorre la vita travagliata della Legge Merlin, che oggi si vorrebbe ingiustamente smantellare, l’avvocata Grazia Villa commenta le tante proposte di legge avanzate in Italia e infine la pedagogista Luciana Tavernini ragiona sul rapporto tra gli uomini e la prostituzione, e tra quest’ultima e il femminismo, anche alla luce del movimento antimolestie #Metoo.

Nel complesso, un libro prezioso, che offre un contributo di documentazione e di riflessione per chi è convinto, come lo sono le autrici, che la linea giusta sia quella di abolire la prostituzione, così come in passato si è arrivati a cancellare la schiavitù.

Servendoci dei contenuti di questo libro, largamente citati, abbiamo provato a sfatare alcuni tra i falsi miti più diffusi sulla prostituzione.

1) La prostituzione può essere una scelta, espressione della libertà sessuale e dell’autodeterminazione femminile. FALSO

Molte ex prostitute (le cosiddette sopravvissute, la più famosa delle quali è Rachel Moran che ha raccontato la sua esperienza in Stupro a pagamento) chiariscono come la prostituzione non è mai una libera scelta, nemmeno quando si tratta delle cosiddette escort. Nessuna donna può essere felice di essere umiliata e trattata come una merce. Chi si prostituisce di fatto rinuncia alla sua autodeterminazione sessuale, quindi alla sua libertà. Chi difende la (presunta) libertà della donna di prostituirsi in realtà difende la possibilità del cliente di approfittare del suo corpo. Quanto alla libertà di impresa economica, essa non ha diritto di essere riconosciuta come tale se genera profitti ingiusti, come pensava la senatrice Lina Merlin richiamandosi all’articolo 41 comma 2 della Costituzione (L’iniziativa economica privata (…) non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana). La prostituzione, anche se “libera”, rientra nel caso di un’economia immorale che alimenta i suoi profitti con lo sfruttamento puro e semplice del corpo delle donne. La prostituzione, in conclusione, è la negazione della libertà: è la dimostrazione che tutto – perfino la sfera sessuale – è misurabile con denaro, in un’ottica biecamente consumistica e capitalistica.

2) Si deve legalizzare la prostituzione: se le donne stanno al chiuso sono più protette. FALSO

Chi sostiene questo sta dalla parte degli sfruttatori e dei trafficanti di esseri umani che riforniscono i bordelli della merce-sesso. L’esperienza dimostra che oggi, in Germania come negli Stati Uniti, nei bordelli legali si trovano normalmente donne vittime di tratta, in gran parte straniere, soggette a violenze sessuali e in generale fisiche in misura ancora maggiore di coloro che esercitano “all’aperto”, dato che i clienti, poiché hanno pagato e si trovano in una situazione priva di rischi, si sentono legittimati a fare ciò che vogliono.

3) Con la legalizzazione almeno le prostitute pagherebbero le tasse e il Pil sarebbe più alto. CINICO

È quantomeno cinico considerare lo sfruttamento del corpo delle donne come una economia “sommersa” da far emergere, per partecipare anch’essa alla crescita del Pil. “Ce lo chiede l’Europa”, è la giustificazione che porterebbe, in nome del dio-Pil, ad abbatterebbe ogni confine alla mercificazione femminile. 

4) Il lavoro sessuale (sex work) è un lavoro come gli altri. FALSO

Niente affatto, e lo dimostrano le testimonianze di chi è uscito dal “mercato”, che parlano di umiliazioni e soprusi continui. Ma è l’idea stessa di scambiare rapporti sessuali con denaro ad essere contraria alla dignità della donna e alla parità di genere. Nonostante la prostituzione sia regolamentata in diversi Paesi, la sessualità non è un bene commerciabile. Il termine “servizio sessuale” nasconde l’abuso; legalizzare il lavoro sessuale significa trasformare il corpo della donna in luogo di lavoro e legalizzare l’abuso sessuale. La differenza soggettiva con uno stupro è solo perché si è pattuito di non fare resistenza. Il “lavoratore del sesso” rinuncia alla propria sfera intima e mette sul mercato non solo la propria forza lavoro ma principalmente l’intimità sessuale, cosa che è strettamente tutelata in qualsiasi altro impiego. In ogni lavoro ogni sopraffazione, ogni abuso sono severamente perseguiti dalla legge, qui invece ne sono parte essenziale. Quindi, sex work non è lavoro. E non è nemmeno sesso.

5) Poter esercitare il sex work è un diritto umano. FALSO

Questo è il falso mito diffuso in particolare da alcune agenzie per i diritti umani (tra cui Human Right Watch, l’Oms, Unaids e Amnesty International), secondo il quale i sex workers sono un gruppo oppresso. In realtà il diritto che il modello del sex work difende è quello di chi compra, che vuole essere libero di offrire denaro per ottenere una prestazione sessuale. Chi la vende, invece, è solitamente in uno stato di bisogno. E le persone più deboli della società dovrebbero poter far valere ben altri diritti umani: al cibo, alla casa, alla sanità, al lavoro.

6) La prostituzione è una cosa, la tratta è un’altra. INGENUO

Chi sostiene questo finge di non sapere che per un cliente non c’è nessuna differenza tra “merce libera” e “merce trafficata”. Anzi, la maggior parte dei clienti cerca ragazze molto giovani, poco più che bambine. Come può credere che siano libere? In alcuni ambienti ultraliberisti la finzione è così avanzata che si cancella la parola tratta per parlare di migrazione per il sex work. Al contrario la posizione abolizionista, condivisa da una parte importante e qualificata del mondo femminista, “considera la tratta non il caso particolare di ciò che di malvagio accade nella prostituzione, ma che l’acquisto dell’accondiscendenza al proprio sfogo sessuale diretto sul corpo altrui – quasi sempre femminile – è violento e inumano di per sé” (Daniela Danna).

7) Non ci sono solo donne nel mercato del sesso. IRRILEVANTE

No, ma sono la maggioranza. La narrazione di persone transessuali e ragazzi gay che rivendicano di scegliere la prostituzione non può oscurare le voci, sempre più numerose, di ex prostitute (le sopravvissute) che denunciano il falso mito della libertà di prostituirsi.

8) La Legge Merlin ha fatto il suo tempo. Bisogna prendere atto che è superata. FALSO

La Legge Merlin stabiliva un principio tuttora valido: il corpo di una donna non può essere oggetto di regolamentazione pubblica, perché questo offende l’eguaglianza e la libertà di ciascuna e mette a repentaglio le coordinate di una convivenza civile. Non considera affatto l’attività della prostituta lecita o libera, ma vuole tutelare la donna che si prostituisce come una cittadina, e rivolgere il suo giudizio d’immoralità non alle prostitute ma al mercato che le sfrutta. La Legge Merlin non è superata, bensì attualissima: persegue la libertà dalla prostituzione, cioè dal non essere considerati una merce in vendita.


(Avvenire, 8 maggio 2019)


La Corte ha ritenuto che il riconoscimento del rapporto di filiazione con l’altro componente della coppia si ponesse in contrasto con il divieto della surrogazione di maternità


ROMA – Non può essere trascritto nei registri dello stato civile italiano il provvedimento di un Giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero mediante il ricorso alla maternità surrogata e un soggetto che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico (c.d. genitore d’intenzione).

Lo hanno deciso le Sezioni Unite della Corte di cassazione con la sentenza n. 12193, pubblicata in data odierna, la quale ha rigettato la domanda di riconoscimento dell’efficacia del predetto provvedimento, riguardante due minori concepiti da uno dei componenti di una coppia omosessuale mediante il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, con la collaborazione di due donne, una delle quali aveva messo a disposizione gli ovociti, mentre l’altra aveva provveduto alla gestazione.

La Corte ha ritenuto che il riconoscimento del rapporto di filiazione con l’altro componente della coppia si ponesse in contrasto con il divieto della surrogazione di maternità, previsto dall’art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, ravvisando in tale disposizione un principio di ordine pubblico, posto a tutela della dignità della gestante e dell’istituto dell’adozione.

In proposito, è stato chiarito che la compatibilità con l’ordine pubblico, richiesta ai fini del riconoscimento dagli artt. 64 e ss. della legge n. 218 del 1995, dev’essere valutata alla stregua non solo dei principi fondamentali della Costituzione e di quelli consacrati nelle fonti internazionali e sovranazionali, ma anche del modo in cui gli stessi hanno trovato attuazione nella legislazione ordinaria, nonché dell’interpretazione fornitane dalla giurisprudenza.

È stato tuttavia precisato che i valori tutelati dal predetto divieto, ritenuti dal legislatore prevalenti sull’interesse del minore, non escludono la possibilità di attribuire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l’adozione in casi particolari, prevista dall’art. 44, comma primo, lett. d), della legge n. 184 del 1983.


(Agenzia DIRE, 8 maggio 2019)

di Francesca Maffioli


Storia delle idee. Un’intervista con Mona Chollet a proposito del suo libro «Streghe», appena tradotto per Utet


«Le streghe sono ovunque» scrive Mona Chollet nel suo ultimo libro intitolato appunto Streghe (Utet, pp. 256, euro 18, traduzione di Eleonora Marangoni). Eloquente il sottotitolo dell’originale francese: «la potenza imbattuta delle donne», a disambiguare ogni dubbio di vittimismo o resa da parte delle protagoniste. Fin dagli anni Settanta l’immaginario femminista, secondo la giornalista e saggista franco-svizzera, è abitato dalla figura della strega che avrebbe preso sempre più spazio acquisendo una dimensione divisa tra il riconoscimento dell’oppressione storica e l’esaltazione della componente ribelle e rivoltosa.

Emblema delle persecuzioni, la strega è anche rappresentazione dell’inafferrabilità di quelle donne che non hanno voluto adeguarsi al modus vivendi delle varie epoche, già del 1976 Luisa Muraro ne La signora del gioco (riedito da La Tartaruga, nel 2006) aveva fatto risuonare le voci delle donne processate tramite l’esposizione diretta delle loro testimonianze. In Calibano e la strega (Mimesis, 2015), Silvia Federici interpretava la caccia alle streghe (XV-XVI) secondo la convinzione che le persecuzioni nei confronti delle donne avessero l’obiettivo di consolidare la supremazia del capitalismo, altrettanto utile è il volume di Barbara Ehrenreich e Deirdre English intitolato Witches midwives and nurses, pubblicato a New York nel 1973 (edito in Italia nel 1975 con il titolo Le streghe siamo noi. Il ruolo della medicina nella repressione della donna presso La Salamandra).

Incontriamo Mona Chollet nella sede di Le monde diplomatique, in un dialogo aperto alla comprensione delle similitudini tra l’antico e il moderno e a quelle che l’ecofemminismo continua a reperire tra la distruzione progressiva del pianeta e le istanze dominatrici dell’essere umano.

Lei scrive che i processi alle streghe non si sono svolti durante i secoli d’oscurantismo medioevale, bensì nel «mondo nuovo» – umanista – dove a regnare sarebbero dovuti essere razionalismo e chiarezza. La filosofa americana Susan Bordo parla di questo cambiamento epocale come qualcosa di drammatico…

Io stessa, nel mio immaginario, attribuivo al medioevo caratteristiche d’oscurantismo. Il processo di svalorizzazione è stato supportato da una logica «per opposizione» secondo cui l’umanesimo, l’antropocentrismo e la razionalità rappresenterebbero dei valori indiscutibili. In realtà la questione è profondamente più complessa, prova ne è che i processi alle streghe e le uccisioni di massa delle stesse si siano svolti perlopiù in epoca moderna. Invece di inneggiare ottusamente all’evoluzione della storia in senso forzatamente progressista sarebbe un onesto arricchimento culturale riconoscere che l’evoluzione in termini antropocentrici non esclude sistematicamente che si possa virare verso l’oppressione e la violenza sociale. I processi alle streghe sono nati da tutto questo, con il sovrappiù dell’oppressione sessista.

Le forme di controllo sui corpi delle donne e i processi per stregoneria cosa hanno in comune?

Nel mio libro ho voluto soffermarmi sulla questione, molto estesa, dei corpi non conformi e del rifiuto di ogni eccedenza che non fosse gestibile da parte del potere maschile. Durante i processi per stregoneria, ma anche prima (per la recluta delle colpevoli) le donne venivano sottoposte a una speciale e terribile «perlustrazione corporea»: venivano rasate, depilate e messe a nudo alla mercé di cosiddetti esperti che avrebbero dovuto riscontrare la presenza di «segni» della possessione demoniaca. Tuttavia la storia ci ha già detto molto a riguardo: bastava un neo, un’imperfezione, una cicatrice o anche nulla a scatenare accuse che generavano automaticamente condanne. Nei processi per stregoneria il corpo delle donne doveva essere visibile nella sua totalità e in seguito a sentenze sommarie questo stesso corpo era spesso bruciato e ridotto in cenere. Annientato. Per ritornare alla sua domanda mi sento di risponderle che in comune c’è sicuramente un desiderio di annientamento risolutivo del corpo delle donne, un grande timore per un’estraneità considerata fuori controllo, non dominabile nella sua interezza e quindi potenzialmente pericolosa.

