di Maria Arena


Care amiche della Libreria delle donne,

vi scrivo per parlarvi del mio nuovo progetto cinematografico dal titolo Il terribile inganno.

Il terribile inganno è il racconto in prima persona di un incontro che mi ha portata a fare una riflessione e che ha risvegliato in me delle domande che in fondo, forse, mi ponevo sin da bambina ma me n’ero dimenticata. Mi sono chiesta chissà a quante altre donne è successo di dimenticare.

Ecco in breve la trama: Maria incontra a Milano le donne del movimento femminista NonUnaDiMeno e fa un bilancio sull’esser donna oggi rileggendo alcuni fatti della sua vita. Segue le attività delle giovani femministe e incontra anche Olympe de Gouges.

Con il Il terribile inganno ho vinto il bando di InfinityLab, «Produzioni dal basso», che consiste nel portare avanti per due mesi un crowdfunding di € 20.000 “tutto o niente”, che significa che devo raggiungere il 50% della cifra (€ 10.000) per poter vincere e avere il restante 50% di € 10.000 da Infinity, se non dovessi arrivare a coprire il 50% perderei anche il resto e verrebbero restituiti i soldi ai sostenitori. Diciamo che ho considerato la coproduzione eventuale di Infinity un incentivo… Precedentemente avevo tentato altri bandi, Siae, Solinas e Banca Etica con lo stesso progetto ma con esito negativo.

Quindi eccomi qua a 30 giorni dalla chiusura di questa raccolta fondi che scadrà il 28 novembre… Al momento abbiamo raccolto € 5.000, contribuisce gente che in qualche modo si sente parte di questo progetto che non riguarda solo le donne.

Andando a questo link http://sostieni.link/23225 potete vedere il teaser, leggere il progetto scritto e sostenere, qualsiasi supporto è molto importante.

Giorni fa ho caricato un video ulteriore a sostegno della campagna, lo trovate qui: https://youtu.be/tLqrjaa8z74 Il terribile inganno è anche su: FB https://www.facebook.com/ilterribileinganno/ Instagram https://www.instagram.com/ilterribileinganno/?hl=it

La strada è più lunga ma faremo strada.


A presto

Maria Arena

www.mariaarena.it


(www.libreriadelledonne.it, 30 ottobre 2019)

di Monica Ricci Sargentini


Si fa sempre più teso il clima attorno alle femministe che reclamano l’inviolabilità del corpo femminile e la necessità di spazi riservati alle donne. Ieri sera la scrittrice Meghan Murphy è stata costretta a tenere una conferenza su «La società, la legge e le donne» con la polizia che presidiava la biblioteca pubblica di Toronto assediata dagli attivisti che accusano la donna di essere transofoba. La Bbc posta un video del giornalista della Global News, Kamil Karamali, in cui il pubblico esce dall’edificio scortato dalla polizia.

Ma cosa sostiene Murphy? E perché in una società democratica come il Canada c’è chi vorrebbe toglierle il diritto di parola?

La scrittrice, fondatrice di Feminist Current, ha contestato la nuova legge che proibisce la discriminazione sulla base dell’identità di genere sostenendo che la norma potrebbe mettere a repentaglio i diritti delle donne erodendo i “loro spazi sicuri”.

«La corrente dottrina degli attivisti trans non ci permette di escludere un uomo da uno spazio riservato alle donne se lui sostiene di essere una donna. Trovo che questo sia piuttosto pericoloso e inquietante» ha detto Murphy alla Bbc.

Ma se Murphy in Canada è riuscita almeno a parlare lo stesso non è accaduto alla filosofa femminista Sylviane Agacinski che, il 24 ottobre, avrebbe dovuto tenere una conferenza all’Università di Bourdeaux sul tema «L’essere umano al tempo della sua riproducibilità tecnica». L’ateneo, però, ha deciso di annullare l’evento «a causa delle minacce violente» che «impedivano di garantire la sicurezza dei beni e delle persone, oltre a un dibattito vivace ma rispettoso».

Una censura che non è piaciuta alla filosofa, da tempo in prima linea contro la maternità surrogata e la legalizzazione della prostituzione: «Non mi piace fare la vittima – ha spiegato a Le Figaro – ma non ho mai visto nulla del genere. Questo clima di intimidazione è del tutto nuovo».

Solidarietà a Sylviane è stata espressa da politici di tutti gli schieramenti: dal capolista dei Repubblicani in Francia in occasione delle elezioni europee François-Xavier Bellamy al gollista leader di Debout la France Nicolas Dupont-Aignan, dalla sottosegretaria alle pari opportunità Marlène Schiappa al leader de La France Insoumise Jean-Luc Mélenchon.

«Ma siamo ancora in democrazia? – si è chiesto Bellamy su Twitter – Incredibile che a un’intellettuale riconosciuta sia impedito di esprimersi in un’università soltanto perché è da tempo impegnata in una battaglia contro la commercializzazione dei corpi».

«Le minacce non possono rimpiazzare i dibattiti! – è il tweet di Marlene Schiappa – Sono in disaccordo con Sylviane Agacinski sulla Pma ma proprio per questo sostengo ferocemente la possibilità che la filosofa si esprima liberamente».

È indignato anche Mélenchon: «Vergogna per questo odioso settarismo. D’accordo o no, questa filosofa ha una grande mente, ci aiuta a pensare. E io sono d’accordo con lei sulla Gpa».


(lepersoneeladignita.corriere.it, 30 ottobre 2019)


Pubblichiamo integralmente, per gentile concessione, questo articolo apparso sulla rivista La Civiltà Cattolica (2019 I 587-595) (https://www.laciviltacattolica.it/articolo/svetlana-aleksievic-alla-ricerca-dellumanita/).


di Marc Rastoin S.I.

La Civiltà Cattolica n. 4050, 16 marzo-6 aprile 2019


Svetlana Aleksievič è una professoressa di storia bielorussa diventata giornalista. Ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 2015. Quale la motivazione? I suoi libri più importanti in effetti non sono opere di finzione, ma l’elaborazione di centinaia di testimonianze di persone comuni, pazientemente raccolte: la testimonianza delle donne che avevano partecipato alla grande guerra patriottica, la Seconda guerra mondiale1; quella di persone che avevano conosciuto la guerra in Afghanistan2; quella di tutti coloro che erano stati toccati in un modo o nell’altro dalla catastrofe nucleare di Černobyl, nel 19863; quella di cittadini sovietici, in seguito russi, che erano passati attraverso lo stalinismo, la destalinizzazione, la glaciazione brezneviana e, infine, l’avvento della democrazia4.

Munita di un registratore, Svetlana intervista a lungo i te­stimoni che incontra: ne diventa l’amica, la confidente, un orecchio benevolo. A lei si racconta quel­lo che a volte non si è ancora mai detto a nessuno.

Poi lei compone il suo libro, al­ternando testimonianze lunghe e brevi, facendole precedere da brevi note introduttive, dove spesso illustra le circostanze in cui ha incontrato i suoi interlocutori. Vi è una genialità nella sua maniera di organizzare le testimonianze così che non appaia­no sconnesse, ma formino, a poco a poco, un itinerario coerente. Incarnandosi nel cuore del destino russo in un secolo terribile, la scrittrice ar­riva a comprendere l’intero universo, e i lettori di tutto il mondo ne hanno ben colto il linguaggio universale.

Una storica originale

Non è del tutto a caso che Svetlana pone le sue domande: cerca invece non una verità fattuale, documentaria, fredda, bensì l’eco interiore degli avvenimenti, i fremiti dell’animo, un fondo di umanità che si trova nascosto nel cuore degli eventi peggiori. «Io cammino – lei dice – sulle tracce della vita interiore, procedo alla registrazione delle anime. Il cammino delle anime è per me più importante dell’evento stesso»5. Per questa ragione è giusto riconoscere il lavoro di ricomposizione che la scrittrice compie.

Ogni storia, ogni racconto è costretto a fare una cernita dei dati. Un altro storico o un altro essere umano farebbero altre scelte. Svetlana stessa riconosce che è innanzitutto come scrittrice umanista che lei compie il suo lavoro: «Non finisco mai di meravigliarmi nel constatare fino a che punto le vite delle persone comuni siano in realtà interessanti. Con la loro infinita varietà di cose vissute… La storia è interessata soltanto ai fatti, e le emozioni ne restano escluse. Non hanno accesso alla grande storia. Io invece guardo il mondo non con gli occhi dello storico, ma con quelli di chi cerca anzitutto l’uomo e non finisce mai di stupirsene»6.

Senza cambiare affatto il contenuto delle testimonianze raccolte, Svetlana le intesse insieme, ed è in tale tessuto – così come ovviamente nella selezione delle voci – che si compie il suo lavoro. All’inizio, e poi in maniera frammentaria, lei segnala la sua presenza, come talora le reazioni fisiche dei suoi interlocutori, i loro pianti o i loro silenzi. Non pretende di essere neutrale, anzi. Una giovane che aveva perso l’intera famiglia nel pogrom anti-armeno di Baku nel 1990 le esprime la sua gratitudine: «Grazie. Grazie di non avere paura di me. Grazie per non distogliere lo sguardo come fanno gli altri. Grazie di incontrarmi. Non ho amici qui, e nessun ragazzo mi fa la corte… Io parlo, non smetto di parlare… di raccontare… se ne stavano là sdraiati, così giovani, così belli…». E alla fine del racconto la scrittrice aggiunge un’annotazione che mostra come spesso lei abbia creato un rapporto personale con i suoi testimoni: «Sei mesi dopo ho ricevuto una lettera da quella giovane: “Entro in monastero. Ho voglia di vivere. Pregherò per lei”»7.

Svetlana condivide le emozioni che la travolgono quando ascolta storie a volte strazianti per il loro orrore: «L’anima diviene silenziosa e attenta: non si tratta più di eventi lontani e passati, ma di una scienza e di una comprensione dell’essere umano di cui c’è sempre bisogno. Anche nel giardino dell’Eden. Poiché lo spirito umano non è così forte e così protetto come si crede, ma ha continuamente bisogno di venire sostenuto. Ha bisogno che da qualche parte gli venga data un po’ di forza»8. Ma ciò che la tocca di più è l’umanità dell’umano: «È proprio nella calda voce della persona, nel vivo riflesso del passato che in essa si riverbera che arde la gioia primeva della vita e insieme la sua ineluttabile tragicità»9.

Nella scrittrice si trova la volontà di dare uguale spazio alla grazia e al peccato, alla bontà semplice e alla crudeltà gratuita. Nell’evocare l’esperienza delle migliaia di donne al servizio dello sforzo bellico sovietico, scrive: «Esse possiedono l’espe­rienza che hanno acquisito nell’orrore: un’esperienza non solo della guerra, ma dell’uomo in generale, del sublime di cui l’uomo è capace in quanto essere umano, e dell’abiezione di cui è capace in quanto creatura disumana. Lì tutto si accosta: il nobile e il vile, il semplice e l’atroce. Ma non è l’orrore quello di cui ci si ricorda, o almeno non è tanto l’orrore, bensì la resistenza dell’essere umano nell’orrore. La sua dignità e la sua fermezza. La maniera con cui l’umano resiste al disumano, proprio perché è umano»10.

È tale umanità, talvolta sfigurata ma tanto bella, che Svetlana vuole onorare: «Devo dunque allargare l’orizzonte: scrivere la verità sulla vita e la morte in generale e non solo la verità sulla guerra […]. Indubbiamente il male sa essere attraente, più elaborato nelle sue trame che non il bene: ci ipnotizza con il fondo di disumanità che è profondamente nascosto nell’uomo. Sono stata sempre curiosa di sapere quanto vi sia di umano nell’uomo, e come l’uomo possa difendere l’umanità che c’è in lui»1111. La scrittrice ha messo la sua penna al servizio dell’umano e della vita, i suoi doni di empatia al servizio della parola.

