di Cristiana Fischer
Care tutte,
dopo avere ascoltato l’altra sera il vostro incontro su Piera Oppezzo, (Dicono: o vivi o scrivi, Libreria delle donne, 15 giugno 2019) voglio aggiungere una riflessione, a integrare quanto è stato detto.
C’ero anch’io nella rivista di poesia fatta solo da donne, mi aveva suggerito Bibi, che conosceva il progetto di Piera Oppezzo, di telefonarle. Forse la prima sera in cui andai in via Monti incontrai Milli Graffi e Giulia Niccolai, che allora non conoscevo e dopo frequentai.
Essendo una rivista di poesia di donne, le femministe eravamo Piera ed io.
La rivista scoppiò dopo il primo numero, che era un numero 0. Non ricordo però che il “litigare troppo” – per cui Laura Lepetit decise di non pubblicare oltre – fosse nato in seguito alla agitazione creata da una donna nuova nel gruppo. A meno che lei non fosse diventata la causa occasionale, per un conflitto che non era diventato esplicito ma era già presente.
Piera scrive affermando, dice “questo è, è così, poi c’è questo, e questo”. Frasi brevi, come faceva Gertrude Stein. Ma Piera ci dice che lei è diversa da Stein. Il mondo è slegato, mancano connessioni fondamentali, “io” dice, e resta sospesa, isolata. In un periodo in cui invece, in poesia e non solo, dominano un io/noi collettivo o, all’opposto, altri io parlano ispirati dal noto “demone della poesia”.
Ai tempi le donne erano state protagoniste di battaglie, e in generale si pensava che fosse importante ascoltarle e averle con sé. Piera è apprezzata per il suo stile, non per il sé estraneo e la solitudine che propone. La poesia di avanguardia, cui allora si riferivano Milli e Giulia, era espressiva e decisa, le donne che vi si riconoscevano non pensavano alla loro differenza femminile come un limite, superabile con chiarezza e convinzione. Racconto questo episodio: una sera in redazione si cercavano temi condivisi su cui poi ognuna avrebbe lavorato per sé. Cominciarono a uscire rabbia e accuse, una sbottò: basta con questo rivendicare, altrimenti hanno ragione a dire che “siete” delle galline… Silenzio, poi risate. Ecco, eravamo diventate importanti, ma lorsignori guidavano la compagnia.
Dopo quarant’anni, l’altra sera Milli ha fatto capire come fosse allora inconcepibile il senso che avrebbe potuto avere, in letteratura, l’infelicità che Piera voleva esprimere: «la poesia per lei era una continua autoanalisi, straordinaria perché per un verso aveva questa capacità di iniziare un discorso con una espressione diretta… poi dopo non trapela niente, gira tutto intorno, diventa un rebus straordinario, ma non affronta assolutamente il problema che normalmente si dice… amore». E ancora: «aveva sia da una parte la capacità di un’espressione molto comune, molto popolare, molto diretta, che affrontava direttamente il problema così com’era, e poi invece un’autoanalisi che era spesso come sospesa… perché non è che ogni volta che fai una autoanalisi trovi esattamente quello che tu vuoi».
Sapientemente Milli isola alcune figure importanti, la sfera di cristallo che rotola, la lunga sciarpa, e spiega che, in termini freudiani «quello che hai nell’inconscio si srotolerà e diventerà conscio». In termini freudiani. In un senso simbolico femminile sarebbe stata altra cosa, da scoprire per poterla dire.
Piera non ha trovato attenzione proprio per i vuoti che lei dichiarava: «Sono le pause che sono troppe. Io ho troppe pause. Lo faccio apposta / lo faccio per raccogliere / dirmi che ci sono state delle cose. / Se ci fosse qualcuno per liberarmi delle pause per un periodo un po’ lungo. Diciamo un giorno intero / tre giorni sarebbe meglio / qualche mese sarebbe il massimo.» La questione che poneva era di esplicitare l’infelicità, poterla tradurre in parole condivisibili nel medium letterario dell’epoca.
Milli ha tenuto a parlare dell’ultima poesia di Piera: «riesce a esprimere il sentimento che ha verso la poesia e verso la vita, alla fine ha avuto il contatto – lo ha sempre avuto – con la realtà, è una espressione di gioia». Quindi l’infelicità di Piera avrebbe anche potuto, anzi dovuto, non essere.
Nemmeno io amavo la sua tristezza, potevo capirla, perché estraneità e solitudine femminile il femminismo cominciava a metterle in parole, ma non condividevo lo stato d’animo. Eravamo giovani, Milli ha detto «avevamo… avevo il bambino», io ne avevo due, era un periodo di liberazione e di attacco, più che di stasi e sofferenza.
Oggi è possibile, perché abbiamo ormai una storia, riconoscere l’esplicita intenzione espressiva di Piera, Anna Nogara leggendo ad alta voce lo ha mostrato. Allora non ci fu un ambiente letterario neutro-maschile che la inserisse, e solo uno femminile in formazione, che poco ha saputo, e maldestramente, autorizzarla.
(www.libreriadelledonne.it, 17/6/2019)
È uscita nel 2016 una raccolta di sue poesie, Piera Oppezzo, Una lucida disperazione, edizioni Interlinea, riproposta da Luciano Martinengo
Caro Maurizio Landini
Apprendiamo con allarme che il 19 giugno presso la sede della CGIL di Roma si terrà il convegno “Fecondazione medicalmente assistita e gestazione per altri: la possibilità di un figlio nel 2019”. Allarme perché? Scorrendo gli interventi previsti ci si rende conto che sono assenti voci contrarie alla maternità surrogata.
Da questo si deduce che la CGIL ha già assunto una posizione favorevole ad una possibile regolamentazione dell’utero in affitto. La presenza di Sandro Gallittu – Responsabile Ufficio Nuovi Diritti CGIL, tra i relatori nel panel di presentazione della proposta di legge promossa dall’ Associazione Luca Coscioni”, ce lo conferma.
Aggiungiamo inoltre che non ci risulta che all’interno della CGIL ci siano stati confronti, dibattiti, approfondimenti per un tema così importante per la vita di tutte e di tutti.
Davvero possiamo pensare, vista la condizione sociale ed economica del Paese, che la “possibilità di un figlio nel 2019” passi dal regolamentare l’utero in affitto? Sono ben altri gli impedimenti alla scelta libera di avere un figlio che un Sindacato come la CGIL dovrebbe considerare, con urgenza.
L’immagine di una donna che affitta l’utero, rientra nella vostra mission di tutela del lavoro ? Se si tratta di dono e non di lavoro perché la CGIL organizza il convegno ?
Se il ricorso all’ utero in affitto all’estero vale circa 200.000 euro, la CGIL, in Italia quanto pensa si potrebbe valutare? O pensate, venendo meno ai vostri principi, che la GPA possa rientrare nel libero mercato?
Per ora stando così le cose soltanto i ricchi potrebbero fare ricorso alla gestazione per altri. O pensate, come nelle vostre migliori tradizioni, che se ne debba far carico il Sistema Sanitario Nazionale ?
Ed infine, cosa intendete per nuovi diritti? il mercato del sesso e il corpo femminile come merce ? É amaro pensare di doversi difendere anche dalla CGIL.
Noi, come milioni di altre donne e uomini, siamo contrarie e non riteniamo che in questa materia si debba legiferare. Per questo ti chiediamo di esprimere una posizione chiara e pubblica della CGIL sulla gestazione per altri.
(www.marinaterragni.it, 16 giugno 2019)
di Laura Pariani
Mi piace concludere la giornata di lavoro con una breve camminata al Sacro Monte, nell’ora magica che ispirò alla Duse il desiderio di una vestaglia «color tramonto sul lago d’Orta»… E come sempre i passi mi conducono alla Cappella XVI dove, sotto una pozza di luce calante, rimango incantata davanti al gruppo scultoreo in primo piano: bambini intenti a giocare con un carrettino di legno, così realistici da parere di carnesangue. Davanti al misterioso gonfiarsi delle loro guance color mela poppina, come per miracolo ho l’impressione che la fatica della mia giornata si vada attenuando: la bellezza della scena infantile mi attraversa il corpo da parte a parte e d’un tratto mi ritrovo invasa dal piacere di esistere.
Forse la mia gioia nasce dal fatto che rammento la meraviglia che ho provato quando ho scoperto questo Sacro Monte: ché vedere per la prima volta un’opera d’arte – così come leggere per la prima volta un buon libro – è sempre un’avventura meravigliosa. Niente mi ricorda così tanto me stessa come i libri che ho letto e le opere d’arte che ho contemplato. Per me sono come dei diari.
Eppure c’è qualcosa d’altro nel piacere di questo momento: non è solo un andare all’indietro, nella memoria del c’era-una-volta e una-volta-non-c’era, ma anche in avanti, nella speranza di altre emozioni. Ci rifletto con calma, mentre ridiscendo in paese e il cielo serale, riempito del volo sghimbescio di centinaia di rondini, assume un’aria di festa… Mi rendo conto che spesso durante la giornata sono presa da mille scoramenti: colpa della stanchezza, della difficoltà del mestiere di scrivere, del tempo che non è per niente galantuomo con gli esseri umani… Ma poi, per fortuna, mi vengono in aiuto i libri che ho amato; e ripeto tra me le parole di Porzia nel Il mercante di Venezia: «La somma di me non è gran cosa… ma sono fortunata in questo: di non essere ancora tanto vecchia da non esser più in grado di imparare; più fortunata ancora, per non esser cresciuta tanto stupida da non esser capace di apprendere…»
Ecco, mi è bastato rievocare i versi di Shakespeare per ritrovare la speranza. Le cose si mettono a esistere con tale forza quando le parole degli autori che amo mi risuonano in testa… Ché mi pare a volte che tutti i personaggi dei libri che ho letto siano racchiusi nella storia, la mia; e allo stesso modo, quando invento personaggi, quasi senza rendermene conto travaso in loro parte del mio intimo.
Scrivere infatti è comunicare: noi scrittori affrontiamo la pagina sperando che il lettore vi si possa riconoscere, incontrarvi qualcosa di sé; e ci piace pensare che una parte di noi trascorra in altre vite, come le case in cui abbiamo vissuto e che ora occupano altri, finestre a cui ci siamo affacciati e dalle quali adesso uno sconosciuto guarda lo stesso paesaggio, frasi che abbiamo pensato amato scritto e che diventano pensieri di chi li leggerà… Ma anche leggere è comunicare: leggiamo sperando che in un altro luogo o in un altro tempo qualcuno abbia saputo raccontare una storia che ha a che fare intimamente con noi, qualcosa che riguarda la polvere che siamo, il nostro niente che reclama amore.
Così l’arte e la letteratura ci aiutano a resistere a un mondo insensato in cui la Storia diventa spesso il massimo strumento di avvilimento delle storie con la minuscola.
Finché si scrive non tutto è perduto.
Finché si legge non tutto è perduto.
Finché l’arte sa raccontarci storie, non solo viviamo ma siamo capaci di speranze.
(Corriere della Sera, inserto La Milanesiana, 6 giugno 2019)
di Marina Terragni
Il 50 per cento di disoccupazione femminile è un bel problema: è in questa chiave che Cgil si attiva per consentire alle donne italiane di affittare l’utero a coppie etero e gay?
Il 19 giugno a Roma presso la Cgil nazionale saranno presentate ben due proposte di regolamentazione della cosiddetta gestazione per altri, in collaborazione con le associazioni Luca Coscioni, Famiglie Arcobaleno e altre.
La Corte Costituzionale ha sancito che l’utero in affitto «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha stoppato le trascrizioni alle anagrafi dei “genitori” non biologici dei bambini nati da utero in affitto. Per la Referente dell’ONU sulla vendita e lo sfruttamento sessuale dei minori, la Gpa è «nient’altro che vendita di bambini, qualunque siano gli artifici giuridici impiegati».
Del resto tutta la sinistra europea si schiera in modo inequivoco contro l’utero in affitto: dalla Svezia a Pedro Sánchez, che ha intrapreso misure durissime contro la pratica.
La Cgil-Ufficio Nuovi Diritti sembra invece affascinata dalle infinite possibilità offerte dall’autosfruttamento femminile, compreso il cosiddetto “libero” sex work (libero un accidente, ha chiarito la Corte Costituzionale): pochi mesi fa, ospite d’onore la “puta-feminista” argentina Georgina Orellano, in platea un’entusiasta Monica Cirinnà, si è discusso di un sindacato delle prostitute.
“L’interno del corpo femminile non è un posto di lavoro” dice la femminista inglese Julie Bindel. A quanto pare Cgil la vede diversamente.
Nel suo documento politico il Pride di Milano tuona: “Esigiamo… libero accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita”, uteri compresi. E Cgil prontamente risponde, anche se forse vi sarebbero altre priorità a cui dedicarsi.
La probabilità che passi una legge pro-utero in affitto è pari a zero: il divieto vige quasi in tutto il mondo salvo 18 nazioni su 206.
L’iniziativa Cgil offre piuttosto un ulteriore spunto di riflessione sulla deriva dirittistica, radicaloide e distopica della sinistra italiana. Deriva che peraltro, a giudicare dai numeri delle urne, non sta dando grandiosi risultati.