[…]

Il movimento ecofemminista degli anni Ottanta nacque dall’idea che la cultura occidentale si comportasse con la terra allo stesso modo di come si comportava con le donne: entrambe erano identificate con i processi di creazione della vita e della morte. Trova possibile ricostruire un legame con la natura dalla quale le donne si sono autoescluse per timore di esservi identificate per forza?

Io ho scelto di non vedere il legame tra le donne e la terra come a un’intimazione essenzialista. Dico questo riconoscendo, come molte altre prima di me, i rischi dell’essenzialismo. Ma è importante rimarcare cosa hanno subito, in maniera analoga, le donne e la natura: esse hanno patito e patiscono del desiderio di domesticazione da parte dell’uomo. La «donna addomesticata» sarebbe infatti meno pericolosa, alla pari di un giardino domestico confrontato a una foresta. Gli studi ecofemministi poi hanno dimostrato come l’agricoltura, intesa come sfruttamento intensivo e abusivo della terra, abbia rappresentato una violenza molto simile a quella perpetrata per secoli sui corpi delle donne, e che continua a perpetrarsi. Trovo che i movimenti ecofemministi stiano riprendendo vigore e gli studi che continuano a farsi (come quelli riportati in Reclaim, a cura di Emilie Hache – Cambourakis, 2016) stiano generando delle rappresentazioni più eterogenee e insieme risolte del rapporto tra le donne e la natura.


(il manifesto, 7 maggio 2019)

di Giovanna Pezzuoli


L’attivista indiana per «Vetrine di libertà – La Libreria delle donne di Milano, ieri, oggi e domani», la mostra alla Fabbrica del Vapore fino all’8 giugno


Che cosa c’entra Vandana Shiva con quaranta artiste contemporanee esposte alla Fabbrica del Vapore? E che cosa pensa la più celebre attivista indiana dell’apparentemente inarrestabile ondata di proteste scaturite dalla battaglia di Greta Thunberg contro il cambiamento climatico?
La curiosità insieme al mio spirito di militanza mi hanno spinto a partecipare alla conferenza sull’ecofemminismo di Vandana Shiva, ma sinceramente non mi aspettavo una partecipazione così massiccia di un pubblico di tutte le età. Viviamo in tempi strani, pieni di contraddizioni ma che contengono anche, visto che siamo in tema di agricoltura, «semi» di speranza… 

Di seguito una cronaca dell’incontro. 


«È stupefacente che sia proprio la voce dei giovani la più alta di tutte in questo momento di emergenza. E non parlano solo di clima, ma di estinzione di intere specie, di veleni, di diseguaglianze economiche». Accolta come una rockstar da un pubblico di ogni età, Vandana Shiva, visionaria attivista e ambientalista indiana, già ospite in Libreria durante Expo 2015, è tornata per «Vetrine di libertà – La Libreria delle donne di Milano, ieri, oggi e domani», la mostra allestita alla Fabbrica del Vapore fino all’8 giugno. Con un discorso incentrato sull’ecofemminismo, spesso interrotta da scroscianti applausi, la fondatrice di Navdanya International, parla di un’emergenza ecologica, sociale, politica ed economica strettamente dipendente dallo stesso sistema capitalistico e patriarcale che separa e conquista. Ed è chiaro a tutte e a tutti, alle femministe, alle ambientaliste come alle ragazze e ai ragazzi di Fridays for future seduti un po’ ovunque fra le opere suggestive delle artiste esposte al secondo piano della Fabbrica del Vapore che non basta passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili per creare un nuovo paradigma agricolo ed economico, una cultura del «cibo come salute». 

Di radicalità delle scelte e acutezza dell’analisi parla Vita Cosentino della Libreria delle donne raccontando la biografia di Vandana Shiva e descrivendo la fattoria Nove semi (Navdanya) creata nel 1994 a simboleggiare la biodiversità. Oggi ci sono altre duemila varietà di piante e l’Università della Terra ha formato 750mila agricoltori, mente l’appello lanciato nel 1996 per la sicurezza alimentare nelle mani delle donne, si oppone alla politica delle multinazionali. Donne dunque depositarie di un sapere originario, come spiega Vandana Shiva nella sua opera più importante Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo. E se oggi il pianeta è sull’orlo del collasso, Greta Thunberg rappresenta la speranza, moltiplicando l’adesione di ragazze e ragazzi che ogni venerdì anche a Milano si ritrovano in piazza Scala, preparando lo sciopero globale del 24 maggio. Con la consapevolezza, come scrive la madre di Greta, nel libro appena uscito La nostra casa è in fiamme che «la battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo». 

Così Vandana Shiva è soprattutto contro una «monocultura della mente», ovvero contro la disposizione a ridurre tutto a uno, dove la perfezione coincide con il maschio occidentale bianco, riversando disprezzo verso tutto ciò che è difforme. Ed è proprio qui il punto di contatto con il «pensiero della differenza» che ha smascherato la presunta neutralità del pensiero maschile. Ed anche qui che si svolge l’intreccio con l’arte perché, come scrive nel bel catalogo Francesca Pasini, curatrice della mostra, «l’arte non è universale perché supera la differenza fra uomini e donne ma perché la rappresenta attraverso l’ineliminabile movimento tra chi crea e chi guarda». Incontro con l’arte e con le artiste, che hanno accompagnato la nascita della Libreria delle donne nel 1975, sostenendola economicamente con i doni delle loro opere, oggi in mostra in una cartella di grafiche, ideata con Lea Vergine, che raccoglie i lavori di Carla Accardi, Mirella Bentivoglio, Valentina Berardinone, Tomaso Binga, Nilde Carabba, Dadamaino, Amalia Del Ponte, Grazia Varisco, Nanda Vigo. Accanto a queste, sono esposte le opere delle trenta artiste contemporanee che hanno fatto parte del progetto «Quarta vetrina», ideato dal 2015 da Francesca Pasini con la Libreria delle donne. 

Al secondo piano della Fabbrica del Vapore si sistema dunque l’eterogeneo pubblico venuto per ascoltare Vandana Shiva, con molti giovani seduti per terra tra i preziosi lavori esposti, che Francesca si raccomanda di non urtare… 

Chi sta accoccolato proprio sotto il collage di Marta dell’Angelo con «le sue cariatidi, donne di età e nazionalità diverse, che alzano gli occhi, le braccia, le mani in sincronia», mentre altri si siedono accanto al lenzuolo appeso di Concetta Modica che evoca un’antica cultura artigianale con quegli strani ricami fatti di linee. Sopra al palco colpisce la serie di «bandierine» appese di Margherita Morgantin che utilizzano l’alfabeto internazionale nautico per scrivere «inviolability of female body», mentre sul lato sinistro si staglia la tenda con strisce di Pvc nei colori primari rosso, giallo, blu, ovvero il «Soggetto imprevisto» di Annie Ratti, con «la striscia verde che si forma quando il blu si sovrappone al giallo ed è la chiave per collegare la figura al titolo». In fondo alla sala domina la grande tela di Angela Passarello, dipinta fronte e retro, e intitolata «Rupe affine», a ricordare la Rupe Atenea sopra Agrigento, dove Angela è nata. 

Una location davvero unica e affascinante per Vandana Shiva, che nella sua appassionata conferenza si rivolge alla mente e al cuore dei presenti. E ripercorre cinque o sei secoli di storia per smontare le «false narrazioni» di imperi costruiti grazie alla tecnologia e non fondati invece su colonialismo, guerre e violenza. Così come svela l’abbaglio che gli Ogm siano indispensabili per nutrirci. «I combustibili fossili e l’anidride carbonica nell’atmosfera non sono gli unici problemi – ribadisce l’attivista, che ha ricevuto nel 1993 il Right Livelihood Award, ovvero il Premio Nobel alternativo –. Secondo le nostre ricerche l’emergenza più grave è legata alla distruzione delle specie di insetti, api, farfalle. È la sesta estinzione di massa, e gli avi dei pesticidi e delle sostanze chimiche oggi utilizzati in agricoltura sono gli stessi gas usati nei campi di concentramento di Hitler. L’ho capito quando sono tornata in India nel 1984, vedendo il disastro ambientale di Bhopal, nel distretto di Madhya Pradesh, avvenuto a causa della fuoriuscita dallo stabilimento di 40 tonnellate di isocianato di metile, che provocò la morte di settemila persone ed è ancora oggi responsabile della nascita di bambini con malformazioni. Per questo ho cominciato ad interessarmi all’agricoltura. Chi produce i veleni? Ora la Bayer ha comprato la Monsanto. Ero a Parigi la scorsa settimana seduta con i giovani che scioperavano per il clima e poi in 600 hanno protestato davanti alla sede della Bayer. Un unico processo sta uccidendo la vita e modificando il clima… E l’azoto nell’atmosfera è ancora più pericoloso dell’anidride carbonica. La Bayer ci dice che creeremo cibo dall’aria, intanto hanno distrutto la terra che è diventata grigia e sperperato l’acqua per creare fertilizzanti». 

Altri applausi accolgono l’affermazione che distruzione della terra e crisi dei rifugiati sono interconnesse anche perché vent’anni di globalizzazione hanno cancellato ovunque le economie locali. Se ne parla nel nuovo libro di Vandana Shiva che uscirà in Italia con il titolo «Il pianeta appartiene a tutti», e non soltanto a quei 388 miliardari che nel 2010 controllavano metà della ricchezza del mondo, un gruppo di ladri e baroni, li definisce lei, che si assottiglia sempre di più, se sono soltanto 8 nel 2017 e nel 2020, secondo le previsioni, diventeranno una persona sola!

Conclude Vandana Shiva, facendo appello alla grandezza vera che è la solidarietà espressa dai grandi numeri di persone, capaci di portare il cambiamento, sostituendo un’identità fondata sull’odio, l’idea di Samuel P. Huntington ne Lo scontro delle civiltà, con un’esperienza di vita dove «sai chi sei solo se sai chi ami». Perché non è affatto vero, come sostiene Mark Zuckerberg, che l’Intelligenza Artficiale renderà inutili il 99% delle creature viventi… «Per questo – dice ancora Vandana Shiva – ho fondato l’Università della Terra, e saranno i giovani a dirci come curarla. Invece di scappare su Marte, restiamo e prendiamoci cura del pianeta. È questa la transizione eco femminista, un cambio totale di paradigma che, secondo gli scienziati, abbiamo solo 12 anni di tempo per mettere in atto, passando all’economa circolare che protegge la vita. A Navdanya sosteniamo che bisogna partire dal cibo e da un’agricoltura priva di veleni e combustibili fossili». 

Tra le domande rivolte a Vandana Shiva, vale la pena di citare quella, un po’ ingenua, di un ragazzo di Fridays for future, che chiede un consiglio «per far cambiare le persone, perché sono le persone che cambiano la politica», ricevendo la giusta risposta che prima, come insegnava Gandhi, occorre cambiare noi stessi. Quanto a chi chiede come possiamo a Milano nutrirci di cibi non avvelenati, la risposta sta nella difesa dei piccoli agricoltori affinché non abbandonino la terra e nella pianificazione di una cintura di fattorie attorno alla città per la produzione di cibo sano.

Tornando, infine, alla mostra, dedicata a Ida Farè, con la direzione creativa di Chitra Cinzia Piloni, è impossibile nominare tutte le artiste, ma vogliamo ricordarne alcune che ci hanno particolarmente colpito, come Christiane Löhr che crea le sue sculture usando semi d’edera, gambi di piante, crini di cavallo, soffioni. Altrettanto emozionante l’opera «My escape» di Ina Otzko, un’artista che viene dal Nord e nelle sue immagini «mette a fuoco un’inaspettata alleanza tra la luce di Sandnessjøen (Norvegia del Nord) e di Positano, due luoghi tra i quali vive e che fanno da sponda alla ricerca di un luogo ideale, mai raggiungibile». Ancora impressiona «L’enigma e la Sfinge» di Maria Papadimitriou, che espone una giovane donna nella posa della Sfinge, ritagliata nella sua fisicità reale, in mutande, pudica, con occhi che diventano il fuoco dell’immagine. Caterina Saban, infine, in «Profondo bianco» accentua il mutismo delle immagini di piccoli «peluche» che mettono in primo piano il ricordo infantile, mentre Bruna Esposito crea migliaia di «Segnalibro» in cartoncino, utilizzando i colori base della stampa: ciano, magenta, giallo, bianco, nero, aggiungendo carta a specchio. Come scrive Francesca Pasini: «Il segnalibro è il punto fra ciò che si è letto e ciò che si attende. Un memo d’intimità che a volte rimane, per anni, nascosto tra le pagine, ma che fa riaprire il libro in quel punto».


