di Jennifer Guerra
AntiCorpi è il podcast a tema femminista di The Vision, condotto da Jennifer Guerra in uscita ogni mercoledì. Rilegge la storia del femminismo e segnala la particolarità del femminismo italiano. Ospite della puntata del 3 luglio 2019 è Luciana Tavernini, socia della Libreria delle donne di Milano e della Comunità di storia vivente. È autrice con Marina Santini di “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (Il Poligrafo, 2015). Il suo ultimo libro, scritto con Daniela Danna, Silvia Niccolai e Grazia Villa è “Né sesso né lavoro. Politiche sulla prostituzione” (VandAepublishing, 2019). La Libreria delle donne di Milano si trova in via Pietro Calvi, 29 e il suo sito è http://www.libreriadelledonne.it/.
(AntiCorpi, 3 luglio 2019, 32 min,·21.3 MB)
di Doranna Lupi
Né sesso né lavoro è il titolo dell’incontro del 15 marzo scorso a Pinerolo, realizzato nell’ambito di IO L’OTTO SEMPRE, esito di un tavolo organizzato dall’Assessora alle Pari Opportunità Francesca Costarelli con le associazioni che sul territorio si occupano di contrastare la violenza degli uomini sulle donne: E.M.M.A. Centri Antiviolenza Svolta Donna, Anlib, il Gruppo uomini di Pinerolo, Liberi dalla Violenza – Centro di ascolto disagio maschile.
Sono state invitate per l’occasione l’avvocata Grazia Villa e la storica Luciana Tavernini che, con la sociologa Daniela Danna e la costituzionalista Silvia Niccolai, hanno scritto il libro Né sesso, né lavoro. Politiche sulla prostituzione (VandA.ePublishing, 2019). Questo libro è nato dall’incontro Sulla prostituzione al Circolo della rosa presso la Libreria delle donne di Milano del 10 marzo 2018 e dall’impegno femminista di Angela Di Luciano, una delle editrici di VandA.ePublishing.
Alcune femministe hanno ripreso a ragionare sulla prostituzione per il timore di cattive leggi, nate da idee improvvisate, anche perché in Italia ci troviamo di fronte a diversi tentativi di stravolgere o soppiantare la legge Merlin, che prende il nome della senatrice socialista che ascoltò e dialogò con oltre 2000 donne prostituite nelle case chiuse. Ne è testimonianza la selezione di lettere tra quelle a lei inviate dalle ragazze delle case chiuse e ora ripubblicate. Lina Merlin, coinvolta fin da giovane nella lotta antifascista, condannata al confino, militante della Resistenza, eletta all’Assemblea Costituente (sua la dicitura “senza distinzione di sesso” nell’art.3 della Costituzione sul principio di uguaglianza), impiegò dieci anni per far varare questa legge, che non è piaciuta sin dall’inizio persino a uomini del suo stesso partito. Lei sosteneva che fosse inopportuno chiedere agli uomini le loro impressioni sulle case di tolleranza, per ovvi motivi. Silvia Niccolai argomenta come a interpretare la legge siano stati gli uomini e non lo abbiano fatto con serenità. «La legge Merlin non ha incontrato sostegno interiore negli interpreti, ma scetticismo e malsopportazione e questo ha contato parecchio nel disfarne il senso e il valore» (p. 80). Esaminando la legge e la giurisprudenza, Niccolai ha constatato come molte interpretazioni non ne hanno rispettato il vero significato, quello cioè di configurare la prostituzione come un’attività in sé lecita, ma al tempo stesso di punire tutte le condotte di terzi che la agevolino o la sfruttino.
L’argomento trattato è di grande attualità. Il 6 di marzo 2019 una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato non fondati i dubbi sulla costituzionalità della legge Merlin. Otto associazioni femministe e la Presidenza del Consiglio dei Ministri si sono costituite nel procedimento dinanzi alla Consulta, opponendosi alla questione di legittimità costituzionale di alcuni articoli della legge sollevata nei mesi precedenti dagli avvocati di due imputati nel processo d’appello a Bari sulle escort portate, tra il 2008 e il 2009, dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini nelle residenze private dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Prostituirsi è lecito, ma non lo è aiutare le persone a vendere il proprio corpo o trarre guadagni o altre utilità dalla prostituzione altrui. Resta quindi in Italia il reato di sfruttamento della prostituzione messo in discussione da chi pensa che una donna può decidere liberamente di prostituirsi e che sia una forma di autodeterminazione.
Come ben illustrato dall’accurato lavoro di Grazia Villa, nelle ultime due legislature sono state depositate 22 proposte e disegni di legge riguardanti il tema della prostituzione che, messi a confronto, rivelano un’inaspettata convergenza di opinioni sulla definizione del fenomeno prostitutivo tra esponenti di gruppi di politici diversi, per storie e genealogie spesso contrapposte, convergenza che conduce a una uniformità di giudizi e spesso di scelte (p. 127).
Le principali tra queste opinioni, condivise anche tra posizioni politiche che sembrano proporre concezioni differenti dei rapporti tra i sessi, sono: l’ineluttabilità della prostituzione, la critica alla legge Merlin per la mancata risoluzione del fenomeno o addirittura per il suo aggravamento, la collocazione dell’industria prostitutiva nelle logiche del mercato e ancor meglio del mercato globale, la distinzione tra tratta e prostituzione liberamente scelta da chi la esercita.
La prostituzione è un lavoro come un altro?
Si tratta di visioni che rispecchiano una parte delle politiche sulla prostituzione a livello internazionale, analizzate con precisione da Daniela Danna nel primo capitolo. Ciò che le accomuna è che si parla di prostituzione come lavoro e questo è molto distante dalla legge Merlin. Come sottolineato in diversi punti del libro, ci si è arrivati nel corso del tempo, anche attraverso l’uso di un linguaggio fuorviante con conseguenti slittamenti di significato. Per esempio, definendo la prostituzione sex work come fosse una qualunque professione, i prostitutori diventano clienti che effettuano transazioni economiche, i tenutari di bordelli imprenditori, gli sfruttatori datori di lavoro e le donne che mettono i loro corpi a disposizione libere professioniste. Ma la prostituzione può essere considerata un mestiere come un altro? La vagina può essere un luogo di lavoro e di produttività economica? «Il sito South Melbourne Community Health consiglia alle escort di non utilizzare anestetico locale perché la mancanza di sensibilità impedisce che le lesioni siano notate immediatamente» (p. 30).
Non si degrada così il senso di tutto il lavoro? Luciana Tavernini rende bene l’idea di come in questo modo passi sul corpo delle donne un tentativo di «separare chi lavora da ciò che deve dare per il salario», rendendo accettabile la vendita totale di sé e nascondendo i rapporti sociali sottesi. Riprende Julia O’Connell Davidson che ricorda un episodio, citato da Marx nel Capitale, in cui si racconta come mister Peel avesse portato in Australia, oltre a mezzi di sussistenza e di produzione, anche trecento uomini, donne e bambini della classe operaia, che se ne andarono appena videro come fosse possibile trovare altrove mezzi per vivere meglio, lasciandolo senza neppure un servo. Marx conclude che per trasformare le sue cose in capitale mister Peel avrebbe avuto bisogno di esportare i rapporti sociali che costringevano gli uomini e le donne che aveva portato con sé a vendersi di loro spontanea volontà (p.196).
I rapporti sociali che mettono la donna nella condizione di vendersi “spontaneamente” sono segnati dall’asimmetria tra i sessi. L’uso dei corpi femminili attraverso il denaro è un’istituzione fondante del patriarcato.
Dunque si tratta di un tema importante per la libertà e la dignità delle donne e per le relazioni tra i sessi e, essendo il nostro un tempo in cui si comincia a credere alle parole delle donne, sono stati tradotti, come atto politico, dalle amiche di Resistenza Femminista, dei testi straordinari e dirompenti. Uno è Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione di Rachel Moran (Round Robin, 2017) dove l’autrice narra, partendo dalla propria esperienza, l’orrore vissuto nella prostituzione analizzandone il senso (una mia recensione è nel numero 1/2018 di Viottoli); l’altro è Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione di Julie Bindel (VandA.ePublishing, 2019) che raccoglie 250 interviste fatte a sopravvissute alla prostituzione, attivisti per i diritti delle sex worker, papponi, compratori di sesso e proprietari di bordelli in 40 paesi, città e stati del mondo. Fino a oggi mancava un punto di vista italiano che scaturisse dalla nostra storia, dall’approccio alla prostituzione segnato dalla legge Merlin, dal nostro femminismo e che «declinasse in italiano l’indignazione nei confronti degli uomini che si permettono di comprare il sesso delle donne» (p. 14). Abbiamo dunque una trilogia per comprendere meglio il fenomeno prostitutivo al di là di slogan e stereotipi e avere così un quadro più completo su un tema complesso, che riguarda tutte e tutti.
Sicuramente ciò verso cui ci spingono a riflettere queste autrici è cominciare a pensare alla possibilità di abolire la prostituzione. Gli uomini la devono finire di violare i corpi di donne e bambine a loro piacimento e con il benestare degli altri uomini, secondo una concezione maschile degradata del desiderio e della sessualità: l’uso – o meglio abuso – del corpo femminile reso disponibile per denaro è una manifestazione della protervia maschilista con cui gli uomini si considerano superiori alle donne (ancora poche sono le eccezioni), e un’istituzione fondante della struttura sociale denunciata dalle donne come patriarcato (p. 16).
La battaglia delle narrazioni
Siamo ben consapevoli che la posta in gioco è molto alta: sono in ballo due narrazioni della realtà che, in questo tempo di fine patriarcato, si mostrano confliggendo. Entrambe le narrazioni fanno parte di un senso comune che le ha generate: quello più antico che sostiene, a favore degli uomini, l’ineluttabilità della prostituzione vista come un fenomeno vecchio come il mondo che sempre è esistito e sempre esisterà, un fatto naturale che risponde a un bisogno irrefrenabile della sessualità maschile e che in tempi moderni va regolamentato; quello più recente delle donne che hanno messo in discussione l’ordine simbolico patriarcale e, partendo dalla loro esperienza condivisa, dai loro rapporti di sorellanza, valutano in prima persona ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per loro stesse e per le altre.
Grazie a un sentire femminile condiviso e a un bisogno contagioso di verità e giustizia per se stesse e per tutte le appartenenti al proprio sesso, sin dagli inizi del Novecento si è prodotto uno spostamento simbolico, attraverso la presa di parola delle donne. Luciana Tavernini riporta testimonianze di donne uscite dalla prostituzione grazie ad altre, narrazioni riprese e valorizzate dal femminismo degli anni Ottanta. Oggi possiamo sentire cosa dicono le sopravvissute, le giuriste, le femministe.
La prostituzione è uno scambio: lui ha i soldi, lei ha il corpo. La storia di sesso e potere del nostro ex premier Berlusconi ce lo ha mostrato. Ida Dominijanni lo ha spiegato bene nel suo libro Il Trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, (Ediesse, 2014). Quando le donne hanno parlato pubblicamente, come nel caso di Sofia Ventura, Veronica Lario e Patrizia D’Addario, sono caduti personaggi importanti della politica.
