Intervista di Luciana Tavernini a Ilaria Baldini


Ilaria Baldini propone un pensiero limpido, frutto di riflessioni meditate e condivise con altre, un discorso empatico e allo stesso tempo appassionato, convincente perché non pretende di imporsi.

L’ho conosciuta un anno fa in occasione dell’incontro sulla prostituzione alla Libreria delle donne di Milano e poi a maggio come interprete di Rachel Moran autrice di Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione1. Nel suo attivismo politico è una donna intera che parla a partire da sé, capace di mettersi in gioco senza delegare né fare la delegata. Ho voluto intervistarla perché è un esempio di protagonismo femminile relazionale.

Fai parte del gruppo Resistenza Femminista. Com’è nato e che cosa si propone?

Il gruppo è nato da incontri in rete. Commentavamo su diversi blog, come quello di Lorella Zanardo, e scoprivamo molte affinità, soprattutto rispetto alla diffusione di posizioni neoliberiste che ci sembravano una falsificazione e una perdita di libertà per le donne. Una di noi ha avuto l’idea di formare un gruppo segreto di discussione. Poi ci siamo incontrate di persona e ci siamo scambiate le nostre storie, insomma ci siamo fidate. Nelle nostre storie emergevano esperienze di violenza maschile, di ricatto sessuale e, per alcune, di prostituzione e pornografia. Partire da sé e dall’autocoscienza è stato l’avvio ed è tuttora quello che ci lega e ci permette di lavorare bene: la non colpevolizzazione delle donne è centrale per la nostra pratica politica, sia tra noi sia nel lavoro che diffondiamo. Quando abbiamo sentito la necessità e la forza di rivolgerci all’esterno è nata Resistenza Femminista: abbiamo creatoun sito per diffondere informazioni sulla prostituzione, a partire dalla voce delle sopravvissute che in altri paesi stavano prendendo parola, e ci siamo impegnate per resistere all’attacco alla legge Merlin e alle proposte di regolamentazione della prostituzione. Il motivo degli attacchi è semplice: occorre eliminare la barriera della legge per avviare lo sfruttamento legale del mercato del sesso, ma io preferisco chiamarlo per quello che è: il mercato dell’abuso.

Quasi contemporaneamente al tuo impegno in Resistenza Femminista hai cominciato a lavorare come volontaria presso la Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano. Come ti ha cambiato quest’esperienza?

Mi ha dato una forza enorme. È stato come se tutto si chiarisse in una spirale positiva di comprensione del meccanismo e delle origini della violenza maschile contro le donne. Nei centri le donne trovano luoghi sicuri in cui la possono raccontare perché sanno che saranno credute e non giudicate. Ho sperimentato la potenza dello scambio di fiducia e di forza tra donne, per cui, quando parlo di violenza, so come concretamente si manifesta e se ne viene rese oggetto e come insieme ad altre se ne esce, si riprende in mano la vita e si riesce a usare la propria forza non più per sopravvivere ma per tornare a vivere.

Ho compreso alcune caratteristiche della violenza, occultate dai pregiudizi che vedono le donne che la subiscono come deboli. La violenza si scatena non di fronte alla debolezza, ma alla forza, quando una donna rifiuta di lasciarsi cancellare. Ho visto il meccanismo perverso della vergogna perciò che si subisce e in cui si viene intrappolate. C’è strategia (oltre a paura) nella sopravvivenza, che viene scambiata per connivenza o debolezza: non si esce perché le vie di uscita non ci sono, e uno degli ostacoli sono proprio i pregiudizi, l’incapacità di ascoltare, credere, riconoscere la violenza, i suoi segni ed effetti.

Judith Herman, psichiatra all’ospedale di Cambridge (USA), nel libro Guarire dal trauma definisce la violenza come il desiderio di controllo totale su un’altra persona, cosa che costituisce il comune denominatore di ogni tirannide. Le testimonianze delle donne conosciute al centro mi fanno sentire la verità profonda di questa definizione, come anche quella del collegamento tra violenza personale e politica. Per la violenza domestica e lo stupro il lavoro delle donne ha portato al loro riconoscimento e alla creazione di vie di uscita. Per la prostituzione invece resta molto da fare. La violenza della prostituzione è fondativa per il patriarcato e, non a caso, è quella che si fa più fatica a far riconoscere e affrontare.

Quali elementi accomunano il tuo impegno con le donne maltrattate e le sopravvissute alla prostituzione?

È lo stesso impegno. È difficile far comprendere come la prostituzione costituisca il nucleo strutturale di ogni violenza contro le donne e che, senza riconoscerla come tale ed eliminarla, si rischia di lavorare in superficie. La politica prevalente sulla prostituzione è quella della riduzione del danno, ma cosa significa ridurre il danno quando si parla di violenza? Inoltre la prostituzione fa spesso parte dell’esperienza delle donne maltrattate. Costituisce in molti casi una conseguenza di abusi o incuria in famiglia, può costituire lo sbocco in una situazione di povertà e di perdita della casa. Vi si può essere indotte o obbligate da un partner, e la lista non finisce qui. L’essenza della prostituzione è l’umiliazione, il controllo. Chi paga, paga per avere il controllo e l’accesso sessuale a un corpo. Lo scambio di denaro fa sentire la vittima complice del proprio abuso e rende più profonda la vergogna e invisibile e indicibile la violenza, che non sta soltanto nella struttura dell’interazione ma spesso è fisica e verbale. Nel sito Prostitution Research si possono trovare molti dati in proposito. Le conseguenze traumatiche sono pesanti e documentate ma se ne parla poco: incidenza altissima di disturbo da stress post traumatico, depressione, disturbi della personalità, dissociazione, ansia, abuso di alcol e droghe per sopravvivere sono solo alcune di una lunga lista. Lascio a Judith Herman le parole che sono state più determinanti nel convincermi a continuare la lotta per fare emergere la violenza della prostituzione.

«Lo stupro è comune tra i giovani che fanno parte di squadre sportive o di confraternite. In questi gruppi lo scambio di donne o la visita in gruppo a un bordello è spesso un mezzo attraverso il quale si affermano il legame e la solidarietà tra uomini. L’esibizione rituale del potere di ottenere sesso dalle donne è anche una pratica comune in molte compagnie e aziende, in ambito politico e chiaramente negli eserciti. Possiamo pensare, allora, che l’industria della prostituzione che opera, possiamo dire, in tutte le società, potrebbe costituire il vettore principale di una socializzazione nelle pratiche di controllo coercitivo e che il prostitutore potrebbe essere la figura più comune al mondo di istruttore nell’arte della tortura (“Hidden in Plain Sight: Clinical Observations on Prostitution”, p.2, trad. di Baldini).»

L’attenzione e il giudizio vanno spostati sull’istituzione e sui prostitutori. È lì che non guardiamo. Mentre il discorso si sposta sulle donne, il contesto e i responsabili della violenza spariscono dal quadro prima ancora di essere intravisti. Il mantra è “ma alcune scelgono”, come se questo giustificasse la nostra cecità. Per le donne vanno aperte vie di uscita, ma non si può parlare di uscire da una violenza che nemmeno si vuole riconoscere e che anzi si vorrebbe normare e dunque normalizzare.

Quali sono le pratiche politiche che hanno prodotto maggiori cambiamenti?

Innanzi tutto dare voce, prendere voce. Tradurre la voce delle sopravvissute e farla arrivare in Italia, dove, come abbiamo visto con il #metoo, è più difficile parlare pubblicamente della violenza subita. Le accuse di mentire, inventare, esagerare arrivano dovunque, ma da noi sono diffuse, prevalenti direi, e dunque scoraggiano. Occorre un cambiamento culturale profondo. Non c’è un modo semplice per arrivarci, però prendere voce resta per me il metodo non violento più efficace. Libri come quello di Moran sulla sua esperienza o Il mito Pretty Woman della giornalista Julie Bindel, che ha raccolto per due anni in vari paesi del mondo oltre 250 interviste a persone legate alla prostituzione, smascherano le attività delle lobby pro-prostituzione per permettere lo sviluppo dell’industria del sesso senza ostacoli a partire da una trasformazione del linguaggio. Un modo di nornalizzare la violenza della prostituzione con l’uso di parole neutre come sex worker e sex work o con la trasformazione di senso di parole femministe come libertà di sceltà delle donne o decriminalizzazione non della prostituita, come già avviene con la legge Merlin, ma degli sfruttatori che diventano imprenditori.

L’altra pratica è la relazione. Grazie alla relazione le donne hanno preso voce. Carol Gilligan ne chiarisce il significato politico. Il patriarcato funziona stabilendo gerarchie rese possibili dalla disumanizzazione dell’altra o dell’altro, e la disumanizzazione avviene grazie alla distruzione non solo della relazione, ma della speranza e capacità di ricostruirla. Da questo punto di vista la prostituzione è un nodo centrale perché la sua essenza è proprio la negazione della relazione. Le donne in prostituzione si dissociano per resistere, esattamente come le vittime di stupro, dunque anche la relazione con se stesse viene annullata. E non sono solo le sopravvissute a dirlo. Altre non lo possono dire pubblicamente, per via dello stigma, ma lo dicono dove e come possono, ad esempio nei colloqui ai Centri. La relazione è la via di uscita anche dal patriarcato perché ne distrugge il fondamento di alienazione e disumanizzazione.

Che cos’è e cosa ti/vi ha convinto a richiedere l’introduzione del modello nordico o neoabolizionista tramite legge?

È quello che chiede il movimento internazionale delle sopravvissute, a partire dall’esperienza diretta della violenza nel mercato del sesso. Il modello neoabolizionista prevede che non ci sia alcuna criminalizzazione delle persone prostituite, perché sarebbe assurdo punire le persone per l’abuso che subiscono. Vengono invece create vie di uscita reali (luoghi di ascolto e accoglienza, sostegno psicologico, cure, formazione, istruzione, lavoro) e viene punito chi compra l’accesso al corpo di un’altra persona. C’è molta confusione sul significato di questo modello e del termine abolizionista: non significa proibizionismo, a meno che non vogliamo parlare di proibizionismo anche di fronte al riconoscimento e alla punizione dei responsabili della violenza domestica e dello stupro. Attraverso le nostre ricerche e attività abbiamo accumulato prove e materiale che ci confermano come sia una legge che affronta la violenza in modo femminista, per riconoscerla e fermarla, portando a un cambiamento culturale profondo nelle relazioni tra uomini e donne.


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– Julie Bindel, Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, VandAepublishing, Milano 2019, 283 pagine, 15,00 euro e-book 9,99

– Carol Gilligan, La virtù della resistenza. Resistere, prendersi cura, non cedere, Moretti&Vitali, Bergamo 2014, 167 pagine, 16,00 euro

– Carol Gilligan e Naomi Snider, Why Does Patriarchy Persist? Polity Press, Cambridge-Medford 2018, 16,90 $ 12,99 £ e-book 9,99

– Judith Herman, Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, Magi, Roma 2005, VIII-358 pagine, 28,00 euro

– Judith Herman, Hidden in Plain Sight: Clinical Observations on Prostitution, introduzione a Prostitution, Trafficking and Traumatic Stress, a cura di Melissa Farley, Routledge New York and London 2010, 384 pagine, 40,99 £ 50,15 $ e-book 21,67 $ pp.1-13

– Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, ed. Round Robin, Roma 2017, 378 pagine, 16,00 euro e-book 2,99 euro

– Prostitution Research: www.prostitutionresearch.com

– Lorella Zanardo: www.ilcorpodelledonne.net

– Resistenza Femminista: www.resistenzafemminista.it


1 Rachel Moran nel libro Stupro a pagamento, ripercorrendo la sua esperienza, compresa quella in cui per 7 anni è stata spinta a prostituirsi e poi è riuscita ad uscirne, ne offre, col metodo femminista del partire da sé, un’analisi lucida e appassionata che fa emergere e nomina ciò che accade nell’industria della prostituzione, trasformando anche il linguaggio e partecipando al movimento politico internazionale delle sopravvissute. I due incontri sono stati: Sulla prostituzione, 10 marzo 2018 con Silvia Niccolai, Grazia Villa e Luciana Tavernini (il video: http://www.libreriadelledonne.it/sulla-prostituzione-2/); Nominare la prostituzione, 20 maggio 2018 con Rachel Moran, Silvia Baratella e Chiara Calori.


