di Luisa Muraro


L’Italia ha un Sud e un Nord e mai che ci ricordiamo di avere anche un Est e un Ovest. A Est c’è Trieste e da Trieste un giorno sono arrivate in via Pietro Calvi 29, Milano, alla Libreria delle donne, cinque donne: Valentina Botter, Marina Barnabà, Tiziana Giannotti, Elisabetta Paci e Silva Bon.

Era il 3 settembre scorso (2019), avevamo un appuntamento, fissato via mail con Marina B. Venivano per fare un’intervista ma quasi subito è iniziato tra noi un intenso scambio di notizie e idee intorno al loro impegno. Le cinque, spiccatamente differenti tra loro, sono liberamente associate e tutte fanno riferimento al Dipartimento di salute mentale di Trieste. Eredi di Franco Basaglia? Sì e ancor più di Franca Ongaro Basaglia, avendo scelto di dedicarsi, con le loro diverse competenze, alla popolazione femminile. La sintonia tra noi era grande, la mia meraviglia ancora di più. Mi pareva di avere scoperto Trieste… ma è vero, com’è vero che il femminismo ha camminato molto, che noi lo sappiamo o no.


Racconta qualcosa di voi per il nostro sito, ho chiesto a Silva Bon, autrice di Donne attraverso. Soglie, spazi, confini, libertà (Gorizia 2011), e di altri scritti. (L.M.)


Franca Ongaro Basaglia: felicità di un incontro

di Silva Bon


Ho attraversato per anni gli spazi gestiti dal Dipartimento di Salute Mentale di Trieste: Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura; Centri di Salute Mentale; luoghi altri e molteplici di aggregazione e di socializzazione per una crescita individuale con/nella Comunità.

Il percorso più lungo, verso la ricerca di un auspicato benessere psico-fisico, lo ho fatto in compagnia di donne, molte donne, che sono diventate amiche solidali, con cui condividere le proprie storie di vita, le esperienze di sofferenza, in un cammino che era, ed è ancorato a ciò che fa star bene, che dà felicità. Anche felicità intellettuale, frutto dell’approfondimento di conoscenze, di saperi, che riguardano salute e malattia mentali. E fondamentale è stato l’incontro diretto con il pensiero di Franca Ongaro Basaglia, moglie e compagna di vita di Franco Basaglia.

Sono convinta che la possibilità di ripresa da momenti, da fasi di crisi, di malessere psichico, è sostenuta anche dalla costruzione di consapevolezza attraverso l’apprendimento: così, assieme ad un gruppo di donne ho, abbiamo deciso di affrontare la lettura e l’analisi di testi, capitoli, brani, passi, squarci più o meno ampi di scrittura, prodotti da chi aveva avuto la fortuna di condividere vita e pensiero con Franco Basaglia. Insieme a lui, insieme a un gruppo di altri giovani psichiatri, Franca Ongaro ha teorizzato e attuato la fine, la chiusura dei manicomi in Italia, diventando efficace divulgatrice della filosofia che sta alle radici, che sta dietro alla rivoluzione basagliana.

Ho scoperto che tutto questo mi/ci riguardava, soprattutto vivendo a Trieste e usufruendo delle cure della sanità psichiatrica pubblica locale che deriva, si attiene, implementa le teorie messe in atto da Franco Basaglia. Il tutto all’interno di un contesto medico-operativo improntato alla messa in atto di buone pratiche che partono dal rispetto della libertà e della dignità delle persone: porte aperte, no contenzione fisica e/o farmacologica, servizi aperti 24 ore per 365 giorni all’anno.

Ho risposto con un’azione concreta a un bisogno interiore: mi interessava capire l’azione politica di una grande donna, Franca Ongaro, sempre al fianco e in prima linea con Franco Basaglia. La domanda è scaturita dal desiderio di apprendere, di saperne di più, partendo appunto dalla lettura dei suoi scritti.

Così ho deciso di valorizzare il volume Salute e malattia, edito recentemente nella “Collana 180”, per i tipi di Alpha Beta Verlag di Merano. Il libro raccoglie il lavoro di Franca Ongaro, in parte già apparso nei lemmi molteplici dell’Enciclopedia Einaudi. Dunque, testi degli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Alcuni anche finora inediti.

Per tutti i mesi di una lunga estate assolata, due anni fa, ho raccolto attorno a me un gruppo di amiche interessate, che hanno aderito affluenti alla mia proposta di leggere Franca Ongaro Basaglia.

Ci siamo incontrate, con scadenza settimanale, negli spazi di Una Casa Tutta per Noi, aperta specificatamente alla frequentazione di donne afferenti ai Servizi psichiatrici del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste: si tratta di un ampio appartamento sito nel cuore storico della città; il living apre le sue finestre sulla Piazza del Ponte Rosso, lastricata di antichi masegni; nel mezzo sta una bella fontana ottocentesca, che vede un putto, il Giovannin, al centro degli spruzzi e dei giochi d’acqua; attiguo, il Canal Grande, che dal mare giunge fino alle falde della Chiesa neoclassica di Sant’Antonio Nuovo, che vi si specchia; tutto intorno, e oltre il Ponte Rosso, il Borgo teresiano di fattura settecentesca, ricco di importanti palazzi d’epoca, simboli decorati e austeri delle fortune della Trieste mercantile.

Anche la location vuole la sua parte!

La bellezza intorno, e la bellezza dentro la Casa, arredata con gusto moderno, e arricchita dai lavori delle donne, lavori che sono testimonianza del gusto, della creatività, della manualità, della produttività dell’immaginazione femminile: così disegni, quadri, composizioni floreali, gioielli, tessuti…

Il nostro gruppo di lettura, uno zoccolo duro di circa sei-sette amiche, aperto alle frequentazioni anche occasionali di altre donne incuriosite, si è dato delle regole: leggere a turno una pagina; analizzare e capire il testo; riflettere sul contenuto; partire dallo scritto per discutere, raccontare i propri vissuti, le proprie impressioni, le proprie emozioni; portare il tutto all’attualità, alle esperienze più recenti, alle conoscenze esperite in vario modo della società che sta attorno.

Niente compiti per casa, ma tutto frutto del discorso collettivo, qui e ora, di due ore di impegno culturale.

Così abbiamo scoperto la piena attualità del pensiero elaborato da Franca Ongaro, pensiero originale e al tempo stesso ortodosso rispetto alle discussioni infinite elaborate con Franco Basaglia e il gruppo di giovani psichiatri a lui affini e compagni dell’avventurosa rivoluzione in corso: la chiusura dei manicomi, come luoghi di costrizione, di ammalamento, di cronicizzazione, di deprivazione di libertà e di ogni diritto civile e umano.

Franca Ongaro parte dalla storia, dal processo diverso nei secoli, del concetto di follia; e di come la società si è rapportata, ha giudicato, i folli e la follia.

Lei sostiene che la società attuale, contemporanea, contiene in sé i germi che fanno cadere nelle diverse forme di sofferenza psichica: pertanto la salute mentale può passare soltanto attraverso un profondo cambiamento delle regole che vigono tra gli uomini, tra le donne nel mondo. Sono le profonde diseguaglianze di potere, di censo, le divaricazioni estreme della forbice tra il Nord e il Sud, di tutti i Sud del mondo, che devono cessare, essere superati per giungere a un equilibrio solidale, a una maggiore distribuzione egualitaria della ricchezza, a una frequentazione tra uomini e donne improntati al rispetto reciproco e alla collaborazione.

In una società più giusta, più responsabile, anche la malattia, la malattia psichica, può essere accolta, tutelata, inclusa, volta verso un recupero di salute, che significa, si incarna nella tutela delle persone con esperienza di sofferenza mentale, diventati cittadini con pari diritti, con pari dignità.

Oggi le regole che partono, che vengono indotte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che sono messe in pratica, esperimentate, in diverse parti del mondo, parlano di qualità dei Servizi psichiatrici, di buone pratiche basate soprattutto su una rivoluzionaria tutela, implementazione, rafforzamento dei più fragili, dei più deboli, restituendo loro piena personalità.

L’analisi delle opere di Franca Ongaro Basaglia fa giungere all’affermazione della necessità di incidere profondamente nella società odierna attraverso una rivoluzione umanitaria che implica, comporta Salute e Bene-Essere nella/della Comunità.

(lunaelealtre@gmail.com)


(www.libreriadelledonne.it, 19 settembre 2019)

di Mira Furlani


Ho seguito lo streaming di domenica 15 settembre trasmesso dalla Libreria e ora visibile sul suo sito in You Tube col titolo: Strano e imprevisto cambio di Governo.

Innanzitutto tengo a dire che lo streaming ha rappresentato un fatto politico importante. Che io sappia è la prima volta che è stato fatto di domenica mattina, per un incontro su un tema aperto a tutte/tutti. Magari si facesse anche per i temi che riguardano Via Dogana3! Tuttavia riconosco che l’importanza politica del tema trattato domenica scorsa va oltre per la sua eccezionalità e perché la Libreria delle donne di Milano ha avuto il coraggio di aprire pubblicamente il dibattito affinché ciascuna/ciascuno potesse dire quello che pensa di questa (strana?) coalizione governativa.

