Potere e resistenza, corpi e natura nella caccia alle streghe: un’intervista alla filosofa femminista Luisa Muraro.
Riccardo Giacconi è un artista visivo e documentarista. La sua nuova mostra, “Options”, sarà presentata a Settembre a Grazer Kunstverein, all’interno del festival steirischer herbst. Collabora con la trasmissione Tre Soldi (Rai Radio 3).
Per esplorare la vita, il lungo percorso letterario e filosofico e la vasta influenza del pensiero di Luisa Muraro, si potrebbe partire dal suo ruolo fondativo nel femminismo italiano dagli anni Sessanta, attraverso i gruppi di autocoscienza femminile e ciò che lei definisce il “pensiero della differenza sessuale”.
Si potrebbe ripercorrere la sperimentazione pedagogica di pratiche “antiautoritarie” nella scuola dell’obbligo degli anni settanta (da lei condotta assieme allo psichiatra Elvio Fachinelli), o la comunità filosofica femminile Diotima, da lei co-fondata (assieme a Chiara Zamboni e Adriana Cavarero, fra le altre) all’Università di Verona negli anni ottanta.
Ci si potrebbe immergere nella sua ricerca poliedrica – al contempo storica, filosofica e politica – sulla scrittura mistica femminile, che rende omaggio a figure come Margherita Porete, Hadewijch d’Anversa, Guglielma di Milano e Maifreda da Pirovano, fino ad arrivare a Simone Weil ma anche al “mago e scienziato” tardo-rinascimentale Giambattista Della Porta.
Io, invece, ho scoperto Luisa Muraro quando mi sono imbattuto ne La signora del gioco (uscito per Feltrinelli nel 1976 e ristampato da La Tartaruga nel 2006), uno dei suoi primi libri, dedicato ai processi per stregoneria fra l’Italia settentrionale e la Svizzera. Ho incontrato quel libro mentre, con Carolina Valencia Caicedo, ci stavamo chiedendo come iniziare un documentario radiofonico sulle figure femminili nella storia delle pratiche magiche in Italia.
Qualche giorno dopo, io e Carolina andiamo a cercare Luisa Muraro alla Libreria delle Donne di Milano, un’istituzione cruciale per il femminismo non solo italiano, da lei co-fondata nel 1975 (assieme, fra le altre, a Lia Cigarini, Renata Dionigi e Giordana Masotto). Le parlo subito del mio incontro entusiasta con La signora del gioco, uscito poco dopo l’apertura della Libreria. Mi ferma: ciò che più le interessava della caccia alle streghe, mi dice, non era di certo la magia. Però ci dà un appuntamento a casa sua, per parlarne.
In Europa, tra il XIV e il XVII secolo migliaia di donne furono processate per stregoneria da tribunali ecclesiastici e laici. Nel tuo libro definisci la caccia alle streghe come “una lezione difficile, che domanda di essere ancora ascoltata”. Puoi ricostruire il tuo primo incontro con questo “tema che non si lascia archiviare”?
È un tema legato al passato difficile e poco conosciuto delle donne, che mi ha interessato fin dagli anni della mia formazione al liceo. Agli inizi del movimento femminista, nel 1969-70, arrivò dall’America uno slogan, “le streghe son tornate”, che assumeva la carica minacciosa e paurosa della stregoneria e della stregomania. Era una frase chiaramente allegorica, un modo molto americano di far rivivere i tempi delle streghe, con un’aggressività poetica, fantastica, mitica. Io invece concepivo il tema come una sequela di martiri, di sofferenze. Lo slogan era però accompagnato da una tesi interessante, secondo cui la caccia alle streghe aveva messo fine ad una cultura popolare. E in effetti, soprattutto nella sua parte iniziale, in quella persecuzione è leggibile la volontà di cancellare una sapienza popolare legata alla natura e a credenze magiche. L’erboristeria era anche una passione di mia madre, con cui da bambina andavo a raccogliere erbe medicinali nei boschi. Questo intreccio d’infanzia e di storia delle donne mi ha spinta a prendere in mano la ricerca sulla caccia alle streghe.
Quando il libro è uscito, credevi che la stregomania potesse parlare al movimento femminista degli anni Settanta?
Sì, quest’idea c’era fortemente. Ero appassionata dalla ricerca storica, ma anche delusa – anzi, sbalordita – dall’assenza delle donne nei libri di storia. Ero, e sono ancor oggi molto convinta di una differenza femminile che può agire, esprimersi, prendere coscienza di sé e cambiare dall’interno la realtà storica umana. Per me, che mi definisco ancora oggi femminista, la storia è andata avanti mettendo in ombra delle cose molto importanti, che risalgono alla genealogia femminile. Nella stregoneria, infatti, le conoscenze magiche si trasmettono di madre in figlia, e questo tipo di relazione è stato perseguitato da tribunali laici e religiosi. Volevo far rivivere una storia che, sebbene tragica e dolorosa, mostrava il mondo femminile dal suo interno; ho scritto il libro per far parlare le donne, anche se in circostanze così estreme. Quelle donne, che non potevano trasmette la memoria scritta di sé, hanno lasciato una tragica memoria attraverso i verbali dei processi, che ci consegnano anche notizie sulla loro personalità. Alcune, ad esempio, arrivano a intuire che il delitto di cui erano accusate, la stregheria con i suoi diabolici poteri (in cui loro stesse avevano creduto), in realtà non aveva niente di vero. Con la mia ricerca sentivo di contribuire a una profonda modificazione della storiografia facendo risaltare la presenza delle donne. Quelli erano i tempi in cui Foucault insegnava a leggere la storia attraverso lenti nuove, e a considerare quanto il potere abbia manipolato il racconto dei fatti.
Potresti parlare del tuo rapporto con le fonti? Nel libro i verbali dei processi vengono presentati da soli, spesso senza mediazioni da parte tua. Il lettore è chiamato ad avere un ruolo attivo, a prendere posizione nei confronti di questi documenti.
Non essendo storica di formazione, andavo semplicemente dove c’erano i documenti e li offrivo alla lettura con le mediazioni a mia disposizione (ragione e sentimento). Così ho fatto, per esempio, con l’archivio della Magnifica casa della comunità di Poschiavo, in Svizzera (oggi diventata un museo). Lì sono custoditi i verbali di processi fatti in quello stesso posto, verbali raccolti quasi due secoli fa dal giudice Gaudenzio Olgiati, autore di un manoscritto pubblicato postumo nel 1955 da una tipografia locale, Lo sterminio delle streghe nella Valle Poschiavina. Io li ho studiati nelle stesse cantine in cui furono imprigionate queste donne. Leggevo della loro tragedia con un’intensa partecipazione che, però, non mi impediva di lavorare. Ero infervorata: ogni mattina prendevo un meraviglioso trenino e salivo a Poschiavo a consultare l’archivio, come in un pellegrinaggio. Il primo capitolo del mio libro riguarda una di loro, la giovane Caterina Ross, figlia e nipote di donne condannate per stregheria, da cui la regista Gabriella Rosaleva ha tratto il film Il processo di Caterina Ross.
In seguito chiesi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano se avevano carte sulla caccia alle streghe. Mi risposero gentilmente: “Sì, ce ne sono, ma non sono ordinate. Però se vuole gliele portiamo”. Dopo un po’ è arrivato un commesso con una carriola piena di carte alla rinfusa. È stata una visione strana in quella sala di studio e inattesa, che, invece di farmi ridere, mi ha dato una spaventosa angoscia. Mi ha ricordato uno degli episodi che avevo studiato: una donna venne portata al rogo in una carriola, perché era stata torturata durante un interrogatorio e le avevano rotto le gambe.
Tutto ciò è per dirti che la realtà indagata non mi diventava mai esteriore e distaccata, ma in qualche misura restava nel mio vissuto personale. Per certi aspetti sono come una scrittrice di romanzi, ma per me non ha senso inventare storie: la storia umana è già ricchissima di vicende, di cui la storiografia narra solo una minima parte. Ho sempre cercato di salvare la distanza storica, ma non ho mai voluto fare una ricostruzione oggettiva: voglio che ognuno stabilisca un proprio rapporto con i documenti, senza che io fornisca una posizione che inquadri la faccenda a priori. Mi interessa che il lettore stesso – o, piuttosto, la lettrice, visto che mi sono sempre rivolta alle donne – possa a sua volta partecipare, restituendo vita e senso alle donne che sono state martirizzate.
Prima citavi tua madre: nel libro scrivi che era una “buona cattolica” che coltivava una “più antica religione delle fate”. Come convivono queste due tradizioni nella tua esperienza personale?
Nei racconti della tradizione orale che è arrivata fino a me c’era ancora un’altra civiltà, precedente a quella cristiana. Ad esempio le fate, che fanno parte del folklore celtico: nel loro mondo siamo vicini a una divinità femminile benefica, amica delle donne, che entra nottetempo nelle case e lascia doni in quelle che trova in ordine. C’era un’etica femminile della vita domestica. C’erano tracce di questa mitologia in certi racconti di mia madre, come quello della Marietta, che ha come madrina di battesimo colei che si rivelerà poi essere una strega minacciosa. In Italia, racconti del genere si ritrovano nelle Fiabe italiane raccolte da Italo Calvino e, prima ancora, nello Cunto de li Cunti di Giambattista Basile. Erano sopravvivenze del favoloso mondo precristiano, e venivano tramandate oralmente nelle società preindustriali. Mia madre, da bambina, ancora partecipava a una pratica che compare spesso nei verbali della caccia di streghe, cioè il riunirsi nelle stalle a raccontarsi storie. Lo chiamavano “fare filò”, ed è l’ultima espressione di una socialità popolare, povera, che poi il mondo industriale cambierà completamente. Era lontanamente una forma del “gioco”, ho pensato, ascoltando certe risonanze interne che mi venivano dall’infanzia – non biograficamente la mia, ma quella di mia madre. Come se fosse la mia.
Ecco: cos’è il “gioco”, e chi è la “signora del gioco”?
La signora del gioco è una figura femminile benefica, simile a una regina, resto di una mitologia arcaica, completamente estranea a quella romana antica. Presiede incontri di festa, danza, allegria. Vola di notte con la sua compagnia, che è tutta o in prevalenza femminile. È una figura che si estende piuttosto ampiamente nell’Italia settentrionale, dal Trentino alla Lombardia. Ma io non ho fatto ricerche sulla sua origine, ho registrato la sua comparsa nelle testimonianze delle accusate. E ho notato che scompare piuttosto presto dai processi, sostituita da mitologie di origine pagana o cristiana, che erano quelle presenti nella testa dei giudici.
La signora del gioco che compare nei verbali mi pare una figura onirica, espressione di una cultura che sapeva dividere il sogno dalla realtà in un modo che non è più il nostro. Il sottrarsi, anche con la fantasia, al controllo del potere è sempre stato sentito come un pericolo per i detentori dell’ordine: i suoi magistrati, i suoi guardiani, i suoi chierici. Con la sconfitta della civiltà contadina, la possibilità di slittare nel sogno, soprattutto tra le donne, diventa una risorsa di indipendenza immaginaria. Qualcuno ha parlato di uso di droghe; io non ne ho trovato traccia, ma non posso escluderlo. Il sogno viene usato per uscire dai limiti della realtà data, quando essa non può modificarsi attraverso la politica o la lotta (detto con un linguaggio moderno). Ma non è una forma di disperazione estrema che spinge a perdersi nell’irrealtà. C’era lì, mi pare d’intuire, una capacità di alternare notte e giorno, sogno e realtà, che considero una possibilità pratica di sottrarsi a una realtà insopportabile senza ammalarsi. Certamente nella cultura diffusa dell’età premoderna, il senso della realtà era molto differente dal nostro… (Dico “il nostro” che però a sua volta è entrato in una fase di cambiamento.)
A proposito di quelli che definisci “documenti della teologia favolosa”, affermi che alla poesia e alle fiabe può essere riconosciuta una verità alternativa, che “scioglie le parole dai riferimenti fissi”, liberandosi dei confini fra sogno e realtà, fra “dentro” e “fuori”. Come definisci questa forma di verità?
È una conoscenza che sentiamo vera senza averla oggettivata, non sottoposta quindi alla razionalità scientifica. Io penso che la verità nasca come verità soggettiva e che questa, detto con formula paradossale, sia “più vera di quella oggettiva”. La prima idea moderna di una “verità soggettiva” emerge con la psicoanalisi e, in particolare, con [Wilfred] Bion, che intuisce che la valenza relazionale della psicoanalisi può spostare i termini della realtà data. Lo psicoanalista può accompagnare il paziente nella sua interiorità, quella senza controllo. È una possibilità che viene scoperta ai nostri giorni, ma che ha un rapporto con la caccia alle streghe, cioè con il momento in cui la familiarità femminile con il mondo interiore viene ostacolata. Vediamo svilupparsi allora quella che sarà chiamata “isteria”: nei conventi del Seicento-Settecento appaiono spesso fenomeni “mistici/isterici”: visioni, raptus, ecc. Diventerà una “malattia delle donne”.
La psicoanalisi comincia quando Freud e Breuer prestano ascolto ad alcune “malate di nervi” ed entrano nel loro mondo. Alcune di esse raccontano di essere state molestate dal padre. Freud alla fine non si domanderà più se ciò sia vero o no: capisce che si tratta di una dimensione in cui la distinzione fra vero e falso resta sullo sfondo, perché c’è da ascoltare quello che la donna vuole dire del suo mondo interiore, che non ha corso nella vita ordinaria. Questa modalità discorsiva tra il sogno e la realtà, tra il vero e il non vero, fa parte dalla materia prima della storia umana. L’arte è oggi l’unico campo del sapere autorizzato ad entrare in questo mondo, ma in tempi passati ciò era possibile anche in altri modi, come la ricerca mistica, in cui non a caso si riscontra un’eccellenza femminile. Era una produzione fantastica libera dagli strumenti di osservazione della psicologia, della sociologia o della stessa storiografia, che, per acquisire una certa scientificità deve per forza verificare i fatti, perdendo però di vista questa inafferrabile materia prima.
Che ruolo ha questa “verità soggettiva” nel femminismo?
Con il femminismo che spunta alla fine degli anni Sessanta abbiamo lasciato i partiti e i movimenti misti, per ritirarci nelle case in gruppi di sole donne a fare “autocoscienza”. La casa era e resta un luogo altamente femminile, estraneo all’emancipazione e all’integrazione nel mondo degli uomini. Nei gruppi dell’autocoscienza ci si raccontava delle cose mai raccontate prima. Si scopriva in questo modo la “verità soggettiva”, che per me è più vera di quella oggettiva. È una conclusione profonda cui sono arrivata passo passo, da allora. Quando l’ho formulata in un recente incontro del Circolo della rosa, c’è stato un certo stupore. Dopo una lunga discussione, si alzò una giovane donna e disse: “È giustissimo, la verità soggettiva è quella che dice il vero, perché la verità oggettiva è verità di regime”. Ecco, l’avrei abbracciata, perché sintetizzava perfettamente quello che volevo dire: la verità oggettiva è quella su cui ci mettiamo d’accordo, ma non ci si mette pubblicamente d’accordo se il potere non è d’accordo. I miei libri li ho scritti rivolgendomi alle donne che insorgevano, non solo contro il potere dato, ma anche contro i linguaggi politici del movimento giovanile del Sessantotto, che tacitavano qualcosa che le donne sentivano profondamente proprio. La signora del gioco nasce sull’onda di questa esperienza.