Quindi per quanto riguarda la prostituzione «la battaglia delle narrazioni» (Lia Cigarini in Sottosopra – Cambio di Civiltà, 2018) è in pieno svolgimento. Dove ha vinto la narrazione maschile neoliberista si regolamenta la prostituzione come ad esempio in Danimarca, Paesi Bassi e Germania. Un episodio significativo delle possibili conseguenze è stata la necessità del pronunciamento di un tribunale in Germania perché le donne disoccupate non fossero obbligate ad accettare di lavorare nei bordelli per non perdere l’assegno di disoccupazione.
Vedendo che questa modalità scricchiola e non funziona ad aprile 2019 sono state consegnate al parlamento olandese 42.000 firme per chiedere l’introduzione del modello nordico che rende illegale avere rapporti sessuali a pagamento.
Dove ha vinto la narrazione femminile (femminista) si sa, perché lo dicono le sopravvissute alla prostituzione e perché ogni donna lo sa nel profondo di se stessa, che la prostituzione per le donne è un inferno, è violenza, umiliazione, è stupro a pagamento. Allora il modello di riferimento è quello cosiddetto nordico in vigore in Svezia dal 1999 e successivamente in Norvegia, Islanda, in Irlanda e Irlanda del Nord e, dall’aprile 2016, anche in Francia. Questo modello punisce l’acquisto di sesso multando colui che pretende di acquistarlo, decriminalizza le persone prostituite, prevede la creazione di programmi di uscita su scala nazionale, politiche di protezione e sostegno per le vittime di prostituzione, sfruttamento sessuale e tratta, programmi rieducativi per i clienti (prostitutori). La Corte costituzionale francese, con una sentenza del 1° febbraio 2019, ha stabilito che la penalizzazione dell’acquisto di prestazioni sessuali, prevista dalla legge n. 444 del 13 aprile 2016 in tema di lotta contro il sistema prostituzionale, è costituzionalmente ineccepibile.
CAP (Coalition Abolition Prostitution) international ha contribuito alla mobilitazione di una vasta rete di soggetti in sostegno della legge. Sei ministri della precedente legislatura per i diritti delle donne, 30 medici rinomati, una coalizione di uomini che si opponeva all’acquisto di sesso hanno scritto lettere aperte e rilasciato dichiarazioni sulla stampa chiedendo al Consiglio Costituzionale di mantenere la criminalizzazione dell’acquisto di sesso.
In Svezia, infatti, il numero di persone prostituite è diminuito sensibilmente. Secondo la polizia svedese, il provvedimento ha esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta. La legge ha anche modificato l’opinione pubblica.
Nel suo testo Grazia Villa, avvocata di Como, racconta come Oike, una donna sopravvissuta alla tratta, fosse tornata allo sportello per migranti a raccontare di aver trovato casa e un «vero lavoro» perché «altro non è mai lavoro, mai, mai, mai!» Aveva con sé dolcetti per ringraziare e una sciarpa rossa per Grazia, l’avvocata che l’aveva seguita nel suo percorso legale. «In quel semplice gesto di gratitudine, però, c’era il riscatto e l’autodeterminazione di una donna, la forza della nostra alleanza: un sogno avverato, una rivoluzione possibile» (p. 175).
Affrontare questo tema doloroso e scomodo ci dà l’opportunità di mettere in discussione e di riflettere sui rapporti tra uomini e donne e sui mutamenti necessari per un cambio di civiltà.
(Viottoli n. 1/2019)
di Dario Di Vico
Si sta avverando la profezia della sociologa Beverly Silver della Johns Hopkins di Baltimora che, intervistata di recente da Sette, sosteneva come la vera traccia che avrebbe lasciato il #metoo alla fine non avrebbe riguardato il mondo delle celebrities quanto le normali lavoratrici. La conclusione del caso che ha visto come imputato Kevin Spacey sembrerebbe confermarlo indirettamente. Il #metoo uscirà forse dalle prime pagine ma nel frattempo ha influenzato positivamente le relazioni di lavoro, ha cambiato i rapporti di forza in materia di molestie sessuali realizzando nei fatti quella che Silver individuava come un’ibridazione tra femminismo e sindacalismo.
Su tutt’altro versante un secondo (potente) supporto alle battaglie per la parità viene dalla straordinaria biografia di Ursula von der Leyen, neopresidente della Commissione europea e soprattutto madre di 7 figli. Anche in questo caso ci viene in aiuto la sociologia con il concetto di maternity penalty. Quella legge non scritta per cui anche a una giovane ingegnera al suo primo contratto di lavoro viene data una paga in media inferiore del 7% rispetto al suo collega maschio. È una penalizzazione perché le viene fatta pagare in anticipo l’eventualità che possa far figli e quindi interrompere un giorno la continuità del rapporto di lavoro che sta per legarla alla sua nuova azienda. Ma se von der Leyen è riuscita nonostante ben 7 gravidanze ad avere la continuità necessaria per scalare Bruxelles perché una giovane laureata in ingegneria non ha diritto alla stessa paga?
(Corriere della sera, 19 luglio 2019)
Segnaliamo l’ultimo numero di Leggendaria (n. 136, luglio 2019), intitolato “Storie nella storia”. «Mette a fuoco un genere di sempre maggiore successo: il romanzo storico, che vede una forte presenza di firme femminili, oltre a una attenta riflessione su che cosa oggi possiamo definire Storia, e come raccontarla». Con articoli di Stefania Tarantino sulla “storia vivente”, di Giovanna Pezzuoli su Bibi Tomasi e Donatella Borghesi, di Antonella Fimiani sulla scelta di non fare figli, di Loredana Magazzeni sull’educazione sentimentale delle ragazze, di Luciana Tavernini sulla prostituzione, che non è né sesso né lavoro, e tanti altri…
(www.libreriadelledonne.it, 18 luglio 2019)
di Emanuela Griglié
Di solito, quando si tratta di evoluzione tecnologica e lavoro, è soprattutto per angosciarsi e fare la conta delle professioni che spariranno. Buona notizia. Ce ne sono altre, e addirittura di formazione umanistica, che stanno fiorendo.
Vedere il caso di Giorgia Lupi, italiana di Modena, classe 1981, prima e unica designer dell’informazione a diventare partner del prestigiosissimo studio Pentagram di New York (praticamente tutti i loghi che ci sono più familiari sono stati creati lì) con mostre in tutto il mondo, dal MOMA al Circolo del design di Torino (dove i suoi DearData resteranno esposti fino al 20 settembre). Pioniera in questo campo, che propone un nuovo approccio ai dati per renderli più umani.
«Umanesimo dei dati, quasi un ossimoro» lo definisce lei, che vive ormai da anni a New York. «Tutte le aziende in qualsiasi ambito, oggi, hanno moltissimi dati a disposizione: praticamente su tutto quello che può essere misurato. Spesso però non vengono visualizzati, se non in forma di ostici Excel, e fanno fatica a essere compresi. Quindi prima di tutto il mio lavoro è funzionale: tradurre i numeri anche di larga scala in qualcosa che possa essere digeribile e visibile e aiutare, quindi, a capire come funziona un’organizzazione e, in seconda battuta, agevolare i processi di decision making – spiega Lupi -. Poi i dati possono essere anche un mezzo per raccontare delle storie. Narrazioni meno lineari di un articolo di giornale, ma più profonde, perché dense di informazioni. E anche più attraenti. Possono assumere varie forme: un’installazione artistica o una app per telefoni».
Laureata al Politecnico di Ferara in architettura, che Lupi sceglie perché all’epoca era l’unica chance per coniugare una base scientifica con il bisogno di esprimerla in maniera creativa. «Ero molto appassionata dall’idea del design, ma in Italia, in quegli anni, esisteva solo quello del prodotto e dei mobili. Non veniva ancora considerato come aspetto strategico della comunicazione. Mi sono quindi interessata all’urbanistica, che è già una forma di “infomation design”. In tutta la cartografia e pianificazione delle città si fa astrazione della realtà e questa si traduce in simboli per andare a rappresentare cose possibili o esistenti». Tra Milano e New York fonda, nel 2011, la sua società Accurat, che oggi ha quaranta dipendenti e clienti prestigiosi.
Per Giorgia Lupi qualsiasi storia di dati è importante. «In questo momento storico, in cui si parla tanto di cambiamento climatico, moltissime persone fanno fatica ancora a crederci. Vedo tanti numeri sul “climate change” che sono molto sterili: sono proiezioni di temperature e ghiacciai. Nessuno fa vedere mai quello che ci accadrà giorno per giorno. Per esempio visualizzare i colori e i suoni degli uccellini che non sentiremo più cantare nel nostro cortile, perché si sposteranno per via dell’aumento delle temperature. La sfida dell’information design è proprio quella di riuscire a farci capire fenomeni grandi, ma a livello della nostra vita individuale».
Quindi l’obiettivo non è soltanto visualizzare bene i dati disponibili, ma anche cercarne di nuovi. Del resto l’importanza dei Big Data è sopravvalutata. «La conversazione intorno ai dati sta completamente cambiando: le grandi società non ne hanno più il controllo totale, perché tutti quanti noi consumatori ci siamo resi conto che c’è un problema di privacy. Proprio su questo tema sto scrivendo il mio nuovo libro, come approcciarsi in maniera nuova a questo settore. Ci sono poi altri dati molto interessanti che riguardano la nostra quotidianità e collezionarli è una forma di “empowerment”. Nel 2014 – continua – ho fatto questo esperimento con Stefanie Posavec, anche lei “information designer” che vive a Londra. Non ci conoscevamo e per un anno ci siamo spedite delle cartoline in cui raccontavamo la nostra vita l’una all’altra, raccogliendo dati molto soggettivi e personali – non quante calorie accumuli e quanti passi fai, che sono cose che qualsiasi dispositivo digitale può calcolare – trasformandoli poi in disegni, in modo molto analogico e manuale». Progetto che è diventato un libro e la mostra «DearData».
«Ora lavoro con la giornalista del New Yorker Sarah Stillman, che negli ultimi anni ha collezionato una serie di storie su immigrati richiedenti asilo politico negli Usa e deportati nelle loro nazioni d’origine, dove erano in pericolo di vita e dove in molti casi sono stati uccisi. Sarà una narrativa interattiva attraverso visualizzazioni dinamiche per far capire il vero peso delle politiche sull’immigrazione sulle vite delle persone». Dati umani, appunto.
(La Stampa, 17 luglio 2019)
di Giuseppe Guastella
Imane Fadil sarebbe morta per cause naturali, probabilmente per una malattia violenta e fulminante che l’ha consumata in poco più di un mese tra atroci sofferenze. A quasi cinque mesi dalla morte della ex modella marocchina di 34 anni, che era indicata tra i testimoni del processo Ruby ter a Silvio Berlusconi, i primi risultati ancora del tutto parziali della lunga autopsia escluderebbero l’ipotesi di un avvelenamento.