Il mondo della donna

Il suo sguardo sulla storia vuol essere quello di una donna, e Svetlana è profondamente convinta che lo sguardo delle donne sul mondo, sulla realtà e sulla vita sia di una qualità, di un colore particolare. Tale convinzione attraversa il suo lavoro, e all’inizio della sua raccolta sulle donne soldato dell’Armata rossa lei confessa all’improvviso: «Gli uomini si trincerano dietro i fatti, la guerra li cattura, come l’azione e l’opposizione delle idee; le donne invece percepiscono attraverso i sentimenti. Lo ripeto malgrado tutto: si tratta di un altro mondo, diverso da quello degli uomini. Con i suoi odori, i suoi colori propri. Ma soprattutto esse sentono intensamente tutta l’intollerabilità dell’uccidere, perché la donna dà la vita, offre la vita»12.

Ciò non impedirà alla donna di poter uccidere, ma lei lo farà per amore della sua famiglia, di suo marito e dei figli, più che per un’idea. E Svetlana scrive: «È vero anche che le donne, non importa in quale circostanza, sia essa la più grandiosa o la più terribile, sono capaci di vivere la propria storia intima: la propria vita di donna si apre un cammino attraverso qualsiasi ostacolo. La propria vita di donna conta più di ogni cosa. Forse è questa la ragione per cui queste donne sono sopravvissute alla guerra senza perdere la loro anima. Preservando il loro io nel più profondo di se stesse. Le donne infatti vivono in un modo più sensuale [ossia sensibile] e sottile degli uomini: sono fatte così. Nel loro mondo, l’esistenza e l’essere coincidono»13.

E sono talora degli uomini a riconoscerlo, come quel russo che afferma: «Mi sono reso conto che le donne sono qualcosa di diverso quando avevo 17 anni, e non nei libri, ma nella mia carne. Avevo sentito lì, accanto a me, qualcosa di totalmente altro, di totalmente diverso, e questo mi aveva sconvolto. Lì, all’interno, in quel contenitore che era la donna, c’era qualcosa di nascosto, qualcosa che mi era inaccessibile»14.

Lo sguardo delle donne sulla guerra è diverso da quello degli uomini, perché esse sono radicate nel sensibile e aperte alla vita che nasce. «Ho la sensazione che loro e io non parliamo della guerra, ma dell’esistenza umana. Che insomma meditiamo sull’uomo»15. Svetlana osserva che più le donne sono vicine al popolo, più avvertono questa cosa. «Le persone più sincere sono le donne semplici […]. Le parole per raccontare le trovano in se stesse e non in giornali o nel libro che hanno letto […]. I sentimenti e la lingua delle persone istruite, per quanto possa apparire strano, sono spesso più soggetti al lavorio del tempo nel senso di una loro omologazione. Sono contagiati da conoscenze di seconda mano che non sono le loro»16.

E nel mezzo della violenza sulla prima linea del fronte, gli uomini si ricordano vagamente di ciò: «Se gli uomini vedevano una donna in prima linea, gli si trasfigurava il volto, anche il solo suono di una voce femminile sortiva lo stesso effetto»17.

Non vi è un’ideologia nell’attenzione per le donne da parte di Svetlana Aleksievič, ma un’acuta consapevolezza della loro grande complicità con la vita.

Il carattere russo

Che cosa non si è scritto sull’«animo russo»18? Esiste un animo russo? Ogni popolo ha la sua storia, la sua cultura, il suo modo di vedere la vita. In una intervista ha affermato: «Penso che non ci sia alcun particolare animo russo. […] Si tratta di un certo mito, diffuso soprattutto in Europa, circa l’animo russo. Anche se non si può negare che c’è qualche spiegazione per l’esistenza di tale mito, e non unicamente a causa della letteratura di Dostojevskiy: quando viaggio attraverso questo grande Paese [la Russia], si potrebbe pensare che noi bielorussi siamo vicini, ma fin da subito si capisce che [in Russia] si tratta di un altro ambiente, un altro popolo, un’altra storia»19. In Svetlana non c’è la volontà di glorificare la propria nazione, ma il desiderio, come di sfuggita, di cogliere atteggiamenti interiori, riflessi culturali così come lei li scopre e comprende.

Il popolo russo si caratterizza per un’incredibile capacità di sopportare la sofferenza, che ha un parallelo solo nella sua resilienza nel combattere il gelo invernale. Quando nel 1944-45 i soldati sovietici scoprirono le prime case tedesche, rimasero stupiti per la loro comodità e ricchezza, e si chiesero: «Ma che sono venuti a cercare da noi?». Uno di quei testimoni ricorda la capacità di sopportazione del popolo russo: «Da noi, tutte le sofferenze sono curate con una sola medicina: la pazienza. Così è trascorsa tutta la nostra vita»20.

Ma questo comporta una certa difficoltà ad accogliere la gioia. Intorno al 2000, una donna esprime la cosa così: «Mia figlia ha sposato un italiano. […] Quando vengono a trovarmi, facciamo grandi discussioni in cucina. Alla russa… fino all’alba. Sergio pensa che ai russi piaccia soffrire, che sia quello il segreto della mentalità russa. Per noi, la sofferenza è “una battaglia personale”, “la via della salvezza”. Gli italiani, invece, non sono così: non vogliono soffrire, ma amano la vita che ci è stata data per trarne gioie e non sofferenze. Ma noi siamo diversi. Raramente parliamo della gioia… del fatto che la felicità è tutta un’altra cosa»21.

Un’altra donna osserva: «L’uomo non è preparato per la felicità, ma per la guerra, il freddo e la grandine. Non ho mai incontrato persone felici, mai, eccetto mia figlia di tre mesi… I russi non si preparano alla felicità. (Pausa) Tutte le persone normali si portano dietro i figli all’estero. Ho molti amici che sono partiti […]. Prima non pensavo di emigrare, di partire… Ho iniziato a pensarci quando è nata mia figlia. Voglio proteggere quelli che amo»22.

Non si può neanche negare che la cultura popolare russa sia molto segnata dal cristianesimo. Che ne dice Svetlana? Lei racconta la storia di una profuga russa che fuggiva dal Caucaso e aveva vissuto la miseria a Mosca. Un uomo semplice la sposa: «Sono uscita dall’ospedale e ci siamo sposati. Lui mi ha portato da sua madre. È una contadina semplice. Ha passato tutta la vita nei campi. Non c’è un solo libro a casa loro. Stavo bene. Tranquilla. Anche lei; le ho raccontato tutto. “Non è grave, piccola mia”. Mi ha abbracciato. “Dove c’è amore, lì c’è Dio”. Ora ho voglia di vivere, con tutte le mie forze»23.

Un’incredibile capacità di soffrire e di sopportare che ha un parallelo solo in un’impressionante capacità di empatia e di generosità.

L’amore malgrado l’odio

In alcuni la guerra ha fatto crescere l’odio come unico mezzo per impegnarsi e vivere quell’inferno: il desiderio di vendicare i propri morti. Afferma una donna: «L’odio ci ha travolti, era più forte della paura che provavamo per i nostri parenti, per ciò che amavamo, più forte della paura di morire»24.

Anche altri concordano con lei su questo punto. Tuttavia, ciò che colpisce è il modo in cui la guerra può anche far crescere l’amore. È noto il celebre aneddoto nel grande romanzo di Vasilij Grossman, Vita e destino, riguardo alle donne sovietiche che davano delle patate a dei prigionieri tedeschi. Le sue parole ci ricordano quelle di Svetlana: «Ma c’è […] una bontà quotidiana. È la bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, del soldato che dà da bere dalla sua borraccia al nemico ferito, della gioventù che ha pietà della vecchiaia; è la bontà del contadino che nasconde nella stalla un vecchio ebreo […]. Questa bontà privata di un singolo individuo nei confronti di un suo simile è senza testimoni, una piccola bontà senza ideologia. La si può chiamare bontà insensata. La bontà degli uomini fuori del bene religioso o sociale. Ma se ci soffermiamo a riflettere, ci accorgiamo che la bontà fine a se stessa, privata, casuale, è eterna»25.

Alcune donne soldato testimoniano un atteggiamento analogo: «Ho preso un pane, l’ho spezzato in due, dandone una metà. Lui l’ha presa. Con prudenza… Lentamente… Non ci credeva… Ero felice… Ero felice di vedere che non ero capace di odiare. Ero stupita di me stessa»26. Un’altra donna riferisce che alcuni soldati non impediscono loro di aiutare i prigionieri, pur avendole inizialmente rimproverate: «Ecco l’animo del soldato russo. Ci disapprovavano, ma essi stessi hanno dato del pane al loro nemico. È un sentimento tanto vivo. Un amore puro. Per tutti»27.

Svetlana è sensibile a questa importanza decisiva di essere stati amati per poter amare. Lo illustra bene un dialogo con una donna: «“Ma come hai fatto a rimanere in vita laggiù?”. “Sono stata molto amata quando ero piccola”. Quello che ci salva è la quantità di amore che abbiamo ricevuto, è la nostra riserva di forza. Solo l’amore salva… L’amore è una vitamina senza la quale l’uomo non può vivere, il suo sangue si coagula e il suo cuore si ferma»28.

Un’altra donna le parla della zia: «Zia Nadia… Senza di lei… È il mio angelo custode… Non mi era zia di sangue, ma ora è molto più vicina della mia vera famiglia; mi ha lasciato in eredità la sua parte in un appartamento della comunità. Ora. Sì… Aveva vissuto con mio zio, che è morto da tempo. Non erano sposati, convivevano soltanto. Ma so che si amavano. È a persone così che ci si può rivolgere… È a persone che hanno conosciuto l’amore che ci si può rivolgere…»29. Non c’è nessun facile sentimentalismo in questo termine «amore»: «L’amore è un lavoro difficile. Per me è innanzitutto un lavoro»30.

La religiosità popolare

Queste donne soldato e questi vecchi sovietici sono cresciuti in un Paese dove l’ateismo era dottrina di Stato, e qualsiasi tipo di catechesi è stato proibito per tre o quattro generazioni. Tuttavia la fede non è assente, ed è sorta in modo inatteso. La scrittrice usa spesso la parola «fede» per indicare il credo comunista: «Per me, in fin dei conti, quella generazione non è tanto quella della guerra, ma della fede. Quando questi uomini e queste donne parlano della loro fede, i loro volti diventano ispirati. Oggi non vedo intorno a me volti del genere»31. Qui si può scorgere il transfert che è avvenuto tra l’ideale comunista e la fede cristiana, in particolare nella sua prospettiva escatologica. Ma altrove questo termine designa propriamente la fede in Dio.

Talvolta vediamo anche pagine della Bibbia prendere vita sotto i nostri occhi, come quando una donna descrive una madre che ha perso il figlio e che piange per altri giovani soldati: «Mi sono sentita sconvolgere, lo vede – ci penso ancora oggi –, da questa grandezza del cuore materno. Nel suo immenso dolore, anche quando si stava seppellendo suo figlio, aveva tanto cuore da piangere anche gli altri figli, come se fossero i suoi…»32. Ci viene in mente la concubina di Saul, Rispa, che per mesi vegliò su sette impiccati, due soli dei quali erano suoi figli: «Allora Rispa, figlia di Aià, prese il sacco e lo stese sulla roccia, dal principio della mietitura fino a quando dal cielo non cadde su di loro la pioggia. Essa non permise agli uccelli del cielo di posarsi su di loro di giorno e alle bestie selvatiche di accostarsi di notte. Fu riferito a Davide quello che Rispa, figlia di Aià, concubina di Saul, aveva fatto» (2 Sam 21,10-11). Il gesto di compassione di una donna disperata ha emozionato e scosso il re Davide.

Altre donne si aggiungono alla schiera di queste donne forti nel dolore e ricche di misericordia, di cui alle volte la Bibbia ci consegna i nomi. Quando una colonna di soldati parte per andare al fronte e incontro alla morte all’inizio della guerra, un testimone narra che un’anziana «donna se ne sta al bordo della strada […] con le braccia incrociate sul petto, si inchina mentre i soldati passano; lei si inchina davanti a loro e dice: “Dio voglia che torniate a casa”. E, sa, lei si inchina così davanti a ognuno, per ripetergli ogni volta quelle parole. Tutti avevano le lacrime agli occhi»33.