Quindi la caccia delle streghe può essere vista come un conflitto fra un potere che mira a produrre una verità giudiziaria e alcune pratiche antichissime che, invece, sfuggivano alla logica di questo “regime di verità”.
È verissimo, perché l’uscita dalla caccia alle streghe avviene proprio con una definizione di linguaggi e di specialismi medici, con una distinzione fra vero e falso (un atteggiamento che si trova già in Cartesio). È un processo positivo per l’Europa, che deve superare il modo persecutorio e violento inizialmente adottato contro le società e le mentalità premoderne. Positivo, sì, ma nella direzione del positivismo, senza mettere fine al processo di espulsione di ciò che non era più accettabile per quella che diventerà la civiltà moderna occidentale. La medicina ufficiale e accademica doveva espandersi, estendersi al popolo, estromettendo quindi credenze e figure autorevoli, perseguendo in particolare quelle donne che erano considerate capaci di curare e di dare risposte alternative a quelle del potere.
Infatti tu parli della “esclusione, dal campo del sapere, di soggetti non autorizzati, che di preferenza risultano essere donne”. Un esempio sono le medichesse, che intendevano la medicina come un’attività prettamente femminile, un campo del sapere in cui le donne potevano eccellere.
È un processo che arriva fino al Novecento, quando la medicina ufficiale abolisce le levatrici. Nel femminismo c’è un filone di lotta per restituire alle donne la possibilità di assistere le partorienti. Mia madre a suo tempo fu ancora assistita da una levatrice, mentre io ovviamente ho partorito in ospedale. È stato l’ultimo resto di una superiore competenza da parte di soggetti non autorizzati.
Il processo di eliminazione delle possibilità, per le donne, di sottrarsi al controllo dell’uomo culmina con la borghesia del diciannovesimo secolo. La donna sposata di classe borghese viene isolata nella casa maritale, come in Casa di bambola di Ibsen, in cui la protagonista è trasformata in una bambola all’oscuro di tutto, sposata a un uomo che invece frequenta il mondo, fa i soldi, mantiene lei e i figli, etc.
Hai definito la caccia alle streghe come il congedo da un tipo di conoscenza premoderna, un “cedimento dell’antico confine fra fantasia e realtà”. Qual è il rapporto fra caccia alle streghe e modernità?
Abbiamo oggi una visione più criticamente lucida sulla modernità. Le epoche di passaggio sono sempre epoche difficili, ne sappiamo qualcosa.
Montaigne è il filosofo che più capisce la follia della caccia alle streghe allora in corso, a cui dedica uno dei suoi ultimi saggi, intitolato “Degli zoppi”. Racconta di aver avuto uno scontro verbale durissimo con qualcuno che poteva essere lo stesso Jean Bodin, filosofo e giurista francese alle origini della modernità, il quale scrisse un manuale sulla caccia alle streghe e fece lui stesso il magistrato in diversi processi di stregoneria. Montaigne era furioso con la società del suo tempo, convinta che alcune donne facessero morire i bambini, andassero in volo di notte e facessero sesso col diavolo. Tutta la mitologia creata con la persecuzione delle streghe si mescola con le antiche mitologie in un garbuglio indecifrabile e quasi illeggibile. Montaigne attribuisce la stregomania, questa sorta di follia collettiva di magistrati, intellettuali, preti e popolo, alla ricerca delle cause a tutti i costi, senza restare in contatto con le cose, vicini all’esperienza vissuta.
Va notato che, in pieno Medioevo, la diffusa credenza nelle streghe non ha portato alla loro persecuzione organizzata, come invece accade nel Cinque-Seicento. Come mai? Un elemento di risposta viene dalla visione religiosa del mondo, considerato come opera fondamentalmente buona di Dio, il quale non consentiva che fosse manomessa dalle potenze del male. I molti mali che colpivano l’umanità avevano la loro causa prima nei peccati dell’uomo.
Sulle soglie della modernità c’è un cambiamento profondo, assecondato e perfino promosso dall’autorità religiosa. Al posto di questa visione rassegnata ma ottimistica – in cui siamo nelle mani di Dio e accettiamo il buono e il cattivo – emerge una soggettività umana che vuole controllare la realtà cercandone le cause, per poterla poi prevedere e riprodurre. Pensiamo ad esempio a Cartesio, un grande pensatore della modernità, che promuove la scienza matematica del mondo reale. Dal Cinquecento, che ancora coltivava le arti magiche, si passa alla fisica matematica. Il passaggio avviene nel Seicento, il secolo culmine della caccia alle streghe, che arriva come un contraccolpo a quella ricerca di sapere. Il Seicento è anche un secolo percorso da malattie e guerre; è il crogiolo dell’Europa moderna, in cui convivono tutti questi elementi.
Nel tuo libro Le amiche di Dio (Orthotes, 2014), affermi che le scrittrici mistiche hanno prodotto opere importanti ma che i loro scritti non sono entrati nella tradizione, e quindi non sono stati trasmessi. Mi chiedo se le testimonianze raccolte ne La signora del gioco si possono vedere come una forma estrema di scrittura, di resistenza femminile contro i divieti e le convenzioni della società.
Esiste in effetti una teologia in lingua materna che deve molto alle donne ma che, purtroppo, non ha contato nella tradizione; la sua scoperta è recente, la questione principale è quella della trasmissione. Ma nei documenti della caccia alle streghe chi scrive è il potere. Le donne rendono testimonianza di quello che si sta perdendo. Vero è che il potere, preoccupato di documentare la sua giustizia, si è fatto involontariamente strumento di una scrittura in cui compaiono persone cui era negata esistenza simbolica… Sì, possiamo parlare di una scrittura estrema. Il potere deve documentare quello che avrebbe preferito eliminare o assimilare. I corpi, in sostanza. E le donne hanno un corpo che resiste e che, in questo senso, apre la possibilità di una scrittura ulteriore. In effetti, la mia è una scrittura di resistenza e di lotta, anche verso le forme codificate scientifiche, che ho potuto praticare grazie alle donne (le streghe) e il femminismo. I criteri rigidi della storiografia danno la sicurezza del fatto storico, che però viene ridotto a un dato accettabile, senza il “di più” del vissuto vero. Il vissuto è entrare in rapporto con queste persone, che io sento chiedere: “Parla di me”.
Per concludere, vorrei chiederti di leggere tre frammenti da La signora del gioco.
“Perdenti in partenza, per l’enorme disparità di potere, le vittime si difesero con tutti i mezzi che avevano a disposizione: con la fuga, con la verità, con le menzogne, con la ragione, con la religione, con il silenzio, con la malattia mentale, con la morte.”
“…due parti: un corpo da fecondare, ed un resto sterile e maligno, da distruggere. (La donna, e la strega).”
“E fu, per i corpi, in conseguenza di quel collasso, un trovarsi esposti ad uno sguardo (e a una violenza) di nuovo tipo, come natura che non è più segno di altro e ombra di una luce invisibile, ma materia separata, strumento e mezzo per i nostri scopi, buoni e cattivi che siano.”
(Il Tascabile, 28 agosto 2019)
di Marina Terragni
Il boom economico degli anni Sessanta fu accompagnato e celebrato da un parallelo baby-boom, apice nel 1965 con 1 milione di nati. Oggi, in pieno sboom, i nati sono meno della metà – 449 mila nel 2018 – numero più basso dall’Unità d’Italia. Tasso di fecondità dell’1.3 per donna, età media della madre sempre più elevata (quasi 32 anni). Ultimi in Europa e tra gli ultimi nel mondo, il ricambio generazionale non è garantito.
Bastano le ragioni economiche e l’assenza di crescita a spiegare il declino?
In un’intervista a La Repubblica Carlo Cottarelli rovescia il ragionamento: semmai è la denatalità a frenare l’economia. Meno giovani = meno innovazione, minore slancio, meno crescita, per incentivare la quale servono misure per la natalità sul modello di Svezia e Francia.
Cottarelli non nomina quasi le donne e il loro ruolo decisivo nella partita: ma è soprattutto il desiderio di essere madri a muovere i numeri.
Sostegni e incentivi contano: lavoro – c’è una correlazione diretta tra occupazione femminile e natalità –, aiuti economici e servizi che possano compensare la perdita di quelle famiglie estese che tradizionalmente condividevano con le madri gioie e fatiche del “nurturing”. Oggi i nuclei sono sempre più piccoli e le mamme sempre più sole. Anche le migranti prolifiche si adattano rapidamente alle medie occidentali.
Un buon welfare però non basta. Si è visto in Francia dove, dopo il balzo di natalità seguito all’introduzione di misure di sostegno, il numero dei nati è tornato a decrescere a causa della sfiducia nel futuro e dell’infelicità nel presente.
Il desiderio delle donne è inaggirabile: sono pur sempre loro a decidere se, come e quando avere bambini, libertà tra scelta e istinto che contiene in sé un principio regolativo. Ma oggi, come scrive la teologa femminista Mary Daly, questa “libertà riproduttiva è repressa ovunque”. La contrattazione è estenuante: con i datori di lavoro, con i partner. I soldi non bastano mai, il tempo non c’è mai. Il momento non è mai giusto, tutto congiura per un differimento fino al limite dell’età fertile o anche oltre. Le aziende più smart offrono come benefit il congelamento degli ovociti purché si continui a rinviare e a lavorare come gli uomini.
Un tempo oggetto di venerazione e gratitudine, la condizione di madre è diventata un residuo arcaico, un lusso insensato, un sassolino che inceppa i meccanismi della produzione e del profitto: perché mai una donna dovrebbe desiderare qualcosa che il mondo, fatta eccezione per le fredde considerazioni dei demografi, dipinge come indesiderabile e molesta? Lo slancio misterioso e libero di quel desiderio si indebolisce e perde senso convertendosi in quel desiderio d’oggetto che si esprime nella disperata ricerca di un figlio last minute, con l’aiuto di tecnologie riproduttive sempre più invasive e business-oriented che ti rivendono la fecondità di cui ti sei “liberamente” auto-espropriata.
Vera politica per la natalità – e per la salvezza di tutti – è rimettere al centro la madre e il bambino, atomo inscindibile. È organizzare il mondo intorno a questa matrice di civiltà e non, al contrario, costringere le donne a adattarsi a un mondo in cui valori materni come gratuità, relazione e dono soccombono di fronte alla misura universale dei soldi, del profitto, della solitudine armata di diritti.
(Lasciateci libere di essere mamme, Quotidiano Nazionale, 19 agosto 2019)
Il cordoglio di GiULiA per la scomparsa della collega, prima donna alla direzione della testata, allontanata dal suo posto non dalla malattia ma dai giochi della politica
di Maria Lepri
Uno sguardo ironico e attento fin dagli anni del Liceo Giulio Cesare, 1975-1979. Anni caldi e burrascosi dove le amicizie si sceglievano per le passioni politiche. Poi la passione per il giornalismo. Entrata alla Rai nel 1991, al giornale radio, Ida Colucci diventò un’ottima cronista sotto la direzione di Livio Zanetti. Il passaggio alla televisione fu desiderato e sofferto. Della televisione amava tutto, tranne l’apparire. Non ha mai considerato un lustro per il nostro mestiere farsi vedere con un microfono di fronte alle telecamere. Ed è andata avanti però, con determinazione e passione, con riservatezza, ma anche grande grinta.
Nel 2016 è stata chiamata alla guida del Tg2. La prima donna a dirigere una testata così importante. Primo obiettivo: cambiare la firma. Da direttore a direttrice. Credeva fortemente nella necessità di modificare il linguaggio. Pensava che il linguaggio di genere fosse una conquista da difendere con le unghie e con i denti. La direttrice Ida Colucci ha cercato di modificare il linguaggio del racconto: quello della cronaca nera, della politica italiana, della politica estera, del costume.
Con lei, al Tg2, i femminicidi sono diventati notizie di rigore. L’8 marzo non una ricorrenza qualsiasi, ma una giornata in cui dedicare il telegiornale alle donne che lavoravano, che lottavano, che soffrivano.
Il 25 novembre la giornata contro la violenza sulle donne era una sfida giornalistica e professionale. E tutti i giornalisti del Tg2 erano coinvolti in questa piccola rivoluzione.
Ida Colucci si è ammalata, ha sofferto e non ha mai mollato. Qualcuno dagli alti piani di Viale Mazzini le offriva di lasciare, lei non ha lasciato fin quando è stata costretta, non dalla malattia, ma dagli intrecci politici di un’Azienda che non ha mai amato le donne coraggiose.
Buon compleanno Ida. Tra pochi giorni avresti compiuto 59 anni e sei sempre stata una vera leonessa. Noi Giulie ti ricorderemo così: giornalista e “direttrice” leonessa.
(Https://giulia.globalist.it – 19.08.2019)
di Marina Terragni
Pubblichiamo questa lettera che è una riflessione sul rapporto tra politica delle donne e politica attuale, raramente considerato. Il tempo di firmarla è superato, ma secondo noi è importante conoscerla, pensarci e, in caso, esprimere il proprio pensiero.
Caro Presidente Mattarella,
in questi giorni che anche per lei dovrebbero essere riservati al riposo le tocca il compito di guidare il Paese in un passaggio difficile: ci consenta di esprimerle la nostra vicinanza e la nostra fiducia.
Noi cittadine italiane siamo e restiamo, come da tradizione, a dire poco deuteragoniste nella vita politica italiana, soprattutto nei momenti di crisi come questo, salvo poi essere chiamate a sostenere per prime – vero welfare vivente – i costi di ogni scelta maschile, giusta o sbagliata.
Soltanto rinunciando alla nostra differenza, alle nostre priorità, alle nostre agende, al nostro linguaggio, alla nostra competenza riguardo ai bisogni umani fondamentali che accompagniamo da sempre e da vicino, dalla nascita alla morte; solo adottando i modi e la lingua degli uomini ci è consentito – comunque occasionalmente e quasi sempre dalle ultime file – prendere parola e contare nell’agone politico.
Il prometeismo e la dismisura maschili sono il problema del mondo: dalla crisi ambientale, alle guerre, alle logiche insaziabili del profitto.
Il denaro è ormai l’unica misura – mai ha contato tanto in tutta la storia umana – e ha sbaragliato ogni altro valore. La “necroeconomia” globale moltiplica fame e povertà.
Il business della carne umana – dalla tratta alle nuove schiavitù – si avvia a contrastare il triste primato dei mercati di armi e droga, motori economici universali.
Se si conviene sul fatto che la marginalizzazione civile e politica delle donne è all’origine di grande parte dei problemi che ci troviamo ad affrontare, si dovrà ammettere che difficilmente le soluzioni saranno efficaci e radicali se non rimetteranno al centro le donne e ciò che conta per loro: relazione, cura, gratuità, misura, giustizia. Valori che trovano rappresentazione nella coppia simbolica della madre con la bambina o il bambino, un “due” che è matrice universale di civiltà.
