Cent’anni fa veniva assassinata a Berlino Rosa Luxemburg durante la repressione della rivolta spartachista del gennaio 1919.
Maria Concetta Sala, nel centenario della morte, le dedica un testo appassionato che attraversa il vasto epistolario che lei ci ha lasciato. A qualcuno la sua grandezza ha evocato l’immagine dell’aquila, a noi, ancora più preziosa, Maria Concetta Sala regala la scoperta che Rosa Luxemburg è donna per il nostro tempo, guida per il pensiero, l’azione, il linguaggio, una guida che vola altissima e che possiamo provare a seguire.
Segnaliamo due testi di recente pubblicazione:
– Rosa Luxemburg, Lettere di lotta e disperato amore, a cura di F. Tych e L. Basso, trad. it. di Br. Norton, UE Feltrinelli, 2019
– Rosa Luxemburg, Dappertutto è la felicità, trad. it. di E. Trabucchi, L’orma editore, 2019.
Riportiamo un estratto dell’articolo di M.C. Sala. In fondo, il link al sito in cui potrete leggere per intero il testo di Sala, completo di note e ricco di ulteriori racconti, citazioni e riferimenti ai due testi recenti sopra segnalati e ai molti volumi dell’epistolario di Rosa Luxemburg già pubblicati.
Paola Mammani (della redazione del sito della Libreria delle donne)
La militante protesa verso «tutto il mondo ridente dei fenomeni»
di Maria Concetta Sala
«Al contrario di tanti capi del movimento operaio, e soprattutto dei bolscevichi, in particolare Lenin, Rosa non ha ristretto la propria vita entro i limiti dell’attività politica. Fu un essere completo, aperto a ogni cosa, e al quale non era estraneo alcunché di umano. La sua azione politica era solo una delle espressioni della sua natura generosa. Da questa differenza tra lei e i bolscevichi riguardo all’atteggiamento interiore del militante nei confronti dell’azione rivoluzionaria derivarono anche i grandi disaccordi politici che nacquero tra loro, e forse, se Rosa fosse vissuta, il tempo non avrebbe fatto altro che acuirli. È grazie al carattere profondamente umano di Rosa che la sua corrispondenza conserverà sempre un interesse attuale, qualunque cosa apporti il corso della storia». Così leggiamo in una stringata recensione che la filosofa Simone Weil scrisse subito dopo aver letto la traduzione francese di una raccolta di lettere dalla prigione della rivoluzionaria polacca. Ed è proprio in virtù dell’umanità intrinseca al temperamento di una delle grandi personalità della tradizione marxista che sarebbe quanto mai necessario, a cento anni di distanza dal suo assassinio durante la repressione del moto spartachista (gennaio del 1919), leggerne e rileggerne le raccolte epistolari, giacché lo esigono questi nostri tempi, in cui siamo legni vieppiù storti. Una lettura che non può condursi se non riconoscendo la soggettività sessuata di chi scrive e di chi legge, soggettività sessuata che è una faccenda inerente non all’ontologia ma alla materia di cui siamo fatti, al nostro essere corpi sessuati dotati di cuore e di mente. […]
Dalle lettere emerge non solo il suo legame «da ogni parte, con sottili fili diretti, a mille creature grandi e piccole», con le quali vibra intimamente, ma anche la sua risolutezza a vivere la propria vita secondo una visione che evoca nel suo aspetto più profondo quella di una Simone Weil o di una Etty Hillesum. Lo si può costatare nelle parole con cui Rosa Luxemburg risponde alla questione «Perché è tutto così?» postale da Sophie Liebknecht: «Bambina mia, “così” la vita lo è da sempre, vi rientra tutto: dolore e distacco e ansia. Bisogna sempre prenderla con tutto ciò che comporta, e bisogna trovare tutto bello e buono. Io almeno faccio così per mia natura. Io sento istintivamente che questa è l’unica maniera giusta di prendere la vita, e perciò mi sento veramente felice in ogni situazione. Neppure vorrei essere privata di niente della mia vita, né vorrei avere nient’altro da quello che questa è stata ed è». […] Si respira in molti luoghi della vasta corrispondenza l’incrollabile fiducia che Rosa Luxemburg ha nel valore dell’umano, ovvero nel saper «rimanere saldi e sereni» e, quando è necessario, nel «gettare con gioia la propria vita “sulla grande bilancia del destino”», anche se dichiara di non poter trasmettere alcuna «ricetta per essere umani» e di sapere «soltanto come si è umani». […] Dalla lettura delle sue lettere e nel contempo dei suoi scritti teorici emerge con evidenza che non c’è, da una parte, la donna singolare più o meno fragile e stoica e, dall’altra, la militante rivoluzionaria più o meno rigorosa e inflessibile che riversa nella politica, nella palestra della pluralità, il proprio desiderio di vita. Il suo modo di occuparsi delle questioni dell’epoca e di schierarsi contro le ingiustizie a favore della costruzione di un ordine sociale totalmente nuovo attraverso una rivoluzione di lunga lena è il riflesso di un’attitudine interiore pervasa da un’intima gioia che si effonde nell’amore per la vita e gli esseri umani e che ineluttabilmente la porta a gettarsi nella mischia. […] La ricerca di uno stile espressivo consonante con il proprio sentire e con quello altrui balza evidente allorché Rosa, dopo aver spedito le bozze dell’opuscolo Sozialreform oder Revolution?, scrive a Leo che è posseduta dal bisogno di una forma dello scrivere incurante delle regole e degli stereotipi «in virtù della forza del pensiero e della convinzione», e che avverte l’esigenza di uno stile che incida «sulla gente come un fulmine», non con i mezzi della retorica «ma con l’ampiezza delle idee, con la forza della convinzione e con la forza dell’espressione». […]
Vissuta in un contesto di delitti e idiozie enormi, in tempi da lei tuttavia giudicati «meravigliosi» perché ponevano «problemi giganteschi» che stimolavano i pensieri, risvegliavano «la critica, l’ironia e la ricerca di un significato più profondo», Rosa Luxemburg ebbe coscienza del «crollo gigantesco del vecchio mondo» a cui stava assistendo, al contrario della maggior parte dei suoi contemporanei convinti «di continuare a camminare sulla terraferma». […] Eppure sappiamo che non dalle speranze dimostratesi fallaci nel gennaio del 1919 Rosa Luxemburg «attingeva la sua gioia e il suo amore compassionevole nei confronti della vita e del mondo». Lei li attinse dal suo esserci tutt’intera nelle condizioni di esistenza che le toccarono in sorte, dal suo fare assegnamento sull’autonoma capacità di giudizio di ciascuno/a, dal suo aderire a una concezione della libertà come sorgente vitale necessaria al risanamento di tutte le istituzioni sociali. La sua «inesauribile letizia interiore» si è tradotta in amore per il mondo che è di per sé politica, una politica rivoluzionaria che si radica nelle condizioni materiali e simboliche delle e dei singoli e dei contesti. È questa l’eredità che raccogliamo dalla sua vita e dalla sua opera e che la colloca nel novero delle donne a cui dobbiamo una re-visione delle categorie della conoscenza non disgiunta dalla percezione e dall’azione; i suoi scritti teorici appartengono alla storia della critica dell’economia politica e alla storia del pensiero politico europeo, è indubbio, ma il dato più rilevante concerne quel suo come continuare a essere umani, dispensato in modo semplice e grandioso ai destinatari e alle destinatarie delle sue lettere e a noi lettrici e lettori di oggi.
(https://noteblockrivista.blogspot.com/, luglio 2019)
di Umberto De Giovannangeli
L’appello alla comunità internazionale della comandante militare dell’Unità di Protezione Popolare (Ypg): «Costringere la Turchia a sedersi al tavolo per una soluzione pacifica o l’Isis tornerà in gioco»
«Al governo italiano e alla comunità internazionale chiediamo di far sentire la sua voce, di agire in tutti gli ambiti internazionali, perché la Turchia non invada il Nord della Siria. In gioco non c’è solo la vita della popolazione curda, ma anche quei valori di libertà e di democrazia che sono a fondamento di un mondo libero». A sostenerlo è una donna coraggiosa, una comandante militare: Dalbr Jomma Issa. La sua storia racchiude quella di tante ragazze, donne che hanno combattuto la guerra contro lo Stato islamico, sacrificando la loro vita per la liberazione di Raqqa e di Kobane. Dalbr Jomma Issa è comandante delle Unità di Protezione Popolare (Ypg) ed è stata comandante in capo delle Forze democratiche della Siria (Fds), l’alleanza curdo-araba, nelle operazioni a Raqqa e a Kobane.
A Roma, la comandante delle Ypg è stata sentita in audizione alla Camera e ha partecipato a un meeting internazionale. «Siamo per una soluzione pacifica, diplomatica, fondata sulla legalità internazionale – dice Issa -. Noi abbiamo combattuto le milizie del Daesh per difendere il nostro popolo ma anche una idea di democrazia che può valere per l’intero Medio Oriente».
Le notizie che giungono dalla Nord della Siria sono drammatiche: Ankara si sta preparando a invadere. Quale sarà la vostra risposta?
La comunità internazionale deve fermare questa invasione e costringere la Turchia a sedersi a un tavolo negoziale, a essere parte di una Conferenza di pace che definisca una soluzione politica, pacifica. Una cosa è certa: noi eserciteremo il nostro diritto a difendere la nostra libertà, il nostro popolo, il nostro territorio. Per questo sono nate le Ypg, per queste ragioni abbiamo dato vita alle Fbs, una coalizione di forze che va oltre i curdi, una coalizione plurale, fondata sulla condivisione di una idea confederale della nuova Siria, dove siano rispettati i diritti di ogni minoranza e rispettati i principi universali di uguaglianza e di giustizia. Lo abbiamo fatto contro il Daesh. Lo faremo contro l’esercito turco se verremo invasi. Noi ci difenderemo, la resistenza è pronta a fare il proprio dovere. Le minacce turche non nascono in questi giorni, vanno avanti da tempo. Quando c’era da combattere lo Stato islamico, la Turchia non ha mosso un dito, semmai ha favorito l’infiltrazione dei foreign fighter che hanno ingrossato le fila del Daesh. Noi eravamo in prima linea per la liberazione di Raqqa e di Kobane. E ancora oggi siamo impegnati in combattimenti con miliziani dell’Isis che ancora sono presenti nel Nord della Siria. La guerra all’Isis non è affatto terminata e un indebolimento del nostro controllo del territorio finirebbe per rimettere in gioco quelli del Daesh. L’America lo sa bene, lo sa bene l’Europa. L’invasione della Turchia farebbe il gioco di al-Baghdadi.
In questi giorni, in queste ore si è parlato e scritto del “tradimento” degli Stati Uniti.