Il lavoro dei periti nominati dai pubblici ministeri Luca Gaglio e Antonia Pavan, coordinati dall’aggiunta Tiziana Siciliano, cominciato il 16 marzo, è agli sgoccioli e dovrebbe concludersi la prossima settimana con il deposito delle conclusioni finali. Dovranno chiarire le cause del decesso della donna, che è avvenuto il primo marzo scorso nella clinica Humanitas di Rozzano dopo quasi un mese di ricovero durante il quale è stata sottoposta a innumerevoli esami che non sono riusciti a individuare una diagnosi precisa. Esclusa subito dopo la morte l’ipotesi che Imane Fadil sia stata uccisa da metalli radioattivi, un sospetto che aveva allarmato i magistrati al punto da rendere necessario l’intervento dei tecnici dei Vigili del fuoco e dell’Enea per schermare il corpo, i periti si sono concentrati su una malattia, forse una neoplasia, che potrebbe aver aggredito il midollo osseo e che potrebbe essere tra le cause principali del decesso. Un male che non era stato individuato nel ricovero.
Cadrebbe quindi l’ipotesi di omicidio volontario con la quale la Procura di Milano aveva aperto un fascicolo di indagine contro ignoti, e di conseguenza anche quella di un avvelenamento, indotto o accidentale, che, peraltro, era stata bocciata dagli esami tossicologici eseguiti poco prima della morte dal Centro Antiveleni di Pavia. Gli ultimi dubbi restavano sulla presenza di alcuni metalli pesanti nei residui dei campioni di sangue e di urine, ma bisogna attendere le conclusioni per capire come essa sia stata spiegata, anche perché su questo ci sarebbero ancora alcuni punti controversi tra gli esperti. La notizia di un decesso per cause naturali non stupisce il legale dei familiari di Imane Fadil, l’avvocato Mirko Mazzali: «Non ne sono sorpreso. Ora la famiglia attende di conoscere le cause esatte della morte e capire se qualcosa poteva essere fatta per salvare la vita di Imane alla quale, dopo tanta attesa, vogliono dara una pietosa sepoltura».
(Corriere della sera, 13 luglio 2019)
Un ricordo di Imane Fadil è stato letto da Marina Terragni in apertura del convegno femminista Cambio di Civiltà: arte, lavoro, politica delle donne (madri comprese), Milano 18 maggio 2019.
Clarisse e carmelitane «preoccupate e in preghiera per il Paese e per chi non ha voce». Altre comunità religiose potranno aderire alla lettera aperta sottoscrivendola (anche da qui)
«Noi claustrali, sorelle d’Italia e dei migranti»
Caro direttore,
desideriamo condividere con lei e con tutti i lettori di Avvenire la lettera aperta che, ispirandoci al Vangelo di Matteo (23,8): «Voi siete tutti fratelli», abbiamo inviato al presidente Mattarella e al premier Conte lo scorso 11 luglio 2019, giorno di san Benedetto abate.
«Egregio signor presidente della Repubblica Sergio Mattarella,
Egregio signor presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte,
siamo sorelle di alcuni monasteri di clarisse e carmelitane scalze, accomunate dall’unico desiderio di esprimere preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione. Non ci è stato possibile contattare tutte le fraternità monastiche esistenti sul territorio nazionale, ma sappiamo di essere in comunione con quante di loro condividono le stesse nostre preoccupazioni e il nostro stesso desiderio di una società più umana.
Con questa lettera aperta vorremmo dare voce ai nostri fratelli e sorelle migranti che scappano da guerre, persecuzioni e carestie, affrontano viaggi interminabili e disumani, subiscono umiliazioni e violenze di ogni genere che ormai più nessuno può smentire. I racconti di sopravvissuti e soccorritori, infatti, così come le statistiche di istituzioni internazionali quali l’Acnur/Unhcr o l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e i reportage giornalistici che approfondiscono il fenomeno migratorio, ci mostrano una realtà sempre più drammatica.
Facciamo nostro l’appello contenuto nel Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dall’imam di al-Azhar Ahmed al-Tayyeb chiedendo «ai leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace». E tutto questo in particolar modo «in nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro Paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna». Anche noi, quindi, osiamo supplicarvi: tutelate la vita dei migranti!
Tramite voi chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse.
La nostra semplice vita di sorelle testimonia che stare insieme è impegnativo e talvolta faticoso, ma possibile e costruttivo. Solo la paziente arte dell’accoglienza reciproca può mantenerci umani e realizzarci come persone. Siamo anche profondamente convinte che non sia ingenuo credere che una solidarietà efficace, e indubbiamente ben organizzata, possa arricchire la nostra storia e, a lungo termine, anche la nostra situazione economica e sociale. È ingenuo piuttosto il contrario: credere che una civiltà che chiude le proprie porte sia destinata ad un futuro lungo e felice, una società tra l’altro che chiude i porti ai migranti, ma, come ha sottolineato papa Francesco, «apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti». Ciò che ci sembra mancare oggi in molte scelte politiche è una lettura sapiente di un passato fatto di popoli che sono migrati e una lungimiranza capace di intuire per il domani le conseguenze delle scelte di oggi.
Molti monasteri italiani, appartenenti ai vari ordini, si stanno interrogando su come contribuire concretamente all’accoglienza dei rifugiati, affiancando le istituzioni diocesane. Alcuni già stanno offrendo spazi e aiuti. E, al tempo stesso, tutte noi cerchiamo di essere in ascolto della nostra gente per capirne le sofferenze e le paure.
Desideriamo metterci accanto a tutti i poveri del nostro Paese e, ora più che mai, a quanti giungono in Italia e si vedono rifiutare ciò che è diritto di ogni uomo e ogni donna sulla terra: pace e dignità. Molte di noi hanno anche avuto modo di conoscere da vicino le loro tragedie.
Desideriamo sostenere coloro che dedicano tempo, energie e cuore alla difesa dei profughi e alla lotta a ogni forma di razzismo, anche semplicemente dichiarando la propria opinione. Ringraziamo quanti, a motivo di ciò, vengono derisi, ostacolati e accusati. Vale ancora l’art. 21 della nostra Costituzione che sancisce per tutti «il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio.
Infine, in comunione con il magistero di fraternità e di solidarietà di papa Francesco, desideriamo obbedire alla nostra coscienza di donne, figlie di Dio e sorelle di ogni persona su questa terra, esprimendo pubblicamente la nostra voce.
Vi ringraziamo per l’attenzione con cui avete letto il nostro appello. Ringraziamo lei, presidente Mattarella, per i suoi inviti continui alla pace e per la sua fiducia nel dialogo che permette, come ha detto in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, «di superare i contrasti e di promuovere il mutuo interesse nella comunità internazionale». Ringraziamo lei, presidente Conte, per il suo non facile ruolo di mediatore e garante istituzionale all’interno del Governo. Vi ringraziamo sinceramente per quello che già fate a favore di una convivenza pacifica e di una società più accogliente. E assicuriamo la nostra preghiera per voi, per quanti operano nelle istituzioni, per il nostro Paese e per l’Europa, perché insieme collaboriamo a promuovere il vero bene per tutti».
Le sorelle: Clarisse di Lovere (Bg), Carmelitane scalze di Sassuolo (Mo), Clarisse di Milano, Clarisse di Fanano (Mo); Carmelitane scalze di Crotone, Clarisse di Grottaglie (Ta), Carmelitane scalze di Parma, Clarisse di Padova, Carmelitane scalze di Cividino (Bg), Clarisse di Montagnana (Pd), Carmelitane scalze di Venezia, Clarisse di Mantova, Carmelitane scalze di Savona, Clarisse di Urbania (Pu), Clarisse urbaniste di Montalto (Ap), Clarisse di Imperia Porto Maurizio (Im), Clarisse urbaniste di Montone (Pg), Clarisse cappuccine di Fiera di Primiero (Tn), Clarisse di S. Severino Marche (Mc), Clarisse urbaniste di S. Benedetto del Tronto (Ap), Clarisse di Vicoforte (Cn), Clarisse di Bra (Cn), Clarisse di Sant’Agata Feltria (Rn), Clarisse di Roasio (Vc), Clarisse di Verona, Clarisse di S. Lucia di Serino (Av), Clarisse urbaniste di Altamura (Ba), Clarisse di Otranto (Le), Clarisse di Carpi (Mo), Clarisse di Leivi (Ge), Clarisse di Alcamo (Tp) – Monastero Sacro Cuore, Clarisse di Alcamo (Tp) – Monastero santa Chiara, Clarisse di Bologna, Clarisse di Boves (Cn), Clarisse di Sassoferrato (An), Clarisse di Termini Imerese (Pa), Carmelitane scalze di Monte S. Quirico (Lu), Clarisse di Chieti, Carmelitane scalze di Arezzo, Clarisse di Pollenza (Mc), Clarisse cappuccine di Napoli, Clarisse urbaniste di Osimo (An), Clarisse cappuccine di Mercatello sul Metauro (Pu), Clarisse di Castelbuono (Pa), Clarisse di Porto Viro (Ro), Clarisse cappuccine di Brescia, Clarisse di Bergamo, Carmelitane scalze di Bologna, Clarisse di Rimini, Clarisse di Manduria (Ta), Clarisse di Urbino (Pu), Clarisse di Bienno (BS), Clarisse di Scigliano (Cs), Clarisse di Sarzana (Sp), Carmelitane scalze di Piacenza, Clarisse di Caltanissetta, Clarisse di Ferrara, Clarisse di Iglesias (Ci), Carmelitane scalze di Legnano (MI), Clarisse di San Marino (Repubblica di San Marino), Carmelitane scalze di Nuoro, Clarisse cappuccine di Città di Castello (Pg)
(Avvenire, 13 luglio 2019)
di Laura Colombo
Ho letto con attenzione e interesse l’intervista a Francesca Fialdini uscita su Digitalic dello scorso maggio. Digitalic, oltre a essere un sito e un magazine online, è una rivista cartacea molto bella e molto ben curata, che ha la tecnologia nel suo DNA e nella sua visione del mondo: passa dalla tecnologia il pensiero sull’innovazione, il design e il business. Francesco Marino, direttore della rivista, scrive che Digitalic è “nata con l’obiettivo di far capire nel profondo la centralità delle tecnologie digitali e delle persone che le producono, le distribuiscono, le personalizzano. È la rivista innovativa nata per gli innovatori”.
Riprendo l’intervista a Francesca Fialdini (@francifialdini su Instagram e Twitter), fatta da Ilaria Galateria, perché ci sono alcuni punti degni di interesse che sarebbe molto utile poter approfondire con lei e così le faccio alcune domande in questa sorta di lettera aperta che la rete può aiutarci a farle recapitare.
A proposito di Instagram, il social più seguito da lei, Francesca dice: “A volte mi capita di controllare i commenti che le persone lasciano sui miei profili ma so anche quando è il momento di staccare e riappropriarmi del mio tempo”. Come sai qual è il momento di staccare e perché oltrepassare la soglia significa alienarsi il tempo? Come spiegheresti a un marziano (non digital, naturalmente) la necessità di regolarsi e il bisogno di una misura? Qual è la tua misura salvifica?
Parlando dell’innovazione tecnologica Francesca dice che è “un’opportunità da saper governare”. Quali opportunità vedi nella tecnologia?
L’intervistatrice parla della trasformazione radicale nella vita professionale, personale, relazionale indotta dalla tecnologia e Francesca commenta accennando alla “necessità di gestire con consapevolezza queste profonde trasformazioni”. In che modo? Hai una tua strada verso la consapevolezza, una via che ci puoi raccontare?