Si può pensare che questa meravigliosa e necessaria rivoluzione possa realizzarsi fintanto che si continuerà a vagheggiare di uomini soli al comando – di qualsivoglia parte politica – o in ogni caso a non interpellare le donne e il loro comune sentire?
Caro Presidente, certe che in questa difficile circostanza saprà garantire al meglio il rispetto delle procedure democratiche e dei valori costituzionali fondanti, le chiediamo di considerare come un serio vulnus e come ragione di buona parte delle fatiche del Paese la marginalizzazione politica delle donne.
Non per un ennesimo e inutile “pinkwashing”: si tratta al contrario di ascoltare, di confidare, di volere davvero interpellare una sapienza insensatamente silenziata, e di metterla al lavoro per il bene di tutti.
Voglia gradire il nostro più affettuoso saluto.
(www.change.org, 14 agosto 2019)
di Chiara Maffioletti
Chi la criticava, chi bofonchiava «adesso però basta», chi l’accusava di aver strumentalizzato la malattia. Chi sbuffava sui social dopo ogni nuova foto pubblicata dicendo: «Ora ha stancato» e chi le augurava la morte. Tutte le persone che si sono sentite nella posizione di sparare sentenze pubblicamente mentre Nadia Toffa stava affrontando come meglio credeva il momento più difficile della sua vita, oggi come si sentono?
Le reazioni inaccettabili
Dal principio della sua vicenda, Nadia Toffa ha fatto qualcosa di inusuale e quindi per qualcuno disturbante: ha scelto di scardinare una condivisa liturgia della malattia, non solo parlando del suo cancro ma rivendicando sempre il diritto di farlo con ottimismo, un tratto che è sempre stato parte del suo carattere e che non intendeva dunque abbandonare perché si era ammalata. Questo ha dato fastidio.
Il codice della malattia
Toffa ha rotto il codice della malattia. Non l’ha vissuta in silenzio, non ha scelto di puntare sul pietismo. Ha deciso, piuttosto, di spingere sul pedale dell’entusiasmo, arrivando a invocare per lei la «normalità. Continuate a prendermi in giro», aveva detto. In questo suo percorso, ha corretto il tiro, ha preso anche il suo carico di responsabilità quando era stata bombardata per aver definito il cancro un dono, spiegando che in realtà era lei che aveva scelto di viverlo così, come un’opportunità per imparare qualcosa. Ma di fronte a una situazione così enorme, ognuno non ha forse il diritto di affrontarla come meglio crede? Perché dovrebbe indispettire qualcuno la forza di una persona chiamata ad attraversare qualcosa di tanto enorme. Come è possibile sentirsi in diritto di commentare?
Il senso della vergogna «Viviamo in tempi oscuri», aveva dichiarato lei tentando di spiegare questo che però rimane un inspiegabile odio. E aveva ragione se così tante persone non hanno provato nessuna vergogna nel fare commenti di quel genere.
[…]
(Corriere della sera, 13 agosto 2019)
Gruppo Comunicazione E Social Media
Ieri pomeriggio il sindaco di Pisa Michele Conti ha annunciato di aver revocato ad Andrea Buscemi la nomina ad assessore. La notizia è stata accolta dalla presidente della Casa della donna Carla Pochini con grande soddisfazione. «Oggi è un buon giorno per Pisa e per tutto il Paese. Da un anno aspettavamo questa revoca, per la quale ci siamo battute duramente. Abbiamo, infatti, sempre considerato vergognoso e inaccettabile che Andrea Buscemi ricoprisse una carica pubblica dopo che la Corte d’Appello di Firenze nel maggio 2017 lo ha riconosciuto responsabile di condotte di stalking (aggressioni fisiche, minacce, molestie, pedinamenti), reiterate per anni nei confronti della sua ex compagna, sentenza confermata lo scorso gennaio anche dalla Corte di Cassazione».
Fin dal luglio 2018 la Casa della donna ha organizzato manifestazioni e presidi sotto il palazzo comunale per chiedere le dimissioni di Buscemi e promosso anche una petizione online che in poche settimane ha raccolto oltre 45.000 firme.
«La nomina di Buscemi ad assessore ha sollevato a Pisa e in tutta Italia una protesta senza precedenti che ha coinvolto migliaia di cittadine e cittadini e non solo. Contro quella nomina – ricorda Carla Pochini – si sono espresse numerose parlamentari anche di centro-destra, come la ministra Giulia Buongiorno e la vicepresidente della Camera Mara Carfagna. Perfino il Parlamento europeo, in particolare la Commissione per i diritti delle donne, ha espresso grande preoccupazione per il caso Buscemi perché in contrasto con quanto previsto e raccomandato dalla convenzione di Istanbul», sottolinea Carla Pochini.
«Oggi il nostro pensiero e ringraziamento vanno a Patrizia Pagliarone, per il coraggio e la determinazione con cui ha continuato a chiedere giustizia, e a tutte le persone – continua Pochini – che in questi mesi hanno sostenuto lei e la nostra associazione in questa battaglia di civiltà».
Infine, conclude Pochini, «cogliamo l’occasione per esprimere la nostra soddisfazione anche per la revoca dell’assessora alla Pubblica Istruzione Rosanna Cardia che, con la proposta della casa per uomini maltrattanti e la chiusura di una sezione della scuola Agazzi, aveva dimostrato un’incompetenza inaccettabile».
(Casa della donna di Pisa, www.casadelladonnapisa.it, 13 agosto 2019)
vignetta di Pat

(facebook.com, 11/8/2019)
di Anna Lombardi
Per lei si sono mobilitate molte star dopo lo scandalo Weinstein
New York – La ragazza con le treccine che quindici anni fa aveva commosso l’America, condannata all’ergastolo da giudici impietosi, è libera. Cyntoia Brown è uscita mercoledì dal carcere.
La giovane, costretta a prostituirsi a sedici anni, uccise un cliente e fu condannata come un’adulta all’ergastolo: ora ha chiuso alle sue spalle la porta dalla Tennessee Prison for Women dove ha trascorso quindici anni, metà della sua vita.
Sull’onda dello scandalo del produttore cinematografico Harvey Weinstein, decine di star americane si sono battute per lei, da Rihanna a Kim Kardashian, chiedendo la revisione del processo per l’assassinio di Johnny Mitchell Allen, 43 anni.
Ammazzato per legittima difesa, diceva lei: «Aveva la casa piena di armi, pensavo volesse spararmi». Per derubarlo, dissero i giudici: si portò via due fucili e il portafogli.
Caduta giovanissima nelle mani dei trafficanti di sesso, Cyntoia aveva già una storia di soprusi sessuali lunga tre generazioni. Ma lo stato del Tennessee la condannò ugualmente al massimo della pena. I giudici non furono per niente inteneriti della ragazzina con le treccine, resa celebre da una foto scattata durante il processo.
Nel 2011 il regista Daniel Birman dedicò un documentario alla sua storia, facendola uscire dal buio. Un film durissimo, dove lei stessa raccontava gli abusi subiti.
Fece molto scalpore: tanto che i legislatori cambiarono la legge del Tennessee stabilendo che l’imputazione di prostituzione poteva essere formulata solo per le maggiorenni. Non diedero però validità retroattiva e Brown rimase in carcere. Dov’è diventata una studentessa modello: si è laureata, imponendosi come riferimento delle altre carcerate.
A darle clemenza, lo scorso gennaio, è stato l’allora governatore del Tennessee, il repubblicano Bill Haslam: «La trasformazione va premiata con la speranza», disse.
Lei intanto si è perfino sposata. Il 15 ottobre pubblicherà il suo primo libro: si intitola Free Cyntoia: My Search for Redemption in the American Prison System, la mia ricerca di redenzione nel sistema carcerario americano.
(la Repubblica, 9 agosto 2019)
di Pierpaolo Lio
Ormai una giunta fa, Chiara Bisconti fu irremovibile: «Chiamatemi assessora, non assessore». Una scelta da alcuni appoggiata, da altri ignorata, da qualcuno derisa. Otto anni dopo però il Comune decide di prendere posizione. E se «la forma è sostanza», la parità di genere deve rispecchiarsi anche nel lessico dell’amministrazione. L’effetto immediato è la delibera che dà il via libera non solo ai comuni direttrice o funzionaria, ma anche ai più «inusuali» assessora, revisora e (per il futuro) sindaca. Servirà invece un lavoro mastodontico per ottenere l’altro obiettivo: la revisione complessiva di tutti i testi amministrativi in vigore, oltre che della modulistica diretta «alle utenti e agli utenti» dei servizi comunali e l’adeguamento di tutta la comunicazione istituzionale e amministrativa di Palazzo Marino e delle società partecipate. «Ogni volta che nel dibattito politico si introduce il tema del linguaggio, si corre il rischio di una levata di scudi e di inutili irrisioni», riflette l’«assessora» alle Politiche per il lavoro e risorse umane, Cristina Tajani: «Questione non prioritaria, si dice, forzatura di formule neutre, mentre non ci si rende conto quanta violenza ci sia nel voler declinare al maschile ruoli e funzioni svolti da donne e per cui la grammatica non ha dubbi di sorta». All’inizio di questo mandato, in commissione congiunta Affari istituzionali e Pari opportunità fu infatti battaglia. Tutta al femminile.
Con le rappresentanti del centrodestra all’attacco della proposta firmata da centrosinistra e dalla pd Diana De Marchi al grido di «Chissenefrega», mentre l’allora capogruppo pentastellata Patrizia Bedori denunciava la spesa in gettoni di presenza «per discutere di quello che è un diritto». È forse ricordando anche quello scontro che l’«assessora» Tajani dice: «L’alibi delle priorità è sempre usato in ottica conservatrice». Invece «scrivere la realtà per quella che è, è un tema di giustizia, nulla di più». E rassicura: «Per concepire questa delibera, che recepisce una giusta e a lungo ignorata legge nazionale, nessuna importante e urgente questione è stata trascurata». È dello stesso avviso il collega di giunta Lorenzo Lipparini (Partecipazione): «Occuparsi di linguaggio è un’azione molto concreta perché non c’è cambiamento che non passi da un utilizzo consapevole di termini e parole. Questa delibera affronta il tema della discriminazione, a partire dagli aspetti linguistici».A supervisionare la rivoluzione, insieme alla delegata del sindaco alle pari opportunità Daria Colombo, sarà poi un «tavolo permanente» che avrà il compito di «diffondere una maggiore consapevolezza del divario di genere e una cultura linguistica appropriata» e realizzare un programma di formazione dei dipendenti, «a tenore culturale e linguistico».
(Corriere della sera, 5 agosto 2019)
La direttrice operativa di Facebook, 49 anni, si racconta: l’ambizione che coltiva sin da ragazzina, la filosofia del “Lean In”, il lavoro con Mark Zuckerberg e la perdita del marito, la sua «roccia»
di Martina Pennisi e Barbara Stefanelli

«Se potessi parlare a me stessa diciottenne, mi direi di non nascondere il titolo di “alunna predestinata al successo” (Most Likely to Succeed)
dall’annuario solo per ottenere un invito al ballo di fine liceo». Era
il 1987, Sheryl Sandberg si stava per diplomare alla North Miami Beach
Senior High, in Florida. La scuola la congedava con l’encomio speciale
di futura ragazza leader. Lei poi sarebbe andata a studiare economia a
Harvard. Peccato che in quel momento, in quell’estate della Maturità,
l’unico pensiero della ragazza Sheryl non fosse il percorso che la
porterà – dopo la laurea con lode – a diventare una delle donne più
potenti al mondo e la direttrice operativa di Facebook, cioè la persona
che deve assicurarsi che la società da più di 500 miliardi di dollari di
capitalizzazione faccia sempre (più) soldi. L’ossessione era: «Chi
vorrà mai arrivare al ballo con una super secchiona?». Nessuno, si
rispose. E decise: via l’etichetta dall’annuario. Funzionò, come scrive
in Lean In (Facciamoci avanti,
nell’edizione italiana), il libro-manifesto pubblicato nel 2013. Finì
che «un tizio divertente e sportivo» la invitò, salvo darle buca due
giorni prima. «Oggi non mi comporterei così e spero che mia figlia e le
sue coetanee siano orgogliose (e basta) di essere destinate al successo.
E se ancora ci sono ragazzi che non reggono l’ambizione e la forza al
femminile, vorrei dire alle teenager di oggi: lasciateli, non uscite con
chi non vi accetta così come siete».
Questo è quello che pensa e
vuole comunicare Sheryl Sandberg, a poco meno di un mese dal suo
cinquantesimo compleanno. Siamo nella sede milanese di Facebook, al
quarto piano di un palazzone a 400 metri dal Duomo, con la vista sugli
stessi iconici tram che circolano a San Francisco, affacciata sulla baia
a 50 chilometri dal quartier generale di Facebook a Menlo Park.
Questa è la prima visita ufficiale, ma era già stata in Italia?
«Certo,
chiunque farebbe più viaggi possibile qui, no? Sono stata a Milano,
Roma, Firenze. Un Paese fenomenale per gli affari, e per il cibo. Sono
venuta l’anno scorso in vacanza con i miei due figli. Questa volta
annuncio un investimento e l’obiettivo di avvicinare 100 mila italiani
al digitale entro il 2019. Non vogliamo che nessuno rimanga indietro. La
tecnologia ha un incredibile potere di cambiarti la vita, ma bisogna
essere in grado di usarla», dice d’un fiato.
Siamo al riscaldamento:
più che un confronto alla Frost/Nixon, ci aspetta ora una partita a
poker. Quello delle epiche sudate davanti ai giornalisti è Mark
Zuckerberg, informatico geniale e un po’ impacciato che nel 2007 rimase
folgorato da Sandberg durante una festa di Natale e poi fece di tutto
per strapparla a Google, dove era stata decisiva nella creazione della
piattaforma in grado di cambiare per sempre il mondo della pubblicità.
Lei – che prima di Google aveva lavorato come capo dello staff di Larry
Summers, segretario del Tesoro nell’amministrazione Clinton – è
l’opposto. Brillante, asciutta, concentrata.
«Vengo meglio se non
sorrido». «Vengo meglio di tre quarti», dice al fotografo prima
dell’intervista. È muscolare, nella mente e nel fisico stretto in una
gonna rossa di pelle e in una maglia nera elasticizzata.
Si allena tutti i giorni?
«Sì,
tutti i giorni, per me è importante. Come dormire». Dopo l’improvvisa
morte del marito Dave Goldberg, nel 2015, lo spiegò subito: lo sport è
uno strumento per superare il lutto e rimettere in circolo le energie.
Stimola resilienza, che è il vero muscolo da allenare per uscire dalla
depressione. Non solo: «Può aiutare le ragazze a trovare la fiducia in
sé stesse. Le nostre calciatrici ai Mondiali femminili di calcio, per
esempio: è fantastico vederle, guardarle all’opera».