(27esimaora.corriere.it, 4 maggio 2019)

di Daniela Danna


www.autricidiciviltà.com, 2 maggio 2019


Riceviamo da Daniela Danna la notizia della pubblicazione di questo articolo, che ci sembra importante.

www.autricidicivilta.com/tag/daniela-danna/ 


La redazione

di Daniel Mosseri


La Germania non prevede la pratica dell’utero in affitto: è madre chi partorisce il bambino. L’opzione adozione


Berlino. La Cassazione tedesca ha infilato un sassolino nell’ingranaggio delle cliniche (soprattutto ucraine) per la fertilità. Al pari degli altri paesi europei, la Germania non prevede la pratica dell’utero in affitto e le coppie tedesche in cerca di una gravidanza surrogata chiedono aiuto a cliniche della fertilità a Kiev e dintorni. A una di queste si è anche rivolta una coppia tedesca. Usando un ovocita di lei e lo sperma di lui, la coppia ha trovato una giovane donna che a dicembre 2015 ha portato a termine la gravidanza. Tornati dopo il parto con il bebè nella Repubblica federale, i due si sono presentati all’anagrafe per la registrazione del neonato. All’inizio le autorità hanno registrato i novelli genitori come “padre” e “madre” sulla base di un certificato di nascita ucraino. La Cassazione ha fra l’altro rilevato che la paternità non è mai stata messa in dubbio: l’uomo aveva pre-riconosciuto il nascituro con il consenso della madre surrogata davanti all’ambasciata tedesca nella capitale ucraina. I problemi sono sorti quando l’anagrafe ha appreso che il neonato era venuto al mondo dal grembo di un’altra donna: circostanza rivelata dalla trascrizione dell’estratto dell’atto di nascita richiesto dalla stessa ambasciata tedesca a Kiev. I funzionari tedeschi hanno quindi cancellato il nome della madre tedesca e iscritto quello della donna che aveva partorito a Kiev, applicando l’antica locuzione mater semper certa.

La coppia è a quel punto ricorsa a un giudice: ne è nata una questione risolta in appello dall’Oberlandsgericht di Düsseldorf che ha respinto il reclamo. Alla questione ha poi messo un punto fermo la Cassazione (Bundesgerichtshof). La madre è e resta la donna che ha partorito il bebè, hanno stabilito gli ermellini tedeschi, ma la mamma biologica è libera di adottare il pargolo. E non si tratta di una decisione salomonica ma dell’applicazione della legge tedesca, secondo cui è madre chi dà alla luce un pargolo, non chi dona la cellula-uovo, pratica peraltro illegale in Germania.

Per far valere le proprie ragioni su quella della donna (supponiamo ucraina) riconosciuta quale madre dalla legge tedesca, la coppia aveva opposto la legalità della procedura da loro seguita. In Ucraina l’utero in affitto è regolato per legge e le autorità di quel paese ci riconoscono come madre e padre, avevano argomentato i ricorrenti. Per i giudici della Corte federale di giustizia, invece, la legge ucraina non è applicabile al loro caso. Non in virtù del bambino, pre-riconosciuto come futuro cittadino tedesco prima ancora di nascere e allontanato da Kiev subito dopo la nascita. Lo stesso vale per i ricorrenti: un soggiorno meramente temporaneo in un altro stato non stabilisce una residenza abituale, hanno ancora osservato i giudici. Che, per tutelare l’interesse del piccolo a restare nel suo ambiente famigliare e sociale, hanno allora aperto la strada dell’adozione, senza peraltro chiarire se ne esistano i presupposti giuridici. Lo conferma la circostanza che nel pronunciarsi a favore dell’ipotesi adozione i giudici di Cassazione non hanno, per esempio, tenuto in considerazione l’età della madre. La procedura d’adozione in altre parole non è stata avviata dalla Cassazione né tantomeno si è conclusa con successo.

In Germania l’effetto delle decisioni della Corte federale di giustizia è vincolante solo per il singolo caso in esame: non si può quindi asserire che la Cassazione abbia messo la parola fine alla pratica della maternità surrogata da parte di coppie tedesche. Tanto più che in passato il massimo tribunale tedesco si era espresso in senso contrario, stabilendo che i donatori dei gameti, in un caso anche una coppia gay con figlio nato in California, erano i genitori del figlio. In quel caso però, il Bundesgerichtshof non si era limitato a registrare un certificato di nascita ma aveva fatto propria la sentenza di un tribunale americano. Una scelta in linea con una prassi consolidata della giurisprudenza tedesca, sempre che la decisione della corte straniera non sia manifestamente incompatibile con i principi essenziali del diritto tedesco. Allo stesso tempo è vero che le sentenze della Cassazione sono tenute in grande considerazioni dalle corti di appello. Tanto più in un paese come la Germania, forse l’unico in Europa, dove manca una legge sulla fecondazione assistita e, in materia, si procede proprio a colpi di sentenza.


(Il Foglio, 30 aprile 2019)

di Octavio Salazar


Yes, I am a feminist. La maglietta esibita da Carmen Calvo la scorsa notte elettorale non era solo la perfetta sintesi di una delle chiavi della giornata ma anche, spero, una vera e propria dichiarazione di intenti rispetto alla prossima formazione del governo. Credo che nessun analista serio, se non è dominato dallo sguardo androcentrico e sessista, ossia antifemminista, possa ignorare che in questo processo elettorale è stata decisiva la mobilitazione delle donne. Il femminismo ci ha di nuovo dimostrato di essere il movimento sociale più vivo, progressista e attrattivo del XXI secolo.

La capacità delle donne femministe di creare reti, di trasformare in agire politico il proprio senso della giustizia e di mettere a fuoco con lenti precise il nemico patriarcale da battere, è stata cruciale nella sconfitta della destra e nel trionfo del socialismo. Di un partito il cui segretario generale ha avuto la lucidità e l’impegno di saper ascoltare e tenere presenti le rivendicazioni di tutta una genealogia femminista senza la quale ciò che ora stiamo vivendo sarebbe impossibile. Proprio ciò che la destra ha negato con violenta militanza.

In questi giorni di campagna leggevo un paio di magnifici libri in cui si analizza il potere rivoluzionario dell’ira delle donne: Buenas y enfadadas [Buone e arrabbiate], di Rebecca Traister (Capitán Swing) e Enfurecidas [Infuriate], di Soraya Chemaly (Paidós). Nei due testi si spiega come il patriarcato ha costantemente represso l’espressione della rabbia e dell’ira femminili, al punto che quando una donna ha manifestato espressioni di veemenza o assertività, queste hanno giocato contro di lei.

La vita politica è piena di magnifici esempi di come i valori che nei leader maschili sono stati considerati un di più, nelle donne hanno costituito un di meno. È ora, come segnalano le due autrici, che le democrazie assumano il valore nutritivo dell’ira delle donne. È evidente che quella che alcune compagne femministe non esitano a definire come quarta ondata femminista si alimenta, in grande misura, della rabbia delle donne del mondo, del loro essere stufe di fronte al maschilismo pubblico e privato, della loro indignazione per lo sfruttamento dei loro corpi e delle loro capacità, della loro stanchezza davanti alla costante cancellazione da parte di alcune leadership che continuano a rispondere a ciò che Celia Amorós chiama “patti giurati” tra maschi. Le donne hanno cominciato a dire basta, facendo diventare globale e presente la loro giusta impazienza, la loro militanza radicale contro le ingiustizie di sesso e il loro sguardo progressista di fronte a proposte, quelle maschiliste e neoliberiste, che guardano al passato.

Questa ira, che in Andalusia abbiamo sentito in maniera palpabile nei confronti di un tripartito fondato su discorsi che pretendono di annullare tutti gli avanzamenti in materia di uguaglianza, è stata decisiva in una Spagna che, oltre ai problemi territoriali, che tanto piacciono a maschietti ostinati a dimostrare che la politica è una competizione di ego, sembra aver chiaro che senza giustizia sociale la convivenza non è possibile. E che alla base di tale giustizia non può esserci altro che l’uguaglianza dei sessi e una concezione del potere e dei diritti in cui finalmente donne e uomini siano considerati equivalenti. Un orizzonte che, insieme alla sfida della sostenibilità del pianeta, dovrebbe segnare l’agenda immediata di qualunque buon governo.

Da uomo impegnato per l’uguaglianza, non posso che ringraziare le donne che in queste settimane non hanno mai smesso di aprirci gli occhi e di offrirci una lettura “viola” di quello che noi giocavamo in realtà. Senza di loro, senza il loro instancabile lavoro di ribellione di fronte a ciò che sembrava inevitabile, senza la loro capacità di generare abbracci persino in territori dove potrebbero esserci discrepanze, i risultati delle elezioni sarebbero stati altri. Una vera e propria lezione di democrazia che dovrebbero imparare i partiti politici e molto specialmente noi, gli uomini, così ostinati a mantenere il pubblico come un territorio in cui le donne posso essere solo seconde.

Adesso resta il compito più complesso ma anche più appassionante. C’è da formare il governo e definire le linee di quelle che saranno le politiche pubbliche nei prossimi quattro anni. Un compito in cui confido che il Psoe [Partito socialista operaio spagnolo] si mantenga fedele al suo percorso di impegno per l’uguaglianza e non esiti a prendere sul serio, finalmente in questo paese, il mainstreaming di genere. Che vuol dire che l’uguaglianza di donne e uomini dev’essere l’asse portante di tutte le politiche pubbliche e che pertanto qualunque pratica, atteggiamento o comportamento che implichi sfruttamento o discriminazione delle donne dovrà essere perseguito. Da qui alcuni fili rossi che il programma elettorale del Psoe marcava con forza – prostituzione, utero in affitto – e da qui anche l’urgenza che il genere sia detonatore di politiche economiche che contribuiscano a smantellare il sistema sesso/genere.

Un vero e proprio programma di emancipazione degli esseri umani, donne e uomini, è quello che il femminismo va portando avanti da più di tre secoli e che adesso, in questa Spagna così imperfetta ma anche ammirevole per tante cose, abbiamo l’opportunità di concretizzare in misure che redistribuiscano beni e risorse in una prospettiva di genere, che limitino per quanto possibile le grinfie predatrici dell’homo economicus e che rendano pubblica l’etica della cura di cui abbiamo tanto bisogno per sostenere il pianeta. Speriamo dunque che il femminismo diventi prassi nel palazzo del governo e dintorni. Ne va del futuro della democrazia, e della vita del pianeta.


(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan. Hacia un gobierno feminista, El País, 29 aprile 2019)

di Marta Facchini  


Ha diretto oltre cento cortometraggi, ha aperto una casa di produzione e ha rivoluzionato il cinema per adulti. Parla l’autrice che ripensa il piacere femminile e lo porta sullo schermo


C’è un problema con la pornografia tradizionale e mainstream: è stereotipata, propone cliché culturali e non rappresenta il piacere femminile. “Tutto si concentra sullo sguardo maschile e le donne non trovano spazio, se non come oggetti per il piacere di un’altra persona”. È la considerazione da cui si è mossa Erika Lust, la regista svedese ma spagnola d’adozione che ha pensato a rivoluzionare il mondo del cinema per adulti.

E ci è riuscita. In quindici anni di carriera ha girato oltre 100 cortometraggi e quattro lavori lunghi. Ha vinto premi internazionali e ha fondato una casa di produzione a Barcellona con una sede in Passeig Picasso, vicino al parco della Ciutadella. “Il porno è uno strumento di liberazione per le donne”, spiega Lust a TPI. “Ma per esserlo doveva essere ripensato”.

Lust produce film erotici curati nei dettagli, nelle storie, nella scelta dei personaggi. E nella rappresentazione del rapporto tra i generi. “Metto sullo stesso piano il piacere maschile e quello delle donne, che è spesso assente”, spiega. Per la regista, il porno femminista è un mezzo che ripensa la forma del piacere. E, nel farlo, piace anche agli uomini.

Lei è laureata in Scienze Politiche all’Università di Lund in Svezia. Come ha iniziato a girare film porno?

Ho studiato Scienze Politiche e Studi di Genere all’università. Quando stavo leggendo Hard Core: Power, Pleasure, and the “Frenzy of the Visible” di Linda Williams ho avuto un’epifania. Era uno dei primi testi che affrontava la pornografia interpretandola come un genere con una sua specificità e una sua forma filmica. In quel momento ho realizzato che il porno non è una realtà monolitica ma che fa parte di un discorso più ampio sulla sessualità: esprime un’idea e una visione del mondo. È un discorso sul rapporto tra il genere e il sesso.

Volevo girare un film erotico e ho prodotto The Good Girl, che ironizza sulla figura tipica del “fattorino”. Ho messo il film su Internet e  ho deciso di farlo scaricare gratuitamente: in due mesi aveva raggiunto più di due milioni di downloads. In tanti mi chiedevano quando avrei girato il prossimo lavoro ed è allora che ho realizzato che erano in molti a cercare una pornografia diversa. Volevo produrre un cinema per adulti alternativo rispetto al solito porno degradante, un cinema che poteva piacere a me come ad altre donne e uomini che cercavano prodotti eccitanti ma nuovi.

È iniziato tutto cosi. Ho deciso che questo sarebbe stato il mio percorso e ho diretto Five Hot Stories For Her, Barcelona Sex Project, Life Love Lust and Caberet Desire. Nel 2013 è partita la serie XConfessions, un sito dove si possono vedere short film basati sulle confessioni erotiche di persone che rimangono anonime.

Cosa ne pensa dell’industria porno mainstream?