Conclusione

È una straordinaria opera di memoria quella compiuta da Svetlana Aleksievič. Così lei rende omaggio agli umili, ai piccoli, ai dimenticati: «È vero: non amo le grandi idee, ma i piccoli, gli umili. Ma ancora di più: amo la vita»34. E lo fa partendo dal suo dono di empatia, ascoltando per ore per­sone che le confidano ciò che è quasi impossibile dire. Le ore buie del XX secolo non possono essere raccontate unicamente con storie di battaglie e discorsi, con analisi ideologiche e lotte all’interno dei partiti. In bianco e nero. Quelle ore assumono un colore nuovo e indimenticabile quando sono esseri umani ad aprire la propria anima a un altro. Essi ci ispirano, ci spingono a vivere meglio.

C’è una dimensione indissociabilmente etica e spirituale nella ricerca letteraria e umana di Svetlana Aleksievič: «Ho bisogno anche di coraggio per sfuggire all’influenza della mia epoca, del suo linguaggio e dei suoi sentimenti. Esiste una sola via: amare l’essere umano. Il forte e il debole, l’insicuro e lo spietato. Il mortale e l’immortale. L’altro. Sto solo facendo l’apprendistato di questo amore»35. Bisogna esserle grati per questo.


(La Civiltà Cattolica, 2019, pagg. 587-595)


1 Cfr S. Aleksievič, La guerre n’a pas un visage de femme, Paris, Presses de la Re­naissance, 2004 (tr. it., La guerra non ha un volto di donna. L’ epopea delle donne sovietiche nella Seconda guerra mondiale, Firenze, Giunti, 2017).

2 Cfr Id., Les cercueils de zinc, Paris, Christian Bourgois, 1990 (tr. it., Ragazzi di zinco, Roma, E/O, 2015).

3 Cfr Id., La Supplication: Tchernobyl, chronique du monde après l’apocalypse, Paris, Lattès, 1999 (tr. it., Preghiera per Černobyl. Cronaca del futuro, Roma, E/O, 2018).

4 Cfr Id., La Fin de l’homme rouge ou le Temps du désenchantement, Arles, Actes Sud, 2013 (tr. it., Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, Firenze, Giunti, 2018).

5 Id., La guerre n’a pas un visage de femme, cit., 52.

6 Id., La Fin de l’homme rouge…, cit., 22 (tr. it., 13).

7 Ivi, 351.

8 Id., La guerre n’a pas un visage de femme, cit., 8.

9 Ivi, 16 (tr. it., 17).

10 Ivi, 212.

11 Ivi, 14 (cfr tr. it., 14 s).

12 Id., La Fin de l’homme rouge…, cit., 529.

13 Id., La guerre n’a pas un visage de femme, cit., 242.

14 Ivi, 17.

15 Ivi, 10.

16 Ivi (tr. it., 11 s).

17 Ivi, 204 (tr. it., 218).

18 Anche se Svetlana Aleksievič è figlia di padre bielorusso e di madre ucraina, scrive in russo e nei suoi libri raccoglie le sue testimonianze per lo più tra le popolazioni dell’ex Unione Sovietica.

19 Testo tratto da un’intervista rilasciata da Svetlana Aleksievič a Polskie Radio nel 2015 (www.radiopolsha.pl/6/249/Artykul/211785).

20 Ivi, 119.

21 Ivi, 308.

22 Ivi, 529.

23 Id., La Fin de l’homme rouge…, cit., 469

24 Id., La guerre n’a pas un visage de femme, cit., 329.

25 V. Grossman, Vie et Destin, Paris, LGF, 2015, 541 s (tr. it., Vita e destino, Milano, Jaca Book, 1984, 405 s).

26 S. Aleksievič, La guerre n’a pas un visage de femme, cit., 103.

27 Ivi, 294.

28 Ivi, 315.

29 Id., La Fin de l’homme rouge…, cit., 467.

30 Ivi, 312.

31 Id., La guerre n’a pas un visage de femme, cit., 126.

32 Ivi, 367.

33 Ivi, 292.

34 Ivi, 27

35 Ivi, 188.

La Vie, 6 ottobre 2019


Domenica 6 ottobre decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per opporsi alla revisione delle leggi sulla bioetica.

[…]

Tra i primi arrivati al concentramento nei pressi del palazzo del Luxembourg, a mezzogiorno, Jérôme, quarantun anni, è venuto dalla Normandia «per difendere il futuro dei bambini». «Ho avuto un padre assente, posso dire per esperienza che non è una bella esperienza» testimonia. «Se questa assenza la si istituzionalizza addirittura… penso che si vada nella direzione sbagliata». Adeline, invece, è arrivata con un pullman dalla Charente-Maritime «per far vedere che ci siamo, che ci crediamo ancora e che non ci siamo arresi». «Con questa legge si attenta davvero alla natura umana, è il transumanesimo, la porta aperta a qualsiasi cosa» rincara la sua amica Jessica. «Nell’epoca del femminismo, fare la Gpa… Ci vuole logica! E dove sono le femministe?» insorge.

In effetti, l’adozione il 3 ottobre di un emendamento presentato dal deputato LREM [La République en Marche, formazione politica del presidente Macron, Ndt] Jean-Louis Touraine, relatore del progetto di legge in esame, che prevede la trascrizione automatica all’anagrafe dei bambini nati all’estero da Gpa – benché modificato dal governo – ha dato il colpo decisivo a chi esitava a manifestare. Tanto più che l’indomani la corte di cassazione ha convalidato la trascrizione all’anagrafe della “madre intenzionale” nel caso Mennesson. «Credo che questo dimostri la doppiezza del governo riguardo alla Gpa – stima Blanche Streb, direttrice della formazione di Alliance Vita, una delle associazioni che fanno parte del collettivo Marchons enfants!. «Da una parte ci dicono: “La Gpa mai e poi mai”, e dall’altra si fa di tutto per facilitare il ricorso a questa pratica all’estero.»

Sul percorso del corteo, uno striscione a favore della PMA esposto su un balcone si attira un boato da parte dei manifestanti, così come la presenza di un gruppo di militanti pro-PMA protetti dalla polizia. Perché molti dimostranti denunciano l’effetto domino delle leggi che si susseguono in ambito sociale. «Personalmente, non m’importava niente se qualche coppia di omosessuali si sposava, quello che mi preoccupava ai tempi della legge sul matrimonio per tutti erano la PMA e la Gpa che si profilavano all’orizzonte. – spiega Jeanne, trentenne venuta dall’Alta Savoia – Ora ci siamo, per questo sono tornata in piazza.»

[…]

Se il pubblico è visibilmente lo stesso delle manifestazioni contro il matrimonio per tutti – certi hanno persino riciclato t-shirt e bandiere – i cattolici (perlopiù di destra) non sono stati gli unici a scendere in piazza. «Io sono ecologista e anarchico» rivendica Thierry, cinquantatré anni, che si è legato sulle spalle una bandiera su cui si può leggere Anarchici contro la PMA. No al capitalismo transumanista. «Sono contrario a rendere la riproduzione un processo artificiale, non in nome della religione cristiana ma per semplice filosofia», insiste. I Poissons Roses [“pesci rosa”, Ndt], piattaforma di riflessione di cristiani di sinistra che avevano già manifestato contro il matrimonio per tutti, da parte loro, si preoccupano del silenzio della sinistra umanista. «Eppure la lotta contro la riduzione del corpo a merce e l’ecologia integrale sono temi di sinistra!» esclama Patrice Obert, presidente dei Poissons Roses. «Spero comunque che la Gpa possa mobilitare nuovamente questa parte di elettorato. Rendetevi conto: si reintroduce una nozione abolita nel 1848 e che si chiama schiavitù».

E sono proprio gli ultimi sviluppi sul fronte Gpa che hanno convinto il Corp, Collettivo per il rispetto della persona, di cui fa parte tra le altre Sylviane Agacinski, a scendere in piazza a sua volta. A margine della sfilata del collettivo Marchons enfants! ma con i Poissons Roses, qualche militante si è riunita sulla piazza della Sorbona. «Quand’è troppo, è troppo!» esclama Ana Deram, sociologa e attivista del Corp. «Il modo di agire del legislatore e la sentenza della cassazione, tutto in meno di ventiquattr’ore, ci hanno disgustate. Dieci giorni fa, in India, è morta una donna che stava sostenendo una gravidanza per altri, non è accettabile. È venuto il momento di dire che non abbiamo paura di denunciare la riduzione a merce di donne e bambini.» Anche lei del Corp, Marie-Jo Bonnet, lesbica femminista, cofondatrice delle gouines rouges [“lesbiche rosse”], tiene a precisare che non condivide gli slogan del collettivo Marchons enfants!, e in particolare Liberté, égalité, paternité: «Non lavoriamo per il patriarcato. – insiste – Ma manifesto con il Corp perché stiamo assistendo a una ripresa di controllo sulle donne e sulle loro capacità procreatrici. Sono qui anche per dire che non tutte le lesbiche sono favorevoli alla medicalizzazione della procreazione e all’anonimato del dono di sperma.»

[…]


(La Vie, 6 ottobre 2019, traduzione di Silvia Baratella)


Versione integrale (in francese)

di Silvia Baratella


Una ricerca recentemente pubblicata, e commentata da Clara Jourdan su questo sito il 9 ottobre 2019, ha richiamato la mia attenzione sulla parola “uxoricide”.

Diversi vocabolari danno come definizione di uxoricida “uccisore del coniuge”, ma uxor in latino vuol dire “moglie” e dunque quel femminile plurale vuol dire letteralmente “donne che hanno ucciso la moglie”, un’assurdità. Con un calco latino si sarebbe potuto creare sia “coniugicida” (in francese esiste), sia, per la moglie che uccide il marito, “viricida” o “mariticida”. Invece l’italiano ha esteso alle donne la definizione prevista per gli uomini. Perché? Che cosa fa ostacolo a creare una parola specifica per l’uccisore del coniuge maschio, come si fa nel caso di parenti maschi (parricidio, fratricidio)?

Certo, l’uccisione del marito da parte della moglie nella nostra società è un’eccezione che non fa che confermare la regola della violenza maschile, anche assassina, nei confronti delle donne. Ma non è per questo motivo che manca il termine.

La verità è che uxoricidio in senso letterale, parricidio, matricidio, fratricidio e sororicidio hanno idealmente un uomo come protagonista. È lui l’uccisore. Naturalmente, “anche” una donna può rendersi colpevole di uccidere madre, padre, fratello o sorella, ma è una possibilità accessoria.

Insomma, la lingua nega alla donna di essere unico soggetto possibile di un’azione, soprattutto di un’azione ostile di cui l’uomo è complemento oggetto. Piuttosto che concepirlo, si sceglie di convenire che in italiano corretto l’uccisora del marito si chiami “donna che ha ucciso la moglie”.

Questa omissione può ben esemplificare i limiti dell’ideologia della parità: “anche” le donne possono fare tutto ciò fanno gli uomini, imitandoli persino nell’odio contro loro stesse, ma non possono fare ciò che non emana dai maschi, che li giudica o che li danneggia.

In quest’ottica, limitarsi a reclamare una denominazione su misura non esaurisce la questione, bisogna ragionare sulle asimmetrie tra donne e uomini. Alcune sono irriducibili: gli uomini non possono procreare, le donne sì. Altre invece dipendono dalla posizione in cui la storia ci ha messe, ma possiamo scegliere liberamente di farne qualcosa. È di una di queste dissimmetrie storiche che si tratta? Per me, sì: è un’occasione per tener presente che non aspiro al “diritto” di diventare “viricida”. Aspiro a cercare nuove strade di conflitto e di relazione in un diverso ordine simbolico.