Alex Morgan e
compagne si misurano su 110 x 70 metri di campo. Con Sandberg c’è solo
una scrivania bianca da attraversare, consapevoli di conoscere le nostre
carte e soprattutto le sue. Con Facebook, Instagram e Whatsapp sta
plasmando i nuovi modi di comunicare: la sovraesposizione mediatica la
obbliga a periodiche uscite pubbliche con un codice ormai noto ed
esercitato. Frasi brevi, chiare, rassicuranti, qualche colpo ad effetto.
La Rete ne è piena. Sempre le stesse e in linea con le esternazioni di
Zuckerberg e degli altri top manager del gruppo, e persino del resto
della Silicon Valley.
Alle donne ha iniziato a parlare nel 2010,
invitandole con un Ted Talk a non farsi condizionare, non tanto e non
solo dalla maternità, quanto dall’idea stessa di rimanere incinte e
avere un bambino: «Quando una donna comincia a pensare a un figlio,
subito si chiede “ma come farò a fare tutte le altre cose che faccio
ora?” E da quel momento, sbagliando, si tira indietro», si infervora nel
video che su YouTube è stato visto oltre 9 milioni di volte.
Siamo nel post #MeToo, il movimento di
denuncia delle molestie nei luoghi di potere che è partito nel 2017 con
le accuse al produttore di Hollywood Harvey Weinstein. Sta aiutando o
comunque condizionando la corsa delle donne che cercano di chiedere,
pretendere e negoziare sul lavoro?
«Prima di tutto voglio
dire che #MeToo è un movimento davvero importante. Ne abbiamo bisogno,
non importa in che forma: in tutto il mondo, ovunque, nel vostro Paese,
nel mio, le donne sono state molestate troppo spesso e per troppo tempo
sul lavoro. Il problema c’è ancora ed è molto profondo, tuttavia
dobbiamo essere chiare con gli uomini: non molestarci è un bene, ma non è
sufficiente. Non dovete molestarci e non dovete ignorarci».
Negli Stati Uniti, i dati di una ricerca
mostrano come il 60% dei manager maschi sia preoccupato all’idea di
svolgere «un’attività individuale» con una donna, compresa una riunione.
«Mi chiedo: “È possibile essere promossi da qualcuno che non
vuole avere un incontro con te?” La risposta è facile: no. Se non
possiamo ottenere un incontro non possiamo ottenere una promozione. Per
timore di denunce, gli uomini senior sono sei volte più esitanti a
cenare con una donna junior. Cenare non vuol dire stare in un
appartamento, cenare significa trovarsi al ristorante, dove ci sono
altre persone. Io dico: se non siete disposti a cenare da soli con una
donna, non cenate neppure con un uomo. Fate pasti di gruppo piuttosto».
Poi, esplode in una risata: «Oppure non mangiate affatto».

La collaborazione degli uomini però è fondamentale.
«Alcuni partecipano anche ai nostri circoli, che si ispirano alla filosofia del “Lean In”
e sono aperti a tutti, solo che per gli uomini “farsi avanti” deve
voler dire sostenere le donne sia a casa sia sul lavoro. A casa c’è
un’ottima ragione per farlo: il tuo matrimonio ne beneficia, fai più
sesso. Agli uomini dico: “Se vuoi fare più sesso non comprare dei fiori,
fai la lavatrice”. Una volta l’ho detto in tv e il più grande venditore
di fiori degli Stati Uniti mi ha mandato un mazzo enorme chiedendomi se
non potessi consigliare entrambe le cose. Ho risposto va bene, certo,
posso farlo».
Questo è l’argomento di cui preferisce parlare, il
biglietto da visita con cui lei si fa avanti: Sheryl Sandberg,
femminista, autrice di Lean In e
fondatrice della non profit collegata LeanIn.Org, 43 mila circoli (70
in Italia) di donne che si incontrano regolarmente per confrontarsi.
Michelle Obama – una a dire il vero perfetta leaniner,
in equilibro fra l’immagine dell’impegnata rassicurante first lady e
quella dell’arrembante indipendente donna di successo da 10 milioni di
copie vendute (dell’autobiografia Becoming) – ha derubricato l’iniziativa di Sandberg: «Questa robaccia (shit,
in inglese) non funziona sempre: le donne non possono avere tutto».
Leggi: non tutte le donne partono dalla condizione di poter rincorrere
la carriera cercando di bilanciarla con la vita privata. Quello della
numero due di Menlo Park è una sorta di femminismo del e nel Capitale,
che si rivolge a chi può concentrarsi sul raggiungimento dei propri
obiettivi in ambienti di lavoro ostici.
Negli ultimi due anni e mezzo, così
impegnativi per Facebook, dichiararsi femminista è diventata un’arma a
doppio taglio? Si è sentita giudicata diversamente da Mark Zuckerberg,
per quello che avete fatto o detto in difesa della vostra azienda, in
quanto donna e per molte/i icona globale?
«Mark e io abbiamo
una grande responsabilità, dobbiamo proteggere la libertà di parola e di
espressione, le elezioni e le opinioni; ed è giusto che ci giudichino
duramente. Io sono orgogliosa del lavoro che ho fatto come femminista.
Mi hanno detto e ripetuto che prendere questa posizione avrebbe rovinato
la mia carriera, che non sarei più stata presa sul serio. Io sono
felice, tutto considerato, di aver preso posizione. Le donne che sono
venute prima mi hanno reso le cose più semplici, hanno preparato il
terreno. So benissimo che dicendo qualunque cosa, da donna, sarò
giudicata diversamente. È un male? Senza dubbio. Ma è così: lo chiamano
“doppio standard”. Fin da piccole, se le bambine sono ambiziose, se si
esprimono, vengono definite prepotenti e suscitano disagio. Cosa che non
accade con i maschi, quasi mai».
Quindi le decisioni che ha preso, soprattutto negli ultimi due anni e mezzo così difficili, le ha prese da leader e basta?
«Sì, andavano prese. E basta».
Il
terremoto che ha investito le fondamenta di Facebook è iniziato nel
novembre del 2016, con l’elezione di Trump e le accuse al social network
di aver permesso ai russi di influenzare il dibattito elettorale
americano. Subito dopo è esploso lo scandalo di Cambridge Analytica, che
ha messo a nudo i meccanismi dell’economia (digitale) basata sui dati
che cediamo gratuitamente e la superficialità con cui viene trattata la
nostra privacy. A questo punto sono scattate le inchieste dei media su
come Zuckerberg e Sandberg hanno gestito la faccenda, con lei che ha
commissionato un’indagine (prima negata, poi ammessa) sull’azionista
“scomodo” George Soros, e sono partite le audizioni davanti al Congresso
americano. L’ultima grana sono le richieste pressanti di spacchettare
Facebook: capofila dell’offensiva è la senatrice in corsa per la Casa
Bianca Elizabeth Warren, che nell’immaginario americano potrebbe
diventare l’antagonista – donna, economista, democratica – di Sheryl
Sandberg.
Cosa è cambiato per voi e per lei?
«La
cultura dell’azienda è cambiata. Prima di tutto, stiamo lavorando a
stretto contatto con i governi, è il passaggio più importante dal 2016.
Poi, stiamo investendo molto di più in sicurezza. Lo facevamo anche
prima, non abbastanza, perché non avevamo previsto alcuni rischi. Adesso
abbiamo 30 mila persone che lavorano in tutte le lingue del mondo per
prevenire i danni alla comunità. Molto del nostro lavoro è mutato. Anche
il mio: prima passavo la maggior parte del tempo a lavorare sulla
crescita, sul business, adesso priorità è la prevenzione. Ho sempre
fatto entrambe le cose, ma ora gli equilibri si sono invertiti».
Questo
percorso critico è fotografato dalla classifica delle donne più potenti
del mondo: nel 2017 Sandberg era appena sotto il podio. L’anno scorso,
mentre la reputazione di Facebook si incrinava e il Congresso Usa
reclamava risposte, è scivolata di sette posizioni. La verità è che il
suo potere sulle nostre vite è rimasto intatto, anche paragonandola a
chi ora la precede in graduatoria. Nell’ordine, la cancelliera tedesca
Angela Merkel, l’ex premier britannica Theresa May o Christine Lagarde,
direttrice generale del Fondo monetario internazionale. Chi di loro
prende decisioni che hanno un effetto immediato sulla vita quotidiana di
oltre 2,7 miliardi di persone? In lista non c’è (più) Marissa Mayer, la
prima ingegnera assunta da Google che nel 2012 ha preso le redini di
Yahoo! proponendosi come alternativa di successo al machismo della
Silicon Valley. Poi ha mentito sugli attacchi hacker e ha svenduto
l’azienda. E non c’è neanche Hillary Clinton, alla quale Sandberg
sembrava pronta a unirsi in caso di vittoria in quello sciagurato (per
Facebook, per casa Clinton e per le donne) novembre 2016. Ha perso ed è
uscita di scena, mentre la numero due del colosso di Menlo Park potrebbe
decidere da un giorno all’altro – con Zuckerberg – di eliminare davvero
il contatore dei cuori su Instagram. Sembra una banalità, ma se i due
dovessero procedere non vedremmo più sotto le foto quante persone le
hanno apprezzate: ridurremmo così i continui confronti con la popolarità
altrui di cui i social network ci hanno reso ostaggi. Non solo cuori.
Sandberg sarà determinante nello sviluppo di Libra, la criptomoneta annunciata a metà giugno
che ha già sollevato un’alzata di scudi di banche centrali e organismi
di monitoraggio finanziario. Se Zuckerberg può permettersi di fare
annunci e marketing, lei deve pesare parole che hanno un effetto persino
superiore a quelle del fondatore: è stata l’allieva di Summers, lo
stesso che – anni dopo, da rettore a Harvard – avrebbe sostenuto che gli
uomini sono più forti delle donne nelle materie scientifiche «per
motivi biologici».
Facebook sfrutterà Libra per cambiare il suo modello di business e non essere troppo dipendente dalla pubblicità online?
«Come
Facebook non stiamo lanciando qualcosa di nostro, facciamo parte di
un’associazione di 27 aziende. La buona notizia è proprio che c’è questa
collaborazione. Stiamo lavorando con i regolatori di tutto il mondo,
per ora non abbiamo molti dettagli. C’è un po’ di preoccupazione diffusa
perché non possiamo descrivere un prodotto finito. Questa volta noi
abbiamo annunciato cosa vogliamo fare, ma dovremo lavorare con gli altri
per realizzarlo».
A tavoli conclusi, e regolatori permettendo,
quello delle transazioni di denaro potrebbe essere un nuovo capitolo che
porterà il colosso californiano anche nei portafogli dei suoi 2,7
miliardi di iscritti.
Per capire come Sandberg è arrivata fin qui e
da qui andrà avanti, sopravvivendo dove e mentre altre hanno dovuto
cedere il passo, vale la pena fare un ultimo salto indietro e tornare
alla prima scossa di quel sisma che si sta tuttora assestando: al
novembre 2016, quando Zuckerberg dichiarò che il 99 per cento dei
contenuti postati su Facebook «è autentico», difendendosi goffamente
dalle primissime accuse di aver agevolato la disinformazione. Allora
Sandberg aveva perso il marito da sei mesi. Nel Ted Talk del 2010
diceva: «Fai del tuo partner un vero compagno di vita». Lei, dopo un
matrimonio fallito, come compagno di vita aveva scelto il suo migliore
amico, un ex collega che per primo le aveva mostrato cosa fosse
Internet. Dave Goldberg cadde sul tapis roulant, mentre era in vacanza
in Messico con la famiglia, a 47 anni. In una struggente lettera
pubblicata quattro giorni dopo, Sandberg scrisse: «Era la mia roccia.
Quando ero agitata, lui rimaneva calmo. Quando ero preoccupata, mi
diceva che sarebbe andato tutto bene. Quando ero incerta, mi aiutava a
risolvere il problema».
Perdere la sua roccia ha reso più difficile svolgere il ruolo di leader?
«Penso di sì, allo stesso tempo penso di essere diventata più forte e decisamente più empatica. La prova più dura è crescere i nostri figli da sola (un maschio di 14 anni e una femmina di 11). Ho imparato molto da quello che è successo: è più difficile farmi arrabbiare, ho più controllo. Si chiama PTG, Post Traumatic Growth, crescita post traumatica, il contrario dello stress post traumatico. Certo, avrei preferito “crescere” in un altro modo, ma quando subisci un trauma come il mio puoi trovare una grande spinta nella consapevolezza che quella cosa, quel tormento ti sta fortificando. Quindi, sì, sono più forte. Quasi tutto, letteralmente quasi tutto quello che mi può capitare non potrà essere poi così male».
(Sette, 5 luglio 2019)
di Annalisa Ramundo
ROMA – Una raccolta dati centralizzata delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, anche attraverso il codice fiscale. Succede in Lombardia, dove la Regione ha predisposto una scheda informatizzata– che le operatrici dei centri devono compilare al momento della presa in carico – legando alla compilazione di questa scheda il destino delle convenzioni centri-Regione, quindi dei finanziamenti, che sono per la maggior parte quelli nazionali erogati dal Dipartimento Pari Opportunità (Dpo). A dire ‘No’ sono i centri antiviolenza lombardi, tra cui il Cadom-Centro Aiuto Donne Maltrattate di Monza, il Cadmi-Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, Aida-Associazione Incontro Donne Antiviolenza di Cremona, il Mia di Casalmaggiore, l’associazione Donne Contro la Violenza di Crema e il centro ‘Tua e le Altre’ di Sondrio, che considerano l’inserimento del codice fiscale una “schedatura” delle donne maltrattate. Un ‘No’ che, scaduta la Convenzione gennaio 2018-giugno 2019, per il prossimo semestre vede il Cadom ufficialmente fuori dai finanziamenti e dai quattro sportelli gestiti – in accordo con Regione e Comuni – a Monza, Lissone, Brugherio e Seregno. Come pure Cadmi, fuori dalle reti dell’hinterland di San Donato e Corsico.
IL TAVOLO ANTIVIOLENZA REGIONALE E LE PAROLE DELL’ASSESSORA PIANI
L’ultimo atto della vicenda si consuma il 22 luglio scorso, quando si riunisce il tavolo antiviolenza regionale, che, dopo il suo rinnovo, conta oltre 70 membri tra centri antiviolenza accreditati, forze dell’ordine, magistratura, enti pubblici e Comuni capofila delle reti interistituzionali. “L’assessora alle Politiche per la famiglia, genitorialità e Pari opportunità, Silvia Piani, nonostante le nostre perplessità esposte in questi anni, ha dichiarato che sul codice fiscale andranno avanti e che chi non compilerà la scheda Ora (Osservatorio regionale antiviolenza, ndr) sarà fuori dalle reti”, racconta alla Dire Manuela Ulivi,avvocata civilista e presidente del Cadmi, con Cadom nella rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re.
“Ci sono arrivate due letterine in cui ci viene detto che chi non compilerà questa scheda è fuori dalle reti, una decisione che non rispetta gli articoli 7, 8 e 9 della Convenzione di Istanbul, in cui si fa riferimento a coinvolgimento e cooperazione con Ong e organizzazioni della società civile”, continua Ulivi, che ricostruisce come la Regione Lombardia arriva a quello che i centri antiviolenza che si sono ribellati hanno definito in un comunicato stampa dell’11 luglio “una forma di ‘violenza economica’ inaccettabile per le donne”.