Il presidente Trump e il Pentagono hanno sostenuto, anche sulla spinta della comunità internazionale, di essere contrari a un’invasione da parte della Turchia del Nord della Siria. Hanno corretto il tiro. Prendiamo atto di queste affermazioni, che devono però essere supportate dai fatti. Il tradimento verrebbe consumato se l’esercito turco dovesse invadere. Se la comunità internazionale dovesse sottostare ai ricatti di Erdoğan. Ma, sia chiaro, in quel caso non sarebbe solo il tradimento del popolo curdo e di quanti hanno combattuto contro l’Isis, sarebbe tradire quei principi, oltre che gli interessi, che hanno portato gli Stati Uniti a supportare le nostre azioni sul campo contro il Daesh. Abbiamo chiesto al Parlamento italiano e al governo italiano di operare per una Conferenza internazionale di pace con tutti gli attori regionali. Se questo impegno dovesse venir meno, vorrebbe dire che la coalizione era in Siria solo per combattere l’Isis e non per garantire una transizione pacifica, democratica. Subire la minaccia turca non stabilizza la Siria, non pone fine a otto anni di guerra, ma provocherà destabilizzazione e altre vittime.
Lei parla di una transizione democratica. Quali forme dovrebbe assumere?
Questo dovrebbe essere oggetto della Conferenza: ricercare una soluzione condivisa, che come tale non deve guardare solo agli interessi di parte, siano essi turchi ma anche i nostri. Di certo, non può essere una soluzione condivisa quella imposta con la forza dalla Turchia, con la creazione di una “fascia di sicurezza”, che significa l’occupazione di una parte della Siria e una pulizia etnica nei confronti della popolazione curda insediata in quei territori. Esiste il terrorismo dell’Isis, ma esiste anche il terrorismo di Stato. Per noi la prospettiva che più si avvicina al rispetto di questi principi e valori è quella di un confederalismo democratico.
Cosa ha chiesto oggi al Parlamento e al governo italiano?
Di prendere una posizione netta, chiara, contro la prova di forza che la Turchia sta portando avanti. Le Nazioni Unite hanno messo in guardia sulla tragedia umanitaria che l’invasione turca provocherebbe. L’Italia, non solo le sue istituzioni, ma il popolo italiano, ci è stato vicino, concretamente, quando combattevamo per la liberazione di Kobane. È stato uno dei Paesi che più ci ha sostenuto. È un impegno che oggi va confermato e rafforzato, quando è in gioco la vita di migliaia di persone e il futuro della Siria e del Medio Oriente. Un futuro che noi vorremmo di pace e di libertà. Per questi principi ci siamo battuti. Per essi continueremo a farlo se verremmo invasi”.
(huffingtonpost.it, 10 ottobre 2019)
di Giuliana Giulietti
Sono vecchi, per lo più filosofi, politici, giornalisti gli uomini che si sono scatenati contro Greta Thunberg. E la attaccano con delle armi spuntate. Senza nessuna argomentazione, ma solo con il loro livore, la loro rabbia, il loro odio, la loro invidia. Alcuni di essi le augurano la morte. Feltri si augura che Greta “si disintegri”. Arron Banks, ricco sostenitore della Brexit, ha auspicato che un incidente distruggesse la barca su cui Greta viaggiava verso gli Stati Uniti.
Altri la deridono. David Dance, attivista britannico di estrema destra, se l’è presa con “la petulanza di questa arrogante ragazzina”, e Massimo Cacciari, dall’alto della sua filosofia, invita Greta a tornarsene a scuola a studiare e ad ascoltare gli scienziati (!) che loro sanno le cose e lei no.
Suzanne Moore in un articolo pubblicato su The Guardian (1° ottobre 2019), «La sfida di Greta sconvolge il patriarcato. Ed è meraviglioso», arriva al nocciolo della questione. I vecchi parrucconi sono spiazzati e sconvolti dal fatto che una giovane donna rifiuti di essere sessualizzata. Greta butta all’aria tutti i loro schemi o stereotipi della “femminilità”. Questa ragazzina che si rifiuta di sorridere, di agghindarsi, di compiacerli e di far loro da specchio, li terrorizza. Non sanno come afferrarla, imbrigliarla, catalogarla. Così André Pivot, filosofo 84enne, si chiede che cosa abbia a che fare Greta con le sexy ragazze svedesi della sua giovinezza. Pascal Bruckner, 70 anni, ha detto che il viso di Greta «è spaventoso e che ostenta il suo autismo». Michel Onfray, 60 anni e pure lui filosofo, sostiene che Greta «ha l’età e il corpo di un cyborg».
E mentre i vecchi parrucconi traballano incattiviti davanti a questa incantevole, tenera, risoluta e serissima adolescente, entra in circolo, dalla parte di Greta, l’autorità femminile. Rebecca Solnit, attivista e scrittrice statunitense (autrice del libro Gli uomini mi spiegano le cose. Saggio sulla sopraffazione maschile) le scrive su The Guardian una lettera: «Cara Greta, grazie per aver viaggiato attraverso l’Atlantico per venire negli Stati Uniti e aiutarci a fare il lavoro più importante del mondo […] siamo al tuo fianco, cerchiamo di realizzare gli obiettivi che la crisi climatica ci impone, di creare un mondo sostenibile per chi è oggi giovane e per chi ancora deve nascere e per la bellezza del mondo che è ancora qui con noi».
Anche Joan Baez le ha scritto una lettera aperta di ringraziamento e ammirazione che potete trovare su Facebook. Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata degli Stati Uniti e che ha presentato al Congresso una proposta di legge che ha chiamato “new deal verde”, dialoga con Greta a distanza (su Internazionale, n. 1324).
Alexandria e Greta si scambiano le loro esperienze e le loro speranze. La giovane donna più grande dice alla giovane donna più piccola: «Quando ho ascoltato il tuo discorso mi sono emozionata, perché qui negli Stati Uniti, anche durante la mia campagna elettorale, la gente diceva che non c’era nessun bisogno di insistere tanto sul tema del clima, che era un atteggiamento troppo radicale […]. Sentirti sostenere convinzioni che sono anche le mie mi ha emozionata e confortata. Perciò volevo ringraziarti per il tuo lavoro e per il tuo impegno […] quando arriverai a New York sarai accolta come una regina».
Questi vecchi tremuli misogini non vogliono rendersi conto che contro l’autorità femminile, la libertà, il coraggio e la forza delle donne, piccole e grandi, non c’è partita. Greta, con il suo semplice esserci e agire, li rende per così dire superflui, li rimpiccolisce. Lei va avanti per la sua strada con le ragazze e i ragazzi della green generation.
(www.libreriadelledonne.it, 10 ottobre 2019)
di Clara Jourdan
«Aumentano le donne uxoricide», leggiamo su Metro, 4 ottobre 2019, che riferisce di uno studio coordinato da Isabella Merzagora, docente di Criminologia all’Università Statale di Milano: nelle province di Milano e di Monza, tra il 1990 e il 2017 si sono verificati 20 casi. «Un divario numerico enorme rispetto alle 172 vittime donne per mano di uomini negli stessi periodo e area geografica.» E si rileva «il raddoppio dei casi tra il primo e il secondo dei decenni considerati e un concentrarsi di più di un terzo negli ultimi 4 dei 28 anni esaminati». Notizia interessante: le mogli hanno cominciato a difendersi, allora! Sentite invece come hanno commentato le autrici e gli autori dello studio: «Sembrerebbe dunque iniziato un processo verso le pari opportunità uxoricide». Si direbbe solo una battuta di spirito, grottesca, se non fosse un’analisi universitaria e tutta improntata (da quello che emerge dalla notizia di Metro) al confronto con gli uomini in chiave di parità. Per esempio: «L’età media delle omicide è di 39 anni, in linea con la media per cui le donne diventano omicide in un’età più anziana rispetto ai maschi». Chissà come mai…
Se le studiose e gli studiosi accademici si togliessero il paraocchi della parità e guardassero i fenomeni almeno con il senso comune della differenza sessuale come la sperimentiamo nella vita di tutti i giorni, si renderebbero conto della realtà delle differenze di comportamento delle donne, e delle loro motivazioni. Invece di affermare che «uccidono spinte dalla malattia mentale da cui sono affette», capirebbero che forse per queste mogli uccidere il marito è sentita come l’ultima possibilità di sopravvivenza magari dopo anni e anni di violenze o persecuzioni, denunciate o meno.
Sono contenta che quello che fanno le donne susciti interesse anche di studio e ritengo importante che venga fatto conoscere dai mass media, ma smettetela con la fissa della parità, suona sempre più fuori dal mondo.
(www.libreriadelledonne.it, 9 ottobre 2019)
Utero in affitto: le distorsioni della modernità in un romanzo feroce, delicato, disarmante. A Genova la presentazione del libro di Roberta Trucco Il mio nome è Maria Maddalena, appena pubblicato dalla Marlin editrice.
Coinvolgente, diretto, pieno di quell’umanità che pare sopita nella società in cui regna il dio denaro, il romanzo della Trucco pone al centro un tema delicato, controverso, politicamente scorretto ma correttissimo dal punto di vista del rispetto della stessa natura umana: parla della forzatura dell’utero in affitto, di maternità surrogata, di quel corpo delle donne, ancora una volta, e senza nessuno scandalo, messo alla mercé del desiderio altrui. In questo caso si tratta di un desiderio di genitorialità che, con la forza dei soldi, non ha riguardo di nulla, nemmeno di andare a comprare, legalmente autorizzato, la parte più intima di una donna, che è quella di mettere tutta la sua fisicità nel diventare madre. Un corpo che si lascia forzare per bisogno, vendere, affittare. E l’interesse economico è talmente forte da fare di questo argomento un tabù del quale è più semplice non parlare, che è meglio sottrarre a qualunque discussione.
La storia è quella di Maria Maddalena, una ragazza giovane e bella che in una Los Angeles priva di scrupoli accetta di firmare un contratto per fare da madre surrogata a una coppia di omosessuali, ma quando questi decidono, e il contratto glielo consente, di farle abortire uno dei due gemelli che porta in grembo… […]
L’autrice. Roberta Trucco, genovese, ha fondato nella sua città il comitato “Se non ora quando” e da allora collabora con Cristina Comencini, Francesca Izzo, Licia Conte, Sara Ventroni, Serena Sapegno e altre. Collabora con i siti www.cheliberta.it e www.ferraraitalia.it e con il blog La27ora del “Corriere della sera”.
(laprovinciaonline.info, 6 ottobre 2019)
di Alessandra Bocchetti
Gentile ministra Bonetti,
per
prima cosa, benvenuta. Chi le scrive è una libera pensatrice
femminista. Le scrivo anche per la forza di un’esperienza comune
importante, anch’io sono stata scout fino all’età in cui una
scelta finisce per diventare stile.
Intanto
grazie per averci rassicurato a proposito del disegno di legge
Pillon, che, ci dice, manterrà ben chiuso in un cassetto, era una
vera oscenità volta solo a rendere le donne deboli e sottoposte.