(Leggendaria n.134, marzo 2019, pp. 18-19)

di Chiara Calori


Tra le spese sanitarie che Facebook ha deciso di rimborsare ai propri dipendenti, come benefit aziendale, dopo quelle per il congelamento degli ovociti rientrano ora anche quelle sostenute per la “gravidanza per altri” o GPA (Corinna De Cesare, Se l’azienda paga la maternità surrogata, Corriere della sera, 17 maggio 2019). Sembra che la logica, del tutto aproblematica per questa multinazionale come per altre, sia quella di accaparrarsi i lavoratori giocando sul piano del welfare, del benessere sociale, garantendo loro copertura in tal senso. Ma quanto questo è un andare incontro ai loro desideri e quanto invece un radicare certe pratiche? Laura Corradi, autrice del libro Nel ventre di un’altra (Castelvecchi, 2017), distingue tra bisogni reali e bisogni indotti: tra i primi rientra quello di essere madri e padri, mentre appartiene ai secondi quello di essere madri e padri genetici. Quest’ultimo è un privilegio – e non un diritto – cui aspirare, nell’interesse di quella lobby tecno-finanziaria che prima identifica o crea il problema (l’infertilità, la difficile se non impossibile conciliazione tra maternità e ritmi “stacanovisti” di lavoro) e poi produce e vende la relativa soluzione (ritardare, congelando ovociti, o delegare, con la GPA, la maternità). Una soluzione che si invita ad accettare acriticamente come tale, con l’aiuto dei media – Facebook compreso – che fanno il gioco del sistema capitalista. Ora Facebook ha trovato un ulteriore canale per promuovere il mercato della GPA, proponendola come benefit ai propri dipendenti. Tanto ciò che conta è il risultato, in termini di produzione e in termini di immagine: come afferma la giornalista del Corriere, “Non si tratta, ovviamente, solo di benefit ma della narrazione che l’azienda vuole dare di sé stessa agli altri: libera e aperta a ogni tipo di famiglia”. Peccato che sia una narrazione artificiosa e monca che, ci fa notare Laura Corradi, lascia fuori e nasconde aberrazioni come i gravi problemi di salute di cui i bambini così nati si ritrovano affetti o l’essere figli non di una, non di due, ma addirittura di tre madri (biologica, genetica e mitocondriale). Attenzione però, qualcosa potrebbe cambiare e questi ultimi dati venire sempre più avvalorati: affiora una prima crepa all’interno dello stesso sistema capitalista, con il paradosso che le assicurazioni ora frenano perché non disposte a coprire l’aumento delle spese di ospedalizzazione e delle altre spese mediche necessarie in questi casi.


Nota: ho ascoltato Laura Corradi nel suo intervento (L’infertilità di massa e l’economia politica della procreazione medicalmente assistita. Una prospettiva ecofemminista di alleanze intersezionali) al Convegno femminista “Cambio di Civiltà: arte, lavoro, politica delle donne (madri comprese)”, del 18-19 maggio 2019, tenutosi alla mostra Vetrine di Libertà, presso la Fabbrica del Vapore di Milano.


(www.libreriadelledonne.it, 30 maggio 2019)


Sabato 18 e domenica 19 maggio 2019 a Milano, Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, negli spazi della mostra Vetrine di libertà – la Libreria delle donne ieri, oggi, si è svolto il Convegno Femminista CAMBIO DI CIVILTÀ. ARTE, LAVORO, POLITICA DELLE DONNE (MADRI COMPRESE), a cui hanno partecipato circa 150 donne e qualche uomo provenienti da varie parti d’Italia e del mondo, come il Messico.

Di seguito il programma con i link alle videoragistrazioni di ciascuna sessione del 18 maggio.

Sabato 18 maggio ore 10.00, La politica è la politica delle donne. Introducono

Luisa Muraro: Il femminismo è pensiero politico per tutti

Annarosa Buttarelli: Le femministe nelle istituzioni tra esodo e esitazione

Sandra Bonfiglioli: Fare la città del primum vivere


Ore 14.00, Gin-ecologismo. Come fermare l’inquinamento tecnopolitico della gravidanza e restare esseri umani. Introducono

Laura Corradi: L’infertilità di massa e l’economia politica della procreazione medicalmente assistita. Una prospettiva ecofemminista di alleanze intersezionali

Marie Josèphe Devillers: Les enfants ne se vendent ni se donnent et les femmes ne se louent pas. Pourquoi une Coalition Internationale contre la GPA? I bambini non si vendono e non si donano, le donne non si affittano. Perché una Coalizione internazionale contro la gpa? (Traduzione consecutiva)


Ore 17.00, Le belle imprese del desiderio: lavoro come politica e libertà. Introducono

Marina Terragni: Fare il mondo da subito: via le spalle dal muro

Adele Nardulli: Peripezie femminili nell’economia maschile

Alessandra Bocchetti: Insieme possiamo: un fondo tutto per noi


Domenica 19 maggio ore 10.30, Lingue, Linguaggi, Linguacce. Dell’umorismo femminista

Pillole di teatro, musica, grafica, video con Irene Carrara, Eleonora Ferrari, Silvia Maj, Astrid Mauri, Marzia Pellegrini,  Stella Pirola, Teresa Tanini (attrici della Scuola dell’Arsenale), Tiziana Friggione (grafica creative web), Gloria Fenzi (danzattrice), Shivadiva (musiciste).

Ore 11.30 discussione.


(www.libreriadelledonne.it, 20 maggio 2019)

di Viviana Mazza


Il politologo Yascha Mounk, uno dei più grandi esperti al mondo sulla crisi della democrazia liberale e l’ascesa del populismo, trae quattro lezioni dal voto europeo: l’onda dell’estrema destra populista continua, la sinistra diventa più Verde, l’estrema sinistra implode, e bolle in pentola il grande dibattito sulla strategia dei socialdemocratici.


Nei Paesi dove sono al potere, dall’Italia all’Ungheria, i populisti di destra hanno avuto successo alle Europee: vuol dire che hanno superato la prova del governo?

«Le élite tradizionali avevano previsto che non sarebbero stati capaci di governare e di mantenere promesse irrealizzabili e dopo un anno sarebbero stati cacciati via. Dagli Stati Uniti all’Europa, non è stato così. In Italia la gente ha abbandonato i partiti tradizionali percepiti come disfunzionali e corrotti per Berlusconi, e poi quest’ultimo per la Lega: a un certo punto realizzeranno che la Lega ha gli stessi problemi dei predecessori. Ma Berlusconi è stato al centro della politica per 25 anni; la Lega potrebbe dominarla per altri dieci. I governi populisti possono realizzare certi successi precisamente perché ignorano le istituzioni tradizionali (con metodi crudeli Salvini ha ridotto l’immigrazione illegale e questo gli dà una popolarità che neanche uno scandalo gli può togliere) e sanno centrare il discorso politico su se stessi: vent’anni fa si parlava solo di Berlusconi; ora di “cosa pensi di Salvini”. Poi col tempo un populista al potere, colpito da crisi e scandali, comincia a perdere popolarità, ma la domanda è se a quel punto gli italiani e gli europei torneranno a una politica moderata o sposeranno il prossimo populista, anche più radicale».

Continua anche la metamorfosi populista del centrodestra?

«Sì, e lo si vede soprattutto in Gran Bretagna, dove queste elezioni sono state un successo enorme per i populisti proBrexit, ma rischiano anche di cambiare la natura dei partiti tradizionali. Ora la scelta dei conservatori è tra trasformarsi in un Brexit Party con Boris Johnson premier, oppure resistere e potenzialmente essere battuti anche nelle elezioni nazionali».

E a sinistra?

«A sinistra il populismo non funziona allo stesso modo. Non sono andati bene i 5 Stelle né il Labour di Corbyn, Podemos in Spagna ha preso solo il 10%, Melenchon in Francia il 6%. Forse il caso più importante è la Grecia dove Tsipras non ha avuto la maggioranza nemmeno tra i giovani. Assistiamo all’implosione del populismo di estrema sinistra, alla continua debolezza dei social-democratici e alla crescita dei partiti Verdi e Liberali, molto progressisti sui temi sociali e l’ambiente, ma abbastanza moderati sui temi economici».

C’è una trasformazione complessiva della politica europea, in cui i sovranisti sono solo parte della storia?

«Le domande decisive non sono più economiche ma socioculturali. Vent’anni fa se volevo sapere se eri di sinistra o di destra ti chiedevo se volevi pagare più tasse in cambio di servizi sociali; oggi ti chiedo che ne pensi degli immigrati illegali. Su questi temi, la risposta più netta a destra viene dai populisti, che battono il centrodestra; a sinistra invece Verdi e Liberali danno risposte più chiare dei socialdemocratici. La crescita dei Verdi non è una contro-narrativa alla crescita dei populisti come scrivono tanti giornali, sono due facce della stessa medaglia».

In Danimarca, domenica la socialdemocratica Mette Frederiksen potrebbe vincere le elezioni nazionali con posizioni dure sull’immigrazione. Il centrosinistra contagiato dai populisti?

«Si batte per i voti rubati al suo partito dai populisti. Questo potrebbe aprire il dibattito su come i socialdemocratici possono salvarsi dall’irrilevanza in Germania, Francia e altrove: creando un’alternativa che prenda sul serio le paure dei cittadini senza copiare gli elementi illiberali e anti-democratici del populismo».


(Corriere della Sera, 28 maggio 2019)

di Alberto Leiss


[…]


Credo che la vera urgenza, a sinistra e in tutta l’area “democratica”, sia quella di un aggiornamento radicale della propria cultura e della capacità di leggere la società e il mondo. Mi ha fatto riflettere, per esempio, la scelta della “Sinistra” e dei Grillini di candidare all’ultimo capoliste donne (come del resto fece Renzi nel 2014). Ma la libertà femminile e il femminismo non possono essere etichette a cui ci si appende in extremis. Piuttosto dovrebbero indurci a cambiare idee e comportamenti maschili sul terreno del potere. Trasformazione indispensabile per vedere meglio se stessi e le contraddizioni sociali, economiche, scientifiche e tecnologiche del tempo presente.
Così anche l’uso di terminologie scontate per definire gli avversari non funziona. Ho visto che anche una filosofa raffinata – Donatella di Cesare – definisce “neofascista” la Lega di Salvini. Sull’ultimo numero di “Critica Marxista” Aldo Tortorella – certo non sottovalutando il risorgere di tendenze nostalgiche – suggerisce la ricerca di parole più appropriate: “C’è il populismo dell’odio e del ritorno al passato (il razzismo, il sanfedismo, l’antifemminismo, l’autoritarismo, l’ordine capitalista). E ci sono i populisti dell’illusione (cioè le promesse senza fondamento e della “democrazia diretta” dove uno solo vale per tutti). Chiamare le cose con il loro nome non risolve i problemi, ma aiuta ad evitare gli errori. Ad esempio, se si riconosce che c’è un pericolo grave come quello di un restringimento degli spazi di libertà l’imperativo di chi volesse contrastare una tale tendenza sarebbe quello di ragionare per unirsi, non per dividersi”.


(In una parola / L’illusione, l’odio e la sinistra, Il manifesto, 28 maggio 2019)

di Raquel Paricio


Donna forte, Ada Colau, ha dimostrato con il suo partito “Barcelona en Comú”, di essere in grado di portare avanti con sicurezza le politiche sociali più progressiste della democrazia non solo a Barcellona, ma relativamente a tutto lo Stato spagnolo. Proveniente dai movimenti sociali, in particolare dalla lotta per il diritto alla casa, è arrivata alla carica di sindaco di una delle città più attraenti del mondo. È stata la prima donna sindaco della città; non proveniva dalle famiglie che hanno sempre detenuto il potere, ha difeso i diritti pubblici, come l’istruzione e il diritto ai servizi di base, come la casa e l’energia pubblica, si è rivolta agli immigrati e ha affrontato le lobby; questa sindaca così amata da alcuni e così disprezzata da altri non è riuscita a farsi rieleggere per circa 4.000 voti.