DALLA COLLABORAZIONE CON I CAV ALLA ROTTURA
“Nel 2012 la Regione Lombardia si è dotata di una legge in materia di violenza e noi della rete dei centri abbiamo aiutato l’ente a costruire un quadro sulla situazione regionale, fornendo informazioni sul tipo di schede che utilizzavamo per raccogliere i dati. Fatto questo lavoro, la Regione ci ha proposto una raccolta dati centralizzata a fini statistici, con una responsabilità condivisa tra noi e Lombardia informatica (digital company regionale, ndr)”. Una scheda unica per tutti i centri “che include dati sulla persona su cui noi avevamo già puntualizzato di dover garantire anonimato e segretezza, perché questa è la metodologia dell’accoglienza riconosciuta come pratica positiva dei centri antiviolenza anche dall’Intesa Stato-Regioni del 27 novembre 2014”. I problemi arrivano “con le delibere di Giunta, con cui nel tempo vengono sempre più pressate le questioni rispetto al tipo di dato da inserire in questo riquadro- sottolinea Ulivi- e viene fuori che l’unico modo per la Regione per non avere un dato sporcato o replicato è l’inserimento del codice fiscale. Ma se questo dato viene fornito, allora può anche essere intrecciato? Se lo intrecci, sicuramente vieni a conoscenza di chi è la donna”.
IL PARERE DEL GARANTE DELLA PRIVACY
E proprio su questo aspetto anche il Garante della Privacy è intervenuto nel 2015, sollevando tre rilievi. “Il Garante nel suo parere ha scritto che c’erano prima di tutto delle criticità dal punto di vista tecnico e che occorreva procedere ad un’anonimizzazione del dato, per cui a livello statistico nei report annuali regionali non bisogna far emergere quelli relativi a un determinato Comune sotto certi numeri, perché sarebbe facile identificare le donne- spiega alla Dire Erminia Belli, rappresentante del direttivo del Cadom, attivo a Monza con 40 operatrici volontarie e 10 professioniste specializzate dal 1994- Nel secondo rilievo il Garante ha dubitato che il consenso alla raccolta di dati sensibili in questi casi sia validamente prestato da parte della donna, che si trova in una condizione di massima vulnerabilità; il terzo e ultimo rilievo è che per fare le statistiche non serve il codice fiscale“. Ma la Regione “si è messa a posto solo sul primo aspetto, dal punto di vista dell’output del dato statistico, non sugli altri due a cui ha risposto in modo generico”, tanto che il Garante ha scritto ancora nel 2017. Il problema, per il Cadom, è “l’input, perché anche se i dati vengono anonimizzati, restano nel sistema come una sorta di schedatura della donna, una stigmate che si basa su una momentanea fragilità causata dalla violenza domestica, che però, tramite un percorso di accoglienza e ascolto, può essere superata”. Il sistema dell’inserimento dei dati sensibili nella scheda, che “per qualche tempo siamo riuscite ad aggirare- spiega Ulivi- è diventato stringente da giugno. Su questo modulo, tra l’altro, si registra la cosiddetta presa in carico, corredata con aspetti legati a questioni sanitarie o giudiziarie, quindi al professionalismo”. Tradotto, “la donna può uscire dalla violenza solo se si riconosce debole e bisognosa di sostegno psicologico e azioni giudiziarie- osserva la presidente di Cadmi- Non si fa centro antiviolenza con i professionalismi che ne sterilizzano la politica, cioè il femminismo- avverte l’avvocata- ma con la scelta dell’empowerment femminile”.
CADMI: “SI INTACCA LA RELAZIONE CON LA DONNA”
Per Ulivi la questione “non è ideologica, ma pratica”, perché ad essere intaccata è la relazione con la donna: “Se le chiediamo il codice fiscale- dice- creiamo una situazione in cui non c’è più l’anonimato”. L’impressione è che “vogliano controllare i centri- conclude l’avvocata- e che decidano di finanziarli in base a come e quante donne ricevono, quando già esiste un sistema di rendicontazione molto preciso”.
CADOM: “CONTINUEREMO A LAVORARE AUTOFINANZIANDOCI”
“Noi non ci arrendiamo. Continueremo a lavorare e ad accogliere le donne, con progetti a bando e autofinanziamento, con cui pagheremo le consulenze psicologiche e legali prima coperte dai finanziamenti regionali”, annuncia Belli, che chiude con una nota di speranza: “Proprio il 22 luglio, lo stesso giorno del tavolo- racconta- abbiamo saputo che la Fondazione Monza e Brianza ha scelto di finanziare un nostro progetto di prevenzione nelle scuole. È un importante attestato di riconoscimento dal territorio. Anche per questo non ci fermeremo”.
PIANI (REGIONE LOMBARDIA): “NO CAV A CODICE FISCALE È IDEOLOGICO”
“Trovo ideologica e strumentale la presa di posizione dei centri antiviolenza che si rifiutano di inserire nella scheda di registrazione delle donne prese in carico il codice fiscale. Il codice fiscale non è tracciabile perché è cifrato e nessuno lo potrà mai vedere, se non l’operatrice del centro. Su questo punto non tornerò mai indietro, perché lo ritengo una cosa sacrosanta e anche utile rispetto a ciò che vado a fare con dei soldi pubblici”. Non usa mezzi termini l’assessora alle Politiche per la famiglia, Genitorialità e Pari opportunità della Regione Lombardia, Silvia Piani, per difendere il nuovo requisito che, a partire dalla programmazione 2020-21, obbligherà i centri antiviolenza lombardi a inserire il codice fiscale delle donne prese in carico nella scheda informatizzata Ora (Osservatorio regionale antiviolenza, ndr), pena l’impossibilità di accedere ai bandi regionali – che saranno pubblicati a breve – e quindi ai finanziamenti.
Un requisito di cui “ormai parliamo da tre anni”, dice Piani, a cui però i centri della rete D.i.Re, tra cui il Cadom-Centro Aiuto Donne Maltrattate di Monza e il Cadmi-Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, hanno detto ‘No’ – rinunciando di fatto ai finanziamenti regionali. “Con la scheda Ora (Osservatorio regionale antiviolenza, ndr) chiediamo il codice fiscale non per sapere nome e cognome delle donne che si rivolgono a un centro antiviolenza, ma per capire che caratteristiche hanno, il loro numero, se sono più o meno giovani o scolarizzate, se hanno figli, se sono italiane o straniere, se hanno un lavoro, insomma, per avere dati in forma aggregata utili a indirizzare le politiche da mettere in campo e fare in modo che siano mirate alle loro esigenze- spiega Piani- Non c’è un sistema alternativo, solo con il codice fiscale possiamo evitare di perdere il dato e che ci sia una sovrapposizione di servizi, perché le donne possono andare in 40 centri a chiedere informazioni ma forniscono il codice a un solo centro al momento della presa in carico. Così poi, alla fine della rendicontazione, riusciamo ad avere un numero reale di donne che chiedono i servizi e del numero dei servizi erogati”.
“Nel momento in cui abbiamo istituito il sistema Ora nel 2014- sottolinea l’assessora- abbiamo ascoltato i centri e abbiamo cercato di spiegare più volte la ratio che stava dietro i dati raccolti dalla scheda. Il numero di quelli che hanno sollevato il problema perchè in difficoltà a richiedere il consenso delle donne non è elevato. Fatto 100 il numero dei centri, per semplicità di calcolo, se io ne ho cinque che hanno questo problema e 95 che non ce l’hanno, evidentemente non è più un mio problema. Io dico ai centri della rete D.i.Re: fate un sondaggio e capite quante donne non si rifiutano di dare il codice fiscale, perché non glielo chiedono nemmeno”.
E sul rilievo della condizione di vulnerabilità in cui si trova la donna al momento del consenso alla raccolta dati, richiamato dai centri D.i.Re anche sulla base del parere del Garante della Privacy, Piani risponde: “Se una donna si reca in ospedale per un’interruzione volontaria di gravidanza non credo che non sia in una condizione di vulnerabilità, secondo me lo è. Il codice fiscale, però, lo deve dare perché è sulla sua tessera sanitaria, che è obbligata a mostrare per avere la prestazione. Ma nessuno saprà mai che lei è andata a fare quella cosa lì a meno che lei non sia andata a raccontarlo. Qui è la stessa identica cosa. A me risulta che dalle circa 3.600 donne che si sono rivolte ai centri nel 2014, anno in cui è iniziato in via sperimentale il sistema Ora, alle 7mila registrate solo nel primo semestre del 2018, ci sia stato un aumento esponenziale- insiste Piani, numeri alla mano- Quindi significa che il codice fiscale non è un deterrente, altrimenti non ci sarebbe stato questo incremento”. I fondi che arrivano ai centri antiviolenza sono regionali e, per la maggior parte, nazionali, erogati dal Dipartimento Pari Opportunità, che li destina alle Regioni che, a loro volta, stabiliscono dei criteri di distribuzione delle risorse. Nel caso lombardo uno di questi criteri è proprio l’immissione nella scheda del codice fiscale. “Le disparità a livello nazionale ce le abbiamo comunque- continua Piani- perché in Lombardia nel 2013 abbiamo creato una governance che non esiste in altre Regioni e che funziona, e io lo so perché sono nella cabina di regia a livello nazionale. C’è anche molta disparità rispetto ai fondi che vengono erogati, già a monte nella ripartizione delle risorse. La Regione Lombardia, ad esempio, ne prende molte di più del Molise, anche sulla base dell’espansione territoriale e del numero di abitanti”. Risorse che vengono destinate ai centri e che i centri devono poi rendicontare alla Regione. Anche per questo “la scheda ci può aiutare, perché da lì capiamo che tipo di servizi vengono erogati. In base al numero di servizi e prestazioni del centro, non al numero di donne intercettate- ci tiene a precisare in chiusura l’assessora- io erogo le risorse”.
D.I.RE AD ASSESSORA PIANI: “NO A RICATTI SU C.F., COINVOLTO DPO”
“Ancora una volta ci tocca distinguere tra un centro antiviolenza e l’universo dei servizi che si propongono per contrastare la violenza maschile. L’indipendenza metodologica resiste anche ai ricatti economici. D.i.Re non ci sta e si è attivata per coinvolgere il Dipartimento delle Pari Opportunità, richiamando un livello nazionale su quanto deciso dalla Regione Lombardia”. È la risposta della presidente di D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza, Raffaella Palladino, alle dichiarazioni dell’assessora alle Politiche per la famiglia, Genitorialità e Pari opportunità della Regione Lombardia, Silvia Piani, raccolte dall’Agenzia Dire sulla polemica che vede contrapposti i centri antiviolenza (Cav) della rete nazionale e l’Ente, rispetto all’obbligo – a partire dalla programmazione 2020-21 – di inserire il codice fiscale delle donne prese in carico nella scheda informatizzata Ora (Osservatorio regionale antiviolenza, ndr), pena l’impossibilità per i Cav di accedere ai bandi regionali, quindi ai finanziamenti. Palladino risponde punto su punto, a partire dalla questione della tutela della privacy. “L’assessora riprende un po’ l’idea che fornire il codice fiscale non sia una violazione della privacy e che la nostra sia una posizione ideologica. In realtà, la tutela della segretezza e dell’anonimato, che non sono assolutamente garantiti nel momento in cui una persona fornisce il codice fiscale, resta per tutti i centri D.i.Re uno dei cardini della nostra metodologia di lavoro, per noi irrinunciabile e non negoziabile. E uno dei criteri per aderire alla nostra rete, oltre a quello di rispettare la totale gratuità di tutte le prestazioni, è proprio la garanzia di riservatezza e anonimato, che sono poi il cardine della fiducia e della metodologia della relazione tra donne”. È questa metodologia, per Palladino, “quella che fa la differenza tra un centro antiviolenza e un servizio per donne maltrattate, che può essere gestito da chiunque. Quando la Convenzione di Istanbul parla di servizi specialistici parla anche di competenza specifica, di ottica di genere e di metodologia”.
Sulle rassicurazioni di Piani rispetto al fatto che il codice fiscale una volta immesso nel sistema viene cifrato e non è visibile “se non all’operatrice del centro”, Palladino commenta: “È comunque un modo per tracciarlo. Se pure l’uomo maltrattante non riesce ad individuare la donna, questo sistema è comunque un modo di entrare anche nel dato disaggregato, che è un altro tema ancora. L’assessora si contraddice un attimo dopo- sottolinea Palladino- Prima dice che non è tracciabile, perché il codice fiscale non viene reso noto, poi dice che devono studiare i dati, avere informazioni sulla tipologia di donne, sul loro lavoro, sul numero di figli. I dati servono per indirizzare le politiche? Ma questo vuol dire azzerare il senso di un rete territoriale al cui interno c’è il centro antiviolenza, che ti porta la competenza specifica”. Palladino rivendica: “Siamo sempre noi le titolari dei dati. Quello della Regione Lombardia è comunque un modo per controllare le donne. Si scrivono i dati della donna e quelli del centro di quel Comune e in quel Comune si ha una fotografia dalla quale si può rintracciare. Mi sembra un’imposizione senza ascoltare quella che la Regione sta facendo- insiste la presidente di D.i.Re- anche se poi vogliono rassicurare che il dato è criptato”.
Ma “la cosa più grave”, per D.i.Re, “resta il ricatto economico, che caratterizza la relazione sempre complessa tra i centri privati, cioè i centri antiviolenza, e le istituzioni. Questo è un tema che non viene mai focalizzato, secondo me- fa notare Palladino- ma è molto importante, perché il principio di sussidiarietà, che poi guida dal 2000 la legge 328 e tutto il sistema di delega e affidamento dei servizi al Terzo Settore, prevede una relazione in cui chi eroga il servizio si presta anche alla valutazione del lavoro che fa, ma non al controllo, e lavora secondo un criterio di autonomia e di indipendenza. Questa imposizione del pubblico di una regola così premiante alla quale, se non stai, vieni esclusa dalla rete territoriale e dai finanziamenti- osserva Palladino- è un’imposizione veramente inaccettabile, che non tiene conto della nostra storia, del riconoscimento della qualità del lavoro, dell’esperienza specifica. Il paradosso è che finiranno per essere esclusi proprio i centri con la maggiore storia ed esperienza, che non a caso sono quelli che tengono di più alla qualità del lavoro con le donne”.