Rispondi drasticamente alla domanda sul lato oscuro del web, dandoci una pillola di saggezza antica: il male non è nelle cose, è nel cuore degli esseri umani. In questo modo difendi la rete e fai intendere che la tua vera preoccupazione è a un altro livello. Invece l’opinione prevalente è che la potenza della rete induca in molti risposte scellerate. E però. La tua risposta è giusta. Troppo giusta. Puoi dirci qualcosa di più su questi tuoi crucci, che riguardano la dimensione umana ed esistenziale e sembrano riferirsi a una forma differente di convivenza?
(www.libreriadelledonne.it, 12/7/2019)
di Lea Melandri
FEMMINISMO. Da Carola Rackete a Megan Rapinoe, non è un caso che siano donne a lottare contro le politiche disumane dei governi riguardo i migranti e la «nuda vita»
Nel suo articolo sull’ultimo numero de L’Espresso (del 7 luglio 2019, «Il dissenso è donna», Michela Murgia parla di un protagonismo femminile, che va da Malala, Nadia Murad, Greta Thunberg, fino a Carola Rackete. E osserva giustamente che ciò che le accomuna è aver agito «non contro persone ma contro sistemi, contro un potere che si manifesta in modo violento qualunque forma assuma. Ma quando è il potere stesso, forte di un ampio consenso popolare, a prendere un corpo e un volto riconoscibili – come nel caso di Trump e Salvini – è inevitabile che anche chi vi si oppone diventi figura unica, eroica, simbolo di una volontà collettiva di resistenza». «Viva la Capitana, abbasso il Capitano!», «La Capitana contro il Capitano: braccio di ferro Rackete-Salvini»: sono solo alcuni dei titoli comparsi sui giornali quando Carola ha deciso di forzare il blocco e portare in salvo nel porto di Lampedusa le 42 persone che aveva a bordo della Sea Watch.
Su un altroversante, ha preso un analogo rilievo la calciatrice e attivista per i diritti Lgbtqi, Megan Rapinoe, quando ha sfidato Trump rifiutandosi di cantare l’inno nazionale e di incontrarlo dopo la vittoria della squadra statunitense per stringergli la mano. Attorno a loro c’erano altre donne, da quelle presenti sulla Sea Watch, alla Gip di Agrigento Alessandra Vella, che ha rilasciato Carola, alle calciatrici compagne di Megan. Il condensato di ingiurie – dal sessismo al razzismo alla lesbofobia – e di minacce che si è scatenato nei media e nei social non le ha risparmiate, così come sono finite sotto le aggressioni di un maschilismo selvaggio tutte le donne che hanno espresso la loro solidarietà alle “capitane”. Senza voler negare l’efficacia che hanno le azioni esemplari, quando avanzano governi autoritari e politiche liberticide, non si dovrebbe tuttavia mai dimenticare il tessuto collettivo da cui nascono, le relazioni e le battaglie che le hanno faticosamente precedute, oltre alle ragioni complesse che più o meno consapevolmente le muovono.
In una breve intervista uscita su www.vita.it, Anna Spena mi chiedeva: «E se Carola fosse stata un uomo?» «Perché con tanta facilità a una donna si augura di essere stuprata?». Se avesse aggiunto che nell’augurio gli stupratori, a cui si faceva riferimento, erano «i negri che aveva salvato», sarebbe apparsa con evidenza la parentela tra sessismo e razzismo, rimasta a lungo confusamente sepolta nell’eredità remota della storia umana, e, al medesimo tempo, la consonanza profonda tra la condizione del migrante, che compare sconosciuto ai confini di una comunità, e il destino toccato per millenni a quel primo “straniero” che è per l’uomo il corpo femminile da cui nasce.
È tristemente consolatorio dover riconoscere, nel contesto in cui viviamo, che sono gli odi, i rancori, i pregiudizi più arcaici e violenti a portare allo scoperto il potere e la violenza in tutte le loro forme, che sono i casi esemplari della combattività delle donne a far calare paradossalmente il silenzio sui movimenti femministi che, come la rete transnazionale Nudm (Non una di meno) ha posto fin dalla sua comparsa in Italia il tema della “intersezionalità”, le appartenenze diverse – di sesso, genere, classe, razza, orientamento sessuale – che si intrecciano e sovrappongono nella vita di ogni persona.
Non è un caso che siano donne, in Italia come altrove, a denunciare, contrastare le politiche disumane dei governi rispetto ai migranti. «Nuda vita», «nient’altro che corpi», sfruttati come risorse e tenuti sotto controllo per una sessualità considerata minacciosa nei suoi eccessi, sono stati sia le donne che i popoli di pelle diversa, soprattutto se nera. Quindi non dovrebbe meravigliare che siano loro oggi in primo piano a mostrare la discrepanza tra l’affermazione di valori, diritti umani, e le leggi che dovrebbero darvi applicazione. Per quanto suggestivo, il richiamo ad Antigone come figura della disobbedienza alle leggi della città non ha molto a che vedere con una scelta che Carola stessa ha definito nei suoi termini più concreti: obbligo di soccorrere i naufraghi e condurli in un porto sicuro, così come sancito dalle consuetudini internazionali sul diritto del mare e dai trattati che le specificano, assunzione del rischio di violare una legge, il decreto sicurezza bis, incompatibile con l’articolo 2 della nostra stessa Costituzione.
Opporsi alle molteplici forme di dominio, tenendo presente la matrice sessista che le sorregge, combattere i governi che le legittimano, è oggi, nell’azione singola come nelle pratiche collettive del femminismo, un riferimento essenziale per tutti i movimenti che, nella loro frammentarietà, condividono la speranza e l’impegno per un mondo più giusto, più umano e più vivibile.
(il manifesto, 10 luglio 2019)
di Ilaria Galateria
Misurata, riservata e discreta sul lavoro e nel privato, altrettanto sui social. Francesca Fialdini, da due anni su RaiUno impeccabile padrona di casa de “La vita in diretta”, questa stagione al suo fianco c’è Tiberio Timperi, ci racconta la sua “vita digitale”
Il mio rapporto è duplice e di segno opposto – dice la conduttrice di origine toscane, 40 anni il prossimo 11 ottobre – da un lato mi piace la possibilità offerta dai social network di mantenere un’ulteriore forma di contatto con i miei amici e i miei affetti più cari. Così anche di conoscere tante persone splendide, che mi scrivono quotidianamente per segnalarmi notizie, storie o semplicemente per raccontarmi una parte del loro quotidiano. D’altro lato, però, non amo quando i social network si trasformano in luoghi di odio, dove alcune persone sperimentano l’aspetto più feroce della propria personalità e la mostrano senza inibizioni.
Facebook, Instagram, Twitter. Quali usi di più?
Ho un profilo su ognuno dei tre, ma quello che seguo con più assiduità è Instagram. Lì spesso mi capita di avviare lunghe e articolate conversazioni con amici e persone che non ho mai incontrato ma che condividono con me un pensiero su un argomento che in qualche modo ci lega. Può essere lo spunto di un post che ho appena pubblicato, oppure un argomento che ho trattato in trasmissione. È bello avere questo ritorno, non lasciare che il confronto con chi ti segue si fermi al momento della diretta. Spesso si riesce a trovare stimoli e curiosità che arricchiscono il proprio punto di vista…
A volte mi capita di controllare i commenti che le persone lasciano sui miei profili ma so anche quando è il momento di staccare e riappropriarmi del mio tempo.
Dagli inizi della sua carriera come è cambiato il mondo del giornalismo con i nuovi mezzi di comunicazione?
Naturalmente il giornalismo è cambiato moltissimo. Ma ditemi quale aspetto della vostra vita non è stato stravolto dalle nuove tecnologie? La televisione è stata rivoluzionata così come il mondo dell’intrattenimento. Una volta un film era prerogativa della sala cinematografica, ora sempre più spesso la prima visione è dedicata allo streaming in tv o sullo smartphone. E non si tratta solo di spettacolo. Molti nuovi lavori nati dall’idea di un’app erano inimmaginabili solo qualche tempo fa. E pure le relazioni sentimentali ora fluiscono attraverso codici di un’applicazione. Questo per dire che certe cose non si possono fermare.
L’innovazione tecnologica non è un Moloch a cui sacrificare il futuro, ma un’opportunità da saper governare. Il giornalismo sicuramente ha sofferto l’avvento dei social network, tra mancati guadagni e la concorrenza di siti spazzatura, ma sono certa che saprà ritrovare la sua essenza.
E, per quanto a volte possa sembrare anacronistico ripeterlo, credo che la direzione verso la quale puntare per “salvare” il mestiere più bello sia investire sempre su due caratteristiche: qualità e verità.
Un mondo di vite connesse tra loro, di condivisione, di racconto collettivo che, in qualche modo, unisce tutti. Anche il mondo del lavoro, delle relazioni, delle amicizie ha subito una trasformazione.
Sì, in atto ci sono enormi trasformazioni. Non credo però ai racconti distopici di un futuro cupo e negativo ma, piuttosto, nella necessità di gestire con consapevolezza queste profonde trasformazioni. E quando dico “gestire” intendo educare. Educare al rispetto dell’altro, alla responsabilità delle proprie azioni, alla gentilezza. Prima degli smartphone non potevano accadere casi come quello che ha colpito Tiziana Cantone, la ragazza morta suicida dopo la diffusione di un video privato in cui era protagonista insieme al fidanzato di allora. La pratica del “revenge porn” è uno degli aspetti più negativi di questo mondo dove tutto è connesso e tutto è condiviso. E, da questa degenerazione, si può solo uscirne con l’educazione.
Il lato oscuro del web: frodi, cyberbullismo e altro. Come tutelarci?
Non credo ci sia un lato oscuro del web. Credo piuttosto ci sia un lato oscuro di alcune persone che si manifesta in forme sempre più feroci. Non è il web che ci rende peggiori, siamo noi che dobbiamo imparare a stare insieme. A rispettarci come persone, prima ancora che come utenti di un social network.
“La vita in diretta” ha un grande seguito anche sui suoi social. Come interagiscono gli utenti?
Commentando e spesso contribuendo al racconto che facciamo in diretta. Lo fanno con i canali ufficiali della trasmissione ma anche con quelli personali di noi conduttori. Il bello è che spesso riescono a stupirci. Un esempio su tutti: la campagna di solidarietà scatta per Salvatore Montalbano, il piccolo affetto da ipotonia muscolare e bisognoso di cure a Genova.
So che lei è un’attenta lettrice: tra un libro cartaceo e un ebook, quale preferisce?
Decisamente il cartaceo. Non è tanto per il piacere della carta o la facilità di lettura. La mia preferenza è del tutto pratica e un po’ nostalgica: sono ancora una che per segnalibro continua a piegare gli angoli della pagina. La scelta, quindi, è obbligata!
“La vita in diretta” le sta regalando grandi soddisfazioni…
È una trasmissione che dal punto di vista dei contenuti è sicuramente impegnativa. In questi mesi tutta la squadra ha fatto un gran lavoro per rendere questo prodotto sempre più competitivo ed efficace. Una sfida non semplice, ma affrontata con una determinazione e una serietà che lascia soddisfatti.