La nostra società sta cercando di essere più inclusiva ma l’industria porno mainstream non tiene il passo. Presenta ancora i soliti standard di bellezza, spesso è sessista e propone punti di vista razzisti. Certo, è una critica che vale anche per Hollywood e per l’industria musicale ma la maggior parte della produzione cinematografica porno manca di molti elementi, come il realismo, la creatività, l’intimità e l’ironia. E manca soprattutto della rappresentazione del piacere femminile.

Basta aprire un qualsiasi canale porno su Youtube per notarlo: la coercizione è ovunque. Non sono fantasie che rappresentano un male di per sé e sono esistite molto prima del porno. Tuttavia, l’industria cinematografica per adulti le sfrutta nel peggiore dei modi rendendole l’alfa e l’omega della sessualità, rappresentandole come quasi l’unico modo di avere rapporti sessuali.

Questi film mostrano il corpo delle donne come intrinsecamente soggiogato e passivo rispetto agli uomini e al desiderio sessuale maschile, indipendentemente dalla storia e dal contesto. Il piacere maschile è l’obiettivo finale e la scena si svolge attraverso lo sguardo dell’uomo. Non ci sono preliminari, non ci si accarezza e il sesso orale su una donna è praticamente inesistente. Tutto si concentra solo sull’anatomia, i genitali e parti del corpo che si sbattono l’una contro l’altra.

Il porno mainstream ha perso la qualità cinematografica che aveva negli anni Settanta, quando i film erano lungometraggi, uscivano nei cinema ed erano recensiti da media. Ora si vogliono tenere i costi bassi, non ci sono prodezze narrative e la qualità è scadente.

I suoi progetti sono stati definiti “porno femministi”. È d’accordo con questa definizione? Come può essere femminista un film erotico?

Nel porno femminista le differenze non sono solo dietro la scena ma anche davanti alla telecamera. È un prodotto diretto da registe femministe che manifestano il loro punto di vista direttamente nella pellicola. Questo significa, per esempio, che le donne ricoprono ruoli chiave come produttrici, art directors, direttrici della fotografia.

Un porno femminista riesce a rappresentare la sessualità, il piacere e i desideri femminili. Mostra donne in grado di determinare il proprio piacere, che hanno una voce e che esprimono desideri. È un porno che promuove la parità di genere e la cultura del consenso. Mostra uomini e donne come partner sessuali alla pari e non li dipinge come oggetti.

Per quanto riguarda la scelta dei temi, si sceglie di lasciare da parte le simulazioni di coercizione, pederastia o fantasie di abuso. Non ci sono rappresentazioni di scene violente, di violenza sessuale o di stupro. La chiave è creare un prodotto differente e dare una forma ai molti modi di desiderare, di fare sesso. Si vogliono mettere in scena le differenze sessuali e le molte identità di genere.

E nei miei film metto sullo stesso piano il piacere femminile e maschile. Ma non significa che i miei film siano fatti solo per le donne. Infatti, quasi la metà dei miei spettatori sono uomini, spesso insoddisfatti dei film tradizionali, ritenuti privi di qualità cinematografica, che trattano le donne come semplici oggetti di piacere e gli uomini come strani peni smembrati la cui unica funzione è la penetrazione.

Sia gli uomini sia le donne cercano un porno più realistico, intelligente, sex positive e rispettoso delle donne. Un desiderio vivo, che mostra come la sessualità non sia limitata a un’area ristretta e nemmeno all’idea dell’uomo bianco dominante, eterosessuale e di mezza età.

Per quanto mi riguarda, se devo scegliere una definizione per i miei lavori scelgo quella di “regista di film etici per adulti”.

La pornografia può essere uno strumento per la liberazione della sessualità femminile?

Assolutamente. Il piacere femminile è importante e le donne lo sanno. Guardare un porno nella nostra camera da letto ci aiuta a esplorare la nostra sessualità nel modo più sicuro possibile. Ci aiuta a scoprire cose nuove e a incentivare il nostro piacere. Mi piace che le donne che guardano i miei film si possano identificare con il personaggio femminile, che possano eccitarsi alla vista del suo piacere. E che possano provare curiosità per pratiche sessuali che non hanno mai provato prima.

Gli adolescenti guardano porno. Secondo lei la pornografia tradizionale, che spesso propone l’immagine di donne che soddisfano solo i desideri maschili, può influenzare la visione della sessualità?

Certo che può e per questo è importante parlare con i nostri figli della pornografia che si trova online. Gli adolescenti sono svegli e ovviamente curiosi riguardo al sesso. Insieme al mio partner Pablo, abbiamo creato ThePornConversation.org che vuole offrire a genitori e insegnanti strumenti per spiegare che, proprio come i film dell’orrore, i film che si trovano su Internet non sono adatti a loro. Devono sapere che se li guardano non stanno vedendo come avviene realmente un rapporto sessuale, anche solo perché quelli sono attori professionisti.


(tpi.it, 25 settembre 2018)


di Fanca Fortunato


Ci sono persone che, senza che te ne accorga, entrano a poco a poco a far parte per sempre della tua vita, anche se le conosci poco, quel tanto da sentirle parte di te ed essere contenta/o ogni qualvolta le incontri. È quanto è stata per me Angela Cerra, la donna originaria di Decollatura morta il 9 aprile scorso e della cui morte sono venuta a conoscenza, pochi giorni fa, grazie alla sua carissima amica e collega Francesca, che si è presa amorevolmente cura di lei, insieme a Oslavia e Fiammetta, fino alla fine. La sua morte inaspettata è stata per me un colpo a ciel sereno. Non avevo saputo niente della sua improvvisa malattia e il dolore e la tristezza che ho sentito mi hanno fatto capire quanto questa donna mi fosse entrata dentro e come per me era parte del Centro oncologico “Pugliese-Ciaccio”, che “purtroppo” frequento da anni. Angela era caposala nel reparto day hospital diretto dal dottore Stefano Molica, scelta dal primario come caposala sin dalla sua apertura. Il mio incontro con lei risale a molti anni fa, quando mi sono affidata al dottore Molica per essere curata. Angela, la donna di piccola statura ma di grande umanità, dagli occhi chiari e dai capelli a caschetto, ha da subito conquistato la mia fiducia e simpatia, con la sua gentilezza, accoglienza, cordialità, col suo sorriso e la sua disponibilità che lei, come il dottore Molica, pretendeva anche da parte di tutte le infermiere. Andare in quel luogo per fare terapia e trovare lei, che mi salutava e mi accoglieva sempre con un sorriso, era per me motivo di rassicurazione e fiducia, mi faceva sentire viva, un essere umano, bisognoso sì di cure, ma anche di attenzione e di empatia. Quando sei nel bisogno, come lo sono le ammalate e gli ammalati, a volte basta un sorriso, un gesto gentile, un saluto, un sentirti chiamata/o per nome, per sentirti un essere umano e non una cosa da guardare con distacco e indifferenza. Angela sapeva tutto questo, era attenta ai rapporti umani e lo sapeva insegnare anche alle altre infermiere. Sapeva entrare nel cuore, gonfio di ansia e di angoscia, di ogni ammalato/a e trasmetteva loro fiducia, con un semplice sorriso. Una professionista, una brava caposala, che non aveva perso la sua umanità. Amata e stimata da tutti coloro con cui condivideva il suo lavoro, conosceva bene i bisogni profondi di chi si ammala, non disconosceva l’importanza dei medicinali, delle tecnologie, della professionalità di medici e infermiere/i, ma sapeva, perché lo praticava, che l’essenziale stava nei piccoli grandi gesti carichi d’amore, come ascoltare, guardare in faccia l’ammalato/a, chiedere, con un sorriso, mentre gli infilano l’ago nelle vene se gli stanno facendo male. Angela, insieme a tutti coloro che lì ci lavorano, rendeva quel luogo di disperazione e speranza, di angoscia e vita, di morte e resurrezione, un luogo familiare e accogliente, dove sentirsi al sicuro. Lei, con la sua presenza, mi ha accompagnata per tutto il tempo della terapia e anche dopo, a ogni visita di controllo. Ci incontravamo nel corridoio dove, con ansia, aspettavo di entrare dal dottore Molica. Lei mi sorrideva, mi chiamava per nome e si avvicinava per chiedermi come stavo. Poi, con fare gentile mi invitava a entrare. Con il suo sorriso, il suo fare discreto e la sua scrupolosità e attenzione a che la cartella medica fosse a posto, ascoltava le parole del dottore e, compiaciuta, condivideva con me la ritrovata serenità nel sentire che “tutto è a posto”. Mi accompagnava alla porta con il suo sorriso rassicurante e rassicurato. La sua presenza mi piaceva, mi dava forza e sicurezza e ogni volta ci salutavamo, sapendo che ci saremmo riviste alla prossima visita di controllo. Così non sarà più. Il male non ci ha dato il tempo di rivederci, ma il suo ricordo resterà vivo per sempre dentro di me. Addio carissima Angela.


(Il Quotidiano del Sud, 24 aprile 2019)



Quest’anno non sono riuscito ad andare al TED di Vancouver. Ma ho seguito qualcosa in rete. E mi hanno colpito due cose, collegate fra loro. La prima è il talk della giornalista dell’Observer che ha scoperchiato lo scandalo di Cambridge Analityca (e che è stata bannata a vita da Facebook per questo). La seconda il fatto che uno degli sponsor principali di questa edizione del TED di Vancouver fosse proprio Facebook. Ce lo vedete un evento in Italia dove lo speaker principale è quello che attacca lo sponsor principale. O anche solo il giornale, la radio, la tv, l’agenzia di stampa….

Carole Cadwalladr ha fatto un lavoro giornalistico memorabile (per il quale è stata fra i finalisti del premio Pulitzer appena assegnato). Nel suo TED Talk ripercorre la vicenda e pone delle domande molto serie “agli dei della Silicon Valley” e a noi utenti dei social, sul futuro della democrazia. Per questo abbiamo ritenuto di tradurre subito in italiano il suo intervento.

                                                                                                                                              Riccardo Luna


Lo speech integrale di Carole Cadwalladr al TED aprile 2019, Vancouver


Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano Observer, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.

Eccola (mostra la cartina geografica). È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Sessantadue per cento delle persone qui hanno votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.

Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata ad Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della UE in Galles.

Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo, che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.

Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo paese è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.

Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutta quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello che ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.

Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.

Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.

Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro letteralmente con carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolta soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.

Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei rapporti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella UE. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target prescelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.

Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazione, deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

 C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave EU”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei rapporti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del FBI, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legati. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.

Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).

Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.

Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytyca è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.

E il giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.

Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.

La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.

Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.

Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.

Quello che sembrate ignorare è che questa storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.

E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.

La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio? La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.


(www.agi.it, 21 aprile 2019)


Storia tratta da un episodio di Business Daily su BBC World Service. È stato presentato da Ed Butler e prodotto da Laurence Knight. Adattamento di Bryan Lufkin.


Il Quartiere a Luci Rosse di Amsterdam – con i suoi vicoli tortuosi pieni di finestre dalle luci cremisi dove le donne attirano i clienti che passano – è diventato non solo una destinazione turistica e un’icona culturale, ma anche un esempio di alto profilo di un luogo in cui il sesso legale e sicuro è stato praticato per decenni. Ma ciò potrebbe finire presto. Il parlamento olandese si sta preparando a un dibattito sulla legalità della prostituzione nei Paesi Bassi. Con l’opposizione sia della destra cristiana che della sinistra femminista, le lavoratrici del sesso nel Quartiere a Luci Rosse sono sotto pressione per proteggere il loro diritto al lavoro.

Questo dibattito potrebbe portare a grossi cambiamenti nell’ambito del sex work nel mondo? E come potrebbe influenzare i lavori e le vite delle persone che operano in questa industria?

Cambiamenti olandesi

“E se fosse tua sorella?”

Questo è uno dei motti che girano sui social media nella campagna giovanile che cerca di criminalizzare parti del sex work. Hanno raccolto oltre 46.000 firme in sette anni, arrivando finalmente al dibattito parlamentare, afferma Sara Lous. Lei lavora alla campagna “Ik ben onbetaalbaar” –  “Io non ho prezzo” in olandese, che mira a cambiare le leggi in vigore perché seguano il cosiddetto “modello nordico”, in cui i clienti maschi che vanno a prostitute potrebbero essere multati, con l’obiettivo di ridurre la violenza contro le donne che lavorano nel sesso. Al momento, il sesso a pagamento tra due adulti consenzienti nei Paesi Bassi è legale dal 1971.

Tuttavia Lous pensa che oggi, in epoca di #MeToo, ciò sia obsoleto, non importa quanto sia simbolo della libertà sessuale il Quartiere a Luci Rosse: “Ciò non fa più parte del nostro tempo”.

Ma cosa pensano le lavoratrici a Luci Rosse? Una, che viene dalla Romania e che si fa chiamare Cherry, dice che è solo un modo per pagare l’affitto e metter via soldi, finché può prendere un “lavoro normale” e arrivare a una “vita normale”. Lavora nel Quartiere a Luci Rosse da una decina d’anni. “Se la petizione andrà bene, allora sarà un buon passo per uscire da lì” ha detto alla BBC Anna Holligan. Ma un’altra donna, di nome Foxy, pensa che la petizione potrebbe essere contro le prostitute rendendo il lavoro un tabu, più opaco e quindi meno accettato o controllato: “Dovremmo[GLI1]  nasconderci, così non avremmo accesso alla Polizia o ai servizi sanitari così facilmente”. Continua: “Io lo faccio per scelta” e sostiene che problemi come il traffico di esseri umani sono presenti in molti settori, non solo nell’industria del sesso. Insomma, la prostituzione legale continuerà a dare alle donne la libertà di fare soldi come vogliono – o è effettivamente oppressiva?