Ernest Maragall, il rappresentante di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), l’avversario con cui si è scontrata nelle ultime settimane della campagna, l’ha superata in voti, ma non in consiglieri (entrambi ne hanno 10 e Colau ne ha perso 1). Maragall è arrivato alla carica di sindaco di Barcellona con una vittoria elettorale che l’ERC non otteneva dal 1939. Fratello del tanto applaudito ex-sindaco ed ex-presidente Pascual Maragall, ha messo in primo piano la libertà dei prigionieri politici ed è stato il grande vincitore municipalista in Catalogna: la sinistra a favore dell’indipendenza si è alleata e non deve affrontare la repressione dello Stato spagnolo.

Ma con questa premessa il cittadino comune perde i suoi diritti ai servizi pubblici. Le politiche di Esquerra Republicana non sono di sinistra. Non lo sono. Alcuni giornalisti hanno sottolineato le politiche neoliberiste di Ernest Maragall, anche se i cittadini lo hanno portato alla carica di sindaco.

Pochi media controllati dal potere hanno difeso Ada Colau, ma anche i più ostili le hanno riservato uno spazio d’onore per mano del giornalista Jordi Évole.

In questi quattro anni la squadra di Barcelona en Comú ha scalato una montagna senza sosta, con tenacia e con tutti i politici contro. Nei colloqui informali con diversi membri, hanno ammesso di sentirsi persi quando sono arrivati al municipio. Gli uffici della grande casa sembravano un labirinto e i contatti e le porte dove fare merenda erano un segreto. Dove sono i bagni? chiedeva scherzoso il vicesindaco. Ma nulla di tutto ciò ha impedito di portare avanti il proposito di aprire un nuovo capitolo della politica urbana e internazionale, un modello di riferimento per il mondo.

Il cambiamento realizzato è andato al di là di un elenco di cose fatte; rispetto a ciò che resta da fare, bisogna ricordare che i problemi di 50 anni non si risolvono in 4. È andato oltre perché è stato un effetto dimostrativo di come la cittadinanza che non proveniva dalle famiglie di sempre potesse arrivare al potere per difendere i diritti della maggioranza delle famiglie, quelle che nessuno ha mai difeso. Con le sue idee progressiste e i suoi legami internazionali, il movimento municipalista è nato per crescere come forza politica contro la paura e l’avanzata dell’estrema destra.

Il movimento municipalista globale ha tenuto il suo primo incontro a Barcellona nel 2017 sotto il nome di “Città senza paura” e ha lanciato una serie di proposte, raccolte in una guida all’azione municipalista che emerge dall’analisi del momento attuale, in cui la paura e l’insicurezza si trasformano in odio e le disuguaglianze aumentano.

«Viviamo in un momento storico eccezionale. Il sogno occidentale del progresso si sta rompendo e tutto cambia a una velocità vertiginosa» dice l’attivista eco-femminista e antropologa Yayo Herrero, che con molte altre affermazioni nel libro “Città senza paura” mostra le politiche femministe, l’ascesa nel XXI secolo delle città contro gli imperi del XIX secolo e gli stati nazionali del XX secolo.

«Il fascismo bussa alla porta, sperando di impadronirsi del bottino della frustrazione. È stato sempre così per tutto il tempo che riusciamo a ricordare», dice Iago Martínez, capo di gabinetto del sindaco di A Corunha.

Il municipalismo libertario nasce dalla giornalista e scrittrice Debbie Bookchin, che si ispira al padre, il teorico municipalista e socialista Murray Bookchin, che negli anni Sessanta si chiedeva: «Come costruire una società più egualitaria? Che tipo di organizzazione politica è la migliore per contrastare il potere dello Stato?» Murray era convinto che il municipalismo offrisse una terza via d’uscita dall’impasse in cui erano bloccate le tradizioni marxiste e anarchiche e che questo cambiamento radicale non si potesse ottenere con il voto.

Secondo Bookchin «il Municipalismo si chiede: cosa significa essere un essere umano? Cosa significa vivere in libertà? Come organizzare la società in modo da organizzare aiuto reciproco, cura e cooperazione?»

Il movimento municipalista costruisce per la città, ma i suoi orizzonti sono molto più aperti, ampi e inclusivi. «Siamo l’unica forza in grado di fermare l’estrema destra» ha dichiarato il vicesindaco Gerardo Pisarello.

In questi giorni di campagna elettorale Ada ha detto molto chiaramente: «Cosa abbiamo fatto in quattro anni? E voi cosa avete fatto in cinquanta? Certo che Barcellona ha dei problemi! Siamo consapevoli dell’eredità lasciataci dalle precedenti amministrazioni comunali?»

La strategia di un cambiamento politico non può essere misurata solo dai chilometri di piste ciclabili costruite (se così fosse, Ada avrebbe vinto di nuovo), ma dal modello sociale che vogliamo realizzare.

In breve, le principali azioni del governo di Barcelona en Comú sono state:

– Una politica basata sul “No alla paura”, in rete con numerosi sindaci di altri paesi

– Difesa costante dei diritti degli immigrati (accoglienza, sostegno ai salvataggi nel Mediterraneo)

– Sostegno alle persone colpite dalla violenza criminale del 1° ottobre (data del referendum per l’indipendenza, N.d.T.) e difesa della causa della Repubblica e del diritto di decidere

– Sfida alle lobbies

– Blocco di oltre 7.000 sfratti

– Politiche di genere al centro del dibattito. Definizione della città come femminista, creando un ente politico per azioni in questo senso e un centro per i diritti LGBT

– Inquinamento come uno dei problemi principali da risolvere

– Municipalizzazione dei servizi (come il dentista gratuito)

– Creazione del più grande operatore elettrico comunale dello Stato

– Ipotesi di gestione pubblica dell’acqua

– Difesa dell’istruzione pubblica con numerose azioni

– Approvazione di una legge secondo cui il 30% degli alloggi costruiti da privati dovrebbe essere destinato a edilizia popolare

– Chiusura di 5.000 appartamenti turistici illegali

– Individuazione di frodi fiscali per oltre 70 milioni da parte di grandi aziende che non pagavano le tasse

E questo è stato l’inizio di qualcosa che non era stato fatto in 50 anni, ma per molti non è stato sufficiente. Nessun potere reale riconoscerà il merito di Barcelona en Comú. Hanno attaccato di continuo la sindaca, prendendola alla sprovvista nelle foto e usando falsità e distorsioni.

La sinistra locale non l’ha mai sostenuta, al contrario di quella intellettuale e progressista a livello internazionale: più di 200 personalità l’hanno appoggiata, o le hanno inviato messaggi di solidarietà. Tra loro la giornalista e scrittrice Naomi Klein, l’ex presidente del Brasile Dilma Rousseff, il filosofo Noam Chomsky, il sindaco di New York Bill de Blasio, il politico e senatore Bernie Sanders e molti altri.

La porta del progresso è rimasta aperta e ha avuto il suo effetto dimostrativo. Speriamo che le politiche a favore dei cittadini non perdano la forza e continuino la loro lotta. Speriamo che i nuovi risultati delle elezioni spagnole non seguano il temibile percorso senza ritorno dell’azione della paura e della repressione delle libertà e della speranza di un essere umano che possa elevarsi sulla via dell’ispirazione.


(Pressenza.com, 28 maggio 2019)

di Federica Ginesu


È stata una delle prime donne in Italia a laurearsi in medicina nel 1913 e la prima nel nostro Paese a diventare medica condotta. Non si era arresa quando il prefetto di Nuoro aveva cercato di ostacolarla. Adelasia Cocco aveva combattuto per poter svolgere la sua professione, aprendo così la strada a tutte le altre. Ma se andate a cercare il suo profilo su Wikipedia non lo troverete. Questa donna pioniera non fa parte di quella che è considerata la più grande enciclopedia virtuale. Nata nel 2001, contiene oltre 45 milioni di voci in più di 280 lingue.

Il caso di Adelasia Cocco non è isolato. Le pagine biografiche dedicate alle donne sulla piattaforma non arrivano al 20%. Per quanto riguarda quelle in lingua italiana la percentuale scende ulteriormente. Si ferma al 15% secondo gli ultimi dati diffusi proprio da Wikipedia. È la stessa enciclopedia ad ammettere di avere un gap di genere. Un problema che è fortemente legato alla scarsa presenza delle donne all’interno di questo grande contenitore online. Solo il 10% di chi si occupa di editing e scrive le voci di Wikipedia è donna.

L’enciclopedia online gratuita che “chiunque può modificare” è quindi gestita e scritta prevalentemente da uomini. Non stupisce che sia affetta da un pregiudizio sistemico in grado di produrre una serie di conseguenze da anni oggetto di dibattito. Perché le donne non contribuiscono a stilare il sapere diffuso su Wikipedia?

Una ricerca del 2012 effettuata dalla professoressa Julia Bear del Stony Brook University’s College of Business e dal professor Benjamin Collier della Carnegie Mellon University ha provato a rispondere a questa domanda cercando di capire come l’esperienza nella redazione di articoli su Wikipedia possa essere differente tra uomini e donne. I docenti hanno intervistato 1.589 collaboratori e collaboratrici dell’enciclopedia e hanno trovato significative differenze. Le donne hanno riferito di sentirsi meno sicure delle proprie competenze, meno a proprio agio nel modificare il lavoro degli altri (un processo che spesso comporta conflitti), reagiscono più negativamente agli stimoli critici rispetto agli uomini. Percepiscono Wikipedia come un ambiente ostile e poco inclusivo contaminato da mansplaining (quando gli uomini spiegano le cose alle donne in modo paternalistico), misoginia e sessismo.

C’è però anche un altro aspetto non trascurabile. «Se abbiamo una percentuale così piccola di donne che contribuiscono, allora ci sono tante questioni che potrebbero essere distorte o ricevere meno attenzione di quanto dovrebbero. Wikipedia è una forma di conoscenza. Se ci vai e non vedi alcuna rappresentazione femminile o troppe poche storie di donne è evidente che ci sia un pregiudizio implicito nel modo in cui le cose sono presentate e su ciò che è rilevante. Questo può avere un effetto significativo sulle persone» hanno affermato i ricercatori.

Non bisogna tralasciare poi un dato di fatto. Per secoli la storia è stata scritta dagli uomini, per le donne c’è stato poco spazio, sono state relegate nelle retrovie. Una discriminazione che continua a perpetuarsi anche su Wikipedia. Un punto dolente sono le linee guida generali dell’enciclopedia sulla “notabilità” che si certifica con una presenza significativa di fonti attendibili e indipendenti. Capita spesso che Wikipedia blocchi le pagine dedicate alle biografie femminili perché, basandosi sulle fonti fornite (a volte per forza di cose scarne o difficili da reperire), giudica le vite di quelle donne non abbastanza importanti da meritare una pagina o un articolo.

Una prova di questo pregiudizio di genere è arrivata l’anno scorso quando Donna Strickland ha vinto il premio Nobel per la fisica. Lei, prima del prestigioso riconoscimento, non aveva il profilo biografico su Wikipedia. Un collaboratore dell’enciclopedia aveva cercato di creare una pagina dedicata alla scienziata, ma un altro editor aveva respinto l’articolo perché Strickland non aveva ricevuto un’attenzione significativa sui giornali anche se era considerata una delle massime esperte nel suo campo. Le donne faticano a contare. Lo dicono le statistiche. Vengono citate o interpellate dai media troppo poco, il dato si ferma al 24% e anche nel percorso accademico trovano ancora ostacoli, sono sottovalutate e menzionate meno nelle ricerche.