Chiuso in un cassetto però non vuol dire che non esiste più. Questo
nuovo governo può anche averci dato un sollievo, ma in realtà
abbiamo bisogno di una vera cura e per una vera cura ci vuole un
cambiamento radicale.
Lei oggi si trovain un posto dove potrebbe fare molto perché la politica rivolta alle donne ha bisogno di una vera rivoluzione. Ho letto con interesse la sua intervista sull’Avvenire (13 settembre), che condivido tranne in un punto che però è fondamentale, lei colloca le donne nella fascia debole della società e le mette insieme ai giovani. È proprio questo il punto della “rivoluzione” necessaria.
Le donne non sono affatto deboli, sono in realtà molto potenti. E il mio consiglio per lei è: non parta dalla debolezza delle donne, provi a partire dalla loro forza. Questo è il cambiamento necessario. Non contribuisca anche lei alla perversa narrazione sulle donne, al criterio che le racconta deboli per chi le vuole deboli, che le racconta povere per chi le vuole povere. La debolezza delle donne e la loro povertà non è una sventura, è un programma ben preciso di un ordine antico della società a cui apparteniamo e che finora la politica istituzionale vuole mantenere. La cosa di cui hanno bisogno le donne oggi è la consapevolezza della loro forza. E una buona politica dovrebbe orientarsi in questa direzione, altrimenti nulla cambierà veramente.
[…]
Dia
una svoltae
trasformi la politica per le donne finalmente in una politica delle
donne che riguardi tutti non solo loro.
[…]
Cara
ministra, le donne della terza ondata sono quelle che non si chiedono
più se le donne sono capaci di fare quello che fanno gli uomini, ma
sono quelle che cominciano a pensare che lo possono fare meglio. Ne
tenga conto. Bisogna tenerne conto per fare una buona politica,
quella che anche il suo partito chiama politica femminista. Chissà
se intendiamo la stessa cosa… comunque tra il dire e il fare…
staremo a vedere.
Buon
lavoro, con simpatia e auguri.
(https://27esimaora.corriere.it/, 4 ottobre 2019)
di Luisa Muraro
Sembrava amore e invece era un calesse. Spesso va così ma qualche volta no e qualche volta perfino va nell’altro senso: sembrava un calesse e invece era amore.
Con il femminismo nato negli anni del Sessantotto, è successo qualcosa di simile. Sembrava un’altra ondata femminista e invece era la fine del patriarcato. Un tale ha così commentato: a dirla sembra una enormità della serie “cose simili non possono capitare” e invece sì, stiamo assistendo alla fine del dominio maschile (Marcel Gauchet).
Molte tra noi, anch’io, anche le più giovani, preferiamo tenere il vecchio nome, femminismo, che non è sbagliato, è un’espressione di tipo metonimico. Così si presenta il linguaggio della parzialità che non ha rinunciato a significare il tutto, un tutto che non sai nella sua interezza e non puoi racchiudere in un nome. La rivista Via Dogana a suo tempo parlò di “cambio di civiltà”, una formula oggi corrente.
In questi giorni alcune femministe stanno discutendo in vista di un grande convegno. L’iniziativa è di Ilaria Baldini e altre; il tema proposto si avvicina a quello di cui abbiamo ragionato nei locali della Libreria delle donne il 15 settembre 2019 (https://youtu.be/_HVwojo_CdI).
La loro discussione fa nascere una domanda: ma che cos’è il femminismo? Non ho una risposta mia o, meglio, la mia risposta è quella che ha dato una femminista di prim’ordine, Françoise Collin. Due parole per chi non la conosce: emigrata da Lovanio (Belgio) a Parigi, pensatrice indipendente dall’università, si è impegnata con il movimento delle donne, ha fondato e diretto la rivista Cahiers du Grif, è stata più volte ospite della Scuola estiva della differenza, promossa a Lecce da Marisa Forcina.
Rispondo dunque alla domanda con le parole di lei, ma senza chiuderle tra virgolette, le condivido una per una e ogni volta che le leggo mi ispirano.
Il femminismo è intraducibile in termini politici tradizionali, benché non possa farne a meno. Articolato punto per punto in obiettivi determinati, il femminismo si traduce e si tradisce al tempo stesso. Non c’è conquista politica che non comporti il rischio di ritorcersi contro le donne, da una parte; non c’è progetto politico, dall’altra, che possa assumere l’esigenza femminista. Per questo, non c’è dubbio, il femminismo si è costituito in movimento e ha sempre molto resistito ad assumere la forma di un partito. Radicale, deve venire a patti con le riforme; postmoderno, deve utilizzare le risorse dell’organizzazione sociale moderna. In questo momento di crisi del moderno, il femminismo corre dei rischi affidandosi alla politica non meno di quelli che corre se resiste ad attraversarla.
Scomoda e magnifica definizione.
(www.libreriadelledonne.it, 3 ottobre 2019)
28 settembre 2019
Carissime,
Come avevo scritto tempo fa, ritengo importante organizzarci per dire la nostra con forza su cosa riteniamo sia un progetto politico che davvero prenda la direzione che auspichiamo. Progetto sul welfare, sulla giustizia, sull’immigrazione oltre che, naturalmente, su GPA, prostituzione, tutto ciò che concerne la libertà delle donne. Su tutto, insomma. Non reagendo, certo interagendo con chi governa, donne in primis, ma anche producendo proposte dettagliate. Senza aspettare quelle che arriveranno.
Propongo di incontrarci il 26 ottobre con tutte quelle che vorranno confrontarsi e pensare insieme come potrebbe essere l’organizzazione di un Governo di lei. Non ombra, ma luce femminista.
Sto cercando una sala e se avete suggerimenti vi sarò grata. Non metto in discussione il possibile buon lavoro che anche Renzi potrà fare, tanto meno la necessità di dialogare con tutti (o quasi).
Vorrei che le nostre meravigliose conoscenze e competenze trovassero una forma organizzata che le rendesse più presenti a tutte e tutti.
Le svedesi di Feministiskt Initiativ si collegheranno con noi. Greta è svedese, lo sappiamo. Il confronto con loro è importante. Hanno 13 donne nei governi locali, che portano la loro visione dentro la politica a partire dal loro lavoro collettivo. Io penso che questo sia una possibilità lontana per noi, ma alcune pensano che invece si possa farlo presto anche da noi. Ci confronteremo. Quello che sento con forza è la necessità di organizzare e diffondere maggiormente le nostre idee.
Vi abbraccio.
Ilaria
3 ottobre 2019
Sono del parere che se le amiche di IF vogliono organizzare un evento il 26 ottobre sui temi enunciati da Ilaria Baldini, sia giusto non scoraggiarle ma sostenere piuttosto il loro entusiasmo… apportando, chi volesse durante l’incontro, eventuali approfondimenti e il senso delle esperienze tutt’ora in corso che (magari solo in parte) si muovono in direzione di obiettivi e desideri analoghi. L’importante a mio avviso è lavorare sul senso delle pratiche relazionali che si mettono in atto e su cosa s’intende per politica delle donne onde evitare il determinarsi del “disordine simbolico”!
Un abbraccio a tutte e a presto,
Anna Di Salvo
Carissima Anna e carissime tutte,
mi fa piacere che lo spirito del mio messaggio sia stato compreso. Sto faticosamente cercando di arrivare a una decisione per la sala, in attesa di una risposta per la Casa dei diritti (Milano) ho trovato un teatro gestito da donne. E sto provando anche con altre sale del Comune non gratuite ma economiche. Si troverà il modo di pagarle.
Purtroppo tutta l’organizzazione avviene in un momento per me difficile, (…) per molti giorni non sarò neppure a Milano, perdendomi un evento in Libreria domenica sulla prostituzione al quale tenevo tanto ad essere presente.
Anche Elvira ha riassunto benissimo l’idea. Non si tratta che qualcuna si immetta nel percorso di altre, ma proprio di organizzare e rafforzare i percorsi di ognuna, conoscerli, capire se possono acquisire maggiore capacità di trasformare la politica nella direzione del vantaggio delle donne e dunque della giustizia.
Marina (durante l’incontro del 15 settembre 2019, in Libreria delle donne di Milano, ndr) mi invitava a seguire il progetto iniziato sulla violenza istituzionale: molto volentieri. Sono una volontaria della CADMI (Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano) da anni e la violenza istituzionale la conosco bene attraverso le donne che lì vengono affiancate. C’è qui chi è esperta più di me, come ben sappiamo. Non vedo però conflitto tra due progetti, bensì comunione di interesse e percorso.
Vi terrò aggiornate su luogo e orario in maniera tempestiva, ma a questo punto ritengo fondamentale anche se faticoso personalmente non rinviare.
A Napoli ci sarà un incontro su ecofemminismo il 10, poi spero che se ne faranno altri dopo una definizione più chiara di un possibile progetto comune, ma per chi è di Napoli potrebbe già essere una prima occasione.
Un carissimo saluto,
Ilaria
(rete1dicembre@googlegroups.com, 3 ottobre 2019)
Incontro al Circolo della rosa del 13 luglio 2019
Una mostra di Jasmine Anouna sulla prima libreria femminista d’Italia, dal titolo Beyond a Bookshop (Più che una libreria). Ricercatrice e dottoranda al Wadham College di Oxford, l’autrice ci racconterà la genesi della manifestazione allestita nella Biblioteca del College allo scopo di esplorare l’eredità storica della prima libreria delle donne in Italia. Un racconto nato dall’intreccio di testimonianze, documenti d’archivio della Fondazione Badaracco e immagini, in collaborazione con Renata S. Laura M. e Laura C. Dialogheremo con Jasmine che sarà con noi e vedremo il video “Con le loro stesse parole” già proiettato nel maggio scorso a Oxford.
di Lea Melandri
Non è la prima volta che un caso di femminicidio viene raccontato dai media sotto il profilo di una relazione amorosa finita tragicamente, e come risposta impulsiva e violenta dell’uomo a una «provocazione» da parte di una fidanzata, moglie o ex-moglie o amante.
Ma l’articolo uscito il 25 settembre su HuffPost a proposito dell’omicidio di Charlotte Yapi Akassi è come se avesse fatto da detonatore rispetto a qualcosa che abbiamo sempre saputo, e che tuttavia non si lascia afferrare con la consapevolezza e l’attenzione che merita. Due sono i passaggi che hanno avuto l’effetto di uno svelamento: la confessione dell’aggressore, Carmelo Fiore, che ha tentato a sua volta di uccidersi, «Mi ha deriso», e la riflessione conclusiva di chi scrive: «Ora i carabinieri stanno cercando di scavare nella vita della ragazza per cercare di capire le dinamiche che hanno portato l’uomo a spezzarle la vita».