Penso anch’io, come ha scritto Luisa Muraro, che noi femministe in questa storia ci entriamo più che in passato e più di quello che tendiamo a credere. Come è stato detto in streaming questo è il momento in cui dobbiamo far pesare nel nuovo governo il discorso sull’inviolabilità del corpo femminile, contro le posizioni di coloro che nella precedente coalizione giallo-verde hanno presentato e appoggiato il disegno di legge Pillon. Cosa dice questo d.d.l. (che per ora riposa in un cassetto dove la nuova ministra Elena Bonetti intende lasciarlo, ma che invece sarebbe bene archiviare)? Condivido il giudizio dell’avvocata Bernardini De Pace, specializzata in diritto di famiglia: «Il provvedimento si configura come rivoluzione rozza e inutilmente populista. Che fa affondare tutti, avvocati, genitori, uomini e donne, giudici, psicologi nel letame di un’assurda parità materiale e di contabilità, a favore solo del molesto pianto greco di un’obiettiva minoranza di papà separati e inadempienti».

A questo punto aggiungo che per quello che è il mio campo, cioè come femminista che ha alle spalle una lunga storia dentro le comunità cristiane di base, sono contentissima che la propaganda salviniana sulle coroncine del rosario e le statuette della madonna, propaganda durata 14 mesi di governo giallo-verde, sia finita. Purtroppo però non è finita quella più profonda e sottile di teologi, cardinali, preti e cattolici ultraconservatori che hanno nel mirino le posizioni di Bergoglio su aborto e omosessualità,posizioni contro cui, ricordiamocelo bene, tanti salviniani e tanti Pillon continueranno a sparare mostrandosi fedeli a una chiesa conservatrice, tanto cattolica quanto antievangelica.


(www.libreriadelledonne.it, Firenze, 18 settembre 2019)

di Cristiana Fischer


Care tutte, ho seguito su youtube la riunione di domenica e invio le mie riflessioni.

La riunione di domenica 15 settembre ha “messo i piedi nel piatto” della politica… seconda. Intendo esporre un certo dissenso rispetto alla definizione di colpo di fortuna per la crisi di governo. A meno che la “fortuna” della crisi non indichi solo che la crisi in quanto tale è sempre un di più, un meglio: infatti l’apertura arrischiata per carattere la condivido sempre, quanto al gesto, indipendentemente da cosa venga cambiato per cosa altro.

Invece alcuni interventi sostenevano la fortuna che un governo “di sinistra” abbia sostituito quello populista e sovranista. Metto di sinistra tra virgolette perché da parte mia non credo affatto che l’attuale governo filo-Ue, a indirizzo economico mercantilista, a favore di un’immigrazione gestita da diversi gruppi criminali, per diritti individuali neutrificanti, abbia collegamenti al socialismo o al cattolicesimo sociale.

Bene dice Marisa Guarneri che valuterà la qualità della presenza delle donne nel governo rispetto a come si comporteranno su gpa e prostituzione.

Giusta l’apertura di Lia Cigarini sul fatto che l’unica cultura separata rimasta è quella viva e in movimento delle donne, conflittuale ma senza distruggere l’altro perché relazionale e non antagonista.

Sono meno d’accordo con Luisa Muraro quando, per valorizzare l’esercizio di autorità, cita il discorso di Conte al Senato – però deve riconoscere che ha esagerato; e la guida di Mattarella – però sorvola sui vincoli cui il Presidente della Repubblica si è voluto legare. Ambedue partigiani, hanno parteggiato, l’autorità è venuta loro da poteri esterni. Quindi ha ragione Luisa quando dice che occorre rinforzare da parte nostra la critica ai politici.

Complessivamente condivido la leggerezza scettica di Marina Terragni, mi pare salutare mantenere uno sguardo distante (e da “sopra”) non solo sulla politica che i maschi fanno ma anche sulle trappole in cui si cade schierandosi sulle loro posizioni.

Sia Marina Terragni che Luisa Muraro hanno portato l’attenzione sulle donne che votano Lega, un partito maschilmente organizzato e quasi leninista, che populisticamente si poggia sugli esclusi, e chi più escluse (della maggioranza) delle donne?

Teniamo presenti le opposizioni in cui viviamo: città vs campagna; colti vs analfabeti funzionali; 99% vs 1%; territorio inselvatichito vs urbanesimo malvivibile; disoccupati o gig economy vs schiavi immigrati. Le divisioni sociali sono mondiali e il femminismo vi è coinvolto. Non schieriamoci solo con i salvati.


Massimo Lizzi della redazione del sito commenterà questo intervento (Ndr).


(www.libreriadelledonne.it, 18 settembre 2019)

di Alessia Rastelli


«La Terra brucia e non possiamo spegnere l’incendio con una pistola ad acqua. Dobbiamo agire in fretta con un piano globale, radicale. Già i prossimi undici anni saranno decisivi». Naomi Klein, l’attivista canadese che nel 2000 scrisse No Logo — il saggio nel quale denunciava lo strapotere delle multinazionali, divenuto manifesto del movimento no global — è impegnata da almeno un quindicennio a combattere la crisi ambientale e a sostenere la sua correlazione con il sistema economico. A «la Lettura» parla in occasione dell’uscita del nuovo libro, Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima (Feltrinelli). Per spegnere l’incendio, scrive, è necessaria «una guerra a tutto campo», non solo all’inquinamento ma anche «alla povertà e al razzismo e al colonialismo e alla disperazione, tutto d’un colpo». Un Green New Deal, un piano verde che smantelli «un sistema economico basato sul consumo illimitato e sullo sfruttamento di individui e natura», contando sulla spinta dei movimenti dal basso e di una nuova generazione di politici. Perché i prossimi undici anni saranno già determinanti?

«Non lo dico io ma un rapporto del 2018 del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu, l’Ipcc. Il 2030 è l’anno limite per tagliare la metà delle emissioni mondiali, poi si dovrà eliminarle del tutto entro il 2050. Solo così possiamo sperare di mantenere l’aumento del riscaldamento globale rispetto all’era pre-industriale sotto gli 1,5 °C. Abbiamo già riscaldato la Terra di un grado e questo ha portato l’Amazzonia al punto di non ritorno, ha provocato lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico e la morte della Grande barriera corallina, un cimitero subacqueo. Il pianeta è al collasso. Non possiamo andare oltre».

Come spiega allora l’atteggiamento negazionista di alcuni leader come Donald Trump e Jair Bolsonaro?

«Penso che in realtà credano nella scienza. Ma che si sentano al sicuro: confidano che il denaro li tutelerà dal cambiamento climatico. Inoltre sono imbevuti di una visione del mondo nella quale potere e ricchezza, soprattutto maschili, controllano il pianeta e la maggior parte dei suoi abitanti. La battaglia per il pianeta richiede un enorme investimento nella sfera pubblica e il divieto per le aziende di fare ciò che vogliono, che si tratti delle società di combustibili fossili a Houston, in Texas, o degli allevatori di bestiame in Brasile. Gruppi ai quali, invece, i due presidenti hanno fatto promesse. Ecco perché licenziano gli studiosi e chiudono i dipartimenti dedicati alla crisi ambientale: la lotta per la Terra non può coesistere con la loro visione del mondo. Ancora più inquietante è vedere leader progressisti che predicano l’ambientalismo e agiscono al contrario».

A chi si riferisce?

«Emmanuel Macron in Francia e il premier canadese Justin Trudeau, ad esempio, hanno criticato Bolsonaro sull’Amazzonia ma ricoprono di sovvenzioni i giganti degli idrocarburi. Il problema è che la crisi climatica pone una profonda sfida al progetto economico neoliberista. Così come al culto del “centrismo”, incarnato da Trudeau e da molti leader europei ed esponenti democratici americani. Siamo la via di mezzo tra gli estremismi, non facciamo nulla di troppo veloce e radicale”, rassicurano. Ma di fronte all’emergenza la risposta deve essere radicale. In linea, piuttosto, con il Green New Deal proposto negli Stati Uniti da Bernie Sanders, tra i candidati democratici alle primarie: investimenti per oltre 16 mila miliardi di dollari che servirebbero tra l’altro per le energie rinnovabili e per trasformare l’agricoltura, creando anche nuovi posti di lavoro».

In che cosa consiste esattamente il Green New Deal che lei stessa sostiene?

«La definizione s’ispira al New Deal di Franklin Delano Roosevelt, al suo imponente pacchetto di misure per uscire dalla crisi del 1929. Del Green New Deal esistono però diverse versioni, sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove appunto i vari candidati democratici stanno elaborando le proprie. E già nel 2009 all’Onu la negoziatrice boliviana Angélica Navarro Llanos usò un altro paragone storico quando chiese “un Piano Marshall per la Terra”. L’idea sottesa a tutte queste iniziative è un programma mondiale che affronti l’emergenza climatica e la povertà allo stesso tempo, che cambi il sistema economico per combattere tutte le diseguaglianze, incluse quelle razziali e di genere. Le crisi planetarie, di tipo finanziario, umanitario, sociale, ecologico, sono interrelate e vanno affrontate in modo olistico. Il capitalismo moderno, fondato sul consumo illimitato, nacque d’altra parte già con gli africani strappati alla loro terra e con gli espropri alle popolazioni indigene: gli stessi individui divennero materia prima da sfruttare, così come le foreste, i fiumi, gli animali. Le fiamme dell’Amazzonia ci mostrano tuttavia che siamo interconnessi e vulnerabili. Un punto che uomini-bambini come Trump e Bolsonaro faticano forse ad accettare».

Quali provvedimenti andrebbero presi nel nuovo corso verde?