(Il Resto del Carlino, 13/6/2019)
La studentessa laureanda Jasmine ANOUNA ci racconta e descrive la “Legacy” (eredità) della Libreria delle donne di Milano mettendo in evidenza e gettando nuova luce sulla Libreria femminista italiana.
«Il 28 maggio scorso ho organizzato e allestito presso il Wadham College la mostra dal titolo “Beyond a Bookshop: esplorando l’eredità storica della Libreria femminista in Italia” proprio per affrontare queste tematiche, per sottolineare la legacy fondamentale della prima libreria femminista italiana, la Libreria delle donne di Milano.
Infatti la Libreria è stato il primo spazio pubblico delle donne in Italia e, sin dal primo momento della sua fondazione nel 1975, ha mantenuto una costante presenza politico-culturale versatile e flessibile modellando i panorami intellettuali sia a livello locale che nazionale.
Oltre alla sua attività di traduzione, pubblicazione e diffusione di opere e scritti fondamentali del movimento femminista, la libreria è stata, e continua tuttora a essere, uno spazio unico di dialogo, confronto e relazione, nonché punto di incontro per le femministe e i gruppi femministi a livello sia locale-nazionale, sia globale/internazionale.
Grazie al sostegno della Fondazione Elvira Badaracco, che ha lo scopo di promuovere lo studio della storia della politica e della cultura delle donne in Italia, ho avuto la possibilità di allestire una mostra con copie di documenti storici e articoli che hanno fornito una rassegna e una visione storica dettagliata dei contributi culturali e politici della Libreria.»
Al fine di rendere nel miglior modo possibile la rilevanza internazionale della Libreria, Jasmine Anouna (ricercatrice universitaria di MSt in Women’s Studies, 2018) ha raccolto le testimonianze di donne provenienti da tutto il mondo che sono state influenzate dalla Libreria e che si sono rese disponibili a condividere la loro esperienza personale con quel gruppo. Mentre alcune delle testimonianze scritte sono state esposte nell’atrio principale dell’MCR (Middle/Graduate Common Room) insieme ai documenti storici, Jasmine ha montato le testimonianze videoregistrate in una compilation intitolata Con le loro stesse parole (“In Their Own Words”) che veniva proiettata durante l’evento.
Una testimonianza di Giovanna Parmigiani, titolare di borsa di studio post-laurea presso la Harvard Divinity School, dichiarava: «Il mio incontro con la Libreria delle donne ha rappresentato un cambiamento di vita epocale per molti aspetti. Innanzitutto, come prima conseguenza, ho deciso di cambiare l’argomento della mia ricerca di PHD in Antropologia culturale dall’obiezione di coscienza in Israele alla politica della rappresentazione fra le femministe italiane. In secondo luogo, man mano che cresceva il mio interesse riguardo la produzione intellettuale della Libreria, e di conseguenza la relazione con alcune donne del gruppo, a diversi livelli, sono divenuta un essere umano più forte e migliore. Insomma, è stata un’esperienza di trasformazione, che mi ha indotto sia all’umiltà, sia all’acquisizione di autorità e autonomia».
[…]
(Università di Oxford, Wadham College, 12 giugno 2019 – traduzione di Cinzia Achilli. Testo completo in inglese su: https://www.wadham.ox.ac.uk/news/2019/june/beyond-a-bookshop)
di Paola Mammani
Un commento a Scelta di classe di Claudio Rossi Marcelli, Internazionale n. 1310, rubrica Dear daddy.
Scelta di classe. Un titolo azzeccato forse più di quanto l’autore del pezzullo pubblicato su Internazionale dello scorso 7 giugno, non immagini. È Claudio Rossi Marcelli, genitore omosessuale, beneficato assieme al suo compagno, attraverso la gpa, del “dono” di tre pargoli da una madre “surrogata”. Erano in due, l’altra ci ha messo gli ovuli, entrambe rese meno povere dagli introiti che hanno fruttato i loro “doni”. Una prima scelta di classe Rossi Marcelli l’ha fatta. Diverse centinaia di migliaia di euro lui li aveva e loro no.
Nello scritto in questione la scelta di classe è riferita a quella della scuola media che le sue due prime figlie, due gemelle, cominceranno a frequentare. Parla di sé come di un genitore modello che non asfissia preside o vicepreside con la richiesta di questa o quell’altra sezione, ma chiede udienza solo per una questione di grande civiltà, per informare i professori che le sue due figlie hanno due papà. “Se ritiene che qualche professore possa avere un grosso problema al riguardo” ha spiegato alla vicepreside “allora le chiederei di non metterle in quella sezione”.
Et voilà, il capovolgimento è bello che fatto. Non è lui ad avere un grosso problema, e purtroppo lo sappiamo che non ne ha e non se ne fa, sono gli altri, arretrati, sessuofobici, disinformati, chissà come li definisce tra sé e sé. Non rivendica alcunché, comprende gli umani limiti, ma chiede che le bambine ne siano protette. Faccia da schiaffi, mi verrebbe da dirgli, se fossi sua madre. E se fossi la preside, come fui, lo rassicurerei. Nella scuola la vocazione stra-maggioritaria è quella dell’accoglienza, di chiunque si tratti. Le cronache dell’istituzione più aperta e trasparente del paese stanno a dimostrarlo. Di papà, anche se un’amica mi dice uno basta e qualche volta anche avanza, a nessuno per principio dispiace ve ne siano due o anche tre, crepi l’avarizia! Per procreare, propriamente, è necessario e sufficiente averne solo uno, neanche proprio un papà, per la precisione, solo uno spermatozoo, ma la lingua ci aiuta, è stato per me un secondo padre si dice. E anche una seconda madre. Ma lei, la prima, quella necessaria dall’inizio alla fine, dov’è? Quella certa e vera, dov’è? Le sue bambine sanno, stando a quel che dice, e lo sappiamo anche noi che dalla stampa l’epopea abbiamo potuto seguirla tutta. Come si chiama la “gestante”, come si chiama l’altra, quella degli ovuli, dove vivono, con tutta la storia del “dono” a seguire. Le bambine lo sanno, la madre è stata smembrata, una è solo gestante, gli ovuli sono di un’altra. Così non sarebbe più né una, né certa, a malapena surrogata…
Che cosa c’è di implicito, di non detto e nel fondo richiesto alla scuola? Che tutto ciò venga trattato come ovvio? auspicabile? Stia sereno, genitore 1 o 2 non so, nessuno, in nessuna scuola, andrà ad inquietare le sue bambine, cui si augura ogni bene, ma che dire alle altre, agli altri, se e quando chiederanno? Che questa è civiltà? Due uomini incapaci di vivere la loro parzialità rispetto alla procreazione, che vanno alla ricerca di una, due donne, che per soldi vendono ovociti e fanno da gestanti? E che tutto questo non assomiglia, neanche tanto in filigrana, al divieto oggi assoluto alla compravendita di bambini? Non glielo diciamo a scuola a chi è giovane che la cosiddetta gpa nel nostro paese è un reato? Che la recente sentenza della Consulta cancella finalmente la ridicolaggine di due papà e nessuna mamma? Insomma, Rossi Marcelli, si rende conto che lei sta chiedendo l’impossibile e, più sommessamente, anche l’illegale?
(www.libreriadelledonne.it, 12/6/2019)
di Livia De Paoli
Misurare le parole; le distanze; la durata di un amore; lo spazio che offre una città; e poi perdere il conto di tutto. Claudia Durastanti scrive da molteplici punti di rottura, interruzioni del tempo; e da un luogo dislocato appena sotto la soglia del visibile. Fading. Lì dove le cose si stanno dissolvendo e perdono forma, e tuttavia si possono ancora rintracciare i contorni e interrogarli così come si interroga un oracolo: senza risposte certe. La straniera è un romanzo che accoglie l’eco di una genealogia femminile, da cui l’autrice discende, e diventa poi anche il brusio proveniente da una generazione che viaggia e sposta continuamente il proprio punto di vista sul mondo e non smette di sentirsi straniera, di cercare casa, e finisce con familiarizzare proprio con questo senso perenne di estraneità, di non completa appartenenza.
Se nessun significato è stabile, se anche lo scrivere e l’abitare assumono la necessità di movimento, l’unica forma di adattamento è nella disponibilità continua alla trasmigrazione e all’errore, è la narrazione di tutte le nostre ripartenze. Come scrisse Eliot: «We must be still and still moving / Into another intensity».
«L’incapacità di fare cose che dovremmo saper fare, l’impossibilità di vedere, sentire, ricordare o camminare non è un’eccezione quanto una destinazione», scrivi nella prima parte di «La straniera», quella sulla famiglia. Partiamo da questo ribaltamento di prospettiva: l’incapacità come appartenenza. Nel ripercorrere la tua biografia e la storia di famiglia sembri in qualche modo rivendicare questo legame con l’imperfezione, con la fallibilità. È un modo di pensare del tutto antitetico rispetto all’ideale americano e occidentale: la ricerca e il mito dell’invulnerabilità. Come ci sei arrivata?
Stavo leggendo un saggio di Lennard Davis che si chiama Enforcing Normalcy. Disability, Deafness, and the Body (Verso Books, 1995) che parla della sordità come di una costruzione culturale e descrive come si è andata rafforzando la concezione di un corpo abile, di un corpo sano. Dopo questa lettura ho scritto quella parte del libro che riguarda poi mio padre e che cerca di immaginare la disabilità come se fosse una sorta di errore del tempo; non si tratta di sminuire l’esperienza, significa relativizzarla.
Mi sono formata attraverso una serie di studi antropologici e sono riuscita, anche grazie alle mie letture universitarie, a problematizzare l’idea di classe e l’essere donna, ciò che viene spontaneamente definito come «cultura». In molte letture ho ritrovato questa barriera inoppugnabile del corpo: la disabilità intesa come un insieme coerente di significati e di limiti. L’esperienza di vita, ma anche romanzesca, dei miei genitori è stata quella di prendere il concetto di limite e sfidarlo; di continuare ben oltre quel limite. E questo ha avuto un forte impatto su di me: io sono stata educata a concepire il superamento del limite, sono stata educata a pensare che la sordità dei miei genitori fosse relativa.
Dopo aver scritto Cleopatra va in prigione (minimum fax, 2016), sono stata a Rebibbia e ricordo che quando sono entrata in carcere, confrontandomi sul libro con le persone che ci vivono, in molti mi facevano presente che alcuni dettagli non erano verosimili. Dicevano: «Hai messo un’altalena». Erano risentiti perché pensavano che io avessi inserito degli elementi di finzione nella loro esperienza reale; poi c’è stato un detenuto che ha detto: «Magari c’è stata quell’altalena tre anni fa, o magari ci sarà domani, questo spazio cambia ogni giorno».
Anche l’esperienza del carcere da come viene raccontata e percepita appare immutabile, fatta da una reiterazione di giorni e del tempo che non passa. Invece, attraverso lo sguardo di chi è entrato davvero in relazione con lo spazio, se ne immaginano i cambiamenti; quindi è emersa anche lì l’idea che si potesse scardinare un insieme che sembrava compatto e monolitico. È qualcosa che io penso di aver sempre avuto nella scrittura e che in La straniera si è espresso al massimo.
Per me scrivere significa spostare costantemente un oggetto e il punto di vista sull’oggetto. La scrittura deve mostrare i diversi modi in cui la luce cade su quell’oggetto, quindi anche la sordità dei miei genitori e le vite dei miei genitori che sembravano la cosa più letteraria possibile. Margine, disabilità, classe subalterna: il mondo li aveva incasellati violentemente e loro non hanno fatto altro che uscire da queste gabbie. In questo credo ci sia un insegnamento meta sulla scrittura, perché per me l’attività di scrittura è il modo in cui i miei genitori hanno vissuto la loro vita.
La straniera è un romanzo sull’inadeguatezza, sulla percezione di sentirsi sbagliati rispetto al posto dove ci si trova: non importa che sia la palazzina di un sobborgo di Brooklyn abitata da un gruppo di italiani emigrati, un paesino della Basilicata o una grande metropoli europea come Londra. È in fondo una storia sul migrare e l’abitare, sulla ricerca di «uno spazio per sé». Nel tuo romanzo citi Virginia Woolf e Jean Rhys; la storia tra donne e città ha le sue radici anche nelle figure mitiche di Didone, o Arianna.
Secondo te le donne, e le scrittrici, hanno un rapporto specifico con la città? Guardando alla città come a una rete di relazioni affettive e sociali, intime.
Sì, una cosa interessante è che tutte le persone che attivano la migrazione nel romanzo sono donne e i motivi per cui l’hanno fatto spesso esulano dalle ragioni convenzionali della migrazione, dallo stato di necessità o di fuoriuscita da una condizione di disagio economico. Mia nonna è emigrata perché mio nonno le era infedele; ha fatto questa scelta totalmente folle di dire: me ne vado dall’altra parte dell’oceano. Mia madre invece è ritornata dagli Stati Uniti a trentaquattro anni – l’età in cui ho iniziato a scrivere La straniera – per un desiderio di indipendenza assoluta. La sua è stata una scelta consapevole di un margine lontano dal centro – cioè la sua famiglia –, voleva mettersi nelle condizioni di estraneità assoluta rispetto al contesto. Questo modo ambivalente di abitare un posto, di adattarsi o di restare senza attecchire, è anche mio e sento in questo un passaggio matrilineare: ho adottato questa funzione. Non so quanto sia attiva la componente di genere, ma io ho sempre occupato gli spazi innamorandomi e, quindi, ho sempre confuso un luogo con una storia d’amore.