(www.libreriadelledonne.it, 24 ottobre 2019)

Ufficio Stampa della Corte costituzionale


La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare la questione sollevata dal Tribunale di Pisa sulla formazione di un atto di nascita in cui siano riconosciute due madri come genitrici di un bambino nato in Italia ma di nazionalità statunitense, acquisita dalla madre gestazionale. Le due donne risultano sposate in Wisconsin secondo la legge di quello Stato, che consente il matrimonio fra persone dello stesso sesso e le riconosce come genitrici in caso di figli. In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere che al termine della discussione la questione è stata giudicata inammissibile per difetti della motivazione dell’ordinanza di rimessione. Il Tribunale ha riferito il proprio dubbio di costituzionalità a una norma interna che avrebbe impedito l’applicazione della legge straniera – rilevante nel caso concreto in ragione della nazionalità del minore – ma non ha individuato con chiarezza la disposizione contestata, né ha dato adeguato conto della sua affermata natura di “norma di applicazione necessaria”. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.


Roma, 21 ottobre 2019


(https://www.cortecostituzionale.it, 21 ottobre 2019)


La redazione ha discusso la questione, promettiamo e chiediamo commenti. (N. d. r. sito della Libreria delle donne)

Milano // dal 18 ottobre al 31 dicembre 2019
Marina Abramović. Estasi
Pinacoteca Ambrosiana, Sala Sottofedericiana
Piazza Pio XII, 2

di Desirée Maida

La celebre performer, che di recente ha inaugurato una grande retrospettiva nella città natale di Belgrado, presenta a Milano il ciclo di video che documenta la performance realizzata nel 2009 in un ex convento nelle Asturie. Ispirandosi a Santa Teresa d’Avila

“Quando mi sono trovata nella cucina del convento, è come se avessi visto un miracolo davanti a me: mi sono accorta che era un lavoro che stava già nella mia testa”. Con queste parole Marina Abramović (Belgrado, 1946) ha descritto le impressioni e le sensazioni avute durante la sua prima visita negli ambienti della cucina (ormai dismessi) dell’ex convento di suore clarisse nella città spagnola di Gijón, nelle Asturie. Invitata nel 2009 da Mateo Feijóo, allora direttore del Teatro de la Laboral di Gijón, l’artista serba elabora per quei luoghi suggestivi una performance in tre atti e altrettanti video, dal titolo The Kitchen. Il prossimo 18 ottobre, nella Sala Sottofedericiana della Pinacoteca Ambrosiana di Milano, verrà presentato al pubblico il ciclo completo di The Kitchen. Homage to Saint Therese nella mostra Marina Abramović. Estasi, a cura di Casa Tesori.

THE KITCHEN DI MARINA ABRAMOVIĆ E L’EX CONVENTO DI GIJÓN

Per realizzare i tre video, Marina Abramović ha tratto ispirazione dai Diari di Santa Teresa d’Avila, tra le figure più importanti del cattolicesimo. Nella performance di Abramović la cucina ha un ruolo centrale, proprio come fu fondamentale della vita di Santa Teresa: nei Diari infatti viene narrato come la santa spagnola avesse visioni ed estasi mistiche proprio in cucina, mentre era impegnata nella preparazione dei piatti. I tre video, quindi, rappresentano le tappe del percorso che l’artista compie per giungere, proprio come la santa, all’estasi: Vanitas, Carrying the Milk, Levitation. Anche la storia del luogo della performance, ovvero le cucine dell’ex convento di suore clarisse di Gijón, ha ispirato il lavoro dell’artista: costruito tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, il complesso monastico era stato concepito come parte di un progetto più complesso, ovvero la creazione di una città autosufficiente che ospitasse i figli dei minatori del posto rimasti orfani dopo un grave incidente avvenuto in un giacimento del bacino del fiume Caudal. Il monastero ha quindi formato professionalmente, ospitato e dato un pasto a tanti ragazzi, fino all’abbandono della struttura avvenuta negli anni Ottanta. Nei decenni successivi il complesso è stato riqualificato, diventando nel 2007 sede della Laboral Ciudad de la Cultura e ospitando nel 2009 la performance di Marina Abramović.

LA MOSTRA “MARINA ABRAMOVIĆ. ESTASI” A MILANO

“Era un’idea che come Casa Testori cullavamo da tempo: poter proporre nel loro insieme i tre video della serie ‘The Kitchen’, che Marina Abramović aveva realizzato come omaggio a Santa Teresa d’Avila”, spiega sul proprio sito l’associazione culturale Casa Testori, che cura il progetto della mostra (prodotta da Vanitasclub, gestore della Cripta di San Sepolcro, in collaborazione con la Veneranda Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana). “La condizione era però quella di trovare il contesto giusto, che restituisse la magia e l’energia di queste opere. L’occasione si è offerta grazie alla possibilità di poter installare il percorso in uno spazio di grande fascino e magnetismo, nel cuore di Milano: una grande sala dell’Ambrosiana contigua alla Cripta di San Sepolcro. È una situazione che dimostra quale potenzialità possa riservare il dialogo tra un’opera contemporanea e un contesto storico: i video infatti mettono in luce una profondità e un rigore che li apparenta alle grandi opere del passato conservate nella soprastante Pinacoteca Ambrosiana. La Cripta invece dimostra di essere un luogo del passato capace di parlare all’uomo contemporaneo. L’energia spirituale che Marina Abramović libera nei tre video, ambientati nelle grandi e suggestive cucine di un ex convento spagnolo, trova così una naturale continuità nelle sensazioni che trasmette l’‘immersione’ nella Cripta, riportata a splendore da un recentissimo restauro”.

Monica Bonvicini torna a Milano con una personale diffusa nei tre spazi della Galleria Raffaella Cortese.

Sino al 9 novembre 2019 Galleria Raffaella Cortese Via Alessandro Stradella 7-1-4, 20129 Milan

di Francesca Pasini

Monica Bonvicini insinua l’amore non corrisposto in alcune casette unifamiliari della provincia lombarda; nella prateria, dove galoppa il cowboy della pubblicità di Marlboro; nella luce bruciante della rabbia.

Con una critica che corrode, ma anche propone, racconta nei tre spazi della galleria un amore che – come canta Gianna Nannini – “è una camera a gas, è un palazzo che brucia in città…”.

Una carta da parati, che riproduce facciate e dintorni di casette colorate, avvolge le pareti; una moquette rosa, spessa, copre il pavimento. Si entra in una stanza e ci si trova in una “reale” periferia urbana. Spaesamento. Il leitmotiv goldoniano, “che la piasa, che la tasa, che la staga in casa”, vira in una fulminante traduzione: può uscire di casa solo se le strade sono di moquette. Cioè, mai.

Uno sberleffo che evidenzia il salto di civiltà intercettato dal Me Too: le donne hanno preso parola e finalmente sono state credute. Con processo analogo, nell’amore non corrisposto Bonvicini indica il dolore e la rabbia, ma anche la libertà di progettare i propri edifici simbolici e reali. Alle facciate di queste deliziose casette, infatti, sovrappone le loro piante, sulle quali disegna il corpo sessuato delle donne che virtualmente le abitano. In esplicita polemica rispetto alla supremazia maschile, il disegno dell’uomo vitruviano è sovrapposto a una pianta, a sua volta contenuta nel profilo erotico di una donna nuda. In un’altra, si sovrappongono rilievi architettonici e una scena erotica tra due donne e un uomo.

È il momento che l’architettura patriarcale accetti la costruzione delle donne e non solo la loro mitica trasfigurazione. I corpi disegnati sulle planimetrie, inserendo nella progettazione la differenza sessuale, creano nuovi modelli abitativi destinati all’incontro erotico e alle sue fantasie e non solo al separato regno della donna.

Il cowboy, che occhieggia dalla vetrata della stanza sull’altro lato della strada, sembra placido: l’argento della stampa bianco e nero su seta, lo liquefa un po’. Non si sente il rumore degli zoccoli, la prateria sulla quale galoppa è in ombra. Non significa che pace è fatta, ma che la voce delle donne è distinguibile da una diversa prospettiva. In questa stessa stanza, su uno scolapiatti gigante scolano dei peni in vetro rosa, soffiato. Allude alla specularità tra neutralità dell’arte e amore non corrisposto, il fuori scala del riferimento duchampiano accentua, invece, la distorsione prodotta in tutti i campi dall’occultamento delle donne nel genere neutro maschile. L’amore non può che essere non corrisposto. Come scrive Diane Williams, ripresa da Bonvicini, “è sempre in circolo in modo che tu possa afferrarlo, e ammalartene, e restare a casa con esso, oppure esci e ti occupi delle tue faccende, facendo star male chiunque abbia a che fare con te, anche se tutto ciò che questa persona ha fatto è stato spingere lo stesso tuo carrello al supermercato, in modo che anche lei possa andare a casa, e fare un incidente, come sporgersi per mettere il detersivo nella lavastoviglie, infilzarsi l’occhio con la punta di un coltello da pane che è ad asciugare sullo scolapiatti”.

Quando si scende nel basement, cioè nello spazio originario della galleria, il rosa della moquette e dei peni di vetro evidenzia il contrappasso del colore abbinato al femminile. La luce accecante di tubi al neon, sospesi e aggrovigliati da fili elettrici, ci sbatte in faccia la rabbia personale che entra in collisione con quella degli uragani. Sulla parete i alternano i disegni di tre case distrutte e una intatta. La domanda immediata è: fino a quando l’orizzonte domestico può essere una protezione rispetto al pericolo? Si può davvero censurare la libertà erotica, intellettuale, progettuale delle donne? È senza rischi? No, a volte, la rabbia distrugge tanto quanto un uragano, come avvertono due disegni a lato delle case: Anger is one short of danger; Strong women know the taste of their own anger. Le donne, però, conoscendo il sapore della propria rabbia, sanno che il conflitto non si risolve nell’eliminazione dell’altro.

di Lorenzo Tosa


Le hanno detto che, a 69 anni, era “troppo vecchia” per correre alla Casa Bianca (e a nessuno è venuto in mente di dirlo a Joe Biden, che di anni ne ha 76). Le hanno detto che “non avrebbe retto il ritmo” (come, tre anni fa, a Hillary Clinton), che era troppo progressista per essere una candidata credibile (mentre per Bernie Sanders evidentemente non è un problema). Trump la chiama sprezzantemente “Pocahontas” per le sue radici Cherokee da nativa americana.

Lei, Elizabeth Warren, ha ascoltato tutti. In silenzio. Poi, il 9 febbraio di quest’anno, ha rotto gli indugi e annunciato la sua candidatura alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti d’America. E anche in quel caso nessuno l’ha presa sul serio. Il sondaggio più incoraggiante la dava 10 punti lontana da Sanders, addirittura 12 da Biden. Lei ha alzato le spalle e si è messa a fare l’unica cosa che le ha insegnato la sua famiglia operaia dell’Oklahoma: mettersi a lavorare. Come ha fatto per una vita intera. Senza lamentarsi. Senza recriminazioni. Senza badare ai numeri. Lei, senatrice, docente di Diritto commerciale ad Harvard, già a capo della commissione di supervisione economica sul sistema bancario a Wall Street, una vita spesa nella lotta per l’estensione dell’assistenza sanitaria e la difesa dei diritti di tutte le minoranze.

Un mese fa, in Iowa, le hanno chiesto cosa avrebbe fatto per i diritti LGBTQ, una volta eletta alla Casa Bianca. «Non ho intenzione di dirtelo – ha risposto Elizabeth – Te lo faccio vedere.» E ha incominciato ad elencare una lunga lista di nomi che nessuno aveva mai sentito prima, in un silenzio da brividi: «Dana Martin, Jazzaline Ware, Ashanti Carmon, Claire Legato, Muhlaysia Booker, Michelle Washington, Paris Cameron, Chynal Lindsey, Chanel Scurlock, Zoe Spears, Brooklyn Lindsey, Denali Berries Stuckey, Pebbles LaDime “Dime” Doe, Tracy Single, Bailey Reeves, Bee Love Slater e Ja’leyah-Jamar. Vi chiederete chi sono. Sono tutte le donne trans di colore uccise nell’ultimo anno negli Usa. È tempo che un Presidente degli Stati Uniti d’America pronunci i loro nomi.»