In modo più esplicito che in altri resoconti giornalistici, la causa scatenante della violenza viene qui ricondotta al comportamento della vittima, a ragioni psicologiche che sembrano fatte per scagionare l’uomo. Più o meno scoperte o “da scavare” nella vita della donna uccisa, le “dinamiche” che possono averlo fatto uscire di sé fino a dare la morte sono sempre le stesse: amanti che «inducono» possessività e gelosia, mogli che decidono di separarsi, fidanzate che si permettono, tanto più se di «culture altre» come in questo caso, una qualche «irrisione».
Il ruolo non è indifferente: al ruolo, assegnato da una storia maschile millenaria all’altro sesso, sono legate aspettative, doveri, adeguamento a valori e gerarchie di potere trasmesse da una generazione all’altra e interiorizzate come leggi «naturali».
A ciò si aggiunge una copertura ideologica con radici ancora più profonde, ma diventate il fondamento del senso comune e della cultura alta: la donna vista come corpo, sessualità incarnata dell’uomo, oggetto e al medesimo tempo tentatrice del suo desiderio.
Non si tratta di negare i sentimenti, le passioni, le fantasie di cui è fatta la vita intima, ma quello che stupisce è che si possano ancora ignorare i rapporti di potere che l’attraversano, fermare l’attenzione su chi la violenza la subisce e non su chi la fa, non vedere le contraddizioni di una storia che ha considerato la donna una maledizione e una salvezza, una generatrice di vita e, al medesimo tempo, di istinti di morte. Il sessismo resta una evidenza invisibile, purtroppo non solo per l’informazione e il racconto dei media. Eppure è chiaro, in quella confessione terribile nella sua banalità – «Mi ha deriso» – che gli uomini possono arrivare a uccidere una donna perché feriti in quell’idea di virilità che li ha visti da sempre eredi di un potere, di una superiore umanità, della dedizione di una donna, dell’uso del suo corpo, del sostegno delle sue cure.
La «colpa» che viene addossata alla donna in tutta la cultura greco-romano-cristiana è di indebolire lo spirito dell’uomo, il che sembra giustificare il fatto che la punizione, sotto questo aspetto «meritata», possa essere addirittura la morte. Nel romanzo di Musil, L’uomo senza qualità, Moosbrugger, l’omicida sessuale, uccide «le femmine ridacchianti», le prostitute, perché mettono in pericolo «i leali discorsi di un uomo serio».
La «maledizione femminile» può capovolgersi in missione salvifica solo se la donna accetterà di diventare «mezzo» di una «grande opera altrui»: la lotta per dire «sì» a Dio, come nella Mulieris dignitatem di Wojtyla, o se si asterrà dalle sue intenzioni immorali verso di lui, «rinunciando al coito interiormente e lealmente di propria volontà», come in quella summa della Ragione classica che è Sesso e carattere di Otto Weininger, uscita all’alba del ’900, quando cominciava a prendere rilevanza l’emancipazione femminile.
Perché meravigliarsi della “narrazione tossica” dei giornali, quando i saperi e i linguaggi che trasmette la scuola parlano, sia pure in modo aulico e autorevole, la stessa lingua? Perché non stupirsi del silenzio di tanti psicanalisti, psichiatri, psicologi, di fronte all’uso rozzo e deviante di un sapere nato per liberare da pregiudizi, residui arcaici di barbarie, come il sessismo, il razzismo e lo sfruttamento in tutte le sue forme? «Scavare nelle vite», nelle storie personali, partire dai corpi e dalla memoria che vi si è depositata inconsapevolmente, è stata la pratica con cui, attraverso il femminismo, è arrivata sulla scena pubblica un’altra idea di cultura, di storia e di politica.
Sullo scarto tra la femminilità tradizionalmente intesa e le donne reali, sulla ricerca di una individualità femminile autonoma rispetto a modelli imposti da altri e interiorizzati, molto le donne hanno detto e scritto. Dell’«invenzione della virilità», e delle sue ricadute spesso violente nel privato come nella vita sociale, poco ancora si sa e anche quel poco, frutto di pratiche di autocoscienza maschile, non sembra godere di grande considerazione.
(il manifesto, 1° ottobre 2019)
di Eredibibliotecadonne
A Savona il gruppo di Eredibibliotecadonne ha perso la sua sede.
Hanno scritto un testo sorprendente per fissare sentimenti e considerazioni sulla nuova condizione di senza-casa che si trovano ad affrontare con la chiusura della sede del Labirinto, l’associazione culturale che ha ospitato la comunità negli ultimi anni. Le riflessioni che emergono pur riferendosi ad una situazione piuttosto diffusa tra le realtà dell’associazionismo femminile ci pare rivelino una capacità di metabolizzare il trauma insolita e non banale che merita di essere proposta e offerta ad un dibattito più ampio. Per leggere il testo, vai a: https://eredibibliotecadonne.wordpress.com/2019/09/16/nomadi-con-radici/
(https://eredibibliotecadonne.wordpress.com, 16 settembre 2019)
di Francesca Rigotti
Questo non è un auspicio, una visione o una profezia. È un avvertimento. Della serie che a pensar male si fa peccato, ma ci s’azzecca. Il sospetto è il seguente: che in quel futuro che va nella direzione della riproduzione artificiale in cui il corpo della donna non sarà più essenziale ma potrà essere sostituito da un contenitore, si annidi un desiderio maschile inconfessato. Quale? Quello di realizzare il sogno segreto… dell’uomo incinto, del maschio che riesce a riprodursi da solo, arrivando finalmente a dissociarsi dalla dipendenza dal corpo femminile, da usare a quel punto non anche per la creazione, ma esclusivamente per la ricreazione.
È una storia vecchia, ma sempre nuova. Quel corpo di donna che possiede il terribile potere di riprodurre la specie ha subìto quasi sempre e dappertutto due destini opposti e uguali: o l’essere dannato e denigrato in quanto capace soltanto della produzione di esseri mortali, o il venire santificato e benedetto perché in grado di generare dei. Se avete letto Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood o avete visto la prima serie (e se non l’avete fatto fatelo subito, è un ordine!) avrete capito di che cosa sto parlando. Delle donne protette e venerate e insieme segregate e umiliate affinché assolvano la funzione della procreazione (con anche un po’ di ricreazione). Oggi però siamo finalmente in grado di affermare che le donne sono (sempre state) in grado di esercitare sia la funzione fisicamente procreativa, sia quella mentalmente creativa, ovviamente se glielo lasciano fare, se permettono che siano istruite e libere e possono usare tutta la loro intelligenza, come scriveva Gramsci. Quell’intelligenza di cui sembra ci sia assoluto bisogno in questo mondo impazzito.
Gli uomini per il momento no, non posso essere creativi e procreativi. Possono essere creativi con l’ingegno, nessuno glielo nega, ma non possono essere procreativi col corpo (a parte all’inizio della storia, giusto lì, per piantare il semino). Che questo crei dei problemi? Una certa invidia? Beh, qualcosa ci deve essere sotto se nel corso della storia filosofi e biologi e teologi si sono dati da fare per negare il peso dell’elemento femminile: Aristotele, per esempio, sosteneva che l’utero fosse giusto un ricettacolo, un mero contenitore che non dava alcun contributo, alcun carattere ereditario diremmo oggi. Una specie di fornetto per cuocere il pane, come testimoniano alcuni termini che sembrano innocenti ma non lo sono, tipo la placenta, analogo di palacinka, frittatina in sloveno, e che in tedesco si chiama Mutterkuchen, la torta della mamma («Giro girotondo, il bimbo è cotto in forno…»). Ma se la donna non esercita alcun ruolo attivo nella discendenza, com’è allora che alcuni bambini somigliano alla mamma o alla nonna? Semplice: a causa dell’antichissima teoria dell’impressione, bene illustrata nella canzone napoletana Tammuriata nera. Le donne sono impressionabili, è noto, e allora la femmina napoletana che partorisce Ciro, la creatura nira nira, lo fa perché, vedendo un soldato di pelle scura, rimane sott’abbotta impressiunata, recita la canzone.
Altri elementi che ci fanno sospettare dell’invidia del parto sono i miti, per esempio quelli nei quali il padre degli dei, Zeus, si dà da fare tutto da solo, partorendo Atena dalla testa o Dioniso dalla coscia, con l’aiuto di due levatrici d’eccezione: nel primo caso Efesto con la scure bipenne (!), Hermes nel secondo, con un coltellino.
Oggi immaginiamo per il nostro futuro esseri non più umani, ma transumani. Non un po’ uomini e un po’ bestia, come le sirene e i centauri. No: esseri un po’ uomini e un po’ macchina, i cyborg. Le cose andranno meglio in quel caso? Se lo augura la pensatrice che per prima ha elaborato il tema del cyborg, corpo misto essere umano-macchina biotronica: Donna Haraway. Introducendo nel 1985 nel dibattito femminista la figura ibrida del cyborg, Haraway metteva in discussione sia la distinzione fra uomo e donna, sia quella fra essere umano e macchina, profilando un superamento della stessa condizione umana. Haraway immagina che il diventare cyborg libererà le donne dalla posizione di dee, adorate ma anche lasciate lì, a far niente. Diventando cyborg ci si sottrarrebbe al perpetuarsi, attraverso la maternità, delle strutture socio-economiche attuali e questo dovrebbe sostenere il processo di liberazione. Non male come prospettiva.
E se invece il diventare cyborg andasse in un’altra direzione, permettendo ai maschi di liberarsi infine della dipendenza femminile in questioni di riproduzione e diventare come Zeus, tutti dei? Così noi donne non saremo più dee, come si augurava Haraway; saranno i maschi ad essere felicemente dei, e a noi toccherà adorarli, private come saremo anche della maternità. Speriamo che un tale destino non ci tocchi davvero.
(Sette-Corriere della sera, 27 settembre 2019)
di Clara Jourdan
È una notizia da pubblicare? Se lo è, allora è una bella notizia: anche L’Osservatore Romano, il quotidiano del Vaticano fatto per informare i cattolici di mezzo mondo, si è messo a fare i femminili (almeno nell’edizione italiana); lo mostra un insolito femminile, a pagina 25 del 21 settembre scorso: Intervista con la moderatora della Tavola valdese. Un cambiamento che si fa notare, rispetto all’uso sistematico del maschile per tutte le cariche anche se rivestite da donne che fino a ieri lo caratterizzava («il cancelliere Angela Merkel», 7 settembre 2019). Perfino il suo mensile Donna Chiesa Mondo, fondato e diretto fino a non molto tempo fa da Lucetta Scaraffia, non ne era esentato del tutto («Saveriana, consultore…» leggiamo sul numero di luglio 2019). Un esempio di considerazione per l’autorità, quella linguistica, che è in un momento di passaggio? E di quale passaggio? Per combinazione in questi giorni è uscito in italiano presso Vita e Pensiero, la casa editrice dell’Università Cattolica di Milano, il libro di Marcel Gauchet, La fine del dominio maschile. Poche pagine di grande interesse, anche perché il punto di vista dell’autore non coincide con quelli delle femministe ma porta alla stessa constatazione, espressa dal titolo. Una fine per la quale egli afferma esserci «un sollievo generale» (p. 7). Senza entrare nei dettagli, richiamo qui un punto della sua analisi: «Il dominio maschile era l’ingranaggio di un modo di istituzione […] la cui chiave di volta era la religione» (p. 19). Viene da pensare allora che se «tale dominio ha perso la sua ragion d’essere» (p. 24), anche la religione viene svincolata da quella sua funzione. È questo il significato, la possibile liberazione della religione cattolica dal patriarcato, del nuovo corso linguistico dell’Osservatore Romano?