Altro punto dolente, per D.i.Re, è che “i fondi con cui si finanziano i centri non sono solo regionali. La Regione Lombardia- entra nel merito Palladino- sta decidendo anche per i fondi della legge 119, che sono quelli nazionali”. Legge 119 “che recepisce la Convenzione di Istanbul, per cui è il Dipartimento che ti dice i criteri con cui li devi distribuire, non ti puoi arrogare tu Regione, da sola, il diritto di non dare quei fondi a chi non vuole aderire a un criterio che tu ti sei data. Il Dipartimento dà alle Regioni le risorse, ma con dei vincoli- spiega- le Regioni devono darne una parte ai centri antiviolenza che hanno accreditato, che hanno i requisiti dell’Intesa Stato-Regioni (lavorare con l’ottica di genere e con la relazione tra donne), e possono dare le risorse dopo presentazione di un progetto al Dpo, che hanno redatto concertandolo con i centri antiviolenza. Il che vuol dire che la rete territoriale deve riconoscere che quella è una politica veramente efficace”. Palladino torna poi sul parere del Garante della Privacy: “C’è una risposta scritta del Garante che dice che questo codice fiscale non lo possono chiedere, ma loro si ostinano a farlo. Il margine di manovra che Regione Lombardia si prende mi sembra riguardi il fatto che loro si sentono impuniti e vanno avanti col criterio dell’autonomia regionale”. E chiude sull’indagine Istat relativa all’utenza dei centri: “Stiamo lavorando da molti mesi sul questionario Istat- fa sapere- Abbiamo trovato da ridire tantissime cose, ma loro hanno accolto molte delle nostre osservazioni. L’Istat non si permetterebbe mai di chiedere un dato sensibile. Quindi, se l’Istituto nazionale di statistica sta per partire con un’indagine in tutte le Regioni sull’utenza dei centri, proprio per fare il lavoro che l’assessora dice di voler fare, e ha concertato a lungo con noi, accettando di non avere nessun dato sensibile, non vedo perché la Regione Lombardia debba avviarsi da sola su questa strada”.
(Dire, 01 agosto 2019)
di Donatella Franchi
La grande novità della Biennale d’arte di quest’anno May you live in interesting times è la presenza di molte artiste, che per la prima volta nella storia delle grandi rassegne internazionali, superano il numero degli artisti.[1]
Per la mia generazione, che ha lottato perché il pensiero e l’energia creativa delle donne trovassero spazio e ascolto in un mondo dominato dal pensiero e le pratiche, e dallo sguardo maschile, dove le grandi mostre e i musei accoglievano quasi solo opere di uomini, questa è senz’altro una novità di cui gioire e su cui riflettere. Non tanto perché le donne siano state finalmente ammesse in gran numero nel Sancta Sanctorum di questa importante rassegna internazionale, ma perché il loro pensiero e la loro visione sono necessarie per comprendere il presente.
Ricordo la Biennale del 2005, quattordici anni fa, dunque. Era curata da Rosa Martínez e María de Corral. La ricordo bene perché per la prima volta ho incontrato in quella sede delle artiste, che facevano arte assumendo la loro esperienza femminile come punto di forza, rivelando così una capacità di invenzione simbolica sovvertitrice e trasformatrice: Barbara Kruger e Jenny Holzer con il loro lavoro sul linguaggio, la giovane Regina José Galindo, con le sue intensissime performance di body art, Louise Bourgeois che, pur non identificandosi con il femminismo, era stata fortemente valorizzata dal movimento delle donne, e poi Ghada Amer, Mona Hatoum, Emily Jacir, Kimsooja.
All’entrata delle corderie dell’Arsenale campeggiava uno dei famosi grandi manifesti delle Guerrilla Girls, le artiste attiviste americane che, proclamandosi “coscienza del mondo dell’arte” dagli anni ottanta denunciavano l’assenza delle donne nelle grandi collezioni e musei d’arte. Intervenivano con azioni tipo flash mob nascoste da una maschera da gorilla, giocando sull’assonanza nella pronuncia inglese, delle parole “guerrilla” e “gorilla”. Il manifesto mostrava la grande odalisca del pittore neoclassico Ingres, distesa voluttuosamente di schiena, con il volto nascosto dalla maschera da gorilla, sotto la scritta che campeggiava a lettere cubitali: “Do women have to be naked to get into the Met. Museum?” “Le donne devono essere nude per entrare al Metropolitan Museum di New York?” Il primo lavoro a darci il benvenuto all’interno dell’Arsenale era “La sposa”, dell’artista portoghese Joana Vasconcelos, un’opera dalla sovversività irridente, un grandissimo lampadario bianco e luccicante, composto da migliaia di assorbenti interni, che a prima vista sembravano piccole candele.
La presenza delle artiste in quella Biennale era dirompente, ricchissima di invenzione, di poesia, e ironia. La loro arte faceva pensare, era azione trasformatrice.
Questa del 2019 è una Biennale che si ricorda invece con una prevalenza di toni cupi, o in bianco e nero. É una rappresentazione del dolore del mondo: squilibri economici, disastri ambientali, migrazioni forzate, perdita, danni provocati dal colonialismo, violenza, guerre, popolazioni dall’esistenza infragilita, come gli Inuit.
È un mondo in crisi in cui le donne parlano coraggiosamente, partendo dalla propria esperienza, dalle differenze dei corpi che siamo, dall’ascolto e messa a fuoco di voci e corpi che storicamente erano stati tacitati e violentati dal potere.
È un mondo che richiede posizioni radicali, come quella di Chiara Fumai (1978-2017), a cui viene dedicata una retrospettiva al padiglione Italia dell’Arsenale[2]. La prima video performance che ho visto di Chiara Fumai era su Valerie Solanas e la sua critica estrema al potere dell’artista maschio nel suo testo SCUM. Questa artista, morta due anni fa, a soli 39 anni, è una femminista che si identifica con figure di donne radicali, come Carla Lonzi, Rosa Luxemburg, perfino Ulrike Meinhof, e altre meno conosciute, di cui evoca le voci in performance di grande intensità.
L’artista cilena Voluspa Jarpa, nella sua grandiosa opera di riflessione sul colonialismo, dove coinvolge 120 persone, in maggioranza donne, spiega in parte, in una intervista, le motivazioni della presenza di tante artiste a questa Biennale: “Sono capaci di mettersi al posto dell’altro, hanno una relazione non puramente intellettuale e di potere, ma anche affettiva”. Dice anche che in Cile, si sta vivendo “un momento interessante, femminista, che viene dalle giovani studentesse, che vogliono formare un altro tipo di società”.
Le artiste e gli artisti di questa Biennale ci comunicano che la pratica artistica non è tanto una manifestazione di eccezionali abilità artigianali, è soprattutto stimolare pensiero, è tramite di esperienze, è mettere a fuoco delle parti di realtà per poter riflettere insieme, per renderci più consapevoli e responsabili di quello che sta avvenendo intorno a noi. Il mondo è una responsabilità da prendere, bisogna averne cura.
L’artista svizzero Christoph Büchel (Basilea 1966) ha chiesto di portare dal porto di Augusta, in Sicilia, all’Arsenale di Venezia, sulla sponda vicino all’acqua, il relitto del peschereccio libico che affondando al largo di Lampedusa nel 2015, ha trascinato con sé più di 700 persone, chiuse nelle stive e nella sala macchine. La marina militare italiana ha recuperato il peschereccio per identificare i corpi e avvisare le famiglie. Il relitto, che l’artista ha chiamato Barca nostra, squarciato e consumato dal mare, ci crea un contraccolpo: lì si è consumato un genocidio, non si può dimenticare.[3] Mi è venuta in mente l’emozione che mi ha suscitato la visione del relitto dell’aereo di Ustica, a Bologna, e la discrezione e delicatezza con cui Christian Boltansky gli ha creato intorno un’installazione che con grande affetto rievoca le persone che sono morte in quel disastro, un atto di guerra in tempi di pace. Una delle differenze tra Barca nostra e l’operazione di Boltansky è che qui, all’Arsenale, si può passare davanti al relitto impreparati, senza rendersi conto di che cosa rappresenta.
Teresa Margolles (Città del Messico 1963), ci esorta a tenere vive le coscienze e a non dimenticare i femminicidi nel mondo con Muro Ciudad Juárez (2010), presente ai Giardini. Ha fatto trasportare a Venezia il muro di cemento da questa città di confine, crivellato di colpi di pallottole e sormontato da filo spinato. L’artista mette a fuoco le tracce della violenza dei narcotrafficanti, che continua a perpetrarsi soprattutto nei confronti delle donne.
La Búsqueda (La ricerca, 2014) è un’altra opera di Teresa Margolles all’Arsenale. L’artista ha registrato il rumore del treno che, attraversando Ciudad Juárez, fa vibrare i vetri recuperati in quella città, e che lei ha ricoperto di manifesti e ritagli di giornale con i volti di giovani donne scomparse.
Sono opere reperti che vogliono creare scatti di coscienza, di consapevolezza.
Shilpa Gupta (Mumbai India, 1976) riflette sul concetto di confine e sul potere. For, in your tongue, I cannot fit (Perché non posso adattarmi alla tua lingua) è un’installazione sonora di grande potenza. All’inizio sembra di trovarsi di fronte ad una moltitudine di leggii che sorreggono dei fogli bianchi con delle parole stampate. In realtà sono fogli con poesie trafitte da barre di ferro e sormontate da cento microfoni da cui escono voci che leggono i versi di 100 poeti incarcerati e censurati per le loro posizioni politiche. Sono poesie, in arabo, azero, hindi, inglese e russo dal VII secolo ad oggi.
Ai Giardini si trova un’altra sua opera, di grande impatto, Untitled, sulla sicurezza, il confine, l’isolamento: un cancello meccanico residenziale che sbatte con aggressività contro un muro, distruggendolo lentamente.
Rula Halawani (Palestina, 1964) è una fotografa che vive a Gerusalemme. Lavora sulla perdita. Espone una serie di grandi fotografie in bianco e nero, For my father, alla ricerca delle tracce della Palestina perduta della sua infanzia.
Molte opere di artiste si concentrano sul modo di vivere il proprio corpo e sullo sguardo.
Una presenza molto forte ai Giardini e all’Arsenale è quella di Zanele Muholi (1972, Durban, Sud Africa), nera, lesbica, si occupa di tematiche queer, è una delle fondatrici del Forum for empowerment of women. Vuole essere definita un’“attivista visiva”. Somnyama Ngonyama, Hail the dark lioness (Salutate la leonessa scura, 2012 in corso) è una serie di 365 autoritratti che immortalano un anno di vita di una donna lesbica, nera, in Sudafrica. Volti di donna che ci guardano negli occhi con fierezza e aria di sfida.
È molto interessante paragonare questi autoritratti ai ritratti di donne africane travestite da borghesi europee della fotografa Felicia Abban (1943), nel padiglione del Ghana. Questa artista che negli anni ’60-70 lavora sui travestimenti, mi ha fatto venire in mente il lavoro sui travestimenti e i ruoli femminili di Marcella Campagnano, che, fino alla fine di maggio di quest’anno, era presente nella bellissima mostra Il soggetto imprevisto,1978 Arte e femminismo in Italia.[4]
Mari Katayama (Giappone 1987), colpita da una grave malattia genetica, ha le gambe e una mano gravemente mutilate, lavora con la stoffa realizzando sculture morbide che riproducono il suo corpo, come protesi fantasiose.
Voluspa Jarpa (Cile 1971), con Altered views (Sguardi mutati) crea un’opera complessa, multimediale, che comprende anche un’opera musicale Opera de Emancipación, dove propone forme di decolonizzazione culturale con una revisione della storia europea. In 15 anni di lavoro ricerca negli archivi di agenzie di intelligence (ha studiato anche la guerra fredda, Gladio, l’attentato a Bologna, il rapimento di Aldo Moro). Capovolge il punto di vista con cui è stata scritta la storia del colonialismo. Non indaga soltanto l’egemonia coloniale europea, ma mette in discussione l’adattamento al pensiero dominante delle colonie, che così dimenticano le loro origini culturali. Studia il pensiero eurocentrico attraverso le relazioni uomo-donna, di classe e di razza. È un lavoro molto impegnativo anche per il coinvolgimento che richiede a chi visita questo padiglione all’Arsenale.
Anche la polacca Marysia Lewandowska (1955), che vive a Londra, ha lavorato sugli archivi, quelli della Biennale di Venezia e del Victoria and Albert Museum di Londra: It’s about time (Era ora). Dà valore alle voci inascoltate delle donne che hanno collaborato alla fondazione della Biennale d’arte di Venezia alla fine dell’800. Riconosce l’importanza di Felicita Bevilacqua La Masa (1822-1899) e la sua posizione critica riguardo la creazione della mostra internazionale nel 1895. “Se comprendiamo la funzione degli archivi come siti di contestazione, dobbiamo accettare la sfida che rappresentano per la versione riconosciuta della nostra storia condivisa”, lei dice. Leggendo gli archivi della biennale non trova le voci delle donne. Vuole ricrearle e immagina una conversazione tra di loro chiedendo la collaborazione di femministe italiane.
Christine e Margaret Wertheim (1958, gemelle australiane, vivono a Los Angeles). Espongono esempi di un lavoro collettivo grandioso, a cui partecipano oltre10.000 persone. We are all corals now mette a fuoco la lenta distruzione delle barriere coralline che stanno morendo per l’innalzamento della temperatura dell’acqua e per i rifiuti di plastica. Sono creazioni all’uncinetto. Il lavoro all’uncinetto, che le artiste hanno imparato dalla madre, viene valorizzato come un lavoro artistico molto complesso, capace di riprodurre l’intelligenza della matematica non euclidea, quella dei frattali. È anche una meditazione sul tempo e gli ecosistemi. Le ore interminabili di lavoro richieste rimandano ai secoli di lenta crescita dei coralli. È una meditazione sull’arte, la scienza e la collettività, nell’epoca del riscaldamento globale. L’umanità deve stabilire connessioni con il mondo che abita, perché tutto è interconnesso e in relazione.
Questa biennale mette in scena il dolore, l’ansietà, l’impotenza, la perdita, ma anche il desiderio di vita e di cambiamento.
C’è molta fotografia, e anche per questo la metafora del “mettere a fuoco” mi appare il tema dominante di tutta la rassegna.
Il ruolo dell’arte è mettere a fuoco quello che l’abitudine cela. L’abitudine può diventare indifferenza. L’arte ci risveglia dal bisogno di dimenticare, di lasciarsi andare. Questa che incontriamo alla Biennale del 2019 è un’arte fortemente politicizzata, completamente immersa nel presente, nelle difficoltà del mondo in cui viviamo.
Un’amica che visitava con me la Biennale mi ha detto: “Io voglio che l’arte sia diversa dalla vita”. Questa non è un’arte che fa sognare, che offre rifugio in un mondo fantastico. Passando da un’installazione all’altra, da un padiglione all’altro, sembra di non avere tregua.
Ma nella sua tragicità penso che sia un’arte a servizio della vita.
Un importante controcanto alla Biennale d’arte è la mostra Letizia Battaglia, Fotografia come scelta di vita, a cura di Francesca Alfano Miglietti, alla Casa dei tre Oci, alla Giudecca, un’esperienza molto intensa, indimenticabile, una di quelle mostre che permettono un vero incontro.[5]
Letizia Battaglia oggi ha 84 anni, ed è una grande fotografa e una grande donna. Nei due film intervista presenti alla mostra, si dichiara femminista[6], pensa che le donne abbiano una poetica diversa. “La fotografia è una parte di me, ma non è la parte assoluta, anche se mi prende tantissimo tempo.” Mettere la vita al primo posto e non fare dell’arte un assoluto. Io credo che qui stia la vera differenza nel modo di vivere l’arte di una donna e di un uomo.