Via via, sondaggisti ed elettori hanno cominciato ad accorgersi di questa combattiva senatrice che vince ogni confronto, domina ogni dibattito, che sfonda sui social come una influencer di vent’anni e parla ai giovani e alle donne come nessuno ha mai fatto prima.

Qualche giorno fa, durante un dibattito sui diritti civili andato in onda sulla CNN, il Presidente della Human Rights Campaign le ha chiesto. «Mettiamo che in campagna elettorale un suo sostenitore le si avvicina e le dice: “Senatrice, sono all’antica, e la mia fede mi insegna che un matrimonio è tra un uomo e una donna.” Lei cosa risponde?» Elizabeth non si è scomposta di un centimetro. «Beh, immagino che sia un uomo a fare la domanda, e quindi gli direi: “E allora sposa una donna. Mi sta bene… Sempre che tu riesca a trovarne una.”» E la platea è venuta giù. Letteralmente.

Un giorno dopo l’altro, Elizabeth ha scalato tutti i sondaggi, fino a superare addirittura Bernie Sanders e arrivando a un passo dalla cima, appena due punti dietro un Biden che per tutti avrebbe dovuto fare corsa a sé. Alla faccia di chi le diceva che era troppo vecchia, troppo progressista, troppo liberal, troppo indigena. Ma solo perché non avevano il coraggio di dirle in faccia l’unica cosa che tutti realmente pensavano: «Troppo donna, Elizabeth, sei troppo donna.»

Ma ormai lo avrete capito: lei non li avrebbe ascoltati. Sarebbe andata avanti per la sua strada comunque. Non si arriva fino a questo punto ascoltando voci e cattiverie. 
Nessuno sa se nel 2020 gli Stati Uniti avranno finalmente la prima Presidente donna della loro storia. Di sicuro non c’è donna o uomo che meriti quella poltrona più di Elizabeth Warren da Herring (Oklahoma). Una Donna. Punto.


(Facebook, 19 ottobre 2019)

di Federico Fubini


Negli anni che precedettero il crash del 2008 Robert Lucas, dall’Università di Chicago, formulò una profezia: «Il problema centrale della prevenzione delle depressioni – dichiarò – è stato risolto». Lucas era già Nobel per l’Economia grazie alla sua teoria secondo cui il mercato ha sempre ragione e i prezzi riflettono sempre le aspettative razionali degli investitori. Lehman collassò poco dopo. A quel tempo, mentre si preparava il crollo che pochissimi economisti videro arrivare, Esther Duflo e Abhijit Banerjee erano altrove. Si dividevano fra una zona rurale del Kenya e il distretto di Udaipur, nel Rajastan indiano. Erano due giovani dottorati del Massachusetts Institute of Technology e lavoravano con piccole macchine fotografiche, invece che teorie astratte puntellate da una presunta precisione matematica. Chiedevano ai maestri di scuola di fotografarsi con gli allievi alla prima ora e poi dopo l’ultima ora di lezione: era uno stratagemma che – misurarono – riduce in modo drastico l’assenteismo degli insegnanti.

I problemi di Banerjee e Duflo erano gli stessi che continuava a porsi Michael Kremer, un altro neo-diplomato di allora che ieri ha vinto con loro il Nobel dell’Economia: perché i bambini nelle scuole di campagna dei Paesi arretrati non imparano a leggere, a scrivere e a fare i conti? Perché non si vaccinano? Perché non prendono medicine contro i vermi intestinali, anche quando queste sono disponibili a prezzi bassissimi? Domande brucianti, in un mondo in cui vivono 700 milioni di poveri e cinque milioni dei loro figli piccoli muoiono ogni anno. Domande scomode, spiazzanti, persino in un’economia matura come l’Italia. Soprattutto quello di Banerjee, Duflo e Kremer è un approccio lontanissimo dalla hybris degli economisti che pretendono di spiegare presunte leggi immutabili della società e del mercato in formula algebriche che – lo si è visto – spesso mascherano una certa qual cecità.

I tre Nobel del 2019 prendono il punto di vista contrario. Poiché sanno di non sapere, scelgono un duplice approccio nella lotta alla povertà: non cercano formule e leggi economiche, non sono ideologici. Piuttosto isolano ogni grumo della povertà – le scuole, le epidemie, l’arretratezza tecnologica – e cercano di capirlo e scioglierlo attraverso inchieste e risposte concrete; perciò, guardando alla medicina o alla chimica, i tre sperimentano di continuo per capire cosa funziona e cosa no.
Uno degli studi più celebri fu condotto dalla francese Duflo e dall’indiano Banerjee del Mit di Boston – compagni anche nella vita – fra duemila bambini del Rajasthan dal 2004 al 2007. In alcuni villaggi, a sorteggio, è stata inviata una clinica mobile per vaccinare i piccoli; in altri è stata mandata la stessa clinica, ma i genitori avrebbero avuto un sacchetto di lenticchie se avessero accettato il trattamento per i figli; in un terzo gruppo di villaggi poi i vaccini erano disponibili solo negli ambulatori locali, dove regna l’assenteismo. Risultato: nei villaggi con gli ambulatori normali solo il 6% dei bambini si vaccina, in quello con la clinica mobile il 18% e in quelli con clinica mobile e lenticchie si arriva al 39%.

Sono indagini umili, ostinate, uno stile di cui l’americano Kremer (55 anni, di Harvard) è il vero pioniere. Duflo a 46 anni diventa la seconda donna Nobel per l’Economia e la vincitrice più giovane di sempre. Ieri ha subito pensato a un’altra francese che vinse prima di lei, Marie Curie. E come lei ha lasciato capire che donerà il premio, 830 mila euro da dividere in tre, alla sua disciplina.


(Corriere della Sera, 15 ottobre 2019)


Così s’intitola il numero di Internazionale in vendita questa settimana (1329) che dedica molte pagine e foto alla vicenda di questa civilissimo popolo che ha molto lottato per essere libero e ha bisogno di essere aiutato. Cominciamo a conoscerlo, informiamoci su quello che sta capitando e prendiamo le sue parti. (L.M.)


(www.libreriadelledonne.it, 18 ottobre 2019)


Hevrîn Xelef con la sua azione ha svolto un ruolo indimenticabile nella rivoluzione delle donne del Rojava e per la comunità dei popoli. È stata giustiziata in un agguato di una banda di assassini jihadisti alleati della Turchia.

Havrin Khalaf, o Hevrîn Xelef, è nata a Dêrik nel 1984. Da bambina è cresciuta in una famiglia impegnata a livello sociale e politico. Quattro dei suoi fratelli e sua sorella Zozan si sono unit* alla lotta di liberazione e sono cadut* nelle file del movimento di liberazione curdo.

Sua madre Sûad ha partecipato a molte assemblee popolari di Abdullah Öcalan. Ciò che lì ha imparato ha avuto anche una grande influenza sull’educazione e sullo sviluppo della personalità di Hevrîn. Dopo che Hevrîn ha completato il suo ciclo scolastico a Dêrik, ad Aleppo ha studiato scienze agrarie. Al termine dei suoi studi è tornata a Dêrik. Con l’inizio della rivoluzione in Rojava, Hevrîn ha partecipato alla lotta di liberazione e ai lavori del movimento giovanile. Poco tempo dopo ha iniziato i lavori di organizzazione per la costruzione di strutture della società civile e ha assunto funzioni dirigenti nel consiglio economico di Qamişlo. Con la proclamazione dell’Amministrazione Autonoma, come co-Presidente ha lavorato come responsabile nel comitato per l’energia dell’Amministrazione Democratica nel cantone di Cizîre. Nel 2015 ha svolto un ruolo importante nel migliorare e rafforzare l’approvvigionamento energetico nel cantone di Cizîre.

In questo lavoro la sua attenzione si è rivolta in particolare ai bisogni economici delle donne e allo sviluppo dell’economia delle donne. Nel 2018 Hevrîn ha partecipato al processo di fondazione e costruzione del Partito Futuro della Siria con l’obiettivo di impegnarsi per i bisogni della popolazione e un rinnovamento democratico della Siria. Nella fondazione del Partito Futuro, il 27 marzo 2018 a Raqqa con abnegazione e impegno ha assunto l’incarico di segretaria generale. In un discorso in occasione dell’8° anniversario della rivolta popolare in Siria, Hevrîn ha messo l’accento sulla sua convinzione che la crisi politica in Siria non si può risolvere con la guerra. Ha detto «Sono passati otto anni. Le rivolte popolari contro la crisi e la lotta dei popoli della Siria sono state condotte con grandi sacrifici e si sono trasformate in una guerra. La fine della perdurante crisi in Siria, causa dell’espulsione e delle uccisioni della popolazione, non è possibile senza una soluzione politica.»

In ciascuno dei suoi interventi, Hevrîn ha sottolineato l’importanza del dialogo tra diverse forze politiche e gruppi di popolazione della Siria. Insisteva sul fatto che i popoli devono determinare da sé il proprio futuro e impostare autonomamente la loro vita politica e sociale. Con la sua battaglia politica Hevrîn invitava tutte le aree della società e gli attori politici a partecipare a una soluzione democratica della crisi in Siria.

Con l’inizio della guerra di occupazione turca contro i territori dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est il 9 ottobre 2019, Hevrîn continua con determinazione la sua lotta politica. In un agguato di membri di una banda di assassini alleati della Turchia è stata giustiziata in modo mirato.

Hevrîn Xelef con la sua vita e il suo operato ha svolto un ruolo indimenticabile nella rivoluzione delle donne del Rojava e nella comunità dei popoli. Ricordarla significa difendere in modo più determinato che mai la rivoluzione delle donne in Siria del nord e dell’est e ravvivare in tutti i Paesi del Medio Oriente e del mondo la sa scintilla.

Il necrologio di Hevrîn Xelef è stato pubblicato sulla pagina web della campagna Women Defend Rojava del movimento delle donne curde Kongreya Star.


Fonte: ANF


(Rete Kurdistan Italia, 16 ottobre 2019)


Il 9 ottobre 2019 lo Stato turco ha iniziato la sua guerra di invasione e occupazione sul territorio della Siria settentrionale. L’esercito turco sta attaccando tutte le principali città e insediamenti lungo il confine, con attacchi aerei e colpi di mortaio. Secondo le cifre pubblicate da Mezzaluna Rossa Curda (The Kurdish Red Crescent), solo durante i primi cinque giorni di attacchi, sono stati uccisi almeno 46 civili e si contano 139 feriti, tra cui molte donne, bambine e bambini. Attualmente, l’esercito turco insieme a un cosiddetto “esercito nazionale siriano”, composto da mercenari di diversi gruppi terroristici, sta tentando di estendere la propria invasione su quel territorio. Allo stesso tempo, le cellule dormienti dell’ISIS hanno iniziato nuovi attacchi in tutta la Siria settentrionale. Le forze SDF e YPJ-YPG, che hanno liberato la Siria del Nord-Est dal regime terroristico dell’IS, ora stanno dedicando le loro vite per proteggere le persone da nuove occupazioni e massacri. Quelle donne che hanno liberato migliaia di donne della schiavitù sotto IS sono ora bombardate da un esercito NATO.

Milioni di vite, di persone di tutte le diverse comunità etniche e religiose, in questa regione, sono sotto minaccia. Diecimila famiglie sono state sfollate. Oltre ai villaggi popolati principalmente da popolazioni curde e arabe, ci sono stati attacchi mirati a quartieri cristiani. È ovvio che questi attacchi vengono portati avanti con obiettivi di pulizia etnica e cambiamento demografico. L’occupazione turca e i crimini di guerra ad Afrin, a partire da gennaio 2018, sono stati fino ad oggi condonati dalla comunità internazionale. Così, la Turchia s’impegna per espandere il suo territorio e imporre il suo dominio su ulteriori regioni della Siria settentrionale e orientale, violando il diritto internazionale e la sovranità stessa della Siria.