(www.libreriadelledonne.it, 27 settembre 2019)
di Massimo Lizzi
Il cambio di governo è stato senza dubbio un colpo di scena: fortunato, per chi avversa la Lega; sfortunato per chi la preferisce al partito democratico. Per me, oltre la preferenza, il sentimento è dato dal modo di valutare l’affidabilità costituzionale di questi partiti. Così, nell’avvertire il colpo di fortuna, sento soprattutto di poter tirare un gran sospiro di sollievo.
Su un punto sono d’accordo con l’intervento di Cristiana Fischer su questo sito: il nuovo governo non lo reputo di sinistra. Tuttavia lo considero pacifico e democratico quanto basta per garantire una civile convivenza. Che sia filo-europeo è un suo punto di forza, perché fuori dalla UE, l’Italia sarebbe sola nella globalizzazione o subalterna ad una superpotenza; invece dentro la UE, insieme con gli altri paesi mediterranei, può tentare di ottenere riforme o adattamenti dell’indirizzo economico o di quello sull’immigrazione, come lascia sperare l’accordo di Malta, per la redistribuzione dei naufraghi, appena conseguito dalla nuova ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.
Sull’immigrazione, i governi democratici europei oscillano da molti anni, per effetto di esigenze contraddittorie. Da un lato vogliono accogliere, per compensare il declino demografico o per ragioni umanitarie; dall’altro vogliono respingere, per calmare le paure popolari e per contenere i movimenti xenofobi. Questa incoerenza ostacola il governo ordinato dell’immigrazione, porta a stabilire flussi d’ingresso e corridoi umanitari insufficienti o del tutto assenti, quindi a concedere molto spazio al traffico delle organizzazioni criminali o persino ad accordarsi con loro per trattenere i migranti sulle coste nordafricane: lo stesso accordo maltese continua ad affidarsi alla guardia costiera libica, per inibire le partenze ed eseguire i soccorsi, con il divieto alle ONG di interferire, pur sapendo che in Libia, guardacoste, miliziani e trafficanti sono spesso le stesse persone. Il rifiuto dell’accoglienza e la denuncia dei trafficanti sono allora in conflitto, salvo usare i trafficanti come pretesto, per nobilitare i respingimenti. E’ quanto accade nella retorica della Lega, un partito che dal governo ha praticato e rivendicato in modo aperto la criminalizzazione del soccorso in mare, l’abllizione della protezione umanitaria e lo smantellamento del sistema di integrazione SPRAR dei richiedenti asilo.
Cristiana Fischer vede la Lega populisticamente poggiarsi sugli esclusi. Eppure lo slogan “Prima gli italiani” è molto esclusivo oltre a porsi in contrapposizione tanto rispetto agli altri paesi, quanto agli stranieri residenti in Italia. La proposta fiscale leghista, l’aliquota unica, è una sostanziale riduzione delle tasse per i ricchi e una redistribuzione del reddito alla rovescia. Riguardo, la maggioranza delle donne, le più escluse, dice Cristiana, cosa si può pensare? Non sappiamo cosa farà l’attuale governo su gpa e prostituzione e più in generale per le donne, forse niente e almeno non farà danno, ma sappiamo cosa voleva fare il governo precedente. Più volte l’ex ministro dell’interno ha evocato la legalizzazione della prostituzione ed un suo senatore ha presentato un disegno di legge, per aprire la strada alla controriforma del diritto di famiglia: il cosiddetto ddl Pillon, che voleva intervenire nelle cause di separazione con l’obiettivo di abolire l’assegno di mantenimento, imporre la mediazione famigliare, l’obbligo di affido alternato, e l’introduzione della sindrome di alienazione parentale (Pas) come fattispecie di reato. Un progetto che «resterà nel cassetto» dice la nuova ministra della Famiglia, Elena Bonetti.
Nel valutare il cambio di governo, metto quindi al centro il giudizio sulla Lega. Come devo considerare questo partito? Come una forza sostanzialmente democratica e popolare, con il solo difetto della demagogia e della violenza verbale oppure come una minaccia per la democrazia, perchè contenente nelle sue parole e nei suoi atti le potenzialità del ducismo, del nazionalismo, del razzismo? Tendo a vederla nel secondo modo e mi chiedo fino a che punto tra i due modi ci sia una vera differenza: uno sconsiderato che gioca e scherza con il fuoco può essere pericoloso quanto un piromane intenzionale. Questo partito è stato ora confinato all’opposizione, grazie alla sua stessa iniziativa che, con un linguaggio simbolico evocativo, ha chiesto i pieni poteri e si è ritrovato escluso dal potere. Davvero un bel colpo di fortuna e un gran sospiro di sollievo.
(www.libreriadelledonne.it, 26 settembre 2019)
intervista di Daniela Monti
Cara Lucetta Scaraffia,
c’ero anch’io, e io dico: abbiamo fatto quasi tutto benissimo!
Anch’io avevo sperimentato quel grande senso di liberazione
del post ’68, ma “l’ubriacatura collettiva della rivoluzione sessuale” non è
affatto durata 50 anni, anzi, il mio disincanto e quello di tantissime donne è
arrivato subito perché, come scrivi tu “nei rapporti sessuali gli uomini hanno
continuato a dettare le condizioni”. E noi ci siamo sottratte, riunite
separatamente, innescando quella presa di coscienza che sta alla base del
movimento delle donne, in tutto il mondo, non solo quello occidentale. Ci siamo
riunite per mettere in parola la nostra esperienza sul punto cruciale della
sessualità, sul desiderio, su tutto ciò che sembrava avere né senso né
esistenza. Come hanno fatto le donne del collettivo di Boston che tu citi con
il loro importantissimo libro Noi e il nostro corpo che non a caso è stato tradotto e accolto in molti paesi, l’Italia tra
i primi. Infatti, non solo lontano dal Vaticano come a Boston la rivoluzione
sessuale fu radicalmente messa in questione: tu dici che in Italia una
posizione “critica ma non schiacciata sulle posizioni della Chiesa non era neppure
concepibile”, eppure sì! In Italia, praticamente sotto casa tua, c’era Carla
Lonzi che scrive della sua presa di coscienza dal ’70 al ’72: “Quando né
rivoluzione, né filosofia, né arte, né religione godevano più della nostra
incondizionata fiducia , abbiamo affrontato il punto centrale della nostra inferiorizzazione,
quello sessuale” (Sputiamo su Hegel,
Premessa).
Ed è proprio quello che è successo negli anni dopo il ’68: le donne hanno tolto
il credito al patriarcato, e le prime a dire che il patriarcato è finito sono
state le italiane!
Ma in tutto il mondo ormai il senso comune riconosce che la relazione tra donne
e uomini è profondamente cambiata, e questo grazie al pensiero e
all’elaborazione delle donne: se le giovani di oggi sanno mettere in parola i
propri desideri e vedere l’inadeguatezza maschile è perché sono figlie del
femminismo più che della rivoluzione sessuale.
Traudel Sattler (della redazione del sito della Libreria delle donne)
Lucetta Scaraffia, 71 anni, storica, femminista e cattolica, è convinta che sia arrivato il momento di fare un bilancio del cammino trionfale della rivoluzione sessuale. Storia della liberazione sessuale. Il corpo delle donne fra eros e pudore è dunque il libro, edito da Marsilio, che ha scritto appuntando minuziosamente costi e benefici. E alla fine i conti non tornano, il cammino trionfale appare piuttosto un tradimento, la sua antropologia un’illusione fallimentare, l’utopia del “più piacere per tutti” una mezza menzogna, che non ha condotto, come promesso, verso la felicità. E dove ci ha portati, allora?
«Il mito di tutti i profeti della rivoluzione sessuale», risponde Scaraffia, «era che, una volta abbattuta la morale repressiva e ipocrita che imprigionava i corpi, il nuovo modello di sessualità disinibita e libera avrebbe spazzato via la pornografia e la prostituzione. Ma se oggi i Millennials fanno meno sesso delle generazioni precedenti, la colpa è in gran parte della pornografia data per morta troppo presto. Viviamo in una grande bugia. Pornografia e prostituzione stanno minando il mito della rivoluzione sessuale. È stata un’ubriacatura collettiva durata cinquant’anni, di cui è responsabile la mia generazione, che ha ideologizzato tutto. I veri conti della liberazione li faranno i giovani, il prezzo lo stanno già pagando le ragazze che a trentott’anni cercano qualcuno con cui fare un figlio».
Certe ubriacature, a volte, fanno bene. Perché tanta durezza?
«Ho visto la mia generazione e quella di mia figlia, delle sue amiche, delle
mie studentesse all’Università. Per poche la liberazione sessuale ha coinciso
con la possibilità di vivere una storia d’amore fino in fondo, ma per
moltissime ha significato sottomettersi al desiderio – quello sì liberato – di
qualche coetaneo, pur di sentirsi parte del gruppo. Il fantasma della
prepotenza maschile non se n’è mai andato».
Una rivoluzione a due velocità?
«La sessualità maschile è diversa da quella femminile: la liberazione della
prima non ha portato in automatico uguali vantaggi alla seconda. Perché prima o
poi arriva il desiderio di un figlio. Non che i ragazzi non ce l’abbiano, ma il
tempo gioca a loro favore e intanto vivono in un bengodi sessuale dove in
cambio delle prestazioni viene chiesto loro pochissimo. Ho conosciuto storie
strazianti di mortificazione del desiderio femminile di maternità. Non so cosa
conta di più nella vita di una donna: sesso libero o avere un figlio? Non
voglio dare una risposta, ma vorrei che questa domanda cominciassimo a farla». protesta
femminista negli Usa, negli anni Settanta (foto Getty images)
Ciascuna non può che rispondere per sé.
«Ovviamente, ma per cinquant’anni nessuno ha messo in dubbio che la liberazione
sessuale avrebbe portato tutti dritti alla felicità. Sciolto definitivamente il
legame fra sesso e procreazione, quest’ultima è finita in un angolo, per il
modello unico di liberazione era solo un’opzione di seconda categoria. Ma le
cose non sono così semplici. Il sesso slegato dalla procreazione ha perduto
mistero, complessità, profondità, perché mettere al mondo dei figli ha a che
fare con un’esigenza fondamentale dell’animo umano: trovare una propria
collocazione nel tempo. Questo sesso depotenziato interessa sempre meno».