Come diverse artiste del passato e del presente, Letizia Battaglia smitizza la figura dell’artista: “Fin da bambina sognavo di diventare scrittrice, per cui il giornalismo era una cosa naturale. Però, quando portavo da free-lance un’idea, un articolo, mi dicevano sempre “e le fotografie”? Allora una mia amica mi regalò una macchinetta e iniziai a fotografare. Ma già allora era un mezzo che non conoscevo, anzi non lo conosco neanche oggi! Ho sempre fotografato quasi per miracolo. Non ho mai capito le tecniche, però sapevo quelle quattro cose che mi sono servite.”
“…I risultati non dipendono dall’attrezzatura, ma da testa, cuore e cervello… consiglio di fotografare tutto da molto vicino, a distanza di un cazzotto o di una carezza.”
“La fotografia è stata la mia salvezza. Ero una donna inquieta e attraverso la macchina fotografica ho potuto trovare un equilibrio”.
“Di Palermo, oggi, mi sento un po’ madre… provo a prendermene cura sapendo che non è affatto facile”. “Prima di fotografare la città, c’era la passione per la città, il rammarico, la rabbia per tutto quello che stava avvenendo. Per cui la mia macchina fotografica era come un altro cuore, un’altra testa, non era un mezzo per vendere fotografie, per diventare famosa, era il mio cuore che parlava.
…questi esseri ci macchiavano, ci corrompevano… Oggi c’è una mafia più grande e forte… che è dentro le istituzioni, tutte le istituzioni.”
“Io invento la mia speranza”, lei dice. Penso che queste parole possano esprimere anche il senso della pratica artistica, e prima di tutto un rapporto creativo con la vita, l’unico modo per darle un senso. Letizia Battaglia ha fotografato il dolore e la morte lavorando come reporter per il giornale L’ora di Palermo. Per poter accettare il dolore ha messo a fuoco la bellezza, questo le ha permesso di non arrendersi, “di inventarsi la speranza”.
La speranza di cui parla si esprime soprattutto negli sguardi e negli atteggiamenti delle bambine, nella bellezza delle donne. “Amo fotografare le donne… E cerco gli occhi profondi e sognanti delle bambine: mi ricordano me stessa a dieci anni, quando mi resi conto, di colpo, che il mondo non era poi così bello.” “Non mi veniva di fotografare gli uomini, i politici, mi venivano male, sfuocati… Avevo bisogno di fotografare le donne, perché fotografavo me stessa.” “…cercavo di raccontare non solo le défaillance, ma anche le cose belle. Perché io ho pure raccontato belle facce, belle bambine, belle situazioni più che altro al femminile.”
Il suo scenario è la città, Palermo, con le sue tragedie, i numerosissimi delitti di Mafia degli anni ’70, ’80, ’90, le manifestazioni, le piazze, le feste, le bambine e i bambini. La bellezza dei loro sguardi e dei loro volti redime dal dolore, ci restituisce un’umanità ricca di pietas, piena di dignità. “…Dovevo far capire che fotografavo perché li rispettavo” dice dei parenti delle vittime…” “Ho puntato l’obbiettivo con rispetto e solidarietà, mai con cinismo, cosciente in ogni modo di avere il dovere di documentare”. “Sentivo di dover vivere opponendomi all’orrore. Non so se sarei capace di fotografare una guerra, perché per me è indispensabile l’amore. Certo, avrei un amore umano per il dolore che vedrei. Ma ho adorato Palermo…”
“Credo che dentro una foto ci siano pure i baci che hai dato e che ti hanno dato. Quando si fotografa c’è la vita che hai vissuto, tutto è dentro una foto quando è ben riuscita.”
(Versione
integrale del testo pubblicato in forma ridotta sulla rivista online di Diotima
Per amore del mondo, 2019)
[1] Il curatore americano Ralph Rugoff, sostiene che le artiste hanno sempre avuto qualcosa da dire, ma che gli uomini riescono a conquistare molte più mostre personali, e che c’è ancora tanta strada da fare. (Intervista di Arianna di Genova, Alias, il manifesto, 1 maggio 2019)
[2] Nell’installazione Né altra Né questa. La sfida al labirinto, a cura di Milovan Ferronato, si trovano anche i lavori di Liliana Moro e Enrico David. Il curatore possedeva le bozze di un inedito di Chiara Fumai, di cui era amico.
[3] L’esposizione del relitto ha suscitato molte critiche da parte della Lega. Il candidato a Bruxelles di Salvini ha dichiarato che non avrebbe messo piede alla Biennale, perché troppo politica. Ci sono state critiche e perplessità anche di altro tipo, meno becero. Il dibattito è aperto.
[4] A cura di Raffaella Perna e Marco Scotini. Questa mostra segna una tappa importante e significativa nella storia dell’arte visiva, perché per la prima volta vengono raccolte opere di artiste italiane, che hanno partecipato al movimento delle donne, e che non erano presenti nelle rassegne internazionali.
[5] Peccato che termini il 18 agosto, molto prima della Biennale che si chiude il 24 novembre.
[6] Nel 1991 è fondatrice della rivista bimestrale “Mezzocielo”, realizzato da sole donne. Dal 2017 dirige il Centro internazionale di fotografia presso i Cantieri culturali della Zisa di Palermo.
di Alessandra Ziniti
In
Italia lo sfruttamento sessuale di bambini e ragazzini è in costante
grandissimo aumentato. E anche quello lavorativo, con un abbassamento dell’età
delle vittime che arriva fino alla soglia dei 12 anni. È una fotografia
impietosa quella scattata dall’ultimo rapporto di Save the children, Piccoli
schiavi invisibili, alla vigilia della Giornata internazionale contro la
tratta di esseri umani che si celebra il 30 luglio.
In Europa una vittima di tratta su quattro è minorenne ma a far rabbrividire è
il “mercato” italiano che risponde con numeri in costante crescita al business
dello sfruttamento sessuale che cambia modalità operative per rimanere
sommerso. Gli italiani e lo sfruttamento sessuale, dunque, di minorenni che
arrivano soprattutto dalla Nigeria ma anche dall’est europeo, Romania, Bulgaria
e Albania. […]
«Lo sfruttamento sessuale di vittime così giovani e vulnerabili lascia nelle loro vite un segno indelebile con gravissime conseguenze. Anche nel caso più fortunato di una fuoriuscita, sono diversi gli ostacoli che le giovanissime vittime devono superare durante il percorso di inclusione e integrazione indispensabile per poter costruire un futuro dignitoso e autonomo. Siamo impegnati da anni sul campo In Italia, con l’obiettivo di costruire relazioni di collaborazione sempre più forti con le organizzazioni e associazioni presenti sul territorio, e con le istituzioni ad ogni livello, per scongiurare il pericolo che la rete di intervento e protezione non riesca a trattenere proprio le vittime più fragili. Un fenomeno di questa gravità e di queste proporzioni necessita infatti di un intervento nazionale coordinato tra tutti gli attori, in grado di garantire gli standard necessari ad una vera e propria azione di prevenzione, che deve scattare con tempestività appena le potenziali vittime entrano nel nostro Paese, e deve anche fornire i mezzi più efficaci per promuovere la fuoriuscita delle vittime e il loro percorso di integrazione», ha dichiarato Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.
Lo sfruttamento sessuale delle ragazze nigeriane e dei paesi dell’est Europa
Il
business della tratta internazionale a scopo di sfruttamento sessuale in Italia
si basa su un sistema in continua evoluzione, che si adatta al mutare delle
condizioni. Dopo l’editto della massima autorità religiosa di Benin City che
l’anno scorso ha dichiarato nullo il rito juju, adesso le ragazze nigeriane
arrivano dal Delta State. Le ragazze e le donne nigeriane, una volta giunte in
Italia, dopo un viaggio attraverso la Libia e via mare dove subiscono abusi e
violenze, devono restituire alla maman, la figura femminile che gestisce il
loro sfruttamento, un debito di viaggio che raggiunge i 30.000 euro e sono
costrette a “lavorare” fino a 12 ore tutte le notti, anche per 10-20 euro a
prestazione, raccogliendo dai 300 ai 700 euro al giorno. I trafficanti hanno
spostato il circuito della prostituzione dai luoghi più facilmente
identificabili, come le piazzole lungo le provinciali o le maggiori arterie
stradali, verso luoghi meno visibili, il cosiddetto giro walk, come le fermate
dei bus o i parchi, oppure all’interno delle case, che in alcuni casi sono
connection-house, gestite e frequentate prevalentemente da connazionali, come
quelle segnalate dagli operatori in Campania e Piemonte.
Sulle nostre strade è rimasta invece costante la presenza di ragazze di origine
rumena o bulgara, ma si segnala un aumento delle ragazze di origine albanese,
un ritorno che riguarda anche i gruppi criminali albanesi in Italia, secondi
solo a quelli nigeriani. Il reclutamento delle vittime nei Paesi di origine
avviene con metodi sempre più efficaci, come ad esempio in Romania, dove
diverse testimonianze di vittime raccolte in Italia hanno rilevato l’esistenza
di “sentinelle” dei trafficanti che individuano in anticipo negli
orfanotrofi le ragazze che stanno per lasciare le strutture al compimento dei
18 anni, e mettono in atto un adescamento basato – come per tutte le
connazionali – su finte promesse d’amore e di un futuro felice in Italia,
facendo leva sulla loro condizione di deprivazione affettiva.
Nelle loro attività di protezione delle vittime minori e neo-maggiorenni
orientata alla fuoriuscita e al successivo percorso di inclusione e
integrazione sociale, gli operatori partner di Save the Children impegnati nel
progetto Vie d’Uscita si vedono costretti a sviluppare continuamente nuove
modalità per entrare in contatto con le vittime e stabilire un rapporto di
fiducia con loro. Questo si rende necessario quando vengono dirottate su
circuiti meno visibili o all’interno delle case, o vengono spostate sempre più
frequentemente da una città all’altra, o addirittura in un altro Paese europeo
per far perdere le loro tracce.
Come
uscire dalla tratta
«Non si
può ignorare – ha aggiunto Raffaela Milano – il fatto che il fiorente
mercato dello sfruttamento sessuale delle minorenni in Italia è legato alla
presenza di una forte “domanda” da parte di quelli che ci rifiutiamo di
definire “clienti”, i quali sono parte attiva del processo di sfruttamento. È
necessario rafforzare l’azione di contrasto e, allo stesso tempo, promuovere
iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica e in particolare i più
giovani sui danni gravissimi che questo mercato provoca sulle ragazze che ne
sono vittima».
Altri nodi critici riguardano il rilascio del permesso di soggiorno, che in
ancora troppi territori è vincolato alla denuncia nei confronti degli
sfruttatori da parte delle vittime, le quali, soprattutto in una fase iniziale
di fuoriuscita, spesso sono restie a formalizzare la denuncia per paura di
ritorsioni sui familiari nel Paese di origine. Il permesso di soggiorno
d’altronde non rappresenta per le vittime europee o albanesi un efficace
strumento di protezione, considerato che la posizione amministrativa di queste
donne è comunque regolare in Italia. Per tutte loro vanno messi in campo altri
strumenti per incoraggiare e sostenere la fuoriuscita. […]
(la Repubblica, 25 luglio 2019)
L’articolo completo può essere letto a questo link
di Luciano Moia
Cancellato nel testo in discussione il neologismo “omotransnegatività” che avrebbe potuto aprire la strada a interpretazioni ideologiche. Oggi la decisione su una norma discussa che non piace né all’opposizione di centrodestra né alle associazioni lgbt più radicali. Domanda decisiva: l’utero in affitto può essere letto come discriminazione di genere? Sì, secondo la legge regionale che forse oggi sarà definitivamente approvata dall’Emilia Romagna.
È stato stabilito di andare avanti a oltranza nella discussione e poi di arrivare al voto, per aggirare l’ostacolo degli oltre cento emendamenti presentati dalla Lega la cui valutazione della legge resta profondamente negativa. Quella che nella legge viene definita “surrogazione di maternità” è stato proprio il punto su cui ieri ha dibattuto a lungo il consiglio regionale a guida Pd. Ma il partito di Zingaretti, dopo l’approvazione del testo in commissione, appare una volta tanto compatto.
Se tutto andrà come deve, entro stasera – più probabilmente nella notte – avremo la prima legge regionale contro le discriminazioni e le violenze di genere in cui si dice anche che l’utero in affitto è pratica da combattere perché offende la dignità della donna e riduce il figlio a una pratica commerciale. E quindi non solo va ricordata la condanna già espressa dalla legge 40, con i risvolti penali del caso, ma non vanno neppure sostenute con contributi regionali le associazioni impegnate nel promuovere questa pratica esecrabile.
Il passaggio contro la gestazione per altri – se il testo non subirà modifiche – non sarebbe comunque l’unico degno di nota in una legge – avversata comunque sia dalle opposizioni di centrodestra sia dalla frangia più estrema delle associazioni lgbt – dove i consiglieri pd di area cattolica hanno avuto il merito di depotenziare gli acuti più ideologici.
A cominciare dal neologismo “omotransnegatività”, presente nella stesura precedente, che richiamava atteggiamenti discriminatori tanto indefiniti quanto pericolosi. Chi avrebbe potuto infatti delimitare i confini della “negatività” omofoba e vietare di includere per esempio opinioni critiche sulla pretesa di elevare a modello determinati stili di vita? Con la stessa logica scompare il concetto di discriminazione “potenziale” che avrebbe potuto essere letto come una sorta di processo alle intenzioni. Mentre si sottolinea con più forza la prevenzione delle discriminazioni e la tutela delle vittime, soprattutto per quanto riguarda l’articolo relativo alle politiche del lavoro e della formazione.
Importante anche il richiamo al diritto-dovere dei genitori di educare propri figli, secondo un’effettiva libertà di scelta che richiama l’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e l’articolo 30 della Costituzione. Certo, non tutte le ombre vengono dissipate. Se appare lodevole il proposito di «tutelare ogni persona nella propria libertà di espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, nonché a prevenire e superare le situazioni di discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica» (articolo 1), rimane da capire la necessità di ribadire «il diritto all’autodeterminazione di ogni persona in ordine al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere» (articolo 2).
Soprattutto perché si intrecciano due aspetti – orientamento e identità – che non andrebbero confusi. Se, come conferma la maggior parte degli esperti anche di area lgbt, l’orientamento – etero o omosessuale – è una componente strutturale e costitutiva della personalità, come si può pensare di “autodeterminarlo” se non in riferimento a quelle teorie gender che pretenderebbero un’estensione illimitata – e spesso irragionevole – della fluidità di genere? Se è giusto cercare una via di dialogo sulla questione gender, come sottolineato anche dal recente documento “Maschio e femmina li creò” della Congregazione per l’educazione cattolica, occorre cogliere la problematicità di riferimenti alla “non discriminazione” che nascondono un rischio elevato: rendere irrilevante il valore della differenza sessuale per lo sviluppo della persona e delle relazioni.
(Avvenire, 25 luglio 2019)
Buona estate tra erbacce, insetti, fumetti
a tutte le latitudini e in ogni clima.