Secondo Rose Stephenson-Goodknight, attivista femminista americana che ha creato Women in Red, un progetto che punta a diffondere le storie delle donne che meritano di essere ricordate, la politica di notabilità presenta ostacoli non solo per le donne contemporanee, come Strickland, ma anche per le donne del passato. Un approccio più ragionevole sarebbe quello di adattare lo standard di notabilità alle circostanze storiche. Per esempio, se c’è la vita di una donna che non ha molte fonti approfondite, può comunque essere aggiunta all’enciclopedia sulla base di altri fattori come la qualità dei singoli riferimenti.

Questo divario di genere deve essere colmato perché ha un impatto fortissimo. Wikipedia ha il monopolio sui risultati dei motori di ricerca di Google. La maggior parte delle ricerche su internet in tutto il mondo sono condotte attraverso questo canale e le pagine dell’enciclopedia virtuale ricevono un posizionamento prioritario. Intanto attiviste da tutto il mondo stanno cercando di cambiare il sistema.

Le maratone di scrittura (Edit-a-thon) sono state tra le prime azioni intraprese per cercare di colmare il gap, supportate dalla Fondazione Wikipedia e, al momento, tra le più efficaci perché vanno a creare effettivamente nuove pagine o modificarne altre esistenti. Sono maratone mondiali come Art+Feminism che si tiene ogni anno per aggiungere contenuti sulle donne artiste.

Per questo dal 2014, durante il mese di marzo, istituzioni artistiche come il The Museum of Modern Art di New York, la Tate di Londra, o l’African Women Development Fund in Ghana diventano protagoniste di maratone di scrittura sull’enciclopedia virtuale. L’obiettivo? Incentivare la partecipazione femminile e contribuire ad una più equa rappresentazione di temi legati a donne e supportare la creazione di un sapere più libero e inclusivo.

Una delle tappe italiane è stata organizzata il 30 marzo scorso da H-FARM, il primo venture incubator del mondo, piattaforma dove innovazione, imprenditoria e formazione convivono e si contaminano l’una con l’altra. Ventinove partecipanti, una nuova voce creata già online: quella sul premio Luisa Minazzi; sei nuove voci ancora in fase di elaborazione – quindi non ancora pubblicate (Romana Rompato, Beatrice Venezi, Caterina Sagredo Barbarigo, Chiara Fumai, Ketty Grunchi, Mary Egerton Bracken); cinque voci modificate (Theodosia Trollope, Fernanda Romagnoli, Julia Hoffmann Tedesco, Elisabeth Chaplin, Sagredo) sono i numeri dell’iniziativa che ha voluto portare l’attenzione sulle donne dimenticate e cancellate dalla storia.

«Restituire loro memoria è il primo passo per ispirare tutti noi e diffondere una conoscenza più autentica – dice Marta Caroti event manager di H-FARM – la maratona di scrittura ha rappresentato l’unione perfetta del women empowerment, l’arte e il mondo digital. Durante l’evento abbiamo fatto un vero momento di formazione spiegando come si scrive su Wikipedia perché la piattaforma può sembrare semplice a un primo approccio, in realtà l’enciclopedia, per assicurare le informazioni che si trovano al suo interno siano affidabili, ha tutta una serie di regole e flussi molto complessi». Un momento che è servito per dare un contributo al divario di genere: «Le dinamiche di Wikipedia – continua Caroti – riflettono le dinamiche sociali. A volte è complicato trovare le fonti perché la storia è scritta dagli uomini. È un po’ il discorso che si fa per gli eventi in cui ci sono poche donne sul palco e gli organizzatori dicono che è difficile trovarle, in realtà non è proprio così. Le donne ci sono, ma per alcune ragioni faticano ancora ad essere visibili».

E proprio da un editathon è nato il progetto Wikidonne ideato nel 2016 da Camilla Boban. È un gruppo di utenti – si legge su Wikipedia – che ha lo scopo di aumentare la diversità e migliorare la copertura di argomenti che riguardano le donne in Wikipedia, stilando liste di voci (da creare ex novo, da migliorare e da tradurre) e organizzando eventi. Hanno scritto più di 500 nuove biografie e hanno modificato più di 25 mila voci (dati 2017).

Negli Stati Uniti Emily Temple-Wood, biologa molecolare, ha contribuito stilando su Wikipedia centinaia di biografie di donne scienziate. È stata presa di mira con e-mail volgari e misogine che contestavano il suo lavoro. Lei non si è fermata. Ha convertito la rabbia per ogni brutto commento ricevuto in una nuova voce enciclopedica dedicata a una pioniera dimenticata.

Il New York Times qualche settimana fa ha invece parlato della questione molestie su Wikipedia rivolte soprattutto alle persone LGBTQI. Secondo il Gender Equity Report, in cui Wikipedia ha fatto mea culpa analizzando gli ostacoli che impediscono di raggiungere un equilibrio paritario, sono tre le sfide per migliorare il gap di genere dell’enciclopedia.

La lotta ai pregiudizi nelle politiche (la questione della notabilità, delle fonti affidabili e delle categorie); la mancanza di consapevolezza (la prospettiva patriarcale inconsciamente utilizzata come standard universale); infine le cattive condizioni di salute della comunità (molestie, mancato riconoscimento della diversità). In particolare le molestie vanno dalle microaggressioni fino a forme più gravi. E-mail volgari, foto porno postate nelle pagine personali degli utenti, atteggiamenti violenti e poco rispettosi.

Cosa si può fare per migliorare le cose? I cambiamenti non possono essere mai repentini. Wikipedia sta monitorando il gender gap di cui soffre e sta studiando alcune strategie per contrastare le molestie. Anche in questo frangente causano un danno ingente. Colpiscono chi cerca di produrre cultura e condizionano il sapere, le conoscenze di tutti noi.


(alleyoop.ilsole24ore.com, 20 maggio 2019)

di Gloria Chiocci


Eleonora Gargiulo è la founder di Wher, l’app che permette alle donne di muoversi in città in maniera più consapevole e sicura. Tramite l’app le utenti possono utilizzare sia il navigatore che inserire recensioni sulla percezione di sicurezza delle strade. Wher è stata l’app vincitrice della ING Challenge, tenutasi durante la Milano Digital Week. Ho avuto modo di incontrare e intervistare Eleonora presso Cariplo Factory pochi minuti dopo la premiazione.

Eleonora qual è stato il percorso che ti ha portato a sviluppare Wher?

«Wher è il risultato della fusione tra tutte le mie competenze, ho lavorato in ambiti diversi e da ognuno ho avuto l’opportunità di apprendere. Wher è il risultato della fusione di un’anima sociale – che proviene dai miei studi – e di una legata all’innovazione tecnologica, che proviene dal mio percorso professionale. Mi spiego meglio, mi sono laureata in Psicologia ma la mia passione sono sempre state le metodologie di ricerca qualitativa, campo che ho approfondito e portato all’interno della mia esperienza professionale in ambito Innovation e ICT. Per quattro anni, infatti, ho lavorato nel Laboratorio di Open Innovation di TIM, all’interno del Politecnico di Torino. Un’esperienza entusiasmante, ho avuto la possibilità di progettare dei prodotti innovativi partendo dai bisogni delle persone che li utilizzano, all’interno di un campo di sperimentazione ma soprattutto di fusione di competenze.

Nel Laboratorio collaboravo con figure tecniche, ingegneri informatici, ingegneri gestionali, ingegneri robotici ma anche designer e manager. È stata un’esperienza in cui ho potuto sperimentare tutte le applicazioni dello Human Centered Design realizzando prototipi e progetti sempre diversi. Questo mi ha permesso di imparare molto e di potermi lanciare nel mondo dell’imprenditorialità in ambito tech con Wher. Sentivo di poter mettere insieme tutte le mie competenze e costruire qualcosa che mi rappresentasse a tutto tondo e in cui poter dare spazio a giovani professionisti per crescere raggiungendo insieme gli obiettivi.»

Cos’è per te una città a misura di donna?

«È un sogno, è la visione di Wher, ciò verso cui tendiamo ogni giorno. Una città a misura di donna è una città che tiene in considerazione i modi e i tempi in cui le donne usufruiscono della città, è una città in cui il benessere percepito e la gentilezza – intesa come bellezza dei rapporti umani – vengono valorizzati e realizzati concretamente. Diciamo sempre che se una città è a misura di donna, è a misura di tutti.

C’è molto da raccontare su come le donne vivono le loro città e molto che possiamo contribuire a realizzare con i dati che stiamo raccogliendo. Lo sapevi che solo il 5% dei dati che sono fruiti sulle più comuni app di mappe sono stati inseriti dalle donne? Ecco, noi vogliamo contribuire a realizzare mappe fatte da donne, perché c’è un gap informativo che va coperto e ci dobbiamo pensare noi donne! Il mio team e io ci crediamo fortemente e non siamo i soli, sono molti i progetti che vogliono portare l’attenzione sul punto di vista femminile come Toponomastica femminile o WikiDonne, per fare degli esempi.»

Quant’è importante la community all’interno di Wher?

«La community in Wher è fondamentale, tutto muove da loro, comincia con loro, senza il progetto non sarebbe realizzabile come noi vogliamo che esso sia. Noi progettiamo il nostro prodotto interamente pensando a loro, le conosciamo personalmente, perché vogliamo che abbiano un servizio utile nel quotidiano e loro sono un continuo stimolo a fare meglio. Insomma, un legame indissolubile, siamo un progetto fatto da donne per le donne, la sisterhood è al centro di tutto.»

Obiettivi futuri?

«Vogliamo lavorare bene in una città, portando avanti dei numeri importanti per la nostra start-up. Milano in questo si sta dimostrando nei primi tre mesi di lavoro molto creativa, molto ingaggiata e vogliamo essere all’altezza delle aspettative. Poi ovviamente vogliamo portare il progetto in altre città, ci stiamo già ragionando e soprattutto l’app si arricchirà di molti contenuti.»

Un consiglio che daresti alle giovani donne che desiderano avviare una startup?

«Di farlo subito! Di mettersi in gioco, di mettere sul tavolo tutto quello che sanno fare, di essere sempre aperte, di leggere, di ascoltare, di imparare la resilienza! Sono felice quando sento che l’educazione all’imprenditorialità si sta diffondendo a tutti i livelli educativi, io stessa quando posso racconto ai giovanissimi, ma anche ai miei colleghi startupper, la mia esperienza imprenditoriale. Credo nel potere delle storie, che ispirano e che fanno venire in mente nuove intuizioni, cambi di prospettiva inattesi.»

Ma chi fa parte della community? Sono andata a intervistare anche Giulia Landolina, membro della community, è stata proprio lei a parlarmi per la prima volta di Wher.

Giulia perché utilizzi Wher?

«Mi è stata consigliata da un’amica, ho subito pensato fosse una buona idea oltre che utile! Ho deciso così di scaricarla e utilizzarla, dato che amo viaggiare e spesso mi capita di farlo da sola o con piccoli gruppi di coetanei.

A quali città daresti la priorità?  

«Penso che al momento la priorità sia da dare alle città mete di turismo giovanile, come ad esempio: Roma, Barcellona, Amsterdam e Lisbona. Proprio perché le giovani sono la fascia più vulnerabile. Coperte le città principali mi piacerebbe che venga estesa alle città universitarie e intermedie.»

Grazie Eleonora e Giulia.


(Nova 100, 26 maggio 2019)

di Cettina Tiralosi


Cambiare musica, voltare pagina, cambiare registro, atteggiamento, tipo d’approccio, sguardo, modo di comportarsi e così via: si può fare e io ci provo.

L’agire artistico è materia vivente, modifica e si modifica attraverso lo sguardo, i pensieri e le azioni, nella consapevolezza di chi propone e di chi osserva.

I luoghi hanno sempre un proprio fascino e una propria attrazione, e chi organizza si presta a rimettere in gioco, in società, la loro storia ancora viva che così si rinnova.