Anche le leggi anti-prostituzione funzionano?Le leggi sulla prostituzione e il modo in cui proteggono le donne e danno loro accesso a benefici come l’assistenza sanitaria variano molto da paese a paese. Gli esperti dicono che nei paesi più poveri, le misure anti-prostituzione sono spesso usate come armi per punire le donne che lavorano nell’industria del sesso e per avere controllo sui loro corpi. Di più, queste leggi non sono sempre efficaci nel fermare il diffondersi di malattie, tratta o violenza contro le donne. “Le leggi contro il lavoro del sesso, diventano inevitabilmente contrarie ai diritti delle lavoratrici del sesso” dice Prabha Kotiswaran, una professoressa di legge e giustizia sociale al King’s College di Londra. Quello che alla fine succede è che le stesse sex workers devono pagare bustarelle alla polizia – siano tangenti in sesso o denaro – per sfuggire all’applicazione della legge. Ciò significa semplicemente che devono fare più sesso per tirar su i soldi che devono pagare allo Stato”.

Gli attivisti che si definiscono “abolizionisti” cercano di infliggere pene ai clienti – per lo più maschi, che pagano per il sesso. Ma altri pensano che il focus debba essere il potenziamento

delle donne coinvolte, che sono già parte di un settore vulnerabile della popolazione. Alcuni pensano che il modo migliore per farlo sia rendere la prostituzione completamente e al 100% legale.

Benefici della legalizzazione della prostituzione

“Va bene ed è dandy pagare per il sesso”, dice Christina Parreira. “E penso sia così sciocco che le femministe vogliano portare via uno dei pochi settori in cui le donne fanno più soldi degli uomini”. Perreira è una lavoratrice del sesso occasionale, originaria dello stato del Nevada, che ha un PhD e fa ricerca nell’ambito dell’industria del sesso. Si oppone a rendere illegale la prostituzione e dice di aver fatto una buona vita col lavoro del sesso: “Ho fatto abbastanza soldi, posso finire il mio PhD e lavorare a malapena. Che lusso, dico io. L’abolizionismo metterebbe fuori dal lavoro centinaia di persone”. Continua Parreira: “La cosa fantastica di un bordello è che sei protetta, dato che è legale”. Sta parlando del Nevada, dove la prostituzione è legale in alcuni posti. “Se un cliente dovesse sfuggire di mano, ci sono i pulsanti-panico”.
Ma Julie Bindel, giornalista e attivista contro la prostituzione, sostiene che nei paesi in cui è legale, un numero maggiore di  prostitute sono uccise da protettori o clienti. Dice che lei, lavorando nel giornalismo, non ha mai avuto bisogno di un “pulsante-panico”. Bindel è a favore del modello nordico di cui si parla nei dibattiti olandesi, un modello diffuso al di fuori della regione nordica, che mira a decriminalizzare il lavoro sessuale in sé, ma può criminalizzare i clienti. Bindel pensa che il lavoro del sesso non è ancora abbastanza sicuro per le donne, e quindi non può essere messo insieme a altre carriere regolate dal governo e non se ne può parlare nello stesso modo. Dice che il problema esisterà finché le lavoratrici del sesso saranno viste come beni di consumo, e fa riferimento come esempio ai “mega bordelli” tedeschi. “Ci sono pubblicità per gli uomini in pausa pranzo, suggeriscono la possibilità di avere quante donne vogliono, insieme all’hamburger e alla birra” dice Bindel. “È diventato parte della cultura consumistica. Le donne sono come la carne nell’hamburger”.

Bindel crede che la prostituzione sia radicata nella disuguaglianza di genere. Ecco perché preferisce un modello nel quale una prostituta può prendere il telefono e chiamare la polizia, anche se l’uomo non ha fatto niente di male o di violento – ma, sostiene, perché potrebbe avere in mente di farlo.

Ma Parreira dice che non ha mai sperimentato nulla del genere o il fatto che un uomo non segua le regole del bordello, rifiutandosi, per esempio, di mettere il preservativo. Inoltre indica i dati di Amnesty International e della rivista Lancet, che supportano entrambi la completa depenalizzazione. Per esempio, tra il 2003 e il 2008, dopo che il lavoro del sesso è stato legalizzato, nello stato del Rhode Island (USA) c’è stato un decremento del 30% delle violenze contro le prostitute. “Non c’è stato un incremento di prostitute. Il mito che più donne entreranno nel commercio – come fosse necessariamente una brutta cosa- non è vero”, dice Parreira. Sostiene che potrebbero anche negoziare pratiche sessuali più sicure e migliori condizioni dei bordelli. Le prostitute si sono potenziate; sono state messe in grado anche di citare in giudizio per violazioni dei loro diritti. Per ciò che riguarda il modello nordico? “Funziona sulla falsa premessa che le donne non possono acconsentire al sesso commerciale – che non ne possano mai godere. Che, fondamentalmente, gli uomini sono dei predatori – ma questa non è la realtà tra la maggior parte delle lavoratrici del sesso”. Dice che il modello nordico è “basato sulla falsa narrativa del femminismo radicale che stiamo affittando l’interno del nostro corpo – il modo in cui parlano le abolizioniste è più degradante e rende il sesso un feticcio, molto più di qualsiasi cliente abbia mai incontrato”. Le abolizioniste, invece, sostengono che criminalizzare alcuni aspetti del lavoro sessuale, mettendo l’onere sul cliente, rende più sicure le donne, dando loro più potere in questo particolare posto di lavoro.

È un dibattito che sembra solo crescere, visto che il parlamento olandese si prepara a deliberare. Parreira dice che le abolizioniste devono parlare con più sex worker, ma Bindel dice che l’esperienza di Parreira non è quella di tutte le lavoratrici del sesso.
La discussione richiede un esame accurato sull’argomento e suggerisce anche una riflessione sul perché definiamo la prostituzione la professione più antica del mondo.
“Finché ci saranno uomini, ci sarà bisogno di sesso”, dice Parriera. “E va bene per le donne adulte consenzienti che scelgono di farlo”.


(Business Daily su BBC World Service, 20 aprile 2019)

di Lorenza Pignatti


Milano. Presso FM Centro per l’Arte Contemporanea la rassegna dedicata al «Soggetto Imprevisto», a cura di Raffaella Perna e Marco Scotini L’esplorazione del linguaggio verbale e del corpo femminile, inteso come processo di decostruzione degli stereotipi di genere: è questo il fil rouge che lega le opere raccolte ne Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia, l’esposizione milanese presso FM Centro per l’Arte Contemporanea che presenta per la prima volta insieme oltre cento artiste italiane e internazionali attive negli anni Settanta, difficilmente citate nelle narrazioni storico/artistiche ufficiali. Una scena eterogenea come documentano le opere raccolte, in cui i legami tra arte e femminismo creano un discusso e contrastato progetto comune che orienta un nuovo percorso linguistico e iconografico. Molteplici sono i segni e i codici espressivi enunciati dalle artiste che ognuna in modo diverso affronta il rapporto con la militanza e l’attivismo politico, per determinare un nuovo Soggetto imprevisto, come scrisse Carla Lonzi nel libro Sputiamo su Hegel, un soggetto indomito che rifiuta il linguaggio e le prescrizioni del dicibile imposti dalla cultura e dall’iconografia maschile. Curata da Raffaella Perna e Marco Scotini, la mostra indaga l’eterogeneità dei discorsi che hanno spinto molte artiste e collettivi femministi a ripensare il ruolo della donna nella società, come testimonia l’ampia selezione di materiali provenienti dagli archivi della Cooperativa di via Beato Angelico, primo spazio artistico interamente gestito da donne, fondato a Roma nel 1976, di Rivolta femminile, uno dei gruppi più radicali, in cui militavano Carla Lonzi e Carla Accardi, del Gruppo Femminista Immagine di Varese, e del Gruppo XX di Napoli, per ricordarne solo alcuni. «Non è tempo per le donne, di dichiarazioni: hanno troppo da fare e poi dovrebbero usare un linguaggio che non è il loro, dentro un linguaggio che è a loro estraneo quanto ostile», scriveva Ketty La Rocca nel 1974, che pur non militando in modo attivo nel femminismo ne condivideva le istanze e le riflessioni, confrontandosi con curatrici e critiche come Lucy Lippard e Anne Marie Sauzeau. L’affermazione di La Rocca indicava la volontà di rifondare il linguaggio su basi nuove per demistificare le riflessioni stereotipate del femminile e uscire dal monologo del linguaggio patriarcale, come asseriva Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminile, di cui sono esposti in mostra testi e documenti d’archivio. Come suggerisce il titolo della rassegna (visitabile fino al 26 maggio), il 1978 è un anno significativo per le rivendicazioni sociali viene approvata la legge 194 che permette l’interruzione volontaria della gravidanza, una vittoria epocale per il movimento femminista, dopo quelle ottenute con il referendum per il divorzio e la riforma del diritto di famiglia – e per la scena artistica italiana che registra e risponde ai cambiamenti in atto. Materializzazione del linguaggio è la collettiva curata da Mirella Bentivoglio, nell’ambito della Biennale di Venezia, che raccoglie le opere di ottanta autrici che operavano con la poesia verbo-visiva. Dai libri cuciti di Maria Lai alle scritture pentagrammatiche di Betty Danon, ai Dattilocodici di Tomaso Binga (pseudonimo scelto da Biana Pucciarelli per sottolineare la carenza di visibilità e le difficoltà per le artiste di poter essere parte del mondo culturale), ai linguaggi astratti di Mira Schendel e Irma Blank, l’intera mostra è stata ricreata a FM Centro per l’Arte Contemporanea per far riemergere la vitalità della scena italiana che dialogava apertamente con quella internazionale. A Belgrado fu invece organizzato il seminario femminista Comrade Woman: Women’s Question – A New Approach?, e in Polonia l’artista Natalia LL curava la prima esposizione femminista intitolata Wroclaw First International Women’s Art Exhibition. Sempre nel 1978 la Biennale di Venezia dedicava una antologica a Ketty La Rocca, a pochi anni dalla sua prematura scomparsa, mentre ai Magazzini del Sale erano presentati manifesti, riviste e libri fotografici del gruppo femminista «Immagine» di Varese e del gruppo «Donne/Immagine/Creatività» di Napoli. Romana Loda curava per la sua galleria di Brescia, l’ultimacollettiva di sole artiste, che chiuse un percorso di ricerca in cui le autrici italiane venivano proposte insieme alle più significative interpreti del panorama europeo, quali Marina Abramovic, Hanne Darboven, Gina Pane, Valie Export, Rebecca Horn, Natalia LL e molte altre. Come afferma Scotini, la rassegna altro non è che «un’indagine archeologica del più ampio dibattito contemporaneo sul concetto di genere, che cerca di recuperare una genealogia fondamentale nell’ordine dei sistemi sociali, che vedono ora una pluralità costitutiva di identità sessuali».


(il manifesto, 20 aprile 2019)

di Martina Peruzza


Agnès Varda ci ha lasciate il 29 marzo di quest’anno (2019). Ci ha lasciate ma ricche, con tanti tesori della sua molteplice opera e il ricordo di una donna libera e simpatica. (Ndr del sito della Libreria delle donne)


Un paio di mesi fa mi sono tagliata i capelli da sola.

Li volevo un po’ più corti perché le mezze lunghezze non mi piacciono, quindi ho fatto una coda e, zac, con un colpo di forbice ho ottenuto un carré non perfetto, ma comunque abbastanza soddisfacente. Non credevo che mettere mano ai propri capelli fosse una gran cosa – ma stando al feedback di amiche e amici, a quanto pare lo è. I capelli sono importanti e se te li tagli da sola, qualcuno esclamerà con sorpresa e parallela presa di distanza “Che coraggio!”.

La chioma sancisce il modo in cui ci presentiamo al mondo e non sorprende che tante ragazze si disperino per una tinta uscita male, un taglio anzianotto o uno shatush che separa con linea di demarcazione un po’ troppo manichea il castano dal biondo. I capelli ci espongono, dicono qualcosa di noi e se li tagliamo, molto spesso, è per trovare in un gesto esteriore una forza interiore di cui vogliamo finalmente appropriarci.

A diciotto anni la giovane Arlette, nata a Bruxelles il 30 Maggio 1928, cambia nome: d’ora in poi sarà Agnès, Agnès Varda.

A diciannove anni, come a convalidare la sua identità, si taglia i capelli. Adotta un caschetto peculiare e dichiaratamente fuori moda, che diventerà il suo tratto distintivo. A France Culture dichiara: «era pratico non cambiare. Mi permetteva di non lottare per essere bella, essere giovane, fare meglio delle altre. Ho provato a essere così, a fare quello che dovevo fare». E di cose ne ha fatte, Agnès.