Una cosa che per esempio fa anche Joan Didion, una delle mie scrittrici preferite. In Prendila così (il Saggiatore, 2014), un romanzo abbastanza nichilista – la protagonista è un’attrice mancata, sua figlia vive in una clinica psichiatrica e lei ha una relazione tormentata con un regista –, Didion descrive la vita di Maria Wyeth come una donna a cui non interessano tanto le relazioni con le persone ma l’unica cosa che le sta a cuore è la mitologia del posto da cui viene. Il legame embrionale che lei ha con il posto in cui è nata e in cui non ha più abitato è più potente di qualsiasi altro tipo di rapporto. Io ho avuto un’esperienza simile con l’America, che per me è stata la terra mitica, e questo ha fatto sì che in qualche modo sopravvalutassi le mie forze perché pensavo che la sola spinta del desiderio sarebbe stata sufficiente per impostare un rapporto, avere una relazione con un luogo. Ma, in qualche modo, un luogo ti risponde: ti accoglie o non ti accetta.
Io avevo tutte le carte in regola per diventare la migrante perfetta a Londra; al contrario di mia nonna avevo la prima forma di adattamento – la lingua –, invece lei si è adattata meglio anche se non parlava l’inglese. È rimasto un po’nel mistero questo mio mancato radicarmi, parallelo e opposto a quello di un’altra persona che era partita con me, il mio compagno, che invece si è radicato. Ed è poi quello di cui parlo nell’ultima parte del libro: il fatto che non siamo riusciti ad abitare una città nello stesso modo, questo è stato forse un vero elemento di rottura, a sua volta parte di uno scollamento più profondo. Impone una malinconia tutta particolare il fatto di occupare uno spazio e di non saperlo abitare.
Da questo mancato adattamento si creano delle forme di esistenza transitorie, che hanno una loro bellezza, ma non so ancora classificarle o nominarle; è difficile definire il mio rapporto con Londra – anche perché spesso sono in viaggio. Una cosa che ho imparato e, secondo me, la dice bene Olga Tokarczuk in I vagabondi (Bompiani, 2019) è che noi veniamo da anni di viaggio in cui si confondono «aeroporti con non luoghi». Ecco, io ho ribaltato completamente questa prospettiva perché gli aeroporti sono luoghi in cui si creano delle forme di cittadinanza che sento vere e mi trasmettono una calma profonda; invece di sperimentare l’anonimato mi sento accolta. Sono luoghi di partenza e di arrivo dove, anziché sperimentare il massimo della transitorietà, io sono ferma e definibile. Paradossalmente più di quando sono a Londra, dove vivo questa esperienza angosciosa che è stata anche quella di tante scrittrici che ho amato.
A proposito di donne e di abitare la città, Vivian Gornick in Legami Feroci (Bompiani, 2016) descrive il rapporto con la madre attraverso le passeggiate che fanno in città; Sylvia Plath ha scritto della sua vita londinese come di un’esperienza di non radicamento, dove ha cercato l’appartenenza nella fuoriuscita, facendo vita di campagna. Alle donne è stata negata per molto tempo la flânerie, perché per passeggiare devi essere libera e invisibile; è interessante come questo rapporto con la città cambi anche con l’età. Tokarczuk scrive: «Sono diventata una donna di cinquant’anni, adesso mi posso muovere liberamente nello spazio perché non vengo più percepita come un corpo». Anche per Annie Ernaux gli anni più liberi della sua vita sono stati tra i quarantacinque e i sessanta. Io non vedo l’ora d’arrivarci.
In un saggio sulla traduzione letteraria Susan Sontag afferma che tradurre significa sperimentare nella pratica l’irriducibilità dell’altro, e del suo linguaggio, «approfondire la consapevolezza che altre persone, diverse da noi, esistano davvero» («Tradurre letteratura», Archinto, 2004). Da scrittrice e traduttrice, ma non solo, in quanto donna cresciuta in due continenti diversi, hai mai fatto esperienza di questa estraneità della lingua? Sia tu in prima persona, sia nel tradurre in italiano la storia di qualcun altro.
John Berger diceva che nella traduzione intervengono tre lingue: la lingua di partenza, la lingua di arrivo e poi una lingua nascosta. Questa terza lingua, figlia dell’interpretazione di ogni singolo e individuale atto di lettura, fa sì che ogni traduzione dello stesso testo sia diversa. Io per tanto tempo mi sono mossa tra italiano e inglese perché venivo sempre sollecitata nel giostrarmi tra questi due piani e ho ignorato questa terza lingua, che poi è quella di mia madre: una lingua fatta di segni, una lingua tutta rotta.
È una lingua che interviene tantissimo nel mio modo di leggere e di scrivere, e viene scambiata come un errore rispetto a quelle che sono le convenzioni letterarie perché porta al fraintendimento; una tendenza che io ho sempre riconosciuto nei miei genitori. Mi sono chiesta quanto conti nella mia attività di traduzione questa sorta di disabilità che ho anche nella lettura: la mancata capacità di radicarsi al contesto, la confusione continua di piani di realtà – fiction e non fiction.
Ho fatto una lotta continua con questa mia tendenza all’errore, perché poi devo produrre dei risultati precisi; viviamo un momento in cui siamo tutti ossessionati dalla forma, dall’ortodossia, dalla correttezza della parola, dalla perfetta corrispondenza di significati. È qualcosa che applicato alla realtà mi pare fortemente repressivo, quindi anche l’idea del testo comporta diverse interpretazioni sulle relazioni di potere.
Deborah Smith, per esempio, ha tradotto La vegetariana (Adelphi, 2016; The Vegetarian, Portobello Books, 2015) in inglese dal coreano e ha fatto una serie sistematica di errori e di travisamenti culturali che sono stati interpretati come un atto di colonialismo, perché la lingua subalterna viene ignorata del tutto. Invece, se un traduttore fa degli errori dall’inglese all’italiano non sono mai visti come una sorta di vendetta nei confronti di una lingua egemonica, ma semplicemente come disattenzione: al traduttore non è permesso sbagliare l’inglese perché per noi questa lingua è universale, neutrale quasi. Io da traduttrice non ho la possibilità di insediare dei margini di sospetto sul testo originale, perché mi viene presentato come testo canonico e assoluto.
Credo però che questa disabilità nella traduzione possa portare a dei risultati poetici. La Pivano ha tradotto male: ha fatto errori, censure e strafalcioni; però aveva con i testi un’intimità bellissima, un’intimità di orizzonti, di scelte politiche e di stile di vita, che secondo me si rifletteva nelle sue pagine. Che cosa significa per il traduttore avere intimità con il testo al di fuori della pagina, al di fuori del semplice esercizio? Vorrei leggere di più in relazione non tanto all’esperienza della traduzione come tradimento, ma alla traduzione come una questione di identità. Un aspetto che mi interessa è proprio quello della funzione poetica dell’errore all’interno delle traduzioni. Avevo tutte le carte in regola per diventare la migrante perfetta e tutte le carte in regola per essere una traduttrice imperfetta.
I traduttori non devono essere bilingue, devono essere fortissimi in una lingua, non possono stare in uno spazio di mezzo. Io invece sto tantissimo in questo spazio e a questo si aggiunge la dimensione di questa sintassi rotta che ho, che è un’eredità familiare. Quando dicono che la scrittura è sintatticamente aliena io vorrei che anche le mie traduzioni lo fossero, invece di avere corrispondenze univoche. A volte, mi sembra talmente bello quando c’è un significato che appare senza senso o fuori luogo, e poi invece schiude mondi ulteriori. Io non sono paranoica nemmeno ora che vengo tradotta, leggo la traduzione di La straniera e mi rendo conto di quanto significherebbe per me se qualcuno si prendesse la libertà di fare dei salti creativi personali; perché io l’ho già perso quel testo, in qualche modo: l’ho dato via e se subisce dei passaggi di stato sono solo contenta, perché dà vita a delle forme nascoste del mio libro che c’erano e che io non ho visto.
Scrivi che «Terramai» è la traduzione letterale di «Neverland», una resa più fedele a quelle che sono le intenzioni dei bambini perduti, al loro futuro. «Terramai! funziona ancora meglio» perché può essere letto come un grido di battaglia. Rileggere il titolo di un’opera di James Barrie come un invito a combattere mi sembra anche un incoraggiamento per la letteratura; come qualcosa per cui vale ancora la pena di battersi. Sia dal punto di vista individuale, sia collettivo. E poi, tu perché scrivi?
Io ho vissuto la scrittura come un modo per salvare me stessa e poi la storia della mia famiglia, anche come un tentativo di contenere l’isolamento. La scrittura però cambia significato con il tempo, cambia anche la passione. Ultimamente ho avuto una fase più costruttiva, anche più generosa se vogliamo, nata dalla capacità di creare storie anche fuori da me come nei libri precedenti a La straniera. Qui mi sono posta il problema se ricorrere alla narrazione in prima persona mi portasse verso l’opposto di quello che volevo: che significasse rafforzare l’io, mentre ero molto più interessata a vedere dove questo io si sfalda e diventa un noi.
Per me è importantissimo individuare un punto specifico in cui una storia – al di là di forma, dello stile e del linguaggio – diventa una storia collettiva, un desiderio che forse ha degli elementi di presunzione e corrisponde a quella che è diventata oggi una forma di militanza, in parallelo al luogo comune sull’irrilevanza della scrittura nel mondo. Forse è anche un tentativo di difesa della letteratura, per sentirla meno astratta, o meno scoordinata, scollata.
Il politico come categoria astratta non mi interessa, secondo me un testo genuinamente pensato riesce a essere militante anche quando non si propone dichiaratamente di esserlo. Non credo in una scrittura che nasce per essere impegnata, ma credo in ogni testo che fa il suo lavoro, cioè che riflette profondamente sulla parola e sulla costruzione di una storia, finisca per avere una sorta di militanza che si esprime in un sentimento di sorellanza. Un lettore l’altro giorno mi ha detto: «Non ho letto La straniera pensando a termini come stile ammirabile, invidia o cose simili, ma a fine lettura ho avuto un senso fortissimo di fratellanza e di sorellanza». Un senso che mi auguravo di trovare con questo testo e, quindi la battaglia nella scrittura per me è arrivare a individuare, più che l’empatia, questo punto di intimità.
(minima&moralia, 11/6/2019)
di Marina Santini e Luciana Tavernini
Quando, invitate a parlare del nostro libro Mia madre femministai soprattutto a giovani, presentiamo come scoperta del femminismo il fatto che nella vita di ogni essere umano il due precede l’uno, avvertiamo la densità del silenzio, quello in cui chi è lì all’unisono trattiene il respiro per lo stupore una verità tanto evidente da essere stata fino ad allora ignorata. Chiediamo poi di indicarne nel corpo il segno visibile e sempre c’è chi lo riconosce nell’ombelico, memoria dell’origine duale della vita. Ricordiamo che l’esistenza umana inizia con il sì della madre alla possibilità della crescita di altro da sé in sé. Questo vuol dire per lei accettare la modifica del corpo che è (non che ha) con l’imprevedibilità e la necessità dello stare a ciò che accade perché la creatura, pur nella sua totale dipendenza, reagisce alla vita della madre. Dunque la nascita è il risultato di una relazione duale non paritaria.
Che accade se facciamo di questa verità un punto di partenza nella rappresentazione del mondo e nel situarci in esso?
Innanzi tutto finisce l’individualismo autonomo e indipendente come orizzonte di vera realizzazione umana. Infatti la possibilità di ciascuna donna di farsi due, pur rimanendo una, ci abitua ad accogliere l’esistenza di altro da sé come sperimentata possibilità di trasformazione di sé, di apertura all’inconosciuto; a lasciare che altre e altri costruiscano, secondo il loro bisogno, una memoria vivente della relazione che c’è e c’è stata.
La generatività rende evidente la disparità tra donne e uomini. Le donne hanno possibilità di dire di sì o di no all’esistenza della creatura e hanno la certezza di partorire creature proprie (mater semper certa). Inoltre con questa consapevolezza, scaturita dall’autocoscienza e da altre pratiche, riescono ad agire una sessualità libera, legata al piacere reciproco e alla procreazione, se la desiderano.
Infine possono percepirsi come anello della catena che di figlia in madre si proietta nell’infinito passato, e di madre in figlia nell’infinito futuro (il continuum materno). Non a caso molte sanno stare alle relazioni in presenza, anche quando si ritrovano dopo anni di lontananza; amano lavorare in due, rinnovando la gioia dell’origine duale della creazione, e sperimentano forme di riconoscimento per non rubare il contributo altrui e segnare la dismisura insita in ogni rapporto.
Per gli uomini non accettare fiduciosamente la disparità con lei, come avveniva e avviene nelle società matriarcali, ha prodotto, attraverso il contratto sessuale tra uomini, forme di condizionamento e controllo della sessualità femminile (Carole Pateman). Se in passato la garanzia della propria ascendenza e discendenza avveniva attraverso la santificazione delle madri e la reclusione delle mogli, la verginità prematrimoniale, la legittimità della nascita derivante dal riconoscimento paterno, la rappresentazione dello spermatozoo come homunculus e dell’utero come vaso o come forno, oggi la scienza ne offre una versione aggiornata con il riconoscimento della paternità attraverso il DNA e con l’utero in affitto.