È il caso della ex-pescheria della città di Giarre (Catania) e della curatrice di Musical Fragments, Benedetta Spagnuolo, il cui intervento espositivo aggiorna la storia di un luogo vissuto dalle donne e dagli uomini che lì abitarono e che lì vi abitano ancora.

https://artistiitaliani.wixsite.com/artistiitaliani/musical-fragments

Per la mia disposizione ad ascoltare il mio proprio “sentire viscerale” nel senso che intende la filosofa María Zambrano, ho creduto bene, come ogni volta che mi capita, di prendere parte alla realizzazione di un evento che in circostanze simili a questo, potesse mettere in mostra il valore storico-artistico non indifferente dei luoghi, attraverso l’esposizione delle mie opere foto-grafiche digitali.

Cambiare musica, cambiare ballo, passo di danza, per seguire attraverso un ritmo differente, il proprio sentire e lo sguardo che lo cambia, mentre cambia tutto intorno, è l’espressione della passione e del desiderio politico di libertà femminile delle donne che si affermano mentre vengono allestiti ed esposti pubblicamente i loro elaborati e alla quale anche gli uomini tra i più o meno sensibili, siamo tutte e tutti posti in atto a riconoscere e a dare seguito.

Quando è il momento di cambiare musica, lo è immancabilmente per tutte e tutti, e soprattutto fra chi fa musica, certamente sa cosa intendo in termini di coscienza e conoscenza. Preparare questo evento perciò mi ha dato il la, il verso e la direzione un po’ più in là, lontana da quella parte ristagnante della vita quotidiana che spesso arresta il fluire davanti al nulla pietrificante, il più in là verso quella parte dalla quale l’orizzonte si apre dopo una fitta coltre di nuvole minacciose di piogge torrenziali.

Un po’ più in là, laddove vi trovo armonia, al di là del caos, dove vi trovo speranza di almeno una soluzione e dove, senza disperazione, ritrovo pazienza e fiducia di non riperderle mai più.

La scrittura come la pittura, in particolare, attraverso gli strumenti digitali di oggi come la foto/grafia ovvero la grafia della luce vivente supera l’irremovibile delle cose attorno a sé, andando oltre i no delimitanti per i sì possibili.

La storia della città di Giarre porta nella sua origine le tracce delle condizioni di prosperità che fu della comunità laboriosa che la costituì, tale da divenire nel tempo uno dei mercati all’ingrosso più grandi della riviera ionica siciliana; essa nasceva dal progetto di riqualificazione territoriale e di espansione demografica per volontà di un vescovo conte di Catania, Nicola Maria Caracciolo (1513-1569) proponendo a coltura le terre abbandonate per migliorarle attraverso le concessioni in enfiteusi.

Oggi riviviamo lo spopolamento e lo sradicamento dovuto al conseguenziale abbandono lento e costante che dura oramai da troppo tempo, dei luoghi di lavoro, di studio e di vita perché non più ancorati all’essere vivente che cambia, dai quali perciò si fugge mentre ci sfugge in verità il nodo irrisolto della questione.

Giovani donne e uomini vanno via, mentre i percorsi di scrittura aumentano un po’ dovunque, forse per afferrare le fioche tracce di un “poi” che ha bisogno del “quando” che si rivela in un insufficiente “adesso”.


[…]


(cettinatiralosiblognotes, 25 maggio 2019)


Sabato 18 maggio 2019, nell’ambito del Convegno femminista – Cambio di Civiltà: arte, lavoro, politica delle donne (madri comprese) è stato letto un testo dedicato a Imane Fadil, la giovane donna marocchina tra le testimoni del processo “Ruby Ter” avendo partecipato alle cene di Silvio Berlusconi, processo nel quale aveva chiesto di potersi costituire parte civile. Il convegno è stato idealmente dedicato a questa donna. L’impegno femminista sta proprio nel dare voce e nel ricordare quelle donne che parola e memoria non hanno (più): da quelle che abbiamo riconosciuto come nostra radice, “Madri di tutte noi”, a chi oggi vive al di fuori dalla scena illuminata e muore nell’oblio.


Della vita di Imane Fadil, giovane donna marocchina di 34 anni spirata in solitudine all’ospedale Humanitas di Rozzano dopo un mese di agonia, si sa ancora meno che della sua morte.

Se cercate qualche notizia biografica su di lei, nata a Fes il 1° gennaio 1985 e morta a sud di Milano il 1° marzo 2019, troverete solo Arcore, cene eleganti, Palazzo di Giustizia, come se non ci fosse stato nulla a prescindere da questo.

Dobbiamo lavorare di immaginazione e pensarla da ragazzina davanti alla tv via satellite che capta le immagini di un paese libero, felice e pieno di opportunità così vicino, a poche ore dalla sua casa sull’altra sponda del mare Mediterraneo.

Giovanissima quindi avrebbe lasciato casa e famiglia per arrivare qui a fare la modella per poi diventare giornalista sportiva, il desiderio era questo.  

Oppure no, forse questa storia non è vera, secondo un’altra versione Imane viveva in Italia da quando aveva 4 anni: c’è stata una grande sciatteria nella raccolta di informazioni, come se quella vita contasse poco o niente.

Quello che è certo, Imane ha 25 anni quando qualcuno dei cortigiani di Silvio Berlusconi (Emilio Fede, Lele Mora o Nicole Minetti: poco importa) la invita a cena ad Arcore. Lei ha bisogno di lavorare, le cose non vanno come sperava, e accetta l’invito.

A quanto dicono ci andrà 8 volte in tutto, o forse meno, ma non otterrà niente di niente, a parte forse un gettone di 2 mila euro.

Niente lavoro, niente tv, anche perché lei non offre niente. Non partecipa ai festini, rifiuta lo scambio sesso-denaro. Ma vede tutto quello che capita in quella bella villa settecentesca che negli anni Settanta Berlusconi aveva acquistato a un prezzo davvero irrisorio, e a quanto pare con un mezzo imbroglio dagli eredi Casati. Un affarone.

Imane ricorda ragazze vestite da suore, balletti, barzellette e rituali onanistici. In particolare ricorda lo sguardo di una ragazza seminuda e quattro zampe di fronte agli uomini. I loro sguardi si sono incontrati, lei in piedi e la ragazza carponi.

Imane è ipersensibile alla verità e alla giustizia. Non sopporta di essere chiamata Olgettina,  non ha fatto niente, non ha avuto niente, non vuole raccontare balle e dice quello che è stato. Rifiuta una cifra enorme, 250 mila euro, che le viene offerta per chiuderle la bocca, anche se con i soldi è messa molto male e ormai quei pochi vestiti buoni li usa solo per andare in Tribunale. Promette che quello che non le lasciano dire lo racconterà in un libro.

E’ stanca, provata, si sente abbandonata da tutti. Dimagrisce e perde i capelli a ciocche per l’ingiustizia che sente di patire.

Finché un giorno, poco dopo il suo 34esimo compleanno, dopo essere stata a cena con un uomo di cui gli inquirenti conoscerebbero le generalità, Imane comincia a sentirsi poco bene.

Dal 16 gennaio il male peggiora, ha dolori lancinanti alle gambe e all’addome. In principio non vuole andare in ospedale, dice di avere paura che lì possa capitarle qualcosa. Poi il 29 gennaio la ricoverano perché sta malissimo.

Uno dei pochi amici che le sono rimasti è un uomo anziano e gentile con un forte accento milanese conosciuto nell’abbazia di Chiaravalle. Lei andava spesso all’abbazia, abitava in una cascina non lontana da lì da dove poi sarà sfrattata. Lui aveva carezzato la sua cagnolina e avevano fatto amicizia.

L’uomo dice che Imane era una brava ragazza. Una volta le aveva prestato 100 euro perché lei era veramente nei guai, una volta sola in due anni.

Va due o tre volte a trovarla in ospedale e la vede sempre più debole e piena di lividi. Nessuno capisce cosa diavolo abbia. L’ultima volta che ci va non gliela fanno vedere. E’ in isolamento, non ha più difese, basterebbe un raffreddore a ucciderla.

Non la vedrà più, né viva né morta.

In un mese tutti gli organi di Imane collassano uno dopo l’altro. Esami e controesami, ma i medici non riescono a dare un nome al suo male e a fermarlo.

A un certo punto si parla di veleno, non si sa chi ne abbia parlato per primo, se la stessa Imane o i medici.

Si teme perfino che Imane sia radioattiva. Il suo corpo viene rinchiuso in una stanza piombata dell’obitorio. Nessuno può vederla.

L’autopsia sembra un’impresa spaziale, pompieri e medici con tute protettive come per sezionare un’aliena.

Saputo della morte di Imane, Marysthelle Polanco, una delle ragazze delle cene eleganti, avrebbe detto ai giudici: “No, il polonio!”.

Il polonio è un elemento radioattivo. Con il polonio è stato ucciso Aleksandr Livtinenko, spia russa che aveva accusato agenti dell’ex-KGB di aver costruito l’ascesa di Vladimir Putin con una strategia bombarola che nel 1999 a Mosca fece 300 vittime.

Che cosa ne sa una ragazza come Marysthelle di polonio, di servizi segreti e di tutte queste storie?

Marysthelle avrebbe anche detto che qualcuno degli “utilizzatori finali” aveva minacciato le ragazze: “Basta una punturina”.

Pur non confermando alla stampa queste dichiarazioni, Marysthelle ha detto: “Può darsi che la mia versione davanti ai giudici sarà diversa rispetto a quella del processo Ruby bis, ho deciso di dire le cose come stanno, adesso mi sento una donna con dei figli e voglio dire la verità…”.

A quanto pare la voglia di dire la verità è contagiosa. Noi donne abbiamo sempre più desiderio di dire la verità sugli uomini e sul loro potere.  

Ancora non si sa come sia morta Imane Fadil. Si sa solo che il suo sangue era pieno di metalli pesanti, cadmio, antimonio, cromo e molibdeno. E che i test per un gran numero di malattie sono risultati negativi.

Gli esiti dell’autopsia, attesi per aprile, arriveranno forse a fine luglio, è stata richiesta una proroga.

C’è un giovane uomo, Giulio Regeni, sulla cui morte, come è giusto, da anni si sta chiedendo verità. Su Imane si deve volere verità allo stesso modo, che sia verità sulla sua vita tanto quanto sulla sua morte.

Attaccamento alla verità e alla giustizia hanno dato senso alla vita di Imane, ci tocca raccogliere questo senso e continuare nel lavoro di dire la verità, di dire di quante falsità e menzogne e ingiustizie abbia bisogno chi esercita il dominio. 

Parlando d’altro, Luisa Muraro ha scritto di recente: “Com’è difficile dire la verità quando c’entrano le donne!”. Vale anche per Imane, che non dimentichiamo.