« Negli ultimi tre decenni, cioè da quando hanno iniziato a incontrarsi con gli scienziati per discutere la riduzione delle emissioni, i governi sono stati condizionati dal neoliberismo. Le rinnovabili sono finite nelle mani di società private, con l’effetto di aumentare i costi dell’energia per la classe operaia mentre scendevano le tasse per i milionari. Rispetto al passato, il Green New Deal dice chiaramente che la nostra economia non aiuta la maggioranza dei cittadini, che dobbiamo creare occupazione e migliorare i servizi e che dobbiamo farlo riducendo drasticamente le emissioni e creando milioni di posti di lavoro “verdi”. Potremmo ad esempio finanziare del tutto l’assistenza sanitaria e fare in modo che si realizzi con basse emissioni».

Per i critici è una linea utopistica, che comporterebbe una spesa pubblica insostenibile.

«Va ridefinito il concetto stesso di ciò che è possibile. Certo si tratta di una trasformazione difficile, ma è l’unica opportunità di abitare il futuro. E definirà anche il modo in cui lo abiteremo. Il clima, ad esempio, è — e diventerà sempre più — una delle cause della migrazione di massa, che a sua volta viene usata dalla destra xenofoba per aumentare i consensi. Dunque sì, siamo di fronte a una sfida difficile, ma l’alternativa è terrificante. Il neoliberismo ci ha abituato all’idea che il cambiamento collettivo non sia possibile, ci ha imprigionato nell’eredità di Margaret Thatcher. Ma la storia ci viene appunto in soccorso: la mobilitazione durante e dopo la Seconda guerra mondiale, quando cambiarono la produzione nelle fabbriche, la coltivazione del cibo, le politiche degli aiuti, così come l’esperienza del New Deal, testimoniano che si può cambiare, e in fretta».

[…]


(Corriere della Sera, 15 settembre 2019)

di Maria Dell’Anno


Una morte annunciata. Abbiamo letto che quella di Adriana Signorelli era una morte annunciata. Ma se era così chiaramente annunciata, perché nessuno ha fatto nulla per impedirla?


Adriana aveva 59 anni, 2 figli, un lavoro come operatrice sociosanitaria. E un marito. Un marito che era già stato condannato e punito più volte per le violenze che aveva agito all’interno della famiglia nei confronti di Adriana e dei suoi figli. Ma che, nonostante tutto, lei continuava a sperare potesse cambiare. Nell’autunno del 2018 era stato nuovamente arrestato per aver bruciato la porta dell’appartamento di Adriana e aver tentato di gettarle addosso un misto di candeggina e benzina. La misura cautelare che la magistratura dispose a suo carico per impedirgli di commettere ulteriori reati fu il cosiddetto obbligo di firma presso la polizia giudiziaria. Il 27 agosto Adriana è costretta a rifugiarsi in bagno per proteggersi dalle sue minacce, che le urlavano di averlo mandato in carcere con false accuse; riesce a scappare, denuncia suo marito per l’ennesima volta, come prevede la nuova normativa definita giornalisticamente “codice rosso” viene ascoltata in Procura e il consiglio che le viene rivolto è quello di allontanarsi dalla propria casa. Viene uccisa quattro giorni dopo, nella sua casa, da suo marito.

Abbiamo letto alcune frasi davvero disturbanti nella stampa di queste settimane. Abbiamo letto che Adriana «non aveva mantenuto la promessa fatta e non si era trasferita a casa di sua figlia». Abbiamo letto che «la sua disponibilità estrema ad aiutare il marito le è stata purtroppo fatale». Abbiamo letto, insomma, che ancora una volta la colpa della morte di Adriana è di Adriana stessa.
No! La colpa di un omicidio è solo di chi uccide. E chi uccide la propria moglie – laddove il cuore del problema sta esattamente nell’aggettivo “propria” – non è un malato o un pazzo, è semplicemente un uomo che ha imparato molto bene ciò che la società patriarcale in cui viviamo gli ha insegnato.
E la soluzione del problema non è pensabile che si possa raggiungere con una legge, o con un codice rosso bianco o verde, perché, per quanto lo si voglia riformare, il nostro ordinamento penale – come ogni ordinamento penale occidentale democratico – è costruito per difendere l’imputato, non le vittime. E infatti nessuno va a dire a quell’uomo di non uccidere sua moglie, si dice a sua moglie di provare a proteggersi da sola.
Ma se anche Adriana fosse andata ad abitare da sua figlia, è davvero pensabile che il marito non ci sarebbe arrivato? Magari avrebbe ucciso entrambe. E magari proprio per questo Adriana non ci è andata, per non correre il rischio che sua figlia rimanesse nuovamente coinvolta in quella violenza. E se anche Adriana avesse smesso prima di essere disponibile ad aiutare suo marito nell’erronea illusione che cambiasse, è pensabile che lui non avrebbe trovato comunque un’occasione per ucciderla?
Adriana ha denunciato più volte suo marito. Suo marito è stato punito più volte per le sue azioni violente. La normativa più recente è stata applicata e Adriana è stata sentita dal pubblico ministero entro 3 giorni dalla sua denuncia. E poi? Intuitivamente l’unica misura che avrebbe davvero impedito la sua uccisione sarebbe stato incarcerare il marito subito e per sempre, ma questo nessuna legge attuale o futura potrà prevederlo, proprio per quell’architettura di sistema di cui si diceva prima. L’ergastolo può arrivare solo quando siamo già morte. Dobbiamo morire per non correre più il rischio di essere uccise.

E allora apparentemente non c’è soluzione. Lo Stato non può fare nulla, e contemporaneamente noi non potremo mai proteggerci da sole.
Invece la soluzione c’è. È una soluzione di certo molto più difficile da mettere in pratica rispetto a votare qualche articolo di legge con cui si inaspriscono pene e si intasano procure impreparate. È una soluzione che non è per nulla efficace da un punto di vista di pubblicità elettorale. E soprattutto non è una soluzione che consente di vedere i suoi risultati nel breve periodo. Ma è l’unica soluzione possibile: promuovere, anzi costringere tutti e tutte ad un profondo cambiamento culturale.
E il cambiamento culturale non può che realizzarsi con la formazione e l’educazione. E a dirlo è prima di tutto la Convenzione di Istanbul (che l’Italia ha ratificato), l’atto internazionale che più di tutti ha adottato un approccio olistico alla violenza di genere, proprio perché non è pensabile guardarne un aspetto e dimenticarne gli altri.

Ma uno Stato che in una legge, autodefinitasi di contrasto alla violenza di genere, prevede la formazione delle sole forze di polizia in modo parziale (non dei magistrati, non degli operatori sanitari, non dei giovani, non della società tutta) e non prevede alcun finanziamento al riguardo; uno Stato che rimanda il reingresso nelle scuole dell’educazione civica – che sarebbe un ottimo mezzo per inculcare nei giovani i principi di parità e di non discriminazione che vediamo sempre più allontanarsi dal nostro orizzonte quotidiano –; uno Stato che continua a chiudere i centri antiviolenza invece di finanziarli; uno Stato il cui linguaggio continua a colpevolizzare le vittime e a compatire gli assassini; uno Stato il cui linguaggio a tutti i livelli continua a umiliare le donne; ebbene questo Stato è davvero interessato a sconfiggere radicalmente la violenza maschile contro le donne?


(Noidonne.org, venerdì, 13/9/2019)

di Massimo Gramellini


Immaginate di stare guidando nella notte e di vedere un uomo sbracciarsi in mezzo alla strada. Siete costretti a rallentare per non investirlo e a quel punto lui vi grida che sua moglie sta molto male e ha bisogno di aiuto. Premete l’acceleratore per non correre rischi, sentendovi poi delle amebe per il resto della settimana, oppure scendete a vedere? Una signora di Ragusa è scesa a vedere. Era la sera del suo compleanno, le sarà sembrato brutto chiuderla rifiutandosi di compiere una buona azione. Invece è finita nelle grinfie non di un marito disperato ma di uno stupratore seriale, già condannato l’anno scorso per lo stesso reato e mai transitato dal carcere, perché da noi le sentenze qualche volta sembrano meri stati d’animo e le leggi scritte per avvantaggiare chi ha un avvocato più abile del suo giudice.

Misureremo il tasso di novità del Conte alla Rovescia anche sulla sua capacità di non confondere più il garantismo con l’impunità. Ma questa storia ci interroga su un’altra questione molto intima: sembra confezionata apposta per dare ragione a chi vive col freno a mano tirato e bolla ogni slancio di umanità con un «se l’è andata a cercare». Il mascalzone di Ragusa specula sui nostri istinti migliori. Il guaio è che, se li tacitassimo, rischieremmo di diventare uguali a lui. Quando allunghiamo una mano verso il prossimo, è possibile che ce la stringa o che la morda. Non possiamo saperlo prima. Possiamo soltanto decidere se tenerla in tasca oppure no.


(Corriere della Sera, 10 settembre 2019)


L’Universidade da Coruña ha sospeso le “Giornate sul lavoro sessuale” che dovevano tenersi la prossima settimana, il 19/20 settembre, dopo l’alluvione di critiche di collettivi femministi e altre realtà, che consideravano questo evento come una forma di promozione nei fatti della prostituzione.

In un comunicato ufficiale, l’Università di La Coruña afferma che non ci sono le condizioni necessarie allo svolgimento del seminario. «Il duro rifiuto, le persecuzioni e gli attacchi che stiamo subendo nei social network su questi temi, le informazioni erronee che distorcono la realtà e i commenti che abbiamo ricevuto ci spingono a ritenere impossibile garantire sia la sicurezza del dibattito, sia la sua qualità accademica», si può leggere nel comunicato.