Un progetto e un sogno professionale nel cassetto
Di sogni ce ne sono tanti. Tutti uniti da un unico filo rosso, la voglia di mettersi sempre alla prova e di non accontentarsi mai. Di progetti, invece, al momento ce n’è uno a cui tengo particolarmente. Si tratta di un nuovo libro per bambini che uscirà quest’anno. È insieme una storia ma anche un libro per educare nel periodo dell’infanzia. Farà parte di una collana delle Edizioni Paoline pensata proprio per far conoscere ai più piccoli le parole che spesso utilizzano gli adulti e che, in contesti diversi, hanno significati diversi. Un lavoro a cui tengo moltissimo.
Digitalic, 05/2019_n.84 (www.digitalic.it)
di Luisa Muraro
Rai Storia (canale 54) ha pensato di trasmettere un documentario sul femminismo, un’oretta scarsa in seconda serata. Né più né meno. Non sul femminismo di questi anni o delle origini, né di questo o quel paese, né per qualche motivo di novità o di svolta, in relazione a qualche tema o problema… no, nessuna precisa impostazione. Eppure, si tratta di un movimento che sta diventando globale e in Europa esiste, come nome, come realtà storica e come idea politica, da duecento anni e ha una lunga storia, sia pure intermittente, anche in Italia. E riguarda una dimensione dell’essere umano che è di prima grandezza: il fatto biologico della sessuazione, e il come si traduca nella storia e nelle culture.
Mah. Finalmente il documentario va in onda sabato 29 giugno 2019 alle ore 23, con questo titolo: “Femminismo!” E io sono ancora qui a chiedermi: che cosa vuol dire quel punto esclamativo? Piacevole sorpresa, spavento, oppure meraviglia, ma per che cosa? richiamo, grido di dolore, invocazione… Chi lo sa. La presentazione della guida TV non aiuta a trovare la risposta. Annuncia il racconto di una stagione lontana di conquiste che le ragazze di oggi considerano acquisite ma che si possono invece perdere, perché la storia va avanti e indietro. Come se la storia fosse un pendolo. Ad ogni buon conto le ragazze sono avvertite, anzi minacciate.
Su quell’oretta scarsa (nella quale compaio anch’io, mi hanno detto) ho ascoltato giudizi negativi; io non dico niente perché sabato 29 giugno ero occupata altrimenti, ero a Macerata per l’avvio della nuova stagione di un ciclo di conferenze, Non a voce sola, ideato da donne molto brave, femministe non della mia generazione né ragazze, donne dell’età di mezzo, nel pieno delle loro forze. Ci sono anche loro, anzi, ci sono soprattutto loro, lo dico per le più giovani: i guadagni del femminismo sono in buone mani, non giocate in difesa.
Quanto a Rai Storia, mi pare giusto aggiungere: si può fare meglio, ma avete una scusante, che raccontare il femminismo non è per niente facile.
(www.libreriadelledonne.it, 4 luglio 2019)
Già decine le autorevoli adesioni all’appello: “Vogliamo che il nostro Paese rispetti le norme costituzionali ed internazionali in materia di tutela dei diritti umani e di protezione della persona migrante”
Caro Direttore,
siamo un gruppo di giuriste di diverse università italiane: crediamo che, in questo momento, il nostro lavoro debba trasformarsi in impegno vivo da portare al di fuori delle nostre aule.
Le scriviamo perché desideriamo aggiungere la nostra alle tante voci che rifiutano di essere indifferenti rispetto alla tragedia che si sta compiendo nel nostro mare e sulle sue coste. Di fronte all’orrore che credevamo non potesse più ripetersi nella storia recente, con questo appello scegliamo di ripudiare l’indifferenza.
Ogni Stato, insieme all’Unione europea e alle istituzioni internazionali, è chiamato a rispettare la dignità umana, divenuta da tempo ormai il nucleo inviolabile di principi giuridici e norme nazionali e internazionali, scritte e consuetudinarie. Questi stessi principi e norme impongono chiari obblighi: le vite di naufraghi, migranti e rifugiati vanno protette; il loro salvataggio in mare va garantito; la solidarietà verso i più deboli non va criminalizzata.
Voci autorevoli – il Consiglio d’Europa, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, confessioni religiose e molte organizzazioni umanitarie (Medici senza Frontiere, Amnesty International e tante altre) – ci ricordano che il Mediterraneo centrale è popolato da chi fugge dalle violazioni dei più elementari diritti umani. Violenze feroci vengono compiute anzitutto nei campi di detenzione libici, ai danni di bambini, giovani, donne, uomini, anziani: tutti inermi, tutti dimenticati da chi potrebbe salvarli e proteggerli.
Vogliamo esprimere pubblicamente, in modo pacifico, ma fermo, la nostra contrarietà rispetto a quelle posizioni del nostro Paese che impediscono azioni umanitarie a favore di queste persone. La nostra contrarietà ha radici profonde. Affondano nella Costituzione italiana, in quelle parole che vogliono dare un significato irrinunciabile alla nostra convivenza, umana e civile: «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo» e «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà». Oggi, questa solidarietà reclama con forza di non avere confini e di essere obbligo non soltanto nei confronti dei nostri concittadini, ma impegno, anche, verso i soggetti vulnerabili al punto da vedere calpestati la loro dignità e i loro diritti fondamentali come fosse cosa giusta.
Inutile richiamare qui gli innumerevoli obblighi internazionali sui quali si fondano solidarietà e rispetto dei diritti: rispondere a una crisi umanitaria è anzitutto un imperativo morale – ma pur sempre ancorato a regole divenute inviolabili per le società odierne. Per questo, vogliamo che il nostro Paese rispetti le norme costituzionali ed internazionali in materia di tutela dei diritti umani e di protezione della persona migrante;
agisca nel segno dei valori di solidarietà a fondamento della nostra Repubblica;
garantisca in ogni circostanza i diritti inviolabili della persona umana.
Questa lettera aperta è per noi l’inizio di un impegno che assumiamo: contribuire a scalfire il muro dell’impotenza di fronte alla tragedia che si consuma sotto i nostri occhi. Ci adopereremo per coinvolgere il più elevato numero di persone in questo nostro tentativo, e per rivolgerci alle massime istituzioni della Repubblica italiana e dell’Unione europea.
“Sappiamo”, e non vogliamo tacere.
Agostina Latino (Università di Camerino), Alessandra Algostino (Università di Torino), Alessandra Pera (Università di Palermo), Angela Musumeci (Università di Teramo), Antonella Massaro (Università di Roma3), Arianna Pitino (Università di Genova), Arianna Vedaschi (Università Bocconi di Milano), Auretta Benedetti (Università di Milano-Bicocca), Barbara Pezzini (Università di Bergamo), Carla Gulotta (Università di Milano-Bicocca), Enrica Rigo (Università di Roma3), Cecilia Corsi (Università di Firenze), Clelia Bartoli (Università di Palermo), Cristina Grisolia (Università di Firenze), Elena Malfatti (Università di Pisa), Elena Paparella (Università di Roma La Sapienza), Elisa Cavasino (Università di Palermo), Elisabetta Palici di Suni (Università di Torino), Francesca Angelini (Università di Roma La sapienza), Francesca Rescigno (Università di Bologna), Ilenia Ruggiu (Università di Cagliari), Joelle Long (Università di Torino), Laura Ronchetti (Università del Molise), Laura Lorello (Università di Palermo), Laura Scomparin (Università di Torino), Luciana De Grazia (Università di Palermo), Manuela Consito (Università di Torino), Maria Angela Zumpano (Università di Pisa), Maria Irene Papa (Università di Roma La Sapienza), Maria Rosaria Marella (Università di Perugia), Marta Picchi (Università di Firenze), Monica Bonini (Università di Milano-Bicocca), Tatiana Guarnier (Università di Camerino)
e
Lorenza Carlassare (prof.ssa emerita di diritto costituzionale),
Carmela Decaro (prof.ssa di diritto pubblico comparato),
Maria Paola Viviani Schlein (prof.ssa di diritto pubblico comp.to f.r.),
Francesca Zajczyk (prof.ssa di sociologia f.r.)
Hanno aderito a questa iniziativa
Aldo Palaoro, Alessandra Brambilla, Anna Franzetti, Annalisa Atti, Annalisa Caffa, Anna Maria Baldermann, Anna Maria Passaggio, Beatrice Finauro, Carla Campanaro, Chiara Costariol, Chiara Lorenzelli, Chiara Maria Bellazzini, Carla Faralli, Caterina Filice, Cecilia Gorni, Christina Beza, Cristina Gandolfo, Cristina Taranto, Daniela Di Marco, Daniele Mannini, Donata Maria Assunta, Donata Gottardi, Elena Luppi, Eleonora De Nardis, Eleonora Pedrotti, Elisabetta Addis, Emanuela Facciolo, Emanuela Pendola, Enrico Brovelli, Fabrizia Covino, Fabrizio Leoni, Francesca Gisotti, Francesca Mandarini, Francesca Poggi, Fulvia Premoli, Giacomo Leoni, Giovanna Cosenza, Giuseppina Campisi, Graziella Castellani, Graziella Decaro, Laura Carrisi, Laura Costantini, Lorena Pellegrino, Luca Zanelli, Lucia Re, Mafe De Baggis, Marco Facchi, Marco Sicbaldi, Margherita Basanisi, Margherita Dongiovanni, Marialuisa Ronchi, Mariangelica Brovelli, Maria Milly Virgilio, Maria Antonia Sanvito, Marina Compostella, Mariella Fiore, Marina D’Orsogna, Marco Saracino, Mia Caielli, Michele Bergonzi, Monica Cocconi, Olivia Bina, Paola Bocci, Paola Bonini, Paola Brovelli, Paolo Galletti, Paola Lombardini, Patrizia Losa, Pia Acconci, Riccardo Di Deo, Sarah Caldiera, Silvana Turzio, Silvia Gozzi, Simone Del Vecchio, Stefano Nardini, Stella Antonucci, Valentina Divitini, Valeria Bertoletti, Vanessa Carmicino.
(HuffPost, 4 luglio 2019)
Introduzione al Convegno femminista CAMBIO DI CIVILTÀ, Milano, sabato 18 maggio 2019.
Ben arrivate alla Fabbrica del vapore, nella mostra Vetrine di libertà. Per chi ha viaggiato questo posto è un meraviglioso punto d’arrivo. E anche di partenza. Domani si riparte.
A volte, per ragionare sul femminismo, mi aiuto pensando a due altri grandi movimenti di cui conosco la storia, il comunismo e il cristianesimo.
È un confronto istruttivo, mi suggerisce parecchie idee ma per essere breve segnalo solo due punti in cui vedo una eccellenza del femminismo. Sono: – farsi mondo senza cancellare le differenze; – espandersi nel tempo e nello spazio senza farsi usare dal potere (o: senza diventare potere).
Il femminismo che ci ha portate fin qui, a questo incontro, è cominciato in tempi migliori di questi, gli anni Sessanta. “I meravigliosi anni Sessanta”, li chiamava Iris Murdoch, filosofa e romanziera di lingua inglese.
I tempi sono cambiati. Quanto? quanto basta perché si debba parlare di un cambio di civiltà, cioè molto. A viverlo da dentro (guardate che nessuno ne è fuori, nessuno) il cambiamento si vede e non si vede, ma fa paura. Eppure, ogni tanto io mi sento di poter dire che il cielo mi ha regalato una vecchiaia felice. L’impresa della mia vita fiorisce.