Marina Terragni


(www.libreriadelledonne.it, 25 maggio 2015)


Votare alle prossime elezioni nonostante la trascuratezza dell’Europa nei confronti di chi la abita? Nonostante la crisi di legittimità della politica e del sistema dei partiti che non ha saputo impedire la mortificazione antropologica di tanti paesi tra i quali il nostro?
Partiti – chi più chi meno – che hanno permesso alle incertezze, alle inquietudini, alle paure di crescere nel tempo. Adesso la situazione si è radicalizzata con i media che plasmano la nostra percezione. Con la propaganda che ridisegna i sentimenti, le tendenze, le emozioni mentre la spietatezza di pochi (che però detengono il potere) approfitta dell’acquiescenza di tanti che il potere non ce l’hanno. Infine, la violenza si è incistata nella società.
Non ci illudiamo che i governi abbiano la bacchetta magica tuttavia il governo attuale sembra non rendersi conto della deriva in cui stiamo affogando. Anzi, non prova imbarazzo ad attizzarla legando il suo destino (e le sorti del paese) a tre punti in più o in meno nelle elezioni europee, scommettendo se i risultati fossero deludenti per uno dei due firmatari del contratto sulle elezioni politiche. E poi sulla presidenza della Repubblica.
Intanto, i nodi sono rimasti gli stessi del secolo scorso, ingigantiti dal clima d’intolleranza, dall’istigazione a prendersela con i più deboli.
Rispondere con “prima gli italiani”; rassicurare attraverso il possesso di un’arma (eppure sul Corriere della Sera del 16 maggio scorso, il gommista di Arezzo ha detto “Odio la pistola con cui ho ucciso”) provoca solo delle risposte violente.
Certo, di cose belle e giuste ne accadono. Troppe però sono quelle negative che ormai soffocano la nostra vita. Continuano a girarci in testa frasi come “Ti stupro”, sintesi dell’umiliazione del corpo e della mente di tante donne; raccogliamo i segnali della crudeltà contro i bambini, del disprezzo verso i più deboli, verso quanti arrivano dal mare.
Prevaricazione maschile nello stupro di Viterbo; freddezza nelle torture imposte al “pazzo di Manduria” da un gruppo di ragazzini con il paese che stava a guardare; noncuranza nei passi del sicario che, dopo aver colpito la piccola Noemi, ne ha scavalcato due volte il corpo steso a terra, per inseguire il suo obiettivo e quindi per fuggire.
E’ venuta meno la compassione, la partecipazione? Una madre, per scusare il gesto del figlio ha spiegato: “In questo paese funziona soltanto un bar”. Però la compagna di uno dei ragazzi di Manduria è andata alla polizia rifiutando il ruolo di complice: un No all’indifferenza. Così per gli sconosciuti che hanno lasciato un fiore alla mamma rom di Casal Bruciato.
Di associazioni che attraverso gesti diversi “si prendono cura”, ce ne sono tante. Pure votare il 26 di maggio può essere un gesto. Non il solo, non quello definitivo. Piuttosto, la traduzione del bisogno di uscire da se stessi, il dare importanza al bene comune, la voglia di assumersi delle responsabilità.
Dopo quella data, nei luoghi del femminismo dove prende forma un discorso più vicino alla vita delle persone, bisognerà assieme ad altri sperimentare risposte alle politiche per la convivenza e contro l’esclusione.
“Il dopo” non deve essere come l’oggi e resta tanto lavoro arretrato da fare.

Il Gruppo Femminista del Mercoledì: Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Stefania Vulterini


(www.donnealtri.it, 23 maggio 2019)

di Monica Ricci Sargentini


Se la politica parla sempre più solo agli uomini sbarrando il passo alla partecipazione e al pensiero femminile, le donne devono guardare altrove per cambiare le regole del gioco e fondare una nuova civiltà. La svolta potrebbe arrivare dal mondo del lavoro. Puntare alle imprese femminili, profit e no profit, che oggi sono il 25%, per dare spazio a un mondo del lavoro con tempi e modalità diverse da quelle attuali. Se ne è discusso sabato scorso a Milano al panel «Le belle imprese del desiderio: lavoro come politica e libertà» nell’ambito del Convegno Femminista Cambio di Civiltà: arte, lavoro, politica delle donne (madri comprese).

Economia circolare

«Credo che la rete ampia che ci sta tenendo insieme non dovrebbe limitarsi a organizzarci per resistere e combattere – ha spiegato Marina Terragni, giornalista, scrittrice e femminista storica – Il minimo comune denominatore dei nostri desideri è rompere l’attesa infelice ed essere il più possibile noi stesse, evitare che il più delle nostre energie sia speso in difesa con le spalle al muro a contenere i danni della politica maschile». La politica può essere altrove: «È inutile mettersi in gioco in politica se non c’è la possibilità di farcela, mettiamo alla prova la nostra competenza nella libera impresa, anche questo è politica». L’idea è quella di creare un’economia circolare che si avvicini alle logiche dell’economia domestica e che combatta gli sprechi. «Riportiamo l’economia a casa» dice Terragni.

L’accesso al credito

Come? Il problema per le donne è l’accesso al credito. «Dobbiamo accedere alle risorse che oggi ci restano precluse anche se tra gender pay gap, lavoro di cura gratuito che vale centinaia di trilioni, pink tax e il fatto che il risparmio delle famiglie lo realizziamo noi, siamo le maggiori produttrici di reddito del paese. Ma di tutti questi soldi non intercettiamo nulla. Ci tengono a difenderci da violenza e misoginia proprio per distrarci da questo. È venuto il momento di riprenderci quello che ci rubano» è il pensiero di Terragni. «In Italia solo il 3% dei fondi europei viene utilizzato» spiega Milena Gabanelli in un’intervista video. Mentre la media europea è molto più alta, con casi di eccellenza tipo la Polonia che grazie ai fondi europei ha preso 5 punti di Pil. «Dobbiamo imparare a parlare di soldi e a negoziare — ha detto Terragni —, tra fare tutto per soldi e non fare nulla per soldi ci deve essere una misura.La differenza di salario tra uomini e donne è stata definita  “il più grande furto della storia” da Anuradha Seth, consigliera per il programma di sviluppo delle Nazioni Unite, oggi diamo questo titolo a una piattaforma di crowdfunding dedicata alle imprese femminili”.

Una società di mutuo soccorso tra donne

Per Alessandra Bocchetti, figura storica del femminismo,«sono le donne a fare il mercato. Abbiamo il Paese nelle nostre mani ce ne dobbiamo rendere conto. Non dobbiamo essere più povere». È venuta l’ora di uscire dal silenzio e agire. Insieme. «Aiutarci. Difenderci: difendere l’idea di noi stesse, da chi ci vuole povere, deboli. La libertà delle donne per gli uomini è disordine». Da dove partire? Da un progetto concreto: una società di mutuo soccorso tra donne. «Siamo 27 milioni in Italia, mettiamoci un euro ciascuna, paghiamoci i migliori avvocati, facciamo imprese, belle imprese. È ora di essere generose verso noi stesse. Basta calze bucate». L’appuntamento è il 6 ottobre a Roma per la presentazione ufficiale del progetto: «Spero che saremo in tante».

L’esperienza di un’imprenditrice
Adele Nardulli lavora da 30 anni nel settore delle traduzioni e ha fondato la societàLandoor partendo dal nulla. «Vi dirò che non è stato così difficile. Anzi, è stato anche piuttosto divertente perché lo stupore che si desta negli occhi degli uomini, soprattutto nei più anziani, quando facciamo qualcosa che “funziona” è tanto» ha spiegato sorridendo. Una ricetta sicura per riuscire non esiste ma ci sono una serie di linee guida che si possono seguire. Nardulli ne cita alcune. 1) Studia tanto. «Per portare avanti bene un’impresa devi avere una visione di insieme di tutte le sue funzioni: conoscenze legali, finanziarie, informatica, risorse umane, relazioni pubbliche, marketing, gestione». 2) Lavora tanto. «Quando la coscienza è a posto, quando senti di aver fatto tutto quello che era pensabile e anche l’impensabile, hai anche la forza interiore per pretendere di avere ciò che è giusto». 3) Agisci con la testa. «Procedi lentamente, cogli le occasioni che ti presenta il destino, ma lascia le mosse avventate agli uomini. A noi non saranno perdonate, a loro sì».


(27esimaora.corriere.it, 20 maggio 2019)

È un articolo interessante per la Libreria, abbiamo cambiato il titolo perché è una rivolta ma non è anticlericale NDR


Russia. Mega cattedrale al posto del parco, luogo di ritrovo per i ragazzi di Ekaterinburg, con la benedizione di Putin e della Chiesa ortodossa. Ad opporsi un movimento «moderno» e non violento, che non evita la dura repressione delle autorità: oltre 100 i fermi amministrativi

Ekaterinburg, piazza Ottobre. Il confronto tra manifestanti e security dell’impresa che si è aggiudicata il progetto da 70 milioni di dollari


Yurii Colombo


Ecologista, anticlericale, radicale. Esplode a sorpresa a Ekaterinburg – capitale degli Urali e città natale di Boris Eltsin – il primo grande movimento giovanile russo del XXI secolo contro la costruzione di una cattedrale della chiesa ortodossa in una piazza del centro.

LA CATTEDRALE della Santa Grande Caterina era stata costruita alla fondazione della città nel 1723 e venne abbattuta dall’amministrazione sovietica nel 1930, durante una delle campagne antireligiose dell’epoca. Ma nel 2010, con il sostegno del sindaco di Ekaterinburg, la chiesa ortodossa ne ha preteso la ricostruzione in vista del tricentenario della sua erezione.
Questa però è solo una parte della storia. Chi finanzia l’operazione del costo di oltre 70 milioni di dollari sono Igor Altushkin (magnate del cotone) e Andrey Kozitsyn (boss del settore metallurgico negli Urali), che da sempre fanno affari con il patriarcato di Mosca.

Kozitsyn ha già partecipato al restauro del monastero di Valaam, il più frequentato da Vladimir Putin, e fa parte di molte fondazioni che gestiscono la costruzione di chiese in tutto il paese. Come Altushkin – 4,4 miliardi di dollari di patrimonio accertati da Forbes – il quale è stato ringraziato lo scorso anno per il suo fervore religioso con uno stanziamento di 60 miliardi di rubli da parte di Gazprombank per aprire un grande impianto industriale metallurgico a Celyabinsk. Un business perfetto se non si fossero messi di mezzo i ragazzi di Ekaterinburg.

LA PIAZZA OTTOBRE, scelta come luogo destinato a ospitare una montagna di cemento alta 75 metri, è nota tra i giovani della città semplicemente come «Square». Lussureggiante e bagnata da uno splendido lago artificiale, è da sempre il ritrovo serale dei ragazzi di Ekaterinburg nella bella stagione.

Così quando lunedì sono apparse le prime recinzioni in vista dell’inizio dei lavori è partito un tam tam via social che ha portato nella notte alla mobilitazione intorno alla location di migliaia di giovani. «Per far posto alla chiesa verranno abbattuti 200 alberi e verrà cementificata un’intera area verde» spiegava una ragazza intervistata una televisione locale la prima sera della mobilitazione. E un amico aggiungeva: «Non siamo antireligiosi, ma in centro ci sono già 4-5 grandi chiese, un’altra è inutile».

Una mobilitazione che è continuata a crescere nelle serate successive trasformandosi in un vero e proprio happening e flash-mob che va già oltre le stesse motivazioni iniziali. Si suona, si balla, si beve birra in quello che malgrado gli appelli della polizia a sgomberare (le manifestazioni non sono autorizzate) è diventato uno spazio liberato. E si abbattono le recinzioni anche se il giorno dopo ne vengono innalzate di più alte e robuste.

SONO MANIFESTAZIONI che preoccupano, e molto, Putin. Giovedì sera, dopo che blandizie e minacce del sindaco non erano servite a bloccare i presidi è sceso in campo personalmente il capo del Cremlino, con una intervista televisiva. Ha accusato «gli agitatori di professione venuti da Mosca» e ha sostenuto che «la soluzione del problema dovrà essere decisa attraverso un sondaggio di tutta la popolazione interessata» e non da una «minoranza vociante»: parole che non hanno fatto che convincere i giovani degli Urali di essere sulla buona strada.

La loro mobilitazione pacifica è stata colpita da un’inaudita repressione. Sono ormai oltre 100 i fermi amministrativi effettuati dalla polizia, con condanne a detenzioni per una o due settimane o al pagamento di multe salatissime. Come quella denunciata da Marina su Facebook, di oltre 40mila dollari. Sono 7 invece i giovani che saranno processati penalmente.

«SI TRATTA DI UN MOVIMENTO moderno – afferma il sociologo Boris Kagarlitsky – che ricorda Occupy a New York e il parco Gezi a Istanbul. Niente leader, comunicazione orizzontale, obiettivi concreti».
E in effetti i ragazzi che si vedono nelle dirette serali del canale televisivo Dozd sono maledettamente simili ai loro coetanei “occidentali”. «Ascoltano la stessa musica indie-rock, vestono le stesse felpe e le stesse snickers e non vedono un futuro luminoso davanti a sé», conferma Kagarlitsky.

Uno dei mille fili insomma di una lotta planetaria. Che stasera andrà in replica a Ekaterinburg.


(il manifesto, 17 maggio 2019)

di Patrizia Toia


La lettera qui sotto è una lettera di campagna elettorale ma è una lettera importante e la pubblichiamo.