Allo stesso tempo, la Turchia trascura la volontà dei popoli della regione che hanno vissuto insieme pacificamente, sotto l’Amministrazione democratica autonoma. Gli attacchi della Turchia sono diretti contro gli avanzamenti della rivoluzione delle donne nel Rojava, che è stata una fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo. Le donne, che sono state avanguardia nella costruzione di un modello sociale alternativo, per una società democratica ed ecologica basata sulla liberazione delle donne, sono prese di mira dagli attacchi delle squadre assassine jihadiste. La copresidente del Partito Futuro della Siria, Hevrîn Xelef è stata assassinata in un’imboscata il 12 ottobre, mentre era in viaggio per visitare feriti e sfollati nella regione di Til Temir. Nonostante otto anni di guerra continua in Siria, le regioni dell’amministrazione Autonoma nel Nord-Est della Siria sono riuscite a garantire diritti democratici e rispondere ai bisogni di tutte le persone in questa regione. Centinaia di migliaia di rifugiati di guerra provenienti da diverse regioni della Siria hanno trovato rifugio qui. Senza alcun sostegno degno di nota da parte delle organizzazioni delle Nazioni Unite, questi rifugiati sono stati accolti, protetti e sostenuti dalle strutture dell’Amministrazione Autonoma.

Mentre il governo di Erdoğan ha annunciato apertamente questa guerra e i suoi piani di occupazione, la comunità internazionale – compresi gli organi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) – non ha adottato misure adeguate per impedire che ciò accadesse. Inoltre, potenze egemoniche come la Russia e gli Stati Uniti hanno incoraggiato l’aggressione della Turchia. I genocidi dell’Impero ottomano contro gli armeni e il popolo siriaco nel 1915 e i massacri contro il popolo curdo a Dersim, Halebje, Nussaybin, Cizîre, Afrin… sono ancora nelle nostre menti. Oggi, di nuovo, i crimini contro l’umanità sono stati preparati ed eseguiti apertamente, poiché il calcolo dei profitti di guerra conta di più del diritto internazionale, dei valori e diritti umani.

Le donne del Rojava hanno sempre sottolineato: «Abbiamo difeso la rivoluzione delle donne con i nostri sacrifici. Conduciamo la nostra lotta a nome di tutte le donne nel mondo». La guerra della Turchia contro le donne e i popoli del Nord-Est della Siria è un’aggressione contro tutte noi. Mira a colpire gli avanzamenti e i valori delle nostre lotte per i diritti, la libertà e la giustizia delle donne, ovunque. Con la campagna internazionale Women Defend Rojava (Donne in difesa del Rojava), ci uniamo contro il fascismo, l’occupazione e il patriarcato. Alziamo la nostra voce per il riconoscimento dell’autonomia dell’Amministrazione autonoma nel Nord-Est della Siria, per la pace e la giustizia in Siria.

Per prevenire nuovi genocidi e femminicidi nel XXI secolo, esortiamo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tutti gli organismi competenti della comunità internazionale e i governi ad intraprendere azioni urgenti al fine di:

• Fermare immediatamente l’invasione e l’occupazione della Turchia nel Nord-Est della Siria;

• Istituire una No-Fly-Zone per la protezione delle vite delle persone nel Nord-Est della Siria;

• Prevenire ulteriori crimini di guerra e fermare la pulizia etnica da parte delle forze dell’esercito turco, dell’ISIS, di El Nusra e di altri gruppi terroristici jihadisti;

• Processare tutti i crimini e i criminali di guerra;

• Interrompere il commercio di armi con la Turchia;

• Attuare sanzioni politiche ed economiche contro la Turchia;

• Riconoscere l’Amministrazione autonoma democratica dei popoli del Nord-Est della Siria;

• Adottare misure immediate per una soluzione politica della crisi in Siria con la rappresentanza e la partecipazione delle donne e rappresentanti di persone di tutte le diverse comunità nazionali, culturali e religiose in Siria.


Women Defend Rojava Campaign Committee
15 ottobre, 2019


Per adesioni:

di Luisa Betti Dakli


Nei procedimenti di affido post-separativi, il tribunale dei minori ormai funziona così: per salvaguardare la bigenitorialità si strappa il bambino dalle braccia di un genitore (di solito accudente) per consegnarlo nelle mani del genitore che il bambino rifiuta e imponendo incontri forzati, deportazione in casa-famiglia, o affido esclusivo con chi non vuole stare il minore escludendo del tutto l’altro.
In un ribaltone incoerente e pericoloso dove ci si dimentica che bigenitorialità significa garantire la presenza di entrambi anche dopo la separazione ed escludendo l’altro solo in casi gravi come violenza domestica o abusi. Violando il diritto del bambino a vivere una vita tranquilla lontana da traumi, lo si sottopone a uno stress emotivo senza pari: lo si forza, non gli si crede e non s’indagano i motivi reali del rifiuto che di solito riguardano mancanze o addirittura azioni gravi dell’adulto rifiutato, ma al contrario gli si impone una presenza senza aver cercato in maniera approfondita le cause oggettive del disagio.
Procedimenti per l’affido in cui il potere decisionale dalla discrezionalità del giudice passa praticamente in mano a psicologi e psichiatri che nelle loro perizie (Ctu – Consulenze tecniche d’ufficio) decidono a tutti gli effetti il destino di queste persone. Perizie che ormai nella quasi totalità si basano su una pseudo-teoria che diverse lobby interessate, anche economicamente, stanno cercando di far passare in una legge di Stato, come è successo con il contestatissimo disegno di legge Pillon che ha avuto il merito di scoperchiare il vaso di pandora sull’alienazione parentale: un costrutto inaffidabile, rifiutato dal ministero della salute, bocciato dalla Cassazione e bandito in Spagna e in Francia per i danni che ha causato, ma soprattutto inventato negli anni ’80 da un medico statunitense, Richard Gardner, secondo cui se un figlio rifiuta un genitore la colpa è dell’altro che aliena il bambino a prescindere da tutto, anche da eventuali possibili violenze, sicuramente false e costruite per allontanare il genitore preso di mira. Un disturbo diventato prassi nei tribunali, ma mai entrato nel DSM (The Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), e applicato da giudici che probabilmente non sanno chi era Gardner: un uomo perverso che nei suoi libri affermava, tra le altre cose, che «se un padre abusa della figlia – scrive Gardner – la colpa è della madre inibita che non vuole fare sesso con suo marito e che, al fine di evitare scappatelle extrafamiliari, gli offre la figlia» (R. Gardner, L’isteria collettiva dell’abuso sessuale, ed. Quattro Venti, Urbino 2013, p. 59).

Una mannaia, quella dell’alienazione parentale, che pochi giorni fa ha colpito un’altra mamma (i casi sono numerosi in Italia) che dopo sette anni di ricorsi, Ctu, denunce, incontri protetti, si è vista arrivare l’ordinanza del tribunale dei minori in cui si decide che suo figlio, attualmente convivente con lei, sarà prelevato d’urgenza e affidato in maniera esclusiva al padre “rifiutato” e qui monitorato h24 da “personale specializzato”, mentre la mamma potrà avere un contatto con il bambino ogni 15 giorni in spazi neutri, aggiungendo anche che, nel caso di difficoltà, sarà collocato in casa famiglia, e questo per salvaguardare la bigenitorialità.

Una storiache in realtà è un copione già visto, dove lei lo lascia dopo la nascita del figlio e lo manda via di casa (che è la sua) perché i continui litigi alla fine sono diventati qualcosa di più, e anche se la denuncia per maltrattamenti viene archiviata, lei continua ad avere paura. Nel frattempo, i rapporti s’inaspriscono e diventa una difficile frequentazione quella tra padre e figlio, su cui il tribunale decide che il bambino, pur rimanendo con la madre ritenuta idonea, dovrà vedere il padre in maniera regolare. Ma la situazione precipita perché il bambino sembra sofferente, è iperteso e non va volentieri con lui, ed è qui che inizia l’escalation senza fine: i timori della mamma a lasciare solo il minore, la richiesta sempre più pressante dell’uomo di tenere con sé il figlio rivendicando i pernotti, le 17 denunce in cui lui accusa lei di non fargli vedere il bambino, e infine il ricorso del padre al tribunale dei minori per togliere a lei la responsabilità genitoriale e chiedere l’affido esclusivo.

Elementi esplosiviche in confronto a quello che succederà, grazie al tribunale dei minori, è niente. Questa è una storia che ha dell’incredibile dove, oltre al bambino che prende la pasticca per la pressione come il nonno, i personaggi si muovono in maniera orchestrata nella direzione di un disegno già prestabilito che è quello di cercare un unico capo espiatorio su cui verrà riversata ogni responsabilità applicando pedissequamente i dettami del Gardner citato sopra, per un finale già ampiamente conosciuto: una mamma demolita passo dopo passo come donna, madre, moglie, e un uomo che sarà promosso a padre migliore del mondo e che alla fine incasserà il suo “premio” senza dover mettere in discussione praticamente nulla di sé.

In uno scenariogià visto molte volte, i timori e i dubbi della signora non vengono presi in considerazione o addirittura sono sottovalutati, mentre vengono accese su di lei nuove spie davanti a esperte che invece di contenere la situazione incandescente, si pongono in maniera ostativa verso la donna perché sono convinte che se il bambino non vuole andare col padre è solo perché lei ostacola il rapporto, e senza approfondire le disfunzioni tra padre e figlio in maniera autonoma e lavorando sull’adulto per verificare le cause reali, si convincono che allontanando lei e imponendo al minore la presenza del genitore rifiutato, la situazione si risolva. Vogliamo interpretarle come paladine del pensiero di Gardner?

Un percorsoche non arriva subito ma che viene costruito con cura, gradualmente fino al colpo finale, che di solito si conclude con il prelievo coatto del bambino che piange e si ribella e che, in questo caso, avverrà probabilmente tra qualche giorno o tra qualche ora anche con l’uso della Questura se c’è bisogno:

«P.Q.M.,

visti gli articoli 333, 336 CC, visto il parere del PMM, dispone l’allontanamento del minore *** dalla madre *** e la collocazione presso il padre, ***.

Il SS del Municipio *** curerà l’esecuzione unitamente al tutore e con la presenza di un pediatra e di uno psicoterapeuta e l’eventuale collaborazione di personale dell’Ufficio Minori della Questura di *** in abiti borghesi.»

In nome della bigenitorialitàsi nega quindi il concetto stesso di bigenitorialità, e si arriva a interdire una madre accudente rilevata idonea in questi anni, a favore di un affido esclusivo a un padre che non lo ha cresciuto e a cui il bambino non è abituato. Una storia che comincia quando la madre inizia ad avvertire il disagio del figlio dopo gli incontri da solo con il padre e si preoccupa:

«perché il bambino si sveglia con gli incubi notturni, dopo due anni che dormiva ormai da solo ha iniziato a chiedere nuovamente la vicinanza della madre per dormire e durante l’estate ha avuto episodi di enuresi notturna, che non era più capitata dopo aver eliminato il pannolino. Inoltre non vuole più andare a scuola, e quando si sveglia al mattino la sua prima richiesta riguarda chi va a riprenderlo all’asilo».

Ma è nella prima Ctu di una neuropsichiatra, che vanta una grande esperienza in proposito, che si mettono le basi della decisione di oggi, perché già qui viene sospettato un possibile caso di alienazione riferito dalla Ctp (consulenza di parte) del padre:

«Quanto esposto nelle CCTTPP in merito ai possibili sviluppi negativi nel rapporto padre/bambino sembra probabile in base anche alla forza delle convinzioni della madre e dei nonni materni sulla negatività del padre del minore.»

Un padreche, secondo la signora, non è stato mai molto collaborativo e che è uscito da casa della mamma, dove è poi tornato, per entrare in una convivenza dove lei, oltre a lavorare fuori, doveva lavorare anche a casa per la pigrizia del marito. Un uomo che, sempre secondo lei, non è mai stato presente con il figlio e che oltre a denigrarla quando era incinta per il suo aspetto fisico e il suo peso, le aveva promesso una punizione esemplare per essere sfuggita al suo controllo, e che dopo l’ha perseguitata fino a quando lei non l’ha denunciato per stalking.