La possibilità femminile di dire di sì o di no all’esistenza della creatura, vissuta come potere di vita o di morte, ha portato molti uomini a invidiarla, e dunque a legiferare per proibire l’aborto e a organizzare con gli eserciti strutture legalizzate di distruzione del vivente come forma di affermazione di un contropotere nei confronti della madre (i più antiabortisti non sono forse i più guerrafondai?).
Il desiderio di infinito, senza riconoscimento del continuum materno, ha prodotto la costruzione di genealogie paterne (non per niente ‘bastardo’ e ‘figlio di puttana’ sono epiteti offensivi); la rincorsa della fama a tutti i costi, facendosi innalzare monumenti come segni imperituri del proprio individuale passaggio; la creazione di gerarchie maschili che fanno del ‘capo’, dell’uno, l’origine e dunque il controllo e la repressione dell’alterità.
Ha spinto a forme di accumulo senza limiti di denaro, rese ancor più smisurate e deresponsabilizzanti dalla sua apparente smaterializzazione, creata dall’economia finanziaria, che fa dimenticare come e quali esseri umani sono coinvolti nella produzione di ricchezza e quali tragedie ne provoca la penuria.
Agli uomini rimangono solo queste strade per non restare nella contingenza dell’individuo, nella finitezza della propria esistenza, nell’affermazione di sé attraverso la riduzione a strumento e cosa morta del vivente?
(www.libreriadelledonne.it, 11/6/2019)
di Benedetta Rossi
Un buon mix di invitate, un menu all’altezza, un clima informale. L’empowerment femminile, oggi, sempre più spesso si alimenta così: con aperitivi, tavole rotonde e serate dove ci si incontra, si parla di professione e vita privata. E soprattutto si costruiscono alleanze.
Metti
tante donne diverse tra di loro davanti a un cibo preparato con cura.
Aggiungi un calice di champagne. Dai loro un argomento. Falle
parlare, ridere, confidarsi. Fai che raccontino le loro esperienze
professionali e di vita. Che emergano i loro caratteri. Ti
racconteranno dei loro talenti e anche dei loro errori. Di come hanno
percorso la strada che le ha portate fino a oggi. Se provengono da
altri Paesi, ti spiegheranno perché sono qui adesso, e cosa hanno
imparato da questo viaggio. Vedrai che quando il clima si sarà
scaldato di intelligenza femminile, di creatività e passione, avrai
creato una delle serate più divertenti per te e per le tue ospiti.
Che di questo incontro faranno tesoro, sviluppando nuove idee e
intessendo nuovi rapporti di lavoro e amicizia. Aiutandosi tra
loro.
Succede
sempre più spesso, in Italia e all’estero, che il networking
femminile si organizzi così, parlando, a tavola. Un
modo “nuovo” di fare empowerment femminile, certamente meno
“impostato” di come di solito lo fanno gli uomini
(che adorano cimentarsi su competitivi campi da golf, ad esempio). La
formula delle tavole rotonde per donne è un fenomeno felice, che a
Milano ha trovato un terreno fertile, vuoi per la concentrazione di
donne da tutto il mondo, professioniste in diverse discipline, vuoi
per la famosa operosità meneghina che spinge i suoi abitanti “al
fare”. E in questo caso a fare insieme, e per bene, come piace alle
donne.
Sono
un successo, ad esempio, le serate organizzate da Casa Canvas
(galleria look & buy, di design e arte), presso il Brera Design
Apartment, nel cuore di uno dei distretti più vivi del design.
Canvas Talks è la formula “a tavola” solo su invito, ideata da Thayse Viégas (creativa e designer di origini brasiliane e ideatrice di Casa Canvas) e da Silvia Matias (“storyteller grafica” portoghese con un design shop a Lisbona). Vi hanno già partecipato curatrici, architette, stiliste, graphic designer, esperte in pubbliche relazioni (alcuni nomi: Caroline Corbetta, Clara Bona, Paula Cademartori, Olimpia Zagnoli, Luisa Bertoldo…). Come spiega Thayse: «Un lunedì del mese invitiamo a cena 14 donne del mondo del design, della moda, dell’arte, dell’imprenditoria e del giornalismo, quattro ospiti speciali e una moderatrice. Una formula replicabile, pratica, che ho visto funzionare molto bene, per far rete, condividere idee e stimoli». Al cibo ci pensa Vasiliki Pierrakea, la chef-filosofa greca adottata da Milano, anima del ristorante Vasiliki Kouzina, che collabora al progetto. «Ogni appuntamento prevede un argomento connesso al “Costruire e Ricostruire”, tema assai comune nella vita delle donne. Basti pensare alla maternità o a come sappiamo “rimettere” assieme le cose della vita. Io da straniera a Milano l’ho dovuto fare così tante volte!».
L’argomento della serata diviene il canovaccio su cui intessere il proprio racconto. Un momento di libera creatività (come dipingere una tazza o un piatto bianco) lascia infine il “segno” di un passaggio creativo. Canvas Talks è femminile ma è nato in collaborazione con un uomo, Paolo Casati, creative director, nonché co-fondatore di Studiolabo e autore di fuorisalone.it e Brera Design District. «Perché» come dice ancora Thayse, «le donne sono inclusive, per natura!».
Se
ci sono anche straniere, è meglio
Brillanti
e orientate agli affari sono anche le cene – su invito, non placée
e con una frizzante energia cosmopolita – a casa di Natasha Slater,
imprenditrice a capo di un’agenzia di pubbliche relazioni, di
natali anglo-italiani, che periodicamente raccoglie un gruppo di
donne. La formula di Dinner
Conversations
è giunta al suo quarto appuntamento e ogni volta ha ospitato
partnership con nomi della moda, del lusso e della comunicazione con
una forte impronta femminile, come il duo stilistico Archivio, la
designer di luxury prêt-à-porter “equestre” Miasuki, il brand
di orologi e gioielleria Piaget. I risultati sono tangibili: dopo
queste serate nascono idee e collaborazioni. «Voglio creare una
piattaforma utile per condividere esperienze di business e di vita
personale» racconta Natasha. «Il tema forte è quello
dell’equality: le donne, anche in ruoli manageriali, sono ancora
pagate di meno, ci sono settori con leadership solo maschili. Voglio
dare il via a un dialogo tra donne già affermate. Ecco perché ho
coinvolto marchi con un punto di vista “femminista”, come Piaget,
dove tutti i ruoli apicali sono ricoperti da donne. E poi ho cercato
di creare gruppi con una buona quota di straniere perché a volte
Milano è troppo chiusa con chi parla solo inglese. Mi piacciono le
donne forti, che si reinventano, che non hanno paura. Sono una mamma
single, un’imprenditrice, ho dovuto lavorare tanto su di me per
avere la vita che ho».
Anche
il settore del food si sta muovendo in questo senso: da Plato, il
primo locale milanese dedicato ai “superfood” (cibi naturali
ricchi di vitamine, minerali, antiossidanti e fibre) si sono tenute a
marzo le Inspiring
Women Talks,
tavole rotonde aperte al pubblico nate per celebrare storie di
successo al femminile, con la partecipazione di esperte (come il
medico chirurgo e nutrizionista Michela Speciani), imprenditrici
(come Vera Drossopoulou, ceo del brand di calzature Manebì), life
coach e avvocatesse esperte di diritto alimentare. Il cibo qui
diventa lo spunto filosofico per parlare di realizzazione personale,
di cambi di vita, di intuizione, di salute. E quindi di felicità.
Tra gli ospiti speciali, anche gli uomini
Persino le top manager scelgono la via informale della serata “insieme”. Sempre a Milano, Silvia Pietrarolo, giornalista e manager, con lunga esperienza nell’organizzazione di convegni, da due anni ha messo a punto un format di incontri di networking femminile. A cadenza bimestrale, le Alumnae del corso di Alta formazione per professioniste nei Cda IntheBoardroom-Valore D (Silvia fa parte del Comitato) si ritrovano con ospiti di spicco del mondo dell’economia e della cultura che parlano di sé e delle loro esperienze. Ciascuna di loro può portare un’amica. Come racconta Silvia: «Il corso era finito e per non perderci di vista ho organizzato delle serate in sedi prestigiose. Ho scelto Palazzo Bocconi, Villa Necchi Campiglio. O l’ottocentesco Clubino di Via degli Omenoni, luogo dove peraltro le donne non erano ammesse fino a un decennio fa. Il format prevede una cena e un ospite d’onore, al di fuori della nostra cerchia, che ci racconti qualcosa di interessante. La partecipazione è stata subito entusiasmante: lo spirito è quello gioioso di un gruppo che ha condiviso qualcosa d’importante, con un riconoscibile senso di appartenenza. Da notare che non abbiamo pregiudizi sugli uomini, tant’è che molti tra gli ospiti lo sono stati!». Il gruppo, di circa 40 donne, è molto eterogeneo, per età (dai 35 ai 60 anni), per provenienza e per esperienza professionale. «Siamo top manager, imprenditrici, giornaliste, avvocati, commercialiste, ad, ceo, presidenti, consoli, pro rettori di Università» continua Silvia. E prosegue: «Ogni ospite racconta qualcosa di sé. Stefano Boeri, architetto e presidente della Triennale, ci ha parlato della madre Cini Boeri, grande designer in un’epoca in cui le donne al suo livello non erano molte. Il suo amore per il bello gli è stato trasmesso “in punta di piedi”: con l’esempio».
Il networking ne guadagna, sempre, tant’è che alcune Alumnae sono diventate socie tra loro, chi clienti, chi collaboratrici. «Nel gruppo ci sono anche direttrici del personale e questo non guasta mai. Fare rete tra donne è fondamentale. Noi lavoriamo per promuovere il talento e la leadership femminile». Le Alumnae credono in alcuni principi base, come il “non chiedere, ma dare”, senza calcoli su cosa si avrà in cambio. Un’idea sana che se messa in atto, produce positività. «La generosità personale e professionale crea un circolo virtuoso, aumenta lo spirito di fiducia e le contaminazioni positive sono molteplici. Moltissime di noi senior consigliano le più giovani nei loro percorsi di crescita e sono anche impegnate in attività di beneficenza e solidarietà».
(www.iodonna.it, 10 giugno 2019)
(Quasi una lezione di pensiero della differenza, anzi meglio)
di Mario Sconcerti
Mi sono divertito, anzi direi meglio, ho trovato molto interessante il debutto italiano ai Mondiali femminili, ma capisco che detto così ho già commesso il primo peccato di sessismo. Perché non avrei dovuto divertirmi? Perché sono femmine? No, perché sono diverse, perché occupano meno il campo essendo strutturalmente più leggere di 22 maschi, quindi lasciano più spazi liberi e per coprirli corrono di più. Perché giocano da molto meno tempo e mancano della confidenza tra piede e pallone a cui sono ormai abituati gli uomini.
Perché c’è in fondo, dovunque, qualcosa di meglio di qualcos’altro. Ma alla fine è tutto relativo. Una partita di dilettanti può essere più appassionante di una di serie A, dipende dal risultato, dall’importanza della gara, dal cuore di chi gioca, dalla partecipazione della gente. Ci stiamo soltanto adesso abituando a emozionarci per il calcio delle ragazze. Dal punto di vista tecnico non manca molto, ma è ingiusto il paragone, sono semplicemente un’altra cosa. Il calcio femminile ha un Dio diverso, non minore, è un altro Dio.
La cosa da ottenere è far diventare sempre più femminile il calcio femminile, che ha la circolarità come base, il gesto tecnico, il coraggio, la sincerità delle donne, la loro generosità. L’errore sarebbe cercare di imitare gli uomini. Le donne hanno ordine, non tattiche, giocano per cercare la porta. Non amano gestire le partite, amano vincerle. Hanno meno il senso della difesa, lasciano spazi, non riescono quasi culturalmente a marcare «a uomo», infatti la chiamano «marcatura individuale».
Lì sono larghe, mancano della malignità del difensore maschio. Mancano forse proprio dell’idea dell’oppressione difensiva, decisamente non un tratto femminile. Questo porta a continue azioni da gol e rende divertenti le partite. È un tipo di calcio che va visto con la mente sgombra, senza i riferimenti abituali. Si troveranno più errori e più ricerca di idee, più sorprese, più differenze. Una dedizione continua, quasi materna. Meno muscolari saranno, meno complesse diventeranno e più le donne avranno il loro calcio. Fino a un successo planetario più solido di quello attuale. Le donne sono adatte al calcio, anche se di un altro tipo. Sono idealmente più tecniche, più indipendenti, hanno più leadership. Devono sempre più organizzarsi addosso questo calcio diverso, senza parlare di uomini, senza gare di genere. Ognuno sa fare cose che l’altro non conosce. Qual è la novità? Siamo a un mondiale, vorremmo semplicemente andare più avanti possibile. Forza ragazze italiane.