Carissima, carissimo,

negli ultimi tempi si è riacceso il dibattito sul Terzo settore, una straordinaria esperienza italiana, una vera eccellenza del nostro Paese a cui in Europa si guarda come un modello, ma che oggi è bersaglio di ingiusti attacchi da parte di alcuni partiti al governo, come ha denunciato il Prof. Stefano Zamagni, economista e già portavoce dell’Agenzia per il Terzo settore.

Quello su come tutelarlo e valorizzarne i protagonisti è un dibattito appassionante, a cui vorrei contribuire portando la mia esperienza di collaborazione più che decennale con le imprese sociali e solidali. Queste imprese combinano gli obiettivi della società con lo spirito imprenditoriale e, assumendo una varietà di forme e status giuridici – fondazioni, cooperative, associazioni, mutue – operano in moltissimi settori: l’occupazione, i servizi sociali, dell’ambiente, lo sport, l’arte e la cultura. In Europa i soggetti del Terzo settore sono due milioni e impiegano oltre 14,5 milioni di persone, più del 6,5% dell’intera popolazione lavorativa. Anche in Italia i numeri parlano chiaro: il Terzo settore contribuisce significativamente alla nostra economia. Infatti produce da solo lo 0,7% del PIL nazionale, con 800.000 occupati e 6 milioni di volontari, che molto spesso sopperiscono alle inadeguatezze del welfare statale nella cura e nell’assistenza delle persone e delle categorie sociali più fragili.

Altro che “mangiatoia”, come ha colpevolmente affermato qualche ministro! Quello italiano è un modello a cui l’Europa guarda con estremo interesse. Io ho contribuito a dare visibilità al nostro Terzo settore, promuovendo incontri e portando l’esempio di molte buone pratiche sui tavoli europei, in primis al Parlamento. Ne è un esempio il volume “Dallo spreco al dono. Il Modello italiano per il recupero delle eccedenze alimentari”, che è il risultato del lungo percorso europeo fatto insieme agli amici della Federazione europea dei Banchi alimentari.

Con i colleghi dellIntergruppo per l’Economia sociale del Parlamento europeo, di cui sono stata tra i fondatori, sto lavorando da tempo per la creazione di un quadro giuridico specifico dell’Unione Europea per i soggetti del Terzo Settore, per permettere loro di beneficiare del mercato unico. È fondamentale proseguire in questa direzione, perché i dati dimostrano che un’azione specifica potrebbe generare un significativo valore aggiunto economico e sociale e, facilitando l’attività transfrontaliera nel settore, si amplierebbe la scelta per i consumatori e la diversificazione dei servizi offerti. La risoluzione del Parlamento europeo sullo statuto per le imprese sociali e solidali approvata nel luglio 2018 è un primo importante risultato.

Nella prossima legislatura mi impegno a lavorare alla definizione di un “marchio di economia sociale europea” per le imprese sociali e all’attuazione del Programma InvestEU che include le imprese sociali tra i destinatari. Ma se tanto abbiamo fatto per arrivare all’approvazione del Pilastro Sociale Europeo, occorre continuare a lavorare per un “Civil Compact” europeo: ne ho parlato in questo editoriale pubblicato su Avvenire. Ultimo, ma non per importanza, sul piano nazionale deve essere portata a compimento la Riforma del Terzo Settore, avviata dai governi PD. È fondamentale proseguire il lavoro per un’economia sociale che sia integrata e di sostegno a quella finanziaria, per un’Europa più equa, giusta e solidale. E io sono pronta a dare il mio contributo, con il vostro sostegno.


Un caro saluto, Patrizia Toia


(segreteria@patriziatoia.it, 14 maggio 2019)

di Mira Furlani


Sabato 11 maggio 2019 alle ore 18.00 mi sono sintonizzata sulla pagina facebook di Dialogo-Libreria delle donne di Milano, e ho ascoltato in streaming l’incontro intitolato Prostituzione: né sesso, né lavoro. L’incontro si basava sul testo Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione di Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini, Grazia Villa, pubblicato da VandA.epublishing.

L’incontro, che si svolgeva nella sede della Libreria delle donne, era condotto dalla giornalista Mariangela Mianiti che ha animato la discussione con due delle autrici: la curatrice e sociologa Daniela Danna e la costituzionalista Silvia Niccolai.

Sia gli interventi delle due autrici che il dibattito che ne è seguito sono stati estremamente interessanti. Mi ricordo che a un certo punto Luisa Muraro ha affrontato la questione della libertà di prostituirsi e nel rispondere all’intervento di una giovane donna presente all’incontro, Luisa ha detto che sì, la giovane interlocutrice era libera di prostituirsi, ma in privato. Non ricordo bene tutto il resto. Ho cercato di riascoltare lo streaming in differita, ma fra i video pubblicati su you tube nella pagina della Libreria, purtroppo ancora non è comparso.

Di questi tempi mi sono trovata spesso in difficoltà nel discutere con donne, giovani e meno giovani, del desiderio e della libertà di poter usare il proprio corpo a piacimento nella prostituzione. Una discussione del genere è stata difficile perfino con una mia parente che difendeva la libertà delle donne di prostituirsi secondo il proprio desiderio. Una posizione difficile da contrastare perché frutto dell’ideologia neoliberista della nostra epoca e che resta incomprensibile per quelle che, come me, hanno letto il libro di Rachel Moran (Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Ed. Round Robin). Così, non soddisfatta della risposta ascoltata nello streaming, ho deciso di scrivere a Luisa Muraro una mail facendole la seguente domanda: «Cara Luisa, mi puoi dire, in breve, in che senso una si può prostituire in privato? Mi pare che Rachel Moran abbia scritto che farlo in privato o pubblicamente è sempre stupro a pagamento».


Ecco la pronta risposta di Luisa Muraro:

«Cominciamo con l’impostazione del problema, che è sempre la cosa trascurata, essendo secondo me la prima se non la più importante mossa da fare per ragionare bene. Ci troviamo sulla scena politica di oggi, nessuna di noi si trova nella posizione di Rachel Moran, alla quale riconosciamo per altro una grande autorità in questo tema. Noi siamo in Italia, ci interessa (a me e altre) impedire la manomissione della legge Merlin (una eventualità che incombe) e ci sono giovani donne (incoraggiate da uomini politicamente impegnati, di sinistra) che reclamano pubblicamente la libertà di prostituirsi. Questione n. 1: che cosa reclamano queste giovani donne (esclusi ovviamente quelli/e che le citano strumentalmente), che cosa reclamano da me e dal femminismo critico verso la pratica sociale della prostituzione?

Cerco di capirlo e rispondo alla giovane donna con cui mi sto idealmente confrontando (è successo anche realmente): se tu vuoi mettere il tuo corpo a disposizione di qualcuno desideroso di fare sesso e disposto a pagarti, guarda che la legge non te lo impedisce. Non solo: se è questo che desideri, io ti dico di farlo. Sono una femminista che ha sempre difeso il desiderio femminile. La legge, d’altra parte, non te lo proibisce. Per parte mia aggiungo una sola cosa: ti chiedo di farlo con riservatezza, penso a te (fare sesso è qualcosa che non si esibisce, che sia gratis o a pagamento, come la masturbazione o altre attività erotiche) e penso a un altro aspetto della faccenda: se tu pretendi che la prostituzione sia riconosciuta dalla legge come un tuo diritto, cioè come un’attività commerciale al pari di tante altre, tu apri le porte al commercio dei corpi femminili, non solo, le apri anche al dovere che la legge ha di tutelare tutte le attività lecite. Apri cioè le porte ai bordelli, ai quartieri a luci rosse, alla pubblicità e a tutto quello che fa sentire a posto un uomo che mette le mani sul corpo di una donna qualsiasi, sentendosi autorizzato dal fatto che la paga. E faciliti così enormemente la tratta di donne costrette a prostituirsi. Tu puoi dire in buona fede: non è questo che voglio, ma è questo che capita. Perciò ti dico: realizza quello che desideri senza chiedere autorizzazioni (dalla legge o dall’autorità femminile) che non sono necessarie. A questo cambiamento di natura simbolica che, dietro alla finzione neoliberista della libertà, ci riporterebbe alla civiltà patriarcale, io mi oppongo. E ti chiedo di realizzare il tuo desiderio o il tuo bisogno con tutta la riservatezza possibile: lo chiede la pratica della sessualità non pornografica, lo chiede la politica delle donne. Ciao, Luisa.»


Ho avuto l’autorizzazione da Luisa Muraro di pubblicare questa sua risposta che io ho trovato chiara e realista e penso sia necessario e urgente farla conoscere. Bisogna che, in qualche modo, venga pubblicata e divulgata, fatta leggere a donne e uomini, giovani e meno giovani, a madri e a nubili e anche a uomini di buona volontà (ne esistono, per fortuna). È cosa urgente. Grazie a Luisa.


(www.libreriadelledonne.it,15 maggio 2019)

di Antonella Nappi


Sono assillata, nei convegni universitari, da un “femminismo” che scavalca la differenza di genere e quella sessuale, afferma l’autodeterminazione regalata dalla tecnologia, in testa maschi giovani e donne che non intendono discutere con nessun’altra idea. Obbligano tutte le generazioni a scrivere con la stellina, perché così mi scrivono anche i Baroni. Come rispondere con le email e concordare un poco di libertà alle relazioni? Perché mi trovo frasi come: «Al di fuori di qualsiasi essenzializzazione del concetto di “donna” quanto di quello di “natura”», e invece che diradarsi, dopo vent’anni sono divenute legge. 

La mia sopportazione e ricerca di mediazione è sfociata in una spontaneità che mi è uscita da sola ed è stata spedita. Ora mi sono resa conta della liberazione e mi fa tanto ridere, ho scritto: «Care, cari e car*…»

Penso sia la peggiore offesa, ma mi è scappata una grande verità! Che ne dite?


(www.libreriadelledonne.it, 15 maggio 2019)

di Pinella Leocata


Un nuovo modo di fare storia “a partire da sé”, secondo la pratica femminista del pensiero e della pedagogia della differenza. Una metodologia altra, non in contrasto né in competizione, rispetto a quella della storia tradizionale basata sui documenti. Un approccio innovativo, e per certi versi spiazzante, elaborato dalla “Comunità di storia vivente” – che opera da un decennio nell’ambito della Libreria delle donne di Milano – e ora presentato in maniera sistematica nel libro collettaneo La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi (Moretti e Vitali editore). Un testo che nei giorni scorsi è stato discusso a Castello Ursino dalle donne de La Città felice, del Gruppo della differenza di Catanzaro e della Merlettaia di Foggia, associazioni che fanno parte della rete delle “Città vicine”.

Punto di partenza è il pensiero della filosofa spagnola Maria Zambrano secondo cui noi esseri umani siamo ciò che sentiamo, mentre tutto il resto lo possediamo. E quello che sentiamo è la nostra parte più profonda, le “viscere”, come le chiama, che sono parte intima di sé, ma allo stesso tempo il portato di esperienze e vissuti secolari e millenari. Un approccio che – secondo le teoriche della storia vivente – «svela i due livelli su cui scorre la storia: uno che registra il visibile, che segue un ordine di fatti in successione, razionale, finalizzato al progresso; e l’altro sotterraneo, oscuro, “le viscere della storia”, che regge il primo senza apparire, pure rappresentandone l’indispensabile supporto». La storia vivente intende aprire un varco tra questi due livelli. Quella che viene narrata, dunque, è la propria storia profonda, è analisi dell’enigma per cui ognuno di noi è diventato quello che è, ed è anche storia condivisa e collettiva in quanto frutto delle dinamiche del patriarcato. «Il soggetto narrante ha una doppia funzione perché è anche documento vivente.» Non si tratta di una sorta di analisi o di autoanalisi dal momento i “nodi” emergono da un approfondito confronto con altre donne, dalla relazione reciproca che fa capire se questi temi del profondo “risuonano” o meno anche nelle altre, se sono parte della storia delle donne. Anna Potito, Adele Longo e Franca Fortunato, nel corso dei loro interventi hanno spiegato che il metodo di questa ricerca – sperimentato per la prima volta da Marirì Martinengo – procede a spirale facendo emergere i nodi profondi e analizzandoli a lungo insieme prima di scriverne. Anche il testo viene più e più volte approfondito e discusso prima di trovare una forma definita e condivisa. «Così la nostra vita diventa documento.»