Affermazioni sconfessatedal marito, che insiste sul fatto che sia invece lei la causa di tutto e che lui a questa vita insieme ci credeva perché l’amava e l’aveva scelta. Perizie che si concentrano su come riattivare il rapporto padre-figlio in un contesto in cui la mamma appare solo ostativa e mai degna di vero ascolto, analisi che non valutano mai attentamente l’eventualità che questo rifiuto possa dipendere semplicemente da un adulto che magari non riesce a relazionarsi con suo figlio in quanto ha difficoltà oggettive, dato che un bambino che ha un buon rapporto con un genitore non fugge e non lo rifiuta, anzi lo cerca e lo vuole al di là di quello che dicono gli altri, compresa una madre. Dopo qualche anno di acceso conflitto complessivo, con denunce reciproche compresa la sostituzione del giudice, segue un’altra Ctu, quella della dottoressa Irene Petruccelli che, tra le altre cose, ha curato Elementi di psicologia giuridica e criminologica (Franco Angeli editore), in cui si spiega bene la teoria dell’alienazione parentale riprendendo largamente il suo inventore: il già citato Gardner reso celebre dai sostenitori della Pas (Parental alienation syndrome), ma in realtà poco conosciuto per gli scritti in cui parla ampiamente di pedofilia, dicendo, tra le altre cose, che «c’è una buona ragione per credere che la maggioranza, se non tutti i bambini, hanno la capacità di raggiungere l’orgasmo appena nati» (R. Gardner, True and False Accusation of Child Sex Abuse, ed Creative Terapeutics, Cresskill NJ 1992, p. 15).
La dottoressa Petruccelli, riguardo questo caso, va al sodo e dopo la perizia scrive che «alla luce delle valutazioni peritali non vi sono per il momento e per il prossimo futuro le condizioni per mantenere vivo un rapporto tra figlio e madre che andrebbe immediatamente interrotto».

E quindi, sempre sulla base delle teorie di Gardner e mettendo l’alienazione parentale sullo stesso piano di abusi e violenze intrafamiliari su cui abbonda letteratura internazionale in cui mai viene citato tale costrutto, consiglia al tribunale quanto segue:

«L’alienazione parentale è a tutti gli effetti una forma di abuso psicologico e volendo creare pertanto un parallelo con le altre forme di violenze intrafamiliari, il modo di agire dovrebbe essere lo stesso. Il figlio ha il diritto di essere allontanato dal genitore abusante nei casi di violenza psicologica, fisica, sessuale (e altro ex art. 333 CC). Alla luce di queste osservazioni è necessario suggerire provvedimenti giudiziali, con risvolti psicologici, per tutelare la salute psicofisica di ***, e ripristinare al più presto il suo diritto relazionale con il padre. Si suggerisce:

a) Allontanamento immediato e urgente del minore dalla figura materna e dal suo contesto familiare.

b) Trasferimento di *** in una struttura protetta per minori per un periodo non inferiore a tre mesi. Il rientro avverrà nell’abitazione del padre.

c) Sospensione di tutti contatti tra madre e figlio per un periodo di tre mesi. Successivamente, è preferibile ripristinare solo contatti telefonici tra madre e figlio (supervisionati dal sig. ***) per altri tre mesi. Dopo sei mesi, eventualmente, valutare la possibilità di ripristinare gradualmente il rapporto, anche fisico, con la madre. La modalità di riavvicinamento figlio-madre (presso centro pubblico o privato) dovrebbe avvenire attraverso uno specifico programma psicologico che dovrà essere deciso dal sig. *** nell’esclusivo interesse del figlio.

d) Affidamento super-esclusivo al sig. ***, con il quale, ex art. 337-quater CC, si intende che anche le decisioni di “maggior interesse” siano delegate al genitore affidatario.»

Un decretoche arriva sulla testa di un minore bravissimo a scuola e che gli stessi servizi sociali non reputavano di dover allontanare dalla casa e dall’ambiente dove è cresciuto «poiché ben inserito», e che aveva la passione del basket: sport che frequentava da tre anni e che la tutrice (dopo che il tribunale le ha affidato la responsabilità genitoriale togliendola ai genitori), ha sospeso perché coincideva con gli orari degli incontri. Un bambino che esitava sul pianerottolo degli incontri protetti, che piangeva per tornare a casa, che riusciva a giocare con il padre solo se inserito gradualmente e che a tratti esprimeva aggressività durante gli incontri e che, durante un ascolto protetto, si era fatto promettere dalla giudice che nessuno lo avrebbe mai tolto da casa sua, dove vive con la mamma e i nonni: giudice che aveva invitato la donna a ritirare la denuncia per stalking verso l’ex e questo per calmare la “conflittualità” dei due perché altrimenti lei avrebbe potuto perdere il figlio in quanto accusata di alienazione parentale.

Un costrutto grazie al quale i padri non vengono mai messi in discussione, e quindi in realtà mai aiutati veramente, in quanto la figura maschile non si tocca a costo di smantellare tutto il mondo del bambino mandando in frantumi affetti, certezze, legami. Strumenti ambigui e privi di scientificità, ma accettati da giudici che dovrebbero sapere le origini di questa truffa e di chi se l’è inventata, e che andrebbe espulsa definitivamente dai tribunali e non accettata e applicata.


(27esimaora.corriere.it, 14/10/2019)


Giù le mani da Rojava!


Un’altra volta siamo sul giornale e sui media, un’altra volta si parla di noi curdi e ancora un’altra volta siamo vittime di un gioco insabbiato, l’accordo tra Donald Trump e il sultano Erdoğan.

Non c’è tregua, è una terra senza pace, da poco tempo è finita un’altra guerra sempre sul territorio curdo e sempre i curdi sono stati vittime e hanno pagato il prezzo più alto. Il popolo curdo, donne e uomini, ha combattuto in prima linea per sconfiggere l’Isis, difendendo anche l’Occidente e l’intera umanità, perché l’Isis non costituiva un pericolo solo per noi curdi, era un pericolo per l’intero pianeta.
Quando l’Occidente ha visto che la guerra contro l’Isis era vinta, era finita anche l’utilità dei curdi. I curdi non servono più. I curdi sono un popolo disposable, usa e getta.
Può mai essere che i curdi cambino strategia e diventino un pericolo per l’interesse americano ed occidentale, tanto da essere considerati una potenza nemica?!

Da qualche anno i curdi di Rojava hanno potuto avere un po’ di pace a seguito dell’autonomia dal governo dittatoriale siriano. Ciò è avvenuto contro la volontà della Turchia, che ha sempre cercato di ostacolare tale processo di autonomia con qualsiasi mezzo e pretesto, appoggiando il Fronte al-Nusra, formalmente affiliato ad al-Qāʿida, attaccando il partito Pkk ed accusando i suoi aderenti di terrorismo, e tutto questo nel silenzio internazionale.

Dopo la guerra contro l’Isis noi curdi siamo stati dimenticati nuovamente da tutti, siamo stati abbandonati. Accadde anche nel 2017, alla vigilia del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, quando ci fu una chiusura quasi totale da parte dell’Occidente e degli Stati Uniti. Si temeva che l’indipendenza del Kurdistan iracheno potesse innescare nuovi conflitti, creando instabilità nel Medio Oriente. In realtà, l’indipendenza dei curdi era osteggiata dalla Turchia, membro NATO e importante alleato degli americani in Medio Oriente.

Ora l’obiettivo della Turchia è distruggere la democrazia della Regione Autonoma di Rojava che è una piattaforma politico-sociale nella quale vige l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine, l’uguaglianza dell’uomo e della donna, sono tutelati i diritti dei bambini, il diritto alla libertà della persona ed è garantita la sicurezza dell’ambiente, come stabilito dalle convenzioni internazionali a cui si richiama. Insomma, una democrazia e una costituzione senza uno Stato, ed è questa autonomia e questa democrazia in questo angolo del Kurdistan che preoccupa la Turchia nemica dei curdi!
La Turchia dichiara di essere intenzionata a creare un cuscinetto di sicurezza e a riportare i profughi siriani in Siria. Ma i profughi vanno rimpatriati secondo un progetto operativo e un piano politico, nel rispetto dei diritti e della sicurezza, non con i bombardamenti, non con un’invasione armata, e non minacciando l’Europa di aprire i confini agli immigrati. L’Europa non può accettare il ricatto e la minaccia dei turchi, come ha dichiarato il Presidente del Consiglio Conte.
I quindici miliardi di euro che l’Unione europea ha erogato alla Turchia dal 2002 ad oggi, dove e come sono stati spesi per i profughi? Sono ben note la situazione e le condizioni di vita dei profughi in Turchia, così come sono note le 162 inchieste per frode su detti fondi.
Da un giorno all’altro la Turchia decide di riportare a casa i profughi siriani, dopo che ha avuto il semaforo verde dagli Stati Uniti, sostenendo che i miliardi di euro ricevuti dall’Europa non basterebbero, e che l’Europa non avrebbe mantenuto fede all’Accordo sui migranti tra Unione europea e Turchia del 2016, come afferma l’Ambasciatore turco a Roma.

La Turchia con questa “safe zone” intende assoggettare la sicurezza dei cittadini alla propria potenza, alla propria dittatura e alla pulizia etnica della popolazione di etnia curda.

L’Occidente e l’Europa non possono dimenticare i martiri ed il sangue versato dei giovani curdi per salvare i giovani e i bambini dell’Occidente e tenere la guerra contro l’Isis lontana dalle loro case. Non possono dimenticare che la Turchia tollerava nei propri territori campi di addestramento di jihadisti ed ospitava cellule dell’Isis. L’Europa non deve accettare più quello che stanno subendo i curdi ormai da un secolo.

Ma i curdi «non ci aiutarono durante la seconda guerra mondiale, non ci aiutarono in Normandia, ad esempio», ha dichiarato Donald Trump.

Non dimentichiamo che il popolo curdo è stato colpito duramente alla fine della Prima guerra mondiale, quando ha subito la spartizione a tavolino della propria Nazione, sulla base dell’Accordo segreto Sykes-Picot del 1916, ufficialmente Accordo sull’Asia Minore, e dei successivi Trattati di Sèvres del 1920 e di Losanna del 1923. Ora non è possibile accettare un’altra invasione ed avere paura delle minacce di Erdogan di aprire i confini e mandare i profughi in Europa.

Abbiamo sentito fin da subito, da parte dei governi dell’Europa e delle Nazioni Unite, la condanna dell’attacco turco e della sua invasione ma, speriamo, che non siano anche questa volta solo belle parole pronunciate davanti a giornali e ai media. Auspichiamo che vengano messi da parte interessi politici ed economici, imponendo sanzioni dure ed immediate alla Turchia. Magari la paura dell’Occidente che rinasca l’Isis, i cui militanti saranno liberati dai carceri curdi, farà sì che i governi prendano sul serio la situazione dei curdi invasi dai turchi.

Noi curdi residenti in Italia e anche cittadini italo – curdi, donne, uomini e bambini, chiediamo al nostro governo italiano di intervenire seriamente al fine di bloccare questa invasione e questo genocidio da parte del governo turco contro i curdi di Rojava.

In questa guerra, come in tutte le guerre del mondo, sempre, chi ci rimette di più, sono gli innocenti ed i disarmati, i bambini.

Da quando sono in Italia, nel mio paese adottivo, ho cercato sempre di impegnarmi per ottenere pace e libertà, nella speranza che né i miei bambini né alcun altro bambino viva e soffra quello che abbiamo sofferto e patito noi nella nostra infanzia. Come disse la poetessa americana Eve Merriam «Io sogno di dare alla luce un bambino che chieda: mamma, che cos’era la guerra?»

Può essere questo l’impegno di tutti? Deve essere il nostro impegno quello di proteggere i futuri protagonisti della nostra società, ovunque siano i bambini, affinché possano studiare, giocare, divertirsi ed essere protetti in un mondo dove la pace sia sovrana.

Stop all’invasione, giù le mani dai bambini e giù le mani da Rojava!