(Corriere della sera, 19/6/2019)
di Antonella Mariani
L’autodeterminazione sessuale non giustifica il favoreggiamento, la Legge Merlin non è superata
La libertà sessuale è un diritto e ricade nell’articolo 2 della Costituzione, che tutela i «diritti inviolabili dell’uomo». Ma da qui a sostenere che la prostituzione è un esercizio di quella libertà, ce ne passa. Al contrario, la scelta di «vendere sesso» è quasi sempre «determinata da fattori che limitano e condizionano la libertà di autodeterminazione dell’individuo ». Sono principi importanti, quelli contenuti nelle motivazioni, rese pubbliche ieri, con le quali la Corte Costituzionale lo scorso 5 marzo ha ribadito che la Legge Merlin 61 anni dopo ha ancora ragione: «agevolare» la prostituzione, anche quando questa sembraesercitata consapevolmente e in piena libertà, resta un reato.
La Consulta aveva così rigettato un ricorso di legittimità avanzato dalla Corte d’appello di Bari nel corso del processo sulla vicenda delle cosiddette escort presentate nel 2008-2009 all’allora premier Silvio Berlusconi dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini. La domanda dei giudici d’appello, in estrema sintesi, era: quando la scelta di prostituirsi è esercizio di libertà sessuale, perché deve essere accusato di favoreggiamento chi la «agevola»? Ancora: poiché oggi esiste la figura della escort – non immaginabile ai tempi della senatrice Merlin –, perché chi mette in contatto queste «professioniste » con i clienti deve essere accusato di reclutamento della prostituzione? Ieri la Corte Costituzionale ha diffuso i motivi del rigetto del ricorso barese: anche se la scelta «appare inizialmente libera», essa conduce spesso in un «circuito dal quale sarà difficile uscire volontariamente» e comunque si tratta di una scelta che mette a rischio l’integrità fisica e la salute delle donne.
È un giudizio di valore, quello della Corte Costituzionale, che si mette sulla scia della Legge Merlin, oggi sotto attacco su più fronti, laddove scrive che «il legislatore (la stessa Merlin, ndr) ravvisa nella prostituzione, anche volontaria, un’attività che degrada e svilisce la persona».
E proprio per questo non consente la «collaborazione » di terzi a qualunque titolo, visto che «la libertà di iniziativa economica privata è protetta dall’articolo 41 della Costituzione solo in quanto non comprometta valori preminenti, quali la sicurezza, la libertà e la dignità umana». La Consulta, insomma, dà ragione al vasto movimento abolizionista, sorretto dall’impegno di un numero crescente di «sopravvissute », che in ogni parte del mondo sostengono che la prostituzione non è mai scelta libera, ma è sempre degrado, sopraffazione e violenza.
A leggere altri passaggi delle motivazioni della Consulta resta però l’amaro in bocca, come se il traguardo fosse stato mancato per un soffio: la persona che si prostituisce è sì riconosciuta come «il soggetto debole del rapporto » e per questo si è scelto di non punire lei bensì «i terzi che si intromettono nella sua attività», ma resta il fatto che si tratta di «una ‘prestazione di servizio’ per conseguire un profitto». Il concetto (fuorviante) di «sex work», insomma, rientra dalla finestra dopo essere uscito dalla porta.
(Avvenire, 8 giugno 2019)
Consulta, prostituirsi mai atto totalmente libero
Motivazioni su caso Escort, Corte salva la legge Merlin
di Alessandra Pigliaru
Librerie indipendenti. Nell’isola pedonale del Pigneto nel 2007 nasce «Tuba». Oggi è formata da un gruppo di lavoro ampio e diffuso e organizza «Inquiete», primo festival di scrittrici
Negli
anni sono nate amicizie, passioni letterarie e collaborazioni tra chi
ha scelto di frequentare la libreria Tuba, fondata a Roma nel 2007 –
prima in un bugigattolo e poi in un locale più ampio, entrambi
sull’isola pedonale del Pigneto. Dalla panchina antistante si
vedono i banchi del mercato a km zero, frontale una biblioteca, nel
circondario la complessità di un quartiere a lungo denigrato quando
non derubricato come spazio da hipster urbani. Una comunità che è
casa delle differenze, ci tengono a sottolinearlo Barbara Piccolo e
Viola Lo Moro, libraie e socie insieme a Sarah Di Nella, Cristina
Petrucci e Barbara Leda Kenny. Lavorano con loro altre donne, fanno
riunioni bisettimanali con tutte e all’interno del gruppo si sono
divise le aree di competenza: libreria, eventi, bandi, bar,
amministrazione, giocattoli contaminandosi a vicenda.
Eppure
Tuba, per chi la conosce e la visita, è il frutto maturo di una
storia d’amore, una di quelle che, come tutti gli innamoramenti,
rappresenta ciò che possono creare dei corpi desideranti quando si
incontrano nella comune intenzione di sollevare il cielo. Coraggioso
imporsi sulla scena di un mercato editoriale come quello
contemporaneo proponendo un catalogo di libri a firma di sole donne;
non tuttavia un caso isolato viste le esperienze – diverse per
storie e generazioni politiche – delle Librerie delle donne in
Italia, a cominciare da quella storica di via Pietro Calvi a Milano –
fondata nel 1975, proseguendo con quella di Bologna, passando per la
più recente di Padova, finendo con Firenze – chiusa lo scorso
giugno e trasformata in biblioteca femminista, destino simile a
quella cagliaritana, diventata negli anni un Centro studi. Sono
luoghi vitali, attivissimi ormai tessuto imprescindibile dei
territori. Presidi femministi e per questo di libertà che riguarda
tutte e tutti, osservatori politici tra i più lungimiranti, hanno
legami con movimenti, associazioni, festival e con una cosiddetta
«utenza» che, come accade in particolare nelle librerie molto
connotate, è accorta ed esigente, grata e assetata di conversazioni
letterarie, di suggerimenti.
Capita di incontrare scrittrici e
scrittori, alcune hanno cominciato lì o hanno eletto Tuba come
centro nevralgico di «relazione», prima parola chiave; una trama
fitta che comincia dalla preferenza di titoli scelti uno per uno. Di
ogni venduto incassano il trenta per cento, combattono contro gli
sconti predatori della Rete o delle grandi librerie di catena che
sembra escludano ogni possibile concorrenza; si muovono nelle maglie
strette di una distribuzione che non lascia margine. Lo dicono senza
alcuna contrizione perché impegnarsi in una forma di militanza che
intreccia dedizione e generosità, sostiene. E crea lavoro, con
intelligenza. C’è ad esempio Elisa Coccia, tra le donne che sono
regolarmente stipendiate, che ha un ruolo centrale nella
responsabilità del bar, aperto fino alle due del mattino dove si
possono consumare cibi biologici. Utilizzandone il ricavato
sostengono le spese, compreso il costo del locale che prima ospitava
una più redditizia gioielleria.
Se ogni libro è un circolo e
un atto di resistenza in sé, scriverlo, editarlo, diffonderlo
dinanzi alla usura di un presente che avrebbe bisogno di tutta la
forza necessaria, il tema della socialità è ormai parte integrante
di molti spazi indipendenti che nel tempo sono diventati bazar, come
nell’accezione di Tuba, o caffè letterari. È però la relazione è
il vero nutrimento simbolico, quella che hanno imparato dalle
pratiche politiche, molto diverse come lo sono le loro formazioni; è
relazione sperimentata nella fedeltà di chi entra da Tuba, di chi si
affida a una libraia invece che a un’altra. Anche quando, nei primi
passaggi della attività, alle presentazioni capitava di essere in
quattro compresa l’autrice e ora invece quasi non ci stanno,
precisa Barbara che ha una predilezione particolare per la
letteratura greca contemporanea.
C’è la possibilità di
acquistare o anche solo di fermarsi a leggere testi di scrittrici
affermate, edite da grandi case editrici insieme alle ultime novità
proposte da minuscole imprese editoriali con cui hanno rapporti
diretti, contatti che sono altrettante filiere ostinate in tutta
Italia. Questo luogo della quotidianità, costruito da un gruppo di
femministe e lesbiche «che credono in una socialità libera, allegra
e consapevole» in effetti si apre a una festa dello sguardo. A
posare gli occhi in ogni dettaglio ci sono infatti scaffali dove
scorrono le varie sezioni della libreria, dalla narrativa alla
poesia, all’arte e alla saggistica con i generi letterari e le
categorie che sono narrazioni viventi, vicinanze non solo estetiche.
Che Chloé Cruchaudet, con la sua graphic novel Poco
raccomandabile sia sotto In Italia sono tutti maschi,
di Sara Colaone e Luca de Santis non è un caso. Come non lo è la
presenza di Zami di Audre Lorde sopra La parola alle
amazzoni di Giorgia Succi e Ladra, di Sara Waters.
Come
tutte le storie d’amore, che sottendono lotte, affetti e
contrattempi del vivere, Tuba ha voluto allargarsi creando il primo
festival di scrittrici a Roma, arrivato alla terza edizione (dall’11
al 13 di ottobre), con decine di appuntamenti. Insieme a Viola Lo
Moro e Barbara (Piccolo e Leda Kenny), ci sono Francesca Mancini e
Maddalena Vianello a organizzare Inquiete e il Pigneto si moltiplica
di parole e migliaia di visitatori che arrivano spesso da lontano a
significare quanto i saperi e le scritture delle donne siano di
orientamento; quanto non ci sia nessun azzardo a volersi collocare in
una traiettoria politica esplicitamente femminista. La gioia di
scrivere, di leggere, di confrontarsi con altre donne, essere
indipendenti significa anche questo.
Alcune esperienze italiane
Nel 2016 le librerie mono negozio (cioè non catene o franchising quindi indipendenti) sono meno di un migliaio, 811 per la precisione. Sono i dati che ci fornisce l’Aie e che sono tratti dal Rapporto sullo stato dell’editoria 2017. Sono molte e diverse, dalle più suggestive come «Acqua Alta» a Venezia, a quelle più antifasciste come «La pecora elettrica» a Roma, di recente vittima di un attentato. Ma nella capitale ce ne sono altre: «Fahrenheit 451» in Campo de’ Fiori oppure «Todomodo» a Centocelle che talvolta organizza milonghe in mezzo ai libri. A Milano c’è «Antigone», libreria lgbt, specializzata in studi di genere, femminismi, arte e teoria queer; poi «Libreria del mondo offeso», «Gogol & Company» insiema a molte altre. A Torino la «Trebisonda» a San Salvario, o anche «Il ponte sulla Dora» ma ci sono anche «Teherese» e «Belgravia». A Napoli, insieme alla storica «Dante & Descartes», c’è «Tamu» aperta da poco più di due anni e specializzata in Medioriente, e «Io ci sto» riaperta al Vomero. Nel cuore del centro storico genovese ci sono «L’amico ritrovato» e «Bookowski», in via Mascarella a Bologna la «Modo Infoshop» mentre a Catanzaro c’è «L’isola del Tesoro». A Palermo dalla recente enoteca letteraria «Prospero» alla Modusvivendi. All’Aquila, la «Polarville» di Luna e Giuliano, accanto all’Auditorium di Renzo Piano. A Bari «Millelibri», specializzata in poesia e «Prinz Zaum», propone iniziative quotidiane. In Sardegna «Mieleamaro» a Cagliari o «Koiné» a Sassari, molte delle indipendenti sarde sono legate attorno alla rete Liberos.
(il manifesto, 7 giugno 2019)
Nota della redazione del sito: Ricordiamo che alle librerie delle donne di Roma, Padova e Milano è dedicato l’articolo di Serena Berardi Donne di carta. Da Milano a Roma, le librerie che riflettono sul mondo a partire dalle parole delle scrittrici. Fondendo cultura, impegno e femminismo, apparso sul mensile di Trenitalia “La freccia”, marzo 2019, un numero ricco di “A woman touch: cinema libri arte food” (peccato che avesse un uomo barbuto in copertina…).
Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, cerca nelle forme culturali possibili vie di accesso alla comprensione del mondo e della nostra umanità. Artribune presenta il suo progetto “L’arte è un delfino”, un ciclo di video-interviste per riflettere sull’arte e la cultura del nostro tempo. Questo appuntamento vede protagonista la storica dell’arte Lea Vergine.
Quando avevo sedici anni sognavo di parlare con Borges.
Leggevo L’Aleph, nel tragitto in autobus da casa a scuola, e
avevo un solo desiderio: parlare con Borges (quando penso alla
tenerezza, al fondamento della compassione, penso ancora oggi a La casa di Asterione:
l’innocenza e il disarmo nella solitudine dell’anomalia e l’equivoco
che ne consegue). Il mio desiderio incontrò un ormeggio. Nel
sorprendermi il libro tra le mani – la lettura proseguiva sul muretto di
fronte all’entrata – la mia professoressa di filosofia mi disse che era
andata in Argentina a trovarlo, Borges. E aggiunse: “leggilo pure, ma non lo capirai adesso. Più avanti.”
Non capire un libro è come leggere un libro vuoto, pensai, è un
esercizio di immaginazione. O forse no, è come scriverlo. Ma il dato, su
cui avrei esercitato il metodo induttivo, fu: è andata a trovare Borges.
Si poteva fare. Io, certo, non avrei più potuto farlo ma, in generale,
si poteva cercare e incontrare qualcuno per il solo desiderio di
parlargli.