I fattori principali dei grandi cambiamenti in corso li conosciamo. C’è la rivoluzione tecnologica del digitale (la Rete, i social, la posta elettronica, la robotica…) e c’è il trionfo del capitalismo globale di tipo finanziario che ha unificato il mondo.
Queste cose sono venute dopo il Sessantotto e dopo gli inizi del femminismo. Non previste, non dico di colpo ma quasi.
Il Sessantotto è stato il penultimo tentativo di cambiare l’economia capitalistica. L’ultimo è stata la grande manifestazione No Global di Genova 2001. Entrambi falliti. Subito dopo sono cominciate le guerre imperialistiche ancora in corso, c’è stata una grave crisi economica e si sono intensificate le migrazioni di gente minacciata dalla guerra o dal bisogno.
È straordinario che il femminismo di quegli anni sia arrivato fino al presente e si sia rafforzato. È molto cambiato, ovviamente. E molto deve ancora cambiare. Porterò un esempio di prima grandezza. La rivoluzione del digitale ha modificato in profondità i modi di relazionarsi tra noi esseri umani e con il mondo, e questo fatto, esattamente questo fatto, incide sui rapporti tra grandi potenze (Usa, Cina, Russia…) e incide sui rapporti tra quelle che fanno o frequentano la Libreria delle donne – lo stesso fatto, ripeto. Le classiche mediazioni che facevano reale il reale, tempo e spazio, non contano più: evaporate. Il che crea problemi che sentiamo ma di cui non sappiamo misurare l’entità e neanche la vera natura. Nessuno lo sa.
È questa un’occasione favorevole? Se non lo è, bisogna che lo diventi. Se afferriamo questo senso di necessità, smetteremo di essere quelle che discutono pro o contro e diventeremo quelle che inventano nuove risposte politiche. Prendiamo il separatismo: abbiamo smesso di praticarlo quando si è costituita società femminile dotata di indipendenza simbolica. La pratica resta buona per alcune, il suo significato è buono per tutte, è l’indipendenza simbolica.
Con questo sentimento dentro, senza capricci né chiacchiere, io mi sento di dire, come mia esperienza vissuta e come sfida per il tempo presente, che la scommessa politica del femminismo resta aperta ed è guadagnante. Con parole mie, che molte altre condividono, ecco la scommessa: che ci sia libertà femminile a questo mondo e che ogni donna possa cercare liberamente la sua autorealizzazione umana (la sua felicità). La si cerca alle condizioni date e, se le condizioni date fanno ostacolo, si comincia o la lotta o la contrattazione.
La scommessa del femminismo non è mai stata né ovvia né pacifica. È stata subito interpretata, in buona o cattiva fede, come se la nostra fosse una richiesta di parità con gli uomini, cioè in modo riduttivo. Io lo trovo umiliante. Tutte quelle statistiche per vedere se le donne… Qui si combatte la battaglia decisiva dello stendardo. Scrivete sul vostro stendardo: Non è uguaglianza quella che fa dell’uomo la mia misura, non è libertà quella che confina il mio desiderio nel suo orizzonte.
Se parlo di differenza sessuale, non protestate in nome di sofisticate teorie. Intendiamoci, non le escludo: il fatto biologico e culturale della sessuazione che diventa genere sessuale, che diventa cultura (patriarcale o no), che diventa arte, che diventa politica, che diventa noi qui, è qualcosa di una affascinante complicatezza e servono anche le sofisticate teorie per cercare di capire. Ma, prima, diciamo le cose basiche che sono di aiuto alla presa di coscienza. Io sono una donna. Poi stiamo a vedere.
Dire “io sono una donna” è un atto performativo che si iscrive nella politica del simbolico. È una mossa in un campo di battaglia. Mi spiego: dicendolo metto in evidenza e do valore a questo corpo sessuato che è il mio, così come si presenta. E lo situo in un discorso che è anche un campo di battaglia dove la posta in gioco è generare valore non mercantile, sottrarre la vita e il vivente ai calcoli del profitto. Questo punto ci porta a contatto con le lotte per salvare il pianeta e i viventi che lo popolano. Non si va con questo alla coincidenza ma c’è indubbiamente una profonda risonanza tra questi due movimenti, una risonanza speciale.
Forse il mio tempo è finito. Mi restano due cose da dire, che forse è una sola. Il femminismo non è uno scopo. Sottolineare la sua durata non dimostra la sua superiorità. Il femminismo (oserei dire: come tutte le cose umane), è efficace come agire politico, è valido come pensiero e può migliorare la tua vita, se lo vivi con il sentimento di una parzialità non escludente. C’è altro, Ci sono altri modi di essere, di pensare, di agire. Tu sii fedele a quello che desideri, a quella che sei, a quello che giudichi buono, ma non farne un assoluto. C’è altro… ma dove? Probabilmente dentro di te, sicuramente ci puoi arrivare da dentro di te. Lo chiamo in inglese the Inner Passage.
(www.libreriadelledonne.it, 3 luglio 2019)
di Laura Colombo
Il nuovo disco di Ardesia, gruppo di ricerca filosofica politica e femminista
Dove non potrò è il secondo e ultimo lavoro del gruppo musicale Ardesia band, un progetto ideato dalla filosofa e musicista Stefania Tarantino, che fa della ricerca musicale una delle strade del suo lavoro filosofico e del suo impegno politico femminista. Il primo album, Incandescente, ispirato dalla lettura de Le tre ghinee di Virginia Woolf, era stato portato al grande convegno femminista di Paestum del 2013 e le donne presenti avevano sentito dal vivo quanto fosse potente la trasposizione in musica delle parole di chi, con un libro, ha operato un vero e proprio taglio nella storia.
La cifra del lavoro di Tarantino e della sua band è “tenere insieme”: musica, storia, filosofia, letteratura, parole e pratiche radicali delle donne, femminismo, differenza. Il linguaggio musicale permette di distillare significati, dopo che le parole hanno risuonato nell’intimità dello spirito, la pratica filosofica ha permesso di guadagnare pensiero, le pratiche femministe del partire da sé e della relazione con le altre donne hanno regalato nuove possibilità alla libera creatività. Un tratto che dà carattere al lavoro di Ardesia band è la “musicalità mediterranea”: si tratta dell’intensità della musica e della lingua, delle parole di donne come Angela Putino o Lina e Teresa Mangiacapre, dell’esperienza condivisa con loro, della vita di Stefania Tarantino e le altre donne del gruppo, Claudia Scuro e Giovanna Grieco, insieme alle due ragazze che hanno contribuito ai lavori dell’ultimo album, Giusy Franzese e Veruska Graziano. È un’impronta che tuttavia non chiude, al contrario, il lavoro di Ardesia band è aperto al mondo, si fa interprete di ciò che il presente pone come sfida oltre a restituire in musica le parole delle grandi donne del Novecento, filosofe, romanziere, poete.
Dove non potrò è un lavoro accurato e raffinato, a partire dalla copertina realizzata da Marianna Sannino, una riproduzione dell’affresco delle tre dame in blu che si trova nel Palazzo di Cnosso a Creta. Tre donne con il corpo di prospetto e il volto di profilo, accurate nell’acconciatura e nel vestiario, sullo sfondo un blu intenso che esalta il loro fiero portamento. Queste nobili figure restituiscono l’immagine di una consapevolezza e una forza femminile che ha radici lontane, messa al mondo dal movimento delle donne a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e diventata ormai imprescindibile: “the rules of the game change” canta Stefania Tarantino in “Me too”. C’è una verità nascosta che si sta facendo avanti e cresce, dilaga in tutto il mondo, domanda di essere ascoltata e pretende di cambiare le regole del gioco, a partire dal rapporto tra i sessi, “No, you can do nothing without my consent”. Tiene questo filo anche la canzone “Libera di essere”, ispirata al testo di Ingeborg Bachman Ondina se ne va, un testo potente, inserito nella raccolta Il trentesimo anno, un misto di invettiva e saggio filosofico dove l’autrice trasforma la sirena, amante marina, in una figura di libertà. Stefania Tarantino è “alla ricerca di frasi vere”, è fedele all’incessante lavoro sulla lingua che l’autrice austriaca ha ostinatamente condotto per tutta la vita e così canta che “il corpo non è un gioco ma terra acqua aria fuoco” e “guardo il tuo ordine fatto di crimini / ubbidiente solo a ciò che segue / la tua ragione solitaria”. Questa canzone è stata scritta da Stefania Tarantino per supportare un centro antiviolenza e, attraverso il lavoro sul testo di Ingeborg Bachman, diventa un manifesto in musica contro la violenza sulle donne.
La poesia entra potente nelle liriche di Stefania Tarantino: “C’è la vita / Ci sarà la vita / una strada che porta sempre oltre” è l’incipit della poesia messa in musica di Lina Mangiacapre “Dove non potrò”, che dà il titolo all’intero album, dedicato alle Nemesiache e in particolare a Lina e Teresa Mangiacapre, figure storiche del femminismo napoletano. Ancora poesia in “Mani sulla pelle”, che mette in musica la libera elaborazione dei versi di Anna Santoro. Infine “Di che no!”, ispirata a una poesia di Giovanna Petrelli dedicata ad Angela Putino, maestra di Stefania: “Muoio, se vuoi, del tuo falso potere / Unico vero ritratto / per distrazione da compassione / Vivo, se vuoi, della tua leggerezza / Unica vera risorsa / che cura un cuore mai guarito”.
Le canzoni di Stefania Tarantino danno parole e fanno conoscere anche testi nuovi e non pubblicati. È il caso della bellissima “Non sappiamo chi siamo”, un testo intenso, liberamente tratto da un inedito di Anna Correale: “No, non sappiamo chi siamo / e andiamo a caccia di vita come belve affamate”.
Infine ci sono un paio pezzi cantautorali di Stefania Tarantino, dove la centralità sembra essere la riflessione sul tempo, da far decantare perché emerga una verità, perché venga restituita giustizia (“Il tempo ti darà ragione / bisogna solamente attendere”); ancora il tempo e la ricerca soggettiva di abitarlo in modo sensato e in fedeltà a sé (“Ciò che riempie il tempo è il perderlo”).
La ricerca musicale di Ardesia band è accurata e si è trasportati dalle melodie intense, che esaltano la densità dei testi, in cui si incrociano i temi cardine del pensiero politico delle donne: identità e differenza, cruda vita e senso del limite, desiderio e bisogno, amore e lotta. Si tratta di canzoni però, di più, l’album Dove non potrò è un insieme di belle canzoni, non sono trattati politico-filosofici. Sono liriche in cui perdersi, brani in cui ci si può ritrovare, sono canzoni da cantare a squarciagola per gridare giustizia e affermare libertà, sono musiche da ballare a perdifiato.
Per informazioni sul gruppo e sulle date degli appuntamenti live: http://www.ardesiaband.it/index.php
Video di presentazione dell’album:
https://www.youtube.com/watch?v=KKbcoWI_B2g
Per acquistare il disco (presente anche su Spotify):
https://www.adestdellequatore.com/shop/dove-non-potro/
(Leggendaria n. 136/2019)
di Laura Minguzzi
Dopo la visione del filmArrivederci Saigon, proposto da Silvana Ferrari dell’Associazione femminile Lucrezia Marinelli, mi sono interrogata sulla storia, oggi quasi surreale, che la regista Wilma Labate è riuscita a raccontare, anzi a far raccontare alle protagoniste.