Dopo aver respinto ogni accusa di connivenza «con qualsiasi tipo di discriminazione e sfruttamento della donna» e aver ribadito di condividere gli obiettivi del Patto contro la violenza di genere, i responsabili dell’Università di La Coruña si giustificano e spiegano le ragioni che li avevano portati a programmare l’iniziativa: «Crediamo che l’Università debba essere un ambito di libertà per dibattere diversi punti di vista, che si condividano o meno». «Tutti i dibattiti devono trovare spazio nell’Università», prosegue il comunicato, «e questa è l’unica ragione», aggiunge, «per cui, in accordo con la Facoltà di Sociologia, così come spiegato nel comunicato del 6 settembre, avevamo deciso di confermare lo svolgimento delle Giornate sul Lavoro sessuale». Il comunicato dell’Università si conclude con un augurio: «Speriamo che in futuro questo e qualsiasi altro tema possono essere discussi con il respiro che merita un’istituzione di istruzione superiore». E aggiunge: «Questo non è un dibattito di esclusivo ambito universitario, bensì sociale e come tale deve disporre di uno spazio per affrontarlo che a oggi manca».

Prima che la decisione di cancellare l’incontro fosse stata resa nota, un gruppo di professoresse, ordinarie e ricercatrici, aveva lanciato un manifesto intitolato Per il diritto a dibattere ovunque nell’Università in cui si criticava la decisione di cancellare l’evento temendo un rischio per la libertà d’espressione e si difendeva la necessità di tenere questo tipo di dibattiti nelle facoltà proprio perché sono uno “spazio aperto”.


(www.publico.es, 12/9/2019, traduzione dallo spagnolo di Silvia Baratella)



Prostituzione, «l’Università è uno straordinario mercato potenziale per clienti e prostitute»

di Marta Nebot


Una docente dell’Università di La Coruña critica le discusse giornate sul “lavoro sessuale” previste nell’ateneo: «Quello che mi preoccupa è il sottotesto di queste giornate, che punta a normalizzare, rendere naturale e legittimare la prostituzione».


La facoltà di Sociologia dell’Universidade da Coruña organizza per il 19/20 settembre, nella sua aula magna, un incontro a favore della prostituzione con il titolo di Jornadas sobre el trabajo sexual (Giornate sul sex work), che si presume sia stato finanziato da un ex allieva dello scorso anno accademico, M.S.C., che lavora come prostituta.

Tra i relatori del seminario si trovano sei prostitute e un prostituto. Anche gli/le altri/e sono a favore di questa attività. La partecipazione all’incontro è libera e gratuita, su semplice iscrizione.

L’annuncio dell’evento e i dettagli ha prodotto un gran polverone sui social network. Le proteste sull’hashtag #UniversidadSinProstitucion sono già virali.

Rosa Cobo, femminista, scrittrice e docente di Sociologia del genere nella stessa facoltà, ritiene che queste giornate siano una reazione contro il movimento abolizionista, che è in crescita all’interno del campus, e non ha esitato a denunciarlo. Lei stessa dirige la rivista Atlánticas, che ha pubblicato di recente una monografia abolizionista, e ha organizzato vari incontri a favore del divieto di questa attività. Cobo è coinvolta nella lotta contro la prostituzione da quando, nel 2017, ha pubblicato il libro La prostitución en el corazón del capitalismo (La prostituzione nel cuore del capitalismo, Ndt), frutto di un’indagine durata più di cinque anni in appartamenti, club e zone dedicate.

Nel suo colloquio con Público confessa: «Quello che mi preoccupa è che il sottotesto di queste giornate punta anormalizzare, rendere naturale e legittimare la prostituzione; è il suo obiettivo evidente […] e l’università è un mercato potenziale straordinario per clienti e prostitute». «I club, gli appartamenti, le zone esprimono una domanda di donne di tipo diversificato, e qui c’è di tutto», spiega.

Per questa professoressa impegnata, che si confessa impressionata dal polverone sollevato dalla sua protesta, la “buona fede” dei docenti coinvolti nell’organizzazione di questo seminario sul sex work non è in discussione, benché sia d’accordo che la facoltà dovrebbe chiarire chi lo finanzia realmente. Il costo dell’incontro, soltanto di rimborsi viaggio, oscilla tra 8.000 e 10.000 euro.


(www.publico.es, 6/9/2019, traduzione dallo spagnolo di Silvia Baratella)

di Marcel Gauchet


«L’avvenimento non è di poco conto… stiamo assistendo alla fine del dominio maschile». Così inizia il nuovo libro di Marcel Gauchet (in libreria dal 19 settembre), filosofo sempre attento a cogliere le dinamiche che caratterizzano i rapporti umani nella società contemporanea. In attesa di poterlo sfogliare tra le mani, vi anticipiamo un brano intitolato Il defunto padre.

«Se c’è un indizio che non inganna riguardo alla radicalità di questa rottura è il rapido liquefarsi della figura del padre. Era il punto nevralgico del dispositivo, avendo il compito di garantire l’articolazione tra la cellula famigliare e l’organismo sociale. […] In questo senso era giustificato parlare di un ordine patriarcale, quello stesso che è ora evaporato senza lasciare tracce se non quelle che un primato millenario lascia necessariamente nel paesaggio culturale.

La de-istituzionalizzazione della famiglia ha svuotato di senso la funzione paterna, così come, del resto, l’omologia tra famiglia e società. Il padre, nel senso dello stato civile, non deve più essere il ‘capo’ dentro uno spazio famigliare intimizzato, così come il capo, in senso istituzionale (il ‘capo di Stato’), non è più un ‘padre’. Il modello dell’autorità si è ‘de-patriarcalizzato’ o ‘de-paternalizzato’. Tra le immagini che i cittadini si fanno oggi del potere e dei suoi attributi, nessuna è più lontana di quella del ‘patriarca’. In materia di esercizio dell’autorità, il ‘paternalismo’ è diventato uno spauracchio.

Allo stesso modo, la ‘Legge del padre’, con la L maiuscola, nei termini proposti dalla psicoanalisi e portata alla sua espressione più sistematica da Lacan, non ha più niente da dire. […] L’errore, come possiamo registrare retrospettivamente, è stato di ipostatizzarla elevandola a invariante antropologica. Non era invece che un fatto sociologico, certo storicamente radicato, ma comunque revocabile e, del resto, in piena crisi. La psicoanalisi è figlia del terremoto nel sistema di riproduzione sociale che abbiamo descritto e della crisi delle sue successive traduzioni famigliari. Su queste basi ha teorizzato un modello che sta crollando. […]

Il famoso ‘padre separatore’, incarnazione della fondativa proibizione dell’incesto e investito della funzione di staccare il bambino dalla fusione con la madre, non era nient’altro che la dimensione psichica del padre mediatore, ponte tra l’interno privato e l’esterno pubblico della famiglia-istituzione. In realtà, ciò che si esprimeva per suo tramite era l’imperativo supremo di piegarsi alle necessità di sopravvivenza del gruppo, nel duplice aspetto di perpetuazione della vita e difesa contro una minaccia esterna. La ‘Legge del padre’, da questo punto di vista, era intimamente legata al diritto di vita e di morte della collettività sui suoi membri e al tributo di sangue, cui veniva associato il dovere di riprodursi, nei termini fissati dalla disgiunzione e dalla congiunzione gerarchica dei sessi e sotto la garanzia dell’autorità del capo famiglia.

Per questo non stupisce, sia detto di passaggio, che tali differenti attestazioni dell’imprescindibile primato del collettivo abbiano visto anch’esse la loro aura affievolirsi e spegnersi. Una simile scomparsa dell’ingiunzione intima da parte della legge del gruppo, per come si concentrava nella figura del padre, avrebbe dovuto accompagnarsi a enormi sconvolgimenti nell’economia psichica. E invece, con o senza grande separatore, l’umanizzazione dei nuovi venuti in qualche modo continua a compiersi, così come continua a operarsi il loro ‘accesso al simbolico’. Il fatto è che questi fondamentali processi, modellati effettivamente da quei sistemi di regole, seguono percorsi più profondi e sono quindi in grado di riconfigurarsi dentro un ambiente nuovo, generando nuovi problemi. È questa la novità che andrebbe esplorata, piuttosto che insistere nella constatazione di una carenza che non spiega più nulla. Ciò che comunque è acquisito, ormai, è che, perdendo la chiave di volta del principio paterno, il dominio maschile ha perso il suo più solido punto di appoggio.»


Marcel Gauchet, La fine del dominio maschile, Vita e Pensiero, Milano 2019, pp. 76, euro 10.


(www.vitaepensiero.it, 3 settembre 2019)

di Maria Teresa Meli


ROMA — Ministra Teresa Bellanova com’è andato il passaggio delle consegne con Gianmarco Centinaio? 
«La prima cosa che ho fatto dopo il giuramento è stata quella di cercare il mio predecessore. Una volta, due volte, tre volte. Non sono stata richiamata. Il ministro non ha voluto fare nessun passaggio di consegne. È accaduto anche per altri ministeri».