La spirale del tempo presenta dieci storie che parlano di “nodi” profondi, sempre legati alla figura della madre e al rapporto con lei, e tre testi teorici che illustrano questo nuovo modo di fare storia. «È come rovesciare l’arazzo della storia, con la sua trama chiara e definita, e vederne anche i nodi sul retro, il rimosso della storia», spiegano le relatrici. E aggiungono: «Dal lavoro comune si capisce se si toccano nuclei fondamentali la cui comprensione è presupposto indispensabile per ogni trasformazione personale e collettiva che può avvenire solo attraverso lo scioglimento dei nodi irrisolti delle nostre vite. Quando le parole sono vive toccano le cause profonde, mentre le parole disincarnate creano ideologia. Perché la vita è fatta di sentimenti, oltre che di fatti e di conquiste». Per questo Anna Di Salvo, Mirella Clausi e Nunzia Scandurra de La Città Felice sono convinte che se nelle donne e negli uomini non avverrà questo processo – questa “con-versione” che è anche riconoscimento e gratitudine verso le madri – la storia continuerà a ripetersi con le sue guerre, le sue violenze, i suoi orrori e le sue sofferenze.


(La Sicilia, 15 maggio 2019)

di Gianluigi Colin


Parigi, primo marzo, sfilata di Dior: tutto è pronto, ma nel silenzio dell’attesa, una minuta signora di 88 anni, inaspettatamente, sale in passerella. Accompagnata da due modelle (che indossano una t-shirt con la scritta Sisterhood is Global, citazione del libro della scrittrice e attivista Robin Morgan), recita una poesia. Gli invitati si guardano negli occhi, interrogandosi su chi sia quella donna con la faccia da bambina. Eppure, tutti sono avvolti proprio dalla sua Scrittura vivente (un’opera del 1976) qui rivisitata in un Alfabeto poetico monumentale molto contemporaneo: tanti corpi di donna, nudi e a grandezza naturale, come lettere dell’alfabeto, appunto. Quell’artista è Tomaso Binga, nome che nasconde l’identità di Bianca Pucciarelli, autrice di grande valore, pittrice e poetessa. Anche per questo Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior, l’ha voluta come protagonista della sfilata, come se quella donna, costretta a mimetizzarsi da uomo per farsi strada nel mondo dell’arte, rappresentasse il simbolo più alto per celebrare una ribellione femminista (e insieme affermazione della femminilità). Una scelta non scontata. E coraggiosa.

Ora, questi due alfabeti sono visibili in una importante ed emozionante mostra negli spazi dei Frigoriferi Milanesi. E anche qui la figura di Tomaso Binga diventa simbolo di una generazione di donne artiste che hanno combattuto e tuttora lottano per un riconoscimento della propria identità. Il titolo della mostra è elegantemente provocatorio e intrigante, come l’intera esposizione: Il soggetto imprevisto. 1978. Arte e femminismo in Italia, a cura di Raffaella Perna e Marco Scotini. Quasi a indicare che la storia dell’arte degli anni Settanta in Italia si è sviluppata attraverso una narrazione ricca di dimenticanze, assenze e censure. E che proprio questa mostra sembra voler riscattare.

Con rigore e impegno militante i curatori si muovono con l’intento di mettere in luce i rapporti tra arti visive e i movimenti femministi in Italia. La mostra è l’evoluzione, molto arricchita con voci dimenticate, dell’esposizione Altra misura del 2016, curata dalla stessa Raffaella Perna alla galleria Frittelli di Firenze e ora realizzata con la collaborazione del Mart di Trento e Rovereto (che ha concesso molti materiali della propria collezione) e, non a caso, realizzata con il contributo di Dior.

Con oltre 350 opere per 105 artiste italiane e internazionali, con sole due intrusioni maschili (Alberto Grifi e Giulio Paolini) la mostra si snoda attraverso libri, manifesti, dipinti, sculture, installazioni, filmati, molti dei quali inediti o rimasti finora negli archivi come un intenso e complesso viaggio dentro l’anima, le urgenze e le parole d’ordine dell’impegno femminista degli anni Settanta, in un contesto di crescente consapevolezza e contrasto politico. Erano gli anni in cui veniva approvata la legge sull’aborto, Nilde Jotti diventava la prima donna presidente della Camera, la studentessa Giorgiana Masi veniva uccisa durante una manifestazione; erano i giorni in cui si leggeva Dalla parte delle bambine e in piazza si scandiva «L’utero è mio e lo gestisco io».

Per una coincidenza felice con la Biennale (dove le artiste sono in maggioranza) aprono in Italia e nel mondo molte mostre di donne o dedicate a donne: lotte civili, sguardi originali sulla società, interpretazioni mai convenzionali. Eccole. A partire da una rassegna milanese sul femminismo Raffaella Perna e Marco Scotini hanno messo in luce (per la prima volta in modo così completo) una parte nascosta della ricerca sperimentale degli anni Settanta: quella del corpo e del suo linguaggio, mostrando le istanze e il ruolo importante nell’arte italiana delle donne che operavano nel dialogo attivo con il movimento femminista. Una centralità sostanzialmente rimossa, forse volutamente negata.

La mostra si apre con un passaggio simbolico: la proiezione del film-documentario Anna, un’opera del 1972 di Alberto Grifi in cui si narra di una ragazza che vive a Roma nel disagio, nel malessere esistenziale, tra droga e tentativi di suicidio nel nome di una rivolta perenne. Un documento crudo, realizzato con strumenti rudimentali: fu portato anche alla Biennale di Venezia e divenne presto un film di culto. Subito dopo i curatori presentano il ritratto di un personaggio chiave: Carla Lonzi. È sua la frase che suggerisce il titolo alla mostra: «Riconosciamo in noi stesse la capacità di fare di questo attimo una modificazione totale della vita. Chi non è nella dialettica servo-padrone diventa cosciente e introduce nel mondo il Soggetto Imprevisto». Carla Lonzi (1931-1982) era una scrittrice e critica d’arte molto stimata. Teorica dell’autocoscienza, ha fondato nei primi anni Settanta Rivolta Femminile, una casa editrice con titoli (tutti presenti in una teca) che non lasciano dubbi sui contenuti e sulle teorie di quegli anni: La donna clitoridea e la donna vaginale; Taci, anzi parla. Diario di una femminista.

Carla Lonzi era un’intellettuale, colta, autorevole. Prima della fase femminista aveva scritto Autoritratto, una sequenza di interviste a una decina di artisti, da Fontana a Kounellis, sino a quasi tutti gli esponenti dell’Arte Povera, montate come un dialogo ininterrotto. Lonzi era poi diventata una radicale dura e pura. Non lasciava spazio a concessioni, tantomeno nell’arte. Giudicava il sistema autoritario e sessista. Da questo suo radicalismo, l’amica e compagna di lotta Carla Accardi (l’unica presente in Autoritratto e qui simbolicamente vicina con una serie di opere su materiali plastici) rompe la lunga amicizia. Una linea di demarcazione culturale, politica, umana. Mettere come incipit della mostra i piccoli libri verdi di Rivolta Femminile, e il registratore con cui Carla Lonzi realizzava le interviste agli artisti, assume dunque il valore di una dichiarazione sul suo ruolo determinante di ideologa e critica.

La costruzione di Il soggetto imprevisto si snoda attraverso aree tematiche con artiste guida: la scrittura gestuale di Ketty La Rocca con le fotografie del 1971 di mani su cui sono create delle scritture (un ripetuto «you») che rappresenta un’anticipazione di quello che farà molti anni dopo Shirin Neshat. Una sezione è dedicata a Mirella Bentivoglio: fu lei, da artista, poetessa e curatrice, a organizzare nel 1978 una storica mostra alla Biennale di Venezia, invitando decine di artiste sul tema Materializzazione del linguaggio. Qui ne troviamo almeno 60, e non a caso l’immagine simbolo della mostra, un manifesto d’amore, è proprio della Bentivoglio: una bocca socchiusa con sovrapposte, in forma di poesia visiva, le lettere «ti AM O». Qui troviamo le scritture pentagrammate di Betty Danon o le lettere di Amelia Etlinger, o ancora i preziosi libri di Maria Lai, ora finalmente riscoperta. E c’è chi, come Milli Gandini, rivendica il salario per il lavoro domestico creando nel proprio privato un’azione artistica militante: prende le pentole con le quali abitualmente cucina e le chiude con filo spinato colorato. Il titolo dell’opera? La mamma è uscita.

Ironia, provocazione, ribellione, gioia, dolore, desiderio, paura, eros: tutto si condensa nelle opere in mostra: attraverso le parole illeggibili di Irma Blank, come rappresentazione di una identità negata, o con i collage irriverenti di Lucia Marcucci, i video di Gina Pane e Marina Abramovic, o l’esibizione del parto di Lisetta Carmi. Ma anche con i corpi nudi di Paola Mattioli o gli enigmatici «presagi» di Carol Rama. Sono anche esposti i malinconici autoritratti di Francesca Woodman e le foto di Paola Agosti che ritraggono il «triangolo ribelle» (le mani unite a forma di sesso femminile). O ancora, i tanti autoritratti di Marcella Campagnano, per un racconto sull’invenzione dei modelli femminili: moglie, infermiera, mamma, manager, casalinga, puttana… Corpi ostentati, corpi negati, corpi desiderosi d’amore, corpi vogliosi di sesso, corpi imprigionati nella mente, corpi pudici e corpi pornografici…

Certo, benché in quest’ultima Biennale di Venezia siano state invitate più artiste donne che maschi, il cammino per la parità (nell’arte e nella vita) appare ancora lungo. Tra l’altro, balza all’occhio che il nome del curatore, sfidando l’alfabeto, nel catalogo è prima di quello della curatrice. Così, resta impressa una delle immagini che chiudono la mostra. È quella di Valie Export: ritrae l’artista durante una performance, pantaloni in pelle tagliati al pube, il sesso esposto, il mitra in mano. Tu donna, «matrice del paradiso», seduci, accogli, perdoni e continui la tua battaglia, «diventi grande come la terra – ha scritto Alda Merini – e innalzi il tuo canto d’amore».


(Corriere della Sera, 12 maggio 2019)

di Massimo Gramellini


A Sara non sta bene che lui l’abbia lasciata dopo nemmeno un mese. Lo implora, lo minaccia, lo perseguita con messaggi minatori. Quando arriva a tagliargli le gomme dell’auto, lui la denuncia ai carabinieri e, per competenza, alle Iene. L’Italia gode di un efficiente sistema giudiziario televisivo: le Iene indagano, Forum giudica e dei latitanti si occupa Chi l’ha visto? L’inviata del programma di Italia Uno si mette sulle tracce di Sara e cerca di farla ragionare. Lei promette, ma poi bofonchia: «Non mi ha mai chiesto scusa». Così martedì sera lo pedina con l’auto. Lui se ne accorge e chiama i rinforzi, la madre e il fratello, perché lo aspettino sotto casa a Legnano. Ma non fa in tempo a scendere dalla macchina che Sara gli rovescia un bicchiere di acido in faccia. Lei finisce in carcere. Lui in ospedale, con un occhio a rischio.
Se una storia come questa fa notizia, significa che è ancora poco frequente. Rovescia lo schema tradizionale, dove il maschio veste i panni del carnefice. Io però temo che il virus dell’orgoglio ferito – per cui uno pensa di trovare pace solo se si vendica di chi lo ha fatto soffrire – possa colpire indistintamente uomini e donne, perché è il frutto di un modello patriarcale basato sul possesso. Il cambiamento, suggeriva già Jung, richiederebbe l’adesione a un modello matriarcale basato sull’accettazione. Non significa farsi guidare dalle donne, ma dal femminile presente in ciascuna persona, uomo o donna che sia.


(Corriere della sera, 9 maggio 2019)


[N.d.r.: tutto bene, tranne Jung]