Ripenso a questo fatto tutte le volte che mi risolvo nel prendere il
telefono e chiamare qualcuno per un’intervista. E mi è servito anche
stavolta, più di ogni altra volta.
La telefonata con Lea Vergine è durata circa venti minuti. Mi ha sottoposta a una specie di esame e, solo alla fine, ha detto “va bene, venga a casa mia il tale giorno”. L’entusiasmo mi ha spinto a sbilanciarmi: –… perché sa, anch’io sono un po’ di Napoli.
– Lo so, lo sento. E quanti anni ha?
– Quaranta
– E che cosa ha fatto fino a ora?
– Tutto quanto era necessario a sostenere questa conversazione
L’ALTRA METÀ DELL’AVANGUARDIA
“Quando arriva, dopo molti mesi di rinvii, il momento in cui non si può più differire la stesura di un’introduzione che è cimento e certame, si fumano quaranta ‘serraglio’ al giorno, ci si chiude in casa sperando di ammalarsi, si pasteggia ad ansiolitici, si legge Gian Battista Vico, si raccolgono gli sparsi appunti, le larve, le scalette, messe giù con la speranza che – tanto – poi – al momento – basterà – cucirli – insieme – perché – ormai – tutto – è – nella – testa, si mendica l’attenzione di qualche figura amica e le si legge il risultato di tutto questo.”
È l’incipit de L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940, Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, Mazzotta editore, 1980. La metà suicidata, dirà Lea.
Un libro fondamentale per la storia dell’arte contemporanea, come tutti i
libri di Lea Vergine, spesso nati dalla ricerca sul campo che si
risolveva in mostre memorabili.
Sono più o meno nello stesso stato adesso, mentre scrivo. A parte le
‘serraglio’ (non fumo più da quando cominciai a cantare) e gli
ansiolitici (che sostituisco con meditazioni trascendentali e
giardinaggio), per il resto, uguale (e la figura amica è quasi sempre
Milù, la mia gatta siamese).
Procedo per azzardi e frammenti. Cerco segni e suggerimenti ovunque. Cerco giustificazioni:
La prima frase è sempre la più difficile (Wisława Szymborska).
M’inabisso. Più vorrei dire l’importanza di qualcosa, più mi inabisso.
Potrei scrivere qui le domande che non ho fatto. Per esempio:
“Nel testo L’altra metà dell’avanguardia (quella delle artiste donne) c’è una frase definitiva: C’era una volta una principessa che stava leggendo un libro quando il boia la toccò sulla spalla per farle capire che era arrivata l’ora e lei, alzandosi, mise un tagliacarte tra le pagine per non perdere il segno e chiuse il libro. (Anonima). L’ha scritta lei?”
Ma non c’è mai tempo di chiedere tutto. E non si deve mai chiedere
tutto. E poi c’è differenza tra chiedere e domandare. Si chiede per
avere, si domanda per sapere. L’ho sentito dire proprio a lei, a Lea
Vergine, in un’altra intervista, mentre preparavo la mia. E ho dunque
avuto cura, poi, di non chiedere ma domandare.
Un piccolissimo insetto verde, una specie di minuscolo grillo, cammina
sulla pagine del libro aperto accanto alla tastiera e percorre la frase:
L’arte è una questione di forma. Se ascoltiamo un canto gregoriano o
ambrosiano o un notturno di Chopin, siamo coscienti del fatto che siano
tutte musiche splendide, diverse tra loro, ma ugualmente intense.
Perché la loro forma è perfetta, al di là del tempo e dello spazio. Lo
stesso vale per l’arte.
L’insetto verde è di gran lunga più abile di me nel trovare spunti da dove cominciare.
L’ARTE NON È FACCENDA DI PERSONE PERBENE
È il titolo del bel libro, aperto accanto, edito da Rizzoli nel 2016, in cui Lea Vergine, in conversazione con Chiara Gatti,
racconta la sua storia personale, dall’infanzia napoletana, divisa tra
due famiglie, alla vita adulta e alla scelta del mestiere di critico (un
mestiere anticonformista pure oggi, figurarsi allora, negli anni ’70, e
per una donna), fino all’incontro con Enzo Mari e al suo approdo a Milano.
Su Enzo Mari pronuncerà una sola frase. E anche quando vorrei parlarne
io, durante la conversazione, con un’abilissima mossa mi gira la domanda
e mi ritrovo ancora sotto esame, del tutto impreparata, a dover cercare
le parole per dire quanto fondamentale sia stato per me suo marito. Ma
torniamo subito a Lea.
Chi sono le persone perbene? Sono coloro che hanno il senso comune, soprattutto il buonsenso. Che si chiedono poche cose e sempre quelle, dice Lea. Mentre, invece, l’arte
dilania. Mette allo scoperto tutti i traumi, consci e inconsci,
ravviverà tutto il dolore di sé. Ma il dolore non è sempre una cosa
nefasta, è anche una cosa che apre il cervello e fa capire, aggiunge.
Si torna sempre lì, alla questione centrale che è la dignità unita alla
tenerezza del non accontentarsi di una comprensione sommaria.
Perché, da qualunque punto lo si guardi, l’umano domanda solo tenerezza.
Proprio oggi che tutto, attorno, dice: non siamo stati degni, non ce lo
siamo meritato tutto questo. E proprio quando sembra stia tornando il
demone dell’odio a possederci.
L’umano domanda solo tenerezza, perché tutto è nel paradosso d’essere
allo stesso tempo tenace e fragile. E lo sguardo che odia è il più
fragile di tutti.
Questa lezione me la impartì Napoli a suo tempo, dalla sua ferocia
declinata nel canto, dal suo dolore senza mai un lamento, nel suo pianto
nascosto.
Non si può avere un rapporto semplice con Napoli. Ci si deve contraddire
di frequente, per esempio, per essere coerenti ed è necessario portare a
spasso uno sguardo molteplice, non singolare, una pluralità che
annienta le spinte contrarie. È per questo che ci si sente in una
sospensione magica, camminando, in una danza inspiegabile che, vista da
fuori, fa tremare i polsi per audacia sconsiderata.
Lea è nata a Napoli e di Napoli pure parleremo a lungo.
Il tentativo di speronare certezze, quelle della gente perbene, percorrerà la trama sottile delle sue parole, sebbene “L’arte non insegna niente sulla vita, esattamente come la vita non ci insegna niente sull’arte” come recita la frase di Morton Feldman, tratta da Pensieri Verticali, in esergo al libro.
DELL’INUTILITÀ DELL’ARTE
Ma che cos’è e a cosa serve l’arte, che uso possiamo farne, infine?
I termini devono essere sempre riscritti. Ed è un privilegio, tra gli
umani, riscriverli tutte le volte e spalancare l’orizzonte e la volta
celeste e le profondità d’abisso. Finché possiamo trattare
l’intrattabile, il mistero è salvo. E finché il mistero è salvo, è salva
la speranza, che qualcuno dirà illusione, qualcun altro sogno.
Metterci di nuovo, con furia sistematica, di fronte a questo essere qui,
dubitando di tutto il senso – ma elegantemente stretti in uno scialle
accanto al fuoco della coscienza, bevendo a piccoli sorsi un vino antico
di millenni, attardandosi ogni tanto a meditare sulle pagine di un
libro vuoto (ecco, di nuovo).
L’esercizio totale dell’arte è forse questo. Ti offre il privilegio di
non capire un libro che pure non puoi smettere di leggere. Un libro
indecifrabile o un libro vuoto, e tu continui a leggere.
Essere assolutamente centrati nel continuo differimento.
Andare all’appuntamento con il solo grande amore e fingere che non sia
questione di vita o di morte. Prendersi il lusso di non dire la sola
cosa che conta, distogliere lo sguardo dai soli occhi amati che si
dovrebbero, invece, guardare fissamente. Centrare il bersaglio mirando
altrove, sapendo bene che se vi fosse, solo per un attimo, l’intenzione
di far centro, il tiro non andrebbe a segno. È questo, forse, l’arte?
Lea Vergine ci dice che è il superfluo. Perché quello che ci serve per essere un po’ felici, o meno infelici, è il superfluo. Quanto questo superfluo possa essere vitale lo lascia intendere attraverso tutto il resto e il resto non sono parole.
È disperatamente inutile, dunque?
L’arte è sempre organizzata attorno al vuoto della cosa impossibile e reale, cito Žižek che cita Lacan.
Quello che per Rilke è l’ultimo velo che copre l’orrore: “la maggior
parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che
mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte,
misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce,
perdura”.
Ma noi vogliamo, se possiamo, violare lo spazio di indicibilità, tutte le volte che parliamo o scriviamo d’arte.
Con quanta disperazione si affina un canto? Quanta energia vitale c’è
nel colpo di scalpello, nella linea plurale di una frase poetica. E, a
pensarci, a cosa serve il canto, l’artificio di forma, il ricamo, il
passaggio virtuoso sulle corde del violino? E a cosa serve dipingere un
volto (penso al volto dell’Annunciata di Antonello, o agli occhi
socchiusi della Madonna del Parto di Piero della Francesca). A cosa
serve tutto questo? È un messaggio per gli umani o per gli alieni? È un
messaggio per un demone o per dio? È un messaggio per le mosche, per i
lombrichi, per i pesci? Non è un messaggio? È un segnale di fumo senza
fumo. È attardarsi in quello spazio sospeso delle cose senza significato
(ma che possono sperare in un senso), nel quale dobbiamo restare più a
lungo possibile – per sopravvivere – e da questo spazio dare adito a
ipotesi.
E Lea è così. Potresti stare lì per ore a guardarla fare l’orlo, di
pregiata fattura, al vuoto che la vita spalanca. E l’arte non è che
un’ombra. C’è sempre anche l’ombra da qualche parte, muta.
Che l’arte, poi, come sistema gravitazionale, possa essere anche un
regolatore sotterraneo dell’incedere politico (ed etico) è solo
un’ipotesi, ma non è cosa che possa dirsi senza rischio. Parlare di
etica politica del fare artistico, del rapporto dell’azione con il
desiderio che la abita e del giudizio che ne consegue, aprirebbe spazi
troppo vasti.
Ma si potrebbe, per cominciare, ripartire dalla rilettura di un testo fondante di Lea Vergine: Attraverso l’Arte. Pratica politica. Pagare il ’68, Arcana, 1976, per ribadire che nulla può essere trattato fuori dall’ecosistema sociale e politico.
E poi, ancora fondamentale rilettura (per tutti, non solo per chi si occupa di arte), Body art e storie simili. Il corpo come linguaggio, Skira, 2000. C’è dentro un mondo incastonato nell’infinito-breve-spazio tra anima e corpo.
Ecco, non lo so. Forse finora ho scritto al vento, senza fare centro. Ma
non si elabora facilmente tutto questo. Volevo farvi incontrare questa
splendida donna ed eccola qui: tenera, implacabile, sublime. Dopotutto,
sono quelle che si manifestano le cose più importanti. Ed eccone
un’ultima, dal nostro incontro, per dirvi la grazia:
– “Lea, possiamo cominciare, dovrei solo attaccare questa spina a una presa.”
– “Ah, non lo chieda a me, non ne capisco niente. Quando mi parlano di spine, io penso alle rose
di Giannina Mura da Il Manifesto del 6 giugno 2019
MOSTRE. L’esposizione delle sue opere nei due luoghi simbolo della sua vita parigina: la Villa a lei titolata e la Maba. Osannata durante la sua esistenza, tanto in Francia che in Russia, sin dai suoi quadri cubisti del 1909. Non solo pittrice, fu anche scultrice, scenografa, costumista, creatrice di marionette e di mobili.
Riconosciuta dai critici del suo tempo come una delle figure più
originali del cubismo, l’artista russa Maria Vassilieff (1884-1957) si
stabilisce definitivamente a Parigi dal 1908, nel cuore della babele
artistica di Montparnasse. Nel suo studio al 21 avenue du Maine crea
anche un’accademia e una mensa autogestita, che diventeranno presto il
quartier generale dell’avanguardia.
Qui, dal 2016, si trova il centro d’arte Villa Vassilieff che le rende
oggi omaggio con Une journée avec Marie Vassilieff: una mostra nei due
luoghi d’inizio e fine della sua vita francese: la Villa Vassilieff e la
Maba della Fondation des Artistes, gerente della casa di riposo degli
artisti di Nogent-sur-Marne, dove l’autrice trascorrerà i suoi ultimi
anni.
RIVENDICANDO un punto di vista femminista, la
rassegna mette in dialogo la sua opera con quella di undici artisti
contemporanei, per dimostrare che la sua poetica «è sempre viva e che
non c’è separazione tra artisti di oggi e quelli di ieri, come lei»,
spiega Mélanie Bouteloup, direttrice di Villa Vassilieff.
Tutte le opere allestite nel percorso appartengono al collezionista
Claude Bernès che ha riunito in quarant’anni una collezione di
riferimento mondiale, essenziale per rivalutare la produzione di questa
protagonista carismatica degli anni d’oro di Montparnasse (1910-1930),
citata dagli storici più per l’amicizia con gli artisti e intellettuali
della sua epoca che per la sua opera. Un’opera osannata durante la sua
vita, tanto in Francia che in Russia, sin dai suoi singolari quadri
cubisti del 1909.