Prova imbarazzo a stare con i grillini?
«No, perché sono fermamente convinta che non avevamo alternativa rispetto alla scelta messa in campo da Salvini di andare al voto per avere una maggioranza tale da portare questo Paese fuori dall’Europa e dall’euro. È vero che con i 5 Stelle abbiamo differenze programmatiche: dobbiamo portarle a sintesi, questa è la fatica del governo. E vediamo soprattutto se riusciamo ad affrontare l’emergenza italiana che non si chiama immigrazione ma lavoro».

Questo non piacerà a Salvini.
Tante aziende mi chiamano perché se non c’è un flusso programmato dell’immigrazione e quindi anche della manodopera, è un problema. Ci sono terreni dove i prodotti rimangono non raccolti».

Intanto i braccianti immigrati continuano a morire.
«Non intendo indietreggiare di un millimetro sull’applicazione della legge sul caporalato. Che è repressione ma anche prevenzione. E il mio lavoro da domani è esattamente questo: ci sarà un tavolo di coordinamento con la ministra del Lavoro per definire le misure rispetto alla prevenzione, perché bisogna consentire alle aziende che lavorano nella legalità di andare su una piattaforma per trovare i lavoratori. Se non lo fai il caporale diventa l’ unico mezzo. Se non dai linee di trasporto che consentano alla gente di andare nei campi tu non ti liberi del caporale. Il caporalato è mafia e criminalità organizzata».

Lei è stata attaccata sui social.
«Io ho 61 anni, sono una donna fortunata perché faccio la ministra dell’Agricoltura. Potevo morire insieme alle mie colleghe a 15 anni in un pullmino dove erano stipate 40 persone invece di 9. Al contrario non solo ho avuto la possibilità di avere la mia vita, ma anche un figlio meraviglioso e l’opportunità di fare delle cose che incidono sulla vita degli altri. È evidente che ci sono delle cose che mi sono state negate: il diritto allo studio e il diritto all’infanzia e quindi al gioco. Ebbene, io adesso gioco con i colori, li amo perche amo la vita. E quando hai conosciuto la fatica nera tu hai il dovere, prima ancora che il diritto, di amare la vita perché devi rivalutare quello che ad altri non è stato dato».

Si è sentita ferita?
«Onestamente no. Non mi lascio ferire e dico con altrettanta sincerità che chi ha avuto la mia vita non può permettersi di stare lì a fare la vittima. Però mi hanno un po’ irritata perché questo Paese dovrebbe discutere di altro. Anche perché se una si iscrive a Miss Italia si mette in mostra e sa che deve essere giudicata anche per come veste, io sono stata chiamata a fare il ministro dell’Agricoltura, perciò magari se mi valutano per quello che faccio lì siamo tutti più contenti».

Lei è molto vicina a Renzi, si parla di una sua scissione: andrà con lui?
«È un tema che non è all’ordine del giorno in questo momento.Tutti votiamo il governo Conte. Renzi è quello che più ha lavorato perche questo Paese non cadesse in una pratica antidemocratica quindi oggi parliamo di questo. Poi, quando ci saranno fatti nuovi ne parleremo e io ancora una volta dirò con molta chiarezza da che parte sto».


(Corriere della Sera, 11 settembre 2019)

di Alessandra Pigliaru


«Il mio materiale di lavoro è la storia, passata e presente. Perché cerco sempre di estrarre il concetto, la formulazione intelligibile». Filosofa e storica del pensiero femminista, Geneviève Fraisse attualmente è direttrice di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi. Appena concluso il soggiorno mantovano nell’ambito del Festivaletteratura, oggi alle ore 18 sarà a Roma alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea per un incontro dedicato a un testo di eccezionale rigore scientifico e politico, La sexuation du monde. Uscito in Francia nel 2016 è ora finalmente tradotto da Nottetempo per le cure di Annarosa Buttarelli (insieme a Elettra Stimilli in dialogo oggi alla Gnam con Fraisse), con una preziosa postfazione di Luisa Muraro. Il mondo è sessuato (pp. 252, euro 19) si colloca nell’ampio lavoro, di attivista e teorica, che Geneviève Fraisse porta avanti dagli anni Settanta depositato in interventi e monografie cruciali tra cui spiccano Muse de la raison (1989), La différence des sexes (tradotto da Bollati Boringhieri nel 1996), Les deux gouvernements: la famille et la Cité (2000), Les Excès du genre (2014).

In libreria da pochi giorni, il volume della filosofa – che nel 1975 ha fondato insieme a Jacques Rancière la rivista Les Révoltes logiques e ha codiretto il quarto volume della Storia delle donne in Occidente (Laterza, 1991) – interroga con radicalità un presente che riguarda tutte e tutti: come segnala Buttarelli in prefazione, «è solo da qualche decennio che noi donne abbiamo cominciato a passare dall’irrappresentabile e dall’impensato a un fragile auto-riconoscimento». Non ci si può confondere sul fatto che a scriverlo sia stata una femminista, «il partire da sé – specifica Muraro in postfazione – è una tra le prime e più produttive pratiche di parola e scrittura del movimento delle donne».

«Il mondo è sessuato» è un titolo ma anche una “evidenza filosofica” che deve essere assunta nella sua «storicità». Con la Rivoluzione francese lei parla di “democrazia esclusiva”…

Il libro suggerisce che dobbiamo leggere il mondo con l’evidenza che i sessi fanno la storia, che scrivono la storia. «Il mondo è sessuato» significa semplicemente dire che le donne non sono una variabile più o meno aneddotica, come un colore aggiunto al divenire storico. Pertanto, non è un’antropologia, bensì una definizione della differenza sessuale. Si tratta di comprendere la costruzione del mondo attraverso questa differenza.

Faccio due esempi, uno storico e l’altro contemporaneo. Il primo è che la Rivoluzione francese utilizza il pensiero del contratto sociale per sostituire l’ordine monarchico, vuole pensare agli esseri umani come simili ma inciampa sulla questione dei sessi. “Democrazia esclusiva” (si veda il libro Muse de la raison) è un’espressione che afferma sia la partecipazione delle donne in una società di uguali, sia al contempo la loro esclusione dalla costruzione dell’eguaglianza concreta. La democrazia contemporanea non è escludente come nell’antichità; le donne non sono fuori dalla città, ma sono escluse dall’interno dal moderno contratto sociale. Il mio secondo esempio parte dal tentativo contemporaneo di rendere invisibili alcuni dati sociali, di “asessuarli”: la “ragazza-madre” della mia infanzia, la madre nubile, è diventata una “famiglia monoparentale”; quindi si rimuove lo stigma sociale ma si costruisce un neutro che cancella una situazione politica (ovvero che l’80% di queste famiglie sono fatte di donne). La “sessuazione del mondo” non dà una definizione dei sessi, vuole mostrare un funzionamento.

Affronta il tema delle contraddizioni interne all’emancipazione e del rapporto di dominio, questa lei osserva sia la questione dei sessi e non quella della complementarietà…

L’emancipazione delle donne è stata costruita in presenza di due ostacoli: il primo deriva dall’impossibilità di accettare che la differenza dei sessi possa essere combinata con l’uguaglianza; da qui la prima contraddizione che è complicata dall’eventuale legame con altre categorie di razza, classe, oppressione ed esclusione. L’intersezionalità di oggi crede di essere in grado di far “convergere” le lotte in un insieme. Non è così semplice: per quanto teoricamente sia possibile pensare alle “altre” in una comune condizione di dominio, fintanto che la strategia delle lotte le separerà, arriveranno persino a contrapporsi.

Da qui il secondo ostacolo, quello del contretemps (contro-tempo/contrattempo): la storia degli ultimi due secoli è fatta di ingiunzioni rivolte alle femministe per convincerle a rallentare la loro dinamica: sei in ritardo, non sei abbastanza istruita o, al contrario, sei in anticipo, unisciti al processo rivoluzionario; aspettiamo il giorno dopo la Rivoluzione e ci occuperemo dell’uguaglianza dei sessi. Contraddizioni e intoppi devono essere riconosciuti per essere combattuti.

L’argomentazione ugualitaria, secondo lei, somiglia alla fatica di Sisifo. È uno sforzo che non produce alcun esito oppure una condanna?

Mi piace dire che sono “una” Sisifa, sempre pronta a ricominciare il lavoro di costruzione dell’emancipazione. Non solo perché l’uguaglianza dei sessi sembra sempre così distante, ma perché il “ritornello”, la ripetizione degli stessi argomenti contro questa uguaglianza, indica una vera domanda filosofica: i sessi sono tenuti fuori dalla storia, la loro relazione è senza tempo («sempre», dicono). Ma la mia proposta di leggere la sessuazione del mondo è proprio quella di distruggere questa atemporalità; perché esiste la possibilità di sovversione. È la storicità che deve essere contrastata, con le parole “genealogia” e “provenienza”, ma anche con il verbo “divenire”.

I contemporanei “stereotipi” ricordano la discussione del XVII secolo intorno al pregiudizio, di cui individua il nodo a partire dalla riflessione di Poulain de La Barre, proseguendo con Rousseau e Rancière. Quali sono le comunanze e le trappole tra “moderno” pregiudizio e “contemporaneo” stereotipo?

Dopo due secoli di conquista dei diritti, quello attuale si è aperto sull’osservazione che il dato formale, le leggi, non fanno il reale, non si realizzano meccanicamente in questo reale. Quindi si impone l’idea che sia necessario combattere le immagini, dette stereotipi, decostruirne il significato per distruggerle e quindi creare l’emancipazione.