Cosa, invece, ha funzionato?
«Dal punto di vista della reputazione femminile, la liberazione sessuale ha avuto un valore incalcolabile: le donne non sono più state giudicate in base alla loro condotta sessuale, che le inchiodava e rendeva per loro impossibile muoversi nel mondo. Tutte le donne che hanno iniziato le nuove professioni, all’inizio del Novecento, venivano accusate di essere delle mezze prostitute. Quel ricatto sessuale è stato un peso orribile da portare. Oggi sappiamo che la nostra identità e reputazione si basano sulle nostre capacità, e basta. Io questa libertà l’ho respirata a pieni polmoni».
Qual è stato il ruolo delle donne nella liberazione sessuale?
«All’inizio è stato nullo: i profeti e i teorici della rivoluzione sono stati
tutti maschi, con la sola eccezione dell’antropologa americana Margareth Mead,
che ha fatto una carriera sfolgorante grazie a una ricerca sul sesso libero
delle ragazze nelle isole di Samoa, che si è poi rivelata sbagliata. Quindi è
stato un percorso che ha risentito di una visione maschile del mondo, a cui le
donne si sono adeguate perché erano affamate di libertà, fameliche direi, e
sapevano che avrebbero avuto molto da guadagnare. Ma nei rapporti sessuali gli
uomini hanno continuato a dettare le condizioni».
Eppure, dal punto di vista teorico, la sessualità femminile è
più indagata di quella maschile.
«Gli uomini non parlano della propria sessualità, non l’analizzano mai. L’unico
che l’ha fatto è stato Agostino, che fa coincidere il peccato originale con la
prima erezione di Adamo. Prima del peccato originale, dice Agostino, l’erezione
era controllabile; dopo, sfugge al controllo, così per la prima volta Adamo
deve nasconderla. È un discorso molto interessante, ma è difficile parlarne con
gli uomini: è un tabù troppo forte».
Nel libro scrive che in Italia le voci critiche sono state
pochissime, mentre all’estero si sono sentite chiare e forti.
«In Italia c’è il problema della Chiesa, che ovviamente ha condannato tutto
della rivoluzione sessuale: chi criticava il movimento di liberazione, dunque,
veniva immediatamente percepito come un clericale, era una guerra continua, una
lotta fra due schieramenti. Una terza via – critica ma non schiacciata sulle
posizioni delle Chiesa – non era neppure concepibile. Ora è diverso, perché
ormai è evidente a tutti che la morale cattolica è stata un fallimento: persino
ai corsi prematrimoniali fatti nelle parrocchie si presentano coppie che
convivono o hanno già figli. In Paesi meno appesantiti da questo conflitto,
criticare la liberazione sessuale è stato più semplice: penso al collettivo
delle donne di Boston, che in Noi e il nostro corpo hanno raccontato i
loro vissuti, avanzando proposte alternative».
Lo diceva anche Terzani: le rivoluzioni costano carissimo e per
lo più finiscono in spaventose delusioni. È tempo di una nuova rivoluzione
sessuale?
«È straordinario constatare la misura in cui le donne, che vedono le relazioni
sessuali da un altro punto di vista, possono cambiare le cose. In Francia sta
crescendo un movimento di giovani donne verdi, attente alla sostenibilità, che
cercano metodi naturali per controllare la fertilità senza inquinare il mondo
con gli ormoni della pillola e senza rovinarsi la salute. Qui forse c’è
qualcosa di nuovo che vale la pena osservare con attenzione: il desiderio di
costruire con gli uomini un rapporto che si regga su basi diverse da quelle di
assoluta deresponsabilizzazione della sessualità separata dalla procreazione,
che pesa solo ed unicamente sulle donne. Perché i metodi naturali implicano un
rapporto di coppia: non puoi andare in discoteca e portarti a casa il primo che
trovi».
Sesso e desiderio: liberato il primo, che ne è stato del
secondo?
«I corpo non è un jukebox. Separare il sesso dalla procreazione non ha aiutato
il desiderio, che si nutre d’immaginazione, di proibizione. E di pudore, che è
un modo per addomesticare il desiderio, fare sì che non sia brutale. Avere
rapporti sessuali dentro questa ricchezza simbolica e culturale è diverso
dall’averli trattando il corpo come un jukebox. Adesso che tutto è permesso, di
desiderio ne è rimasto ben poco».
Come rimetterlo in moto?
«Già avere il coraggio di ammettere che la rivoluzione sessuale non è stata
solo un guadagno enorme, ma anche una perdita, ci aiuta a riflettere. Gli
antichi dicevano che il pudore, che oggi sembra completamente perduto, è ciò
che differenzia gli umani dagli animali ed è un pensiero che mi affascina
molto: cosa facciamo quando cancelliamo il pudore dai nostri rapporti? Forse
cancelliamo una parte di umanità, quella che ci ha permesso di civilizzare gli
istinti».
Faccio un po’ di spoiler, rivelando il punto di arrivo della sua
analisi: alla fine, lei sospende il giudizio.
«Gli effetti negativi e positivi della liberazione sessuale mi paiono di eguale
entità. Però il merito è delle donne se la voce delle vittime delle violenze
viene finalmente ascoltata, se la dignità dei deboli viene restituita
attraverso il riconoscimento della necessità del loro consenso, che pone fine a
ogni giustificazione della sopraffazione di un corpo sull’altro. È un grande
risultato, mi piace chiamarlo “affermazione della morale materna”».
(Corriere della Sera-Sette, 20 settembre 2019)
Sulla riaffermazione dei diritti delle donne basati sul sesso, compresi i diritti all’integrità fisica e riproduttiva, e l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e le ragazze che risultano dalla sostituzione della categoria del sesso con quella dell’“identità di genere”, e dalla maternità “surrogata” e le pratiche ad essa legate.
Per leggere la dichiarazione internazionale e firmarla, vai a https://womensdeclaration.com
(WHRC, 20 settembre 2019)
Ho firmato personalmente e con molta convinzione; ci tengo a dire, non per fare la preziosa, che questa è una delle due o tre firme che ho dato in quarant’anni, infatti sono politicamente e filosoficamente arrabbiata per questo abuso del linguaggio, che alcuni promuovono furbescamente e molti, moltissimi, donne e uomini, adottano senza rendersi conto dell’inganno che c’è nella sistematica sostituzione di “sesso” con “genere”: le persone sono ingannate, la lingua è abusata e il linguaggio entra in confusione. Luisa Muraro.
Il 22 giugno 2019 è stato presentato a Milano in Libreria delle donne il libro Femminismo giuridico, edito da Mondadori Università, 2019, a cura di Anna Simone, Ilaria Boiano e Angela Condello, anche autrici del testo con altre. La discussione si è svolta guidata da Lia Cigarini, che ha coinvolto le altre giuriste e il pubblico presenti al circolo.
Introduzione di Chiara Calori
Ringrazio per l’opportunità che mi è stata data di addentrarmi in questa lettura: da laureanda in giurisprudenza, nello specifico in filosofia del diritto, ho avuto come principale difficoltà nei miei studi quella di dovermi confrontare con concettualizzazioni del diritto molto astratte, sia nel caso di quelle più tradizionali e più o meno superate, sia nel caso delle nuove elaborazioni, presentate come sovversive di quelle precedenti ma poi in fondo molto simili alle prime. Questo libro si pone anch’esso come radicale riflessione sul e tentativo di ripensamento del diritto ma, come vedremo, non finirà per tradire le sue intenzioni.
Da queste prime note emerge che è sentita un po’ ovunque l’urgenza di ripensare il diritto, ma ciò che forse permetterà a questa strada di funzionare al contrario delle altre è l’aver ben chiaro il contesto nel quale ciò deve avvenire. Qui in questo luogo – la Libreria delle donne di Milano – lo si è detto e ripetuto più volte nell’anno passato, e lo si continua a dire: è in corso un cambio di civiltà, e il paradigma ‘diritto’ non può restare invariato ma anzi va “rivoltato come un calzino”, come dicono le autrici nell’introduzione (p. 5). Parlare di “femminismo giuridico” significa precisamente questo, mettere totalmente in discussione il concetto e il modello giuridico, a partire da coordinate precise: come punto di partenza la differenza sessuale, il fatto di essere nata donna (o uomo), che è rilevante nel pensare il reale, diritto compreso, e permette di evitare di cadere nella trappola del pensiero unico o universale, presentato come neutro quando invece è sessuato ed ha come modello di riferimento l’“uomo, adulto, bianco, sano, etc …”[1]. Il punto di arrivo, inteso come méta verso cui si tende, è altrettanto preciso, ed è la libertà femminile.
Le autrici illustrano bene nel libro che tipo di diritto emerge da questo approccio, io mi limiterò qui ad esporre la struttura del testo, per esplicitarne poi quei passi chiave della loro riflessione che mi hanno molto colpito.
Il libro è strutturato nel modo seguente: nella prima parte i saggi riflettono sul rapporto tra diritto e femminismo a partire dall’interazione di alcuni concetti, come nei capitoli “Diritto/Diritti/Giustizia” o “Cittadinanza/Frontiere” (scritti rispettivamente da Anna Simone e da Ilaria Boiano), mentre la seconda parte è composta da saggi che riflettono su quel rapporto a partire dal pensiero di una specifica giurista e femminista contemporanea, come ad esempio Lia Cigarini e Silvia Niccolai, la prima fondatrice insieme ad altre della Libreria delle donne di Milano e grande pensatrice nell’ambito giuridico e in quello della politica delle donne; la seconda docente di diritto costituzionale presso l’Università di Cagliari e importantissimo e prezioso incontro per la Libreria, le cui frequentatrici (e frequentatori) sono state in più occasioni accompagnate da lei nella riflessione su questioni importanti, come la maternità surrogata e la prostituzione.
Passando ai contenuti del libro, ciò che colpisce è innanzitutto l’approccio al diritto, affrontato da quella ben definita dalle autrici come una prospettiva ‘ariosa’, che estende lo sguardo anche a ciò che non è tradizionalmente considerato inerente al diritto. Qui ho percepito come massima la divergenza rispetto allo stile accademico, che procede esattamente all’opposto: l’idea alla base è che il sistema giuridico sia un tutt’uno bastante a sé stesso, e che il ragionamento ad esso relativo da lì parta e lì finisca. Ci sono dei tentativi di apertura, per esempio ad opera di una corrente chiamata “neocostituzionalismo”, che prova a rendere il diritto permeabile alla realtà cercando un dialogo tra il mondo dei principi e delle regole giuridiche e quello dei valori morali. Ma questa apertura all’esterno è in realtà temuta e, in ultima analisi, falsa, traducendosi in un diritto che si camuffa da morale o viceversa. Insomma, non si esce dal seminato.