NON SOLO PITTRICE, Marie Vassilieff è anche autrice,
scultrice, scenografa, costumista, creatrice di pupazzi, marionette,
mobili, e altri lavori «stravaganti». Come molte sue connazionali, da
Natalia Gontcharova a Sonia Delaunay, Alexandra Exter, Liubov Popova, o
Varvara Stepanova, già negli anni dieci, fa saltare le frontiere tra
belle arti e arti applicate, rivoluzionando discipline e materie per
un’inedita fusione tra arte e vita. «Contro la severa banalità della
scultura moderna e classica», Vassilieff usa, ad esempio, materiali
poveri (cartapesta, tessuti, fili di lana, fili di ferro, scarpe…)
inventando un nuovo genere di oggetto d’arte moderna: i pupazzi-ritratto
che, ricchi di forza espressiva, fanno furore anche a Berlino, New York
e Londra. Dalle fotografie, oggetti e disegni esposti alla Maba, salta
agli occhi una creatività ferace, pervasa d’ironia e piena di grazia.
Alla Villa Vassilieff, sorprende l’enigmatico dipinto intitolato
Auto-portrait avec sa poupée-portrait, in cui la pittrice rappresenta se
stessa e il suo pupazzo-ritratto con le mani alzate dell’Orante. Soave
trasposizione dell’artista in Madonna del Segno che genera, con il
frutto della sua arte la propria benedizione. O la propria preghiera?
Certo è che, con la sua adesione al movimento dei riformatori cristiani,
negli anni ’20, Vassilieff mixa arte moderna, dell’icona e quella
primitiva in una sintesi risolutamente personale: «la mia pittura
religiosa dà l’immagine dell’arte cristiana della nostra epoca. Ho
creato la mia religione per esprimere lo stato della mia anima, sgozzata
nelle catacombe dei cafés di Montparnasse, dove ci perseguitano i veri
Satana (i mercanti delle nature morte)» indica Vassilieff nelle sue
memorie. Tra le opere create in questa fase, in mostra alla Maba i
disegni per le scenografie e i costumi dello spettacolo Le Bal de la
misère noire, bollato e vietato come scandaloso nel 1927 e mai
rappresentato in un teatro pubblico.
DIECI ANNI PRIMA, Vassilieff sfiora già lo scandalo col «Banchetto Braque» che organizza nella sua mensa il 14 gennaio 1917 in onore del pittore reduce dal fronte. Nel disegno visibile alla Villa Vassilieff, l’artista ritrae Picasso, Braque, Léger, Max Jacob, Beatrice Hastings, Alfredo Pina, tra gli altri, seduti a tavola, lei in piedi col coltello sospeso sull’arrosto in mano a Matisse, mentre fa irruzione Modigliani, da lei non invitato per scongiurare la lite col suo rivale in amore, lo scultore Pina, che alla sua vista gli punta subito contro la pistola. L’energico intervento di Vassilieff con l’aiuto di altri commensali evita il dramma. Questo banchetto leggendario è il canto del cigno della sua mensa divenuta, durante la Grande Guerra, il principale rifugio della Montparnasse artistica e intellettuale. L’aveva aperta nel suo studio a fine 1914 per alleviare la disperazione degli artisti («niente lavoro, niente soldi, teatri chiusi: una vita miserabile», sottolinea nelle sue memorie) e la chiude alla nascita dell’unico figlio, Pierre, nel 1917.
MA NON CESSA la sua attività artistica, anzi ne
espande ancor più il dominio avanguardistico: dalla direzione
dell’atelier dei costumi dei Balletti Svedesi di Rolf De Maré alla
collaborazione con diverse compagnie come autrice, scenografa,
costumista e marionettista (tra cui il Teatro della Pantomima Futurista
di Maria Ricotti e Enrico Prampolini) passando per la realizzazione dei
«mobili marionette» per la grande mostra sulle arti decorative del 1925.
Con audace fedeltà a se stessa, Vassilieff mette al mondo un’arte
«piena di gioia e di creazione» che rifiuta di «imitare gli altri tanto
in spirito che in materiali», come lei stessa afferma. E sino alla fine
della sua vita, continua a sperimentare nuove forme e materie.
Emblematici i modelli e le maschere della Boutique fantasque, i costumi
in rhodoïd dello spettacolo Voyelles, per il Teatro Art e Action di
Louise e Édouard Autant-Lara, mostrati all’Exposition Internationale des
Arts et Techniques dans la Vie moderne del 1937. O ancora, alla fine
degli anni ’40, i suoi esperimenti con la ceramica, dai servizi da
tavola alle sculture tra misticismo ed erotismo.
PERCHÉ L’ARTE di questa grande creatrice multidisciplinare è scomparsa dalla storia? Per Mélanie Bouteloup parte della spiegazione è nella metodologia adottata dagli storici: «In una storia dell’arte focalizzata sugli uomini, che include le donne solo se classificabili in categorie definite, lei non rientrava in nessuna di esse». Il collezionista Claude Bernès indica un’altra ipotesi: «Marie Vassilieff considerava i mercanti d’arte come degli avvoltoi che vivevano alle spalle degli artisti. Malgrado tutti i più grandi artisti del suo tempo avessero a disposizione i migliori mercanti, per lei erano dei Satana. Non ne voleva nessuno. Ha dovuto combattere da sola per difendere la sua arte. E senza una clientela che le assicurasse una notorietà postuma, ha finito per essere occultata dalla storia».
Ma forse non per molto ancora. Come per altre artiste del suo tempo, via via riportate alla luce dalle nuove generazioni di autrici, studiose, e direttrici di istituzioni artistiche, la riscoperta di Marie Vassilieff, promossa da questa mostra, sembra sulla buona strada. Mélanie Bouteloup conferma l’interesse crescente: «Tre anni fa abbiamo dato il suo nome al nostro centro d’arte per renderle omaggio. E tra gli artisti in residenza abbiamo riscontrato da subito un grande interesse per lei, riaffermato dall’entusiasmo di quelli invitati a dialogare con lei per questa rassegna». https://ilmanifesto.it/marie-vassilieff-negli-anni-doro-di-montparnasse
/?fbclid=IwAR3gqVnUJsY0cH3TGodAdyoDYXAb672ax3vB4SpzTGkmw8nj7I-QEAVghHA
di Luigi Ferrarella
C’è chi lo leggerà come un assist togato a Matteo Salvini: un magistrato (peraltro di una corrente di sinistra) che sollecita più espulsioni di stranieri arrestati per violenza sulle donne. E chi invece, al contrario, vi ravviserà una critica messa in mora del ministro: un magistrato che fa rilevare il mancato ricorso alle espulsioni. Certo non capita tutti i giorni che un giudice delle indagini preliminari, mettendo insieme i precedenti di quattro stranieri da lei arrestati di recente con accuse di violenza sessuale o maltrattamenti di donne, scriva «per conoscenza al capo di gabinetto del ministero dell’Interno», oltre che a Questore e Prefetto, affinché sia «valutata la possibilità di espellere gli indagati, per motivi di pericolosità sociale, al momento della scadenza» dell’arresto e prima ancora del processo. L’espulsione, per la gip, sarebbe lo «strumento per evitare, da parte delle istituzioni italiane, la vittimizzazione secondaria delle persone offese» (cioè delle donne vittime di violenza) «attraverso il rischio di reiterazione dei reati subiti»: e ciò alla luce della «Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne», che «impone agli Stati di garantire alle donne il diritto a un’esistenza libera dalla violenza».
La gip è Paola Di Nicola, in magistratura dal 1994, in servizio al Tribunale di Romadove fu una dei giudici dei clienti delle prostitute minorenni dei Parioli, toga di area progressista e già candidata nel 2014 alle primarie per il Csm nella corrente di sinistra. Nella sua inconsueta lettera spedita prima delle elezioni, il 20 maggio, la gip fa riferimento agli arresti capitatile di un egiziano accusato di frustare da anni la moglie che non voleva lavorasse; di un giovane del Bangladesh accusato di tentata violenza sessuale dopo già due condanne per analogo reato; di un polacco indiziato di stalking dopo una condanna in primo grado per maltrattamenti; e di un romeno accusato di violenza sulla compagna e già gravato da diverse condanne. E riassume che «si tratta di soggetti pericolosi, che hanno già commesso reati nel nostro Paese e per i quali – si spinge – è certa la reiterazione di delitti di violenza di genere alla luce della motivazione delle misure cautelari». Perché certa? Perché «la modalità con la quale hanno esercitato violenza esprime un atteggiamento proprietario e predatorio rispetto al genere femminile che disprezzano, dileggiano, limitano nelle sue minimali forme di libertà, assoggettano, maltrattano, violano perché non ne riconoscono la dignità». Autocertificata dalla gip è poi la certezza che «l’espulsione amministrativa non contrasti con i principi di non respingimento del rifugiato nella Convenzione di Ginevra», verifica che spetta però non a un giudice penale ma a una diversa e apposita giurisdizione; «né con il divieto di sottoposizione a tortura e a pene o trattamenti inumani e degradanti nei loro Paesi», che il gip ritiene di escludere in automatico per Egitto e Bangladesh, anche perché gli indagati vi facevano spesso rientro. Infine la lettera della gip al capo di gabinetto di Salvini caldeggia anche due asseriti «indubbi ulteriori vantaggi per l’intera collettività», e cioè «la sensibile riduzione della sovrappopolazione carceraria, e la non celebrazione del processo penale».
(Corriere della sera, 5 giugno 2019)
di Maurizio Baruffaldi
L’occhio di una telecamera entrerà a breve negli asili e nelle case di cura per anziani e disabili. Ci sarebbe da esultare, per la prima legge votata bipartisan, quelle per il bene del paese, invece è una sconfitta. L’ennesima di questo modo di pensare che dilaga: ti controllo, e se ti becco la paghi cara.
Certo, abbiamo scoperto crimini infami, odiosi, verso minori e anziani non autosufficienti; ma sarà un soggetto su migliaia, tra quelli che fanno quel mestiere difficile, sfinente, che richiede grande empatia ed equilibrio. E quell’unica volta risuona come un terremoto. Stimola la bava della vendetta. Ormai non c’è più la realtà, ma piccole esplosioni che la sommergono di false emergenze. Ci si batte il petto per una leggina da puarètt. Ma si sa: chi non ha niente da dare, toglie. Soffoca. La spada di Damocle della videosorveglianza insegna soltanto una cosa: ad avere paura dell’intimità. Non mi sfregherò le uova con la parola privacy, svuotata dall’abuso, troppo inglese e snob per raccontare quello che è invece una sfera personalissima e fragile. Tu non puoi osservarmi h24 e basta. Perché così smetto di esistere per quello che sono, ma recito, anche involontariamente, come dentro quel baraccone del Grande Fratello.
Ma che caspita di vita è, quella di chi si muove sotto un occhio che ne spia ogni movimento, ogni minimo gesto? Lo scrivo, ma so benissimo che ormai la strada è quella. Tutto è sorvegliato. Oltre al visibile delle telecamere c’è l’invisibile dei nostri dati in pasto libero ai cannibali della rete. E non tiriamo fuori la stronzata che se non hai niente da nascondere non devi preoccuparti. Ogni cosa che ti racconta è tua. E solo tu puoi scegliere di raccontarla.
(Metro, 5 giugno 2019)
di Cristiana Fischer
Care tutte,
ho ascoltato su youtube la vostra riunione del 2 giugno “Com’è andata con le elezioni europee?” e vi invio le riflessioni conseguenti.
Il 26 maggio non ho votato Lega, ho esitato, ma un anno fa avevo votato un economista che la Lega candidava. Avevo letto nel suo blog l’opzione sovranista per favorire l’economia dei territori appenninici, dove vivo ormai da vent’anni.
Non ero però sicura che un equilibrio tra le grandi città e aree collegate, con un’economia agricola turistica e mercantile delle zone interne, fosse effettivamente la linea economico-politica della Lega.
Mi attrae comunque un programma generale della Lega di ripresa economica, nel senso del lavoro produttivo e non guidato da finanza e rendita. Il voto alla Lega si presentava comunque orientato a lavoro e stipendio, e questo grazie anche ai 5S; quanto alla politica dei diritti si può credere che siano estesi e che si tratti piuttosto di applicarli.
È un programma, questo, che si oppone alla politica economica europea che ha governato da vent’anni, e che da tempo rifiuto.
Le
elezioni europee hanno però fatto vedere due fatti: che alcune
grandi città hanno votato in modo diverso dal resto del paese; che
esperienze politiche radicali e democratiche sono state sconfitte. Il
voto in controtendenza delle città mi ha fatto pensare ai Gilets
jaunes, si può credere che le idee
politiche più radicali sorgano solo in città? O invece il voto
diverso delle città era inteso a conservare privilegi? Certo la vita
in città è aspra, ha interessi propri e diversi da quelli del più
ampio territorio, quasi una diversa antropologia: come si è
trasferito questo nel voto?
La Lega
è un partito di maschi, gerarchico e retto da un piccolo gruppo
affiatato. Pensando alle donne politiche, che “perdono il corpo”
e spariscono, frammentate e scisse, trovo che è quasi un conforto
che la politica gli uomini la facciano tra loro (la ministra Trenta
ha fatto una caricatura del suo essere ministra della difesa. Tre
generali della riserva – dato che potevano esporsi – la hanno
fortemente criticata per il suo aver esaltato la partecipazione di
crocerossine e servizio civile alla sfilata. Intanto tagliava i
finanziamenti, ed è ciò che cercava di abbellire, ma è quello che
ha fatto imbestialire i militari in servizio).