Due osservazioni: è più efficace decostruire (nel gioco, piuttosto antiquato ai miei occhi, dell’opposizione tra natura e cultura) o enfatizzare il processo dell’emancipazione, che non è mai scevro da tracce di dominio? Personalmente ho scelto chiaramente questo percorso. La seconda osservazione riguarda la terminologia: la parola “stereotipo” si riferisce a un pensiero dell’invariante (antropologica), che le conferisce un’importanza indeterminata: da parte mia, ho proposto, in Les Excès du genre, di parlare di cliché; è un termine preso in prestito dalla fotografia, dice meno il contenuto di un’immagine che la sua ripetizione, la sua molteplicità. È l’insistenza dell’immagine negativa delle donne a essere problematica. E qui ritroviamo questa parola del XVII secolo, quella del “pregiudizio”, cara al filosofo Poulain de La Barre. La conclusione s’impone: la sovversione è meglio della decostruzione.

Nella seconda parte del volume riprende il concetto di musa. In che modo l’oggetto artistico astratto diventa soggetto singolare di enunciazione, per esempio nell’atto di scolpire di cui lei porta numerosi esempi?

Propongo di «deregolare» le rappresentazioni, di sistemarsi nella tradizione per trasformarla. “Deregolare” può stabilire nuove regole, si vede in particolare nella storia dell’arte con la fine della musa, l’appropriazione del corpo delle donne nella loro nudità, la distruzione del rapporto tra nudità delle donne e allegoria della verità, ecc. È una scelta filosofica e politica: preferisco cambiare le regole secondo le regole invece che denunciare norme che potrebbero lasciare spazio a nuove norme.

Nel movimento di emancipazione degli ultimi due secoli, ho distinto il «per tutte», cittadine e lavoratrici, dal «per ognuna», di artiste e creatrici. Il mio libro La Suite de l’Histoire che esce in Francia questa settimana indica i singoli percorsi, le singolarità che lavoreranno non solo a deregolare le rappresentazioni, ma a interpellare il simbolico maschile. Questo è ciò che chiamo il «passaggio verso l’universale».


(il manifesto, 10 settembre 2019)

di Giuseppe Guastella


Tra i massimi esperti nei reati contro i «soggetti deboli», Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, di recente ha pubblicato il libro «Crimini contro le donne» (Franco Angeli). 
Dottor Roia, come nel caso dei 4 giovani genovesi accusati di aver violentato una 19enne, spesso la donna che denuncia deve affrontare la reazione di chi dice che era consenziente. Come si fa a stabilire la verità? 
«La prima considerazione da fare è che nel nostro ordinamento la persona offesa del reato ha l’obbligo di dire la verità sia alla polizia giudiziaria, sia al pm, sia al giudice. Se non lo fa, commette reati gravi come le false dichiarazioni al pm, la falsa testimonianza e la calunnia. L’indagato-imputato, invece, non ha quest’obbligo. Questo è già un discrimine che dovrebbe costituire un freno a false dichiarazioni da parte delle vittime».

È sufficiente?
«La giurisprudenza dice che è sufficiente il racconto della persona offesa per arrivare a un giudizio di colpevolezza, purché il giudice verifichi a fondo la credibilità della testimonianza. E qui entra in campo la specializzazione della polizia giudiziaria, del pm e del giudice che devono conoscere i modi di comportamento delle vittime per valutare se non ci siano elementi probatori che le smentiscono. Questo consente di filtrare eventuali denunce strumentali che, però, nella mia esperienza ho visto molto raramente. Il processo penale è troppo traumatico perché una donna scelga di affrontarlo calunniando».

Quando una donna è da ritenere consenziente? 
«Quando dà un consenso pieno, prima e durante l’atto. Una donna potrebbe dire sì all’inizio e poi cambiare idea. In questo caso, l’uomo si deve fermare, altrimenti c’è violenza».

E se lei non è in grado di dare un consenso? 
«Se è ubriaca o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, l’uomo ha il dovere di astenersi in ogni caso dall’ avere con lei rapporti sessuali. Nella norma che punisce la violenza sessuale, oltre ai casi di costrizione con la violenza fisica o con la minaccia, si fa riferimento all’abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica, anche transitorie».

Succede che le vittime non denuncino subito la violenza, ma dopo un certo tempo.
«Non esiste un catalogo di comportamenti delle vittime di violenza. L’esperienza insegna che il modo di agire non è stereotipato, ciascuna lo fa a modo suo in relazione all’aggressione subita e alla sua situazione. C’è chi chiama subito la polizia, chi lo dice dopo giorni, chi urla e chi sta zitta. Normalmente la vittima tende a colpevolizzarsi perché pensa di aver commesso qualcosa che ha spinto l’uomo ad abusare di lei. Per questo la legge concede non tre, ma sei mesi alla vittima per valutare, per quanto possibile, più serenamente la situazione e poi denunciare».

Sempre più spesso vengono denunciate violenze di gruppo. 
«È un reato autonomo con pene più severe della violenza sessuale perché ha un’elevatissima traumaticità per la vittima».


(27esimaora.corriere.it, 9 settembre 2019)

di Mauro Biani

(il manifesto, 9 settembre 2019)


Mi chiamo Roberta Trucco e mi definisco una femminista tardiva, anche se rappresento lo stereotipo tipico dell’antifemminista: sono cattolica, sono casalinga, sono sposata e sono madre di 4 figli. Alcuni anni fa ho iniziato a interessarmi di maternità surrogata. Vagando su internet mi imbattei nella petizione #stopsurrogacynow lanciata da Jennifer Lahl in California. Mi bastò la lettura del manifesto e firmai subito. La mia adesione nacque certamente da una motivazione “di pancia”. Noi donne siamo il nostro corpo: Anna Maria van Shurman, filosofa e teologa del 1600, con grande lungimiranza, contrapponeva al “cogito ergo sum” di Cartesio il suo “Sum ergo cogito”.

Oggi, dopo anni di intensi confronti, insieme a molte altre donne abbiamo elaborato sufficienti argomenti a dimostrazione di quanto questa pratica sia disumanizzante e aberrante. Spezzettare la maternità significa ridurre la gestazione a un processo senza anima e senza storia, come se i nostri corpi fossero solo dei tubi attraverso i quali scorre la vita, una vita che non lascia segno; significa inserire il processo complesso e meraviglioso dei nove mesi di relazione feto/madre in un sistema di mercato, in cui il valore di un ovulo o della sperma è equiparato al processo della gravidanza, e dunque significa accettare che il capitale (mercato) entri di imperio nella logica della maternità. La maternità non è negoziabile. La madre, sia che si occuperà del bambino/a una volta fuori dalla pancia, sia che non se ne occuperà affatto; sia che lo abbia desiderato o che non lo abbia desiderato, resterà iscritta per sempre dentro l’identità dell’individuo generato, e questa funzione, con tutto il carico anche drammatico di responsabilità, è per me una funzione sacra, intoccabile. L’autodeterminazione delle donne, in questo caso, non c’entra nulla, noi non possiamo disporre di ciò che è indisponibile, le relazioni non si donano e non si vendono. Non bisogna essere madri per comprendere che questa pratica si presta a diventare la schiavitù del terzo millennio e una forma di tratta mascherata dietro una idea fallace di libertà. Siamo tutte e tutti nati da donna e sappiamo nel profondo quanto quel corpo che ci ha generato sia un ricordo indelebile del nostro essere e parte fondante la nostra identità.


Roberta Trucco, Genova


(www.osservatoreromano.va/it/), 27 luglio 2019)


Mariella Pasinati e le altre di UdiPalermo onlus propongono un progetto finanziato con il crowdfunding di incontri con artiste e scrittrici mediorientali per orientarci verso un approccio più sensato alla realtà attuale, a leggere e a comprendere con maggiore chiarezza gli ultimi accadimenti nell’area mediorientale: La parola alla Siria. Voci creative di donne in esilio.


Chi siamo. Siamo lʼunica Biblioteca delle donne in Sicilia riconosciuta dalla Regione Siciliana (https://www.sites.google.com/site/bibliotecadelledonne/), gran parte del nostro catalogo è accessibile on line (http://librarsi.comune.palermo.it). Realizziamo iniziative di valorizzazione culturale delle donne, nonché dei diritti che le riguardano; incrementiamo la raccolta e la tutela del patrimonio documentario dell’Archivio dell’Unione Donne Italiane di Palermo; assicuriamo l’assistenza legale e la tutela a donne e minori vittime della violenza; realizziamo corsi di formazione, nell’ambito della pedagogia della differenza, nelle scuole di ogni ordine e grado con l’intento di rendere impensabile la violenza maschile sulle donne.

Il progetto. Sulle tragiche vicende della guerra in Siria e nell’area mediorientale c’è un oscuramento che raggela i cuori; sulla distruzione e sui disastri causati dalla guerra civile e dall’ntervento delle cosiddette grandi potenze e dell’Isis c’è un’assenza di analisi che suscita un tragico sgomento; sulla disgregazione di un popolo costretto a trovare riparo in campi profughi e in alcuni paesi europei c’è un silenzio che grava sulle nostre coscienze e ci rende complici della devastazione.

Per questo UDIPALERMO onlus intende farsi promotrice di una serie di incontri volti a dare la parola a chi conosce la storia di quell’area e in primo luogo alle donne esuli che, nonostante la tragedia tangibile e simbolica, non hanno reciso grazie alla loro creatività il legame con una matrice di pensiero mediterranea che considera come valori primari l’attenzione all’altra/o, la compassione, la giustizia.