Fotografa, cineasta, artista – Agnès Varda non ha dato un taglio rivoluzionario solo ai suoi capelli.

A venticinque anni si mette a lavorare alla sua prima sceneggiatura: non ha studiato cinema, non è un cinefila, ha visto sì e no una decina di film. «Ho imparato dalle letture e dal mio gusto per la pittura, per i musei che frequentavo assiduamente. Nella pittura c’è una scelta di colori, di forme, un’idea di ciò che si vuole rappresentare, e molto presto ho capito che il punto non è cosa raccontare, ma come lo si racconta».

Nel 1954 esce La Pointe Courte, film sperimentale realizzato con pochi mezzi, in ambientazioni naturali, minimalista nei dialoghi. Agnès Varda entra così nel novero dei réalisateurs della Nouvelle Vague e comincia a dare voce alla sensibilità femminile nel cinema d’avanguardia. Cléo de 5 à 7, L’une chante, l’autre pas, Réponses des femmes, sono il frutto di un femminismo sottile e ragionato, critico e propositivo, sicuro di sé e proprio per questo capace di essere avanguardista.

Non è una donna che parla di donne o per le donne attraverso il cinema. È una donna, individua, che fa cinema e ne oltrepassa i confini: Ulysses, del 1983 è una narrazione documentaristica che prende spunto da una sua fotografia; il recentissimo Visages Villages, girato insieme allo street artist JR, è un documentario, un diario di viaggio, una performance artistica itinerante.

Agnès è un’artista, prima che una femminista. O forse le due cose vengono insieme: l’arte nasce dal genio individuale e nel genio individuale è compreso uno sguardo diverso. «La questione non è parlare delle donne o di altro, la questione è che lo sguardo delle donne – la loro sensibilità – è diversa». È un’ispirazione, una voce nel coro di quelle che, come Giovanna d’Arco, ci invitano a tagliarci metaforicamente i capelli, prendere la forbice, fare quello che vogliamo fare.

Arte, cinema, letteratura, scienze, politica, economia – tagliare i nostri lunghi capelli, prendere in mano il nostro destino e i nostri talenti è una fatica, una conquista personale, ma d’altra parte anche una responsabilità di genere: «sono unica, ma sono tutte le donne – scrive Agnès – e ora le cose cambieranno».

Se la femme di Godard esita (j’hésite, ultima scena di Masculin Feminin), la femme di Agnès Varda, contraltare del mito di Sansone, si mette una scodella in testa e dice: tagliate.


(http://www.filosofemme.it/2019/04/01/i-corti-capelli-di-agnes-varda/, 1 aprile 2019)

di Lucia Capuzzi


Il Papa ha affidato quest’anno la preparazione dei testi per la Via Crucis alla religiosa che contrasta la tratta, Eugenia Bonetti, nata nel 1939 a Bubbiano (Milano)


«Sister, please, help me», «Sorella, ti prego, aiutami». Ancora, ventisei anni dopo quel 2 novembre, il grido di Maria risuona nelle orecchie di suor Eugenia Bonetti. Lo sente forte e chiaro quando, dopo il tramonto, percorre la Salaria, facendosi luce con una pila, per incontrare le “figlie della notte”. O quando, il sabato, con altre quattro religiose, si reca al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, dove quelle stesse ragazze, in genere prive di documenti, sono rinchiuse dopo una retata. Là, dietro sbarre di ferro attendono con angoscia “l’ora del sacchetto di plastica”. Il momento, cioè, in cui insieme all’ordine di espulsione, verrà consegnato loro una busta con gli effetti personali, il magro e unico bottino con cui torneranno a casa dopo essere state svendute per anni sui marciapiedi. «La voce di Maria mi ha accompagnato anche mentre scrivevo le meditazioni della Via Crucis», racconta suor Eugenia, missionaria della Consolata e presidente dell’associazione Slaves no more (Mai più schiave).

Maria, la giovane prostituta conosciuta per caso a Torino nel 1993, è stata una figura centrale nella vita della religiosa, all’epoca appena rientrata in Italia dopo aver trascorso venticinque anni in Africa. «È stata la mia maestra, la mia catechista. La sua sofferenza lancinante mi ha rivelato la crudeltà del “mondo della notte”. In cui, persone giovani o giovanissime sono ridotte a corpi senza nome e senza dignità. Oggetto di consumo per clienti – spesso rispettabili padri e mariti – poco interessati a che cosa si nasconde dietro il loro “svago”. Merce sulla quale si arricchiscono i commercianti di esseri umani». Grazie a Maria è cominciata la “seconda missione di Eugenia”.

Quella sui marciapiedi d’Italia, per aiutare le schiave del Ventunesimo secolo a “spezzare le catene”. «Celebrare la Via Crucis non vuol dire ricordare un fatto avvenuto duemila anni fa. Bensì ascoltare la voce soffocata dei nuovi crocifissi della storia, in cui si prolunga il Calvario di Gesù. (…) Ho messo dentro le meditazioni, gli ultimi ventisei anni, i più duri e, al contempo, ricchi, della mia vita. E tutte le donne in cui mi sono imbattuta nei Calvari delle nostre strade. I loro dolori ma anche la loro resistenza quotidiana per conservare un briciolo di umanità».

Le donne, dunque, saranno le protagoniste di questa Via Crucis. «Del resto, Maria e le discepole hanno avuto un ruolo cruciale nell’ora del Golgota. Non hanno avuto paura di rischiare, di gettarsi nella mischia, di mescolarsi alla folla ostile per restare accanto a Gesù. Il loro coraggio è un esempio per tutte. Non dobbiamo stare dietro le quinte, lasciare che siano altri ad occuparsi del mondo. Dobbiamo e possiamo avere la forza di esserci. Anche quando non abbiamo i mezzi e le possibilità di cambiare la realtà». (…)


(Versione abbreviata dell’articolo Le meditazioni. Con suor Eugenia Bonetti la Via Crucis contro la tratta, Avvenire, 5 aprile 2019)


Vi auguro di essere felici “come una Pasqua”…
ma di non dimenticare cosa dice S. Ambrogio nel libro “sui doveri”:
“Quelli che escludono i forestieri dalla città non meritano certo approvazione,
Ciò significa cacciarli proprio quando si dovrebbero aiutare.
Le fiere non scacciano le fiere e l’uomo scaccerà l’uomo?
Non sopportiamo che i cani stiano digiuni quando mangiamo, e scacciamo gli uomini?”
Auguri per una Pasqua di passaggio e cambiamento!
Pier Vito Antoniazzi


(Newsletter Distretto Isola, 18 aprile 2019)

di Franca Fortunato


Greta Thunberg è arrivata in Italia per partecipare a Roma allo sciopero del venerdì degli studenti e studentesse contro il riscaldamento globale, inaugurato e lanciato da lei con l’hashtag #Fridayforfuture e confluito nel primo grande sciopero globale del 15 marzo scorso. Questa giovanissima svedese è riuscita ad arrivare a scuotere le coscienze di un’intera generazione di giovani e ad unirla in un grande movimento mondiale, che continua tutt’ora e che il prossimo 24 maggio scenderà, per la seconda volta, in tutte le piazze per uno “sciopero mondiale per il futuro”. Greta è consapevole che il cambiamento del clima, generato dall’uomo, non è un’ipotesi per il futuro bensì un fenomeno già in atto e che è urgente agire e dare ascolto agli scienziati che da Nairobi, lo stesso giorno del primo sciopero globale, presentando l’ultimo rapporto delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, hanno lanciato quello che sembra essere un ultimo avvertimento. “Rimangono appena 12 anni per fermare il surriscaldamento globale sotto gli 1,5 gradi in più rispetto all’era preindustriale. Dopo sarà troppo tardi e la catastrofe diventerà inevitabile.” Greta sa che il futuro si decide oggi e non domani, e a farlo devono essere gli adulti perché “non c’è abbastanza tempo per aspettare che cresciamo e prendere il controllo”, come ha ribadito, in più occasioni, ai leader mondiali della politica, della finanza, ai governanti di tutto il mondo, alla Commissione europea e al Comitato economico europeo, accusandoli di non voler vedere che “la casa sta bruciando”, che “ c’è bisogno di un nuovo modo di pensare” e di un altro sistema economico mondiale. Un sistema che non sia «l’avido gioco della moltiplicazione dei soldi, svincolato dai bisogni umani reali», come scrive nel suo libro Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale la teologa svizzera Ina Praetorius, che invita a pensare e guardare il mondo come “ambiente domestico”, per un nuovo ordine economico, volto a soddisfare i bisogni reali, materiali e spirituali, di ogni donna e di ogni uomo, in un rapporto consapevole di interdipendenza. “La civiltà – dice Greta – viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che poche persone ricche in un paese come il mio possano vivere nel lusso”. La sedicenne che sta scuotendo il mondo, fino a pochi mesi fa era una sconosciuta, una studentessa qualunque, che ogni mattina si sveglia alle sei per prepararsi ad andare a scuola e torna a casa alle tre del pomeriggio. Dopo aver tentato di coinvolgere nella protesta sul cambiamento climatico il gruppo di studenti di cui faceva parte, nato dopo il gesto degli studenti e studentesse della Parkland School in Florida che uscirono dalle classi per protestare contro le leggi in favore della vendita di armi, sostenuta dalla madre Malena Erman, celebre cantante lirica, e dal padre Svante Thunberg, attore e autore, Greta decise di agire da sola. E così, quel venerdì del 20 agosto 2018, alzatasi come sempre alle sei di mattina, anziché andare a scuola si avviò, in bicicletta, verso il Parlamento svedese. Si sedette sul selciato con un manifesto scritto a mano e iniziò il suo “sciopero scolastico per il clima”. Vi rimase dalle otto e mezzo alle tre del pomeriggio, come in un normale orario scolastico. Il primo giorno era sola, il secondo le persone incominciarono a unirsi a lei e così avvenne nei venerdì successivi, nell’indifferenza dei media che si accorsero di lei solo quando la forza del suo gesto simbolico spinse tanti/e giovani nel mondo a seguirla al grido “Friday for future” (venerdì per il futuro). La storia è piena di gesti simbolici che hanno cambiato il mondo. Greta sta cambiando, ha già cambiato, l’immaginazione, lo sguardo sul mondo, di una generazione di giovani che non considera inevitabile la catastrofe ambientale, decisa da altri, e agisce, si fa soggetto politico, smentendo chi pensa che potere e politica siano la stessa cosa. Il primo cambiamento inizia nell’immaginazione, nel pensare e credere che un altro mondo sia possibile. Se le donne non avessero immaginato, creduto possibile un mondo in cui ci fosse libertà femminile, questo non sarebbe mai accaduto, come è accaduto, non avrebbero mai agito per avverarlo, nel presente e nel passato, né continuerebbero a farlo, vanificando ogni tentativo di uomini di potere, politico o religioso che sia, di ripristinare un passato che hanno perso per sempre. Dalla consapevolezza non si torna indietro. La lotta di Greta e delle tante e tanti giovani come lei, man mano che avanza e si allarga, non può non generare speranza, al di là dei risultati immediati e delle sue stesse intenzioni. “Non mi importa – lei dice – se quello che sto facendo alimenta la speranza. Lo dobbiamo fare comunque. Anche se non ci fosse più speranza, dobbiamo fare quel che è possibile”. Greta si è fatta molti nemici potenti, sostenitori dell’industria dei combustibili fossili, è stata accusata di essere al soldo degli ambientalisti e degli interessi commerciali nell’ambito della sostenibilità. Sui social e in Tv ha subito violenti attacchi per il suo aspetto. Ma lei non si è lasciata intimidire. Imperterrita, con la pioggia, la neve, il freddo, il sole, ogni venerdì continua il suo sciopero scolastico davanti al Parlamento, sapendo che ormai non è più sola. Ben venuta in Italia, piccola grande donna.


(Il Quotidiano del Sud, 17 aprile 2019)


Etichettata come anti-uomo, anti-sesso e brutta, ha predetto sia l’ascesa di Trump che l’avvento del #MeToo e il suo atteggiamento impenitente è più che mai attuale.


Julie Bindel (Versione originale)



“Non posso venire come amica, anche se lo vorrei tanto”. Queste le parole di Andrea Dworking, rivolte a un’organizzazione maschile anti-sessista nel 1983, nel suo acclamato discorso I Want a 24-Hour Truce in Which There Is No Rape (Voglio 24 ore di tregua dove non ci siano stupri). “Il potere esercitato dagli uomini, giorno per giorno, nella vita, è potere istituzionalizzato. È protetto dalla legge. È protetto dalla religione e dalla pratica religiosa. È protetto dalle università, che sono roccaforti della supremazia maschile. È protetto dalle forze di polizia. È protetto dai “legislatori non riconosciuti del mondo”: i poeti, gli artisti, come li chiamava Shelley. Contro quel potere, c’è il silenzio”.

Dworkin, morta di infarto nel 2005 all’età di 58 anni, fu una delle femministe radicali più note. Ha scritto 14 libri, il più famoso dei quali è Pornography: Men Possessing Women (1981) (Pornografia: uomini che possiedono le donne). Ora il suo lavoro è stato ripubblicato nel volume Last Days at Hot Slit (Ultimi giorni a Hot Silt), una nuova raccolta dei suoi scritti.