Siamo nel pieno della guerra in Vietnam, autunno 1968, e la band italiana Le Stars, tutte minorenni, partono per una tournée con un contratto per l’Estremo Oriente. Atterrano invece a Saigon e apprendono lì, sul campo di battaglia, di avere firmato un contratto che le costringe a cantare e suonare per l’esercito americano che combatte i vietcong. Una manipolazione? Un tradimento? Un inganno dell’agente? Un’ingenuità? Non mi soffermo sull’assoluta stranezza del fatto in sé ma su ciò che mi ha profondamente spinta a riflettere e cioè che dopo il trauma che le giovani hanno subito si siano sentite costrette a tacere per cinquant’anni. La regista ha avuto il grande merito di averle convinte a raccontare. Non tutte. Una non ha accettato di rivangare l’accaduto. Troppo doloroso. Dopo avere rischiato la vita in mezzo ai bombardamenti, avere compreso dove si trovavano ed essere riuscite a tornare a casa non hanno potuto fare nessun accenno, nemmeno una parola su ciò che avevano vissuto. Erano delle sopravvissute ma tali sono state le pressioni del contesto in cui vivevano che hanno dovuto dimenticare. Il contesto è facile da immaginare. Siamo a Piombino, una città rossa, in cui sarebbe stata una vergogna e un disonore per le famiglie delle ragazze se fosse trapelato un fatto così grave. Il trauma si è incistato nella profondità delle viscere, per citare la filosofa María Zambrano, nell’invisibilità, ma non è stato dimenticato. Ha però condizionato per sempre le loro vite. Non sappiamo nulla per esempio della componente della band che non appare e si è rifiutata di dare voce alla sua esperienza. Resta un mistero. Non si fanno ipotesi, non si approfondisce. Io posso immaginare quello che può essere accaduto al loro ritorno essendo vissuta in un ambiente simile. In quegli anni soffiava il vento della libertà femminile e si era allentata la pressione familiare sulle vite delle giovani donne. Ma il controllo paternalistico sulle vite femminili poneva dei tabù: ideologici in primo luogo trattandosi di famiglie comuniste e in quel fatto specifico può avere pesato anche il fattore del bisogno di lavoro che ha portato con eccessiva leggerezza le famiglie ad affidare le figlie a un uomo e forse anche la vergogna di avere creduto al miraggio del successo. La regista non dà molto spazio allo scavo ma purtuttavia ha fatto emergere dal silenzio una pagina di storia italiana ed è riuscita a dare voce alle, oggi non più giovani, protagoniste della band, a fare loro raccontare una verità soggettiva che fa luce sulla loro crescita personale e relazionale, avvenuta malgrado la violenza del contesto, e sulla forza di verità che le loro parole possiedono ancora oggi dopo mezzo secolo; questo sentimento sgorga secondo me e contagia dallo sforzo che hanno fatto per capire l’esperienza vissuta, dandole finalmente un valore, in quanto nodo da sciogliere che merita un racconto al di là delle categorie classiche della storiografia… Un viaggio all’inferno che solo oggi ha trovato spazio, ascolto e credibilità in un tempo presente mutato in cui donne che disseppelliscono traumi, dolori, storie sepolte di violenza hanno cittadinanza nel discorso pubblico, nella storia della comunità in cui sono vissute.
(www.libreriadelledonne.it, 29 giugno 2019)
di redazione
Nuovo libro ad accesso libero nella Biblioteca virtuale di ricerca e docenza Duoda (BVID) Università di Barcellona: i Manifesti di Rivolta Femminile tradotti e curati da María-Milagros Rivera Garretas. La Biblioteca virtuale è aperta al pubblico dal 2011 e contiene quattro raccolte: A) Autrici classiche (secoli II-XXI); B) Autrici e autori in relazione di scambio; C) Testi politici: Governare con amore; D) Momenti storici delle donne in Catalogna. Per la presentazione del progetto, vai a http://www.ub.edu/duoda/bvid/index.html
Nuevo libro de acceso libre en la Biblioteca virtual de investigación y docencia Duoda (BVID) Universidad de Barcelona.
Carla Lonzi y otras, Los Manifiestos de Rivolta Femminile: La revolución clitórica. Edición, prólogo, traducción y herramientas secundarias de María-Milagros Rivera Garretas, 2019 http://www.ub.edu/duoda/bvid/text.php?doc=Duoda:text:2019.04.0001
“Otra mujer, clitórica, me ha reconocido como mujer, clitórica, a la vez que yo la reconocía en los mismos términos. Esto ha ocurrido en la primavera de 1972. Ahora sé quién soy y puedo ser conscientemente yo misma” (Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario). (http://www.ub.edu/duoda/bvid/index.html, 28 giugno 2019)
di Luisa Muraro
Ilaria è la sorella di quello Stefano che, dieci anni fa, caduto nelle mani delle forze dell’ordine (per questioni di droga), gravemente maltrattato dai suoi custodi, poco o niente curato dai medici, è morto solo come un cane, recluso nel reparto speciale di un ospedale pubblico. Tutto questo nell’arco di una settimana. I pochi che ebbero il permesso di vederlo morto, si trovarono davanti un cristo appena schiodato dalla croce: magrissimo, viso tumefatto, vertebre rotte, organi interni malandati.
Dopo di che sulla scena pubblica cominciò la commedia di una finta o vera (va a saperlo, con tutte quelle persone), ricerca delle responsabilità e per anni e anni, fra inchieste, carte, perizie, autopsie, processi, false piste e veri depistaggi, noi siamo stati sul punto di pensare che, in definitiva, la colpa era sua, di lui, Stefano Cucchi, o di nessuno, che era lo stesso. Noi chi? Tutti quelli che assistevano alla ricerca e forse anche una parte di quelli che vi partecipavano (per il racconto di tutta la storia, vedi Carlo Bonini, Il corpo del reato. Il caso Cucchi: 2009-2019. Una storia di violenza del Potere, ed. Feltrinelli/la Repubblica).
Ma Ilaria, la sorella, voleva la verità perché fosse fatta giustizia, e ha continuato a lottare. Per vincere la nostra indifferenza, portava in piazza la gigantografia del viso martoriato di Stefano: guardatelo. Tempo fa ha detto di sé: «Non so che donna sono diventata, non so come sarò quando il mio compito sarà terminato. Ma so che questo è il mio compito e, costi quel che costi, lo porterò a termine.» E così ha fatto.
Ilaria Cucchi non è mai stata sola: oltre ai genitori, ha sempre avuto al suo fianco donne e uomini di buona volontà che l’hanno aiutata. Lei, a sua volta, li ha guidati con la forza di un sentimento che le apparteneva in proprio, l’amore per il fratello. Hegel, il più grande filosofo dei tempi moderni, parlando della famiglia e dei suoi limiti, ha scritto: «Ma tra fratello e sorella ha luogo la relazione pura» e da qui tutta una meravigliosa descrizione di questo rapporto in cui «l’elemento femminile ha, come sorella, il più alto sentore dell’essenza etica», ossia un sentimento interiore di natura divina. Che però, proprio per questa sua natura, non ha efficacia politica, secondo il filosofo (Fenomenologia dello spirito, 2, vi A.a).
Hegel si ispira alla figura di Antigone che va contro la legge della città per seppellire degnamente il fratello morto, e sarà punita. La sfida di Ilaria è simile, anche lei, mossa dall’amore del fratello, vuole che non finisca sepolto sotto una finta ricerca della verità, nella crescente indifferenza del pubblico. E che abbia invece una degna sepoltura nel ricordo comune.
Ma Ilaria Cucchi ha seguito una diversa strategia, che si è dimostrata efficace. Lei ha sfidato la città (cioè noi, l’opinione pubblica, la magistratura, i mass media) ad applicarla, la legge. Ha sfidato l’indifferenza, il moralismo, la pigrizia, l’opportunismo, il cinismo… tutto quell’impasto di egoismo e sfiducia che ci pesa dentro e immiserisce la vita pubblica. Lei, con la sua fiducia nutrita di passione, ha trasformato quello che si stava riducendo a un ingarbugliato affare di mala sanità e mala giustizia, in una limpida questione di verità e di giustizia.
In ciò io vedo non solo un ammirevole esempio, ma anche una lezione di politica, questa: impariamo a nutrire le grandi pretese con la forza del voler bene, e viceversa.
Bene, e dopo? Ora che sappiamo come sono andate le cose, c’è da fare giustizia, ma come? Può sembrare strano, ma la risposta alla questione è rimasta negli stessi identici termini che troviamo in Hegel. La responsabilità del fare giustizia, una volta trovato il colpevole, è dello Stato che a questo scopo dispone di tutto il potere necessario e ha il monopolio della violenza. Stefano Cucchi è morto per la violenza di un Potere che adesso gli renderà giustizia negli stessi identici modi: qualcosa non quadra… La sorella ha detto: questo è il mio compito e lo porterò a termine. Lei ha fatto la sua parte e ci ha dato più che un esempio, anche una lezione, ora tocca a noi andare avanti, verso quel traguardo politico di cui conosciamo almeno la formula: il massimo di autorità con il minimo di potere.
Nota: su quest’ultima parte del testo, si può leggere Femminismo giuridico. Teorie e problemi, di Anna Simone, Ilaria Boiano, Angela Condello, ed. Mondadori; L’Europa di Simone Weil – Filosofia e nuove istituzioni, a cura di Rita Fulco e Tommaso Greco, ed. Quodibet (in uscita). Di quest’ultimo segnaliamo specialmente il testo di Wanda Tommasi.
(www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2019)
di Marina Terragni
Centinaia di donne – insieme ad alcuni uomini di buona volontà – stanno chiedendo al segretario Cgil Maurizio Landini che spieghi come mai il più grande sindacato italiano si stia impegnando per rendere lecito l’utero in affitto: il corpo delle donne come luogo di lavoro.
In un convegno che si apre oggi presso la sede romana della Cgil – ne abbiamo dato notizia per primi – saranno presentate due diverse proposte di regolamentazione: in poche parole una Gpa aperta a tutte/i e “solidale” alla canadese, in cui alla voce tariffe si leggerebbe l’eufemismo “rimborso spese”. La sostanza non cambia, i contraenti nemmeno: da una parte ricchi committenti single, etero o gay, dall’altra donne a cui servono soldi. Nessuna donna si presterebbe a partorire un figlio per perfetti sconosciuti, mettendo a rischio la propria salute fisica e psicologica, se non fosse mossa dal bisogno.
Forse, eugeneticamente, le gestanti italiane costerebbero molto meno delle californiane, per le quali nelle agenzie di primo livello si possono sborsare anche 200 mila dollari.
Ma agli appelli sottoscritti da iscritte Cgil, dal femminismo più autorevole, da Udi, da studenti e lavoratrici, casalinghe e pensionate, cattoliche e laiche, di sinistra e probabilmente anche di destra, Landini non risponde, rifiutando anche le interviste.
L’utero in affitto «rientra nella vostra mission di tutela del lavoro?» è scritto in una lettera lanciata tra le altre dalla “storica” Alessandra Bocchetti. «Pensate che se ne debba far carico il Sistema Sanitario Nazionale? Cosa intendete per nuovi diritti? È amaro pensare di doversi difendere anche dalla CGIL».