Il progetto La parola alla Siria. Voci creative di donne in esilio coinvolge artiste, scrittrici e intellettuali rappresentative dell’area mediterranea e mediorientale che vivono fuori dai loro Paesi d’origine e che attraverso le loro opere testimoniano una forma di resistenza al brutale esercizio della forza e manifestano lucidità, coraggio e desiderio di futuro.

Le artiste, scrittrici, intellettuali e gli studiosi che abbiamo invitato possono aiutarci a leggere e a comprendere con maggiore chiarezza gli ultimi accadimenti nell’area mediterranea e medio-orientale: attraverso le loro opere e documenti, frutto di una memoria creativa, ci potranno guidare verso un approccio più sensato alla realtà attuale.

Interverranno grazie ai contatti avviati con le loro traduttrici italiane Sana Yazigi, grafica siriana; Maram al-Masri, poetessa siriana; Suad Amiri, architetta e scrittrice, figlia di madre siriana e padre palestinese; Hoda Barakat, scrittrice libanese. È probabile la partecipazione di Samar Yazbek, scrittrice e sceneggiatrice siriana. Ci avvarremo della collaborazione di Domenico Quirico, autore di Succede ad Aleppo (2017), e di Alberto Negri, esperto di politica internazionale e in particolare del mondo arabo, per avere un quadro veritiero degli accadimenti nell’area siriana e nell’area mediorientale. I due studiosi hanno già dato la loro disponibilità. Desideriamo rendere omaggio a Paolo Dall’Oglio, il fondatore della comunità spirituale al-Khalil, diretta a promuovere il dialogo fra il mondo islamico e quello cristiano, del quale si sono perse le tracce.

Gli incontri avranno luogo a Palermo, uno storico crocevia di culture e di relazioni nell’area mediterranea. Confidiamo che dalla nostra città si possa levare un messaggio costruttivo fondato su una lettura delle cronache più rispondente alla realtà dei fatti e idoneo a tessere relazioni umane che mantengano la memoria del passato in vista di un futuro meno cruento e meno gravato dalle ingiustizie.

Le introduzioni degli analisti, le conversazioni fra traduttrici, studiose e autrici, l’omaggio ad al-Khalil si svolgeranno dal 2 al 9 dicembre 2019. Il progetto La parola alla Siria. Voci creative di donne in esilio era stato proposto fra le iniziative di Palermo capitale della cultura 2018 ma non ci sono state le risorse per sostenerlo.

Con i soldi raccolti pagheremo i biglietti aerei, il vitto, l’alloggio, la traduzione consecutiva degli interventi, la redazione e la stampa di opuscoli, locandine e inviti.

Ricompensa: Borsa in cotone per donazioni da 10 € in su.


(www.produzionidalbasso.com, 5 settembre 2019)

di Luisa Muraro


La crisi di governo non è risolta perché non era una crisi di governo. Una svolta? Questa è solo una delle tante parole in uso nella retorica maschile. È stato un colpo di fortuna. Fortuna così imprevista che gli interessati quasi se la lasciavano scappare. Per finire è andata bene e io dico che c’è da essere riconoscenti. Verso il cielo ma anche verso Salvini che ha fatto quello che le opposizioni non sapevano lontanamente fare, e poi verso Grillo che ha agguantato Di Maio e lo ha voltato dalla parte giusta, anche Renzi aveva capito subito, ma chi si fida di lui? Pare che qualcuno, dicono Prodi, abbia parlato al segretario del PD, neanche lui un’aquila. Nella lista metterei anche Conte, la cui fiamma abbiamo visto guizzare in Senato, il giorno delle dimissioni. E finalmente, come molte e molti, sono riconoscente a Mattarella per la composta aura di autorità con cui ha aiutato il travaglio. Ci voleva, perché i Cinquestelle pretendono di essere un movimento che agisce liberamente fuori dalle istituzioni, a loro piace pensare di avere autorizzato il nuovo governo, per esempio, e in qualche modo bisogna che possano crederlo.

Adesso però il tempo delle parole è scaduto e viene… quello dei fatti? Sì, ma insieme ai conti da fare con le parole, se sono dette per finta o davvero. Machiavelli ha insegnato che metà è fortuna, metà è virtù, così la chiama lui e io traduco: bravura e misura. E mi riferisco, per cominciare, a noi, le cosiddette femministe, perché in questa storia ci entriamo più che in passato e più di quello che tendiamo a credere.


(www.libreriadelledonne.it, 5 settembre 2019)

di Massimo Lizzi


Un grande dubbio ha accolto il nuovo manifesto etico del capitalismo americano: è una svolta reale o solo retorica?

I dirigenti delle più grandi società multinazionali americane, riunite nel business roundtable, hanno firmato un manifesto, che dichiara di voler parificare gli interessi dei lavoratori, dei consumatori, dei fornitori, dei clienti, e la tutela dell’ambiente agli interessi degli azionisti. In sostanza: il bene della società come condizione per ottenere profitti a lungo termine.

In teoria, lo scopo aziendale così ridefinito rovescia il neoliberismo di Milton Friedman, egemone ormai dagli anni ‘80, secondo il quale unica responsabilità sociale dell’azienda è realizzare profitti per gli azionisti; parte della loro ricchezza poi sgocciolerà verso il basso della scala sociale. Una teoria oggi ritenuta responsabile delle gravi diseguaglianze che sono all’origine della crisi economica globale e dell’insorgere dei populismi. Così, molti commentatori vedono nella svolta etica delle multinazionali il tentativo di riconciliare il capitalismo con la società. Io, nel mio piccolo, da lavoratore dipendente e militante della sinistra italiana, ho sperato di vedere il ritorno della borghesia illuminata, capace di assumere un ruolo progressivo.

Ma poi, mi sono meglio istruito con la reazione di Paul Stiglitz (premio Nobel per l’economia 2001), secondo il quale la prima responsabilità sociale di un’azienda è pagare le tasse e tra le grandi imprese firmatarie del manifesto etico molte sono residenti nei paradisi fiscali. A suo giudizio, se un’azienda volesse assumere finalità sociali si troverebbe a subire la concorrenza sleale delle aziende che perseguono solo il profitto, quindi finirebbe per adattarsi al gioco della concorrenza. Perciò, le buone intenzioni dichiarate sono insufficienti; occorre che siano tradotte in obblighi di legge, come è successo con i principi neoliberisti: sono diventati un ordinamento giuridico. Ma nel manifesto dei grandi capitalisti americani non si fa menzione del ruolo dello stato.

In effetti, sul piano dei principi, il nuovo manifesto degli amministratori delegati somiglia molto al disegno di legge sul capitalismo responsabile, presentato un anno fa dalla senatrice democratica Elizabeth Warren. La sua proposta di legge mira a invertire la tendenza degli ultimi trent’anni. All’inizio degli anni ’80, le più grandi società americane dedicavano agli azionisti meno della metà dei loro profitti per reinvestire tutto il resto. Ma nell’ultimo decennio, le grandi aziende americane hanno dedicato il 93% degli utili agli azionisti, reindirizzando a questo fine trilioni di dollari che avrebbero potuto essere destinati ai lavoratori o agli investimenti a lungo termine. Il risultato è che il boom dei profitti aziendali e l’aumento della produttività dei lavoratori non hanno portato a un aumento dei salari.


Nello specifico, la proposta di legge di Elizabeth Warren: 

Questa proposta di legge potrà essere approvata in tutto o in parte se i democratici vinceranno le prossime elezioni. Elizabeth Warren è candidata alle primarie del Partito democratico per le presidenziali USA del 2020 ed è in ascesa nei sondaggi. Potrebbe essere la futura presidente o avere un ruolo molto importante nella coalizione dell’eventuale e probabile presidente democratico. Quindi, sorge una domanda: la business roundtable vuole aderire alla proposta di legge democratica o mostrare l’intenzione di riformarsi da sola, per scongiurarla?


(www.libreriadelledonne.it, 5 settembre 2019)

di Luisa Cavaliere


Non mi piace che si contino le donne (un terzo, un quarto, la metà, come gli ingredienti di un soufflé), per giudicare bene o male un governo. L’assunzione di una questione decisiva per la democrazia nelle forme che abbiamo conosciuto e che tante donne hanno voluto, non può essere affidata all’aritmetica. Essa, infatti allude alle concezioni del mondo, ai criteri di formazione dei gruppi dirigenti, all’amore per l’armonia, alla consapevolezza che solo voci differenti, anche radicalmente differenti, possono far nascere inedite esperienze. E possono farlo molto di più di voci simili, ammalate di specularità, ispirate esclusivamente dal desiderio di potenza e di dominio.

Che senso ha che biografie, pure significative, vengano considerate rilevanti solo per raggiungere una quota o aumentare una percentuale, o rassicurare chi continua a pensare che l’incremento quantitativo generi la moltiplicazione qualitativa?

Non mi piace che anni di femminismo, di discussioni, di scelte, di silenzi e di lontananze vengano semplificati e ridotti ad un numero: ha più a cuore le donne chi ne ha di più nella sua squadra.

È la insidiosa logica paritaria che si insinua coprendo e neutralizzando la forza dirompente che la presenza consapevole di una donna, non solo di un corpo di donna, potrebbe avere. Una ipoteca sulla loro azione. Una diminuzione dolosa della loro forza. 