Molti articoli scritti su di lei sostenevano che Dworkin era l’odio fatto persona. I media dicevano spesso che odiava gli uomini, odiava il sesso, odiava la libertà sessuale e odiava nel modo più assoluto la sinistra. Nel 1998, uno scrittore della rivista London Review of Books ritenne opportuno dare il suo parere sul suo aspetto fisico (“sovrappeso e orrendo”) e su come la sua presunta “frustrazione” di non fare abbastanza sesso “l’abbia trasformata in una odiatrice dell’uomo”. Un altro, dopo la sua morte ha scritto che Dworkin era un “fantasma triste”, che il femminismo ha bisogno di esorcizzare e che era “pazza”.

Conoscevo la vera Dworkin, e la nostra amicizia decennale mi ha fatto vedere molto più amore che odio. “Conservo le storie delle donne nel mio cuore”, mi diceva quando le chiedevo come faceva il lavoro che faceva rimanendo sana di mente. “Mi incitano e mi tengono concentrata su ciò che deve essere fatto”.

Era motivata da un innato desiderio di liberare il mondo dal dolore e dall’oppressione. Se avessimo ascoltato più di Dworkin nei suoi decenni di attivismo e avessimo preso sul serio il suo lavoro, un numero maggiore di donne avrebbe abbracciato il femminismo radicale, non quello divertente, fatto di slogan che si leggono sulle magliette, incentrato sul “girl power” (che è potere individuale) e la possibilità di indossare i pantaloni, invece di puntare a un movimento collettivo per emancipare tutte le donne dalla tirannia dell’oppressione.

Ci siamo incontrate nel 1996. Ero una delle organizzatrici di una conferenza internazionale sulla violenza contro le donne, e Dworkin era la relatrice principale. Ci siamo piaciute subito, poiché avevamo lo stesso senso dell’umorismo e una serie di amici in comune. Siamo andate a cena la prima sera con un gruppo di relatrici della conferenza e stavamo discutendo in modo acceso le nostre liste di desideri su come porre fine al patriarcato. Il mattino seguente Dworkin mi ha detto: “Hai notato che eravamo donne quando siamo entrate, ragazzi quando hanno preso il nostro ordine, e probabilmente bandite per la vita quando ce ne siamo andate?”.

All’inizio degli anni ’70, Dworkin parlò della sua esperienza di violenza e abuso, in un periodo in cui poche lo fecero. E oggi, nel pieno delle rivelazioni del #MeToo, possiamo vedere quanto era avanti rispetto al suo tempo. Un recente articolo sul New York Times afferma che “Negli anni ‘80 e ‘90, leggere Dworkin era diventato, per molte, un rito di passaggio collettivo sconcertante e stimolante insieme. Il suo modo di scrivere è uno sguardo stridente e crudo sul pregiudizio sistemico che influenza le esperienze quotidiane delle donne”.

Il suo libro del 1983, Right-Wing Women (Donne di destra), potrebbe essere la spiegazione su come Trump è salito al potere. La sua analisi nitidissima del perché così tante donne sono attratte da una politica che disprezza i loro diritti è più attuale che mai, anche se dubito che Dworkin avrebbe gettato così in fretta sulle donne bianche la colpa per l’elezione di Trump. La sua teoria centrale è che la destra sfrutti la paura delle donne e ci offra una protezione cavalleresca. La destra ci rassicura che non bisogna modificare lo status quo, ma accettarlo e sfruttare qualsiasi accesso al potere a nostra disposizione. Dworkin disperava del cosiddetto “femminismo magro”, che si concentra sulla capacità delle singole donne privilegiate di salire in cima alla scala sociale, e ha sempre detto che finché le donne della “parte inferiore del mucchio” non sono state liberate, nessuna di noi lo potrà essere.

Quanto è rigenerante il suo modo di parlare e scrivere – inebriante e impenitente – se si confronta con la prosa del “femminismo divertente”, che vediamo oggi così spesso sugli scaffali. Gran parte di questa scrittura si concentra sull’auto-aiuto per individui insoddisfatti, per esempio il libro di Caitlin Moran How to Be a Woman (Come essere una donna), che ride del sessismo con molte allusioni. Questa, avrebbe detto Dworkin, è solo un’altra distrazione per non vedere che le donne vivono “dentro un sistema di umiliazione da cui non c’è via di fuga”. Viviamo in tempi terribili per le donne. Per fortuna, la nostra resistenza alla pandemia globale della violenza sessuale e domestica sta crescendo. Ma questa resistenza viene indebolita da un tentativo concertato di mettere a tacere le donne – basti guardare l’inesorabile aumento degli accordi di non divulgazione per mettere a tacere le donne che parlano di discriminazione o molestie.

Dworkin non sarebbe mai stata messa a tacere. Leggendo il suo pezzo Cari Bill e Hillary, pubblicato su questo giornale nel 1998, mi chiedo come non abbiamo potuto vedere che un uomo come Donald Trump sarebbe finito al potere, e che gli scandali sugli abusi sessuali avrebbero dominato i media.

Qualche decennio fa, Dworkin ha parlato apertamente contro le femministe liberali che hanno difeso Clinton dalle accuse di abuso sessuale e cattiva condotta semplicemente perché diceva di sostenere il movimento statunitense contro la violenza sessista. “Le politiche dei politici maschi nei confronti delle donne sono importanti, ma anche le molestie sessuali sono un problema. Non dici che va bene che il capo del tuo Paese si faccia succhiare il cazzo da una donna che ha metà dei suoi anni, mentre è nella Casa Bianca”, ha scritto. “Mi interessa come gli uomini nella vita pubblica trattano le donne”. Quanto è profetico quando 20 anni dopo abbiamo un presidente che parla apertamente di come la sua fama significhi che può “fare qualsiasi cosa” alle donne – anche “afferrarle per la figa”.

E poi c’è la spinosa questione della pornografia. Insieme alla studiosa di diritto e all’autrice femminista Catherine MacKinnon, nel 1983 Dworkin ha escogitato l’Ordinanza sui diritti civili anti-pornografia di Dworkin-MacKinnon, che avrebbe conferito il diritto al ricorso civile alle donne direttamente danneggiate dalla pornografia, consentendo alle vittime di citare in giudizio produttori e distributori. L’ispirazione è venuta da Linda Lovelace, la star di Deep Throat (Gola profonda), che aveva detto di essere stata costretta a fare il film e di essere stata violentata durante la sua produzione.

L’ordinanza, sostenuta dalle femministe anti-pornografia negli Stati Uniti, nel Regno Unito e altrove, si è rivelata generalmente impopolare e alla fine è decaduta. Ma, dice l’autrice anti-porno Gail Dines: “Il lavoro di Dworkin assume un’importanza maggiore alla luce del movimento #MeToo, che ha reso visibile la violenza sessuale di routine a lungo mantenuta nascosta … [Era] più accurata persino di quanto avrebbe potuto sapere: la cultura dominante evita ancora oggi di affrontare la realtà del ruolo della pornografia nel dominio sessuale degli uomini sulle donne”.

Dworkin è stata la prima femminista della seconda ondata a scrivere in dettaglio su come le pratiche di bellezza provengano e si nutrano dell’oppressione delle donne. “Togliere le sopracciglia, radersi sotto le braccia … imparare a camminare con le scarpe coi tacchi”, scrisse in Woman Hating (Donna che odia), “avere un naso perfetto, raddrizzare o arricciare i capelli – queste cose fanno male. Il dolore, ovviamente, insegna una lezione importante: nessun prezzo è troppo grande, nessun processo troppo ripugnante, nessuna operazione troppo dolorosa per la donna che deve essere bella”.

Le cosiddette porno-femministe sono un fenomeno abbastanza recente, ma Dworkin non sarebbe stata d’accordo con l’idea che il porno possa essere realizzato in modo etico. Immagino che avrebbe visto questa argomentazione molto simile a quelle di sinistra, ovvero che il porno dovrebbe essere protetto come “libertà di espressione”. “La nuova pornografia è un vasto cimitero dove la sinistra è andata a morire”, ha detto una volta. “La sinistra non può avere le sue puttane insieme alla sua politica”.

Mesi prima che morisse, ho presentato Dworkin ad alcune redattrici del Guardian, poiché stava diventando sempre più angosciata dal non poter pubblicare il suo lavoro negli Stati Uniti. Uno dei pezzi commissionati a seguito di quell’incontro riguardava il vivere con dolore e disabilità. Nell’ultima email che ho ricevuto, Dworkin mi ha detto quanto fosse positiva la sua esperienza in contatto con donne che riconoscevano la sua dignità. “Non ho mai – voglio dire mai – avuto l’esperienza di essere trattata con questo rispetto dagli editori con cui lavoro. Lo apprezzo molto”. Dworkin era tristemente profetica riguardo all’eterosessualità. L’attivista Caroline Criado-Perez (descritta recentemente come “il volto accettabile del femminismo”) cita l’analisi di Dworkin sui rapporti sessuali tra uomini e donne. “C’è una brillante citazione di Dworkin su questo”, ha detto. “Le donne sono l’unico … gruppo che condivide il letto con l’oppressore”.
Nel 1988 Dworkin fu ampiamente messa alla berlina per aver descritto i rapporti sessuali come “obbligatori”, sostenendo che gli uomini rivendicano un diritto inalienabile di penetrare le donne durante il rapporto sessuale, e che questo è uno degli strumenti del patriarcato. Tuttavia solo il mese scorso, in tribunale è stato chiesto a un giudice di prendere in considerazione l’ipotesi di imporre a un uomo la restrizione di fare sesso con sua moglie, perché a lei mancava la capacità mentale di dare il consenso. Il giudice ha detto: “Non riesco a pensare a un diritto umano più fondamentale del diritto di un uomo di fare sesso con sua moglie”.

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L’odio viscerale nei confronti di Dworkin fungeva da monito per le donne a non impegnarsi nel femminismo radicale. Tuttavia adesso ne abbiamo più bisogno che mai. Le condanne per stupro sono rare quanto i denti di gallina; il revenge porn è una realtà quotidiana per molte donne e ragazze; e il traffico di donne nel commercio sessuale è endemico. Un’indagine sulle principali bande di sfruttamento in Inghilterra ha scoperto che la polizia era felice di incolpare le vittime per il loro destino. Il femminismo soft diffuso oggi è inadeguato per il clima di misoginia che le donne sono costrette a sopportare. L’attenzione, in particolare delle donne giovani e universitarie, sull’identità individuale e sulla scelta dello stile di vita non reggerà l’assalto del movimento per i diritti degli uomini.

La verità su Dworkin è ovunque, ma lo è anche la distorsione del suo lavoro e della sua politica. Nel 1998, ho fatto visita a Dworkin nella sua casa di Brooklyn. Stavamo parlando dell’ultimo attacco contro di lei da parte delle femministe pro-pornografia, che l’aveva chiaramente sconvolta. “Ho la sensazione che dopo la mia morte potrei essere finalmente capita”. Ho chiesto cosa intendesse. Lei non si sbilanciò.

Le nostre lunghe conversazioni, che mi mancano di più ogni anno che passa, sarebbero piene di risate e passioni, ma sempre con la nuvola incombente del destino che si aggira. Dworkin l’ha capito così bene quando me lo ha detto, solo pochi mesi prima che morisse: “Le donne torneranno al femminismo, perché le cose andranno molto lontano, molto peggio per noi prima che migliorino”.


(The Guardian, 16/04/2019)

di Laura Badaracchi


Negli ultimi 6 mesi gli annunci delle “sex worker” sono aumentati del 24%. Un trend, in crescita già da anni, che ha spostato l’offerta di sesso dalla strada al web. Ma capire se dietro a questo business ci siano escort “libere” o sfruttate è difficile. Come denunciano le associazioni e un’attivista che ha indagato sul mercato delle Pretty Woman.

Secondo un’indagine EscortAdvisor.com (uno dei portali di recensioni di escort più frequentati), negli ultimi 6 mesi gli annunci di incontri sessuali pubblicati sul web sono aumentati del 24%. La ricerca rileva anche che in 10 anni il numero di donne che praticano il sesso a pagamento sulle strade è drasticamente calato: nel 2009 la percentuale di prostitute che esercitava all’aperto era l’80% del totale, si è passati al 40% nel 2019.
Le “sex worker” sembrano dunque aver scoperto il web e luoghi di lavoro più casalinghi (il Codacons ne segnala circa 18.000). Per Mike Morra, fondatore del sito EscortAdvisor.com che richiede alle iscritte i documenti per verificarne l’identità, «lavorare attraverso la Rete offre minori spazi per la criminalità e maggiore sicurezza». Un’affermazione, però, che non convince. Soprattutto chi da anni si occupa di proteggere le schiave del sesso.