Diversamente, nel femminismo giuridico il diritto è collocato in una rete più ampia, che lo mette in comunicazione con elementi apparentemente molto lontani dal mondo giuridico, vale a dire altri saperi e altre pratiche, in primis quelli del corpo e quelle dell’esperienza reale. Così, è impensabile non partire dal corpo per ragionare in termini giuridici sui temi della sessualità femminile e dell’aborto[2], come è necessario restare sul piano concreto per pensare in termini di differenza (sessuale) ed uguaglianza (sostanziale)[3].
Questo è importante non solo perché mette in discussione il diritto in sé, ma anche perché problematizza un altro aspetto, che riguarda la sua materia prima: il linguaggio giuridico, e in particolare la sua recente tendenza ‘totalizzante’, che lo porta a voler intendere e spiegare tutto (o certamente vi aspira). Il diritto è uno dei linguaggi che ci sono a disposizione, le regole giuridiche sono alcune delle regole che guidano la realtà e i rapporti sociali, e nemmeno sono le principali[4]. Mi sono chiesta cosa venga prima, se la dimensione giuridica o l’esperienza concreta, e, mentre vorrei poter rispondere che è la seconda che guida e orienta la prima, mi dico anche che questa è solo una possibilità, e al momento serve di più avere consapevolezza del meccanismo inverso, ossia del portato simbolico del diritto nella realtà. Il simbolico, l’ho imparato qui, è un piano che è in grado di influire sulla realtà, di modellarla anche, per cui è bene indagare le costruzioni simboliche che filtrano dal diritto nella realtà attraverso il linguaggio. Nei saggi del libro si discute, tra le altre cose, del diritto antidiscriminatorio e delle pari opportunità (entrambi elaborazione del femminismo di stato e detti anche ‘cultura giuridica minima’), o della logica della prevenzione in ambito penale: queste sono tutte categorie giuridiche da cui discendono esplicite collocazioni simboliche della donna nella posizione di vittima o soggetto che va tutelato. A questo proposito, segnalo un interessantissimo documentario, a sua volta segnalatomi da Silvana Ferrari, della Libreria delle donne di Milano, su una giudice della Corte Suprema Statunitense, Ruth Bader Ginsburg[5], la quale svela la sottile comunicazione che c’è dietro legislazioni come quelle che regolamentano l’aborto: di fatto una implicita affermazione dell’incapacità della donna di decidere per sé e del bisogno che altri (più spesso che altre) lo facciano per lei. Svelare tali operazioni simboliche è uno degli obiettivi che si sono date le teorizzatrici del femminismo giuridico, in modo da mettere in guardia da ragionamenti suggestivi dotati di una logica apparentemente perfetta, che però non va nel senso della libertà femminile.
Ma è possibile o, prima ancora, desiderabile ricercare la libertà femminile attraverso il diritto? Lia Cigarini osserva come questa si sia realizzata al di fuori delle leggi e prima di queste, quindi suggerisce che è da valutare “di volta in volta l’opportunità o meno di fare ricorso al diritto”[6]. Ci si deve porre rispetto a questo con strategie che possono portare a fare un passo indietro, a chiedere che il diritto interagisca con certe problematiche con l’astensione piuttosto che con un intervento normativo, ed è quello che sempre Lia chiama “vuoto legislativo”. Perché il diritto non è né l’unica né la principale dimensione (e nemmeno, come abbiamo visto, l’unico o il principale linguaggio) dell’esperienza. Questa strategia si è resa[7] e si rende necessaria rispetto ad un diritto che è patriarcale e costruito a dimensione di ‘uomo’, come si diceva in apertura, ma è una necessità anche di fronte ad elementi che non sono definibili una volta per tutte, quali la differenza sessuale o la singolarità delle esperienze, a partire dalle quali si sviluppa la riflessione del femminismo giuridico.
Questa è una prima strategia, ce n’è un’altra, altrettanto se non più ambiziosa: si può cioè aspirare ad un diritto giusto. Come dice Anna Simone nel suo saggio su Silvia Niccolai, “persino la legge può divenire giusta”, e lo diventa per le donne “quando le libera” (p. 146). Qui si realizza la fusione tra libertà (femminile) e giustizia, due elementi che vanno insieme[8] e che rappresentano l’obiettivo ultimo, la méta verso cui tendere, nel pensiero di queste giuriste e studiose del diritto. E che ci riporta al punto di partenza, vale a dire alla necessità di ripensare completamente il diritto. Per concludere vorrei citare un importante esempio di rielaborazione del diritto, proprio a partire dalla giustizia. In Femminismo giuridico essa viene declinata con un taglio estremamente concreto, ricostruita a partire da Aristotele. Io la vorrei richiamare qui con una formulazione analoga nel contenuto, ma a me più vicina perché viene da uno dei miei primi incontri con il pensiero giuridico femminista, avvenuto sempre grazie alla Libreria delle donne di Milano. Elizabeth Wolgast, nel suo libro La grammatica della giustizia (1991), afferma: “(…) ritengo che la giustizia non si possa prescrivere, che non abbia una forma data; è una creatura dei nostri sforzi, della nostra immaginazione, della nostra esigenza. Noi ceselliamo faticosamente delle risposte al male, non per soddisfare qualche immagine preconcetta della giustizia, ma per affrontare le insidie dell’ingiustizia. (…) La giustizia entra nelle nostre parole quando un’ingiustizia o un torto ci portano a reclamarla. La giustizia appare allora come un correttivo indefinito all’ingiustizia, piuttosto che una cosa definibile di per sé”.
Ringrazio
lei, le autrici di questo libro e le giuriste il cui pensiero è lì riportato
per aver fornito a me, come sicuramente forniranno ad altre e altri, nuovi
strumenti per orientarmi nella comprensione, nell’analisi e nella critica del
diritto e della realtà.
[1] Con le parole di Valeria Verdolini, autrice del saggio Devianza/Questione criminale/Sicurezza (p. 74). Anche la nostra stessa Costituzione ricalca la misura maschile: per Lia Cigarini, “il patto costituzionale non è stato sottoscritto dalle donne” (p. 157).
[2] È l’argomento del saggio di Angela Condello, Sesso/Sessualità/Riproduzione, pp. 39-54.
[3] Coppia analizzata nei saggi Differenza/Eguaglianza, di Chiara Giorgi, e Letizia Gianformaggio e l’eguaglianza giuridica, di Angela Condello.
[4] Riprendo qui una delle osservazioni finali del saggio di Ilaria Boiano su Tamar Pitch, la quale “ricorda che “viviamo in un universo di regole di vario tipo”, non solo e neanche principalmente giuridiche, che informano rapporti (anche di potere) e relazioni sociali”, in Tamar Pitch. Differenza, differenze e diritti fondamentali, p. 129. Al riguardo Anna Simone, a partire da Niccolai, ribadisce che il diritto “può diventare un modo [tra gli altri] attraverso cui l’esperienza soggettiva prende parola”, in Silvia Niccolai o dell’esperienza giuridica come esperienza, p. 133.
[5] Alla corte di Ruth (titolo originale in inglese RBG), 2018, regia di Julie Cohen e Betsy West, uscito in Italia a luglio 2019.
[6] Ilaria Boiano su Lia Cigarini, p. 155.
[7] Per esempio nel caso dell’aborto, per il quale alcune femministe italiane chiedevano la semplice depenalizzazione senza l’appesantimento di una sua regolamentazione, opzione che poi alla fine ha vinto.
[8] Anna Simone, sempre parlando di Silvia Niccolai, rileva questa “tensione continua verso un’idea di giustizia in grado di travalicare i confini della legge” (p. 131).
(www.libreriadelledonne.it, 20 settembre 2019)
di Luisa Pogliana
Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia, la società che controlla Autostrade, si è dimesso in seguito al crollo del ponte di Genova. Con 13 milioni di “incentivo alle dimissioni”, a cui vanno aggiunti la liquidazione, un cospicuo pacchetto di stock option, e perfino la casa e l’auto pagate dall’azienda ancora per un anno. Si calcolano circa 20 milioni.
Oltre a farci fortemente arrabbiare, questa “buonuscita” ci fa riflettere, dato che è il funzionamento normale dell’economia finanziaria: profitto massimo e a qualunque costo. Chiediamoci chi dà questi soldi e perché. I soldi vengono da una comunità di finanziatori che premia questo AD per averle portato buoni profitti, non importa come.
Cosa si può fare? Penso alle grandi aziende americane
che hanno fatto un “manifesto” sulla loro intenzione di tenere più conto anche
di chi lavora, non solo degli azionisti. Non c’è da entusiasmarsi: è un modo di
rispondere alla pressione generata dall’iniqua distribuzione della ricchezza. I
princìpi vanno bene, ma le politiche per applicarli quali sono? Pensiamo per
quanto tempo la non discriminazione delle donne, manager in particolare,
fioriva negli statuti etici, ma non faceva parte delle politiche aziendali, era
relegata alla “responsabilità sociale” (più o meno come fare pozzi d’acqua in
Africa). Foglie di fico, salvare la faccia in borsa. Queste aziende “attente ai
lavoratori” potrebbero cominciare a darsi dei limiti: alla retribuzione smodata
dei top manager, alle buonuscite che premiano chi ha gestito male o con
pratiche delinquenziali. Ci sarebbero subito più soldi per chi lavora.
Penso piuttosto a cosa cambierebbe se nel CdA ci fosse il sindacato. E ci fosse
una rappresentanza dei consumatori del servizio/prodotto che è scopo
dell’azienda: darebbero più attenzione alla qualità di ciò che si produce che
alla quantità sempre maggiore di profitto.
C’entrano le donne in questa visione? Beatrice Webb, fondatrice della London School of Economics, la prima a concepire il management tenendo conto di tutti i soggetti che fanno l’azienda, ha scritto questi concetti 130 anni fa, nel 1891 (The Co-operative Movement in Great Britain), e il suo libro più noto si intitola Industrial Democracy (1897). Da allora questo filo rosso di pensiero corre ininterrotto tra le donne nel management, fino ad oggi. Bisogna che più donne con questa visione, con una testa di donne, entrino nei ruoli alti dove si decidono le politiche aziendali. Molto può cambiare.
(www.libreriadelledonne.it, 19 settembre 2019)
Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 4 ottobre 2019 alle 17,20 per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 8 novembre.
Venerdì 4 ottobre, ore 17,20 aula Megalizzi (ex T4). Antonietta Potente, Il paradiso dipende da noi
Venerdì 11 ottobre, ore 17,20 aula 2.1. Stefania Ferrando, Sopra la legge
Venerdì 18 ottobre, ore 17,20 aula 2.1. Wanda Tommasi, Movimento delle donne e soprannaturale
Venerdì 25 ottobre, ore 17,20 aula Megalizzi (ex T4). Elisabetta Cibelli, L’Altrove che è presente
Venerdì 8 novembre, ore 17,20 aula 2.2. Margherita Morgantin, Parlare la lingua dei sogni
Gli incontri si terranno tutti nel palazzo dei dipartimenti umanistici, Università di Verona, via San Francesco 22. Per il seminario sono previsti 2 crediti F per le, gli studenti del corso di laurea di Filosofia.