Mi piacciono tutte le biografie delle Ministre del governo Conte. Mi piace la loro competenza, la storia del loro rapporto con la politica, la loro cura per la dimensione “privata”, la loro fatica per conciliare ambizioni desideri e impegni quotidiani.

Forse non sono femministe, non conoscono il vocabolario e il pensiero del movimento che le ha generate ma non importa: dovranno solo imparare ad essere autonome.

Ho molte ragioni per temere la prospettiva fragile di questa esperienza che si avvia dopo che in tanti e in tante abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Un’alleanza che due mesi fa era impensabile, in queste ore diventa pratica politica, rischiosissimo esperimento democratico. Non emozionante, certo, ma sicuramente liberatorio. (Il commento più efficace a questo proposito è stato quello di Gad Lerner: «ho molte perplessità, ma che Salvini abbia fatto la figura del pirla mi fa essere contento»).

Bisognerà trovare in tanti e in tante il modo per non stare a guardare, questa è la sfida per noi e per le Ministre. Tenere alta la guardia perché il pericolo del salvinismo non può essere allontanato solo con un’operazione parlamentare (pure importantissima) ma impone un’accentuazione dell’impegno, della riflessione. Una nuova passione per la politica.


(Corriere del Mezzogiorno, 5 settembre 2019)


Martedì la casa rifugio per le donne vittime di violenza Lucha y Siesta di Roma ha ricevuto una lettera dal Tribunale fallimentare della città che annuncia che il 15 settembre l’edificio che ospita la casa sarà sgomberato. La palazzina, che si trova in zona Cinecittà, è di proprietà di ATAC, l’azienda del trasporto pubblico romano che sta affrontando un piano di risanamento deciso dal Tribunale. Fino al 2008 era abbandonata: da allora è stata usata per dare un alloggio sicuro alle donne che hanno bisogno di aiuto per allontanarsi da una situazione di violenza e ai loro figli. Oggi nella casa vivono 15 donne e 7 bambini: dal Comune di Roma non sono state diffuse comunicazioni riguardo a possibili sistemazioni alternative per queste persone.

La consigliera regionale del Lazio Marta Bonafoni, della Lista Civica Zingaretti, ha criticato il Comune di Roma e ATAC per lo sgombero annunciato, chiedendo alla sindaca di Roma Virginia Raggi di impedirlo. L’Italia è tra i firmatari della cosiddetta Convenzione di Istanbul del 2011, il testo più avanzato contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, ma non ha ancora applicato alcune delle raccomandazioni della Convenzione, tra cui quella sul numero minimo di posti letto in case rifugio per numero di abitanti: nel 2015 in Italia, secondo un rapporto della rete europea di associazioni contro la violenza sulle donne Wave, ne mancavano più di 5mila rispetto a quelli raccomandati.


(Il Post, 29 agosto 2019)

di Luigina Mortari


Di seguito una parte della relazione al Festival della mente di Sarzana


LA CURA È UNA PRATICA difficile, che richiede competenza. Una pratica che procura quanto necessario alla vita, coltiva le possibilità dell’essere e ripara le ferite procurate dalla sofferenza. È la pratica che fabbrica il nostro essere, nel senso che le azioni di cura ci modellano. Se ci prendiamo cura di certe persone quello che accade nello scambio relazionale con l’altro diverrà parte di noi. Se abbiamo cura di certe idee, la nostra struttura di pensiero sarà modellata da questo lavoro, nel senso che la nostra esperienza mentale si nutrirà di quelle che abbiamo coltivato e risentirà della mancanza di quelle che abbiamo trascurato; se ci prendiamo cura di certe cose, l’esperienza di quelle cose condizionerà il nostro nodo di essere. Della cura si può pertanto parlare nei termini di una fabbrica dell’essere.
Una fabbrica necessaria, inaggirabile perché la qualità della condizione umana è quella di essere fragile, precaria e incompiuta. Veniamo al mondo non bastanti a noi stessi, strutturalmente bisognosi dell’altro, e anche nei momenti in cui ci sembra di avere sufficientemente autonomia sempre necessitiamo di quello che l’altro ci può dare. Per questo stare nel mondo secondo l’ordine necessario delle cose è avere cura per gli altri. Ma la cura non è solo qualcosa che riceviamo e che ci impegniamo ad agire per l’altro, nelle relazioni private e in quelle pubbliche: in famiglia, a scuola, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni pubbliche. È anche cura di sé. Nasciamo incompiuti, senza una forma, profondamente diversi dagli altri esseri viventi che sono dotati di una mappa della vita. Quando si realizza quello strappo che è la coscienza ci percepiamo mancanti, necessitanti di una tecnica dell’esistenza. Aver cura di sé significa prendere a cuore il nostro mancare di una forma e mettere in atto quei gesti dell’essere che ci fanno trovare il modo giusto di abitare il tempo. La cura di sé non è narcisistico amore di sé, ma è la pratica necessaria a dare forma all’essere in modo da prepararlo a vivere nel mondo secondo la sua forma migliore.

SOCRATE, nell’Alcibiade Primo, solleva una domanda destinata a rimanere aperta: in che cosa consiste la giusta cura? Per poter affrontare questa domanda occorre innanzitutto capire qual è la sostanza di cui è fatta la cura. Da ricerche etnografiche condotte con quelle persone che sono indicate essere testimoni esemplari di una efficace pratica di cura risulta che l’agire con cura è cosa impegnativa, perché si manifesta nel mettere in atto azioni che, secondo il linguaggio tradizionale, sono codificate come virtù. Chi ha cura sa avere rispetto per l’altro trovando la giusta misura fra la tentazione a includerlo dentro la sua visione delle cose e la tolleranza indifferente che lo abbandona là dove si trova. Chi ha cura è onesto: nulla toglie all’altro. Chi ha cura sa resistere a tutte le scorciatoie che ci fanno evitare il volto dell’altro. L’amico, relazione esemplare di una pratica di cura, mai fa mancare sostegno all’altro, ma quando è il momento sa dire la verità più dura se pensa che possa essere di aiuto all’amico. La cura è buona se è giusta e per fare le cose giuste serve coraggio: il coraggio di infrangere le regole se queste impediscono di dare all’altro quanto ha bisogno; il coraggio di prendere la parola e di agire quando si vede l’altro patire condizioni non giustificabili. Avere cura è essere capaci di quel gesto vitale che è l’agire con gratuità: uscire dalla logica mercantile che inaridisce la vita sociale e fare quanto è necessario, non per avere qualcosa per sé, ma semplicemente perché la realtà lo richiede. È il gesto generativo della civiltà.

PER QUESTO SUO RICHIEDERE un forte investimento di energie, di pensiero e di passione, molti evitano di parlare di cura. Troppo scomoda. Al massimo accettano che se ne parli nel contesto della relazioni private, così che non turbi la logica utilitaristica e individualistica che permea la società contemporanea; dove conta chi si afferma anche a scapito degli altri; dove l’ingiustizia è cosa da non vedere per non sentirsi obbligati ad agire; dove l’economia crudele del consumo porta a interpretare la vita come accumulazione di cose, quel consumare che consuma la vita stessa. Si evita di parlare di cura perché ha un dirompente valore politico. La cura è il nucleo vitale della buona politica. Aver cura delle istituzioni che ci consentono di condividere l’abitare il mondo significa assumere come primario principio dell’agire l’impegno a cercare di definire quelle leggi giuste che rendono possibile una buona qualità della vita. Non di affermazione di sé ha bisogno la politica, ma di dedizione al lavoro del convivere. Lo sapevano bene gli antichi. Nel libro VII della Repubblica Socrate spiega a Glaucone che a chi si assume la responsabilità di governare le città, è giusto chiedere, obbligandoli, di «aver cura e custodire» gli altri cittadini (520a).


(il manifesto, 29 agosto 2019)

di Raffaele Masto – Buongiorno Africa


Lo si è appreso con un certo ritardo rispetto alla fine del summit. La cantante beninese Angélique Kidjo è riuscita a ottenere finanziamenti per centinaia di milioni di dollari dai leader mondiali del G7 per le donne imprenditrici in Africa. Al vertice nella località francese di Biarritz, cui hanno preso parte i leader dei Paesi del G7, la cantante si è assicurata un finanziamento di 251 milioni di dollari. (…)

La Kidjo ha parlato al vertice nella sua veste di ambasciatrice di un progetto finanziario per le donne presso la Banca africana di sviluppo, chiamato “Azione finanziaria affermativa per le donne in Africa”. Questo fondo mira ad aiutare le donne a fare affari e poi ad aiutarle a far crescere le loro attività. L’Africa ha la più alta percentuale di donne imprenditrici al mondo, il che significa che una donna su quattro avvia o gestisce la propria attività, secondo il rapporto sulle donne del Global Entrepreneurship Monitor.

Angélique Kidjo è una delle pochissime artiste che è riuscita a conciliare la sua professione di cantante e musicista con quella sociale in favore dello sviluppo dell’Africa. Oltre all’impegno per le donne del continente è stata ambasciatrice presso le Nazioni Unite per i problemi del traffico di minori. Alcuni dati dicono che il Benin, suo Paese di nascita, è uno dei crocevia di questo traffico che coinvolge circa quarantamila minori l’anno.

Angélique Kidjo è nata nel 1960 a Ouidah, in Benin, ed ha avuto una lunga carriera come musicista collaborando con tutte le grandi star africane, che spesso ha coinvolto in campagne sociali a favore dei minori o delle donne.


(www.africarivista.it, 28 agosto 2019)