Molto probabile che Landini non fosse informato dell’iniziativa dell’Ufficio Nuovi Diritti, comparto modaiolo e very proud alla cui cura vengono esternalizzati certi temi, in primis quelli che interessano il mondo Lgbt, e che il meteorite gli sia piombato sulla testa.
Senza scomodare Giuseppe Di Vittorio, storico capo Cgil che teneva la dignità al centro delle sue politiche; o Antonio Gramsci: «Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote… Venderanno la possibilità di diventar madri», il quale non avrebbe mai immaginato che nell’era del capitalismo neoliberista la parte del commesso viaggiatore sarebbe toccata alla sinistra; o Karl Marx, che in La Miseria della Filosofia (1847) avvertiva che tutto sarebbe diventato merce, compresi i corpi e le loro funzioni; senza ripercorrere la genealogia di una sinistra partita dai bisogni umani più essenziali e commoventi (il pane e quel po’ di giustizia) e approdata ai diritti-capricci illimitati dell’individuo neo-lib, a Landini direi questo: che alle donne che ti interpellano si risponde, sempre. Che alle donne di questo Paese in difficoltà, welfare vivente a cui tocca il più della fatica, non si può negare la dignità di interlocutrici. Che i costi di questo sprezzante silenzio si potrebbero configurare piuttosto alti. Che il sindacato dovrebbe stare senza possibilità di dubbio dalla parte delle donne sfruttate e non da quella dei ricchi sfruttatori.
E che l’utero in affitto non è questioncina laterale, da delegare a un estroso funzionario arcobaleno, ma dice precisamente quale civiltà ti appresti a costruire.
(Quotidiano Nazionale, 19 giugno 2019)
di Jasmine Anouna
Perché proprio una ‘mostra’?
Novembre, 2018. Ero all’aperitivo natalizio della Italian Society of Oxford, ‘La Società Italiana di Oxford’, nel Dipartimento di Fisica. Non ero mai stata in un edificio del settore scientifico, ma la prospettiva di panettone e spumante italiano era troppo seducente. Durante l’evento mi aggiunsi a vari gruppi di studenti, fra cui uno composto da due studenti post-laurea in robotica e matematica. Come spesso accade qui, la nostra conversazione si mosse immediatamente verso la classica domanda “Su che cosa si concentrano le tue ricerche?” Quando la domanda fu rivolta a me, spiegai del mio studio sulla Libreria delle donne di Milano e sulla sua assenza paradossale nella letteratura inglese sulla storia della seconda ondata femminista in Italia. Avevo scoperto che nonostante vari riferimenti alle idee che la Libreria diffuse per tutta l’Italia, la Libreria era raramente citata o accreditata con questa eredità. Volevo documentare e dimostrare perché era necessario riparare il distacco fra la Libreria e la sua eredità per poter costruire narrative più comprensive ed eque della storia italiana.
Quando finii di spiegare le mie ricerche, le facce di entrambi gli studenti si contorsero in un’espressione confusa. Con un tono assai paternalistico, lo studente di matematica mi disse:
«Perché dovremmo avere delle librerie ‘per le donne’? Non è discriminatorio verso gli uomini avere uno spazio ‘per donne’? La persona più brava nella mia classe di matematica dell’università era una donna, e lei ha avuto tanto successo anche senza far parte di uno spazio ‘per donne’.»
Cercai di spiegare la mia prospettiva, ma le mie parole parevano raggiungere orecchie disinteressate, probabilmente a causa dei pregiudizi sul mio carattere dovuti ai miei interessi ‘femministi.’ Delusa dall’atmosfera ostile, mi incamminai a casa, stranamente animata. Nonostante l’esperienza sgradevole che avevo vissuto, l’interazione aveva suscitato in me un forte stimolo a fare qualcosa. A quel tempo, non sapevo esattamente in che cosa consistesse quel ‘qualcosa,’ ma sapevo che volevo creare un’opportunità educativa per studenti italiani come quelli che avevo conosciuto quella sera, i quali non avevano espresso alcun interesse a capire l’importanza storica di un gruppo come la Libreria. Dopo varie settimane di riflessioni, nacque l’idea di organizzare una mostra, una materializzazione fisica della Libreria qui ad Oxford che avrebbe potuto comunicare ad individui di tutti i campi di studio e professione la ragione per cui la Libreria è fondamentale nella storia italiana.
E così fu l’inizio della mostra Più che una Libreria: esplorando l’eredità storica della prima libreria femminista in Italia (Beyond a Bookshop: Exploring the Historical Legacy of the Milan Women’s Bookshop) che si è svolta il 28 maggio nel centro per studenti post-laurea del mio College di Oxford, Wadham College.
Per trasmettere l’eredità e la rilevanza internazionale della Libreria, avevo diviso l’evento in tre parti nell’ordine seguente: un’esposizione di copie di documenti d’archivio della Fondazione Elvira Badaracco, uno screening di una compilazione originale di video-testimonianze di varie donne che spiegano come sono state influenzate dalla loro relazione con la Libreria, e finalmente una tavola rotonda informale per dare vita (letteralmente!) alla Libreria grazie alla partecipazione di Laura Minguzzi e Renata Sarfati, due colonne della Libreria. Oltre a Laura e Renata, era presente una meravigliosa interprete, Valeria Taddei, candidata per un dottorato in Lingue Medievali e Moderne a Oxford, e Teresa Franco, professoressa d’italiano a Oxford e giornalista per Il Sole 24 Ore specializzata nell’uso della traduzione come strumento per l’empowerment femminile.
Durante la tavola rotonda sono emersi una varietà di temi fra cui le origini della teoria e pratica della differenza sessuale, e la relazione contemporanea della Libreria con la dimensione online tramite il sito web. I contributi dei partecipanti hanno rispecchiato questa diversità di temi. Mentre le generazioni più giovani erano interessate alla relazione della Libreria con movimenti contemporanei come NonUnadiMeno, altre di generazioni precedenti hanno condiviso la loro solidarietà con la storia della Libreria, come Judith Okely, la prima donna ad essere ammessa alla famosa società-dibattito di Oxford (The Oxford Union). Okely ha espresso la sua solidarietà tramite un aneddoto personale della sua esperienza di autocoscienza in Inghilterra negli anni ’70: «Un capo militare pensava che fossimo sovversive politiche per il fatto che avevamo un gruppo di autocoscienza.»
In sole due ore, il centro per studenti post-laurea di Wadham College ha dato vita a una conversazione che le scuole italiane raramente promuovono; questa parte della storia era di grande interesse per i tanti italiani che sono venuti quella sera, nonostante la maggior parte non avesse avuto l’opportunità di approfondire il tema nei curriculum tradizionali italiani. In tanti eravamo uniti dalla curiosità, ma soprattutto da un’apertura di mente, pronta ad essere “rieducata” nella storia italiana e a costruire una narrativa nuova, più comprensiva e consapevole di una parte della storia fondamentale non solo per le donne ma per tutti gli italiani.
Vorrei ringraziare profondamente a Laura Minguzzi, Teresa Franco, Valeria Taddei, Shawanda Corbett (che con la sua arte femminista ha generosamente contribuito a riprodurre la vetrina dell’arte in Libreria), Jane Garnett, Steffan Pedersen, Francesco Moiraghi, l’Università di Oxford, Wadham College e tutti gli ospiti che hanno aiutato a dar vita a quest’idea.
Link alla pagina della mostra sul sito di Wadham College: https://www.wadham.ox.ac.uk/news/2019/june/beyond-a-bookshop
(www.libreriadelledonne.it, 17/6/2019)
di Sara Scarafia
Palermo. Folla a Villa Niscemi per i funerali laici dell’ex senatrice. Le sue parole: «La vecchiaia è un’inquilina scomoda ma la ringrazio perché ho potuto rivedere la mia vita e confermare le mie scelte»
La città si raccoglie a Villa Niscemi per l’ultimo saluto a Simona Mafai. Ci sono i compagni con i quali ha condiviso il suo impegno politico e ci sono le donne che ha riunito e incoraggiato, alle quali ha insegnato che la militanza è impegno quotidiano.
«Simona ha trasformato in impegno politico quotidiano il suo vissuto – dice il sindaco Leoluca Orlando – ma io non posso non ricordare il decennio degli anni Ottanta, quando in Consiglio comunale, su posizioni opposte, abbiamo avviato quel cammino che avrebbe portato alla rottura del sistema politico-mafioso della città. La palude rischiava di inghiottirci tutti. Devo ringraziarla».
Alla cerimonia laica ha preso la parola Rosalba Bellomare, ex-consigliera comunale che con Mafai ha vissuto anni di impegno e che con lei nel 1991 ha fondato la rivista Mezzocielo. «Il suo ultimo impegno è stato Prendiamo la parola: riunire le donne, ancora, nel nome di un’idea di giustizia e impegno».
Bellomare ha letto alcuni appunti di Simona Mafai: «Sento che vorremmo contribuire a un decente futuro della Sicilia: ma come? I partiti ci imprigionano. Dobbiamo esserci sì, ma con una gamba fuori».
«Non eravamo pronti – dice la figlia Raffaella De Pasquale che insieme con la sorella Sabina accoglie i tanti venuti a Villa Niscemi – continuavamo a rivolgerci a lei come a un grande albero. Non era pronta lei che pur considerando la morte una cosa possibile parlava della vecchiaia come di un inquilino scomodo che non doveva impedirle l’allegria di vivere e godere, non doveva impedirle l’azione nella società e nella politica alta, non doveva impedirle di sostenere gli altri. Quando il malore l’ha colpita era seduta al suo tavolo, si preparava ad andare a un incontro».
Al nipote Ruggero e al nipote Nic il compito di leggere un ricordo intimo: «Cosa è stata per noi la nonna? Il linguaggio. Dolce nell’infanzia; paziente e costante nell’adolescenza quando ci chiedeva di studiare il greco e il latino. La nonna adorava sedersi attorno a un tavolo con cibo e vino. Mentre crescevamo ci ha regalato tanti libri. Mi venne a trovare a Rotterdam, aveva 80 anni e la trovai su un risciò a pedali». Nicola legge una dedica: «Che la poesia accompagni sempre la tua vita. Nonna Simona».
«Grazie Simona, grazie da tutte le donne» dice piangendo l’amica Adriana Palmeri, oggi direttrice editoriale di Mezzocielo, che negli ultimi anni le è stata al fianco come una terza figlia.
La cerimonia si chiude con le parole di Simona Mafai, quelle pronunciate per i suoi novant’anni: «Ho avuto una vita fortunata – scriveva – sono qui senza troppe ferite. Cerco di contenere l’invadenza della vecchiaia ma in fondo le sono anche grata perché mi ha dato la possibilità di guardare alla mia vita e rinnovare le mie scelte giovanili. Ci sono sempre stati donne e uomini che si sono arrovellati su quali potevano essere le migliori regole e leggi per convivere insieme, e forse perché ogni essere umano potesse vivere meglio. Sono stati una minoranza nei loro tempi, ma nell’insieme furono moltissimi ed hanno portato l’umanità a un maggior progresso». Il 5 luglio ne avrebbe compiuti 91.
(Palermo, l’ultimo saluto a Simona Mafai: “Grazie da tutti noi”, la Repubblica, 17 giugno 2019)