Verzura
di Noura Tafeche
Sostenibilità
di Pat Carra
Letture urticanti dell’estate
di Redazione e Doriano Solinas
La mia gatta e il cambiamento climatico
di Calendula e Dalia del Bue
www.erbacce.org
(Erbacce, 25 luglio 2019)
di Daniela Preziosi
Separazioni. Il testo oscurantista si ferma, ma solo momentaneamente. Sit in davanti alla camera, è una prima vittoria. Il Pd: M5S ambigui, caccino il relatore.
«È un tentativo per prendere tempo perché la tensione è troppo alta anche in altri ambiti della politica. Ma non ci incantano, continueremo senza farci prendere in giro, finché non vi sarà il ritiro del ddl Pillon e degli altri disegni di legge». Per Lella Palladino, presidente di Dire-Donne in Rete contro la violenza, l’annuncio dell’accantonamento del disegno di legge che modifica il diritto di famiglia e la tutela dei minori nelle separazioni in direzione regressiva è una buona notizia. Ma è una vittoria parziale, quasi l’annuncio del peggio. Le associazioni (tra cui Nonunadimeno, Differenza Donna, Dire, Casa internazionale delle Donne, Cgil, Arci) si sono date appuntamento ieri in piazza Montecitorio, alle tre del pomeriggio, con una temperatura torrida, per chiedere il ritiro del ddl Pillon.
Proprio mentre in commissione giustizia del senato il testo subiva una battuta d’arresto. Non sarà ritirato, come chiedono anche le opposizioni parlamentari, ma «superato», secondo la formula cerchiobottista a 5 stelle. «Accantonato». Ma solo per il momento. A settembre si ricomincerà dalla discussione generale. Il testo medievale confluirà, secondo gli annunci dello stesso senatore Pillon, in un nuovo testo unificato che conterrà, dichiara, gli altri cinque ddl presentati in senato e le osservazioni delle associazioni e dagli esperti espresse nelle audizioni.
Ma non ci crede nessuna e nessuno: il relatore sarà di nuovo lui, l’anima nera del Congresso della Famiglia di Verona, ultrà della cancellazione della legge 194, convinto assertore della cospirazione della «lobby gay» per sovvertire l’«ordine morale». Una velina leghista assicura che, in commissione, Pillon è stato «designato all’unanimità» per restare relatore. «È una fake news», attacca Monica Cirinnà, madre della legge sulle unioni civili. «Non c’è stato alcun voto, figuriamoci se avremmo votato lui. Sappiamo che il nuovo testo, che ancora ufficialmente non c’è, è stato scritto al Congresso di Verona. Per questo l’ostruzionismo del Pd continua: abbiamo già iscritto tutti i nostri 52 senatori alla discussione generale».
La prima battaglia quindi è vinta ma la guerra è tutta ancora da combattere. Lo sanno bene tutte le donne parlamentari e non che nel pomeriggio si sono date appuntamento alla sala Nassirya del senato per una conferenza stampa. Da lì hanno lanciato un appello a M5s per «uscire dall’ambiguità». «A parole sono contrari al testo Pillon. Allora sfiducino il relatore, che è il più oscurantista del parlamento: noi voteremmo di corsa con loro». Stessa richiesta quella di Anna Rossomando, vicepresidente dem del senato: «I 5 stelle avevano parlato chiaro: almeno una volta mantengano la parola oppure entrino nella Lega, tanto sono il voto utile al governo a trazione leghista».
Alla conferenza sono presenti deputate e senatrici dell’opposizione: Boschi, Madia, Fedeli, Cirinnà, De Petris, Laura Boldrini («andremo avanti compatti»), Muroni, Valente («li conosciamo, nessuna mediazione sarà possibile»). Applauditissima l’ex segretaria Cgil Susanna Camusso. Parlano anche alcuni uomini come l’ex presidente del senato Grasso e Fusacchia di +Europa.
Ma il fronte va oltre il perimetro della sinistra, incrocia i movimenti ma anche donne cattoliche come Paola Binetti (Udc), in altre stagioni vicina al cardinale Camillo Ruini. «Il ddl Pillon ha un approccio maschilista, che fa dei padri separati delle vittime da risarcire. Non voteremo mai un ddl che sia penalizzante per le donne e che non metta al centro gli interessi dei minori». Il fronte è ampio, ma dovrà essere allargato ancora. «Basta equiparare o peggio ancora declassare la violenza del partner a una lite in famiglia», dice Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus, «Ma soprattutto basta negare i maltrattamenti e il vissuto traumatico delle donne e dei minori. Basta alla farsa delle donne che manipolano i figli quando invece cercano di proteggerli come possono».
Francesca Koch, presidente della Casa delle donne, rende pubblica una lettera inviata dalle associazioni alla Special Rapporteur sulla violenza contro le donne e alla presidente del Gruppo di lavoro Onu sulla discriminazione delle donne. Denuncia l’evasiva risposta del governo ai rilievi avanzati dalle due rappresentanti Onu sulle violazioni di diverse Convenzioni (Cedaw, diritti del fanciullo, Istanbul) contenute nel testo Pillon. Nero su bianco, negli argomenti del governo, si ritrovano imprecisioni anche gravi che dimostrano la disattenzione (ma è un eufemismo) dell’esecutivo sulla materia. Ed è un’altra ragione per capire che quella che riprenderà a settembre sarà una battaglia tutta in salita.
(Il manifesto, 24 luglio 2019)
di Yurii Colombo
Russia. San Pietroburgo, la russa Grigoreva minacciata di morte da ex volontari secessionisti in Donbass. Ed era nella «lista nera» omofoba. La polizia non ha ancora sospetti, gli amici: omicidio politico. E i media oscurano la notizia
MOSCA. Il corpo senza vita di Elena Grigoreva, attivista dei diritti Lgbtqi e militante pacifista, è stato ritrovato ieri mattina a poche centinaia di metri da casa sua a San Pietroburgo.
Un omicidio bestiale: dopo essere stata pugnalata in varie parti del corpo è stata strangolata e abbandonata dietro un cespuglio. Fervente nazionalista in gioventù, Elena si era avvicinata alle idee dell’opposizione russa. Omosessuale dichiarata, attivista Lgbtqi, Grigoreva partecipava sempre alle manifestazioni contro la guerra in Ucraina e in difesa dei diritti umani fossero quelli dei Testimoni di Geova (da alcuni anni fuorilegge nella Federazione russa) o quelli dei detenuti.
«Era una entusiasta. Non perdeva una singola manifestazione. Ed era stata fermata dalla polizia così tante volte da averne perso il conto», afferma ora Olga Smirnova, dirigente del gruppo Solidarietà di San Pietroburgo. Ancora il 18 luglio Elena aveva partecipato a un picchetto a difesa della minoranza tatara in Crimea sulla Nevsky Prospekt, il viale principale della città.
La polizia ha arrestato in un primo momento un uomo di 40 anni proveniente dalla Bashkiria e ha sostenuto che il movente dell’omicidio fossero probabilmente futili motivi o la tentata rapina. Ma nelle ore successive gli inquirenti hanno dovuto rettificare, affermando che non esistono ancora sospetti sul caso e il crimine verosimilmente è stato eseguito da più persone.
Nessun dubbio sulla matrice politica dell’omicidio, invece, da parte degli amici e compagni di Grigoreva. Elena era stata ancora recentemente minacciata ripetutamente da omofobi e nazionalisti di estrema destra.
Secondo l’attivista per i diritti umani Dinar Idrisov, le forze dell’ordine avevano replicato con sufficienza alle denunce di minacce di morte che la donna aveva subito. Circostanza negata dagli organi di sicurezza: secondo il comitato investigativo, «Grigorieva aveva presentato una sola denuncia (di violenza sessuale) ma non aveva avviato procedimento penale nei confronti di nessuno».
Il giornalista Maxim Mirovic, però, contesta le dichiarazioni della polizia: «Non prendevano sul serio le sue denunce e le ripetevano: Quando ti uccidono telefonaci che vedremo di fare qualcosa». Il suo coinquilino ha rivelato che le minacce erano così persistenti che «le avevo promesso di curare il suo gatto se l’avessero ammazzata».
L’attivista russa in realtà era da sempre sotto pressione, come ha ricordato la madre accorsa all’obitorio a riconoscerne il corpo devastato dalle ferite d’arma da taglio. Un amico di Grigoreva (che ha preferito restare anonimo), sostiene che la donna era stata minacciata da ex combattenti volontari nel Donbass a fianco della cosiddetta “Repubblica popolare di Donetsk”. Nel maggio scorso, durante un picchetto, Grigoreva con uno di questi ex volontari filo-secessionisti aveva avuto un violento tafferuglio.
Ma non si escludono altre piste e in particolare quella legata al mondo dell’estremismo omofobo e fascistoide. I rappresentanti della rete russa Lgbtqi associano l’uccisione della donna alle attività del progetto omofobico Pila che si pone come obiettivo la «liquidazione dei gay».
Poco prima dell’omicidio sul sito di Pila il nome di Elena era stato aggiunto alla «lista nera» di persone per cui erano in serbo «regali molto pericolosi e crudeli». Insieme a Elena, erano stati indicati come obiettivi da colpire il direttore della rete Lgbtqi russa Igor Kochetkov e del centro risorse Lgbtqi a Ekaterinburg.
Ieri sera si è tenuta una prima iniziativa di protesta a San Pietroburgo sulla Nevsky per ricordare Elena e chiedere sia fatta giustizia. Altre iniziative si terranno nei prossimi giorni in varie città della Federazione russa. Assordante invece il silenzio della tv di Stato e delle principali agenzie di stampa: la notizia dell’assassinio di Elena Grigoreva è stata o censurata o fatta passare come una notizia di cronaca tra le altre.
Già nel gennaio 2018 l’omicidio di un altro attivista dei diritti umani di San Pietroburgo venne fatto «sparire» dai media russi: Konstantin Sinitsyn fu ucciso all’ingresso di casa sua in circostanze sospette, ma le indagini della polizia si arenarono ben presto.
Anche la situazione degli Lgbqti in Russia resta tra le più difficili d’Europa. Dal 2010 sono stati denunciati 407 casi di violenza contro gay e lesbiche, mentre resta in vigore ancora oggi la legge «contro la propaganda dell’omosessualità».
(il manifesto, 24 luglio 2019)
di Silvia Bordini
È scomparsa lo scorso 19 luglio a Roma Ida Gerosa, artista pioniera della sperimentazione con i computer in Italia e non solo. Aveva ottant’anni.
Ida Gerosa ha cominciato a lavorare su arte e computer agli inizi degli anni Ottanta, partendo dalla grafica e dalla pittura, e non si è mai fermata. Ha scoperto, sperimentato e donato con le sue opere un universo di sensazioni visive (e sonore) realizzate attraverso i dispositivi informatici. Luci e colori immateriali, forme in metamorfosi, profondità, addensamenti e trasparenze in un continuum versatile e affascinante che negli anni è diventato sempre più coinvolgente e più espanso; si è dilatato nello spazio come nel tempo e soprattutto in una dimensione percettiva densa di intuizioni che Ida Gerosa sapeva modulare e modificare all’infinito.
Il pensiero di Ida Gerosa
«Comincio a pensare che l’arte con il computer sia veramente una straordinaria avventura del pensiero e dell’espressione», aveva scritto nel lontano 1984, «credo che il computer possa permettere un nuovo ‘umanesimo’, perché ha bisogno di nuovi filosofi, di nuove fantasiose strategie di ricerca che ci portano alla scoperta di nuovi mondi, dove forse sarà impossibile distinguere l’immaginario da reale, la forma riflessa dal suo oggetto». Su queste convinzioni e su queste utopie (su cui oggi molte e inquiete riflessioni si potrebbero condurre) Ida Gerosa ha costruito il suo personalissimo dialogo con l’arte, la passione, la macchina, le emozioni, i linguaggi. Artista indipendente e tenace, non ha mai cercato sponsor e gallerie ma si è circondata di amici e compagni di strada, ha guadagnato lentamente una fama che è al di fuori dal sistema dell’arte e ben addentro alle molteplici varianti dei processi creativi.
(Artribune.com, 24 luglio 2019)
di Rosaria Guacci e Paola Mammani
…qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire (fine anni ’60, Piera Oppezzo, poeta)
Ed è infatti una piena fioritura quella dei GRANDI CLASSICI del pensiero femminista.
Anni ’70: Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, È già politica, Taci, anzi parla. A seguire Clarice Lispector, La passione secondo G.H.; Carole Pateman, Il contratto sessuale; Luisa Muraro,L’ordine simbolico della madre, Al mercato della felicità, L’anima del corpo; Lia Cigarini, La politica del desiderio, C’è una bella differenza; Comunità filosofica Diotima, La magica forza del negativo, L’ombra della madre, La festa è qui, Femminismo fuori sesto.
Era già una fioritura incomparabile quella dei GRANDI ROMANZI del passato che continua nelle fervide scrittrici contemporanee: inglesi (Nancy Mitford) francesi (Annie Ernaux, Amélie Nothomb, Yasmina Reza) italiane (Maria Attanasio, Antonella Cilento, Donatella Di Pietrantonio) e in mille altre in giro per il mondo e negli scaffali della Libreria.
FRESCHI DI STAMPA:
Irene Di Caccamo, Dio nella macchina da scrivere, La Nave di Teseo. Una scrittura dolente, un occhio amante per rileggere la vita di Anne Sexton, grande poeta americana del secondo Novecento.
Eleonora Marangoni, Lux, Neri Pozza. La luce è quella di un’isola nel Suditalia che il giovane Thomas Edwards si trova a ereditare. È quasi la stessa luce dell’isola di Ocaña de L’Iguana di Anna Maria Ortese e de L’isola di Arturo di Elsa Morante, ma è anche quella, forte e pervasiva, della nostalgia.
Elizabeth Day, Il party, Neri Pozza. Un romanzo di ossessioni, gelosie e scissioni che attraversano la vita intera del protagonista. Illustri ascendenze da Il servo di Harold Pinter e dal ciclo di Tom Ripley di Patricia Highsmith. Elizabeth Day fornisce una superba prova narrativa.
Annalena Benini (a cura di), I racconti delle donne, Einaudi. I venti racconti compresi in quest’antologia sono scelti tra il meglio che ha offerto e offre la letteratura mondiale femminile. È la festa della società sovversiva delle ragazze.
(www.libreriadelledonne.it, 28 giugno 2019)
Caro Dario Di Vico,
nel corsivo La forza del #metoo: un’influenza positiva sul mondo del lavoro (Corriere della sera, 19 luglio 2019), lei riprende la sociologa Beverly Silver che sostiene che il #metoo alla fine ha cambiato i rapporti di forza in materia di molestie sessuali in tutto il mondo del lavoro non solo tra le celebrità, realizzando nei fatti un’ibridazione tra femminismo e sindacalismo. La tesi della studiosa è giusta e sacrosanta, grazie di averla citata. Tuttavia nel seguito del suo testo lei interpreta il #metoo come una battaglia per la parità. Sbagliato! La parità è una fissazione degli uomini. Le battaglie femministe sono per la libertà e la dignità delle donne. È così difficile da capire? È così difficile dirlo?
La redazione del sito della Libreria delle donne
(www.libreriadelledonne.it, 22 luglio 2019)