Trovo miope dire che le donne hanno votato di meno la Lega perché sono più scolarizzate, e che le città non hanno votato Lega perché le donne, più colte, “hanno votato meglio degli uomini”. È proprio così? Non ho dati in proposito, ma il circa 50% di voti alla Lega nel nord, voti di donne dovrebbe comprenderne. Allora davvero quelle che hanno votato Lega diventano le nuove Simplicie di Voghera.
Il voto a destra che ha prevalso a Lampedusa, a Riace, in val di Susa, me lo spiego anche con un sentimento di delusione, di realismo – ribaltato in accuse di cinismo! – e rinuncia a idealizzare, se l’ideale contrasta la vita che si fa e quindi perde lo smalto. Sia la politica in quanto amministrazione a gestire i problemi: nell’amministrazione infatti ci sono tante e tanti che vogliono lavorare al meglio.
L’impoverimento generale, le scarse prospettive e le poche energie circolanti, i piatti dibattiti politici ufficiali sui media, pompati senza risparmio, fanno anche di me una spaventata?
Sul territorio dove vivo, ho incontrato donne e uomini attivi nell’agire e nel pensare. Molte donne sanno di avere una sapienza antica che amministra i rapporti. Alcune votano a destra, anche ultimamente.
Ciao.
(www.libreriadelledonne.it, 5 giugno 2019)
«Ogni
volta che ricordo quei giorni rivedo gli sguardi pieni di ottimismo e
speranza di chi marciava nei cortei, di chi pedalava per raggiungere
gli altri, convinto di partecipare alla lotta per un futuro diverso,
più aperto, per la Cina tutta.
Sguardi che non ho mai più
rivisto a Pechino».
(Ilaria Maria Sala)
A trent’anni da Tienanmen, è
uscito Pechino 1989, un piccolo volume edito da Una Città, in
collaborazione con la Fondazione Alexander Langer. Lo si può
acquistare qui http://www.unacitta.it/newsite/libri.asp?id=73
Ilaria Maria Sala, scrittrice e giornalista, ha vissuto per anni a Pechino e a Tokyo, e attualmente risiede a Hong Kong. Collabora ad alcuni dei maggiori giornali internazionali. Era studente a Pechino nei giorni della Primavera e della successiva violenta repressione degli studenti. In questo libro racconta per la prima volta ciò che vide con i suoi occhi, sulla scorta anche del suo diario di allora. Inediti fino ad oggi, memorie e diario, come inedite sono rimaste le numerose e spesso drammatiche fotografie, di grande interesse umano e documentario, che lei stessa scattò a Pechino fra aprile e giugno del 1989.
Desideriamo ricordare che Ilaria Maria Sala è fra le collaboratrici di Via Dogana cartacea (n.5/1992, Le storie sul broccato. La poesia del Nu Shu, e n.6/1992, Zanzare di seta. Testi e teorie del Nu Shu, la scrittura segreta delle donne cinesi di Jiang Yong) e che di lei e di questo libro ha dato notizia Internazionale 1309 (31 maggio 2019) con un articolo firmato da lei e dalla collega Louisa Lim, La responsabilità di ricordare Tiananmen. (Nota della redazione del sito della Libreria delle donne)
(Una Città, 4 giugno 2019)
di Giovanna Borrelli
“Ciò
che è importante è il rapporto dell’essere umano con l’insieme
della vita, un rapporto che non è stato mai così tragicamente
trascurato come nella nostra epoca, in cui con la nostra tecnologia
stiamo muovendo guerra al mondo naturale. È legittimo chiedersi se
una civiltà può farlo senza perdere il diritto di dirsi civile”.
Le parole di Rachel Carson, biologa marina e scrittrice statunitense,
suonano dopo più di mezzo secolo ancora attualissime. Le pronunciò
nel gennaio del 1963 durante la cerimonia di conferimento della
medaglia Schweitzer da parte dell’Animal Welfare Institute, a
Washington, un anno prima di morire a causa di un cancro al seno e
nel momento di maggiore popolarità della sua vita.
Il
suo libro più famoso, Silent
Spring, era stato pubblicato nel
1962 dopo una lunga e tormentata fase di scrittura accompagnata dalla
malattia. Prima pubblicato a puntate sul New
Yorker e poi raccolto in un
volume unico, è il risultato di anni di documentazione e ricerca sui
pericoli che gli Stati Uniti correvano a inizio anni Sessanta con
l’impiego massiccio di insetticidi. Sostanze in grado di fermare la
diffusione di malattie trasmesse dagli insetti, come la malaria, e di
aumentare la resa delle coltivazioni nei campi agricoli, ma di cui
non si conoscevano gli effetti sugli altri esseri viventi, umani
compresi. Carson raccolse, organizzò e mise insieme dati e casi di
studio sulle conseguenze dei pesticidi, in particolare del DDT, e
decise di comunicare le sue scoperte scientifiche non solo ai suoi
pari, ma anche al grande pubblico. Nel libro affermava la necessità
di ripensare il paradigma scientifico e tecnologico, angosciata dal
timore che gli esseri umani stessero mettendo in pericolo la vita sul
pianeta. La guerra e la tragedia di Hiroshima avevano segnato la sua
immaginazione con l’incubo che le alterazioni causate
dall’intervento umano stavano trasformando il mondo. Il cuore della
sua critica era rivolto all’idea di una natura statica, che non
tiene conto della dinamicità dell’ambiente, della relazione tra
forze fisiche, chimiche e biologiche, che fa sì che le sostanze
chimiche disperse nell’ambiente viaggino e si ritrovino ovunque,
arrivando fino agli esseri umani.
Proprio sulle conseguenze sul corpo umano
Carson si sofferma molto per spiegare il legame che esiste tra i
corpi dei viventi con l’ambiente fisico. L’idea che gli esseri
umani siano parte di un delicato e complesso ecosistema rovesciava
completamente il pensiero tradizionale che poneva gli umani al di
fuori e al di sopra della natura. Aveva sviluppato la visione
ecologica dell’unità della natura già nei suoi precedenti libri
sul mare, The Sea Around
Us e The
Edge of the Sea, grazie ai quali
aveva raggiunto grande fama e indipendenza economica. I lettori e le
lettrici erano invitati a pensare il mondo dalla prospettiva delle
creature che vivono nel mare e nel cielo. Le piante e gli animali del
mare sono descritti come individui attivi, sperimentano, imparano e
creano.
Definendo la natura come
una casa, Carson rafforzava l’idea di interrelazione tra gli
elementi che la compongono e la responsabilità di ognuno nell’averne
cura. Metteva in discussione il confine tra esseri umani e natura
sottolineando l’idea di continuità tra cielo, mare e terra. Un
mutamento culturale che poneva anche la necessità di riformulare i
diritti di cittadinanza in termini ambientali, di diritto a vivere in
un ambiente sano. E per Carson questo poteva essere garantito solo se
gli scienziati avessero rispettato il dovere di condividere la
conoscenza con l’opinione pubblica.
Il
6 giugno 1963, di fronte a una commissione nominata dal Senato per
indagare sui pericoli denunciati in Silent
Spring, unica donna e unica
ambientalista ad essere ascoltata, propose di istituire una agenzia
indipendente per la difesa dell’ambiente, libera dal controllo
politico e dall’ingerenza dell’industria, composta da esperti di
varie discipline. L’Environment Protection Agency (EPA) fu
istituita nel 1970, a sei anni dalla morte di Rachel Carson. Due anni
più tardi il DDT venne messo fuori legge negli USA.
Molte
donne parteciparono agli incontri pubblici, alle presentazioni e alle
conferenze dopo la pubblicazione di Silent
Spring. Le donne americane, che
avevano avuto un ruolo attivo nella conservazione dell’ambiente fin
dall’Ottocento, alla metà del Novecento erano organizzate in una
rete di associazioni a livello nazionale, tra le prime a mobilitarsi
per la pace, contro il nucleare e a organizzare imponenti
manifestazioni. L’iniziativa e il pensiero critico di Rachel Carson
furono fonte di ispirazione per il pensiero ambientalista e
femminista ecologista negli anni successivi, soprattutto a partire
dagli anni Settanta. La sua è considerata la prima voce ad essersi
levata contro il potere dell’industria e dell’establishment
scientifico dominante, da cui si estenderà poi la critica al dominio
e alla retorica dell’oggettività del potere maschile.
(Erbacce, 3/6/2019)
di Franca Fortunato
Il libro La spirale del tempo – Storia vivente dentro di noi, a cura delle donne della Comunità di storia vivente di Milano, contiene dieci racconti e tre testi teorici, che mostrano e spiegano che cos’è la pratica della storia vivente. In ogni racconto c’è autobiografia ma non è un testo autobiografico, c’è autocoscienza ma non è un testo di autocoscienza, c’è letteratura, romanzo storico, narrazione, politica, memoria, contesto storico-patriarcale in cui avvengono i fatti narrati, insomma c’è una molteplicità. È questa la storia vivente, storia di vite di donne, raccontata e scritta in relazione, a partire da sé, dal profondo, portata fuori dalle “viscere”, seguendo un movimento a spirale, che richiede un tempo lungo. La storia vivente è un modo nuovo di fare storia, un modo femminile fuori dal patriarcato e dagli schemi della storiografia tradizionale, secondo cui senza documenti oggettivi non c’è storia. Nella storia vivente, invece, l’esperienza della storica, la sua soggettività, il suo sentire profondo, è il primo documento storico su cui si fonda la narrazione e la sua verità. Storia vivente e storia tradizionale non sono complementari, né in opposizione, ma sono semplicemente due storie diverse, sia nei contenuti che nei modi di fare storia. Ogni racconto del libro porta in sé un dolore inespresso – sono racconti dolorosi ma non cupi – un dolore rimosso, tacitato che nella storia vivente trova redenzione. Ecco perché non c’è odio, vendetta, risentimento, nei racconti, neanche in quelli più duri che parlano di violenza di padri sulle madri, di violenza di uomini estranei sulla bambina e adolescente, di tradimenti paterni, ma c’è, invece, amore femminile per la madre, genealogia femminile, redenzione dal dolore per sé e per l’altra/o. I fatti narrati vengono ricondotti al contesto storico in cui sono accaduti, per cui la storia personale di ognuna diventa testimonianza di un’epoca storica-patriarcale. A inventare la storia vivente è stata una donna, Marirì Martinengo, con il suo libro La voce del silenzio – Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta” (2005), dove tra rimembranze, narrazione e documentazione, narra della nonna, sottratta a lei, alla memoria familiare e alla storia del suo tempo, rinchiusa nel 1895 in una casa di cura, dopo la nascita dell’ultima figlia. Quel libro segna una svolta nel suo lungo percorso di ricerca storica, iniziato alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando, dopo aver inventato la Pedagogia della differenza, Martinengo ha fondato la Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storicacon le donne con cui condivideva un percorso politico all’interno della Libreria delle donne di Milano. Nel suo scritto Mi ha chiamata da sempre: la risposta alla chiamata, con cui si apre La spirale del tempo, chiama digressione la ricerca storica di quegli anni perché la sviava dall’attenzione al grumo oscuro, e riconosce però che quella ricerca, in un certo senso, l’aveva preparata a prendere in considerazione il suo malessere, abituandola a scendere e a fare riemergere dal buio vite di donne cancellate, dimenticate dalla storia (Le trovatore, le badesse medievali). Ho conosciuto Marirì Martinengo in quegli anni, quando da insegnante mi sono fidata e affidata alla sua ricerca storica. Quando lei scrisse il libro sulla nonna non aveva nessuna certezza che stesse scrivendo storia. Questa le venne dal riconoscimento della donna con cui era in relazione da anni, María Milagros Rivera Garretas – come racconta nel libro – storica medievalista all’università di Barcellona e studiosa di María Zambrano.Martinengo si è fidata e affidata al suo giudizio e così si è liberata da ogni insicurezza e ansia, si è sentita anche legittimata a proporre la storia vivente alle donne della sua Comunità che le hanno dato credito e l’hanno seguita. Dare credito alle parole di una donna è un atto politico. La Comunità ha cambiato nome, ad essa si sono unite altre donne, compreso un gruppo di Foggia, tutte autrici de La spirale del tempo. Il libro è coinvolgente, a volte commovente, è scritto in modo eccellente, da cui scaturisce una lettura scorrevole e piacevole. Leggerlo, però, richiede un atto di fiducia per poter fare spazio dentro di sé al riconoscimento del nuovo, perché in tutte/i è molto radicata la formazione scolastica sui paradigmi della storia tradizionale.
Il libro obbliga chi legge, donne e uomini, a mettersi in relazione di differenza o somiglianza con chi scrive, con se stessa/o, perché – come scrive Marirì Martinengo – c’è una storia vivente annidata in ciascuna e ciascuno di noi.
La spirale del tempo – Storia vivente dentro di noi, a cura della Comunità di storia vivente di Milano, Ed. Moretti &Vitali,pagg. 198, € 17,00
(Il Quotidiano del Sud, 3 giugno 2019)