Gulala Salih
Rappresentante in Italia per
Kurdistan Save the Children


(AGI) – Roma, 14 ott. «Il bambino di Laura Massaro, la cui vicenda abbiamo seguito nel tempo, per decreto del Tribunale dei Minorenni di Roma è stato affidato al padre dopo una battaglia giudiziaria durata anni sulla base di una diagnosi di alienazione parentale, non esplicitamente nominata nel decreto, ma di fatto sottintesa alla decisione. La sindrome di alienazione parentale è considerata inattendibile da Oms e Ministero della Salute, associazioni a tutela delle donne vittime di violenza, avvocati e garanti per l’infanzia la combattono in tutto il mondo, eppure purtroppo nei nostri tribunali è ancora utilizzata. Nel massimo rispetto per le decisioni autonome della magistratura, esprimiamo la nostra preoccupazione per la sorte di questo bambino di appena nove anni, che ha chiesto ai giudici di restare con sua madre e con i nonni materni, e ribadiamo la necessità di accrescere la trasparenza di questo tipo di procedimenti». Lo afferma Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia. «Va istituito un registro degli affidi che permetta di conoscere quante madri perdono l’affido dei figli in caso di conflitti familiari che mascherano talvolta abuso e violenza, e chiediamo l’applicazione rigorosa della Convenzione di Istanbul là dove protegge le madri che denunciano violenza su se stesse o sui loro figli, una violenza che di frequente viene trascurata e non riconosciuta. Proprio a maggior tutela della trasparenza di questi procedimenti, è ora di stabilire per legge anche l’incompatibilità tra il ruolo di giudice onorario, consulente tecnico d’ufficio (CTU) e di operatori servizi sociali con qualunque tipo di legame con gli istituti di accoglienza dei minori, perché non sono pochi i casi in cui una contesa tra i genitori viene risolta affidando il minore a istituti o case famiglia, con elevati costi umani per le persone coinvolte e per la collettività», conclude l’esponente azzurra. 


Associazione Differenza Donna 14/10/2019

di Alberto Leiss


Hevrin Khalaf, nota attivista per i diritti e dirigente politica dei curdi, è stata assassinata da miliziani alleati dei Turchi, o da terroristi islamici che agiscono grazie alla nuova guerra di Erdoğan in Siria. A Orta Nova (Foggia) Teresa Santolupo, 54 anni, è stata uccisa a colpi di pistola insieme alle figlie Valentina e Miriana, 18 e 12 anni. A sparare il marito e padre Ciro Curcelli, guardia carceraria: dopo il delitto ha avvertito i carabinieri e si è ucciso. A Terracina è stato arrestato un uomo che terrorizzava i braccianti stranieri della sua azienda – supersfruttati – sparando verso di loro con un fucile a pompa.

Fatti molto diversi, ma un filo comune forse si può cogliere: la violenza nasce nei rapporti di potere. Qualcuno si sente “padrone”, con diritto di vita e di morte sugli altri, al vertice di uno Stato, a “capo” di una famiglia, o nell’impresa di cui è proprietario. Tutti maschi.

Venerdì ero a Viareggio, alla presentazione del libro di Manuela Ulivi Vive e libere. La violenza sulle donne raccontata dalle donne, edito da San Paolo, organizzata dalla Casa delle donne.

La presidente Ersilia Raffaelli ha annunciato una serie di iniziative in vista del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ha invitato a partecipare il giorno dopo a un presidio per esprimere «sdegno e dolore per il vile attacco della Turchia al popolo curdo». «Si vuole distruggere – è scritto tra l’altro nel volantino per il presidio – l’esperienza straordinaria ed unica di una comunità, quella del Rojava, che ha fatto della libertà femminile il cardine della propria organizzazione, un esempio per tutto il mondo, Europa compresa».

Nel suo libro – che vorrei leggessimo noi uomini – Manuela Ulivi racconta la propria storia di formazione e di impegno, all’inizio per la causa dei diritti dei lavoratori, e quindi per la libertà femminile. Oggi agisce e lavora come presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano e come avvocata. Una parte importante del testo riguarda la storia di questa prima iniziativa femminista in Italia per sostenere le donne che vogliono liberarsi dalla violenza: da lì è venuto l’impulso a costruire l’attuale rete di centri antiviolenza basati su una pratica di relazione tra donne che ha come base la ricerca della libertà di tutte.

Il nome “Casa” non è nato per caso, ma dal desiderio di realizzare rapporti tra donne capaci di offrire un’alternativa culturale e anche affettiva – e politica – alla violenza che molto spesso ammorba la vita tra le mura domestiche.

Così come tanti luoghi di una società che ogni giorno ha a che fare con sentimenti negativi, rancorosi, competitivi, aggressivi, che a fatica sono vinti dalla cura, dal riconoscimento dell’altro, dalla capacità di gestire i conflitti senza che degenerino nella violenza psicologica e fisica.

Anche a Viareggio si respira una certa cattiva aria “padronale” da parte di chi guida l’amministrazione comunale. Molti beni pubblici vengono privatizzati. Anche i locali che ospitano da 23 anni la Casa delle donne e il centro antiviolenza aperto dal 2001 sono in vendita. Le donne della Casa non rinunciano alla battaglia per difendere uno spazio che, tra l’altro, ha aiutato in questi anni più di duemila donne decise a sottrarsi alla violenza.

Ma si attrezzano anche per trovare, se costrette, un’alternativa, e hanno lanciato una sottoscrizione alla quale si può partecipare versando un contributo su questo conto:
Casa delle donne e centro antiviolenza Viareggio, IT75N0503424873000000000477.


(il manifesto, 14/10/2019)

ERBACCE

A spasso tra le erbacce dell’autunno:
interviste fumetti video
sulla BCE e la Bayer,
le proteste NO BLISTER delle aspirine,
la resistenza delle indios alla Bicocca,
poltrone e balze nel nuovo governo.

Chi ha pagato per la fusione Bayer/Monsanto?
Intervista a Gaby Weber
di Redazione e Doriano Solinas

Intervista a un’aspirina anonima
di Manuela De Falco

Indiana. Il muro della Bicocca
di Piera Bosotti

I balzi della ministra con le balze
di Pat Carra

Poltrone
di Pat Carra
__________

www.erbacce.org

di Luisa Muraro


Noi non “abbiamo” un corpo, noi siamo corpo: corpo vivente (che nasce, cresce, invecchia e muore), sessuato (che si riproduce incrociandosi con un altro umano di sesso differente), senziente, desiderante e parlante (parlante almeno una di una miriade di lingue diverse). Noi non ci definiamo con l’avere, ma con l’essere. E in tal senso siamo profondamente uguali, perché le differenze che siamo non rompono l’essere, non lo fanno in tanti pezzi di diverso valore. Questo è il pensiero della differenza, un pensare le differenze senza fare a pezzi l’essere. Lo ha inaugurato il femminismo degli anni Settanta del secolo scorso, che poi verrà chiamato femminismo della differenza.

In precedenza il traguardo femminista era (anzi, doveva essere) quello dell’emancipazione e della parità, basato su un ideale di progresso di cui l’uomo di sesso maschile si credeva la misura. Era una presunzione che sarà smascherata nei fatti dalla prima guerra mondiale e messa in questione, nella nostra cultura, dalla scoperta dell’inconscio: una differenza, quest’ultima, che fino allora aveva parlato con la sofferenza e i sintomi dovuti alla repressione.

La scoperta dell’inconscio è stata genialmente ripresa da alcune femministe (ne cito due, collegate fra loro, Luce Irigaray, l’autrice di Speculum, e Antoinette Fouque, fondatrice di Psychanalise et Politique). E ci ha aiutato a concepire il senso libero della differenza sessuale, da innestare nella lotta per la libertà femminile.

Una parte del femminismo ha respinto Freud a causa della sua mancata presa di coscienza del dominio sessista, con quello che ne seguiva per la sua teoria della sessualità femminile. Una parte, invece, lo ha autonomamente ripreso in due punti d’incrocio: la possibilità di dare parola a ciò che era muto e la necessità dell’essere in relazione perché ciò avvenga.

Questo, molto in breve, lo sfondo su cui spiccano i contributi raccolti da Chiara Zamboni con il titolo La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe (Moretti e Vitali, Bergamo 2019). Se si volesse collocare il libro in una biblioteca secondo i criteri classici, bisognerebbe averne almeno tre copie da mettere, rispettivamente, in tre diverse sezioni: politica, psicanalisi, filosofia. Non è che manchi di richiami interni e di rispondenze profonde; i singoli testi sono parecchio differenti ma tra loro c’è l’affinità di un sapere in movimento. Si muove come fa la lava che cambia i paesaggi.

Il titolo è un’ironia, perché io ho parlato di “scoperta” e questo invece parla di “coperta”. Chi ha ragione?

La parola “scoperta” appartiene a una retorica piuttosto possessiva e semplificatrice, lo confermano le scoperte che vanno ufficialmente sotto questo nome, in primis quella dell’America nel 1492. Le vere scoperte sono quelle che, quando volti la carta che era coperta, scopri di giocare un gioco che non è quello che credevi (forse, Colombo è stato sul punto di arrivarci).

Le vere scoperte ti fanno sentire che c’è altro ma non soltanto fuori da te, c’è anche in te, senza soluzione di continuità tra dentro e fuori. La famosa oggettività scientifica, tanto pregiata, ne è scossa, ma la conoscenza del vero no, anzi. Indubbiamente, la cosiddetta scoperta dell’inconscio ha questo tipo di eccellenza, ma Freud, che in ciò era un uomo del suo tempo, aspirava all’oggettività.

Che nome usare, se non vogliamo parlare di scoperta dell’inconscio? Il sottotitolo del libro parla chiaro, si tratta dell’inconscio nelle pratiche femministe. La cosiddetta pratica dell’inconscio è durata poco, ma ha contato molto in un movimento politico che scommette non sulla rivendicazione della parità ma sulla presa di coscienza e di parola. Penso specialmente alla pratica del partire da sé, cui Diotima ha dedicato un grande seminario riversato in uno dei suoi libri, La sapienza del partire da sé (Liguori, 1996). Anche La carta coperta, va detto, è il frutto di un’iniziativa della comunità filosofica dell’università di Verona.

La pratica del partire da sé è la strada di una radicalità non ideologica, da una parte, né distruttiva, dall’altra. È il crinale della politica di cambiamento. Alla mia immagine della lava che cambia il paesaggio bisogna aggiungere quella della verzura. Sono immagini contrastanti, per forza di cose. Infatti, si tratta di agire nelle opposte direzioni del dentro e del fuori, non più separate. E come? Per rispondere alla domanda, in un testo destinato a lettrici anglofone, ho coniato questa formula: the inner passage, il passaggio interno, trovata per intuizione, senza riuscire a spiegarla. Ma questo libro ci riesce.


(www.libreriadelledonne.it, 11 ottobre 2019)

di Lorena Fornasir


Buonasera. Sono Lorena Fornasir, vi ho conosciute, frequentate, vi seguo. Mi permetto di inoltrarvi questo mio appello.

Ritorno dal nostro viaggio solidale in Bosnia, dopo aver incrociato un migrante di 21 anni torturato a cui la polizia croata aveva tolto anche le scarpe, non mi sono più potuta fermare all’indignazione.

Di fronte alle immagini di tortura ho sempre chiuso gli occhi. Ora che ho incontrato in carne ed ossa questo ragazzo scorticato con una sbarra di ferro rovente solo per aver varcato i confini della Croazia, ho dovuto guardare in faccia il trauma di questo corpo di dolore. Vorrei segnalarvi ad alta voce questo crimine impunito, complice l’Europa. Ho lanciato una petizione che ha raccolto già molte firme. Vi pregherei, se potete e se ritenete, di sostenermi. Non possiamo rimanere inermi di fronte a questi corpi di dolore che a causa della tortura soccombono ad uno stato traumatico irrisolvibile. Noi siamo i testimoni di quello che accade. Cerchiamo di far conoscere quello che avviene a pochi chilometri dai confini di terra. La petizione è rivolta alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo e al Tribunale permanente dei Popoli.


Grazie per la vostra attenzione.


Lorena Fornasir


Testo della petizione e modulo per firmare


(www.libreriadelledonne.it, 10 ottobre 2019)