«È difficile capire se dietro l’annuncio di una escort ci sia uno sfruttatore»
Tiziana Bianchini è responsabile dell’Area “immigrazione e tratta degli esseri umani” presso la cooperativa Lotta contro l’emarginazione, che dal 2017 collabora a una mappatura nazionale della prostituzione di strada insieme al Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), alla Piattaforma nazionale Antitratta e al Numero verde antitratta 800290290. Oltre 60 unità di strada in tutta Italia, nello stesso giorno, monitorano sul campo le presenze di persone che si prostituiscono.
«Secondo l’ultima indagine del novembre 2018, in seguito al calo degli sbarchi di migranti le nigeriane sono diminuite al 31% e aumentano le donne dell’Est, in particolare romene e albanesi» spiega Bianchini. «Quindi non possiamo parlare di calo complessivo, ma di una riduzione motivata dalle scelte politiche».
E riguardo alla prostituzione in casa, che sarebbe più “sicura” e tutelata rispetto a quella in strada, Bianchini è categorica: «Per le donne si riducono ancora di più ai minimi termini le possibilità di contatti sociali esterni e quindi di chiedere aiuto. Abbiamo provato a valutare gli annunci di sesso online, scoprendo in alcuni casi che a diversi numeri di telefono corrisponde sempre la stessa persona. Difficilissimo capire se dietro la escort ci sia uno sfruttatore».

«È un’illusione tentare di regolamentare al chiuso il fenomeno per ridurre quello della strada»
Lo scenario descritto dai dati e da Tiziana Bianchini fa da sfondo al dibattito che si è riaperto nel nostro Paese sulle case chiuse, dopo che il mese scorso la Corte costituzionale ha riaffermato la legittimità della legge firmata nel 1958 da Lina Merlin. Questione sollevata dalla Corte d’appello di Bari, secondo la quale la prostituzione sarebbe “un’espressione della libertà sessuale tutelata dalla Costituzione”, e quindi punire intermediatori e clienti equivarrebbe a compromettere l’esercizio di questo diritto, oltre a privare della libertà di iniziativa economica la prostituta.
«La senatrice Merlin aveva escluso di considerare la vendita di prestazioni sessuali come un lavoro, e aveva rubricato come crimine ogni attività volta a favorire e sfruttare questo commercio» fa notare l’avvocato Grazia Villa, fra le autrici del volume Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione (VandA.ePublishing).
«Nelle ultime 2 legislature sono stati presentati 22 progetti di legge in materia: in alcuni si chiede la depenalizzazione, in altri vengono ipotizzate norme e sanzioni per i clienti. Ma è un’illusione tentare di regolamentare al chiuso il fenomeno per ridurlo sulle strade: lo dicono i fatti in Germania e Olanda, dove la normativa ha scatenato un boom esponenziale della domanda ma meno di un quarto delle donne che si vendono legalmente è iscritta al sindacato e gode di tutele».

«Non c’è “glamour” per le ragazze che offrono sesso, solo danno»
A demolire l’idea della liberalizzazione delle sex workers contribuisce anche l’inchiesta condotta in 40 Paesi dalla giornalista Julie Bindel, autrice del libro Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione (Morellini editore). Secondo Bindel, una donna non può mai dirsi libera di svendere il proprio corpo: «Si tratta sempre di abuso a pagamento, mai di lavoro. Considero la prostituzione un modo per dare un’apparenza rispettabile al commercio sessuale: nei Paesi in cui il fenomeno è regolamentato i “papponi” sono diventati manager e le donne “sex worker”. I bordelli legali presenti in Germania, Olanda e Australia arricchiscono lobby potenti e moltiplicano i compratori di sesso».
Invece in Paesi come Svezia, Norvegia, Canada, Corea del Sud, Irlanda e Francia «la legge criminalizza la domanda di sesso commerciale ma non chi vende sesso, per frenare la richiesta. Nel 2014 il Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa hanno approvato le raccomandazioni per implementare questo modello come il modo migliore per affrontare la prostituzione». Secondo Bindel la lotta per l’abolizione di questo mercato è parte di un movimento più ampio contro la violenza di genere: «Non c’è “glamour” per le donne che offrono sesso, solo danno. Tutte le prostituite sopravvissute che ho incontrato sono state vittimizzate da trafficanti, sfruttatori, compratori. Nessuno dovrebbe essere pagato per dare accesso al proprio corpo».

I numeri: 3,6 miliardi Il giro d’affari annuo della prostituzione in Italia. 90.000 Le prostitute donne, uomini o transessuali, in crescita del 28% nel periodo 2007-2014. 3 milioni I clienti delle sex worker in Italia (Fonte: Codacons).


(Donna Moderna, 16 aprile 2019, https://www.donnamoderna.com/news/societa/davvero-si-puo-essere-prostitute-per-scelta)


Nota: Il libro Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione di Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini e Grazia Villa (VandA.epublishing, 2019) verrà presentato alla Libreria delle donne di Milano, via Pietro Calvi 29, sabato 11 maggio 2019 ore 18. La giornalista Mariangela Mianiti introdurrà la discussione con la curatrice, sociologa, Daniela Danna e la costituzionalista Silvia Niccolai (Ndr).

da Exibart

40 artiste in mostra alla Fabbrica del Vapore e una serie di incontri culturali e a sfondo politico, per raccontare una nuova storia dell’arte. Ma “Vetrine di Libertà – La Libreria delle donne di Milano, ieri, oggi”, in esposizione alla Fabbrica del Vapore fino al 6 giugno, parla anche di uno spazio di incontro, riflessione e immaginazione, ora in via Pietro Calvi e prima in via della Dogana, che con il tempo è diventato un punto di riferimento, aperto al contemporaneo. E infatti, lunedì, 15 aprile, si discuterà di un movimento epocale, quello del Me Too, con Lia Cigarini, Marisa Guarneri e Luisa Muraro, insieme alle artiste Elisabetta Di Maggio, Loredana Longo, Stefania Galegati, Marina Ballo Charmet. Ci dice di più Francesca Pasini, curatrice della mostra, insieme a Chitra Piloni, e animatrice della Libreria.

Verrebbe da dire che “l’arte delle donne” stia vivendo un periodo di riscatto non indifferente. Che cosa rappresenta, secondo te? Un fenomeno passeggero? Una moda? La giusta ricompensa al fatto che – nonostante si parli tanto di quote rosa, di uguaglianza e di stesse possibilità – le donne (prendiamo per esempio il mercato dell’arte, nella fattispecie delle aste) stanno ancora al di sotto dei colleghi uomini?

«Nel riscatto c’è l’idea di superiorità, invece la presenza tumultuosa delle artiste dall’inizio degli anni 90 del secolo scorso, ha invertito la rotta. Il genere neutro maschile “gli uomini, i mortali”, come dalla filosofia presocratica è stata definita la specie, non funziona più o almeno scricchiola. Artista non è un aggettivo e finalmente possiamo dire che l’arte è fatta da uomini o donne. Ci tengo a sottolineare “o”, perché è una dizione semplice per nominare la differenza tra i due. Certo il termine “umano” è nel linguaggio, per cui io sono “critico” d’arte, “curatore”, nonostante Luce Irigaray, dal 1981, in “Etica della differenza sessuale”, suggerisca di declinare sempre maschile e femminile. Nell’arte visiva le donne sono apparse più tardi. Forse era più difficile impedire a una donna di scrivere: Jane Austen, alzando un lembo della tovaglia del tavolo da pranzo, ha scritto romanzi straordinari e innovativi, e Virginia Woolf con “Una stanza tutta per sé” ha dichiarato l’urgenza di uno spazio di proprietà delle donne. Nell’arte visiva le donne sono state eccezioni eccellenti, anche se spesso lasciate a margine. Oggi non sono un fenomeno passeggero perché indicano qualcosa che va oltre le discipline: l’arte visiva fin dalla preistoria è una figura simbolica delle civiltà. Dire donne artiste e uomini artisti è un cambio di civiltà? Credo di sì. Se non si rincorre più l’Uno nella specie, nella religione, nell’arte, e miglioriamo la società femminile anche gli uomini possono vedersi inclusi in un universo di due e ci sarà meno bisogno di riscatto reciproco. Sapere che c’è dell’altro rispetto all’Uno è una cosa preziosa per donne e uomini. In questo senso le quote rosa non intaccano la sopraffazione maschile quando c’è, qualche piccola compensazione le offrono ma, come dici tu, se entra in campo il denaro, la parità va farsi benedire, e per assurdo proprio perché le artiste non sono più eccezioni si sentono la coscienza a posto. Spesso mi sento dire, che senso ha fare delle mostre di donne, ora ci sono e non c’è più problema. Se fanno un prezzo più basso alle aste, non c’entra».

Scrivi: “Ieri e oggi la politica, l’arte, la filosofia, la letteratura continuano a essere al centro dell’attività della Libreria delle donne”. Come viene percepita, secondo te, questa istituzione dalle nuove generazioni (non solo di donne)?

«La grande presenza di donne artiste ha promosso il desiderio di studiare le opere e la partecipazione al femminismo di molte protagoniste degli anni ’60-’70. È iniziato circa dieci anni fa ed ora è quasi una ricetta. Sono però molto contenta di questo e tento di capire se e come il recupero del femminismo nell’arte influisce nell’interpretazione di oggi. Quello che vedo alla Libreria delle donne è un progressivo aumento d’interesse delle generazioni più giovani. Chiedono i libri di Carla Lonzi, i cataloghi delle artiste degli anni ’70. Studiano. Fanno tesi. Durante il progetto “Quarta Vetrina” mi ha colpito la ricchezza e la libertà di lettura dell’opera che era esposta. L’opening consiste, infatti, in un dialogo tra me l’artista e il pubblico, di varie età e provenienze, che si arricchisce di volta in volta, tutti e tutte fanno domande, raccontano le loro impressioni, una specie di “opera d’arte orale, collettiva”, molto speciale. Io mi auguro sempre che in un’opera ci siano non solo tante interpretazioni, ma anche tante intuizioni legate all’esperienza di chi la guarda. E in quegli incontri ho spesso avuto conferma della mia idea che l’opera è un “soggetto vivente” che si modifica attraverso i pensieri di chi la osserva. La Libreria delle donne di Milano, è un luogo molto allenato al dialogo, dove, oggi che nessuno più interviene nelle conferenze, si può sperimentare una lettura dell’arte insieme all’artista e ai tanti e tante alle quali è indirizzata. Ogni artista, donna o uomo, credo si auguri che le sue figure siano viste da quante più persone possibili».

Lunedì 15 si parlerà di Me too con alcune protagoniste fondamentali per la storia delle libreria, Lia Cigarini e Luisa Muraro. Qual è stata questa “svolta epocale” che si legge nel titolo dell’incontro? Il fatto di aver trovato il coraggio di denunciare?

«Certamente il coraggio di denunciare, ma soprattutto le donne hanno acquisito autorità, sono state credute, la loro narrazione ha vinto su quella maschile. Come scrive Lia Cigarini nel “Sottosopra” (settembre 2018): “Me Too è stato una valanga che si è andata ingrossando fino ad arrivare a colpire personaggi e schemi della politica classica maschile. Faccio l’esempio del candidato repubblicano al governo dello Stato dell’Alabama, sconfitto dal voto delle donne. Dopo, o meglio, attraverso cinquant’anni di lavoro politico del movimento delle donne, sia pratico che teorico, il movimento Me Too è arrivato a rompere il contratto tra uomini per regolare il loro accesso sessuale alle donne. Infatti, in conseguenza delle denunce, molti uomini hanno cominciato a non volere più la sottile complicità con i propri simili e non li hanno più scusati.” Una svolta epocale, registrata anche dal sistema mediatico, che pur essendo ancora dominato dagli uomini, questa volta non li ha scusati e ha creduto alle donne. Mi viene in mente in mente il muro di Berlino, un crollo inaspettato, per quale però hanno lottato per 28 anni uomini e donne, anche solo sopportandolo».

Come proseguirà la “Quarta Vetrina” (utilizzata sempre singolarmente da un’artista) dopo questa grande esperienza collettiva alla Fabbrica del Vapore?

«Non voglio rinunciare al dialogo con tutti e tutte quelle che partecipano, anzi vorrei incrementarlo: ad esempio potremmo porre noi delle domande al pubblico – l’artista e io – scambiarci le parti, far tesoro delle discussioni e della costante presenza di una delle più importanti filosofe italiane, Luisa Muraro. E perché no? qualche volta uscire dalla vetrina e mettere un segno sulle pareti di questa “stanza tutta per noi”, alla quale sono invitati anche gli uomini. Aspetto di vedere cosa succede durante la mostra che tiene insieme immagini, parole, libri e letture. Il programma degli incontri è pubblicato nel bellissimo catalogo (Nottetempo) proprio per evidenziare che sono parte integrante della mostra, e non conferenze a lato. Abbiamo video registrato tutti gli incontri durante gli opening, e con Egle Prati, Cristina Rossi, Chiara Mori, Alessandra Quaglia stiamo studiando un archivio consultabile, per ora in mostra c’è un monitor con l’editing di una prima parte. Chissà se, tra vent’anni, a qualche giovane studiosa o studioso verrà voglia di approfondire, come succede oggi con le pubblicazioni storiche della Libreria delle donne di Milano. Intanto sto studiando con Paola Di Bello un reportage della mostra con le sue allieve e allievi di Brera e, se andrà a buon fine, magari lo mettiamo in Quarta Vetrina».


(http://www.exibart.com/notizia.asp, 14 aprile 2019)