Politica delle donne. Qui e ora
In cosa consiste, nella politica delle donne, quel centro che sentiamo essenziale? La sua radice sta nell’alimentare la fiducia in azioni sensate e in pensieri orientanti in un momento in cui gli scenari nazionali e internazionali tendono a restringere il mondo in binari obbligati, a soffocarlo in spazi senza alternative.
La saggezza di donne di altre culture e altri tempi ci può aiutare in questo. Maymuna, una donna sufi, scriveva: «Quando il cuore di qualcuno è stretto, il mondo e ciò che vi si trova è anche stretto».
Diciamo che la politica delle donne ha la capacità di allargare il cuore attraverso alcuni passaggi necessari. Ad esempio, pensare la relazione con la madre come origine di vita e di sapere è un passaggio politico, che, se lo continuiamo a interrogare, se non lo perdiamo, ma lo teniamo su un piano simbolico, cioè come orientamento dello sguardo, ci dà libertà e ci toglie dalla reattività nei confronti di un mondo sempre più soffocante. Allora non sentiamo più il mondo come ostile e chiuso, ma come quello che ci è dato – ora, in questo momento –, e che vediamo e viviamo a partire da un legame tra sapere ed esperienza infinitamente aperto.
Si potrebbe dire che la politica delle donne ha la capacità di creare fiducia attorno alla fiducia. Con tutta una serie di conseguenze che riguardano la cura e la qualità delle relazioni, la misura dei contesti, una curiosità e un’allegria di fondo, che pure non nega il dolore nostro e degli altri per le difficoltà, le incomprensioni, le sofferenze. È solo un respiro, che apre e che porta a guardare la realtà a partire da un’altra prospettiva. In questo modo la dischiude dal suo interno ad altro, che può accadere e che ancora nessuno di noi può prefigurare, ma che è già in cammino.
La politica delle donne non è soltanto la pratica del partire da sé, delle relazioni asimmetriche e non strumentali, del creare spazi di scambio e di pensiero. Non è soltanto modificare i contesti. È essere consapevoli che ciò che riguarda un’altra donna ci riguarda. Non si riduce neppure ai movimenti – così vitali in questi anni – come il metoo, il Non una di meno e l’ecofemminismo. Naturalmente è tutto questo, ma troviamo politica delle donne anche nelle azioni e nelle parole di quelle singole donne che sanno stare presso la differenza femminile. Sanno mettere in circolo vita e sapere, scommettere che c’è altro – qualcosa di vivente e imprevisto – nelle situazioni mediocri e apparentemente senza sbocco. Sanno provocarne l’esistenza.
Bibliografia:
Simone Weil, La persona e il sacro, Adelphi, Milano 2012.
Diotima, Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi, Liguori, Napoli 2017.
Antonietta Potente, Come il pesce che sta nel mare. La mistica luogo dell’incontro, Paoline, Milano 2017.
Chiara Zamboni (a cura di), La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti&Vitali, Bergamo 2019.
di Ida Dominijanni
Mentre vago frastornata fra talk show e giornali che da ventiquattro ore alternano il finto stupore per la giravolta annunciata di Matteo Renzi al rimestio nei perché e percome del testacoda agostano di Matteo Salvini, mi capita tra le mani un articolo di Andrea Barchiesi su Prima comunicazione intitolato “Il lato oscuro del gradimento”, piccolo raggio di luce nel coro di contorno alle magnifiche sorti della leadership “narcinista” (ovvero narcisista e cinica, copyright Massimo Recalcati) data da tutti al giorno d’oggi per trionfante e invincibile.
L’autore spiega dove casca l’asino dei sondaggi e delle previsioni basati sulla misurazione del gradimento dei leader: casca, banalmente, sul rovescio del gradimento, ovvero sul vento contrario che talvolta si mette a spirare ostacolando il vento in poppa dei leader suddetti. Elementare, eppure nessuno sembra farci più caso: c’è il consenso ma c’è anche il dissenso; e il dissenso conta e fa il suo lavoro nella delegittimazione dei capi osannati, anche se i sondaggi non lo registrano e non lo monitorano.
È quello che è capitato anche a Salvini: “È avanzato sospinto da venti forti, ascesa trionfale”, ma a un cero punto, mentre l’onda positiva continuava a salire, “si è sviluppata un’onda di contrasto” e di resistenza, prima sui social network, poi nelle piazze (“compaiono Zorro e striscioni”). E quando l’onda negativa monta, “oltre un certo livello si arriva al collasso di autorevolezza”. E con l’autorevolezza collassano ovviamente i leader.
La
crescita del dissenso
Tiro un respiro di
sollievo, perché da settimane mi chiedo come mai, nelle più varie
risposte che vengono date all’ossessivo quesito sul perché Salvini
abbia aperto la crisi di governo all’apice dei suoi indici di
gradimento, manchi la risposta più ovvia, che non spiega tutto ma
qualcosa forse sì: perché vedeva e sentiva che il vento stava
cambiando, o quantomeno che stava montando un vento contrario al
vento in poppa di cui aveva goduto fino a quel momento. E
probabilmente questa percezione non è stata senza effetti
nell’accelerazione delle sue decisioni.
A chiunque sia capitato, come alla sottoscritta, di stare in piazza a contestare il ministro dell’interno, o di sostenere la resistenza delle ong ai suoi decreti fascistoidi, o di appendere uno striscione a un balcone sfidando le forze dell’ordine schierate per farlo sparire, era chiaro fin dalla primavera scorsa che il dissenso verso Salvini andava crescendo almeno quanto il consenso, mostrando la vulnerabilità del capopopolo e appannandone l’immagine di invincibilità costruita dai media mainstream.
Due fotografie dall’album dei mesi scorsi per rendere l’idea. La prima, 29 giugno, Lampedusa: Carola Rackete scende dalla Sea Watch 3 sul molo dell’isola, dove ha deciso di sbarcare nella notte forzando i divieti del ministro dell’interno italiano, ma obbedendo alla legge del mare e all’obbligo di portare in salvo i naufraghi. È agli arresti e il ministro le dà della sbruffoncella, della crucca comunista viziata, della criminale mentre sul molo alcuni razzisti le augurano uno stupro etnico di gruppo. Eppure in quel momento è chiaro che la calma determinazione della comandante sta stravincendo sull’isteria muscolare del capitano, e ancor più chiaro lo diventerà quando la gip di Agrigento darà ragione a Rackete mettendo nero su bianco che salvare i profughi non è un capriccio ma un dovere. Salvini risponderà gonfiando ulteriormente i muscoli, giurando vendetta alla magistratura e inasprendo le pene per le ong nel decreto sicurezza bis. Le armi del potere sono dalla sua parte, il consenso xenofobo alla sua politica cresce, eppure a occhi attenti è evidente che la sua immagine è lesionata: l’azione di Rackete l’ha reso vulnerabile.
Seconda foto, 11 agosto, lungomare di Soverato: reduce dai fasti del Papeete Beach, Salvini sbarca sulle coste calabresi per un tour di conquista del sud, ma viene accolto da una manifestazione di protesta che sommerge letteralmente il suo comizio; la stessa scena si ripete l’indomani a Catania e altrove. Il momento è cruciale: il ministro si è appena sfilato dal governo e invoca nelle piazze pieni poteri, ma la crisi non è ancora parlamentarizzata e il gioco sembra tutto nelle sue mani. Eppure, a chi partecipa a quella manifestazione e lo vede pronunciare come una cantilena un discorso che nessuno può ascoltare appare già un pallone alquanto sgonfiato.
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Domanda: perché non solo i sondaggi, come scrive l’articolo da cui sono partita, ma neanche i mezzi di informazione mainstream né la politica istituzionale sono in grado di monitorare, registrare e tenere nella debita considerazione questi segnali di incrinatura del consenso plastificato dei leader? E perché quando i leader collassano, le crisi esplodono e i governi cambiano di quei segnali non resta traccia alcuna nella narrazione mainstream dei fatti?
Si può rispondere in vari modi, e l’uno non esclude l’altro. Si può evidenziare, come fa Barchiesi, che non disponiamo ancora di tecnologie in grado di cogliere “il lato oscuro del gradimento”, ovvero il dissenso che cova sotto il consenso illuminato – e coccolato – dalle luci della ribalta. Si può, e si deve, aggiungere che non è tanto questione di tecnologia ma di politica, e che la politica – di sinistra, nella fattispecie – ha perso i sensori per cogliere quello che si muove nella società spesso con più intelligenza e rapidità di quello che (non) si muove sulla scena istituzionale. Si può sommessamente suggerire infine una terza risposta, che nulla toglie ma qualcosa aggiunge a quelle precedenti.
Facciamo un passo indietro, in un’era politica precedente. Giusto dieci anni prima che Carola Rackete – e con lei altre come lei: la comandante della Juvena Pia Klemp, la portavoce di Mediterranea Alessandra Sciurba, l’ideatrice della “balconite” anti-Salvini Jasmine Cristallo e migliaia di attiviste impegnate in analoghe pratiche di resistenza – comparisse sulla scena, era capitato che altre donne, Veronica Lario in testa, squarciassero il velo sul regime sessuale che sottostava al regime politico di Silvio Berlusconi. Anche in quel caso, Berlusconi era all’apice del suo consenso, anche in quel caso la presa di parola di quelle donne, e il movimento di donne che ne conseguì, lo rese improvvisamente vulnerabile, anche se ci vollero mesi prima che su questa vulnerabilità si inserissero le dinamiche economico-politiche necessarie per farlo cadere. E anche in quel caso, di quella decisiva azione di demolizione femminile dell’immagine invincibile del leader non è rimasta traccia nel racconto mainstream della fine di Berlusconi.
La storia si ripete diversa ma uguale anche oggi. Non racconta, sia chiaro, di un eroismo o di una superiorità morale “di genere”. Racconta della rotta di collisione perfino preterintenzionale in cui entrano le leadership muscolari e narcisiste maschili con la capacità sovente femminile di fare politica a partire da sé, di esporsi al rischio di dire la propria verità, di mettere a nudo il re di turno senza complessi. L’incapacità della politica ufficiale di monitorare il fattore D come dissenso ha forse una certa parentela con la sua incapacità di vedere il fattore D come donna. Sarebbe il caso di guardarlo, ascoltarlo e prenderlo sul serio laddove si manifesta, invece di ingabbiarlo, con la complicità delle stesse donne arruolate nella politica ufficiale, in improbabili conteggi di quote e nelle promesse paritarie che lasciano sempre il tempo che trovano.
(Internazionale, 19/9/2019)